SALMI BIBLICI: “BONITATEM FECISTI CUM SERVO TUO” (CXVIII – 4)

SALMO 118 (4) “Bonitatem fecisti cum servo tuo

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 118 (4)

TETH.

[65] Bonitatem fecisti cum servo tuo,

Domine, secundum verbum tuum.

[66] Bonitatem, et disciplinam, et scientiam doce me, quia mandatis tuis credidi.

[67] Priusquam humiliarer ego deliqui, propterea eloquium tuum custodivi.

[68] Bonus es tu, et in bonitate tua doce me justificationes tuas.

[69] Multiplicata est super me iniquitas superborum; ego autem in toto corde meo scrutabor mandata tua.

[70] Coagulatum est sicut lac cor eorum; ego vero legem tuam meditatus sum.

[71] Bonum mihi quia humiliasti me: ut discam justificationes tuas.

[72] Bonum mihi lex oris tui, super millia auri et argenti.

JOD.

[73] Manus tuae fecerunt me, et plasmaverunt me; da mihi intellectum, et discam mandata tua.

[74] Qui timent te videbunt me, et lætabuntur, quia in verba tua supersperavi.

[75] Cognovi, Domine, quia æquitas judicia tua, et in veritate tua humiliasti me.

[76] Fiat misericordia tua ut consoletur me, secundum eloquium tuum servo tuo.

[77] Veniant mihi miserationes tuæ, et vivam, quia lex tua meditatio mea est.

[78] Confundantur superbi, quia injuste iniquitatem fecerunt in me; ego autem exercebor in mandatis tuis.

[79] Convertantur mihi timentes te, et qui noverunt testimonia tua.

[80] Fiat cor meum immaculatum in justificationibus tuis, ut non confundar.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVIII (4).

TETH.

65. Tu con bontà, o Signore, hai trattato il tuo servo: secondo la tua parola

66. Insegnami la bontà e la disciplina e la scienza, perché io ne’ comandamenti tuoi ebbi fede.

67. Prima ch’io fossi umiliato, io peccai; per questo ho custodita la tua parola.

68. Buono se’ tu, e secondo la tua bontà insegnami tu le tue giustificazioni.

69. È cresciuta l’iniquità de’ superbi contro di me; ma io con tutto il cuor mio studierò i tuoi precetti.

70. Il loro cuore come latte acquagliato; ma io meditai la tua legge.

71. Buona cosa per me l’avermi tu umiliato affinché io impari le tue giustificazioni.

72. Buona cosa per me la legge della tua bocca, più che l’oro e l’argento a migliai.

IOD

73. Le tue mani mi fecero e mi formarono; dammi intelletto, e imparerò i tuoi comandamenti.

74. Mi vedranno color che ti temono, e avranno allegrezza; perch’io nelle tue parole sperai grandemente.

75. Ho conosciuto, o Signore, che i giudizi tuoi sono equità, e che secondo la tua verità tu mi hai umiliato.

76. Venga la misericordia tua a consolarmi, secondo la parola data da te al tuo servo.

77. Vengano a me le tue misericordie, ed io avrò vita; perocché mia meditazione ell’è la tua legge.

78. Sieno confusi i superbi, perché ingiustamente hanno macchinato cose inique contro di me; ma io mi eserciterò ne’ tuoi comandamenti.

79. Si rivolgano a me quei che ti temono e quei che intendono i tuoi insegnamenti.

80. Sia immacolato nelle tue giustificazioni il cuor mio, affinché io non resti confuso.

Sommario analitico

IV SEZIONE

 65-80.

Davide domanda qui a Dio ciò che è necessario a sostegno della vita spirituale del viaggiatore: la bontà, la disciplina, la scienza, la fede.

I. – La bontà e la dolcezza verso il prossimo, la disciplina esatta e vigilante per combattere in se stesso e fuori da se stesso e che potrebbe portarlo al peccato, la scienza per ben comprendere la Legge di Dio ed i suoi misteri, tre doni che una fede ferma gli otterrà e di cui egli indica la necessità, dichiarando:

1° che per esserne stato privato, ha peccato ed è stato umiliato (67);

2° che grazie alla bontà tutta particolare di Dio, che ha voluto insegnargli Egli stesso, ha ottenuto questa scienza dei suoi ordini divini (68);

3° che con l’aiuto di questa disciplina vigilante, egli non ha ceduto agli sforzi dei superbi ed all’esempio degli uomini carnali, il cui cuore si è indurito e non può comprendere le verità più chiare; che egli ha cercato, nello studio e nella meditazione della legge di Dio, la forza di resistere agli insulti dei primi ed all’ignoranza grossolana degli altri (69, 70);

4° che ha riconosciuto l’utilità dell’umiliazione onde apprendere gli ordini pieni di giustizia del Signore, per lui preferibili a tutte le ricchezze della terra (71, 72).

