DOMENICA XVII dopo PENTECOSTE

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Ps CXVIII:137;124
Justus es, Dómine, et rectum judicium tuum: fac cum servo tuo secúndum misericórdiam tuam. [Tu sei giusto, o Signore, e retto è il tuo giudizio; agisci col tuo servo secondo la tua misericordia.]

Ps CXVIII:1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.
[Beati gli uomini retti: che procedono secondo la legge del Signore.]

Justus es, Dómine, et rectum judicium tuum: fac cum servo tuo secúndum misericórdiam tuam. [Tu sei giusto, o Signore, e retto è il tuo giudizio; agisci col tuo servo secondo la tua misericordia.]

Oratio

Orémus.
Da, quǽsumus, Dómine, pópulo tuo diabólica vitáre contágia: et te solum Deum pura mente sectári.
[O Signore, Te ne preghiamo, concedi al tuo popolo di evitare ogni diabolico contagio: e di seguire Te, unico Dio, con cuore puro.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes IV:1-6
“Fatres: Obsecro vos ego vinctus in Dómino, ut digne ambulétis vocatióne, qua vocáti estis, cum omni humilitáte et mansuetúdine, cum patiéntia, supportántes ínvicem in caritáte, sollíciti serváre unitátem spíritus in vínculo pacis. Unum corpus et unus spíritus, sicut vocáti estis in una spe vocatiónis vestræ. Unus Dóminus, una fides, unum baptísma. Unus Deus et Pater ómnium, qui est super omnes et per ómnia et in ómnibus nobis. Qui est benedíctus in saecula sæculórum. Amen.”
[Fratelli: Io, prigioniero del Signore, vi esorto a procedere in modo degno della vocazione a cui siete stati chiamati, con tutta umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandovi gli uni gli altri con carità, solléciti di conservare l’unità dello spirito mediante il vincolo della pace. Uno solo il corpo e uno solo lo spirito, come anche siete stati chiamati a una sola speranza della vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio, e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti e agisce in tutti, ed è in tutti noi. Egli è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.]

Omelia I

[Mons. Bonomelli, Omelie, vol. IV, Torino 1899 – Omelia IX].

Io, prigioniero nel Signore, vi scongiuro a vivere degnamente secondo la vocazione  alla quale foste chiamati. Con ogni umiltà e mansuetudine, sopportandovi con longanimità gli uni gli altri in carità. Usando ogni cura in mantenere l’unità dello spirito nel vincolo della pace. Un corpo ed uno spirito, come già voi foste chiamati in una sola speranza della vostra vocazione. Un Signore, una fede, un battesimo, un Dio, e padre di tutti, il quale è sopra tutti e per tutti e in tutti noi (1) „ (Agli Efesini, capo IV, 1-6).

Là dove si chiudeva il commento dell’omelia settima, comincia precisamente questo dell’odierna Epistola di S. Paolo agli Efesini. I versetti che vi devo spiegare sono pochi di numero, soltanto sei, ma ripieni dei più alti e pratici documenti, talché ciascuno potrebbe fornire argomento ad un discorso. Scopo dell’Apostolo in essi è di esortare caldamente i fedeli a comportarsi da cristiani, conservando la concordia, ed accenna in poche parole i principi e le cause che devono generare ed alimentare questa concordia. L’avervi accennato il soggetto capitale di questo commento è più che bastevole stimolo alla vostra attenzione. ” Io, prigioniero nel Signore, vi scongiuro a vivere degnamente secondo la vocazione, alla quale foste chiamati. „ Non posso nascondere a voi, o carissimi, il senso profondo che io provo nel mio cuore al solo leggere le prime parole di questo versetto, quale si trova nella Volgata (1): ” Obsecro vos — Vi scongiuro. „ Chi  è colui che esorta, che prega, che scongiura? E Paolo apostolo, che porta sul suo corpo le stimmate di Cristo, che fu chiamato da lui stesso vaso eletto, che ha lavorato e sofferto più di tutti gli altri Apostoli; è Paolo apostolo, che da Gerusalemme fu condotto a Roma carico di catene, attraverso ad infiniti pericoli e patimenti, e che detta queste righe dal fondo del suo carcere, a pochi metri dal palazzo imperiale, dove Nerone sta preparando lo sterminio dei cristiani; lo dice egli stesso, l’Apostolo, con un accento di santo orgoglio e come un titolo sopra tutti efficacissimo per ottenere ciò che domanda: “Io, prigioniero nel Signore, cioè, pel Signore, per la causa del suo Vangelo, vi scongiuro. „ E a chi rivolge queste parole sì accese? Ai suoi figli di Efeso, ch’egli ha guadagnato a Cristo con la sua parola, con la sua carità e c on i suoi miracoli. Ma come? Paolo apostolo, già vecchio, già martire tante volte per Cristo, già presso alla corona, rivestito di quella eccelsa autorità, ch’egli ricevette da Cristo stesso in modo al tutto straordinario, prega, anzi scongiura i fedeli, i suoi figliuoli? Ma dimentica egli la sua dignità, il potere che tiene? Perché pregare e scongiurare quelli che gli sono di tanto sotto ogni rispetto inferiori? Perché non comandare? No, Paolo non dimentica la propria dignità, il proprio potere, e al bisogno saprà usarne; Paolo, formato alla scuola di Gesù Cristo, al comandare preferisce il pregare: sa d’essere padre e ne tiene il linguaggio pieno di tenerezza: sa che l’autorità è un officio, un ministero, u n vero servizio; che il comando può offendere l’amor proprio, mentre la preghiera lo vince e lo guadagna, e perciò non scrive: “Io, prigioniero nei Signore, vi comando, ma sì vi prego, vi scongiuro: Obsecro vos ego vinctus in Domino. „ Questo linguaggio, tutto umiltà ed amore, esprime l’indole, l’intima natura del Vangelo, e ci fa sentire quanta differenza corra tra il potere laico, che usa l’impero e la forza, e l’autorità ecclesiastica, che usa la persuasione e la preghiera: Obsecro vos. Quella parola “prigioniero nel Signore „ è d’una forza e d’una eloquenza meravigliosa, e messa lì con un’arte da sommo oratore. E una sola parola: “Vinctus — prigioniero; „ non si diffonde a descrivere i suoi dolori, le privazioni, le noie e l’orrore del carcere; tutto questo lo lascia immaginare ai suoi figli, e si direbbe che ama nascondere tutto questo per non amareggiarli, e perciò racchiude tutto in una sola parola; “io prigioniero. „ Per ottenere ciò che vuole dagli Efesini, più che della sua autorità, si vale del suo stato di prigioniero per la fede: Obsecro vos ego vinctus in Domino. Quanta delicatezza e quanta forza di dire! Carissimi! Quale esempio per tutti quelli che esercitano u n potere qualunque, sia nella società domestica, come i genitori e i padroni, sia nella società civile e politica, sia nella società ecclesiastica! In luogo della parola voglio, comando, impongo, usiamo, se le circostanze particolari lo permettono, usiamo le parole vi prego, vi supplico, se vi piace, se non vi è grave, e con queste assai volte otterremo ciò che non otterremmo con quelle. Così vuole il sentimento della fratellanza, che abbiamo tra noi, e la eguaglianza dinanzi a Dio: così vuole la prudenza e il rispetto che dobbiamo ai nostri fratelli, che, quantunque inferiori, non cessano mai d’essere fratelli e l’amor proprio dei quali facilmente si offende; un linguaggio altezzoso ed imperioso. Paolo prega e scongiurai suoi fedeli di Efeso: e di che cosa li prega e li scongiura? ” A vivere degnamente secondo la vocazione, alla quale foste chiamati, „ che è quanto dire, la vocazione di cristiani. La vocazione cristiana comprende tutto l’insegnamento teorico e pratico, il simbolo e il decalogo, che il cristiano deve professare e praticare. Il soldato, che volontariamente segue un capitano e si schiera sotto il suo vessillo, giurando fedeltà in faccia alla sua coscienza ed in faccia agli uomini, è tenuto a mostrarsi degno del suo capitano e del suo vessillo. Ora chi è il cristiano? È un uomo che ha il dovere di seguire Gesù Cristo e volontariamente si è schierato sotto la sua bandiera: egli, in faccia al cielo ed alla terra, per il Battesimo, per la Cresima, ricevendo la sua Eucaristia, ed in cento altri modi, ha solennemente dichiarato d’avere per legge il Vangelo di Gesù Cristo, per vessillo la sua croce, che la sua professione è quella di cristiano, n’andasse la vita e l’onore. Egli dunque nella sua fede, nella sua condotta, nelle sue opere, in ogni luogo, in ogni tempo, in qualunque condizione, non deve né dire, né fare, e nemmeno pensare o desiderare cosa che non sia conforme alla sua vocazione di cristiano. Chiunque lo veda, o l’ascolti, o consideri la sua condotta, deve dire: Ecco un cristiano che fa onore alla sua vocazione, al nome che porta. Esaminando noi stessi alla luce della verità, troviamo noi di essere sempre vissuti e di vivere al presente in modo degno della nostra vocazione? Ohimè! Quante volte venimmo meno a questa vocazione, e pur professandoci, a parole cristiani, con le opere facemmo oltraggio al nome glorioso che portiamo! Deh! per l’avvenire viviamo come vuole l’Apostolo: ” Vi scongiuro, io prigioniero nel Signore, a procedere secondo la vocazione, alla quale foste chiamati. „ – Dalle esortazioni in genere S. Paolo discende al particolare, e dice in che devono i cristiani mostrarsi pari all’alta loro vocazione. Uditelo: ” Con ogni umiltà e mansuetudine, sopportandovi gli uni gli altri con longanimità.,, Nell’esercizio principalmente di due virtù, che poi si riducono ad una sola, vuole l’Apostolo che i cristiani vivano secondo la loro vocazione, e sono 1’umiltà e la mansuetudine, le quali due virtù sono fra loro inseparabili. Si dice umile chi sente bassamente di sé, dirò meglio, chi giudica se stesso secondo verità e conosce d’essere nulla, e per tale vuol essere trattato; mansueto è chi si rimette all’altrui giudizio e senza offendersi si lascia piegare e lavorare qual molle cera. – Il perché voi tutti comprendete che la mansuetudine è figlia della umiltà, per guisa che dove è quella, questa pure è forza vi sia. E cosa degna di osservazione, l’Apostolo volendo accennare le virtù principali onde deve onorarsi la vocazione cristiana, mette in primo luogo l’umiltà e la mansuetudine. Né qui s’arresta, ma vuole che codesta mansuetudine tocchi il sommo grado in quella, ch’egli chiama longanimità, che è quella pazienza che non si affanna mai, che è sempre eguale, inalterabile, che non conosce l’ira: mansuetudine e longanimità’ che naturalmente si esercitano, tollerando i nostri difetti, che è cosa facile, e i difetti dei fratelli, che è cosa assai difficile: Supportantes invicem. E nel sopportare le molestie, i difetti, e sopratutto le offese fatteci, che appariranno la nostra umiltà e la nostra mansuetudine. E stile dell’Apostolo addossare le frasi, e le parole, e i concetti, ma in guisa che l’uno sia o causa o effetto dell’altro. Egli ha nominato due virtù principalissime del cristiano, l’umiltà e la mansuetudine; poi vuole che questa al bisogno diventi anche longanimità, massime nella convivenza sociale; ma tosto alla sua mente si affaccia la domanda: Ma donde si potrà attingere la forza della longanimità in mezzo alle tante asprezze della vita? – Dalla virtù, madre di tutte le virtù, e perciò soggiunge: ” Sopportandovi gli uni gli altri con longanimità nella carità, „ quasi dicesse: È la carità la sorgente perenne e vivace della mansuetudine e della longanimità. Io immagino la società domestica, la famiglia; la società più in grande, la parrocchia o il comune; la società più in grande ancora, la nazione, lo Stato, in cui le virtù raccomandate e sì spesso inculcate da S. Paolo, l’umiltà, la mansuetudine, la longanimità, figlie tutte della carità, fossero esattamente osservate, e dico: la terra non sarebbe essa mutata in un paradiso ? Quanti mali rimossi e quanta felicità vi regnerebbe! Ah se la religione cristiana informasse davvero la società umana, che potremmo mai desiderare? Ma giova tener dietro all’Apostolo, che prosegue e scrive: “Usando ogni cura in mantenere 1’unità dello spirito nel vincolo della pace. „ Le virtù sopra dall’Apostolo accennate, nutrite dalla carità, vi porranno in cuore una cura continua, uno studio amoroso di conservare l’unità dello spirito, che ne sarà uno dei frutti più preziosi. Quanto ai corpi noi siamo separati: lo spazio ed il tempo necessariamente ci dividono: ma attraverso allo spazio ed al tempo, che separano i nostri corpi e ci tolgono di vederci, di parlarci, di udirci, noi possiamo tenderci le mani, parlarci, udirci e stringerci intimamente tra noi in modo da formare una sola famiglia, un solo cuore. E come ciò? Ascoltate. La verità è sempre la stessa ed in ogni luogo; per lei non vi sono né fiumi, né monti, né mari, né continenti: essa è come Dio, di cui è figlia; or bene : se con la mente io tengo salda la verità che viene da Dio, e ad essa si tiene saldo ciascuno di voi, tutti gli uomini, non è egli chiaro, che con la verità saremo tutti uniti con la mente, benché separati di corpo? Quella stessa verità che è in me, che è in voi, che è nei fratelli nostri di fede, sparsi da un capo all’altro del mondo, è il filo meraviglioso che tutti ci unisce nello spirito. Separati quanto al corpo da migliaia di chilometri, da decine di secoli: separati per lingua, per usi, per costumi, per mille altre cause, tutti diciamo lo stesso Credo, tutti invochiamo lo stesso Padre, che è nei cieli, tutti professiamo lo stesso decalogo, tutti riceviamo lo stesso Gesù Cristo nella Ss. Eucaristia, tutti aspiriamo allo stesso fine, al possesso della felicità. Ecco, o cari, l’unione dello spirito, che S. Paolo voleva nei suoi figliuoli, unione che nessuna forza né terrena, né infernale può rapire: Solliciti servare unitatem spiritus. E non è tutto: S. Paolo vuole che questa unità dello spirito nella stessa unità si conservi ” nel vincolo della pace — In vinculo pacis. „ Assolutamente parlando, potremmo avere l’unità dello spirito nella professione della stessa fede e dello stesso decalogo, e poi essere inquieti nell’animo nostro, o turbare gli altri e da loro essere turbati, come vediamo accadere ogni giorno intorno a noi; persone che hanno la stessa fede non solo, ma sono virtuose, non sanno vivere in pace sotto lo stesso tetto, e sono moleste le une alle altre. Ebbene: S. Paolo, a nome del Vangelo di Gesù Cristo, esorta tutti a coronare la loro unione nella verità della fede comune col vincolo della pace, che deve essere la dolce catena che lega tra di loro i cuori: In vinculo pacis. Questa verità sì cara dell’unione  nella pace con tutti, anche quando alcuni la turbano, l’aveva profondamente scolpita in cuore S. Bernardo, allorché scriveva queste parole ad un personaggio che si mostrava offeso con lui: Checché facciate, o fratello, io sono fermo in amarvi, anche non amato da voi. Sarò con voi, ancorché voi noi vogliate; sarò con voi, ancorché noi volessi io stesso. Mi son legato a voi con un forte vincolo, con la carità sincera, che non vien meno. Sarò pacifico coi turbolenti, darò luogo all’ira per non darlo al demonio. Vinto nelle ingiurie, vincerò cogli ossequi. Prenderò buoni uffici a chi non li gradisce, sarò largo con gli ingrati, onorerò quelli che mi disprezzano „ (Lettera 252 all’abate Premonstratese). Percorrete tutta la letteratura greca e latina, tutti i fasti della storia non cristiana, e non vi sarà possibile trovare dieci righe come queste, che mostrano a quale altezza di eroismo possa giungere la carità e la pace cristiana. – Ritorniamo al nostro testo: ” Un corpo ed uno spirito, come voi già foste chiamati in una sola speranza della vostra vocazione. „ Questa sentenza dell’Apostolo è quasi il riepilogo dei due versetti antecedenti, e vuol dire: ” Siate un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza della gloria e della immortalità, alla quale siete chiamati. „ Qui riapparisce quella immagine sì bella e sì famigliare all’Apostolo per adombrare l’unità della Chiesa, che esprime a capello il suo concetto. Vedete l’uomo : esso ha braccia, occhi, orecchi e membra tra loro distinte, anzi diversissime per se stesse e per il fine, a cui sono destinate; eppure il corpo è uno solo, e le membra, congiuntissime tra loro, si aiutano a vicenda, e se 1’una soffre, le altre tutte soffrono insieme. Perché tanta varietà di membra e tanta unità tra loro? Perché è una sola l’anima, che avviva tutte le membra secondo la loro natura, e tutte le muove e le ordina tra loro. Il somigliante deve essere nel corpo dei fedeli: essi sono distinti e differenti tra loro per natura, per grazia, per uffizi: ma informati tutti dallo spirito di Dio e dalla sua carità, e tutti camminando verso l’unico fine comune, formano un solo corpo, avente una sola anima e un solo cuore, come la Chiesa primitiva. L’Apostolo ha tanto a cuore questa unità dello spirito, quest’armonia delle membra, onde si compone la Chiesa, che sotto altra forma, e più completa, ne ripete il principio generatore, dicendo: “Un Signore, una fede, un battesimo. „ Il corpo dei fedeli, la Chiesa deve essere una sola, perché un solo è il Signore, il padrone assoluto ed universale, da cui ripete l’origine; un solo Gesù Cristo, che col suo sangue 1’ha riscattata e a sé disposata. Una sola è la fede, che a Lui ne conduce e ne unisce: Una fides, sempre la stessa ed immutabile, come Lui, che ne è l’oggetto. U n solo il battesimo: Unum baptisma, perché non si riceve che una sola volta, e perché è sempre lo stesso, ed è l’unica porta, per la quale si può entrare nel regno di Cristo, che è la Chiesa. In questa triplice causa della unità della Chiesa, che riducesi ad una sola, Dio, vi è un ordine che non può sfuggirvi. Vi è l’oggetto primo ed assoluto, che è Dio, Dio unico in cielo ed in terra. Come andiamo a Dio, unico nostro Signore, termine ultimo di ogni nostro desiderio ed amore? Per l’unica fede ch’egli stesso ci ha dato. E come riceviamo questa fede? come si suggella in noi? Coll’unico battesimo, che Dio ci ha dato: Dio, la fede, il battesimo; un solo Dio, una sola fede, un solo battesimo: come non formeremo un solo corpo tra noi, avendo tutti un solo Dio, da cui veniamo ed a cui torniamo; una sola fede, che a Lui ci conduce; un solo battesimo, che stampa in noi la stessa fede e il carattere di figli di Dio? L’Apostolo, dopo aver nominato Dio, Dio che è solo, quasi rapito fuor di sé, e come se fissasse lo sguardo nella sua luce inaccessibile, nell’impeto d’amore, che lo strugge, esclama: “Sì, Dio, un Dio solo, che è Padre di tutte le creature del cielo e della terra, degli angeli e degli uomini, che sta sopra di tutti per la sua sapienza e bontà: Qui est super omnes, e che con la sua virtù e forza infinita tutto muove, penetra, avviva e feconda: Et per omnia, e che in modo affatto speciale abita in noi colla sua grazia e ci governa. In Dio, da cui tutto viene ciò che è vero, bello e buono; in Dio, che è uno per essenza, e che con la verità e con l’amore ci trae dolcemente e fortemente; in Dio, che è la causa prima e suprema d’ogni unità, siamo un solo corpo ed un solo spirito nel vincolo d’una pace inalterabile, figura e pegno di quella che avremo in cielo. – E qui il pensiero corre mestamente ad un fatto oltre dire doloroso, che ci sta sotto gli occhi. S. Paolo con un linguaggio sublime parla di Dio e dice, che è sopra tutti, per tutti e in tutti noi. E una verità proposta dalla fede e proclamata dalla stessa ragione naturale: Dio è tutto in tutti; viviamo in Lui, ci muoviamo in Lui, siamo in Lui. Eppure che vediamo noi,, o dilettissimi? Oggidì gli uomini della scienza, gli uomini del potere pressoché tutti o hanno vergogna di nominare Dio per un miserabile rispetto umano, o apertamente lo negano e lo respingono ed osano dire: Noi non abbiamo bisogno di Dio: la scienza può farne senza e cammina senza di lui: la società può vivere e prosperare senza Dio e l’onestà e l’ordine possono aversi con la scienza, col lavoro, con la forza, coll’industria dell’uomo. – Questo si dice e se non si dice con la lingua, lo si dice coi fatti, tantoché il nome di Dio più non si pronuncia nella scuola, nelle aule legislative, negli atti solenni dell’autorità, o lo si pronuncia per servire ad un uso, che si vuol cessare. O Dio buono e grande! Voi che siete principio e fine d’ogni cosa: voi che colla vostra provvidenza governate ogni cosa; voi che siete il Padre di tutti, perdonate a questi uomini, che, superbi della loro scienza e della loro potenza, vi disconoscono e bestemmiano: essi non sanno quel che si facciano. Illuminate le loro menti, toccate i loro cuori, fate che conoscano chi voi siete e ritornino a voi, che siete la via, la verità, la vita: che siete tutto in tutti!

Graduale
Ps XXXII:12;6
Beáta gens, cujus est Dóminus Deus eórum: pópulus, quem elégit Dóminus in hereditátem sibi.
[Beato il popolo che ha per suo Dio il Signore: quel popolo che il Signore scelse per suo popolo.]
Alleluja

Verbo Dómini coeli firmáti sunt: et spíritu oris ejus omnis virtus eórum. Allelúja, allelúja [Una parola del Signore creò i cieli, e un soffio della sua bocca li ornò tutti. Allelúia, allelúia]
Ps CI:2
Dómine, exáudi oratiónem meam, et clamor meus ad te pervéniat. Allelúja.
[O Signore, esaudisci la mia preghiera, e il mio grido giunga fino a Te. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt XXII:34-46
“In illo témpore: Accessérunt ad Jesum pharisaei: et interrogávit eum unus ex eis legis doctor, tentans eum: Magíster, quod est mandátum magnum in lege?
Ait illi Jesus: Díliges Dóminum, Deum tuum, ex toto corde tuo et in tota ánima tua et in tota mente tua. Hoc est máximum et primum mandátum. Secúndum autem símile est huic: Díliges próximum tuum sicut teípsum. In his duóbus mandátis univérsa lex pendet et prophétæ. Congregátis autem pharisaeis, interrogávit eos Jesus, dicens: Quid vobis vidétur de Christo? cujus fílius est? Dicunt ei: David. Ait illis: Quómodo ergo David in spíritu vocat eum Dóminum, dicens: Dixit Dóminus Dómino meo, sede a dextris meis, donec ponam inimícos tuos scabéllum pedum tuórum? Si ergo David vocat eum Dóminum, quómodo fílius ejus est? Et nemo poterat ei respóndere verbum: neque ausus fuit quisquam ex illa die eum ámplius interrogáre”. [ In quel tempo: I Farisei si avvicinarono a Gesú, e uno di essi, dottore della legge, lo interrogò per tentarlo: Maestro, qual è il grande comandamento della legge? Gesú gli disse: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua ànima e con tutta la tua mente. Questo è il piú grande e il primo comandamento. Il secondo poi è simile a questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. In questi due comandamenti è racchiusa tutta la legge e i profeti. Ed essendo i Farisei radunati insieme, Gesú domandò loro: Che cosa vi pare del Cristo? di chi è figlio? Gli risposero: Di Davide. Egli disse loro: Com’è allora che Davide in spirito lo chiama Signore, dicendo: Dice il Signore al mio Signore, siedi alla mia destra, sino a tanto che io metta i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi? Se dunque Davide lo chiama Signore, com’è egli suo figlio? E nessuno sapeva rispondergli: né da quel momento in poi vi fu chi ardisse interrogarlo.]

Omelia II

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo XXII, 34-46)

Amore di Dio.

