CALENDARIO CATTOLICO LITURGICO DI: MARZO 2018

CALENDARIO LITURGICO MARZO 2018

MARZO è il mese che la Chiesa dedica a SAN GIUSEPPE,

dichiarato da Pio IX l’8 Dic. 1870 Patrono della Chiesa!

Sette Dolori ed Allegrezze.

I. Sposo purissimo di Maria, glorioso s. Giuseppe siccome fu grande il travaglio e l’angustia del vostro cuore nella perplessità di abbandonare la vostra illibatissima Sposa; così fu inesplicabile l’allegrezza, quando dall’Angelo vi fu rivelato il Mistero sovrano dell’Incarnazione. — Per questo vostro dolore, e per questa vostra allegrezza preghiamo di consolar ora e negli estremi dolori l’anima nostra coll’allegrezza di una buona vita e di una santa morte somigliante alla vostra in mezzo di Gesù e di Maria. Pater, Ave e Gloria.

II. Felicissimo Patriarca, glorioso S. Giuseppe, che trascelto foste all’ufficio di Padre putativo del Verbo umanato, il dolore che sentiste nel veder nascere con tanta povertà il Bambino Gesù, vi si cambiò subito in giubilo celeste nell’udire l’armonia angelica, e nel vedere le glorie di quella splendentissima notte, — Per questo vostro dolore, per questa vostra allegrezza vi supplico di impetrarci, che dopo il cammino di questa vita ce ne passiamo ad udir le lodi angeliche, ed a godere gli splendori della celeste gloria. Pater, Ave, Gloria.

III. Esecutore obbedientissimo delle divine leggi, glorioso S. Giuseppe, il Sangue preziosissimo che sparse nella Circoncisione il Bambino Redentore vi trafisse il cuore, ma il Nome di Gesù ve lo ravvivò riempiendolo di contento. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza otteneteci, che tolto da noi ogni vizio in vita col Nome santissimo di Gesù nel cuore e nella bocca giubilando spiriamo.

Pater, Ave, Gloria.

IV. O fedelissimo Santo, che a parte foste dei Misteri della nostra Redenzione, glorioso S. Giuseppe, se la profezia di Simeone di ciò che Gesù e Maria erano per patire, vi cagionò spasimo di morte, vi ricolmò ancora di un beato godimento per la salute e gloriosa risurrezione, che insieme predisse dover seguire di innumerabili anime. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza, impetrateci che noi siamo nel numero di quelli, che pei meriti di Gesù, e ad intercessione della Vergine Madre hanno gloriosamente a sorgere.

Pater, Ave e Gloria.

V. O vigilantissimo Custode, famigliare intrinseco dell’Incarnato Piglio di Dio, glorioso S, Giuseppe, quanto penaste in sostentare e servire il Figlio dell’Altissimo, particolarmente nella fuga, che doveste fare in Egitto: ma quanto ancora gioieste avendo sempre con voi lo stesso Dio, e vedendo cadere a terra gli idoli Egiziani. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza impetrateci, che tenendo da noi lontano il tiranno infernale, specialmente con la fuga delle occasioni pericolose, cada dal nostro cuore ogni idolo di affetto terreno: e tutti impiegati nella servitù di Gesù e di Maria, per loro solamente da noi si viva e felicemente si muoja.

Pater, Ave e Gloria.

VI. O Angelo della terra glorioso S. Giuseppe, che ai vostri cenni ammiraste soggetto il Re del Cielo, se la consolazione vostra, nel ricondurre dall’Egitto intorbidossi col timore di Archelao; assicurato nondimeno dall’Angelo, lieto con Gesù e Maria dimoraste in Nazaret. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza impetrateci, che da timori nocivi sgombrato il cuore, godiamo pace di coscienza, e sicuri viviamo con Gesù e Maria e fra loro ancora moriamo.

Pater, Ave, Gloria.

VII. O esemplare di ogni santità glorioso San Giuseppe, smarrito che aveste senza vostra colpa il fanciullo Gesù, per maggior dolore tre giorni lo cercaste, finché con sommo giubilo godeste della vostra Vita ritrovata nel tempio fra i Dottori. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza vi supplichiamo col cuore sulle labbra ad interporvi, onde non ci avvenga mai di perdere con colpa grave Gesù; ma se per somma disgrada lo perdessimo, tanto con indefesso dolore lo ricerchiamo, finché favorevole lo ritroviamo, particolarmente nella nostra morte, per passare a goderlo in Cielo, ed ivi con voi in eterno cantare le sue divine misericordie.

Pater, Ave e Gloria

Antiph. Ipse Jesus erat incipiens quasi annorum triginta, ut putabatur Filius Joseph.

V. Ora prò nobis Sancte Joseph.

R. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

OREMUS.

Deus, qui ineffabili providentia Beatum Joseph sanctisimæ Genitricis tuæ sponsum eligere dignatus es: presta quæsumus, ut quem Protectorem veneramur in terris, intercessorem habere mereamur in cœlis. Qui vivis et regnas in sæcula sæculorum. Amen.

 INDULGENZE PER LE 7 ALLEGREZZE ED I 7 DOLORI E PER LE DOMENICHE DI S. GIUSEPPE.

A sempre più infervorare i fedeli nella divozione a S. Giuseppe, a chiunque pratica il suesposto esercizio dei suoi sette Dolori ed Allegrezze, Pio VII il 9 dic. 1819 accordò l’Ind. di 100 giorni una volta al giorno, e di 300 in ogni Mercoledì nonché in tutti i nove giorni precedenti così la sua festa, 19 Marzo, come quella del suo Patrocinio nella III Dom. dopo Pasqua, oltre la Plen. in dette due feste, ricevendo i SS. Sacramenti. Più ancora Indulg. Plen. a coloro che l’avranno praticato per un mese intero in un giorno a scelta, confessandosi e comunicandosi. — Inoltre Gregorio XVI, 22 Gen. 1836, concesse a chi lo praticherà per 7 continue domeniche fra l’anno, da scegliersi ad arbitrio, Indulg. Di 300 giorni in ciascuna delle prime 6 domeniche e la Plen. nella settima confess. e comunic. — Pio IX in seguito, l Febbr. 1847, confermò le sudd. Indulg. e vi aggiunse indulg. Plen. in ciascuna delle 7 domeniche purché, premesso il sudd. Esercizio, e ricevuti i SS. Sacramenti si visiti una chiesa, pregandovi secondo la mente di S. Santità. La quale ultima concessione lo stesso Pont. 22 Marzo 1847, la estese a favore anche di coloro, che non sapendo leggere reciteranno solamente i 7 Pater, Ave e Gloria, adempiendo però le surriferite condizioni. [Manuale di Filotea del sac. G. Riva, XXXed. Milano, 1888]

Ench. Indulg. N. 469:

Ai fedeli che davanti ad un’immagine di San Giuseppe, reciteranno devotamente un Pater, Ave, e Gloria con l’invocazione: Sancte Joseph, ora pro nobis, si concede:

Indulgentia trecentorum dierum:

Indulgentia Plenaria s. c. a coloro che avranno piamente perseverato nella recita, ogni giorno per un intero mese (S. Pænit. Ap., 12 oct. 1936).

Ench. Indulg. N. 466:

ai fedeli che nel mese di MARZO, o per giusto impedimento in altro mese dell’anno, praticheranno devotamente in pubblico, un pio esercizio in onore di San Giuseppe, Sposo della B. V. M., si concede:

Indulgenza di sette anni per ogni giorno del mese;

Indulgentia Plenaria, se praticato per almeno 10 volte nel mese, a coloro che, confessati e comunicati, pregheranno per le intenzioni del Sommo Pontefice.

Se poi nel mese di marzo, sarà praticata privatamente una preghiera o altra opera di pietà in ossequio a San Giuseppe Sposo della B. M. V., si concede:

Indulgentia di 5 anni ogni volta in ogni giorno del mese;

Indulgentia Plenaria, s. c. se si pratica per un mese (S. C. Indulg. 27 Apr. 1865; S. Pæn. Ap., 21 Nov. 1933)

Ench. Indulg. N. 467

Ai fedeli che praticheranno pubblicamente il pio esercizio della novena in suo onore, prima della festa di San Giuseppe, Sposo di B. M. V. si concede:

Indulgenza sette anni per ogni giorno della novena;

Indulgenza Plenaria, se confessati sacramentalmente, comunicati e pregando per le intenzioni del Sommo Pontefice, sarà praticato per almeno cinque giorni durante la novena. Se praticato privatamente, si concede:

Indulgenza di cinque anni per ogni giorno della novena;

Indulgenza Plenaria, suet. cond. al termine della novena, a chi sia legittimamente impedito al pubblico esercizio.  (S. C. Ind. 26 nov. 1876; S. Pænit. Ap., 4 Mart. 1935).

Ecco le feste del mese di MARZO

[Tempo di Quaresima]

2 Marzo Primo Venerdì

3 Marzo Primo Sabato

4 Marzo Dominica III in Quadr. Semiduplex I. classis

6 Marzo Ss. Perpetuæ et Felicitatis Mártyrum    Duplex *L1*

7 Marzo S. Thomæ de Aquino Confessóris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

8 Marzo S. Joannis de Deo Confessóris  Duplex

9 Marzo S. Franciscæ Romanæ Víduæ  Duplex

10 Marzo Ss. Quadraginta Mártyrum  Semiduplex

11 Marzo Dominica IV in Quadr.  Semiduplex I. classis

12 Marzo S. Gregorii Papæ Confessóris et Ecclesiæ Doctoris  Duplex

17 Marzo S. Patricii Epíscopi et Confessóris    Duplex

18 Marzo Dominica I Passionis    Semiduplex I. classis *I*

19 Marzo S. Joseph Sponsi B.M.V. Confessóris  Duplex I. classis *L1*

21 Marzo S. Benedicti Abbatis  Duplex majus *L1*

24 Marzo S. Gabrielis Archangeli  Duplex majus *L1*

25 Marzo Dominica II Passionis seu in Palmis  Semiduplex I. classis

27 Marzo S. Giovanni Damasceno conf. et Eccles doct.. duplex

28 Marzo S. Giovanni da Capistrano confessore, duplex.

29 Marzo Feria Quinta in Cena Domini Duplex I. classis *I*

30 Marzo Feria Sexta in Passione et Morte Domini  Duplex I. classis

31 Marzo Sabbato Sancto   Duplex I. classis

 

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: I CONTENUTI (3)

GREGORIO XVII

IL MAGISTERO IMPEDITO

I CONTENUTI (3)

VIII. – Ortodossia

[lettera pastorale del luglio 1971; «Rivista Diocesana Genovese», 1971]

VI

I «contenuti» per il popolo di Dio

1. Noi abbiamo posto il problema dei «contenuti» al livello delle persone che leggono libri, che pongono e capiscono problemi di pensiero e che facilmente vogliono vedere il fondo degli argomenti. Ma c’è il popolo. Sono i più. La questione dei «contenuti» per il popolo, per i più, assume una particolare complessità, che Noi non possiamo assolutamente evadere. Il «contenuto» della Fede, e di quanto è a qualunque titolo connesso con la Fede, il popolo lo lega a cose concrete, semplici, tradizionali. Esaminiamo questa posizione del problema, che è di somma importanza. Queste cose concrete sono: la Chiesa, i libri di devozione, le sacre immagini, tutti i segni religiosi dei quali nel corso dei secoli sono stati abbondantemente fregiati portici, porte, muri, complessi di arredamento, canti, musica, cerimonie sacre, sacri paludamenti. Sarebbe un errore sottovalutare questo, quasi la Fede del «popolo» sia materiale e talvolta superstiziosa, anche perché ogni regione ha la sua propria emotività, che gli altri o non intendono o intendono male. La verità è che «niente è nell’intelletto se prima non è sta nell’immagine sensitiva» e tale regola può subire una applicazione più «caricata» in molti fedeli. Tutte le cose concrete enumerate, ed altre ancora, mantengono in qualche modo (magari riassuntivo, poco definito, frammentario, ma forte) il senso della Fede. E ringraziamone Dio, se ha permesso che le cose materiali e concrete concorressero tanto a mantenere la Fede del suo popolo. Spesso le nostre linfatiche prediche ed il nostro frettoloso catechismo, talvolta il nostro parlare da iniziati (teologia del linguaggio) non fanno altrettanto. Ed è per questo che la sottovalutazione delle cose concrete quando si tratta della Fede del popolo è per lo meno incapacità di comprendere, spesso insipienza completa, talvolta pazzia! È per questo che il disprezzare o distruggere queste cose concrete, le loro giuste manifestazioni esterne, le loro dignitose coreografie o cambiarle a piacimento, senza riguardo, oltre che iconoclastia è distruzione della Fede. La tradizione per il popolo ha importanza, che non potrà mai essere valutata appieno e coi suoi elementi bisogna fare i conti con pazienza e lungimiranza. – Cari confratelli, vi abbiamo spinto a togliere tutte le immagini sacre che non sono dignitose e che non hanno una giusta e possibilmente architettonica collocazione; ma vi abbiamo esortato sempre a credere nella efficacia delle Immagini sacre. – Le cose più concrete sono: il Tabernacolo, il Crocifisso, la Madonna, gli Angeli, i Santi. Prima di essere cose concrete per l’apprendimento degli uomini sono cose reali, vere! Per carità, non toccatele, non umiliatele, non affrettatene l’oblio, non diminuitene il rispetto e la presenza. Sarebbe un distruggere la Fede. A poco a poco. Cose semplici. – Sono le formulazioni riassuntive, ridotte al midollo, forse anche scarnite ed anche queste frammentarie, resti sufficienti di una impalcatura impostata dal primo catechismo della infanzia, di una saltuaria predicazione, di molti casuali incontri riesumatori e vivificatori. Ma tutto questo nella mente dei fedeli è vero «contenuto» della Rivelazione e lo sarà fintanto che si useranno catechismi chiari, semplici, dai termini assolutamente comuni e quindi accessibili, dalle definizioni precise. Le formulazioni generiche, le allusioni di scorcio, i discorsi in «ottica» e con chissà quale «prospettiva», le innovazioni maniache delle mode, le esposizioni tratte da modelli umani (troppo umani e poco ortodossi), non possono dare il solido fondamento dell’umile vero catechismo. Cose semplici sono per il popolo i racconti della storia sacra, della vita dei Santi; tali veridici strumenti nella loro ricostruzione apparentemente quasi visiva di fatti tangibili custodiscono il segreto di cose profonde, di intuizioni, di godimenti spirituali. E non c’è da aspettarsi che queste cose semplici vengano sempre a fior di labbra con parole proprie e definizioni perfette. Per fortuna l’uomo afferra molto più ed approfondisce molto più di quanto sa rendere letterariamente nella comunicazione con gli altri. L’uso degli «astratti», dei termini accarezzati, perché impegnano nessuno e niente. Non serve a mantenere la Fede del popolo. – Cose semplici sono tutte le sane, ortodosse e magari ingenue e candide devozioni, le pratiche di pietà che esse ispirano. Custodiscono e traducono a modo loro, ma generalmente efficace, quello che neppure grandi teologi saprebbero inoculare con erudite spiegazioni nell’animo dei bimbi e dei semplici, degli ignoranti in materia religiosa (che è peggiore delle incapacità infantili!). Non distruggete, per carità, Rosari, Via Crucis, piccole immagini, giaculatorie, novene, tridui, quarantore, pratiche eucaristiche,… Naturalmente tenetele nel giusto binario. Ma se vi trovaste a sottovalutare o addirittura a disprezzare e ridicolizzare tutto questo santo armamentario degli indotti ed anche dei dotti, dovremo avvertirvi che siete certamente fuori strada. Avreste perduto la nozione del modo graduale, dei diversi successivi livelli, della progressione ineffabile e mai riducibile in formule, col quale si costruiscono negli uomini e si consolidano i fatti spirituali, gli orientamenti costruttivi, tra i quali sta in primo piano la Fede. I «contenuti veri della stessa Fede» li custodirete quanto più voi farete parlare nel Tempio le «cose». – «I contenuti» (parliamo sempre del «popolo») sono profondi: Dio, Padre Figlio e Spirito Santo, Gesù Dio Crocifisso e risorto, la Madre di Dio, la Vita eterna, il peccato, la Santa Messa, la Sacra Comunione, la Confessione, la preghiera, l’Inferno, i morti nel purgatorio… il Rosario, le Litanie, la Via Crucis, le orazioni – quelle del catechismo e imparate da bimbi – , il «Dio sia benedetto » … sono al disotto della Divina Liturgia, ma spesso prima di essa e in sostituzione di essa, valevoli ad imprimere nel popolo i «contenuti» della salvezza. Non disprezzate mai, per carità, i mezzi umili e semplici. Spiegateli, teneteli nella giusta e cristiana interpretazione ma non lasciateli cadere. – Le cose semplici noi le afferriamo se guardiamo al modo umile col quale tra gli uomini avvengono i fatti più necessari, si hanno le risorse più modeste eppure più indispensabili alla vita. In fin dei conti anche gli uomini più grandi, forse più superbi, magari più tiranni e dominatori, debbono scendere a un certo punto tra le cose comuni e naturali, tra i sentimenti più domestici e spontanei, non scoppiare della loro miserabile inflazione!

Le cose tradizionali. – Non parliamo qui della tradizione divina, che nessuno può toccare. Parliamo di quello che fu e resta, che ha fatto parte giusta e non ignobile della nostra vita, che fu soddisfazione e costume di quanti sono vissuti prima di noi ed hanno costruito il clima e il contesto nel quale siamo cresciuti. Parliamo di noi gente, che ha avuto un passato, ed un passato trasmesso attraverso legami sacri di amicizia e di beneficenza, di arte e di intelligenza, soprattutto di sangue! Questa tradizione certamente non può considerarsi vetrificata, mummificata e deve costantemente accogliere apporti e variazioni, non violenze e irruzioni pazzesche. Essa deve lasciare al rotare dei fatti e della Storia, in modo amabile, senza vittime, di procedere innanzi, di percorrere il suo cammino. Non può considerarsi statica; ma i suoi adattamenti debbono avvenire in modo utile, schietto ed umano. Tutto questo va tenuto in conto quando si tratta dell’ambiente popolare più facile alla emotività che al secco ragionamento. – Il succo del discorso è questo: non distruggiamo per il popolo gli umili strumenti, che salvano ad esso il contenuto della Fede!

2. Quando si parla di «contenuti» per il popolo cristiano in genere dobbiamo soffermarci su un altro grave e impegnativo aspetto del problema. Ecco di che si tratta. – I -contenuti» della Fede intanto sono tali in quanto vengono in qualche modo «appresi». Dove non c’è l’apprendimento il «contenuto» non entra. L’apprendimento è legato alla «intelligenza» della cosa presentata. L’intelligenza penetra nella realtà, anche invisibile e non semplicemente fenomenica: è la sua caratteristica. – Ora le verità della Fede non sono rebus da imparare semplicemente a memoria. E verissimo che i misteri non possono comprendersi, non possono cioè essere esauriti dalla nostra intelligenza. Essa non ne può toccare il fondo. Però, anche quello che non si può comprendere, si può in qualche grado intendere. Si tratterà di intendimento certamente parziale ed anche estremamente umile, ma si tratta di vero intendimento. Lo si chiama analogico, perché in parte coincide con la cosa che intende, in parte (ed è infinitamente maggiore) non la raggiunge. Resta ad un modesto inizio della lunga via: è qualcosa, per noi molto. – Bisogna affermare con tutta la forza che, se non ci fosse alcun intendimento delle verità rivelate, la Rivelazione rimarrebbe incomprensibile e sarebbe inutile. – Resta dunque vero che qualcosa, anche nel catechismo dei bimbi, qualcosa deve essere capito, poco o tanto. Ecco ora la conseguente grave affermazione: per capire bisogna spiegare. Chi, come, con che mezzo? Ma si può dire anche una sola parola della Sacra Scrittura. Perché  essa non sia scritta invano (il che è impossibile nella divina saggezza), deve qualche poco essere capita. La spiegazione non può partire che da una certa interpretazione della parola stessa e, se non in tutta la Scrittura, in molte parti di essa è pur necessario capire con certezza qualcosa. Ora questo è possibile applicando le regole della ermeneutica cattolica guidata dalla divina tradizione e dal Magistero della Chiesa. – Ma non ci sono solamente i concetti, le parole, ci sono le proposizioni intere che costituiscono, ad esempio, i Dogmi. Per  queste «proposizioni» non è affatto sufficiente capire le singole parole staccate della proposizione stessa. Non sempre l’ermeneutica, che può spesso tenere la chiave del significato delle parole e dei modi di dire, è in grado di farci penetrare tutta la sostanza della verità. A questo punto appare evidente la assoluta necessità della teologia speculativa. Essa sola ci permette quella intelligenza delle proposizioni dottrinali tale da spiegare e rendere più intelligibile ai piccoli, al popolo, agli ignoranti, le medesime verità. Abbiamo inteso dire da maestri saggi e venerati che per spiegare dieci, bisogna almeno avere imparato e capito cento. L’aspetto pastorale della catechesi non può essere raggiunto se non c’è una teologia speculativa che ne doni lo strumento. – Errano pertanto coloro che tacciono o addirittura vorrebbero distrutta la teologia speculativa. Senza di essa e supponendo la giusta ermeneutica della Bibbia, l’insegnamento del Vangelo si ridurrebbe ad una recitazione continua, forse ad un balbettio, degno delle scuole cinesi dei tempi andati. – Anche perché il popolo vuol capire qualcosa. Ha generalmente senso dei propri limiti, ma qualcosa vuole capire: ce lo chiede. Senza teologia speculativa che possiamo dire a chi ci propone questioni, dubbi, a chi ci chiede approfondimenti, ci domanda di aprire vie che possono anche mirare alle altezze della intelligenza mistica? Noi teniamo nel debito conto tutti gli strumenti culturali ed afferenti a tale scopo, ma ricordiamo che non si spiega nulla senza teologia speculativa. – La teologia speculativa ha un valore reale. Ha certamente il valore  della sua chiarezza, logica, capacità esplicativa. Ha il peso di una tradizione scolastica che non può essere sottovalutata. Ha il pregio di portare ai confini della conoscenza nella Parola di Dio. Ha la forza di sciogliere le apparenti contraddizioni che talvolta affiorano nel mistero, donando una quiete reale all’intelletto. Ma c’è altro. – In molti punti essa sostanzialmente raccoglie il consenso dei dottori e il consenso almeno tacito della Chiesa Maestra. Nessuno ad esempio può dubitare che taluni punti esplicativi del Dogma Trinitario e del Dogma Cristologico, nel secolo quarto e quinto, non sono semplici tentativi di scuola. Essa, se stiamo in un certo alveo, ha avuto il benevolo incoraggiamento e la approvazione della Chiesa Docente. Per tali motivi la teologia speculativa non è oggetto di demitizzare, ma soltanto da approfondire ed arricchire nel solco della Tradizione della Chiesa. Non dimentichiamo mai che generalmente è per la teologia speculativa che si arriva a vedere sistematicamente la coordinazione e la sintesi: punti di vista panoramici per godere nel suo insieme la Divina Rivelazione. Del resto Dio ha consegnato alla nostra intelligenza la Sua Rivelazione salvifica; dobbiamo mantenere il contenuto nella luce della intelligenza e non possiamo rassegnarci a vederla consegnata puramente all’udito toccato solo da onde sonore. –  Possiamo concludere che i «contenuti» possono restare incompresi e sminuiti della loro mirabile efficacia per difetto di metodo e cioè per rinuncia all’uso impegnato della intelligenza e di tutti i suoi strumenti offerti dalla esperienza scolastica e dalla storia sotto lo sguardo del Magistero. – In argomento non possiamo tacere che sono stati tentati dei succedanei della Teologia speculativa, né conformi al senso della ispirazione, né esatti, né concludenti. – La speculativa parte dal principio che Dio ha assunto nel rivelare parole e pensiero umano, nonché dal principio che la verità rivelata rappresenta realtà superiori alla comprensione umana, sicché è possibile solo un tentativo della parziale, coscienziosa, metodica penetrazione. I «succedanei», anche se non lo dicono, hanno semplicemente saltato l’ostacolo attenuando il soprannaturale, spaziando nel campo naturalistico, che non spiega, ma elimina la Rivelazione. È il caso di qualche celeberrima pubblicazione, sulla quale mettiamo in guardia. Talvolta l’ostacolo si salta negando esplicitamente la autenticità del testo biblico o rifiutando o ignorando la sola legittima interpretazione di esso, quale è data dalla Tradizione della Chiesa. – I «contenuti» possono essere violentati da queste forme erronee di interpretazione e ne possono uscire completamente svuotati. – Non è questo che il popolo cristiano attende.

3. I «contenuti» nel popolo di Dio possono più o meno lentamente svanire, sotto diverse pressioni. Non c’è dubbio che la Fede del popolo resiste più di quella di taluni ceti. Tuttavia anch’essa va soggetta ad usura. I giovani, quelli che ora si stanno facendo le ossa in tutti i sensi, sono i più esposti a tale usura, pur dimostrando ma sete di nutrimento spirituale che meraviglia quando si avvicinano senza paura e senza complessi.

