SULL’ULTIMO GIORNO DELL’ANNO

SULL’ULTIMO GIORNO DELL’ANNO

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[Manuale di Filotea, del sac. G. Riva, Milano 1888]

Alla fine d’ogni anno si deve pensare come infallibilmente sì penserà al fine della vita. Il numero de’ giorni onde l’uno e l’altro è composto, felici o infelici, mesti o ridenti, tutto è passato, e l’impressione che hanno fatto nell’anima gli uni e gli altri egualmente si cancella. Eccovi giunto all’ultimo giorno dell’anno, che è stato l’ultimo per molti. Che amaro rincrescimento se lo avete mal impiegato! Ma parimenti, che dolce consolazione, se tutti i giorni sono stati per voi giorni pieni; se avete fatto un sant’uso di tutto questo tempo; se avete posti a guadagno i beni e i mali: se avete riformati i costumi; se avete praticati con puntualità i vostri esercizi di devozione; se avendo letto ogni giorno la vita dei Santi, ne avete imitate le virtù; e avendo fatto ogni giorno qualche pia considerazione, non l’avete mai fatta senza qualche frutto; in fine, se, avendo avuto in tutto il corso dell’anno tante sante ispirazioni, tanti religiosi impulsi, tanti salutari desideri, tanti esempi o da rigettare o da seguire, siete stato fedele alla grazia: e discernendo il vero dal falso, quanto vi era di seducente da quanto era per voi salutare, siete stato savio a sufficienza da non affaticarvi che per la vostra salute! E sia come si voglia, passate per lo meno sì santamente tutto quest’ultimo giorno, che abbiate questa sera la consolazione di non aver perduto tutto l’anno. – Il mezzo più proprio per cominciare un nuovo anno è il terminar santamente quello che sarà per finire. Approfittatevi con diligenza e con fervore di questo avvertimento. E’ una pratica di pietà molto utile, e l’anime ferventi non manchino di conformarvisi; cioè di fare in questi ultimi giorni una Confessione straordinaria de’ peccati più considerevoli commessi nel corso dell’anno. Passate quest’ultimo giorno in una specie di ritiramento. Sia almeno quest’ultimo giorno tutto per il Signore e per la vostra salute. Non vi contentate di leggere tutto questo; mettetelo in opera. Una lettura secca e sterile sarebbe più nociva che utile. Ringraziate poi Dio in particolare di tutte le grazie che avete ricevute. – Questo Ringraziamento si deve a Dio per convenienza, per dovere, per interesse! Per Convenienza, perché niente più conforme al buon tratto di quello che il beneficato restituisca in qualche maniera al benefattore quel bene che per pura liberalità ha da lui ricevuto, e questo può farlo ognuno con esprimergli alla meglio la propria riconoscenza; 2. per Dovere, perché ogni uomo è portato dalla propria natura a rispondere colla riconoscenza a chi gli ha fatto del bene, onde diceva Filone che, se ogni virtù è santa, la gratitudine è santissima; 3. per Interesse, perché la corrispondenza ai doni già ricevuti è pel donatore lo stimolo il più potente ad impartir nuovi doni. E perciò, se Dio vuol essere ringraziato da noi, non è già perché abbia bisogno dei nostri ringraziamenti, ma perché ama che noi Gli presentiamo dei nuovi titoli per farci dei nuovi benefici. Quindi merita eterna lode il P. Camillo Ettori della Compagnia di Gesù, il quale pel primo introdusse in Bologna il costume, che poi si sparse in tutta l’Italia, di cantare quest’oggi pubblicamente nelle chiese il Te Deum per ringraziare il Signore dei benefici impartitici in tutto l’anno; e le anime pie devono farsi un dovere di non mancare a così bella funzione. – Visitate poi in questo giorno qualche Cappella, o qualche Chiesa nella quale la Santa Vergine è più particolarmente onorata, per ringraziarla con più acceso fervore di tanti benefizi che avete ricevuti sotto la sua potente protezione, e consacrarvi di nuovo al suo servizio. Non vi scordate dei Santi Angeli, in special modo del vostro Angelo Custode. Di che non gli siete debitore? Mostrategli in questo giorno la vostra gratitudine, ringraziate i Santi delle grazie che avete ricevute da Dio per la loro intercessione, e interessateli della vostra salute coi vostri sentimenti di riconoscenza. Fate più abbondanti che vi è possibile delle elemosine a’ poveri, all’intento di riparare con questa liberalità straordinaria a tante pazze spese che avete sacrificate a’ vostri piaceri, o alla vostra vanità. Nella vostra casa medesima, se non vi è possibile in chiesa, passate buona parte della sera in affettuose adorazioni del SS. Sacramento per riparare in qualche maniera a tante veglie passate nel giuoco o in altre inezie. Terminate infine quest’anno tanto cristianamente quanto vorreste al presente averlo scorso. Tutte queste religiose industrie serviranno a meraviglia per l’affare importante di vostra salute. Recitate intanto la seguente

ORAZIONE PER L’ULTIMO GIORNO DELL’ANNO.

Quanti motivi non ho io di confondermi e d’umiliarmi profondamente davanti a Voi, o mio Dio, se mi faccio a confrontare la bontà vostra verso di me colla mia continua sconoscenza verso di voi! Mentre nel decorso dell’anno ornai compito avete comandato alla morte di recidere colla sua falce tanti fiori e tante piante che formavano il miglior ornamento del campo misterioso di questo mondo, avete imposto alla medesima di rispettar la mia vita, che, come pianta infruttuosa, occupava inutilmente il terreno, e, come erbaggio di pessima specie, non faceva che impedir lo sviluppo dei vicini germogli ed ammorbar tutta l’aria col suo ingratissimo odore. E ciò con tanta maggiore mia colpa, in quanto che, non contento voi di preservarmi dal meritato sterminio, mi avete sempre contraddistinto coi segni i più evidenti della vostra amorosa predilezione, allontanando da me tutto quello che poteva nuocere in qualche modo così al mio spirito come al mio corpo, ed accordandomi le grazie le più efficaci alla santificazione dell’uno e alla salute dell’altro. Che se qualche volta avete inclinato verso di me la punitrice vostra destra, furono tutti leggieri i suoi colpi, e sempre temperati dalle dolcezze della vostra misericordia. Ma se finora ho corrisposto sì indegnamente a tutti i vostri favori, voglio emendare almeno adesso l’inescusabile mio fallo, ringraziandovi prima di tutto cordialissimamente di tutte le vostre beneficenze così spirituali come temporali, e domandandovi sinceramente perdono di quanto ho osato commettere contro di Voi. Voi degnatevi di accettare le mie attuali proteste come una ritrattazione sincera di tutto il passato e una caparra sicura della mia emendazione nell’avvenire. – Intanto mettete Voi il compimento alle vostre misericordie col rassodare nelle fatte risoluzioni la mia volontà sempre instabile, onde facendo servire alla giustizia quelle potenze e quei sensi che già servirono alla iniquità, dia finalmente a Voi tanto di gloria, quanto già vi ho recato di sfregio colle replicate mie colpe. Voi che mi ispirate così nobili e così doverosi sentimenti, degnatevi ancora di darmi forza, onde mandarli ad effetto, e così verificare il detto consolantissimo del vostro Apostolo, che si vide sovrabbondare la grazia dove prima abbondava la iniquità.

Indi si recita, o col popolo in pubblica funzione, o privatamente, il Te Deum, per ringraziare il Signore dei benefici ricevuti.

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Te Deum

 Te Deum laudámus: * te Dóminum confitémur.

Te ætérnum Patrem * omnis terra venerátur.

Tibi omnes Ángeli, * tibi Cæli, et univérsæ Potestátes:

Tibi Chérubim et Séraphim * incessábili voce proclámant:

(Fit reverentia) Sanctus, Sanctus, Sanctus * Dóminus Deus Sábaoth.

Pleni sunt cæli et terra * majestátis glóriæ tuæ.

Te gloriósus * Apostolórum chorus,

Te Prophetárum * laudábilis númerus,

Te Mártyrum candidátus * laudat exércitus.

Te per orbem terrárum * sancta confitétur Ecclésia,

Patrem * imménsæ majestátis;

Venerándum tuum verum * et únicum Fílium;

Sanctum quoque * Paráclitum Spíritum.

Tu Rex glóriæ, * Christe.

Tu Patris * sempitérnus es Fílius.

Fit reverentia Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem: * non horruísti Vírginis uterum.

Tu, devícto mortis acúleo, * aperuísti credéntibus regna cælórum.

Tu ad déxteram Dei sedes, * in glória Patris. Judex créderis * esse ventúrus.

Sequens versus dicitur flexis genibus

Te ergo quǽsumus, tuis fámulis súbveni, * quos pretióso sánguine redemísti.

Ætérna fac cum Sanctis tuis * in glória numerári.

Salvum fac pópulum tuum, Dómine, * et bénedic hereditáti tuæ.

Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum.

Per síngulos dies * benedícimus te.

Fit reverentia, secundum consuetudinem

Et laudámus nomen tuum in sǽculum, * et in sǽculum sǽculi.

Dignáre, Dómine, die isto * sine peccáto nos custodíre.

Miserére nostri, Dómine, * miserére nostri.

Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, * quemádmodum sperávimus in te.

In te, Dómine, sperávi: * non confúndar in ætérnum.

[Te Deum Ti lodiamo, o Dio: * ti confessiamo, o Signore. Te, eterno Padre, * venera tutta la terra. A te gli Angeli tutti, * a te i Cieli e tutte quante le Potestà: A te i Cherubini e i Serafini * con incessante voce acclamano: (chiniamo il capo) Santo, Santo, Santo * è il Signore Dio degli eserciti. I cieli e la terra sono pieni * della maestà della tua gloria. Te degli Apostoli * il glorioso coro, Te dei Profeti * il lodevole numero, Te dei Martiri * il candido esercito esalta. Te per tutta la terra * la santa Chiesa proclama, Padre * d’immensa maestà; L’adorabile tuo vero * ed unico Figlio; E anche il Santo * Spirito Paraclito. Tu, o Cristo, * sei il Re della gloria. Tu, del Padre * sei l’eterno Figlio. Chiniamo il capo: Tu incarnandoti per salvare l’uomo, * non disdegnasti il seno di una Vergine. Tu, spezzando il pungolo della morte, * hai aperto ai credenti il regno dei cieli. Tu sei assiso alla destra di Dio, * nella gloria del Padre. Noi crediamo che ritornerai * qual Giudice. Il seguente Versetto si dice in ginocchio. Te quindi supplichiamo, soccorri i tuoi servi, * che hai redento col prezioso tuo sangue. Fa’ che siamo annoverati coi tuoi Santi * nell’eterna gloria. Fa’ salvo il tuo popolo, o Signore, * e benedici la tua eredità. E reggili * e innalzali fino alla vita eterna. Ogni giorno * ti benediciamo; Chiniamo il capo, se è la consuetudine del luogo. E lodiamo il tuo nome nei secoli, * e nei secoli dei secoli. – Degnati, o Signore, di preservarci * in questo giorno dal peccato. Abbi pietà di noi, o Signore, * abbi pietà di noi. Scenda sopra di noi la tua misericordia, * come abbiamo sperato in te. Ho sperato in te, o Signore: * non sarò confuso in eterno].

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. VII]

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LETTERA VII.

LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA:

ROVINA DEL BENESSERE.

4 maggio.

I.

Signore e caro amico,

Più m’innoltro io nell’impresa, che la vostra amicizia in’ impose, più l’abisso, il quale io scandaglio, diviene largo e profondo. – Giaschedun passo mi conduce alla convinzione ragionata, che non si può toccare ad una sola delle basi date pel Cristianesimo alla società, senza cagionare uno sconvolgimento generale. In particolare, mi torna evidente come il giorno, che non si può violar pubblicamente la grande legge del riposo ebdomadario senza trasformare immantinente il suolo d’una nazione in un vasto campo di rovine [“Qui offendi! in uno factus est omnium reus”. (Jacob., II, 10). La rovina del benessere, intorno a cui io voglio ragionare oggigiorno, ne è una novella prova. Perché attendete voi alle opere servili nella domenica? Rivolgete a tutti i profanatori del santo giorno quest’interrogazione, essa tira invariabilmente in sulle loro labbra la seguente risposta: « Non posso io fare altrimenti. — E perché? — Perché io sono astretto a contentare le mie pratiche; perché io sono obbligalo a sostenere la concorrenza; perché è necessario che sia pur in istato di pagare le mie cambiali al loro scadere; perché bisogna che provveda io a’miei affari, e che io ottenga qualche beneficio». – In altri termini, questa risposta significa: Io lavoro nella domenica, perché io ho paura di perdere, o di non abbastanza lucrare; io ho paura di non giungere al benessere cui ambisco, o di non conservar quello che posseggo, o di cader nel bisogno. – Essa è cosa dunque assai evidente, che l’interesse nella maggior parie è il vero motore della profanazione della domenica. Ora, giammai non fu più chiaramente dimostrato, che l’iniquità mentisce a se stessa. Voi verrete a riconoscere che il vostro calcolo è falso, sotto ogni rapporto, assolutamente falso, cioè: 1° che il lavoro della domenica non procura alcun benessere di sorta; 2° ch’è la cagione la più feconda del malessere e della miseria.

II.

Sulle prime, il lavoro della domenica non procura alcun benessere. Per far crescere un albero, una pianta, non è sufficiente cosa di coltivarli ed irrigarli, fa d’uopo che Iddio loro impartisca l’accrescimento, regolando con saviezza l’aria, la rugiada, il freddo ed il calore. Venendo una cosa sola di queste a mancare, tutte le pene del giardiniere sono perdute. Parimente, per acquistar del benessere e guadagnar del danaro, non basta dedicarsi al lavoro, ma abbisogna che 1’Altissimo lo benedica e lo faccia prosperare: voler fare senza di Lui è fabbricare sopra l’arena. Il mortale, qualunque stratagemma metta in campo, non perverrà mai ad eludere questa legge. – Ora, l’Onnipotente non benedice, né giammai benedì, né benedirà mai il lavoro della domenica. La ragione n’è che il lavoro della domenica è un oltraggio alla sua bontà ed una rivolta contra la sua autorità. Esso è un oltraggio alla sua bontà. Questo Padre, che adorna i gigli de’campi, che nutrisce gli uccelli’ del firmamento, ci disse: Io so meglio di voi stessi, che voi abbisognate di vestimenta e di nutrimento; compiete in prima di tutto la mia volontà; lavorale, pregate, riposatevi quando ve lo comando; e state’ in pace, la mia bontà vi elargirà ciò, di cui voi mancate; in altri termini: lavorate, come Io lo voglio, sei giorni della settimana, ed io vi nutrirò nel settimo. Egli lo proferì; e da seimila anni tiene la parola. Io sfido di citar nella storia antica, o nella storia contemporanea un uomo, una famiglia, una nazione che sia stata priva del necessario per aver rispettato il riposo della domenica. Se altrimenti s’avesse la cosa, Iddio sarebbe Egli un padre? Non sarebbe Egli il più ingiusto di tutti i tiranni? E chè! Mi vieta Egli di lavorare, e perché io a Lui ubbidisco, Egli mi lascia sprovveduto del necessario, mi spoglia Egli d’un legittimo benessere, mi punisce egli di mia docilità! Egli, Egli stesso dunque eccita la violazione di sua legge. Nel delirio di suo orgoglio Proudhon pronunciò egli giammai una più orribile bestemmia! Esso è una rivolta contra la sua autorità; novella ragione, per la quale Iddio non lo benedice, nè giammai Io benedì, né giammai lo benedirà. E chè! L’Eterno condanna, l’Eterno colpisce di castighi terribili la rivolta contra dell’autorità umana, la rivolta de’ sudditi contro ai loro principi, la rivolta de’ figliuoli contro ai loro genitori, e santificherà Egli con benedizioni la rivolta contra se stesso e contra la sua legge? Evidentemente la cosa così non può succedere: La ragione lo predica, ed i fatti lo dimostrano. Affine di render la prova più perentoria, estendo io la questione amplissimamente, e paragonando le nazioni alle nazioni, così enuncio: se il lavoro della domenica è una sorgente del benessere, la nazione, la quale lavora in domenica, deve, uguale del resto in tutt’altra cosa, godere d’un maggior benessere che la nazione la quale non lavora: ed anche la stessa nazione che non attendeva al lavoro ieri, e v’attende oggi, deve esser più ricca oggi, che non ieri: vediamo.

  • III.

Altre fiate la Francia era il modello de’ popoli pel rispetto del giorno sacro: la sua fedeltà la aveva forse impoverita? L’avea essa impedita di pervenire a quel grado di benessere e di prosperità che formava la sua gloria, e’ il legittimo soggetto dell’ambizione de’suoi vicini? Dopo che ella calpesta co’piedi la legge divina, è ella divenuta più ricca, più avventurosa? I suoi tributi sono essi meno gravi? Le sue finanze più prospere? Il suo debito meno considerabile? Il benessere generale s’aumentò esso? Gli utopisti hanno un bel cianciare, sovra venti solfa composti di cifre aggruppate a modo loro, il benessere sempre crescente del popolo emancipato; il popolo emancipato nulla vi crede, e giammai si trovò egli più malcontento. – « Nel fallo, dice un personaggio cosi giudizioso osservatore, che spiritoso scrittore, per nulla è provato che gli oggetti di prima necessità siano presentemente più abbondanti, ed a più buon mercato che altre volte. Ciò che si fa colla meccanica, ciò che è di pura industria, offerisce sotto questo rapporto un magnifico perfezionamento: si comprano a vilissimo prezzo delle berrette di cotone, delle zimarre, dei giornali, de’pulcinella e delle spille. Ma pagasi men caro che cento anni passati il pane, la carne, il vino mediocre, i legumi, le uova, i frutti ed il latte? Il povero popolo ha egli più abbondantemente ed a più tenue costo legna pel suo inverno? Spende egli meno in olio ed in candele? Ottiene egli con lo stesso valsente un migliore alloggio? Ha egli vestimenta più confacenti nell’incrudescente stagione? » Sopra tutto ciò si danno allegazioni affermative; ma prove non ne conosco io, e credo che sarà più facile stabilire il contrario. E poi, quando si sarà fatto il conto de prezzi assoluti, bisognerà venire alla comparazione de’ salari, e dopo questa, a quella della quantità del lavoro domandato col numero delle braccia lavoranti; e se noi vogliamo fondatamente ponderare i mali della concorrenza artigiana e commerciale, informarci di quello che guadagnano odiernamente la più parte delle femmine in dodici ore di lavoro all’ago; finalmente computare i giorni in cui non si lavorò dalla più parie degl’industriali, noi meritamente dubiteremo, che la condizione delle classi povere sia di presente comparativamente prospera, e comprenderemo come i migliori, e i più ragionevoli si lagnino di loro sorte assai più amaramente, che non le generazioni precedenti. » – L’aumento del benessere, del quale cotanto ci si parla, è pertanto almeno assai controvertibile; ciò che non lo è punto, è l’accrescimento del numero de’ poveri. Stante che nel 1789 la Francia, fedele all’osservanza della domenica, non contava che quattro milioni di poveri sopra ventisei milioni di abitanti; essa ne annovera ora sette milioni sopra trentacinque milioni di anime. Ciò che non è parimente disputabile, si è che la consumazione della carne era alla medesima epoca assai più considerevole, che non lo sia oggi. Per citarne un sol esempio, la consumazione particolare della città di Parigi era, nel 1789, di 25 per 100 più forte che nel 1845. Se dunque, come si dice, si mangiava meno di pane, egli è perché si pascevano più di carne. A’ nostri dì noi camminiamo inversamente, ed il termine del progresso sarà una popolazione condannata a nutrirsi di tartufi o di pane asciutto.

IV.

Dopo aver paragonato la Francia con se stessa, paragoniamo le nazioni colle nazioni. Sono trascorsi sessanta anni; tutte le nazioni civilizzale dell’universo osservavano religiosamente la domenica; una sola eccettuata, tutte 1’osservano ancora. – L’eccezione, è la Francia. Ora, la sua posizione geografica, la fertilità del suo terreno, l’industria de’suoi abitanti, 1’attività loro, lo stesso loro genio, non la rendono inferiore a niun popolo. Niuna sollecitudine religiosa ne distrasse il pensiero di lei dal lavoro e dalla speculazione, e ciascun anno essa ebbe sessanta giorni di lavoro di più degli altri. Se il non cessare dalle opere servili nella domenica è una fonte di ricchezze, certamente il popolo profanatore deve essere oggi il primo pel benessere, per la prosperità: eppure si vede affatto il contrario. – Imperocché se tutti i popoli si ingrandirono in forza e in territorio, in ricchezza, in tranquillità ed in benessere, la Francia decadde sotto tutti i rapporti. A chi ne dubita, io consiglio di legger l’opera che ha pubblicalo, non è guari, uno de’vostri più savi colleghi, il sig. Baudot. – La decadenza morale e materiale della Francia, dopo sessanta anni, v’è scritta in fatti ed in cifre, che sfidano tutti gli ottimisti, tutti gl’increduli e tutti gli utopisti.. Ma, senza andar tanto lontano, è sufficiente d’aprir gli occhi e di riguardare. – Per restringere l’orizzonte, vi ripeterò di osservare solamente l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Perché continuano a testimoniare il rispetto il più edificante pel giorno sacro del riposo, questi due popoli, a1 quali noi non la cediamo sotto nessun altro rapporto; son essi meno di noi i due re della fortuna e dell’opulenza? Il commercio loro è meno fiorente del nostro? La marina loro è meno possente e meno bella? L’industria loro meno avanzata? L’agricoltura loro meno intelligente? Il benessere loro meno generale e meno solido? Se il quadro a voi paresse troppo angusto, percorrete pure, ed oso novellamente sfidare tutti i cercatori di citare una sola persona, una sola famiglia, una sola provincia, una sola nazione che sia stata dalla santificazione della domenica impoverita od impedita d’arricchirsi.

V.

Il mio compito non è peranco finito; imperciocché soggiunsi che la profanazione della domenica è la cagione la più feconda del malessere e della miseria. – S’appelli egli uomo o popolo, il profanatore del sacro riposo butta a’ piedi il divieto divino per l’ingordigia d’un guadagno temporale: la paura di perdere, o la brama di conseguire, tale è, sotto un nome o sotto un altro, il motivo del suo colpevole lavoro. Qui eziandio s’inganna; si dimentica che il voler edificare quando Iddio lo proibisce, è un coacervare rovine. Io lo so; perché non vien sempre immediatamente percosso nel suo benessere, orgogliosamente dice: ho faticato nella domenica, e qual disastro m’è mai sopravvenuto? Attendiamo un poco. I popoli d’Italia hanno un proverbio, che riporta: Iddio non paga tutti i sabbati, ma egli giammai fa bancarotta. Dappoi il 1789, la Francia non cessa dal replicare: Io lavorai nella domenica, e quale disgrazia mai m’accadde? In che il mio benessere ne soffrì? Eccone la risposta: Di poi il 1789, non havvi sorta di prove, di umiliazioni, di dolori, di miserie e di calamità, cui la Francia non abbia subito. La terra del continuo ha tremato sotto i passi suoi, questa trema ancora: rivoluzioni, alle quali niune si possono nella storia pareggiare, o agguagliare, coperta l’hanno di rovine, di sangue e di ossami. Sopra della testa di lei il cielo è divenuto di bronzo, e flagelli d’ogni genere si sono rovesciati sopra la stessa. Niuna altra nazione venne cotanto sovente straziata dalla guerra civile; due volte venne essa visitata dalla peste; due volte la carestia ha immerso nelle angosce della miseria quelli de’ suoi figliuoli, che codesta non consegnava agli orrori della fame; durante cinque anni, lo straripamento de’ suoi grossi fiumi ne ha desolalo le città e le campagne; finalmente, un’inondazione tale che giammai a memoria d’ uomo si è veduta, ha portalo il disertamento nelle sue più doviziose provincie, e messo al colmo la generale cospirazione degli elementi contro al popolo profanatore della domenica. – Nonostante tutto ciò, la Francia accecata continuava tutto sacrificare al culto dell’oro, e ripetere con burbanza: lavorai io nella domenica, e quale disgrazia mi colse? Durante diciotto anni, il suo re non pronunciò un discorso ufficiale senza felicitarla della sua prosperità, ogni giorno crescente; senza glorificare il culto della materia, e senza incoraggiarla nella via da essa intrapresa. L’eterno lascia buccinare lutti questi piaggiatori; egli lascia agire tutti gli operai d’ iniquità; egli si tace intorno alla profanazione della sua legge. La sua ora suona; in un batter d’occhio, senza che si possa altrimenti spiegare, il re della materia insieme a tutta questa prosperità svanisce come una bollicina di sapone allo spirar del venticello. Lo spavento diventa generale, la capitale s’allerrisce, la confidenza si ritira, il commercio è conquassato, il lavoro è in feria, tutte le fortune vacillano, i fallimenti piovono come la grandine in un giorno di uragano, la bancarotta pubblica minaccia d’inghiottire, non solo quanto vi resta di prosperità, ma quanto v’è di bene, cosicché nessuna crisi cotanto violenta, cotanto universale, cotanto durevole aveva giammai così torturato la Francia, di cui il bilancio afferma esservi dieci bilioni di perdita in tre giorni! Tal è il pretto beneficio della profanazione della domenica durante sessanta anni.