II. – La fede che gli fa credere alla potenza benefica di Dio, che fortifica l’anima affaticata:

1° Nella prosperità, essa fa considerare:

a)La potenza del Creatore alla quale egli deve tutto il suo essere, il suo corpo, la sua anima, e questa intelligenza che gli fa comprendere le cose che tutte le viste umane non possono raggiungere (73);

b) La giustizia provvidenziale del legislatore negli effetti salutari che seguono il compimento o l’inosservanza della sua legge (74, 75);

c) la misericordia del Salvatore che gli dà la consolazione di cui ha bisogno (76), e la vita della grazia, frutto della meditazione della legge di Dio (77);

2° Nell’avversità:

a) egli prevede e desidera la confusione dei superbi che lo hanno perseguitato ingiustamente (78);

b) vede i giusti rivolgersi a lui ed unirsi a lui (79);

c) domanda che il suo cuore diventi più puro in mezzo alle sue prove (80).

Spiegazioni e Considerazioni

IV SEZIONE — 65-80.

I. – 65-72.

ff. 65-68. – La bontà di cui qui parla il Profeta sarebbe meglio tradotta dal greco e dall’ebraico con la parola “soavità”. Ma come ci può essere soavità nel male, quando gioie illeciti ed immorali ci dilettano; come può essercene nei piaceri della carne, anche quando sono legittimi; noi riteniamo di comprendere il termine di soavità secondo il senso di “crestoteta” che i greci non applicano se non ai beni dello spirito. « Voi avete dunque fatto “soavità” al vostro servo, » cioè Voi avete fatto che il bene fosse la mia delizia. In effetti, che il bene faccia le delizie di un uomo è una grande grazia di Dio (S. Agost.). – Ci sono tane cose di questo mondo che sembrano avere una certa soavità ma sono piene di amarezze. La voluttà sembra dolce, ma come diventa amara quando ha dissipato tutto un ricco patrimonio; la passione ci sembra dolce quando ci infiamma, ma diviene orribile ed abominevole quando viene disvelata; i cibi squisiti sembrano deliziosi quando si assaggiano, ed ispirano il disgusto quando sono digeriti. Quanti beni sembrano preziosi ai nostri occhi in questa vita, e che non ci servono più a niente al momento della morte, in cui bisogna abbandonarli. Non c’è dunque vera soavità se non quella che Dio ci fa gustare secondo la verità della sua parola (S. Ambr.). – Tutto ciò che Dio ha fatto nei riguardi del suo servo, è buono, perché lo fa secondo la sua parola. Ora, niente di ciò che è fatto secondo la sua parola può essere reputato cattivo, perché la volontà di Colui che solo è buono, è piena di bontà (S. Ilar.). – « Insegnatemi la bontà o la soavità, la disciplina e la scienza. » Tre doni necessari per ben osservare i comandamenti di Dio e restare fermo nella virtù: 1° La bontà e la dolcezza verso il prossimo; – 2° la disciplina esatta e vigilante per combattere in se stesso e fuor da se stesso tutto ciò che potrebbe portare al peccato; – 3° la scienza per ben comprendere la legge di Dio, per poterla ben osservare; ed i misteri della Religione, per poterli credere con fede chiara. – Il Profeta non domanda a Dio la scienza se non dopo aver chiesto la bontà e la disciplina. Io non dico che bisogni disprezzare la scienza