Ecco i due più gravi pericoli:

a. I «contenuti» sentono la sferza della «moda». La moda ha tanto  maggiore presa quanto più uno ha bisogno della presenza, degli occhi, del consenso degli altri (si tratti di salotto, di bar, di club, di branco occasionale, di amicizie a denominatore comune). La «moda» è effimera e per questo ha un contenuto – se si tratta di mode intellettuali – che in parte almeno non è veritiero. Ora esistono mode di affermazioni sconcertanti e sconvolgenti su tutto, non fosse altro che per gustare l’effetto del disagio su chi ascolta. Non facciamo un elenco delle diverse mode, perché non abbiamo mai voluto metterci in polemica diretta. Facciamo il nostro dovere, ma non amiamo le liti tra fratelli!

b. I «contenuti» per il popolo sono insidiati dal «dileggio», oggetto del dileggio è quanto esisteva alcuni anni addietro. Per secoli si dovrebbe credere che non ne hanno indovinata una. Questo modo di comportarsi dimentica che le cose mutano e possono essere valide per una epoca e non valide per un’epoca susseguente. Proviamo a paragonare i vestiti dell’epoca vittoriana coi nostri. Eppure allora ne andavano pazzi, come i contemporanei vanno ugualmente pazzi per i loro vestiti. Il dileggio generalmente colpisce addobbi, vestiti, espressioni d’arte, modi di comportarsi etc. Si tratta di cose esterne, ma proteggono verità e sostanze non sempre tali da esporsi al dileggio. – Stanno ad esempio perdendosi buone costumanze liturgiche, né proibite, né diffidate dalla recente legislazione e che avevano una immediata influenza indicativa e stimolante. Conopei e pallii vanno scomparendo, togliendo quella immediata presenza che rendeva anche gli indotti più consci e più vicini al culto del Signore. Si gareggia in spogliazioni e ci domandiamo a quali spogliazioni delle anime e della Fede esse possano condurre.

4. Il deperimento del canto e della musica è impressionante. L’uno e l’altra hanno una efficacia insostituibile nel tenere il popolo avvinto alla sua Chiesa. La diminuzione dei fedeli che partecipano alla Messa festiva la si può già benissimo registrare e non è il caso di dare tutta la colpa al turismo domenicale. La Fede deve pure essere sostenuta con quegli onesti mezzi che la millenaria tradizione ha esperimento ed indicato, anche se non sono mancate le esagerazioni e le deformazioni. La psicologia e la emotività dei fedeli non possono essere trascurate. Sì, si tratta di cose esterne, ma i grandi «contenuti» hanno bisogno, per secondare la natura dell’uomo, anche di sostegni ed incitamenti esterni.

Conclusione

Insomma alle parole vuote, ai termini evanescenti, di cui si compiacciono letteratura e moda, vanno opposti dei «contenuti». La Fede ha un «contenuto» essenziale, preciso, intoccabile: senza questo «contenuto» non resiste. – Bisogna che saggistica, letteratura, ricerca, stampa quotidiana e periodica — cattolici beninteso – ritornino ad avere l’impegno dei «contenuti» immutabili, sacri. – Bisogna che la predicazione ritorni «decisamente» ai «contenuti». Tutti parlano di giovani. Ebbene è ora di accorgersi che questi hanno fame e sete di verità, di sostanza, di speranza, anche se per ottenerli occorre la durezza e la austerità. Col diluire, coll’accomodare si ottiene in essi la precisa sensazione che vengono ingannati e fuggono. – Capiscono che il Cristianesimo non si ha senza Croce e, per quanto possa sembrare duro, essi lo vogliono come è. Non vogliono un Cristianesimo addomesticato ed imbastardito. La ragione principale per la quale la massa giovanile manifesta segni di antipatia religiosa, sta nel fatto che da un certo numero di anni, troppi untorelli hanno predicato un Cristianesimo, che tutti capiscono non essere né vero, né serio. – E ora di finirla. Che esisteva lo scandalo della Croce, lo abbiamo sempre saputo e ce lo aveva detto Dio; abbiamo voluto edulcorare lo scandalo e la gente non ci crede più. Ha proprio tutti i torti? Bisogna che i catechismi, di prossima redazione, obbediscano a questa suprema esigenza di completezza, di chiarezza, magari di durezza. Che non si facciano prendere la mano da pubblicazioni responsabili di avere sconvolto la autentica Fede. Non si segue il mondo; anche qui: si segue Gesù Cristo!

[Fine]

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: I CONTENUTI (2)

GREGORIO XVII:

IL MAGISTERO IMPEDITO

I CONTENUTI (2)

[lettera pastorale del luglio 1971; «Rivista Diocesana Genovese», 1971]

III

I «contenuti» distrutti dalle reinterpretazioni

1. Il termine di «reinterpretazione» è di per sé più che sospetto, per solo fatto che la «reinterpretazione» non è più la semplice interpretazione. In realtà la interpretazione, bene o male, rimuove o tenta rimuovere il velo che inibisce la chiara lettura di un testo, di una verità, di un fatto; la «reinterpretazione» suppone una interpretazione precedente, alla quale si oppone. Tanto è, se diamo alle parole il senso che naturalmente hanno. Una reinterpretazione del «contenuto cristiano» vorrebbe dir di per sé una interpretazione per lo meno diversa o addirittura contraria a quella che è stata data fin qui. Conterrebbe: il relativismo della, verità, negherebbe il carisma certo della infallibilità della Chiesa affermerebbe, almeno per due mila anni, la inutilità sostanziale della Rivelazione. Addio Santo Vangelo! Con tutto questo, chiaro e ben definito, taluni continuano a parlare di «reinterpretazione» del dogma usando artificiosi ghirigori e non sono pochi quelli che li stanno a sentire. C’è solo da sperare che gli uni e gli altri non sappiano quello che fanno. Nessuno nega che passi della Sacra Scrittura ed anche lunghe pericopi di essa, sulle quali non esiste un dato certo e conclusivo di Tradizione Divina o di Magistero almeno ordinario, o di consenso avallato dal Magistero, possano con nuovi strumenti di indagine essere meglio interpretati. – Noi stiamo parlando del «contenuto» dottrinale, patrimonio delia Chiesa Cattolica, nei limiti già sopra ben delimitati. Qualunque interpretazione nuova o reinterpretazione della verità certa, che variasse il contenuto, aggiungesse qualcosa di non contenuto nelle fonti teologiche sicure, cadrebbe senza dubbio nelle condanne della Enciclica Pascendi e del Decreto Lamentabili.

2. È tuttavia importante chiedersi, prima di esaminare qualche dettaglio, quale sia la radice logica delle interpretazioni. Noi diciamo che quanti parlano di reinterpretazioni partono coscientemente da quelle radici; diciamo solo che da quelle dovrebbero partire se fossero veramente logici. Perché le vere reinterpretazioni non possono avere altro iter.

a) La radice meno disonesta è la seguente: adattiamoci, per adeguare la dottrina cattolica alla mente dei nostri contemporanei, alla apertura loro, alla cultura del tempo. Non neghiamo che qui ci possano essere dei sentimenti e degli intenti generosi, ma solo sentimenti e mire, niente altro. – Il volere adattare la sacra dottrina, alterandola nel fondo, nella prospettiva e nel dettaglio è senz’altro la negazione del Cristianesimo. – Infatti la Dottrina nella nostra Fede viene da Dio immutabile ed eterno: partecipa della Sua eternità ed immutabilità, deve cambiare gli uomini, non essere da essi cambiata o comunque alterata. Le qualità divine si sposterebbero senz’altro e con ben poca forza di convinzione agli uomini ed alla loro storia. In più, un tal modo di pensare rivela la convinzione che nella natura umana, nell’ordine in cui è iscritta, nella Legge cui è sottoposta, tutto sia fluido e tale da variare i principi primi dello stesso pensare. –

b) La radice vera e autentica, quella che vien fatto di richiamare dopo la considerazione ora appena conclusa, è il relativismo. Nulla è, tutto scorre; così la vita, così l’uomo, così la sua esperienza. Nel relativismo non può esistere Dio e pertanto non può esistere il relativismo stesso. – Sappiamo bene che la tragica esperienza di una civiltà materiale ed ingiusta ha stancato talmente gli uomini da trovarsi essi propensi ad accogliere qualunque cosa irrazionale pur di poter pensare che quanto li ingolfa e li stufa cambierà. Ma questo spiegherà le malinconie degli uomini, non giustifica il relativismo. Del resto non è questa la prima volta che ne parliamo e pertanto rimandiamo a quanto già scritto. – Ma vorremmo ci si rendesse conto come talune concezioni sulla Sacra Scrittura e talune interpretazioni, per nulla scientifiche (oltre tutto), sono semplicemente i preamboli per coloro che debbono dedicare le loro fatiche alle affermazioni del relativismo. Purtroppo, nonostante tutto e nonostante le contraddizioni, certi scritti continuano a comparire, rendendo ulteriormente impossibile trattare la Bibbia col rispetto e la fiducia di sempre. Sono i demolitori!

c) Per le reinterpretazioni si tira in ballo l’intento ecumenico, Questo intento è certamente santo, ma un intento santo non può usare mezzi disonesti, perché il fine non giustifica mai i mezzi. – Un certo modo di reinterpretare, cassando, limando e magari sostituendo vorrebbe rendere facile il ritorno ai fratelli separati. Esso va in cerca di denominatori comuni. Ma i denominatori comuni eliminano di per sé i denominatori «non comuni» e cioè cancellano con un semplice rigo le obiettive ragioni, che ancora dolorosamente ci separano dai fratelli separati.

3. Cerchiamo ora di esemplificare su taluni modi di reinterpretazione storicamente attuati. Quello che si presenta per primo nella nostra tormentata epoca; la reinterpretazione cosmica. Molti ne hanno parlato e si è stabilita così una gamma, che va dallo strano modo di filosofare fino alla distruzione di tutto il contenuto cristiano. Abbiamo assistito ad apologie eroiche che non hanno convinto. E non può essere diverso quando in questioni del genere c’entrano motivi eterogenei come la simpatia, l’amicizia, la poesia e via di seguito. Lasciamo da parte i nomi e consideriamo per il momento solo la punta estrema della reinterpretazione cosmica. – Per essa Incarnazione, Redenzione, finalità, vita eterna vengono spostate dal piano concreto delle singole umane persone ad una interpretazione cosmica. Il vero soggetto di questo fatto grande come è la Incarnazione rischia di diventare il cosmo. Se non ci si casca del tutto siamo evidentemente a poca distanza dal panteismo. –  Ci sono modi di reinterpretare in chiave cosmica la Rivelazione più attenuati e felpati, ma hanno il torto di tutte le teorie, le quali accettano principi e si fermano prima di averne dedotte tutte le ultime conseguenze. Quando si desiste dal procedere da un principio adottato, per timore di andare oltre, si smentisce e si rinnega il principio stesso. –  Questa reinterpretazione ha avuto una certa fortuna perché spesso si implicava con la poesia, con la ammirazione dell’immenso creato, col cantico di tutte le cose. Ma questa fortuna forse non ha scavato molto a fondo nelle anime per il carattere incerto, inafferrabile nei contorni, della sua stessa poesia!

4. Abbiamo la interpretazione «demitizzante». Avvertiamo subito che tale interpretazione rivela nei vari autori diverse sfumature non imponderabili ed anche larghe contaminazioni col relativismo. Parliamo di un tipo medio, che può rappresentarli tutti. Questa interpretazione è partita da alcuni teologi protestanti. È ovvio che essa deve avere alla base strani concetti sulla autenticità e ispirazione della Sacra Scrittura. Mira infatti a sfrondare fatti e verità per ridurre ad un nucleo, il quale – molto logicamene – varia a seconda della posizione degli interlocutori in questa materia. – Molte cose accolte da millenni nella Fede e nella pratica cristiana vengono sottoposte ad un giudizio negativo. – La reinterpretazione «demitizzante» non può comporsi con la ortodossia cattolica per i principi che accetta, per l’arbitrio infondato con cui depenna, per il concetto naturalistico da cui è pervasa. Nessuno infatti mette le mani riformatrici in dottrina e in fatti che si sanno avere natura ed origine soprannaturali. Si ha motivo di credere che non vengano rispettati i canoni scientifici. – Infatti oggi, per grazia di Dio, i documenti dei primi tre secoli, sia scritti, sia reperti archeologici, sono tali che permettono di controllare storicamente se la Chiesa abbia avuto mutazioni nella sua sostanza da allora ad oggi. Ora la demitizzazione in genere suppone esattamente il contrario, cioè il falso. – C’è da fare un’altra grave considerazione. Il complesso rivelato è talmente armonico, unito, logico in se stesso, che non è possibile cancellarlo in una minima parte, senza dover arrivare a negarlo tutto. E la stessa interna armonia che rivela questo. Una superiore filosofia della teologia crediamo conduca agevolmente alla evidenza di questa affermazione. Taluni, ad esempio, vorrebbero, demitizzando, ridurre tutto al nucleo centrale della salvezza. Ma che significato ha la salvezza, se non si accettano i dogmi relativi allo stato dell’uomo decaduto e pertanto tale da poter essere salvato? E come ha necessità di salvarsi dal peccato e sue conseguenze, se non si premette la nozione e il fatto del peccato? Questo come sussiste, senza la Legge, e la Legge come sussiste senza Dio? Che significato ha la Incarnazione senza la elevazione all’ordine soprannaturale? Che significato ha la umanità di Cristo senza l’uso di quei mezzi per i quali i rapporti tra Dio e l’uomo restano nella forma umana, non violano i limiti dell’uomo, pur producendo qualcosa di soprannaturale (i Sacramenti ad esempio)? Come è possibile parlare della Legge senza parlare della persona che ne è recettiva e che senso ha una legge se manca la sanzione? Ci pare ovvio che questo modo di reinterpretare sia assolutamente alieno da ogni razionalità.

5.  Ci sono singolari tipi di reinterpretazione, che affiorano qua e là, che sono poco coordinati, talvolta timidi, talvolta petulanti. Tale reinterpretazione riduce tutto all’afflato della carità e dell’amore. Dovremo riprendere il discorso più avanti in questa lettera. Qui basti osservare che un tale modo di vedere butta fuori: complesso dogmatico, Rivelazione e sua funzione, Chiesa. È difficile dire se rimane la morale perché in tale contesto la carità e l’amore possono diventare proteiformi, inafferrabili e indefinibili. Si salva abbastanza Gesù Cristo, perché la carità ad un certo modo l’ha insegnata Lui. Ma fino a che punto? È difficile rispondere. Certo si è del tutto fuori strada.

IV

I «contenuti» sostituiti

1. Le «sostituzioni» nascono dalla speranza o dalla illusione cui non ci si accorga che qualcosa è stato sottratto. Il posto è occupato e forse nessuno dirà niente. Purtroppo la sostituzione è uno dei metodi apprezzatissimi per distruggere la Fede. La tecnica del metodo può descriversi nel modo seguente. Si calca la penna su punti od affermazioni, che hanno realmente a che fare col dogma rivelato, ma che non sono quello o «tutto» quello. – L’affinità e la parentela di quel che si afferma con quello che si vuol mandare in ombra copre l’operazione. E a forza di battere, rimane quello che si dice e si fa scivolare verso l’oblio quello di sostanziale che non piace. È un metodo volpino, ma è un metodo che dà frutti e deve essere apertamente smascherato. Ci interessa più parlare del «metodo» che delle singole «sostituzioni» perché possiamo prevedere che queste non sono ancora finite.

2. Che il mistero pasquale sia centrale ed espressione concreta delia divina opera di salvezza tutti lo sanno, i cattolici lo venerano. – Ma che il mistero pasquale debba servire a tacere, coprire, annullare il mistero della sofferenza, della morte in Croce, della Passione del Signore, questo nessun maestro vero nella Chiesa l’ha mai detto! L’intenzione è chiara e la strana logica non meno. Ecco come La Croce, il Sacrificio, la piena e perenne dedizione non piacciono, si tratta di cose indigeste al «mondo», rendono più difficile l’accostamento dei «lontani», disturbano la buona digestione ai gaudenti. Conclusione: parliamo della Pasqua, per nascondere e far sparire il Venerdì Santo. Questo non è né vero né giusto!

3. Uno dei tentativi maggiori, fatto talvolta con connivenze proditorie, è quello di «sostituire» una inafferrabile comunità, senza autorità e con un mal definito amore, al posto della Legge, alla Santa Chiesa di Dio, società gerarchica da Cristo costituita e voluta in tutti i suoi elementi sostanziali, immutabili. Di questa sostituzione abbiamo parlato abbastanza nella nostra Lettera Pastorale Le ombre di questi anni al punto primo ed a quella rimandiamo. Ma qui vogliamo sia chiaro, senza ombra di dubbio, che una tale posizione è perfettamente e certamente eretica, mette fuori della Chiesa e priva dei Sacramenti. La realtà della Chiesa è troppo chiara, nei Vangeli, negli scritti Neotestamentari, nella divina tradizione, per poter ammettere una qualsivoglia ombra pur tenuissima di dubbio. Che poi la parte umana della Chiesa possa conoscere umani difetti non diminuisce la sua natura di istituzione divina, ma la esalta perché solo Dio può senza pericolo mettere in mano d’uomini, che lascia perfettamente liberi, una istituzione tanto delicata. – Vogliamo notare che, se pochi forsennati fanno la piena sostituzione della acefala comunità alla Chiesa di Dio, molti con il loro silenzio e con la loro indifferenza, tacendo della Chiesa, aiutano quella già denunciata congiura del silenzio, che può concorrere a far perdere la nozione concreta della Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica. – Siamo della opinione che si debba parlare sempre di più della Chiesa in concreto, senza paure. Emarginata la Chiesa, che cosa resta, alla fine?

4. Altra «sostituzione» indegna ed ereticale è quella della carità o amore alla Legge. Parliamo della sostituzione vera, quella che con la carità intende eliminare la Legge, quindi il diritto canonico, la sacra Autorità e qualunque cosa si frapponga alle personali idee fisse. – Prima di tutto la carità è essa stessa una Legge. In secondo luogo la carità impera essa stessa (appunto perché contiene o suppone molti atti, quali sono recensiti mirabilmente da San Paolo nella I Cor. c. XIII). In terzo luogo perché Gesù ha spiegato chiaramente che «amare Lui», amare il Padre, significa obbedire a tutta la Legge stabilita da Dio. E si potrebbe continuare. –  Ma la «sostituzione» diventa addirittura indecente per la contraddizione, che la inficia: infatti sostituisce all’ordine stabilito da Dio un altro ordine, forse mai precisato nella mente di quanti vi si appellano. – La carità è una cosa seria e tutta la vita del Divino Salvatore, fattosi Uomo per salvare gli uomini, è una concreta e precisa descrizione di che cosa comporti «amare» nella linea dell’Evangelo. La carità non è uno strumento per coprire stoltamente cose indegne.

5. C’è la sostituzione della «propria libera coscienza» alla obbedienza.

Bisogna ricordare che la «coscienza individuale» è criterio di moralità quando è formata ed informata. Formazione e soprattutto informazione vengono dall’esterno di essa, cioè da Dio e da ogni mezzo eletto all’uopo da Dio. La coscienza non crea la Legge, la norma, ma giudica nel caso particolare della rispondenza o meno degli atti alla Legge stessa. Il concetto di Legge e pertanto di sudditanza è intrinseco alla coscienza. Fintantoché esisterà la Legge, sarà necessaria ed inderogabile per gli uomini la obbedienza. La rivolta insita nella sostituzione della coscienza alla legge è intrinsecamente illogica, assurda. La coscienza che si regola da sé non è più intelligenza giudicante su una uniformità o difformità, ma è solo una cessione al sentimento, all’istinto, alla reazione di queste cose, al complesso, ad oscuri istinti, a tutto meno che all’intelligenza. La sostituzione della coscienza alla Legge è esattamente la sostituzione di se stessi a Dio! Bella Religione! – Per tale ignobile sostituzione basta spostare l’angolo e si può volere ammazzare, rubare, ingannare, fornicare… con la falsa idea che non ci sia più Dio a controllare le azioni degli uomini. – Chi ha la norma della sua autonoma coscienza deve ammetterla per tutti gli altri e non può lamentarsi se l’ammazzano, se lo derubano, se lo insozzano… ; se qualche Autorità gli comanda… – Siamo all’inverosimile di ogni capovolgimento, al contrario ed al contrario di tutto, al contraddittorio di ogni contradditorio ed alla indifferenza di ogni affermazione e negazione. La incauta ed esagerata difesa della persona umana porta lentamente a questo disordine.  Dio ha voluto la persona umana con la sua autonomia, ma ha messo accanto sullo stesso piano la Legge e la sanzione. Nessuna delle tre cose nel presente ordine di Provvidenza può essere mai separata dalle altre due. – Tanto abbiamo ricordato perché si rifletta su questo: che le oltraggiose «sostituzioni» cominciano assai lontano e che taluni sbandamenti intellettuali, troppo leggermente considerati innocui, portano, con una progressione logica e inarrestabile, assai lontano, persino a rompere tutti i legami con Dio! L’obbedienza resta la grande obbligazione dell’uomo. La sua vita è il lasso di tempo libero lasciatogli perché liberamente dica di sì o di no a Dio. E cioè il tempo in cui per salvarsi deve obbedire ed in cui, se non vuol obbedire, si danna. La vita religiosa non esiste senza obbedienza, a qualunque livello. La obbedienza fa sì che la nostra poca saggezza sia sostenuta da una Eterna Saggezza, che il nostro limitato periodo di luce sia acceso da una Eterna Luce. La obbedienza fa sì che diventi strumento di vita e gloria eterna anche quello che umanamente può sembrare piccolo, irrilevante, forse… stolto. – Quando  si volesse dare un peso esagerato alla «dignità» dell’uomo, sarà opportuno ricordarsi delle sue molte miserie, a cominciare da quelle fisiche.

V

I «contenuti» svuotati

1. Assistiamo a dei fenomeni generali, che avremmo potuto trattare nel capitolo delle «sostituzioni»; ma che preferiamo chiamare svuotamenti del Cristianesimo. Infatti le «sostituzioni» sono meno radicali degli svuotamenti. Come abbiamo già detto questi tristi fenomeni cominciano da lontano. Si svuotano piccole cose, si deformano particolari che stanno nell’ordine delle sfumature; si commettono piccole leggerezze, talvolta nell’ordine pratico della tattica associativa; si permette che si scollino connessure soprannaturali nella valutazione dei fatti; si mina colpevolmente e contro ogni serio criterio scientifico ogni base storica della Rivelazione e della costituzione della Chiesa; si affina lo sforzo per mettere d’accordo Hegel con Cristo, Freud con Cristo. Si arriva al blasfemo termine della «morte di Dio» e così si hanno gli svuotamenti generali del contenuto cristiano. Il triste iter dello svuotamento è chiaramente inciso in particolari morali, in arbitrarie interpretazioni liturgiche destinate ad eliminare Eucarestia e Parola di Dio, in volontà di non differenziarsi a tutti i costi da quelli che dissentono dalla Chiesa Cattolica. – L’iter lo si vede dappertutto, si rivela in antipatie di cose e di persone, in scelte di simpatia e di odio; ma la tremenda spirale si delinea. – La via degli svuotamenti totali sta sovente in sfumature.

2. Il sociologismo nella sua posizione estrema, l’unica logica e coerente, è la forma più chiara, decisa e delimitata dello svuotamento del Cristianesimo. Attentato, s’intende! – Raccogliendo i “placita” da ogni parte, ecco come lo si può presentare:

– Di Cristo sussiste la carità e l’amore. Il resto forse è mito. Che poi riesca a sussistere la «carità» (cosa che non coincide in tutto con quello che può classificarsi «amore») senza la certezza di Dio Padre e di tutto un rapporto Creatore e creatura, senza la divina storia della Rivelazione, è al tutto incomprensibile.

– Ci si deve occupare anzitutto di redimere l’uomo dai mali terreni.

Taluno, non tutti, aggiunge «poi ci occuperemo del bene eterno oltre la morte». Chi ha cominciato a mettere l’accento forte sulla redenzione terrena era cattolicissimo e lo abbiamo sentito chiamare da qualcuno «santo». Ma il fermento dell’errore deve svolgersi ed arrivare all’assurdo. Non parliamo più di Paradiso, parliamo invero di tutte quelle cose che portano alla perfetta eguaglianza nel perfetto benessere, al livellamento tra il primo, il secondo, il terzo e il quarto mondo… – Se poi talune cose, pie o devozionali, possono servire a percorrere il cammino verso questa pura umana redenzione, si tolleri pure! …

– Per redimere gli uomini dalla loro miseria, dalle guerre etc. parliamo soprattutto di solidarietà. Questa consiste in un sentimento umano che scopre i vincoli per i quali siamo legati a tutti gli uomini, li accetta quando può, li salva, li anima… La pura solidarietà difficilmente supera gli scogli continui dell’orgoglio e della sensualità umani.