VI.

Che ne pensate voi? e sopra qual motivo attribuite voi le calamità della Francia alla profanazione della domenica? Ecco quello che migliaia d’uomini, grandi e piccoli, mi gridano con un cipiglio sdegnoso, con uno spregevole alzar di spalle, e con beffarde, sardoniche, squarciate risate. Ciò che io ne so? Voglio pur contarvelo: Io so, che non si dà effetto senza cagione; Io so, che Iddio governa le nazioni secondo leggi egualmente giuste ed invariabili; Io so, che infra simili leggi trovasene una, che intima : Il colpevole sarà punito per dove peccò [“Per quae peccat qui, per haec et torquetur”. Sap., XI, 47.]. – Io so, che l’ingordigia del lucro è la vera cagione della profanazione della domenica; Io so, che le perdite temporali sono la punizione adequata della cupidità; lo so adunque, che le calamità delle nostre finanze sono il salario legittimo della profanazione della domenica; Io lo so e per le leggi della logica, e per la nozione tessa della sapienza divina. – Non sembra forse a voi stesso logicissimo e conformissimo alla sapienza infinita di guarire il male per un rimedio che lo estingue nella sua cagione? – Ecco quello che io so: ecco ora ciò che io ignoro: Io non so, che vi siano effetti senza cagione; – Io non so, che Dio abbia abdicato; Io non so, che la legge, la quale condanna il mortale ad esser punito dove peccò, abbia cessato d’essere in vigore; Io non so, perché Iddio non lascerebbe le ritorse temporali ad un popolo, che vuole arricchire malgrado Lui; Io non so, perché l’Altissimo sarebbe meno abile d’un medico ordinario, la cui prima cura è di proporzionare il rimedio alla malattia; Io non so, perché, umanamente parlando, il popolo profanatore della domenica è dopo sessanta anni il più sconcertato, il più agitato, il più inquieto, e, comparativamente, il più infelice di tutti i popoli. – Io non so, perché, sempre umanamente discorrendo, l’Inghilterra, e gli Stati Uniti, i quali, sotto nessun rapporto, non valgono meglio della Francia, ma de’quali il rispetto pel giorno del Signore ci copre di rossore, fruiscano d’una stragrande materiale prosperità e fortuna. Ecco quello che io non so, e ciò, che sarei vago d’apprendere da nostri grandi personaggi. – Voi comprendete del resto, signore e caro amico, che io sono alienissimo dall’attribuire esclusivamente alla profanazione della domenica tutti gl’infortuni della Francia. Io ho voluto solamente rendere a questa cagione di rovina la troppo larga parte, che le tocca nei nostri malanni. Determinare l’estensione della sua influenza noi posso io; le mie lettere precedenti vi mostrarono ch’essa è incalcolabile. – Se dunque i popoli o gli uomini profanatori della domenica vogliono intendere un consiglio, io loro direi: “Guardatevi; voi v’attaccate con Chi è più forte di voi. Non si fa punto giuoco impunemente di Dio; voler voi arricchire senza Iddio, e malgrado suo, quest’è tentar l’impossibile, quest’è provocar il fulmine. Gradite, ecc.

 

PRATICA DEL TEMPO DI NATALE

PRATICA DEL TEMPO DI NATALE

Imitare la Chiesa.

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[Dom Guèranger – l’anno liturgico – vol. I]

È giunto il momento in cui l’anima fedele sta per raccogliere il frutto degli sforzi che ha compiuti durante il periodo laborioso dell’Avvento, per preparare una dimora al Figlio di Dio che vuol nascere in essa. Il giorno delle nozze dell’Agnello è giunto, la Sposa si è preparata (Apoc. XIX, 7). Ora, la Sposa è la santa Chiesa, la Sposa è ogni anima fedele. L’inesauribile Signore si dà completamente e con particolare tenerezza, a tutto il suo gregge e a ciascuna delle pecorelle del gregge. Quali abiti vestiremo per andare incontro allo Sposo? Quali perle, quali gioielli adorneranno le anime nostre in questo fortunato incontro? La Santa Chiesa nella Liturgia, ci istruisce a questo riguardo; e non possiamo far di meglio che imitarla in tutto, poiché essa é sempre accetta, ed essendo la Madre nostra, dobbiamo ascoltarla sempre. – Ma prima di parlare della mistica Venuta del Verbo nelle anime, prima di narrare i segreti di questa sublime familiarità del Creatore e delle creature, indichiamo innanzitutto, con la Chiesa, gli omaggi che la natura umana e ciascuna delle nostre anime deve offrire al divino Bambino che il cielo ci ha dato come una benefica rugiada. Durante l’Avvento, ci siamo uniti ai santi dell’Antica Alleanza per implorare la venuta del Messia Redentore; ora che Egli é disceso, consideriamo quali omaggi sia giusto offrirgli.

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L’Adorazione.

La Chiesa, in questo sacro tempo, offre al Dio Bambino il tributo delle sue profonde adorazioni, i trasporti delle sue gioie ineffabili, l’omaggio d’una riconoscenza senza limiti, la tenerezza d’un amore che non ha l’uguale. I quali sentimenti – adorazione, gioia, riconoscenza e amore – formano anche l’insieme degli omaggi che ogni anima fedele deve offrire all’Emmanuele nella sua culla. – Le preghiere della Liturgia ne daranno l’espressione più pura e più completa; ma penetriamo la natura di questi sentimenti onde meglio concepirli e appropriarci ancor più intimamente la forma sotto la quale la santa Chiesa li esprime. – Il primo dovere da compiere presso la culla del Salvatore è quello dell’adorazione. L’adorazione é il primo atto di religione; ma si può dire che, nel mistero della Natività, tutto sembra contribuire a rendere questo dovere ancora più santo. In cielo, gli Angeli si velano il volto e si annientano davanti al trono di Dio; i ventiquattro seniori abbassano continuamente i loro diademi dinanzi alla maestà dell’Agnello: che faremo noi peccatori, indegne membra della tribù riscattata, quando Dio stesso si presenta a noi umiliato e annientato per noi? Quando, per il più sublime rovesciamento, i doveri della creatura verso il Creatore sono adempiuti dal Creatore stesso? Quando il Dio eterno s’inchina, non più solo davanti alla maestà infinita, ma dinanzi all’uomo peccatore? È dunque giusto che alla vista di sì meraviglioso spettacolo ci sforziamo di offrire, con le nostre profonde adorazioni, al Dio che si umilia per noi, almeno qualcosa di quanto il suo amore per l’uomo e la sua fedeltà alle disposizioni del Padre gli sottrae. È necessario che sulla terra imitiamo, per quanto ci è possibile, i sentimenti degli Angeli nel cielo, e non ci accostiamo al divino Bambino senza presentarGli innanzitutto l’incenso d’una adorazione sincera, la protesta della nostra dipendenza, e infine l’omaggio di annientamento dovuto a quella Maestà infinita, tanto più degna del nostro rispetto in quanto è per noi stessi che si umilia. Guai dunque a noi se, resi troppo familiari dalla apparente debolezza del divino Bambino, dalla dolcezza stessa delle sue carezze, pensiamo di poter tralasciare qualcosa di questo primo e più importante dovere, e dimenticare per un momento ciò che è lui e ciò che siamo noi! – L’esempio della purissima Maria servirà potentemente a mantenere in noi l’umiltà. Maria davanti a Dio fu umile prima di essere Madre; divenuta Madre, diviene ancora più umile davanti al suo Dio e al suo Figlio. Noi dunque, vili creature, peccatori mille volte graziati, adoriamo con tutte le nostre forze Colui che da tanta altezza, discende fino alla nostra bassezza e sforziamoci di indennizzarLo, con il nostro abbassamento, della sua mangiatoia, delle sue fasce, dell’eclissi della sua gloria. Tuttavia, cercheremo invano di scendere fino al livello della sua umiltà; bisognerebbe essere Dio per raggiungere le umiliazioni di Dio.

La Gioia.

La santa Chiesa non si limita ad offrire al Dio Bambino il tributo delle sue profonde adorazioni; il mistero dell’Emmanuele, del Dio con noi, è per essa la fonte di una ineffabile gioia. Il rispetto dovuto a Dio si concilia mirabilmente, nei suoi sublimi cantici, con la gioia che hanno raccomandata gli Angeli. Si compiace di imitare la letizia dei pastori che vennero solleciti ed esultanti a Betlemme (Lc. II, 16), e anche la gioia dei Magi quando, nell’uscite da Gerusalemme, videro nuovamente la stella (Mt. II, 10). Da ciò deriva che tutta la cristianità, avendolo compreso, celebra la Nascita divina con canti lieti e popolari, conosciuti sotto il nome di Pastorali. Uniamoci, o cristiani, a questa gioia esultante; non è più tempo di sospirare, né di versare lacrime: Ecco ci è nato un pargolo (Is. IX, 6). Colui che aspettavamo è finalmente venuto, ed è venuto per abitare con noi. Quanto è stata lunga l’attesa, tanto inebriante è la felicità del possesso. Verrà presto il giorno in cui il Bambino che oggi nasce, diventato uomo, sarà l’uomo dei dolori. Allora patiremo con Lui; ora bisogna che godiamo della sua venuta, e cantiamo presso la sua culla con gli Angeli. Questi quaranta giorni passeranno presto; accettiamo a cuore aperto la gioia che ci viene dall’alto come un dono celeste. La divina Sapienza ci insegna che il cuore del giusto è in continua festa (Prov. XV, 16) perché in esso vi è la Pace: ora, in questi giorni ci è arrecata sulla terra la Pace, la Pace agli uomini di buona volontà.

La Riconoscenza.

A questa mistica e deliziosa gioia viene ad unirsi quasi di per sé il sentimento della riconoscenza verso Colui che, senza essere fermato dalla nostra indegnità ne trattenuto dai riguardi dovuti alla suprema Maestà, ha voluto scegliersi una madre tra le figlie degli uomini, una culla in una stalla: tanto aveva a cuore di affrettare l’opera della nostra salvezza, di evitare tutto ciò che potesse ispirarci qualche timore o qualche timidità nei suoi riguardi, di incoraggiarci con il suo divino esempio nella via dell’umiltà in cui è necessario che camminiamo per risalire al cielo donde il nostro orgoglio ci ha fatti cadere. – Riceviamo dunque con cuore commosso questo dono prezioso d’un Bambino liberatore. È il Figlio unigenito del Padre, di quel Padre che ha tanto amato il mondo da sacrificare il proprio Figlio (Gv. III, 16); è quello stesso Figlio unigenito che ratifica pienamente la volontà del Padre suo, e che viene a offrirsi per noi perché vuole (Is. LIII, 7). Forse che nel darcelo – dice l’Apostolo – il Padre non ci ha dato tutto con Lui? (Rom. VIII, 32). O dono inestimabile! Quale gratitudine potremmo offrire noi che possa uguagliare tanto beneficio, quando, dal profondo della nostra miseria, siamo incapaci di apprezzarne perfino il valore? Dio solo e il divino Bambino che dalla culla ne custodisce il segreto, sa quello che ci dona in questo mistero.

L’amore.

Ma, se la riconoscenza è sproporzionata al beneficio, chi dunque soddisferà il debito? amore soltanto potrà farlo, poiché, per quanto finito, almeno non si misura e può crescere sempre. Perciò la santa Chiesa, davanti alla mangiatoia, dopo aver adorato, ringraziato, si sente presa da una indicibile tenerezza e dice: Come sei bello, o mio diletto! (Cant. I, 15). Quanto è dolce alla mia vista il tuo sorgere, o divino Sole di giustizia! Quanto il tuo calore è vivificante per il mio cuore! Come è sicuro il tuo trionfo sulla mia anima, poiché Tu l’attacchi con le armi della debolezza, dell’umiltà e dell’infanzia! Tutte le parole si cambiano in parole d’amore; e l’adorazione, la lode, il ringraziamento non sono nei suoi Cantici che l’espressione cangiante e intima dell’amore che trasforma tutti i suoi sentimenti. – Anche noi, o cristiani, seguiamo la Chiesa Madre nostra, e portiamo i nostri cuori all’Emmanuele! I Pastori Gli offrono la loro semplicità, i Magi gli portano ricchi doni; gli uni e gli altri ci insegnano che nessuno deve comparire davanti al divino Bambino senza offrirGli un dono degno di Lui. Ora, teniamolo bene presente: Egli disdegna ogni altro tesoro fuorché quello che é venuto a cercare. L’amore lo fa discendere dal cielo; commiseriamo il cuore che non Gli restituisce l’amore! – Questi sono dunque gli omaggi che le anime nostre debbono presentare a Gesù Cristo in questa prima Venuta in cui Egli viene nella carne e nell’infermità – come dice san Bernardo – non per giudicare il mondo ma per salvarlo. – Quanto riguarda la Venuta nella gloria e nella maestà terribile dell’ultimo giorno, l’abbiamo meditato abbastanza durante le settimane dell’Avvento. Il timore dell’era futura avrebbe dovuto risvegliare i nostri cuori dal sonno in cui giacevano e prepararli nell’umiltà a ricevere la visita del Salvatore in questa Venuta intermedia che si compie segretamente nell’intimo delle anime, e di cui ci resta ancora da narrare l’ineffabile mistero.

La Vita illuminativa.

Abbiamo mostrato altrove come il tempo dell’Avvento appartenga a quel periodo della vita spirituale che la Teologia Mistica designa con il nome di Vita purgativa, e durante la quale l’anima si distacca dal peccato e dai legami del peccato, per il timore dei giudizi di Dio, mediante la mortificazione e la lotta corpo a corpo contro la concupiscenza. – Noi supponiamo dunque che ogni anima fedele abbia attraversato questa valle d’amarezza, per essere ammessa al banchetto a cui la Chiesa, per bocca del Profeta Isaia, convoca tutti i popoli nel nome del Signore, nel giorno in cui si deve cantare: Ecco il nostro Dio: l’abbiamo aspettato, ed Egli viene finalmente a salvarci; abbiamo sopportato il suo ritardo; esultiamo di gioia nella salvezza che Egli ci arreca (Sabato della seconda settimana di Avvento). È anche giusto dire che, come vi sono nella casa del Padre celeste parecchie dimore (Gv. XIV, 2), così in questa grande solennità, la Chiesa vede tra la moltitudine dei suoi figli che si stringono in questi giorni alla tavola dove si distribuisce il Pane di vita, una grande varietà di sentimenti e di disposizioni. Gli uni erano morti alla grazia, e i soccorsi del sacro tempo dell’Avvento li hanno fatti rivivere; gli altri, che già vivevano, hanno con i loro sospiri ravvivato il proprio amore, e l’entrata in Betlemme è stata per essi come un rinnovamento della vita divina. – Ora, ogni anima introdotta in Betlemme, cioè nella Casa del Pane unita a Colui che è la Luce del mondo (Gv. XIV, 2), non cammina più nelle tenebre. Il mistero di Natale è un mistero di illuminazione, e la grazia che produce nell’anima nostra la stabilisce, se essa è fedele, in quel secondo stato della vita mistica che è chiamato Vita illuminativa. D’ora in poi non abbiamo più da affliggerci nell’attesa del Signore; egli è venuto, ci ha illuminati, e la sua luce non si spegne più. Deve anzi crescere man mano che l’Anno Liturgico si svilupperà. Che possiamo riflettere il più fedelmente possibile nelle anime nostre il progresso di questa luce, e pervenire con il suo aiuto al bene dell’unione divina che corona insieme l’Anno Liturgico e l’anima santificata da esso! – Ma nel mistero di Natale e dei quaranta giorni della Nascita la luce é ancora proporzionata alla nostra debolezza. È senza dubbio il Verbo, la Sapienza del Padre, che ci si propone a conoscere e ad imitare; ma questo Verbo, questa Sapienza appaiono sotto le sembianze dell’infanzia. Nulla dunque ci impedisca di avvicinarci. Non è un trono, ma una culla; non è un palazzo, ma una stalla; non si tratta ancora di fatiche, di sudori, di croce e di sepolcro; meno ancora di gloria e di trionfo; non si tratta che di dolcezza, di silenzio e di semplicità. Avvicinatevi dunque – ci dice il Salmista – e sarete illuminati (Sal. XXXIII, 6). – Chi potrebbe degnamente narrare il mistero dell’infanzia di Cristo nelle anime, e dell’infanzia delle anime in Cristo? Questo duplice mistero che si compie in questo sacro tempo è stato reso meravigliosamente da san Leone nel suo sesto Sermone sulla Natività del Salvatore, quando dice: « Benché l’infanzia che la maestà del Figlio di Dio non ha disdegnata abbia successivamente lasciato il posto all’età dell’uomo perfetto, e dopo il trionfo della Passione e della Risurrezione, tutto il seguito degli atti dell’umiltà di cui il Verbo si era rivestito per noi sia per sempre compiuta, la presente solennità rinnova per noi la Nascita di Gesù dalla vergine Maria; e adorando la nascita del nostro Salvatore, è la nostra stessa origine che noi celebriamo. Infatti, la generazione temporale di Cristo è la fonte del popolo cristiano, e la nascita del Capo è insieme quella del corpo. Senza dubbio, ognuno dei chiamati ha il proprio posto, e i figli della Chiesa sono distinti gli uni dagli altri per la successione dei tempi; tuttavia l’insieme dei fedeli, uscito dal fonte battesimale, come è crocifisso con Cristo nella sua Passione, risuscitato nella sua Risurrezione, messo alla destra del Padre nella sua Ascensione, è anche generato con Lui in questa Natività. Ogni uomo, in qualunque parte del mondo dei credenti abiti, è rigenerato in Cristo; la vecchiaia della sua prima generazione è troncata; egli rinasce in un uomo nuovo, e d’ora in poi non si trova più nella filiazione del proprio padre secondo la carne, ma nella natura stessa di quel Salvatore che si è fatto Figlio dell’uomo, affinché possiamo diventare figli di Dio ».

La nuova Natività.

Eccolo, il mistero di Natale! E appunto questo che ci dice il Discepolo prediletto nel Vangelo che la Chiesa ci fa leggere alla terza Messa di questa grande festa. “… A quelli che l’hanno voluto ricevere, ha concesso di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo Nome, che non sono nati dal sangue ne dalla volontà dell’uomo, ma da Dio”. Dunque, tutti quelli che dopo aver purificato la propria anima, dopo essersi liberati dalla servitù della carne e del sangue, dopo aver rinunciato a tutto ciò che conservano dell’uomo peccatore, vogliono aprire il proprio cuore al Verbo divino, a questa luce che risplende nelle tenebre e che le tenebre non hanno compresa, tutti questi nascono con Gesù il Cristo, nascono da Dio; cominciano una vita nuova, come il Figlio stesso di Dio in questo mistero. – Quanto sono belli questi preludi della vita cristiana! Quanto è grande la gloria di Betlemme, cioè della santa Chiesa, la vera Casa del Pane, in seno alla quale in questi giorni, su tutte le terre si produce una così immensa moltitudine di figli di Dio! O perpetuità dei nostri Misteri che nulla esaurisce! ‘L’Agnello immolato fin dall’inizio del mondo si immola per sempre dal tempo della sua immolazione reale; ed ecco che, nato una volta della Vergine Maria, trova la sua gloria nel rinascere continuamente nelle anime. E non pensiamo che l’onore della Maternità divina ne sia diminuito, come se ciascuna delle nostre anime raggiungesse d’ora in poi la dignità di Maria. « Lungi da ciò – ci dice il Venerabile Beda nel suo commento a san Luca – bisogna che alziamo la voce di mezzo alla folla, come quella donna del Vangelo che raffigura la Chiesa cattolica, e diciamo al Salvatore: Beato il seno che ti ha portato e le mammelle che ti hanno allattato! ». Prerogativa incomunicabile, infatti, e che stabilisce per sempre Maria Madre di Dio e Madre del genere umano. Ma non è detto con ciò che dobbiamo dimenticare la risposta che il Salvatore diede alla donna di cui parla san Luca: Più beati ancora – egli dice – quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica! (Lc. II, 28). « Con questa sentenza – continua il Venerabile Beda – Cristo dichiara beata non più soltanto Colei che ebbe il favore di generare corporalmente il Verbo di Dio, ma anche tutti coloro che si impegneranno a concepire spiritualmente quello stesso Verbo mediante l’obbedienza della fede, e che, praticando le opere buone, Lo genereranno nel proprio cuore e in quello dei fratelli, e ve Lo nutriranno con cura materna. Se dunque la Madre di Dio è chiamata giustamente beata perché è stata il ministro dell’Incarnazione del Verbo nel tempo, quanto più è beata per essere rimasta sempre nel suo amore! ». – Non è forse la stessa dottrina che ci propone il Salvatore in un’altra circostanza, quando dice: Colui che farà la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è mio fratello, mia sorella e mia madre? (Mt. XII, 50). E perché l’Angelo fu inviato a Maria in preferenza che a tutte le altre figlie d’Israele, se non perché essa aveva già concepito il Verbo divino nel proprio cuore, mediante l’integrità del suo amore, la grandezza della sua umiltà, l’incomparabile merito della sua verginità? – E ancora, quale è la causa dello splendore di santità che riluce nella Madre di Dio in nell’eternità, se non il fatto che la benedetta fra tutte le donne avendo una volta concepito e partorito secondo la carne il Figlio di Dio, lo concepisce e lo partorisce per sempre secondo lo spirito, mediante la sua fedeltà a tutti i voleri del Padre celeste, il suo amore per la luce increata del Verbo divino, la sua unione con lo Spirito di santificazione che abita in Lei? – Ma nessuno nella stirpe umana è privato dell’onore di seguire Maria, benché da lontano, nella prerogativa di questa maternità spirituale, ora che l’augusta Vergine ha adempiuto il glorioso compito di aprirci la strada con il parto temporale che celebriamo, e che è stato per il mondo l’iniziazione ai misteri di Dio. Nelle settimane dell’Avvento, abbiamo dovuto preparare le vie del Signore; ormai dobbiamo averLo concepito nelle nostre anime; affrettiamoci a darLo alla luce nelle opere, affinché il Padre celeste, non vedendo più noi stessi in noi, ma soltanto il suo Verbo che crescerà in noi, possa dire di noi, nella sua misericordia, come disse una volta nella sua verità: Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto (Mt. III, 17). – A tale uopo, prestiamo orecchio alla dottrina del serafico san Bonaventura, che ci dimostra eloquentemente come si operi nelle nostre anime la nascita di Gesù Cristo. « Questa lieta nascita ha luogo – dice il santo Dottore in una Esortazione per la festa di Natale – quando l’anima, preparata da una lunga meditazione, passa infine all’azione; quando, sottomessa la carne allo spirito, sopraggiunge a sua volta l’opera buona: allora rinascono nell’anima la pace e la gioia interiore. In questa natività, non vi sono né lamenti, né doglie, né lacrime; tutto è ammirazione, esultanza e gloria. Ma se questo partorire ti aggrada, o anima devota, pensa ad essere Maria. – Ora, questo nome significa amarezza: piangi amaramente i tuoi peccati; significa ancora, illuminatrice: diventa risplendente di virtù; significa infine padrona: sappi dominare le passioni della carne. – Allora Cristo nascerà in te, senza doglie e senza fatica. È allora che l’anima conosce e gusta quanto è dolce il Signore Gesù. Essa prova tale dolcezza quando, con sante meditazioni, nutre il Figlio divino; quando Lo bagna delle sue lacrime; quando Lo avvolge dei suoi casti desideri; quando lo stringe negli abbracci d’una santa tenerezza; quando lo riscalda nel più intimo del suo cuore. O beata mangiatoia di Betlemme, in te trovo il Re di gloria; ma più beato di te è il cuore pio che racchiude spiritualmente Colui che tu hai potuto contenere solo corporalmente ». – Ora, per passare così dalla concezione del Verbo alla sua nascita nelle nostre anime, in una parola per passare dall’Avvento al Tempo di Natale, bisogna che teniamo continuamente gli occhi del cuore su Colui che vuol nascere in noi, e nel quale rinasce la natura umana. – Dobbiamo mostrarci gelosi di riprodurre i suoi tratti nella nostra debole e lontana imitazione, tanto più che, secondo l’Apostolo, è l’immagine del Figlio suo che il Padre celeste cercherà in noi, quando si tratterà di dichiararci capaci della divina predestinazione (Rom. VIII, 29). – Ascoltiamo dunque la voce degli Angeli, e portiamoci fino a Betlemme. Ecco il vostro segno – ci vien detto: – troverete un bambino avvolto nelle fasce e posto in una mangiatoia (Lc. II, 12). Dunque, o cristiani, bisogna che diventiate bambini; bisogna che conosciate di nuovo le fasce dell’infanzia; bisogna che scendiate dalla vostra altezza, e veniate presso il Salvatore disceso dal cielo, per nascondervi nell’umiltà della mangiatoia. Così, comincerete con Lui una nuova vita; così la luce, che va sempre crescendo fino al giorno perfetto (Prov. IV, 18), vi illuminerà senza mai più lasciarvi; e, cominciando col vedere Dio in questo splendore nascente che lascia ancora il posto alla fede, vi preparerete per la felicità di quella unione che non è più soltanto luce, ma la pienezza e il riposo dell’amore.

