CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: SETTEMBRE 2022

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: SETTEMBRE (2022)

Settembre è il mese che la Chiesa Cattolica dedica alla Santa Croce e alla Vergine Addolorata

… i veri fedeli formano un solo corpo con Gesù Cristo; e questa unione è cominciata sul Calvario. Come Gesù Cristo è Figlio di Maria, cosi i fedeli a Lui uniti sono divenuti sul Calvario in Lui e con Lui anche di Maria figliuoli. I Giudei e gli eretici non intendono questo mistero, e quanto sono perciò infelici. Vantaggio di noi Cattolici, che, essendo nella vera Chiesa, soli abbiamo Maria per nostra vera Madre.

… al medesimo modo, sebbene Maria per la sua cooperazione alla redenzione, alla nascita spirituale di tutti, come vedremo, sia divenuta di tutti la Madre, come Gesù Cristo è il redentore di tutti: pure in fatto essa non è realmente Madre se non di coloro di cui Iddio è il vero Padre, e Gesù Cristo il vero Maestro e fratello; cioè a dire dei veri Cattolici, di quelli che con Gesù Cristo compongono il Corpo di cui Egli è il capo, cioè la Chiesa. – Questa verità appunto, tanto preziosa quanto consolante per noi che abbiamo la sorte di appartenere a questa Chiesa, Gesù Cristo ha voluto rammentarci coll’avere detto a Maria, additando Giovanni: Ecco IL VOSTRO FIGLIO, Ecce filius tuus, perché, come abbiamo di sopra osservato, è stato come se avesse dichiarato che in fatto solo coloro, sarebbero i veri figli di Maria ai quali converrebbero i caratteri distintivi di S. Giovanni, che sono quelli dì essere il discepolo fedele di Gesù e l’oggetto del suo tenero amore: Discipulus quem, diligebat Jesus.

… ecco il vostro figlio; e non già: Eccovi in Giovanni un altro figlio, fu lo stesso che dire: Questi è Gesù, di cui Voi siete la Madre: imperciocché chiunque è perfetto non vive altrimenti esso più in sé stesso, ma è Gesù Cristo che vive in lui … Queste parole sono profonde: ma esse sono di una ammirabile esattezza teologica: giacché sono appoggiate ad una verità che è il fondamento della vera fede, e che S. Paolo non ha cessato di spiegare, d’inculcare, di ripetere nelle sublimi sue lettere, cioè a dire che tutti i veri fedeli, tutte le membra della vera Chiesa, non formano con Gesù Cristo che una medesima cosa, un medesimo tutto, un medesimo corpo, un solo e medesimo figliuolo.

Perciò come Gesù Cristo è Figlio di Dio, oggetto della sua tenerezza, ed erede della sua gloria: noi ancora, subito che siamo a Gesù Cristo incorporati e formiamo una cosa istessa con Lui, diventiamo per questo, solo, in Gesù Cristo e con Gesù Cristo, figli di Dio, oggetti delle tenerezze di Dio, eredi della gloria di Dio. Sicché come separati da Gesù Cristo non abbiamo nulla, non meritiamo nulla, non siamo nulla: così, uniti a Lui, in Lui e con Lui abbiamo tutto, meritiamo tutto e siamo tutto quello che è Egli stesso: In quo omnia. – Or siccome Gesù Cristo è ancora vero Figlio di Maria; così, nell’incorporarci a Lui per mezzo dei sacramenti, nel divenire una stessa cosa con Lui, come appunto l’innesto, secondo S. Paolo, diviene una cosa medesima coll’albero in cui è messo: diveniamo altresì figli di Maria a quel medesimo modo e per quella ragione medesima onde dopo questa unione diveniamo figli di Dio, perché Gesù Cristo di Dio è Figliuolo: Ma questa nostra figliolanza da Dio e da Maria siccome è l’effetto della nostra unione con Gesù Cristo, e non l’otteniamo che in Lui e con Lui: così non formiamo con Lui ed in Lui che un figlio solo di Dio, un figlio solo di Maria, perché in Lui e con Lui formiamo un solo tutto, un solo composto mistico, un solo corpo.

(GIOACCHINO VENTURA: LA MADRE DI DIO, ovvero SPIEGAZIONE DEL MISTERO DELLA SS. VERGINE A PIE’ DELLA CROCE; GENOVA, Presso D. G. ROSSI 1852)

-381-

Fidelibus, qui mense septembri preces vel alia pietatis obsequia B. M. V. Perdolenti devote præstiterint, conceditur

[A chi durante il mese di settembre, devotamente pregherà o compirà un esercizio di ossequio e pietà alla B. M. V. si concede]:

Indulgentia quinque annorum semel, quolibet mensis die;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo eidem pio exercitio quotidie per integrum mensem vacaverint

(Breve Ap., 3 apr. 1857; S. C . Indulg., 26 nov. 1876 et 27 ian. 1888; S. Pæn. Ap., 12 nov. 1936).