– Ci si dedichi ad un’opera sociale: il rimanente serve come puro strumento, molte volte utile, qualche volta necessario per la redenzione sociale. – Non tutti i sociologisti dicono questo o tutto questo. Ma qualunque sociologista è sulla via di dire questo e, se non si libera dalla spinta, logicamente deve finire col dire questo. Noi attiriamo l’attenzione dei nostri cari confratelli, non tanto su coloro che dicono tutto questo (costoro hanno già spiritualmente apostatato), ma sui molti che dicono, recitano, inculcano briciole di quello strano catechismo. E il piccolo contrabbando fatto passando a piedi da minori valichi alpini. –

3. A questo proposito è necessario parlare della «liberazione globale» della quale si comincia a fare un uso forse esagerato. Niente meglio che chiarire.

Il termine «liberazione globale» può avere un significato perfettamente ortodosso, che è il seguente:

– liberazione dal peccato;

– liberazione dal livello terreno mediante la grazia santificante;

– liberazione dalla pressione della debolezza umana, mediante la grazia attuale, i doni dello Spirito Santo etc;

– liberazione della transitorietà effimera della vita presente nella Vita eterna;

– liberazione dalla corruzione della morte nella risurrezione finale.

La «liberazione globale» sulle labbra di altri pare avere un valore assai ridotto. Si tratterebbe della liberazione dalla fame, dalle strettezze, dai limiti coartati per la espansione personale, dai tiranni, dagli oppressori etc. In quale Luna si trovino coloro che sognano in una vita umana questa perfetta liberazione, non ci riesce di dire. – Comunque una cosa è chiara: che questa liberazione, dato e non concesso che possa esistere, non sarebbe globale. La ragione è che non si preoccupa affatto di altre cose spirituali dalle quali l’uomo dovrebbe essere liberato per una passabile vita, anche solo i n questa valle di lagrime. Ma sulle labbra di molti la «liberazione globale» suona sinistro. E cioè:

– liberazione dai limiti messi dalla virtù;

– liberazione dal mito della vita eterna, del soprannaturale;

– liberazione da ogni forma di obbedienza.

Talune celebri contestazioni hanno preso questa ultima via. Non occorre aggiungere parole perché tutto risulti svuotato nella Fede quando le «liberazioni globali» si prendono a certi modi. – Il modo di comportarsi di talune persone, anche religiose, fa fortemente sospettare che in fondo non abbiano più Fede e credano solo a questa liberazione globale. E nel frattempo stanno più comode che possono.

[2 – Continua …]

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: I CONTENUTI (1)

GREGORIO XVII

IL MAGISTERO IMPEDITO

I CONTENUTI (1)

VIII. – Ortodossia

[lettera pastorale del luglio 1971; «Rivista Diocesana Genovese», 1971]

 Cari confratelli, parliamo dei contenuti della predicazione, della Catechesi, dei libri in qualche modo religiosi, dell’apostolato. Intendiamoci subito sul valore della parola «contenuto». Il contenuto – in oggetto – è la dottrina cattolica. Spieghiamoci chiaro su quello che è «dottrina cattolica». È tale: – quanto è espresso dalla Rivelazione sia per mezzo della Sacra Scrittura, sia per mezzo della Divina Tradizione;

– quanto è stato esplicitato o dedotto con certezza dalla divina rivelazione;

– quanto è stato interpretato, esplicitato, insegnato dal Magistero infallibile della Chiesa, sia solenne che ordinario;

– quanto è garantito dalle ordinarie fonti teologiche, nelle condizioni in cui esse sono capaci di generare vera certezza.

Nessuno si meravigli che la dottrina cattolica contenga anche verità indirettamente rivelate. Infatti: la Rivelazione contiene ricchezze che possono essere svolte e dipanate nella loro grande ricchezza; molte verità non rivelate sono talmente connesse con le verità rivelate che, quelle distrutte, anche queste patirebbero danno; finalmente il Magistero non è un organo stabilito da Cristo per «solamente ripetere» a guisa di semplice registratore, ma è vero Magistero e verte su quanto è necessario alla esplicitazione ed all’approfondimento della piena verità contenuta o connessa con la Divina Rivelazione.

Per quale motivo si parla di «contenuti»

La domanda è ovvia e la risposta è semplice: perché i «contenuti» vengono taciuti deducendoli in tal modo, col silenzio, a graduale morte nella mente dei fedeli; perché vengono reinterpretati in maniera eterodossa; perché vengono sostituiti; perché vengono addirittura svuotati. Premettiamo che l’attentato più lene, ma più immediato contro i «contenuti», che spesso accade sornionamente attraverso la porta maggiore, è quello per cui vengono «diluiti» nella nuova teologia del linguaggio.

Cominceremo da questa ultima.

È nostro preciso dovere mettervi in guardia, affinché la vostra buona fede non venga sorpresa per la grande foschia in cui nuotano oggi troppe pubblicazioni.

I

I «contenuti» svuotati dal linguaggio

  1. Non si può dare ancora una definizione stabile ed univoca della teologia del linguaggio. Si parla anche di una filosofia del linguaggio, etc. Noi chiamiamo teologia del linguaggio quella che risulta non da una teoria, ma da un fatto, accessibile da tutti. descriviamo il fatto, per maggiore chiarezza, attraverso varie tappe.

a) Si cercano parole, mai o solo raramente usate in Teologia prima dell’ultimo decennio. Queste parole vengono elette coi seguenti criteri:

– siano il più «nuove» possibili. Anzitutto e soprattutto bisogna purificarsi da ciò che è vecchio. Si tratta di un criterio inconsistente, perché il termine «nuovo» può indicare indifferentemente il bene e il male, non più del termine vecchio. Questa opzione di relatività sta a indicare che il vero e il falso, il bene e il male, il conveniente e lo sconveniente importano poco, se non addirittura niente;

– siano suggestive, prese non solo da idee, ma da scienze e fatti (angolazione, ottica, tangente, prospettiva, cosmico…) tali da destare una certa impressione e – perché no? – strappare una certa ammirazione;

– siano «sfuggenti», e cioè o di per se stesse non abbiano una prensione indicativa di verità teologiche, o siano mantenute libere da epesegetici, da definizioni, cioè da limiti e permettano sempre di dire e non dire, di piacere a destra e a sinistra, a cattolici e a protestanti, a ortodossi e a eterodossi…. Insomma «non devono impegnare» e debbono lasciare una porta aperta a tutte le situazioni (sono ricavate soprattutto dai teologi protestanti ora di moda).

b) Si cercano «modi di dire», slogans (ci scusiamo di usare una parola neppure italiana, ma fortunata), che permettano soprattutto la illusione di presentare le idee da punti di vista nuovi. Purtroppo il punto di vista «nuovo» rispetto alla «verità» potrebbe essere facilmente 1’«errore».

2. C’è una tecnica nell’uso della invadente terminologia. Essa deve avvicinarsi il più possibile al rischio, al colpo sovversivo, al rovesciamento di qualcosa. La tecnica risulta «felice» quando fa sbalordire, produce i crampi, mette in stato di depressione coloro che ancora usano nelle scienze teologiche i termini: definizione, proposizione, sostanziale, materiale, formale, efficiente, per sé, per accidens… Evidentemente la fatica di tanti secoli per mettere nelle mani della Teologia termini sicuri, irreversibili, indeformabili, delimitati per ogni verso, allo scopo di salvaguardare la proprietà e la chiarezza delle idee, è stata fatica inutile. La questione è di sapere se ancora ci si tenga alle idee e se ancora in molte teste ci siano idee. Spesso si ha la impressione che alle idee vengano sostituite le emozioni e gli stati d’animo. Tutto questo i nostri lettori potranno verificarlo in libri e riviste che hanno tra mano. È così che con alcune decine di termini e di frasi fatte è possibile parlare di ogni argomento teologico, fare messaggi, prediche … Tanto più che quanto accade in teologia, accade in filosofia, in sociologia, in politica… Si dirà che chi legge o ascolta simili divagazioni, non sempre al corrente del fluidissimo significato di termini e frasi, stenterà a capire. Ciò sarebbe naturale, ma spesso non è affatto naturale, perché tra gli ideali massimi del nostro «momento di civiltà » c’è quello di pensare solo quello che pare e piace. E il modo più adatto per permettere a chi legge o ascolta, di pensare ciò che più gli pare e piace è quello di scrivere e parlare nel modo sopraddetto. Quasi più nessuno vuole «impegni» con la verità immutabile. Per tutto questo abbiamo sopra parlato di «illusione».

3. La teologia e la filosofìa del linguaggio dimostrano e circoscrivono uno degli aspetti più scadenti della nostra idolatrata cultura. Noi siamo arrivati al pieno «nominalismo». Trattiamo il linguaggio come se esso non avesse più una sostanza, fondamento, una obbiettiva giustificazione, insomma un significato. È il risultato di un processo storico di cultura, che ha radici lontane. La sostituzione dell’oggetto col soggetto fu fatta da un tale ben noto al principio del decimosesto secolo. Cominciò allora il processo di un graduale assorbimento ed annichilimento dell’oggetto nel soggetto. Grande cosa! Quel «tale» però fece la confusione dell’oggetto col soggetto unicamente perché ciò serviva a lui per risolversi un problema personale; questione, adunque, di comodo. – Sono passati quattro secoli ed in essi si sono allineati nomi ritenuti grandi a sostenere le aste di un simile baldacchino. La finale ci riporta al principio: il nominalismo odierno fa lo stesso servizio che faceva quasi cinque secoli innanzi. Nessuno vorrà negare che la teoria hegeliana, ad esempio, col suo metodo sempre vivo ed imperante, è comodissima per farsi una verità di comodo, una morale di comodo, una politica di comodo e così via. La grandiosità storica di tutto un periodo di cultura arriva a questo punto. – Quanto detto in questo capitolo va completato con quanto si trova al capitolo III e IV.

II

I «contenuti» eliminati dal silenzio

1. Un sistema più facile e meno dispendioso per eliminare sacri «contenuti» della nostra Fede è quello del silenzio. Ossia ci sono verità anche «capitali» delle quali da troppi non si parla più. Il silenzio, oltre la restante confusione, eliminerà, se non si provvede a tempo, un parte, forse tutto il patrimonio cristiano dal consenso dei fedeli. – Questo silenzio non sempre è deliberato e cosciente e si può ammettere che molti seguano la folla e la moda, senza rendersi ben conto di quello che fanno. La nostra lettera è diretta a loro soprattutto, perché si sveglino a tempo. Una cosa è certa: il silenzio su qualche parte del «contenuto» della Divina Rivelazione dimostra la vera mancanza di logica. Infatti tale è la coerenza della nostra Fede che, sgranato un punto, tutto deve cadere! – Il silenzio diventa grave e progressivo. Infatti si estende per la forza di imitazione, che seduce gli uomini. – Questa eliminazione di verità fondamentali si attua a mezzo di una congiura del silenzio, si direbbe furbescamente organizzata e saggiamente orchestrata, con l’impiego di tutti i mezzi che distraggono,  impauriscono, addormentano gli uomini. – Non illudiamoci: esiste gente che può e che vuole la distruzione del Cristianesimo. Questa gente che ritiene fastidiosissimo il Cristianesimo deve sapere che nel caso la operazione migliore è la operazione «indolore», quella del silenzio. Vien fatto di sospettare, esaminando anche la editoria detta cattolica (che sfugge spesso al controllo dei Vescovi) come le altre «operazioni» sui «contenuti» sono in realtà in funzione della «operazione silenzio». In tutte queste operazioni gira troppo danaro. Si comincia col far tacere qualche registro dell’organo, poi si aumenta la chiusura fino ad arrivare all’ultima parte che è quella in cui è tolto il fiato alle trombe! La  «operazione silenzio» è tale che permette di trovare soldati di ventura anche dove non si crederebbe. E dunque una questione grossa. Evidenziamo alcuni punti circa i quali è più acuta la «operazione silenzio». – Vorremmo, prima di addivenire a singoli punti d’esame, notare che è giusto ed esatto dover essere la predicazione anzitutto biblica. Ma sarebbe grave errore pastorale puntare su una predicazione esclusivamente biblica. Ciò perché esistono la Tradizione Divina, la prassi, gli esempi, gli strumenti della santità (stupendo commento alla Parola di Dio); perché ci sono verità ed applicazioni che debbono essere attinte a diverse fonti; perché una predicazione esclusivamente biblica difficilmente potrebbe essere sistematica e non si servirebbe probabilmente della parte speculativa teologica. Senza conoscenza di teologia speculativa nessuno può riuscire a spiegare quello che dei dogmi è spiegabile, sia ai dotti che agli indotti. La  Teologia speculativa, necessaria alla Pastorale, è oggi oggetto forse primario della operazione silenzio. – Oggetto del silenzio è la parte fondamentale, dimostrativa della verità e validità della Divina Rivelazione. La si chiamava «Teologia Fondamentale». Per esse si seguiva e tuttavia si segue, ove la ragione prevale ancora, la linea logica. Era: la dimostrazione della storicità dei documenti coi quali si accerta il fatto storico di Cristo, nonché delle prove da Lui addotte per dare garanzia della verità rivelata. Era la b ricostruzione storica della Sua opera, da Lui fondata, la Sua Chiesa. Era, su tali fondamenti, la ricostruzione degli elementi da Lui lasciati come fonti della Rivelazione e come argomenti probanti le verità dottrinali e pratiche. – Da tutto questo e su un formidabile basamento storico emerge il Cristo Dio, la Sua Chiesa; emergono le fonti della Rivelazione, il Magistero infallibile ed autentico. In tal modo lo spirito critico di chi voleva sapere se «poteva» credere e se «doveva credere» a Cristo arrivava al cosiddetto giudizio di credibilità e di credendità. L’atto di Fede lo si fa per la grazia di Dio, ma alle soglie dell’atto di Fede, con certezza poteva spingersi la ricerca razionale. Di questo non si sente quasi più parlare. – Aveva cominciato anni or sono qualcuno a schernire la Apologetica». Oggi lo scherno è forse finito, ma per molti è calato il silenzio. Eppure lo spirito critico degli uomini, la loro ricerca, per convincersi che possono e debbono credere, non sono finiti. La ragione per la quale molti non praticano è perché non sentono più corrisposte, dalla catechesi corrente, le certe ragioni per le quali possono credere. – Oggi, andando completamente al di fuori della tradizione cattolica e, non meno, della metodologia scientifica, si cercherà di sgretolare in modo demoniaco punto per punto gli elementi coi quali si risponde allo spirito critico dei contemporanei. Per questo motivo si erode la storicità dei Vangeli; saltando a piè pari il fatto che sulla storicità dei medesimi rendono testimonianza gli elementi del primo secolo e dimenticando che la critica interna deve seguire e non precedere la critica esterna. Contemporaneamente si demolisce la teologia fondamentale dei poveri, che è costituita dalla presenza della Vergine Santissima e dei Santi; si bandiscono dalle Chiese e si dimentica che il popolo bene spesso crede in Dio perché crede nella intercessione e questa accoglie perché crede nei miracoli della Vergine, dei Santi, dei loro santuari, etc. Si tratta di una logica certamente semplificata, ma che contiene una sostanza perfettamente valevole e concludente. Chiediamo: che cosa si è sostituito alla dimostrazione storica della verità di Cristo?

Il silenzio convince nessuno.

2. Altra eliminazione col silenzio viene fatta circa la impostazione fondamentale della vita umana. Ognuno ha il diritto di chiedersi perché io sono in questo mondo, perché nasco, muoio e debbo conoscere tra queste due parentesi l’indeclinabile dolore? In un procedimento razionale (quello che si conviene ad uomini intelligenti) la soluzione di questo problema, per sé, non segue l’idea religiosa, ma la precede. Infatti, se uno avesse sufficientemente deciso di trovarsi a caso in questo mondo e di non avere un preciso e valido fine per la propria vita, sarebbe difficile convincerlo che deve avere la Religione. – Molti hanno eliminato la meditazione del fine persino dagli esercizi spirituali, sostituendola, magari, con acconce discussioni sul sesso. Si tratta di una verità che fa da travatura portante – come le altre che qui recensiamo – e la mancanza di travature portanti è talmente avvertita dal popolo, e massimamente dai giovani, che hanno crescente disgusto della predicazione. – Il tracciato base sta nella idea della finalità della vita. Guai a trascurarlo!

3. La congiura del silenzio raggiunge una capacità addirittura ferina a proposito dei Novissimi. Sono le ultime verità: morte, giudizio, Inferno e Paradiso. Questa congiura è sconcertante. Qando taluni aprono bocca sullo scottante argomento è per dire che l’Inferno è solo uno spauracchio, che – anche se c’è – nessuno ci va: testi nei quali è chiaramente portato dalla Rivelazione sono di dubbia autenticità etc. L’Inferno c’è chiarissimo nella sacra Scrittura e nella Tradizione ed ha questa grande interessante diversità dal Paradiso: che mentre per andare in Paradiso bisogna crederci, per andare all’Inferno non occorre affatto crederci. La mancanza di Fede diventa una facilitazione. Pensare che, se non esistesse l’Inferno, noi non troveremmo più il bandolo per la Provvidenza, per la legge, per la moralità, per la giustizia, per la caduta dell’uomo, per la Incarnazione, per la Redenzione… Qui la concatenazione è troppo grave e fermamente cogente!

4. La eliminazione dei Novissimi porta in modo logico alla disintegrazione di tutta la morale con conseguenze tali da annullare ogni Traccia di umano e da rendere addirittura stupido il timore di qualunque peccato. Infatti si è cominciato su questa via di perdizione. Si è scritto – Dio perdoni! – che la masturbazione non è peccato, che le esperienze totali prematrimoniali non sono più peccato, che pertanto è logico e consigliabile il libero amore, che siamo pienamente arbitri di aprire a piacimento e di chiudere altrettanto a piacimento la via della vita… questo è poco, perché, arrivati alla negazione dei Novissimi, non si capisce che senso abbiano l’onore, la lealtà, la giustizia, la solidarietà, la sociologia, l’amore e quanto si può pensare… Se l’Inferno non esiste (e poiché esiste contiene la privazione della gloria e quindi della grazia), vien fatto di domandarsi per quale motivo ci sarebbe stata la Incarnazione del Verbo.

5. È lecito e forse molto utile chiedersi se la congiura del silenzio circa una parte della dottrina cristiana, oltre ad avere come fine ultimo – si è detto – la distruzione del Cristianesimo, non abbia anche qualche fine mediato. Ecco perché facciamo questa domanda. Ci è occorso di avere tra mani una lettera di un illustre Vescovo d’oltralpe, diretta ad un teologo, nella quale si chiedeva allo stesso di spiegarsi chiaro circa la divinità di Cristo, dato che un suo modo di esprimersi in una assemblea lasciava dubbi su un dogma fondamentale del Cristianesimo. Abbiamo pure tra mani la risposta del nominato teologo per nulla soddisfacente. L’episodio è un sintomo rivelatore: il centro dell’attacco è la divinità di Cristo. Senza di essa non esiste il Cristianesimo. Non per nulla, quando al secolo quarto ci si accorse che la Chiesa superava ormai le persecuzioni e poteva ormai procedere vittoriosa in mezzo al già fatiscente impero greco-romano, si negò il dogma della divinità di Cristo. Era l’assalto diretto e disperato. L’eresia era certamente antitrinitaria, ma era antitrinitaria perché negava la divinità del Verbo incarnato.La straordinaria grandezza del Concilio di Nicea (325) sta nel fatto che non solo affermò la divinità del Verbo contro le varie e ramificate negazioni della prima generazione ariana; ma che prevalse decisamente e definitivamente contro l’impressionante riflusso di tali errori alla fine del IV secolo (come ci attestano molti Padri del tempo, e in particolare S. Girolamo) culminato al Concilio, non ecumenico, di Rimini (359) causato da molteplici debolezze. Tale vittoria della verità cattolica rimane ammonizione a tutti i tempi. Il silenzio tenuto da molti sulla Vergine Santissima, sugli Angeli, sui santi e sulla controfigura dei demoni, è la preparazione del silenzio intorno a Nostro Signore Gesù Cristo.Naturalmente l’iconoclastia, quella per cui si cacciano le sacre immagini, ormai dilagante, è una forma di silenzio artefatto. Ma ha tutta la logica di questo colpevole e distruttore silenzio. Vorremmo si notasse che non abbiamo recensito tutti i punti sui quali si tace; abbiamo soltanto esemplificato, richiamando l’attenzione sulle più gravi lacune dovute al silenzio.

6. Ci sono le forme maggiormente colpevoli del silenzio. Bisogna enumerare le principali. Il silenzio comincia a gravare sulla intera catechesi. Perché viene disertata e perché spesso si creano le premesse da questa diserzione. Intanto la «omelia» difficilmente assolve a compito di una formazione sistematica, anche se rimane la prima forma di sacra predicazione ed anche se, con taluni accorgimenti può essere abbastanza piegata a divenire maggiormente una sistematica esposizione della Dottrina. Non è questo il momento di parlare degli accorgimenti a tale scopo. In secondo luogo la catechesi propriamente detta «degli adulti» era legata ad una più seria coscienza del dovere di santificare la festa. Era legata non meno a pratiche liturgiche (il Vespro e la Ufficiatura) e paraliturgiche od extra liturgiche. Si direbbe che in questi ultimi anni i Vespri, la Benedizione col Santissimo Sacramento, il Santo Rosario, la Via Crucis etc. abbiano subito un notevole collasso. Noi abbiamo sempre detto e ripetuto che ove fossero cadute la altre pratiche di pietà in breve volgere di tempo sarebbe svanita la coscienza del dovere, la devozione, il sacro sentimento verso la Santa Messa. Per salvare questa, occorre salvare tutto il resto. – Ma, diminuite le pratiche sacre, è diminuita la catechesi degli adulti. Forse per talune località sarebbe meglio dire che può essere grave e,, se la misuriamo nelle conseguenze lontane, gravissima diminuzione catechetica. – Il catechismo dei fanciulli comincia a vacillare là dove è legato al solo giorno festivo: il giorno festivo è giorno di fuga da molti doveri. Ma comincia a svanire anche per la incertezza ingiustificata che grava sul testo del catechismo. Molti non sanno che i catechismi fino a questo momento approvati dalla competente Autorità Ecclesiastica conservano tutto il loro valore. Quando ci saranno nuove redazioni, migliori delle antiche, le adotteremo; ma intanto non condanniamo al «vuoto religioso» le generazioni che crescono. Conosciamo e lodiamo degni sforzi che si fanno per salvare gli Esercizi Spirituali nella loro forma e nel loro necessario contenuto. Ma sappiamo anche che molti Esercizi che diventano amene conversazioni, magari prolungate, sul sesso, che tacciono del tutto le verità fondamentali atte alla purificazione ed alla conversione della vita. – Abbiamo saputo di Sacre Missioni nelle quali nessuno ha parlato di peccato, morte, giudizio, Inferno e Paradiso. Non sappiamo su quale fondamento abbiano edificato questi stolti missionari. La predicazione in genere subisce la tentazione di adeguarsi a contenuti evanescenti, al tutto di dubbia ortodossia, di gerghi incomprensibili, di astrattismi intellettualistici. Crediamo che il peccato del silenzio macchi molte anime!

[Continua …]

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: DIUTURNUM ILLUD

è necessario pregare e supplicare Dio, affinché pieghi le menti di tutti alla onestà ed alla verità, plachi le ire, e restituisca alla terra la tanto sospirata pace e la tranquillità ”…

… è questo il messaggio che il Santo Padre S. S. Leone XIII, pone a suggello di questa Enciclica che rappresenta un faro di dottrina e di incomparabile saggezza per illuminare le menti dei fedeli Cattolici. Questa esortazione è oggi ancor più vera e necessaria nella nostra Italia chiamata a “darsi un governo” [come dicono i novatori acattolici, eredi dei riformati]. Ai tanti Cattolici che si chiedono cosa e chi votare, rivolgiamo l’invito a meditare la lezione del Magistero Cattolico di sempre, quello contenuto in particolare in alcune lettere encicliche degli ultimi secoli, ad esempio di Papa Leone XIII o di S. Pio X, etc. e regolarsi di conseguenza!