La Conversione.

Fin qui abbiamo parlato per le membra vive della Chiesa; abbiamo avuto di mira quelli che sono venuti al Signore nel sacro periodo dell’Avvento, e quelli che, viventi per la grazia dello Spirito Santo, quando finisce l’Anno Liturgico, hanno cominciato il nuovo nell’attesa e nella preparazione e si dispongono a rinascere con il Sole divino; ma non dobbiamo dimenticare quei nostri fratelli che hanno voluto morire, e che né l’avvicinarsi dell’Emmanuele né l’attesa universale hanno potuto risvegliare dai loro sepolcri. Dobbiamo annunciare anche a loro, nella morte volontaria, ma guaribile da essi voluta, che la benignità e la misericordia del nostro Dio Salvatore sono apparse al mondo (Tito III, 4). Se dunque il nostro libro capitasse per caso fra le mani di qualcuno di coloro che, sollecitati ad arrendersi all’onnipotente Bambino, non l’avessero ancora fatto, e che, invece di tendere verso di Lui nelle settimane che sono appena trascorse avessero passato quel santo periodo nel peccato e nella indifferenza, vorremmo ricordar loro l’antica pratica della Chiesa, attestata dal canone 15 del Concilio di Agda (506), nel quale è imposto a tutti i fedeli l’obbligo di accostarsi alla divina Eucaristia nella festa di Natale, come in quelle di Pasqua e di Pentecoste, sotto pena di non essere più considerati cattolici. Vorremmo descrivere loro il gaudio della Chiesa che in tutto il mondo, malgrado il raffreddamento della carità, vede ancora in quei giorni innumerevoli fedeli celebrare la Nascita dell’Agnello che toglie i peccati del mondo, con la partecipazione reale al suo corpo e al suo sangue. Sappiatelo, dunque, o peccatori: la festa di Natale è una festa di grazia e di misericordia, nella quale il giusto e l’ingiusto si trovano riuniti alla stessa tavola. Per la nascita del Figlio suo, il Padre celeste ha voluto accordare la grazia a molti colpevoli; e vuole anche non escludere dal perdono se non quelli che si ostinassero ancora a rifiutare la misericordia. Così e non altrimenti, deve essere celebrata la venuta dell’Emmanuele. – Del resto, queste parole d’invito, non le diciamo di nostro arbitrio e avventatamente; ma nel nome della Chiesa stessa, che vi invita ad iniziare l’edificio della vostra vita nuova, nel giorno in cui il Figlio di Dio apre il corso della sua vita umana. Le prendiamo da un grande e santo Vescovo del medioevo, il pio Rabano Mauro, che in una sua Omelia sulla nascita del Salvatore, non esitava ad invitare i peccatori perché venissero ad assidersi a fianco dei giusti, nella beata Stalla in cui gli animali privi di ragione seppero riconoscere il loro Padrone. « Vi supplico, diletti Fratelli – diceva – ricevete di buon cuore le parole che il Signore mi suggerirà per voi in questo dolcissimo giorno che dà la compunzione agli stessi infedeli e ai peccatori, in questo giorno che vede il peccatore implorare il perdono nelle lacrime del pentimento, il prigioniero non disperare più del suo ritorno in patria, il ferito desiderare il proprio rimedio. È questo il giorno in cui nasce l’Agnello che toglie i peccati del mondo. Cristo Salvatore nostro: natività che è la fonte d’una gioia deliziosa per colui che ha la coscienza in pace; che ridesta il timore in colui che ha il cuore malato; giorno veramente dolce e pieno di perdono per le anime penitenti. Io ve lo prometto dunque, o figliuoli, e lo dico con sicurezza: a chiunque in questo giorno vorrà pentirsi, e non tornare più al vomito del peccato, tutto ciò che domanderà sarà accordato. Una sola condizione gli sarà imposta: che abbia una fede senza esitazioni, e che non cerchi più i suoi vani piaceri. » Certo, oggi che il peccato del mondo intero è distrutto, come potrebbe il peccatore disperare? In questo giorno in cui nasce il Signore, promettiamo, fratelli carissimi, promettiamo a questo Redentore, e manteniamo le nostre promesse, come è scritto: Venite al Signore Dio vostro, e offriteGli i vostri voti. Promettiamo nella pace e nella fiducia; egli saprà darci il modo di mantenere i nostri impegni. Tuttavia, comprendete bene che non si tratta qui di offrire cose periture e terrene. Ognuno di noi deve offrire quello che il Signore ha riscattato in noi, cioè la sua anima. E se mi dite: E come offrirò la mia anima al Signore, che già la tiene in suo potere? Vi risponderò: Offrirete la vostra anima mediante costumi pii, pensieri casti, opere vive, distogliendovi dal male, volgendovi verso il bene, amando Dio e amando il prossimo, usando misericordia perché siamo stati noi stessi miserabili prima di ricevere la misericordia; perdonando a coloro che peccano contro di noi, perché noi stessi siamo stati nel peccato; calpestando l’orgoglio, perché è appunto l’orgoglio che perdé il primo uomo ». – Così si esprime la misericordia della santa Chiesa invitando i peccatori al banchetto dell’Agnello fino a che la sala sia piena (Lc. XIV, 23). La Sposa di Gesù Cristo è nel gaudio per effetto della grazia di rinascita che le concede il Sole divino. Comincia per essa un nuovo anno, e deve essere come tutti gli altri fecondo di fiori e frutti. – La Chiesa rinnova la sua giovinezza come quella dell’aquila; si dispone a presiedere ancora una volta su questa terra allo sviluppo del Ciclo sacro, e ad effondere di volta in volta sul popolo fedele le grazie di cui il Ciclo costituisce il mezzo. Attualmente, è la conoscenza e l’amore del Dio bambino che ci vengono offerti; siamo docili a questa prima iniziazione, per meritare di crescere con il Cristo in età e in sapienza, davanti a Dio e davanti agli uomini (ibid II, 52). – Il mistero di Natale è la porta di tutti gli altri; ma appartiene alla terra e non al cielo. « Noi non possiamo ancora – dice sant’Agostino nel suo XI Discorso sulla Nascita del Signore – non possiamo ancora contemplare lo splendore di Colui che è generato dal Padre prima dell’aurora (Sal. CIX, 3); visitiamo almeno Colui che è nato da una Vergine nelle ore della notte. Non comprendiamo come il suo nome è prima del sole (Sai. LXXXI, 17); confessiamo almeno che ha posto il suo tabernacolo in colei che è pura come il sole (Sal. XVIII, 6). – Non vediamo ancora il Figlio unigenito che abita nel seno del Padre; pensiamo almeno allo Sposo che esce dalla sua camera nuziale (ibid.). Non siamo ancora maturi per il banchetto del Padre nostro; riconosciamo almeno la Mangiatoia di nostro Signore (Is. I, 3).

 

GREGORIO XVII: STORICO INCONTRO

Lo storico incontro nel 1988 tra Fr. Khoat ed il Papa in ostaggio Gregorio XVII

(Le principali circostanze e la sua storia)

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” È stato eletto il Papa!” (Radio Vaticana – 26 Ott. 1958 A.D.)

A sinistra Sua eccellenza Cardinale Siri di Genova, prima del Conclave del 1958; a destra l’incessante, evidente fumata bianca del comignolo della Cappella Sistina, il 26 ottobre 1958, durata ben 5 interi minuti (vista da oltre 200.000 fedeli festanti raccolti in Piazza San Pietro), indicava inequivocabilmente che dal Conclave era stato eletto il Papa. Milioni di altri ascoltatori appresero la notizia data in Italia ed in tutta Europa ufficialmente dalla Radio Vaticana: “È stato eletto il Papa”! 

   “Ave, Gregorio XVII, Beatissimo Padre, Pastore Necessario.” -Monaco Di Padova, del XVIII secolo: noto per le sue profezie sugli ultimi 20 papi del tempo.

“Egli stesso, Papa Gregorio XVII, ha ammesso di fronte a me che “Egli era Papa Gregorio XVII”. Questa sua conferma l’ho avuta a Roma il 14 giugno 1988.

Nella Passione di Cristo nessuno ardì proferire una sola parola per proteggere Nostro Signore Gesù Cristo. Nella Passione della Chiesa, chi protegge il vero Papa Gregorio XVII in esilio? Nessuno.” (Dichiarazione scritta di P. Khoat, che ha incontrato il Papa in ostaggio, Sua Santità, Gregorio XVII).

EXCLUSIVA di TCW (Today’s Catholic World): – 13 giugno 2007 (Minneapolis) -“Gerarchia in eclissi” pubblica la foto dello storico incontro tra Fr. Khoat ed il Papa in ostaggio, GREGORIO XVII.

Nostro Signore è venuto nel mondo per ristabilire il regno di suo Padre e per distruggere il regno del “principe delle tenebre”. Ma ….

“Secondo gli insegnamenti degli Apostoli, dice la voce dei secoli, verrà un giorno in cui satana, pieno di rabbia contro Gesù Cristo ed i Cristiani, vorrà riguadagnare il terreno perso, rafforzare il suo regno ed estenderlo in ampiezza. Poi si spingerà su Roma, perché qui è la residenza del Pontefice, il suo rivale. “egli” renderà se stesso maestro, guiderà il “finto” Vicario di Gesù Cristo, perseguiterà i veri fedeli e taglierà la gola ai religiosi ed ai sacerdoti. ”

(Cornelio a Lapide, Suarez, San Roberto Bellarmino citati da Mons. Abbé Gaume Protonotario Apostolico, in: La Situation, p. 28, 1860.) “… egli [satana] scaccerà il Vicario di Gesù Cristo …”.

Prologo

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(da sin. a dx.)1.  Giuseppe Siri da bambino con la sua famiglia; -2. S. Malachia; -3. un malandato Pio XII (1958) mostra, indicandolo con mano, il suo successore: il Cardinal Siri.

Giuseppe Siri nacque esattamente 400 anni dopo la morte di Cristoforo Colombo (20 Maggio del 1506), il 20 Maggio 1906.  – Da ragazzo egli si sentiva irresistibilmente attratto dal sacerdozio, ed entra così in seminario a 12 anni di età. Pio XII lo nominò Arcivescovo di Genova a 40 anni, ed è stato il Cardinale più giovane mai consacrato in Italia, a soli 53 anni, e l’inevitabilità dell’elezione del Cardinale Siri nel 1958 era pure segnata dalla profezia di San Malachia, che descrisse il successore di Pio XII come “Pastore e Marinaio” (Pastor et Nauta), epiteti comunemente attribuiti all’illustre Arcivescovo di Genova. La città marittima era stata la sua casa da sempre, essendo egli figlio di un addetto al porto. Questo è stato ed è il porto più importante del Paese, nonché la casa natale di Cristoforo Colombo.

Dalla rivista italiana “TEMPO” del 12 Maggio del 1955: immagine di Eugenio Pacelli, (Papa Pio XII) e Giuseppe Siri (Cardinale) da bambini:

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Ecco il titolo dell’articolo: “questi bambini saranno delle celebrità”; “Si parla qui di personalità italiane (di metà degli ultimi anni 50) e viene pubblicata una foto ed una biografia sulla loro infanzia e sulle loro attuali posizioni raggiunte; tra gli altri, fa notare il “TEMPO”: Giuseppi Siri è stato nominato Arcivescovo di Genova a soli 40 anni di età ed afferma che: “il Cardinale Siri è oggi considerato uno dei “papabili.” (cioè un prossimo futuro Papa).

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Il giorno 9 ottobre 1958 muore Pio XII

In tutta Roma fu annunziato da un caro amico di S. S. Pio XII che … “Siri sarebbe stato il prossimo papa”.

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Dopo la morte di Pio XII, il Cardinale Cicognani, che fu suo segretario, mi ha mandato da Siri per offrirgli la candidatura a Papa. Cicognani pensava infatti che Siri fosse l’unico in grado di continuare il Magistero di Pacelli [Pio XII]. … “[-Intervista del 10/10/1989 a fr. José Sebastian Laboa].

… molte persone potenti in Europa … sono determinate con tutti i loro sforzi ad eleggere un anti-Papa.”

 “Secondo san Malachia, quindi, restano solo dieci, o al massimo undici Papi da eleggere più o meno legittimamente in futuro. Noi diciamo: “più o meno legittimamente eletti”, perché per quei Papi futuri è da temere che uno o più possano essere eletti illegittimamente come degli anti-Papi. … Oltre ad alcune previsioni che annunciano questo deplorevole evento, molte potenti ed influenti persone in Europa, sono attualmente concordi e decise ad utilizzare tutti i loro sforzi per eleggere un anti-Papa, al fine di produrre uno scisma nella Chiesa, e di avere un uomo che possa favorire i loro empi disegni contro la Religione Cattolica … è stato affermato che il governo di Berlino, con l’abile intrallazzatore Bismarck, abbia fatto delle aperture su questo argomento a qualcuno dei governi europei, ed in particolare a quello di Vittorio Emanuele in Italia. E’ noto che il vecchio apostata Döllinger, con i suoi collaboratori in Germania, e l’apostata ex frate Hyacinthe Loyson, ed alcuni altri, in Francia, con Gavazzi ed altri in Italia, siano impegnati nel preparare la strada che porti all’avvento di un anti-Papa!” [Da: la “Tromba cristiana”, p. Gaudenzio Rossi, 1878 d.C.].

“Non è la tiara che mi state dando, ma la morte.” disse Leone XIII ai Cardinali che lo avevano eletto.

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L’inimicizia dei settari contro la Sede Apostolica del Romano Pontefice ha aumentato la sua intensità… Finora i malfattori hanno raggiunto l’obiettivo che si erano da lungo tempo prefisso, secondo i loro malvagi disegni, vale a dire: l’annuncio che è giunto il momento di sopprimere il Sacro Potere del Romano Pontefice e distruggere completamente questo Papato divinamente istituito.”]Papa Leone XIII-

È una guerra all’ultimo sangue…

 Dal libro: La vita di Pio X, di F. A. Forbes, pp. 45-46, Imprimatur 1918 A.D.:

Lemmi … massone e gran maestro delle logge italiane, aveva parlato con vigore della necessità di distruggere il “Grande Nemico” (la Chiesa Cattolica). ‘Abbiamo conficcato il coltello al centro della superstizione … Cerchiamo di lavorare con tutte le nostre forze per disperderne finanche le pietre, con le quali possiamo edificare il tempio per una Nazione emancipata. Il nemico è Il Papa; dobbiamo intraprendere una guerra implacabile contro di lui. Il Papato, sebbene in sé sia un fantasma che siede su un cumulo di rovine, riflette una certa gloria, agitando di fronte a tutti, ed in barba al mondo, la Croce e la Summa Theologica. Una miserabile folla si prostra ancora in adorazione. Deve essere una guerra all’ultimo sangue!

Nel Settembre del 1958 A.D. –Il complotto occulto viene finalizzato! 

(Estratto da L’Eglise Eclipsé par Les Amis du Christ Roi de France 1997).

Certamente, ha detto…. “La Chiesa è nelle nostre mani.”

Nel 1977, Franco Bellegrandi, ex-Ciambellano Capo di spadadi Sua Santità, collaboratore dell’“Osservatore Romano”, ha scritto un libro intitolato, “Nikita Roncalli”, pubblicato nel 1994, accompagnato alla sua uscita da un grande agitarsi della stampa nazionale perché, tra le persone presenti, vi era il Cardinale Silvio Oddi.

mee-13

Il Cardinale Siri nel 1958 al Conclave:

Egli era in successore designato da Pio XII

In questo libro, l’autore ha detto quello che aveva visto e sentito in Vaticano. E’ stato nel settembre 1958, poco prima del Conclave, che l’autore è venuto a conoscenza di alcune informazioni riservate.

“Ero in macchina con una persona che sapevo essere un massone di alto livello e che era in contatto con il Vaticano, e mi ha detto:” Il prossimo Papa non sarà Siri, come si mormora in certi ambienti romani, perché è un Cardinale troppo autoritario; sarà eletto un Papa di conciliazione che è già stato scelto, ed è il patriarca di Venezia, Roncalli…”, … A questo io ho risposto: “.. Ci sono massoni nel Conclave?”. – “Ma certo “, ha detto: “La Chiesa è nelle nostre mani”. Dopo un breve silenzio, il mio interlocutore ha continuato: “Ma nessuno può dire dove si trovi il capo: Il capo è nascosto!”

     Il giorno seguente, il conte Stella (appartenente ad una nota famiglia italiana – DE) ha scritto in un documento ufficiale, che oggi è in una cassetta di sicurezza presso un notaio, il nome ed il cognome di questa persona, come pure la sua dichiarazione stupefacente, completa con il mese, l’anno, il giorno e l’ora del giorno “. (Nichitaroncalli [Nikita Roncalli], Ediziones Eiles, Roma, pag. 62).

 “Pregate! Pregate che questa situazione di grande rammarico per la Chiesa finisca presto …”  [-Pio XII a coloro che si trovavano intorno al suo letto di morte, nel giorno della sua morte (9 ott. 1958)] 

E verrà il castigo dal cielo!

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Nostra Signora di Fatima: “Padre, la Vergine è molto triste perché nessuno presta attenzione al suo messaggio, né i buoni né i cattivi. I buoni continuano con la loro vita di virtù e di apostolato, ma non uniscono la loro vita in conformità al messaggio di Fatima. I peccatori continuano a seguire la strada del male, perché non vedono il terribile castigo che sta per abbattersi su di loro. Mi creda, Padre, Dio sta per punire il mondo e molto presto. Il castigo del cielo è imminente. Fra poco meno di due anni, il 1960 sarà qui ed il castigo del cielo arriverà e sarà molto grande. Di’ alle anime di temere non solo il castigo materiale, che ci accadrà se non preghiamo e non facciamo penitenza, ma soprattutto per le anime che andranno all’inferno.” Parole pronunziate da Suor Lucia (la veggente di Fatima) in un colloquio con il Rev. P. Augustin Fuentes il 26 Dicembre 1957, dando così un chiaro preavviso che il castigo del cielo era imminente per i peccati dell’uomo e che si sarebbe verificato ineluttabilmente prima del 1960 d.C., (cosa avvenuta infatti esattamente 10 mesi dopo, il 26 Ottobre 1958 con l’usurpazione della Cattedra Papale del Vero Vicario di Cristo, Papa Gregorio XVII).

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Radio Vaticana (26 Ottobre 1958)

“È stato eletto il Papa!”

mee-15

  1)-Il fumo bianco dalla Cappella Sistina indicava che era stato eletto il Papa (Gregorio XVII),

2)-200.000 cattolici in piazza San Pietro sono festanti per il fumo incontestabilmente  bianco.

3)-Dopo il conclave, i “poteri delle tenebre” impongono abusivamente il “blocco” dell’elezione di Gregorio XVII. Si vede allora uscire il fumo nero che indica che il Papa non è stato eletto. A questo punto regna la confusione.

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 E ‘stato sottolineato che il cardinale Siri, proprio nel Conclave del 1958 aveva assunto il nome di “Gregorio”, in onore di San Gregorio VII … che,  ironia della sorte, fu un Papa che appunto morì in esilio. –ED

Papa Gregorio XVII è eletto 261° successore di San Pietro

Monsignor Carlo Taramasso (misteriosamente morto il 16 marzo 1989), si è incontrato con Papa Gregorio XVII in segreto – nel mese di giugno del 1988, ed in confidenza Sua Santità gli ha detto che è stato eletto al quarto scrutinio del primo giorno del conclave (il 26 Ottobre 1958), e che ha accettato la carica (come Papa) annunciando che avrebbe preso il nome di Gregorio XVII.

Nota: questi fatti sono stati confermati dai documenti recentemente resi disponibili, cioè declassificati dall’FBI. I documenti del Dipartimento di Stato americano: affermano che: il 26 ottobre, nel Conclave del 1958 – Siri ha ottenuto i voti necessari ed è stato eletto Papa col nome di Gregorio XVII. 

… colui che è eletto Papa non … non è tenuto da nessun altro atto ad avere ulteriore autorità … è necessario soltanto che abbia luogo [una cerimonia di incoronazione]…”

 “Quando è stato fatto tutto ciò che abbiamo finora descritto [e cioè sono state seguite le Leggi precise di un Conclave], colui che è stato eletto, è Papa con tutti i diritti ed ogni autorità, e nessuno può mettere in alcun modo in questione la sua elezione o sforzarsi di invalidarla. Egli governa la Chiesa da quel momento, e nessun altro atto può dargli ulteriori poteri. Anche se si è nel vero nell’affermare che l’incoronazione è in qualche modo necessaria a perfezionare l’elezione, tuttavia, questa cerimonia non è affatto essenziale; infatti Clemente V minacciò di scomunica coloro che affermavano che le “Bolle” emesse prima dell’incoronazione non fossero vincolanti. “(Da: “La vita e gli atti di Papa Leone XIII”: preceduto da un profilo degli ultimi giorni di Pio IX e le “origine e le leggi del Conclave”, a cura di P. Joseph Edward Keller, pag 201, Imprimatur 1879.).

Poi i nemici della “quinta colonna” [i traditori marrani e massoni] colpiscono dall’interno del Conclave stesso.

 La Legge della Chiesa è violata!

mee-16

Le direttive della giudeo-massoneria erano quelle di costringere Papa Gregorio XVII, con qualsiasi mezzo possibile, a lasciare l’esercizio pubblico del suo Ufficio… “…creando una confusione senza precedenti …”

Il tradizionale Sistema di segnalazione con fumo del Vaticano era “Sporco” (Humboldt Journal Standard) [Lunedi, 27 Oct. 1958 Pag. 12] ” Saltato completamente, domenica scorsa, il sistema tradizionale con segnale di fumo per informare il mondo che era stato eletto il Papa, creando una confusione senza precedenti “.

(Nota: Questo originale (archiviato) articolo di giornale (che include una foto UPI) è solo uno fra i tanti molteplici rapporti nazionali ed internazionali dei media, della notizia; in quel momento, fu visto ufficialmente il dettaglio del fumo bianco, senza il minimo dubbio, fluttuare dal comignolo della Cappella Sistina il 26 ott. 1958 d.C. -ED).

… Ho visto che la Chiesa di Pietro era minata da un piano voluto dalla setta segreta, mentre le tempeste La stavano danneggiando. “( visione profetica della Venerabile Anna Caterina Emmerich).

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… è stato voluto e progettato dalla forze aliene allo Spirito Santo.”

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L’agente dell’ Anticristo: Il “Cardinale” Eugene Tisserant († 1972)

(Tratto da: “L’Eglise eclipsé” di “Les Amis du Christ Roi de France” 1997) Questo piano è stato anche rivelato in una lettera del “cardinale” Tisserant del 12 marzo 1970, nella quale ha fatto allusioni all’elezione “pianificata” di Giovanni XXIII: “L’elezione dell’attuale Sommo Pontefice è stato fatta in tutta fretta. E’ l’elezione di Giovanni XXIII, che è stata discussa in numerose riunioni (*). Non so di alcuna informazione data da chicchessia sul processo che si è svolto durante e dopo il Conclave. La segretezza è stata imposta ancor più strettamente che mai. E’ del tutto ridicolo dire che ogni Cardinale poteva essere stato eletto. Voi capite che non posso dire di più. I miei migliori saluti …. (Fotocopia della lettera pubblicata nel libro di Franco Bellegrandi, op. Cit. Pag. 30). – In un’altra lettera, il cardinale Tisserant ha detto ad un sacerdote che insegna diritto canonico, che l’elezione di Giovanni XXIII era illegittima perché era voluta e prevista dalla forze “aliene” allo Spirito Santo. (“Vita” 18 settembre 1977, p.4: “Le profezie sui papi nell’elenco di San Malachia”) – [“Profezie sui Papi di San Malachia”]. Queste lettere confermano che l’elezione di Giovanni XXIII era veramente “programmata.”.

mee-19

L’ Hotel Domus Mariae

Angelo Roncalli “alloggiava ” in questo albergo (situato a meno di due miglia dalla Cappella Sistina), prima dell’apertura del Conclave del 1958. E’ stato dalla “Domus” che lui ed altri massoni hanno definito con accuratezza gli ultimi dettagli che hanno portato al successo l’usurpazione del Soglio Pontificio: il cataclisma (il più grande nella storia di tutti i tempi) che ha avviato …

… la “GRANDE APOSTASIA”!

