UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XI – “QUAS PRIMAS” (2021)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: PIO XI – “QUAS PRIMAS” 2021

Oggi, in questa magnifica festa di Cristo Re, torniamo a leggere e meditare questo capolavoro magisteriale, dottrinale di S. S. Pio XI. Se non regna Cristo, regna Belial, regna Moloch, regna il principe dell’inferno, regna l’anticristo, il falso profeta e l’immonda bestia mondialista … Questa è la triste realtà che oggi stiamo sperimentando in questa nostra Italia, in questa Europa un tempo cristiana, nell’intero orbe cattolico, nelle mani di buffoni teatranti riciclati, incompetenti ignoranti in malafede, assassini laureati, professori di infamie ed inganni, magnificati da truffaldini azzeccagarbugli, filosofastri e gionalettari da strapazzo al soldo delle logge. Questa è la giusta punizione per un popolo apostata che non vuole essere guidato dal Cristo-Re e dal suo Vicario, S. S. Gregorio XVIII, che anzi è forzatamente inoperoso ed impedito prigioniero relegato in qualche anfratto o catacomba, come e peggio delle persecuzioni antiche. Un popolo che si ribella ma non ne ha la forza e la convinzione, facilmente ingannato da mercenari imbonitori e ciarlatani prezzolati, a loro volta gestiti da avide jene delle “cupole” dominanti, pronte a sbarazzarsene quando non ne avranno più bisogno e diventeranno per esse pericolosi testimoni rivelatori di occulte manovre sovversive di sfoltimento. Giusta punizione per un popolo pagano, peccatore e gaudente che tante grazie singolari, fra le Nazioni del mondo, aveva ricevuto immeritatamente. È un popolo senza futuro, erede di morte e d’eterna dannazione, ben meritata per aver rifiutato il Regno più benefico che una Nazione avesse potuto mai desiderare. Lontano da Cristo, solo lacrime, sangue, fuoco, supplizio e morte ingloriosa, prigionia di esseri infernali accaniti per l’eternità. Peggio per loro, avevano ricevuto tanti avvertimenti, richiami a tornare alla vera fede e alla vera Chiesa … tutto inutile, hanno scelto il demonio e la morte … questa toccherà loro se non tornano oggi stesso ad arruolarsi tra le file dell’esercito di Cristo onde sconfiggere i nemici infernali, scatenati per l’ultiuma battaglia che li vedrà alla fine soccombere con ignominia sotto il calcagno vergineo dell’Immacolata .. et IPSA conteret caput tuum.

[Lettera Enciclica “Quas primas” di S. S. Pio XI]

Nella prima Enciclica che, asceso al Pontificato, dirigemmo a tutti i Vescovi dell’Orbe cattolico — mentre indagavamo le cause precipue di quelle calamità da cui vedevamo oppresso e angustiato il genere umano — ricordiamo d’aver chiaramente espresso non solo che tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perché la maggior parte degli uomini avevano allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società, ma altresì che mai poteva esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni avessero negato e da loro rigettato l’impero di Cristo Salvatore. – Pertanto, come ammonimmo che era necessario ricercare la pace di Cristo nel Regno di Cristo, così annunziammo che avremmo fatto a questo fine quanto Ci era possibile; nel Regno di Cristo — diciamo — poiché Ci sembrava che non si possa più efficacemente tendere al ripristino e al rafforzamento della pace, che mediante la restaurazione del Regno di Nostro Signore. – Frattanto il sorgere e il pronto ravvivarsi di un benevolo movimento dei popoli verso Cristo e la sua Chiesa, che sola può recar salute, Ci forniva non dubbia speranza di tempi migliori; movimento tal quale s’intravedeva che molti i quali avevano disprezzato il Regno di Cristo e si erano quasi resi esuli dalla Casa del Padre, si preparavano e quasi s’affrettavano a riprendere le vie dell’obbedienza.

L’Anno Santo e il Regno di Cristo

E tutto quello che accadde e si fece, nel corso di questo Anno Santo, degno certo di perpetua memoria, forse non accrebbe l’onore e la gloria al divino Fondatore della Chiesa, nostro supremo Re e Signore? – Infatti, la Mostra Missionaria Vaticana quanto non colpì la mente e il cuore degli uomini, sia facendo conoscere il diuturno lavoro della Chiesa per la maggiore dilatazione del Regno del suo Sposo nei continenti e nelle più lontane isole dell’Oceano; sia il grande numero di regioni conquistate al cattolicesimo col sudore e col sangue dai fortissimi e invitti Missionari; sia infine col far conoscere quante vaste regioni vi siano ancora da sottomettere al soave e salutare impero del nostro Re. E quelle moltitudini che, durante questo Anno giubilare, vennero da ogni parte della terra nella città santa, sotto la guida dei loro Vescovi e sacerdoti, che altro avevano in cuore, purificate le loro anime, se non proclamarsi presso il sepolcro degli Apostoli, davanti a Noi, sudditi fedeli di Cristo per il presente e per il futuro? – E questo Regno di Cristo sembrò quasi pervaso di nuova luce allorquando Noi, provata l’eroica virtù di sei Confessori e Vergini, li elevammo agli onori degli altari. E qual gioia e qual conforto provammo nell’animo quando, nello splendore della Basilica Vaticana, promulgato il decreto solenne, una moltitudine sterminata di popolo, innalzando il cantico di ringraziamento esclamò: Tu Rex gloriæ, Christe!  – Poiché, mentre gli uomini e le Nazioni, lontani da Dio, per l’odio vicendevole e per le discordie intestine si avviano alla rovina ed alla morte, la Chiesa di Dio, continuando a porgere al genere umano il cibo della vita spirituale, crea e forma generazioni di santi e di sante a Gesù Cristo, il quale non cessa di chiamare alla beatitudine del Regno celeste coloro che ebbe sudditi fedeli e obbedienti nel regno terreno. – Inoltre, ricorrendo, durante l’Anno Giubilare, il sedicesimo secolo dalla celebrazione del Concilio di Nicea, volemmo che l’avvenimento centenario fosse commemorato, e Noi stessi lo commemorammo nella Basilica Vaticana tanto più volentieri in quanto quel Sacro Sinodo definì e propose come dogma la consustanzialità dell’Unigenito col Padre, e nello stesso tempo, inserendo nel simbolo la formula «il regno del quale non avrà mai fine», proclamò la dignità regale di Cristo. – Avendo, dunque, quest’Anno Santo concorso non in uno ma in più modi ad illustrare il Regno di Cristo, Ci sembra che faremo cosa quanto mai consentanea al Nostro ufficio apostolico, se, assecondando le preghiere di moltissimi Cardinali, Vescovi e fedeli fatte a Noi sia individualmente, sia collettivamente, chiuderemo questo stesso Anno coll’introdurre nella sacra Liturgia una festa speciale di Gesù Cristo Re. – Questa cosa Ci reca tanta gioia che Ci spinge, Venerabili Fratelli, a farvene parola; voi poi, procurerete di adattare ciò che Noi diremo intorno al culto di Gesù Cristo Re, all’intelligenza del popolo e di spiegarne il senso in modo che da questa annua solennità ne derivino sempre copiosi frutti.

Gesù Cristo è Re

Gesù Cristo Re delle menti, delle volontà e dei cuori

Da gran tempo si è usato comunemente di chiamare Cristo con l’appellativo di Re per il sommo grado di eccellenza, che ha in modo sovreminente fra tutte le cose create. In tal modo, infatti, si dice che Egli regna nelle menti degli uomini non solo per l’altezza del suo pensiero e per la vastità della sua scienza, ma anche perché Egli è Verità ed è necessario che gli uomini attingano e ricevano con obbedienza da Lui la verità; similmente nelle volontà degli uomini, sia perché in Lui alla santità della volontà divina risponde la perfetta integrità e sottomissione della volontà umana, sia perché con le sue ispirazioni influisce sulla libera volontà nostra in modo da infiammarci verso le più nobili cose. Infine Cristo è riconosciuto Re dei cuori per quella sua carità che sorpassa ogni comprensione umana (Supereminentem scientiæ caritatem) e per le attrattive della sua mansuetudine e benignità: nessuno infatti degli uomini fu mai tanto amato e mai lo sarà in avvenire quanto Gesù Cristo. Ma per entrare in argomento, tutti debbono riconoscere che è necessario rivendicare a Cristo Uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di Re; infatti soltanto in quanto è Uomo si può dire che abbia ricevuto dal Padre la potestà, l’onore e il regno, perché come Verbo di Dio, essendo della stessa sostanza del Padre, non può non avere in comune con il Padre ciò che è proprio della divinità, e per conseguenza Egli su tutte le cose create ha il sommo e assolutissimo impero.

La Regalità di Cristo nei libri dell’Antico Testamento.

E non leggiamo infatti spesso nelle Sacre Scritture che Cristo è Re ? Egli invero è chiamato il Principe che deve sorgere da Giacobbe,, eche dal Padre è costituito Re sopra il Monte santo di Sion, che riceverà le genti in eredità e avrà in possesso i confini della terra. Il salmo nuziale, col quale sotto l’immagine di un re ricchissimo e potentissimo viene preconizzato il futuro Re d’Israele, ha queste parole: «II tuo trono, o Dio, sta per sempre, in eterno: scettro di rettitudine è il tuo scettro reale». – E per tralasciare molte altre testimonianze consimili, in un altro luogo per lumeggiare più chiaramente i caratteri del Cristo, si preannunzia che il suo Regno sarà senza confini ed arricchito coi doni della giustizia e della pace: «Fiorirà ai suoi giorni la Giustizia e somma pace… Dominerà da un mare all’altro, e dal fiume fino alla estremità della terra». A questa testimonianza si aggiungono in modo più ampio gli oracoli dei Profeti e anzitutto quello notissimo di Isaia: «Ci è nato un bimbo, ci fu dato un figlio: e il principato è stato posto sulle sue spalle e sarà chiamato col nome di Ammirabile, Consigliere, Dio forte, Padre del secolo venturo, Principe della pace. Il suo impero crescerà, e la pace non avrà più fine. Sederà sul trono di Davide e sopra il suo regno, per stabilirlo e consolidarlo nel giudizio e nella giustizia, da ora ed in perpetuo». E gli altri Profeti non discordano da Isaia: così Geremia, quando predice che nascerà dalla stirpe di Davide il “Rampollo giusto” che qual figlio di Davide «regnerà e sarà sapiente e farà valere il diritto e la giustizia sulla terra»; così Daniele che preannunzia la costituzione di un regno da parte del Re del cielo, regno che «non sarà mai in eterno distrutto… ed esso durerà in eterno» e continua: «Io stavo ancora assorto nella visione notturna, quand’ecco venire in mezzo alle nuvole del cielo uno con le sembianze del figlio dell’uomo che si avanzò fino al Vegliardo dai giorni antichi, e davanti a lui fu presentato. E questi gli conferì la potestà, l’onore e il regno; tutti i popoli, le tribù e le lingue serviranno a lui; la sua potestà sarà una potestà eterna che non gli sarà mai tolta, e il suo regno, un regno che non sarà mai distrutto». E gli scrittori dei santi Vangeli non accettano e riconoscono come avvenuto quanto è predetto da Zaccaria intorno al Re mansueto il quale «cavalcando sopra un’asina col suo piccolo asinello» era per entrare in Gerusalemme, qual giusto e salvatore fra le acclamazioni delle turbe?

Gesù Cristo si è proclamato Re

Del resto questa dottrina intorno a Cristo Re, che abbiamo sommariamente attinto dai libri del Vecchio Testamento, non solo non viene meno nelle pagine del Nuovo, ma anzi vi è confermata in modo splendido e magnifico. E qui, appena accennando all’annunzio dell’arcangelo da cui la Vergine viene avvisata che doveva partorire un figlio, al quale Iddio avrebbe dato la sede di David, suo padre, e che avrebbe regnato nella Casa di Giacobbe in eterno e che il suo Regno non avrebbe avuto fine  vediamo che Cristo stesso dà testimonianza del suo impero: infatti, sia nel suo ultimo discorso alle turbe, quando parla dei premi e delle pene, riservate in perpetuo ai giusti e ai dannati; sia quando risponde al Preside romano che pubblicamente gli chiedeva se fosse Re, sia quando risorto affida agli Apostoli l’ufficio di ammaestrare e battezzare tutte le genti, colta l’opportuna occasione, si attribuì il nome di Re, e pubblicamente confermò di essere Re  e annunziò solennemente a Lui era stato dato ogni potere in cielo e in terra. E con queste parole che altro si vuol significare se non la grandezza della potestà e l’estensione immensa del suo Regno? – Non può dunque sorprenderci se Colui che è detto da Giovanni «Principe dei Re della terra», porti, come apparve all’Apostolo nella visione apocalittica «scritto sulla sua veste e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti». Da quando l’eterno Padre costituì Cristo erede universale, è necessario che Egli regni finché riduca, alla fine dei secoli, ai piedi del trono di Dio tutti i suoi nemici. – Da questa dottrina dei sacri libri venne per conseguenza che la Chiesa, regno di Cristo sulla terra, destinato naturalmente ad estendersi a tutti gli uomini e a tutte le nazioni, salutò e proclamò nel ciclo annuo della Liturgia il suo autore e fondatore quale Signore sovrano e Re dei re, moltiplicando le forme della sua affettuosa venerazione. Essa usa questi titoli di onore esprimenti nella bella varietà delle parole lo stesso concetto; come già li usò nell’antica salmodia e negli antichi Sacramentari, così oggi li usa nella pubblica ufficiatura e nell’immolazione dell’Ostia immacolata. In questa laude perenne a Cristo Re, facilmente si scorge la bella armonia fra il nostro e il rito orientale in guisa da render manifesto, anche in questo caso, che «le norme della preghiera fissano i principi della fede». Ben a proposito Cirillo Alessandrino, a mostrare il fondamento di questa dignità e di questo potere, avverte che «egli ottiene, per dirla brevemente, la potestà su tutte le creature, non carpita con la violenza né da altri ricevuta, ma la possiede per propria natura ed essenza»; cioè il principato di Cristo si fonda su quella unione mirabile che è chiamata unione ipostatica. Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cioè che per il solo fatto dell’unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature. – Eppure che cosa più soave e bella che il pensare che Cristo regna su di noi non solamente per diritto di natura, ma anche per diritto di conquista, in forza della Redenzione? Volesse Iddio che gli uomini immemori ricordassero quanto noi siamo costati al nostro Salvatore: «Non a prezzo di cose corruttibili, di oro o d’argento siete stati riscattati… ma dal Sangue prezioso di Cristo, come di agnello immacolato e incontaminato». Non siamo dunque più nostri perché Cristo ci ha ricomprati col più alto prezzo: i nostri stessi corpi sono membra di Cristo.

Natura e valore del Regno di Cristo

Volendo ora esprimere la natura e il valore di questo principato, accenniamo brevemente che esso consta di una triplice potestà, la quale se venisse a mancare, non si avrebbe più il concetto d’un vero e proprio principato. – Le testimonianze attinte dalle Sacre Lettere circa l’impero universale del nostro Redentore, provano più che a sufficienza quanto abbiamo detto; ed è dogma di fede che Gesù Cristo è stato dato agli uomini quale Redentore in cui debbono riporre la loro fiducia, ed allo stesso tempo come legislatore a cui debbono obbedire. – I santi Evangeli non soltanto narrano come Gesù abbia promulgato delle leggi, ma lo presentano altresì nell’atto stesso di legiferare; e il divino Maestro afferma, in circostanze e con diverse espressioni, che chiunque osserverà i suoi comandamenti darà prova di amarlo e rimarrà nella sua carità . Lo stesso Gesù davanti ai Giudei, che lo accusavano di aver violato il sabato con l’aver ridonato la sanità al paralitico, afferma che a Lui fu dal Padre attribuita la potestà giudiziaria: «Il Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso al Figlio ogni giudizio». Nel che è compreso pure il diritto di premiare e punire gli uomini anche durante la loro vita, perché ciò non può disgiungersi da una propria forma di giudizio. Inoltre la potestà esecutiva si deve parimenti attribuire a Gesù Cristo, poiché è necessario che tutti obbediscano al suo comando, e nessuno può sfuggire ad esso e alle sanzioni da lui stabilite.

Regno principalmente spirituale

Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia sopra riferiti, e ce lo conferma Gesù Cristo stesso col suo modo di agire. – In varie occasioni, infatti, quando i Giudei e gli stessi Apostoli credevano per errore che il Messia avrebbe reso la libertà al popolo ed avrebbe ripristinato il regno di Israele, egli cercò di togliere e abbattere questa vana attesa e speranza; e così pure quando stava per essere proclamato Re dalla moltitudine che, presa di ammirazione, lo attorniava, Egli rifiutò questo titolo e questo onore, ritirandosi e nascondendosi nella solitudine; finalmente davanti al Preside romano annunciò che il suo Regno “non è di questo mondo”. – Questo Regno nei Vangeli viene presentato in tal modo che gli uomini debbano prepararsi ad entrarvi per mezzo della penitenza, e non possano entrarvi se non per la fede e per il Battesimo, il quale benché sia un rito esterno, significa però e produce la rigenerazione interiore. Questo Regno è opposto unicamente al regno di Satana e alla “potestà delle tenebre”, e richiede dai suoi sudditi non solo l’animo distaccato dalle ricchezze e dalle cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la loro croce. Avendo Cristo come Redentore costituita con il suo sangue la Chiesa, e come Sacerdote offrendo se stesso in perpetuo quale ostia di propiziazione per i peccati degli uomini, chi non vede che la regale dignità di Lui riveste il carattere spirituale dell’uno e dell’altro ufficio?

Regno universale e sociale

D’altra parte sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio. Tuttavia, finché fu sulla terra si astenne completamente dall’esercitare tale potere, e come una volta disprezzò il possesso e la cura delle cose umane, così permise e permette che i possessori debitamente se ne servano. A questo proposito ben si adattano queste parole: «Non toglie il trono terreno Colui che dona il regno eterno dei cieli». Pertanto il dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini, come affermano queste parole del Nostro Predecessore di immortale memoria Leone XIII, che Noi qui facciamo Nostre: «L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni Ce li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo». – Né v’è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salute privata e pubblica: «Né in alcun altro è salute, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale abbiamo da essere salvati», è lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati: «poiché il benessere della società non ha origine diversa da quello dell’uomo, la società non essendo altro che una concorde moltitudine di uomini». – Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l’incolumità del loro potere, l’incremento e il progresso della patria. Difatti sono quanto mai adatte e opportune al momento attuale quelle parole che all’inizio del Nostro pontificato Noi scrivemmo circa il venir meno del principio di autorità e del rispetto alla pubblica potestà: «Allontanato, infatti — così lamentavamo — Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l’autorità appare senz’altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v’è ragione per cui uno debba comandare e l’altro obbedire. Dal che è derivato un generale turbamento della società, la quale non poggia più sui suoi cardini naturali».

Regno benefico

Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l’intero consorzio umano. La regale dignità di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l’autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza. – In questo senso l’Apostolo Paolo, inculcando alle spose e ai servi di rispettare Gesù Cristo nel loro rispettivo marito e padrone, ammoniva chiaramente che non dovessero obbedire ad essi come ad uomini ma in quanto tenevano le veci di Cristo, poiché sarebbe stato sconveniente che gli uomini, redenti da Cristo, servissero ad altri uomini: «Siete stati comperati a prezzo; non diventate servi degli uomini». Che se i principi e i magistrati legittimi saranno persuasi che si comanda non tanto per diritto proprio quanto per mandato del Re divino, si comprende facilmente che uso santo e sapiente essi faranno della loro autorità, e quale interesse del bene comune e della dignità dei sudditi prenderanno nel fare le leggi e nell’esigerne l’esecuzione. – In tal modo, tolta ogni causa di sedizione, fiorirà e si consoliderà l’ordine e la tranquillità: ancorché, infatti, il cittadino riscontri nei principi e nei capi di Stato uomini simili a lui o per qualche ragione indegni e vituperevoli, non si sottrarrà tuttavia al loro comando qualora egli riconosca in essi l’immagine e l’autorità di Cristo Dio e Uomo. – Per quello poi che si riferisce alla concordia e alla pace, è manifesto che quanto più vasto è il regno e più largamente abbraccia il genere umano, tanto più gli uomini diventano consapevoli di quel vincolo di fratellanza che li unisce. E questa consapevolezza come allontana e dissipa i frequenti conflitti, così ne addolcisce e ne diminuisce le amarezze. E se il regno di Cristo, come di diritto abbraccia tutti gli uomini, cosi di fatto veramente li abbracciasse, perché dovremmo disperare di quella pace che il Re pacifico portò in terra, quel Re diciamo che venne «per riconciliare tutte le cose, che non venne per farsi servire, ma per servire gli altri”» e che, pur essendo il Signore di tutti, si fece esempio di umiltà, e questa virtù principalmente inculcò insieme con la carità e disse inoltre: «II mio giogo è soave e il mio peso leggero?». – Oh, di quale felicità potremmo godere se gli individui, le famiglie e la società si lasciassero governare da Cristo! «Allora veramente, per usare le parole che il Nostro Predecessore Leone XIII venticinque anni fa rivolgeva a tutti i Vescovi dell’orbe cattolico, si potrebbero risanare tante ferite, allora ogni diritto riacquisterebbe l’antica forza, tornerebbero i beni della pace, cadrebbero dalle mani le spade, quando tutti volentieri accettassero l’impero di Cristo, gli obbedissero, ed ogni lingua proclamasse che nostro Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre».

La Festa di Cristo Re

Scopo della festa di Cristo Re

E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun’altra cosa possa maggiormente giovare quanto l’istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re. – Infatti, più che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico, hanno efficacia nell’informare il popolo nelle cose della fede e nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festività dei sacri misteri, poiché i documenti, il più delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta sola parlano, queste invece, per così dire, ogni anno e in perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente, queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l’uomo insomma. Invero, essendo l’uomo composto di anima e di corpo, ha bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennità in modo che, attraverso la varietà e la bellezza dei sacri riti, accolga nell’animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e sangue, faccia si che essi servano al progresso della sua vita spirituale. – D’altra parte si ricava da documenti storici che tali festività, col decorso dei secoli, vennero introdotte una dopo l’altra, secondo che la necessità o l’utilità del popolo cristiano sembrava richiederlo; come quando fu necessario che il popolo venisse rafforzato di fronte al comune pericolo, o venisse difeso dagli errori velenosi degli eretici, o incoraggiato più fortemente e infiammato a celebrare con maggiore pietà qualche mistero della fede o qualche beneficio della grazia divina. Così fino dai primi secoli dell’era cristiana, venendo i fedeli acerbamente perseguitati, si cominciò con sacri riti a commemorare i Martiri, affinché — come dice Sant’Agostino — le solennità dei Martiri fossero d’esortazione al martirio. E gli onori liturgici, che in seguito furono tributati ai Confessori, alle Vergini e alle Vedove, servirono meravigliosamente ad eccitare nei fedeli l’amore alle virtù, necessarie anche in tempi di pace. – E specialmente le festività istituite in onore della Beata Vergine fecero sì che il popolo cristiano non solo venerasse con maggior pietà la Madre di Dio, sua validissima protettrice, ma si accendesse altresì di più forte amore verso la Madre celeste, che il Redentore gli aveva lasciato quasi per testamento. Tra i benefici ottenuti dal culto pubblico e liturgico verso la Madre di Dio e i Santi del Cielo non ultimo si deve annoverare questo: che la Chiesa, in ogni tempo, poté vittoriosamente respingere la peste delle eresie e degli errori. – In tale ordine di cose dobbiamo ammirare i disegni della divina Provvidenza, la quale, come suole dal male ritrarre il bene, così permise che di quando in quando la fede e la pietà delle genti diminuissero, o che le false teorie insidiassero la verità cattolica, con questo esito però, che questa risplendesse poi di nuovo splendore, e quelle, destatesi dal letargo, tendessero a cose maggiori e più sante. – Ed invero le festività che furono accolte nel corso dell’anno liturgico in tempi a noi vicini, ebbero uguale origine e produssero identici frutti. Così, quando erano venuti meno la riverenza e il culto verso l’augusto Sacramento, fu istituita la festa del Corpus Domini, e si ordinò che venisse celebrata in modo tale che le solenni processioni e le preghiere da farsi per tutto l’ottavario richiamassero le folle a venerare pubblicamente il Signore; così la festività del Sacro Cuore di Gesù fu introdotta quando gli animi degli uomini, infiacchiti e avviliti per il freddo rigorismo dei giansenisti, erano del tutto agghiacciati e distolti dall’amore di Dio e dalla speranza della eterna salvezza. – Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società.

Il “laicismo”

La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell’irreligione e nel disprezzo di Dio stesso. – I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica Ubi arcano Dei e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; l’intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell’amor patrio; le discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e smoderato egoismo sì largamente diffuso, il quale, tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l’unione e la stabilità delle famiglie infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina. – Ci sorregge tuttavia la buona speranza che l’annuale festa di Cristo Re, che verrà in seguito celebrata, spinga la società, com’è nel desiderio di tutti, a far ritorno all’amatissimo nostro Salvatore. Accelerare e affrettare questo ritorno con l’azione e con l’opera loro sarebbe dovere dei Cattolici, dei quali, invero, molti sembra non abbiano nella civile convivenza quel posto né quell’autorità, che s’addice a coloro che portano innanzi a sé la fiaccola della verità. – Tale stato di cose va forse attribuito all’apatia o alla timidezza dei buoni, i quali si astengono dalla lotta o resistono fiaccamente; da ciò i nemici della Chiesa traggono maggiore temerità e audacia. Ma quando i fedeli tutti comprendano che debbono militare con coraggio e sempre sotto le insegne di Cristo Re, con ardore apostolico si studieranno di ricondurre a Dio i ribelli e gl’ignoranti, e si sforzeranno di mantenere inviolati i diritti di Dio stesso.

La preparazione storica della festa di Cristo Re

E chi non vede che fino dagli ultimi anni dello scorso secolo si preparava meravigliosamente la via alla desiderata istituzione di questo giorno festivo? Nessuno infatti ignora come, con libri divulgati nelle varie lingue di tutto il mondo, questo culto fu sostenuto e sapientemente difeso; come pure il principato e il regno di Cristo fu ben riconosciuto colla pia pratica di dedicare e consacrare tutte le famiglie al Sacratissimo Cuore di Gesù. E non soltanto famiglie furono consacrate, ma altresì nazioni e regni; anzi, per volere di Leone XIII, tutto il genere umano, durante l’Anno Santo 1900, fu felicemente consacrato al Divin Cuore. – Né si deve passar sotto silenzio che a confermare questa regale potestà di Cristo sul consorzio umano meravigliosamente giovarono i numerosissimi Congressi eucaristici, che si sogliono celebrare ai nostri tempi; essi, col convocare i fedeli delle singole diocesi, delle regioni, delle nazioni e anche tutto l’orbe cattolico, a venerare e adorare Gesù Cristo Re nascosto sotto i veli eucaristici, tendono, mediante discorsi nelle assemblee e nelle chiese, mediante le pubbliche esposizioni del Santissimo Sacramento, mediante le meravigliose processioni ad acclamare Cristo quale Re dato dal cielo. – A buon diritto si direbbe che il popolo cristiano, mosso da ispirazione divina, tratto dal silenzio e dal nascondimento dei sacri templi, e portato per le pubbliche vie a guisa di trionfatore quel medesimo Gesù che, venuto nel mondo, gli empi non vollero riconoscere, voglia ristabilirlo nei suoi diritti regali. – E per vero ad attuare il Nostro divisamento sopra accennato, l’Anno Santo che volge alla fine Ci porge la più propizia occasione, poiché Dio benedetto, avendo sollevato la mente e il cuore dei fedeli alla considerazione dei beni celesti che superano ogni gaudio, o li ristabilì in grazia e li confermò nella retta via e li avviò con nuovi incitamenti al conseguimento della perfezione. – Perciò, sia che consideriamo le numerose suppliche a Noi rivolte, sia che consideriamo gli avvenimento di questo Anno Santo, troviamo argomento a pensare che finalmente è spuntato il giorno desiderato da tutti, nel quale possiamo annunziare che si deve onorare con una festa speciale Cristo quale Re di tutto il genere umano. – In quest’anno infatti, come dicemmo sin da principio, quel Re divino veramente ammirabile nei suoi Santi, è stato magnificato in modo glorioso con la glorificazione di una nuova schiera di suoi fedeli elevati agli onori celesti; parimenti in questo anno per mezzo dell’Esposizione Missionaria tutti ammirarono i trionfi procurati a Cristo per lo zelo degli operai evangelici nell’estendere il suo Regno; finalmente in questo medesimo anno con la centenaria ricorrenza del Concilio Niceno, commemorammo la difesa e la definizione del dogma della consustanzialità del Verbo incarnato col Padre, sulla quale si fonda l’impero sovrano del medesimo Cristo su tutti i popoli.

L’istituzione della festa di Cristo Re

Pertanto, con la Nostra apostolica autorità istituiamo la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re, stabilendo che sia celebrata in tutte le parti della terra l’ultima domenica di ottobre, cioè la domenica precedente la festa di tutti i Santi. Similmente ordiniamo che in questo medesimo giorno, ogni anno, si rinnovi la consacrazione di tutto il genere umano al Cuore santissimo di Gesù, che il Nostro Predecessore di santa memoria Pio X aveva comandato di ripetere annualmente. – In quest’anno però, vogliamo che sia rinnovata il giorno trentuno di questo mese, nel quale Noi stessi terremo solenne pontificale in onore di Cristo Re e ordineremo che la detta consacrazione si faccia alla Nostra presenza. Ci sembra che non possiamo meglio e più opportunamente chiudere e coronare 1’Anno Santo, né rendere più ampia testimonianza della Nostra gratitudine a Cristo, Re immortale dei secoli, e di quella di tutti i cattolici per i beneficî fatti a Noi, alla Chiesa e a tutto l’Orbe cattolico durante quest’Anno Santo. – E non fa bisogno, Venerabili Fratelli, che vi esponiamo a lungo i motivi per cui abbiamo istituito la solennità di Cristo Re distinta dalle altre feste, nelle quali sembrerebbe già adombrata e implicitamente solennizzata questa medesima dignità regale. – Basta infatti avvertire che mentre l’oggetto materiale delle attuali feste di nostro Signore è Cristo medesimo, l’oggetto formale, però, in esse si distingue del tutto dal nome della potestà regale di Cristo. La ragione, poi, per cui volemmo stabilire questa festa in giorno di domenica, è perché non solo il Clero con la celebrazione della Messa e la recita del divino Officio, ma anche il popolo, libero dalle consuete occupazioni, rendesse a Cristo esimia testimonianza della sua obbedienza e della sua devozione. – Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti. – Pertanto questo sia il vostro ufficio, o Venerabili Fratelli, questo il vostro compito di far sì che si premetta alla celebrazione di questa festa annuale, in giorni stabiliti, in ogni parrocchia, un corso di predicazione, in guisa che i fedeli ammaestrati intorno alla natura, al significato e all’importanza della festa stessa, intraprendano un tale tenore di vita, che sia veramente degno di coloro che vogliono essere sudditi affezionati e fedeli del Re divino.