“Maestro, quale di tutti i comandamenti della legge è il più grande?!” Fu questa la maliziosa interrogazione che fece a Gesù Cristo un dottor della legge, come ci narra S. Matteo nel sacrosanto Evangelo della corrente Domenica. – La mira di quel dottor Fariseo, al dir di un interprete, era di costringere Gesù ad una dichiarazione della maggioranza di alcun de precetti riguardanti l’esercizio del divin culto o di altro spettante alle leggi scritte da Mose, per aprirsi strada a questioni. Troncò il maligno suo disegno il Redentore col rispondere: “Ecco il massimo di tutti quanti i precetti: Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuor tuo, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua: “Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo, et in tota anima tua, et in tota mente tua”. È questo il primo e massimo comandamento. Egli è il massimo per la sovrana autorità di un Dio che l’ha imposto, è il massimo per quel commercio che passa tra i più nobili movimenti del nostro cuore e il suo principio che è Dio, e il massimo pel suo fine; è ricompensa d’eterna vita per quei che l’osservano. Se desiderate conoscere i modi coi quali deve da noi osservarsi questo grande e massimo comandamento, due sono necessariamente richiesti. Fissateli bene, cristiani amatissimi. Siamo obbligati ad amare Dio con amore di “preferenza”, lo vedremo da prima: siamo obbligali ad amare Dio con amor di “operazione”, lo vedremo dappoi, se mi favorite di benigna attenzione.

I. – La prima indispensabile qualità del nostro amore verso Dio è la “preferenza”. Non siamo già tenuti ad amare Dio con un amor tenero e sensibile. La tenerezza e la sensibilità, onde talvolta cert’anime si sentono dilatare il cuore, e spargono dolci lacrime, non é da Dio comandata. Possono essere naturali effetti di un temperamento sensibile e facile al pianto. – Né pur ci vien imposto di amare Dio con un amore sforzato; ma con amor libero e volontario; onde riflette l’angelico dottor S. Tommaso che Iddio nell’intimarci questo suo precetto non sì servì del verbo “Amabis, ma del verbo “Diliges per significarci che vuol essere amato con un amore, che seco porta una scelta ultronea, una spontanea elezione. – Non ci vien finalmente comandato con rigor di precetto un amore intenso, fervido e di sfera sublime. Il Signore ebbe riguardo alla nostra fiacchezza e non ci prescrisse il grado di questo amore, ma la sostanza soltanto. E qual è di quest’amor la sostanza? Ecco, la “preferenza”: vale a dire un amore di stima, di prelazione, di apprezzamento. Questi termini che hanno una sola significazione vogliono essere spiegati a favor de’ men colti. Iddio comanda d’esser amato da noi. Ora, siccome Dio è superiore a tutte le creature presenti e possibili, così dev’essere amato da noi sopra le creature tutte, presenti e possibili. E siccome da Dio portano e a Dio sono inferite tutte le cose create, così il nostro amore per le cose create deve da Dio discendere e riferirsi allo stesso Dio. Un cuore, un’anima che abbia questo amore, preferisce Iddio a sé stessa e ad ogni altra creatura: prepondera nel suo affetto più Dio, che qualunque altro bene creato: stima più Dio, che il mondo tutto: apprezza tanto Dio che non soffre che altr’oggetto venga con esso a paragone e competenza; e se l’umana, o diabolica tentazione forma un tal paragone e competenza, il cuore l’abbomina, l’odia, la distrugge e fa che in sé trionfi la stima e l’adesione, al suo Dio. – Dall’esempio e dalle parole dell’Apostolo Paolo meglio comprenderemo la qualità dell’amor di Dio a noi prescritto. Sfidava egli le creature tutte a separarlo, se era ad esse possibile, dalla carità dell’Uomo-Dio, dall’amor di Gesù Cristo. “Quis me separabit a charitate Christi(Ad Rom. VIII, 35)? “Forse la tribolazione, l’angustia, la fame, la nudità, la persecuzione, la spada? Eh no, che né la morte, né la vita, né l’altezza degli onori, né il profondo dell’avvilimento, né creatura alcuna potrà separarmi dalla carità di Dio, dall’amore di Gesù Cristo.” – Non crediate già, uditori, che qui S. Paolo abbia parlato con enfasi di fervore, come Apostolo disceso dal terzo cielo. No, egli qui parla da semplice cristiano, e dice il puro, il preciso a cui è obbligato qualunque privato fedele. Da ciò ne viene che ciascuno di noi è strettamente tenuto ad essere nelle medesime disposizioni di animo e di volontà, nelle quali protestava di essere il gran Dottor delle genti, onde ognun di noi è obbligato a dire in tutta osservanza e realtà: mediante l’aiuto di Dio, che mai non manca, non vi sarà creatura alcuna, che mi entri nel cuore fino ad escluderne Iddio. “Non altitudo”, non le cariche onorevoli e lucrose, se a quelle debbo ascendere per una via d’ingiustizia, o di simonia, o per altra strada obliqua. “Necque profundum”, non l’abbassamento e la depressione; e se da questa potesse togliermi la calunnia, o l’impostura, o la vendetta, io tutto sacrificherò all’Altissimo, e morrò nel profondo dell’abiezione piuttosto che trarmene con mezzi illeciti: non la fame coi suoi malvagi consigli, non la tribolazione coi suoi tentativi, non la persecuzione coi suoi pericoli, non finalmente la spada del tiranno, né qualunque altra creatura avrà forza in me di staccarmi da Dio, di farmi oltrepassare i suoi ordini e trasgredire i suoi comandi. Ecco l’amore solo, fermo, sostanziale di “preferenza”, di stima, che Dio rigorosamente c’impone nel primo precetto; perciocché Dio non sarebbe più Dio, se più di esso Lui, o al par di Lui, si potesse da noi amare lecitamente qualche altra cosa. Ma quest’amore di preferenza sarebbe un amor di semplice disposizione, se fosse disgiunto dall’opere: vi dissi perciò in secondo luogo, che deve essere amor di “operazione”.

II. – Dio, che si appella dall’Evangelista S. Giovanni, carità per essenza, “Deus charitas est” (Joan. IV, 16), si chiama altresì dall’Apostolo, fuoco consumatore, “Deus noster ignis consumens est(Hebr. XII, 21). – Questo mistico fuoco, di cui Dio arde per noi, soggiunge il nostro divin Salvatore, “son venuto dal cielo a portarlo su questa terra; e qual altro è il mio desiderio, se non che si accenda in tutti i cuori?” “Ignem veni mittere in terram, et quid volo, nisi ut accendatur(Luc. XII, 49)? – Osservate ora il fuoco, egli è il più attivo di tutti gli elementi. La terra quando produce e quando riposa: l’aria talora è agitata e talora tranquilla: l’acqua ora scorre, ora è stagnante. Solo il fuoco è sempre in moto, sempre agisce; e se cessa di agire, di accendere, di consumare, cessa altresì dall’esistere. Tal è appunto l’amore verso Dio, dice il Magno Gregorio, “operatur magna, si est, si autem renuit operari, amor non est(Hom. 30 in Evan.). Vi son opere per Dio, per la sua gloria, pel suo servizio? Dunque vi è amore; non vi son opere? … non vi è amore. L’ opera, prosegue lo stesso S. Pontefice, è la prova più autentica dell’amore. “Probatio dilectionis cxhibitio est operis” (Ibid.). Infatti perché l’Eterno Padre amò il mondo ci diede il Figlio suo Unigenito per Salvatore. “Sic Deus dilexit mundum, ut filium suum Unigenitum daret (Joan. III, 16). E suo Figlio stesso per dare la maggior prova al mondo di quanto amava il celeste suo Genitore, andiamo, disse ai suoi discepoli, a compiere quel sacrificio, che placherà la sua giustizia, che comproverà la sua gloria, “ut cognoscat mundus quia diligo Patrem … surgite, eamus(Joan. XIV, 31). Persuasi ora che le opere sono i veridici contrassegni dell’amore, se mi chiedete quali debbano da noi praticarsi, vi risponderà Gesù Cristo nel Vangelo di S. Giovanni: “Se voi amate, dice Egli, fatemelo conoscere coll’osservanza dei miei comandamenti, “si diligitis me, mandata mea servate(Joan, XIV, 15). Invano vi lusingate di amarmi, se non mi ubbidite. Così è: i comandamenti della natura, del Decalogo, del Vangelo, della Chiesa, dei legittimi superiori, son tutti comandamenti di Dio. Se da noi sono osservati, possiamo avere una morale certezza, che regna in noi l’amor di Dio, un solo però che venga trasgredito basta ad estinguere questo amore e dar morte all’anima nostra. “Qui non diligit, manet in morte(Jo. III, 14). – Ad agevolare poi l’osservanza de’ divini precetti è espediente mettere in pratica i mezzi opportuni all’intento. Scelgo fra tanti, quei che ci suggerisce S. Lorenzo Giustiniani, e sono “Libenter de Deo cogitare, libenter Deo dare, libenter pro Deo pati(Lib. De L. vitæ c. 11). Riandiamo i sensi di questo gran Santo, che forse avremo da confonderci. “Libenter de Deo cogitare”. Un cuore che ama ha sempre presente al pensiero l’oggetto amato. Corre questo costume riguardo agli oggetti terreni, non corre per nostra sventura rapporto a Dio. Ditemi in grazia, fedeli amatissimi: il vostro primo pensiero nello svegliarvi lo date a Dio? Fra giorno vi occupate mai della memoria di Dio? Pensate mai che Iddio vi è presente, che è testimonio di ogni vostra azione? Vi tornano a mente i benefizi da Lui ricevuti, le grazie, che ogni dì vi comparte? Oh Dio! Si pensa al negozio, al lucro, alla lite, al divertimento, alla campagna, al lavoro, alla famiglia, insomma a tutto, ma non a Dio. Io già non vi condanno se pensate alla casa, ai figli, ai campi, alle officine, agli affari, e a tanti altri vostri giusti interessi. Possono essere questi pensieri una parte delle obbligazioni del vostro stato. Ma di grazia fra tanti e tanti pensieri non vi potrebbe aver luogo un pensiero per Dio? Possibile che Egli debba essere escluso dalla vostra mente per modo, che in tutto il dì non si trovino in essa neppur alcune reliquie di pensieri per Dio, “reliquiæ cogitationum, giusta la frase del re Profeta! O sconoscenza della creatura dimenticata di quel Dio, in cui vive, in cui si muove, per cui esiste! – In secondo luogo , “libenter Deo dare”. L’amore è liberale. Chi ama Dio dà a Lui volentieri il suo tempo per onorarLo, per supplicarLo. Gli fa di buon grado parte di sue sostanze nella persona dei poveri. Dava più volte al giorno il suo tempo a Dio il Profeta Daniele; dava di sue sostanze ai bisognosi il buon Tobia. I cristiani moderni san fare miglior uso del tempo e delle sostanze? Le ore della notte alla veglia e al riposo: le ore del giorno se le dividono il pranzo, la cena, la conversazione, le visite, il giuoco, il passeggio; e a Dio che resta? … e a Dio che si dà? Una Messa alle Domeniche, chissà come sentita, qualche volta un rosario detto tra il sonno e l’accidia, una predica per curiosità, una confessione all’anno, una comunione alla Pasqua. Caino non è più solo, che a Dio offriva le spighe più smunte del proprio campo. – Ora chi nega a Dio il tempo al suo culto, come gli sarà liberale in sovvenire i suoi poverelli? Il ricco Epulone neghittoso verso Dio, crudele verso Lazzaro ha i suoi successori. Altro che amor di Dio! Finalmente, “libenter pro Deo pati”. Ella è questa una gran prova di amore, patir volentieri per l’oggetto amato. Voi avete in casa quella suocera incontentabile, quella nuora arrogante, quel marito collerico, quella moglie fastidiosa, quel figliuolo che v’inquieta il giorno, che vi disturba la notte, quell’infermo che vi cruccia, quel vicino che vi molesta, e per che non farvi merito colla pazienza, perché non dare a Dio un segno del vostro amore col patir qualche poco per Chi ha tanto patito per voi? – Tanto si soffre per le creature, tanto si stenta pel mondo, e nulla si vuol soffrire per Dio! Deh! non sia più così. Il nostro amore verso Dio sia da qui innanzi amor di “preferenza”, di prelazione, di stima; ed acciò non resti sterile nella pura immaginativa si porti alla pratica, si dimostri colle opere, “non diligamus verbo, neque lingua, sed in opere et veritate(I Jo. IV). Allora sì che il nostro amore sarà come l’oro fra i metalli, come il sole tra i pianeti, come il fuoco fra gli elementi. Questo mistico fuoco non si estinguerà per morte, passerà anzi ad accrescere la sua fiamma nella celeste sfera, ove si vive di puro amore, e ove Iddio ci conduca.

Credo …

Offertorium
Orémus
Dan IX:17;18;19
Orávi Deum meum ego Dániel, dicens: Exáudi, Dómine, preces servi tui: illúmina fáciem tuam super sanctuárium tuum: et propítius inténde pópulum istum, super quem invocátum est nomen tuum, Deus.
[Io, Daniele, pregai Iddio, dicendo: Esaudisci, o Signore, la preghiera del tuo servo, e volgi lo sguardo sereno sul tuo santuario, e guarda benigno a questo popolo sul quale è stato invocato, o Dio, il tuo nome.]

Secreta
Majestátem tuam, Dómine, supplíciter deprecámur: ut hæc sancta, quæ gérimus, et a prætéritis nos delictis éxuant et futúris. [Preghiamo la tua maestà, supplichevoli, o Signore, affinché questi santi misteri che compiamo ci liberino dai passati e dai futuri peccati.]

Communio
Ps LXXV:12-13
Vovéte et réddite Dómino, Deo vestro, omnes, qui in circúitu ejus affértis múnera: terríbili, et ei qui aufert spíritum príncipum: terríbili apud omnes reges terræ.
[Fate voti e scioglieteli al Signore Dio vostro; voi tutti che siete vicini a Lui: offrite doni al Dio temibile, a Lui che toglie il respiro ai príncipi ed è temuto dai re della terra.]

 Postcommunio
Orémus.
Sanctificatiónibus tuis, omnípotens Deus, et vítia nostra curéntur, et remédia nobis ætérna provéniant.
[O Dio onnipotente, in virtù di questi santificanti misteri siano guariti i nostri vizii e ci siano concessi rimedii eterni.]

Calendario liturgico: OTTOBRE [2017]

OTTOBRE è il mese che la CHIESA dedica al SANTO ROSARIO ed al culto degli ANGELI- FESTA DI CRISTO RE

Festa del SS. ROSARIO

Supremi Apostolatus

[S. S.Pio IX – 1.9.1883]

…. Nessuno di Voi ignora, Venerabili Fratelli, quanto travaglio e lutto apportassero alla santa Chiesa di Dio, sullo scorcio del secolo XII, gli eretici Albigesi, i quali, generati dalla setta degli ultimi Manichei, riempirono di perniciosi errori le contrade meridionali della Francia ed altre regioni del mondo latino. Spargendo in tutti i luoghi il terrore delle armi, contavano di poter dominare incontrastati con stragi e rovine. Contro siffatti nemici crudelissimi, il misericordioso Iddio, come è noto, suscitò un santissimo uomo, l’inclito padre e fondatore dell’Ordine Domenicano. Egli, grande per la purezza della dottrina, per la santità della vita, per le fatiche dell’Apostolato, prese a combattere intrepidamente per la Chiesa cattolica, confidando non nella forza né nelle armi, ma più di tutto in quella preghiera che egli per primo introdusse col nome del santo Rosario e che, o direttamente o per mezzo dei suoi discepoli, diffuse ovunque. Per ispirazione e per impulso divino, egli ben sapeva che con l’aiuto di questa preghiera, potente strumento di guerra, i fedeli avrebbero potuto vincere e sconfiggere i nemici, e costringerli a cessare la loro empia e stolta audacia. Ed è noto che gli avvenimenti diedero ragione alla previsione. Infatti, da quando tale forma di preghiera insegnata da San Domenico fu abbracciata e debitamente praticata dal popolo cristiano, cominciarono a rinvigorire la pietà, la fede e la concordia, e furono dappertutto infrante le manovre e le insidie degli eretici. Inoltre moltissimi erranti furono ricondotti sulla via della salvezza, e la follia degli empi fu schiacciata da quelle armi che i cattolici avevano impugnate per rintuzzare la violenza. – L’efficacia e la potenza della stessa preghiera furono poi mirabilmente sperimentate anche nel secolo XVI, allorché le imponenti forze dei Turchi minacciavano di imporre a quasi tutta l’Europa il giogo della superstizione e della barbarie. In quella circostanza il Pontefice San Pio V, dopo aver esortato i Principi cristiani alla difesa di una causa che era la causa di tutti, rivolse innanzi tutto ogni suo zelo ad ottenere che la potentissima Madre di Dio, invocata con le preghiere del Rosario, venisse in aiuto del popolo cristiano. E la risposta fu il meraviglioso spettacolo, allora offerto al cielo e alla terra, spettacolo che incatenò le menti e i cuori di tutti. Da una parte, infatti, i fedeli pronti a dare la vita e a versare il sangue per la salvezza della religione e della patria, aspettavano intrepidi il nemico non lontano dal golfo di Corinto; dall’altra, uomini inermi in pia e supplichevole schiera invocavano Maria, e con la formula del Rosario ripetutamente salutavano Maria, affinché assistesse i combattenti fino alla vittoria. E la Madonna, mossa da quelle preghiere, li assistette. Infatti, avendo la flotta dei cristiani attaccato battaglia presso le isole Curzolari, senza gravi perdite sbaragliò ed uccise i nemici [a Lepanto] e riportò una splendida vittoria. Per questo motivo il santissimo Pontefice, ad eternare il ricordo della grazia ottenuta, decretò che il giorno anniversario di quella grande battaglia fosse considerato festivo in onore di Maria Vincitrice, e tale festa Gregorio XIII consacrò poi col titolo del Rosario. – Parimenti sono note le vittorie riportate sulle forze dei Turchi, durante il secolo scorso, una volta presso Timisoara in Romania, e l’altra presso l’isola di Corfù, in due giorni dedicati alla grande Vergine e dopo molte preghiere a Lei offerte secondo il pio rito del Rosario. Questa fu la ragione che mosse il Nostro Predecessore Clemente XI a stabilire che, in attestato di riconoscenza, tutta la Chiesa celebrasse ogni anno la solennità del Rosario. – Pertanto, poiché risulta che questa preghiera è tanto cara alla Vergine, e tanto efficace per la difesa della Chiesa e del popolo cristiano, nonché per impetrare da Dio pubblici e privati benefìci, non stupisce che anche altri Pontefici Nostri Predecessori si siano adoperati con parole di altissimo encomio per diffonderla. Così Urbano IV affermò che “per mezzo del Rosario pervengono nuove grazie al popolo cristiano”. Sisto IV proclamò che questa forma di preghiera “torna opportuna, non solo a promuovere l’onore di Dio e della Vergine, ma anche ad allontanare i pericoli del mondo”; Leone X la disse “istituita contro gli eresiarchi e contro il serpeggiare delle eresie”; e Giulio III la chiamò “ornamento della Chiesa di Roma”. Parimenti Pio V, parlando di questa preghiera, disse che “al suo diffondersi, i fedeli, infiammati da quelle meditazioni e infervorati da quelle preghiere, cominciarono d’un tratto a trasformarsi in altri uomini; le tenebre delle eresie cominciarono a dileguarsi, ed a manifestarsi più chiara la luce della fede cattolica”. Infine, Gregorio XIII dichiarò che il “Rosario fu istituito da San Domenico per placare l’ira di Dio e per ottenere l’intercessione della Beata Vergine“. – Mossi da queste considerazioni e dagli esempi dei Nostri Predecessori, riteniamo assai opportuno, nelle presenti circostanze, ordinare solenni preghiere affinché la Vergine augusta, invocata col santo Rosario, ci impetri da Gesù Cristo, Suo Figlio, aiuti pari ai bisogni …

Gli Angeli custodi

I.– Vi ringrazio, o amorosissimo mio Custode, della speciale premura con cui avete sempre guardato tutti i miei interessi così spirituali come temporali, e vi prego a ringraziare per me la divina misericordia che si compiacque d’affidarmi alla tutela di voi principe eccelso del paradiso. Gloria, Angele Dei.

II. Vi domando umilmente perdono,o amorosissimo mio Custode, di tutti i disgusti che vi ho dati violando sotto i vostri occhi la santa legge di Dio, malgrado i vostri rimproveri e le vostre ammonizioni, e vi prego ad ottenermi la grazia di emendare colla debita penitenza i passati mancamenti, di andar sempre crescendo nel fervore del divino servizio, e di aver sempre una gran devozione a Maria santissima, che è la Madre della santa perseveranza. Gloria, Angele Dei.

III. Vi supplico istantemente, o amorosissimo mio custode, a raddoppiare verso di me le sante vostre premure, affinché, superando tutti gli ostacoli che si incontrano nella via della virtù, giunga a liberarmi da tutte le miserie che opprimono l’anima mia, e, perseverando nel rispetto dovuto alla vostra presenza, temendo sempre i vostri rimproveri, e seguendo fedelmente i vostri santi consigli, meriti di essere un giorno elevato nel cielo a godere insieme con voi una delle tante sedi lasciate vuote dai ribelli vostri compagni. Gloria, Angele Dei.[G. Riva: Manule di Filotea, Milano 1888 –impr.-].

La Festa di Cristo Re

Quas primas di S. S.Pio XI

[11 dic. 1925]

Scopo della festa di Cristo Re

… E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun’altra cosa possa maggiormente giovare quanto l’istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re. – Infatti, più che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico, hanno efficacia nell’informare il popolo nelle cose della fede e nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festività dei sacri misteri, poiché i documenti, il più delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta sola parlano, queste invece, per così dire, ogni anno e in perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente, queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l’uomo insomma. Invero, essendo l’uomo composto di anima e di corpo, ha bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennità in modo che, attraverso la varietà e la bellezza dei sacri riti, accolga nell’animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e sangue, faccia si che essi servano al progresso della sua vita spirituale. – D’altra parte si ricava da documenti storici che tali festività, col decorso dei secoli, vennero introdotte una dopo l’altra, secondo che la necessità o l’utilità del popolo cristiano sembrava richiederlo; come quando fu necessario che il popolo venisse rafforzato di fronte al comune pericolo, o venisse difeso dagli errori velenosi degli eretici, o incoraggiato più fortemente e infiammato a celebrare con maggiore pietà qualche mistero della fede o qualche beneficio della grazia divina. Così fino dai primi secoli dell’era cristiana, venendo i fedeli acerbamente perseguitati, si cominciò con sacri riti a commemorare i Martiri, affinché — come dice Sant’Agostino — le solennità dei Martiri fossero d’esortazione al martirio. E gli onori liturgici, che in seguito furono tributati ai Confessori, alle Vergini e alle Vedove, servirono meravigliosamente ad eccitare nei fedeli l’amore alle virtù, necessarie anche in tempi di pace. – E specialmente le festività istituite in onore della Beata Vergine fecero sì che il popolo cristiano non solo venerasse con maggior pietà la Madre di Dio, sua validissima protettrice, ma si accendesse altresì di più forte amore verso la Madre celeste, che il Redentore gli aveva lasciato quasi per testamento. Tra i benefici ottenuti dal culto pubblico e liturgico verso la Madre di Dio e i Santi del Cielo non ultimo si deve annoverare questo: che la Chiesa, in ogni tempo, poté vittoriosamente respingere la peste delle eresie e degli errori. – In tale ordine di cose dobbiamo ammirare i disegni della divina Provvidenza, la quale, come suole dal male ritrarre il bene, così permise che di quando in quando la fede e la pietà delle genti diminuissero, o che le false teorie insidiassero la verità cattolica, con questo esito però, che questa risplendesse poi di nuovo splendore, e quelle, destatesi dal letargo, tendessero a cose maggiori e più sante.  – Ed invero le festività che furono accolte nel corso dell’anno liturgico in tempi a noi vicini, ebbero uguale origine e produssero identici frutti. Così, quando erano venuti meno la riverenza e il culto verso l’augusto Sacramento, fu istituita la festa del Corpus Domini, e si ordinò che venisse celebrata in modo tale che le solenni processioni e le preghiere da farsi per tutto l’ottavario richiamassero le folle a venerare pubblicamente il Signore; così la festività del Sacro Cuore di Gesù fu introdotta quando gli animi degli uomini, infiacchiti e avviliti per il freddo rigorismo dei giansenisti, erano del tutto agghiacciati e distolti dall’amore di Dio e dalla speranza della eterna salvezza.  – Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società.