(*) TCW ha appreso [Maggio 2007] – (da fonti italiane) che questi numerosi incontri top-secret (di cui parla Tisserant) sono stati tenuti da alcuni Cardinali (certamente tutti massoni) subito dopo la morte di Papa Pio XII, per “prepararsi” al prossimo Conclave [del 1958]. Il cardinale Siri ha riferito che dopo aver appreso di queste riunioni segrete, era indignato! … Naturalmente egli non vi ha partecipato. Secondo le attuali interpretazioni: è chiaro che questi incontri segreti si siano svolti tra quelli che rappresentavano la 5 ° colonna (ipso facto) degli ammutinati per mettere a punto gli ultimi dettagli del loro satanico “colpo di mano”.

… il designato, cioè, il cardinale Roncalli …”

mee-20

 Gregory XVII allude al ben pianificato colpo Giudaico-Massonico ed al suo agente designato: Roncalli!

     Anche se sotto “costante sorveglianza”, il “Cardinale Siri”, nel corso di un’intervista, ha velatamente confermato il “golpe” illegale del pre-designato Roncalli (alias Giovanni XXIII) e degli altri ammutinati al Conclave del 1958 quando ha detto: “C’è stato un incontro al “Domus Mariae” al quale hanno preso parte monsignor Tardini e il “designato”, cioè, il cardinale Roncalli. Quello che hanno detto, quello che hanno fatto, io non lo so proprio, perché non sono andato lì, non ero stato invitato. Credo che in quella riunione di cui si parla, (“credo”, perché non mi interessava sapere, né ho mai investigato), fosse stato deciso di promuovere l’elezione di Roncalli al pontificato e di Tardini alla Segreteria di Stato. Ma non so quanta credibilità avessero certe voci romane; Io credo che è vero e basta!”. (Estratto da:. “Il prefetto del Sant’Offizio”, da E. Caveterra, Mursia, Milano 1990, pag 5).

 “… Io quindi sapevo che Roncalli era sicuro di essere eletto dal Conclave”. -Giulio Andreotti Massone della P2-

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 Il massone Italiano di alto livello, Giulio Andreotti, nella foto con alle spalle lo slogan della rivoluzione francese: “Libertas”. Andreotti rivelò il particolare del previsto colpo di mano del Conclave del 1958 (che fu messo a punto negli incontri occulti [guidati da Roncalli] presso l’hotel “ Domus Mariae” [il 24 ottobre]) per patrocinare la sua elezione, quella appunto dello stesso  Roncalli.

(Da: L’“Eglise eclipsée”, 1997): “Il Venerdì, 24 ottobre, alla vigilia della chiusura del Conclave, egli [Roncalli], non avendo convocato nessun altro se non Giulio Andreotti(*), il politico italiano identificato dalla vedova Calvi come il vero capo della Loggia P2, gli disse in un linguaggio diplomatico, della sua prossima elezione. (Ibid, p.395) (professor Carlo Alberto Agnoli, op. cit.)

(*)Andreotti ha confermato al giornale italiano “30 Days Magazine” che egli era stato ricevuto da Roncalli all’hotel “Domus Mariae” il giorno dell’apertura del Conclave del 1958. (Fonte: 30 Days “Paolo VI” di Giulio Andreotti, Agosto 2004.) –TCW.

     Quando Roncalli ha parlato con Andreotti, il “Patriarca” gli ha detto chiaramente che sapeva fin dal primo giorno del Conclave, cioè poche ore prima che il Cardinale andasse dall’Hotel “Domus Mariae” al Vaticano, che sarebbe stato il nuovo Papa. Ha detto Andreotti: ‘Quella sera, mons. Capovilla mi ha telefonato perché il Patriarca [Roncalli] voleva vedermi ‘.

     “Il [tristemente noto – ndr. – ] politico italiano [Andreotti] ha poi detto dei suoi rapporti di lunga data con Roncalli e dell’amicizia di Roncalli con il modernista Buonaiuti. Poi è ritornato alla sua conversazione con il Patriarca, con cui ha voluto parlare del Conclave. … Ecco il commento di Andreotti (alla sua conversazione con Roncalli): “… l’ho ascoltato stupito ed imbarazzato, io quindi sapevo che Roncalli era sicuro di essere eletto dal Conclave”. [Giulio Andreotti: Ad ogni morte di Papa. I papi che ho conosciuto, Biblioteca-universale Rizzoli, 1982, pp. 65-66].

   “La “ROCCIA” ha sempre resistito alla prova del tempo. Ma si entrerà nella Casa di Dio. Guai all’uomo quando si porrà sulla Sede di Pietro, poiché il gran giorno del Signore è vicino.” -Papa San Pio X.

mee-22

L’infiltrato massonico Angelo Roncalli (cioè l’anti-Papa Giovanni XXIII) usurpa il Papato affidato da Cristo al suo Vicario: Gregorio XVII!

 “Molto spesso mi trovo meglio con un ateo o un comunista, che con certi cattolici fanatici (*)”. [Dichiarazione fatta dal “Cardinal” Angelo Roncalli durante la sua nunziatura a Parigi].

(*) “L’indifferenza del genere umano, nei tempi attuali, sulle preoccupazioni religiose, ha causato il formarsi di migliaia di opinioni decisamente erronee relative a fatti che, comparativamente, qualche secolo fa, erano di vitale importanza per il mondo civile. Ciò che è stato poi chiamato correttamente un “santo zelo”, è stato dagli eretici successivamente chiamato “fanatismo”, circostanza questa che dimostra la loro ignoranza sulla vera accezione della parola, e sulla rivoluzione che hanno cercato di imporre nell’ambito del linguaggio, cosa che hanno purtroppo attuato, in una gran troppa ampia parte del mondo morale e religioso (“Lettere sull’Inquisizione spagnola”: un’opera rara, e la migliore che sia mai apparsa sul tema”, pp 59-60, SEC. 1843)

… durante il periodo della sua nunziatura a Parigi, con il più grande stupore della Polizia che gli era stata assegnata per la sua protezione come diplomatico, il “cardinale” Roncalli frequentava in abiti borghesi la Gran Loggia [il Tempio massonico], dove ha ritrovato il gesuita Riquet; il suo consigliere era J. Gaston Bardet, autore di “Mistique et Magie”, che si vantava di … “aver profetizzato la Tiara al “cardinale” Roncalli “. (Da: “La via occulta ma vittoriosa della Massoneria”, del reverendo ‘MOURAUX, Bonum Certamen No. 74, Luglio / Agosto 1984).

Un precedente storico molto triste

Gli eventi occultati durante il Conclave del 1958, quindi, soddisfacevano in pieno l’obiettivo dichiarato della Loggia B’nai – B’rith nel 1936: “Prima che il re ebraico possa regnare nel mondo, il Papa a Roma deve essere detronizzato.” (Vedi su questo argomento: Don Pranaitis [con Imprimatur]: “Il Talmud smascherato” -ED.) Per quanto riguarda l’asserzione di [un certo] Cardinale McIntyre che ha negato che la relazione della elezione di Giuseppe Siri era qualcosa di più di una “storia”, non sarebbe certo la prima volta che un Cardinale, o l’intero Collegio dei Cardinali, abbiano mentito circa i risultati di un’elezione papale. – Nel 1378, i Cardinali che avevano appena eletto Bartolomeo Prignano, che prese il nome di Papa Urbano VI (1378-1389), al supremo Pontificato, cominciarono ad avere paura di quella che poteva essere la reazione alla loro scelta della folla romana, che infatti irruppe nella Conclave, annunciando invece di aver eletto il Cardinale romano Tibaldeschi. La confusione e l’amarezza a cui portò il risultato di quella menzogna dei Cardinali paurosi, causò il quarantennale “Grande Scisma d’Occidente”, che produsse una serie di (*) antipapi e portato la Chiesa alla quasi totale rovina.

(*) “Aderire ad un falso Vescovo di Roma [cioè ad un falso Papa] equivale ad essere fuori della Comunione con la Chiesa“. -S. Cipriano.

Il Papa in ostaggio (che è stato totalmente abbandonato anche dai “suoi” Cardinali) tenta di esternare il suo messaggio.

mee-23

Papa Gregorio XVII (sempre sotto sorveglianza) espresse un chiaro riferimento a quanto accaduto nel Conclave del 1958, quando scrisse, nel 1972, sul modo in cui le “superpotenze” [Massoneria giudaica] “avrebbero potuto” ribaltare un Conclave LEGITTIMO!

“È la segregazione durante il Conclave è oggi ancora più necessaria, a causa dei mezzi attuali della moderna tecnologia: senza una segregazione assoluta non sarebbe possibile salvare un’elezione dalla pressione di “potenze esterne”. Oggi le superpotenze (e quelle meno potenti allo stesso modo) hanno un troppo grande interesse ad avere dalla loro parte, mediante condiscendenza o debolezza, la più alta Autorità morale del mondo, e farebbero tutto quello che sono così bravi a fare con le loro pressioni, per rovesciare la sostanza della legge del Conclave che potrebbe essere guidato dalla volontà di ottenere proprio questo risultato. “(Estratto da: “L’Elezione del Romano Pontefice” del Cardinal Giuseppe Siri (cioè Papa Gregorio XVII), pubblicato originariamente in: RENOVATIO VII (1972), inst. 2, pp. 155-156, da “Il Dovere Dell’Ortodossia”.

Intervista Censurata (Q & A da: “Cardinale Siri” 30 Giorni Magazine 17 gennaio 1985 A.D.)

Dom.: Quali sono stati i momenti difficili della sua vita -?

Risp. Siri:… “Io non credo che certe cose debbano essere discusse pubblicamente; ho vissuto una vita molto lunga, ed ho conosciuto uomini … e traditori, ma non ho mai rivelato i nomi dei traditori; io non faccio … il lavoro del boia, però, per certo so quanto costi dire la verità: non sono riusciti a farmi male, ma sono stati capaci di rendermi triste e depresso; Geremia aveva già abbastanza “lamentazioni”, non c’era bisogno che ad esse aggiungessi le mie.”

Nota: Papa Gregorio XVII aveva chiesto all’intervistatore Stefano M. Paci di spegnere il suo registratore di tanto in tanto, a causa della natura delicata e sensibile della materia. L’intervista, protrattasi per tre ore, ebbe luogo il 17 gennaio 1985, ma venne censurata da parte della Setta del Novus Ordo, e poi pubblicata [soltanto però uno breve stralcio di essa!] in “30 giorni Magazine”, solo dopo la sua morte ( avvenuta più di quattro anni dopo) il 2 maggio 1989 . –TCW.

mee-24

“Sono successe cose molto gravi”.

mee-25

Il marchese de La Franquerie, deceduto nel 1992

[Osservatore esperto per quanto riguardava l’infiltrazione nel Vaticano della giudaico-Massoneria]

Nel 1939 il signor de La Franquerie, diventato il segretario Ciambellano di Sua Santità, Papa Pio XII, nel 1958 ha fondato “L’Associazione degli Amici di Marie-Julie Jahenny”, in onore della profetessa francese tenuta in grande considerazione. Nel mese di maggio del 1985, il marchese fu in grado di organizzare un incontro di fondamentale importanza con “il Cardinale Siri” ed altri due francesi, il cui obiettivo era quello di chiedere al prelato di voler confermare o smentire le voci insistenti che lo davano eletto Papa nel Conclave precedente. – Il 18 maggio 1985, dopo aver recepito, da fonti attendibili, le voci persistenti sulla elezione del Cardinale Siri a Papa, il noto giornalista francese Luis-Hubert Remy (attraverso l’intermediazione critica del suo amico Monsieur de la Franquerie) – e François Dallaism – al fine di … come Monsieur Remy ha scritto: “… alleviare le nostre coscienze”, ottennero un incontro con il Cardinale Siri al palazzo vescovile di Genova (*). Dopo una conversazione molto piacevole tra loro quattro, fu posta la questione maggiore al prelato, e cioè: “… se egli fosse stato veramente eletto Papa!”.

“Quando gli abbiamo chiesto se fosse stato eletto Papa, la sua reazione è stata completamente diversa. Ha iniziato con il rimanere in silenzio per un lungo periodo di tempo, poi alzando gli occhi al cielo con una smorfia di sofferenza e di dolore, unite le mani, ha detto, soppesando ogni parola con gravità: ‘Io sono legato dal segreto.’ Poi, dopo un lungo silenzio, pesante per tutti noi, ha detto di nuovo: ‘Io sono legato dal segreto. Questo segreto è orribile. Avrei da scrivere interi libri sui diversi Conclavi. Sono successe cose molto gravi. Ma non posso dire nulla’”.(Estratto da:”. Il Papa: poteva essere il cardinale Siri” di Louis Remy, Bollettino di “SOUS LA BANNIERE”). (*) Nota: si tratta di una osservazione importante, poiché il palazzo vescovile di Genova, Italia, possiede elaborate telecamere di video-sorveglianza, che ne circondano interamente il perimetro, e questo già molti anni prima che tale tipo di tecnologia fosse divenuta di uso comune nell’ambito del settore pubblico [cioè le banche, istituzioni governative, ecc]. La nota mistica cattolica francese Marie-Julie Jahenny (alla quale sono legati molti aspetti del Pontificato nascosto del Papa in ostaggio), aveva avuto rivelazioni su come il nemico attuasse la sua carcerazione furtiva (Sede impedita!) del Vicario di Cristo. “Saranno impiegate armi recentemente inventate, e giorno e notte esse saranno posizionate attorno alla sua prigione” (13 marzo 1878). 

Nel 1986 un gruppo di Cattolici preoccupati, comprendente la dottoressa Elizabeth Gerstner, che pure aveva sentito voci insistenti in tutta Europa, secondo le quali “forse” il Cardinale Siri era stato eletto Papa in un Conclave precedente, e (se questo era vero), temendo che potesse essere sotto grave minaccia, con una lettera in nero, preparava un dossier con informazioni specifiche che si tentò di far giungere al Cardinale Siri nel 1986, al fine di poterlo aiutare qualora fosse davvero sotto costrizione. Questo atto virtuoso di grande carità, che prevedeva comprensivamente anche l’utilizzo di un eventuale inviato segreto per presentare il materiale, non ha mai ricevuto conferma che abbia potuto raggiungere il Pontefice sofferente.

mee-26

“Ieri sera sono stata portata a Roma (in visione), dove il Santo Padre, immerso nella tribolazione, è ancora nascosto al fine di eludere pericolose ingerenze. E’ molto debole, molto consumato dalla tensione, dall’ansia, dalla preghiera. Il principale motivo per cui debba nascondersi è quello per cui non può fidarsi che di così pochi… Più di una volta ho dovuto segnalargli, in preghiera, traditori ed uomini con brutte intenzioni tra gli alti ufficiali riservati del Papa, dandogli notizie di loro. .. Il Papa è così debole che non riesce più a camminare da solo. ” (visione profetica della Venerabile Anna Caterina Emmerich)

“Infiltrati? Sì …”

[Dalla setta del “ Novus Ordo”: in “30 Giorni Magazine”]

     Era il febbraio del 1988. Due giornalisti di “30 Giorni”, erano in viaggio nel nord d’Italia verso la città portuale di Genova per intervistare il Cardinale Arcivescovo Giuseppe Siri. Era quello l’anno dei Papi: – il 30° anniversario della morte di Pio XII e l’elezione di Giovanni XXIII; il decimo anniversario dell’elezione di Giovanni Paolo II. Non c’era niente di meglio, per testimoniare sui pontificati di questi tre successori di Pietro, di Siri, visto che era stato egli stesso un papabile in tre conclavi. “A Siri fu fatta una domanda che non si aspettava, concernente la verità sulle accuse periodiche secondo le quali la Massoneria avrebbe infiltrato la Chiesa. L’anziano Cardinale non rispose e, suggerendo che egli non voleva fare alcuna dichiarazione pubblica sulla questione, ha indicato il registratore acceso. Poi ha fatto un gesto con la mano libera, gesto che era molto eloquente. Ciò che voleva dire era: ‘Altro che, se c’era infiltrazione.’ Spento il registratore Siri ha aggiunto: “Questa è una cosa molto seria, e non ho fonti di prima mano! Ho scritto un mio documento su questo e su altri eventi nella vita della Chiesa, che sarà pubblicato fra 50 anni. Ma per ora, preferirei non dire nulla di più!”

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Il Cardinal Siri, dopo il 1980.

     Ma il Cardinale si è confidato col suo grande amico personale, Raimondo Spiazzi, un teologo domenicano dello stampo di Pio XII, che è stato il decano della facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum. Spiazzi riporta parte della conversazione nella biografia che ha recentemente dedicato al suo defunto amico: “Siri ha detto che dovevamo pregare per i Conclavi futuri, per ottenere la grazia che coloro che avrebbero partecipato, possano essere veramente liberi da ogni tipo di condizionamento o di influenza, non solo in termini etnici o politici, ma anche sociali”. Abbiamo dovuto pregare perché … non ci sia alcuna manipolazione da parte di qualsiasi setta (*)”. Si riferiva alla Massoneria sulla base delle informazioni dirette che aveva ricevuto da affiliati e della sua conoscenza degli stratagemmi della Massoneria impiegati per irretire esponenti vaticani ed i loro uffici. Egli non ha esitato a fare nomi e ha parlato del pericolo anche per il Conclave. Forse è per questo che ha proposto l’abolizione del segreto di modo tale che gli eventi potessero aver luogo alla luce del giorno. (30 Giorni Magazine, “Infiltrati? Sì …”, novembre 1991, pag. 55).

(Nota importante: questo articolo è stato pubblicato dopo la morte di Papa Gregorio XVII avvenuta il 2 maggio 1989 AD –TCW).

“…Non ci sarà mai stata una tempesta così forte nei riguardi di qualsiasi altro Pontefice”.

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Mai, mai ci sarà stata una tempesta così forte nei confronti di qualsiasi altro Pontefice. Egli è già un martire prima di subire il martirio. Soffre prima che sia giunta l’ora. Ma lui offre la sua persona ed il sangue delle sue vene per tutti i suoi torturatori e per coloro che stanno facendo terribili attentati alla sua vita. Dovrà soffrire anche l’esilio.”(Apocalisse di Marie Julie Jahenny, d. 1941 d.C. -Con Approvazione Ecclesiastica-)

“… L’empia setta [Massoneria] vanta come una delle sue principali opere la persecuzione religiosa a cui si ispira … che è promossa dalla massoneria, in modo immediato o mediato, direttamente o indirettamente, con lusinghe o minacce, con la seduzione o la rivoluzione. ” – [Sua Santità, Papa Leone XIII, Dall’alto dell’apostolico seggio – sulla massoneria in Italia – 15.10.1890]. 

   Papa Gregorio XVII ha confermato le reali minacce di pressione su di lui al Conclave del 1958.

     Nei vari incontri clandestini alla fine degli anni 1980 con il sacerdote confidente, l’ostaggio Papa Gregorio XVII ha confermato le reali minacce illegali, che sono state operate su di lui nel Conclave del 26 OTTOBRE 1958.

Fondamentale per capire (rileggere se necessario).

   Ma la Chiesa perfetta di Cristo aveva già “messo in atto, a salvaguardia” la promulgazione di una “Legge”, per proteggersi da questo tipo di aggressori illegali: essa prevede provvidenzialmente anche il rimedio contro la possibile fragilità umana nei confronti delle minacce del Titolare di un legittimo Ufficio. Così, anche se si trovava nello stato di grave timore, ingiustamente inflitto, (timore che è poi durato per tutto il suo Pontificato), Papa Gregorio XVII non poteva (per legge) dimettersi dal suo Ufficio di Papa – anche desiderandolo – così come da decreto contenuto nel “Diritto Canonico”:

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Le dimissioni non sono valide per legge qualora siano state presentate per timore grave ed ingiustamente inflitto, per frode, per errore sostanziale o per simonia.” (1917- Codice di Diritto Canonico, can. 185).

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LA STORICA MISSIONE del 1988!

   “Ora ricordo le parole pronunciate da Nostro Signore a S. Tommaso: ‘Beati quelli che non vedono, ma credono’, applicate ai nostri tempi: “Beati voi, perché accettate il fatto storico della fumata bianca dalla Cappella Sistina delle ore 17 del 26 ottobre 1958, con l’annuncio dell’ “Habemus Papam”, cioè che è stato il Cardinale Giuseppe Siri ad essere eletto Papa, col nome di Gregorio XVII; ma il “potere delle tenebre” fermò il procedere del suo Pontificato pubblico per ben 30 anni, 6 mesi e 6 giorni, ad eccezione di 10 mesi e 16 giorni: quando in realtà il Papato si è svolto in segreto. Perché 10 mesi e 16 giorni? Questo periodo inizia dal primo giorno in cui ho incontrato il Papa, e cioè il 14 giugno 1988, e finisce nel giorno in cui egli è morto: il 2 maggio 1989. Lentamente le persone di tutto il mondo si possono rendere conto che il Papa Gregorio XVII (Siri) ed i suoi successori sono veri Papi della Chiesa Cattolica romana, mentre Giovanni XXIII (Roncalli) ed i suoi successori sono degli anti-papi della Chiesa Cattolica romana. … Dal giorno in cui ho incontrato Papa Gregorio XVII, l’ho amato. Perciò, vorrei che anche voi facciate parte del piccolo gruppo dei suoi seguaci: noi lo amiamo, dobbiamo quindi pregare per lui, e pregare per la Chiesa Cattolica romana “. [-Il Reverendo padre Peter Khoat Van Tran in una dichiarazione manoscritta del 20 MAGGIO A.D. 2006].

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Il pellegrinaggio di Khoat per trovare “Cardinal Siri” ha richiesto tre mesi di duro lavoro, di preghiera e di penitenza, durante i quali Dio gli ha rivelato molte intuizioni e così ha potuto coronare il suo lavoro con successo!

(L / R) 1.- P. Khoat viaggia (via treno in Italia) nella speranza di trovare il cardinale Siri (30 APRILE 1988); 2. – qui p. Khoat, sempre con un viso allegro, è ripreso lungo le strade d’Italia nel corso della sua missione [da notare che -mentre era in viaggio, Padre Khoat ha chiesto a molti degli italiani che ha incontrato, notizie in merito al Cardinal Siri, e numerose persone gli hanno riferito di aver sentito dire che il cardinale Siri era stato eletto Papa]; 3. – P. Khoat ha spaziato sul territorio italiano durante la sua missione strategica alla ricerca del cardinale Siri – (13 MAGGIO 1988).

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Ricevuta del biglietto ferroviario utilizzato durante la missione di Fr. Khoat per incontrare il “Cardinale” Siri nell’aprile del 1988.

TCW ha appreso che per un certo lungo periodo del suo viaggio, p. Khoat aveva fittato un appartamento a Genova, in Italia, nei pressi di una zona dove egli sapeva, perché riferitogli, che “il cardinale Siri” era stato a volte visto – anche se era sempre in compagnia di un gruppo di individui [perché sotto stretta custodia].

È stato invocato S. Antonio da Padova (il grande Santo taumaturgo)!

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(da sin. a dx.) 1)- La Basilica di Sant’Antonio dove p. Khoat celebrò privatamente la Messa Romana in latino chiedendo a S. Antonio un miracolo; – 2)- Il foglio di carta realmente utilizzato da p Khoat il 13 giugno 1988 d.C, con l’indirizzo dell’Istituto Ravasco; 3)- Immaginetta di S. Antonio.

Il 13 giugno del 1988, il giorno della festa di S. Antonio di Padova, p. Khoat offriva la S. Messa tridentina nella Basilica di S. Antonio (Padova, Italia) con l’intenzione di chiedere l’intervento miracoloso di S. Antonio affinché lo aiutasse a trovare e poter così parlare con il Cardinale Siri.

Dopo la S. Messa, la mattina stessa, a pranzo, un sacerdote di Genova disse a p. Khoat: “Il cardinale Siri ha lasciato Genova questa mattina, se volete vederlo, dovete andare all’Istituto-convento Ravasco, in Via Pio VIII al n. 28; – 00165 a Roma.”