che è un ornamento dell’anima, che la istruisce e la rende capace di istruire gli altri. Ma bisogna che sia preceduta nell’anima dalla bontà e dalla disciplina, che soprattutto sono necessarie alla salvezza. E vedete se il Profeta non avesse questo ordine in vista, e non ci insegnasse ad osservarla, quando diceva: « Seminate nella giustizia, e mietete nella misericordia e accendete dopo per voi la luce della scienza. » (Osea, X, 12). Egli pone la scienza all’ultimo posto come un dipinto che non può poggiare sul vuoto, e stabilisce innanzitutto la bontà e la disciplina come una base solida per ricevere questo dipinto.  (S. Bern. Serm. XXXVIII). –  La scienza è nominata in terzo luogo; perché se la scienza ha il sopravvento sulla carità, non edifica, ma gonfia; (I Cor. VIII, 1); ma quando la carità, unita alla dolcezza e alla bontà, avrà acquisito tanta forza perché le tribolazioni che impone la disciplina non possono spegnerla, allora la scienza sarà utile all’uomo per fargli conoscere ciò che ha meritato per se stesso ed i doni che Dio gli ha fatto (S. Agost.). – Una fede ferma ed un’umile fiducia ottengono da Dio questi tre doni. – « Prima di essere umiliato, io ho peccato. » La causa principale delle nostre umiliazioni, è il peccato. È perché il peccato ha preceduto che il Profeta dichiara che è stato umiliato, cioè distrutto dalle tentazioni e le afflizioni, ed esposto a tutte le angosce. .. Tuttavia benché queste umiliazioni siano spesso una punizione, pur cessano di essere un castigo del peccato per divenirne il rimedio ed un principio di virtù. Così voi attribuite ai vostri peccati le vostre umiliazioni, riconoscete che siete la causa di tutto ciò che vi accade di così sconveniente, e non appena giudicato colpevole, diventate giusto, per il solo fatto di condannarvi, « perché il giusto è il primo accusatore di se stesso. » (Prov. XVIII, 7), (S. Ambr.). – « Ecco perché ho conservato fedelmente la vostra parola ». Il Profeta ha trovato il vero ordine nel correggersi cominciando da ciò che era stato l’inizio della sua colpa. Egli si sottomette alla parola di Dio e cessa di peccare. (Idem). – Voi siete buono … diciamo talvolta ad un uomo, nel desiderio di conciliare le sue buone grazie: voi siete buono, per avvertirlo di essere ciò che non può essere, e questo richiamo indiretto alla bontà lo addolcisce, e gli fa deporre una durezza molto grande; quanto più noi dunque dobbiamo proclamare che Dio è buono, Egli al quale la sola bontà devono la conservazione della loro esistenza sulla terra. È proprio della natura di Dio l’essere buono … Ma benché Dio sia buono, il Profeta lo prega tuttavia di insegnargli, nella sua bontà, i suoi precetti pieni di giustizia, come noi preghiamo un medico che, perché buono non cerca che il maggior bene del malato, e trattarlo tuttavia con una certa dolcezza, per non impiegare dei rimedi troppo violenti, di non applicare il ferro sulla piaga, o almeno di farlo con moderazione ed addolcire con i suoi artifizi la vivacità del dolore. Così la dolcezza del Vangelo ci insegna molto meglio le giustificazioni di Dio, piuttosto che la sua Legge.    