Feste del mese di OTTOBRE

1 Ottobre Dominica XVII Post Pentecosten I. Octobris    Semiduplex Dominica minorS. Remigii Episcopi Confessoris

2 Ottobre  Ss. Angelorum Custodum    Duplex majus

3 Ottobre S. Theresiae a Jesu Infante Virginis    Duplex

4 Ottobre  S. Francisci Confessoris    Duplex majus

5 Ottobre Ss. Placidi et Sociorum Martyrum    Simplex

6 Ottobre   S. Brunonis Confessoris    Duplex  I Venerdì del mese

7 Ottobre  Sanctissimi Rosarii Beatæ Mariæ Virginis    Duplex II. Classi

I Sabato del mese

8 Ottobre  Dominica XVIII Post Pentecosten II. Octobris    Semiduplex

Dominica minor – S. Birgittæ Viduæ

9 Ottobre  S. Joannis Leonardi Confessoris    Duplex

10 Ottobre  S. Francisci Borgiae Confessoris    Semiduplex

11 Ottobre  Maternitatis Beatæ Mariæ Virginis    Duplex II. classis

13 Ottobre S. Eduardi Regis Confessoris    Semiduplex m.t.v.

14 Ottobre  S. Callisti Papæ et Martyris    Duplex

15 Ottobre  Dominica XIX Post Pentecosten III. Octobris    Semiduplex

Dominica minor – S. Teresiæ Virginis

16 Ottobre   S. Hedwigis Viduæ    Semiduplex

17 Ottobre  S. Margaritæ Mariæ Alaquoque Virginis    Duplex

18 Ottobre  S. Lucæ Evangelistæ    Duplex II. classis

 19 Ottobre  S. Petri de Alcantara Confessoris    Duplex

20 Ottobre  S. Joannis Cantii Confessoris    Duplex

21 Ottobre  S. Hilarionis Abbatis    Simplex

22 Ottobre  Dominica XX Post Pentecosten IV. Octobris    Semiduplex Dominica minor

24 Ottobre  S. Raphaelis Archangeli  – Duplex majus

25 Ottobre   Ss. Chrysanthi et Dariæ Martyrum    Simplex

26 Ottobre    S. Evaristi Papæ et Martyris    Simplex

28 Ottobre     Ss. Simonis et Judæ Apostolorum.    Duplex II. classis

29 Ottobre    Dominica XXI Post Pentecosten I. Novembris

                      In festo Domino nostro Jesu Christi Regis  –  Duplex I. classis

SAN MICHELE ARCANGELO

SAN MICHELE

[J. J. Gaume: Il Catechismo di Perseveranza, vol. IV, Torino, 1881]

Il culto degli Angeli è antico al pari del mondo; vediamo infatti che erano invocati nell’antico Testamento [Vedi Bergier, art. Angeli.], ed i pagani stessi che loro prestavano omaggi superstiziosi. La Chiesa cattolica, erede di tutte le tradizioni veridiche, nobilitò, purificò e consacrò fino dalla sua origine il culto dei santi Angeli, e su questo punto sono concordi i Padri dell’Oriente e dell’Occidente. – Tuttavia essendo sorti degli eretici, che prestavano agli Angeli un culto idolatrico, la Chiesa d’Oriente credé dover usare somma cautela nel culto con che ella onorò questi Spiriti beati, per timore che i settari potessero da ciò prender cagione di confermarsi nei loro errori. Ma la Chiesa d’Occidente, che nulla aveva di simile da temere, si spiegò più francamente sopra l’invocazione degli Angeli. [Hilar. in Ps. CXXIX e c. XXXVII.] – Certo egli è che erano invocati molto tempo prima che loro fossero dedicate feste e templi. Non era loro consacrato verun giorno particolare, perché  il loro culto era come incorporato a tutte le preghiere pubbliche, a tutti i sacrifici pubblici, e per conseguenza a tutte le feste della Chiesa. – Si fa menzione degli Angeli nel prefazio e nel canone della Messa; e nel salterio che compone quasi tutto l’uffizio canonico noi ripetiamo spessissimo la commemorazione degli Angeli. Le litanie, che risalgono alla più alta antichità, e che sono quasi un compendio delle preghiere generali della Chiesa, nominano gli Angeli dopo Maria, augusta loro Regina. Nel modo stesso pertanto che si faceva una festa generale della Trinità, del Santo Sacramento e di tutti i Santi, prima che si avessero solennità speciali instituite a loro onore, per egual modo si celebrava la festa generale di tutti gli Angeli, il culto dei quali si collega a tutta la liturgia cattolica, prima che fossero state per essere instituite, come si è detto, delle feste e assegnati loro dei templi. Tuttavia la Chiesa, compresa da gratitudine per gli Spiriti beati che vegliano alla sua difesa e proteggono la salute dei suoi figli, stabilì delle feste particolari per sciogliere il debito della sua devozione. La prima è quella di san Michele, principe della milizia celeste; la seconda, quella di tutti gli Angeli e particolarmente dell’Angelo custode. Spieghiamo in poche parole l’origine di queste solennità. Nel tempo che il Creatore, per far prova della fedeltà degli Angeli, aveane sublimato un gran numero, essi inorgogliti della loro propria eccellenza si sollevarono contro l’autore di tanti doni preziosi. L’Arcangelo san Michele precipitò nell’abisso i ribelli, mercé la possanza irresistibile del nome di Dio; vittoria significata dal nome stesso dell’Arcangelo: Quis ut Deus; chi è come Dio? San Michele è stato sempre considerato come l’Angelo difensore delle nazioni fedeli. Antico protettore della Francia, ei fu scelto a patrono dell’Ordine militare instituito sotto il suo nome nel 1469 dal re Luigi XI.

Festa di san Michele. — Nel 493 il glorioso arcangelo apparve sul monte Gargano, in Italia. Nulla si conosce di più consolante e di più celebre di quella apparizione. In riconoscenza dei benefizi che l’inviato dell’Onnipotente procurò alla Chiesa, fu instituita una festa in memoria di quell’avvenimento e in onore di san Michele. Fino dal quinto secolo essa si celebra li 29 di settembre; ed era in antico solennissima in molti paesi d’Occidente. – Ecco quanto si legge negli Statuti ecclesiastici pubblicati nel 1044 da Eteiredo re d’Inghilterra: « Ogni cristiano, che ha l’età prescritta, digiuni per tre giorni a pane ed acqua, innanzi la festa di san Michele, non mangiando che radici crude, poi ciascuno si rechi a confessarsi alla chiesa a piedi nudi …. Ogni sacerdote vada per tre giorni scalzo in processione col suo popolo; ciascuno prepari i viveri necessari per tre giorni, sempre però che nulla vi sia di grasso, e che tutto il soverchio sia dato ai poveri. Ogni servo sia dispensato dal lavoro in quei tre giorni per meglio celebrare la festa, o almeno non faccia fuorché quello che è indispensabile. – Questi tre giorni sono il lunedì, il martedì e il mercoledì, innanzi la festa di san Michele ». – Quantunque san Michele sia il solo nominato nel titolo di questa festa, apparisce dalle preghiere della Chiesa, che tutti i santi Angeli sono in essa contemplati. Da ciò deriva una evidente induzione, capace di ristringere i vincoli di carità che insieme ci uniscono. La Chiesa vuole manifestamente che noi onoriamo gli angeli e i santi, e che ne celebriamo la festa in spirito di carità e di universalità, considerandoli come un solo corpo e un solo santo, ch’è il corpo di Gesù Cristo, il Santo dei santi. E ben difficile onorare un membro senza che quest’onore si comunichi a tutte le altre membra del medesimo corpo. La gloria e la gioia di ciascuno di loro è comune a tutti, e quella che è comune a tutti è propria di ciascuno in particolare. E se un membro patisce, patiscono insieme tutti questi membri, e se un membro gode, godono insieme tutte le membra, dice san Paolo [I Cor. XII, 26]. Così la festa di ciascun santo è la festa di tutti gli altri santi. Perciò in passato si faceva la festa dei santi Apostoli in uno stesso giorno, perché non si può far la festa di uno senza che tutti gli altri vi partecipino. – Queste riflessioni sono anche più necessarie nel favellare degli Angeli, che onoriamo tutti generalmente nel giorno della festa di san Michele. La Chiesa non permette che si conoscano nominatamente più di tre Angeli, i cui nomi sono stati designati dalla Scrittura, e tuttavia ella desidera che ne siano onorati parecchi milioni. Non dobbiamo dunque tributar loro l’omaggio dovuto mediante feste particolari, ma coll’esser persuasi che quando nominiamo od ossequiamo uno di loro, gli onoriamo tutti, come quelli che tutti insieme compongono una santa città, di cui ciascuno di loro rappresenta la maestà e la eccellenza.

III. Mezzi di onorare gli angeli santi. — Parleremo brevemente del culto che prestiamo agli angeli e della maniera di celebrarne la festa. Il culto supremo detto di latria, non appartiene che a Dio, e non potrebbesi prestare alla creatura senza cadere nella più mostruosa idolatria e senza farsi rei del delitto di ribellione contro la Maestà divina. Si è idolatra quando si offre sacrificio ad un ente che non è Dio, e che gli si concede, o in lui si riconosce, direttamente o indirettamente, qualche attributo della Divinità; ma esiste una venerazione di ordine inferiore che si deve a certe creature, a riguardo della loro superiorità o della loro eccellenza. – Tale è quello che la legge stessa di Dio ci ordina di prestare ai nostri genitori, ai governanti, ai magistrati e a tutte le persone costituite in dignità; tal è pure quell’ossequio misto di sentimenti di religione che, secondo i Libri santi e la legge naturale, è dovuto ai sacerdoti e ministri dell’Altissimo e che i monarchi, anche i più malvagi, prestavano sovente ai profeti, quantunque fossero uomini oscuri e negletti agli occhi del mondo. – Quest’ossequio, come ognuno ben vede, è essenzialmente diverso da quello che è dovuto a Dio; né punto può essergli ingiurioso, perché si riferisce alle creature in quanto le loro perfezioni sono doni della bontà divina. Quando noi dimostriamo il nostro rispetto ad un ambasciatore, noi onoriamo il padrone che lo fece depositario d’una parte della sua autorità; ed è il padrone quegli ch’è lo scopo principale dei sentimenti che manifestiamo. La Scrittura viene su questo punto a sostegno della legge naturale: Rendete dunque a tutti quel che è dovuto… a chi l’onore, l’onore [Rom. XIII, 7].. « Onorate , dice san Bernardo, a questo proposito, onorate ciascuno, secondo la propria dignità ». – Quanto al modo di ben celebrare le feste degli Angeli, noi dobbiamo, per entrare nello spirito della Religione: ringraziare Dio della gloria, di cui ricolma quelle sublimi creature, e rallegrarci della felicità di cui godono ; dimostrare la nostra gratitudine al Signore, perché per sua misericordia ha affidato la cura della nostra salute a quegli spiriti celesti, che ci fanno continuamente provare gli effetti del loro zelo e della loro protezione; unirci ad essi per lodare e adorare Dio. per chiedere la grazia di fare la sua volontà sulla terra, come gli Angeli la fanno nel cielo, e faticare per la nostra santificazione con l’imitare la purità di quegli spiriti beati ai quali siamo uniti si intimamente; onorarli non solo con fervore, ma implorare anche il soccorso della loro intercessione.

ALL’ARCANGELO S. MICHELE (29 sett.)

I. – Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che pieno di fede, di umiltà, di riconoscenza, di amore, lungi dall’aderire alle suggestioni del ribelle Lucifero, o di intimidirvi alla vista degli innumerabili suoi seguaci, sorgeste anzi pel primo contro di lui ed animando alla difesa della causa di Dio tutto il restante della Corte celeste, ne riportaste la più completa vittoria, ottenetemi, vi prego, la grazia di scoprire tutte le insidie, e resistere a tutti gli assalti di questi angeli delle tenebre, affinché, trionfando a vostra imitazione dei loro sforzi, meriti di, risplendere un giorno sopra quei seggi di gloriai da cui furono essi precipitati per non risalirvi mai più. Gloria.

II. – Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che destinato alla custodia di tutto il popolo Ebreo, lo consolaste nelle afflizioni, lo illuminaste nei dubbi, lo provvedeste in tutti i bisogni, fino a dividere i mari, a piover manna dalle nubi, a stillar acqua dai sassi, illuminate, vi prego, consolate, difendete, e sovvenite in tutti i bisogni l’anima mia, affinché, trionfando di tutti gli ostacoli che ad ogni passo s’incontrano nel pericoloso deserto di questo mondo, possa arrivare con sicurezza a quel regno di pace e di delizie, di cui la terra promessa ai discendenti di Abramo non era che una smorta figura. Gloria.

III. – Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che, costituito capo e difensore della cattolica Chiesa, la rendeste sempre trionfatrice della cecità dei gentili con la predicazione degli Apostoli, della crudeltà dei tiranni con la fortezza dei Martiri, della malizia degli eretici con la sapienza dei Dottori, e del mal costume del secolo con la purità delle Vergini, la santità dei Pontefici e la penitenza dei confessori, difendetela continua mente dagli assalti dei suoi nemici, liberatela dagli scandali dei suoi figliuoli, affinché, mostrandosi sempre in aspetto pacifico e glorioso, ci teniamo sempre più fermi nella credenza dei suoi dogmi, e perseveriamo sino alla morte nell’osservanza de’suoi precetti. Gloria.

IV. – Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che state alla destra dei nostri altari per portare al trono dell’Eccelso le nostre preghiere e i nostri sacrifici, assistetemi, vi prego, in tutti gli esercizi della cristiana pietà, affinché compiendoli con costanza, con raccoglimento e con fede, meritino di essere di vostra mano presentati all’Altissimo, e da lui ricevuti come l’incenso in odore di grata soavità. Gloria.

V. – Gloriosissimo arcangelo s. Michele che, dopo Gesù Cristo e Maria, siete i l più potente mediatore fra Dio e gli uomini, al cui piede s’inchinano confessando le proprie colpe le dignità le più sublimi di questa terra, riguardate, vi prego, con occhio di misericordia la miserabile anima mia dominata da tante passioni, macchiata da tante iniquità, ed ottenetemi la grazia di superare le prime, e detestar le seconde, affinché, risorto una volta, non ricada mai più in uno stato sì indegno e luttuoso. Gloria.

VI. – Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che, come terror dei demoni, siete dalla divina bontà destinato a difenderci dai loro assalti nell’estrema battaglia, consolatemi, vi prego, in quel terribile punto con dolce vostra presenza, ajutatemi col vostro insuperbile potere a trionfare di tutti quanti i miei nemici, affinché, salvato per mezzo vostro dal peccato e dall’Inferno, possa esaltare per tutti i secoli la vostra potenza e la vostra misericordia. Gloria.

VII. – Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che con premura più che paterna discendete pietosamente nel tormentoso regno del Purgatorio per liberarvi le anime elette, e seco voi trasportarle nella eterna felicità fate, vi prego, che, mediante una vita sempre santa e fervorosa, io meriti di andare esente da quelle pene sì atroci. Che se, per le colpe non conosciute, o non abbastanza piante e scontate, siccome già lo prevedo, mi vi andassi condannato per qualche tempo, perorate in allora presso il Signore la mia causa, movete tutti i miei prossimi a suffragarmi, affinché il più presto possibile voli al cielo a risplendere di quella luce santissima che fu promessa ad Abramo ed a tutti i suoi discendenti. Gloria.

VIII. – Gloriosissimo arcangelo s. Michele, destinato a squillare la tromba annunziatrice del gran Giudizio, ed a precedere colla croce il Figliuolo dell’uomo nella gran valle, fate che il Signore mi prevenga con un giudizio di bontà e di misericordia in questa vita, castigandomi a norma delle mie colpe, affinché il mio corpo risorga insieme coi giusti ad una immortalità beata e gloriosa, e si consoli il mio ‘spirito alla vista di quel Gesù che formerà il gaudio la consolazione di tutti quanti gli eletti. Gloria.

IX. – Gloriosissimo arcangelo s. Michele, che costituito governatore di tutta l’umana natura, siete in modo speciale il Custode della cattolica Chiesa, e del visibil suo Capo, [S. S. Gregorio XVIII], riunite al seno di questa eletta Sposa di Gesù Cristo, tutte le pecore erranti, gli infedeli, i turchi, gli ebrei, [gli scismatici sedevacantisti e FSSPX, gli apostati della setta vaticana del “novus ordo” – ndr.-], i peccatori, affinché, adunati tutti in un sol ovile, possano cantare unitamente per tutti i secoli le sovrane misericordie: sostenete nella via della santità, e difendete da tutti i nemici l’infallibile interprete dei suoi voleri, il suo Vicario sopra la terra il Romano Pontefice Gregorio XVIII, affinché obbedendo sempre alla voce di questo Pastore universale, non mai si allontanino dai pascoli della salute, ma crescano anzi ogni giorno nella giustizia così i sudditi come i magistrati, così i popoli come i Re, e compongano su questa terra quella società concorde, pacifica e indissolubile, che è l’immagine, il preludio e la caparra di quella perfetta ed eterna che comporranno con Gesù Cristo tutti i beati nel cielo. Gloria …

OREMUS.

Da nobis, omnipotens Deus, beati Michaeli Arcangelo, honore ad summa proficere; ut cujus in terris gloriam præadicamus, ejus quoque precibus adjuvemur in cœlis. Per Dominum, etc.

 

 GIACULATORIA A s. MICHELE.

O glorioso, o forte – arcangiolo s. Michele,

Siatemi in vita e in morte – proteggitor fedele.

Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (9), capp. XV-XVI

CAPITOLO XV.

FEDE DEL BUON LADRONE.

Magnificenze della conversione per parte dell’uomo. — Magnificenze della fede del Buon Ladrone. — Più vìva di quella dei Patriarchi, dei Prufeti, degli Apostoli. — Passi di S. Gian-grisostomo e di S. Agostino. — Più furie. — Testo di S. Giang-risostomo e di S. Agostino. — La più grande che siasi veduta al mondo. — Parole di S. Agostino.