I vantaggi della festa di Cristo Re

Giunti al termine di questa Nostra lettera Ci piace, o Venerabili Fratelli, spiegare brevemente quali vantaggi in bene sia della Chiesa e della società civile, sia dei singoli fedeli, Ci ripromettiamo da questo pubblico culto verso Cristo Re. – Col tributare questi onori alla dignità regia di nostro Signore, si richiamerà necessariamente al pensiero di tutti che la Chiesa, essendo stata stabilita da Cristo come società perfetta, richiede per proprio diritto, a cui non può rinunziare, piena libertà e indipendenza dal potere civile, e che essa, nell’esercizio del suo divino ministero di insegnare, reggere e condurre alla felicità eterna tutti coloro che appartengono al Regno di Cristo, non può dipendere dall’altrui arbitrio. – Di più, la società civile deve concedere simile libertà a quegli ordini e sodalizi religiosi d’ambo i sessi, i quali, essendo di validissimo aiuto alla Chiesa e ai suoi pastori, cooperano grandemente all’estensione e all’incremento del regno di Cristo, sia perché con la professione dei tre voti combattono la triplice concupiscenza del mondo, sia perché con la pratica di una vita di maggior perfezione, fanno sì che quella santità, che il divino Fondatore volle fosse una delle note della vera Chiesa, risplenda di giorno in giorno vieppiù innanzi agli occhi di tutti. – La celebrazione di questa festa, che si rinnova ogni anno, sarà anche d’ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamerà al pensiero del giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla società o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la sua regale dignità che la società intera si uniformi ai divini comandamenti e ai principî cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia nell’amministrare la giustizia, sia finalmente nell’informare l’animo dei giovani alla santa dottrina e alla santità dei costumi. – Inoltre non è a dire quanta forza e virtù potranno i fedeli attingere dalla meditazione di codeste cose, allo scopo di modellare il loro animo alla vera regola della vita cristiana. – Poiché se a Cristo Signore è stata data ogni potestà in cielo e in terra; se tutti gli uomini redenti con il Sangue suo prezioso sono soggetti per un nuovo titolo alla sua autorità; se, infine, questa potestà abbraccia tutta l’umana natura, chiaramente si comprende, che nessuna delle nostre facoltà si sottrae a tanto impero.

Conclusione

Cristo regni!

È necessario, dunque, che Egli regni nella mente dell’uomo, la quale con perfetta sottomissione, deve prestare fermo e costante assenso alle verità rivelate e alla dottrina di Cristo; che regni nella volontà, la quale deve obbedire alle leggi e ai precetti divini; che regni nel cuore, il quale meno apprezzando gli affetti naturali, deve amare Dio più d’ogni cosa e a Lui solo stare unito; che regni nel corpo e nelle membra, che, come strumenti, o al dire dell’Apostolo Paolo, come “armi di giustizia”  offerte a Dio devono servire all’interna santità delle anime. Se coteste cose saranno proposte alla considerazione dei fedeli, essi più facilmente saranno spinti verso la perfezione. – Faccia il Signore, Venerabili Fratelli, che quanti sono fuori del suo regno, bramino ed accolgano il soave giogo di Cristo, e tutti, quanti siamo, per sua misericordia, suoi sudditi e figli, lo portiamo non a malincuore ma con piacere, ma con amore, ma santamente, e che dalla nostra vita conformata alle leggi del Regno divino raccogliamo lieti ed abbondanti frutti, e ritenuti da Cristo quali servi buoni e fedeli diveniamo con Lui partecipi nel Regno celeste della sua eterna felicità e gloria. – Questo nostro augurio nella ricorrenza del Natale di nostro Signore Gesù Cristo sia per voi, o Venerabili Fratelli, un attestato del Nostro affetto paterno; e ricevete l’Apostolica Benedizione, che in auspicio dei divini favori impartiamo ben di cuore a voi, o Venerabili Fratelli, e a tutto il popolo vostro.

[Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 11 Dicembre dell’Anno Santo 1925, quarto del Nostro Pontificato.]

DOMENICA DI CRISTO RE (2021)

DOMENICA DI CRISTO RE (2021)

Messa della DOMENICA DI CRISTO RE (2021)

DÒMINE Iesu Christe, te confiteor Regem universàlem. Omnia, quæ facta sunt, prò te sunt creata. Omnia iura tua exérce in me. Rénovo vota Baptismi abrenùntians sàtanæ eiùsque pompis et opéribus et promitto me victùrum ut bonum christiànum. Ac, potissimum me óbligo operàri quantum in me est, ut triùmphent Dei iura tuæque Ecclèsiæ. Divinum Cor Iesu, óffero tibi actiones meas ténues ad obtinéndum, ut corda omnia agnóscant tuam sacram Regalitàtem et ita tuæ pacis regnum stabiliàtur in toto terràrum orbe. Amen.

DOMENICA In festo Domino nostro Jesu Christi Regis ~ I. classisL’ULTIMA DOMENICA D’OTTOBRE

Festa del Cristo Re.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di prima classe. – Paramenti bianchi.

La festa del Cristo Re, per quanto d’istituzione recente, perché stabilita da Pio XI nel dicembre 1925, ha le sue più profonde radici nella Scrittura, nel dogma e nella liturgia. Merita, a questo riguardo d’esser riportato qui integralmente in versione italiana dall’ebraico, il famoso salmo messianico, che nel Salterio reca il n. 2. Il salmista comincia dal descrivere la congiura di popoli e governanti contro il Messia, cioè il Cristo:

A che prò si agitano le genti

e le nazioni brontolano vanamente?

Si sollevano i re della terra

e i principi congiurano insieme

contro Dio ed il suo Messia:

« Spezziamo i loro legami

e scotiamo da noi le loro catene ».

Popoli e governanti considerano come legami e catene intollerabili i precetti divini e cercano di ribellarvisi: tentativo ridicolo, conati di impotenti contro l’Onnipotente:

Chi siede nei cieli ne ride,

il Signore se ne fa beffe.

Poi loro parla con ira

e col suo sdegno li sgomenta.

Dio stesso dichiara che il Re da Lui costituito su tutto il mondo è il Messia:

« Ho consacrato io il mio Re,

(l’ho consacrato) sul Sion, il sacro mio monte »..

Alla sua volta il Cristo Re dichiara:

« Promulgherò il divino decreto.

Dio m’ha detto: Tu sei il mio Figlio;

Io quest’oggi t’ho generato.

Chiedi a me e ti darò in possesso le genti

e in tuo dominio i confini della terra.

Li governerai con scettro di ferro,

quali vasi di creta li frantumerai ».

Il Salmista conchiude, rivolgendo un caldo appello al governanti:

Or dunque, o re, fate senno:

ravvedetevi, o governanti della terra!

Soggettatevi a Dio con timore

e baciategli i piedi con tremore;

affinché non si adiri e voi siate perduti,

per poco che divampi l’ira sua.

Felici quelli che ricorrono a Lui!

(Trad. Vaccari)

Un altro salmo, il più celebre di tutto il salterio, insiste sugli stessi concetti: regalità del Cristo, il quale, nello stesso tempo che Re dei secoli, è anche sacerdote in eterno; ribellione di re e popoli contro il Cristo; trionfo finale, schiacciante ed assoluto del Cristo sui propri nemici:

Responso del Signore (Dio) al mio Signore (il Cristo):

« Siedi alla mia destra,

finché io faccia dei tuoi nemici

lo sgabello dei tuoi piedi ».

Da Sionne stenderà il Signore

lo scettro di tua potenza;

impera sui tuoi nemici…

Il Signore ha giurato e non se ne pentirà;

« Tu sei sacerdote in eterno

alla guisa di Melchisedecco…».

(Ps. CIX).

Attraverso queste espressioni metaforiche ed orientali infravediamo delle grandi verità religiose e storiche: la dignità assolutamente regale e sacerdotale del Cristo; i suoi diritti, per generazione divina e per la redenzione del genere umano (vedi Merc. Santo, lez. di Isaia, c. LIII 1-12); la signoria di tutto il mondo (vedi Fil. II, 5-11); la feroce guerra mossa al Cristo dagli avversari in tutto ciò che sa di religioso e particolarmente di cristiano; la vittoria del Cristo Re. Venti secoli di storia cristiana dicono eloquentemente quanto siasi già avverata la Scrittura. Da Erode, cosi detto il Grande, che s’adombra del Cristo bambino, a Caifa, che paventa per la sua nazione, e Pilato, che teme per la sua sedia curule, ai Giudei, uccisori del Cristo e persecutori degli Apostoli, agli imperatori romani, che ad intervalli perseguitano la Chiesa per oltre due secoli, fino alle moderne rivoluzioni, che tutte si accaniscono anzitutto e soprattutto contro la Chiesa, è una lunga incessante storia di ribellioni di popoli e principi contro Dio ed il Cristo Re. Se guardiamo semplicemente al nostro secolo, alla persecuzione sanguinosa dei Boxer contro i Cattolici cinesi, alle persecuzioni del Messico, a quelle di quasi tutta l’Europa, dalla Russia alla Spagna, che guerra al Cristo Re! È fatale; ma altrettanto fatale la vittoria del Cristo. Ai suoi discepoli il Cristo Re dice: Confidate: io ho vinto il mondo (Giov., XVI, 33). Ai suoi nemici: Chiunque cadrà su questa pietra sarà spezzato; e colui sul quale la pietra cadrà sarà stritolato, Luc. XX,18). Per impartirci tale dottrina « un’annua solennità è più efficace di tutti i documenti ecclesiastici, anche i più gravi» (Pio XI, enciclica 11 dic. 1925). La festa di oggi è una grande lezione per tutti: lezione specialmente di illimitata fiducia pei veri fedeli: Felici quelli che ricorrono a Lui (al Cristo Re). Lezione anche di devoto, generoso servizio sotto il vessillo del Cristo Re. La Messa odierna ricorda soprattutto la gloria tributata al Cristo Re dai beati del Cielo (Introito); il regno del Figlio Unigenito, ed il suo primato assoluto in tutto e su tutto (Epistola); quel regno celeste che Gesù ha rivendicato davanti a Pilato, il quale non credeva che al proprio grado e stipendio (Vangelo). il Prefazio canta le caratteristiche sublimi del regno del Cristo.  – Gesù-Cristo è il Verbo creatore, è l’Uomo-Dio seduto alla destra del Padre, è il nostro Salvatore. Sono questi i tre titoli di regalità.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem, et divinitátem, et sapiéntiam, et fortitúdinem, et honórem. Ipsi glória et impérium in sǽcula sæculórum.

[L’Agnello che fu sacrificato è degno di ricevere potenza, ricchezza, sapienza, forza, onore, gloria e lode; a Lui sia per sempre data gloria e impero, per …]
Ps LXXI: 1
Deus, iudícium tuum Regi da: et iustítiam tuam Fílio Regis.

[Dio, da al Re il tuo giudizio, ed al Figlio del Re la tua giustizia] –


Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem, et divinitátem, et sapiéntiam, et fortitúdinem, et honórem. Ipsi glória et impérium in sǽcula sæculórum…

[L’Agnello che fu sacrificato è degno di ricevere potenza, ricchezza, sapienza. Forza, onore, gloria e lode; a Lui sia per sempre data gloria e impero, per …]

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui in dilécto Fílio tuo, universórum Rege, ómnia instauráre voluísti: concéde propítius; ut cunctæ famíliæ géntium, peccáti vúlnere disgregátæ, eius suavissímo subdántur império: Qui tecum …

[Dio onnipotente ed eterno, che ponesti al vertice di tutte le cose il tuo diletto Figlio, Re dell’universo, concedi propizio che la grande famiglia delle nazioni, disgregata per la ferita del peccato, si sottometta al tuo soavissimo impero: Egli che …].

Commemoratio Dominica XXIII Post Pentecosten I. Novembris

Absólve, quǽsumus, Dómine, tuórum delícta populórum: ut a peccatórum néxibus, quæ pro nostra fragilitáte contráximus, tua benignitáte liberémur.

[Perdona, o Signore, Te ne preghiamo, i delitti del tuo popolo: affinché dai vincoli del peccato, contratti per lo nostra fragilità, siamo liberati per la tua misericordia.]

Orémus.

Largíre, quǽsumus, Dómine, fidélibus tuis indulgéntiam placátus et pacem: ut páriter ab ómnibus mundéntur offénsis, et secúra tibi mente desérviant.

[Largisci placato, Te ne preghiamo, o Signore, il perdono e la pace ai tuoi fedeli: affinché siano mondati da tutti i peccati e Ti servano con tranquilla coscienza].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col 1: 12-20
Fratres: Grátias ágimus Deo Patri, qui dignos nos fecit in partem sortis sanctórum in lúmine: qui erípuit nos de potestáte tenebrárum, et tránstulit in regnum Fílii dilectiónis suæ, in quo habémus redemptiónem per sánguinem ejus, remissiónem peccatórum: qui est imágo Dei invisíbilis, primogénitus omnis creatúra: quóniam in ipso cóndita sunt univérsa in cœlis et in terra, visibília et invisibília, sive Throni, sive Dominatiónes, sive Principátus, sive Potestátes: ómnia per ipsum, et in ipso creáta sunt: et ipse est ante omnes, et ómnia in ipso constant. Et ipse est caput córporis Ecclésiæ, qui est princípium, primogénitus ex mórtuis: ut sit in ómnibus ipse primátum tenens; quia in ipso complácuit omnem plenitúdinem inhabitáre; et per eum reconciliáre ómnia in ipsum, pacíficans per sánguinem crucis ejus, sive quæ in terris, sive quæ in cœlis sunt, in Christo Jesu Dómino nostro.

[Fratelli, ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di Lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.]

Graduale

Ps LXXI: 8; LXXVIII: 11
Dominábitur a mari usque ad mare, et a flúmine usque ad términos orbis terrárum.

[Egli dominerà da un mare all’altro, dal fiume fino all’estremità della terra]

V. Et adorábunt eum omnes reges terræ: omnes gentes sérvient ei.

[Tutti i re Gli si prostreranno dinanzi, tutte le genti Lo serviranno].

Alleluja

Allelúja, allelúja.
Dan VII: 14.
Potéstas ejus, potéstas ætérna, quæ non auferétur: et regnum ejus, quod non corrumpétur. Allelúja.

[La potestà di Lui è potestà eterna che non Gli sarà tolta e il suo regno è incorruttibile]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem. – Joann XVIII: 33-37

In illo témpore: Dixit Pilátus ad Jesum: Tu es Rex Judæórum? Respóndit Jesus: A temetípso hoc dicis, an álii dixérunt tibi de me? Respóndit Pilátus: Numquid ego Judǽus sum? Gens tua et pontífices tradidérunt te mihi: quid fecísti? Respóndit Jesus: Regnum meum non est de hoc mundo. Si ex hoc mundo esset regnum meum, minístri mei útique decertárent, ut non tráderer Judǽis: nunc autem regnum meum non est hinc. Dixit ítaque ei Pilátus: Ergo Rex es tu? Respóndit Jesus: Tu dicis, quia Rex sum ego. Ego in hoc natus sum et ad hoc veni in mundum, ut testimónium perhíbeam veritáti: omnis, qui est ex veritáte, audit vocem meam.

[In quel tempo, disse Pilato a Gesù: “Tu sei il re dei Giudei?”. Gesù rispose: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?”. Pilato rispose: “Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?”. Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”.  Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”].

OMELIA

 [Giov. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle Feste del Signore e dei Santi – Soc. Edit. Vita e Pesiero, Milano, VI ed. 1956]

CRISTO RE DEI CUORI

Il vecchio Giacobbe, presagendo imminente la sua fine, chiama dattorno i suoi dodici figliuoli. Non era giusto che portasse con sé nel segreto della tomba la gran promessa che Dio gli aveva fatto. Per ciò, prima di morire sentì il bisogno di confidarla ai figli e parlò loro con accento profetico: « Venite e ascoltate, figliuoli di Giacobbe; ascoltate vostro padre ». E dopo aver predetto ad alcuni il proprio avvenire, si rivolse a Giuda: « Giuda, mio piccolo leone! tu regnerai sopra i tuoi fratelli, e la tua mano premerà la cervice dei tuoi nemici. Regnerai; ma fin quando verrà colui che deve venire. Tutte le genti lo aspetteranno, allora; sarà di una bellezza sovrumana; avrà gli occhi più fulvi del vino e i denti più bianchi del latte. Giuda, tu gli cederai il tuo scettro e il tuo impero » (Genesi, XLIX). – I dodici capi delle dodici tribù, con gli occhi aperti, sognavano il gran re, che sarebbe venuto, ed il loro cuore balzava, attraverso i secoli, incontro a Lui. – Da Giacobbe, tutti i patriarchi prima di morire chiamavano i figli e i nipoti per richiamare in loro la speranza del re venturo, poi in pace chiudevano gli occhi nella morte. E Noè benedirà Sem perché nei suoi padiglioni nascerà il gran re. E Mosè dirà al popolo di non piangere per la sua morte, perché verrà un condottiero più grande di lui. – Quando i tempi furono maturi, quando tutte le generazioni erano in attesa, il gran re venne: Gesù Cristo. — Ma i Giudei lo rifiutarono e lo condussero davanti a Pilato, che gli disse: «Sei tu il re dei Giudei? » Risponde Gesù: « Lo dici da te, o perché altri te l’ha suggerito?» Risponde Pilato: « Forse ch’io son Giudeo? È la tua gente, sono i tuoi sacerdoti che ti hanno trascinato a me: che hai fatto? ». Risponde Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo. Se fosse di questo mondo, vedresti come i miei sudditi, con le armi, mi strapperebbero dalle mani dei Giudei. Ma il mio regno non è di quaggiù ». Allora Pilato gli domanda: « Dunque, tu sei Re? Risponde Gesù: «Tu lo dici: io lo sono ». – Fu un urlo brutale che salì dalla folla aizzata: « Non sappiamo che farne di questo re. Vogliamo Barabba ». – Gesù Cristo allora patì il più acerbo dei suoi dolori, e la più bassa delle sue ingiurie: il re era tra i suoi sudditi, e i sudditi non lo volevano. In propria venit et sui eum non receperunt (Giov., I, 11).Ma oggi i popoli hanno compreso lo sbaglio fatale di quel branco di Giudei. È passata la guerra che ci ha fatto piangere e sanguinare tanto, ed ognuno ha sentito il bisogno di un re, che non ha regno nelle ingiustizie e nelle iniquità di questo mondo, di un re che comprenda i nostri dolori e le nostre aspirazioni e ci voglia bene, di un re di pace. Princeps pacis (Isaia). E tutti i popoli nell’anno santo andarono a Roma dal Papa a contare i propri bisogni, e passando sotto al Vaticano, tutti gridavano la parola di S. Paolo: « Questo abbiam bisogno; che Egli regni ». Pio XI comprese; e nella sua enciclica, dell’11 dicembre 1925 impose che si facesse una festa a Cristo Re, ogni anno, all’ultima Domenica di Ottobre, e tutti consacrassero il proprio cuore a Lui. Cristo è Re, e Re dei cuori! «O popoli, battete le mani; tutti! Cantate un canto di gioia. Il Signore altissimo, il Signore terribile, il Re grande su tutta la terra finalmente regna ». (Salmi, XLVI, 1-3).

1. CRISTO È RE

Davide vide il Messia seduto sopra un trono di maestà e di gloria nell’atto d’umiliare la baldanza sciocca dei suoi nemici; e l’udì pronunciare queste parole: « Io sono stato costituito re da Dio. Il Signore mi ha detto: tu sei il figlio mio: oggi ti ho generato. Domandalo, e ti darò in eredità le genti e in possesso i confini di tutta la terra» (Salmi, II). – Se Dio stesso l’ha creato re, chi oserà contestargli la dignità regia? Cristo è re perché ne ha tutti i diritti: di nascita e di conquista. È re perché lo hanno proclamato i profeti, e lo proclamano oggi tutti i popoli del mondo. Re per diritto di nascita. — Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo: due nature in una persona. Come Dio è Figlio di Dio e possiede tutto quello che Dio possiede. Per ciò è padrone di tutte le cose e regna dall’uno all’altro mare. Dominabitur a mari usque ad mare. (Ps., LXXI, 8). Anzi non solo è re, ma il Re dei re, per il quale soltanto i re possono regnare; perché ogni potestà viene da lui. Come uomo, Gesù è figlio di re e discende direttamente da Davide. Ecco perché  l’Arcangelo nell’Annunciazione dirà alla Vergine: « Il Signore lo porrà sul trono di Davide, padre suo» (Lc., I, 32). – Re per diritto di conquista. — Il peccato d’origine ci aveva resi schiavi e figli della maledizione: Gesù Cristo ci ha conquistati, tutti, non sborsando oro e argento come un vile mercenario, ma tutto il suo sangue, generosamente come non saprebbe il più coraggioso dei re (I Petr., I, 18). – Re per diritto di proclamazione. — I patriarchi, i profeti, i re lo proclamano. Isaia dice che nascerà bambino, che gli porranno sulle spalle l’imperio, e sarà un imperio di pace (IX, 6-7). E Davide canta che ai piedi di questo re si prostreranno gli Etiopi, e i suoi nemici davanti a lui lambiranno la polvere. I re di Tarso e gli abitanti dell’isola, gli offriranno doni; i monarchi degli Arabi e di Saba gli faranno offerte. Tutti i re della terra l’adoreranno; tutti i popoli della terra si metteranno sotto il suo impero (Salmi, LXXI). – Oggi la magnifica profezia si è avverata: in quest’ultima domenica d’Ottobre, di qua e di là dei mari, un coro unisono s’eleva: « Viva Cristo re ».!

2. RE DEI CUORI

I Dori, con arma e con incendio, invadevano l’Attica. In fretta s’arruolarono uomini per arrestare l’invasore: e già gli eserciti erano schierati a battaglia. Narra la leggenda che sia gli Atticesi che i Dori consultarono l’oracolo sul risultato dell’impresa e n’ebbero in risposta che la vittoria sarebbe toccata a quella parte il cui re fosse morto in guerra. Re d’Attica era Codro. Costui fu preso da tanto amore per i suoi che si travestì da contadino, si insinuò nel campo nemico e si fece uccidere. Quando i Dori seppero che il re d’Attica era morto, si spaventarono e fuggirono urlando. Codro è una favola; Gesù Cristo è una realtà. Egli ha dato la sua vita per noi. E perché potesse morire per la nostra salute, da Dio si è travestito da vero uomo, si è cacciato in mezzo ai suoi nemici, che l’hanno messo in croce. Ma la sua morte fu la vittoria: il demonio vinto ritornò nell’inferno. – Ma che re può essere quello che dà la vita per i suoi, se non un re d’amore? Cristo allora è re d’amore; re dei cuori. Osservate: Quando Gesù venne al mondo fu posto in una greppia vicino a due animali. Pure si capì che era un re. Una gran luce attraversò il cielo nel cuor della notte, gli Angeli cantarono, accorsero i pastori, accorsero tre re. Una bella occasione per cominciare il suo regno, se Gesù avesse voluto regnare con soldati e con oro. Ma re di questo mondo, Cristo non ha voluto esserlo: e lasciò tornare, per un’altra via i Re Magi. – Quando Gesù nel deserto moltiplicò i pani e sfamò migliaia di persone, tutto il popolo delirante d’entusiasmo per la sua persona lo proclamava re. Bella occasione se avesse voluto regnare come un re dei corpi, che sa nutrirli prodigiosamente. Ma re dei corpi, Cristo non ha voluto esserlo; e fuggì a nascondersi in mezzo alle montagne. – Quando Gesù fu mostrato al popolo dal litostrato di Pilato aveva in testa una corona, ma di spine; aveva sulle spalle e sul petto la porpora, di sangue suo; stringeva nelle mani lo scettro, ma di canna. Pilato gridò al popolo: « Ecco il vostro Re ». Ecce rex vester (Giov., XIX, 14). Il popolo ghignava. Bella occasione di far piovere fuoco e zolfo, di soffocare eternamente quegli uomini crudeli. Ma re di terrore, di strage, Cristo non ha voluto esserlo, mai. Cristo è re, e re del cuore. Eccolo in trono: sulla croce. In alto in diverse lingue sta scritta la sua dignità, re dei Giudei. Porta la corona di spine, la porpora di sangue, decorazioni di piaghe atroci. Un soldato, con la lancia gli trapassa il petto, gli mostra il cuore. Ora veramente è re. Dominus regnavit a ligno. – Guardiamolo, Cristiani, il nostro re sopra quel legno! Dal suo lato perforato esce un grido regale: « Figlio, dammi il tuo cuore! »

CONCLUSIONE

So di un’anima, di una giovane anima che, durante la persecuzione messicana del 1927, gli ha risposto: « Sì, Cristo re, il mio cuore te lo do ». Il suo nome, che bisogna dire con venerazione come quello dei martiri è Juan Sanchez dello stato di Ialisco nel Messico. Ricco e nobile di famiglia, più ricco e più nobile per sentimenti cattolici, fu arrestato dai legionari di Calles. Pretendevano che apostatasse. Pubblicamente gli fu imposto di rinunciare alla Religione; egli rispose: « Viva Cristo Re ». Il martirio fu cruento e degno dei carnefici, i quali cominciarono a tagliargli un orecchio poi l’altro e quindi ad amputargli le gambe. Ma benché immerso nel suo sangue non cessava d’acclamare a Cristo Re. – Con un vero furore satanico i carnefici gli squarciarono la gola: ma dalla gola squarciata insieme al gorgoglio del sangue usciva un rantolo: « Viva Cristo Re! ». Non potevano farlo tacere, e gli strapparono la lingua. E fu finita (« Civiltà Catt. » 16 luglio 1927). Appena compiuto il truce misfatto la folla si precipitava sulla salma martoriata per intingere in quel sangue i pannolini; né minacce, né colpi, né scoppi valsero a rattenerla. – Poveri barbari che strappate le lingue! Se anche le lingue tacessero, lo gridedebbero le pietre. Anzi, e meglio, voi stessi lo griderete, in un giorno non lontano: « Galileo, hai vinto! ». E noi preghiamo perché Cristo re li vinca nella forza del suo amore e non in quella della sua vendetta.

Credo

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps II: 8.
Póstula a me, et dabo tibi gentes hereditátem tuam, et possessiónem tuam términos terræ.

[Chiedi a me ed Io ti darò in eredità le nazioni e in dominio i confini della terra]

Secreta

Hóstiam tibi, Dómine, humánæ reconciliatiónis offérimus: præsta, quǽsumus; ut, quem sacrifíciis præséntibus immolámus, ipse cunctis géntibus unitátis et pacis dona concédat, Jesus Christus Fílius tuus, Dóminus noster: Qui tecum …

[Ti offriamo, o Signore, la vittima dell’umana riconciliazione; fa’, Te ne preghiamo, che Colui che immoliamo in questo Sacrificio, conceda a tutti i popoli i doni dell’unità e della pace: Gesù Cristo Figliuolo, nostro Signore, Egli …]

Præfatio
de D.N. Jesu Christi Rege

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui unigénitum Fílium tuum, Dóminum nostrum Jesum Christum, Sacerdótem ætérnum et universórum Regem, óleo exsultatiónis unxísti: ut, seípsum in ara crucis hóstiam immaculátam et pacíficam ófferens, redemptiónis humánæ sacraménta perágeret: et suo subjéctis império ómnibus creatúris, ætérnum et universále regnum, imménsæ tuæ tráderet Majestáti. Regnum veritátis et vitæ: regnum sanctitátis et grátiæ: regnum justítiæ, amóris et pacis. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Che il tuo Figlio unigénito, Gesú Cristo nostro Signore, hai consacrato con l’olio dell’esultanza: Sacerdote eterno e Re dell’universo: affinché, offrendosi egli stesso sull’altare della croce, vittima immacolata e pacífica, compisse il mistero dell’umana redenzione; e, assoggettate al suo dominio tutte le creature, consegnasse all’immensa tua Maestà un Regno eterno e universale, regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt coeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XXVIII:10;11
Sedébit Dóminus Rex in ætérnum: Dóminus benedícet pópulo suo in pace.