-382-

Fidelibus, qualibet ex septem feriis sextis utrumque festum B. M. V. Perdolentis immediate antecedentibus, si ad honorem eiusdem Virginis Perdolentis septies Pater, Ave et Gloria recitaverint, conceditur

[Ai fedeli che per sette venerdì antecedenti la festa della BMV Addolorata, in onore della Vergine Addolorata reciteranno sette Pater, Maria, Gloria, si concede:]:

Indulgentia septem annorum;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus (Breve Ap., 22 mart. 1918; S. Pæn. Ap., 18 mart. 1932).

Stabat Mater dolorosa

Juxta crucem lacrimosa,

Dum pendebat Filius;

Cujus animam gementem,

Contristatam et dolentem

Pertransivit gladius.

O quam tristis et afflicta

Fuit illa benedicta

Mater Unigeniti

Quæ mœrebat et dolebat

Pia Mater dum videbat

Nati pœnas inclyti.

Quis est homo qui non fleret

Matrem Christi si videret

In tanto supplicio?

Quis non posset contristari

Christi Matrem contemplari

Dolentem cum Filio?

Pro peccatis sum gentis

Vidit Jesum in tormentis

Et flagellis subditum,

Vidit suum dulcem Natum

Moriendo desolatum,

Dum emisit spiritum.

Eia Mater, fons amoris,

Me sentire vim doloris,

Fac ut tecum lugeam.

Fac ut ardeat cor meum

In amando Christum Deum,

Ut sibi complaceam.

Sancta Mater, istud agas,

Crucìfixi fige plagas

Cordi meo valide.

Tui Nati vulnerati

Tam dignati prò me pati,

Pœnas mecum divide.

Fac me tecum pie flere:

Crucifixo condolere,

Donec ego vixero.

Juxta crucem tecum stare,

Et me Tibi sociare

In planctu desidero.

Virgo virginum præclara

Mihi jam non sis amara;

Fac me tecum plangere.

Fac ut portem Christi mortem;

Passionis fac consortem,

Et plagas recolere

Fac me plagis vulnerari,

Fac me Cruce inebriari

Et cruore Filii

Flammis ne urar succensus,

Per te, Virgo, sim defensus

In die Judicii.

Christi, cum sit hinc exire

Da per Matrem me venire

Ad palmam victoriæ.

Quando corpus morietur,

Fac ut anima donetur

Paradisi gloria. Amen.

Indulgentia septem annorum.

~Indulgentia plenaria suetis conditionibus, sequentia quotidie per integrum mensem devote reperita

(S. C. Indulg., 18 iun. 1876; S. Pæn. Ap., 1 aug. 1934).

Festa della Natività della Beata Vergine Maria: 8 settembre 2016

Novena a Maria Bambina

Santa Maria Bambina della casa reale di David, Regina degli Angeli, Madre di grazia e di amore, vi saluto con tutto il mio cuore. Ottenete per me la grazia di amare il Signore fedelmente durante tutti i giorni della mia vita. Ottenete per me una grandissima devozione a Voi, che siete la prima creatura dell’amore di Dio.

Ave Maria,…

O celeste Maria Bambina, che come una colomba pura, nasce immacolata e bella, vero prodigio della saggezza di Dio, la mia anima gioisce in Voi. Oh! Aiutatemi a preservare nell’Angelica virtù di purezza a costo di qualsiasi sacrificio.

Ave Maria,…

Beata, incantevole e Santa Bambina, giardino spirituale di delizia, dove il giorno dell’incarnazione è stato piantato l’albero della vita, aiutatemi ad evitare il frutto velenoso della vanità ed i piaceri del mondo. Aiutatemi a far attecchire nella mia anima i pensieri, i sentimenti e le virtù del vostro Figlio divino.

Ave Maria,…

Vi saluto, Maria Bambina ammirevole, rosa mistica, giardino chiuso, aperto solo allo Sposo celeste. O Giglio di paradiso, fatemi amare la vita umile e nascosta; lasciate che lo Sposo celeste trovi la porta del mio cuore sempre aperta alle chiamate amorevoli delle sue grazie ed ispirazioni.

Ave Maria,…

Santa Maria bambina, mistica Aurora, porta del cielo, Voi siete la mia fiducia e speranza. O potente avvocata, dalla vostra culla stendete la mano per sostenermi nel cammino della vita. Fate che io serva Dio con ardore e costanza fino alla morte e così possa giungere all’eternità con Voi.

Ave Maria,…

Preghiera:

Beata Maria bambina, destinata ad essere la Madre di Dio e la nostra tenera Madre, provvedetemi di grazie celesti, ascoltate misericordiosamente le mie suppliche. Nei bisogni che mi opprimono e soprattutto nelle mie presenti tribolazioni, ho riposto tutta la mia fiducia in Voi.

O Santa bambina, i privilegi che a Voi sola sono stati concessi dall’Altissimo, i meriti che avete acquistato, mostrano che la fonte dei favori spirituali ed i benefici continui che dispensate sono inesauribili, poiché il vostro potere presso il cuore di Dio è illimitato. – Degnatevi attraverso l’immensa profusione di grazie con cui l’Altissimo Vi ha arricchito fin dal primo momento della vostra Immacolata Concezione, di esaudire, o celeste Bambina, le nostre richieste e staremo eternamente a lodare la bontà del vostro Cuore Immacolato.