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-L’Istituto-convento Ravasco a Roma, in via Pio VIII-

Khoat, il 13 giugno quindi, si mette prontamente in viaggio da Venezia a Genova e da qui, dalla stazione ferroviaria, a questo convento [l’Istituto Ravasco] di Roma, venendo a conoscenza subito che il Cardinale Siri avrebbe detto la Messa al mattino successivo. Per avere la possibilità di vedere e sperare quindi di parlare con il Santo Padre, [così da anni si sussurrava] P.Khoat prese un taxi per il convento già un’ora prima che la Messa iniziasse. Nell’attesa cominciò a passeggiare per i giardini del Convento-Istituto Ravasco, recitando il Santo Rosario: P.Khoat entrò nella cappella nel momento esatto in cui il cardinale Siri iniziava la celebrazione della S. Messa. – Al termine ha chiesto ad un presunto “assistente” del cardinale Siri, se poteva vedere un attimo da solo il Cardinale, ma la cosa gli fu prontamente rifiutata. P. Khoat insistette, affermando che lui voleva soltanto avere un autografo dal Cardinale su un libro che aveva con sé. L’ “attendente” (come un’altra persona nella stanza aveva detto a don Khoat, permise, anche se molto a malincuore a p. Khoat, che lo si lasciasse avvicinare, ma soltanto per cinque minuti, al Cardinal Siri, aggiungendo subito: “ … ma solo per breve tempo”. – Khoat si ritrovò a porte chiuse, e immediatamente chiese con vivacità al “Cardinale Siri” in francese, se egli fosse veramente il Papa, ma egli, non sapendo chi fosse p. Khoat, negò. P. Khoat raccontò quei momenti al Direttore di TCW, nel gennaio del 2006: “A quel punto non ero più io a parlare, io non stavo nemmeno pensando a queste parole, e gli dico: “Se fosse stata realizzata la Consacrazione della Russia, come la Madonna aveva chiesto, “… il mio vescovo non sarebbe stato ucciso, ed il mio Paese non sarebbe caduto in mano ai comunisti!”. “Lui mi guardò con le lacrime agli occhi dicendo:”lo so …” “e p. Khoat aggiunge: “… Non so da dove questo mi sia venuto, non sono state le mie parole, … era lo Spirito Santo!”[questo colloquio è stato pure riferito in un’omelia di p. Khoat il 20. 5. 2006, festa del Corpus Domini, e visibile in una videoregistrazione]. – Per intercessione di S. Antonio di Padova (in appena 24 ore), p Khoat è stato in grado non solo di individuare, ma di avere pure un colloquio con il Papa-ostaggio, Gregorio XVII- il 14 giugno 1988. La foto seguente (ripresa pochi istanti dopo che P. Khoat aveva incontrato privatamente ed onorato Sua Santità, Papa Gregorio XVII), registra questo storico evento (vedi data e ora in basso a destra: 88-6-14):

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(L/R) Foto di Fr. Khoat Tran, Sua Santità Papa Gregorio XVII, ed uno dei guardiani del Papa-ostaggio  Msgr. Grone (14 giugno A.D. 1988, Convento Istituto Ravasco – Roma, Italia).

Trenta anni di dolore!

   Poi P. Khoat disse: “Venga con me adesso. Ho due biglietti per andare in America, dove ci sono persone che vi aiuteranno. “Papa” Gregorio XVII rispose: « Sarebbe impossibile. Non posso andare. Mi possono uccidere in qualsiasi momento.”

(Estratto dalla prima conversazione tra padre Khoat ed il Papa in ostaggio Gregorio XVII, in un breve e teso incontro privato presso l’Istituto Convento Ravasco a Roma il 14 Giugno 1988 d.C.). Papa Gregorio XVII prega P. Khoat di tornare più tardi, di notte, ad una certa ora, per avere la possibilità di colloquiare senza essere controllati.

*****

     Dopo questo primo approccio, P. Khoat ha avuto ancora diversi incontri con Papa Gregorio XVII. Come è emerso dall’incontro con Papa Gregorio XVII (durante il quale Sua Santità aveva confidato a don Khoat che i suoi rapitori lo potevano uccidere in qualsiasi momento), P. Khoat porse la sua macchina fotografica ad una persona che si trovava nella stanza, e gli chiese di fare delle foto velocemente. Ancora una volta, questo è avvenuto proprio nel cuore del territorio nemico (si noti l’immagine dell’anti-Papa Giovanni Paolo II in alto a destra). Questo Monsignor Grone – che si faceva passare per gli esterni come uno della famiglia del Cardinale (il suo Segretario ufficiale) – era esattamente l’opposto. P. Khoat ha saputo più tardi che tale mons. Mario Grone, era un nemico “de fide”, il cui compito era quello di controllare da vicino, strettamente, Papa Gregorio XVII. Grone cercò vigorosamente di fermare lo scatto, ma questo oramai era già avvenuto e l’immagine presa. Si noti lo sguardo sul suo volto (di Grone), ed i gesti che sta facendo con le mani! Il nostro Papa invece, si è giustamente presentato con dignità: tiene le mani sulla talare e sta fermo. Nel ricordare i suoi occhi, da vicino, P. Khoat si esprime con queste parole: “Dal giorno in cui ho incontrato Papa Gregorio XVII, il 14 giugno del 1988, ho visto nel suo occhio, e non l’ho mai dimenticato, l’occhio della sofferenza, l’occhio del dolore, l’occhio dell’umiltà, l’occhio dell’amore. Il suo occhio mi segue sempre, di giorno e di notte, ogni volta che mi sveglio … so che ha sofferto tanto, ha sofferto troppo … “.

Papa Gregorio XVII incarica poi Padre Khoat di tornare più tardi presso il detto convento, dicendogli: “Torna qui alle otto di stasera, quando il mio segretario sarà andato via.”

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(Da sinistra a destra) 1)-Il “provvidenziale” sacerdote p. Peter Khoat Van Tran, il 4 aprile 1989 negli Stati Uniti; 2)-Il Papa-ostaggio (Gregorio XVII), Sua Santità poco prima della sua morte “improvvisa”; 3)- Sua Eccellenza, l’Arcivescovo Arrigo Pintonello (che è stato convocato dal gruppo di don Khoat Van Tran nel 1988, per contribuire a supportare Papa Gregorio XVII in modo sotterraneo e lungi dal Vaticano; la maggior parte degli altri convocati ha risposto con altrettanta generosità).

Khoat con un gruppo selezionato di religiosi, ha lavorato a stretto contatto con il Papa nascosto Gregorio XVII (che è stato sempre costantemente monitorato ed oppresso, durante il suo esilio forzato a Genova, Italia). Sua Santità è “deceduto” il 2 maggiodel 1989, ma aveva già formulato ed attuato una strategia per “salvare”la Vera Gerarchia pietrina della Chiesa Cattolica Romana! – Khoat obbedì, e la sera stessa venne a diretto contatto con monsignor Carlo Taramasso, residente nella vicina Santa Marinella ed infine con altri due convocati testimoni di fiducia: tra essi un noto prelato italiano, Sua Eccellenza, l’Arcivescovo Arrigo Pintonello. Papa GregorioXVII (un esperto di dottrina), poi ha agito attraverso il formulare una strategia dettagliata, un Piano attuato tra il 1988 e il1989, che ha dato luogo alla continuazione, senza interruzioni o “vacanze”del Papato, piano che tra l’altro comprendeva la creazione di Cardinali (con la designazione di un Camerlengo(*)che avrebbe così potuto convocare un legale Conclave.

(*) [“Alla morte del Pontefice il Cardinale Camerlengo, in qualità di rappresentante del Sacro Collegio, assume la carica della Casa Pontificia, notifica a tutti i Cardinali della Chiesa la morte del compianto Papa e l’elezione imminente. Ogni Cardinale ha diritto di voto in Conclave, ma deve essere presente di persona per poterlo fare. “-F. A. FORBES, La vita di Pio X, p. 62, 1918 Imprimatur].

Peter Khoat Van Tran, il coraggioso sacerdote che ha “salvato” Sua Santità, Papa GregorioXVII a cominciare dal mese di giugno del 1988, il 20 maggio 2006 d. C., nella festa del Corpus Christi, durante la commemorazione del 100° anniversario della nascita di Papa Gregorio XVII, ha pubblicamente confermato (su nastro video) davanti ad un gruppo di veri Cattolici che: «Sua Santità Papa Gregorio XVII ha proceduto alla nomina dei Cardinali prima della sua “misteriosa” morte avvenuta il 2 maggio, 1989 A.D.» Khoat ha chiarito inoltre che ci sono oggi “veri” Cardinali che sono stati nominati dal Papa GregorioXVII, ancora in vita!!![la cosiddetta “Chiesa sotterranea”].

“Ma le porte dell’inferno non prevarranno” 

Nota Storica

Il noto presule, il cardinale Ottaviani, che ha letto il testo del Terzo Segreto di Fatima che è stato dato dalla Beata Vergine Maria ai bambini di Fatima: egli ha confidato che (Il Terzo Segreto) dice che: “la grande apostasia inizierà dal massimo grado”.

ATTENZIONE: Questa frase [la grande apostasia avrà inizio dall’alto] non è stata mai riportata o accennata in nessun modo nel corso della “Rivelazione ufficiale al mondo del Terzo Segreto di Fatima”, gestita dalla criminale “setta” giudaico-massonica-Vatic. II-, la setta di usurpatori (a capo del cui comitato vi è il Patriarca universale degli Illuminati di Baviera, secondo don Luigi Villa, l’ “acchiappamassoni” incaricato da p. Pio da Pietrelcina, su mandato di S. S. Pio XII, – il futuro anti-Papa Benedetto XVI –ndr.- ) – 13 maggio 2000. –E.D.

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«Vedi l’Inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori … Se [le persone] non si fermano dall’offendere Dio, Egli punirà il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame, e della persecuzione della Chiesa e del Santo Padre». – Nostra Signora di Fatima 1917 d.C. – “Se poi dovessero verificarsi situazioni, per cui certi uomini assumessero la visibilità della “roccia”… le conseguenze sarebbero gravi.”

“Nel Vangelo di Matteo (XVI,18), la” roccia “, non è solo una persona, ma anche una “istituzione”. … La Chiesa fornisce la sicurezza, perché è la “roccia “, non il tufo, e non la sabbia. Si tratta di un significato che va oltre il senso materiale della metafora: … infatti, le rocce della terra crollano nel tempo, a causa degli effetti degli elementi, ma questa “roccia”, non potrà mai crollare, né sgretolarsi, dato che la sua solidità è garantita, nel testo di S. Matteo, da Gesù, fino alla fine dei tempi. La roccia rimane inattaccabile e nessuno può graffiarla, perché essa proviene da un’opera divina. Ma a volte gli uomini possono avere un po’ alterata dagli altri la visione della roccia. Altre strutture possono essere approntate per apparire simili alla roccia, altre cose possono apparire a tutti come tale. Ma esiste una distinzione profonda, ed anche se gli errori di questi uomini sono in grado di velare la realtà (verità), non possono distruggerla. La questione, facile per tutti, che si presenta è quella della visibilità della roccia. Se poi si dovessero verificare delle situazioni, per cui certi uomini assumono una visibilità in luogo della “roccia” nella Chiesa, le conseguenze sarebbero gravi. ” Estratto da: La Roccia del: Card. Siri (cioè papa Gregorio XVII) in “Il dovere dell’Ortodossia”, Pag. 6 . “Il Dovere dell’Ortodossia” è una pubblicazione originale da: RENOVATIO II (1967), fasc 2, pp. 183-184.

La “prigione” di Siri

    “Subito dopo il Conclave del 1978, il Cardinale Siri venne “scortato” presso il suo esilio familiare a Genova, li dove ha vissuto la sua lunga ed agonizzante prigionia. Il quartiere episcopale di Siri era diventato una prigione impenetrabile, dove ogni sua mossa era controllata dai suoi rapitori che, per il mondo esterno, erano mascherati da membri di fiducia della famiglia del Cardinale. Il Papa eletto e nascosto, ha languito in un confino indifeso e solitario, assistendo come testimone alla demolizione selvaggia della “sua” Chiesa, per più di un quarto di secolo. Solo verso la fine del suo lungo calvario, Siri avrebbe cominciato a fare delle rivelazioni scoprendo quanto riguardava l’intervento illegale esterno al Conclave e diretto contro il Papa eletto nel 1978, così come era stato fatto, sempre con lui, prima nell’elezione papale del 1963 e prima ancora nella più significativa” (e l’unica che veramente contava) nell’ottobre del 1958 -TCW) (Estratto da: “Papa Gregorio XVII Papa in esilio: 1958-1989” pubblicato da “Sangre De Cristo” News notes 15/08/90) .

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Foto della mappa originale utilizzata da p. Khoat dalla sua missione a Genova, Italia, nella primavera del 1988 nella speranza di trovare il “Cardinale Siri”.

I segni sulla mappa sono stati disegnati da p. Khoat stesso durante il suo viaggio del 1988. Nota: le frecce nere nelle foto sono di grafica del computer e non della carta, sulla quale invece si vede un cerchio tratteggiato fatto con un pennarello verde, che indica la posizione generale della Sede Diocesana di Genova. E in particolare si può osservare una piazzetta, disegnata a mano in nero, e che si trova all’interno del cerchio verde, collocata tra due strade: la Via di Albaro e via Orsini. Questa piazza indica la posizione esatta del Palazzo Vescovile, dove “Siri” (vale a dire Papa Gregorio XVII) è stato tenuto prigioniero da agenti massonici per decenni!

Due Visioni di Giacinta Marto di un futuro Papa. (ecclesiasticamente approvate)

“… Ho visto il Santo Padre in una casa molto grande …”

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 “Giacinta Marto

Poco dopo che i tre bambini ebbero ricevuto dalla Madonna il segreto di Fatima, nel luglio del 1917 d.C., Giacinta Marto ebbe due visioni, che ha raccontato a Lucia, che a sua volta le ha registrate nelle sue memorie con l’osservazione che: comprendono “parte del [terzo] segreto.” Entrambe le visioni riguardano un (futuro) Papa: «Non so come sia successo, ma ho visto il Santo Padre in una casa molto grande, inginocchiato ad un tavolo, con la testa fra le mani, e piangeva, All’esterno della casa, c’erano molte persone. Alcuni di loro stavano lanciando pietre, altri lo stavano maledicendo e gli rivolgevano parolacce. Povero Santo Padre, dobbiamo pregare molto per lui. “

 La profetica anima Vittima (la Ven.  Anne-Catherine Emmerich) ha parlato del “Vero” Papa in esilio!

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  “Vedo il Santo Padre in grande difficoltà. (*) Egli vive in un altro palazzo e riceve solo poche persone in sua presenza. Se il partito dei malvagi conoscesse la sua grande forza, avrebbe sferrato un attacco anche ora. Temo che il Santo Padre soffrirà molte tribolazioni prima della sua morte, perché vedo la chiesa nera contraffatta che sta guadagnando terreno, vedo la sua influenza fatale sul pubblico. Il disagio del Santo Padre e della Chiesa è davvero tanto grande perché si debba pregare Dio giorno e notte. Mi è stato detto di pregare molto per la Chiesa e per il Papa … il popolo deve pregare ardentemente per l’estirpazione (l’eradicazione, la distruzione) della chiesa buia”. (Visione profetica di Anne Catherine Emmerich del 1824 d.C., agostiniana stigmatizzata, -. Dal libro, “La vita di Anne Catherine Emmerich,” da Rev. Carl E. Schmöger, C.Ss.R., vol II, pagine 292-293]).

“Egli vive in un altro palazzo”

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 Foto di P. Khoat all’interno del Palazzo Vescovile a Genova, Italia [2 Maggio 1988] nel quale Papa Gregorio XVII fu costretto prigioniero in esilio.

Il Papa-ostaggio Gregorio XVII è stato soggetto ad una costante costrizione lungo tutto il suo Pontificato; ogni Suo movimento veniva monitorato dai nemici della Chiesa. P. Peter Khoat Van Tran è stato in grado di scattare da sé questa immagine rapidamente prima che gli fosse intimato di lasciare i locali. Questo coraggioso sacerdote (Fr. Khoat) ha avuto il suo primo “assaggio” della sofferenza del Pontefice, all’interno del Palazzo Vescovile, in data 2 maggio 1988 [si veda al proposito l’ora e la data sulla foto]. P. Khoat in quell’occasione riuscì solo a vedere di sfuggita un lembo del suo mantello [di Gregorio XVII] mentre gli veniva incontro ma, circondato da un gruppo di uomini, fu prontamente spinto a salire verso una scala ed introdotto in una stanza, la cui porta fu immediatamente richiusa dietro di lui!

“Un giorno, Attraverso il Rosario e lo Scapolare, voglio Salvare il mondo.” (La Vergine Maria, a San Domenico)

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Alfonso Liguori: “Il diavolo ha sempre cercato, per mezzo degli eretici, di privare il mondo della Messa, e questo li rende i precursori dell’Anti-Cristo, i quali, prima di ogni altra cosa, cercheranno di abolirla, ed in effetti l’abolizione del Santissimo Sacramento dell’altare, è come una punizione per i peccati degli uomini, secondo la predizione di Daniele: ‘E gli è stato data la forza contro il sacrificio “continuo” (Dan VIII:12). “.mee-50

Atto di Riparazione per la blasfemia: Possa il Santissimo, Sacratissimo, adorabilissimo, misterioso ed ineffabile Nome di Dio, essere lodato, benedetto, amato, adorato e glorificato in cielo e sulla terra, dal Sacro Cuore di nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo, nel Santissimo Sacramento dell’altare, e da tutte le creature di Dio. Amen. (Imprimatur: LC Epus Salford, 18 febbraio 1917) “E’ la fede e la speranza … che ci deve guidare qui. In primo luogo dandoci il coraggio di affrontare questi problemi, assicurandoci in anticipo che ci sono soluzioni all’interno dell’ordine voluto dal Signore per la sua Chiesa. Anche se Egli permette che la sua Chiesa sia provata, non ci permette di dubitare delle sue promesse, né dell’aiuto che Egli Le dà sempre, e che Egli è pronto a dare a questi cattolici timorosi, in cui oggi non si ha il coraggio di agire. [fr. Noel Barbara, “il restauro dell’Episcopato e del Papato”].

 

(Profezia del ven. Bernard de Bustis, sec. XV): “… al tempo dell’Anticristo,… si produrrà un conflitto violento con la Chiesa Romana e ci saranno grandi tribolazioni. In questo tempo, si produrrà uno scisma nel seno della Chiesa in occasione dell’elezione del Papa… c’è uno che sarà chiamato il vero papa, ma egli non sarà veramente tale. Egli perseguiterà il vero Papa e tutti coloro che gli obbediscono, affinché la maggioranza si dichiari in favore dell’antipapa, piuttosto che per il vero Papa. Ma questo antipapa avrà una triste fine, e resterà il vero unico Papa, Pontefice unico ed incontrastato. …”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MISTICA DEL TEMPO DI NATALE

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[Dom. Guétamger: l’Anno liturgico, vol. I]

Tutto è misterioso nei giorni in cui ci troviamo. Il Verbo di Dio, la cui generazione è prima dell’aurora, nasce nel tempo; ne Bambino è un Dio; una Vergine diviene Madre e rimane Vergine; le cose divine si confondono alle umane, e la sublime e ineffabile antitesi espressa dal discepolo prediletto in queste parole del suo Vangelo: il Verbo sì è fatto carne, si sente ripetere su tutti i toni e sotto tutte le forme nelle preghiere della Chiesa. Essa riassume mistica del tempo di natale meravigliosamente il grande evento che ha unito in una sola Persona divina la natura dell’uomo e la natura di Dio. Mistero abbagliante per l’intelligenza, ma soave al cuore dei fedeli, esso è il compimento dei disegni di Dio nel tempo, l’oggetto dell’ammirazione e dello stupore degli Angeli e dei Santi nella loro eternità, e insieme il principio e il modo della loro beatitudine. Vediamo come la santa Chiesa lo propone ai suoi figli nella Liturgia.

Il giorno della Natività.

Dopo l’attesa di quattro settimane di preparazione, immagine dei millenni dell’antico mondo, eccoci giunti al venticinquesimo giorno del mese di dicembre, come a una stazione desiderata. Dapprima è naturale che proviamo un certo stupore vedendo che questo giorno a sé solo riserva l’immutabile prerogativa di celebrare la Natività del Salvatore; mentre tutto il Ciclo liturgico sembra nei travagli, ogni anno, per dare alla luce l’altro giorno continuamente variabile al quale è legata la memoria del mistero della Risurrezione. – Fin dal quarto secolo, sant’Agostino fu portato a darsi ragione di questa differenza, nella famosa Epistola ad Januarium; e la spiegava dicendo che noi celebriamo il giorno della Nascita del Salvatore unicamente per rievocare la memoria di quella Nascita operata per la nostra salvezza, senza che il giorno stesso nel quale ha avuto luogo racchiuda in sé qualche significato misterioso. Al contrario il giorno preciso della settimana nel quale è avvenuta la Risurrezione è stato scelto nei decreti eterni, per esprimere un mistero di cui si deve fare espressa commemorazione sino alla fine dei secoli. Sant’Isidoro di Siviglia e l’antico interprete dei riti sacri che per lungo tempo si è ritenuto fosse lo studioso Alcuino, adottano su questo punto la dottrina del vescovo di Ippona; e le loro parole sono sviluppate da Durando nel suo Razionale. – Detti autori osservano dunque che, secondo le tradizioni ecclesiastiche, avendo la creazione dell’uomo avuto luogo il venerdì, e avendo il Salvatore sofferto la morte in quello stesso giorno per riparare il peccato dell’uomo; essendosi d’altra parte la risurrezione di Cristo compiuta il terzo giorno, cioè la Domenica, giorno al quale la Genesi assegna la creazione della luce, « le solennità della Passione e della Risurrezione – come dice sant’Agostino – non hanno soltanto lo scopo di riportare alla memoria i fatti che si sono compiuti; ma rappresentano e significano anche qualche altra cosa di misterioso e di santo (Epist. ad Januarium) ». – Guardiamoci tuttavia dal credere che, per il fatto che non è legata a nessuno dei giorni della settimana in particolare, la celebrazione della festa di Natale il 25 dicembre sia stata completamente privata dell’onore di un significato misterioso. Innanzitutto, potremmo già dire, con gli antichi liturgisti, che la festa di Natale percorre successivamente i diversi giorni della settimana, per purificarli tutti e sottrarli alla maledizione che il peccato di Adamo aveva riversato su ciascuno di essi. Ma abbiamo un mistero molto più sublime da dichiarare nella scelta del giorno di questa solennità: mistero che, se non ha relazione con la divisione del tempo nei limiti di quel tutto che Dio stesso s’è tracciato, e che si chiama la Settimana, viene a legarsi nel modo più espressivo al corso del grande astro per mezzo del quale la luce e il calore, cioè la vita stessa, rinascono e perdurano sulla terra. Gesù Cristo nostro Salvatore, che è la luce del mondo (Gv. VIII, 12), è nato al momento in cui la notte dell’idolatria e del delitto era più profonda in questo mondo. E il giorno della Natività, il 25 dicembre, è precisamente quello in cui il sole materiale, nella sua lotta con le ombre, vicino a spegnersi, si rianima d’un tratto e prepara il suo trionfo. – Nell’Avvento abbiamo notato, con i santi Padri, la diminuzione della luce fisica come il triste emblema di quei giorni di attesa universale; ci siamo rivolti con la Chiesa verso il divino Oriente, verso il Sole di Giustizia, il solo che possa sottrarci agli orrori della morte del corpo e dell’anima. Dio ci ha ascoltati; e nel giorno stesso del solstizio d’inverno, famoso per i terrori e i gaudi del mondo antico, ci dà insieme la luce materiale e la fiaccola delle intelligenze. – San Gregorio Nisseno, sant’Ambrogio, san Massimo di Torino, san Leone, san Bernardo e i più illustri liturgisti, si compiacciono di questo profondo mistero che il Creatore dell’universo ha impresso in una sola volta nella sua opera naturale e soprannaturale insieme; e vedremo che le preghiere della Chiesa continueranno a farvi allusione nel Tempo di Natale, come già nel Tempo dell’Avvento. – « In questo giorno che il Signore ha fatto – dice san Gregorio Nisseno nella sua omelia sulla Natività – le tenebre cominciano a diminuire e, aumentando la luce, la notte è ricacciata al di là delle sue frontiere. Certo, o Fratelli, ciò non accade né per caso né per volere estraneo, il giorno stesso in cui risplende Colui che è la vita divina nell’umanità. È la natura che, sotto questo simbolo, rivela un arcano a quelli il cui occhio è penetrante, e i quali sono capaci di comprendere la circostanza della venuta del Signore. Mi sembra di sentirlo dire: O uomo, sappi che sotto le cose che tu vedi ti vengono rivelati misteri nascosti. La notte, come hai visto, era giunta alla sua più lunga durata, e d’improvviso s’arresta. Pensa alla notte funesta del peccato che era giunta al colmo per l’unione di tutti gli artifici colpevoli: oggi stesso il suo corso è stroncato. A partire da questo giorno, essa è ridotta, e presto sarà annullata. Guarda ora i raggi del sole più vivi, l’astro stesso più alto nel cielo, e contempla insieme la vera luce del Vangelo che si leva sull’universo intero ». – « Esultiamo, o Fratelli – esclama a sua volta sant’Agostino – perché questo giorno è sacro non già per il sole visibile, ma per la nascita dell’invisibile creatore del sole. Il Figlio di Dio ha scelto questo giorno per nascere, come si è scelta una Madre, Lui che è il Creatore del giorno e della Madre insieme. Questo giorno, infatti, nel quale la luce ricomincia ad aumentare, era adatto a significare l’opera di Cristo che, con la sua grazia, rinnova continuamente il nostro uomo interiore. Avendo l’eterno Creatore risolto di nascere nel tempo, bisognava che il giorno della sua nascita fosse in armonia con la creazione temporale » (Discorso in Natale Domini, III). – In un altro Sermone sulla medesima festa, il vescovo d’Ippona ci dà la chiave d’una frase misteriosa di san Giovanni Battista, che conferma meravigliosamente il pensiero tradizionale della Chiesa. L’ammirabile Precursore aveva detto, parlando del Cristo: Bisogna che egli cresca e che io diminuisca (Gv. III, 30). Sentenza profetica la quale, nel senso letterale, significa che la missione di san Giovanni Battista volgeva al termine dal momento che il Salvatore stesso entrava nell’esercizio della sua. Ma possiamo vedervi anche, con sant’Agostino, un secondo mistero: « Giovanni è venuto in questo mondo nel tempo in cui i giorni cominciano ad accorciarsi; Cristo è nato nel momento in cui i giorni cominciano ad allungarsi » (Discorso in Natale Domini, XI). Cosicché tutto è mistico: sia il levarsi dell’astro del Precursore al solstizio d’estate, sia l’apparizione del Sole divino nella stagione delle ombre, – La scienza tapina e ormai sorpassata dei Dupuis e dei Volney, pensava di aver scosso una volta per sempre le basi della superstizione religiosa, per aver costatato, presso i popoli antichi, l’esistenza di una festa del sole al solstizio d’inverno; sembrava loro che una religione non potesse passare per divina, dal momento che le usanze del suo culto avevano delle analogie con i fenomeni d’un mondo che, secondo la Rivelazione, Dio ha tuttavia creato solo per il Cristo e per la sua Chiesa. Noi cattolici troviamo la conferma della nostra fede proprio là dove questi uomini credettero per qualche istante di scorgere la sua rovina [Si è visto sopra che la festa di Natale non ha avuto in origine un posto uniforme nei diversi calendari della Chiesa. Molti autori pensano oggi che questa festa fu definitivamente fissata al 25 dicembre per distogliere i fedeli da una solennità pagana molto popolare, la festa del solstizio, che celebrava, nella notte dal 24 al 25 dicembre, il trionfo del sole sulle tenebre. Il procedimento, che consiste nell’opporre una festa cristiana a una festa pagana troppo vivace, è stato spesso usato dalla Chiesa nei primi secoli, e sempre con immediato successo]. – In questo modo abbiamo dunque spiegato il mistero fondamentale di questi lieti quaranta giorni, svelando il grande segreto nascosto nella predestinazione eterna del venticinquesimo giorno del mese di dicembre a diventare il giorno della Nascita d’un Dio sulla terra. Scrutiamo ora rispettosamente un secondo mistero, quello del luogo in cui avvenne la Nascita.