ff. 69-72. – « L’iniquità dei superbi si è moltiplicata contro di me. » Più un Cristiano desidera servire Dio, più si eccita contro di lui l’animosità dei suoi nemici, e per questo, come un atleta coraggioso, egli desidera riportare la corona di giustizia, ed irrita il gran numero di coloro che sono invidiosi dei suoi progressi … È così che si moltiplicano i nostri nemici visibili ed invisibili. Ecco, per esempio, un uomo giusto che perde suo figlio, cosa che accade frequentemente, o è spogliato del suo patrimonio, o vede piombare su di lui ogni sorta di avversità: gli orgogliosi gli dicono allora: Dov’è la giustizia di Dio, dov’è la sua misericordia? Qual profitto ne viene dunque a quest’uomo così castigato nella sua virtù, nella sua innocenza? – « Il loro cuore si è indurito come il latte. » Il cuore dei santi è tenero, delicato; il cuore dei superbi è duro ed ispessito. Così come il latte è, per sua natura, di un biancore splendente e di una purezza senza mistura, ma si inacidisce facilmente per la dissoluzione delle sue parti, così lo spirito ed il cuore dell’uomo sono per loro natura puri e brillanti, ma si alterano facilmente con la mistura corruttrice dei vizi. Quando il latte si rapprende ed indurisce, forma una massa che gli fa perdere il gusto ed il sapore naturale. Ecco gli uomini in cui la grazia, la soavità delle loro parola, e pure con la dolcezza dell’amicizia, lasciano il posto all’amarezza della cattiveria ed al gusto sgradevole dell’invidia. Il cuore indurisce dunque per l’orgoglio, l’invidia, che alterano e corrompono la dolcezza della natura e la benevolenza, e sono fonte della mistura corruttrice della malvagità e della malizia. Mentre il cuore dei superbi, la cui iniquità si era moltiplicata su di lui, si indurisce, cosa fa il giusto? Egli si umilia meditando i precetti della legge, che è scuola di umiltà (S. Ambr.). –  Vedete poi ciò che aggiunge: « è bene che mi abbiate umiliato, affinché possa apprendere i vostri giusti precetti. » È ciò che dice l’Apostolo, sull’esempio del Profeta; « io mi sono compiaciuto nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle necessità, nelle angosce per Gesù-Cristo. » (II Cor. XII, 10). Per questo egli pure si compiace nelle sue debolezze, non si lascia abbattere dalle prove e dalle umiliazioni, e non si scoraggia davanti agli oltraggi: egli ha meritato di conoscere e compiere i comandamenti di Dio. (S. Ambr.) – Ogni sofferenza è buona, tutte le tribolazioni sono buone, poiché alla loro scuola apprendiamo a conoscere i giusti precetti di Dio, poiché esse correggono i peccatori con l’umiliazione, reprimono i prevaricatori con la severità ed insegnano la dottrina agli ignoranti. (S. Ilar.). – Il Re-Profeta fa chiaramente intendere che in questa circostanza, conoscere è praticare, praticare è conoscere … Ci sono molti che imparano le leggi giuste del Signore e che tuttavia non riescono ad apprenderle. Essi le conoscono in una certa maniera, e le ignorano dall’altre; perché non le praticano, non le conoscono (S. Agost.). – « La legge della vostra bocca è per me un bene più prezioso di milioni di pezzi d’oro e d’argento (S. Agost.). – Ma quanto sono rari coloro che possono esprimersi in tal modo, quanto cioè sono rari coloro che preferiscono la legge di Dio all’oro ed all’argento, e che sono pronti a lasciare tutto per compiere questa divina legge. Gesù-Cristo stesso non ha trovato questo distacco se non in coloro che aveva istruito. Così, Pietro ha fatto professione di questo distacco, egli che aveva lasciato tutto per Gesù-Cristo e che ha potuto dire: « Io non ho né oro, né argento » (Act. III, 6). Ma non è certo l’avaro che possa esprimersi così, egli che cova incessantemente con gli occhi l’oro che ha ammassato; non è l’uomo avido di ricchezze che considera ogni giorno con un ardore inquieto i guadagni che può realizzare, che ogni giorno incassa tesori su tesori, che tende le sue reti per farvi cadere le eredità che concupisce, e veglia incessantemente presso il letto dei malati per spiarne il loro ultimo sospiro. (S. Ambr.).