[Sarà assiso il Signore, Re in eterno; il Signore benedirà il suo popolo con la pace]

Postcommunio

Orémus.
Immortalitátis alimóniam consecúti, quǽsumus, Dómine: ut, qui sub Christi Regis vexíllis militáre gloriámur, cum ipso, in cœlésti sede, júgiter regnáre póssimus: Qui

[Ricevuto questo cibo di immortalità, Ti preghiamo o Signore, che quanti ci gloriamo di militare sotto il vessillo di Cristo Re, possiamo in cielo regnare per sempre con Lui: Egli che …]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE (2021)

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE (2021)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Questa Domenica negli anni in cui la Pasqua cade il 24, o il 25 Aprile si anticipa al Sabato (rispettiv. 19, 20 Nov.) con tutti i privilegi della Domenica occorrente, cioè Gioria, Credo, Prefazii della Trinità e Ite Missa est per lasciar luogo rispettivamente nei giorni 20, 21 Novembre alla Domenica ultima dopo Pentecoste. Il tempo dopo Pentecoste è simbolo del lungo pellegrinaggio della Chiesa verso il cielo; le ultime Domeniche ne descrivono profeticamente le ultime tappe. In quest’epoca si leggono nel Breviario gli scritti dei grandi e dei piccoli profeti, che annunziano quello che accadrà alla fine del mondo. Quando i Caldei ebbero condotti gli Ebrei in cattività a Babilonia, Geremia percorse le rovine di Gerusalemme, ripetendo le sue Lamentazioni « Guarda, Signore, poiché è caduta nella desolazione la città che una volta’ era piena di ricchezza, la padrona delle nazioni è assisa nella tristezza. Essa amaramente piange durante la notte e le sue lagrime scorrono sulle sue gote » (3° Responsorio, 1a Dom. Nov.; Antit. del Magnificat, 2a Dom.). E profetizzò il doppio avvento del Messia che restaurerà tutte le cose. « Il Signore ha riscattato il suo popolo e lo ha liberato; e verranno ed esulteranno sul monte Sion e si rallegreranno dei beni del Signore» (1° Responsorio, lunedì 2a settimana). Fra i prigionieri condotti a Babilonia si trovava un sacerdote detto Ezechiele. Egli aveva annunziato la cattività che stava per ricadere su Israele: « Ora la fine è su di te e manderò contro di te il mio furore; e ti giudicherò secondo la tua vita e non avrò pietà » (1a Lezione, Mercoledì, 1a settimana). E nell’esilio egli profetizzò: « Le nostre iniquità e i nostri peccati sono sopra di noi; come dunque possiamo vivere? Ma il Signore ha detto: Non voglio la morte dell’empio, ma che egli si tolga dalla cattiva strada e viva. – Distoglietevi dalle vostre male vie e non morrete » (3a lezione, Lunedì 2a settimana). Dio mostrò al profeta in una visione, il futuro su di un’alta montagna e gli indicò il culto perfetto che Egli attendeva dal suo popolo quando lo condurrebbe verso i colli eterni di Sionne (7a lezione Venerdì 2a settimana). Daniele, che era pure tra i prigionieri di Babilonia, spiegò il sogno di Nabucodonosor, dicendo che la piccola pietra che, dopo aver fatto cadere la statua d’oro, d’argento, di ferro e di argilla, diventò una grande montagna, è figura di Cristo, il regno del quale, consumerà tutti gli altri regni e sussisterà eternamente (Lunedì 3° settimana). – Le guarigioni e le risurrezioni corporali, compiute dal Signore, sono la figura della nostra liberazione e della nostra risurrezione futura: Da tutte le parti ricondurrò i prigionieri » dice Geremia nell’Introito «Tu hai fatto cessare la cattività di Giacobbe» aggiunge il Versetto dell’Introito «Signore, tu ci hai liberato da coloro che ci odiavano » continua il Graduale. « Dal fondo dell’esilio le nazioni hanno infatti gridato verso il Signore, supplicandolo di ascoltare la loro preghiera » spiegano l’Alleluia e l’Offertorio e, come in Dio vi è un’abbondante redenzione, egli riscatterà il suo popolo da tutte le sue iniquità » (stesso Salmo, vers. 7 e 8). Preghiamo dunque con fiducia, poiché se Gesù risuscitò la figlia di Giairo e guarì l’emorroissa, ciò fu fatto secondo la parola del Signore: « Tutto quello che domanderete, lo riceverete ».

Quale terrore quando il giudice verrà ad esaminare rigorosamente ognuno! dice la Sequenza dei Defunti. La tromba squillerà fra le tombe e convocherà tutti gli uomini davanti al Cristo. La morte e la natura resteranno interdette quando la creatura risorgerà per rispondere al giudizio divino. Allorché l’eterno Giudice siederà sul suo seggio, tutto quello che è nascosto sarà palesato e nulla resterà impunito. Giusto Giudice, nella tua clemenza accordami grazia e perdono prima del giorno del rendiconto». Nelle ultime parole dell’Epistola odierna, l’Apostolo allude al libro di vita ove sono scritti i nomi dei Cristiani che la loro condotta esemplare rende degni della vita eterna.

Gesù resuscita la figlia di Giairo con la stessa facilità con la quale noi svegliamo una persona che dorme. Così la sua divin virtù resusciterà i nostri corpi l’ultimo giorno.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Jer XXIX: 11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

[Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]
Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.

[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.]

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

[Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio

Orémus.
Absólve, quǽsumus, Dómine, tuórum delícta populórum: ut a peccatórum néxibus, quæ pro nostra fraglitáte contráximus, tua benignitáte liberémur.

[Perdona, o Signore, Te ne preghiamo, i delitti del tuo popolo: affinché dai vincoli del peccato, contratti per lo nostra fragilità, siamo liberati per la tua misericordia.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses.
Phil III: 17-21; IV: 1-3

Fratres: Imitatóres mei estóte, et observáte eos, qui ita ámbulant, sicut habétis formam nostram. Multi enim ámbulant, quos sæpe dicébam vobis – nunc autem et flens dico – inimícos Crucis Christi: quorum finis intéritus: quorum Deus venter est: et glória in confusióne ipsórum, qui terréna sápiunt. Nostra autem conversátio in cœlis est: unde etiam Salvatórem exspectámus, Dóminum nostrum Jesum Christum, qui reformábit corpus humilitátis nostræ, configurátum córpori claritátis suæ, secúndum operatiónem, qua étiam possit subjícere sibi ómnia. Itaque, fratres mei caríssimi et desideratíssimi, gáudium meum et coróna mea: sic state in Dómino, caríssimi. Evódiam rogo et Sýntychen déprecor idípsum sápere in Dómino. Etiam rogo et te, germáne compar, ádjuva illas, quæ mecum laboravérunt in Evangélio cum Cleménte et céteris adjutóribus meis, quorum nómina sunt in libro vitæ.

(“Fratelli: Siate miei imitatori, e ponete mente a coloro che si diportano secondo il modello che avete in noi. Poiché ci sono molti dei quali spesse volte vi ho parlato; e adesso vene parlo con lacrime, i quali si diportano da nemici della croce di Cristo: la loro fine è la perdizione; il loro Dio è il ventre: si vantano in ciò che forma la loro confusione, e non han gusto che per le cose terrene. Noi, invece, siamo cittadini del cielo, da dove pure aspettiamo, come Salvatore, il nostro Signor Gesù Cristo, il quale trasformerà il nostro miserabile corpo, rendendolo conforme al suo corpo glorioso; per quella potenza che ha di poter anche assoggettare a sé ogni cosa. Pertanto, miei fratelli carissimi e desideratissimi, mio gaudio e mia corona, continuate a star così fermi nel Signore, o amatissimi. Prego Evodia ed esorto Sintiche ad avere gli stessi sentimenti nel Signore. E prego anche te, fedel compagno, di venir loro in aiuto: esse hanno combattuto con me per il Vangelo, insieme con Clemente e con gli altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita”.).

LA NUOVA IDOLATRIA.

Ecco: voi siete convinti, credo tutti, che l’idolatria ha fatto il suo tempo; il Cristianesimo l’ha seppellita. E se io vi dicessi che v’è ancora, che vive, forse vi scandalizzereste e, scandalizzati, mi dareste su la voce. E invece ecco qua San Paolo che ci parla di una idolatria diversa da quella che adorava Giove, Saturno… ma non meno verace idolatria di quella. E ce la presenta come l’abisso nel quale precipitano i nemici della Croce di Gesù Cristo. Questi nemici sono due; singolarmente due passioni, due stati d’animo: due gruppi di persone in questi stati d’animo: il piacere e l’orgoglio. L’orgoglio odia la Croce di Gesù Cristo, perché essa è simbolo e personificazione di umiltà. « Umiliò se stesso alla obbedienza della Croce » dice San Paolo, parlando di N. S. Gesù Cristo. Ma per ciò gli orgogliosi non lo tollerano, par loro un’ignominia, un avvilimento. Parlano con sdegno della servitù o schiavitù della Croce… Abbiamo ancora nell’orecchio le frasi blasfeme del poeta pagano. Gesù, egli il pagano poeta, lo vede nell’atto di gettare una Croce sulle spalle di Roma, dicendole, intimandole: portala e servi. E coll’orgoglio fa comunella contro la Croce il piacere, contro la Croce che canta l’inno austero del dolore, che gronda lagrime, lagrime amare. C’è un mondo che vuol divertirsi, che intuisce la vita come voluttà, come piacere. La Croce a questo mondo di uomini sensuali fa paura. Non la vogliono, le si ribellano, la respingono. Ma le passioni che li allontanano dalla Croce diventano il loro castigo, la divina nemesi della loro apostasia. La sensualità vince gli uomini del piacere, che, del piacere, diventano schiavi. E allora il loro Dio, il loro padrone, colui al quale tutto sacrificano e che non sacrificherebbero mai, in nulla e per nulla, il loro Dio è il ventre. Si riducono a vivere per mangiare, invece di mangiare per vivere e vivere per Dio. O se il loro Dio, il loro tiranno, il loro ideale non è il cibo con la bevanda relativa, è l’abito, la vanità nel vestire, o la casa comoda, sfarzosa, sempre la materia. Alla quale servono proni, supinamente proni, invece di servirsene. Il loro Dio è il ventre, dice San Paolo, che ha poche nebbie al suo pensiero e pochi peli sulla lingua quando il suo pensiero nitido si tratta di esprimerlo: « quorum Deus venter est ». Bella divinità! Valeva la pena di ribellarsi a Gesù Cristo, alla sua Croce, per cadere così in basso? Per gli orgogliosi c’è un altro destino, un altro castigo. L’orgoglioso diventa lo schiavo di se stesso, rimane solo in balìa di sé, delle sue esaltazioni tumide. Il suo Dio è il suo io, l’ipertrofia del suo io. L’umanità è bella, buona, ma a posto suo, come, del resto, ogni cosa di questo mondo. Fuor di posto, messa al posto di Dio, fa pessima figura e si guasta. La domestica sta bene al posto suo proprio, la serva-padrona è ridicola e funesta a sé e agli altri. È la sorte della umanità divinizzata, e la divinizzazione dell’umanità è la logica della superbia, dell’orgoglio nemico della umile Croce di Gesù Cristo. Il confusionismo è poi la risultante di questo orgoglio, confusionismo di idee e confusionismo di opere. – E quando si contemplano i due abissi a cui mettono capo l’orgoglio e la sensualità dei nemici del Cristianesimo, viene voglia non solo di prostrarsi con rinnovato fervore di adorazione davanti alla Croce, ma di abbracciarla e baciarla ripetendo: «O Crux, ave spes unica! »

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

 Graduale

Ps XLIII: 8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.

[Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.]


In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in saecula. Allelúja, allelúja.

[In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno..]

Alleluja

Allelúia, allelúia

Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt IX: XVIII, 18-26
In illo témpore: Loquénte Jesu ad turbas, ecce, princeps unus accéssit et adorábat eum, dicens: Dómine, fília mea modo defúncta est: sed veni, impóne manum tuam super eam, et vivet. Et surgens Jesus sequebátur eum et discípuli ejus. Et ecce múlier, quæ sánguinis fluxum patiebátur duódecim annis, accéssit retro et tétigit fímbriam vestiménti ejus. Dicébat enim intra se: Si tetígero tantum vestiméntum ejus, salva ero. At Jesus convérsus et videns eam, dixit: Confíde, fília, fides tua te salvam fecit. Et salva facta est múlier ex illa hora. Et cum venísset Jesus in domum príncipis, et vidísset tibícines et turbam tumultuántem, dicebat: Recédite: non est enim mórtua puélla, sed dormit. Et deridébant eum. Et cum ejécta esset turba, intrávit et ténuit manum ejus. Et surréxit puélla. Et éxiit fama hæc in univérsam terram illam.

“In quel tempo, mentre Gesù parlava alle turbe, ecco che uno de’ principali se gli accostò, e lo adorava, dicendo: Signore, or ora la mia figliuola è morta; ma vieni, imponi la tua mano sopra di essa, e vivrà. E Gesù alzatosi, gli andò dietro co’ suoi discepoli. Quand’ecco una donna, la quale da dodici anni pativa una perdita di sangue, se gli accostò per di dietro, e toccò il lembo della sua veste. Imperocché diceva dentro di sé: Soltanto che io tocchi la sua veste, sarò guarita. Ma Gesù rivoltosi e miratala, le disse: Sta di buon animo, o figlia; la tua fede ti ha salvata. E da quel punto la donna fu liberata. Ed essendo Gesù arrivato alla casa di quel principale, e avendo veduto i trombetti e una turba di gente, che faceva molto strepito, diceva: Ritiratevi; perché la fanciulla non è morta, ma dorme. Ed essi si burlavano di lui. Quando poi fu messa fuori la gente, egli entrò, e la prese per una mano. E la fanciulla si alzò. E se ne di volgo la fama per tutto quel paese”

OMELIA

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Sulla morte del giusto.

Pretiosa in conspectu Domini, mors sanctorum ejus.

(Ps. cxv, 15).

La morte, Fratelli miei, è un giusto motivo di turbamento e di paura per il peccatore impenitente, che si vede costretto ad abbandonare i suoi piaceri. Accasciato dal dolore, assediato dal pensiero del giudizio che sta per subire, divorato innanzi tempo dal timore degli orrori dell’inferno dove ben presto sarà precipitato; egli si vede abbandonato dalle creature e da Dio stesso. Ma, per una legge al tutto contraria, la morte riempie di gioia e di consolazione l’uomo giusto che ha vissuto secondo l’Evangelo, che ha camminato sulle tracce di Gesù Cristo stesso, e soddisfatto con una vera penitenza alla giustizia divina. I giusti riguardano la morte come la fine dei loro mali, dei dispiaceri, delle tentazioni e di tutte le altre miserie; essi la considerano come il principio della loro felicità; essa procura loro l’accesso alla vita, al riposo ed alla beatitudine eterna. Ma, F. M., non v’è uomo, anche il più scandaloso, che non desideri, e non si auguri questa preziosa morte. L’inesplicabile si è che noi tutti desideriamo una buona morte, e che quasi nessuno adopera i mezzi per rendersi felice. È un accecamento difficile a spiegarsi; ora siccome desidero ardentemente che facciate una buona morte, voglio indurvi a vivere in modo da poter sperare questa felicità, mostrandovi:

1° i vantaggi di una buona morte; e

2° i mezzi per renderla buona.

I. — Se dovessimo morire due volte, una volta potremmo rischiarla; ma non si muore che una volta sola (Statutum est hominibus semel mori. Hebr. IX, 27), e dalla nostra morte dipende la nostra eternità. Dove l’albero cade, ivi resta. Se una persona, in punto di morte, si trova con qualche cattiva abitudine, la sua povera anima cadrà nell’inferno; se, invece, si trova in buono stato di coscienza, prenderà la via del cielo. O strada fortunata che ci conduce al godimento dei beni perfetti! Dovessimo anche passare per le fiamme del purgatorio, siamo sicuri d’arrivarvi. Tuttavia questo di penderà dalla vita che avremo condotta: è certo che la nostra morte sarà conforme alla nostra vita; se abbiamo vissuto da buoni Cristiani e secondo la legge di Dio, morremo anche da buoni Cristiani per vivere eternamente con Dio. Al contrario, se viviamo secondo le nostre passioni, nei piaceri e nel libertinaggio, morremo infallibilmente nel peccato.Non dimentichiamo mai questa verità che ha convertito tanti peccatori: dove l’albero cadrà, ivi resterà per sempre (Eccli. XI, 3) . Ma, F. M., la morte per se stessa, non è così spaventosa come si vuol credere, poiché non sta che a noi il renderla felice, bella e gradita. S. Girolamo era vicino a morire: avendoglielo i suoi amici annunciato, sembrò raccogliere tutte le sue forze per esclamare: “O buona e felice e notizia! o morte, vieni presto! ah! da quanto tempo ti desidero! vieni a liberarmi da tutte le miserie di questo mondo! Vieni, tu mi unirai al mio Salvatore! „ E volgendosi agli astanti: “Amici, per non temere la morte e trovarla dolce, bisogna camminare per la via che Gesù Cristo ci ha tracciata, e mortificarsi continuamente. „ Infatti è in punto di morte che un buon Cristiano comincia ad essere ricompensato del bene che ha potuto fare durante la vita; in quel momento il cielo sembra aprirsi per fargli gustare la dolcezza de’ suoi beni. Ecco, su questo punto, un bell’esempio. – S. Francesco di Sales, visitando la sua diocesi, fu pregato di recarsi da un buon contadino ammalato, che prima di morire desiderava, ardentemente di ricevere la sua benedizione. Con tutta fretta il santo Vescovo andò a lui, e trovò nell’ammalato un’intelligenza ancora lucidissima. Infatti l’ammalato testimoniava al suo Vescovo la gioia che provava nel vederlo, e domandò di confessarsi. Quand’ebbe finito, vedendosi solo col santo Prelato, gli fece questa domanda: “Monsignore. morirò io presto? „ Il santo, credendo che la paura facesse fare all’ammalato questa domanda, gli rispose per assicurarlo, che aveva visto guarire ammalati assai più gravi di lui, e che del resto, doveva confidare in Dio, al quale solo appartiene la nostra vita come la nostra morte. — “ Ma, chiese di nuovo, Monsignore, credete che io dovrò morire? „ — “Figlio mio, a questo un medico risponderebbe meglio di me: tutt’al più, vi dirò che la vostr’anima è in stato molto buono, e forse in altro tempo, non potreste avere così belle disposizioni. Il meglio che possiate fare si è di abbandonarvi interamente alla provvidenza ed alla misericordia di Dio, perché disponga di voi a suo beneplacito. „ — “Monsignore, non è il timore della morte che mi fa domandare se morrò di questa malattia; ma piuttosto il timore di vivere più a lungo. „ Il santo sorpreso da un linguaggio così straordinario e, sapendo che solo una grande virtù od un’eccessiva tristezza può far nascere il desiderio della morte, domandò al malato da che cosa provenisse questo suo disgusto per la vita. “Ah! Monsignore, esclamò l’ammalato, questo mondo è cosa tanto da poco! io non so come si possa amare questa vita. Se il buon Dio non ci comandasse di restarvi sinché Egli vi ci lascia, da molto tempo io non vi sarei più. „ — “È forse il dolore, la povertà, che vi ha così disgustato della vita? „ — “No, Monsignore, ho passato una vita serenissima fino all’età di settant’anni, in cui mi vedete e, grazie a Dio, non so che cosa sia la povertà. „ — “Forse avete avuto dei disgusti da parte di vostra moglie o dei figli? „ — “Nemmeno questo; essi non mi hanno mai recato il minimo dispiacere ed hanno sempre cercato di rendermi felice; la sola cosa che mi rincrescerebbe, lasciando questo mondo, sarebbe di doverli abbandonare. „ — “Perché dunque desiderate così ardentemente la morte? „ — Perché ho sentito dire nelle prediche tante meraviglie dell’altra vita, e delle gioie del paradiso, che questo mondo è per me, come un’oscura prigione. „ Ed allora parlando coll’effusione del cuore, quel contadino disse cose così belle e così sublimi sul cielo, che il santo Vescovo si ritirò rapito d’ammirazione, ed approfittò egli stesso di questo esempio per animarsi a disprezzare le cose create ed a sospirare la felicità del cielo. Non avevo dunque ragione di dirvi che la morte è dolce e consolante per un buon Cristiano, poiché lo libera da tutte le miserie della vita e gli dà il possesso dei beni eterni? O miserabile vita, come si può attaccarsi così fortemente a te?… Giobbe in poche parole ci dice che cos’è la vita: “L’uomo vive poco tempo, e la sua vita è ripiena di miserie. Come il fiore, non fa che apparire, e già appassisce. È come l’ombra che passa e scompare (Giob. XIV, 1, 2). „ Non v’è infatti animale sulla terra che, come l’uomo sia ripieno di miserie. Dalla testa ai piedi non v’è parte che non sia soggetta ad ogni sorta di malattie. Senza contare i timori, gli orrori dei mali che, più spesso, non ci toccheranno mai. E, la morte, F. M., ci libera da tutte queste miserie. S. Paolo, scrivendo agli Ebrei dice loro: “Noi siamo qui come poveri esiliati che non hanno dimora fissa; ma ne cerchiamo una, che è nell’altro mondo (Hebr. XIII, 14) . „ Quale gioia, F. M., per una persona esiliata dalla patria, e tenuta per molti anni in schiavitù, quando le si annuncia che il suo esilio è finito, che tornerà nella patria, vedrà i parenti e gli amici! Ora, un’anima che ama Dio, aspetta la stessa felicità e languisce, quaggiù, di desiderio d’andare a vedere il cielo in mezzo ai santi, che sono i suoi veri parenti ed amici. Essa sospira quindi ardentemente il momento della sua liberazione. La morte. F . M., è per l’uomo giusto ciò che il sonno è per il lavoratore che si rallegra all’avvicinarsi della notte, in cui troverà il riposo delle fatiche della giornata. La morte libera il giusto dalla prigionia del corpo: per questo diceva S. Paolo: “Ah! me infelice! chi mi libererà da questo corpo di morte? „ (Rom. VII, 24.) — “Togliete, mio Dio, diceva il santo re Davide, togliete la mia anima dalla prigione di questo corpo, poiché i giusti m’aspettano, fino a che m’abbiate data l a mia ricompensa. (Ps. CXLI, 8);Ahi chi mi darà le ali come di colomba (Ps. XLIV, 7) ? „ E la Sposa dei cantici: ” Se avete visto il mio diletto, ditegli ch’io languisco d’amore (Cant. V, 8)! „ Ahimè! la nostra povera anima è nel nostro corpo come un diamante nel fango. O morte felice  che ci liberi da tante miserie! … S. Gregorio racconta che un povero uomo chiamato Preneste, da lungo tempo paralitico in tutte le membra, vicino a morire, pregò quelli che l’assistevano di cantare. Gli si domandò perché, e che cosa poteva rallegrarlo nello stato in cui si trovava. “Ah! disse, è perché ben presto la mia anima lascerà il corpo! Fra breve sarò liberato da questa prigione! „ Quand’ebbero cantato un momento, sentirono una soave musica d’angeli. “Ah! disse il moribondo, non sentite gli Angeli che cantano? lasciateli, lasciateli cantare! „ e morì. Subito si sparse attorno a lui un profumo tanto soave, che la camera ne fu imbalsamata. In questo esempio vediamo adempirsi alla lettera ciò che Dio disse per bocca del profeta Isaia: “Levati, Gerusalemme, diletta mia, svegliati, poiché hai bevuto di mia mano, sino alla feccia, il calice della mia collera …, tutti i mali si sono riversati su di te… Ascolta, Gerusalemme, povera città, in avvenire non berrai più il calice della mia indignazione …; rivestiti della tua forza, Sionne; rivestiti degli indumenti della tua gloria Esci dalla polvere e spezza il giogo che grava il tuo collo… 1 „» (Isa. LI, 17, 22; LII, 1, 2). Chi potrebbe comprendere, F. M., la grandezza delle gioie di S. Liduina? Dopo ventisette anni di malattia, rosa da un cancro e dai vermi, vedendosi al termine dei suoi mali esclamò: “ O gioia! tutti  i miei mali sono finiti! … Felice notizia! morte preziosa, affrettati! Da sì lungo tempo ti desidero!„ (RIBADENEIRA, 14 Aprile). – Quale soddisfazione per S. Clemente martire, quando dopo trentadue anni di prigionia e di tormenti gli si venne ad annunciare la sua condanna a morte! “O beata notizia! esclama; addio prigione, torture e carnefici! ecco dunque finalmente il termine della mia vita e dei miei dolori. O morte, quanto sei preziosa, oh! non tardare!…; o morte desiderata, vieni a colmare la mia felicità riunendomi al mio Dio!… „ (RIBADENEIRA, 23 Gennaio, S. Clemente vescovo d’Ancira e martire). – Quanto dunque è felice un Cristiano, se ha il coraggio di camminare sulle tracce del divin Maestro!… Ma in che consiste la vita di Gesù Cristo? Ecco, F. M. Essa consiste in tre cose, cioè: preghiera, azioni, dolori. Sapete che nella sua vita pubblica il Salvatore si è spesso ritirato in disparte per pregare, e che era sempre in moto per la salute delle anime. Ora, bisognerebbe, F. M., che il pensiero di Dio ci fosse naturale come il respiro. Durante la sua vita di preghiera e d’azione, Gesù Cristo ha molto sofferto: ora la povertà, ora la persecuzione, ora le umiliazioni ed ogni sorta di cattivi trattamenti. “La mia vita, ci dice per bocca del suo profeta, ha finito nel dolore ed i miei anni nei gemiti, la mia forza s’è affievolita nella povertà. „ (Ps. XXX, 18) La vita d’un Cristiano può essere differente da quella d’un uomo confitto alla croce con Gesù Cristo? Il giusto è un crocifisso. Vediamo che i santi hanno trovato tanti piaceri nel dolore, che non potevano saziarsene: Vedete il gran Papa Innocenzo I: era coperto d’ulceri da capo a piedi, eppure non era ancora contento, ed aspirava sempre a nuove sofferenze. E ne domandava ogni giorno a Dio colle sue preghiere: “Mio Dio, diceva, aumentate i miei dolori, mandatemi malattie ancor più crudeli, purché però mi diate nuove grazie!„ — “Perché, gli si diceva, domandate a Dio un aumento di sofferenze? Siete tutto coperto di piaghe.„ — “Voi non sapete quant’è grande il merito delle sofferenze. Ah! se poteste comprendere quanto vale il dolore come l’amereste!„ S. Ignazio martire, temendo che i leoni e le tigri venissero, come qualche volta accadeva, a lambirgli i piedi, disse queste belle parole: “Quand’è che potrò baciarvi bestie feroci, che siete preparate pel mio supplizio? Ah! quando vi accarezzerò? Se non mi volete divorare, io vi ecciterò, affinché vi avventiate su di me con maggior furore; vi ecciterò perché vi affrettiate a divorarmi. „ Egli scriveva ai suoi discepoli: “Vi scrivo per annunciarvi quanto sono felice! morirò per Gesù Cristo, mio Dio! Tutto quello che vi domando è di non far nulla per istrapparmi alla morte, so quello che mi è vantaggioso. Io sono il frumento di Dio; e bisogna ch’io sia macinato tra i denti dei leoni per diventare pane degno di Gesù Cristo.„ (Ribadeneira. 1 Febbr.). Sentite ancora S. Andrea, che alla vista della croce su cui lascerà la vita, esclama: “O croce beata, per te sarò riunito al mio Maestro! ah! croce benedetta, ricevimi tra le tue braccia; poiché, dalle tue braccia passerò in quelle di Dio. „ La folla vedendo il buon vegliardo appeso alla croce, voleva uccidere il proconsole e distaccare il santo. “No, figli miei, gridò loro S. Andrea dall’alto della croce, lasciate, lasciate ch’io termini una vita così miserabile, poiché andrò al mio Dio.(ibid. 30 Nov.) „ S. Lorenzo è steso sulla graticola di ferro, mentre le fiamme, che un’altra volta avevano risparmiato i tre fanciulli nella fornace di Babilonia, crudelmente lo abbruciano. Egli è già arrostito da una parte, ed in compenso domanda di essere voltato dall’altra, affinché in cielo tutte le parti del suo corpo siano egualmente gloriose. Senza dubbio, M. F., questo esempio è un miracolo della grazia, che è onnipotente in chi ama Dio. Ma vedete S. Paola. Questa dama romana era torturata da violenti dolori di stomaco e preferì morire piuttosto che bere un po’ di vino che le si voleva far prendere. (Ibid. 26 Gennaio). S. Gregorio ci racconta d’un povero, ma celebre mendicante che, da molti anni paralitico, non potendosi muovere dalla paglia su cui era coricato, soffriva incredibili dolori, eppure, non cessò un momento di benedire Dio. E morì cantandone le lodi. Ah! dice S. Agostino, com’è consolante il morire colla coscienza quieta! La quiete dell’anima e la tranquillità del cuore sono i doni più preziosi che possiamo ottenere; ci dice lo Spirito Santo: non v’è piacere paragonabile alla gioia del cuore. (Eccli. XXX, 16). Il giusto, dice lo stesso dottore, non teme la morte, perché essa lo riunisce col suo Dio e lo mette in possesso di ogni specie di delizie. Vedete la gioia che mostrano i santi andando alla morte.. Vedete, ci dice S. Giovanni Crisostomo, l’intrepidezza e la gioia con cui S. Paolo va a Gerusalemme, sebbene sappia i cattivi trattamenti che l’attendono: “So che per me vi sono soltanto tribolazioni e catene; so le persecuzioni ed i mali che vi soffrirò; non importa; io non temo nulla, perché son persuaso di far l’interesse di un buon padrone, che non m’abbandonerà. Gesù Cristo stesso me lo garantisce. „ E vedendo i suoi discepoli piangere, l’apostolo aggiungeva: “Che fate, piangendo, ed affliggendo il mio cuore? poiché son pronto non solo ad esser legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù. „ (Act. XX,) Noi non siamo sicuri, è vero, d’essere come S. Paolo, gli amici di Dio; però quantunque peccatori, se abbiamo confessato i nostri peccati con sincero dolore, e se abbiamo cercato di soddisfarli quanto ci è stato possibile, colla preghiera e colla penitenza; ma soprattutto, se ad un grande dolore dei nostri peccati va unito un ardente amore per Iddio, possiamo confidare: i nostri peccati sono stati sepolti nel Sangue prezioso di Gesù Cristo, come l’esercito di Faraone nel Mar Rosso. F. M., v’erano tre croci sul Calvario, quella di Gesù Cristo, che è la croce dell’innocenza: ma noi non possiamo aspirare a questa, perché abbiamo peccato. Poi, quella del buon ladrone, la croce della penitenza: questa dev’essere la nostra. Imitiamo il buon ladrone che approfittò degli ultimi istanti di sua vita per pentirsi, e dalla croce salì al cielo. Gesù Cristo glielo disse: “Oggi sarai meco in paradiso. „ (Luc. XXIII, 43) La terza croce è quella del cattivo ladrone, e dobbiamo lasciarla a quei peccatori che vogliono morire nel loro peccato… Ma noi, F. M., possiamo certamente, se lo vogliamo, essere nel numero di quelli che fanno una buona morte. Alla morte tutto ci abbandona: ricchezze, parenti, amici: ma ciò che è un supplizio pel peccatore, diventa pel giusto una grande gioia. Ditemi qual dispiacere potrebbe provare un buon Cristiano in punto di morte? Potrebbe addolorarsi per questi beni che ha disprezzati durante la sua vita? Il corpo? egli lo considera come un crudele nemico, che più d’una volta l’ha messo in pericolo di perdere l’anima. Forse i piaceri del mondo? No, senza dubbio, poiché ha passata la vita nei gemiti, nella penitenza e nelle lagrime. No, F. M., egli non rimpiange nulla di tutto questo. La morte non fa che separarlo da ciò che ha sempre odiato e disprezzato; cioè, dal peccato, dal mondo, dai piaceri. Andandosene egli porta con sé tutto quanto ha amato: le sue virtù e le sue buone opere; egli abbandona ogni sorta di miserie per andare ad impossessarsi di ineffabili ricchezze; abbandona il combattimento per andare a godere la pace; abbandona un nemico crudele, il demonio, per andare a riposare nel seno del migliore dei padri. Sì, le sue buone opere lo conducono in trionfo davanti a Dio, il quale gli appare non come un giudice, ma come un tenero amico che, dopo aver compatito le sue sofferenze, non desidera che di ricompensarlo. Il profeta Isaia ci insegna che le nostre buone opere andranno a sollecitare per noi la bontà di Dio, ci apriranno le porte del paradiso, e determineranno la nostra dimora in cielo. È perfettamente vero che le nostre buone opere ci accompagneranno. Ecco un bell’esempio del pio re Ezechia. Lo Spirito Santo ci mostra questo re adorno dei meriti del giusto. Egli si dà con tutto il suo cuore alla pratica delle buone opere, la sua intenzione è pura, il motivo di tutte le sue azioni è unicamente quello di piacere a Dio. Egli osserva fedelmente, e con grande rispetto tutte le cerimonie della legge. Ma che avvenne? Eccolo. Ogni cosa gli riuscì durante la vita. Ma in punto di morte tutta la sua magnificenza e tutte le sue ricchezze, che erano grandissime, lo abbandonarono; i sudditi più fedeli furono costretti ad abbandonarlo; mentre le sue buone opere non lo lasciarono. Per queste, prega il buon Dio di fargli grazia: “Ve ne scongiuro, Signore, ricordatevi che ho sempre camminato davanti a voi con cuor puro e retto; ho sempre cercato ciò che ho creduto vi fosse più gradito.„ (Isa. XXXVIII, 3) Tale è, F. M., la fine felice d’una persona che ha lavorato durante tutta la sua vita a fare tutto ciò che potesse piacere a Dio solo. “Beati, dice S. Giovanni, quelli che muoiono nel Signore, poiché le loro opere li seguono! „ (Apoc. XIV, 13) Sì, F. M., porteremo con noi quanto abbiamo di più prezioso; i beni che passano li lasceremo sulla terra, e quelli che dureranno eternamente ci seguiranno. Il solitario sarà accompagnato dal suo silenzio, da suo ritiro e da tutte le sue orazioni; il religioso dalle penitenze, dai digiuni, dalle astinenze; il sacerdote da tutti i suoi lavori apostolici: egli vi vedrà tutte le anime che aveva salvate e che saranno la sua ricompensa e la sua gloria; il Cristiano fedele ritroverà tutte le buone confessioni e comunioni fatte, tutte le virtù praticate durante la sua vita. Che morte felice. F. M., quella del giusto! Ascoltate il profeta Isaia: ” Dite al giusto ch’egli è felice, poiché raccoglierà il frutto delle sue buone opere (Isa. III, 10). Converrete dunque che la morte del giusto è preziosa davanti agli uomini; la sola presenza del sacerdote, che visita quel moribondo! Lo confermerà nella fede e nella speranza; se gli si parla di Dio e delle sue grazie, subito il suo amore s’infiammerà come fornace ardente; quando gli si parla degli ultimi Sacramenti, cosa che agghiaccia un peccatore di orrore e di timore, è inondato da un torrente di delizie; poiché il suo Dio verrà nel suo cuore per condurlo con sé in paradiso. San Gregorio ci racconta che sua zia S. Tarsilla, vicina a morire, esclamò fuori di sé per la gioia: ” Ah! ecco il mio Dio! ecco il mio sposo! „ e spirò in uno slancio d’amore. Vedete nancora S. Nicola da Tolentino (Ribadeneira 10 settem.). Negli ultimi otto giorni della sua malattia, quando aveva ricevuto il corpo del Salvatore, si sentivano gli Angeli cantare nella sua camera; e quando i canti cessarono egli morì: gli Angeli lo condussero al cielo in loro compagnia. Felice morte quella del giusto!… S. Teresa apparsa splendente di gloria ad una religiosa del suo ordine, l’assicurò che nostro Signore era presente alla sua morte, ed aveva condotto la sua anima in cielo. Felice l’anima che può essere assistita in morte da Gesù Cristo in persona!… Quanto è dolce e consolante il morire nell’amicizia di Dio!… Non è questa forse una prima ricompensa del bene che si è potuto fare durante la vita?