Se la conversione di Disma è magnifica per parte di Dio, essa non lo è meno dal canto dell’ uomo. Per convertire un peccatore non basta che la grazia gli parli al cuore. Uopo è che il cuore si apra all’influenza della grazia, e che si abbandoni alla sua azione salutare. Uopo è che la cooperazione dell’uomo sia in proporzione colla grandezza della misericordia che la sollecita. Tale si fu quella del Buon Ladrone. La grazia incomparabile, che era penetrata nell’ anima sua, richiedeva da lui una fede eroica, una speranza eroica, un’eroica carità. Applichiamoci a contemplare queste tre virtù, che come tre soli illuminano ad un tratto l’anima di Disma, la trasfigurano, e coi raggi loro dissipano le dense tenebre, nelle quali è avvolto il Calvario. – Il primo diamante che brilla in fronte alla Chiesa Cattolica è la fede. Intorno ad un siffatto gioiello sono collocate tutte le altre pietre preziose, che compongono la corona immortale della Sposa del Verbo incarnato. – Ciò che ha luogo per la Chiesa, lo ha pure per ciascuno dei suoi figli. La fede è quella che dà principio alla nostra vita soprannaturale: e la fede consiste nel credere ciò che non cade sotto i nostri sensi; argumentum non apparentium. Quanto più le verità sono al di sopra della ragione, e più denso è il velo che le ricopre, altrettanto più forte occorre che sia la fede, e più penetrante il suo sguardo. Riportiamoci al tempo, al luogo, alle condizioni nelle quali si trovava Nostro Signore, e calcoliamo quale, per riconoscerlo come Dio, esser dovette la forza della fede nel Buon Ladrone, e quanto penetrante il suo sguardo. Eccoci sul Calvario. Dirigiamoci a S. Disma e interroghiamolo. Come hai fatto a scoprire nel tuo compagno di supplizio il tuo Re, il tuo Dio? Qual segno di divinità, qual indizio di regia dignità vedesti mai in quel condannato, deriso dai dottori, ed obbrobrio del popolo? Ov’è il suo trono? Ov’è la sua corte? Ove il suo reale mantello? Ove i ministri suoi? ove gli estorciti? Il suo trono? Un patibolo, la croce che lo martirizza. La sua corte? Due malfattori crocifissi ai suoi fianchi, ed una vile canaglia che lo insulta. Il suo reale paludamento? Un cencio meschino che ne ricopre appena le parti più delicate del corpo. I suoi ministri? I carnefici che dopo di averlo crocifisso, stanno impassibili a riguardarlo nelle angosce della sua dolorosa agonia. I suoi eserciti? Pochi paurosi discepoli che sin dal principio della persecuzione, l’hanno vilmente abbandonato. Se nulla, assolutamente nulla, in Gesù crocifisso fa travedere un re, qualche cosa forse in lui fa scorgere un Dio; e la fede di Disma non sarà stata superiore a quella dei Patriarchi e dei profeti? « Abramo, dice il Crisostomo, credette in Dio; ma Iddio stesso gli aveva parlato dall’alto dei cieli, e gli aveva mandato i suoi angeli a messaggeri; di sua propria bocca gli aveva espresso le sue volontà. Mosè credette in Dio; ma 1’aveva veduto nel rovo ardente, che gli parlava di mezzo alle fiamme, e quindi in mezzo allo strepito delle trombe e dei tuoni. Isaia ed Ezechiele credettero in Dio; ma il primo lo aveva veduto assiso sull’eccelso suo trono, circondato di gloria; ed il secondo lo vide portato sulle ali dei cherubini. Tutti gli altri profeti credettero in Dio; ma tutti lo avevano veduto, benché di una maniera diversa, nella magnificenza della sua maestà, per quanto n’è capace la vista umana. E ciò sia detto, non per menomare la fede di quei santi personaggi, ma solo per mostrare la superiorità di quella del Buon Ladrone. » In verità che anch’egli vide il Signore; ma in qual luogo ed in qual tempo? « Nell’ignominia della croce! In ignominia, continua il Santo Dottore. Egli lo vide non già assiso su di un trono maestoso circondato dalle poderose legioni della celeste milizia; ma sulla Croce, e non lo vide che là. E che vuol dire, averlo veduto sulla Croce? Vuol dire che il vide su di un trono di scherno, mille volte più atto a nascondere che a rivelare la sua divinità. Vuol dire che, in luogo dei cherubini, non aveva per corteggio visibile che due ladri. Vuol dire che invece di adorazioni, egli non riceveva che insulti e bestemmie. In una parola, egli non lo vide che sulla Croce e non Io vide che là: ciò dice tutto. » – Se almeno, mentre Gesù era appeso al patibolo, Disma avesse inteso uscire dalla sua bocca alcuna di quelle parole onnipotenti, che convengono a un Dio; l’avesse inteso pronunziare contro i colpevoli la tremenda sentenza, che rivela il supremo giudice dei vivi e dei morti! Ma no. Ei lo vide quando tutte le potenze delle tenebre, scatenate contro di lui, Io tenevano in loro piena balìa. In luogo di sentirlo fulminar sentenze, ei lo sente, quale avvocato dei suoi stessi carnefici, implorar grazia e perdono per essi. Tali sono le due circostanze di tempo, e di luogo nelle quali il Buon Ladrone vide Nostro Signore. Ora queste due circostanze erano agli occhi della ragione tutto quello ch’esser vi potesse di più valevole a trattener Disma, al pari del suo ostinato compagno, nelle tenebre dell’errore, ed a farlo con esso cadere nelle tenebre dell’inferno. Ebbene: appunto in simili circostanze il Buon Ladrone, per un atto di eroica fede, riconosce Gesù suo Dio, tale ad alta voce il proclama, ed a Lui si raccomanda per quando rientrerà nel suo regno! « Come, grida il Crisostomo, tu lo vedi sospeso ad un patibolo, o parli di un regno nei cieli? … Crucifixam vides et regem prædìcas? In ligno pendere crucis et cœlorum regna meditaris? » Sia per la vivacità, sia per la prontezza, sia per la forza, porremo noi a confronto la fede del Buon Ladrone con quella degli Apostoli? « Noi abbiamo creduto, e conosciuto, dicono i discepoli al loro maestro, che tu sei il Cristo Figliuol di Dio. »  [« Non credidimus et cognovimus, ipsia tu es Christus Filius Dei. » Juan., III, 69]. E quando la loro fede si esprimeva con tale vivacità? Dopo di aver veduto gli innumerevoli miracoli operati da Gesù, e di aver ricevuto da Lui la virtù di operarne. E di quali prodigi non li aveva resi testimoni? L’avevano essi veduto sovrano padrone del mondo visibile e del mondo invisibile, comandare agli elementi ed alle spirituali potenze dell’aria. Lo avevano veduto cangiar l’acqua in vino; nutrire cinque mila persone con cinque pani e due pesciolini, guarire i lebbrosi, rendere il moto ai paralitici, la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la parola ai muti, la vita ai morti, e cacciare i demoni. L’avevano veduto sul Tabor nell’atto di manifestare loro lo splendor della sua gloria, e il cielo e la terra rendere omaggio alla sua divinità; il cielo per mezzo della voce del Padre che diceva: « Questi è il mio Figliuolo diletto, nel quale io mi sono compiaciuto; lui ascoltate,  La terra con la presenza di Mosè e di Elia, venuti per dichiarare, che Egli era il compimento della legge e dei profeti, la aspettazione delle genti e il Salvatore dell’umanità. È forse meraviglia che siffatti miracoli, e cento altri ripetuti nel corso di tre anni sotto gli occhi degli Apostoli, abbiano dato la vivacità del fuoco alla loro fede? Ora vediamo se fu cosi viva coinè quella del Buon Ladrone. – Ei pare che Nostro Signore medesimo decidesse la questione allorché disse a s. Tommaso: « Perché hai veduto, o Tommaso, hai creduto. Beati coloro che non hanno veduto e hanno creduto. » – Gli Apostoli avevano veduto, ed avevano creduto. Disma nulla aveva veduto, e credeva. Ove dunque lo sguardo della fede dovea esser più vivo e più penetrante, per riconoscere come Dio quello che fa le opere di Dio, o per riconoscere come Dio, chi non ne fa alcuna? Qual opera di Dio aveva mai visto farsi da Nostro Signore il Buon Ladrone? Che vedeva egli nella sua persona? L’uomo il più disprezzato di Gerusalemme; un malfattore condannato a morte dal senato della sua nazione. – Qual prodigio era occorso per aprire gli occhi suoi alla luce, illuminare la sua fede, e rettificare la sua opinione? Nessuno. – Dopo che Gesù di Nazaret ora divenuto suo compagno di supplizio, dopo la loro uscita dal Pretorio di Pilato e l’arrivo al Calvario, qual miracolo aveva Egli operato? Qual morto aveva risuscitato? Qual infermo guarito? Da chi mai aveva cacciato il demonio? Qual segno, quale indizio, ancorché fugace, aveva dato della sua divinità, celata sotto il sanguinoso ammanto della sua umanità? Nessuno. E non ostante il buio di questi densi veli, la fede penetrante di Disma scopre in Gesù il Dio del cielo e della terra, il Creatore e il Redentore del mondo. Egli crede, egli adora e proclama la sua fede con un virile coraggio che nulla vale ad intimidire. Se rispetto alla vivacità, la fede del Buon Ladrone sostiene con vantaggio il confronto colla fede degli Apostoli, essa è di una superiorità incontrastabile rispetto alla forza. Dal Calvario discendiamo per poco al giardino degli Olivi. Gesù è sai punto di esser preso, e gli Apostoli gli sono dappresso. Chi è tra loro che all’appressarsi delle guardie del Pretorio ardisca manifestare la sua fede e dire a quella sacrilega schiera: Che pretendete di fare? Il nostro Maestro è il Figlio di Dio! … Non una sola parola di fede, ma una subita fuga di paurosi e di vili: Omnes relicto eo fugierunt. Essi fuggono, si celano, si disperdono di tal maniera, che durante tutta la passione, nessuno sa che sia di loro. Se pur Pietro si mostra, egli è per rinnegare il suo Maestro. Giovanni, il solo Giovanni apparisce sul Calvario, ma non profferisce una parola per proclamare la divinità dell’adorabile suo Maestro. Il solo apostolo, il solo evangelista del Calvario è il Buon Ladrone. « Voi chiedete, dice il Crisostomo, che avesse egli fatto per meritare il Paradiso? Or io ve lo dico: quando Pietro rinnegava il suo Maestro sulla terra, il Ladrone lo confessava sulla croce. Il Principe degli Apostoli non resiste alle minacce di una vile fantesca; ed il Ladrone sospeso al patibolo, in mezzo a tutto un popolo di minacciosi bestemmiatori, proclama la divinità del bestemmiato Signore, lo riconosce qual Re del cielo, e senza esitare gli domanda di sovvenirsi di lui, quando avrà preso possesso del regno suo. » S. Agostino parla non altrimenti che il Crisostomo. « E che aveva dunque operato di sì grande il Ladrone per ascendere dalla croce che aveva ben meritata; fino al paradiso? Volete voi che in poche parole vi esprima la potenza della sua fede? In quella che Pietro negava in basso; egli confessava in alto. Ed io il dico, non per accusare, Dio me ne guardi, s. Pietro, ma sol per rilevare il coraggio magnanimo del Ladrone. Il discepolo non regge alla prova per la minaccia di un’abbietta donnicciola. Il ladro è in mezzo ad una moltitudine di schiamazzatori che vomitano bestemmie, maledizioni ed insulti, e non ne fa caso. Ei non si arresta all’abiezione visibile del suo compagno di pena; ma con l’occhio della fede penetra al di là di tutte queste cose, le disprezza quali ombre effimere che ascondono la verità, e sì fa a dire: Ricordati di me, o Signore, quando sarai nel tuo regno. Colorò che avevano veduto il Signore risuscitare i morii, vacillarono: il Ladrone crede in Lui quando fu crocifisso. Ad una fede siffatta io non so che aggiungere. In verità il Signore non ha mai trovato tanta fede né in Israele, né in tutto il mondo. » Il Vescovo Eusebio conchiude dicendo: « Egli è dunque assai più grande, e molto più glorioso pel Ladrone l’aver riconosciuto il Signore in un uomo che moriva sul patibolo, che se egli avesse creduto in Lui quando operava prodigi. Quindi non è senza ragione che egli meritasse una sì magnifica ricompensa. » – Dopo tutto ciò, sarà egli da stupire, se un concerto di lodi in tutti i secoli ha esaltata la fede del Buon Ladrone? Dopo la Santissima Vergine, s. Pietro, e s. Paolo, nessun Santo, secondo a noi pare, fu tanto esaltato dai Padri e Dottori della Chiesa. Si potrebbe formare un volume dei loro elogi.

CAPITOLO XVI.

SPERANZA DEL BUON LADRONE

Speranza non meno magnifica della sua fede. — L’uomo costruzione di Dio. — Tre parti di questo edificio. — Loro connessione. — Dottrina di S. Tommaso. — Fermezza della speranza del Buon Ladrone: parole di S. Bernardo. — Vivacità ed eroismo della medesima. — La speranza di Disma paragonata a quella della Maddalena. — Testimonianze.

La seconda virtù che risplende nel Buon Ladrone è la speranza. Essa riluce di uno splendore non meno vivo di quel della fede. Secondo S. Paolo, l’uomo è edificio di Dio. Dei aedìficatio eslis. Il divino architetto conosce le regole dell’arte: Egli incomincia dallo stabilire i fondamenti, sui fondamenti innalza le mura, e sulle mura pone la corona dell’edificio. Ora nella costruzione del Cristiano, le basi, le mura, la corona, sono la fede, la speranza e la carità. « La casa di Dio, dice S. Agostino, riposa sulla fede, s’innalza sulla speranza, e si compie con la carità. » S. Bernardo aggiunge. – « Con ragione l’Apostolo definisce la fede, base della speranza, dappoiché voler sperare senza credere si è un voler dipingere sul vuoto. Or la fede dice: Iddio prepara ai suoi fedeli dei beni immensi e incomprensibili. La speranza dice: essi mi sono riserbati. La carità dice: corro a prenderne il possesso. » Con la consueta sua lucidità S. Tommaso mostra la necessaria connessione di queste tre virtù, ed il fine al quale ci conducono. « La fede, la speranza, la carità, dice il sommo Dottore, son tre elementi aggiunti alla natura umana per la grazia del Redentore, che innalzano l’uomo, come per tre gradini, all’unione con Dio, facendolo, giusta l’espressione di S. Pietro, partecipe della natura divina. La fede alza l’intelletto, e l’arricchisce di alcune verità soprannaturali, che la luce divina gli fa conoscere. La speranza eleva la volontà e la dirige verso il possesso del bene soprannaturale, che ci è promesso. La carità eccita l’amore e lo fa tendere all’unione col bene soprannaturale divenuto suo oggetto. » Un sì magnifico edifizio non è già l’opera di un giorno. Ordinariamente dura tutto il tempo della vita, e per un privilegio eccezionale fu istantaneo nel Buon Ladrone. In un batter d’occhio, la sua speranza divenne perfetta come la sua fede. La speranza è perfetta quando è ferma, viva, eroica; e tal si fu quella di Disma. – Una speranza ferma è una speranza che nulla fa vacillare, né intimidisce, né fa esitare né l’enormità o il numero dei commessi peccati, né la grandezza della grazia sperata, né la dignità dell’offeso, né l’indegnità dell’ offensore. Una speranza che ha vittoriose risposte a tutti gli apparenti rifiuti; una speranza che in certo modo pone Dio stesso in stato da non poter rispondere, dicendogli con Giobbe: « Voi avete un bel fare, quand’anche mi toglieste la vita, io riporrò sempre in voi la mia speranza: » o colla Cananea, che assomigliata ai cani da Nostro Signore gli dice: « Sia pure, trattami come i cani; in una sì abbietta condizione spererò ancora, perocché i cagnolini mangiano le briciole, che cadono dalla tavola dei loro padroni. » – Volgiamo ora i nostri sguardi al Buon Ladrone. Egli si è confessato colpevole di tutta una vita d’iniquità contro Dio e contro gli uomini; iniquità tali che per sua confessione, han meritato il più crudele ed obbrobrioso di tutti i supplizi. Nos quidem juste. Dal fondo di questo abisso ecco spuntare la speranza … – S. Paolo paragona la speranza all’àncora che tien salda al suo posto la nave sbattuta dalla tempesta, e le impedisce andare a fondo Con tutta l’energia della sua fede Disma prende quest’àncora, e la getta sul fondo solido dell’onnipotenza, e dell’ infinita misericordia del Dio che muore al suo fianco. E fin da questo momento, non più dubbi, né incertezze, né timori nell’anima sua. Con una imperturbabile tranquillità egli attende ciò che ha domandato. E che ha egli domandato? Egli ha chiesto ciò che la maggior parte dei santi giungono a conseguire con una vita di austerità, e di combattimenti; egli ha chiesto ciò che Dio ha di meglio, e che riserba ai suoi più intimi amici; ha domandato il paradiso, val quanto dire il possesso eterno di Dio stesso con tutte le sue felicità. « Ricordati di me, disse egli al Salvatore, quando sarai nel tuo regno. » Lo che significa, dammi il paradiso; e ne è prova la risposta del Signore: « Oggi stesso sarai meco nel paradiso. » – Ed è Disma che domanda il paradiso, né più né meno, Disma il vecchio ladro; e lo domanda con quella lingua poc’anzi lurida di bestemmie! Qual confidenza, per non dire, qual santa sfacciataggine! Quanta latronis fiducia. E ciò che fa stupire la ragione, egli ottiene quanto domanda, e l’ottiene sul momento. O mio Dio! di qual maniera i vostri pensieri sono al di sopra dei nostri! E che è dunque la confidenza in voi? E donde le viene questa vittoriosa potenza? Nelle maggiori angustie, la fiducia è l’omaggio più accetto, che possa render a Dio una debole creatura. Così ella confessa e glorifica la sua potenza infinita, la sua infinita sapienza, e la sua infinita bontà. Quanto più urgente è il bisogno e più grande la indegnità, tanto più quest’omaggio diviene sublime e acquista forza sul cuore di Dio. Prima del buon Ladrone, Davide ne lasciò uno splendido esempio. Reo di grandi colpe ei ne domanda perdono a Dio. Ed a qual titolo? « Tu perdonerai il mio peccato (egli dice) perché egli è grande. Perdonare un peccatuzzo, ed anche peccati ordinari, è un nulla per voi che siete misericordia infinita; ma perdonare delitti enormi, ecco quello che manifesta la vostra bontà e vi fa glorificare, come ben meritate, dagli angeli e dagli uomini. Propter nomen tuum Domine propitiaberis peccato meo, multum est enim. » [Ps. XXIV, 11]. Altrettanto è salda, altrettanto è viva la speranza di Disma. Una speranza viva è quella che possiede tutti gli organi della vita, e ne fa uso. Cogli occhi che la fede le dà, vede al di là dell’angusto orizzonte del tempo, i beni immensi che Dio le ha preparati. Essa ha una lingua, ed è per parlare di questi beni futuri; un cuore, ed è per desiderarli; ha mani e piedi, ed è per agire e correre a conquistarli. Avendo per fine Dio stesso con tutte le sue ricchezze, tutto ciò che non è Dio, lo stima come spazzatura: “Omnia arbitror ut stercoraessendo ostacolo lo spezza; se è mezzo ella sen giova. Simile all’augello che fende l’aere, e che né la pioggia, né la neve, né il caldo, né il freddo, né  le nubi, né i venti contrari arrestano nel suo rapido volo, la speranza traversa, senza punto arrestarvisi, le cose del tempo; e con 1’occhio sempre fisso alla meta, essa con tutta l’energia tende verso le regioni dell’eternità. E che aggiungere per dipingere la speranza nell’attività di sua vita? Simile ai fiumi che corrono all’oceano, malgrado la lunghezza delle distanze, malgrado gli scogli o le sabbie, che ne ingombrano il letto, e malgrado le dighe stesse che la mano dell’uomo oppone alla loro impetuosità, la speranza corre a Dio, quali che ne siano gli ostacoli. Bellezze della natura, ricchezze, onori, piaceri, affari, viaggi, gioventù, vecchiezza, salute, infermità, miseria, favori, persecuzioni, fatica, riposo, vicende di ogni genere, nulla vale a trattenerla. – Quando la speranza possiede in grado eminente queste due qualità, la fermezza e la vivacità, essa è eroica: e tal fu la speranza del Buon Ladrone. Egli chiede a Nostro Signore il suo più ricco tesoro, il paradiso; non gli chiede di poter discendere dalla croce, né di essere restituito alla libertà ed alla vita. Egli non dice che una sola parola: Memento: Ricordati di me. E la dice senza esitare, e su quella sola parola riposa tranquillo e sicuro, come su di un molle origliere; tanto egli conta sulla bontà dì Quello a cui la rivolge. – Si direbbe che egli già conoscesse la preghiera che la Chiesa volge ora al suo divino Sposo: « O Dio, che superi i voti e le suppliche di coloro che t’invocano: Qui preces supplicum excedis et vota! – Meno ferma e meno viva si mostra la fiducia di Maria Maddalena, e di S. Pietro. Oppressa da vergogna, e divorata dai rimorsi la donna di Maddalo risolve di venire a chiedere il suo perdono. Tra il timore e la speranza ella si introduce nella sala del festino; e non osa rivolgere la parola al Signore, né farsi innanzi a Lui; ma si rimane indietro, e come per guadagnarsi la sua benevolenza, versa sul capo di Lui un vaso di prezioso unguento; poi si getta ai suoi piedi, li bagna delle sue lacrime, e li asciuga coi suoi capelli. Dopo la sua caduta il Principe degli Apostoli non ha il coraggio di andare a gettarsi ai piedi del suo buon Maestro; ma si allontana dal luogo del suo peccato, e va a nascondere le sue lacrime, prezzo necessario del suo perdono. Se la fiducia di S. Pietro fosse giunta, come quella di Disma, al supremo grado dell’eroismo, il figlio della Colomba sarebbe sull’istante tornato in mezzo ai servi del sommo sacerdote, ed avrebbe confessato il suo divino Maestro, sicuro di avere gli aiuti necessari per sopportare le derisioni, e i duri trattamenti, ai quali poteva esporlo la sua coraggiosa risoluzione. – Ben’altra è la condotta del buon Ladrone. Egli non distoglie il suo sguardo da Nostro Signore, e non esita, né si lascia imporre dal timore, né diminuisce per nulla la grandezza della sua domanda. Animato dalla speranza, fa ciò che S. Pietro non aveva osato di fare. – Ha egli il coraggio di proclamare innocente, degno del trono, e ingiustamente condannato a morte il crocifisso Signore. A simili tratti è forza riconoscere l’eroismo della speranza. Quindi è che un pio autore ha ben ragione di esclamare: « In pochi istanti egli è divenuto di nemico, amico; di sconosciuto, famigliare; di straniero, vicino; di ladro, confessore. Oh! quanto è mai grande la confidenza di questo ladrone! Agli occhi stessi della sua coscienza, reo d’ogni male, digiuno d’ogni bene, violatore di tutte le leggi, rapitore della vita e delle sostanze altrui, sul limitare della morte, senza più alcuna speranza nella vita presente, egli concepisce la speranza di conseguire la vita futura, che ha in tanti modi demeritata, e che non meritò mai; e pur non teme punto di domandarla. Chi potrà ora disperare, sperando a tal segno il Ladrone? » [Vitis mystica, seu de Pass. Dom., c. IX, inter. Opp. S. Bern., t. V, p. 891, edit. Gaume].

 

 

SANTI COSMA E DAMIANO, MARTIRI , 27 settembre

SANTI COSMA E DAMIANO, MARTIRI

[Dom Guéranger: l’Anno liturgico, vol. II, Ed. Paoline, impr. 1956]

Onore ai medici.

Onora il medico, perché la sua missione non è inutile. L’Altissimo l’ha creata, come ha creato le medicine e respingerle non è cosa da saggio. « Le piante hanno le loro virtù e l’uomo che le conosce glorifica Dio, degno di ammirazione in tutto quello che ha fatto. Il dolore, per mezzo di esse è addolcito, l’arte ne trae ricette senza numero nelle quali risiede la salute. » Se sei malato, non trascurarti, figlio mio, ma prega il Signore che ti guarisca, allontana da te il peccato, purifica il tuo cuore, fa’ la tua offerta all’altare e poi lascia che il medico intervenga. Il suo intervento una volta o l’altra si impone e non contare di evitarlo. » Egli pure però deve pregare il Signore, perché diriga le sue cure a calmare la sofferenza, allontanare il male e rendere le forze a colui che lo ha chiamato» (Eccli. 38, 1-15). – Sono parole della Sapienza che era bene citare in questa festa. Fedele al precetto divino, la Chiesa onora oggi in san Cosma e san Damiano la professione del medico nella quale molti raggiunsero la santità (Dom A. M. Fournier, Notices sur les saints médicins).

Il Cristo e la sofferenza.

Sarebbe un errore grossolano pensare che la Chiesa, sollecita della salute delle anime e persuasa che la sofferenza è per esse sorgente di meriti immensi, si disinteressasse del corpo dei fedeli e delle miserie che li colpiscono. Non ci si mostra Gesù Cristo nel Vangelo medico dei corpi e delle anime? Il maggior numero dei suoi miracoli hanno per oggetto la guarigione di malattie e infermità e la risurrezione stessa. Se la pietà del suo cuore arrivava fino all’anima degli infelici che gli erano messi davanti e vi portava il rimedio con la grazia della contrizione e con il perdono dei peccati, non dimenticava la malattia fisica, ma li liberava da essa con eguale potenza e bontà.

La Chiesa e la sofferenza.

Depositari del potere di far miracoli, gli Apostoli continuarono la missione del Maestro e il libro degli Atti ci fa sapere che il primo miracolo di san Pietro fu compiuto per guarire un infelice, che non aveva mai potuto camminare. – Quando la Chiesa ebbe la libertà di farlo, fondò non soltanto scuole per l’istruzione e l’educazione della gioventù, ma anche ospedali per i vecchi e i malati. Con la dottrina, tutta carità e mansuetudine, con l’esempio di abnegazione e di sacrificio, ispirò a molti suoi figli il pensiero e il desiderio di consacrarsi a quelli che soffrono. Nel corso della storia sorsero numerose Congregazioni per l’assistenza dei malati: Fratelli di san Giovanni di Dio, Sorelle di san Vincenzo de’ Paoli ecc., e nelle regioni nostre come nei luoghi di missione si contano a migliaia gli ospedali, i dispensari dove religiosi e religiose curano con abnegazione indiscutibile che desta ammirazione, tutte le miserie della povera umanità.

Cristo nei fratelli sofferenti.

Questa attività generosa trova la sua spiegazione in un amore disinteressato per l’umanità sofferente e, prima ancora, in un amore per Cristo, che continua a soffrire nelle sue membra infelici. Mentre curano il malato, l’infermiere e l’infermiera vedono più lontano, vedono il Signore sofferente e, per amore suo, superano la naturale ripugnanza, la fatica che le cure e le veglie comportano, passano sopra tutte le difficoltà che incontrano nel malato o in quelli che lo circondano e non chiedono né paga, né ricompensa. – Però una ricompensa è loro assicurata: spesso quella degli uomini; ma, soprattutto e infallibilmente, quella di Dio. Il contatto con Dio è risanatore e santificante. Dio si è sostituito al prossimo ed è Dio che è servito, a Lui risale l’amore. Un bicchiere d’acqua offerto in suo nome non resta senza ricompensa e le sue grazie scendono abbondanti anche quaggiù su coloro che Lo servono, ma nell’ultimo giorno essi ascolteranno con gioia le parole del giudice supremo: « Ero ammalato e voi mi avete visitato » (Mt. XXV, 36).

I santi medici.

Detto questo non sorprende che un grande numero di anime si sia santificato nell’esercizio della carità fraterna. Le Litanie dei santi medici contano 57 nomi e sono incomplete, perché bisognerebbe aggiungere i nomi di santi e di sante, che senza avere diploma o titolo di dottore in medicina, consacrarono tuttavia la vita all’assistenza dei malati e dei deboli. Bisognerebbe aggiungere il nome dei missionari martiri, che portarono in regioni lontane insieme con la fede la loro dedizione al sollievo di tutte le sofferenze fisiche. Gli Angeli aggiornano il Libro d’Oro sul quale leggeremo, nell’eternità, le meraviglie che la carità ha ispirato alle anime generose e,

più ancora, quelle che vi ha realizzate.

Vita.

Sarebbe più facile tracciare la storia del culto dei santi Cosma e Damiano che dare notizie della loro vita e della loro morte. La tradizione li vuole fratelli, medici, arabi e martiri. Il loro culto nacque a Cyr, città della Siria settentrionale, dove nel V secolo era una basilica ad essi dedicata, e nel 530 il pellegrino Teodosio afferma che ivi furono martirizzati. La loro fama si propagò rapidamente e si trovano tracce del loro culto in Cilicia, a Edessa, in Egitto. Papa Simmaco (498-514) consacrò loro un oratorio a Roma e Fulgenzio un monastero in Sardegna, nel 520. Nell’ottavo secolo Gregorio II istituì una Messa stazionale nel giovedì della terza settimana di quaresima e la fissò nella loro Chiesa. I due santi sono oggi Patroni di una associazione di medici cattolici e delle Facoltà di Medicina.