II. — 73-80.

ff. 73-76. – « Le vostre mani mi hanno fatto e mi hanno formato. » Il Profeta sembra dire a Dio: io sono l’opera vostra, non mi abbandonate. È a Voi, Autore dell’essere mio, che mi rivolgo, e a Voi, mio Creatore, che mi lego, non voglio cercare altri soccorsi. Preparatevi a venire in mio soccorso, Voi che siete preparato già prima di crearmi. Spiegatemi voi stesso, Davide, perché dite a Dio: « Le vostre mani mi hanno fatto ». Voi dite in un altro salmo: « Il Signore soddisferà per me, Signore, la vostra misericordia è eterna, non disprezzate l’opera delle vostre mani. » (Ps. CXXVII, 5).  Come se diceste: « Le vostre mani non hanno formato gli altri animali, ma Voi avete semplicemente detto: che le acque, che la terra producono gli animali, viventi ciascuno secondo la propria specie, e le acque e la terra producono i pesci, gli uccelli, gli animali domestici, i rettili e tutte le bestie secondo le loro differenti specie. » (Gen. I, 20, 24). Ma quanto a me, vi siete degnato di farmi con le vostre mani, formarmi a vostra immagine e somiglianza; « Datemi dunque l’intelligenza, affinché impari i vostri comandamenti. » (S. Ambr.). – Il Profeta che dice a Dio: « Datemi intelligenza, » non ne è affatto sprovvisto come gli animali, e non deve, come uomo essere contato … « tra coloro che camminano nella vanità del loro spirito, che hanno l’intelligenza offuscata e sono estranei alla voce di Dio, » (Ephes. IV, 17); perché se somigliasse loro, non parlerebbe come egli fa. Ora, non è far prova di poca intelligenza sapere a chi chiedere l’intelligenza. Ma pensiamo quale profondità di intelligenza sia necessaria per comprendere i comandamenti di Dio, vedendo che colui che li comprende già così bene, e che ha dichiarato di averli osservati, chiede ancora l’intelligenza per conoscerli (S. Agost.). – « Coloro che vi temono mi vedranno e saranno nella gioia. » Coloro che temono Dio provano una gioi vera nella conoscenza che hanno dei santi, perché colui che gioisce alla vista di un giusto, vuole egli stesso essere giusto. È conveniente che gioisca nel vedere negli altri ciò che vuole conservare in se stesso. È questa in effetti, una prerogativa dei buoni, che l’uomo saggio ama con santa affezione colui che è casto, riservato e prudente; e il misericordioso ama colui che è generoso; in una parola, noi amiamo negli altri le virtù che sono in noi … Ma al contrario, la vista del giusto che fa gioire il cuore degli innocenti, è un vero supplizio per i malvagi, perché la condotta dei santi è una condanna per la loro vita colpevole. La castità tormenta l’incontinenza, la liberalità è un tormento per l’avarizia, così come la fede per l’empietà; la presenza di un santo è come un peso insopportabile per la loro coscienza. Al contrario, la vista di un uomo fedele a Dio ha il privilegio di far gioire tutti coloro che temono Dio … La presenza stessa dei Santi è utile a coloro che temono Dio, perché porta con essa una grazia tutta particolare a coloro che considerano e studiano la condotta dei Santi (S. Ilar.). – Ora, colui che vede un giusto, deve sapere cosa vede: non è né il suo corpo, né il suo vestito, né il suo patrimonio, né il suo viso, ma il suo interno. No, egli non lo vede veramente che a condizione di veder la sua anima, di intendere i suoi discorsi, di comprenderne il senso e tirarne una lezione di saggezza … « Perché io ho messo tutta la mia speranza nelle vostre parole. » Ecco il vero motivo della loro gioia. Essi mi hanno visto interiormente, essi mi hanno toccato, mi hanno considerato nell’interno della mia anima, laddove io ho messo la mia speranza nelle vostre parole, ove le ho ricevute e comprese. Il contrario è per coloro che odiano i giusti, la cui occupazione è approfondire le parole di Dio; e quanti empi che quando sentono i Cristiani sapienti