Il luogo della Natività.

Questo luogo è Betlemme. E’ da Betlemme che deve uscire il capo d’Israele. Il profeta l’ha predetto (Mic. V, 2); i Pontefici ebrei lo sanno e sapranno anche dichiararlo, fra pochi giorni, ad Erode (Mt. II, 5). Per quale ragione questa oscura città è stata scelta fra tutte le altre per diventare il teatro di così sublime avvenimento? Osservate, o cristiani! Il nome di questa città di David significa casa del Pane: ecco perché il Pane vivo disceso dal cielo (Gv. VI, 41) l’ha scelta per manifestarvisi. I nostri padri hanno mangiato la manna del deserto e sono morti (ibid. VI, 49); ma ecco il Salvatore del mondo che viene a sostenere la vita del genere umano per mezzo della sua carne che è veramente cibo (ibid. 56). Fino ad ora Dio era lontano dall’uomo; ma d’ora in poi essi non faranno più che una sola e medesima cosa. L’Arca dell’alleanza che custodiva solo la manna dei corpi è sostituita dall’Arca d’una alleanza nuova; Arca più pura, più incorruttibile dell’antica: l’incomparabile Vergine Maria, che ci presenta il Pane degli Angeli, l’alimento che trasforma l’uomo in Dio; poiché Dio l’ha detto: Chi mangia la mia carne rimane in me, ed Io in lui (ibid. 57).

Gesù nostro Pane!

È questa la divina trasformazione che il mondo attendeva da lungo tempo, e verso la quale la Chiesa ha sospirato durante le quattro settimane del Tempo di Avvento. È giunta infine l’ora e Cristo sta per entrare in noi, se vogliamo riceverLo (ibid. 1, 12). Egli chiede di unirsi a ciascuno di noi, come si è unito alla natura umana in generale, e per questo vuol farsi nostro Pane, nostro cibo spirituale. – La sua venuta nelle anime in questa mistica stagione, non ha altro scopo. Egli non viene per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato in Lui (ibid. III, 17), perché tutti abbiano la vita, ed una vita sempre più abbondante (ibid. X, 10). Il divino amico delle anime nostre, non troverà dunque riposo fino a quando non si sia sostituito egli stesso a noi, di modo che non siamo più noi a vivere, ma Egli che vive in noi; e perché questo mistero si compia con maggiore dolcezza, il dolce frutto di Betlemme si dispone dapprima a penetrare in noi sotto le sembianze d’un Bambino, per crescervi quindi in età e in sapienza, davanti a Dio e davanti agli uomini (Lc. II, 40). Quando poi, dopo averci così visitati con la sua grazia e con l’alimento d’amore, ci avrà cambiati in se stesso, allora si capirà un nuovo mistero. Diventati una stessa carne, uno stesso cuore con Gesù, Figlio del Padre celeste, diventeremo perciò stesso i figli del medesimo Padre; tanto che il Discepolo prediletto esclama: Figlioli, osservate quale carità ha usato con noi il Padre, sì che siamo i figli di Dio, non soltanto di nome, ma di fatto (Gv. III, 1). Ma parleremo altrove, e con più agio, di questa suprema felicità dell’anima cristiana, e dei mezzi che le sono offerti per mantenerla ed accrescerla.

Liturgia del Natale.

Ci resta da dire qualcosa sui colori simbolici che la Chiesa riveste in questo tempo. Il bianco è usato per i venti primi giorni che vanno fino all’Ottava dell’Epifania. Lo si cambia solo per onorare la porpora dei martiri Stefano e Tommaso di Cantorbery, e per unirsi al lutto di Rachele che piange i suoi figli, nella festa dei santi Innocenti. All’infuori di queste tre ricorrenze, trionfa il bianco nei paramenti sacri, per esprimere la letizia alla quale gli Angeli hanno invitato gli uomini, lo splendore del sole divino che nasce, la purezza della Vergine Madre, il candore delle anime fedeli che si stringono attorno alla culla del divino Bambino. – Negli ultimi venti giorni, le ricorrenze delle feste dei Santi esigono che le feste della Chiesa siano in armonia, ora con le rose dei Martiri, ora con i semprevivi che formano la corona dei Pontefici e dei Confessori, ora con i gigli che adornano le Vergini. Nei giorni di domenica, se non ricorre nessuna festa di rito doppio di seconda classe che imponga il colore rosso o bianco, e se la Settuagesima non ha ancora aperto la serie delle settimane che precedono la passione di Cristo, i paramenti della Chiesa sono di color verde. – La scelta di questo colore indica, secondo i liturgisti, che con la Nascita del Salvatore, che è il fiore dei campi (Cant. II, 1), è anche nata la speranza della nostra salvezza, e che dopo l’inverno della gentilità e del giudaismo ha iniziato il suo corso la verdeggiante primavera della grazia.

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. VI]

LETTERA VI.

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LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA

ROVINA DELLA LIBERTÀ.

25 aprile.

I.

Signore e caro amico,

Avete voi la caritatevole ed interessantissima idea di divertire un certo numero dei vostri colleghi, e di veder da vicino i loro smodati sghignazzamenti d’incredulità; o meglio ancora, siete voi solleticato dal prurito di sentirvi tacciare voi stesso di reazionario, e me di gesuita? – In questo caso v’indico un mezzo di conseguire infallibilmente l’uno e l’altro. – Comunicate a’ quei certi tali signori, i quali seggono in sulla montagna rossa, ed anche in sulla montagna bianca, questa lettera, dove io pretendo stabilire che la profanazione della domenica è la rovina della libertà. Siccome deggio io attendermi che un fitto nembo d’infuocale obiezioni d’ogni lato mi si scaglierà addosso, così voi giudicherete atto prudente, se comincio io con mettermene al coperto: nelle guerre di discussione il vero scudo è la logica. Per essere in tutta regola, la logica proceder deve da definizioni inespugnabili, e svilupparsi in induzioni rigorosamente concatenate le une colle altre: egli è di somigliante guisa che la rosa spunta dal bottone, e questo dalla semenza. Fermati sì i miei preliminari, vengo io alle definizioni, e domando: Che cosa mai è la libertà? Quali ne sono i limiti? quale n’è la base, e la condizione?

II.

Noi possiamo, signore e caro amico, dirittamente ripetere della libertà, ciò che vi diceva d’una celebre istituzione: « Molto ne parlarono, ma assai poco l’hanno conosciuta. In sulle prime, a’ giorni nostri incontransi pel mondo milioni di mortali i quali riguardano la libertà come il diritto di fare tutto quello che si vuole. Se così si passasse la cosa, mi spiccerei di presto presto stringere il mio bordone, ed intascare il mio breviario, per andar ad abitare l’impero della luna; e ciò per un’eccellente ragione: imperciocché diverrebbe inabitabile la terra. – Ammettiamo, in effetti, che la libertà sia il diritto per ciascuno di spacciare, e fare tutto quello che gli frulla pel capo, senza altra norma che i suoi capricci; supponiamo di seguito un paese godentesi di simile avventurosa libertà. Ecco un uomo, il quale lacera la vostra riputazione, come una fiera affamata sbrana la sua preda. Voi gliene chiedete la ragione. — La ragione? E questa, che io son libero di far quanto più mi piace. — Ah! tu sei libero di squarciar la mia riputazione, e di questo ti compiaci! Io sono dunque anche libero di deturpar la tua, e vi trovo il mio diletto: ed ecco due cittadini, i quali, in virtù della libertà, s’avventano tutte le ingiurie immaginabili. – Eccovene un altro, il quale abbordandovi con amorevole aria , vi infligge un violento mostaccione, e vi ruba la vostra borsa. — Birbante! gli dite voi, non contento di percuotermi, tu mi derubi? Ehi sì, io sono libero di farlo, e ciò mi piace.— Ahi tu sei libero di schiaffeggiarmi e di spogliarmi? Io dunque sono altresì libero di renderti la pariglia. Ed ecco due cittadini i quali, in virtù della libertà, si ripicchiano come de’ pugilatori, e si depredano come de’ briganti: o la libertà concede somiglianti diritti, o no. Se essa il dona, con senno io premisi che la contrada, sommessa al suo impero, è piena di gravissimi pericoli; se essa non li dà, bisogna necessariamente riconoscere che la libertà si rinchiude in certi limiti.

III.

Quali sono questi limiti? Prima di dirlo, conchiudiamo che la libertà non è, né può essere il diritto di tutto fare. Assai più, benché l’uomo libero possa operar il bene ed il male, il potere d’agir male nulladimeno non è essenziale alla libertà, altrimenti Iddio non sarebbe libero, o la sua libertà sarebbe meno perfetta di quella del mortale; altrimenti ancora, tutte le leggi delle nazioni sarebbero dei mostruosi attentati, giacché tutte hanno come scopo d’incatenare la possanza di fare il male, ed il sig. Proudhon avrebbe ragione di sostenere che l’anarchia è lo stato normale dell’uomo. La libertà, non consistendo né nel potere d’eseguir tutto ciò che uno vuole, né nella facoltà di commettere il male, essa deve pertanto definirsi: la possanza di far il bene, o ciò che amo meno, il diritto di fare quello, che non nuoce ad alcuno. – Mi domanderete ora voi quali sono i limiti della libertà?! limiti dalla libertà, vi diceva, sono i diritti altrui Per altrui, io intendo Dio, il prossimo e noi medesimi, se voi lo permettete. Epperciò colui solo è libero, e merita tale esser denominato, che, nelle sue parole e nelle sue azioni, rispetta ogni diritto, od in altri termini, che compie tutti i suoi doveri verso di Dio, de’ suoi simili, e di se stesso. – Questi doveri hanno la ragione e regola loro nella volontà infallibile dell’Eterno. Donde questa conseguenza inevitabile, che l’uomo, o il popolo il più libero è quegli che rincontra il meno di ostacoli per compier la volontà dell’Altissimo in ogni cosa, e che la compisce il più fedelmente. – Tale è la definizione insieme cotanto sublime, e semplice che la Scrittura stessa ci presenta della umana libertà: servire a Dio, dice questa, egli è regnare [“Servire Deo regnare est”.]

IV.

Ora, due ostacoli permanenti s’oppongono a questa possanza del bene, e tendenti conseguentemente a violar la libertà dell’uomo: vale a dire le proprie passioni e le passioni altrui. Egli è un fatto, che ciascun mortale si trova inquietato nel cerchio de’ suoi doveri, che egli prova, non so, quale secreto prurito d’uscirne, e così usurpare in sui diritti dell’Onnipotente, de’suoi simili, e della sua anima stessa in favore del suo corpo. Per non esser vinto è costretto di rimanere costantemente sotto le armi. Anzi, tale è la violenza della lotta, che i più valorosi, travagliati di codesta, gridano gemendo : Infelice che io mi sono! Non faccio il bene, il quale voglio, ed opero il male, che io ho in odio (“Non enim quod volo bonum, hoc ago: sed quod odi malum, illud facio”. (Rom . VII, 45.). – Infino a tanto che il mortale non è pervenuto a signoreggiare codeste possanze focose, egli è schiavo. In questa qualità, voi lo vedete trascinarsi colla corda al collo verso tutto ciò che vi è d’opposto al dovere, e la sua libertà non sembra più essere che la funesta possanza di eseguir il male, ed accade per anco che più non la sente, che più non la comprende che per essa, ed in questo strano rovesciamento egli appella impedimento, tirannia, dispotismo tutto quello che tende a liberare in lui la possanza del bene, restringendo in catene quella del male. Allora, qualunque sia il suo nome, ogni autorità lo grava; egli l’insulta in se stesso, egli l’abbomina, egli ad essa maledice. Per toglierle il prestigio della medesima, egli la mette in derisione, ed il suo più ardente anelito è di vedere il giorno, in cui potrà spezzarne Io scettro, e gettarne i pezzi nell’insanguinato fango dei crocicchi. Che un uomo, che un popolo, che un mondo riescano in questa cieca lotta contro la propria libertà loro: tostamente le passioni erette in leggi diventano novelli e formidabili ostacoli alla libertà di tutti. Il bene più non si può compiere, che a pericolo della fortuna o della vita; e il martire solo rimane indipendente.

V.

È cosa dunque evidente che l’affrancamento dalle passioni, o la libertà interiore è la sorgente della libertà esteriore. – Una persona, un popolo corrotto, che parla di libertà, è un cieco che ragiona de colori; un uomo, un popolo corrotto che si vanta di pervenire alla libertà rovesciando Iddio da’ suoi altari, i Re dal trono loro, è un forsennato, il quale schianta le dighe d’un fiume per impedirne l’inondazione. Signor no, e mille volle no, la libertà giammai ebbe per madre, né per sorella la corruzione, giammai per piedestallo un pavimento imbrattato di sangue, giammai per malleveria uno straccio di caria in sul quale è scritto, finanche in aurei caratteri: Libertà, ugualità, fraternità. La libertà è figliuola del coraggio e compagna della virtù : essa posa la sua base ne’ profondi ripostigli del cuore. Qualunque cuore immune dalla tirannia delle passioni è libero ; se esso non trovasene esente, può usurpare il nome della libertà, ma la realtà gli manca: quello non ha che la licenza, e la licenza è proprio la schiavitù. In una parola, nei nostri tempi d’illusione e di menzogna, permettete voi, che v’insista sovra di questo punto essenziale: la corruzione è la tirannia de’ vizi; la tirannia de1 vizi è la schiavitù delle anime; la servitù delle anime è il presagio infallibile della schiavitù dei corpi. – Ogni popolo corrotto è schiavo del diritto; esso è un armento esposto sopra una piazza di fiera, il quale non attende che il compratore. Voi sapete che l’Àbd-el-Kader di sua epoca, Giugurta, gettò codesta fulminante predizione in sulla faccia della regina del mondo, e Giugurta diceva il vero; e la sua parola non invecchiò punto: di modo che dobbiamo noi tener per certo che il popolo il più vicino alla schiavitù è il popolo il più corrotto, a meno che sia condannato esso a perire [“Urbem venalem et mature perituram si emptorem invenerit” (Salt. in Jugurth.)].

VI.

Ma chi può affrancare i figliuoli d’Adamo dalla tirannia delle passioni? Nelle epistole precedenti, noi lo abbiamo, anzi meglio abbiamo noi dimostrato, che una cosa sola n’è capace: la Fede. Ora non evvi Fede senza religione, e non vi è religione colla profanazione della domenica: noi ne abbiamo pure allegato la prova. Ammonimento pertanto al secolo nostro che non desidera che libertà, non discorre che di libertà, non travaglia se non per la libertà, e dice di non poter vivere senza libertà. Ebbene nel suo linguaggio e nel suo culto egli è sincero, o no. Se egli è sincero, che prenda dunque i mezzi per toccarne il fine: li conosce ora. Né le leggi, né le forme governamentali, né le rivoluzioni, né le utopie, né i ragionamenti, né le agitazioni febbrili, né gli ammutinamenti, né le barricate cangeranno la natura delle cose: la libertà è incompatibile colla corruzione; la corruzione regna dappertutto ove non domina la fede; la fede cessa dal dominare dovunque la legge sacra della domenica è disprezzata. Infra i due scelga, abbracci, o rigetti. Se esso, non è sincero, io ho nulla a replicargli: il solo sentimento, che possa inspirare, è una profonda pietà.

VII.

A questo punto di vista generale, e come rovina della religione, la profanazione della domenica è dunque realissimamente la rovina della libertà. Essa lo diventa ancora per una ragione più diretta e più sensibile. Di fatto, la Costituzione proclama la libertà dei culti. – Se non è questo un vano parolone, niuno ha il diritto d’insultare al culto cattolico, il quale, al postutto, è il culto della maggiorità. Con assai più di dirittura poi, niuno ha diritto d’impedire i cattolici di compiere i precetti di loro religione. – Or bene, io vi domando, sig. Rappresentante, che cosa è la profanazione della domenica, se non un atroce insulto gettato periodicamente in sulla Caccia del Cattolicesimo, un oltraggio odioso fatto a tutto ciò che havvi de’ cristiani fedeli? Eegli nel maltrattarli o nel lasciarli malmenare in tutto quello che hanno essi di più sensibile, che il governo spera guadagnarsi le simpatie delle popolazioni religiose delle nostre provincie? Il suo interesse non gli comanda forse d’usar loro riguardo? Non è forse ancora qua che ritrovatisi i principi d’ordine, di fedeltà, d’ubbidienza, ultimo argine all’inondazione che minaccia d’invaderci? – Qui non sta il tutto; la profanazione della domenica è un attentato diretto alla libertà d’una folla di negozianti, appaltatori ed operai. Codesta forza i negozianti cattolici a trasgredir la legge sacra della domenica aprendo i magazzini loro, inchiodandoli al loro banco, per vendere a chi si presenta, sotto pena di perdere le pratiche loro, di mancare la vendita, e di non esser in grado, nel giorno della scadenza, di soddisfare ai loro impegni. Codesta vi sforza gli appaltatori, e l’industriale sotto pena di soccombere alla concorrenza esuberante, che faranno altri confratelli meno fedeli di loro. Soprattutto codesta vi sforza l’operaio. — Domani è domenica, non verrò io a lavorare, dice quegli il sabato sera al suo padrone, ricevendo la sua paga. — Quest’appartiene a te ; ma, se tu non ci torni domani, tu puoi cercare lavoro altrove: e’1 povero padre di famiglia, che campa soltanto in grazia di sue braccia, e con queste sostenta i suoi figliuoli, si vede costretto di profanare il giorno di domenica. Se fossero cristiani, si va ciaramellando, così questi, come gli altri profanatori della domenica, essi saprebbero bene conservar la libertà loro, e tenersi per regola la sentenza del loro maestro nella fede: esser meglio ubbidire a Dio, che agli uomini; quindi, rifiutandosi di vendere o lavorare, s’abbandonerebbero alle cure della Provvidenza. Voi comprendete facilmente, che io sono lontano d’applaudire alla condotta degli uni o degli altri. Ma bisogna convenir parimente che il costringimento morale, col quale si angariano, non tralascia però di diventare una violazione della libertà. – Ignorasi forse, che il lavoro rigettato dagli operai buoni cristiani, sarà offerto ad operai meno fedeli, e verrà accettato? Non è cosa forse chiara, che le pratiche concorrono di preferenza presso colui che soddisfa più prontamente alle loro domande? – Ora, è cosa morale il danneggiare ne’ suoi interessi il cristiano fedele alla sua religione, ed assicurare un guadagno a chi si burla delle leggi religiose? – È cosa giusta, e ciò a disprezzo della stessa legge civile, di porre in ogni domenica i cattolici tra il loro interesse e il loro dovere? È egli permesso d’esporli ad una tentazione permanente, alla quale nonostante la loro volontà, un grandissimo numero si lascia trascinare? Il governo se tollera un cotale abuso, o l’autorizza pel suo esempio per anche, è esso il protettore sincero della libertà? – È desso il custode leale della Costituzione? Giudicatene voi. Frattanto, irremovibilmente viene statuito» che la profanazione della domenica è la rovina della vera libertà, che codesta trucida nel suo principio, e la violazione in flagrante della libertà religiosa, consacrata dalle leggi; di maniera che codesta tende a far di noi un popolo di schiavi. In grazia di codesta, ricchi e poveri sono schiavi. Codesta ribadisce al collo loro le catene delle passioni, come il sonaglio al piede dello schiavo, il negoziante è schiavo; codesta lo lega al suo banco, come il janitore janitor dei Romani alla guardia della casa. L’appaltatore è schiavo; codesta lo fissa al suo uffizio, e lo muta in una macchina di calcolo. L’operaio è schiavo, codesta l’inchioda al suo mestiere, alla sua officina, alla sua incudine, come le ruote secondarie sono inchiodate alle ali d’una macchina a vapore. Gradite, ecc.