[IMPRIMATUR: In Curia Archiep. Mediolani – 31 agosto 1931

Canon. CAVEZZALI, Pro Vic. Gen.]

NOVENA PER LA NATIVITÀ DI MARIA

(Inizio 30 agosto, festa l’8 settembre).

(G. Riva: Manuale di Filotea, XXX Ed. – Milano, 1888)

La festa fu ordinata da Sergio I nel 688 per ottenere, come ottenne, coll’intercessione di Maria:

1) di essere liberato dalle inique vessazioni dell’imperatore Giustiniano II, il quale voleva sostenere come ecumenico il Concilio Trullano o Quinisesto, tenuto dai Greci in Costantinopoli, malgrado la costante disapprovazione del Papa, il quale perciò né vi spedì i propri legati, né volle mai approvarne i canoni;

2) di riconciliare con la Chiesa romana il Patriarcato di Aquileia in Istria, che si ostinava a non riconoscere come legittimo il V Concilio Ecumenico, in cui si erano condannati e tre eretici libri di Teodoreto, Teodoro di Mopouesta ed Iba, denominati i Tre Capitoli.

I. Vergine singolarissima, che, nascendo a questa vita, la pace annunciaste agli afflitti mortali, ottenete la vera pace ai nostri cuori, alla Chiesa e a tutto il mondo. Ave

II. Vergine invitta, che sin dal vostro nascimento cominciaste ad abbattere il regno del demonio, impetrate anche a noi tutti di distruggere in noi le opere sue e di resistergli sempre con viva fede, affinché possa in noie con noi regnare Gesù Cristo. Ave

III. Vergine intatta, che nasceste e viveste sempre più pura de’ cieli e degli Angeli, fate che anche noi da qui in avanti conduciamo sempre una vita tutta illibata e propria del Cristiano. Ave

IV. Vergine celestiale, che veniste al mondo non per essere del mondo, ma per trionfarne compitamente: impetrate anche a noi di viverne affatto staccati, conformandoci sempre alle massime del sacrosanto Vangelo. Ave …

V. Vergine gloriosa, che nasceste per essere trionfatrice di tutte le eresie che fossero insorte nel mondo, dissipate col vostro potere tutti gli errori contrari alla nostra SS. Religione, e conservate viva in noi quella fede che opera per mezzo della carità. Ave

VI. Vergine Santissima, che non altro appariste al mondo che per essere specchio tersissimo d’ogni virtù, , fate che a Voi teniamo sempre rivolti gli occhi nostri per poter imitare le virtuose vostre operazioni, e divenire santi ancora noi. Ave

VII. Vergine felicissima, cui Dio fece nascere al solo fine di diventare la nostra Corredentrice, dando alla luce il comune Riparatore, fate che per esso siamo salvati da ogni male, e conseguiamo con sicurezza la nostra eterna salute. Ave … Gloria

Oremus

Adjuvet nos quæsumus Domine, sanctæ Mariæ intercessio veneranda; cujus etiam diem quo mundo exorta est annua festivitate celebramus. Per Dominum ….

(Aiutaci a Signore, te ne preghiamo, per la veneranda intercessione di Santa Maria, di cui pure celebriamo, con festività annuale, il giorno in cui Ella è apparsa al mondo. … Per il Signore Nostro … etc.).