Leone XIII

Diuturnum illud

Lettera Enciclica

Quella lunga e nefandissima guerra mossa alla divina autorità della Chiesa ha condotto al punto cui essa tendeva, vale a dire al comune pericolo della umana società e specialmente del civile principato, sul quale in gran parte poggia la pubblica salvezza. – Ciò che è accaduto in questo nostro tempo lo evidenzia in modo particolare. Infatti, oggi le passioni popolari rifiutano più audacemente che mai qualsiasi autorità di comando, ed è tanta dovunque la licenza, sono tanto frequenti le sedizioni e i tumulti, che coloro i quali reggono la cosa pubblica non solo si vedono spesso negata l’obbedienza, ma non vedono abbastanza tutelata la loro stessa incolumità personale. Da lungo tempo infatti si è operato in modo che essi venissero in dispregio e in odio alla moltitudine; ed all’erompere delle fiamme del concepito livore molte volte in breve spazio di tempo la vita dei principi, o con occulte insidie o con aperti assassinii, è stata esposta a morte. Fu presa testé d’orrore tutta Europa alla nefanda uccisione di un potentissimo Imperatore, e mentre sono ancora attoniti gli animi per l’enormità di tale misfatto, uomini perduti non hanno ritegno di lanciare pubblicamente minacce ed intimidazioni agli altri principi d’Europa. – Questi pericoli dei comuni interessi che Ci sono dinanzi agli occhi, Ci mettono gravemente in pensiero, in quanto vediamo quasi continuamente minacciate la sicurezza dei principi e la tranquillità dei regni, unitamente alla salute dei popoli. Tuttavia, però, la divina virtù della religione cristiana ha fornito alla cosa pubblica solidi fondamenti di stabilità e di ordine, non appena penetrò nei costumi e nelle istituzioni civili. Non piccolo né ultimo frutto di tale virtù è l’equo e sapiente temperamento dei diritti e dei doveri nei principi e nei popoli. Infatti, nei precetti e negli esempi di Cristo Signore è meravigliosa la virtù di moderare nel dovere tanto quelli che obbediscono quanto quelli che comandano, e di mantenere fra loro quel naturale accordo, quasi un’armonia di volontà, da cui nasce il tranquillo e imperturbato corso delle pubbliche cose. Pertanto, essendo Noi, per concessione di Dio, preposti a reggere la Chiesa cattolica, custode ed interprete delle dottrine di Cristo, giudichiamo essere dovere della Nostra autorità, Venerabili Fratelli, ricordare pubblicamente ciò che esige da ciascuno in questo genere di cose la Verità Cattolica; dal che emergerà anche per quale via ed in quale modo si debba in tanto pauroso stato di cose provvedere alla pubblica salute. – Quantunque l’uomo, spinto da una certa superbia e arroganza cerchi spesso di spezzare i freni del comando, tuttavia non arrivò mai a potere non obbedire a nessuno. Infatti, in qualunque società e comunità umana è necessario che alcuni comandino, affinché la società, priva del principio o del capo che la regge, non si sfasci e non sia impedita di conseguire quel fine per il quale si formò e si costituì. Però se non si poté arrivare ad eliminare il potere dal seno della società civile, furono certo adoperate tutte le arti per togliere ad esso forza e sminuirne la maestà, e ciò principalmente nel secolo XVI, quando una funesta novità di opinioni infatuò moltissimi. Da quel tempo, la moltitudine non solo volle dare a se stessa una libertà più ampia, che fosse di uguaglianza, ma sembrò anche voler foggiare a proprio talento l’origine e la costituzione della società civile. Anzi, moltissimi dei tempi nostri, camminando sulle orme di coloro che nel secolo passato si diedero il nome di filosofi, dicono che ogni potere viene dal popolo: per cui coloro che esercitano questo potere non lo esercitano come proprio, ma come dato a loro dal popolo, e altresì alla condizione che dalla volontà dello stesso popolo, da cui il potere fu dato, possa venire revocato. Da costoro però dissentono i Cattolici, i quali fanno derivare da Dio il diritto di comandare come da naturale e necessario principio. – Importa però notare qui che coloro i quali saranno preposti alla pubblica cosa, in talune circostanze possono venire eletti per volontà e deliberazione della moltitudine, senza che a ciò sia contraria o ripugni la dottrina cattolica. Con tale scelta tuttavia si designa il principe, ma non si conferiscono i diritti del principato: non si dà l’imperio, ma si stabilisce da chi deve essere amministrato. Né qui si fa questione dei modi del pubblico reggimento, poiché non vi è alcuna ragione perché la Chiesa non approvi il principato d’uno o di molti, purché esso sia giusto e rivolto al comune vantaggio. Pertanto, salva la giustizia, non s’impedisce ai popoli di procurarsi quel genere di reggimento che meglio convenga alla loro indole, o alle istituzioni ed ai costumi dei loro maggiori. – Del resto, per quel che riguarda la potestà di comandare, la Chiesa rettamente insegna che essa proviene da Dio; infatti essa trova apertamente attestato ciò nelle sacre Lettere e nei monumenti della cristiana antichità, né inoltre si può escogitare alcuna altra dottrina che sia più conveniente alla ragione e più consentanea alla salute dei principi e dei popoli. – Infatti i libri del Vecchio Testamento in molti luoghi chiarissimamente confermano che in Dio è la fonte della umana potestà. “Per me i re regnano…, per me i principi comandano e i potenti amministrano la giustizia” (Pr VIII,15-16). E altrove: “Date ascolto, voi che reggete le nazioni… poiché da Dio vi è data la potestà e dall’Altissimo la virtù” (Sap VI,3-4). Il che è contenuto anche nel libro dell’Ecclesiastico: “A ciascuna gente Iddio prepose il reggitore” (Sir XVII,14). Nondimeno queste cose che gli uomini avevano appreso da Dio, a poco a poco le disimpararono per la pagana superstizione. Questa, come corruppe le vere specie delle cose e moltissime nozioni, così corruppe anche la forma genuina e la bellezza del principato. Poi, quando risplendette il Vangelo cristiano, la vanità cedette alla verità, e nuovamente cominciò a brillare quel nobilissimo e divino principio da cui emana ogni autorità. Al Governatore romano, il quale credeva di avere ed ostentava la potestà di assolvere e di condannare, Cristo Signore rispose: “Non avresti alcuna potestà contro di me, se ciò non ti fosse dato dall’alto” (Gv XIX,11). Sant’Agostino, spiegando questo passo, “Impariamo, scrive, ciò che egli disse, e ciò che insegnò anche per bocca dell’Apostolo, che non esiste potestà se non da Dio” . Infatti la incorrotta voce degli Apostoli fu sempre come un’immagine della dottrina e dei precetti di Gesù Cristo. Ai Romani, sudditi di principi pagani, Paolo propone questa sublime e gravissima sentenza: “Non esiste potestà se non da Dio”, e da tale principio conclude: “Il principe è ministro di Dio” (Rm III,1.4). – I Padri della Chiesa professarono e si sforzarono di diffondere tale dottrina, alla quale erano stati educati. “Non attribuiamo, dice Sant’Agostino, la potestà di dare regno ed impero se non al vero Dio” . In linea con lo stesso pensiero, San Giovanni Crisostomo dice: “Che vi siano i principati e che alcuni comandino ed altri siano soggetti, e che tutto non vada a caso e in disordine… dico essere opera della divina sapienza” . Questo stesso concetto attestò San Gregorio Magno dicendo: “Confessiamo che la potestà agl’imperatori ed ai re è data dal cielo” . Anzi, i santi Dottori presero ad illustrare questi stessi precetti anche col lume naturale della ragione, affinché anche a quelli che hanno per guida la sola ragione, essi apparissero del tutto retti e veri. In verità la natura, o meglio l’Autore della natura, Dio, impone agli uomini di vivere in società; il che è luminosamente dimostrato e dalla facoltà di conversare, che è la più grande conciliatrice della società, e da moltissime innate tendenze dell’anima e dalla necessità di molte e grandi cose, che gli uomini solitari non possono conseguire, e che uniti ed associati agli altri conseguono. Ora poi non può né esistere né concepirsi una società, in cui qualcuno non temperi le volontà dei singoli, in modo da formare di tutte una cosa sola, e rettamente le diriga al bene comune. Dunque Dio volle che nella civile società vi fossero coloro che comandassero alla moltitudine. Ed è inoltre assai importante che coloro dalla cui autorità la cosa pubblica è amministrata possano obbligare i cittadini ad obbedire, e che il non obbedire sia peccato per questi. Nessun uomo però ha in sé o da sé di che potere con siffatti vincoli di comando legare la libera volontà degli altri. Soltanto a Dio, creatore e legislatore di tutte le cose, appartiene questo potere: e quelli che lo esercitano lo debbono esercitare come trasmesso loro da Dio. “Uno solo è il legislatore e il giudice che può perdere e liberare” (Gc IV,12). Il che si avvera ugualmente in ogni genere di potere. Quello che è nei sacerdoti è tanto noto che viene da Dio, che questi presso tutti i popoli sono ritenuti e chiamati ministri di Dio. Similmente la potestà dei padri di famiglia reca espressa in sé una certa effigie e forma dell’autorità di Dio “da cui ogni paternità prende nome in cielo e in terra” (Ef III,15). In tal modo i diversi generi di potestà hanno tra loro mirabili somiglianze, in quanto qualsivoglia forma di comando e di autorità trae origine dall’unico e stesso Autore e Signore che è Dio. – Coloro i quali pretendono che la società civile sia nata dal libero consenso degli uomini, derivando dallo stesso fonte l’origine della stessa potestà, dicono che ciascun uomo cedette una parte del suo diritto, e volontariamente tutti si diedero in potere di colui nel quale fosse accumulata la somma dei loro diritti. Ma è grande errore non vedere ciò che è manifesto, cioè che gli uomini non essendo una razza selvatica, indipendentemente dalla loro stessa libera volontà sono portati dalla natura alla socievole comunanza; inoltre, il patto di cui si parla è manifestamente fantastico e fittizio e non vale a dare alla potestà politica tanta forza, dignità e stabilità quanta ne richiedono la tutela della pubblica cosa e i comuni vantaggi dei cittadini. Il principato avrà tutte queste qualità e tutti questi presidi soltanto se si comprenderà che esso deriva dall’augusto e santissimo fonte che è Dio. – Non si può trovare nessuna affermazione che sia non solo più vera, ma anche più vantaggiosa. Infatti, la potestà dei reggitori civili, essendo quasi una comunicazione della potestà divina, acquista di continuo, per questo stesso motivo, una dignità maggiore della umana: non già quella empia e grandemente assurda cercata un tempo dagli imperatori pagani, che si arrogavano onori divini, ma quella vera e solida, avuta quasi per dono e beneficio divino. Per cui sarà necessario che i cittadini siano soggetti ed obbedienti ai principi come a Dio, non tanto per timore delle pene quanto per ossequio alla maestà, non già per motivo di adulazione, ma per coscienza di dovere. Con che l’impero starà molto più stabilmente collocato nel suo grado. Infatti i cittadini, sentendo la forza di questo dovere, debbono necessariamente aborrire dalla nequizia e dall’arroganza, persuasi, come debbono essere, che chi resiste alla potestà politica, resiste alla volontà divina; che chi rifiuta onore ai principi, lo rifiuta a Dio stesso. – In questa dottrina l’Apostolo Paolo erudì specialmente i Romani, ai quali sulla riverenza che si deve ai principi scrisse con tanta autorità e tanto peso da non potersi concepire nulla di più grave. “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite, poiché non c’è autorità se non da Dio, e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna… Perciò è necessario stare sottomessi non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza” (Rm XIII,1.2.5). Consentanea a questa è la preclara sentenza del Principe degli Apostoli Pietro: “State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni, perché questa a la volontà di Dio” (1Pt II,13-15). – Una sola ragione possono avere gli uomini per non obbedire: qualora cioè si pretenda da essi qualche cosa che ripugni apertamente al diritto naturale e divino, in quanto ogni volta in cui si vìola la legge di natura e la volontà di Dio è ugualmente iniquo tanto comandare ciò, quanto eseguirlo. Se a qualcuno dunque avvenga di trovarsi costretto a scegliere fra queste due cose, vale a dire se disprezzare i comandi di Dio o quelli dei principi, sappia che si deve obbedire a Gesù Cristo, il quale comandò di rendere “a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio” (Mt XXII,21) e sull’esempio degli Apostoli deve coraggiosamente rispondere: “È doveroso obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At V, 29). Né tuttavia coloro che in tal modo si comportano sono da accusare di aver mancato all’obbedienza, poiché se il volere dei principi ripugna al volere e alle leggi di Dio, essi stessi eccedono la misura della loro potestà e pervertono la giustizia: né in tal caso può valere la loro autorità, la quale è nulla quando non vi è giustizia. – Perché poi nella potestà si mantenga la giustizia, importa grandemente che coloro i quali amministrano le città intendano che il potere di governare non è dato per il loro privato vantaggio, e che l’amministrazione della cosa pubblica si deve condurre a favore di quelli che sono affidati ad essa, non già di coloro a cui essa è affidata. I principi prendano esempio da Dio ottimo massimo, dal quale è concessa ad essi l’autorità; proponendo a se stessi, nell’amministrare la cosa pubblica, l’immagine di Lui, presiedano al popolo con equità e fede: anche nell’usare quella paterna severità che è necessaria, adoperino la carità. Per questo motivo nelle sacre carte essi sono ammoniti di dovere un giorno rendere conto al Re dei re ed al Signore dei dominatori; se avranno mancato al loro dovere, non potranno in alcun modo sfuggire alla severità di Dio. “L’Altissimo interrogherà le opere vostre e scruterà i pensieri, poiché essendo voi ministri del suo regno, non giudicaste rettamente… spaventosamente e presto Egli vi apparirà, poiché un giudizio durissimo sarà fatto a quelli che comandano… Infatti Dio non risparmierà la persona di alcuno, né avrà timore della grandezza di chicchessia, giacché il piccolo e il grande sono opera sua ed Egli ha ugualmente cura di tutti. Ai più forti è riservato un tormento più forte” (Sap VI,4-8). – Se questi precetti tutelano la cosa pubblica, vengono eliminati tutti i motivi e i desideri di sedizioni; saranno posti al sicuro l’onore e l’incolumità dei principi, la quiete e la salute delle città. Si provvede ottimamente anche alla dignità dei cittadini, ai quali nell’obbedienza stessa è dato conservare quel decoro che è consentaneo al grado dell’uomo. Infatti essi comprendono che innanzi al giudizio di Dio non esiste né lo schiavo, né il libero, e che il Signore è uno solo per tutti, ricco “verso tutti quelli che lo invocano” (Rm X,12), e che quindi essi sono soggetti ed obbediscono ai Principi, perché questi portano in certo modo l’immagine di Dio, “servendo il quale si regna”. – La Chiesa poi ai adoperò sempre affinché questa forma cristiana della civile potestà non solo entrasse nelle menti, ma anche fosse espressa nella vita pubblica e nei costumi dei popoli. Finché al governo della cosa pubblica sedettero gl’imperatori pagani, i quali erano impediti dalla superstizione di elevarsi a questa forma d’impero che abbiamo delineato, la Chiesa cercò d’instillarla nelle menti dei popoli, i quali appena ricevevano le istituzioni cristiane dovevano tosto informare ad esse la loro vita. Perciò i pastori delle anime, rinnovando gli esempi dell’Apostolo Paolo, con somma cura e diligenza usarono comandare ai popoli “di essere sottomessi e di obbedire ai magistrati e alle autorità” (Tt III,1), e similmente di pregare Dio per tutti gli uomini, ma specialmente “per i re, e per tutti coloro che stanno al potere: questa è una cosa gradita al cospetto di Dio, nostro Salvatore” (Rm II,1-3). A questo proposito gli antichi Cristiani ci lasciarono chiarissimi documenti. Essi, sebbene fossero ingiustamente e crudelissimamente perseguitati dagli imperatori pagani, tuttavia non cessarono mai di essere loro obbedienti e sottomessi, in modo che sembravano gareggiare gli uni in crudeltà, gli altri in ossequio. Questa modestia degli antichi Cristiani, questa certa volontà di obbedire era talmente nota, che non poteva essere messa in dubbio da nessuna calunnia e malizia dei nemici. Per la qual cosa, coloro che pubblicamente dovevano perorare presso gl’imperatori in favore del nome cristiano, adoperavano specialmente questo argomento per dimostrare essere ingiusto che le leggi perseguitassero i cristiani, i quali, come tutti sapevano, vivevano nella scrupolosa osservanza delle leggi. Così Atenagora coraggiosamente diceva a Marco Aurelio Antonino ed a suo figlio Lucio Aurelio Commodo: “Voi lasciate che noi, che non facciamo nulla di male, anzi… ci comportiamo più piamente e più giustamente di ogni altro, sia verso Dio, sia verso il vostro impero, siamo perseguitati, spogliati, scacciati” . Parimenti Tertulliano lodava apertamente i Cristiani come i migliori e più sicuri amici dell’Impero: “Il Cristiano non è nemico di alcuno, neanche dell’Imperatore, che sa essere stato costituito dal suo Dio: quindi è necessario che lo ami, lo riverisca, lo onori e lo voglia salvo, con tutto il romano impero” . Né si faceva scrupolo di affermare che entro i confini dell’impero tanto più scemava il numero dei nemici, quanto più cresceva quello dei Cristiani. “Ora avete pochi nemici dato il grande numero di Cristiani; infatti avete quasi tutti cittadini cristiani in quasi tutte le città” . Della stessa cosa si ha anche una preclara testimonianza nella Epistola a Diogneto, la quale conferma che i cristiani in quel tempo non solo erano soliti obbedire alle leggi, ma in ogni specie di dovere facevano più e con più perfezione di quanto dalle leggi stesse erano obbligati. “I cristiani obbediscono alle leggi che sono sancite, e col loro genere di vita superano le stesse leggi”. – Diversamente però andavano le cose quando dagli editti degl’Imperatori e dei Pretori veniva loro minacciosamente imposto di apostatare dalla fede cristiana o di mancare in qualsiasi altro modo al loro dovere. In tali casi essi vollero certamente piuttosto dispiacere agli uomini che a Dio. – Ma anche in queste circostanze era tanto lontana da loro l’idea di fare alcunché di sedizioso o di disprezzare la maestà imperiale, che si limitavano ad una sola cosa, cioè a confessare di essere Cristiani e di non volere in alcun modo tradire la loro fede. Del resto non macchinavano alcuna resistenza, ma placidamente ed allegramente si portavano al cavalletto del carnefice in modo che la grandezza dei tormenti era inferiore alla grandezza del loro animo. Né diversamente in quegli stessi tempi la forza delle dottrine cristiane fu efficace nella milizia. Infatti era costume del soldato cristiano di accoppiare una somma fortezza con un sommo amore della disciplina militare, ed aggiungere all’altezza del coraggio una fedeltà incrollabile verso il principe. Per contro, se si pretendeva da lui qualche cosa che non fosse onesta, come violare i diritti di Dio, o rivolgere il ferro contro gl’innocenti discepoli di Cristo, allora egli rifiutava di eseguire l’ordine e preferiva abbandonare la milizia e morire per la religione, piuttosto che resistere con sedizioni e tumulti alla pubblica autorità. – Dopo che gli Stati ebbero principi cristiani, la Chiesa insistette maggiormente nell’affermare e nel predicare quanto fosse inviolabile l’autorità dei governanti; dal che doveva avvenire che ai popoli, quando pensavano al principato, veniva alla mente una specie di maestà sacra che li spingeva a nutrire verso i principi maggiore riverenza ed amore. E perciò sapientemente provvide, affinché i re fossero solennemente consacrati, come per comando di Dio era stabilito nell’Antico Testamento. – Quando poi la società civile, come suscitata dalle rovine dell’impero romano, risorse alla speranza della cristiana grandezza, i Pontefici Romani, istituito il sacro impero, consacrarono in modo singolare il potere politico. Una nobiltà grandissima si aggiunse con ciò al principato; né è da porsi in dubbio che questa pratica avrebbe sempre grandemente giovato alla società religiosa e civile se i principi ed i popoli avessero sempre avuto mire uniformi a quelle della Chiesa. E infatti le cose rimasero tranquille ed abbastanza prospere, finché fra i due poteri durò una concorde amicizia. Se i popoli, tumultuando, peccavano, la Chiesa, pronta conciliatrice di tranquillità, richiamava tutti al dovere, e frenava le violente cupidigie, in parte con la dolcezza, in parte con l’autorità. Similmente, se nel governo peccavano i principi, allora essa andava dinanzi ai medesimi, e ricordando loro i diritti, le necessità, i giusti desideri dei popoli, li persuadeva alla equità, alla clemenza, alla benignità. In tal modo, spesse volte furono rimossi i pericoli di tumulti e di guerre civili. – Al contrario, le dottrine inventate dai moderni circa la potestà politica recano già grandi calamità agli uomini, ed è da temere che apportino per l’avvenire mali estremi. Infatti, il non volere che il diritto di comandare derivi da Dio, altro non è che volere strappare dal potere politico il migliore splendore e privarlo delle sue forze maggiori. Quando poi lo fanno dipendere dall’arbitrio della moltitudine, asseriscono in primo luogo una fallace opinione, e in secondo luogo pongono il principato su un fondamento troppo leggero ed instabile. Conseguentemente, le passioni popolari, aizzate e stimolate da siffatte opinioni, insorgeranno più audacemente, e con grande rovina per la cosa pubblica trascenderanno in ciechi tumulti ed aperte sedizioni. Infatti, dopo la cosiddetta Riforma, i cui promotori e capi combatterono radicalmente con nuove dottrine la potestà sacra e civile, repentini tumulti ed audacissime ribellioni seguirono specialmente in Germania, e ciò con tanta deflagrazione di guerra civile e con tanta strage, che pareva non ci fosse alcun luogo immune da tumulti insanguinati. Da quella eresia ebbero origine nel secolo passato la falsa filosofia, quel diritto che chiamano nuovo, la sovranità popolare e quella trasmodante licenza che moltissimi ritengono la sola libertà. Da ciò si è arrivati alle finitime pesti che sono il Comunismo, il Socialismo, il Nichilismo, orrendi mali e quasi sterminio della società civile. Eppure molti si sforzano grandemente di diffondere la violenza di tanti mali, e con il pretesto di alleviare la moltitudine suscitano grandi incendi e rovine. Queste cose che ora ricordiamo non sono né ignote né molto lontane. – Quello, poi, che è anche più grave, è dato dal fatto che i principi non hanno rimedi efficaci, in mezzo a tanti pericoli, per ristabilire la pubblica disciplina e per pacificare gli animi. Si muniscono dell’autorità delle leggi e credono di potere con la severità delle pene, contenere coloro che turbano l’ordine pubblico. Sta bene, tuttavia è necessario considerare seriamente che nessuna pena sarà mai sufficiente per potere, essa sola, conservare gli Stati. Infatti, il timore, come lucidamente insegna San Tommaso, “è debole fondamento, poiché coloro che sono sottomessi per timore, se si presenta un’occasione nella quale possono sperare l’impunità, insorgono contro i capi tanto più aspramente quanto più erano tenuti a freno controvoglia dal solo timore”. Inoltre, “a causa dell’eccessivo timore molti cadono nella disperazione, e la disperazione spinge a tutti i più temerari attentati” . Quanto ciò sia vero, abbiamo sufficientemente provato con l’esperienza. Pertanto è necessario trovare una più alta ed efficace ragione di obbedire e stabilire assolutamente che non può essere fruttuosa la stessa severità delle leggi, se gli uomini non sono spinti dal dovere e mossi dal timore salutare di Dio. Ciò poi può essere soprattutto ottenuto dalla religione, la quale con la sua forza influisce sugli animi, e piega le stesse volontà degli uomini affinché obbediscano ai reggitori non soltanto con l’ossequio, ma altresì con la benevolenza e con la carità, che sono in ogni società umana la migliore custode della incolumità. – Per la qual cosa è da ritenere che i Romani Pontefici abbiano ottimamente provveduto ai comuni vantaggi, perché continuamente si preoccuparono di abbattere i superbi ed irrequieti spiriti dei Novatori, e spessissimo ammonirono quanto questi siano pericolosi anche alla società civile. A questo proposito è degno di essere ricordato il pensiero di Clemente VII espresso a Ferdinando Re di Boemia e di Ungheria: “In questa causa della fede sono racchiuse anche la dignità e l’utilità tua e quella degli altri principi, in quanto essa non può venire sradicata senza trascinare con sé la rovina delle cose vostre; il che chiarissimamente in alcuni codesti luoghi si è veduto”. Nella stessa materia risplendettero la somma provvidenza e la fortezza dei Nostri Predecessori, specialmente di Clemente XI, Benedetto XIV, Leone XII, i quali – quando serpeggiava nei tempi successivi la peste delle prave dottrine, e l’arroganza delle sette andava crescendo – si adoperarono con la loro autorità a chiudere loro l’accesso. Noi stessi abbiamo parecchie volte denunciato quanti gravi pericoli sovrastino, e nel tempo stesso abbiamo indicato quale sia la maniera migliore per allontanarli. Ai principi ed agli altri reggitori della cosa pubblica offrimmo il presidio della religione, ed esortammo i popoli a servirsi abbondantemente della larghezza dei sommi beni forniti dalla Chiesa. Ora Noi cerchiamo che i principi intendano l’importanza e la necessità di questo presidio, loro nuovamente offerto, e del quale nessuno è più valido; caldamente li esortiamo nel Signore affinché tutelino la religione e, ciò che interessa anche allo Stato, lascino che la Chiesa goda di quella libertà di cui senza ingiuria e senza comune detrimento non può essere privata. La Chiesa di Cristo non può certamente essere né sospetta ai principi, né invisa ai popoli. Essa invita i principi a seguire la giustizia, e a non deviare giammai dal dovere, ma nello stesso tempo rafforza, e con molti mezzi aiuta, la loro autorità. Essa riconosce le cose che si riferiscono all’ordine civile, e dichiara che appartengono alla potestà e al supremo imperio dello stesso. Nelle cose il cui giudizio, sebbene per diversa ragione, appartiene alla sacra ed alla civile potestà, la Chiesa vuole che esista fra ambedue la concordia, mercé la quale si evitino all’una ed all’altra funesti dissidi. Per ciò che riguarda i popoli, la Chiesa è nata per la salute di tutti gli uomini: essa li amò sempre come una madre. – È essa, certamente, che con la sua carità infuse negli animi la mansuetudine, la mitezza dei costumi, l’equità delle leggi; giammai nemica della onesta libertà, detestò sempre il dominio della tirannia. Sant’Agostino espresse chiarissimamente con poche parole tale benemerita condotta propria della Chiesa: “Essa insegna che i re debbono provvedere ai popoli, e che tutti i popoli debbono essere soggetti ai re, dimostrando in un certo qual modo che tutto non può essere dato a tutti, ma che a tutti è dovuta la carità e a nessuno l’ingiuria” .