II. — So, F. M., che tutti desideriamo di fare una buona morte; ma non basta desiderarlo, bisogna anche lavorare per meritarci questa fortuna, questa grande fortuna. Volete sapere ciò che può procurarci questa fortuna? Eccolo in poche parole. Fra i mezzi che dobbiamo adoperare per ben morire, ne scelgo tre che colla grazia di Dio, ci condurranno infallibilmente ad una buona morte. Bisogna prepararvisi: 1° con una santa vita; 2° con una vera penitenza, se abbiamo peccato; e 3° con una perfetta conformità della nostra morte con quella di Gesù Cristo. – Ordinariamente, si muore come si è vissuto: è una delle grandi verità che la Scrittura ed i santi Padri ci affermano in vari luoghi. Se vivete da buoni Cristiani, siete sicuri di morire da buoni Cristiani; ma se vivete male, state sicuri di fare una cattiva morte. Dice il profeta Isaia: “Guai all’empio che non pensa che a fare il male, poiché sarà trattato come merita: alla morte riceverà il compenso del suo lavoro (Isa. III, 11)„ È però vero che qualche volta si può, per una specie di miracolo, cominciare male e finir bene; ma questo avviene così raramente che, secondo S. Girolamo, la morte è| ordinariamente l’eco della vita; credete che allora ritornerete al buon Dio? no, voi perirete nel male. Ma se, pentiti, cominciate a vivere cristianamente, sarete nel numero di quei penitenti che commuovono il cuore di Dio e guadagnano la sua amicizia. Sebbene meno ricchi di meriti, pure arrivano al cielo, e Dio si serve |precisamente di essi per manifestare la sua misericordia. Lo Spirito Santo ci dice: ” Se avete un amico, fategli del bene prima di morire. „ « (Eccli. XIV, 13). Eh! F. M., possiamo avere amico migliore della nostra anima? facciamo ora per essa tutto ciò che possiamo; giacché quando vorremo farle del bene, non lo potremo più!… La vita è breve. Se differite di convertirvi sino all’ora della vostra morte, siete ciechi, poiché non sapete né dove né quando morrete, né se avrete qualche soccorso spirituale. Chi sa se questa notte stessa, non dovrete comparire coperto di peccati, davanti al tribunale di Gesù Cristo?… No, F. M., non dovete fare cosi: dovete purificarvi, e tenervi sempre pronti a comparire davanti al vostro giudice. Ecco un esempio che vi mostrerà come chi ritarda di giorno in giorno la sua conversione, muore come è vissuto. S. Pier Damiani ci racconta che un religioso aveva passata la maggior parte della sua vita in questioni e contese co’ suoi fratelli. Quando fu in punto di morte, i suoi fratelli lo scongiuravano di confessare i suoi peccati, di domandarne perdono a Dio e di farne penitenza, con un buon proposito di non più ricadervi, se fosse guarito. Non poterono cavargli una sola parola. Ma poco dopo, quand’ebbe ripresa la parola, parlò loro, e di che? ahimè! di ciò che era stato l’oggetto delle sue conversazioni durante tutta la sua vita: di processi e d’altri affari. I fratelli lo scongiuravano di pensare alla sua anima; tutto fu inutile: si assopì, e morì senza il minimo segno di pentimento. Sì, F . M., quale è la vita tale è la morte. Non sperate in un miracolo che Dio fa solo raramente: vivete nel peccato e nel peccato morrete. – Un gran numero d’esempi ci prova che dopo una cattiva vita, non dobbiamo aspettare una buona morte. Leggiamo nella S. Scrittura (Jud. IX) che Abimelech, principe fiero ed orgoglioso, s’impadronì del regno che doveva dividere coi fratelli, e li fece morire per regnare da solo. Mentre assediava una fortezza, essendosi gli assediati rifugiati in una torre, egli si avvicinò per appiccarvi il fuoco. Una donna che dall’alto del bastione lo vide, gli scagliò una pietra e gli spaccò la testa. Il disgraziato sentendosi ferito, chiamò il suo scudiero e gli disse: “Leva la tua spada e trafiggimi… Fammi morire subito, per risparmiarmi la vergogna d’essere stato ucciso da una donna. „ Che strana condotta, F. M.! E forse il primo principe che è stato ferito così? Perché volle che il suo scudiero lo avesse ad uccidere? ahimè! perché durante la sua vita era stato un ambizioso!.. Saulle aveva dato battaglia agli Amaleciti: la sorte pendeva incerta: egli si sentiva perduto perché già ferito, e vedeva l’esercito nemico che stava per gettarsi su di lui. Appoggiato il petto alla sua spada, e vedendo venire un soldato gli disse: “Vieni, amico, chi sei? „ — ” Sono un Amalecita. „ — “Ebbene fammi un favore: gettati su di me ed uccidimi; sono accasciato dal dolore e non saprei morire; finiscimi. „ (1I Reg. XXXI). E perché, F. M., questo miserabile volle morire per mano d’un Amalecita? Era forse il solo principe che avesse perduto una battaglia? Non stupitevi di questo, ci rispondono i santi Padri, è un principe che, durante la sua vita, s’è dato ai vizi, s’è lasciato dominare dall’invidia, dall’avarizia e da ogni altra passione. Perché muore in un modo così disonorante? Perché ha vissuto male. Tutti sanno che Assalonne era sempre stato disobbediente e ribelle al suo buon padre. L’ora della sua morte, che Dio aveva già fissata da tutta l’eternità, essendo ormai giunta, passando sotto una pianta vi restò sospeso per i capelli. Gioabbo, vedendolo, gli tirò tre frecce (II Reg. XVIII). Da che proviene, F. M., la fine disgraziata di questo principe? da questo che tutta la sua vita era stata quella di un cattivo figliuolo. Morì così perché aveva vissuto male. – Vedete dunque chiaramente, F. M., che se vogliamo fare una buona morte, dobbiamo condurre una vita cristiana e far penitenza dei nostri peccati; dobbiamo eccitare in noi, colla grazia di Dio, una profonda umiltà in un cuore pieno di rimorso d’aver offeso un padrone così buono. Ma un terzo mezzo per prepararci a ben morire, è quello di regolare la nostra morte su quella di Gesù Cristo. Quando si porta il buon Dio ad un ammalato, si porta anche la croce: questo non si fa solo per cacciare il demonio, ma molto più perché questo Salvatore crocifisso serva di modello al moribondo, e perché, gettando lo sguardo sull’immagine d’un Dio crocifisso per la sua salute, egli si prepari alla morte come vi si è preparato Gesù Cristo. La prima cosa che fece Gesù Cristo prima di morire fu di separarsi dagli Apostoli: un ammalato deve fare lo stesso, allontanarsi dal mondo, distaccarsi per quanto può dalle persone che gli sono più care, per non occuparsi che di Dio solo e della sua salute. Gesù Cristo, sapendo vicina la sua morte si prostrò colla faccia a terra nel giardino degli Olivi, pregando con insistenza. (Matth. XXVI, 39). Ecco quanto deve fare un ammalato all’avvicinarsi della morte; deve pregare con fervore e, nella sua agonia, unirsi all’agonia di Gesù Cristo. L’ammalato che vuol rendere il suo male meritorio deve accettare la morte con gioia, o almeno con una grande sottomissione alla volontà del Padre celeste, pensando che bisogna assolutamente morire per andare a veder Dio, e che in ciò consiste tutta la nostra felicità. S. Agostino ci dice che chi non vuol morire, ha il carattere di riprovato. Oh! F. M., quanto è felice in quell’ultimo momento un Cristiano che ha santamente vissuto! Egli abbandona ogni sorta di miserie per entrare in possesso di ogni sorta di beni!… Felice separazione! Essa ci unisce al nostro sommo bene, che è Dio stesso!… E quello che io vi auguro.

Credo… 

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta

Pro nostræ servitútis augménto sacrifícium tibi, Dómine, laudis offérimus: ut, quod imméritis contulísti, propítius exsequáris.

[Ad incremento del nostro servizio, Ti offriamo, o Signore, questo sacrificio di lode: affinché, ciò che conferisti a noi immeritevoli, Ti degni, propizio, di condurlo a perfezione.]

Comunione spirituale

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Marc XI:24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis.

[In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.]

Postcommunio

Orémus.
Quǽsumus, omnípotens Deus: ut, quos divína tríbuis participatióne gaudére, humánis non sinas subjacére perículis.

(Ti preghiamo, o Dio onnipotente: affinché a coloro ai quali concedi di godere di una divina partecipazione, non permetta di soggiacere agli umani pericoli.)

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: Sulla MORTE DEL GIUSTO

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLA MORTE DEL GIUSTO

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Sulla morte del giusto.

Pretiosa in conspectu Domini, mors sanctorum ejus.

(Ps. cxv, 15).

La morte, Fratelli miei, è un giusto motivo di turbamento e di paura per il peccatore impenitente, che si vede costretto ad abbandonare i suoi piaceri. Accasciato dal dolore, assediato dal pensiero del giudizio che sta per subire, divorato innanzi tempo dal timore degli orrori dell’inferno dove ben presto sarà precipitato; egli si vede abbandonato dalle creature e da Dio stesso. Ma, per una legge al tutto contraria, la morte riempie di gioia e di consolazione l’uomo giusto che ha vissuto secondo l’Evangelo, che ha camminato sulle tracce di Gesù Cristo stesso, e soddisfatto con una vera penitenza alla giustizia divina. I giusti riguardano la morte come la fine dei loro mali, dei dispiaceri, delle tentazioni e di tutte le altre miserie; essi la considerano come il principio della loro felicità; essa procura loro l’accesso alla vita, al riposo ed alla beatitudine eterna. Ma, F. M., non v’è uomo, anche il più scandaloso, che non desideri, e non si auguri questa preziosa morte. L’inesplicabile si è che noi tutti desideriamo una buona morte, e che quasi nessuno adopera i mezzi per rendersi felice. È un accecamento difficile a spiegarsi; ora siccome desidero ardentemente che facciate una buona morte, voglio indurvi a vivere in modo da poter sperare questa felicità, mostrandovi:

1° i vantaggi di una buona morte; e

2° i mezzi per renderla buona.

I. — Se dovessimo morire due volte, una volta potremmo rischiarla; ma non si muore che una volta sola (Statutum est hominibus semel mori. Hebr. IX, 27), e dalla nostra morte dipende la nostra eternità. Dove l’albero cade, ivi resta. Se una persona, in punto di morte, si trova con qualche cattiva abitudine, la sua povera anima cadrà nell’inferno; se, invece, si trova in buono stato di coscienza, prenderà la via del cielo. O strada fortunata che ci conduce al godimento dei beni perfetti! Dovessimo anche passare per le fiamme del purgatorio, siamo sicuri d’arrivarvi. Tuttavia, questo di penderà dalla vita che avremo condotta: è certo che la nostra morte sarà conforme alla nostra vita; se abbiamo vissuto da buoni Cristiani e secondo la legge di Dio, morremo anche da buoni Cristiani per vivere eternamente con Dio. Al contrario, se viviamo secondo le nostre passioni, nei piaceri e nel libertinaggio, morremo infallibilmente nel peccato. Non dimentichiamo mai questa verità che ha convertito tanti peccatori: dove l’albero cadrà, ivi resterà per sempre (Eccli. XI, 3) . Ma, F. M., la morte per se stessa, non è così spaventosa come si vuol credere, poiché non sta che a noi il renderla felice, bella e gradita. S. Girolamo era vicino a morire: avendoglielo i suoi amici annunciato, sembrò raccogliere tutte le sue forze per esclamare: “O buona e felice notizia! o morte, vieni presto! ah! da quanto tempo ti desidero! vieni a liberarmi da tutte le miserie di questo mondo! Vieni, tu mi unirai al mio Salvatore! „ E volgendosi agli astanti: “Amici, per non temere la morte e trovarla dolce, bisogna camminare per la via che Gesù Cristo ci ha tracciata, e mortificarsi continuamente. „ Infatti è in punto di morte che un buon Cristiano comincia ad essere ricompensato del bene che ha potuto fare durante la vita; in quel momento il cielo sembra aprirsi per fargli gustare la dolcezza de’ suoi beni. Ecco, su questo punto, un bell’esempio. – S. Francesco di Sales, visitando la sua diocesi, fu pregato di recarsi da un buon contadino ammalato, che prima di morire desiderava, ardentemente di ricevere la sua benedizione. Con tutta fretta il santo Vescovo andò a lui, e trovò nell’ammalato un’intelligenza ancora lucidissima. Infatti l’ammalato testimoniava al suo Vescovo la gioia che provava nel vederlo, e domandò di confessarsi. Quand’ebbe finito, vedendosi solo col santo Prelato, gli fece questa domanda: “Monsignore. morirò io presto? „ Il santo, credendo che la paura facesse fare all’ammalato questa domanda, gli rispose per assicurarlo, che aveva visto guarire ammalati assai più gravi di lui, e che del resto, doveva confidare in Dio, al quale solo appartiene la nostra vita come la nostra morte. — “ Ma, chiese di nuovo, Monsignore, credete che io dovrò morire? „ — “Figlio mio, a questo un medico risponderebbe meglio di me: tutt’al più, vi dirò che la vostr’anima è in stato molto buono, e forse in altro tempo, non potreste avere così belle disposizioni. Il meglio che possiate fare si è di abbandonarvi interamente alla provvidenza ed alla misericordia di Dio, perché disponga di voi a suo beneplacito. „ — “Monsignore, non è il timore della morte che mi fa domandare se morrò di questa malattia; ma piuttosto il timore di vivere più a lungo. „ Il santo sorpreso da un linguaggio così straordinario e, sapendo che solo una grande virtù od un’eccessiva tristezza può far nascere il desiderio della morte, domandò al malato da che cosa provenisse questo suo disgusto per la vita. “Ah! Monsignore, esclamò l’ammalato, questo mondo è cosa tanto da poco! io non so come si possa amare questa vita. Se il buon Dio non ci comandasse di restarvi sinché Egli vi ci lascia, da molto tempo io non vi sarei più. „ — “È forse il dolore, la povertà, che vi ha così disgustato della vita? „ — “No, Monsignore, ho passato una vita serenissima fino all’età di settant’anni, in cui mi vedete e, grazie a Dio, non so che cosa sia la povertà. „ — “Forse avete avuto dei disgusti da parte di vostra moglie o dei figli? „ — “Nemmeno questo; essi non mi hanno mai recato il minimo dispiacere ed hanno sempre cercato di rendermi felice; la sola cosa che mi rincrescerebbe, lasciando questo mondo, sarebbe di doverli abbandonare. „ — “Perché dunque desiderate così ardentemente la morte? „ — Perché ho sentito dire nelle prediche tante meraviglie dell’altra vita, e delle gioie del paradiso, che questo mondo è per me, come un’oscura prigione. „ Ed allora parlando coll’effusione del cuore, quel contadino disse cose così belle e così sublimi sul cielo, che il santo Vescovo si ritirò rapito d’ammirazione, ed approfittò egli stesso di questo esempio per animarsi a disprezzare le cose create ed a sospirare la felicità del cielo. Non avevo dunque ragione di dirvi che la morte è dolce e consolante per un buon Cristiano, poiché lo libera da tutte le miserie della vita e gli dà il possesso dei beni eterni? O miserabile vita, come si può attaccarsi così fortemente a te?… Giobbe in poche parole ci dice che cos’è la vita: “L’uomo vive poco tempo, e la sua vita è ripiena di miserie. Come il fiore, non fa che apparire, e già appassisce. È come l’ombra che passa e scompare (Giob. XIV, 1, 2). „ Non v’è infatti animale sulla terra che, come l’uomo sia ripieno di miserie. Dalla testa ai piedi non v’è parte che non sia soggetta ad ogni sorta di malattie. Senza contare i timori, gli orrori dei mali che, più spesso, non ci toccheranno mai. E, la morte, F. M., ci libera da tutte queste miserie. S. Paolo, scrivendo agli Ebrei dice loro: “Noi siamo qui come poveri esiliati che non hanno dimora fissa; ma ne cerchiamo una, che è nell’altro mondo (Hebr. XIII, 14) . „ Quale gioia, F. M., per una persona esiliata dalla patria, e tenuta per molti anni in schiavitù, quando le si annuncia che il suo esilio è finito, che tornerà nella patria, vedrà i parenti e gli amici! Ora, un’anima che ama Dio, aspetta la stessa felicità e languisce, quaggiù, di desiderio d’andare a vedere il cielo in mezzo ai santi, che sono i suoi veri parenti ed amici. Essa sospira quindi ardentemente il momento della sua liberazione. La morte. F. M., è per l’uomo giusto ciò che il sonno è per il lavoratore che si rallegra all’avvicinarsi della notte, in cui troverà il riposo delle fatiche della giornata. La morte libera il giusto dalla prigionia del corpo: per questo diceva S. Paolo: “Ah! me infelice! chi mi libererà da questo corpo di morte? „ (Rom. VII, 24.) — “Togliete, mio Dio, diceva il santo re Davide, togliete la mia anima dalla prigione di questo corpo, poiché i giusti m’aspettano, fino a che m’abbiate data la mia ricompensa. (Ps. CXLI, 8); Ahi chi mi darà le ali come di colomba (Ps. XLIV, 7) ? „ E la Sposa dei cantici: ” Se avete visto il mio diletto, ditegli ch’io languisco d’amore (Cant. V, 8)! „ Ahimè! la nostra povera anima è nel nostro corpo come un diamante nel fango. O morte felice  che ci liberi da tante miserie! … S. Gregorio racconta che un povero uomo chiamato Preneste, da lungo tempo paralitico in tutte le membra, vicino a morire, pregò quelli che l’assistevano di cantare. Gli si domandò perché, e che cosa poteva rallegrarlo nello stato in cui si trovava. “Ah! disse, è perché ben presto la mia anima lascerà il corpo! Fra breve sarò liberato da questa prigione! „ Quand’ebbero cantato un momento, sentirono una soave musica d’Angeli. “Ah! disse il moribondo, non sentite gli Angeli che cantano? lasciateli, lasciateli cantare! „ e morì. Subito si sparse attorno a lui un profumo tanto soave, che la camera ne fu imbalsamata. In questo esempio vediamo adempirsi alla lettera ciò che Dio disse per bocca del profeta Isaia: “Levati, Gerusalemme, diletta mia, svegliati, poiché hai bevuto di mia mano, sino alla feccia, il calice della mia collera …, tutti i mali si sono riversati su di te… Ascolta, Gerusalemme, povera città, in avvenire non berrai più il calice della mia indignazione …; rivestiti della tua forza, Sionne; rivestiti degli indumenti della tua gloria Esci dalla polvere e spezza il giogo che grava il tuo collo… „ (Isa. LI, 17, 22; LII, 1, 2). Chi potrebbe comprendere, F. M., la grandezza delle gioie di S. Liduina? Dopo ventisette anni di malattia, rosa da un cancro e dai vermi, vedendosi al termine dei suoi mali esclamò: “ O gioia! tutti  i miei mali sono finiti! … Felice notizia! morte preziosa, affrettati! Da sì lungo tempo ti desidero!„ (RIBADENEIERA, 14 Aprile). – Quale soddisfazione per S. Clemente martire, quando dopo trentadue anni di prigionia e di tormenti gli si venne ad annunciare la sua condanna a morte! “O beata notizia! esclama; addio prigione, torture e carnefici! ecco dunque finalmente il termine della mia vita e dei miei dolori. O morte, quanto sei preziosa, oh! non tardare!…; o morte desiderata, vieni a colmare la mia felicità riunendomi al mio Dio!… „ (RIBADENEIRA, 23 Gennaio, S. Clemente Vescovo d’Ancira e martire). – Quanto dunque è felice un Cristiano, se ha il coraggio di camminare sulle tracce del divin Maestro!… Ma in che consiste la vita di Gesù Cristo? Ecco, F. M. Essa consiste in tre cose, cioè: preghiera, azioni, dolori. Sapete che nella sua vita pubblica il Salvatore si è spesso ritirato in disparte per pregare, e che era sempre in moto per la salute delle anime. Ora, bisognerebbe, F. M., che il pensiero di Dio ci fosse naturale come il respiro. Durante la sua vita di preghiera e d’azione, Gesù Cristo ha molto sofferto: ora la povertà, ora la persecuzione, ora le umiliazioni ed ogni sorta di cattivi trattamenti. “La mia vita, ci dice per bocca del suo profeta, ha finito nel dolore ed i miei anni nei gemiti, la mia forza s’è affievolita nella povertà. „ (Ps. XXX, 18). La vita d’un Cristiano può essere differente da quella d’un uomo confitto alla croce con Gesù Cristo? Il giusto è un crocifisso. Vediamo che i santi hanno trovato tanti piaceri nel dolore, che non potevano saziarsene: Vedete il gran Papa Innocenzo I: era coperto d’ulceri da capo a piedi, eppure non era ancora contento, ed aspirava sempre a nuove sofferenze. E ne domandava ogni giorno a Dio colle sue preghiere: “Mio Dio, diceva, aumentate i miei dolori, mandatemi malattie ancor più crudeli, purché però mi diate nuove grazie!„ — “Perché, gli si diceva, domandate a Dio un aumento di sofferenze? Siete tutto coperto di piaghe.„ — “Voi non sapete quant’è grande il merito delle sofferenze. Ah! se poteste comprendere quanto vale il dolore come l’amereste!„ S. Ignazio martire, temendo che i leoni e le tigri venissero, come qualche volta accadeva, a lambirgli i piedi, disse queste belle parole: “Quand’è che potrò baciarvi bestie feroci, che siete preparate pel mio supplizio? Ah! quando vi accarezzerò? Se non mi volete divorare, io vi ecciterò, affinché vi avventiate su di me con maggior furore; vi ecciterò perché vi affrettiate a divorarmi. „ Egli scriveva ai suoi discepoli: “Vi scrivo per annunciarvi quanto sono felice! morirò per Gesù Cristo, mio Dio! Tutto quello che vi domando è di non far nulla per istrapparmi alla morte, so quello che mi è vantaggioso. Io sono il frumento di Dio; e bisogna ch’io sia macinato tra i denti dei leoni per diventare pane degno di Gesù Cristo.„ (Ribadeneira. 1 Febbr.). Sentite ancora S. Andrea, che alla vista della croce su cui lascerà la vita, esclama: “O croce beata, per te sarò riunito al mio Maestro! ah! croce benedetta, ricevimi tra le tue braccia; poiché, dalle tue braccia passerò in quelle di Dio. „ La folla vedendo il buon vegliardo appeso alla croce, voleva uccidere il proconsole e distaccare il santo. “No, figli miei, gridò loro S. Andrea dall’alto della croce, lasciate, lasciate ch’io termini una vita così miserabile, poiché andrò al mio Dio. (ibid. 30 Nov.) „ S. Lorenzo è steso sulla graticola di ferro, mentre le fiamme, che un’altra volta avevano risparmiato i tre fanciulli nella fornace di Babilonia, crudelmente lo abbruciano. Egli è già arrostito da una parte, ed in compenso domanda di essere voltato dall’altra, affinché in cielo tutte le parti del suo corpo siano egualmente gloriose. Senza dubbio, M. F., questo esempio è un miracolo della grazia, che è onnipotente in chi ama Dio. Ma vedete S. Paola. Questa dama romana era torturata da violenti dolori di stomaco e preferì morire piuttosto che bere un po’ di vino che le si voleva far prendere. (Ibid. 26 Gennaio). S. Gregorio ci racconta d’un povero, ma celebre mendicante che, da molti anni paralitico, non potendosi muovere dalla paglia su cui era coricato, soffriva incredibili dolori, eppure, non cessò un momento di benedire Dio. E morì cantandone le lodi. Ah! dice S. Agostino, com’è consolante il morire colla coscienza quieta! La quiete dell’anima e la tranquillità del cuore sono i doni più preziosi che possiamo ottenere; ci dice lo Spirito Santo: non v’è piacere paragonabile alla gioia del cuore. (Eccli. XXX, 16). Il giusto, dice lo stesso dottore, non teme la morte, perché essa lo riunisce col suo Dio e lo mette in possesso di ogni specie di delizie. Vedete la gioia che mostrano i santi andando alla morte.. Vedete, ci dice S. Giovanni Crisostomo, l’intrepidezza e la gioia con cui S. Paolo va a Gerusalemme, sebbene sappia i cattivi trattamenti che l’attendono: “So che per me vi sono soltanto tribolazioni e catene; so le persecuzioni ed i mali che vi soffrirò; non importa; io non temo nulla, perché son persuaso di far l’interesse di un buon padrone, che non m’abbandonerà. Gesù Cristo stesso me lo garantisce. „ E vedendo i suoi discepoli piangere, l’apostolo aggiungeva: “Che fate, piangendo, ed affliggendo il mio cuore? poiché son pronto non solo ad esser legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù. „ (Act. XX,) Noi non siamo sicuri, è vero, d’essere come S. Paolo, gli amici di Dio; però quantunque peccatori, se abbiamo confessato i nostri peccati con sincero dolore, e se abbiamo cercato di soddisfarli quanto ci è stato possibile, colla preghiera e colla penitenza; ma soprattutto, se ad un grande dolore dei nostri peccati va unito un ardente amore per Iddio, possiamo confidare: i nostri peccati sono stati sepolti nel Sangue prezioso di Gesù Cristo, come l’esercito di Faraone nel Mar Rosso. F. M., v’erano tre croci sul Calvario, quella di Gesù Cristo, che è la croce dell’innocenza: ma noi non possiamo aspirare a questa, perché abbiamo peccato. Poi, quella del buon ladrone, la croce della penitenza: questa dev’essere la nostra. Imitiamo il buon ladrone che approfittò degli ultimi istanti di sua vita per pentirsi, e dalla croce salì al cielo. Gesù Cristo glielo disse: “Oggi sarai meco in paradiso. „ (Luc. XXIII, 43) La terza croce è quella del cattivo ladrone, e dobbiamo lasciarla a quei peccatori che vogliono morire nel loro peccato… Ma noi, F. M., possiamo certamente, se lo vogliamo, essere nel numero di quelli che fanno una buona morte. Alla morte tutto ci abbandona: ricchezze, parenti, amici: ma ciò che è un supplizio pel peccatore, diventa pel giusto una grande gioia. Ditemi qual dispiacere potrebbe provare un buon Cristiano in punto di morte? Potrebbe addolorarsi per questi beni che ha disprezzati durante la sua vita? Il corpo? egli lo considera come un crudele nemico, che più d’una volta l’ha messo in pericolo di perdere l’anima. Forse i piaceri del mondo? No, senza dubbio, poiché ha passata la vita nei gemiti, nella penitenza e nelle lagrime. No, F. M., egli non rimpiange nulla di tutto questo. La morte non fa che separarlo da ciò che ha sempre odiato e disprezzato; cioè, dal peccato, dal mondo, dai piaceri. Andandosene egli porta con sé tutto quanto ha amato: le sue virtù e le sue buone opere; egli abbandona ogni sorta di miserie per andare ad impossessarsi di ineffabili ricchezze; abbandona il combattimento per andare a godere la pace; abbandona un nemico crudele, il demonio, per andare a riposare nel seno del migliore dei padri. Sì, le sue buone opere lo conducono in trionfo davanti a Dio, il quale gli appare non come un giudice, ma come un tenero amico che, dopo aver compatito le sue sofferenze, non desidera che di ricompensarlo. Il profeta Isaia ci insegna che le nostre buone opere andranno a sollecitare per noi la bontà di Dio, ci apriranno le porte del paradiso, e determineranno la nostra dimora in cielo. È perfettamente vero che le nostre buone opere ci accompagneranno. Ecco un bell’esempio del pio re Ezechia. Lo Spirito Santo ci mostra questo re adorno dei meriti del giusto. Egli si dà con tutto il suo cuore alla pratica delle buone opere, la sua intenzione è pura, il motivo di tutte le sue azioni è unicamente quello di piacere a Dio. Egli osserva fedelmente, e con grande rispetto tutte le cerimonie della legge. Ma che avvenne? Eccolo. Ogni cosa gli riuscì durante la vita. Ma in punto di morte tutta la sua magnificenza e tutte le sue ricchezze, che erano grandissime, lo abbandonarono; i sudditi più fedeli furono costretti ad abbandonarlo; mentre le sue buone opere non lo lasciarono. Per queste, prega il buon Dio di fargli grazia: “Ve ne scongiuro, Signore, ricordatevi che ho sempre camminato davanti a voi con cuor puro e retto; ho sempre cercato ciò che ho creduto vi fosse più gradito.„ (Isa. XXXVIII, 3). Tale è, F. M., la fine felice d’una persona che ha lavorato durante tutta la sua vita a fare tutto ciò che potesse piacere a Dio solo. “Beati, dice S. Giovanni, quelli che muoiono nel Signore, poiché le loro opere li seguono! „ (Apoc. XIV, 13) Sì, F. M., porteremo con noi quanto abbiamo di più prezioso; i beni che passano li lasceremo sulla terra, e quelli che dureranno eternamente ci seguiranno. Il solitario sarà accompagnato dal suo silenzio, da suo ritiro e da tutte le sue orazioni; il religioso dalle penitenze, dai digiuni, dalle astinenze; il sacerdote da tutti i suoi lavori apostolici: egli vi vedrà tutte le anime che aveva salvate e che saranno la sua ricompensa e la sua gloria; il Cristiano fedele ritroverà tutte le buone confessioni e comunioni fatte, tutte le virtù praticate durante la sua vita. Che morte felice F. M., quella del giusto! Ascoltate il profeta Isaia: “Dite al giusto ch’egli è felice, poiché raccoglierà il frutto delle sue buone opere (Isa. III, 10). Converrete dunque che la morte del giusto è preziosa davanti agli uomini; la sola presenza del sacerdote, che visita quel moribondo! Lo confermerà nella fede e nella speranza; se gli si parla di Dio e delle sue grazie, subito il suo amore s’infiammerà come fornace ardente; quando gli si parla degli ultimi Sacramenti, cosa che agghiaccia un peccatore di orrore e di timore, è inondato da un torrente di delizie; poiché il suo Dio verrà nel suo cuore per condurlo con sé in paradiso. San Gregorio ci racconta che sua zia S. Tarsilla, vicina a morire, esclamò fuori di sé per la gioia: ” Ah! ecco il mio Dio! ecco il mio sposo! „ e spirò in uno slancio d’amore. Vedete ancora S. Nicola da Tolentino (Ribadeneira 10 settem.). Negli ultimi otto giorni della sua malattia, quando aveva ricevuto il corpo del Salvatore, si sentivano gli Angeli cantare nella sua camera; e quando i canti cessarono egli morì: gli Angeli lo condussero al cielo in loro compagnia. Felice morte quella del giusto!… S. Teresa apparsa splendente di gloria ad una religiosa del suo ordine, l’assicurò che nostro Signore era presente alla sua morte, ed aveva condotto la sua anima in cielo. Felice l’anima che può essere assistita in morte da Gesù Cristo in persona!… Quanto è dolce e consolante il morire nell’amicizia di Dio!… Non è questa forse una prima ricompensa del bene che si è potuto fare durante la vita?