Preghiera ai santi Cosma e Damiano.

Per implorare la protezione dei santi Cosma e Damiano, prendiamo a prestito dal Messale Mozarabico una bella preghiera:

« O Dio, nostro guaritore e medico eterno, che facesti Cosma e Damiano incrollabili nella fede, invincibili per il coraggio, affinché con le loro ferite portassero rimedio alle ferite umane, essi, che prima del loro martirio, con una terapeutica terrena, operarono la salute dei popoli, costituiscili, te ne preghiamo, nostri custodi e medici delle nostre infermità. Per essi sia guarito quanto in noi vi è d’infermo, per essi sia la guarigione senza ricadute, per essi trovino rimedio i corpi e le anime. Mettano essi termine alle segrete malattie dell’anima, ai visibili languori concedano pronta salute. Con la loro intercessione spremano il pus delle ferite, con le dita della loro preghiera le detergano fino in fondo, vadano essi incontro alle miserie umane per portare ad esse rimedio. Sorreggano il peso che schiaccia gli uomini e possano quaggiù custodirci immuni dalla malattia del peccato per condurci ad essere coronati nella celeste patria ».

Preghiera a tutti i santi medici.

Terminiamo con una preghiera a tutti i santi medici, per raccomandarci alla loro benevola sollecitudine:

« Voi tutti santi e sante di Dio, che professione medica e carità nell’assistere gli infermi poveri illustrano e che la Chiesa cattolica onora e venera; e voi, san Luca, Evangelista di nostro Signore Gesù Cristo, primo fra tutti, principe e patrono dei medici cristiani; e voi, insigni medici, Cosma, Damiano, Pantaleone, Ursino, Ciro d’Alessandria, Cesare di Bisanzio, Codrate di Corinto, Eusébio il greco, Antioco di Sebaste, Zenobio di Egea; Voi ancora sante e dolcissime consolatrici dei malati, guaritrici dei loro mali e nelle arti medicali esperte: Teodosia, la martire illustre, madre dì san Procopio, martire egli pure, Nicerate di Costantinopoli, Ildegarda vergine di Magonza, Francesca Romana, che la carità verso gli infermi poveri e i miracoli resero cosi celebre, intercedete per noi presso colui nella fede e nella carità del quale voi viveste e per amore del quale esercitaste la medicina, affinché noi, vostri imitatori, nella santità e nella carità cristiana per l’assistenza ai poveri malati, passiamo la nostra vita nella pietà e nella pazienza e l’eterna beatitudine sia per noi il magnifico e glorioso onorario che riceveremo dal generosissimo Gesù, che vive e regna nei secoli dei secoli ».

LA RUSPA NELLA SANTA CHIESA: LO SMANTELLAMENTO DEL SANTO UFFIZIO

LA RUSPA NELLA SANTA CHIESA: LO SMANTELLAMENTO DEL SANTO UFFIZIO

Otto settembre 1907: Papa San Pio X promulga l’enciclica “Pascendi dominici gregis” per condannare il modernismo, “sintesi di tutte le eresie, strada aperta all’ateismo”. Nel paragrafo VI dell’enciclica, Papa Sarto elenca i punti principali del programma riformatore dei modernisti: tra essi lo svecchiamento delle Congregazioni romane, ed in capo a tutte “quella del Sant’Uffizio e dell’Indice”. – Sette dicembre 1965: ultima sessione pubblica del (falso)-Concilio Vaticano II, nella quale l’antipapa Paolo VI, il marrano Patriarca degli Illuminati, proclama il satanico-gnostico culto dell’uomo (allocuzione “Noi concludiamo”). Lo stesso giorno, furono votati e promulgati gli ultimi quattro documenti conciliari, tra i quali la dichiarazione “Dignitatis humanæ personæ” sulla libertà religiosa, mentre Paolo VI ed il “patriarca scismatico Atenagora” (due fratelli di loggia!)

I due “fratelli” si tengono la mano con la “stretta” massonica ben evidente … per chi doveva capire ….

dichiaravano la reciproca remissione delle scomuniche del 1054. Porta la data del 7 dicembre 1965 anche il motu proprio “Integræ servandæ” con il quale era soppressa la Suprema Congregazione del Sant’Ufficio, da allora sostituita dalla congregazione della dottrina della (non)-fede. Non si trattava solo di un cambiamento di nome o di regolamento, ma di spirito e finalità, in accordo appunto con la dichiarazione Dignitatis humanæ che, proclamando il diritto alla libertà religiosa, in assoluta contraddizione con tutta la dogmatica ed il Magistero cattolico, oltre che con la Tradizione dei Padri e l’insegnamento evangelico di Cristo stesso, condannava implicitamente la dottrina e la prassi contraria della Chiesa. Vennero esauditi così i voti dei modernisti della “quinta colonna”, dei quali si erano fatti portavoce, l’8 novembre 1963, nel famoso discorso contro la curia romana ed il Sant’ufficio tenuto in concilio [il conciliabolo c.d. Vaticano II], il cardinale Frings ed il suo giovane perito, l’ebreo marrano Joseph Ratzinger, divenuto poi anch’egli Patriarca degli Illuminati di Baviera. “La procedura del Sant’Uffizio, – aveva dichiarato il cardinale Frings – non si addice più alla nostra epoca, nuoce alla Chiesa ed è oggetto di scandalo per molti”. Certamente l’inquisizione nuoceva alla falsa chiesa ecumenica noachide dell’uomo, dove tutto era ed è eresia, o meglio apostasia dalla Fede Cattolica. Invano aveva replicato “in preda ad un’emozione violenta e con la voce interrotta da singhiozzi”, il segretario del Sant’Uffizio, card. Ottaviani, appellandosi all’autorità del Papa [o meglio dell’usurpante marrano], che egli sapeva però bene essere un antipapa, avendo egli partecipato ai conclavi del 1958 e del 1963, innalzando “un’altissima protesta contro le parole che sono state pronunciate contro la Suprema Congregazione del Sant’Uffizio, il cui presidente è il Sommo Pontefice”. Quel presidente in cui confidava il cardinal Ottaviani, meno di due anni dopo, avrebbe solennemente dato ragione al cardinal Frings e a tutti i nemici del Sant’Uffizio (e della Chiesa), poiché tanto era solo un antipapa, un burattino nelle mani del B’nai B’rith che aveva infiltrato una robusta quinta colonna nella Chiesa di Cristo. Meraviglia il comportamento del “povero” Ottaviani, che pure aveva assistito alle fasi del Conclave del 1958, quando gli infiltrati della quinta colonna, agli ordini del massone 33° Tisserant, e dei suoi tanti “comparielli”, un Lienart, un Bea, etc. etc., aveva imposto al neo eletto Papa Gregorio XVII, di allontanarsi e serbare un rigorosissimo “segreto sul Conclave”, sotto pena di gravi minacce, imposizione poi ribadita anche agli altri cardinali in una seduta straordinaria notturna postconciliare, del tutto illegittima, dal massone Roncalli che, per rendere noto ai suoi “mentori” burattinai il successo della loro “impresa”, assumeva il nome di un antipapa dei tempi dello scisma d’Occidente: Giovanni XXIII. Da persona intelligente qual era, Ottaviani non avrebbe dovuto meravigliarsi, ma la sua coscienza di “cane muto” evidentemente si ribellò a quell’affronto, a quello schiaffo in piena faccia della Chiesa e del suo Capo, Gesù-Cristo. -È poi del tutto evidente che i malfattori di ogni risma non possono desiderare che l’abolizione della polizia, così come il nemico alle frontiere si rallegrerebbe della soppressione dell’esercito avversario. Allo stesso modo, il Pastore del gregge non ha solo il compito di condurre pecore e agnelli nei pascoli, ma anche di difenderli dal lupo rapace. Un Pastore che, per principio, ritenesse non essere suo dovere e suo compito combattere contro i lupi che non cercano che di uccidere e sbranare, e avesse come intenzione programmatica non opporsi ad essi e persino incoraggiarli, avrebbe per il fatto stesso dichiarato le sue dimissioni dal ruolo di Pastore. Questo è appunto il principio che avrebbe dovuto illuminare i sedicenti cattolici e soprattutto i sedicenti “tradizionalisti”, che avrebbero avuto la possibilità lampante di capire che dal 1958 in poi si sono succeduti visibilmente solo clown e marrani-Pulcinella (senza offesa per la maschera partenopea!), invece di giustificare le “porcate” dis-teologiche propinate adducendo la fallibilità di documenti e bolle, o indicando erroneamente ai fedeli come “Papa”, eretici manifesti e noti agenti di conventicole massoniche. Evidentemente anch’essi facevano e fanno parte dei gioco delle “tre carte” attuato dai soliti imbroglioni, da coloro cioè che “odiano Dio e gli uomini” o, per dirla con più eleganza, della Dialettica hegeliana che contempla Tesi [Chiesa Cattolica di sempre], Antitesi [anti-Chiesa conciliare] e Sintesi [Tradizionalismo di copertura dell’apostasia]. Gli altri, chi per minacce, chi per quieto vivere, hanno preferito fare i “cani muti” e tornarsene “a cuccia” a rosicchiare l’osso polposo che era stato messo loro davanti nella ciotola. Ed anche i “presunti” fedeli, se avessero messo in funzione i pochi neuroni attivi necessari, avrebbero facilmente capito: Cristo stesso ha affidato ai pastori della Chiesa le sue pecorelle, le anime redente dal suo Sangue, e l’integra dottrina da Lui rivelata, che sola può salvare: senza la Fede, difatti, è impossibile piacere a Dio. Ma la fede va difesa, come si difende l’agnello dal lupo, la pecora dal cinghiale, con ogni mezzo, anche cruento se necessario, perché in gioco c’è la salvezza eterna di anime riscattate dal sangue di Cristo sulla croce strappandole al “signore dell’universo”, il principe di questo mondo! Quindi, una volta insediatisi, i lupi travestiti, … molto male in verità, nell’ovile delle pecore, la prima cosa che hanno fatto è stata quella di eliminare i cani guardiani posti a protezione del gregge stesso [… beh diciamo pure che anche molti grassi cani in realtà hanno dormito e non hanno abbaiato al momento giusto e con il vigore necessario]. – I Papi ed i Vescovi “veri”, canonicamente eletti come successori rispettivamente di Pietro e degli Apostoli, hanno pertanto sempre tenuto fede al loro sacro dovere di combattere l’eresia e tutti gli errori contro la Fede e la morale. Illusione pericolosa è pensare che “la verità non si impone che in virtù della stessa verità, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore (DH 1) e che pertanto la Chiesa non deve chiedere per sé che la libertà”. È vero, verissimo, che la Fede, in quanto dono sovrannaturale di Dio, può venire solo dalla sua grazia. Ma difendere la Fede, favorirne la propagazione, reprimere gli errori ad essa contrari, punirne l’abbandono: tutto questo è compito dell’autorità della Chiesa con l’aiuto ed il sostegno del potere temporale, al quale spetta assicurare alla società il culto pubblico del vero Dio, la confessione della vera Religione, ed il bene prezioso dell’unità religiosa. – Pensare il contrario è non solo un grave errore, ma anche un pratico misconoscimento della natura umana ferita dal peccato originale nell’intelletto, nella volontà e nelle altre facoltà inferiori, e che tende con tanta facilità al male e all’errore. La soppressione del Santo Ufficio, avrebbe dovuto mettere tutti in subbuglio, in allerta, tutti dovevano intervenire, per chiedere le ragioni di un gesto così insano ed offensivo, oltre che contrario a tutta la prassi ecclesiastica di sempre. Anche i “cani muti” avrebbero dovuto svegliarsi, ringhiare ed all’occorrenza mordere, invece di sonnecchiare ammiccanti come nella pennichella dopo un’abbuffata solenne. Ma non disperiamo, il Signore ancora ci mette alla prova. Nei momenti di maggior pericolo, quando la tempesta si manifestava così pericolosa che si poteva pensare che tutto era perduto, che la navicella di Pietro affondasse, ecco che la Chiesa, a mali così gravi oppose valido rimedio, che solo i nostri tempi, che nulla stimano Dio e la Fede, possono aborrire, e questo rimedio fu il tribunale della Santa Inquisizione. Leggiamo qualche pagina della gloriosa storia della Chiesa:

Un primo grave pericolo, si manifestò nel medioevo col diffondersi dell’eresia catara e manichea, distruttrice non solo delle fondamenta del Cristianesimo, ma anche di tutta la vita sociale. Contro questa eresia, la Provvidenza rispose non solo con la santità – si pensi a San Domenico ed a San Francesco – ma anche con la nascente Inquisizione, ovvero con l’invio di giudici delegati direttamente dal Papa per gli affari della Fede e la repressione dell’eretica pravità. E furono proprio due Papi strettamente legati a San Francesco, Innocenzo III e Gregorio IX, che provvidero a questo rimedio (in modo compiuto solo con Gregorio IX, personale amico del Santo di Assisi). Ed è agli ordini mendicanti, tanto amati dal popolo, i Domenicani soprattutto, ma anche i Francescani, che la Chiesa affidò questo compito. Il secondo pericolo, la seconda grave infezione che minacciava di corrompere tutta la Cristianità, si manifestò nella penisola iberica alla fine del XV secolo, quando riconquistata la Spagna alla fede dopo quasi otto secoli di occupazione della maggior parte del territorio, i Cristiani si trovarono a convivere con numerosi musulmani e giudei, nemici interni che spesso solo apparentemente e falsamente si facevano battezzare [i marrani di sempre!], covando nel loro cuore un insanabile odio per i dogmi della Trinità e dell’Incarnazione, per la Chiesa ed il Battesimo. Papa Sisto IV istituì allora, su domanda dei Re Cattolici, con la bolla “Exigit” quell’Inquisizione che sarà detta Spagnola (e poi estesa al Portogallo, e a tutti i domini delle due corone) e che durò fino al 1820, appoggiandosi sempre su di un vasto sostegno popolare.

Il terzo, quasi mortale pericolo, si manifestò con l’eresia luterana. Fu allora che, su domanda del cardinal Gian Pietro Carafa, futuro Papa Paolo IV, il Papa Paolo III istituì con la bolla Licet ab initio del 21 luglio 1542 la prima e più importante congregazione della curia romana: la Sacra ed Universale Inquisizione. Anche la storiografia più recente, seppure con intenti non condivisibili e con falsità storico-ambientali, ha enormemente rivalutato il ruolo di Papa Carafa, il “Papa di bronzo”, e di questa istituzione nel successo della Controriforma Cattolica e quindi nella salvezza della Chiesa (umanamente parlando) pericolante. Alla riforma dei costumi ed al conseguente rifiorire della santità era però sempre necessario affiancare – pensava Paolo IV, e dopo di lui il Santo Pio V – il Tribunale della Fede. Ad esso dobbiamo se l’Italia fu preservata dalle terribili guerre di religione che devastarono altri Paesi, conservando l’unità religiosa nella vera fede. Santità ed Inquisizione! … santità di tanti inquisitori, uomini religiosi, uomini di legge, ma anche pastori, che avevano come scopo la conversione e la salvezza dei rei, e che sapevano bene che esponevano la loro vita al coltello dell’eretico, come lo dimostrano i tanti martiri e confessori: pensiamo ad esempio alla grande santità di un San Pietro da Verona, o dello stesso Michele Ghislieri, San Pio V. – Quando gli Stati Cattolici iniziarono ad allontanarsi dalla Chiesa, minati dai Lumi dei filosofi e delle Logge foraggiate dagli storici “nemici di Dio”, i Re tolsero il loro appoggio del “braccio secolare”, e soppressero questi Santi Tribunali. Si voleva rendere onore ai valori gnostico-massonici, cioè alla Tolleranza, alla Libertà-libertinaggio, e rendersi autonomi dall’autorità “di Roma”. Pochi anni dopo, resa la Chiesa inerme ed indifesa, indifeso ed inerme fu pure lo Stato, e la Rivoluzione eresse in pianta stabile la “tolleranza” della ghigliottina. Sono gli eredi di quei Lumi (lo ammettono essi stessi) e di quelle Logge che hanno voluto distruggere l’ultima difesa della dottrina, il Sant’Uffizio, l’9 novembre 1863, ed il 7 dicembre 1965. Con il documento sfacciatamente anticattolico: “memoria e riconciliazione della Chiesa e le colpe del passato” redatta dalla commissione teologica internazionale e approvata dal prefetto della congregazione per le dottrina della Fede-(persa), J. Ratzinger, si proprio lui, il famoso patriarca degli Illuminati, i modernisti apostati hanno rinnegato il passato della Chiesa e la lotta contro l’eresia voluta dalla Chiesa, dai Sommi Pontefici, da tanti i Santi, per preservare la fede dei semplici, salvare le anime, mantenere integro il deposito della Fede. Al contrario hanno introdotto libertà di eresia, libertinaggio ed apostasia senza condanne e censure … il trionfo della sinagoga di satana!  Noi, al contrario, “pusillus grex” della “vera” Chiesa Cattolica, in unione con il Santo Padre Gregorio XVIII, successore canonicamente eletto di Gregorio XVII G. Siri, del passato della Santa Madre Chiesa, Sposa infallibile di Cristo, Corpo mistico di Cristo stesso, non ci vergogniamo, anzi lo rivendichiamo tutto, condannando come “deliramento”, secondo il linguaggio di S.S. Gregorio XVI nella celebre “Singulari nos”, e di Pio IX nella “Quanto conficiamur”, detto “presunto diritto alla libertà religiosa” ed all’indifferentismo religioso, via aperta verso all’ateismo e la dannazione eterna, ed a rendere pure l’omaggio dovuto a quei tanti Santi che tale lo considerarono e come tale lo combatterono. Exsurgat Deus … et dissiperunt inimici ejus

GIOIE CRISTIANE

GIOIE CRISTIANE

[E. Barbier. “I tesori di Cornelio Alapide, vol. II, 2a ed. S.E.I. ed. – Torino, 1930]

1.-Motivi che ha il cristiano di gioire. — 2. Dove si trova la vera gioia? — 3. La gioia cristiana rende invincibile. — 4. La gioia cristiana sopporta tutto. — 5. Le anime illuminate e pie hanno per loro eredità la gioia. — 6. La gioia cristiana è testimonio di una buona coscienza. — 7. Soavità della gioia cristiana.

1.- Motivi che ha il cristiano di gioire. — Gesù Cristo è la nostra gioia… « Colui che si rallegra in Gesù Cristo, dice S. Agostino, non può patire inganno nelle sue consolazioni ». Il santo abate Apollonio, inculcava che non si pensasse con tristezza alla propria salute, essendo noi gli eredi del regno celeste. Che i pagani siano tristi, che i giudei piangano, che i cuori impenitenti siano infelici, bene sta, ma i cristiani devono vivere nella gioia (VII. Patr.). La gioia cristiana ha per principio e motivo, 1° la misericordia di Dio, secondo l’esortazione dell’Ecclesiastico: « Gioisca l’anima vostra nella sua misericordia » (Eccli. LI, 37). – 2° La speranza in Dio… « Io ho posto la mia speranza, in colui che è la salute eterna, diceva Baruch, e la gioia mi è venuta da Colui che è santo » (Bar. IV, 22). – 3° La promessa di Dio… « Sono io che consolerò », dice il Signore (Isai. LI, 12); e annunzia che, venuto il Messia, le vergini avrebbero danzato di gioia, e i giovani e i vecchi tripudiato di allegrezza; che il lutto sarebbe da lui cangiato in giubilo, che li avrebbe consolati e riempiti di gaudio per ristorarli del loro dolore; che avrebbe inebriato l’anima dei sacerdoti e colmato de’ suoi beni il popolo suo (Jerem. XXXI, 13-14). – 4° La gioia cristiana è fondata sui meriti e sulla bontà di Gesù Cristo. – 5° Sui mezzi che abbiamo di salvarci quali sono i sacramenti e la preghiera… – 6° Sui meriti che possiamo acquistarci in ogni cosa, col riferirla a Dio. – 7° Sull’obbligo che Dio ci ha imposto di stare allegri. « Figlia di Sion, egli ci dice, canta inni di lode; Israele, rallegrati ed esulta » (Sap. III, 14). E perché tanta festa? perché il Signore vostro Dio è in mezzo di voi; egli è il Dio forte, il vostro Salvatore; egli si rallegrerà in voi, riposerà nel vostro amore, ed esulterà di gioia con voi (Ib. 17). « Gioisci e loda il Signore, o figlia di Sionne, dice ancora Iddio, perché ecco, che io vengo e abiterò in mezzo di te » (Zach. II, 10). « Servite al Signore nell’allegrezza » cantava il Salmista (Psalm. IC, 1). – 8° Finalmente questa gioia cristiana è fondata su le grazie e sui favori che Dio sparge sui fedeli suoi servi. « Fate festa, dice S. Bernardo, perché già avete ricevuto i doni della mano sinistra di Dio: gioite, perché aspettate i regali della sua mano destra. La sua sinistra vi alza e vi sorregge, la sua destra vi accoglie e vi stringe al seno. La sua sinistra guarisce e giustifica, la destra abbraccia e beatifica. Nella sinistra tiene i meriti, nella destra le ricompense; con la sinistra ci dà le medicine, con la destra porge le consolazioni ». –