e dotti nella legge di Dio, li evitano a causa del loro stesso sapere e della loro dottrina. (S. Ambr.). « Io ho riconosciuto, Signore, che i vostri giudizi sono giusti. » Colui che può comprendere la condotta della divina Provvidenza adopera lo stesso linguaggio del santo re Davide, perché nulla si fa se non per giusto giudizio di Dio, sia che siate malato o in buona salute, ricco o povero, che moriate giovane o vecchio. Per poco che ci si sia applicato allo studio delle divine Scritture, si comprende che tutto si fa per la sovrana volontà di Dio, e che niente sfugga alla sua scienza infinita … Il Re-Profeta ha dunque ricevuto la grazia dell’intelligenza e della conoscenza, ha riconosciuto che i giudizi di Dio sono giusti, cosa che è propria di un’anima perfetta. C’è una gran differenza tra credere e comprendere. La fede è la parte di colui che teme, la conoscenza è riservata al saggio. Colui che teme, non cerca la ragione; il saggio cerca di avere la conoscenza di tutto ciò che desidera comprendere (S. Ambr.). – La conoscenza va più lontana dalla fede: la fede ha il merito dell’obbedienza, ma non ha la sicurezza della verità conosciuta. Così l’Apostolo mette una gran differenza tra la conoscenza e la fede. Egli pone al primo rango la saggezza, al secondo la conoscenza, al terzo la fede. In effetti, colui che ha fede, può non conoscere ciò che crede; ma colui che ha la conoscenza non può non credere a ciò che conosce… il Profeta vuol parlare qui non dei giudizi eterni, ma di quelli che si esercitano nella vita presente. (S. Ilar.). – E in cosa i giudizi di Dio sono giusti? In ciò che è per il lavoro, le tribolazioni e le afflizioni, che giungono alla eterne ricompense. Come con la corona vengono premiati con un giusto giudizio degli uomini, gli atleti che combattono e riportano la vittoria, così la palma del vincitore premia i Cristiani vincitori con un giusto giudizio di Dio. « A colui che sarà vincitore, darò di sedersi sul mio trono. » (Apoc. III, 21) – (S. Ambr.). – Non è dunque senza ragione se il profeta è stato sottomesso alla tribolazione, dato in mano alle persecuzioni e agli oltraggi, questo per un giusto e vero giudizio di Dio, è perché vuole per lui fare in modo da fargli espiare i suoi peccati, purificandolo come l’oro nella fornace (S. Ilar.). – « Consolatemi con il ritorno della vostra misericordia. Quanto grande è la misericordia di Dio. Perché non solo ci accorda la remissione dei peccati, ma ci prodiga ancora la consolazione durante il combattimento, per timore che lo spavento dei pericoli della lotta non ci faccia abbandonare il campo di battaglia. Egli implora dunque la misericordia, non come il vincitore che cede terreno, né come il peccatore che implora il suo perdono, ma affinché, rivestito dalla misericordia di Dio come arma invincibile, egli possa, con un sì potente soccorso, affrontare i più grandi pericoli. Considerate la virtù ammirabile e singolare del Profeta. Un altro, soccombendo sotto il peso dei suoi dolori, avrebbe domandato che Dio li faccia cessare e lenirne la violenza e la tempesta; Davide, come un atleta coraggioso e paziente che sa che le tribolazioni esercitano la sua anima e la formano alla perfezione, non domanda a Dio di allontanare da lui le afflizioni, gli attacchi, i lavori, le fatiche, ma di accordargli in mezzo alle sue prove una parola di consolazione, perché il suo coraggio non venga a mancare … ed aggiunge con ragione: « Secondo la vostra parola, » perché il Signore stesso ha promesso il suo soccorso a coloro che combattono per il suo Nome. « Quando vi faranno comparire, non vi inquietate per come parlate, né di ciò che direte; ciò che dovete dire vi sarà dato in quell’ora stessa; perché non sarete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. » (Matth. X, 19, 20), (S. Ambr.).   