Per queste ragioni, Venerabili Fratelli, l’opera vostra sarà molto utile e certamente salutare, se porrete con Noi il vostro impegno e tutti i mezzi che, con la grazia di Dio, sono in vostro potere per scongiurare pericoli e danni alla società umana. – Procurate e provvedete, affinché tutte quelle cose che sono insegnate dalla Chiesa cattolica circa la potestà e il dovere di obbedire, siano a tutti presenti e diligentemente praticate nella vita. Dalla vostra autorità e dal vostro magistero i popoli siano spesso ammoniti a fuggire le sette proibite, a detestare le congiure ed a schivare qualsiasi sedizione; essi intendano che l’obbedienza di coloro i quali, in ossequio a Dio, obbediscono ai principi, è generosa obbedienza ed “ossequio ragionevole”. Poiché però è Dio “che dà la salute ai re” (Sal CXLIV,11) e concede ai popoli di vivere “nella bellezza della pace, nei tabernacoli della fiducia e nel riposo opulento” (Is XXXII,18), è necessario pregare e supplicare Lui, affinché pieghi le menti di tutti alla onestà ed alla verità, plachi le ire, e restituisca alla terra la tanto sospirata pace e la tranquillità. – Perché poi più ferma sia la speranza di impetrare ciò, adoperiamo l’intercessione e la salutare difesa di Maria Vergine gran Madre di Dio, aiuto dei cristiani, tutela del genere umano; di San Giuseppe, suo castissimo Sposo, sul cui patrocinio moltissimo confida la Chiesa universale; di Pietro e Paolo, Principi degli Apostoli, custodi e vindici del nome cristiano.

Frattanto, auspice dei doni divini, a Voi, Venerabili Fratelli, al Clero ed al popolo affidato alle vostre cure, impartiamo affettuosissimamente nel Signore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 29 giugno 1881, anno quarto del Nostro Pontificato.

DOMENICA II DI QUARESIMA

DOMENICA II di QUARESIMA

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV:6; XXIV:3; XXIV:22

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sæculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris.

[Ricòrdati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Ps XXIV:1-2

Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam.

[A te, o Signore, ho levato l’ànima mia, in Te confido, o mio Dio, ch’io non resti confuso.]

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sæculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris.

[Ricòrdati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Orémus.

Deus, qui cónspicis omni nos virtúte destítui: intérius exteriúsque custódi; ut ab ómnibus adversitátibus muniámur In córpore, et a pravis cogitatiónibus mundémur in mente. [O Dio, che ci vedi privi di ogni forza, custodíscici all’interno e all’esterno, affinché siamo líberi da ogni avversità nel corpo e abbiamo mondata la mente da ogni cattivo pensiero.]

 

LECTIO

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Thessalonicénses.

1 Thess IV:1-7.

“Fratres: Rogámus vos et obsecrámus in Dómino Jesu: ut, quemádmodum accepístis a nobis, quómodo opórteat vos ambuláre et placére Deo, sic et ambulétis, ut abundétis magis. Scitis enim, quæ præcépta déderim vobis Per Dominum Jesum. Hæc est enim volúntas Dei, sanctificátio vestra: ut abstineátis vos a fornicatióne, ut sciat unusquísque vestrum vas suum possidére in sanctificatióne et honóre; non in passióne desidérii, sicut et gentes, quæ ignórant Deum: et ne quis supergrediátur neque circumvéniat in negótio fratrem suum: quóniam vindex est Dóminus de his ómnibus, sicut prædíximus vobis et testificáti sumus. Non enim vocávit nos Deus in immundítiam, sed in sanctificatiónem: in Christo Jesu, Dómino nostro.”

Omelia I

[Mons. Bonomelli: Nuovo saggio di Omelie: Marietti ed. Torino, 1898 vol. II Omelia III]

“Vi preghiamo, fratelli, e vi esortiamo nel Signore, che come da noi avete ricevuto il modo, onde vi conviene camminare per piacere a Dio, così anche camminiate per vieppiù arricchirvi. Perché voi sapete quali precetti vi abbiamo dati a nome del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione, guardandovi dalla fornicazione; e sappia ciascuno di voi conservare la sua moglie con santità ed onore, non in passione di concupiscenza, come i gentili, i quali non conoscono Dio; e che nessuno, negli affari, soverchi e frodi il fratel suo, perché vi è un Signore, che  punisce tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e protestato, conciossiachè Iddio ci abbia chiamati, non alla immondezza, ma alla santificazione „ (I. Tessal. IV, 1-7).

Queste sì belle e sì pratiche sentenze noi leggiamo nella epistola prima di S. Paolo ai Tessalonicesi, e la Chiesa molto opportunamente ce le ripete e propone a meditare nella Messa della presente Domenica.- Questa prima lettera di S. Paolo ai Cristiani di Tessalonica, che oggidì chiamasi Saloniki, secondo ogni probabilità fu scritta da Atene, l’anno 53 od al più tardi il 54 dell’era nostra, e in ordine di tempo deve essere la prima delle quattordici lettere lasciateci dall’Apostolo. Paolo, cacciato da Filippi, passò a Tessalonica, e di là pure, dopo avervi stabilita una Chiesa, composta per la maggior parte di Gentili, cacciatone per opera dei Giudei, si riparò ad Atene, dove scrisse ai suoi cari Tessalonicesi la prima lettera, piena di pratiche esortazioni e riboccante di affetto paterno. – Veniamo alla spiegazione dei sette versicoli di questa lettera, che sopra vi ho riportati. – “Vi preghiamo, fratelli, e vi esortiamo nel Signore. „ Mi piace fermarmi alquanto su queste parole, perché contengono un bellissimo ammaestramento, particolarmente per noi, che esercitiamo il sacro ministero. Paolo era Apostolo, e fatto Apostolo da Cristo istesso, chiamato in modo meraviglioso ed investito di quel potere istesso che Gesù Cristo aveva ricevuto dal Padre: potere di legare e di sciogliere, di ammaestrare, di reggere, che trascende ogni altro potere terreno. Eppure questo grande Apostolo, quasi dimentico dell’alto suo ingegno, della sua dignità di Apostolo e degli allori delle sue conquiste in tutto l’Oriente, rivolgendosi ai neofiti di Tessalonica, esclama: “Fratelli!„ Ora questa espressione sì cara e sì sublime è comune e non desta meraviglia; ma allorché Paolo la pronunciava con tanta effusione di cuore, nel mondo pagano risuonava affatto nuova e strana, e urtava di fronte tutti i pregiudizi sociali e religiosi, consacrati dal tempo. E non solo Paolo chiama col dolce nome di fratelli quei suoi discepoli di Tessalonica, ma li prega e li esorta. Egli poteva dire: Fratelli, io voglio, io comando per quella autorità che tengo da Cristo, e nessuno poteva farne lamento: ma dice: Vi prego e vi esorto, anzi vi preghiamo e vi esortiamo nel nome del Signore, perché nella lettera, fin dalle prime parole, si associa come eguali i due discepoli Silvano e Timoteo. Quale esempio per noi, che abbiamo qualche autorità nella Chiesa e per quanti hanno qualche potere nella società stessa civile! Come apparisce lo spirito di Gesù Cristo, che era Uomo-Dio, Signore e Maestro sovrano, eppure sedeva in mezzo ai suoi discepoli e li serviva con le sue mani come se fosse l’ultimo di tutti! L’autorità e il potere prima di Cristo erano in sostanza la forza materiale, che si esplicava in vari modi, ma sempre la forza materiale. L’uomo stava sopra l’uomo pronto a schiacciarlo se si mostrava riottoso: le eccezioni sono rarissime e si debbono a certe nature felici e privilegiate, che con la bontà del cuore temperavano la durezza dell’impero. Ed oggi pure, fuori dei paesi cristiani, è questo il carattere del potere: la forza, la sola forza materiale che piega sotto di sé gli uomini volenti o non volenti. Il Cristianesimo solo all’autorità ed al potere, che si svolgono in tutte le forme più svariate, ha dato il carattere della fratellanza e della paternità, e sotto il suo influsso a poco a poco smisero quella ruvidezza e durezza e, diciamolo pure, quella feroce prepotenza e tirannia, onde si informavano. Chi teneva il freno del potere comprese che gli uomini soggetti erano fratelli e ch’egli doveva essere non signore, ma padre. E come poteva essere altrimenti quando l’Uomo-Dio ci insegnava a chiamare col dolce nome di Padre il Signore d’ogni cosa, Pater noster? Quando il primo suo Vicario, S. Pietro, scriveva ai vescovi e preti: “Vi esorto a pascere il gregge di Dio, non sforzatamente, ma volontariamente, non signoreggiando, ma facendovi esempi del gregge? Trattiamo quelli che ci sono soggetti, come fratelli, senza fasto, senza arroganza, senza alterigia, con umiltà e dolcezza, più pregando ed esortando che imperando, e otterremo più assai con l’amore che accarezza, che con quell’autorità che umilia e offende. – E di che cosa prega e a che cosa esorta i suoi Tessalonicesi l’Apostolo? Che vogliano camminare in quel modo, che hanno imparato da lui, allorché fu in mezzo a loro. Voi lo sapete, la parola camminare, nelle sante Scritture assai volte, e qui pure, significa vivere od operare, e questo modo di esprimersi è familiare al nostro Apostolo. Noi pure l’usiamo talvolta, dicendo p. es.: Camminate dirittamente, camminate sulla via del dovere, od altre somiglianti espressioni. E non pure S. Paolo prega che i suoi figliuoli spirituali si tengano fermi sul buon cammino, che loro ha insegnato, ma prega che in esso vieppiù si arricchiscano — Ut abundetis magis —, che è quanto dire, procedano di bene in meglio e diventino ognor più virtuosi. Nella via della virtù, in generale, il non camminare innanzi è tornare indietro, e il non migliorare è peggiorare; avviene dell’uomo come dell’albero, che allorquando più non cresce e aumenta il suo volume, è vecchio e comincia il periodo che lo avvicina alla morte. Dio ci offre sempre ad ogni istante la sua grazia, e rispondendo fedelmente ad essa, noi dobbiamo necessariamente progredire nella virtù: se non progrediamo, egli è perché non usiamo debitamente della grazia, e questo è un arrestarsi, anzi un dar volta sul cammino della virtù. E qui l’Apostolo passa ad accennare in particolare ai Tessalonicesi ciò che egli aveva loro insegnato: “Voi sapete, dice egli, quali precetti vi abbiamo dati nel nome del Signore Gesù. „ Voi certo li ricordate, li avrete ancora presenti, ma non sarà superfluo, par che dica, ch’io ve ne rinfreschi la memoria. “È volontà di Dio la vostra santificazione — Hæc est voluntas Dei, sanctificatio vestra. „ Altrove l’Apostolo dice: “Iddio vuole che tutti gli uomini siano salvi, „ perché di tutti è Creatore e per tutti è morto Gesù Cristo: ma perché si salvino, è mestieri che siano santi, giacché in cielo non può entrare alcuno che sia immondo, e perciò Iddio, che vuole la salvezza degli uomini, vuole e deve volere la loro santificazione, che ne è il mezzo assolutamente necessario. Non vogliate sgomentarvi punto, o dilettissimi, allorché con S. Paolo vi dico: Dovete essere santi. Che è dessa la santità? Essa non è riposta in atti straordinari, in virtù impossibili o troppo difficili a praticarsi, no, no! Datemi un uomo, che serbi il suo cuore netto d’ogni macchia, che adempia esattamente i suoi doveri, che viva da vero Cristiano, ed io vi do un santo. Per essere santo non si domanda il dono di far miracoli o profezie, che assolutamente possono trovarsi anche in persone peccatrici, o compiere altre opere grandi, strepitose: basta osservare la legge divina e servire Iddio ciascuno nel suo stato: e chi non può far questo con l’aiuto della grazia, che a nessuno fa mai difetto? Dunque, o cari, vi stia sempre innanzi agli occhi questa sentenza dell’Apostolo, che esprime tutta l’altezza della nostra vocazione: “Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione! „ In qual modo? L’Apostolo rammenta specialmente due cose dalle quali i Tessalonicesi dovevano con somma cura guardarsi e senza delle quali era impossibile la santificazione, e sono l’impudicizia e l’avarizia. Egli scriveva ad uomini che allora erano usciti dal paganesimo, che vivevano in mezzo al paganesimo, e queste due piaghe, della impudicizia ed avarizia, dovevano essere comunissime, e pur troppo in gran parte lo sono ancora nella nostra società cristiana. “Voi vi santificherete, continua l’Apostolo, guardandovi dalla fornicazione — Ut abstineatìs vos a fornicatione.„ – Con questa frase S. Paolo significa indubbiamente, non quel solo disordine che propriamente si chiama fornicazione, ma tutti i disordini, tutte le impudicizie, che sono vietate dal sesto e dal nono comandamento del decalogo. Altrove S. Paolo dice che il peccato della disonestà, sia in parole, sia in opere, tra cristiani, chiamati ad essere santi — Sicut decet sanctos —, non dovrebbe tampoco nominarsi — Nec nominatur —. Carissimi, lo domando a voi: È ciò che avviene tra noi? Questo peccato è ignoto tra noi, come voleva l’Apostolo? Rispondano le vostre coscienze. – Seguitiamo il testo. S. Paolo dopo aver detto che tutti dovevano serbarsi mondi dalla pece d’ogni impudicizia, discende ad una speciale raccomandazione, dicendo: “Sappia ciascuno di voi conservare la sua moglie con santità e onore, „ Evidentemente l’Apostolo suppone che quelli ai quali scrive, vivano in matrimonio, e meritamente, perché questo fu ed è lo stato comune degli uomini. Ebbene: agli uomini, ai mariti, intima l’Apostolo di conservare le loro mogli con santità ed onore, serbando loro fedeltà inviolabile, vegliando sopra di loro e rispettando le leggi eterne dell’onore, del pudore e la santità del Sacramento. Certamente per ciò che spetta il matrimonio e la sua santità, possono fallire le mogli come i mariti, ma è pur forza confessare che comunemente sono i mariti che falliscono più delle mogli, e perciò l’Apostolo ai mariti si rivolge e vuole ch’essi conservino, ciascuno, le mogli come vuole la santità e l’onore del matrimonio. E in vero, il marito non è egli il capo, il sostegno, la guida della moglie, come domanda la natura e insegna S. Paolo, dicendo: Caput mulieris vir? Adempia dunque il marito il suo ufficio di capo della moglie, la guidi, la corregga, la sostenga, affinché non venga meno giammai agli alti e delicati suoi doveri. Se bene si guarda, è manifesto che assai volte i falli delle mogli sono in gran parte conseguenze della condotta meno retta dei mariti. Sono essi che con la vita poco regolare, se non anche licenziosa, spingono sulla mala via le mogli, dimenticando i sacri doveri che ad esse li stringono. Sono essi che imprudentemente aprono la propria casa a persone che non dovrebbero mai porvi piede: sono essi che le conducono a feste, a balli, a teatri, a conversazioni, dove la loro onestà e fedeltà è messa a dura prova. Sono essi che con la noncuranza, con i modi aspri e rozzi, con le diffidenze irragionevoli, con i sospetti ingiuriosi, con i mali trattamenti fanno nascere e nutrono il disamore nelle povere mogli, e dal disamore alle cadute il passo è breve. Mariti, ricordate sempre la sentenza dell’Apostolo: “Ciascuno di voi sappia conservare la sua moglie con santità ed onore. „ L’amore vicendevole sincero, vivo, che apparisce nelle parole e più nelle opere, è il mezzo più efficace per assicurare la vicendevole fedeltà. Proseguendo lo stesso argomento, l’Apostolo tocca con mano maestra ed estrema riservatezza una verità che doveva riuscire pressoché nuova a quei Cristiani, poco prima ancora gentili. Egli li avverte, che nei mutui loro rapporti non devono seguire le basse e animalesche tendenze della natura, alla maniera dei Gentili, che non conoscono Dio e la santa sua legge — Non in passione desiderii, sicut et Gentes, quos Deum ignorant —, ma devono vivere conformemente alle sante leggi imposte dalla natura e dal Vangelo. In altri termini, scopo dell’Apostolo è di inculcare ai novelli Cristiani la grande verità morale, che fuori del matrimonio, tutte le relazioni coniugali tra i due sessi sono illecite e perciò condannevoli, e qui in altra forma esprime ciò che sì nobilmente insegna, nella lettera agli Ebrei e ch’io vi ripeto: “Sia in ogni cosa onorando il connubio ed il talamo senza macchia, che i fornicatori e gli adulteri li giudicherà Iddio„ (Capo XIII, 4). – Dopo aver messo in guardia i fedeli contro i pericoli della impudicizia, S. Paolo accenna all’altro pericolo non meno grave, che viene dall’avarizia, e soggiunge: “Che nessuno, negli affari, soverchi e frodi il fratello suo. „ Dilettissimi! noi dobbiamo vivere in società, perché lo esige la stessa natura, ed abbiamo continuo bisogno gli uni degli altri: questi domandano il vostro lavoro per darvi in cambio la mercede: quelli chiedono la vostra merce e vi offrono il prezzo: è un incessante dare e ricevere, un comperare e vendere e un intrecciarsi di affari senza fine. Tutto questo si può e si deve fare, ma sempre secondo le norme della giustizia, stabilite dalla ragione e dal Vangelo di Gesù Cristo. Quanto è facile che in tanto agitarsi di affari d’ogni maniera, la malnata febbre dell’avarizia e talvolta anche la dura necessità, il bisogno tiranno, ci trascinino a violare le leggi della giustizia, ad opprimere il povero! Come, anche tra i Cristiani, spesso s’incontra di trovare uomini, che, abusando della buona fede, della ignoranza, della imprudenza del fratello, nei contratti lo ingannano e bruttamente lo frodano! Vi sono, è vero, le leggi che puniscono gli ingannatori e i frodatori; ma quante volte i tristi trovano modo di sottrarsi ai rigori della giustizia umana! Quante iniquità si coprono con la forza, con l’inganno, con le soperchierie, e le grida delle vittime non possono giungere alle orecchie di chi deve rendere giustizia, o giungono tardi o sono fors’anche soffocate dalle grida più forti dei prepotenti! Le leggi umane vi sono, lo so; ma quante volte si deve ripetere: “Ma chi pone mano ad esse? „ Le leggi sono freni umani e giovano, anzi sono necessarie al quieto vivere; ma si fermano agli atti esterni, si arrestano sulla soglia della coscienza. Fa d’uopo portare l’idea del dovere nel cuore, e di là informare gli atti esterni tutti: e questo lo fa la sola Religione. Ah! Le  leggi umane senza la Religione valgono ben poco. Non sia mai, grida S. Paolo, che voi teniate mano con frodi e soprusi ad opprimere il fratello; che se lo faceste, o lo facessero altri a vostro danno, sappiate tutti che al di sopra della giustizia degli uomini vi è un’altra giustizia, infallibile, onnipotente, a cui nessuno può sfuggire, è la giustizia di Dio: “Vi è un Dio Signore, che punisce tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e protestato — Vindex est Dominus de his omnibus, sicut prædiximus vobis et testificati sumus.,, Questo Dio, vindice d’ogni iniquità, a cui tutti dovremo un dì presentarci a render conto di tutte le opere nostre, che giudicherà gli stessi giudici, deve atterrire i malvagi, i soverchiatori e fraudolenti e confortare le loro vittime Non vi è pensiero, non verità, che più efficacemente di questa valga a raffrenare i tristi, a fiaccare le passioni e a sostenere ed avvalorare i grandi principii della onestà e giustizia sì privata come pubblica. Quando l’uomo al di sopra della giustizia umana, ch’egli può ingannare, o almeno spera di poter ingannare, vede lampeggiare la spada d’un’altra giustizia, eterna, infallibile, inesorabile, che spinge lo sguardo fino nei recessi del pensiero e dell’affetto, è quasi forzato a camminare sulla via del dovere e della virtù: quei Vindice supremo gli sta dinanzi ed il pensiero di Lui arresta la mano colpevole, che si stende contro il fratello, e spegne la colpa là dove nasce, nella mente e nell’affetto. S. Paolo chiude il suo insegnamento, ripetendo ancora la sentenza sopra spiegata: “Conciossiachè Dio ci abbia chiamati, non alla immondezza, ma alla santificazione, „ quasi volesse ribadirla a forza nell’animo dei fedeli. – E che questa sì sublime sentenza rimanga scolpita nei vostri cuori e ad essa siano sempre conformi i vostri pensieri, i vostri desideri, le vostre parole e le vostre opere!

 Graduale Ps XXIV:17-18

Tribulatiónes cordis mei dilatátæ sunt: de necessitátibus meis éripe me, Dómine,

[Le tribolazioni del mio cuore sono aumentate: líberami, o Signore, dalle mie angustie.]

Vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea.

[Guarda alla mia umiliazione e alla mia pena, e perdònami tutti i peccati.]

Tractus Ps CV:1-4

Confitémini Dómino, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus. [Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia.]

Quis loquétur poténtias Dómini: audítas fáciet omnes laudes ejus?

[Chi potrà narrare la potenza del Signore: o far sentire tutte le sue lodi?]

Beáti, qui custódiunt judícium et fáciunt justítiam in omni témpore.

[Beati quelli che ossérvano la rettitudine e práticano sempre la giustizia.]

Meménto nostri, Dómine, in beneplácito pópuli tui: vísita nos in salutári tuo. [Ricórdati di noi, o Signore, nella tua benevolenza verso il tuo popolo, vieni a visitarci con la tua salvezza.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.

Matt XVII:1-9

“In illo témpore: Assúmpsit Jesus Petrum, et Jacóbum, et Joánnem fratrem eius, et duxit illos in montem excélsum seórsum: et transfigurátus est ante eos. Et resplénduit fácies ejus sicut sol: vestiménta autem ejus facta sunt alba sicut nix. Et ecce, apparuérunt illis Móyses et Elías cum eo loquéntes. Respóndens autem Petrus, dixit ad Jesum: Dómine, bonum est nos hic esse: si vis, faciámus hic tria tabernácula, tibi unum, Móysi unum et Elíæ unum. Adhuc eo loquénte, ecce, nubes lúcida obumbrávit eos. Et ecce vox de nube, dicens: Hic est Fílius meus diléctus, in quo mihi bene complácui: ipsum audíte. Et audiéntes discípuli, cecidérunt in fáciem suam, et timuérunt valde. Et accéssit Jesus, et tétigit eos, dixítque eis: Súrgite, et nolíte timére. Levántes autem óculos suos, néminem vidérunt nisi solum Jesum. Et descendéntibus illis de monte, præcépit eis Jesus, dicens: Némini dixéritis visiónem, donec Fílius hóminis a mórtuis resúrgat.”

Omelia II

[Ibid.: vol. II om. IV]

“Gesù prese seco Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di lui, e li condusse in disparte, sopra un alto monte. E alla loro presenza fu trasfigurato, e il suo volto rifulse come il sole e le sue vesti divennero candide come la neve. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che parlavano con lui. Pietro, indirizzandosi a Gesù, gli disse: Signore, è bello starcene qui: se vuoi, facciamo qui tre tende: una a te, una a Mosè, una ad Elia. Mentre egli parlava ancora, una nube splendente lo ravvolse, e dalla nube venne tosto una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, il bene amato, nel quale io mi sono compiaciuto: lui ascoltate. Udendo ciò, i discepoli caddero bocconi, e temettero assai. Ma Gesù, accostandosi loro e toccandoli, disse: Levatevi e non temete. E levando gli occhi, non videro alcuno, se non Gesù solo. Scendendo poi dal monte. Gesù diede loro questo comando: Non dite la visione ad alcuno, finche il Figliuol dell’uomo non sia risuscitato dai morti „ (Matt. capo XVII, 1-9).