Omelie del S. NATALE –

 

Omelie del S. NATALE

S. S. Gregorio XVII

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Messa del Giorno (1973)

La difficilissima pagina del Vangelo (Gv I, 1-18) che avete ora ascoltato, che costituisce il prologo del quarto Evangelo, quello di Giovanni, dà però la risposta di due gravi domande. – La prima è: chi è Colui del quale oggi celebriamo la natività? La seconda: ma che cosa è venuto a fare? Vediamo la risposta che dà il difficilissimo brano, che evidentemente non possiamo commentare adeguatamente per limiti di tempo, e non solo di quello. Chi è? La risposta è questa: è Dio, è il Verbo di Dio. Naturalmente a questo punto dobbiamo sentire la maestà del Signore. Noi facciamo distinzioni in questo mondo, e in tutto il creato del resto, tra maestà, amore, giustizia, misericordia, e via discorrendo. In Dio tutto è unico, tutto s’identifica: la maestà è l’amore, l’amore è la giustizia, la giustizia è la misericordia. Per noi tutte queste cose sono distinte e divise, perché siamo piccoli, siamo imperfetti e pertanto non siamo infiniti. E Dio. Ma è il Verbo. Che cosa significa questo? Significa che in Dio c’è un rapporto d’intelletto. Il primo termine di questo rapporto intellettuale si chiama il Padre; il secondo termine si chiama il Verbo, il Figlio. E perché si usa la parola “Verbo”? E maggiormente propria la parola greca “Logos”, usata nel testo originale da Giovanni l’Evangelista. La parola “Verbo” significa la parola; ma quale parola? La parola intellettuale, cioè l’idea. Ed è questo il termine, imperfetto certo, ma vero, che serve ad identificare il secondo termine di questo eterno rapporto di intelletto che è in Dio. Siamo obbligati ad entrare nella vita di Dio oggi. Facciamolo con riverenza infinita, perché le cose divine a noi non possono arrivare se non calate e pertanto rimpicciolite nei termini delle nostre rappresentazioni intellettuali. Ma la constatazione di questi termini, che sono veri, ma che non possono adeguare la realtà rappresentata, deve infondere in noi un senso profondo di rispetto, di ammirazione, di adorazione. Ecco Colui che è nato a Betlemme. E’ così. Se non fosse così, perché tanta festa? Perché si dovrebbe oggi il mondo fermare? Perché oggi si ferma il mondo, anche quello non cristiano, e c’è in questo nostro povero mondo un momento di fede per tutti e, penso, anche di pace per tutti. – La seconda domanda: ma che cosa è venuto a fare? Do la risposta che dà il testo letto. E venuto per essere con gli uomini. Come mai si è fatto uomo? Come si è fatto uomo? Ha assunto una natura umana, identica alla nostra, anima e corpo. Strano? No, difficile, strano no. Dio, che ha creato tutto, anche la natura umana, può assumere tutto quello che crede ed elegge per esser vicino alle Sue creature, e nessuno ha diritto di meravigliarsi di quello che fa Iddio. Noi comunichiamo con i nostri simili mediante la fonazione, la voce; possiamo usare anche dei gesti e possiamo usare dei simboli, la scrittura. Non abbiamo altro per comunicare coi nostri simili. Dio ha tutto, tutto è nelle Sue mani. La docilità dell’atto creativo è la docilità di qualunque assunzione nei termini della Provvidenza Divina. Difficile sì, strano no. Naturalmente, qui c’è il mistero. E perché si è fatto uomo per essere con gli uomini? Con che scopo? Non certo un viaggio turistico sul nostro pianeta; queste sono sciocchezze che vanno bene per i circhi! La ragione è un’altra, e qui c’è una questione che bisogna affrontare. Chi ha ascoltato con attenzione il prologo giovanneo dianzi letto avrà notato che in tutto il brano non si fa alcun cenno alla Redenzione dal peccato. Forse è dimenticata? No. E che questo brano vuol ricordare al mondo la prima ed essenziale ragione per cui il Figlio di Dio si è fatto uomo. La questione sta in questo: se il Figlio di Dio si fosse fatto uomo unicamente per riparare il peccato – il che è ero -, l’iniziativa di quest’opera grande dell’Incarnazione e della Redenzione la avrebbe avuta il peccato, il male, e sarebbe affermare il pessimismo e negare Dio, e non è così. Se non avessimo questa pagina del Vangelo, avremmo dovuto piegare la fronte ad un mistero di più. Questa pagina del Vangelo ci dà la quiete. E come se dicesse: “State tranquilli: l’iniziativa non è del male, ma del bene”. L’iniziativa è di Dio, perché ha voluto. Dice il testo evangelico: ecco perché è venuto, la ragione assoluta che avrebbe avuto valore anche se non ci fosse stato il peccato negli uomini: rendervi figli di Dio (Paolo avrebbe spiegato dopo: “adottivi”). Ecco lo scopo. Siccome veniva per questo scopo, ha assunto anche l’altro: redimere dal peccato. E per questo motivo, è per quello che è rivelato da questo brano del Vangelo che noi sappiamo, che la precedenza l’ha il bene non il male, che la vittoria l’ha il bene non il male. E da questo deduciamo che il bene vivifica sempre e il male si distrugge da sé. Attenzione a quelli che vogliono mettersi dalla parte del male: sappiano che il male si distrugge da sé. Oltre alle altre umiliazioni, ha anche questa. E ben gli sta! – Ecco che cosa è venuto a fare il Figlio di Dio: a fare di noi dei figli adottivi di Dio stesso. E questa filiazione in noi rappresenta una dignità obiettiva, non semplicemente morale. Le dignità umane, quando non sono date per un Sacramento – c’è un unico caso: il Sacramento dell’Ordine che realmente e essenzialmente distingue da tutti coloro che non l’hanno, essenzialmente -, le dignità umane sono cose accidentali, sovrapposte, che cambiano nulla della realtà di chi porta le denominazioni, gli onori, gli attributi. Invece esser figli di Dio cambia totalmente ed obiettivamente il valore della nostra natura, della nostra vita, dei nostri atti, del nostro destino eterno, tutto. È il grande annuncio. Questo grande annuncio a Natale ha sentito il cantico degli Angeli, ma vi prego di guardare a quello che ha preceduto il cantico degli Angeli. Perché gli uomini potessero essere a suo tempo, in un altro piano di Provvidenza, disposti a capir meglio qualcosa, Dio ha sparso a piene mani la bellezza, l’infinita varietà, la bontà delle cose nel creato, e tutte le cose sono una rivelazione divina, talmente chiara a chi ha l’anima pura, talmente profonda a chi ha il sentimento immacolato, da far sì che in realtà Dio sia la cosa più evidente che c’è nel mondo, perché ogni cosa parla e parla di Lui. E la bellezza è l’anticamera del bene e il bene è l’anticamera di Dio. E tutto questo è stato predisposto in un’infinita festosità di cose, in una sequela di luci e di colori e di cose sorprendenti, e abbiamo davanti a noi non soltanto la storia che svolta le sue pagine, ma tutto quanto questo creato che raggiunge i suoi cicli, ne aspetta altri, ne annuncia; è una festosità incontenibile che Dio ha messo in natura, perché quando fosse arrivato il piano soprannaturale, che nessuno poteva esigere, gli uomini fossero pronti, guardando le cose, a intendere i gesti stupendi del loro Creatore. – Ecco la risposta del prologo giovanneo. Risolve delle questioni grandi ed è nostro dovere far sì che le questioni si risolvano. Non possiamo permettere che le questioni diventino un peso inutile, doloroso e nefasto per l’anima degli uomini.

Sermone di san Leone Papa

Sermone 1 sulla Natività del Signore

O dilettissimi, è nato il nostro Salvatore esultiamo. Poiché non può esser luogo a tristezza allorché nasce la vita: la quale, dissipando il timore della morte, ci riempie di gioia per la promessa dell’eternità. Nessuno è escluso di partecipare a tanta allegrezza. Tutti hanno lo stesso motivo di letizia: perché nostro Signore, distruttore del peccato e della morte, siccome non trovò nessuno libero da reato, così è venuto per liberar tutti. Esulti il giusto, perché è vicino alla palma: gioisca il peccatore, perché è invitato al perdono: prenda animo il Gentile, perché è chiamato alla vita. Infatti il Figlio di Dio nella pienezza dei tempi fissata dalla imperscrutabile profondità del divino consiglio, assunse la natura umana per riconciliarla col suo autore, affinché l’inventore della morte, il diavolo, fosse vinto con quella stessa natura onde aveva vinto. – In questo conflitto impegnatosi per noi, si combatté con grande e ammirabile lealtà, poiché l’onnipotente Signore combatté contro il crudelissimo nemico non nella sua maestà, ma nella nostra infermità: opponendogli la stessa forma e la stessa natura soggetta sì, alla nostra mortalità, ma scevra d’ogni peccato. Giacché è alieno da questa natività ciò che si legge di tutti gli uomini: «Nessuno è senza macchia, neppure il bambino, la cui vita sulla terra è appena di un giorno» (Job. XIV,4). Nulla dunque della concupiscenza della carne entrò in questa natura singolare, niente ci s’infiltrò della legge del peccato. Viene scelta una Vergine regale, della stirpe di David, la quale dovendo portare nel seno il sacro rampollo, prima che corporalmente concepisse l’Uomo-Dio spiritualmente. E affinché, ignara del disegno celeste, non si spaventasse a sì inusitato annunzio, apprende mediante colloquio angelico quel che lo Spirito Santo doveva operare in lei: così ella che presto diverrà Madre di Dio, non teme più alcun danno per il suo pudore. – Rendiamo dunque grazia, o dilettissimi, a Dio Padre per il suo Figlio, nello Spirito Santo: poiché «per l’infinita sua carità onde ci amò, ebbe pietà di noi» (Ephes. II,4): e «mentre eravamo morti per i peccati, ci ha reso la vita in Cristo» (Coloss. III,9), perché noi fossimo in lui nuova creatura e nuova opera. «Deponiamo dunque l’uomo vecchio colle sue azioni» (Coloss. 3,9); e fatti partecipi della nascita di Cristo, rinunziamo alle opere della carne. Riconosci, o Cristiano, la tua dignità: e, «divenuto partecipe della divina natura» (2 Petri I,4), non volere con una indegna condotta ritornare all’antica abiezione. Ricorda di qual capo e di qual corpo sei membro. Rifletti, che «strappato alla potestà delle tenebre» (Coloss. I,13), sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio.

Omelia di san Gregorio Papa

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Omelia 8 sul Vangelo

Poiché per grazia del Signore oggi abbiamo a celebrare tre Messe solenni, non possiamo discorrere a lungo della lettura del Vangelo; però che ne diciamo qualche cosa, sia pur brevemente, ce l’obbliga la stessa Natività del nostro Redentore. Perché dunque alla nascita del Signore si fa il censimento dell’impero, se non per far comprendere che appariva nella carne colui che doveva registrare i suoi eletti nell’eternità? D’altra parte, per mezzo del Profeta, dice dei reprobi: «Siano cancellati dal libro dei viventi, e non siano iscritti coi giusti» (Ps. LXVIII, 29). Egli poi opportunamente nasce in Betlemme, dacché Betlemme vuol dire casa del pane. Difatti lui stesso dice: «Io sono il pane vivo che son disceso dal cielo» (Joann. VI,51). Pertanto il luogo dove nasce il Signore fu chiamato innanzi casa del pane; perché là doveva certamente apparire nella natura umana colui che doveva ristorare internamente le anime dei suoi eletti. Egli nasce non in casa del suoi parenti, ma in viaggio: alfin di mostrarci senza dubbio che per la sua umanità assunta nasceva quasi in luogo straniero.

Omelia di sant’Ambrogio Vescovo

Libro 2 al cap. 2 di Luca, verso la metà

Considerate gl’inizi della Chiesa nascente: Cristo nasce, e i pastori già vegliano, come per raccogliere nell’ovile del Signore i greggi delle nazioni che sino allora vivevano come pecore, affin di preservarle, nelle profonde tenebre della notte, dagli assalti di bestie spirituali. E giustamente i pastori vegliano seguendo l’esempio del buon pastore. Così il gregge è il popolo, la notte è il mondo, i pastori sono i sacerdoti. Senza dubbio anche quegli è pastore cui è detto: «Sta vigilante e conferma gli altri» (Apoc. III, 2). E il Signore non solo ha stabilito i vescovi per difendere il gregge, ma ha destinato anche gli Angeli.

Omelia di sant’Agostino Vescovo

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Trattato 1 su Giovanni, verso la metà

Affinché tu non abbia del Verbo un’idea bassa, come se si trattasse di parole umane, ascolta ciò che devi pensarne: «Dio era il Verbo» (Joann, I,1). Ora venga fuori non so quale infedele Ariano a dirci che il Verbo di Dio fu fatto. Come può essere che il Verbo di Dio sia stato fatto, quando Dio per mezzo del Verbo ha fatto tutte le cose? Se esso Verbo di Dio fu fatto, per qual altro verbo fu egli fatto? Se tu dici che esso è stato fatto da un verbo del Verbo, allora io rispondo che esso è l’unico Figlio di Dio. Se poi non ammetti un verbo del Verbo, concedi allora che non è stato fatto quegli per il quale tutto fu fatto. Perché non poté fare se stesso Colui per il quale tutto fu fatto. Credi dunque all’Evangelista.

S. S. Gregorio XVII – Omelia del S. NATALE – S. Messa nella Notte (1975)

S. S. Gregorio XVII

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Omelia del S. NATALE – S. Messa nella Notte (1975)

Era notte, come è notte ora. E siamo certi che era notte, perché il testo stesso parla dei pastori sollecitati ad accorrere ad adorare il Bambino, mentre vegliavano di notte il gregge. Era notte. Vorrei che riflettesse su questo fatto: non c’era luce. Possiamo credere che l’unica luce in una fredda notte invernale fosse soltanto quella delle stelle. Non c’era nessuno: alcun conforto, alcun sussidio alcuna assistenza, alcun consenso, alcun amico. Non c’era splendore, non c’era gloria, non c’erano applausi. Nessuno in terra. E questo il punto: era notte. Si direbbe che una mano divina nel fatto allora e nella narrazione oggi separi i due campi: è questo che dobbiamo imparare. Venendo al mondo il Figlio di Dio a questo modo ci richiama a una verità, o meglio, a una distinzione semplice e fondamentale per la saggezza di tutta la vita umana: tra quello che conta e quello che non conta, quello di cui non possiamo fare a meno e quello del quale possiamo fare a meno, restando pienamente quello che siamo. – Che cosa c’era quella notte? Un bimbo che nasceva: era il Figlio di Dio. C’era una Madre, che è anche Madre nostra. C’era un uomo custode di entrambi: S. Giuseppe. Non sappiamo che ci fossero altri. Sì, la leggenda – è leggenda -, che ha interpretato assai male un testo di Isaia, ha messo accanto al presepio un asino e un bue. Poveretti, ci sarebbero stati bene, e non è detto che non ci fossero, ma non lo sappiamo. Comunque, a fare a meno di un asino e di un bue occorre poco. C’era una grandezza divina che non ha bisogno di vestirsi di nessuna pompa umana, c’era un’umiltà profonda, quasi scalpellata nella stessa roccia della grotta che ancora esiste, c’era l’atto di obbedienza. Nella Lettera agli Ebrei S. Paolo ci ricorda che Cristo, entrando nel mondo, ha detto e ha scritto in capo alla sua vita allora: “Sono qui, o Padre, per fare la tua volontà” (cfr. Eb X, 9). È questo quello che conta: quello che vien da Dio, quello che può appartenere a Dio, quello che può non essere rifiutato da Dio, quello che è nella verità, perché l’umiltà non è altro che la verità della nostra condizione, quello che è la saggezza, perché non c’è altra saggezza che quella dell’obbedienza verso Chi ha il diritto di imporci la norma, e nessuno questo diritto lo può contestare a Dio che è il Creatore. La distinzione tra quello che conta e quello che non conta: perché gli uomini imparassero, perché gli uomini sapessero quello che è una priorità della loro estimazione e quello che può essere confinato al secondo, al terzo, al decimo posto. La notte ha la sua eloquenza, perché la notte toglie le apparenze, come se quella notte dovesse insegnare all’umanità di non credere mai troppo e spesse volte nulla alle apparenze. Questa è la saggezza di questa santa notte.- Noi sappiamo che poi intervennero gli Angeli e cantarono il cantico che abbiamo udito poc’anzi. Ma questo non appartiene più alla storia degli uomini, questo appartiene soltanto a quell’ordine soprannaturale del quale solo l’umiltà e l’obbedienza del Figlio di Dio ha potuto darci notizia e certezza. – Penso che il miglior augurio che io vi possa fare, cari, per Natale sia quello di distinguere bene tra quello che conta e quello che non conta, tra quello che è sostanza e quello che è apparenza, tra quello che può valere di fronte al cielo e quello che a lungo andare vale niente anche di fronte alla terra.

 

TEMPO DI NATALE

STORIA DEL TEMPO DI NATALE

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[Dom Gueranger: l’Anno Liturgico]

Diamo il nome di Tempo di Natale ai quaranta giorni che vanno dalla Natività di Nostro Signore (25 dicembre) alla Purificazione della Santa Vergine (2 febbraio). Questo periodo forma, nell’Anno Liturgico, un tutto speciale, come l’Avvento, la Quaresima, il Tempo Pasquale, ecc. Vi domina completamente la celebrazione d’uno stesso mistero, e né le feste dei Santi che si susseguono in questa stagione, né l’occorrenza abbastanza frequente della Settuagesima con i suoi colori tristi, sembrano distrarre la Chiesa dal gaudio immenso che le hanno evangelizzato gli Angeli (Lc. II, 10) nella notte radiosa così a lungo attesa dal genere umano, e la cui commemorazione liturgica è stata preceduta dalle quattro settimane che formano l’Avvento. L’usanza di celebrare con quaranta giorni di festa o di memoria speciale la solennità della Nascita del Salvatore è fondata sul santo Vangelo stesso, che ci riferisce come la purissima Maria, trascorsi quaranta giorni nella contemplazione del dolce frutto della sua gloriosa maternità, si recò al tempio per compiervi, nell’umiltà più perfetta, tutto ciò che la legge prescriveva a tutte le donne d’Israele quando fossero diventate madri. La commemorazione della Purificazione di Maria è dunque indissolubilmente legata a quella della Nascita stessa del Salvatore; e l’usanza di celebrare questi santi e lieti quaranta giorni sembra risalire ad una remota antichità della Chiesa. Innanzitutto, per ciò che riguarda la Natività del Salvatore il 25 dicembre, san Giovanni Crisostomo, nella sua omelia su tale Festa, pensa che gli Occidentali l’avessero fin dall’origine celebrata in questo giorno. Si ferma anche a giustificare questa tradizione, facendo osservare che la Chiesa Romana aveva avuto tutti i modi di conoscere il vero giorno della nascita del Salvatore, poiché gli atti del censimento eseguito per ordine di Augusto in Giudea si conservavano negli archivi pubblici di Roma. Il santo Dottore propone un secondo argomento ricavato dal Vangelo di san Luca, facendo notare che, secondo lo scrittore sacro, dovette essere nel digiuno del mese di settembre che il sacerdote Zaccaria ebbe nel tempio la visione in seguito alla quale la sposa Elisabetta concepì san Giovanni Battista: donde consegue che la santissima Vergine Maria avendo essa pure, secondo il racconto dello stesso san Luca, ricevuto la visita dell’Arcangelo Gabriele e concepito il Salvatore del mondo al sesto mese della gravidanza di Elisabetta, cioè in marzo, doveva partorirlo nel mese di dicembre [Il più antico documento che ci permette di concludere che la festa di Natale era celebrata il 25 dicembre fin dal 336, è il calendario filocaliano redatto nel 354. E’ infatti poco dopo il Concilio di Nicea (325) che la Chiesa romana istituì una festa commemorativa della Nascita del Salvatore. Se gli storici moderni sono concordi nel dire che le date del 25 dicembre e 6 gennaio non sono basate su una tradizione storica, è legittimo pensare che la Chiesa le abbia scelte per qualche serio motivo]. – Le Chiese d’Oriente, tuttavia, non cominciarono se non nel quarto secolo a celebrare la Natività di Nostro Signore nel mese di dicembre. Fino allora l’avevano celebrata ora il 6 gennaio, confondendola, sotto il nome generico di Epifania, con la Manifestazione del Salvatore ai Gentili nella persona dei Magi, ora – secondo la testimonianza di Clemente Alessandrino – il 25 del mese Pachon (15 maggio), o il 25 del mese Pharmuth (20 aprile). San Giovanni Crisostomo nell’omelia che abbiamo citata, e che egli pronunciò nel 386, attesta che l’usanza di celebrare con la Chiesa Romana la Nascita del Salvatore il 25 dicembre datava appena da dieci anni nella Chiesa d’Antiochia. Questo cambiamento sembra essere stato intimato dall’autorità della Sede Apostolica, alla quale venne ad aggiungersi, verso la fine del quarto secolo, un editto degli Imperatori Teodosio e Valentiniano, che decretava la distinzione delle due feste della Natività e dell’Epifania. La sola Chiesa scismatica d’Armenia ha conservato l’usanza di celebrare il 6 gennaio il duplice mistero; e ciò senza dubbio perché quella nazione era indipendente dall’autorità degli Imperatori, e fu molto presto sottratta dallo scisma e dall’eresia agli influssi della Chiesa Romana [Anche Gerusalemme non conobbe che la festa del 6 gennaio, sino alla fine del IV secolo]. – La festa della Purificazione della Santa Vergine, che chiude i quaranta giorni di Natale, è una delle quattro più antiche feste di Maria: avendo fondamento nel racconto stesso del Vangelo, è possibile che sia stata celebrata fin dai primi secoli del Cristianesimo. – Ma per ciò che riguarda la Chiesa orientale, non vi troviamo definitivamente stabilita la festa del 2 febbraio se non sotto l’impero di Giustiniano, nel vi secolo [Gli studi recenti del Liturgisti hanno mostrato che questa festa cominciò a essere celebrata a Gerusalemme non il 2 febbraio, come lo fu più tardi a Roma, ma il 14 febbraio, quaranta giorni dopo la festa della Natività che gli Orientali celebravano il 6 gennaio. La Peregrinatio Sylviae (del 400 circa) rileva che la festa era celebrata nel 380 a Betlemme e a Gerusalemme nella basilica dell’Anastasi, con la stessa solennità di quella di Pasqua. La Cronaca di Teofane ci dice che fu introdotta a Costantinopoli, fra il 534 e il 542, e celebrata il 2 febbraio. Di qui passò a Roma. Il Liber Pontificalis indica che Sergio (687-701) istituì una litania per le quattro feste della Vergine (Purificazione, Dormizione, Natività e Annunciazione), donde si conclude che esistevano già, benché non si possa sapere da quando]. – Se ora passiamo a considerare il carattere del tempo di Natale nella Liturgia Latina, siamo in grado di riconoscere che questo tempo è dedicato in special modo alla letizia che suscita in tutta la Chiesa la venuta del Verbo divino nella carne, e particolarmente consacrato alle lodi dovute alla purissima Maria per l’onore della sua maternità. Questo duplice pensiero d’un Dio figlio e d’una Madre vergine si trova espresso ad ogni istante nelle preghiere e nelle usanze della Liturgia. – Così, nei giorni di Domenica e in tutte le feste che non sono di rito doppio, per l’intera durata di questi quaranta giorni, la Chiesa ricorda la feconda verginità della Madre di Dio, con tre Orazioni nella celebrazione del santo Sacrificio. Negli stessi giorni, alle Laudi e ai Vespri, implora il suffragio di Maria, proclamando altamente la sua qualità di Madre di Dio e la purezza inviolabile che resta in lei anche dopo il parto. Infine, l’usanza di terminare ogni Ufficio con la solenne Antifona del monaco Ermanno Contratto in lode della Madre del Redentore, continua fino al giorno stesso della Purificazione. – Queste sono le manifestazioni d’amore e di venerazione Con le quali la Chiesa, onorando il Figlio nella Madre, testimonia la sua religiosa letizia nella stagione dell’Anno Liturgico che designiamo con il nome di Tempo di Natale. – Tutti sanno che il Calendario Ecclesiastico contiene fino a sei domeniche dopo l’Epifania, per gli anni in cui la festa di Pasqua tocca i limiti estremi nel mese di aprile. I quaranta giorni dal Natale alla Purificazione racchiudono talvolta fino a quattro di queste domeniche. Spesso non ne contengono che due, e talvolta perfino una sola, quando l’anticipazione della Pasqua in alcuni anni costringe a far risalire a Gennaio là Domenica di Settuagesima, e anche quella di Sessagesima. Nulla tuttavia è stato innovato, come abbiamo detto, nei riti di questi lieti quaranta giorni, fuorché il colore viola e l’omissione dell’Inno angelico, nelle domeniche che precedono la Quaresima.La santa Chiesa onora, per tutto il corso del Tempo di Natale, con una religiosità particolare, il mistero dell’Infanzia del Salvatore.Ma quando il corso del Calendario, anche negli anni in cui la festa di Pasqua è più inoltrata, dà meno di sei domeniche per la celebrazione dell’intera opera della nostra salvezza, cioè dal Natale alla Pentecoste, obbliga la stessa Chiesa ad anticipare, nelle letture del Santo Vangelo, i fatti della vita attiva di Cristo. La liturgia non resta tuttavia meno fedele nel ricordarci le bellezze del divino Bambino e la gloria incomunicabile della Madre sua, fino al giorno in cui verrà a presentarlo al tempio.I Greci fanno anche, nei loro Uffici, frequenti Memorie della maternità di Maria, per tutto questo tempo; ma hanno soprattutto una speciale venerazione per i dodici giorni che vanno dalla festa di Natale a quella dell’Epifania: periodo designato nella loro Liturgia sotto il nome di Dodecameron. In questo periodo, essi non osservano alcuna astinenza dalla carne; e gli Imperatori d’Oriente avevano perfino stabilito che, per il rispetto dovuto a un sì grande mistero, fossero proibite le opere servili, e i tribunali stessi vacassero fino al 6 gennaio.Queste sono le particolarità storiche e i fatti positivi che servono a determinare il carattere speciale di quella seconda parte dell’Anno Liturgico che designiamo con il nome di Tempo di Natale. Il capitolo seguente svolgerà le intenzioni mistiche della Chiesa, in questo periodo così caro alla pietà dei suoi figli.

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Per il giorno di Natale e ottava

[da Manuale di Filotea, del sac. G Riva, XXX ed. Milano 1888 – imprim.]

I. Vi adoro umiliato nel Presepio, o vero Angelo del gran Consiglio che colla vostra misericordia conciliaste così bene la misericordia di cui eravamo noi bisognosi, colla soddisfazione dovuta alla divina Giustizia. Deh! per tanta vostra bontà, fate che vi siamo sempre riconoscenti per così gran beneficio, e non rinnoviamo mai col peccato la causa delle vostre umiliazioni. Gloria.