ff. 77-80. – Ma questi doni della divina misericordia non sono ancora, in questa vita di miserie e di tempeste, che una consolazione e non le gioie della beatitudine; queste gioie della beatitudine non verranno se non dopo le miserie della vita, ed anche in mezzo a queste miserie; così il Profeta aggiunge: « Che le vostre misericordie si effondano su di me ed io vivrò. » In effetti io non vivrò realmente se non quando non potrò più ridurre a niente la morte. È di questa vita che si tratta quando la Scrittura nomina puramente e semplicemente la vita, e questa vita non può concepirsi eterna e felice, come se essa meritasse solo di essere chiamata vita in confronto alla vita presente, che bisogna piuttosto chiamare una morte … ma come meriterà questa vita? « Perché la vostra legge è l’oggetto della mia meditazione. » Se questa meditazione non fosse accompagnata dalla fede che agisce per l’amore (Galat. V, 6), mai essa avrebbe il potere di far giungere alcuno a questa vita. Nessuno dunque, per aver appreso a memoria tutta la legge ed averla spesso cantata richiamandola a suo ricordo, non tacendo ciò che essa prescrive, ma non vivendo come prescrive, s’immagini di aver praticato ciò che qui dice: « Perché la vostra legge è la mia meditazione, » ed aver meritato ciò che il Profeta domandava come ricompensa per una meditazione simile. Questa meditazione è la riflessione di colui che ama ed ama talmente che l’amore di questa meditazione non si raffredda mai in lui, benché possa essere oppresso dall’iniquità altrui (S. Agost.). – Apprendiamo dunque noi stessi a meditare la legge di Dio, non lasciamoci distogliere da questa meditazione dalla seduzione e dalle preoccupazioni del mondo, ma restiamo incessantemente applicati allo studio di questa legge divina. Ma è soprattutto ai preti che questa meditazione è necessaria, come scrive San Paolo a Tito, suo discepolo:  « Il Vescovo, egli dice, deve essere legato alle verità della fede così come gli sono state insegnate, affinché sia capace di esortare secondo la sana dottrina, e convincere coloro che la combattono, » (Tito, I, 9); ciò non può essere che il frutto di una meditazione attenta e non di una lettura superficiale. Scrivendo a Timoteo, egli dice egualmente: « Applicatevi alla lettura, all’esortazione, all’istruzione … meditate queste verità, siatene sempre occupato, perché tutti vedano il vostro progresso (I Tim. IV, 13-14). È con questa lettura frequente e con questa meditazione continua che si acquisisce il dono prezioso della dottrina e della scienza (S. Ambr.). – Le persecuzioni ingiuste sono le più difficili da soffrire rispetto alle altre; sono quelle di cui ci si lamenta maggiormente, e quelle che bisogna amare di più e di cui rallegrarsi, secondo la dottrina dell’Apostolo S, Pietro (I Piet. IV, 14-16). La confusione che il Profeta augura qui ai suoi ingiusti persecutori, è il maggior bene che possa giungerne loro: questa onta salutare può divenire per essi un principio, un inizio di penitenza e di conversione. È un indizio che essi comincino a riconoscere le loro colpe e siano disposti a rinunciarvi, quando sono già capaci di arrossirne. (S. Ambr. e S. Ilar.). – « Tutti coloro che vi temono e conoscono le vostre testimonianze, si volgono verso di me. » Noi possiamo desiderare come il Profeta che coloro che temono Dio abbiano affezione per noi, ma non è il nostro vantaggio personale che bisogna cercare, ma quello di Dio. Se desideriamo che ci si ami, è affinché si passi fino a Dio e che ci si rivolga versi di Lui con un amore più grande. Ci sono persone che temono Dio, ma che non hanno alcune scienza, e non si applicano alla lettura delle Scritture, perché non le comprendono; ce ne sono altre che conoscono Dio e che forse hanno una qualche intelligenza della Scrittura, ma non temono Dio e provano con la propria vita che essi ignorano completamente ciò che sembrano avere appreso nei libri: due stati ugualmente pericolosi che si possono evitare con l’unione del timore e della scienza di Dio. « Che il mio cuore si conservi nella pratica dei vostri precetti. » Più il Re-Profeta è elevato, sia con il dono di profezia, sia dalla dignità reale, più si applica a praticare l’umiltà, insegnandoci in ciò che dobbiamo imitarlo. Egli prega Dio di rendere il suo cuore senza macchia nella pratica dei suoi comandamenti, perché in effetti, benché il suo cuore sia puro, è facilmente macchiato dal flusso immondo dei pensieri impuri. Ora, se un solo pensiero impuro può sporcare un cuore, quanto più gli atti che seguono. Guardatevi dal profanare dunque con nessun pensiero colpevole l’interno della vostra anima, per non sporcare ciò che credete avere di puro in voi. Voi lavate le vostre mani come se poteste cancellare i vostri crimini, ma non potete così facilmente lavare la vostra anima disonorata da pensieri immondi. È il cuore per primo ad essere insudiciato dal peccato, è il cuore che innanzitutto bisogna purificare. Se esso è puro, tutto il resto è puro. Ecco un’acqua torbida nel suo corso: inutilmente la pulirete dove essa ristagna, se la sorgente continua ad essere torbida. Siete dunque voi che dovete innanzitutto purificare perché tutto ciò che esce da voi, sia puro.  Il vostro cuore è la sorgente dei vostri pensieri: da questa sorgente cola l’acqua torbida dell’impurità, o l’onda chiara e limpida della castità e della pietà (S. Ambr.). – Ora, questa purezza di cuore, il Profeta sa che la troverà nell’osservanza costante dei giusti comandamenti di Dio, ed il frutto di questa fedeltà sarà il non restare confuso. In effetti, la confusione viene da una coscienza colpevole, e dall’obbrobrio che segue il peccato. Là dove non c’è confusione, non c’è peccato; e là dove non c’è peccato, l’anima resta fedele alla pratica dei comandamenti, che ha come frutto la purezza del cuore (S. Ilar.). 

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