Fin qui l’odierno Evangelo. Il fatto, o per parlare più esattamente, il miracolo della Trasfigurazione, che avete udito, deve avere un’alta importanza, perché non solo è narrato, quasi con le stesse parole dai tre evangelisti, S. Matteo, S. Marco e S. Luca, ma è riferito eziandio da S. Pietro II. c. I, 17, 18). Egli pure, quasi dimenticando l’indole d’una lettera brevissima, assume l’ufficio di evangelista e racconta la Trasfigurazione del divino Maestro. Il fatto avvenne, come quasi concordemente attesta la tradizione antica, sulla cima del Tabor in Galilea, poco lungi da Nazaret. È un monte, che solitario, a guisa di gigantesca piramide, solleva la superba sua fronte tutta arrotondata all’altezza di circa settecento metri: i suoi fianchi, nella parte inferiore, sono coperti di scarsi e poveri abeti e dalla sua vetta lo sguardo spazia liberamente dal Libano al Carmelo, al mare Mediterraneo, che appare come una macchia cerulea. – S’avvicinava il giorno nel quale Gesù Cristo doveva compire il suo sacrificio, e più volte ne aveva parlato ai suoi cari: ma quell’annunzio sì chiaro e ripetuto, ora non era da essi compreso, ed ora li gettava in una angosciosa costernazione. Per rincuorarli l’amabile Maestro ricordava loro la gloria, che ne sarebbe venuta. Un giorno, vedendoli più del solito afflitti e sconfortati, disse che alcuni tra di loro non sarebbero morti senza aver prima veduto il Figliuol dell’uomo nello splendore della sua gloria (Matt. XVI, 28). Era una promessa non oscura della sua Trasfigurazione che avvenne, come dice il sacro testo, sei giorni appresso. E qui comincia la narrazione del fatto. – “Gesù prese seco Pietro , Giacomo e Giovanni, fratello di lui, e li condusse in disparte, sopra un alto monte. „ Perché Gesù non volle che della sua Trasfigurazione fossero testimoni tutti gli Apostoli e i discepoli, ma solamente i tre nominati? Non ne avrebbero tutti ricevuto gran conforto? La loro fede non vi avrebbe attinto novello vigore per affrontare l’imminente prova delle umiliazioni, dei patimenti, della morte del Maestro? Certamente Gesù Cristo poteva disporre che il favore fosse comune a tutti i discepoli, nessuno escluso; ma chi aveva diritto di esigerlo? Questi favori non sono dovuti ad alcuno, e chi li riceve, ne sia grato, e chi non li riceve si umilii e adori i consigli di questa infinita Sapienza, che dà a ciascuno come vuole. Come nell’ordine naturale vi è differenza di beni, e lo esige l’armonia delle cose e il loro stesso vantaggio, così anche nell’ordine sovrannaturale si domanda la varietà dei doni celesti. Gli Apostoli non costituivano essi stessi un ceto particolarmente favorito da Gesù Cristo a preferenza di altri non chiamati all’apostolato? Così tra gli stessi Apostoli Gesù volle distinti Pietro e i due fratelli Giacomo e Giovanni: questi soli volle testimoni della prima risurrezione operata della figlia di Giairo, capo della sinagoga: questi soli vorrà seco nel Getsemani, allorché darà principio alla sua passione, e. questi conduce seco sul monte. Pietro doveva essere il primo suo Vicario nel governo della Chiesa, Giacomo il primo martire tra gli Apostoli, e Giovanni il suo diletto, perché vergine e futuro custode della Madre sua. Era dunque conveniente che loro accordasse tanto favore, che poi a suo tempo, in modo indiretto, allorché fosse manifestato, a tutti avrebbe giovato, di tutti rinvigorendo la fede. Gesù, coi tre Apostoli, pervenuto sul monte, scrive S. Luca, si pose a pregare, Dum orabat; e mentre pregava, ad un tratto “Fu trasfigurato alla loro presenza, ed il suo volto rifulse come il sole e le sue vesti divennero candide come la neve. „ Questa descrizione è quasi identica anche nelle parole nei tre Evangelisti. Come avvenne codesta Trasfigurazione? La persona divina del Verbo ha assunta e fatta propria la natura umana in guisa che questa è determinata, posseduta e penetrata tutta nell’anima e nel corpo della stessa Persona divina, come il ferro rovente dal fuoco, la nube dal sole, che l’investe, il corpo dall’anima, che l’informa. Il perché l’umanità di Gesù Cristo doveva sempre apparire sfolgoreggiante di luce divina e avvolta nella gloria, se Dio con l’infinita sua virtù non ne avesse impedita la manifestazione per dar luogo all’esercizio della fede. In quell’istante Gesù Cristo sollevò, per nostro modo d’intendere, un lembo del velo, che ricopriva il mistero della sua unione personale, e i raggi della sua divinità sfavillarono da tutto il suo corpo, investirono le sue vesti stesse e apparve tutto sfolgoreggiante di gloria. Il suo volto e i lineamenti della sua sembianza, in tanto raggiare di luce, rimasero pur sempre per modo da poter essere riconosciuti dagli Apostoli, come rimarranno quelli dei beati nella gloria. Di questa trasformazione meravigliosa di Gesù Cristo, se poniamo ben mente, noi pure ne abbiamo una pallida immagine in ciò che talora accade sotto dei nostri occhi. Fate che ad una persona di cuore delicato, di sentimenti elevati, di forme graziose e leggiadre improvvisamente sia data una novella faustissima, che la ricolmi di gioia; voi la vedrete quasi in un lampo trasformarsi, spianarsi la fronte e le labbra, il viso tutto quasi radiante, gli occhi balenare un sorriso, una luce soave e blanda, onde tutta la persona sembra circonfusa; è la gioia interna che trabocca al di fuori, e si manifesta in tutti i modi, e che si comunica quasi riflesso a tutti i presenti. È questa una immagine lontanissima di ciò che là sul Tabor avvenne in Gesù Cristo e che nel gran dì della risurrezione avverrà nei corpi gloriosi dei beati. “Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che parlavano con Lui. „ Mosè rappresenta la legge ed Elia i profeti, e poiché in Gesù Cristo quella e questi avevano il loro pieno compimento, così era conveniente che quei due sommi personaggi apparissero e quasi attestassero, lui essere l’aspettato Salvatore del mondo. E qui è da notare una cosa degna di osservazione: sono due soli i personaggi dell’antico Patto ch’ebbero l’onore insigne di vedere Iddio come lo si poteva vedere sulla terra, e sono appunto Mosè ed Elia, e l’uno e l’altro compariscono qui a fianco di Gesù e favellano con Lui. Non si potrebbe dire che quella visione antica dei due sommi profeti era la visione anticipata, in figura, dell’Uomo-Dio, che doveva venire nella pienezza dei tempi? Ciò non sembra inverosimile. Mosè ed Elia parlavano con Gesù. „ E di che cosa parlavano? Qui S. Matteo non dice, né accenna punto di che cosa parlassero, ma S. Luca (c. IX, 31) lo esprime con bastevole chiarezza, scrivendo che ragionavano della dipartita di Gesù, ossia della morte, che stava per compiere in Gerusalemme. Ecco l’argomento del loro parlare, argomento, che assommava in sé tutta la missione di Gesù Cristo, ed era insieme una nuova lezione e un nuovo rincalzo alla fede dei tre Apostoli presenti. Certi uomini, che amano muovere questione su tutto e che, sempre studiando, non giungono mai alla scienza, domandano come mai gli Apostoli poterono conoscere che quei due personaggi erano veramente Mosè ed Elia? O li conobbero per una illustrazione particolare, od essi medesimi si manifestarono con segni o parole, o Gesù Cristo lo disse loro: ciò si suppone chiaramente, ancorché gli Evangelisti non lo dicano in termini. Mentre Gesù favellava con Mosè ed Elia, e mostrava d’essere il termine della legge e dei profeti e d’essere il Signore dei viventi come dei morti, Pietro, in un impeto di gioia, non sapendo ciò che si diceva, come notano san Luca e S. Marco, rivolto a Gesù, gli disse: “Signore, è bello starcene qui. Se vuoi, facciamo qui tre tende: una a te, una a Mosè ed una ad Elia. „ In quell’istante Pietro, rapito fuor di sé per la dolcezza di quella visione, dimenticava ogni cosa, non solo le reti, i compagni, la missione a cui Cristo stesso l’aveva destinato: non pensava che a godere di quel glorioso spettacolo. Similmente noi pure, in cielo dimenticheremo le pene, i beni e le gioie tutte della terra per bearci della vista di Dio; ma finché viviamo quaggiù, dobbiamo porci ben addentro nell’animo, che la vita presente, come quella di Gesù e degli Apostoli, è vita di privazioni, di dolori d’ogni maniera, e che nella speranza delle gioie eterne del cielo dobbiamo attingere la forza per superare le amarezze, onde più o meno sono pieni i giorni di questa vita mortale. La vista, le gioie sì brevi del Tabor erano ordinate da Cristo a sostenere gli Apostoli nelle aspre prove del Calvario: la speranza della eterna ricompensa e quelle poche stille di gioia, che Dio talvolta lascia cadere nelle anime che lo servono, valgono a tenerle salde nella via della virtù, sempre seminata di spine! “Pietro parlava ancora, ed ecco una nube splendente li ravvolse. „ E cosa singolare! … una nube nel deserto guida e difende il popolo, e nella nube Dio si manifesta: una nube riempie il tempio di Salomone allorché ne fa la solenne dedicazione: una nube copre il Sinai, e nella nube Dio parla a Mosè, e una nube passa innanzi ad Elia, allorché Dio gli si mostra: una nube toglie Gesù alla vista degli Apostoli e dei discepoli, allorché lascia la terra, e qui pure una nube avvolge Gesù, Mosè , Elia e i tre Apostoli. Essa è simbolo della maestà divina e forse per essa Gesù Cristo volle temperare i raggi della sua gloria e renderli tollerabili agli Apostoli. “E tosto dalla nube (si udì) una voce che diceva: Questi è il Figlio mio, il bene amato, nel quale mi sono compiaciuto. „ Non è mestieri il dire, che quella voce, che usciva dalla nube è la voce dell’eterno Genitore, perché dice di Gesù Cristo: ” Questi è il Figlio mio. „ Chi parla è adunque il Padre eterno. Ma Dio Padre favella Egli forse come gli uomini? Ha una voce come l’abbiamo noi? No, sicuramente. Come si dice che Dio viene, che cammina, che si sdegna, che stende la sua mano, che ha orecchi, occhi, lingua e via dicendo, così si dice che Dio parla. Quel suono, quella voce, non è propriamente suono e voce di Dio Padre, ma così si esprime perché ad uomini sensibili non si potrebbe altrimenti far conoscere. Gesù Cristo adunque, sul quale si fece udire quella voce, è veramente il Figlio di Dio, il Verbo consostanziale del Padre e il Figlio di Maria, consostanziale alla Madre. L’unità della Persona divina in Gesù Cristo, Dio-uomo, non poteva essere più chiaramente espressa. “Questi, che vedete, uomo come voi, questi è il Figlio mio, il mio diletto, nel quale trovo tutte le mie compiacenze, che solo è oggetto adeguato del mio amore. „ – “Lui ascoltate. „ Questa espressione s’era udita sulle rive del Giordano, allorché Gesù ricevette il Battesimo per mano del Precursore, e qui si ripete ancora: “Lui ascoltate. „ Tutto l’insegnamento di Cristo si appoggia alla sua Autorità, alla sua missione divina: tolta o messa in dubbio la sua Autorità divina, l’intero suo insegnamento crolla e rovina, come un edificio senza fondamento; la sua dottrina discende al livello delle dottrine di Socrate, di Platone, di Pitagora, è dottrina umana. È per questo che Cristo è sempre inteso a mostrare la sua missione divina, la sua divina Autorità: a questo principalmente sono rivolti i suoi discorsi, le sue opere, i suoi miracoli. In sostanza tutta la vita, tutte le parole e tutte le opere di Gesù Cristo si riducono a questa proposizione semplicissima: “Io sono il Figlio di Dio, Io sono Dio: dunque credete tutto ciò che vi insegno; „ proposizione, che equivale a quest’altra, che suona dalla nube del Tabor: “Questi è il Figlio mio diletto; Lui ascoltate. „ Egli parlò agli Apostoli nella sua umanità; parla a tutti i credenti nella sua Chiesa, continuatrice dell’opera di Lui; parla nel suo Vicario, il Romano Pontefice: si mutano i mezzi, gli strumenti, ma la parola e l’Autorità è sempre la stessa. Dunque ascoltiamo questa parola, ubbidiamo a questa Autorità: Ipsum audite. – “Ciò udendo, gli Apostoli caddero bocconi e grandemente temettero. „ La presenza intima di Dio, lo splendore della sua gloria, ancorché sempre velato, fa trasalire in modo ineffabile le anime e le riempie d’un certo timore, misto a gioia, a sensi di ammirazione e di gratitudine. Dinanzi all’Infinito, che si rivela anche per un solo istante, noi ci sentiamo nulla. “Ma Gesù, loro accostandosi e toccandoli, disse: Sorgete, e non vogliate temere. „ A quella vista, a quella voce, che usciva dalla nube, gli Apostoli erano caduti con la faccia sul suolo, temendo e adorando l’infinita maestà di Dio: non osavano nemmeno levare gli sguardi. In quella si dileguò la nube, cessò la voce, disparvero Mosè ed Elia, Gesù ritrasse in se stesso la luce che lo avvolgeva, e avvicinatosi agli Apostoli, con voce piena di affetto, non solo li chiamò, ma li toccò con la mano e li confortò a non temere e levarsi. Vedete, o cari, bontà del divino Maestro! Stende la mano ai diletti discepoli e li rialza! Egli la stende a quanti sono caduti, sempre, in ogni luogo, perché questo è l’ufficio suo, ufficio di Salvatore e Mediatore. “E levando gli occhi, non videro alcuno, fuorché solo Gesù. „ E facile immaginare lo stupore degli Apostoli e ciò che dovettero sentire in cuore e dire a Gesù Cristo dopo quella splendida testimonianza della sua divina origine. Essa rimase altamente impressa nei loro animi sì che Pietro, nell’ultima sua lettera, scritta in Roma poco prima del suo martirio, la narrava ai fedeli come la prova massima della fede, che aveva predicato. “Scendendo poi essi dal monte, Gesù comandò loro, dicendo: Non dite a nessuno la visione, finché il Figliuol dell’uomo non sia risuscitato.„ Il fine della Trasfigurazione sul Tabor, non vi è dubbio, era quello di fortificare gli Apostoli nella fede e prepararli a superare lo scandalo della passione, ch’era vicina. Perché dunque, non solo non ammettere a quello spettacolo grandioso gli altri Apostoli, ma divietare ai tre di manifestarlo? È superfluo ripetere qui ciò che dissi sopra, vale a dire che Gesù Cristo è padrone dei suoi doni, e nessuno può dirgli: Perché li concedi a questi e a quelli, e a me li rifiuti? Nondimeno parmi che si possa seguire la sentenza di S. Girolamo, il quale è di parere, che Gesù vietasse ai tre Apostoli di manifestare la visione al popolo, non mai ai loro compagni e fratelli nell’apostolato. Il popolo, le turbe, alle quali si fosse per avventura narrata la visione del Tabor, forse non l’avrebbero creduta: forse, la cosa giunta agli orecchi degli scribi e farisei, implacabili nemici di Cristo, sarebbe stata occasione di ire più cupe, di più feroci persecuzioni; perciò Gesù volle che il fatto rimanesse occulto fuori della cerchia dei dodici Apostoli: fu un atto di riserbo, di prudenza, simile a tanti altri di questo genere, che troviamo nel Vangelo. Permettete, o cari, che metta fine a questa omelia con una considerazione generale, suggeritami da S. Gregorio M. e dal fatto della Trasfigurazione che vi ho spiegato, e che si riflette su tutta la vita di Gesù Cristo. Scorrendo la vita di Gesù Cristo, noi vediamo che ad ogni suo atto di abbassamento od umiliazione, prima o poi, risponde un lampo di gloria: essa è il compenso della umiliazione ed insieme il conforto della nostra fede nella sua divina Persona. Gesù nasce in una grotta, nel silenzio della notte, nello squallore della povertà estrema: gli Angeli e la stella in cielo, i pastori ed i Magi sulla terra ne mostrano la grandezza. Gesù, sulle rive del Giordano, quasi fosse un peccatore, chiede il battesimo, e i cieli si aprono sopra di Lui e una manifestazione della augusta Trinità lo fa conoscere al popolo. Gesù annunzia che va a Gerusalemme per soffrire e morire in croce, e sei giorni dopo sulla vetta del Tabor si ammanta di gloria e riceve la testimonianza dal Padre, dalla legge e dai profeti. Gesù, poco prima di darsi in mano ai nemici, angosciato al pensiero della morte, esclama: Padre, salvami, e una voce come di tuono risponde: Io lo glorificherò —. Gesù, carico di obbrobri, abbandonato da tutti, morto sulla croce, è calato nel sepolcro: ma Dio strappa dal sepolcro quel corpo, lo circonda di gloria e lo riempie di vita e di giovinezza eterna. È la gloria, che risponde alla umiliazione, il Tabor che risponde al Calvario.

Credo

Offertorium

Orémus Ps CXVIII:47; CXVIII:48

Meditábor in mandátis tuis, quæ diléxi valde: et levábo manus meas ad mandáta tua, quæ diléxi. [Mediterò i tuoi precetti che ho amato tanto: e metterò mano ai tuoi comandamenti, che ho amato.]

Secreta

Sacrifíciis præséntibus, Dómine, quaesumus, inténde placátus: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti. [Guarda, o Signore, con occhio placato, al presente sacrificio, affinché giovi alla nostra devozione e salute.]

Communio

Ps V:2-4 – Intéllege clamórem meum: inténde voci oratiónis meæ, Rex meus et Deus meus: quóniam ad te orábo, Dómine. [Ascolta il mio grido: porgi l’orecchio alla voce della mia orazione, o mio Re e mio Dio: poiché a Te rivolgo la mia preghiera, o Signore.]

Postcommunio

Orémus.

Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: ut quos tuis réficis sacraméntis, tibi etiam plácitis móribus dignánter deservíre concédas. [Súpplici Ti preghiamo, o Dio onnipotente: affinché, a quelli che Tu ristori coi tuoi sacramenti, conceda anche di servirti con una condotta a Te gradita.]

IDEALE CATTOLICO DEL MATRIMONIO

Matrimonio e genitorialità, l’ideale cattolico

Le nozze di Cana”, c. 1500 d.C., di Gerard David, Musée du Louvre, Parigi

Estratto da: “Matrimonio e genitorialità, l’idea cattolica”

Dal Rev. P. Thomas J. Gerrard, 1911 DC, Imprimatur

“Lo stato del matrimonio, quindi, come riflesso nei misteri dell’Incarnazione e della Chiesa, viene visto avere l’alta funzione non solo di procreare gli esseri umani per ricostituire la terra, ma anche di addestrarli nella vita superiore della grazia e quindi prepararli per la vita ancora più alta della gloria ….

“La ragione principale dell’istituzione del matrimonio è stata il benessere della prole, non solo l’esistenza della prole, bensì la sua crescita e sviluppo, nonché la promozione di tutti i suoi interessi. Perciò Dio ha fatto sì che l’uomo e la donna si amassero l’un l’altro, che dovessero coltivare quell’amore, concentrarsi l’uno sull’altro escludendo ogni altro amore dello stesso tipo, e renderlo così forte e duraturo che solo la morte avrebbe potuto essere in grado di provocare una violazione dell’unione. – Tutto ciò indica che il legame matrimoniale è una legge di natura: è un mutuo accordo attraverso il quale un uomo e una donna si donano l’un l’altro fino alla morte, e questo principalmente per il supremo interesse dei figli che devono nascere …. – La Chiesa quindi … mette da parte ogni falsa modestia e dice loro in linguaggio grave e chiaro quali siano i loro doveri. Il primo dovere è quello di “portare” i bambini nel mondo ed educarli poi al servizio di Dio; il secondo dovere è l’amore ed il servizio reciproco nella intimità della vita domestica ….

Pure importante, tuttavia, è la situazione in cui il giovane trova nella vita singola una costante tentazione all’impurità. Quindi egli deve rivolgere seriamente la sua attenzione al matrimonio per la sua salvezza. “È meglio sposarsi che bruciare”. Ed è meglio sposarsi presto, prima che si formino cattive abitudini. Il numero di case infelici, causato dalla “curiosità” giovanile prima del matrimonio, è spaventoso. Sarebbe stato quindi meglio sposarsi, anche con la prospettiva di una povertà materiale, piuttosto che condurre da solo una vita continuamente tentata e forse in continua caduta …

Ci sono tre fini per i quali è stato istituito il matrimonio e, di conseguenza, tre motivi che rendono il matrimonio atto lecito e santo. .1.- Il primo e il principale è: la generazione di figli. 2.- Il secondo è calmare la concupiscenza ed evitare di conseguenza l’incontinenza. 3.- Il terzo è la promozione dell’amore e dell’affetto coniugale …. “

L’AGONIA DI GESU’: SECONDO VENERDI’ DI QUARESIMA

SECONDO VENERDI’ DI QUARESIMA

[d. Umberto BANCI, Libr. Federico PUSTET, ROMA, 1935]

 In nomine Patris et Filli et Spiritus Sancti. Amen.

Actiones nostras, quæsumus  Domine, adspirando præveni et adiavando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a Te semper incipiat et per Te cœpta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

[Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia. Inspira, o Signore, le nostre azioni ed accompagnale col tuo aiuto, affinché ogni nostra preghiera e opera da Te sempre incominci e col tuo aiuto sempre si compia. Per Cristo nostro Signore. Così sia.]

INVITO

Già trafitto in duro legno/Dall’indegno popol rio

La grand’alma un Uomo Dio, / Va sul Golgota a spirar.

Voi, che a Lui fedeli siete, /Non perdete, o Dio, i momenti

Di Gesù gli ultimi accenti /Deh! venite ad ascoltar.

SECONDA PAROLA DI GESÙ IN CROCE

Amen dico tibi: hodie mecum eris in Paradiso.

In verità ti dico: oggi sarai meco in Paradiso.

(S. LUCA, cap. XXIII, v. 43).