II. Vi adoro nel Presepio come nell’altare del vostro sacrificio, o vero Agnello di Dio, che vi addossaste spontaneamente tutte le pene dovute ai peccati di tutti gli uomini. Deh! per tanta vostra bontà, accordate a noi tutti il perdono di tutte quante le nostre colpe, e dateci la grazia di vivere in tal maniera che la nostra vita si possa dire un continuo sacrificio per Voi. Gloria.

III. Vi adoro nascosto nel Presepio, o vera Luce del mondo che sceglieste di nascere fra le tenebre della notte per indicare lo stato in cui si trovano gli uomini senza di Voi, e il comun loro bisogno d’essere da Voi illuminati. Deh! per tanta vostra bontà, diradate le tenebre della nostra mente, onde non apprendiamo giammai per veri i falsi beni, e corriamo sempre verso la luce delle vostre sante ispirazioni. Gloria.

IV. Vi adoro umiliato nel Presepio, o vero Principe della pace, che, nascendo al mondo in quel tempo in cui sotto il dominio d’Augusto, erano dappertutto cessate le turbolenze e le guerre, voleste farci conoscere i preziosi effetti della vostra venuta fra noi. Deh! per tanta vostra bontà, fate che noi sempre godiamo i frutti di quella pace che Voi portaste nel mondo, pace con Voi per mezzo della fede e dell’osservanza della vostra santa legge, pace col prossimo con un compatimento sincero di tutti i suoi mancamenti, pace con noi stessi con un costante signoreggiamento de’ disordinati nostri appetiti. Gloria.

V. Vi adoro nel Presepio, o divino Infante, che siete per tutti gli uomini la Via, la Verità e la Vita; la Via coi vostri precetti, la Verità coi vostri esempi, la Vita per il premio che ci tenete preparato nel cielo. Deh! per tanta vostra bontà, fate che noi osserviamo esattamente i vostri precetti, imitiamo fedelmente i vostri esempi, affinché dopo avervi seguito come Via, e imitato come Verità in questa valle di lacrime, meritiamo di godervi come Premio nell’eternità dei Beati. Gloria.

VI. Vi adoro nel Presepio, come in cattedra di divina sapienza, o Maestro infallibile d’ogni virtù, che vi metteste in stato di tanta pena e di tanta umiliazione per farci conoscere la vera strada che conduce alla vita. Deh! per tanta vostra bontà, concedeteci di amare costantemente, a vostra imitazione, le umiliazioni e i patimenti, e di non gloriarci mai d’altro che di esser vostri discepoli, crocifissi insieme con voi in tutto il tempo di nostra vita. Gloria.

VII. Vi adoro nascosto nel Presepio, o unica Porta del Cielo che sosteneste con tanta pazienza gli incomodi della povertà, i rigori delle stagioni e le scortesie degli uomini, per insegnarci la vanità di tutti i beni del mondo. Deh! per tanta vostra bontà come già accoglieste le offerte dei poveri pastori, così gradite l’offerta che vi facciamo di noi stessi; e fate che, vivendo sempre stranieri a tutte le mondane delizie, non ci allontaniamo giammai da Voi, che siete il solo che può introdurci nel gaudio eterno del Paradiso. Gloria.

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Orazione a Gesù Bambino.

Venite in me, o divin Salvatore; degnatevi di nascere nel mio cuore. Fate che, istruito dal vostro esempio, ed aiutato dalla vostra grazia, io sia povero di spirito, umile di cuore, come straniero sopra la terra, mortificato ed obbediente, come foste Voi nella vostra mangiatoia. Voi, o divin Gesù, vi siete fatto Bambino, affinché io possa divenire uomo perfetto. Avete sofferto di esser involto tra le fasce, affine di sciogliere l’anima mia da tutti i lacci del peccato. Avete voluto giacere in una stalla per ammettermi al vostro altare nel tempo, ed alla vostra gloria nell’eternità. – Voi scendeste fino in terra per innalzar me sino al cielo. Voleste esser rifiutato da Betlemiti per assicurare a me un cortese accoglimento nel vostro regno. Non voleste altra compagnia che quella di due ammali per meritare a me il consorzio dei Santi e degli Angeli in Paradiso. Finalmente Voi vi siete reso debole per fortificarmi, povero, per arricchirmi, umile par esaltarmi, soggetto a tutti i patimenti per liberarmi da tutti i mali e procurarmi tutti i beni. Fate, o Signore, che tali grazie non divengano, per difetto della mia corrispondenza altrettanti titoli di condanna per me; ma fate piuttosto che, approfittandone fedelmente mi assicuri il possesso di quella gloria che fu l’unico scopo, non solo della vostra incarnazione, ma ancora di tutta la vostra passione o della vostra morte. Cosi sia.

Un’ENCICLICA AL GIORNO, toglie il modernista apostata di torno … e pure il tradizionalista sedevacantista! : “PASTOR ÆTERNUS”

 

Questa Costituzione apostolica è un documento “chiave” della dottrina della Chiesa, uno scoglio contro il quale si infrangono i flutti eretico-demoniaci di protestanti, di modernisti ecumenismi vati-cani-muti, dei pseudo-tradizionalisti sedevacantisti di nome e di fatto, ed oggi pure dei fautori dell’ultima eresia in voga: il “sedevacantismo doppio”! Questo documento fu voluto con caparbia ostinazione da S. S. Pio IX, al Concilio Vaticano, prima che si abbattesse il flagello dei “buzzurri” piemontesi violatori della Porta pia, approfittando con codardia dell’assenza della guarnigione francese richiamata nella guerra franco-prussiana … ecco gli eroi di porta pia, … codardi buzzurri servi dei satanici cabalisti … ma cominciamo a leggere, studiare e meditare con calma.

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 COSTITUZIONE APOSTOLICA

“PASTOR ÆTERNUS”

DEL SOMMO PONTEFICE PIO IX

“SULL’INFALLIBILITÀ DEL ROMANO PONTEFICE ”

AI VENERABILI FRATELLI, PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI E AGLI ALTRI ORDINARI AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE PACE E COMUNIONE

PIO PP. IX, SERVO DEI SERVI DI DIO

 

VENERABILI FRATELLI, SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Il Pastore eterno e Vescovo delle nostre anime, per rendere perenne la salutare opera della Redenzione, decise di istituire la santa Chiesa, nella quale, come nella casa del Dio vivente, tutti i fedeli si ritrovassero uniti nel vincolo di una sola fede e della carità. Per questo, prima di essere glorificato, pregò il Padre non solo per gli Apostoli, ma anche per tutti coloro che avrebbero creduto in Lui attraverso la loro parola, affinché fossero tutti una cosa sola, come lo stesso Figlio e il Padre sono una cosa sola. Così dunque inviò gli Apostoli, che aveva scelto dal mondo, nello stesso modo in cui Egli stesso era stato inviato dal Padre: volle quindi che nella sua Chiesa i Pastori e i Dottori fossero presenti fino alla fine dei secoli. – Perché poi lo stesso Episcopato fosse uno ed indiviso e l’intera moltitudine dei credenti, per mezzo dei sacerdoti strettamente uniti fra di loro, si conservasse nell’unità della fede e della comunione, anteponendo agli altri Apostoli il Beato Pietro, in lui volle fondato l’intramontabile principio e il visibile fondamento della duplice unità: sulla sua forza doveva essere innalzato il tempio eterno, e la grandezza della Chiesa, nell’immutabilità della fede, avrebbe potuto ergersi fino al cielo [S. LEO M., Serm. IV al. III, cap. 2 in diem Natalis sui]. E poiché le porte dell’inferno si accaniscono sempre più contro il suo fondamento, voluto da Dio, quasi volessero, se fosse possibile, distruggere la Chiesa, Noi riteniamo necessario, per la custodia, l’incolumità e la crescita del gregge cattolico, con l’approvazione del Sacro Concilio, proporre la dottrina relativa all’istituzione, alla perennità e alla natura del sacro Primato Apostolico, sul quale si fondano la forza e la solidità di tutta la Chiesa, come verità di fede da abbracciare e da difendere da parte di tutti i fedeli, secondo l’antica e costante credenza della Chiesa universale, e respingere e condannare gli errori contrari, tanto pericolosi per il gregge del Signore.

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Capitolo I – Istituzione del Primato Apostolico nel Beato Pietro

Proclamiamo dunque ed affermiamo, sulla scorta delle testimonianze del Vangelo, che il primato di giurisdizione sull’intera Chiesa di Dio è stato promesso e conferito al beato Apostolo Pietro da Cristo Signore in modo immediato e diretto. Solamente a Simone, infatti, al quale già si era rivolto: “Tu sarai chiamato Cefa” (Gv 1,42), dopo che ebbe pronunciata quella sua confessione: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo“, il Signore indirizzò queste solenni parole: “Beato sei tu, Simone Bariona; perché non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli: e Io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra Io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: qualunque cosa avrai legato sulla terra, sarà legata anche nei cieli, e qualunque cosa avrai sciolto sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli” (Mt XVI, 16-19). E al solo Simon Pietro, dopo la sua risurrezione, Gesù conferì la giurisdizione di sommo pastore e di guida su tutto il suo ovile con le parole: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore” (Gv XXI,15-17). A questa chiara dottrina delle sacre Scritture, come è sempre stata interpretata dalla Chiesa cattolica, si oppongono senza mezzi termini le malvagie opinioni di coloro che, stravolgendo la forma di governo decisa da Cristo Signore nella sua Chiesa, negano che Cristo abbia investito il solo Pietro del vero e proprio primato di giurisdizione che lo antepone agli altri Apostoli, sia presi individualmente, sia nel loro insieme, o di coloro che sostengono un primato non affidato in modo diretto e immediato al beato Pietro, ma alla Chiesa e, tramite questa, all’Apostolo come ministro della stessa Chiesa.

Se qualcuno dunque affermerà che il beato Pietro Apostolo non è stato costituito da Cristo Signore Principe di tutti gli Apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante, o che non abbia ricevuto dallo stesso Signore Nostro Gesù Cristo un vero e proprio primato di giurisdizione, ma soltanto di onore: sia anatema.

Capitolo II – Perpetuità del Primato del Beato Pietro nei Romani Pontefici

Ciò che dunque il Principe dei pastori, e grande pastore di tutte le pecore, il Signore Gesù Cristo, ha istituito nel beato Apostolo Pietro per rendere continua la salvezza e perenne il bene della Chiesa, è necessario, per volere di chi l’ha istituita, che duri per sempre nella Chiesa la quale, fondata sulla pietra, si manterrà salda fino alla fine dei secoli. Nessuno può nutrire dubbi, anzi è cosa risaputa in tutte le epoche, che il santo e beatissimo Pietro, Principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette le chiavi del regno da Nostro Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano: Egli, fino al presente e sempre, vive, presiede e giudica nei suoi successori, i vescovi della santa Sede Romana, da lui fondata e consacrata con il suo sangue [Cf. EPHESINI CONCILII, Act. III]. Ne consegue che chiunque succede a Pietro in questa Cattedra, in forza dell’istituzione dello stesso Cristo, ottiene il Primato di Pietro su tutta la Chiesa. Non tramonta dunque ciò che la verità ha disposto, e il beato Pietro, perseverando nella forza che ha ricevuto, di pietra inoppugnabile, non ha mai distolto la sua mano dal timone della Chiesa [S. LEO M., Serm. III al. II, cap. 3]. È questo dunque il motivo per cui le altre Chiese, cioè tutti i fedeli di ogni parte del mondo, dovevano far capo alla Chiesa di Roma, per la sua posizione di autorevole preminenza, affinché in tale Sede, dalla quale si riversano su tutti i diritti della divina comunione, si articolassero, come membra raccordate alla testa, in un unico corpo [S. IREN., Adv. haer., I, III, c. 3 et CONC. AQUILEI. a. 381 inter epp. S. Ambros., ep. XI] . – Se qualcuno dunque affermerà che non è per disposizione dello stesso Cristo Signore, cioè per diritto divino, che il beato Pietro abbia per sempre successori nel Primato sulla Chiesa universale, o che il Romano Pontefice non sia il successore del beato Pietro nello stesso Primato: sia anatema.

Capitolo III – Della Forza e della Natura del Primato del Romano Pontefice

Sostenuti dunque dalle inequivocabili testimonianze delle sacre lettere e in piena sintonia con i decreti, chiari ed esaurienti, sia dei Romani Pontefici Nostri Predecessori, sia dei Concili generali, ribadiamo la definizione del Concilio Ecumenico Fiorentino che impone a tutti i credenti in Cristo, come verità di fede, che la Santa Sede Apostolica e il Romano Pontefice detengono il Primato su tutta la terra, e che lo stesso Romano Pontefice è il successore del beato Pietro, Principe degli Apostoli, il vero Vicario di Cristo, il capo di tutta la Chiesa, il padre e il maestro di tutti i cristiani; a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato, da nostro Signore Gesù Cristo, il pieno potere di guidare, reggere e governare la Chiesa universale. Tutto questo è contenuto anche negli atti dei Concili ecumenici e nei sacri canoni. Proclamiamo quindi e dichiariamo che la Chiesa Romana, per disposizione del Signore, detiene il primato del potere ordinario su tutte le altre, e che questo potere di giurisdizione del Romano Pontefice, vero potere episcopale, è immediato: tutti, pastori e fedeli, di qualsivoglia rito e dignità, sono vincolati, nei suoi confronti, dall’obbligo della subordinazione gerarchica e della vera obbedienza, non solo nelle cose che appartengono alla fede e ai costumi, ma anche in quelle relative alla disciplina e al governo della Chiesa, in tutto il mondo. In questo modo, avendo salvaguardato l’unità della comunione e della professione della stessa fede con il Romano Pontefice, la Chiesa di Cristo sarà un solo gregge sotto un solo sommo pastore. Questa è la dottrina della verità cattolica, dalla quale nessuno può allontanarsi senza perdita della fede e pericolo della salvezza. Questo potere del Sommo Pontefice non pregiudica in alcun modo quello episcopale di giurisdizione, ordinario e immediato, con il quale i Vescovi, insediati dallo Spirito Santo al posto degli Apostoli, come loro successori, guidano e reggono, da veri pastori, il gregge assegnato a ciascuno di loro, anzi viene confermato, rafforzato e difeso dal Pastore supremo ed universale, come afferma solennemente San Gregorio Magno: “Il mio onore è quello della Chiesa universale. Il mio onore è la solida forza dei miei fratelli. Io mi sento veramente onorato, quando a ciascuno di loro non viene negato il dovuto onore” [Ep. ad Eulog. Alexandrin., I, VIII, ep. XXX]. Dal supremo potere del Romano Pontefice di governare tutta la Chiesa, deriva allo stesso anche il diritto di comunicare liberamente, nell’esercizio di questo suo ufficio, con i pastori e con i greggi della Chiesa intera, per poterli ammaestrare e indirizzare nella via della salvezza. Condanniamo quindi e respingiamo le affermazioni di coloro che ritengono lecito impedire questo rapporto di comunicazione del capo supremo con i pastori e con i greggi, o lo vogliono asservire al potere civile, poiché sostengono che le decisioni prese dalla Sede Apostolica, o per suo volere, per il governo della Chiesa, non possono avere forza e valore se non vengono confermate dal potere civile. – E poiché per il diritto divino del Primato Apostolico il Romano Pontefice è posto a capo di tutta la Chiesa, proclamiamo anche ed affermiamo che egli è il supremo giudice dei fedeli [PII VI, Breve Super soliditate, d. 28 Nov. 1786] e che in ogni controversia spettante all’esame della Chiesa, si può ricorrere al suo giudizio [CONC. OECUM. LUGDUN. II]. È evidente che il giudizio della Sede Apostolica, che detiene la più alta autorità, non può essere rimesso in questione da alcuno né sottoposto ad esame da parte di chicchessia [Ep. Nicolai I ad Michaelem Imperatorem]. Si discosta quindi dal retto sentiero della verità chi afferma che è possibile fare ricorso al Concilio Ecumenico, come se fosse investito di un potere superiore, contro le sentenze dei Romani Pontefici. – Dunque se qualcuno affermerà che il Romano Pontefice ha semplicemente un compito ispettivo o direttivo, e non il pieno e supremo potere di giurisdizione su tutta la Chiesa, non solo per quanto riguarda la fede e i costumi, ma anche per ciò che concerne la disciplina e il governo della Chiesa diffusa su tutta la terra; o che è investito soltanto del ruolo principale e non di tutta la pienezza di questo supremo potere; o che questo suo potere non è ordinario e diretto sia su tutte e singole le Chiese, sia su tutti e su ciascun fedele e pastore: sia anatema.

Capitolo IV – Del Magistero Infallibile del Romano Pontefice

Questa Santa Sede ha sempre ritenuto che nello stesso Primato Apostolico, posseduto dal Romano Pontefice come successore del beato Pietro Principe degli Apostoli, è contenuto anche il supremo potere di magistero. Lo conferma la costante tradizione della Chiesa; lo dichiararono gli stessi Concili Ecumenici e, in modo particolare, quelli nei quali l’Oriente si accordava con l’Occidente nel vincolo della fede e della carità. Proprio i Padri del quarto Concilio di Costantinopoli, ricalcando le orme dei loro antenati, emanarono questa solenne professione: “La salvezza consiste anzitutto nel custodire le norme della retta fede. E poiché non è possibile ignorare la volontà di nostro Signore Gesù Cristo che proclama: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”, queste parole trovano conferma nella realtà delle cose, perché nella Sede Apostolica è sempre stata conservata pura la religione cattolica, e professata la santa dottrina. Non volendo quindi, in alcun modo, essere separati da questa fede e da questa dottrina, nutriamo la speranza di poterci mantenere nell’unica comunione predicata dalla Sede Apostolica, perché in lei si trova tutta la vera solidità della religione cristiana” [Ex formula S. Hormisdae Papae, prout ab Hadriano II Patribus Concilii Oecumenici VIII, Constantinopolitani IV, proposita et ab iisdem subscripta est]. Nel momento in cui si approvava il secondo Concilio di Lione, i Greci dichiararono: “La Santa Chiesa Romana è insignita del pieno e sommo Primato e Principato sull’intera Chiesa Cattolica e, con tutta sincerità ed umiltà, si riconosce che lo ha ricevuto, con la pienezza del potere, dallo stesso Signore nella persona del beato Pietro, Principe e capo degli Apostoli, di cui il Romano Pontefice è successore, e poiché spetta a lei, prima di ogni altra, il compito di difendere la verità della fede, qualora sorgessero questioni in materia di fede, tocca a lei definirle con una sua sentenza”. Da ultimo il Concilio Fiorentino emanò questa definizione: “Il Pontefice Romano, vero Vicario di Cristo, è il capo di tutta la Chiesa, il padre e il maestro di tutti i Cristiani: a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato, da nostro Signore Gesù Cristo, il supremo potere di reggere e di governare tutta la Chiesa“. Allo scopo di adempiere questo compito pastorale, i Nostri Predecessori rivolsero sempre ogni loro preoccupazione a diffondere la salutare dottrina di Cristo fra tutti i popoli della terra, e con pari dedizione vigilarono perché si mantenesse genuina e pura come era stata loro affidata. È per questo che i Vescovi di tutto il mondo, ora singolarmente ora riuniti in Sinodo, tenendo fede alla lunga consuetudine delle Chiese e salvaguardando l’iter dell’antica regola, specie quando si affacciavano pericoli in ordine alla fede, ricorrevano a questa Sede Apostolica, dove la fede non può venir meno, perché procedesse in prima persona a riparare i danni [Cf. S. BERN. Epist. CXC]. Gli stessi Romani Pontefici, come richiedeva la situazione del momento, ora con la convocazione di Concili Ecumenici o con un sondaggio per accertarsi del pensiero della Chiesa sparsa nel mondo, ora con Sinodi particolari o con altri mezzi messi a disposizione dalla divina Provvidenza, definirono che doveva essere mantenuto ciò che, con l’aiuto di Dio, avevano riconosciuto conforme alle sacre Scritture e alle tradizioni Apostoliche. Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede. Fu proprio questa dottrina apostolica che tutti i venerabili Padri abbracciarono e i santi Dottori ortodossi venerarono e seguirono, ben sapendo che questa Sede di San Pietro si mantiene sempre immune da ogni errore in forza della divina promessa fatta dal Signore, nostro Salvatore, al Principe dei suoi discepoli: “Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli“.Questo indefettibile carisma di verità e di fede fu dunque divinamente conferito a Pietro e ai suoi successori in questa Cattedra, perché esercitassero il loro eccelso ufficio per la salvezza di tutti, perché l’intero gregge di Cristo, distolto dai velenosi pascoli dell’errore, si alimentasse con il cibo della celeste dottrina e perché, dopo aver eliminato ciò che porta allo scisma, tutta la Chiesa si mantenesse una e, appoggiata sul suo fondamento, resistesse incrollabile contro le porte dell’inferno.Ma poiché proprio in questo tempo, nel quale si sente particolarmente il bisogno della salutare presenza del ministero Apostolico, si trovano parecchie persone che si oppongono al suo potere, riteniamo veramente necessario proclamare, in modo solenne, la prerogativa che l’unigenito Figlio di Dio si è degnato di legare al supremo ufficio pastorale.Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa. Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema.

Dato a Roma, nella pubblica sessione celebrata solennemente nella Basilica Vaticana, nell’anno 1870

dell’Incarnazione del Signore, il 18 luglio, venticinquesimo anno del Nostro Pontificato.

PIO PP. IX

[grassetto, sottolineature e colore sono redazionali].

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Pastor Æternus condanna la setta nuova di zecca dei “doppi sedevacantisti”!

La NUOVA SETTA DEL “DOPPIO SEDEVACANTISMO”

  Si sta affermando ai nostri tempi un nuovo mostro teologico: il “doppio sedevacantismo”, che si aggiunge così al variegato e pittoresco panorama di sette protestanti, eretiche e scismatiche, molte autodefinite finanche tradizionaliste! Di cosa si tratta? Ci sono diversi soggetti che, pur ritenendo i clown vaticani dei veri Papi, li bollano definendoli massoni, marrani, eretici, apostati, quanto meno a-cattolici, etc. etc., negando loro di conseguenza ogni obbedienza dottrinale, disciplinare, liturgica e di giurisdizione. In realtà essi li ritengono “ipso facto” decaduti dal ruolo di Pontefice, come da elementari leggi canoniche: come può un non cattolico, un illuminato di Baviera satanista, un accusato di crimini contro l’umanità, un pederasta notorio ed ostinato fin sul letto di morte … etc. etc., essere il capo della Chiesa cattolica? Pertanto si sarebbe in piena Sede vacante già da decenni [dal 1958]. Nel contempo però essi ritengono che nel Conclave del 26-X-58 sia stato eletto legittimamente Papa il cardinal Siri, col nome di Gregorio XVII, e che, essendo stato egli impedito, tutti i successivi “impostori” eletti siano stati e siano degli anti-papi al servizio della giudeo-massoneria. E qui abbiamo il secondo obbrobrio teologico e magisteriale: il “vero” Santo Padre Gregorio XVII, una volta deceduto [2 maggio del 1989), non avrebbe lasciato il suo incarico ad un successore, designato dai Cardinali legittimi e canonicamente nominati dallo stesso Gregorio XVII, venendosi così, anche questa volta, a determinare una condizione di sedevacantismo, o meglio di doppio-sedevacantismo dal 1989! In pratica l’inizio della Sede vacante è stata spostata di circa una trentina di anni. Ora questo pensiero corrotto e distorto, oltretutto patologicamente schizoide, per non dire da idiozia pura, contraddice in modo aberrante, temerario e “novatorio” il mandato pietrino del divin Fondatore, che ha promesso la perpetuità della “Sua” presenza in Pietro e nei suoi successori fino alla fine del mondo. Questi neo-eretici sono pure in condizione di scomunica “latae sententiae” per non accettare, rifiutando con sofismi sottili ma incongrui, il dogma definito nel Concilio Vaticano della perpetuità della serie ininterrotta dei successori di Pietro [come abbiamo per l’appunto appena letto nella Pastor Æternus]. –  Complimenti quindi a questi nuovi e doppiamente eretici, carichi di anatemi a “ripetizione” ed in serie, dei quali non si accorgono, o di cui non vogliono tener conto, non essendo giustamente più parte, da scomunicati “ipso facto”, della Chiesa Cattolica, e quindi candidati “di diritto” al fuoco eterno! E molti si dicono addirittura tradizionalisti ed osservanti il Magistero … ma ci facciano il piacere … lo vadano a raccontare a tanti loro ciechi seguaci doppiamente ingannati, e doppiamente colpevolmente ignoranti.

schiaccia

Che la Vergine Maria, debellatrice di tutte le eresie, sia ancora una volta trionfante anche su questi nuovi servi del serpente nemico!