Queste sono le feste della Chiesa Cattolica del mese di settembre del 2022

1 Settembre S. Ægidii Abbatis    Simplex

                    Commemoratio: Ss. Duodecim Fratrum Mártyrum

2 Settembre S. Stephani Hungariæ Regis Confessoris    Semiduplex m.t.v.

3 Settembre S. Pii X Papæ Confessoris  Duplex m.t.v.

4 Settembre – Dominica XIII Post Pentec. I. Sept. – Semiduplex Domin. minor *I*

5 Settembre S. Laurentii Justiniani Episcopi et Confessoris    Semiduplex m.t.v.

8 Settembre In Nativitate Beatæ Mariæ Virginis  Duplex II. classis *L1*

                     Commemoratio: S. Hadriani, Martyris

9 Settembre  S. Gorgonii Martyris  –  Simplex

10 Settembre  S. Nicolai de Tolentino Confessoris    Duplex

11 Settembre Dominica XIV Post Pentecosten II. Sept. Semiduplex Domin. minor

                      Ss. Proti et Hyacinthi Martyrum    Simplex

12 Settembre S. Nominis Beatæ Mariæ Virginis    Duplex majus

14 Settembre In Exaltatione Sanctæ Crucis    Duplex majus *L1*

15 Settembre Septem Dolorum Beatæ Mariæ Virginis    Duplex II. classis *L1*

                       Commemoratio: S. Nicomedis Martyris

16 Settembre Ss. Cornelii Papæ et Cypriani Episcopi, Martyrum    Semiduplex

                      Commemoratio: Ss. Euphemiæ, Luciæ et Geminiani Martyrum

17 Settembre Impressionis Stigmatum S. Francisci    Duplex *L1*

18 Settembre Dominica XV Post Pentec. III. Sept. – Semiduplex Dom. minor *I*

                   S. Josephi de Cupertino Confessoris    Duplex

19 Settembre S. Januarii Episcopi et Sociorum Martyrum    Duplex

20 Settembre Ss. Eustachii et Sociorum Martyrum    Duplex

21 Settembre S. Matthæi Apostoli et Evangelistæ    Duplex II. classis

                      Feria Quarta Quattuor Temporum Septembris    Ferial

22 Settembre S. Thomæ de Villanova Episcopi et Confessoris    Duplex m.t.v.

                       Commemoratio: Ss. Mauritii et Sociorum Mártyrum

23 Settembre S. Lini Papæ et Martyris    Semiduplex

                       Feria Sexta Quattuor Temporum Septembris    Ferial

24 Settembre Beatæ Mariæ Virginis de Mercede    Duplex majus

                       Sabbato Quattuor Temporum Septembris    Ferial

25 Settembre Dominica XVI Post Pentecosten IV. Sept. Semiduplex Dom. minor *I*

26 Settembre Ss. Cypriani et Justinæ Martyrum    Simplex

27 Settembre Ss. Cosmæ et Damiani Martyrum    Semiduplex

28 Settembre S. Wenceslai Ducis et Martyris    Semiduplex

29 Settembre In Dedicatione S. Michaëlis Archangelis    Duplex I. classis *L1*

30 Settembre S. Hieronymi Presbyteris Confessoris et Ecc. Doctoris  Duplex *L1*

LA GRAZIA E LA GLORIA (17)

LA GRAZIA E LA GLORIA (17)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO IV.

L’ABITAZIONE SINGOLARE DI DIO NELL’ANIMA DEI SUOI FIGLI ADOTTIVI. IL FATTO E LA NATURA DI QUESTA ABITAZIONE.

CAPITOLO PRIMO

Della comune presenza di Dio in ogni creatura ed in ogni ambito. Come questo si debba intendere?