CONSIDERAZIONE

I due ladri, che per somma ingiuria al Martire Divino erano stati crocifissi l’uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, si unirono al popolo ed agli anziani per bestemmiarlo. E quelli crocifissi con Lui, lo svillaneggiarono (MARCO, cap. XV, v. 32) Ma l’atteggiamento non comune del Martire, la sua rassegnazione e più il perdono implorato sui suoi nemici fanno ad un tratto cessare la bestemmia sulle labbra di uno dei ladri, il quale aiutato dalla grazia incomincia a sentire per Gesù amore e venerazione. Ed un santo sdegno si accende nel suo cuore contro il suo compagno, il quale negli spasimi del suo tormento non cessa di ripetere: Se tu sei il Cristo salva te stesso e noi [Lc. XXIII, 39]; ed a lui rivolto: Non temi tu dunque Dio, gli dice con rimprovero, trovandoti in uguale supplizio?, e noi davvero giustamente, soggiunge, perché paghiamo la pena dei nostri misfatti; ma Luì non ha fatto nulla di male. E dopo avere così coraggiosamente difeso l’innocenza di Gesù, dopo avere sinceramente detestato le proprie colpe, a Lui rivolto, gli rende l’omaggio della sua fede e della sua speranza dicendogli : Signore, ricordati di me, quando giungerai nel tuo regno [Lc. c. XXIII, 40]. Ma che cosa mai, povero ladrone, puoi sperare da Gesù, tu che sei sempre vissuto dimentico di Dio ed hai calpestato la sua legge; tu, che per tua stessa confessione soffri una pena dovuta ai tuoi delitti; tu, che fino a pochi momenti fa hai bestemmiato quel Gesù, al quale ora osi rivolgere la tua preghiera? Ma non si bussa mai invano alle porte di quel Cuore. Ha infatti il povero crocifisso appena finito di parlare, che Gesù gli rivolge parole che contengono tale una promessa che nessuno mai si sarebbe potuto aspettare: In verità ti dico, oggi sarai con me in Paradiso. Quanta bontà! La sua grande pazienza lo aveva trattenuto dal rispondere agli insulti dei suoi nemici; la sua ardente carità lo spinge a rispondere subito ad un peccatore pentito. – Era ben nota la sua misericordia verso i traviati. Una donna è colta in adulterio; è presa e condotta dinanzi a Lui, si reclama contro di lei la pena di morte, si vuole ad ogni costo lapidarla; ma Gesù, dopo averla liberata dai suoi implacabili ed ingiusti accusatori, la rimanda in pace perdonandola [Gv. VIII]. – È invitato a desinare da un Fariseo, e mentre è seduto a mensa, ecco entrare nella sala del banchetto una donna; è una famosa peccatrice, la quale presa da sincero pentimento gli si getta ai piedi, li bagna con le sue lacrime e li asciuga coi suoi capelli. La cosa attira l’attenzione dei commensali e si incomincia a mormorare contro di lei; ma Gesù difende la peccatrice dalle maligne insinuazioni del Fariseo, e poi, a lei rivolto, le dice: Ti sono perdonati i peccati… la tua fede ti ha fatto salva; va in pace [Lc. VII, 48, 59]. Ed a Pietro spergiuro, nell’atto stesso della sua triplice apostasia, rivolge uno sguardo di tanta misericordia che gli conquide il cuore e lo fa stemprare in lacrime. Ma in nessun caso, anima cristiana, la misericordia di Gesù rifulge meglio che qui sul Calvario, verso il buon ladro. A questo grande peccatore, che ha al suo passivo tutta una vita consumata nel vizio e nei più gravi delitti, che giustamente gli meritarono la pena di morte; a costui che, nella consapevolezza della sua indegnità, aveva domandato a Gesù soltanto che si degnasse ricordarsi di lui, non solo concede il perdono di tutti i peccati, ma lo conferma in grazia, assicurandogli che senza indugio, quel giorno stesso, sarebbe con Lui entrato nella gloria dei Santi. E perché non dubitasse affatto di questa grande promessa, la fa precedere da quelle parole, che nelle sue labbra assumono quasi la forza di un giuramento: In verità ti dico : oggi sarai con me in Paradiso. – Oh carità infinita del Cuore di Gesù, che sola sai compiere tali prodigi! Quanto non dovette essere grande la gioia del buon ladro nel vedersi così ad un tratto aperte le porte del cielo! Ma più grande ancora, senza dubbio, fu la gioia di Gesù nel poter stringere al suo cuore paterno quell’anima traviata. Si fa più festa in cielo per un peccatore pentito, aveva detto, che non per novantanove  giusti, i quali non hanno bisogno di penitenza [Lc. XV, 7] . Quale festa, quale gioia di Paradiso dunque, non provò in quel momento Gesù, questo buon pastore, che ha ritrovata la pecorella smarrita; questo padre buono, che riabbraccia finalmente il figliuolo che era morto ed è risuscitato, che era smarrito e fu ritrovato! [Lc. XV] . Questo nuovo trionfo della sua grazia gli fa dimenticare per un momento i suoi grandi dolori e lo compensa, almeno in parte, dell’amarezza provata per la perdita di Giuda, il cui corpo squarciato e maledetto tuttora pende dall’infame capestro. – Dinanzi a questa nuova prova di bontà di quel grande Cuore tutto carità per i peccatori oseresti, anima cristiana, dubitare ancora della misericordia divina? Oseresti ancora lasciarti vincere dal dubbio che i tuoi peccati ti tengano per sempre separata da Dio? No, non voler dire con l’empio Caino: Il mio peccato è sì grande, che io non posso meritare perdono \[Gen. IV, 13] tuoi peccati, per quanto numerosi e gravi, non saranno mai tanto grandi quanto è grande la misericordia di Dio. E disperando del perdono faresti un torto a Gesù, ben maggiore di quello che gli facesti con tutti insieme i tuoi peccati. Quel Dio che per mezzo dei suoi Profeti aveva protestato che non è suo costume spezzare la canna fessa e spegnere il lucignolo fumigante [Mt. XII, 20] , bensì sostenere tutti quelli che stanno per cadere, rialzare coloro che sono caduti e volere non già la morte del peccatore ma la conversione e la vita, ti vieta di dubitare della sua misericordia. E Gesù non la poteva meglio illustrare questa misericordia divina, che con l’associare alla sua gloria il ladro pentito. – Ma la tua confidenza non degeneri in presunzione. Non ti lusingare cioè di poter dare a Dio gli ultimi avanzi di una vita consumata nel peccato; è maledetto da Dio chi pecca nella speranza del perdono. Non stancare la bontà di Dio col rimandare a domani quello che puoi fare oggi, o col rimettere la conversione al giorno della morte; il domani non è nelle tue mani, e tu non sai se potrai ricevere questa grazia in quel momento estremo, quando Gesù ti esorta a star pronto ed essere vigilante, poiché la morte verrà come un ladro di notte, verrà quando meno te lo aspetti [Mt. XXIV]. Queste stolte procrastinazioni potrebbero farti incorrere in quella terribile invettiva : Morirete nel vostro peccato![Gv. VIII, 21]Impara, dice S. Girolamo, che la grazia ha il suo tempo, affinché tu non abbia a lusingarti che vi sarà sempre tempo di approfittarne. D’altra parte osserva che se uno dei ladri si converte e si salva, l’altro, che è pure lì vicino a Gesù, si ostina e si danna. Bada bene, dice perciò S. Agostino: di due che muoiono sul Calvario ai fianchi di Gesù, uno si salva, dunque non disperare; uno si danna, dunque non presumere. Non tardare dunque, o peccatore, a gettarti con grande confidenza ai piedi di Gesù. Sì, anche tu, chiunque tu sia, puoi, se veramente pentito, ottenere il perdono di tutte le tue colpe. Oh se l’esempio del buon ladro ti facesse ritrovare la via della salvezza! Oh! fosse questo per te, anima traviata, il giorno della tua salute, quel giorno tanto auspicato da Gesù per il popolo ebreo, quando avvicinandosi all’ingrata Gerusalemme, piangendo uscì in quelle parole piene di profondo cordoglio, e che tu devi ritenere oggi come a te personalmente rivolte: Oh! se conoscessi anche tu, e proprio in questo giorno quel che giova alla tua pace! [Lc. XIX, 42]. – Ed ora abbraccia col tuo sguardo i tre crocifissi. Guarda: uno è Gesù, la stessa innocenza, la santità incarnata; l’altro, quello di destra, è peccatore, ma ravveduto, il buon ladrone; il terzo, quello di sinistra, è il cattivo ladro, un peccatore impenitente e ostinato nel suo peccato. Tutti e tre sono in croce, tutti e tre soffrono le stesse pene. Ciò ti conferma, più e meglio di ogni altra cosa, una verità elementare, se vuoi, ma da molti non compresa; che cioè nessuno può sperare quaggiù di vivere senza la sua croce. L’hanno i buoni la croce e l’hanno i cattivi; l’hanno i giusti, come l’hanno anche i peccatori, i quali anzi alla croce, che la Provvidenza destina ad ognuno, aggiungono quella che viene a loro dai propri vizi; onde S. Agostino scrisse che fra tutte le tribolazioni non ve n’è alcuna maggiore del rimorso dei propri delitti. Non potendo dunque sfuggire la croce, prendi e quella, che ti viene data da Dio, e quella che per caso ti venisse procurata dagli uomini; e porta l’una e l’altra con rassegnazione, sia perché anche tu devi ripetere con il buon ladro: Noi non riceviamo altro se non ciò che è dovuto ai nostri peccati; sia ancora perché dice S. Paolo : Se noi soffriremo con Cristo, con Lui saremo glorificati [Rom. VIII, 17]. Solo così la croce perderà la sua pesantezza; solo così il dolore si trasformerà in gaudio, poiché sta di fatto: chi soffre come soffrì il cattivo ladro, sarà dannato; chi soffre come soffrì il buon ladro, sarà perdonato; chi soffre come soffrì Gesù, sarà glorificato.

Breve pausa, poi si reciti la seguente:

PREGHIERA

O mio Gesù crocifisso, se ripenso ai peccati di cui è piena la mia vita, dovrei fuggire lontano da Voi, riconoscendomi indegno di starvi vicino. Sì, o Signore, ho peccato e molto peccato! Ma che sarebbe di me se Voi mi abbandonaste? Dove potrei andare lontano da Voi, che solo avete parole di vita? Ma no, o mio Salvatore, troppo grande è la vostra misericordia perché io possa disperare del vostro perdono. Ed oggi che il ricordo della vostra agonia mi ha condotto qui, ai vostri piedi, considerando i prodigi della vostra carità, che non si esaurisce e che non dubita di salvare anche un miserabile ladrone così vicino alla perdizione, sento rinascere in me una grande fiducia in Voi. Ecco qui ai vostri piedi, o Signore, un altro peccatore che, con le lacrime agli occhi, detesta di cuore tutti i suoi peccati; che riconosce in tutte le pene ed i travagli di questa misera vita una giusta pena alle sue colpe e che fiducioso e rassegnato dal fondo della sua miseria, dalla croce dei suoi dolori alza a Voi la sua voce e grida: Signore, ricordatevi di me. Sì, o Signore, ricordatevi di me e di quanti peccatori viviamo in mezzo a tanti pericoli che insidiano alla virtù, che ci traviano dal retto sentiero; ricordatevi di tutti i tribolati, che in questa misera valle di lacrime gemono nei loro dolori; e ricordatevi di noi specialmente nel momento supremo della nostra ultima agonia. Allora soprattutto voglio essere vicino a Voi, o Signore, affinché rinnoviate in me i prodigi della vostra carità. E fin da questo momento accetto volentieri quel genere di morte col quale a Voi piacerà chiudere questo mio pellegrinaggio terreno, lo accetto con tutte le ansie e i dolori che lo accompagneranno. E quando il mio sguardo languido annunzierà prossima la mia fine; quando con la mano tremante stringerò al petto la vostra cara immagine, quei gemiti, quei sospiri, quegli ultimi palpiti del mio cuore siano per Voi, o Gesù; accettateli come l’espressione del mio ardente desiderio di unirmi per sempre a Voi; e Voi allora, o mio pietosissimo Signore, mentre nel vostro bacio starò per spirare l’anima mia, degnatevi ripetermi le dolci parole: Oggi sarai con me in Paradiso. – O Madre mia, addolorata Maria, Voi che giustamente siete chiamata l’Avvocata dei peccatori, prendete a cuore la mia causa; ottenetemi da Dio il perdono dei miei peccati; ispiratemi un vivo desiderio di vivere il resto della mia vita tutto per Gesù, così che al punto della mia morte ritrovi in Lui non già un giudice adirato, ma un Padre pieno di bontà, che mi accolga tra le braccia della sua misericordia infinita. Così sia.

Pater, Ave e Gloria.

Quando morte con l’orrido artiglio,

La mia vita a predare ne venga,

Deh ! Signor, Ti sovvenga di me.

Tu mi assisti nel fiero periglio,

E, deposta la squallida salma,

Venga l’alma a regnare con Te.

GRADI DELLA PASSIONE

1. V. Jesu dulcissime, in horto mœstus, Patrem orans,

et in agonia positus, sanguineum sudorem effundens;

miserere nobis.

R). Miserere nostri Domine, miserere nostri.

2. V. Jesu dulcissime, osculo traditoris in manus

impiorum traditus et tamquam latro captus et ligatus

et a discipulis derelictus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

3. V. Jesu dulcissime ab iniquo Iudæorum concilio

reus mortis acclamatus, ad Pilatum tamquam malefactor

ductus, ab iniquo Herode spretus et delusus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

4. V . Jesu dulcissime, vestibus denudatus, et in

columna crudelissime flagellatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

5. V. Jesu dulcissime, spinis coronatus, colaphìs

cæsus, arundine percussus, facie velatus, veste purpurea

circumdatus, multipliciter derisus et opprobriis

saturatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

6. V . Jesu dulcissime, latroni Barabbæ postpositus,

a Judæis reprobatus, et ad mortem crucis injuste condemnatus;

miserere nobis.

R). Miserere etc.

7. V . Jesu dulcissime, tigno crucis oneratus, ad locum supplicii tamquam ovis ad occisionem ductus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

8. V. Jesu dulcissime, inter latrones deputatus,

blasphematus et derisus, felle et aceto potatus, et

horribilibus tormentis ab hora sexta usque ad horam

nonam in ligno cruciatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

9. V. Jesu dulcissime, in patibulo crucis, mortuiis et

coram tua sancta Matre lancea perforatus simul

sanguinem et aquam emittens; miserere nobis.

R). Miserere etc.

10. V . Jesu dulcissime, de cruce depositus et lacrimis

mœstissimæ Virgiuis Matris tuæ perfusus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

11. Jesu dulcissime, plagis circumdatus, quinque

vulneribus signatus, aromatibus conditus et in

sepulcro repositus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

V . Adoramus Te Christe, et benedicimus Tìbi.

R). Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum.

OREMUS

Deus, qui prò redemptione

mundi nasci voluisti,

circumcìdì, a Judæis reprobavi

et Judæ traditore

osculo tradi, vinculis alligavi,

sic ut agnus innocens

ad victimam duci, atque

conspectibus Annæ, Caiphæ,

Pilati et Herodis

indecenter offevri, a falsis

testibus accusari, flagellis

et colaphis cædi, opprobriis

vexari, conspui, spinis

coronari, arundine percuti,

facie velari, vestibus

spoliari, cruci clavis affigi,

in cruce levari, inter

latrones deputari, felle et

aceto potari et lancea vulnerari;

Tu Domine, per

has sanctissimas pœnas,

quas ego indignus recolo,

et per sanctissimam crucem

et mortem tuam libera

me a pœnis inferni et perducere

digneris quo perduxisti

latronem tecum

crucifixum. Qui cum Patre

et Spiritu Sancto vivis

et regnas in sæcula sæculorum.

Amen.

[1. V . O dolcissimo Gesù, triste nell’orto, al Padre con la preghiera rivolto, agonizzante e grondante sudore di sangue; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi, o Signore, abbi di noi pietà.

2. V . O dolcissimo Gesù, con un bacio tradito e nelle mani degli empi consegnato, e come un ladro preso e legato e dai discepoli abbandonato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

3. V . O Gesù dolcissimo, dall’iniquo Sinedrio giudaico reo di morte proclamato, e come malfattore a Pilato presentato, e dall’iniquo Erode disprezzato e schernito; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

.4. V . O dolcissimo Gestì, delle vesti spogliato, e c rudelmente alla colonna flagellato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

5. V. O dolcissimo Gesù, di spine coronato, schiaffeggiato, con la canna percosso, bendato, di rossa veste rivestito, in tanti modi deriso e di obbrobri saziato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

6. V. O dolcissimo Gesù, al ladro Barabba posposto, dai Giudei riprovato; ed alla morte di croce ingiustamente condannato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

7. V. O dolcissimo Gesù, del legno della croce gravato, e come agnello al luogo del supplizio condotto, per esservi immolato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

8. V. O dolcissimo Gesù, tra i ladroni annoverato, bestemmiato e deriso, di fiele e di aceto abbeverato, e con orribili tormenti dall’ora sesta fino all’ora nona nel legno straziato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

9. V. O dolcissimo Gesù, sul patibolo della croce morto, ed alla presenza della tua santa Madre con la lancia trafitto versando insieme sangue ed acqua; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

10. V. O dolcissimo Gesù, dalla croce deposto, e dalle lacrime dell’afflittissima tua Vergine Madre bagnato;abbi di noi pietà

R). Pietà di noi ecc.

11. V. O dolcissimo Gesù, di piaghe coperto, da cinque ferite trafitto, di aromi cosparso, e nel sepolcro deposto; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

V. Ti adoriamo, o Cristo, e Ti benediciamo.

R). Poiché con la tua santa croce hai redento il mondo.

PREGHIAMO

O Dio, che per la redenzione del mondo volesti nascere, essere circonciso, dai Giudei riprovato, da Giuda traditore con un bacio tradito, da funi avvinto, come agnello innocente al sacrifizio condotto, ed in modo indegno ad Anna, Caifa, Pilato ed Erode presentato, da falsi testimoni accusato, con flagelli e schiaffi percosso, con obbrobri oltraggiato, sputacchiato, di spine coronato, con la canna percosso, bendato, delle vesti spogliato, alla croce con chiodi confitto, sulla croce innalzato, tra i ladroni annoverato, di fiele e di aceto abbeverato, e con la l’ancia ferito; Tu, o Signore, per queste santissime pene, che io indegno vado considerando, e per la tua croce e morte santissima, liberami dalle pene dell’inferno e, desiati condurmi dove conducesti il ladrone penitente con Te crocifisso. Tu che col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni nei secoli dei secoli. Così sia.]

CANTO DEL TEMPO DI QUARESIMA

Attende, Domine, et miserere, quia peccavìmus Tìbi.

R). Attende, Domine, et miserere, quia peccavimus Tibi.

1. Ad Te, rex summe,

omnium redemptor,

oculos nostros sublevamus

flentes; exaudi Christe,

supplicantium preces.

R). Attende etc.

2. V. Dextera Patris, lapis

angularis, via salutis,

janua cœlestis, ablue nostri

maculas delicti.

R). Attende etc.

3. V . Rogamus, Deus,

tuam majestatem, auribus

sacris gemitus exaudi; crimina

nostra placidus indulge.

R). Attende etc.

4. V. Tibi fatemur crimina

admìssa; contrito corde

pandimus occulta; tua, Redemptor,

pietas ignoscat.

R). Attende etc.

5. V. Innocens captus,

nec repugnans ductus, testibus

falsis prò impiis damnatus,

quos re demisti Tu

conserva, Christe.

R). Attende etc.

OREMUS

Respice, quæsumus Domine, super hanc familiam

tuam, prò qua Dominus noster Jesus Christus non dubitavit

manibus tradì nocentium, et Crucis subire tormentum.

Qui tecum vivit et regnat in sæcula sæculorum. Amen.

[R). Ascolta, o Signore, ed abbi misericordia, perché abbiamo peccato contro di Te.

R). Ascolta, o Signore, ed abbi misericordia, perché abbiamo peccato contro di Te.

1. V. A Te, o Sommo Re, redentore universale, eleviamo i nostri occhi piangenti;  esaudisci, o Cristo, la preghiera di chi a Te si raccomanda. R). Ascolta ecc.

2. V. O destra del Padre, o pietra angolare, o via di salvezza, o porta del cielo, tergi le macchie del nostro peccato. R). Ascolta ecc.

3. V. Preghiamo, o Dio, la tua maestà, porgi le sacre orecchie ai gemiti, e perdona benigno i nostri delitti. R). Ascolta ecc.

4. V. A Te confessiamo i peccati commessi; con cuore contrito manifestiamo ciò che è nascosto; la tua pietà, o Redentore, ci perdoni. R). Ascolta ecc.

5. V. Imprigionato innocente, condotto non riluttante, da falsi testimoni per i peccatori condannato, Tu, o Cristo, salva coloro che hai redento. R). Ascolta ecc.

PREGHIAMO

Riguarda benigno, o Signore, a questa tua famiglia, per la quale nostro Signore Gesù Cristo non dubitò di darsi in mano ai nemici e di subire il supplizio di croce. Egli che vive e regna Teco nei secoli dei secoli. Così sia.]

 

CATTEDRA DI SAN PIETRO

ORAZIONE IN LODE DI S. PIETRO APOSTOLO

[RECITATA NELLA CHIESA DI S.FERDINANDO IN NAPOLI]

Dal P. Costantino Rossini

[“Saggio di eloquenza sacra”, vol. I, parte seconda. – Tip. De Cristofaro, Napoli, 1854]

Tu es Petrus et super hanc petram ædificabo Ecclesiam meam  [Matteo, Capo XVI]

Dovendo, spettabilissimi uditori, tenere a voi ragionamento di Pietro che il principato si ebbe in fra tutti gli Apostoli: dovendo tessere le laudi di un discepolo del Cristo, a cui Egli commetteva la potestà suprema di legare, e di sciogliere: dovendo alla vostra mente, e alla vostra fede incarnare con la mia povera parola le virtù di lui, per le quali è insieme fondamento, e vertice della Chiesa di Dio: il mio pensiero in tanta vastità, in tanta amplitudine, ed in tanta altezza di grado, e di postura; smarrisce, e smarrito si arresta. E di vero: se io mi fo a considerarlo quanto all’imperio, per Daniele mi si dice la potestà di lui essere sempiterna, ed il suo regno di generazione in generazione: potestas ejus, potestas sempiterna, et regnum ejus in generationem, et generationem. Se mi fo a contemplarlo nella sua fede, ella fu tale, e tanta che il Verbo incarnato ebbe a dirgli, “la carne, e i sangue non a te fu maestra, ma il Padre mio che è nei  cieli: caro, et sanguis non revelavit libi, sed Pater meus qui in cœlis est”. Se mi fo ad affissarlo nella sua carità, ed ella fu tanto viva, e tanto fervente, che: il divin maestro vedendo in lui l’immagine dell’amor suo volle sopra gli omeri di lui posar le fondamenta de la sua Chiesa: tu es Petrus, et super hanc petram ædificabo Ecclesiam meam. Se mi fo a risguardare l’amore che portò ai suoi fratelli, fu questo così intenso, e per modo sentito che l’eterno Pastore a lui trasferiva del gregge redimito la pastura “pascola le mie pecore: pasce oves meas”. Se mi fo ad addentrare la fortezza del suo animo, ed a lui fu detto, conferma i tuoi fratelli qualche volta vacillanti: confirma fratres tuos. Se pongo mente al suo apostolato, ed egli dopo aver seminato il semente della parola divina nell’Asia, ed aver qua e là molte Chiese fondate, diritto si volge a Roma, regina dell’universo, e asilo di tutti gli errori de’ popoli conquistati, e quivi rovesciato il Panteon, stabilisce la sua cattedra, onde il magno Leone disse: ad hanc Urbem, beatissime Petre, venire non metuis … silvam frementium bestiarum. Se da ultimo mi fo a  riflettere alla sua umiltà, ed egli nel versare il sangue, che fu l’umor fecondante della sua fede; volle capovolto esser crocefisso, reputandosi indegno morir sulla Croce nel modo che l’immacolato Agnello moriva. Egli adunque il maggiore, ed il principe degli Apostoli, egli il candelabro acceso innanzi al tabernacolo di Dio, egli la pietra angolare dell’edificio gettato sulla terra dal Redentore, egli il pastore vigilantissimo del gregge di Cristo, egli la ferma colonna del tempio di rigenerazione, egli la tromba sonora che rintrona negli estremi della terra la sacra parola, egli la cattedra della vera sapienza nella scuola della fede, egli il custode, ed interprete delle ieratiche dottrine, egli l’esempio vivo della vera umiltà. Per la qual cosa primeggiando egli nella fede, nella carità, nella fortezza, nello zelo, nella umiltà, nell’imperio, e nella dignità; l’acume del pensiero tanta eccelsitudine non mai raggiunge, né tutta quanta può cogliere la grandezza di lui. Laonde perché il mio ragionare fosse ad un’ora e all’altezza del subietto in qualche modo dicevole, e alla vostra aspettazione corrisposte, m’ingegnerò dimostrarvi esser Pietro la pietra fondamentale dell’edificio civile.

1a riflessione: esser Pietro la pietra fondamentale dell’edificio.

2a Riflessione: esser Pietro la pietra fondamentale dell’edificio spirituale.

3a riflessione. Epperò la pietra angolare del regno di Cristo: Tu es Petrus, et super hanc petram ædificabo Ecclesiam meam.