2. Dove si trova la vera gioia? — La vera gioia si trova in primo luogo nel Signore, secondo quello che diceva S. Paolo ai Filippesi: « State allegri nel Signore; ve lo ripeto, state allegri » (Philipp. IV, 4). Rallegratevi, commenta S. Anselmo, non nel secolo, ma nel Signore; poiché come nessuno può servire a un tempo due padroni, così nessuno può stare allegro e nel Signore e nel secolo: queste due goie sono opposte tra di loro come la notte e il giorno (In Ep. ad Philipp. IV, 4). – Quindi il real Profeta attestava di sé, che « il corpo e l’anima sua si erano rallegrati nel Dio vivente » (Psalm. LXXXIII, 2); ed eccita i giusti a fare festa nel Signore, a gioire ed esultare in lui, che darà loro quanto desiderano: — (Psalm. XCVI, 12)(Psalm. XXXVI,1) e Tobia esclamava: « Per me starò allegro nel Signore» (Tob. XIII, 9); e Anna, la madre di Samuele, si rallegrava nel pensiero del Messia (I Reg. II, 1). – Dice Isaia : « Farò festa nel Signore, e l’anima mia esulterà di gaudio nel mio Dio; perché mi ha vestito con le vesti di salute, mi ha ornato dei gioielli della giustizia, come uno sposo inghirlandato della sua corona, e come una sposa adorna dei suoi monili » (Isai. LXI, 10). « Quanto a me, esclama il profeta Abacuc, mi rallegrerò nel Signore, ed esulterò in Dio mio Gesù » (III, 18). Questo profeta, seicento anni prima della venuta di Gesù Cristo, l’annunzia per nome ed in lui si rallegra; poiché prevedeva che da lui sarebbe liberato, come siamo noi, dal peccato, dal demonio, dalla concupiscenza, dalla carne, dal mondo, e colmato di grazia e di lavori. – A ragione pertanto il profeta Baruch animava Gerusalemme a guardare verso l’oriente e a considerare la gioia che a lei veniva dal Signore (Bar. IV, 36). A ragione il Salmista esortava all’allegrezza quelli che cercano il Signore:  (Psalm. CIV, 3) ed esclamava: « Voi siete venuto in mio soccorso, o Dio, ed io me ne sono consolato » (Psalm. LXXXV, 16). – Questa gioia che deve avere il cristiano non è già la gioia secondo il senso della natura; ma è gioia secondo la ragione illuminata e fortificata dalla fede e dalla grazia… La gioia spirituale è un saggio, un’anticipazione della gioia celeste… Di qui quella sentenza di S. Agostino: « Chi cerca Dio, cerca la gioia; perché quanto si avvicina a Dio, tanto resta illuminato, fortificato, amato da Dio il quale solo è la vera gioia dell’uomo; egli solo ne appaga le brame, e non solo dell’uomo, ma anche dell’angelo ». E altrove il medesimo santo cosi pregava: «Lungi da me, lungi dal vostro servo tenete l’idea di stimarmi felice, qualunque gioia io provi all’infuori di voi; ma fate che io gusti quella gioia che l’empio non conosce, e che voi date a coloro che vi servono. Questa gioia siete voi medesimo; è la vita beata di godere con voi, di voi e per voi: ecco la vera gioia, non ve n’è altra fuori di questa; perché ci avete creati per voi solo, e il nostro cuore non trova pace, fino a tanto che in voi non riposi ». « L’unica schietta gioia, dice S. Bernardo, è quella che viene dal Creatore, non dalla creatura, e che nessuno può rapirti quando la possiedi; a paragone di questa, ogni altra allegrezza è pianto, ogni dolcezza è amarezza, ogni diletto è noia, ogni bellezza è sporcizia; insomma ogni piacere è molestia ». La gioia perfetta non viene dalla terra, ma dal cielo; non scaturisce da questa valle di lacrime, ma dal giardino della città celeste (Epistola CXIV). La gioia in Dio, notava già il Crisostomo, è la sola che non ci può essere tolta, tutte le altre gioie sono mutabili e transitorie; ma la gioia in Dio è stabile, immutabile, e così grande che riempie tutto il cuore. Le altre gioie non ci rallegrano in modo da dissipare la tristezza e la noia, anzi ne sono la sorgente; ma chi si rallegra e gioisce in Dio, beve alla fonte della vera gioia. A quella guisa che non appena una scintilla è caduta nel mare, vi resta spenta, così avviene a colui che ripone in Dio la sua felicità e la sua gioia; resta tutto affogato in quest’oceano senza sponde e la sua gioia invece di diminuire, si aumenta (Homil. ad pop. XVIII). Il vero cristiano in Dio solo trova il riposo e la pace; in esso solo sono le vere gioie. Le allegrezze del mondo, le gioie prodotte dalle passioni non danno il riposo e la pace, ma in esse si trova il turbamento e il rimorso… « Colui che vuole godere in se stesso e di sé sarà triste, dice ancora S. Agostino, ma chi cerca in Dio la propria gioia sarà in continuo gaudio ». La vera gioia si trova in secondo luogo in una vita santa. « Volete sapere il modo di non vivere mai in tristezza? domanda S. Bernardo : vivete santamente. Una vita santa ha per indivisibile compagna la gioia; la coscienza del reo è sempre travagliata da foschi pensieri ». « Qual cosa più preziosa e più dolce a un cuore, osserva ancora il medesimo santo, qual cosa più sicura e tranquilla in questa terra, che una coscienza retta? Essa non teme né la perdita degli averi, né i patimenti, né i rimproveri; la morte invece di spaventarla, le si presenta come messaggera di gioia » (De Considerai. lib. I). La stessa cosa avevano già osservato due pagani, Cicerone e Seneca. Il primo scriveva a Torquato, che la coscienza di una volontà diritta è la massima delle consolazioni in mezzo alle pene della vita; l’altro pretendeva da Lucinio che vivesse contento; e interrogato da questo onde poteva attingere quella continua contentezza, gli rispondeva: In una buona coscienza, in buoni consigli, in buone azioni, nel disprezzo delle cose fugaci, in una condotta irreprensibile. La vera gioia si trova in terzo luogo nell’umiltà; secondo l’esortazione di Giuditta: « Aspettiamo umilmente la consolazione del Signore » (Iud. VIII, 20). Si trova in quarto luogo nell’amore e nel timore di Dio. Il timore del Signore è, come dice l’Ecclesiastico, gloria, trionfo, sorgente di gioia, corona di allegrezza. Il timor di Dio rallegrerà il cuore, gli porterà la gioia, l’esultanza, la lunghezza dei giorni. Chi teme il Signore avrà gioia in fine di vita e benedizione nel giorno della sua morte (Ecccli. I, 11-13). – Si trova in quinto luogo nei pensieri consolanti del cielo, di Gesù Cristo, dei benefizi di Dio, della sua presenza, della sua dimora e cooperazione in noi, della Beata Vergine, dei santi, ecc. – Si trova in sesto luogo nella mortificazione della carne e dei sensi. Se noi rinunziamo ai diletti dei sensi, Dio ci darà delizie assai più dolci; invece di piaceri carnali ce ne fornisce di spirituali, sostituisce gioie eterne alle temporali, le divine alle umane. Davide che ne aveva fatto la prova, diceva: « L’anima mia ricusò le consolazioni terrestri; mi ricordai del Signore e mi sentii giubilare il cuore »  (Psalm. LXXXVI, 3). Infatti le gioie spirituali gustate una volta rendono insipido ogni piacere del senso. – Si trova in settimo luogo nella preghiera e nella meditazione. « Io, dice il Signore, l’attirerò a me, lo condurrò nella solitudine e gli parlerò al cuore » (Ose. II, 14). Io gli parlerò interiormente alla sua mente, alla sua volontà, riempirò il suo cuore di consolazione; gli terrò un linguaggio tutto miele; ne appagherò le brame; me lo stringerò al seno ben vicino al cuore. Gli comunicherò il mio spirito consolatore. -Si trova in ottavo luogo nella virtù; lo sentì anche Seneca che scrive: « Solo la virtù produce una gioia perpetua e sicura »; perché la virtù, è la pratica della legge di Dio. Ora, dice S. Basilio, « rallegrarsi in ciò che è secondo la legge del Signore, questo è un rallegrarsi nel Signore, ed è vera gioia ». – Si trova finalmente nelle lacrime del pentimento. Una sola lagrima versata sui peccati passati, contiene più soavità e dolcezza, e quindi gaudio, che non tutti i piaceri del mondo e della carne insieme uniti.

3.- La gioia cristiana rende invincibile. — « Credete che avete motivo di rallegrarvi quando siete fatti bersaglio a varie tentazioni », scrive S. Giacomo (Iacob. I, 2). « Vedendo S. Paolo, dice il Crisostomo, che le tentazioni gli si accumulavano addosso come la neve, godeva e si rallegrava come se fosse vissuto in mezzo al paradiso… Infatti nessuna arma è così poderosa, quanto il gioire secondo il Signore ».
A suoi religiosi che vivevano nella mortificazione e nell’austerità, San Antonio non sapeva inculcare nulla di meglio che la gioia spirituale nella quale egli vedeva il più forte scudo ed il più potente rimedio contro ogni man era di tentazioni e di prove. « Vi è, soleva dire, un mezzo efficacissimo a conquidere il nemico, ed è la gioia spirituale; scioglie i tranelli del demonio e ne dilegua le insidie come fumo; non soltanto le teme, ma le affronta, le insegue, le sgomina. No, credetemi, non vi è nulla che più sicuramente superi e atterri i nostri nemici, quanto la gioia e la contentezza spirituale » (Ap. Sanct. Athanas.). – I demoni tripudiano quando riescono a spegnere e anche solo a illanguidire la gioia spirituale in un’anima. « Ma ricordatevi, dice S. Agostino, che il demonio è come cane legato alla catena da Gesù Cristo; può abbaiare e lacerare le vesti, ma non può mordere se non chi vuol essere morso; può assaltare, ma non gettare a terra; e perde la speranza anche solo di persuadere, quando vede l’uomo stare fermo, generoso, lieto ed allegro ». Perciò afferma Origene, che quanti atti di gioia noi facciamo in Dio, tanti colpi di verga scarichiamo sul diavolo. – Con questa gioia spirituale noi ci attiriamo la grazia e i lumi divini; vediamo i pericoli e li scansiamo; i nostri nemici, vedutisi scoperti e conosciuti, se ne fuggono.

4.- La gioia cristiana sopporta tutto. — Attestano gli Atti Apostolici che avendo il sinedrio ordinato che gli Apostoli fossero flagellati perché annunziavano Gesù Cristo, questi uscirono dal concilio allegri ed esultanti, perché erano stati stimati degni di patire contumelie per il nome di Gesù (Ad. V, 40-41); ed il grande Apostolo diceva di essere inondato di gioia in mezzo ad ogni tribolazione (II Cor. VII, 4); e ai Colossesi scriveva: « Io mi rallegro ne’ miei patimenti per voi » (Coloss. I, 24). Per voi, cioè per ottenere merito a voi con i miei travagli e per lasciare a voi esempio del come mantenervi d’animo tra le croci e le persecuzioni. E questo esempio vediamo riprodotto al vivo in quel detto di S. Francesco d’Assisi: « Tanto è il bene ch’io m’aspetto, che ogni pena m’è diletto » (In Vita). – « Gesù Cristo godeva, come dice il Crisostomo, in mezzo a’ suoi supplizi. Chiamava giorno suo il giorno della crocifissione. Così devono fare i cristiani. I patimenti sono pene rispetto al corpo, ma sono gioie rispetto allo spirito. Non è nell’indole delle croci considerate in se stesse, il dare la gioia, ma solo di quelle croci che si portano per Gesù Cristo, e con l’aiuto dello Spirito Santo. Queste danno la gioia e il riposo, principalmente per l’eternità » (Homil. ad pop.). Ah! solo dalla croce del Salvatore stilla gioia perfetta! – La gioia cristiana mitiga, addolcisce e rende meritorie le afflizioni e le prove; e talora arriva a far sì che chi le patisce non se ne accorga, come accadde a molti martiri ed anche ad altri santi, per virtù dell’Onnipotente. Quante anime non conta il Cristianesimo, le quali ben lungi dal temere patimenti, li desiderano, li invocano, li accolgono a braccia aperte: anime che imitano colui che scriveva: «Il Signore ha posto nella mia carne un pungolo, licenziò l’angelo di Satana a schiaffeggiarmi. Perciò io mi volsi a Dio supplicandolo che me ne liberasse; ma egli mi rispose: Ti basta la grazia mia, perché la virtù nella debolezza si perfeziona. Volentieri adunque io giubilerò e mi glorierò delle mie infermità, affinché in me abiti la forza di Cristo. Perciò mi rallegro nelle mie debolezze, negli obbrobri, nelle strettezze, nelle persecuzioni, negli stenti che sopporto per Cristo; perché allora sono forte, quando mi conosco debole e fiacco » (II Cor. XII, 10). S. Paolo attingeva la gioia nelle sue prove, dal merito medesimo inerente alle prove; e questa gioia rendeva le prove non solo tollerabili, ma desiderate… Chi patisce con tristezza e senza rassegnazione, patisce di più e patisce senza merito. Chi soffre con gioia, soffre meno e acquista di grandi meriti. Il Signor nostro Gesù Cristo che conosceva il pregio delle afflizioni, diceva: «Beati quelli che soffrono, felici quelli che piangono » (Matth. V, 10). Se è felicità soffrire, ne segue che si deve soffrire con gioia; perché è la gioia nei patimenti che procura la felicità.

5.- Le anime illuminate e pie hanno per loro eredità la gioia.« Essi, cioè i giusti, si rallegreranno al vostro cospetto, o Signore, diceva già Isaia, come mietitori ricchi del loro raccolto, come vincitori nel dividersi le spoglie » (Isai. IX, 3). Il Signore dice: « I miei servi mieteranno nell’abbondanza e voi patirete la miseria; i miei servi saranno dissetati, e voi morrete di sete; essi gioiranno, e voi sarete confusi; intoneranno, nel giubilo dei loro cuori, cantici di allegrezza e di lode, e voi manderete strida col cuore spezzato, gemerete nella tristezza del vostro spirito » (Isai. LXV, 13-14). – A conferma del detto del Salmista : « Starà il giusto in festa e in gioia » (Psalm. LVII, 10), noi abbiamo la vita degli anacoreti del deserto, dei quali narra Palladio, che mettevano stupore in chi li vedeva raggiare di tanta gioia in mezzo agli orrori della solitudine; così dolce e grande era il gaudio loro, che non si era visto mai l’uguale su la terra, anche per riguardo all’allegrezza corporale, perché non si vedeva nessuno di loro, di volto oscuro e triste (In Lausiac. c. LII). E ad elogio di ogni santo può ripetersi quello che dell’apostolo Andrea diceva S. Bernardo : « Andò alla croce non solo rassegnato e paziente, ma volenteroso, lieto e giubilante, quasi che s’incamminasse ad un banchetto, ad incomparabili diletti ».

6.- La gioia cristiana è testimonio di una buona coscienza. — « La più sicura prova che si ha di essere in grazia di Dio è la gioia spirituale », sentenzia S. Bonaventura (14); facendo eco a S. Paolo che aveva notato come frutto dello Spirito Santo la gioia (Galat. V, 22). – « La buona coscienza, scrive S. Agostino, è tutta nella speranza; e la speranza è il fondamento della gioia » (Soliloq.); S. Ambrogio, spiegando quel testo dei Proverbi (XV, 15) : « Una coscienza tranquilla è un festino continuo, esclama: Che nutrimento più appetitoso di quello di cui si ciba un’anima pura ed innocente? » (Offic.). « Non già le grandezze, dice il Crisostomo, non le ricchezze, non la potenza, non la forza, non qualunque altra cosa di questo mondo danno la gioia all’anima e al cuore, ma solo la buona coscienza ha il segreto di procurarla» (Homil. ad pop.).

7.- Soavità della gioia cristiana. — « Dove trovare cosa più dolce, scriveva Tertulliano, che essere amato da Dio, conoscere Dio, detestare l’errore, ottenere il perdono dei propri peccati? Qual piacere più soave che disprezzare la voluttà e il mondo, essere libero della libertà dei figli di Dio, avere una coscienza monda, non temere la morte, calpestare le false divinità, cacciare i demoni, vivere di Dio e per Iddio? Questi diletti, questi spettacoli dei cristiani, sono santi, perpetui, gratuiti ».
Le gioie, cristiane sono prodotte dall’intima unione del Verbo con l’anima. Ora dove trovare una felicità uguale? In quest’unione casta, immacolata, vi è un festino continuo, e sovente vi si mangia l’agnello pingue, dice S. Lorenzo Giustiniani. Vi si gusta la pace interiore, la tranquillità sicura, la felicità tranquilla, una grande dolcezza, una fede calma, una società amabile, i baci dell’unità, le delizie della contemplazione, la soavità nello Spirito Santo. Là è la porta del cielo, l’ingresso al paradiso, dal talamo nuziale la sposa scende bene spesso al cielo, e sovente lo Sposo divino discende dal cielo verso la sposa. Ella vive senza timore, senza inquietudine intorno alla sua salvezza; penetra nelle sublimi dimore dello Sposo, come nella casa del suo diletto, nella sua propria possessione; poiché per riscattarla, lo Sposo si è venduto egli medesimo e a lei si è dato. Per redimerla ha lottato con le tentazioni, ha combattuto contro gli spiriti malvagi, e contro di loro combatte tuttora. Non da temeraria, ma da confidente, ella entra negli appartamenti dello Sposo; poiché se vi fu un tempo in cui era come straniera alla città santa, al presente essa ne è divenuta la concittadina insieme coi santi; è divenuta la sposa del Verbo e, per un privilegio d’amore, tutto ciò che è dello sposo a lei appartiene. Infatti il vero amore niente serba esclusivamente ad uso suo, ma dà a larga mano e quello che ha e se stesso; ed in forza della medesima legge, della medesima carità, che lo spinge a dare quello che possiede, si serve egli anche di quello che hanno gli altri. E per questa esuberanza di mutuo amore, vi corre tra l’anima e il Verbo una perfetta famigliarità in parole, in confidenza, in sicurezza della grazia e della gloria, senza distinzione di condizione (De inter. Conflictu). – « La gioia dei giusti è, dice il Crisostomo, una vera nuova creazione dell’anima e del corpo, il presagio e il fiore dell’eterno frutto. Perciò l’Apostolo esorta i fedeli a gioire del continuo nel Signore » (Homil. ad pop.). – « La tranquillità della coscienza, scrive S. Ambrogio, e la sicurezza dell’innocenza formano la vita felice ». A ragione pertanto Clemente di Alessandria chiama la vita dei giusti un giorno di continua santità, festa e letizia; poiché qual cosa può temere dal secolo, dice S. Cipriano, chi ha nel secolo per suo tutore Iddio?
« Non vi è gioia che uguagli la gioia del cuore, dice Rabano; nessuna gioia terrena si può paragonare con la gioia della vera sapienza che consiste nella verità, nella contemplazione della verità, nella conoscenza di Dio » (De adep. virtut.). – Nell’anima che gioisce nel Signore, si verificano alla lettera e nel loro vero senso le parole del Signore: « Io verserò su di voi la pace a guisa di un fiume, e la gloria delle nazioni come un torrente; sarete portati tra le braccia, e i popoli vi carezzeranno su le g:nocchia come bimbi lattanti. Io vi consolerò come la madre consola il bambino, e voi ne gioirete. Vedrete, e ne andrà in giubilo il vostro cuore, le vostre ossa si rianimeranno come l’erba; i servi del Signore conosceranno il suo braccio » (Isai. LXVI, 12-14); quel braccio che avrebbe attirato secondo la profezia di Osea, gli uomini con catene di amore (Ose. XI, 4). – Ecco come parla chi poté confrontare questa gioia con quella del secolo: « Oh! quanto mi fu dolce a un tratto essere privo delle gioie insipide e leggere del mondo, di modo che mi pareva una gioia indicibile il perdere quello che poco prima parevami il colmo della sventura perdere! Poiché tu le cacciavi da me, tu, o somma e vera dolcezza; sì, tu le snidavi e in vece loro, entravi tu, più soave di ogni piacere e di ogni gioia ». – La gioia cristiana è il segno di una buona e pia volontà; è l’ornamento e il fiore delle virtù. Per il possesso di Gesù Cristo, la gioia del cuore non ha misura, l’anima si rinnova e si sente sopraffatta da una dolcezza ineffabile; ottiene l’intelligenza spirituale, i lumi della fede, l’aumento della speranza, il fuoco della carità, l’affetto della compassione, lo zelo della giustizia, il diletto delle virtù. L’anima in braccio alle gioie spirituali ha nell’orazione famigliari colloqui con Dio, si accorge che è ascoltata e sovente esaudita; parla con lui a faccia a faccia ed ascolta quello ch’egli le dice, guadagna a sé il suo Dio, gli fa dolce ma forte violenza, lo incatena con la sua preghiera tutta spirante consolazioni e gioie celesti… – Beata e felice le mille volte dunque l’anima fedele che corrisponde alle grazie di Gesù Cristo! Essa trova e riceve fin da questa vita il centuplo di quello che ha sacrificato per Cristo; è contenta, ricca e in pace; si assicura con la buone opere il conseguimento dell’eterno gaudio degli eletti nella celeste Gerusalemme, di maniera che passa dalla gioia della grazia alla gioia della gloria, dal fiume delle delizie che gusta in Dio quaggiù in terra all’oceano infinito dell’eterno possesso di Dio…

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: “SINGULARI NOS”

In questa breve ma “micidiale” [per i neo- e post- modernisti] enciclica, il Santo Padre Cappellari, S. S. Gregorio XVI, condanna inappellabilmente un libello di Lamennais [un cosiddetto cattolico-liberale, cioè un masso-marrano finto cattolico] nel quale venivano esaltati tanti errori già denunciati per il passato dalla Santa Madre Chiesa, condanne ribadite con forza dallo stesso Pontefice Gregorio XVI. Gli errori denunciati come “deliramento”, sono in pratica gli stessi “deliramenti” neomodernisti che attualmente la setta vatican-massonica del “novus ordo”, oramai sinagoga di satana infiltrata nei sacri palazzi, propina ai ciechi, colpevolmente ignoranti, (in)fedeli pseudo cattolici, proni nell’accettare senza batter ciglio anche le posizioni in evidente contrasto con la fede apostolica di sempre e con i più ovvi e banali dettami evangelici. I “deliramenti”, come giustamente li definisce il Santo Padre, sono in particolare: “il sottrarsi alla dovuta sottomissione alle autorità, … il dannoso contagio dell’”indifferentismo” da tener lontano dai popoli, … le limitazioni da porre alla libertà di pensiero e di parola che si diffonde, … la completa libertà di coscienza da condannarsi,  …la scelleratissima cospirazione delle società eccitate anche dai cultori di qualunque falsa religione in danno dell’ordine religioso e civile … lo spregevole e sfrenato desiderio di novità, per cui la verità non viene cercata dove si trova con certezza e, trascurate le sante e apostoliche tradizioni, si accettano altre dottrine inutili, futili, incerte e non approvate dalla Chiesa, dalle quali uomini stoltissimi credono a torto che la stessa verità sia sorretta e sostenuta … i … tanti malvagi deliramenti, per cui con maggior fiducia, come diceva San Bernardo, “al posto della luce possa diffondere le tenebre, e al posto del miele, o meglio nel miele, propinare il veleno, inventando per i popoli un nuovo vangelo e ponendo un altro fondamento contro quello che è stato posto“. Ora queste proposizioni definite sempre dal Santo Padre, “ … proposizioni rispettivamente false, calunniose, temerarie, che inducono all’anarchia, contrarie alla parola di Dio, empie, scandalose, erronee, già condannate dalla Chiesa … , sono esattamente quelle oggi propagate dalla setta vaticana, il “novus ordo” di quelli che osannano al “signore dell’universo”, cioè al baphomet-lucifero, appiattita sulle posizioni della massoneria, di cui è divenuta “serva sciocca”, schiava da eliminare con violenza e senza pietà una volta raggiunto l’obiettivo prefissato dalle conventicole, non quelle .. terra terra del G. O., del R. S. A. o simili, ma quelle degli “Illuminati” e degli “sconosciuti superiori”! Il tutto sarebbe confinato nell’ambito del complottismo vero o falso che sia, se non ci fossero di mezzo milioni e milioni di anime che finirebbero, anzi finiscono, senza nemmeno rendersene conto, diritto all’inferno … come tutti gli acattolici, gli infedeli, gli atei, i settari adoratori del baphomet, gli eretici, gli scismatici …  ah .. se solo leggessero un po’ di catechismo di San Pio X, o una pagina di Vangelo (dico UNA!) o di Magistero infallibile! Ma l’orgoglio ha assunto proporzioni tali da aver raggiunto oramai il livello toccato dal primo angelo del Paradiso, il più superbo, poi sprofondato … come ci racconta Isaia nel XIV capitolo del suo libro. Oggi abbiamo un Lamennais in ogni sede diocesana, in ogni abbazia, in ogni parrocchia, in ogni congregazione, e purtroppo di Mauro Cappellari non ce ne sono più; in vero c’è un altro Gregorio, XVIII, che però è in esilio, imbavagliato e costretto all’inoperosità, isolato, nella sofferenza del Getsemani, nel vedere il suo gregge dato in pasto a lupi voraci e gaudenti, guidato dal servo dell’anticristo opportunamente mascherato da agnello-clown – Certamente Gregorio XVI sarebbe oggi considerato un complottista dai soloni del “vatic/massonicamente” corretto … ma a noi questo complottismo piace, è lo stesso di Gesù-Cristo e della Santa Madre Chiesa, Luce dei popoli e Maestra di verità … che Dio la conservi in eterno, splendente e rifulgente di gloria … come d’altra parte il divin Maestro ci ha infallibilmente promesso! Et Ipsa conteret

Gregorio XVI

“Singulari Nos”