1. – Abbiamo sentito il grande Areopagita insegnare in un famoso testo che la deificazione, la gloria dei figli di Dio perseguita dalla sacra gerarchia, consista in due elementi: « l’assimilazione e l’unione più perfetta possibile con Dio » (Ἡ πρός Θέόν ἠμῶν αφομοίωσίς τε και ἓνωσις. [= e pros Teon emon afomoiosis te kai enosis] Hier. Eccl., c. 2 § 1.). Finora abbiamo parlato solo del primo, cioè della partecipazione creata della natura divina che, formandoci ad immagine di Dio, ci rende suoi figli adottivi. Dobbiamo ora, nella misura della nostra debolezza, spiegare in termini balbettanti l’ineffabile unione che lega ogni anima rigenerata dei figli adottivi alla Santa e adorabile Trinità. Per mettere ordine e chiarezza in una questione così profonda e complessa, tratteremo prima dell’unione comune con tutta la Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo; poi studieremo in dettaglio ciò che è particolare nella relazione con ciascuna di queste Persone divine. Ma, poiché le cose della natura sono un riflesso delle meraviglie della grazia, mi è sembrato necessario, prima di affrontare direttamente il nostro argomento, ricordare in sintesi quale sia l’unione più universale del Creatore con ciascuna delle sue creature. Ora la filosofia, in accordo con la teologia cattolica, ci insegna che Dio, operando in tutte le cose, sia necessariamente in tutte le cose, e che tutte le cose siano in Lui. Tutto è in Dio. Egli ha creato il cielo e la terra e tutto ciò che è in essi; e quindi Dio può porre questa domanda con sicurezza: « Se un uomo si nasconde nelle tenebre, non lo vedrò io? Non riempio forse il cielo e la terra » ? (Gen I, 1 – Geremia, XXIII, 28.) I nostri Dottori, per esprimere questa esistenza di Dio in tutti gli esseri che Egli ha creato, insegnano che Egli sia ovunque, per potenza, per essenza e per presenza. Meditiamo con loro queste parole e avviciniamole alle affermazioni scritturali. Egli è ovunque per potenza. Niente esiste, né si conserva, né si fa se non da Lui solo o con la sua cooperazione. – Se rifiuta per un momento di cooperare con le cause seconde, c’è subito un torpore universale; nessun movimento, nessuna vita, nessuna azione. Se ritira la mano con cui sostiene l’universalità degli esseri, è il loro totale annientamento. Perché non dobbiamo immaginare che la Causa prima sia come le cause dipendenti e create. Un quadro non sarebbe creato senza il lavoro ed il pennello del pittore; ma, una volta che l’opera d’arte sia completata, la presenza dell’artista non ha importanza. Che se ne vada o rimanga, che viva o muoia, la sua opera rimane, perché non dipende da lui nel suo essere. L’influenza dell’Artista sovrano è del tutto diversa: è necessario che la sua opera sia eseguita, ma non meno necessario che rimanga; perché il suo effetto è l’essere stesso delle cose. L’essere, ho detto; non questo o quell’essere, ma ogni essere che non sia l’Essere divino, l’Essere per essenza; con qualunque nome si chiami, in qualunque forma appaia incidente, modalità, sostanza. – Egli è in tutto e dappertutto per essenza. Poiché la sua potenza e la sua operazione sono la base di tutto, deve esserci anche la sua essenza; perché in Lui, potenza, operazione ed essenza sono tutte una cosa sola. L’uomo può agire a distanza, perché ha i mezzi per trasportare la sua influenza in qualche modo, senza unirsi al soggetto che la riceve. Ma tu, mio Dio, non hai questa facoltà che io trovo nella tua creatura; e questo stesso fatto è la prova della tua incomparabile potenza. A chi allora potreste affidare il ruolo di trasmettere un’azione che può venire solo da Voi? E poi, non sarebbe necessario che la vostra potenza accompagni la causa che servirebbe da intermediario tra Voi e i vostri effetti, poiché essa stessa non avrebbe più essere e potenza di quella che riceverebbe in ogni momento da Voi? E se la vostra potenza lo accompagna e la porta, allora la vostra essenza è lì, poiché la vostra potenza non è altro che Voi stesso. – Lo abbiamo capito bene? Dio stesso è presente ovunque si eserciti la sua potenza; presente nella sua interezza, con tutti i suoi attributi, tutte le sue perfezioni; con la sua unità di natura e la sua Trinità di Persone: perché, ancora una volta, tutte queste cose in Lui sono una e medesima cosa. Egli è dunque nel mio corpo; è nella mia anima; è nelle mie facoltà e nelle mie minime operazioni; più in me di quanto io non sia in me stesso. Ma io non sono tutto nel mio corpo, né nella mia sostanza spirituale, tanto meno in ciascuno dei miei atti. Tutto intero in me; tutto intero fuori di me; poiché la sua presenza non ha altri limiti che quelli che si dà Egli stesso limitando il campo delle sue creazioni e della sua operazione. – Vogliamo aggiungere che è immenso? « Immenso è il Padre, immenso è il Figlio, immenso è lo Spirito Santo », canta la Chiesa nel simbolo di Sant’Atanasio. Certamente non che dovremmo, come alcuni hanno creduto falsamente, immaginare spazi puri che si estenderebbero infinitamente oltre tutti i mondi, e che Dio solo riempirebbe con la sua presenza …. chimera indegna di un pensatore; un fantasma creato dal nulla da una finzione ingegnosa ma cieca. Così i Padri, nelle loro considerazioni sull’immensità di Dio, non hanno mai scritto niente del genere. Se chiedete loro dove poteva essere Dio prima che la sua bontà onnipotente avesse creato il mondo, essi non vi risponderanno che era ovunque, in spazi immaginari. Piuttosto, ascoltateli: « Prima di ogni cosa, Dio era per sé mondo, luogo e tutto » (Tertull., c. Prax., c. 5). Non c’è bisogno di cercare dove fosse Dio prima che creasse il mondo. Non c’era che Lui, e di conseguenza Egli era in se stesso » (Bernard. de Consid., I V, c. 6, n. 13). « Qualcuno dirà: Prima che Dio facesse i Santi, dove abitava? Dio abitava in se stesso e presso di Lui » (S. August., Enarr. in Ps. CXXII). – Eppure, Dio era immenso, anche se allora era solo in se stesso, come è immenso oggi, anche se il mondo in cui dispiega la sua immensità è necessariamente circoscritto nella sua estensione. Questo è facilmente concepibile, se ricordiamo la ragione fondamentale della presenza di Dio nella sua creatura. Egli è lì come causa dell’essere e degli esseri, realizzandoli con l’onnipotenza della sua parola (Ebr., I, 3). Infatti, questa potenza non conosce limiti, poiché può creare nuove terre e nuovi cieli all’infinito, ne consegue chiaramente che non è circoscritto in nessuno spazio e che, senza subire alcun cambiamento in se stesso, sarebbe presente in altri spazi sempre più grandi, se si compiacesse di chiamare all’esistenza altri mondi. Ed è questo che intendiamo quando parliamo dell’immensità divina. Dio, dunque, sebbene fosse solo in se stesso, prima di uscire dal suo eterno riposo per fare le creature, era tuttavia immenso; perché aveva la virtù onnipotente che nella sua immutabile attività può estendersi fino a qualsiasi spazio immaginabile e a qualsiasi estensione possibile. – Questo, credo sia il solido fondamento su cui basare la spiegazione dell’esistenza sostanziale di Dio nell’universalità delle creature: la sua influenza creatrice e conservatrice al fondo di ogni essere che non sia l’Essere increato. Le Sacre Scritture non ne indicano altre. « Dove andrò – esclama il salmista – dove mi nasconderò lontano dal vostro spirito? dove fuggirò dalla vostra presenza? se salgo in cielo, Voi siete lì; se scendo negl’inferno, là vi trovo. Se dall’aurora, prendendo le mie ali, mi involo fino ai confini del mondo, è la vostra mano che ivi mi condurrà, la vostra destra mi sosterrà » (Sal. CXXXVIII, 6-10). – Quindi, ignorerebbero il carattere sublime dell’onnipresenza di Dio, coloro che vedrebbero in essa solo qualche rapporto di coesistenza con lo spazio ed il luogo. Lontano da noi queste idee meschine, perché ci farebbero dimenticare che questa presenza è sovranamente universale, perché è sovranamente attiva, e che penetra nel mondo degli spiriti come in quello dei corpi. Questo è ciò che capì bene Sant’Ignazio di Loyola quando scrisse nella bella contemplazione con cui chiude i suoi Esercizi Spirituali: « Nel Secondo Punto considererò Dio presente in tutte le creature. Egli è negli elementi, dando loro l’essere; nelle piante, dando loro la vita vegetativa; negli animali, dando loro la sensibilità; negli uomini, dando loro la vita dell’intelletto. Ed io, uno di essi, ho ricevuto da Lui l’essere, la vita, il sentire, il pensare; Egli ha fatto di me il suo tempio, poiché sono creato ad immagine e somiglianza della sua divina maestà » (Esercizi Spirituali. Contemplazione per ottenere l’amore divino in se stessi, Cf. S. Thom. Quodl. XI, a. 1 in corp.). – Aggiungiamo infine che Dio è in tutto e ovunque per presenza. Questo è il terzo punto di vista, sotto il quale la teologia scolastica è abituata a considerare l’esistenza viva di Dio nel suo dominio. – Ciò che intende con questa formula è che nulla può sfuggire alla conoscenza di Dio, così come nulla può sfuggire alla sua potenza. Dio non è il sovrano che gli amici di Giobbe hanno calunniosamente fatto immaginare a questo Patriarca che viva in mezzo alle nuvole o cammini tra i poli, e vede ciò che noi facciamo solo attraverso le nebbie (Giobbe, XXII, 13, 14.). Perché tutto è da Lui, poiché Egli è in tutte le cose, è necessario che tutto sia messo a nudo davanti ai suoi occhi. Il nostro sguardo può raggiungere la profondità delle cose solo dall’esterno; noi siamo al di fuori di esse. L’occhio di Dio va direttamente in profondità, perché esso è Dio stesso, e Dio che sostiene tutto non può essere assente da nulla. Questo è ciò che ci insegnano le Scritture, quando ci mostrano « lo Spirito di sapienza che scruta le reni del maldicente, che scruta il suo cuore, che dà ascolto alla sua lingua » – «. Perché lo Spirito del Signore riempie l’universo e Colui che contiene tutte le cose ascolta ogni voce. Perciò chi commette iniquità non può rimanere nascosto » (« Cordis scrutator et linguæ auditor….. Quoniam, replexit orbem… continet omnia ». Sap. I, 6, 7). Questo testo è abbastanza notevole: perché mostra chiaramente a coloro che lo meditano, il triplice modo in cui Dio sia in ogni creatura. – Il Salmo CXXXVIII, che abbiamo citato innanzi, non è meno esplicito su questo punto che il Libro della Sapienza. Ho già osservato come colleghi l’esistenza sostanziale di Dio, nell’universalità degli esseri, all’operazione onnipotente che dà loro l’esistenza e la conserva. Leggiamo il resto del salmo, e troveremo splendidamente descritto il legame tra la potenza agente e questa presenza che porta alla luce ogni creatura sotto lo sguardo divino. « E dissi: Può darsi che le tenebre mi coprano, ma per Voi la notte è luminosa come il giorno e le ombre sono come la luce. Perché Voi avete formato i miei reni, Voi mi avete ricevuto dal seno di mia madre… Le mie ossa non sono nascoste a Voi che le avete fatte nel segreto » (Sal. CXXXVIII, 11-15).