II. — So, F. M., che tutti desideriamo di fare una buona morte; ma non basta desiderarlo, bisogna anche lavorare per meritarci questa fortuna, questa grande fortuna. Volete sapere ciò che può procurarci questa fortuna? Eccolo in poche parole. Fra i mezzi che dobbiamo adoperare per ben morire, ne scelgo tre che colla grazia di Dio, ci condurranno infallibilmente ad una buona morte. Bisogna prepararvisi: 1° con una santa vita; 2° con una vera penitenza, se abbiamo peccato; e 3° con una perfetta conformità della nostra morte con quella di Gesù Cristo. – Ordinariamente, si muore come si è vissuto: è una delle grandi verità che la Scrittura ed i santi Padri ci affermano in vari luoghi. Se vivete da buoni Cristiani, siete sicuri di morire da buoni Cristiani; ma se vivete male, state sicuri di fare una cattiva morte. Dice il profeta Isaia: “Guai all’empio che non pensa che a fare il male, poiché sarà trattato come merita: alla morte riceverà il compenso del suo lavoro (Isa. III, 11) „ È però vero che qualche volta si può, per una specie di miracolo, cominciare male e finir bene; ma questo avviene così raramente che, secondo S. Girolamo, la morte è ordinariamente l’eco della vita; credete che allora ritornerete al buon Dio? no, voi perirete nel male. Ma se, pentiti, cominciate a vivere cristianamente, sarete nel numero di quei penitenti che commuovono il cuore di Dio e guadagnano la sua amicizia. Sebbene meno ricchi di meriti, pure arrivano al cielo, e Dio si serve precisamente di essi per manifestare la sua misericordia. Lo Spirito Santo ci dice: “Se avete un amico, fategli del bene prima di morire. „ « (Eccli. XIV, 13). Eh! F. M., possiamo avere amico migliore della nostra anima? facciamo ora per essa tutto ciò che possiamo; giacché quando vorremo farle del bene, non lo potremo più!… La vita è breve. Se differite di convertirvi sino all’ora della vostra morte, siete ciechi, poiché non sapete né dove né quando morrete, né se avrete qualche soccorso spirituale. Chi sa se questa notte stessa, non dovrete comparire coperto di peccati, davanti al tribunale di Gesù Cristo?… No, F. M., non dovete fare cosi: dovete purificarvi, e tenervi sempre pronti a comparire davanti al vostro giudice. Ecco un esempio che vi mostrerà come chi ritarda di giorno in giorno la sua conversione, muore come è vissuto. S. Pier Damiani ci racconta che un religioso aveva passata la maggior parte della sua vita in questioni e contese co’ suoi fratelli. Quando fu in punto di morte, i suoi fratelli lo scongiuravano di confessare i suoi peccati, di domandarne perdono a Dio e di farne penitenza, con un buon proposito di non più ricadervi, se fosse guarito. Non poterono cavargli una sola parola. Ma poco dopo, quand’ebbe ripresa la parola, parlò loro, e di che? ahimè! di ciò che era stato l’oggetto delle sue conversazioni durante tutta la sua vita: di processi e d’altri affari. I fratelli lo scongiuravano di pensare alla sua anima; tutto fu inutile: si assopì, e morì senza il minimo segno di pentimento. Sì, F. M., quale è la vita tale è la morte. Non sperate in un miracolo che Dio fa solo raramente: vivete nel peccato e nel peccato morrete. – Un gran numero d’esempi ci prova che dopo una cattiva vita, non dobbiamo aspettare una buona morte. Leggiamo nella S. Scrittura (Jud. IX) che Abimelech, principe fiero ed orgoglioso, s’impadronì del regno che doveva dividere coi fratelli, e li fece morire per regnare da solo. Mentre assediava una fortezza, essendosi gli assediati rifugiati in una torre, egli si avvicinò per appiccarvi il fuoco. Una donna che dall’alto del bastione lo vide, gli scagliò una pietra e gli spaccò la testa. Il disgraziato sentendosi ferito, chiamò il suo scudiero e gli disse: “Leva la tua spada e trafiggimi… Fammi morire subito, per risparmiarmi la vergogna d’essere stato ucciso da una donna. „ Che strana condotta, F. M.! E forse il primo principe che è stato ferito così? Perché volle che il suo scudiero lo avesse ad uccidere? ahimè! perché durante la sua vita era stato un ambizioso!.. Saulle aveva dato battaglia agli Amaleciti: la sorte pendeva incerta: egli si sentiva perduto perché già ferito, e vedeva l’esercito nemico che stava per gettarsi su di lui. Appoggiato il petto alla sua spada, e vedendo venire un soldato gli disse: “Vieni, amico, chi sei? „ — ” Sono un Amalecita. „ — “Ebbene fammi un favore: gettati su di me ed uccidimi; sono accasciato dal dolore e non saprei morire; finiscimi. „ (II Reg. XXXI). E perché, F. M., questo miserabile volle morire per mano d’un Amalecita? Era forse il solo principe che avesse perduto una battaglia? Non stupitevi di questo, ci rispondono i santi Padri, è un principe che, durante la sua vita, s’è dato ai vizi, s’è lasciato dominare dall’invidia, dall’avarizia e da ogni altra passione. Perché muore in un modo così disonorante? Perché ha vissuto male. Tutti sanno che Assalonne era sempre stato disobbediente e ribelle al suo buon padre. L’ora della sua morte, che Dio aveva già fissata da tutta l’eternità, essendo ormai giunta, passando sotto una pianta vi restò sospeso per i capelli. Gioabbo, vedendolo, gli tirò tre frecce (II Reg. XVIII). Da che proviene, F. M., la fine disgraziata di questo principe? da questo che tutta la sua vita era stata quella di un cattivo figliuolo. Morì così perché aveva vissuto male. – Vedete dunque chiaramente, F. M., che se vogliamo fare una buona morte, dobbiamo condurre una vita cristiana e far penitenza dei nostri peccati; dobbiamo eccitare in noi, colla grazia di Dio, una profonda umiltà in u n cuore pieno di rimorso d’aver offeso un padrone così buono. Ma un terzo mezzo per prepararci a ben morire, è quello di regolare la nostra morte su quella di Gesù Cristo. Quando si porta il buon Dio ad un ammalato, si porta anche la croce: questo non si fa solo per cacciare il demonio, ma molto più perché questo Salvatore crocifisso serva di modello al moribondo, e perché, gettando lo sguardo sull’immagine d’un Dio crocifisso per la sua salute, egli si prepari alla morte come vi si è preparato Gesù Cristo. La prima cosa che fece Gesù Cristo prima di morire fu di separarsi dagli Apostoli: un ammalato deve fare lo stesso, allontanarsi dal mondo, distaccarsi per quanto può dalle persone che gli sono più care, per non occuparsi che di Dio solo e della sua salute. Gesù Cristo, sapendo vicina la sua morte si prostrò colla faccia a terra nel giardino degli Olivi, pregando con insistenza. (Matth. XXVI, 39). Ecco quanto deve fare un ammalato all’avvicinarsi della morte; deve pregare con fervore e, nella sua agonia, unirsi all’agonia di Gesù Cristo. L’ammalato che vuol rendere il suo male meritorio deve accettare la morte con gioia, o almeno con una grande sottomissione alla volontà del Padre celeste, pensando che bisogna assolutamente morire per andare a veder Dio, e che in ciò consiste tutta la nostra felicità. S. Agostino ci dice che chi non vuol morire, ha il carattere di riprovato. Oh! F. M., quanto è felice in quell’ultimo momento un Cristiano che ha santamente vissuto! Egli abbandona ogni sorta di miserie per entrare in possesso di ogni sorta di beni!… Felice separazione! Essa ci unisce al nostro sommo bene, che è Dio stesso!… È quello che io vi auguro.

LO SCUDO DELLA FEDE (179)

A. D. SERTILLANGES, O. P.

CATECHISMO DEGLI INCREDULI (XVI)

[Versione autoriz. Dal francese del P. S. G. Nivoli, O. P. – III ristampa. S. E. I. – Torino 1944]

LIBRO TERZO

LA CHIESA

II. — I caratteri divini della Chiesa.

a) Il fatto sovrumano.

D. Credi evidente che la Chiesa abbia un’« anima divina »?

R. Questo focolare di verità e di santità nel mondo, questo fermento della povera pasta umana sempre pronta a ricadere e a inacidirsi, questa società così stupenda nella sua fondazione, nella sua espansione, nella sua esatta successione, nella sua fecondità Spirituale, nella sua perpetuità, nella sua unità ad onta di tante lacerazioni secolari, nella sua stabilità in mezzo a tutto quello che vacilla, non è forse un argomento incomparabile in favore della sua missione e della sua divinità?

D. Tu ci vedi un miracolo?

R. Vi è certamente un miracolo nel solo fatto della Chiesa, e ci vuole tutta la potenza di accecamento dell’abitudine per non accorgersene. Supponi una società di amicizia che sia fondata un giorno nelle condizioni in cui si fondò la Chiesa; sottomettila alle medesime traversie; falla durare così per due mila anni, e spandila sopra tutto l’universo con effetti proporzionati a questi: poi mi dirai che cosa pensi della sua vitalità e a quali cause umane una tale vitalità potrebbe veramente essere assegnabile.

D. Il fatto è così ampio come questo?

R. Il governo attuale e i frutti attuali della Chiesa si estendono a oltre trecento milioni di anime. Addiziona le generazioni passate, calcola le future, e computa il gregge di Cristo. Nessuna opera umana può essere, sia pure lontanamente, paragonabile a quest’opera. « Ciò sorpassa l’uomo », specialmente se si confronta il risultato coi mezzi: semplicità alla base di un’immensa complicazione; umiltà a servizio di una onnipotenza; sorgente appena visibile che dà origine a un fiume che si allarga sino a formare un oceano.

D. Ne parli come di una creazione.

R. Attese le condizioni della sua fondazione e del suo trionfo, attesa la sua struttura visibile e specialmente spirituale, la Chiesa, come dice Bossuet, è veramente «un edificio tratto dal niente, una creazione, l’opera di una mano onnipotente ».

D. Tuttavia gli storici notano, nel corso dei tempi, le cause di questo successo della tua Chiesa.

R. Ho già risposto a un argomento di questa forma, e ti dicevo: Tutto ha delle cause; ma bisogna spiegare come queste cause si trovino all’opera nel momento opportuno, senza mai fare difetto, senza fallire il loro effetto, senza lasciarsi annullare da tante altre cause di deviazione o di rovina.

D. Di quali cause contrarie parli tu?

R. Esse abbondano, e talune ebbero tutta l’apparenza di cataclismi mortali. Lunghe e terribili persecuzioni, eresie, scismi, pericoli di assorbimento da parte di capi politici, debolezza e colpe dei fedeli, a volte perfino dei pastori, invasioni barbare che parevano sommergere ogni cosa, formidabile pressione dell’Impero, grande scisma di Occidente, riforma, filosofismo, rivoluzione francese… non sono che le principali crisi. Ora la Chiesa ha attraversato tutto senza perire e senza corrompersi; essa non soccombette mai a questo doppio pericolo, che la minaccia sempre. Che cosa può umanamente spiegare questo?

D. Vi è il genio, la forza, la virtù che operano nella Chiesa come dovunque.

R. Se avviene come dovunque, ciò non spiega niente. Di fatto il genio esiste dovunque, ed è raro dovunque; la Chiesa non ne ha di più che il suo conto. La forza per lo più vi è assente. La virtù fa parte del fenomeno da spiegare. Nient’altro si può invocare che la potenza del germe e il suo adattamento all’ambiente in cui esso lavora. La Chiesa, come un vivente, trova in sé le sue forze di creazione, di accrescimento, di difesa, di riparazione, di progresso. Ciò è ad essa naturale, dato il suo essere; ma è lo stesso suo essere che lo fa divino. « La vita è creazione », dice Claudio Bernard; la Chiesa vive, ed è Iddio che crea.

D. Il vivente di cui parli fu veramente fedele al suo germe? la Chiesa attuale risponde alla sua prima istituzione?

R. Tutto l’essenziale della Chiesa attuale si trova in San Paolo.

D. I protestanti lo negano.

R. Newman intraprese un vasto lavoro per contestarlo con maggiore scienza; a misura che egli si avanzava, vedeva rivolgersi la situazione; alla fine si convertì.

D. Altri, al presente, in Francia, ritornano alla prima idea di Newman, e forse sono meglio attrezzati.

R. Vi sono oggi degli uomini di valore: essi sono meglio attrezzati se si vuole; ma la loro passione anticristiana è troppo manifesta; essa fa torto a se stessa; e succede ad essa, come sempre alla passione, di non correggere la cattiveria o il malvolere se non con la stoltezza. Del resto, ve ne sono di quelli che non capiscono niente affatto, e di quelli che capiscono tanto meno in quanto non vogliono capire.

D. La rigidità de’ suoi principii è forse la ragione della lunga durata della Chiesa e della sua resistenza alle cause di dissoluzione.

E. Resterebbe da spiegare la rigidità secolare della Chiesa in mezzo a un mondo che non è meno seducente secondo lo spirito che secondo le potenze della carne. Abbiamo dato sopra un giudizio di questa difficoltà. Ma inoltre Pascal ti oppone un ragionamento affatto contrario. « Gli stati perirebbero, dice egli, se non si facessero piegare sovente le leggi alla necessità. Ma la religione non ha mai tollerato questo e mai ne ha tatto uso. Così ci vogliono degli accomodamenti o dei miracoli.Non è strano che ci si conservi piegando, e questo non è propriamente un mantenersi. E infine ancora essi periscono interamente; non ce n’è uno che abbia durato mille anni. Ma che questa Religione siasi sempre mantenuta, e inflessibile, ciò è divino ».

D. La Chiesa sì è mantenuta indubbiamente, ma sempre in mezzo alle contradizioni.

R. Ragione di più perché essa abbia bisogno di una soprannaturale protezione. La passione degli uomini si scalda pro e contro di essa; ma è l’imparzialità del tempo che la giudica. A misura che le obiezioni e gli antagonismi andranno moltiplicandosi, la Chiesa potrà sempre più opporre loro l’argomento e la forza della sua perpetuità.

D. A che cosa attribuisci tu queste contradizioni?

R. La Chiesa è contradetta perché, giudicando dal punto di vista dell’eternità, essa è sempre in ritardo o in anticipo sopra qualche cosa, esigendo od opponendosi riguardo a qualche cosa. Essa non può così attendere giustizia se non dai fatti, non dagli uomini, che giudicano in generale, fosse pure a distanza, secondo i loro pregiudizi e le loro passioni.

D. La storia non è dunque per la Chiesa?

R. La storia, sì, ma non sempre gli storici. La storia è per la Chiesa, perché registra quello che la Chiesa ha fatto; 1a fede è a più forte ragione per la Chiesa, perché inoltre essa prevede quello che la Chiesa farà. Ma ciò che fa la Chiesa è quasi sempre sospetto a qualcuno, talvolta allo stesso credente.

D. La Chiesa non prende la propria difesa?

R. Essa lascia dire. È «un blocco di forza silenziosa », come avrebbe detto Carlyle.

D. Spieghi nello stesso modo le persecuzioni?

R. Le due questioni non possono mancare di corrispondersi. La Chiesa è perseguitata perché rivendica dei diritti e impone dei doveri; perché si paventa la sua potenza e ci si irrita delle sue pretese. Ciascun secolo mette alla prova la Chiesa, ed è per questo che essa è; e per questo che essa è, altresì, ciascun secolo la conferma, aggiungendo un nuovo abbigliamento alla sua giovane eternità.

D. Qual è per la Chiesa la suprema garanzia d’indipendenza?

R. Il martirio, Quando si è pronti a morire, si è liberi,

D. Vuoi spiegarmi il tuo pensiero?

R. Ascolta questo breve dialogo: — Taci, o io ti uccido! — La mia morte sarà la mia più alta parola. — Tutto morrà di te eccetto la tua parola. — Dunque io non morrò punto, — Vattene al diavolo! — Vado, ma in grado di poter servire Dio,

D. Giungeresti fino a rallegrarti delle persecuzioni, delle contradizioni?

R. «Vi è del Piacere a trovarsi in una nave sbattuta dalla procella, quando si è sicuri di non perire » (PASCAL).

D. Lo stato presente della Chiesa ti pare che giustifichi una tale fiducia?

R. Lo stato della Chiesa non fu mai più favorevole e più ricco di speranze. Nel 1874, non è dunque gran tempo, Disraeli, membro di un gruppo religioso dissidente e rappresentante di un grande impero, diceva al Parlamento inglese: «Io non me lo posso dissimulare, la Religione Cattolica è un organismo potente, e se mi è permesso di dirlo, il più potente che esista oggi ».

D. Certi Cattolici stessi credono a un regresso.

R. I lodatori del Passato ne dimenticano le miserie; i di tale parzialità di sguardo è certo naturale; sotto un certo aspetto essa è virtuosa, perché milita in favore del nostro ideale; ma tentiamo di vedere quello che è. La Chiesa è piena di vita; sua costituzione; il suo ultimo concentramento organico, punto di partenza di una più ricca espansione che si annunzia da ogni parte, non data che da un mezzo secolo. Ieri stesso si liberava definitivamente del temporale e accresceva così agli occhi del mondo il suo incomparabile prestigio Spirituale; la santità vi circola più che mai, e la sua potenza incivilitrice è così evidente che i gruppi politici più animati contro di essa cercano insistentemente questo focolare spirituale. L’avvenire è davvero largamente aperto davanti alla Chiesa, e benché essa sia antica, pure non è e non sarà mai vecchia. Avviene di essa, e assai meglio ancora, come della terra ad ogni primavera, dell’universo in ciascuno de’ suoi cicli. Il ricominciamento eterno è la legge di ciò che non muore.

IL SEGNO DELLA CROCE (9)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (9)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA OTTAVA.

3 dicembre.

Il segno della croce noto ed in uso di poi la origine del mondo. — Contraddizione apparente. — Sette modi di fare il segno della trote. — Giacobbe, Mosè, Sansone lo hanno fatto. — Testimonianza de’ Padri. — David, Salomone, e tutto il popolo giudeo ne conoscevano il valore. — Prove.

Mio caro Federico il tuo orecchio, come quello di ben molti altri, farà il zufolo alla prima frase di questa mia lettera. Il segno della croce rimonta all’origine del mondo. Desso è stato eseguito da tutti i popoli, ancorché pagani, nelle solenni preghiere, e nelle contingenze, in che era da ottenere una qualche grazia decisiva. Innanzi tratto è da osservare, che questa proposizione non contraddice a quanto abbiamo detto nella precedente lettera; avvegnacché ieri fu parola del segno della croce nella sua forma completa, e perfettamente compresa, com’è in uso da poi il Cristianesimo; oggi l’è della forma elementare, benché reale, e più o meno misteriosa per quelli, che ne usavano avanti la predicazione del Vangelo. Uno schiarimento ti sembra necessario; ed eccolo.

Il segno della croce è si naturale all’uomo, che presso tutti i popoli, in tutte le religioni, ed in tutte le epoche, non s’è messo egli in rapporto con Dio per lo mezzo della preghiera senza eseguirlo. Hai tu conoscenza di un qualche popolo che pregasse con le braccia pendenti? Per me, lo ignoro; solo conosco che i pagani, i Giudei, ed i Cattolici, hanno pregato facendo questo segno della croce. V’hanno sette modi di fare questo segno. Le braccia distese: l’intiero nomo diviene segno di croce. – Le mani congiunte, e le dita commesse insieme; ecco cinque segni di croce.  Le mani applicate l’una contro l’altra, ed un pollice sovrapposto all’altro, nuovo segno di croce. – Le mani congiunte innanzi al petto, formano un altro segno di croce. Le braccia al petto conserte ti presentano di nuovo la croce. – Il dito pollice della mano destra passando sotto l’indice e posandosi sul medio forma un altro segno di croce, limitatissimo, come fra poco vedremo. – Infine, la mano destra passando dal mezzo della fronte al petto e da questo alle spalle, lo rappresenta più esplicitamente, come tu a pezza conosci. Sotto l’una o l’altra di queste forme, il segno della croce è stato conosciuto e praticato dappertutto e sempre, nelle circostanze solenni con una conoscenza più o meno chiara della sua efficacia.  Giacobbe è sul punto di morire. Dodici figli, futuri patriarchi di dodici grandi tribù, lo circondano. Il santo patriarca, per divina inspirazione predice a ciascun di loro quanto ad essi accadrebbe nel seguito de’ secoli. Alla vista di Efraim e di Manasse, i due figli di Giuseppe, il vecchio è commosso ed implora sopra di loro tutte le divine benedizioni (Genes. XLVII, 13. seq.). Ad ottenerle qual cosa mai fa egli? Incrocia le braccia, dice la scrittura, e poggia la mano sinistra sul capo del figlio che avea a destra, e la mano destra su quello, che avea a sinistra. Ecco il segno della croce, sorgente eterna di benedizioni! La tradizione non s’è ingannata; Giacobbe era la figura del Messia. In questo momento solenne, parole ed azioni, tutto nel patriarca dovea essere profetico. Giacobbe, dice san Giovanni Damasceno, incrocia le mani per benedire i figli di Giuseppe, forma il segno della croce, nulla v’ha di più evidente (Jacob, alternates cancellatisque manibus, filios Joseph benedicens, signum Crucis manifestissime scripsit. (De fide orthod. lib. I, c.18). – Fin da’tempi apostolici, Tertulliano constata lo stesso fatto, e dalla istessa interpretazione. «L’antico Testamento, dic’egli, ci mostra Giacobbe, che benedice i figli di Giuseppe con la mano sinistra sul capo di quello che avea a destra, e la destra sulla testa di chi era a sinistra. In questa posizione, esse formavano la croce ed annunziavano le benedizioni di che il Crocifisso sarebbe inesauribile fonte » (Sed est hoc quoque de veteri Sacramento, quo nepotes suos ex Joseph, Ephraim et Manasses, Jacob, impositis capitibus et intermutatis manibus  benedixerit; et quidem ita transversim obliquatis in se, ut Christum deformantes, jam tunc protenderet benedictionem in Cristum futuram – De Baptism). Sormontiamo i tempi della cattività in Egitto ed arriviamo a Mosè. Nel mezzo del deserto gli Ebrei si trovano di rincontro ad Achimalec, che alla testa di fortissima oste sbarra loro la via, ed una battaglia decisiva è inevitabile. Che farà Mosè? Invece di restare nel piano e dar coraggio a’ combattenti d’Israele col gesto e con la voce, egli ascende il monte, che resta a cavaliere del campo di battaglia, e durante la zuffa che fa egli il legislatore inspirato da Dio? Il segno della croce; non altro che questo segno, lungo tutto il tempo dell’azione, non leggendosi che abbia pronunziato parola alcuna. Egli tiene le mani aperte e le braccia distese verso il cielo, facendo di se un segno di croce, Dio lo vede in tale atteggiamento e la vittoria è riportata (Exod. XVII, 10). Non credere che vana supposizione sia questa. Ascolta quanto ne dicono i Padri. Amalec, esclama san Giovanni Damasceno, sono queste mani distese in croce, che ti hanno vinto! (Manus Crucis extensæ Amalech repulerunt. (De Fide Ortodox. lib. IV, c. 2). Ed il gran Tertulliano: « Perché… Mosè, quando Giosuè combatte Amalec, fa quanto mai ha fatto, cioè, pregare in piedi e con le braccia distese? In circostanza si decisiva era da pregare, per rendere più efficace la sua preghiera, in ginocchio, battendosi il petto, e con la fronte prostrata nella polvere. Niente di tutto questo: e perché? La battaglia, contro Amalec prefigurava la guerra del Verbo incarnato contro satana, ed il segno della croce, col quale questi riporterebbe la vittoria » (Jam vero Moyses quid utique nunc tantum, cum Jesus adversus Amalech præliabatur, expansis manibus orat resi-dens, quando in rebus tam altonitis, magia utique genibus depositis, et manibus cædentibus pectus, et facie numi volutami, orationem commendare debuisset; nisi quia illic, ubi nomen Domini dimicabat, dimicaturæ quandoque adversus diabolum crucis quoque erat habitus necessarius, per quam Jesus victoriam esset relaturus? (Contra Marcion. lib. III). Ed il filosofo martire san Giustino, che arriva fino agli apostoli : « Mosè sul monte fino al tramonto del sole, con le braccia distese sostenute da Ur e da Aronne, che cosa è mai, se non il segno della croce » (Moyses expansis manibus in colle ad vesperam usque permansi!, cum manus ejus susteiitarentur, quod sane nullam nisi crucis figuram exhibebat. {Dialog, cum Tryph. n. 111)? Insensibili ai miracoli di paterno amore, di che erano oggetto i Giudei pronunziavano male voci contro Mosè, e contro Dio. Dalle parole passano ai fatti, ed irrompono a rivolta ostinata. Ma la pena è pronta, e con i medesimi caratteri della colpa. De’ serpenti, rettili spaventevoli, il cui veleno brucia qual fuoco, si gettano su i colpevoli facendone strazio con i loro morsi, e coprono il campo di morti e di morenti. Alla preghiera di Mosè Dio si placa; per mettere in fuga i serpenti, e guarire gl’innumerevoli infermi, qual mezzo indica Egli? Delle preghiere? no. Dei digiuni? nemmeno. Un altare, o una colonna di espiazione? nulla di tutto questo. Comanda si faccia un segno di croce permanente e visibile a tutti, segno che ciascun infermo farà col desiderio guardandola, e tale sarà la potenza di questo segno, che un solo sguardo restituirà la perduta sanità. Il significato di questo segno divinamente comandato non è oscuro, avvegnacchè il vero segno della croce, il segno della croce vivente per tutta l’eternità, N. S. istesso ha rivelato al genere umano che il segno del deserto era sua immagine. « Come Mosè elevò nel mezzo del deserto il serpente, così è mestieri che il Figlio dell’uomo sia elevato, affinché chiunque crede in lui non perisca , ed abbia vita eterna » (1 Joan. III, 15). Se i limiti di una lettera lo permettessero, noi percorreremmo insieme gli annali del popolo figurativo, e vedresti, mio caro, che in tutte le importanti occasioni, chesono pervenute a nostra notizia, desso fece ricorso al segno della croce. Lascia che io te ne citi qualcuna. Nei sacrifizii il sacerdote, secondo il rito prescritto, elevava l’ostia, e la trasportava dall’Oriente all’Occidente, come ci dicono gli stessi Giudei, e con ciò formava una figura della croce, e con un movimento simile il gran sacerdote ed i semplici sacerdoti benedicevano il popolo dopo i sacrifizii (Duguet. Trait. de la croix de N. S. c. VIII). Dalla chiesa giudaica, questo segno è passato nella Chiesa cristiana. I primi fedeli ammiratori dell’antico modo di benedire con la figura della croce, ed ammaestrati dagli Apostoli del misterioso significato di questo segno lo hanno continuato accompagnandolo con le parole che lo spiegano. Le abbominazioni di Gerusalemme erano giunte al loro colmo, quando Dio mostrò al profeta Ezechiele il personaggio misterioso, che dovea attraversare la città e segnare del T la fronte de’ gementi sulla iniquità della colpevole capitale (Ezecb. IX, 4). Ai fianchi di esso camminavano sei individui muniti di armi micidiali con ordine di massacrare quanti non trovassero marcati del segno salutare. Come non vedervi una figura del segno della croce, ch’è fatto sulla nostra fronte? I Padri della Chiesa l’intendono a questa maniera, e fra gli altri, Tertulliano e s. Girolamo. Come, questi dicono, il segno del T impresso sulla fronte di quelli che gemevano sulla iniquità di questa città, li protesse contro gli angeli sterminatori; così il segno della croce, di che l’uomo segna la sua fronte, è certo argomento ch’egli non sarà la vittima di satana, né degli altri inimici del suo bene, s’egli geme sinceramente sulle abominazioni che questo segno combatte (Tertull. adv. Marc. 1, III, c. 22 – Hier, in Exech. c. X.). – I Filistei hanno ridotto Israele alla più umiliante delle servitù. Sansone comincia a liberarla, ma sventuratamente il forte d’Israele è sorpreso, incatenato, privato della vista degli occhi, ed i Filistei si servono di lui come di trastullo nelle loro feste. Sansone medita la vendetta, e con un sol colpo vuole schiacciare migliaia d’inimici, e la Provvidenza ha siffattamente disposto, che il suo disegno col segno della croce venga eseguito. Posto fra due colonne, sostegno dell’edilizio, dice S. Agostino, il forte d’Israele distende le sue braccia in forma di croce, ed in tale atteggiamento fortissimo, scuote le colonne, le abbatte, e schiaccia i nemici suoi, e come il Crocifisso, di che era figura, muore sepolto nel suo trionfo (Jam hic imaginem crucis attendite: expansas enim manas ad duas columnas, quasi ad duo signa crucis extendit; sed adversarios suos interemptos oppressit, et illius passio interferito facta est persequentium – Serm. 107. de temp.). – David pieno di amarezze è ridotto agli estremi, che possa patire un re ! Un figlio parricida, i sudditi in rivolta, un trono vacillante, la vecchia età che si avanza, lo appenano tanto, ch’egli n’è prostrato. Qual cosa fa il monarca inspiralo per lenire la forza del dolor suo? Prega. Ma come? Facendo il segno della croce. (Expandi manus meas ad te. (Ps. LXXXIII, CXLII, etc. etc.) – Salomone compisce il tempio di Gesusalemme, ed il magnifico edificio è consacrato con pompa degna di un tale sovrano; resta solo attirare le benedizioni divine sulla nuova casa del Dio d’Israele, ed ottenerne i favori per quelli, che vi pregheranno, Salomone all’uopo prega il Signore ed in atteggiamento di croce. In piedi, dinanzi l’altare del Signore, dice il sacro testo, al cospetto di tutto il popolo d’Israele, distende le mani verso il cielo, e dice: Signore, Dio d’Israele, non v’ha un Dio simile a voi ne’ cieli e sulla terra. Guardate la preghiera del vostro servo. I vostri occhi guardino questa casa notte e dì, onde le preci del vostro servo, e del vostro popolo sieno esaudite (stetit autem Salomon ante altare Domini in conspectu ecclesiæ Israel, et expandit manus suas in cœlum, et ait: Domine Deus Israel, non est similis tui, Deus in cœlo desuper, et super terram deorsum réspice ad orationem servi tui, et ad preces ejus ut sint oculi aperti super domum hanc nocte et die. . . ut exaudías deprecationem servi tui, et populi tui Israel. – III Reg. VIII, 22, 23, 28, 2», 30). Credere che i soli patriarchi, i giudici, i veggenti d’Israele conoscessero il segno della croce, e lo praticassero sarebbe un ingannarsi; tutto il popolo lo conosceva e ne’ pubbiici pericoli religiosamente ne usava. Sennacherib marcia di vittoria in vittoria, la maggior parte della Palestina è soggiogata, Gerusalemme è minacciata. Vedi tu quel che questo popolo, uomini, femmine e fanciulli, operano per respingere l’inimico? Come Mosè si rendono immagine della croce; eglino invocano il Signore delle misericordie, e distese le mani, le innalzano verso il cielo, ed il Signore li esaudì (Et invocaverunt Dominum misericordem , et expandentes manus suas, extulerunt ad Cœlum et sanctus Dominus Deus audivit cito vocem ipsorum. (Eccli. XLVIII, 22). Ma un altro pericolo li minaccia. Eliodoro s’avanza seguito dall’esercito per saccheggiare il tesoro del tempio, di già ha passato la soglia, un’istante ed il sacrilegio sarà compiuto. I Sacerdoti prostesi sul suolo innanzi all’altare del Signore pregavano; ma nulla arresta il sacrilego spogliatore: il popolo invoca a suo soccorso l’arma tradizionale, prega facendo il segno della croce: tu sai il resto (II Macab. III, 20). Se non è da porre in dubbio che pregare con le braccia distese è un formare la figura dalla croce, tu vedi chiaro ed aperto che, da’ tempi i più remoti, i Giudei hanno conosciuto e praticato il segno della croce, per un istinto più o meno misterioso della sua onnipotenza. Dimani noi vedremo se i pagani erano meno istruiti.