Ci avevano particolarmente rallegrato le illustri testimonianze di fede, di obbedienza e di religiosità riferite alla Nostra lettera enciclica del 15 agosto 1832, ovunque ricevuta gioiosamente, con la quale, secondo il dovere del Nostro ufficio, annunciammo a tutto il popolo cattolico la dottrina sana e unica che va seguita in ordine ai punti ivi proposti. Accrebbero questa Nostra gioia le dichiarazioni pubblicate su quell’argomento da alcuni di coloro che avevano approvato quelle idee e quei commenti dei quali Ci lagnavamo, e si erano fatti incautamente fautori e difensori di essi. Sapevamo però che non era ancora eliminato quel male che impudentissimi libelli divulgati fra il popolo e alcune macchinazioni tenebrose chiaramente facevano presagire: si sarebbe ancora eccitato contro l’ordine religioso e civile, perciò disapprovammo gravemente tali manovre con la lettera mandata il mese di ottobre al Venerabile Fratello Vescovo di Rennes. Ma a Noi, ansiosi e solleciti in massimo grado per questa vicenda, tornò graditissimo e consolante che proprio colui dal quale soprattutto Ci veniva dato tale dolore, Ci confermasse esplicitamente – con una dichiarazione inviataci l’11 dicembre dello scorso anno – che egli seguiva “unicamente e assolutamente” la dottrina espressa nella Nostra enciclica, e che non avrebbe scritto né approvato niente di difforme da essa. Immediatamente dilatammo le viscere della carità paterna a quel figlio che, spinto dai Nostri ammonimenti, confidavamo che avrebbe dato per l’avvenire più chiari segni dai quali si vedesse con maggior certezza che obbediva alla Nostra decisione, sia a parole sia con le opere. – Invece, cosa che a stento sembrava credibile, proprio colui che avevamo accolto con l’affetto di tanta benevolenza, immemore della Nostra indulgenza, subito mancò alla sua promessa, e quella buona speranza che avevamo nutrito sul “frutto del Nostro ammonimento” riuscì vana, non appena abbiamo conosciuto un libello scritto in francese, col nome in verità celato ma manifestato da pubblici documenti, edito a stampa poco tempo fa dallo stesso e divulgato dovunque: piccolo invero per dimensioni, ma grande per la perversità, che si intitola Paroles d’un croyant. – Inorridimmo davvero, Venerabili Fratelli, già alla prima scorsa, e commiserando la cecità dell’autore comprendemmo dove mai si spinga la sapienza che non sia secondo Dio, ma secondo gli elementi del mondo. Infatti, contro la promessa fatta solennemente in quella sua dichiarazione, egli, per lo più con capziosissimi giri di parole e di finzioni, cominciò a controbattere e a demolire la dottrina cattolica che nella ricordata Nostra lettera definimmo, con il potere affidato alla Nostra umile persona, sia riguardo alla dovuta sottomissione alle autorità, sia sul dannoso contagio dell’”indifferentismo” da tener lontano dai popoli, sia sulle limitazioni da porre alla libertà di pensiero e di parola che si diffonde, sia infine sulla completa libertà di coscienza da condannarsi, e sulla scelleratissima cospirazione delle società eccitate anche dai cultori di qualunque falsa religione in danno dell’ordine religioso e civile. – Davvero l’animo si ribella nel leggere quelle proposizioni con cui nel medesimo scritto l’autore tenta di infrangere qualunque vincolo di fedeltà e di sottomissione verso i sovrani, avendo appiccato da ogni parte il fuoco della ribellione affinché si scatenino il sovvertimento dell’ordine pubblico, il disprezzo delle magistrature, l’infrazione delle leggi e siano sradicati tutti gli elementi del potere tanto sacro che civile. Poi, con una nuova e iniqua interpretazione, definisce il potere dei sovrani come contrario alla legge divina, e, con calunnia mostruosa, addirittura “frutto del peccato e potere di Satana“. Applica le medesime parole infamanti alla sacra gerarchia e ai sovrani a causa del patto di crimini e di macchinazioni che, secondo il suo vaneggiamento, li vede uniti contro i diritti dei popoli. – E non contento di questo ardire tanto grande, va inoltre predicando una completa libertà di pensiero, di parola e di coscienza; augura ogni successo e felicità ai lottatori che combatteranno per riscattarla dalla tirannide, come dice; chiama palesemente da tutto il mondo con furibondo ardore adunate e conventicole e, spingendo e insistendo in propositi così nefasti, fa in modo che Noi possiamo vedere che anche per quell’articolo i Nostri ammonimenti e le Nostre prescrizioni sono da lui stesso calpestati. – Rincresce enumerare qui tutte le cose che con questo pessimo comportamento di empietà e di audacia vengono accumulate per sconvolgere tutte le realtà divine e umane. Ma soprattutto eccita l’indignazione ed è apertamente intollerabile per la Religione che le prescrizioni divine siano riportate dall’autore per affermare tanti errori e siano spacciate agl’incauti, e che egli le citi dovunque per liberare i popoli dalla legge dell’obbedienza come se fosse mandato e ispirato da Dio, dopo aver premesso il sacratissimo nome dell’augusta Trinità, e che distorca con furberia e audacia le parole delle sacre Scritture (che sono parola di Dio) per inculcare tanti malvagi deliramenti, per cui con maggior fiducia, come diceva San Bernardo, “al posto della luce possa diffondere le tenebre, e al posto del miele, o meglio nel miele, propinare il veleno, inventando per i popoli un nuovo vangelo e ponendo un altro fondamento contro quello che è stato posto“. – In verità, il passar sotto silenzio questo tanto grave danno inferto alla sana dottrina Ci è vietato da Colui che pose Noi sentinelle in Israele perché ammoniamo del loro errore coloro che l’autore e Perfezionatore della Fede, Gesù, affidò alla Nostra cura. – Perciò, ascoltati alcuni dei Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa, di Nostra iniziativa, per conoscenza certa e con la pienezza del potere apostolico, riproviamo e condanniamo e vogliamo e decretiamo che sia considerato in perpetuo come riprovato e condannato il libro intitolato Paroles d’un croyant, con il quale – con empio abuso della parola di Dio – si traviano i popoli a dissolvere i vincoli di ogni ordine pubblico, a far crollare l’una e l’altra autorità, ad eccitare, fomentare e sostenere sedizioni, tumulti e ribellioni nei regni: un libro che contiene perciò proposizioni rispettivamente false, calunniose, temerarie, che inducono all’anarchia, contrarie alla parola di Dio, empie, scandalose, erronee, già condannate dalla Chiesa specialmente nei Valdesi, Wicleffiti, Hussiti e in altri eretici di tal genere. – Sarà ora vostro compito, Venerabili Fratelli, assecondare con ogni sforzo queste Nostre disposizioni che la salute e l’incolumità dell’ordine, sia religioso, sia civile richiedono con urgenza, affinché un tale scritto, uscito dalla tana per spargere distruzione, non sia dannoso al punto da condiscendere al gusto di una più pazza novità e da diffondersi più in largo fra i popoli come un cancro. In una questione di tanta importanza, è vostro compito sostenere la sana dottrina, smascherare l’astuzia dei Novatori e vigilare con maggiore attenzione per la custodia del gregge cristiano, affinché fioriscano e aumentino felicemente l’impegno della religione, la pietà delle azioni e la pace pubblica. Questo davvero Ci aspettiamo con fiducia dalla vostra fede o dal vostro totale zelo per il bene comune, perché, con l’aiuto di Colui che è padre della luce, possiamo rallegrarci, e dire con San Cipriano “che l’errore sia stato capito e rintuzzato e perciò distrutto in quanto riconosciuto e scoperto“. – Del resto, dev’essere molto deplorato dove vadano a finire i delirii dell’umana ragione quando qualcuno si applichi alle nuove cose, e contro l’ammonimento dell’Apostolo si sforzi di “sapere più di quello che occorre sapere” e confidando troppo in se stesso creda che la verità sia da ricercarsi fuori della Chiesa cattolica, nella quale invece essa si trova senza la più piccola traccia di errore e che perciò è chiamata ed è “colonna e firmamento della verità“. Voi poi capite bene, Venerabili Fratelli, che Noi qui parliamo anche di quel fallace sistema filosofico diffuso da non molto tempo e del tutto riprovevole, per cui, per spregevole e sfrenato desiderio di novità, la verità non viene cercata dove si trova con certezza e, trascurate le sante e apostoliche tradizioni, si accettano altre dottrine inutili, futili, incerte e non approvate dalla Chiesa, dalle quali uomini stoltissimi credono a torto che la stessa verità sia sorretta e sostenuta. – E mentre scriviamo queste cose per la cura e la sollecitudine a Noi affidate da Dio di riconoscere, stabilire e custodire la sana dottrina, soffriamo per la dolorosissima ferita inferta al Nostro cuore dall’errore del figlio; nel grandissimo dolore dal quale siamo per questo tormentati non c’è nessuna speranza di consolazione a meno che egli ritorni sulle vie della giustizia. Innalziamo perciò insieme gli occhi e le mani a Colui che è “guida della sapienza e correttore dei sapienti“. InvochiamoLo con molte preghiere affinché dia a lui un cuore docile e un animo grande, sì che ascolti la voce del Padre amantissimo e afflittissimo, vengano presto per opera sua lieti eventi per la Chiesa, per il vostro Ordine, per questa Santa Sede e per la Nostra umile persona. Noi di certo considereremo fausto e felice quel giorno in cui potremo stringere al seno paterno questo figlio, tornato in sé, dietro l’esempio del quale speriamo fortemente che si ravvedano gli altri che poterono essere tratti in inganno dalle sue teorie, cosicché ci sia presso tutti una sola unità di dottrine per la sicurezza dell’ordine civile e religioso, un solo genere di pareri, una sola concordia di azioni e di intenti. Chiediamo ed aspettiamo dalla vostra sollecitudine pastorale che imploriate con supplici richieste dal Signore, insieme con Noi, un così grande bene. – Invocando l’aiuto divino in quest’opera, con tutto il cuore impartiamo a voi e ai vostri greggi la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 giugno 1834, anno quarto del Nostro Pontificato.

DOMENICA XVI dopo PENTECOSTE

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Ps LXXXV:3; :5
Miserére mihi, Dómine, quóniam ad te clamávi tota die: quia tu, Dómine, suávis ac mitis es, et copiósus in misericórdia ómnibus invocántibus te. [Abbi pietà di me, o Signore, poiché tutto il giorno ti ho invocato: Tu, o Signore, che sei benigno e pieno di misericordia verso quelli che ti invocano].
Ps LXXXV:1
Inclína, Dómine, aurem tuam mihi, et exáudi me: quóniam inops, et pauper sum ego.
[Porgi l’orecchio verso di me, o Signore, ed esaudiscimi, perché sono misero e povero].

Miserére mihi, Dómine, quóniam ad te clamávi tota die: quia tu, Dómine, suávis ac mitis es, et copiósus in misericórdia ómnibus invocántibus te. [Abbi pietà di me, o Signore, poiché tutto il giorno ti ho invocato: Tu, o Signore, che sei benigno e pieno di misericordia verso quelli che ti invocano].

Oratio
Orémus.
Tua nos, quǽsumus, Dómine, grátia semper et prævéniat et sequátur: ac bonis opéribus júgiter præstet esse inténtos.
[O Signore, Te ne preghiamo, che la tua grazia sempre ci prevenga e segua, e faccia che siamo sempre intenti alle opere buone].

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios
Ephes III:13-21
Fratres: Obsecro vos, ne deficiátis in tribulatiónibus meis pro vobis: quæ est glória vestra. Hujus rei grátia flecto génua mea ad Patrem Dómini nostri Jesu Christi, ex quo omnis patérnitas in cœlis et in terra nominátur, ut det vobis secúndum divítias glóriæ suæ, virtúte corroborári per Spíritum ejus in interiórem hóminem, Christum habitáre per fidem in córdibus vestris: in caritáte radicáti et fundáti, ut póssitis comprehéndere cum ómnibus sanctis, quæ sit latitúdo et longitúdo et sublímitas et profúndum: scire etiam supereminéntem sciéntiæ caritátem Christi, ut impleámini in omnem plenitúdinem Dei. Ei autem, qui potens est ómnia fácere superabundánter, quam pétimus aut intellégimus, secúndum virtútem, quæ operátur in nobis: ipsi glória in Ecclésia et in Christo Jesu, in omnes generatiónes sæculi sæculórum. Amen.

Omelia I

[Mons. Bonomelli, Nuovo saggio di omelie, vol. IV Torino, 1899 – Omelia VII].

“Io vi prego di non scoraggiarvi per le mie tribolazioni per voi, le quali formano la vostra, gloria. A tal fine io piego le mie ginocchia dinanzi al Padre del Signor nostro Gesù Cristo, dal quale viene ogni ordine di paternità in cielo ed in terra, affinché, secondo la ricchezza della sua gloria, vi conceda d’essere fortificati potentemente, per lo spirito suo, nell’uomo interiore, e che Cristo abiti nei vostri cuori per la fede, radicati e fondati nella carità; acciocché con tutti i Santi possiate comprendere qual sia la larghezza e la lunghezza, l’altezza e profondità; possiate cioè conoscere la carità di Cristo, la quale trascende ogni scienza, in modo che siate ripieni di tutta la pienezza di Dio. A colui poi, il quale può fare tutto infinitamente al di là di quanto possiamo o domandiamo noi, a lui sia gloria nella Chiesa e in Gesù Cristo per tutte le generazioni del secolo dei secoli „ (Agli Efesini, c. III, vers. 13-21).

Paolo per tre anni dimorò in Efeso (dal 54 al 57), notissima città dell’Asia minore, e vi fondò una Chiesa fiorente, che più tardi fu governata dall’apostolo S. Giovanni; poi andò a Gerusalemme, e di là, dopo la prigionia, che subì sotto Felice e poi sotto Porzio Festo, fu condotto a Roma, avendo Paolo, come cittadino romano, fatto appello al tribunale dell’imperatore, che era Nerone. Giunse in Roma, e, come apprendiamo dagli Atti Apostolici (c. XXVIII, vers. ultimo), vi rimase due anni, dal 61 al 63, esercitando, come meglio poteva, il ministero apostolico con quanti se ne andavano a lui. Egli teneva la sua dimora, come vuole un’antica e venerabile tradizione, dove ora sorge la chiesa di S. Maria in vìa Lata, lungo il corso attuale, nel centro di Roma moderna. Da quella carcere, dove gli era lasciata molta libertà, scrisse parecchie lettere, che si dissero della Cattività, ed una di queste è la lettera agli Efesini, alla quale appartengono i nove versetti, che vi sono riportati. – Questa lettera è una delle più difficili e per l’altezza delle cose che dice, ed anche perché lo stile è conciso e rotto: le frasi sono mezzo ebraiche, e i trapassi improvvisi e arditissimi. Non vi è cenno delle questioni giudaiche, come in quasi tutte le altre lettere; in quella vece mette in sull’avviso i cristiani contro i pericoli della vana scienza filosofica, che doveva essere assai diffusa in Efeso. Ma poniamo mano al nostro commento. – Dopo avere annunziato ai suoi neofiti che la vocazione dei Gentili era stata affidata in speciale maniera a lui, Paolo, ultimo dei fedeli; e che egli aveva predicato il grande mistero di Cristo, e che nella Chiesa lo conobbero gli angeli stessi, e che egli, Paolo, continuava con grande franchezza a proclamarlo anche in Roma, vide una difficoltà, uno scandalo non lieve, che doveva presentarsi a quei novelli cristiani, la difficoltà cioè e lo scandalo del veder lui sbandeggiato, perseguitato e incarcerato pel Vangelo. Per togliere questo scandalo in cristiani convertiti allora allora dal gentilesimo, scrive: ” Vi prego di non scoraggiarvi per le mie tribolazioni per voi. „ Figliuoli carissimi! così suonano le parole dell’Apostolo: Voi avete ricevuto da me il Vangelo di Gesù Cristo: voi mi accoglieste e mi tenete come suo apostolo: ma, vedendomi fatto segno a tante ire, sì fieramente bistrattato a Gerusalemme, e qui tenuto in carcere come un malfattore, io non vorrei che vi smarriste di animo, e, sgomentati per sì ardue prove, volgeste le spalle alla fede, parendovi quasi impossibile che Iddio onnipotente lasci il suo Apostolo e la sua Chiesa in balia di tanti e sì feroci nemici. No, no, non iscoraggiatevi, vedendo a quali distrette dolorose io sia ridotto per la vostra fede. “Peto ne deficiatis in tribulationibus meis pro vobis”. Anziché scoraggiarvi, avvilirvi e vergognarvi, vedendomi sì afflitto e vituperato, dovete andarne gloriosi e riempirvi di gioia: Quæ est gloria vestra. Quale altezza di concetti! Che sublimità di linguaggio! Lungi dal sentirvi umiliati, vedendo me; vostro maestro e padre, sì fieramente travagliato e divenuto quasi la spazzatura del mondo, dovete alzare la fronte ed esserne alteri. S. Paolo ripete in sé lo spettacolo dei suoi fratelli Apostoli, i quali pubblicamente flagellati in Gerusalemme, se ne partivano pieni di gioia, pensando ch’erano stati degni di patire per Gesù Cristo. – Non ignoro, o carissimi, che oggidì, anche tra i buoni cristiani, vi sono alcuni, i quali sembrano credere essere mutato il Vangelo e lo spirito del cristiano. Costoro, vedendo il trionfo riportato da Cristo sul giudaismo e sul paganesimo, e il regno suo stabilito da un capo all’altro del mondo, praticamente mostrano di credere che ad essi, perché seguaci di Cristo e suoi ministri, non si debbano che onori, ossequi, grandezze, ricchezze e abbondanza d’ogni bene terreno, e se avviene il contrario, stupiscono, si lagnano, si scandalizzano, e non sanno rassegnarsi, e per poco sospettano che Gesù Cristo venga meno alle sue promesse. — Ma come? Dimenticano essi l’esempio di Gesù Cristo, morto in croce, degli Apostoli, che soffrirono ogni maniera di privazioni, di patimenti e i più atroci martini, e di tutti i santi, che corsero la via battuta da Gesù Cristo e dagli Apostoli? Ma come? Dimenticano essi le parole di Gesù Cristo in cento luoghi del Vangelo ripetute: “Se han perseguitato me, voi pure perseguiteranno: — Se hanno chiamato Beelzebub il padre di famiglia, quanto più i suoi discepoli: — Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, pigli la sua croce e mi seguiti? „ Dimenticano essi la terribile sentenza di S. Paolo: ” Tutti quelli che vorranno vivere piamente con Gesù Cristo, soffriranno persecuzioni? „ Ma come? Costoro hanno forse la pretensione che Gesù sia venuto sulla terra per procurar loro una vita piena di agi, di onori, di piaceri, di glorie mondane? Allora il Vangelo sarebbe trasformato nella legge mosaica e distrutta la sostanza degli esempi e degli insegnamenti di Gesù Cristo, che venne per servire, e non per essere servito; che volle per sé le umiliazioni, la povertà e la morte di croce. — Bando adunque a costoro che vogliono pervertire il Vangelo di Cristo (ai Galati, I, 7) e avere sulla terra quella felicità, che il divino Maestro ci promise soltanto in cielo: ” Godete ed esultate allorché sarete vituperati e perseguitati, perché grande è il vostro premio nei cieli „ (Matt. V, 11, 12). Ci siamo alquanto dilungati dal nostro commento, ma tosto ci rimettiamo in via, ascoltando il grande Apostolo che protesta: “A questo fine io piego le mie ginocchia dinanzi al Padre del Signor nostro Gesù Cristo. „ A questo fine, cioè perché voi non vi scoraggiate, vedendo le mie afflizioni, e piuttosto ve ne facciate un vanto, io mi prostro umilmente dinanzi alla maestà infinita di Dio, del Padre di Lui, che è il Signor nostro Gesù Cristo. E perché S. Paolo dice di prostrarci dinanzi al Padre, cioè alla prima Persona della santa Trinità? E non poteva dire che si prostrava dinanzi al Figlio, od allo Spirito Santo? Senza dubbio lo poteva dire egualmente, essendo le tre divine Persone perfettamente eguali ed inseparabili tra loro, e l’onore reso all’una è reso all’altra per la identità o medesimezza della natura; ma l’Apostolo volle nominare a preferenza il Padre, perché in ordine di origine è la prima, ed è la radice e la fonte del Figliuolo, e col Figliuolo è la radice e la fonte dello Spirito Santo, e perché, nominando il Padre, necessariamente si indicano anche il Figliuolo e lo Spirito Santo, che da entrambi procede. S. Paolo in ispirito si prostra dinanzi al Padre del Signor nostro Gesù Cristo: l’idea di Padre desta subito nella mente fervidissima dell’Apostolo un’altra idea, gli spiega sotto gli occhi un vastissimo panorama, e non può non accennarlo e delinearlo almeno di volo. Quale? “Dal Padre viene ogni paternità in cielo ed in terra — Ex quo omnis paternitas in cœlis et in terra nominatur. „ Che vuol dir ciò? Come il Padre è principio senza principio per generazione del Figlio, e col Figlio è principio senza principio dello Spirito Santo per spirazione o amore, cosi da Lui, come da supremo ed eterno esemplare derivano tutti i principii delle cose create. Non disse, avverte S. Girolamo, ogni paternità è nata da Dio Padre, ma piglia nome, ossia è costituita da Lui sì in cielo come in terra. In cielo, fuori di Dio, non vi sono che angeli e santi, ne vi è generazione propriamente detta: ma le menti sì degli Angeli come dei santi hanno ragione di principio relativamente al loro pensiero, alla loro scienza e al loro amore: in cielo gli Angeli appartenenti agli ordini superiori sono come princìpi di luce e amore relativamente a quelli degli ordini inferiori: sulla terra gli uomini, in quanto sono padri e danno la vita ai figliuoli, rispecchiano la infinita paternità di Dio Padre, onde in un senso verissimo quella paternità eterna ed infinita, che si compie nell’intimo della vita divina, si irradia per una meravigliosa e ineffabile somiglianza in tutte le creature ragionevoli ed irragionevoli del cielo e della terra: Ex quo omnis paternitas in cœlis et in terra nominatur. È un concetto d’una vastità, e sublimità degna del sommo Apostolo. Prostrato dinanzi al Padre del Signore nostro Gesù Cristo, fonte perenne d’ogni paternità celeste e terrestre, che fa esso S. Paolo? Chi si prostra dinanzi a Dio adora e prega, e S. Paolo adora e prega; prega “affinché secondo la ricchezza della gloria sua, „ cioè in ragione della sua grazia esuberante e gloriosa, ” Dio Padre vi conceda d’essere fortificati potentemente pel suo Spirito. „ In altri termini più conformi all’indole della lingua nostra, S. Paolo vuol dire: Il conoscimento, la vista delle mie afflizioni ed umiliazioni è per voi, o Efesini, una prova gravissima, argomento di scandalo; perciò prego Dio, che nella abbondanza della sua grazia vi corrobori gagliardamente col suo Spirito, affinché sosteniate e vinciate la prova. — E questa forza corroboratrice non ha che far nulla colla forza materiale del corpo, delle braccia o dei muscoli, ma riguarda unicamente la mente e la volontà, affinché queste rimangano salde nelle verità ricevute, e nella vita conforme alle verità stesse. Un uomo può essere fortissimo quanto alle forze del corpo e debolissimo quanto a quelle dell’anima, e, per converso, fortissimo quanto alle forze dell’anima e debolissimo quanto a quelle dei corpo. Una suora di carità, abbandona la famiglia, respinge nozze onoratissime, monta sopra un piroscafo, vive per anni ed anni sotto un clima micidiale, curando infermi ed ammaestrando orfanelli abbandonati, pronta, anzi desiderosa di morire per la fede sotto la scure del carnefice. Ecco una donna secondo il corpo debolissima, e secondo lo spirito fortissima. Un uomo, nel fiore degli anni, pieno di vita e di forza, non sa resistere alla seduzione d’una fanciulla, calpesta la fede coniugale, dà fondo al ricco patrimonio, corre dietro ad ogni passatempo, dimentico dei suoi figli: non sa sopportare una parola pungente, non può frenare la sua lingua e la sua gola; eccovi un uomo secondo il corpo robustissimo, debolissimo secondo lo spirito. Ah! è la forza dello spirito, dell’uomo interno, che forma i virtuosi e santi! l’altra che vale? Si può agguagliare, se volete, al bue, al leone, all’elefante, ma non aggiunge una linea alla sua dignità di uomo. – Un’altra cosa domanda a Dio Padre il nostro Apostolo per i suoi carissimi Efesini, ed è che “Cristo abiti per la fede nei loro cuori — “Christum per fidem habitare in cordibus vestris. „ Questa espressione ha bisogno d’essere chiarita. Allorché S. Paolo prega che Gesù Cristo abiti per la fede nel cuore dei suoi figliuoli, intende forse che vi abiti come quando lo riceviamo nella Ss. Eucaristia? Indubbiamente, no: questa è presenza sacramentale e reale. Come dunque si ha da intendere questo abitare di Gesù Cristo in noi per la fede? La parola fede in questo luogo significa le verità della fede insegnate da Cristo: allorché adunque le verità insegnate da Gesù Cristo informano la nostra mente, le teniamo salde e regolano la nostra condotta, Gesù Cristo istesso abita per esse in noi. Allorché il sole colla sua luce rischiara una cosa qualunque, non diciamo noi che vi è il sole? – Allorché un uomo professa la dottrina d’un filosofo qualunque, ponete di S. Tommaso, non siam noi soliti dire di quell’uomo, che porta in testa quel filosofo, che ha nella sua mente S. Tommaso? Non si legge di S. Cecilia, che essa portava il Vangelo in cuore, cioè teneva in cuore l’insegnamento del Vangelo? Vedete/o cari, dignità altissima del fedele cristiano: egli, credendo fermamente la dottrina di Gesù Cristo, in un senso vero ha in sé Gesù Cristo stesso, da Lui è illuminato, guidato nei pensieri e negli affetti: Christum per fidem habitare in cordibus vestris. Né qui si arresta S. Paolo; egli prega Dio Padre, che fortifichi i suoi figli spirituali di Efeso, che Gesù per la fede abiti e regni nelle loro menti, e finalmente, ” che siano radicati e fondati in carità. „ Altri, e voi lo sapete, o carissimi, può avere pura e netta la fede nella mente, ma non la carità, giacché purtroppo noi possiamo essere credenti, professare tutto il simbolo, e nelle opere essere difformi dalla fede. Quanti sono coloro che credono, ma non operano come credono, che hanno la fede senza le opere! Che vale la loro fede senza le opere, ossia senza la carità o l’amore di Dio, che ci muove ad attuare la fede nelle opere: Fides quæ per charitatem operatur? Nulla affatto, anzi serve a condanna. E per questo che S. Paolo prega Iddio affinché i suoi dilettissimi Efesini abbiano non solo Cristo in sé per la fede, ma altresì e sopratutto per la carità, anzi siano in essa bene radicati e fondati; solo per la carità, che si traduce nelle opere, Cristo abiterà perfettamente in essi, e la loro unione con Lui sarà perfetta. — Fate adunque, o cari, di possedere in voi Cristo non pure per la fede, ma anche per la carità: attenetevi al simbolo e osservate il decalogo, alla fede congiungete le opere, e sarete non solo uditori della legge, come scrive in altro luogo san Paolo, ma operatori della legge. Ciò facendo, avrete un altro vantaggio, e non piccolo, che S. Paolo annunzia con queste parole: ” Affinché con tutti i santi possiate comprendere qual sia la larghezza e la lunghezza, l’altezza e la profondità della carità di Cristo. „ Le quattro dimensioni dei corpi qui sono usate per esprimere tutta la sterminata grandezza della carità, che S. Paolo vuole sia compresa o conosciuta dagli Efesini, come la comprendono, o, meglio, la conoscono i santi e gli Angeli in cielo. Questa carità trascende ogni scienza, dice l’Apostolo: Supereminentem scientiæ charitatem, vale a dire: Chi potrà mai adeguatamente comprendere la carità che condusse Cristo a patire e morire per noi ? Ah! questa carità di Cristo sta al di sopra d’ogni scienza umana e celeste creata; essa non ha limiti né nella larghezza, perché tutti abbraccia gli uomini senza distinzione di schiatta, di stato e di condizione; né nella lunghezza dei tempi, perché tutti li contiene; né nell’altezza della perfezione, né nella profondità e nell’ardore con cui tutti stringe ed ama, in cielo ed in terra, uomini ed angeli. S. Paolo, nel versetto che segue, chiude la enumerazione di quei beni che prega da Dio Padre ai suoi Efesini, condensandoli tutti in una forma di dire ebraica e che gli è famigliare: “Affinché siate ripieni di tutta la pienezza di Dio. „ Iddio è la pienezza d’ogni bene e d’ogni perfezione, come la fede e la stessa ragione ci insegnano; e quello che noi abbiamo o possiamo avere, tutto ci viene e possiamo ricevere dalla sua pienezza, come dice S. Giovanni: Et de plenitudine ejus nos omnes accepimus. Ebbene, continua S. Paolo, io prego Dio che voi tutti siate ripieni di quella sapienza, di quella carità, di tutte quelle virtù e perfezioni, delle quali Egli è fonte inesausta. È il voto dell’Apostolo per i suoi cari, che non potrebbe essere più magnifico. Che poteva egli desiderare loro e pregare di più grande, di più eccelso, di più perfetto che non sia racchiuso in questa sentenza, che si sente sgorgare dal cuore dell’Apostolo: “Che siate ripieni di tutta la pienezza di Dio! „ – ” Sia gloria a Dio, „ aggiunge queste parole: “Nella Chiesa, e in Gesù Cristo, e in tutte le generazioni del secolo dei secoli. „ Tutte le creature sono somiglianti a specchi più o meno puliti e tersi: questi, ricevendo in sé la luce del sole, la riflettono, e, a nostro modo di dire, l’accrescono, e formano, in certo senso, la gloria del sole; cosi le creature sono immagini, specchi delle divine perfezioni, ciascuna secondo la sua natura, e perciò, senza aggiungere nulla esse medesime, la riverberano, e in qualche maniera si può dire che la fanno conoscere e la accrescono, aumentandone le imitazioni. Il perché rendono gloria a Dio, e tanto maggiore sarà questa gloria, quanto maggiore è l’eccellenza e la perfezione degli esseri che gliela rendono. Ciò posto, voi vedete, o cari, che la Chiesa è la creazione più stupenda, l’opera più perfetta che sia uscita dalle mani di Dio, che di gran lunga supera la creazione stessa dell’universo, perché questo è il regno della materia, dei corpi, quella è il regno degli spiriti, e perciò in essa deve risplendere la gloria di Dio sopra tutte le opere sue. Al di sopra della Chiesa vi è il suo Capo, l’uomo-Dio, Gesù Cristo, che in sé compendia tutte le perfezioni del cielo e della terra, il capolavoro della sua onnipotenza, della sua sapienza, della sua giustizia e della sua misericordia, e nel quale trova l’oggetto adeguato delle sue infinite compiacenze, e la sua gloria esterna tocca il suo supremo fastigio, a talché egli stesso nella sua onnipotenza non potrebbe concepirne o produrne uno maggiore. Ben a ragione pertanto S. Paolo, nel suo linguaggio pieno di verità e di poesia, grida: a Gloria a Dio nella Chiesa ed in Cristo, in tutte le generazioni del secolo dei secoli. „ Amen.