2. – E come Dio è in tutte le cose, così tutte le cose sono in Lui: tutte le cose, dico, senza eccezione; un essere che non fosse in Lui, non esisterebbe. Questa è la verità che San Paolo predicò nell’Areopago agli Ateniesi stupiti: « Dio non è lontano da ciascuno di noi, perché è in Lui che abbiamo vita, movimento ed essere » (Atti XVII, 27-28). Egli non ha fatto qui menzione che degli uomini. Ma ecco che non esclude nulla: « Da Lui, per Lui e in Lui sono tutte le cose » (Rom. VI, 36). E ancora, parlando del primogenito Figlio di Dio: « Per mezzo di Lui – egli dice – tutte le cose sono state create nei cieli e sulla terra; tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui, ed Egli stesso è prima di tutte le cose, e in Lui tutte le cose sussistono » (Col. I, 16-17). (Col. I, 16-17). « O grande, o Sovrano Procreatore degli esseri visibili e invisibili… Voi siete la causa prima, il luogo e lo spazio delle cose, il fondamento di tutto ciò che è; infinito, increato, immortale » (Arnob., Adv. Gent., L. I, n. 3). – Questa è la voce dei Padri e quella dei nostri Libri sacri. L’autore dei Nomi Divini ne è stato l’interprete sublime, quando chiama Dio « la fortezza e la dimora che contiene tutto ». – « Egli è il Pantocratore, cioè Colui che regge tutte le cose, perché è il fondamento sovranamente solido di tutti gli esseri… Egli li ha tratti da sé come da una fonte eminentemente feconda; li richiama a sé come ad un abisso assolutamente irresistibile; li riceve come una dimora infinitamente vasta, e li avvolge ricevendoli con un abbraccio immensamente potente » (Dionys Ar. De divin. Nom, c. 10, § 1. P. Gr, t. 3, p. 936). Questo testo, così grande nel suo fascino da essere quasi intraducibile, ci indica in qual senso dobbiamo prendere questa comprensione universale delle cose in Dio. Dio non è nelle creature come una parte di esse stesse; esse non sono in Lui come un attributo, una perfezione, uno sviluppo del suo Essere infinitamente semplice, infinitamente immutabile. Se guardiamo alla profondità delle cose, ciò che fa che Dio sia in tutto, fa anche che tutto sia in Dio. In entrambe le formule trovo, da diversi punti di vista, l’espressione della stessa verità fondamentale: Dio è la causa sovranamente efficiente e sovranamente immediata di tutto l’essere fuori di sé. Omnia in ipso constant: poiché « Egli supporta ogni cosa con l’onnipotenza della sua parola » (Hebr. I, 3).