IL PAGANESIMO ANTICO E MODERNO (3)

IL PAGANESIMO ANTICO E MODERNO (1)

OTTO DISCORSI DETTI DAL P. CARLO M. CURCI D. C. D. G.

NELL’OTTAVA DELL’EPIFANIA DEL 1862 IN ROMA

ROMACOI TIPI DELLA CIVILTÀ CATTOLICA – 1862

DISCORSO TERZO

ARGOMENTO 

L’eccellenza del Paganesimo grecoromano nelle arti dello Stato e della immaginativa non riguarda l’uomo, in quanto tale. Che sia questo pei Cristiani. Ignoranza del Paganesimo intorno a ciò. Ragioni di quella eccellenza. La schiavitudine. Riscontro nella età moderna quanto alla filosofia, ai progressi materiali, al Comunismo. La scienza di Dio ha riempiuto il mondo cristiano.

I. L’avervi ieri, miei riveriti uditori, colla scorta di san Girolamo, adombrato l’antico Paganesimo nel figliuol prodigo, il quale, partitosi dalla casa paterna, ne sperperò malamente il retaggio, e fu travolto nel fondo di ogni miseria, quel paragone, dico, avrà fatto inarcare le ciglia a più d’un lettore assiduo di Cornelio Nipote o di Plutarco, ed ammiratore passionato dei costoro eroi. Come! avran questi certo pensato e detto: come! Non è l’uomo grecoromano il tipo ideale d’ogni grandezza civile? E non fu sommo l’antico mondo romano nelle arti della guerra e della pace, esso che da un pugno raccogliticcio di malviventi e di banditi, seppe costituire il più grande Impero, che fiorisse mai sotto le stelle? E quei senatori, quei giureconsulti, quei consoli, quei tribuni, quei duci, quegli oratori, che furono e sono tuttavia l’ammirazione d’ogni gente colta, ci si vorrà dipingere come un’accolta di malcreati e di mezzo barbari, non degni di altro, che della nostra compassione? Che se la Grecia fu meno audace nelle imprese guerresche, perché turbata troppo da intestine discordie, ed in Alessandro il Macedone mostrò appena quello, che avrebbe potuto con maggiore unità e con ordinamenti più fermi, chi vorrà negarle il primato in ogni arte bella ed in ogni nobile disciplina? Primato non contrastatole da nessun popolo, anche dopo nata la coltura cristiana, la quale, se giunse ad emulare nobilmente quell’antica, pare che sia sfidata al tutto del superarla. E cui mai imiterebbero con maggior laude i nostri pittori e statuari, se non i Greci? E quando un’nostro storico, un oratore, un poeta, un satirico, udisse dirsi di avere raggiunta la venustà greca, il greco tepore o i Sali attici, non si crederebbe di aver proprio tocco il cielo col dito? O non è la polizia e la letteratura del mondo grecoromano…. Ma deh! che serve, signori miei, andare più oltre? voi mi state dicendo quello che tutti sappiamo, quello che è stato dello e ridetto anche troppo, quello che nessuno ed io meno di qualunque altro, non ha mai negato o recato in forse; nel Paganesimo colto cioè, qual fu certo il grecoromano, essersi in maniera squisita possedute le arti del bello, e se volete eziandio essersi non men conosciuta l’arte di soggiogare i popoli, per ingrandire il proprio Impero, e l’arte ancor più difficile di mantenerlo. Ma che vorreste voi conchiudere da tutto questo? Che forse gli uomini, anche più cospicui e più ammirati di quel tempo, non fossero ciechi in quello che loro più caleva di vedere? che non fossero stolidi, bestiali, snaturati, maledetti e reprobi? che insomma non fossero il vivo ritratto del figliuol prodigo, il quale dissipavit substantiam, e morivasi della fame, e disputava agl’immondi animali le ghiande, onde essi, di lui meglio forniti, pur si sfamavano? Oh! perdonatemi se vel dico chiaro: voi discorrereste molto male, quando così pensaste. Poniamo pure che i Pagani avessero potuto, per effetto della loro condizione, conoscere il vero naturale e praticare qualche naturale virtù  il fatto è, che ciò si avverò in casi estremamente rari, non fu mai cosa del popolo, e quel medesimo barlume si ecclissò nell’apice appunto della forbitezza e della potenza; cioè negli ultimi tempi del romano Impero. E se il ciel mi assista, io vi mostrerò che la cecità dei Pagani, nello ignorare ciò che più loro rilevava di sapere, si mostrò tanto più lacrimevole e più sfoggiata, quanto che trovavasi in un mondo così forbito e che sapeva fare e dire con sovrana eccellenza tante altre cose. Da quella malaugurata radice, dell’essersi il genere umano separato da Dio, il primo infelice frutto che germinasse, fu l’avere l’uomo ignorato al tutto sé medesimo. Né sarà questa una sterile speculazione intorno ad una società defunta e della cui vita abbiamo soli testimoni i libri e gli avvanzi ancor maestosi della sua grandezza: no! vi sarà pratica utilità ancora per noi. Che se la società moderna, col separarsi sempre più da Dio, fa rivivere il Paganesimo, voi vedrete altresì, a vostro profitto, che da quella radice è cominciato nel nostro tempo a germogliare pur troppo lo stesso frutto di avere sconosciuto l’uomo in ciò che intrinsecamente lo costituisce. Un soggetto cotanto grave si raccomanda abbastanza di per sé stesso alla vostra attenzione; ed io, senza più, mi vi accosto e comincio.

I . Noi non siamo propriamente uomini, perchè fabbrichiamo, perchè cantiamo, perché scolpiamo, ricamiamo, dipingiamo e facciamo di cento altre cotal belle cose, nel giro della immaginativa e del senso. Tutte quelle belle cose la natura animale, e dico ancora la natura insensata, le fa come noi e meglio di noi, senza che per questo si sia mai sognato nessuno diassociarle alla grandezza e dignità umana. Le api ed i castori fabbricano le loro dimore con tale disciplina e simmetria di arte, che i più valenti architetti vi potrebbero imparare qualche cosa; e per giunta, senza rischio che alle api ed ai castori ruinino in capo le volte, per falliti precetti di statica, come non rade volte interviene a noi. Un canarino, dal corpicciuolo più esile di questo pollice, senza aver mai imparato di crome o di semicrome, e senza alcuno esercizio di solfeggio, vi sfodera trilli e gorgheggi da sbalordirne i più valorosi professori di flauto; e va sì franco, che neppure apprende il rischio di mettere in fallo un diesis od un bémolle. La semplice attrazione moleculare, esplicata nella materia dal principio attivo che la informa, v’impasta, vi simmetrizza ed affaccetta e forbisce un cristallo ancor minutissimo con tanta maestria, che nėssun gioielliere, per isperto ed esercitato che fosse, ne vorrebbe sostenere il paragone; e chi sa quanti di voi, nel levarsi questa mattina, avran trovato l’interno delle loro finestre arabescate tanto leggiadramente dal ghiaccio, che non vi è ago industre di valentissima ricamatrice capace a farne, con tanta perfezione ed in sì piccolo tempo, una millesima parte. Che più? ora che madre natura, vinta alle nostre industrie, non disdegna di copiare sé medesima, e che la luce in persona si piglia spasso di rubare il mestiere ai paesisti ed ai ritrattisti, voi state vedendo solenne maestra che questa si mostra all’opera! Vedute e paesaggi intrigatissimi, ritratti oltre ogni credere malagevoli, e che farebbero l’ambizione e la fama di un pittore, la luce ve li stampa con quant’è volgere il guar do agli originali; e può, multiplicarli a centinaia ed a migliaia, tanto solo che le forniate i semplicissimi appárati fotografici richiesti all’uopo. Sicchè vedete che tutte quelle belle cose ricordate di sopra, benchè riechieggano le facoltà dell’uomo per essere fatte dall’uomo, nondimeno per sè medesime non hanno nulla che fare colla dignità, colla elevatezza, col decoro proprio dell’uomo in quanto tale, potendosi quelle belle cose compiere da esseri che si digradano di smisurato intervallo dall’altezza e nobiltà della nostra natura. E forse che questo medesimo concetto non è suggerito a voi dal senso comune? forse che non lo dite voi nei consueti parlari, senza che per avventura vi abbiate posto ancor mente? Voi del tale o del tale altro dite che è un eccellente poeta, è un eccellente oratore, è un eccellente pittore; ma non per questo solo li qualifichereste altresì per eccellenti uomini: in quanto intendete benissimo, che tutte quelle eccellenze, e qualche altra ancora più splendida e più lucrosa, possonsi trovare in uomini, non pure cattivi, ma pessimi. Per converso, voi intendete ugualmente benissimo, che ad essere eccellente uomo si richiede qualche altra cosa che non è l’essere poeta, oratore o pittore; anzi vi pare evidente che quello possa trovarsi bene senza di questo, essendovi pure degli uomini davvero eccellenti, i quali nondimeno non sanno neppure ove stia di casa la poesia, la retorica o la pittura. Non dite, per vita vostra, miei amatissimi, che io ho dimenticato il mio assunto! Io vi sto anzi, navigando a vele gonfie, e per poco non sono in porto. E non vi accorgete? Quel po’ di discorso dal senso comune basta a gettare per terra tutto il superstizioso pregiudizio che, a favore dell’antico Paganesimo, è prevalso, al vedere l’eccellenza, onde esso primeggiò nelle arti dello Stato, della guerra, della immaginativa e del senso. Laddove Iddio permise, ovvero ordinò forse quella eccellenza, appunto perché apparisse più cospicuo, più solenne, più ignominioso l’avvilimento, in che giacque in essa la dignità umana, proprio in quello, che intrinsecamente la costituisce. Grandi capitani, grandi politici, grandi artisti ed oratori e storici e poeti: sia pure! Ma grandi uomini? oh! cotesto poi no! il Paganesimo non poté formarne né grandi né piccoli, per questa semplicissima ragione, che cioè esso ignorò radicalmente quello che fosse l’uomo: appunto come non è possibile che uno scultore vi foggi un cavallo, né grande né piccolo, se non conosca quello che sia cavallo. – Ed intendetelo bene! Conoscere l’uomo significa sapere che sia questo accoppiamento portentoso ed unico d’inerte materia e di spirito intelligente, che l’informa, dandole l’essere, la vita ed il senso; significa sapere da chi ed a quale scopo quella intelligenza fu imprigionata in questo ingombro materiale; significa sapere a che fare, con quali leggi, con quali temperamenti sia stato quel composto messo a pellegrinare sulla terra, in mezzo a tante seduzioni che l’allusingano, ed a tanti dolori che lo martellano; significa sapere come e perché, essendo pure sulla terra l’uomo l’essere più nobile di tutti, sia poi di tutti il più misero, tormentato sempre da tanti dolori, abbeverato da tante amarezze; e da questa, che più d’ogni altra è cocente, che assetati, come siamo, di giustizia ci scorgiamo condannati a vedere, il più spesso, misera la virtù, il vizio fortunato, la giustizia umana poco altro che uno scherno per chi la implora, ed un mantello d’ipocrisia per chi la promette. Conoscere l’uomo significa sapere se, separatisi per la morte questi due principii, anima e corpo, e gettato questo nel sepolcro ad imputridire della più schifosa tra le putredini, la parte intelligente e volitiva resti o no, superstite al sepolcro; e se sì, quali destini l’attendano in quella regione oscura, misteriosa, inesplorata, la quale tutti guardiamo con raccapriccio, e che tutti dovremo, presto o tardi, visitare. Questo importa, se nol sapete, conoscere l’uomo; e senza questo, si potrà bene saltare come un cavriolo, cantare come un usignuolo, pugnare, come un leone, giocare di astuzia come una volpe; ma non mai pensare e vivere e sentire ed operare, come alla dignità dell’uomo si addice. Ora di tutto questo il Paganesimo antico non ebbe, non che scienza, neppure sospetto; non si brigò neppure di cercarne, forse perché presentiva affatto impossibile la piena soluzione di quei problemi. Ebbero i sapienti di Grecia un bello imporre e raccomandare ai loro discepoli il famoso γνῶθι σέαυτον [=gnoti seauton], nosce teipsum! tutto essi studiarono, tutto seppero, meno questo solo, che pure per essi saria stato il tutto. Ed era una cosifatta ignoranza così universalmente accettata e riconosciuta nel mondo pagano, che il grande apologista Arnobio sfidava pubblicamente i Gentili del suo tempo a dare a quei quesiti una risposta, la quale non fosse nulla od assurda. E così gl’incalzava, prendendo le mosse nientemeno, che da Socrate: Potest quispiam explicare mortalium id quod Socrates ille explicare nequit in Phoedone? homo quid sit? unde sit? …. in quos usus prolatus sit? cuius sit excogitatus ingenio? quid in mundo faciat? cur malorum tanta experiatur examina (ARNOB . II, 7)? A queste domande tutta la sapienza pagana non avea una, quanto che piccolissima, risposta a dare: si restava mutola come il deserto: e se pure avesse voluto tentare una soluzione, questa non era altro, che o il sogghigno beffardo del cinico, o il dubbio straziante dello scettico, o la stupida impassibilità del fatalista e dello stoico, ch’eran tutt’uno. La sola verità che sapessero intorno a quel grande soggetto, come notò Lattanzio, era il non saperne nulla, quando pure avessero avuto il coraggio di confessarlo a sé stessi e ad altrui. Numquam illi tam veridici fuerunt, quam cum sententiam de sua ignoratione dederunt (Lactan. Div . Inst . II, 2). Presto vedremo a qual termini fosse condotto il Paganesimo da questa profonda ed assoluta ignoranza riguardo all’ uomo. Per ora bastici osservare che, tra le folte caligini di quelle tenebre, le intere generazioni, succedentisi sulla faccia della terra, furono costrette a scegliere tra questi estremi: o una bestialità di lascivia, da vergognarne le stesse bestie, se ne fossero capaci; od una ferocia di orgoglio, che si pasceva di calpestare e straziare quanti più si potesse esseri umani; o la desolata tristezza di una vita senza dignità, senza guiderdone, senza scopo. Mestizia sconsolata e inconsolabile, che quasi velo funereo coperse quella bugiarda grandezza, e sembra tuttavia protendersi sulle sue ruine: mestizia sconsolata ed inconsolabile, che dovett’essere la porzione delle anime di miglior tempera, e che il nostro antico poeta meravigliosamente ci dipinse in Virgilio; il quale, là nei regni bui, alla menzione del Salvatore ignorato da lui, come dagli altri sapienti del Gentilesimo, « Chinò la fronte, e più non disse e rimase turbato. »

III. La quale assoluta ignoranza, in che versò il Paganesimo riguardo all’uomo, tanto è lungi che possa trovare scusa o compenso in quell’ammirata eccellenza, nelle arti della politica, della guerra, della immaginazione e del senso, che anzi, a riscontro di questa, apparisce più notevole e più stupenda quella ignoranza; la quale, oltre a ciò, fu forse cagione, almeno parziale, di quella medesima eccellenza: perciocché se quella stupida ignoranza si fosse trovata in uomini incolti e selvaggi, che non si curano di quel che sono, del perché sono, di quel che saranno, tanto, la cosa si capirebbe e si spiegherebbe. Ma che quella stupida ignoranza si trovasse in un mondo di tanto sopraffino e forbito incivilimento; che non sapessero di avere o no un’anima in corpo, né fossero meglio informati del se la loro morte si dovesse differenziare dalla morte del cane, del cavallo e del gatto, chi? quei magni viri dell’antichità, che stringeano in pugno i destini dei popoli; che aveano toccato il non plus ultra della eleganza nella pa rola sciolta o legata da numeri; che col pennello e collo scalpello aveano creati miracoli di arte, che restano tuttavia modelli stupendi ed inarrivabili dalle seguenti generazioni; cotesto, signori miei, appena si crederebbe, se non ne avessimo sotto degli occhi la evidenza dei fatti. Cotesto ci deve far pensare che Iddio permettesse ed ordinasse appunto quella incredibile e mostruosa cecità, in cose di tanta rilevanza, in uomini per altri rispetti cotanto colti, affine appunto di fare intendere al nostro mondo, quanto poco ci sia a fare assegnamento sopra questa cultura, chi voglia sapere qualche cosa di ciò, che più importa all’uomo di sapere. – Dall’altra parte quella eccellenza, raggiunta dal Paganesimo nella estetica naturale, nei maneggi politici e nell’arte militare, si spiega abbastanza appunto da quella cecità ed ignoranza lacrimevole, iņ che esso versava intorno alla parte più intima e razionale dell’uomo. Né vi sembri strana questa osservazione, perché forse vi giunge nuova. La nostra naturale limitatezza fa sì che, sparpagliando le forze dello spirito in molti oggetti, ne resta debilitata la considerazione che rechiamo in ciascuno di essi: è ciò, in altri termini, il detto vulgatissimo: Pluribus intentus minor est ad singula sensus. L’azione esterna poi ed i frutti, che se ne derivano, dovendo di necessità essere misurati dalla maggiore o minore considerazione portatavi dallo spirito; è indubitato che quei frutti od effetti saranno tanto più insigni, quanto la considerazione stessa sarà più ristretta e raccolta in una sola ragione di obbietti. Ora supposto che nel mondo pagano tutto l’ordine degli spiriti e la economiă ultramondiale fosse affatto ignorata; supposto che tante dispute di sapienti, intorno a quel subbietto, efficaci solo a scalzare per vicenda gli uni i pronunziati degli altri, non avessero fruttato altro di certo, che la certezza di non potersene saper nulla, come ai Gentili rimproverò Arnobio: Qui cum alter alterius labe factant decreta, cuncta incerta fecerunt, nec posse aliquid sciri ex ipsa dissensione monstrarunt (Arnob. I, 10); supposto, dico, che le cose fossero a questi estremi, fu naturale che quelle generazioni infelici restringessero ogni loro considerazione al mondo presente; concentrassero ogni loro amore nella vita sensata; condensassero in certa guisa ogni loro conato nel bello materiale, quale è altresì il fantastico o l’immaginativo, perché nel senso si fonda e di esso si avviva. E con questo incentramento di considerazioni, di amori, di conati in una sola qualità di obbietti, e per giunta dei meno nobili, qual meraviglia che intorno a questi quel mondo antico ottenesse una eccellenza, né prima né poi non potutasi mai più raggiungere, appunto perché quelle speciali condizioni non si sono potute mai più riprodurre? Tra le quali condizioni non è ultima l’essersi quelle generazioni trovate vergini, diciamo così, dalla mistura di elementi derivati da straniere culture, e l’avere esse operato, siccome meno lontane dalle origini, col vigore di una natura fresca, ardente, e che spiegava lussureggiante tutto il rigoglio di forze novelle ed intatte. – Di che voi vedete che se queste considerazioni ci spiegano l’ordine provvidenziale e la genesi naturale di quella eccellenza, nelle arti del reggimento e della immaginativa, tanto ammirate nell’antico Paganesimo; male assai si conchiuderebbe, che quella eccellenza stessa gli conferisse pure l’ombra di quella bontà morale, di quella dignità, di quella contentezza che è solamente propria dell’uomo ragionevole . Nulla meno! anzi vi è il contrario; e tra i tanti ne ricordo un fatto solo. Quella eccellenza, effetto in parte della sconosciuta condizione dell’uomo, ed ordinata a farne vieppiù cospicuo, dal contrapposto, lo scadimento, per colpa di questo non potea comperarsi, che al prezzo nefando di calpestata, tradita, assassinata natura in milioni di creature umane; ed a questo prezzo fu comperata. Ogni qualvolta voi, dallo avere sconosciuta la destinazione ultramondiale dell’uomo, stabilite per principio, per lui non vi essere altra beatitudine, che godere i beni di questa vita; e voi v’imbattete in uno scoglio, innanzi a cui tutta la umana sapienza non può altro, che rompere e naufragare. E lo scoglio è, che avendo pure tutti uguale tendenza e, pella ipotesi fatta, anche uguale diritto a quel godimento; tuttavolta non vi sono nel mondo beni sufficienti a farne godere tutti gli uomini, quanto potrebbero e quanto vorrebbero in questa vita. Signori sì! non è a dubitarne! Nel convito apparecchiato dalla natura, i posti o, come voi francescamente solete chiamarli, le coperte sono più poche assai dei convitati. Al che se aggiungete che tra questi ci ha parecchi, i quali, non che mangiare a doppia ganascia vogliono altresì impinzarsi le tasche pel domani e pel posdomani, voi capite bene che, oltre agli esclusi dal convito, molti di quei medesimi, che vi sono ammessi debbono, avervi molto magra la loro pietanza. Come i moderni nostri paganeggianti potranno cavarsi da cotesto imbroglio, sel veggano essi, che l’hanno rimesso al mondo, quando Cristo colla sua dottrina ne lo avea, quasi al tutto, fatto sparire. E fatevi certi: l’imbroglio è grosso, più grosso di quel che si crede, e forse acchiude esso solo la grande e terribile quistione, che agita il mondo moderno, la quale, più che civile o politica, è sociale. Di questa il cardine è che i famelici sono smisuratamente più che i satollo; e quando si venisse alle mani, i pochi sarebbero, senza fallo, accoppati dai moltissimi. Il vecchio Paganesimo non pare che s’impensierisse gran fatto di questo scoglio; e, senza più, diede al problema la soluzione unicamente possibile alla sola natura; tanto che il Filosofo (ARIST.: lib. II. Oecon.) insegnò essere necessaria e naturale la schiavitudine; e qualche popolo, separatosi dall’unità cattolica, pur troppo col fatto proprio gli sta dando ragione. Esso Paganesimo dichiarò, che uomini erano solamente quel pugno di prepotenti e di astuti, i quali aveano saputo soggiogare tutto il resto; e tutto il resto, che vuol dire i nove decimi e forse più, furono dichiarati mancipii, quasi bestie, non persone; ma cose, e delle meno pregevoli, condannati così a formare, colla propria sventura ed abbiettezza, come la base della piramide, come l’opera morta ed il substrato al meraviglioso edifizio della eleganza e della grandezza pagana. Così le nazioni gentilesche innanzi a Cristo, e segnatamente il mondo grecoromano, che idoleggia in sé stesso la forbitezza delle arti pel primo e la potenza dell’Impero pel secondo, ignorò radicalmente quel che più gli rilevava sapere, cioè l’uomo; possedette una eccellenza che parte fu effetto di quella ignoranza, e parte servì a renderla più sfoggiata e lacrimevole; da ultimo quella ignoranza stessa lo condusse e sospinse alla più snaturata delle istituzioni, per la quale, ogni bene della vita confiscato a profitto di pochi scaltri o violenti, il più dell’uman genere era dechinato alla condizione del bruto, e più sotto.