I.- Che Pietro sia la pietra fondamentale dell’edificio civile, frughiamo col pensiero indagatore la civile comunanza prima della società del Cristo, e fuori di questa società. Cerchiamo la famiglia domestica nella Città, e fuori dell’eterna Città, che il Verbo del Padre venne a porre in atto sulla terra. –  Smarrita l’uomo l’idea per la sua ribellione a Dio, smarriva seco e il dritto, e lo scopo del dritto. E di vero: richiamando alla mente la famiglia domestica, fondamento della civil famiglia; in questa non si vede un capo il cui dritto riposa nell’essere il più forte, ed è questo il marito. La donna non è, che istrumento delle sue voluttà, delle sue libidini, non è che l’oggetto de’ suoi appetiti, l’esca , ed il fuoco delle lascivie, e se ei l’ama, non è amor di amicizia, amor d’istinto, il quale intiepidisce, e s’infredda appena avvizzano le rose delle sue guance, non appena si appanna il rubino delle labbra, l’aureo color delle chiome, il vermiglio del suo seno, le grazia della persona. Perdute le quali, non è più compagna della sua vita, oggetto delle sue tenerezze, onde rimane deserta, abbandonata, ed in preda delle sventure, e delle miserie, delle lacrime. I figliuoli, in questa famiglia domestica, non sono che proprietà del padre, accessione del suo conjugio. Egli ha il dritto di alienare, di vendere, di uccidere la propria prole, né la tenera età, né la debolezza, né il pianto, né i vezzi fanciulleschi, né le grazie, né l’amore istintivo è loro di scudo all’arbitrio, ed all’ ira del padre. I servi, iti questa famiglia, non sono che strumenti di lavoro, e di fatiche, ed organi passivi del capriccio delle furie del padrone. Egli li condanna alla fame, ed al digiuno, alle torture, ed ai flagelli, gli vende nei mercati, gli uccide nei sospetti, e la proprietà materiale ha più valore della proprietà personale. Questa è la famiglia domestica di Atene, di Sparta, di Grecia, di Roma, questa è la famiglia dell’Asia, e dell’America in cui la luce del Vangelo non è stata ancora ricevuta. Se tale adunque è la famiglia domestica, quale poi non è la famiglia civile? Guerre, discordie, lizze, soprusi, favore, arbitrio, violenza, ecco il corredo della civile comunanza prima, e fuori del Cristianesimo. Venne sulla terra il Verbo del Padre, rischiarò le nebbie della umana ragione, seminò il buon semente della divina parola, ruppe le catene del servaggio, strinse il freno alle passioni, e all’imperio della forza, sostituì l’imperio del dritto. Nel Cristianesimo la moglie è la tenera compagna della vita, uguale nei diritti, nei doveri al marito perché sta scritto « ciò che Dio congiunse, 1′ uomo non può separare » È questo connubio gran sacramento al dir di Paolo, ed è simbolo di quel connubio che il Cristo stringeva indivisibilmente con la Chiesa, Nel Cristianesimo i figliuoli non sono accessioni, e proprietà de’ parenti, non è loro dato il potere di uccidere, e di alienare, perché essi non sono che pegni della bontà consegnati ai genitori, e tenere piante che debbono allevare all’ombra vitale del Vangelo, perché sta scritto: « lasciate i pargoli venissero a me ». Nel Cristianesimo i servi non sono animali condannati alle più dure fatiche, semoventi al capriccio del padrone, ma perché figli del medesimo Padre celeste, e rigenerati nella fede del Cristo, son fratelli al Signore, e soci, e compagni nella famiglia. Nel Cristianesimo non solamente vennero restituiti i dritti alle persone, ma eziandio venne garantito il dritto, od imposto il rispetto, imponendo l’esercizio delle morali virtù, nel qual esercizio sta ogni bene. E se la società civile è composta dalla società domestica, migliorata l’una che ne è base e fondamento, senza dubbio è migliorata l’altra. Oltre a ciò, se a sentenza di due gravi Sapienti della Gentilità non vi può essere civil comunanza senza religione, e senza vera religione; ivi questa civil società di uomini è perfetta, ove la religione è vera, e dove la religione è santa. E se non vi à verità di religione fuori della religione del Cristo, aperto conseguita che non vi può esser consorzio veramente civile fuori della Chiesa. E dove mai, spettabilissimi Signori, questa Chiesa riposa? Portatevi col pensiero nelle parti di Cesarea ed ecco al vostro cospetto un uomo mite di cuore, mansueto negli atti, gentile ne’ modi, soave nelle parole: eccolo in mezzo ad un cerchio dei suoi discepoli, altri vengono dalle reti, altri dal traffico, e tutti dalla gente minuta, rozzi di costume, ignari di lettere, poveri di fortuna , e ruvidi della persona. Ecco che Costui a loro rivolto così dice « Chi dicono essere il Figliuol dell’uomo? Altri rispondono, gli uomini forse, avendo riguardo alla solitudine della tua vita, alla forza della tua voce, alla calca delle turbe che spesso ti seguono, alla rigidità del tuo costume, dicono esser tu il Battista, e la voce che grida nel deserto, preparate la via del Signore: altri avendo forse riguardo alle luce di cui sul monte flagrò il tuo volto,  e le tue vestimenta addivenir bianche come la neve, dicono esser tu Elia dal carro infuocato: altri avendo riguardo alle tue profetiche parole, ai tuoi avverati vaticini, ed all’altezza delle dottrine, dicono esser tu Geremia, o uno dei profeti della Santa Città. Ed Egli allora disse, se ciò dicono di me gli uomini, voi di me che dite? E Pietro rispose, tu sei il Cristo, Figliulo di Dio vivo: allora il Maestro, vedendo risposta cotale non esser opera del sangue, e della carne, ma della Grazia che in lui potentemente operò, rispose: sei beato, o Simone Bariona, ed io ti dico che tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, ed ecco Pietro pietra fondamentale dell’edificio civile, perciocché, Pietro innalzando la bandiera della Croce, predicando ai popoli esser noi tutti figliuoli del medesimo Padre cioè Iddio; le varie razze degli uomini si ridussero all’unità, le varie famiglie all’unico principio. Disparvero le divisioni degli imperi, dei Regni, delle Provincie: disparve alla luce del Vangelo l’opposizione, e la varietà delle complessioni dipendenti dal vario cielo, dal vario clima: disparve al suono della parola divina che rintronò per tutti gli angoli della terra la varietà, e l’opposizione dei riti, e dei culti: disparve alla parola di pace la discordia e la guerra che divideva, e sanguinava le nazioni: disparve alla promulgazione della legge del perdono l’odio intestino che rodeva lentamente gli umani: disparve alla nuova dottrina la dissonanza delle opinioni, e degli errori: disparve al nuovo patto la tenebra che avvolgeva gli umani intelletti, si ruppero le catene del servaggio in cui l’angelo delle tenebre teneva stretti i figliuoli della colpa. E predicandosi un Dio principio, e fine degli esseri, predicando il Cristo Redentore del genere umano, predicando un culto, ed un rito, predicando legge, ed un dritto stabilì quella teocrazia perfetta desiderata dai Santi, veduta dai Profeti, conosciuta fra le tenebre della ragione dai Sapienti della terra, e disegnata ab eterno nella mente di Dio: quella teocrazia in cui Iddio realmente comunica con gli uomini, e gli uomini con Dio: quella teocrazia in cui scopo è la verità per essenza, la virtù, la felicità eterna dei popoli: quella teocrazia che fondamento, è radice, è mezzo, è fine di ogni civile comunanza: quella teocrazia insomma che restituiva agli uomini il dritto usurpato, dettava la legge infallibile, e segnava la meta cui debbono tendere incessantemente e governanti, e governati, perché uno è il pastore, ed uno l’ovile. Ma Pietro è pure pietra fondamentale dell’ edilizio civile, sebbene pietra fondamentale dell’edificio morale.

II. Per quaranta secoli l’umana ragione si era studiata trovare un principio di giure, un criterio di bene, e di male, un modo a distinguere la virtù e il vizio, e per quaranta secoli non altro si era veduto che errori, congetture, opinioni. I Greci che tanto s’innalzarono sugli altri, e che nella sapienza riponevano ogni umana grandezza, i Greci stessi che in contemplando trapassavano, e consumavano i giorni, nella variabilità quasi ché infinita delle molle principali delle umane azioni, nel complesso indefinito degli effetti non avevano potuto con l’analisi pervenire al primo principio, giungere alla prima cagione. I legislatori più prudenti, e più maturi si vedono smarrire il sentiero, e senza tipo di giusto, e di bene sanzionare false leggi. Dracone detta leggi di sangue: Licurgo reputato sapientissimo punisce la deformità, e per fare robusti gli uomini eradica il pudore: Solone signoreggiato dall’idea di patria grandezza corrompe la severità dei nativi costumi. Zeleuco sancisce la legge di vendetta. Numa rende superstizioso un popolo sorto dal coraggio e dal valore. Caronda legittima il furto. Ma non pure i Legislatori, i Filosofi più accurati e maggiormente intesi alla morale degli uomini errabondano nel campo della ragione, e malgrado tanti sforzi, tante vigilie, tante fatiche; non sanno discendere nell’umano cuore, e trovare la prima forza che l’agita, né sanno salire nella mente, e vedere lo scopo a cui tende, e la destinazione per la quale venne creata. Pitagora altro non vede che armonia nel creato! da questa armonia vuol ricavare la legge. Platone non vede che tipi, ed a questi tipi vuol ridurre la norma. Aristotile non scopre che sviluppamento sociale, ed in questo sviluppamento ripone il dritto. Zenone non altro vede, che relazioni tra azioni, ed obblighi, ed in questa reciprocanza statuisce il Catecon. Cicerone non altro vede che consentimento universale di popoli, ed in questo consentimento alloga l’officio. Epicuro altro non scorge che voluttà, ed in questa voluttà statuisce la virtù. Quindi nei magni Filosofi non altro si vede che aberrazioni di mente. L’umana ragione dunque errava di sistema in sistema, di opinioni in opinioni, di errore in errore senza poter conoscere il vero, il buono, il giusto. Nella lotta di tanti sistemi, nella discordia di vari elementi politici, nel contrasto di varie credenze, appare un uomo di cui invano cerchi l’educazione, invano il luogo della sua giovanile dimora, invano la scuola delle dottrine che professa. Parla, e divien muta la Sinagoga, si muove, e le turbe lo seguono, comanda, e la natura gli obbedisce, opera ed una serie di meraviglie lo accompagna. Non profeta, predica l’avvenire, non dottore adempie e modifica la legge, non filosofo, ritrova il legame della società, non politico stabilisce il fondamento di un’ampia famiglia. Quest’uomo misterioso mentr’è pacifico minaccia una guerra, mentr’è umile affronta i superbi, mentr’è inerme, combatte, e vince i secoli, mentre è solo lotta con gl’lmperi. Quest’essere misterioso, quest’uomo dei portenti è il Verbo del Padre: la sua lingua grida amore, ed ecco a questa parola onnipotente fuggir la guerra nel luogo donde era sbucata, estinguersi la fiaccola della discordia. La sua lingua grida pazienza, ed ecco spuntati i pungoli del dolore, delle ingiurie, dei morbi, degli affanni, della morte. La sua lingua grida perdono, ed ecco attutite le vendette, racquetati gli odi, estinte le ire. La sua lingua grida povertà, ed ecco aborrite le grandezze, detestati i tesori. La sua lingua grida abnegazione, ed ecco 1’uomo, dal mondo del senso, della voluttà, rientrato nel mondo della contemplazione, della mortificazione. Tutte queste dottrine le compie con l’esempio di se stesso: la legge la scrive col suo sangue, la vita l’apre con la sua morte, l’ira la espugna col suo sacrificio, l’inferno lo vince con la sua passione. – Questo potere, il Verbo del Padre, trasmette ai suoi Apostoli con quelle parole « come mandò me il Padre, così io mando voi, andate nella universale terra, predicate il mio Vangelo, battezzate le creature nel nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo. E dopo questa missione, e questo potere delegato rivolto a Pietro dice, e tu conferma i tuoi fratelli qualvolta vacillanti. Ed egli perché fosse la pietra fondamentale dell’edificio morale, e come colonna sopra cui riposava cotanto apostolato; dal centro della Galilea altri manda nella Siria, altri nell’Acaja, altri nella Giudea, altri nella Bitinia, altri nell’Armenia, altri nella Macedonia, altri nella Grecia, altri nell’Epiro, altri in Cartagine, altri nelle Gallie, ed ei medesimo stabilita la Cattedra in Antiochia, dopo la predicazione in varie Regioni, e Città, prende la volta di Italia, e pervenuto in questa Regione Signora, e Regina dell’universo; parla e l’ira depone il suo tosco, l’avarizia lascia le sue arche, la libidine rompe i suoi lacci, la superbia depone il suo cipiglio, l’ambizione si spoglia dei suoi titoli. Parla e l’ipocrisia si denuda del suo velo, la menzogna, e l’errore perde le sue apparenze, ed i pregiudizii e le superstizioni di quaranta secoli vengono eradicate dall’annoso tronco. E qui si vedono rovesciati gli altari sozzi di sangue, altrove i fani, ed i delubri tramutati in tempio del Signore, altrove gli Oracoli caduti dai loro tripodi, altrove 1’aeropago confuso: qui i panteon distrutti, qui i sistemi filosofici obbliati, altrove le aquile tarpate le penne, altrove lo stendardo della guerra umiliato al vessillo della Croce, e tutta l’umanità per lo innanzi divisa in principati, in caste, in reami, in imperii, lacerata da discordie e da ire intestine, sorretta da affetti, da opinioni, guidata dal senso, dal capriccio, rientrare nell’unità di famiglia, nell’unità di fede, avendo per fondamento la pace, per guida la Croce, per scopo un bene che avanza i desideri. Ben dunque vi diceva sin da prima che Pietro è la pietra fondamentale dell’edificio morale.

III. Il Cristo assumendo nella sua persona l’umana natura, sublimava seco l’umanità. E però come il Padre si compiace di Lui giusta quelle parole, “tu mio figliuolo diletto in cui mi son compiaciuto”, compiacendosi, si compiace ancora della natura umana nella Persona del Cristo. E se prima per la ribellione al suo volere il genere degli uomini venne condannato al dolore, all’ira, ed alla morte; dopo la pienezza del tempo, rediviva la natura per il Cristo, sottentrava al dolore il gaudio, all’ira la clemenza, alla morte la vita. E pel novello Adamo offerto il cruento olocausto,  vinto l’inferno, espugnata la morte, rovesciata la muraglia di bronzo che separava dal Cielo la terra, eretta di nuovo la scala di Giacobbe che pone il piede nel disco della terra, e la cima al trono di Dio, avvenne che fosse 1’umanità conciliata col Cielo, la fattura in grazia del suo fattore, e l’uomo con Dio, donde nel Cristo quella perfetta teocrazia in cui Iddio realmente comunica con gli uomini, e gli uomini con Dio; gli uni, e l’altro avente il medesimo scopo, il medesimo fine. E però il Cristo è il vero Signore degli uomini, il ministro della salute del genere umano, ed il capo del nuovo gregge. Questo suo potere ei lo delegava a Pietro, perciocché vedendo in lui quella carità cui Egli fin dai secoli eterni arse per la salute degli uomini; vedendo in lui quell’amore di cui sempre palpitò il suo tenero cuore, quella carità, e quell’amore che è l’epigrafe della sua bandiera, la legge del suo imperio, la catena dei suoi soci, e il patto sanzionato con la sua Chiesa; a lui rivolto, sicuro dell’ amor Pietro in Lui, e per Lui nel suo ovile, disse: “a te do le chiavi del regno de’ Cieli, tu aprirai a tua posta le porte della celeste Sionne, tu chiuderai a tuo arbitrio le porte dell’inferno: tu scioglierai, e legherai sulla terra: tu imporrai le mani sopra i miei eletti, e lo Spirito che da me, e dal Padre procede, scenderà su di loro: tu insomma avrai quel potere nella terra che Io mi ebbi dal Padre mio. E Pietro rispose nella carità, perché aveva risposto nella fede, quindi pervenuto a Roma, condotta a salute nel Tevere la nave del Vangelo, innalzato sul Campidoglio l’albero trionfale del riscatto, stabilita sopra eterne fondamenta la cattedra di verità, perché in tutto fosse somigliante al suo maestro, compiva il suo sacrificio nel centro dell’Universo, e Roma pagana signora dei popoli, santificata dal sangue del principe degli Apostoli, addivenne signora, e Regina di un imperio che ha per limiti la terra, e il Cielo, il visibile, l’invisibile, per sudditi le generazioni, per legge la fede, per capo. Iddio, per fine l’eternità. Salve adunque, o Pietro, salve, o pietra fondamentale dell’edificio civile, pietra fondamentale di edificio morale, fondamentale di edificio spirituale. Deh! tu in questi tempi io cui l’errore tenta di spandere la tenebrosa sua ala in questo Cielo d’Italia rischiarato sempre dal fuoco che tu accendevi nel centro di essa, e dalla luce che perenne splenderà e splende fino alla consumazione dei secoli, deh! tu tarpa le sue penne, tronca i suoi muscoli, dissipa le sue ombre, perché conosciuto il vero, le nostre menti fossero tratte dal suo bello, rapito dal suo bene, ed a lui strette nella milizia della vita lo fruissero poi nel trionfo della gloria.

 

SCUDO DELLA FEDE -III- : LA DIVINA RIVELAZIONE

III.

LA DIVINA RIVELAZIONE.

[Da: A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede” S.E.I. Ed. Torino, 1927 -impr.]

La divina rivelazione è possibile. — Fu per noi necessaria. — Esiste.

— È possibile che Iddio abbia parlato agli uomini per rivelar loro delle verità da credere?

Non solo è possibile, ma indubitato. Forse che tu non possa, ogni qual volta lo voglia, parlare con gli altri uomini per rivelar loro i pensieri della tua mente? E se ciò puoi farlo tu, perché non avrà potuto farlo Iddio, che è onnipotente?

— Ma Iddio nel parlare agli uomini non si sarebbe abbassato, avvilito?

Si sarebbe abbassato, avvilito, se avesse fatto cosa indegna di Lui. Ma si può dire forse che il parlar, che egli fece agli uomini, sia stato indegno della sua divina bontà? Tutt’altro. Se fosse così si dovrebbe dire che si è pure abbassato nel creare gli uomini e che continuamente si abbassa nel conservarli. No, la divina rivelazione non è un avvilimento della divina maestà: essa anzi è la cosa più conforme alla stessa, la cosa più degna e conveniente. E non ti pare che se Iddio, dopo aver creati gli uomini, non si fosse loro rivelato, fatto conoscere, la sua Provvidenza verso di noi apparirebbe monca ed imperfetta? Non dovremmo dire che Egli si è curato poco di noi, che poco gli preme il nostro culto e la nostra felicità.

— Ciò è verissimo. Ma gli uomini avranno potuto intendere Iddio a parlare?

Perché no? Se Iddio si è espresso in modo da farsi intendere (e dal momento che

egli voleva rivelare agli uomini delle verità da credere, non poteva far diversamente), era più che naturale che gli uomini, benché con una intelligenza finita, lo abbiamo potuto intendere.

— Ma non capisco, perché Iddio avendoci data la intelligenza, con la quale possiamo noi conoscere le cose, abbia poi ancora voluto Egli parlare agli uomini per apprendere loro le verità da credere.

Caro mio, non bisogna dimenticare che vi sono due sorta di verità: di quelle che con la nostra intelligenza possiamo comprendere e di quelle alla nostra intelligenza affatto incomprensibili, ossia misteri. Ora poiché Iddio volle che noi, ad essere salvi, credessimo non solo alle prime verità, ma eziandio alle seconde, non era assolutamente necessario, che ce le manifestasse? Anzi era pur necessario, non assolutamente, ma moralmente, la manifestazione o rivelazione di quelle stesse verità che con la nostra intelligenza possiamo comprendere. Dimmi, se tu vuoi imparar bene una scienza od arte, hai bisogno, sì o no del maestro?

— Senza dubbio, perché capisco bene che assolutamente parlando potrei imparare una scienza od un’arte anche da me, come han fatto taluni, ma ordinariamente no, perché allora mi ci vorrebbe chi sa quanto tempo.

Benissimo. Così le verità, che la nostra stessa intelligenza può comprendere, assolutamente parlando, dagli uomini si potevano venir a conoscere, come ad esempio che Dio esiste, che Egli è giusto, che l’anima è spirituale ed immortale, che vi ha. una vita futura, che i buoni han da essere premiati e i cattivi castigati: che perciò bisogna onorare quel Dio che esiste, fare il bene, evitare il male, combattere le nostre cattive inclinazioni, amare il nostro prossimo, essere giusti con tutti, fedeli ai propri doveri, prudenti nelle difficoltà, forti in mezzo ai pericoli, e simili. Ma a questa cognizione potevano pervenire tosto, di per sé, con sicurezza e in modo chiaro tutti quanti gli uomini?

— Eh! si sa, gli uomini dotati di bell’ingegno e di facile intendimento sono pochi.

Aggiungi che tra gli stessi uomini di grandi forze intellettuali ve ne sono moltissimi che per la loro bassa condizione, per il lavoro manuale, cui devono continuamente attendere affine di guadagnarsi il pane, non avrebbero potuto applicarsi a tale studio. E posto pure che un gran numero di uomini avessero avuto tale agiatezza da potervisi applicare, l’esperienza non dimostra forse che costoro, in parte abbastanza grande, avrebbero avuto ben poca voglia di farlo? Epperò che cosa sarebbe stato dei più?

— Non avrebbero neppure conosciute quelle verità, che pure, assolutamente parlando, sono all’umana intelligenza accessibili.

Certamente. E così solamente alcuni filosofi privilegiati sarebbero pervenuti al conoscimento di dette verità, e ben s’intende dopo un lungo e non facile studio.

— Ebbene, non avrebbero poi potuto questi filosofi insegnare essi tali verità agli uomini?

L’esperienza dimostra chiaramente che no. Siccome anche, i grandi sapienti hanno le loro passioni, e se ne lasciano pur troppo dominare, perciò o dalla loro superbia, o dalla loro invidia, o dall’amore ai malvagi piaceri, o da altra simile causa si lasciano traviare assai facilmente, sia nella ricerca delle verità, sia nel dedurne delle applicazioni pratiche. Difatti se tu getti lo sguardo sugli stessi più celebri filosofi antichi, ne troverai forse uno solo che non sia caduto in vari e gravissimi errori? – Per citarti qualche esempio, il famoso Socrate, benché ammettesse un Dio supremo, non negava la pluralità degli dei, e in quanto all’immortalità dell’anima la riteneva solo probabile. Il celebre Platone, che per la sua scienza fu chiamato addirittura divino, non ostante l’altezza dei suoi concetti, e il soffio poetico, e la dolce eloquenza, con cui li esprime, ribocca ancor esso di errori. Egli insegna fra le altre cose, che Dio e la materia hanno un’esistenza esattamente parallela ed infinita, e che quello si è giovato di questa per formare il mondo; che l’uomo ha tre anime diverse, una ragionevole, che è esistita prima di lui, un’altra virile, che è il principio del volere, dell’avere coraggio e forza, l’altra femminile, che è la fonte delle passioni sensuali; che il matrimonio deve essere abolito come istituzione costante; che gli schiavi non sono uomini ma cosa. – Così pure errò gravissimamente Aristotile, che arrivò al punto da negare la Provvidenza e da asserire che solamente gli uomini liberi hanno diritti, mentre gli schiavi sono naturalmente animali bipedi destinati a servire gli altri. Or ti pare che questi filosofi sarebbero stati buoni maestri degli altri uomini?

— No certamente. Ma i filosofi moderni però …

I filosofi moderni, che non han voluto prestar fede alla rivelazione, sono caduti in errori anche più grossolani. Figurati che hanno rigettata la creazione e l’esistenza di Dio, che hanno detto, che la virtù e il vizio sono nomi inventati dagli uomini, ma che in realtà non v’è distinzione di sorta tra il bene e il male. Ora ti sembra che i filosofi moderni potrebbero essere per l’umanità maestri migliori dei filosofi antichi? E poi, dimmi, la verità è, sì o no, una sola?

— Non vi può essere alcun dubbio.

E dunque da quale di questi maestri, vuoi antichi, vuoi moderni, gli uomini avrebbero appresa la verità, se quasi nessuno fra di loro è andato d’accordo con un altro nelle sue dottrine? Se anzi, come ha detto lo stesso Giangiacomo Rousseau, tutti per ragione del loro egoismo hanno messo il massimo studio per pensare diversamente dagli altri, preferendo ognuno la menzogna trovata da lui alla verità scoperta per altri?

— Capisco; questi maestri per difetto di unità dottrinale non avrebbero autorità di sorta.

E supponiamo pure per un momento che l’avessero, forse che la più parte degli uomini avrebbe la comodità e la voglia di andarli a sentire? Ti pare, a te, che i poveri, gli operai i contadini, le donne i fanciulli andrebbero alla loro scuola? Eh! caro mio, questa gente ha ben altro a fare per guadagnarsi il necessario sostentamento. Vedi adunque come la ragione stessa dimostra, che anche per la conoscenza sicura, pronta ed universale delle verità di ordine naturale era necessaria la rivelazione divina, che cioè Dio manifestasse Egli agli uomini tali verità. E questa necessità fu riconosciuta dagli stessi filosofi antichi e moderni, ancorché miscredenti.

— Dunque in realtà gli uomini tutti senza la rivelazione divina non possono conoscere nessuna verità, neppure d’ordine naturale.

Adagio a dir ciò. Questo pure è un errore, e grave; errore nel quale sono caduti ultimamente certi filosofi, che si chiamano tradizionalisti, i quali asserirono che senza la rivelazione, senza la tradizione primitiva, che ci viene con la parola, noi non possiamo conoscere nulla; il che come potrai riconoscere da quanto fu detto di sopra, è falso perché distrugge le forze della ragione e sconvolge ogni ordine

— In conclusione adunque la rivelazione divina è possibile ed è necessaria.

Sì nel senso che ti ho spiegato.

— Ora sarei curioso di sapere quando, dove e a chi Iddio ha fatto tale rivelazione.

Ottima curiosità, che subito ti soddisfo. Iddio ha cominciato la divina rivelazione delle verità, che si hanno a credere per essere salvi, al principio del mondo al nostro primo padre Adamo nel paradiso terrestre; in seguito continuò a far tale rivelazione ai patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe nelle pianure della Caldea; di poi al grande legislatore ebraico, Mosè, sulla vetta del Sinai, al re Davide, a Salomone, ai profeti, e per essi a tutto il popolo ebreo sia nella sua patria come nelle terre di esilio e di schiavitù. E da ultimo Egli la compì per mezzo del suo Divin Figlio, che mandò sulla terra nella Palestina, e che ammaestrò dodici uomini, che si chiamano Apostoli, ossia ambasciatori suoi all’umanità, e per essi la sua Chiesa, ora e sempre suo gran testimonio ed organo infallibile.

— Ma tutti costoro, come Adamo, Abramo Mosè, Davide, eccetera, i quali asserirono di aver inteso Iddio a parlare e manifestare loro delle verità da credersi da tutti, non potrebb’essere che siano stati furbi impostori, che abbiano detto ciò per ingannare gli uomini a seconda di qualche loro interesse, oppure poveri imbecilli, che si siano creduto nelle loro allucinazioni e nei loro sogni da matto, che Dio abbia loro parlato, mentre non era vero?

Questa obbiezione è giustissima. Ma io ti rispondo subito, che la nostra ragione nel

ricercare il fatto della divina rivelazione non solo trova per mezzo della storia i luoghi, i tempi e le persone, cui la divina rivelazione fu fatta, ma trova pure della medesima prove evidentissime e di tale forza, per cui, a meno di voler essere irragionevoli, bisogna ammettere assolutamente la verità di essa, e cioè la verità della fede cristiana, ossia di quel complesso di verità, che la Chiesa Cattolica insegna e che noi dobbiamo credere.

— E quali sono queste prove?

Sono due principali: le profezie e i miracoli. Ed una volta che tu abbia riconosciuto,

come realmente Iddio si sia servito di questi due mezzi per rendere certa presso di noi la fede che ci ha rivelato, avrai riconosciuto altresì, che per credere vi sono dei motivi, e motivi assoluti.