3. – Poiché queste nozioni preliminari sono di grande importanza per una migliore comprensione di ciò che sia la dimora soprannaturale di Dio nei figli di adozione, prendiamo in prestito alcune ulteriori spiegazioni dalla filosofia cristiana. – La sostanza corporea, a causa delle sue dimensioni e della sua quantità, è necessariamente in relazione con lo spazio ed i luoghi in cui ha il suo determinato posto: una relazione così intima che non c’è né spazio senza corpo, né corpo senza spazio. La sostanza spirituale, invece, non avendo, per il fatto stesso di essere spirito, né estensione né superfici, è per sua natura indipendente da qualsiasi posizione in qualsiasi luogo, e da qualsiasi relazione di distanza o di vicinanza con gli esseri materiali. Da questo ne risulta una conseguenza molto notevole: è che l’assioma secondo il quale sia necessario essere da qualche parte prima di agirvi, sia vero per le cause materiali la cui azione presuppone il contatto, ma non possa essere vero per le cause immateriali, perché queste ultime entrano in relazione con la estensione solo in dipendenza delle loro operazioni e della loro influenza (« Dicendum quod esse in loco diversimode competit spiritibus et corporibus: quia corpus est in aliquo ut content, sicut vinuum in vaso; sed substantia spiritualis est in aliquo ut continens et conservans. Cujus ratio est, quia Subslautia corporalis per essentiam Suam che circumlimitata est quantitatis terminis, determinata est ad locum, et per consequens virtus et operatio ejus in loco est. Sed spiritualis substantia que omnino absoluta est a situ et quantitate, habet essentiam non omnino circumlimitatarm, loco. Unde non est in loco nisi per operationem, et per consequens virtus et essentia ejus in loco est. » S. Thom. I, D. 37, q. 2, a. 1. in corp.) – Pertanto, quando si chiede se Dio sia in tutti i luoghi, la risposta sarà diversa a seconda della diversità di significato che la domanda può contenere. Sarà negativa, se si intende con i termini « essere in un luogo » l’occuparlo alla maniera delle sostanze corporee. Al massimo si può dire, secondo l’osservazione di San Tommaso, « che Egli è in tutti i luoghi metaforicamente, perché li riempie non con le sue proprie dimensioni, ma con la quantità dei suoi effetti ». Sarebbe, al contrario, affermativo, se gli stessi termini significassero per voi il modo di presenza che si addice agli spiriti: poiché è in un senso molto proprio che, dando a tutti i luoghi sia il loro essere sia la loro proprietà di contenere dei corpi, Dio li avvolga e li penetri con la sua presenza (S. Thom., I, D. 37, q. 2, a. 1). – S. Alberto Magno non era di opinione diversa dal suo glorioso discepolo. Studiando come lui cosa sia la presenza di Dio nel mondo dei corpi, fa questa osservazione pienamente giusta: « Una cosa è essere localmente (localiter) in un luogo, un’altra cosa è essere nello stesso luogo causalmente (causaliter, a titolo di causa). Essere in un luogo secondo il primo modo è essere, o almeno poter essere, contenuto, delimitato, circoscritto da una superficie esterna; essere in un luogo secondo l’altro modo è produrre e conservare sia il luogo che ciò che è nel luogo… Dicendo, dunque, che Dio è qui o là, intendiamo dire che Egli sia legato a tale o a tal altro luogo, non secondo il modo del luogo, ma secondo il modo della causa » (Albert. M., Opp. tt. XVIII. Tr. XVIII, q. 70, m. 4. « Cum dicitur Deus in loc esse, comparatur ad locum non secundum modum loci, sed secundum modum causæ »). Ed è per questo che l’assioma che ho menzionato prima debba essere rovesciato quando si parla di spiriti puri e di Dio, lo Spirito puro per eccellenza. – Il sapiente Dottore, per dare maggior rilievo al suo pensiero, ci parla della presenza dell’anima nel corpo che essa anima, e di quella degli spiriti angelici nello spazio. « Ciò che l’anima è per il corpo, Dio non lo è per il luogo. Perché l’anima si riferisce al corpo come l’atto si riferisce alla potenza, come la forma si riferisce alla materia, e non come una cosa localizzata si riferisce al luogo in cui è localizzata. Se entra in relazione con il luogo, è per accidente, cioè perché il corpo di cui essa è l’atto e la forma, ha il suo luogo determinato in tale e tale parte della estensione. Ma non è in questo modo che Dio si rapporta al luogo: perché, come ho detto, vi si rapporta come causa » (Alb. M., ibid.). – Quanto all’Angelo, totalmente libero com’è da tutti i principi materiali, entra in relazione o con il luogo o con i corpi presenti nello stesso luogo, unicamente in virtù degli atti con cui assiste le creature corporeee le dirige sotto l’impero di Dio; « Quod ad hunc locum vel illum, refertur hoc est secundum vim et actum virtutis assistricis vel administricis » (Ib. Q. 73, m. 2.). È vero che più Angeli non possono occupare insieme lo stesso luogo, ma questo non perché lo riempiano con la loro quantità (come l’acqua fa in un vaso), ma « perché le loro operazioni non potrebbero, senza confusione, esercitarvisi contemporaneamente » (Id., ibid.). – Una dottrina solida e bella questa, in perfetta armonia con quella del Dottore Angelico, dalla quale emerge il grande principio: Dio sarà tanto più intimamente presente in una creatura; vi rimarrà tanto più costantemente, quanto più intimi, più permanente ed elevati saranno i suoi effetti (Occorre che io faccia notare, in conclusione, che la presenza degli spiriti nei corpi e nello spazio non debba essere rappresentata come immagine di quella di un punto senza dimensioni. L’indivisibilità del punto materiale è diversa dall’indivisibilità di uno spirito. Il punto, per quanto indivisibile possa essere supposto, appartiene per sua natura alla superfice in cui ha la sua posizione determinata. Lo spirito, al contrario, sfugge alla vostra idea di spazio e di estensione. Se si toglie l’uno e l’altro, non c’è più alcun punto concepibile; mentre l’esistenza e la natura degli spiriti non dipende in alcun modo da queste condizioni materiali).