IV. L’avervi così dichiarate le qualità e le cagioni della grandezza pagana, e l’averla posta a rincontro coll’assoluta cecità, in che versava quell’antico mondo, in tutto ciò che si attiene all’uomo, può servire al disinganno di molti illusi, e può farvi accorti di quel Paganesimo redivivo, il quale pur troppo, nel nostro tempo e nei nostri paesi, mostra che pigli il sopravvento. Io non vo cercare se e quanto lo studio dei classici greci e latini, che dai nostri giovanetti si usa nelle scuole, abbia potuto contribuire a quell’ammirazione sperticata del Paganesimo, la quale nel mondo moderno è venuta in moda. Dico così di passata, che quello studio, accoppiato col catechismo e col santo timore di Dio, è stato universale a secoli di molta fede, fu celebrato da uomini, non che Cristiani, ma santi, senza che se ne avesse a lamentare alcuno sconcio per questo riguardo. E così se quel medesimo studio conducesse la nostra gioventù a paganeggiare, un tale effetto si dovrebbe attribuire piuttosto al modo, onde si usa, che non alla sustanza. Ma siane questa od altra la cagione, il fatto è innegabile: le ammirazioni della grandezza pagana sono comuni, sono sfoggiate, non si restringono alla teorica, ma scendono al pratico; e per poco non ci farebbero vergognare di quella vocazione alla Fede, la quale pure, com’è il principio di ogni nostro bene, così dovrebb’essere il nostro amore, la nostra contentezza, il santo nostro orgoglio. Ed eccovi come, col passare d’uno in altro sofisma, la ragionano quei valent’uomini. Tanta vigoria, tanta stabilità, tanto splendore di bellezza e di eleganza nella forma, quanto all’ordinamento sociale e quanto alle opere di arte, suppone un ricco tesoro di verità nel fondo. Di qui fu piccolo il varco a conchiudere, che dunque l’antichità era il più splendido modello di verità filosofica e di perfezione civile. Dal che non vi restava, che un solo passo per inferire, che dunque la Religione cristiana, facendoci pensare più al cielo, che alla terra, avea fatto di noi dei mezzo barbari ed ispidi ed incivili, nemici della vera libertà e della bella natura. Ora questo discorso, o piuttosto, come dalle cose dette voi medesimi potete raccogliere, questo miserabile tessuto di paralogismi, che saltano d’uno in altro ordine, trapassando dalla forza politica e dal bello estetico alla bontà morale, non è certo di molti, soprattutto chi lo volesse udire espresso così esplicito e così reciso come testè l’ho io esposto. Ma la pratica? oh! la pratica, miei amatissimi, è pur troppo prevaluta tra noi, e più certo, che voi a prima vista non vi pensate. Né potea altro essere, chi mira attento. Posta la medesima radice, che altro potevamo noi attenderne, che i medesimi malaugurati germogli? Ora voi già lo vedeste: radice dell’antico Paganesimo fu la separazione da Dio, separazione nella età nostra già iniziata e molto innanzi proceduta. Fu dunque naturale che noi altresì il primo infelice frutto ne cogliessimo nell’ignorar l’uomo, nel rinnegarne, o certo nel dimenticare nella pratica quello che il Cristianesimo ce ne insegna, per volerne essere addottrinati dalla filosofia solitaria ed indipendente. Eccoci pertanto ridivenuti giuoco miserabile di altrettanti sistemi, quanti sono i cervelli; tra i quali quelli si credono di essere più autorevoli, i quali ardirono sputarle più esorbitanti. A quali termini sia condotta la filosofia, separatasi dal Cristianesimo, prima per ire eterodosse, poscia per metodi scientifici, e da ultimo per superbiole puerili e per inconsulto andazzo di moda, non è chi non sappia. Ma un’accolta d’intelligenze malate, delle quali ciascuna si crede avere, non pure il diritto, ma l’obbligo di fabbricare da capo la scienza, tutto traendo dal proprio fondo, come il ragno trae la tela dalle proprie viscere, sembra più fatta a divertire gli oziosi, che ad istruire gl’ignoranti. Se in altri tempi si dubitava qual parte avesse l’uomo in questo mondo; oggi si cerca se ci sia proprio questo mondo fuori del proprio lo; se siavi davvero oggetto oltre il soggetto: e già sapete spreco terribile che da questi filosofi suol farsi di oggettivo e di soggettivo. Se in altri tempi non si sapeva dove trovare la verità, oggi si reca in forse se una verità ci sia di fatto, o non sia piuttosto una illusione della nostra mente il supporla anche solo possibile. Se in altri tempi si cercava se fosse o no immortale la nostra anima, oggi non si vede ragione, perché si abbia a pensare di avere un’anima ragionevole in corpo, parendo che, ancor senza quella, si mangerebbe, si digerirebbe e si dormirebbe dall’uomo alla stessa maniera, e si farebbe qualche altra cosa. Talmente che se io a questi nostri filosofi scredenti movessi le medesime interrogazioni intorno all’uomo, le quali già movea Arnobio ai Gentili, questi filosofi, dopo sedici secoli di progresso, si mostrerebbero alla stessa maniera ignoranti; e solo si divarierebbero dai Gentili nel non volere riconoscere e confessare la propria ignoranza: cosa che pure quegli antichi facevano alcuna volta. E bene a ragione con più crassa ignoranza è punito un orgoglio più smisurato; ché dove quegli antichi ignorarono per manco di una verità che non li avea ancora visitati, i moderni in un mondo, già arricchito di quella verità per Cristo, la ignorano, per averla superbamente ripudiata. Né il nostro paganeggiare è minore nell’interno ordinarci al fine supremo coi soli dettami del Giure naturale e della Morale. Separate queste dal concetto cristiano, esse tornano alle vecchie abberrazioni, alle eterne storie di voler contentare le aspirazioni sconfinate di un’anima ragionevole ed immortale a furia di pitture, di musiche, di danze, di buoni pranzi e di migliori vini; di agi in somma materiali e di delizie, che sono finalmente quasi l’unico pensiero, l’unica ambizione di progresso della età moderna. E vi si progredisce, vi si trotta, vi si galoppa, lo veggo anch’io: né può essere altrimenti, quando da un mezzo secolo tanti ingegni eletti non istudiano che la materia o le affezioni della materia; tanto che oggimai non vi è via più spedita da acquistare rinomo e ricchezze, che il trovare qualche nuovo mezzo da deliziarne i beati sonni dei godenti del mondo! Ma se san Tommaso e l’Alighieri si fossero messi a studiare e manipolare l’elaterio del vapore compresso, l’azione chimica della luce e l’elettrodinamica, credete voi che avrebbero lasciato al nostro secolo la possibilità d’inventare le strade ferrate, la fotografia ed i telegrafi elettrici? Ma quei sovràni intelletti spaziarono in campi, dei quali noi abbiamo perduta perfino la memoria, quando abbiamo voluto ogni nostro pensiero circoscrivere nella materia. Se poi questi siano progressi da inorgoglirne un secolo o da vergognarne, quando siano soli, lo lascio pensare agli uomini che sentono tuttavia di aver in sé qualche cosa, che levasi sulla sfera dei sensi ignobili. Dall’avere noi, sotto il ducato di una filosofja naturalistica, sconosciuto l’uomo; dallo avergli assegnato per unico fine il godimento di questa vita, ne dovea seguire di necessità altresì per noi, quell’ altra piaga nelle turbe, che vogliono godere anch’esse il convito della natura, quando la natura non ha apparecchiato posti sufficienti per tutti; e n’è seguita. Il Cristianesimo, abolì la schiavitudine, non come si pretende abolirla oggi al di là dell’Atlantico con guerre sterminatrici. Esso la distrusse soavemente, radicalmente, spegnendone il principio, in quanto riuscì esso solo a torre di mezzo la radice prima di quel dissidio tra i gaudenti ed i sofferenti. E lo fece rivelando e impromettendo ai diseredati dalla fortuna una felicità avvenire , la cui speranza lenisse, compensasse e guiderdonasse i dolori e le privazioni della vita presente; e così le facesse non pure accettabili, ma degne di essere desiderate. Esso poi mostrava viva ed operante nel mondo quella speranza, nella perfezione evangelica, professata peculiarmente dai Claustrali. Questa dottrina sublimissima e capace essa sola a far vivere il mondo come famiglia di fratelli, fu ripudiata, quando la società volle separarsi da Dio. Allora il convito della natura fu assediato un’altra volta dai milioni di famelici, i quali, persuasi, ad essi non competere altra felicità, che il fruire di questo mondo, vogliono a tutti i patti assidersi a quel convito; ed il men male che possano volere, è rimuoverne i ricchi e gli agiati, che vi stanno assisi da tanto tempo, ed i quali troppo spesso furono i primi ad irritare, colle loro superbie provocanti, le passioni invidiose dei sofferenti, ed a debilitarne, coi loro scandali, quella pietà cristiana, che era il solo balsamo, onde quelli potessero lenire le proprie sofferenze. Questo è il moderno Comunismo o Socialismo, composto informe della idea tutta cristiana della fratellanza universale, e del concetto tutto pagano, non vi essere altra felicità, che di questo mondo. Sistema mostruoso, il quale, se pei nostri peccati prevalesse, mostrerebbe in pratica un’altra volta, con memorando ed atroce fatto, quel gran vero che io vi vengo dichiarando in teorica: per la umana famiglia non avervi oggimai che questi due estremi: o il Cristianesimo colla libertà dei figliuoli di Dio e colla dolce partecipazione dei suoi dolori e delle sue speranze; o il Paganesimo coi ceppi della schiavitudine e con tutti gli orrori dei suoi delitti e delle sue vergogne. Riposiamo.

V. Avea vaticinato Isaia che colla preziosa venuta del Salvatore la scienza delle cose divine, necessario prerequisito a bene intendere le umane, avrebbe riempita la terra: Repleta est terra scientia Domini (Isa. X, 9). Ora questo vaticinio, non che osservarsi comunque, si tocca con mano avverato nel Cristianesimo, mercé la grazia del Salvatore; e siate contenti che io ne faccia un cenno, perché questo dono della scienza, messo a paragone colla cecità del Gentilesimo, vi faccia, miei cari, tenere sempre in maggior pregio la divina chiamata, per cui fummo tramutati dalle tenebre a questa luce beatissima di verità, che nella Chiesa c’illustra. Bene, dunque! quelle interrogazioni intorno all’uomo, al suo essere, al suo Autore, al suo scopo nel mon do ed ai suoi destini al di là di questo, che furono mosse già da Arnobio ai Gentili, ed innanzi alle quali i filosofi antichi restavano mutoli, ed i moderni gareggiano a chi più sproposita, perché non hanno la discrezione di starsi zitti; quelle interrogazioni, dico io, movetele al più rozzo, al più zotico dei nostri Cristiani, tanto solo che abbia apparato il Catechismo. Signori si! rivolgete quelle interrogazioni al fanciullo ottenne che scalzo e cencioso si striscia nel fango dei nostri trivii, al pastorello incolto e solitario di aspre montagne, alla fantesca lurida ed arruffata, alla vecchierella analfabeta, a qualsivoglia insomma dei più zotici ed ignoranti della nostra plebe. Essi non esiteranno un istante a rispondervi con chiarezza, con precisione tanta, con tanta sicurezza della verità, che con più non potrebbe un matematico dei suoi teoremi. Né sanno quello solo; ma e di Dio, e degli spiriti buoni e dei rei, e della vita futura e dell’eterna sua durata, e dei Santi e della benedetta Vergine che per loro pregano e li attendono colassù, sanno così per filo e per segno, che meglio non ne parlerebbero se si trattasse di cose avute per esperienza. – Paragonate ora quest’ampiezza di cognizioni, questa sicurezza direi quasi d’intuito, feconda di tanta pace all’anima, di tanto decoro alla vita, di tanta tranquillità e contentezza; paragonatela, dico, alla ignoranza presuntuosa ed allo scetticismo desolante dei superbi sapienti del secolo, i quali sfatano la superstizione del volgo, ed essi si rodono della sete insoddisfatta del vero; deridono la credulità della plebe, ed essi non hanno altro in capo che le tenebre dell’ignoranza, non altro in cuore che le agitazioni del dubbio e la solitudine della negazione e del nulla; fate, ripeto, questo paragone, e poi sappiatemi dire, se non è grande, se non è inestimabile la dignità e la grazia a noi conferita dalla Fede, per virtù della quale la nostra terra cristiana è ripiena di quella scienza, di cui neppure un raggio rischiarò le menti dei più rinomati savii del Gentilesimo. Repleta est terra scientia Domini. E quando debbono gli uni e gli altri sloggiare dal mondo, chi non preferirebbe la condizione del cencioso, dello scalzo, dell’arruffato, ma Cristiano, alle torture supreme dell’ateo, dell’indifferentista e dello scettico (e fosse pure grande Statista, grande Ministro e grande Scienziato), il quale si sentirà trascinato suo malgrado ad una immortalità che non credette, che non vorrebbe, ma che pure gli sarà data eternamente per tutto!

IL PAGANESIMO ANTICO E MODERNO (4)

IL SEGNO DELLA CROCE (8)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (8)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA SETTIMA.

Quel che fosse il mondo innanzi apprendesse il segno della croce. — Quel che diviene il mondo cassando di fare questo segno. — Nuova considerazione. — Il segno della croce è un tesoro, che ci arricchisce.

Caro Amico

Quelli che fanno del segno della croce un oggetto di disdegno e disprezzo, non sospettano neppure il ministero che da esso si esercita nel mondo. Eglino appartengono alla categoria degli esseri, sì numerosa di presente, che non sospetta nulla, perché non conosce nulla. Liscia per un istante il tuo seggio da giudice, dammi la tua mano, ed uniti facciamo un piccolo viaggio nel mondo antico e moderno. – Visitiamo innanzi la brillante antichità, prima che l’umanità sapesse segnarsi, e pellegrini dalla verità percorriamo l’Oriente e l’Occidente. Menfi, Atene, Roma queste tre grandi centri di lume ci chiamano alla scuola de’ saggi. Quali cose dicono questi illustri maestri sui punti, che più è imposto conoscere? Il mondo è eterno, o è creato? se è stato creato, r perché? l’autore della natura è corporeo, o spirituale? è desso eterno, libero, indipendente? è un solo, o sono molti? Risposta: espressioni imperfette, incertezze, contraddizioni. Che cosa è il bene, e che cosa è il male? Donde vengono essi? come si trova nel mondo e nell’ uomo? V’ha un rimedio pel male, o è irreparabile? Qual n’è il rimedio? chi lo possiede? come ottenerlo? come applicarlo? – Risposta: vane parole, incertezze, contraddizioni manifeste. Che cosa ò l’uomo? ha egli un’anima, e qual n’è la natura? È fuoco, è un soffio, è uno spirito, una materia aeriforme? Quest’anima è destinata a perire col corpo, o lo sopravvive? Se lo soppravvive, qual n’è la destinazione? Qual è lo scopo della sua esistenza? A tutte queste questioni ed a mille altre, qual èla profonda, e filosofica risposta? vane parole, incertezze, contraddizioni manifeste! – Ahi! Pretesi grandi uomini, e grandi popoli impotenti a dire la prima parola di risposta a queste grandi questioni, voi non siete che de’ grandi ignoranti! Che c’importa che voi sappiate formar de’ sistemi, sottilizar sofismi, innondar di vostra facondia le scuole, i senati e gli areopaghi: condurre de’ carri nel Circo, fabbricare città, dare delle battaglie, conquistare delle Provincie, rendere la terra ed il mare tributari alle vostre concupiscenze. Quando voi ignorate chi vi siate, donde venite, e dove andate, voi non siete, per parlarvi come uno de’ vostri, che un’essere più o meno grasso dell’armento di Epicuro, Epicuri de grege porci.  – Ecco il mondo avanti il segno della croce ! questo eloquente segno apparso, queste vergognose tenebre si son dissipate. Il  genere umano, letterato ed ignorante che fosse, ha appreso la scienza di se stesso, del mondo, di Dio, e ripetendola di continuo l’ha impressa nel fondo dell’anima di modo, da non più dimenticarla. Che ché se ne dica, [mercè l’uso di questo segno della croce in tutte le classi della società, si nelle città che nelle campagne, il mondo cattolico de’ primi secoli e del Medio Evo, conservò in un grado sconosciuto innanzi e dopo lui la scienza divina, madre di tutte le altre, e lume della vita. Né poteva essere altrimenti; che se nel corso di quarant’anni, un uomo si ripete seriamente dieci volte al giorno un errore qualunque, egli finirà coll’esserne completamente imbevuto, e si identificherà con esso. Perché non sarà lo stesso per la verità? – Desideri tu la contro prova di quanto dico? Continuiamo il nostro viaggio e passiamo nel mondo moderno. Desso ha abbandonato il segno della croce. Di poi quel fatale momento, esso non ha a’ suoi fianchi l’ammonitore, che gli ripeta a ciascun momento i tre dogmi necessari alla sua vita morale; esso li dimentica, o per lui è un come non fossero. Or vedi qualsia divenuta la sua scienza. Come del mondo di altri tempi tu ascolti le vergognose sue vane parole sui principi i più elementari della religione, sul dritto, sulla famiglia e sulle proprietà. Qual fondo di vanità alimenta le sue conversazioni! Di che mai sono pieni i suoi libri di politica e filosofia? alla luce di quali fiaccole cammina la sua vita pubblica e privata? I giornali! di questi nuovi padri della Chiesa, qual è il tuo pensiero? In quel torrente di parole, con che inondano ogni giorno la società, qual sana idea potrai tu ritrovare sul conto di Dio, dell’uomo e del mondo? – Qual cosa mai conosce questo mondo moderno, questo secolo di lumi, che ignora come si faccia il segno della croce? Esso conosce, né più né meno di quello, che i pagani suoi maestri e modelli conoscevano. Desso conosce ed adora lo Dio Me, lo Dio Commercio, lo Dio Cotone, lo Dio Scudo, lo Dio Ventre, Deus venter. Esso conosce ed adora la Dea Industria, la Dea Vapore, laDea Elettricità. Per soddisfare alle sue cupidigie, conosce ed adora la scienza della materia, la chimica, la fisica, la meccanica, la dinamica, i sali, le essenze, le quintessenze, i solfati, i nitrati, i carbonati. Ecco i suoi dei, il suo culto, la sua teologia, la filosofia, la politica, la morale, la sua vita. Un altro passo nel progresso e sarà scienziato alla maniera de’ contemporanei di Noè, destinati a morire pel diluvio (Matth. XXIV, 37, 38, 39. – Luc. XVII, 38. – Gen. VI. 12.). Per quelli tutta la scienza era riposta nel conoscere ed adorare gli dei moderni; a bere, a mangiare, a fabbricare, vendere e comprare, maritare e maritarsi. L’uomo aveva concentrato la sua vita nella materia, egli stesso era divenuto carne; e com’essa ignorante e lordo.  – Quale di tutte queste tendenze manca al mondo moderno? La sua scienza benché meno avanzata di quella de’ giganti non ne ha forse la natura? Non sapendo, né facendo più il segno della croce si materializza; ed in virtù della legge di gravitazione morale, cade necessariamente nello stesso stato in che trovavasi il genere umano innanzi che apprendesse saper fare il segno della croce!

Ignoranti, il segno della croce è un libro, che c’istruisce. A questo nuovo punto di vista, tu puoi giudicare se i nostri padri aveano torto facendolo continuamente. Che l’ignoranza contemporanea, grandemente da deplorare, debba essere attribuita, in gran parte, all’abbandono di questo segno, tu ne sarai fra poco senza manco convinto. Che cosa è l’ignoranza? L’ignoranza è l’indigenza dello spirito. In fatto di religione, dessa importa soventemente l’indigenza del cuore, per difetto di forza a praticare la virtù, ed evitare il male. Perché questa debolezza? l’uomo trascura i mezzi capaci di ottenergli la grazia, o di renderla efficace, fra i quali primeggia, come più comune, più pronto e facile, la preghiera. E fra tutte le preghiere la più facile, la più pronta e la più comune, ed altresì, può essere la più efficace, è il segno della croce. Ecco un nuovo studio per te, e per i primi Cristiani, una nuova giustificazione.

Poveri, il segno della Croce è un tesoro, che ci arrichisce. Povero è colui che ciascun giorno passando di porta in porta accatta il suo pane: Creso era un povero, Cesare un povero, Alessandro un povero, gl’imperatori ed i re, le imperatrici e le regine sono de’ poveri mendicanti, e mendicanti coronati, ma sempre mendicanti e non altro. Chi è l’uomo, per quanto ricco si supponga, che non debba ciascun giorno alla porta del gran Padre di famiglia dire: Dateci il nostro pane quotidiano? Il più possente de’ monarchi può formare un granello di frumento? Vita fisica e morale, mezzi di conservazione per l’una e per l’altra, l’uomo ha tutto ricevuto, quid habes quod non accepisti? – Nulla egli possiede di proprio, neppure un capello del suo capo, e quanto egli ha ricevuto, non l’ha ricevuto una sola volta per sempre. La sua indigenza è continua in tutti i giorni, in tutte le ore, in tutti i minuti secondi. Se Dio cessasse di tutto donargli egli perirebbe all’istante. Di che segue, mio caro Federico, una legge del mondo morale, a che per fermo, i tuoi compagni non hanno giammai riflettuto: dico la legge della preghiera. – I popoli pagani d’altri tempi, gli idolatri ed i selvaggi dei nostri, hanno, più o meno, perduto il patrimonio delle verità tradizionali, ma nessuno ha perduto la conoscenza della legge della preghiera. Sotto di una, od altra forma, il genere umano di poi ch’egli è apparso sul pianeta, l’ha invariabilmente osservata. L’istinto della conservazione, più forte che tutte le passioni, e più eloquente che i sofismi, gli ha appreso che da questa invariabile fedeltà dipenderebbe la sua esistenza. Non s’èingannato! Il giorno in cui una preghiera umana o angelica non si elevasse verso Dio, ogni rapporto tra la creatura ed il Creatore, tra il ricco e il povero, cesserebbe il corso della vita, sarebbe all’istante medesimo sospeso. – Non èquesto il profondo mistero che il Verbo incarnato ha rivelato al mondo, dicendo: È mestiere sempre pregare, e non desistere dalla preghiera: Opportet semper orare et nunquam deficere?

Osserva quanto v’ha d’imperativo in queste parole. Il legislatore non invita, ma comanda, e siffatto comando ènecessità, assoluto, oportet, né ammette intermittenza alcuna né di giorno né di notte, per l’osservanza della legge oportet semper. Fino a che innanzi a Dio il genere umano è un povero, la legge della preghiera non sarà modificata, né sospesa, e comechè il genere umano sarà sempre un povero, la legge della preghiera conserverà il suo impero fino agli ultimi giorni del mondo: et nunquam deficere. Il  mondo fisico istesso è stato organizzato in vista dell’osservanza continua di questa legge conservatrice del mondo morale, che il passaggio successivo del sole d’un emisfero all’altro tiene la metà del genere umano svegliato per pregare.  – Ora una delle preghiere la più potente èil segno della croce, per comune sentir dell’intiero genere umano. Egli lo ha creduto, perché Io ha appreso, e non ha potuto apprenderlo che da Dio, da cui tutto ha appreso. Ho detto il genere umano tutto intiero a disegno. I tuoi compagni può essere che credano che il segno della croce cominciato col Cristianesimo, o per lo meno, che l’uso ne sia stato circoscritto presso il popolo giudeo ed il popolo cattolico. La mia prima lettera ti farà avvisato della confidenza, che la loro opinione merita.

IL SEGNO DELLA CROCE (9)

IL PAGANESIMO ANTICO E MODERNO (2)

IL PAGANESIMO ANTICO E MODERNO (2)

OTTO DISCORSI DETTI DAL P. CARLO M. CURCI D. C. D. G.

NELL’OTTAVA DELL’EPIFANIA DEL 1862 IN ROMA

ROMACOI TIPI DELLA CIVILTÀ CATTOLICA – 1862

DISCORSO SECONDO

ARGOMENTO 

La venuta del Redentore fu indugiata e perché. Quindi se ne costituì il Paganesimo antico che separò interamente l’uomo privato e pubblico da Dio. La società moderna tende a quella stessa separazione e comincia a coglierne gli stessi frutti.

I. Uno dei divini consigli, a prima vista, men penetrabile dalla nostra inferma pupilla, è la lunga espettazione, in che l’uman genere dovette stancarsi e languire, innanzi di vedere in effetto mandato al mondo il promesso Riparatore. Sarebbe certo paruto convenientissimo, che al veleno fosse venuto appresso, senza indugio, l’antidoto, ed alla ferita fosse stato tosto applicato il balsamo. E nondimeno, voi lo sapete! Per ben quaranta secoli, di quel Riparatore aspettatissimo si ebbero le promesse, i tipi, i vaticinii, le immagini, più o meno espressive e le speranze; ma quanto alla realtà, oh ! questa non si ebbe da forse un centinaio e mezzo di generazioni che, nell’ampiezza dello spazio e nella lunghezza del tempo, si succedettero. E frattanto le tenebre si addensavano sulle tenebre; le nefandezze si aggiungevano alle nefandezze; l’idolatria, senz’alcun rallento, infelloniva; il lume naturale della ragione si offuscava ognora peggio con una proporzionata per versione delle volontà; e, salvo una piccola gente poco conosciuta e meno pregiata, sarebbesi detto che tutta la umana famiglia, abbandonata a cieco e ferreo destino, non avesse per sua eredità che nequizia e dolori al di qua della tomba: al di là condanna e perdizione . Perché dunque indugiare tanti secoli a mandare sulla terra un rimedio, il quale pure Iddio, per sua pietà, avea decretato e promesso, fino dall’ora stessa del gran peccato, pei nostri danni famoso? Io non so, miei riveriti uditori, se questo dubbio siasi affaccialo mai alla vostra mente; ma pare che, fino dai primi secoli della Chiesa, i Gentili lo proponessero ai Cristiani, trovando noi espressamente in Arnobio quel dubbio; come mosso da loro :l Cur tam sero missús est Sospitator? (ARNOB., II, DISCORSO SECONDO 23). Né vi deve far meraviglia, che il grande Apologista rispondesse schiettamente di non lo sapere: Non imus inficias nescire nos; e nessun uomo d’intelletto può vedere in questa ignoranza ona ragione, perché se ne debba scemar punto nulla la dignità o la fermezza della nostra credenza . Che se Iddio avria potuto, senza ombra d’ingiustizia, non mandarlo mái quel Salvatore; chi sarà ardito chiedergli ragione del non averlo mandato più presto? soprattutto che, in quei lunghi secoli, diciamo così, di aspettativa, la Fede in quel Salvatore venturo potea valere e valse di fatto alla giustificazione di non pochi, come al presente vale tra noi la Fede nel Salvatore veņuto. Dall’altra parte, essendo i divini consigli giustificati in loro stessi da quella infinita sapienza, onde sono misurati, il sol vedere che Iddio fe’ apparire il Verbo Umanato in un tempo piuttosto che in un altro, ci dee bastare, senza più, a giudicare, quello propriamente essere stato il tempo più opportuno a quella venuta; e la opportunità in questo caso non dee prendersi altronde, che dalla salute degli eletti. Tuttavolta l’Angelico san Tommaso, con quell’acume d’ingegno e con quella umiltà di Fede, onde interrogò tanti Misteri e ne trovò congruenze o ragioni vere alla stess’ora ed istruttive, l’Angelico, io dico, propose nella sua Somma quel dubbio intorno al perché tardasse tanto il Salvatore a venire al mondo; e ne rese una ragione soprammodo acconcissima a farvi intendere quella radice intima del Paganesimo, la quale io vi promisi di mostrarvi in questo Discorso, essere stata la separazione dell’uomo da Dio. Da quella ragione adunque dell’indugio prendendo le mosse, io vi dichiarerò questa radice del Paganesimo antico, per poscia mostrarlavi, a non dubbii segni ripullulante, per nostro inestimabile danno, nel nuovo. Incomincio.

II. Propostosi dunque san Tommaso quel dubbio, (3. p . q . 2 , a. 5.) risponde chiaro e reciso, avere Iddio lasciata la umana famiglia, i lunghi secoli, colla sola legge naturale impressale nella mente e colla libertà dell’arbitrio, che è facoltà inseparabile dal volere intelligente, affine che gli uomini prendessero un saggio delle proprie forze, e conoscessero quello di che era capace la loro natura di per sè sola, e senz’alcuno aiutorio che le venisse dall’alto. Reliquit Deus prius hominem in libertate arbitrii, ut sic vires naturæ cognosceret. Quasi volesse dire: se dopo il veleno fosse tosto venuto l’antidoto; se dopo la ferita fosse stato tosto applicato il balsamo, l’uomo sconoscente ed orgoglioso avria potuto pensare che alla fin fine, anche senza quei rimedii, avrebbe potuto da sé fare qualche cosa (e perché non anche tutto?) a sua salvezza. Ma supposto che il morbo fosse dichiarato dalla sperienza, non che grave, insanabile, e ciò non per difetto della legge naturale o della scritta, ma propriamente per imbecillità della natura estenuata ed inferma; allora l’aiuto arrivava desiderato, invocato, sospirato, riconosciuto indispensabile; e così veniva condito da quel sentimento di umiltà, il quale Iddio richiede e pregia sopra ogni altra cosa in questa povera e superba nostra argilla. Invaluit morbus non legis, sed naturæ vitio, ut ita (homo), cognita sua infirmitate, clamaret ad medicum et gratiæ quæreret auxilium (Ibid..) E di quei clamori sono piene le Scritture; le quali ad una voce ci dicono, che nel Messia spererebbero le Nazioni: In eum Gentes sperabunt (Rom . XV: 12). Dovea insomma essere tanto desiderato dalle Nazioni quel Salvatore, che per antonomasia ne fosse detto la ESPETTAZIONE: Expectatio Gentium (Gen. XLIX , X. 26). Che se quello sperimento di quaranta secoli, compiuto al prezzo di tanti delitti, di tanta corruzione, di tanti dolori e di tante dannazioni, vi paresse per avventura troppo lungo, io vi dirò in primo luogo, che l’opera d’imprimere altamente nell’uman genere un sentimento, ed un sentimento così ripugnante al natio suo orgoglio, non era faccenda da compiersi in anni ed in lustri, ma a dirittura avea uopo di secoli noverati per lo meno a decine. Appresso vi pregherò di osservare, che se quei quaranta secoli di così doloroso sperimento quasi non sono bastati a fare universalmente intendere e sentire la debolezza della umana natura; se neppure è bastata la giunta degli altri diciotto secoli e mezzo che per noi Cristiani vi si sono accumulati; e noi dopo cinque mila ottocensessant’un anno di sperimento, non siamo ancora fatti capaci di quella debolezza della nostra natura: tanto che a mezzo il secolo decimonono, baldi e pettoruti, andiamo fantasticando non so che progressi umanitarii, non so che perfettibilità indefinite e non so che altre pazze utopie, fondate tutte sul ripudio d’ogni rivelazione divina e sulla presunzione che la natura debba bastare a sé stessa; stando, dico, le cose a questi termini, chi vorrà dire che sia stato troppo lungo quello sperimento? Anzi, a dirvi proprio il mio pensiero, io lo vorrei quasi dire troppo breve; e certo fu più breve di quello che sarebbe potuto essere, parendomi di aver trovato nelle Scritture, che Iddio accorciò quegl’indugi; in riguardo degli accesi prieghi che venivangli dagli umili servi suoi, impazienti di pure vedere partorita al mondo quella tanta salute. Nel resto, se dalla superbia degli uomini carnali si fosse dovuto aspettare quell’ umile riconoscimento del quanto poco valga questa scaduta nostra natura, io vi so dire che né i quaranta, né i quattrocento secoli non sariano bastati; perché l’umano orgoglio è irretrattabile, è incorreggibile, è eterno, come eterno dovrà essere lo svilimento ed il castigo che lo fiacchi finalmente e lo conquida. Ma, escluso questo eccesso di cieca superbia dalle mire pietose della Provvidenza, pel comune dei mortali era richiesto che la umana natura sperimentasse le proprie forze; e le età che corsero da Adamo al diluvio, da questo ad Abramo, da questo a Mosè e da Mosè a Cristo furono appunto deputate a questo grande e salutare sperimento A voi nondimeno potrebbe parere strano che di cosa tanto, ovvia, quanta è la nostra naturale debolezza, fosse uopo convincerci per via così proliss , così umiliante e così dolorosa. Eh! Signori miei! che giova illuderci? Che che sia del concetto più o men favore vole, che ciascun di noi può portare di sé medesimo come di uomo individuo, il certo è che noi mortali abbiamo comunemente una matta presunzione, una inestimabile albagia, un’arroganza intollerabile, quanto alle forze che attribuiamo alla nostra natura. E somigliamo in ciò certi nobili decaduti, i quali, nella loro minore fortuna, tollererebbero rassegnati non poche onte anche gravi; ma guai chi poco poco si attentasse a recarne in dubbio i titoli, che ne attestano la chiarezza del sangue e lo splendore del casato! E tale noi altresì: benché conscii a noi medesimi di non poche debolezze e non lievi, noi ci compiacciamo a pensare che in noi medesimi, nel fondo della propria natura abbiamo quanto basta ad ogni gran cosa, e se non la facciamo, ciò è solamente, perché non la vogliamo fare. – Così nelle cose morali la nostra superbia ci traduce spesso il non posso in non voglio; come per contrario nel sovvenire il prossimo la nostra pigrizia od avarizia ci fa tradurre il vero non voglio in un finto non posso. Ora se vi ha concetto che dirittamente ripugni a tutta la economia della Redenzione, è appunto questo. Quella consiste sostanzialmente e si compendia in un aiuto venutoci dal di fuori, venutoci graziosamente, venutoci per indispensabile supplemento e conforto della inferma e debilitata nostra natura. Anzi, atteso la ragionevole e libera condizione di questa medesima natura, è irremovibile divino decreto, che quell’aiuto non porgasi, e non si applichi quel conforto, se non a chi umile riconosca il suo bisogno e volente lo implori: supposto, s’intende, che abbia abilità di farlo. Di qui voi potete intendere di quanta rilevanza fosse quello sperimento, che Iddio ordinò si prendesse dall’uman genere, quando lo lasciò tanti secoli governarsi in tutto e per tutto da sé, coi soli naturali suoi presidii. Si trattava nientemeno che d’ingenerare nel mondo il primo e più necessario sentimento, che lo apparecchiasse alla venuta del Redentore, e lo disponesse a fruirne i favori celesti. Né era rilevante per quei soli che lo precessero: è eziandio per noi che venimmo appresso; ai quali non è possibile che siano conferiti i suoi doni, applicati i suoi meriti, donati i suoi carismi, senza quel riconoscimento umile del bisogno che ne abbiamo, per la infermità e debolezza della nostra natura. Che se Iddio ordinò quella condizione misera dell’uman genere a fruttare quell’umile riconoscimento; noi, ad ottenere questo, non possiamo far meglio, che affissarci a considerare quella misera condizione; ed a considerarla appunto nella sua radice, la quale dimorò nel trovarsi la umana natura lasciata a sé stessa, acciocché avesse l’agio, siccome udiste, di far prova delle proprie forze.