Graduale
Ps CI:16-17
Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam. [Le genti temeranno il tuo nome, o Signore, e tutti i re della terra la tua gloria.]

V. Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua. [Poiché il Signore ha edificato Sion e sarà veduto nella sua maestà.]

Alleluja

Allelúja, allelúja
Ps 97:1
Cantáte Dómino cánticum novum: quia mirabília fecit Dóminus. Allelúja.
[Cantate al Signore un cantico nuovo: perché Egli fece meraviglie. Allelúia.]

 Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc XIV:1-11
In illo témpore: Cum intráret Jesus in domum cujúsdam príncipis pharisæórum sábbato manducáre panem, et ipsi observábant eum.
Et ecce, homo quidam hydrópicus erat ante illum. Et respóndens Jesus dixit ad legisperítos et pharisaeos, dicens: Si licet sábbato curáre? At illi tacuérunt. Ipse vero apprehénsum sanávit eum ac dimísit. Et respóndens ad illos, dixit: Cujus vestrum ásinus aut bos in púteum cadet, et non contínuo éxtrahet illum die sábbati? Et non póterant ad hæc respóndere illi. Dicebat autem et ad invitátos parábolam, inténdens, quómodo primos accúbitus elígerent, dicens ad illos: Cum invitátus fúeris ad núptias, non discúmbas in primo loco, ne forte honorátior te sit invitátus ab illo, et véniens is, qui te et illum vocávit, dicat tibi: Da huic locum: et tunc incípias cum rubóre novíssimum locum tenére. Sed cum vocátus fúeris, vade, recúmbe in novíssimo loco: ut, cum vénerit, qui te invitávit, dicat tibi: Amíce, ascénde supérius. Tunc erit tibi glória coram simul discumbéntibus: quia omnis, qui se exáltat, humiliábitur: et qui se humíliat, exaltábitur. [In quel tempo: Essendo Gesù entrato in giorno di sabato nella casa di uno dei principali Farisei per prendere cibo, questi gli tenevano gli occhi addosso. Ed ecco che un idropico gli stava davanti. E Gesù prese a dire ai dottori della legge e ai Farisei: È lecito o no, risanare in giorno di sabato? Ma quelli tacquero. Ed egli, toccatolo, lo risanò e lo rimandò. E disse loro: Chi di voi, se gli è caduto un asino o un bue nel pozzo, non lo trae subito fuori in giorno di sabato? Né a tali cose potevano replicargli. Osservando come i convitati scegliessero i primi posti, prese a dir loro questa parabola: Quando sei invitato a nozze, non metterti al primo posto, perché potrebbe darsi che una persona piú ragguardevole di te sia stata pure invitata, e allora quegli che ha invitato te e lui può venire a dirti: Cedigli il posto. E allora occuperai con vergogna l’ultimo posto. Ma quando sarai invitato, va a metterti nell’ultimo posto, affinché, venendo chi ti ha invitato, ti dica: Amico, vieni più avanti. Allora ne avrai onore presso tutti i convitati: perché chiunque si innalza, sarà umiliato, e chi si umilia, sarà innalzato].

Omelia II

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

(Vangelo sec. S. Luca XIV, 1-11)

-Rispetti Umani-

L’odierno Vangelo ci presenta Gesù Cristo Vincitore degli umani rispetti. Vien Egli invitato da un capo e principe dei Farisei ad onorevole convito. Oh! direte voi, questa volta i Farisei han conosciuto il merito di Gesù Nazzareno. V’ingannate! Lo chiamano a mensa per potere più da vicino spiare le sue azioni; ma queste, sono talmente a norma d’ogni eccellente virtù, che non trovano onde intaccarlo. Era innanzi a Lui un uomo gonfio per idropisia, forse dai Farisei introdotto a disegno, per osservare che cosa farebbe quest’uomo operatore di miracoli, pensando fra loro: O Gesù lo guarisce, e così si fa reo di violato precetto, essendo giorno di sabato; o lo rimanda, e mostra temere le nostre censure. Ma l’incarnata Sapienza, che vede le inique loro mire, li fa cadere nel laccio che teso gli avevano, e prende ad interrogarli così: “è egli lecito in giorno di sabato curar gli infermi?” – Si mirano i Farisei l’un l’altro in volto, e non sanno che rispondere. Se dicono esser lecito, vengono ad approvare quel che più volte hanno in Lui condannato. Se rispondono di no, temono restar convinti della sua dottrina, della quale tanto volte hanno sperimentato la forza onde si appigliano al più sicuro partito di un perfetto silenzio. Il Salvatore allora stesa la mano all’idropico lo risanò sull’istante. Volto indi agli stupefatti Farisei: “Chi di voi, disse, se gli cade in giorno di sabato l’asino o il bue in una fossa, non si adopra per rialzarlo? E se ciò vi credete permesso, perché condannarmi di trasgressore della legge, se sollevo dalla loro miseria i poveri infermi?” Così parlò, così operò Cristo Gesù in faccia ai suoi nemici: così parlò, così operò in tante occasioni consimili, qualora lo richiedeva la carità e la gloria del suo divino Padre, senza punto temere la critica e la censura dei suoi avversari, senza far conto di alcun umano riguardo. Esempio così luminoso com’è seguitato dai cristiani? Oh Dio! La maggior parte si lascia dagli umani rispetti ritirare dal bene, o trascinare al male. Ad impedir disordine tanto notevole, son qui a dimostrarvi quanto son da disprezzarsi i rispetti umani. Diamo principio. – Per ragion di chiarezza, per dare qualche ordine all’argomento, io distinguo una gran parte di Cristiani in due classi: nella prima coloro che sono fuori del sentiero della salute, e vorrebbero entrarvi, ma dagli umani rispetti, come da tanti lacci, sono ritenuti; nella seconda quei che battono la via della salute, e dagli umani riguardi, come da tante funi, sono tirati ad uscirne. Vediamo quanto gli uni e gli altri debbano disprezzare i rispetti umani, se pur vogliono salvarsi. – Molti dopo aver corsa la strada dell’iniquità, son costretti a confessare d’esserne stanchi: “Lassati sumus in via iniquitatis” (Sap.V, 7). Ammaestrati e convinti dalla propria esperienza, che il peccato non può far il cuore contento, ch’è un dolce veleno, un verme che rode, che rende tristi i giorni ed inquiete le notti, vorrebbero lasciar la mala vita, e darsi a Dio. Ma, …  e che dirà il mondo? Se giovani, ci deriderà come pinzocheri; se vecchi, come rimbambiti. Io vedo, dice taluno, e tocco con mano che il giuoco è la mia rovina, rovina dei miei affari e della mia famiglia, conosco la necessità d’abbandonarlo; ma dirà il mondo che non ho più danari, o che la moglie me lo ha proibito. Sono stufo, ripiglia un altro, di più tener corrispondenza con quella lupa, con quell’arpia che mi mangia vivo. Conosco esser necessario per me il non metter più piede in sua casa; ma se me n’allontano, dirà il mondo che i suoi sospetti erano fondati, o che ne fui via scacciato. E intanto per timor di: “cosa dirà il mondo?” non si lascia il giuoco, non si tronca la rea amicizia, si vive in peccato, e si muore in peccato. Gran forza han queste poche parole: “Che dirà il mondo?” Ma in grazia, di qual mondo parlate? V’è un mondo riprovato, iniquo, maledetto, per il quale Gesù Cristo si protestò di non pregare, “non pro mundo rogo” ( Giov. XVII, 9), mondo maligno, anzi, al dir di S. Giovanni Evangelista, tutto immerso nella malignità, “mundus totus in maligno positus est” (Giov. V, 19). I seguaci di questo che dicono male, son minacciati di funesti guai, “væ qui dicitis malum bonum, et bonum malum” (Is. V, 20). Da costoro la virtù si chiama vizio, e vizio la virtù, la devozione ipocrisia, le pietà superstizione, la sincerità stoltezza, destrezza l’inganno, sagacità la bugia, industria la mala fede. Domando ora a voi, ascoltatori di buon giudizio, se un  mondo di questa fatta merita di esser ascoltato? Qual conto si deve far delle sue parole? Meno di quel d’un matto. Evvi un’altra parte di mondo onesto, virtuoso, che Gesù Cristo dice non esser venuto a giudicare, “non veni ut iudicem mundum” (Giov. XII, 17). Gli uomini che lo compongono, son di buon senno, buoni cristiani, gente d’onore e di riputazione, e questi approveranno la mutazione di vostra vita, e loderanno la riforma di vostra condotta. Il mondo dunque che voi temete che parli, che dica di voi, si riduce a un pugno di cicaloni, di scostumati, dai quali esser mal veduto e biasimato è una gloria per l’uomo onesto; siccome gloria è del sole l’esser odiato dai gufi, dalle nottole, dai pipistrelli e da tutti gli altri uccelli notturni. Ecco a che è ridotta l’idea gigantesca di quel mondo, di cui temete le dicerie. Un pugno di screditate persone è quell’esercito che vi spaventa, quel tiranno che vi fa schiavi, quell’idolo a cui sacrificate la vostra pace, l’anima vostra, l’eterna vostra salvezza. – V’è di più. Quegli scipiti, che dal savio cambiamento di vostra condotta piglieranno motivo a deridervi, saranno poi costretti a lodarvi; e ciò perché la virtù ha tanta forza, che fa colpo anche in un animo avverso, e si fa stimare anche dai nemici. Volete vederlo? Ecco là nel campo di Dura una statua d’oro, che, per ordine di Nabucodonosor, tutto l’immenso popolo adunato, al suono di trombe e di mille musicali strumenti, deve adorarla. Al dato segno tutti si prostrano. Tre giovani Ebrei non vogliono piegare né ginocchio, né fronte. Acceso di collera il superbo regnante ad essi intima o l’adorazione prescritta, o l’esser gettati vivi nel seno d’ardente fornace: “… e qual Dio, conchiude, potrà liberarvi dalle mie mani?”. “Quel Dio, rispondono, che non conosci, e che noi adoriamo, potrà liberarci se vuole. Che se tale non fosse la sua volontà, la nostra è questa: la tua statua non vogliamo adorare”. Non si contiene il disubbidito Monarca, e all’impetuoso suo comando sono precipitati in mezzo a fornace ardentissima. Ma il fuoco di questa rompe al di fuori a vampe immense, divora i ministri esecutori dell’empio comando, e lascia illesi i tre costanti giovani, che in mezzo alle fiamme benedicono il Signore, e cantano le sue lodi. A questa vista confuso e stupefatto Nabucco: “… uscite, ad alta voce esclama, uscite, venite fuori, o servi di Dio eccelso”, “egredimini, et venite” (Dan. III, 93), e sia benedetto il vostro Dio. Indi al cospetto dei Satrapi e dei Magistrati li loda, li encomia, e li promuove a gradi e a dignità nelle province del suo impero. – È perché, entra qui S. Giovanni Crisostomo, vengono questi così onorevolmente trattati da chi prima li odiava a morte? Perché, risponde, han calpestato il mondo, il mondo li esalta; perché han disprezzato il mondo, il mondo li onora; perché la virtù ha tanta forza da cangiar il cuore e farsi amare anche da’ nemici: “Postquam eos vidit Rex generose tantes, praedicavit, coronavit, quia contempserant”. – Un’altra classe di timorati fedeli cammina nella strada del Signore, e in questa strada tanti incontra pericoli, quanti sono gli umani rispetti. Stolto chi da questi si lascia vincere, ed abbandona il buon sentiero! Mi rivolgo ai tentati su di questo punto e dico: vi credete scansare le critiche del mondo col dare ascolto alle dicerie del mondo? Siete in errore. Fingete di esser chiamati, come lo fu il divin Salvatore, in giorno di sabato a lauto convito e vi siano presentati cibi proibiti. Sarà da compiangere la vostra stoltezza, se per timore di qualche motto schernevole venite a violare l’ecclesiastico precetto. Voi anzi incontrerete di peggio. Che potranno dire di voi se fedeli al vostro dovere spiegherete carattere, e vi darete il vanto d’essere buoni cattolici? Si dirà al più, se siete cosi scrupolosi, se avete ancora questi pregiudizi. Se poi per l’umano riguardo disubbidite a Dio ed alla Chiesa, aspettatevi pure irrisioni, e sarcasmi più ingiuriosi e pungenti. Chi teme la rugiada, dice lo Spirito Santo, sarà oppresso dalla neve: “Qui timent pruinam irruet super eos nix” (Giob. VI, 16) . Mirate, diranno, mirate costui che faceva il divoto: la gola ha smascherata l’ipocrisia, andatevi a fidar di questa gente. Lo stesso vi avverrà, se per non contraddire, o per non parer beghini, terrete mano ai discorsi immodesti, se non ributterete certe familiarità, se darete facile orecchio alle mormorazioni: lo stesso in mille altre occasioni e cimenti, in cui vi troviate al bivio, o di romperla con Dio o col mondo. Volgetevi a qualunque parte, è inevitabile la diceria. Il mondo non si può far tacere, col mondo non si può indovinare: pretendereste sfuggire i suoi morsi, le sue maldicenze, alle quali è stato soggetto un Uomo-Dio? Diviso era il popolo nel concetto di esso Lui; dicevano alcuni che era buono, altri dicevano: no, è un seduttore! (Giov. VII, 12). Se dunque tanto nel bene, quanto nel male schivar non si possono i rimbrotti del mondo insano, miglior partito sarà per noi l’appigliarci al bene, e star costanti nella carriera della cristiana virtù, e non lasciarci smuovere dal soffio delle bocche malediche, per non correre la mala sorte di quegli uccelletti, dei quali parla S. Agostino nel Salmo novantesimo. Il cacciatore per farne preda stende in giro ai folti gineprai, ove sono nascosti sottilissime ragne; indi con schiamazzi, col forte dibattere delle mani fa tanto strepito, che quegli spaventati si danno a precipitosa fuga, e nel fuggire incappano nelle tese reti. Se quegli stolti si fossero tenuti fermi nel loro nascondiglio, avrebbero deluse le insidie del cacciatore. Tanto accade a chi teme le ciarle, e gli spauracchi del mondo: per un vano timore non contenta il mondo, e perde se stesso. – Or via, conchiudiamo, venite qua tutti voi che dagli umani rispetti vi lasciate tirare al male o rimuovere dal bene, udite su quest’ultimo il mio parlare. Sonerà per voi, suonerà per tutti, l’ultima ora: vi ridurrete al punto estremo? … : orsù siate coerenti a voi stessi: voi avete temuto le parole e i dileggiamenti del mondo, e perciò vi siete allontanati dai sacramenti e dalle pratiche di devozione. Siate, ve lo ripeto, siate coerenti a voi stessi, fate altrettanto in questo punto, non vi confessate, non chiamate alla vostra assistenza né sacerdoti, né religiosi, andate incontro alla morte senz’alcun segno di cristiana pietà. Oh Dio! che dite voi mai? Sarebbe questo il massimo disonore delle nostre persone, e delle nostre famiglie: si direbbe di queste, che dappocaggine, che empietà lasciarli morire senza Sacramenti, senza spiritual assistenza: si direbbe di noi che siamo morti da eretici, da atei, da bestie. Intendo, intendo: “Ah mondo tristo! Finché siamo in vita, ci biasima il mondo se ci accostiamo ai Sacramenti: in punto di morte ci condanna se non riceviamo i Sacramenti”. Che contraddizione è questa? Ah mondo falsario, mondo ingannatore! Chi dalle sue insanie prenderà la norma di sua condotta? Ben l’intesero i santi che veneriamo sugli altari. Essi si son posti sotto de’ piedi gli umani rispetti, han disprezzato il mondo, ed ora il mondo li stima, li loda, li onora. Corriamo su le loro pedate, e vincitori del mondo arriveremo dov’essi pervennero, che Iddio ce lo conceda.

Credo…

 Offertorium
Orémus
Ps XXXIX:14; 39:15
Dómine, in auxílium meum réspice: confundántur et revereántur, qui quærunt ánimam meam, ut áuferant eam: Dómine, in auxílium meum réspice.
[Signore, vieni in mio aiuto: siano confusi e svergognati quelli che insidiano la mia vita per rovinarla: Signore, vieni in mio aiuto.]

Secreta
Munda nos, quǽsumus, Dómine, sacrifícii præséntis efféctu: et pérfice miserátus in nobis; ut ejus mereámur esse partícipes. [Puríficaci, Te ne preghiamo, o Signore, in virtù del presente sacrificio, e, nella tua misericordia, fa sí che meritiamo di esserne partecipi].

Communio
Ps LXX:16-17;18
Dómine, memorábor justítiæ tuæ solíus: Deus, docuísti me a juventúte mea: et usque in senéctam et sénium, Deus, ne derelínquas me. [O Signore, celebrerò la giustizia che è propria solo a Te. O Dio, che mi hai istruito fin dalla giovinezza, non mi abbandonare nell’estrema vecchiaia.]

Postcommunio
Orémus.
Purífica, quǽsumus, Dómine, mentes nostras benígnus, et rénova coeléstibus sacraméntis: ut consequénter et córporum præsens páriter et futúrum capiámus auxílium.
[O Signore, Te ne preghiamo, purífica benigno le nostre ànime con questi sacramenti, affinché, di conseguenza, anche i nostri corpi ne traggano aiuto per il presente e per il futuro].