III. Signori, sì! Lo sperimento di quello che possa e sappia il genere umano coi soli presidii fornitigli dalla natura, e senza intervento speciale di Dio, quello sperimento, dico, è fatto, è strafatto e fu più prolisso, che voi non avreste creduto necessario; ed è riuscito più umiliante e più doloroso, che gli uomini per avventura non avrebbero voluto. Questo sperimento fu appunto l’antico Paganesimo, condizione comune ed universale di tutto il genere umano per quattro migliaia di anni, fattavi solo (come più volte dissi) una piccola eccezione di alquanti pietosi, costituitisi prima in famiglia e poscia cresciuti in popolo, eletto a custodire il deposito della rivelazione primitiva. Che ci state dunque a contare delle mirabilia che potrebbe e saprebbe fare l’umanità, se facesse da sè? quasi non lo avessimo veduto, ed anche troppo per nostra sventura ed ignominia, quello che l’umanità sa e può fare, facendo da sè!! – È lepida la storia del cervello balzano d’un Inglese mezzo ateo, ricco più di quattrini che di giudizio, il quale, raggruppatosi attorno un mezzo migliaio tra di uomini e di donne, tutti spiantati, senza pane e senza fede, se ne andò in America, a sperimentare in un apposita regione, comperata da lui a quest’uopo, quel che sapesse fare l’umanità da sé sola in opera di fondare e felicitare una società civile . Ma che volete? Monna umanità si trovò così male in gambe per quel negozio, che, in capo ad alquanti mesi di babilonia in miniatura, l’Inglese milionario vi andò fallito, e fu il miglior castigo che gli potesse incogliere; della turba umanitaria quelli che non si erano scannati fraternamente tra loro, furono distribuiti nei Depositi di mendicità, nelle prigioni, e contano che i più ingegnosi tra loro fossero allogati nei manicomii. Eh! miei amatissimi! Io già vel dissi: lo sperimento è fatto, ed in forma bene più splendida e solenne, che non sono coteste parodie di apostoli scomunicati, le quali tra ridicole e sacrileghe, non sapreste definire che siano più. – Sarà di altri discorsi il ragionarvi particolarmente i frutti dquello sperimento, che delle forze naturali fece il Gentilesimo: per ora debbo fermarmi alla radice di questo; e la radice ne fu la natura sola, separata e divulsa da Dio. Né già, vedete, che Iddio in quella natura non avesse inserito il lume della ragione: lo avevano quel lume, quanto qualunque altro di noi; e vi è chi giunge a sostenere, che lo avessero più acuto e più svegliato, che non lo abbiamo noi! Neppur mancavano di elementi tradizionali, che se erano meno copiosi e meno precisi, di quello che sieno i nostri, erano tuttavolta, per la prossimità alle origini, almeno naturalmente parlando, più autorevoli e più riveriti. E nondimeno che valse quel lume? quegli elementi che valsero? Il genere umano, salvato frescamente dalle acque sterminatrici del diluvio per mano dell’Onnipotente, lo dimenticò, lo sconobbe, lo rinnegò: le tradizioni più sante, che dai Patriarchi, quasi prezioso retaggio, alle genti novelle che dispergevansi erano state commesse, furono obliate in parte, in parte alterate per forma, da divenirne una tutt’altra cosa da quello, che erano state. Spoglio così l’uomo di soprannaturali presidii, dovette fabbricare la scienza da sé, dovette costituire la giustizia da sè, dovette trovare la felicità in sé medesimo, come se un Dio creatore ed ordinatore dell’universo, addirittura non esistesse. E questo fu propriamente la radice del Paganesimo: val quanto dire la separazione totale della creatura dal Creatore negli ordini speculativi e nei pratici; e quindi il genere umano ridotto a cercare nel proprio fondo, o nel proprio fondo solamente, quanto faceva uopo pel suo sapere, per la sua virtù, per ogni suo bene individuale, domestico e civile. – Ne andrebbe guari lungi dal vero chi pensasse, che quello stato d’isolamento, voluto a vero studio e per orgoglio, fu, come a dire, la riproduzione o piuttosto la continuazione della grande ribellione di Adamo contro Dio; colla sola differenza che in Adamo fu colpa, nel Paganesimo fu pena, fattasi malaugurata radice di nuove colpe. Tant’è! …il protoparente volle una scienza indipendente da Dio, trovata per propria industria, affine di usufruttuarla a suo senno; per diventarne un altro Dio, senza avere più nulla a fare col suo Autore: Eritis scientes …. eritis sicut dii (Gen. III , 5). Per ottenere questa scienza indipendente, non si curò Adamo del divino divieto, e nell’infrangimento di questo credette pazzamente di poter trovare felicità e contentezza. Quasi vorrei dire essere stata quella ribellione una specie di Razionalismo e di Egoismo, i quali cercavano la scienza e la felicità fuori di Dio, estranea a Dio, a dispetto di Dio. Or bene, questo Razionalismo oltracotante, questo superbo Egoismo, che fu il gran peccato del primo uomo, fu giustamente la grande pena di tutti gli uomini, lasciati per sì lungo volgere di secoli a loro medesimi, perché cercassero la scienza nella sola rągione, e la felicità al di dentro di loro. Ora, ditelo voi che siete saggi: quale scienza, quale felicità trovò il Paganesimo per questa via? Lo vedrete altra volta. Per ora basti considerarne la condizione generale, giovandoci del nobilissimo pensiero del Dottor Massimo, il quale riconosce appunto il Paganesimo nel figliuol prodigo di S. Luca, come ravvisa nel fratello di lui maggiore il popolo giudaico; ed aggiunge, che in quella parabola dei due figli è adombrata la vocazione dei due popoli, della quale sono piene le Scritture. Quod autem ait duos filios, omnes paene Scripturæ de duorum vocatione populorum plenæ sunt Sacramentis (Herons YM. Ep. 21 ad Damas. De duobus filiis). Oh! sì! tutte le nazioni erano figlie del gran Padre celeste niente meno, di quel che fosse la posterità di Abramo e di Giacobbe; quantunque a questa si appartenesse la primogenitura, siccome a quella, la cui Religione era nata quasi ad un parto stesso col mondo. Ma che? Le Nazioni si vollero emancipare dalla soggezione paterna, e nel dipartirsi chiesero superbamente al padre la porzione di eredità, che loro spettava: da mihi portionem quæ me contingit (Luc . XV , 12). Né il padre la dinegò, dando loro, siccome udiste, il lume della ragione, la legge naturale, impressa in questa, e gli elementi della tradizione primitiva. Come già quel figlio abiit in regionem longinquam (Ibid. V. 14) , tale altresì le nazioni gentili si allontanarono da Dio, per far da sé, per governarsi a talento, per essere indipendenti da ogni altra norma, che non fosse il proprio intelletto e la propria naturale propensione. Ora che ne seguisse al genere umano non è un mistero, e neppure è un problema: ne avvenne né più né meno di quello, che incontrò al figliuol prodigo, il quale dissipavit substantiam vivendo luxuriose. Sì! sì! il genere umano, dipartitosi dalla casa paterna, gettossi a disfreno dietro a tutte le inclinazioni animalesche, ed in questo modo sperperò malamente il patrimonio, che pure seco aveva portato; e voi vedrete miserabile stremo di abbandono e di abbiettezza a cui divenne. Dissipavit il lume della ragione ed i principii razionali, che ne sono spontaneo rampollo, fabbricando, per tutto che si attiene alla vita ultramondiale, al mondo degli spiriti ed alla divinità, una mole indigesta di mostruosi errori, cui diè nome di scienza, nella quale il meglio che fosse era la negazione ed il dubbio. Dissipavit i principii morali, attestati imperiosamente dalla sinderesi, o ne ritenne solo qualche rimembranza, che cresceva la colpa del conculcarli; e con quei principii mandò a male le più sante idee della giustizia e del diritto, costituendo, praticando e propagando il regno bestiale della violenza e della forza. Dissipavit i casti affetti, le soavi ispirazioni, le pietose virtù, ravvolgendosi, come porco in brago, nelle più schifose lordure, e facendo propria contentezza gli altrui dolori. Dissipavit gli elementi tradizionali, solo faro che poteano essere tra quelle tenebre, contessendo un garbuglio di stupide favole e d’insulsi miti, tra cui il più sagace ingegno stenterebbe a trovare vestigio di quelle tradizioni stesse, che pure n’erano il fondamento. Che più? dissipavit fino la memoria della casa paterna, ond’era uscito; più misero in questo del medesimo figliuol prodigo, il quale pure poté dire alla fine: surgam et ibo ad patrem (Luc, XV, 18), laddove il Paganesimo né sarebbe potuto sorgere né andare al padre, se questi non gli fosse pietosamente venuto incontro, e non gli avesse porta la mano. Talmente che incapace a cercare la luce, appena poté vederla, quando questa gli si fu offerta allo sguardo : Habitantibus in regione umbræ mortis, lux orta est eis (Isa.IX, 2). Avete udito? Non furono essi che cercarono la luce, fu la luce che spontanea si offerse adessi: orta est eis.

IV. La quale miserissima condizione dell’antico Paganesimo io temo forte non sia per divenire altresì, sotto molti rispetti, la condizione dei nostri tempi e dei nostri paesi, quando avessero effetto i voti insensati ed i conati sacrileghi di alcuni pretesi sapienti, i quali purtroppo hanno governata l’opinione di molti Italiani, ed al presente ne governano o piuttosto ne manomettono i popoli. Voi vedeste, radice prima di quella immensa vergogna e sventura dell’uman genere, che fu l’antico Paganesimo, essere stata l’abbandono della casa paterna, l’aver esso cercato scienza e felicità fuori di Dio: in breve, l‘abiit in regionem longinquam del figliuol prodigo. Ora chi crederebbe che quella separazione da Dio, la quale fu la piaga fetida e verminosa, che dovea rivelare all’antico mondo la necessità che esso avea di un Riparatore; chi crederebbe, dico io, che quella separazione stessa dovea diventare pel nostro mondo la cima di ogni perfezione; e che per questo si sarebbe praticamente ripudiato il Riparatore? E non vedete voi, non udite come nel moderno mondo, da oltre a mezzo secolo, ed in Italia segnatamente, dai suoi protettori e rigeneratori non si raccomanda, non si predica altro, che separazione della terra dal Cielo e dell’uomo da Dio? E non sapete come il Principato civile dei Pontefici è stato dai nemici della Chiesa dichiarato impossibile a mantenersi, per questa sola ragione, che, a rispetto di lui, è impossibile quella separazione, che già si è compiuta nel più dei Principati laicali, ed in tutti almeno è possibile? Ma nel Vicario di Cristo! oh! si appongono a meraviglia nel reputare impossibile quella scissione malaugurata del consorzio civile dai principii cristiani, la quale è il voto, il sospiro, direi quasi la rabbia dei nostri naturaleggianti umanitarii. E chi di noi non l’ha ascoltato o letto le cento volte? Separazione dello Stato dalla Chiesa; separazione della letteratura e delle arti dai concetti cristiani; separazione della storia dall’intervento della Provvidenza; separazione della morale e della probità naturale dalle prescrizioni dell’Evangelio; separazione della politica o delle scienze sociali ed economiche dai dettati della rivelazione; separazione della filosofia dalla teologia; separazione della ragione dalla fede, della terra dal cielo, dell’uomo da Dio. E quando tutte coteste separazioni fossero compiute, allora la terra potrebbe addirittura dimenticarsi del cielo, la ragione non saprebbe più che farsi della Fede, e l’uomo potrebbe starsene senza Dio; o, che torna al medesimo  potrebb’essere a sé medesimo il suo Dio, il suo fine, il suo ogni cosa. Or bene! questa espressione laconica dell’umano orgoglio, la quale fu la radice dell’antico Paganesimo, questa espressione proprio si sta da molto tempo mettendo in voga tra noi, per opera di uomini non so dire se scellerati od insensati, ma certo al consorzio civile ed al domestico perniciosissimi. Oh! quante volte sono io venuto meco medesimo considerando e rimpiangendo gli effetti di quel malaugurato principio di separazione, il quale si stà tacitamente infiltrando, eziandio in paesi cattolici ed in famiglie cristiane, in tutte le appartenenze domestiche e civili; e voi medesimi avete potuto notarli nei comuni discorsi e nelle cangiate usanze pubbliche e private! Per tutto voi vedete che la Religione si ritira a poco a poco dalle nostre consuetudini, dalle nostre pratiche, dai nostri divisamenti, dai nostri parlari; e chi sa che a voi eziandio, nel centro medesimo del Cristianesimo, non avvenga di pensare, di sentire, di parlare in parecchie congiunture, e senza quasi avvedervene, poco meno che da Pagani. Quanto è potente, quanto è prosperoso quello Stato! e pure o non si cura della Chiesa, o l’osteggia! quasi che per gli Stati cristiani vi possa essere prosperità sincera e potenza che metta a bene, quando si rompe guerra a Cristo medesimo nella sua Chiesa. Quel tal gentiluomo, quella tal dama, quel tale artigiano son cime di probità e di onoratezza; solo di Religione non hanno briciolo, né si saprebbe se sono atei, maomettani o giudei, e molto probabilmente non sono nulla di tutto questo, in quanto vivono da atei! quasi che possa trovarsi probità vera e vera onoratezza in chi calpesta una Religione, che giurò e pur dice di professare. E colpo meraviglioso fu quello del tale grande statista, per fare ricco e potente sè, più che la sua nazione; che poi si mettesse sotto i piedi l’Evangelio, cotesto non ci entra; perché, si sa, la politica non ha che fare colla sagrestia! quasi che la politica sia altro, che un’applicazione della morale, e la morale sia diventata degna dell’uomo per altra via, che entrando in sagrestia. E quel sistema filosofico, germinato tra le nebbie aquilonari e raffazzonato alla italiana da qualche esorbitante cervello nostrano, che neppure lo avea bene capito, è pure la gran cosa quel sistema! Che poi faccia a calci con tutta la economia della Rivelazione, ciò che rileva? eh! che la filosofia non è più privativa di preti e di frati; e può bene essere verissimo in filosofia tale pronunziato, che in teologia è manifestamente erroneo e forse ancora ereticale. E potrebbero moltiplicarsi senza fine questi esempi, che vi convincono essersi, non che iniziata, ma bene avviata tra noi quella separazione orgogliosa, che fu la radice del vecchio Paganesimo, e che è altresì la radice del nuovo. – Né voi preterire di osservare, come, nella nostra Penisola, sono alcuni improvvidi a ciò confortati da quella segreta inclinazione, pur troppo viva nel cuore di parecchi verso del Protestantesimo, come verso l’affrancamento della ragione. Dite bene: il Protestantesimo affrancò la ragione, separandola affatto da ogni attinenza col Creatore. Il suo principio fondamentale: non credere, non obbedire che alla Bibbia, interpretata dalla tua ragione, si tradusse presto nell’altro: non credere, non obbedire che a te stesso; e questo non suona altro alla fine, che un’autolatria, un’adorazione cieca di sé medesimo, un non riconoscere altro Dio, che il proprio io. – Matto delirio di orgoglio, di cui nell’antico Paganesimo non trovate riscontro, e forse neppure lo trovereste cercandolo nelle bolge infernali tra i demoni e tra i dannati; i quali, anche bestemmiando, credono e tremano: credunt et contremiscunt (JACOB . II, 19). Riposiamo.

V. Comincerò domani a divisarvi quanto fosse doloroso e svilente pel genere umano quello sperpero, che esso fece del retaggio paterno, come prima se ne fu ito in regionem longinquam . Per oggi siate contenti che io, a vostra pratica utilità, faccia notarvi quanto sia lamentabile, per le nazioni cattoliche altresì, la iattura che fecero di vantaggi insigni, anche nel giro della natura, come prima diedero adito al funesto principio di separazione da Dio. Oh! anche le nazioni cattoliche dissipaverunt substantiam, nel miserabile gettito che fecero di tante soavi consuetudini, di tanta scienza, di tanto decoro, di tante salutari istituzioni, di tanti celesti conforti! E che sono divenuti in molti paesi quei tesori, cui la cristiana carità dei nostri antichi avea ammassati da tanti anni, a sovvenimento di tutti i bisogni, a lenimento di tutti i dolori, a presidio di tutte le calamità? Dove pure dallo sperpero generale n’è restata una parte, questa parte è divenuta stipendio, cupidità, pascolo, latrocinio d’una falange burocratica senza viscere, la quale con freddo sprezzo ne getta gli avanzi all’indigenza, non per sovvenirla bisognosa, ma per cavarlasi d’attorno importuna; e faccia Dio che non anche per sedurne la schiva onestà, o per corromperne la cristiana credenza! Che sono ora quei tanti e maestosi edifizii, cui la religione degli avi nostri avea innalzati, per tranquillo ricovero della verginità illibata, degli amạri disinganni, della penitenza consolata, deisalmeggiamenti notturni, della fervente preghiera, delle aspirazioni celesti? Che sono ora? mi chiedete. Girate per la Italia e lo vedrete. Ove pur restano in piedi, sono oggi caserme stivate di baionette, per contenere i popoli che fremono, rugumando in segreto i loro mal dissimulati rancori; sono case di matti, che chiudono in copia cervelli, che dier la volta pel turbinio, in che folleggiarono, di politiche passioni e di corrotto incivilimento; sono prigioni ed ergastoli, pieni zeppi di malfattori, che sotto a volte, già echeggianti dalle caste preci di sante anime, fanno oggi risuonare la sacrilega bestemmia e la imprecazione disperata: intanto che il tempio vicino è quasi lieto di sentirsi scalpitato dall’unghia del cavallo guerriero, perché così risparmia la più grave onta di vedersi fatto ricettacolo infame di compre sgualdrine. E quelle Università, creazione unica della Chiesa Cattolica, le quali tacitamente attestavano al mondo e vi mantenevano vivo lo stupendo connubio della scienza colla Rivelazione, della ragione colla Fede? Consumata la separazione, le Università divennero ostello di tutte le nequizie, fucine di tutti gli errori, focolare di tutte le rivolture; talmente che delle esorbitanze scientifiche che sconvolsero le menti, e delle pubbliche commozioni che scombuiarono i popoli, voi potete porre ogni cosa che le novantanove sopra le cento, se da quelle Università non ebbero gl’inizii, ne trassero certamente i parteggiani per età più ardenti, e più maneggevoli per inesperienza. E non vi basta questo a convincervi, che i popoli, come gl’individui, non si possono separare da Dio, senza sperperare ogni loro più caro tesoro? dissipavit substantiam . Deh! Chi potrebbe noverare, chi deplorare degnamente le inestimabili calamità, che da quella separazione e da questo sperpero, a ruina temporale ed eterna dei miseri popoli, si derivarono? Oh! le due e le tre volte fortunate queste contrade! le quali, poste dalla Provvidenza sotto il reggimento del Capo visibile della Chiesa, sono nella felice impossibilità di vedersi mai civilmente separate da Dio! sono nella necessità ancor più felice di non essere mai governate altrimenti, che da cristiane! Che se questa condizione è il maggior torto che, agli occhi dei Pagani redivivi, ha il vostro Sovrano; questa stessa dev’essere per voi, o Romani, ed è di fatto quella che v’impreziosisce e rende più cara la sorte di essere sudditi di tal Sovrano, dalle cui mani si può bene, per somma empietà, strappare parzialmente o temporaneamente lo scettro; non si potrà ottenere in eterno, che quello sia trattato altrimenti, che come a Principe cristiano si addice.

IL PAGANESIMO ANTICO E MODERNO (3)

IL SEGNO DELLA CROCE (7)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (7)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA SESTA.

Il 1 dicembre.

Sunto della lettera precedente. — Il segno della croce è un libro che istruisce — Creazione, Redenzione, Glorificazione, tre parole, che riassume la conoscenza di Dio, dell’uomo, del mondo. — Il legno della croce dice queste tre parole con autorità — con chiarezza — e profondamente. — Le insegna a tutti — dappertutto — e sempre.

Segno divino, distintivo del fiore della umanità, stemma del cattolico: tal è, mio caro Federico, il segno della croce considerato sotto il primo punto di vista. Se è vero che nobiltà obbliga, io non conosco, per inspirare all’ uomo il sentimento della sua dignità ed il rispetto di se stesso, un mezzo più semplice, più facile, e più efficace del segno della croce, fatto soventemente, attentamente e religiosamente. Questa è una delle ragioni di sua esistenza. Questo segno, dice un Padre (Magna hæc est custodia, quæ propter pauperes gratis datur sine labore propter infirmos, cum a Deo sit hæc gratia, Signum fidelium et timor dæmonum. Neque propterea quod est gratuitum, contemnas hoc signaculum; sed ideo magis venerare benefactorem. S. Cyril. Hier. Catech. XIII), è custodia potentissima, gratuita pe’ poveri, facile pei deboli. Benefizio divino e spavento di satana, a vece di disprezzarlo perché gratuito, aumenti in te la riconoscenza. Io aggiungo, che l’eloquenza della croce eguaglia la sua potenza. Qual cosa insegna dessa all’uomo? Vediamolo.

Ignoranti, il segno della croce è un libro, che e istruisce. Creazione, Redenzione, Glorificazione! Tutta la scienza teologica, filosofica, sociale, politica, isterica, divina ed umana, è raccolta in queste tre parole. Scienza del passato, scienza del presente e dell’avvenire, tutta è in esse e per esse, lume del mondo, base dell’intelligenza umana! Supponi un istante che il genere umano dimentichi queste tre parole, o che ne sconosca il vero senso: qual cosa mai diverebbe? Agglomerazione di atomi che si muovono nel vuoto senza direzione e senza scopo; cieco nato senza guida e senza bastone; mistero inesplicabile a se stesso; infelice senza consolazione; un forzato senza speranza. Ecco l’uomo e la società!  Creazione, Redenzione, Glorificazione: queste tre parole sono più necessarie alla umanità che il pane che lo vive, e l’aria che desso respira. Sono necessarie a tutti, a ciascuna ora, e sempre. Desse sole allietano la vita e tutte le vite, l’azione e tutte le azioni, la parola e tutte le parole, il pensiero ed ogni pensiero, la gioia e tutte le gioie, la tristezza e tutte le tristezze, il sentimento ed ogni sentimento.  Ciò posto, la semplice ragione insegna che Dio dovea per se stesso stabilire un mezzo facile, universale, permanente, per dare a tutti questa conoscenza fondamentale, e darla non una sola volta, ma rinnovarla di continuo come rinnova l’aria, che respiriamo. A qual dottore sarà commesso siffatto insegnamento? A s. Paolo, santo Agostino, e s. Tommaso ? Forse ai genii d’Oriente, e d’Occidente? No. Questi dottori parlano un linguaggio, che tutti non comprendono, è mestieri di un dottore che parli una lingua intelligibile a tutti, al selvaggio dell’Oriente, ed al civilizzato della vecchia Europa. Chi sarà dunque il mio dottore? Tu l’hai nominato, è il segno della croce. Desso, e lui solo raccoglie in se le condizioni esatte. Esso non muore, è da per tutto, la sua lingua è universale. Un solo instante richiede per insegnare la lezione, ed un momento solo basta a tutti per apprenderla. In prova di quanto dico, permetti ch’io ti disveli un mistero. Il Verbo incarnato, che Isaia chiama a ragione il Precettore del genere umano, avea risoluto di morire per noi. V’erano molti generi di morte la lapidazione, la decapitazione, precipitato da luogo eminente, l’acqua, il fuoco, e che so io? Fra tutte queste specie di morti perché ha Egli scelto la croce?  – Un profondo teologo ha risposto da molti secoli. Una delle ragioni perché la divina ed infinita saggezza scelse la croce, è per fermo, che un leggero movimento di mano basta a segnar su di noi lo strumento del divino supplizio; segno luminoso e potente, che c’insegna quanto è da sapere, e in che troviamo valida difesa contro i nostri avversari (Noluit Dominus lapidari, aut gladio truncari, quod videlicet nos semper nobiscum lapides aut ferrum forre non possumus, quibus defendamur. Elegit vero crucem, quæ levi manus motu exprimitur, et contra inimici versutias munimur.(Alcuin, De divin. off. c. XVIII).). Ecco il segno della croce stabilito catechista del genere umano. Ma è egli vero che desso soddisfi, com’è dovere, a tale uffizio, tu mi dimandi, e ch’esso ripeta a segno le tre grandi parole: Creazione, Redenzione, Glorificazione? Non solo le ripete, ma le esplica con tale autorità, profondità e chiarezza da essere tutto cosa sua. – Con autorità, divina nella sua origine, è organo di Dio stesso. Con profondità e chiarezza: siine tu stesso giudice. Quando tu porti la mano dalla tua fronte al petto dicendo in nome, il segno della croce t’insegna l’indivisibile unità dell’essenza divina. Per solo questa parola, siitu un fanciullo, od una semplice femmina, tu sei più sapiente che tutti i filosofi del Paganesimo. Qual progresso in un solo istante! Dicendo del Padre un nuovo ed immenso raggio di luce èimmerso nell’intelligenza tua. Il segno della croce ti apprende la esistenza di un Essere, Padre di tutti i padri, principio eterno dell’Essere da cui traggono la loro origine tutte le creature celesti e terrestri, visibili ed invisibili. Aquesta parola si dissipano per te le nebbie, che lungo venti secoli nascosero agli occhi del mondo pagano l’origine delle cose. Tu continui dicendo: e del Figlio, ed il segno della croce continua ad ammaestrarti. Ti dice che il Padre de’ padri ha un figlio simile a sé. E facendoti portar la mano sul petto quando tu pronunzi il suo Nome t’insegna che questo Figlio eterno del padre s’è reso Figlio dell’uomo nel seno di una Vergine, per riscattare il mondo. L’uomo è dunque scaduto dall’altezza di uno stato migliore. Una novella luce questa parola apporta alla tua intelligenza! La coesistenza del bene e del male, il terribile dualismo che sperimenti in te stesso, questa riunione di nobili istinti e d’inclinazioni abbiette, d’azioni sublimi e di atti ignobili, la necessità della lotta, la possibilità ed i mezzi della riabilitazione: tutti questi misteri la cui profondità straziava la filosofia pagana, non sono più ravvolti fra tenebre per te. Tu finisci dicendo: e dello Spirito Santo. Questa parola compie l’insegnamento della croce. Per essa tu sai che v’ha un Dio, Unità di essenza e Trinità di Persone: tu formi un’idea giusta dell’Essere per eccellenza, dell’Essere completo che non sarebbe tale se non fosse uno e trino. Se la prima Persona è necessariamente potenza, la seconda dev’essere sapienza e la terza a-more. Questo amore essenzialmente benefico compisce l’opera del Padre che crea, e quella del Figlio che riscatta; desso santifica l’uomo e lo conduce alla gloria. Per la direzione della vita delle nazioni e dell’individuo, per i re come per i sudditi, qual luminoso insegnamento! Se Aristotele, Platone, Cicerone, tutti gli antichi pensatori, filosofi, legislatori e moralisti, fatigati dallo studio e stanchi di dubbi insolubili avessero risaputo la esistenza di un Maestro, che insegnasse con la profondità e chiarezza della croce, avrebbero corso l’intero mondo per vederlo, stimandosi felici di passare la vita ad intenderne l’insegnamento.  – Pronunziando il nome dello Spirito Santo tu compisci la croce, e con ciò tu non solo conosci il Redentore, ma ancora lo strumento della redenzione. Di siffatto modo, nel mentre che desso inonda lo spirito di vivida luce, apre nel cuore una inesauribile fonte di amore, di che parleremo altrove. Ma attendendo, dimmi se torna possibile insegnare con minor numero di voci, e con simile eloquenza, e con lingua sì accessibile i tre grandi dogmi, Creazione, Redenzione, Glorificazione, ippomoclio del mondo morale, e principio generatore della umana intelligenza? Essere creato, essere riscattato, essere destinato alla gloria, ecco quello che sei, o uomo! – Che cosa ne pensi tu, caro amico, è far della teologia questo? Ma se la teologia è la scienza di Dio, dell’uomo e del mondo; se la filosofia, conoscenza ragionata di Dio, dell’uomo, del mondo è figlia della teologia; se dalla teologia e dalla filosofia derivano tutte le scienze, la politica, la morale, l’istoria, ne segue, che il segno della croce è il dottore più sapiente e meno verboso che abbia mai insegnato. Vuoi tu sapere quale sia il posto, che questo segno venerando ha nel mondo? Te lo dirò domani.

IL SEGNO DELLA CROCE (8)