LA GRAZIA E LA GLORIA (18)

NOVENA PER LA NATIVITÀ DI MARIA

NOVENA PER LA NATIVITÀ DI MARIA

(Inizio 30 agosto, festa l’8 settembre).

(Manuale di Filotea, XXX Ed. – Milano, 1888)

La festa fu ordinata da Sergio I nel 688 per ottenere, come ottenne, coll’intercessione di Maria:

1) di essere liberato dalle inique vessazioni dell’imperatore Giustiniano II, il quale voleva sostenere come ecumenico il Concilio Trullano o Quinisesto, tenuto dai Greci in Costantinopoli, malgrado la costante disapprovazione del Papa, il quale perciò né vi spedì i propri legati, né volle mai approvarne i canoni;

2) di riconciliare con la Chiesa romana il Patriarcato di Aquileia in Istria, che si ostinava a non riconoscere come legittimo il V Concilio Ecumenico, in cui si erano condannati i tre eretici libri di Teodoreto, Teodoro di Mopouesta ed Iba, denominati i Tre Capitoli.

I. Vergine singolarissima, che, nascendo a questa vita, la pace annunciaste agli afflitti mortali, ottenete la vera pace ai nostri cuori, alla Chiesa e a tutto il mondo. Ave

II. Vergine invitta, che sin dal vostro nascimento cominciaste ad abbattere il regno del demonio, impetrate anche a noi tutti di distruggere in noi le opere sue e di resistergli sempre con viva fede, affinché possa in noi e con noi regnare Gesù Cristo. Ave

III. Vergine intatta, che nasceste e viveste sempre più pura de’ cieli e degli Angeli, fate che anche noi da qui in avanti conduciamo sempre una vita tutta illibata e propria del Cristiano. Ave

IV. Vergine celestiale, che veniste al mondo non per essere del mondo, ma per trionfarne compitamente: impetrate anche a noi di viverne affatto staccati, conformandoci sempre alle massime del sacrosanto Vangelo. Ave …

V. Vergine gloriosa, che nasceste per essere trionfatrice di tutte le eresie che fossero insorte nel mondo, dissipate col vostro potere tutti gli errori contrari alla nostra SS. Religione, e conservate viva in noi quella fede che opera per mezzo della carità. Ave

VI. Vergine Santissima, che non altro appariste al mondo che per essere specchio tersissimo d’ogni virtù, fate che a Voi teniamo sempre rivolti gli occhi nostri per poter imitare le virtuose vostre operazioni, e divenire santi ancora noi. Ave

VII. Vergine felicissima, cui Dio fece nascere al solo fine di diventare la nostra Corredentrice, dando alla luce il comune Riparatore, fate che per esso siamo salvati da ogni male, e conseguiamo con sicurezza la nostra eterna salute. Ave … Gloria

Oremus

Adjuvet nos quæsumus Domine, sanctæ Mariæ intercessio veneranda; cujus etiam diem quo mundo exorta est annua festivitate celebramus. Per Dominum ….

(Aiutaci o Signore, te ne preghiamo, per la veneranda intercessione di Santa Maria, di cui pure celebriamo, con festività annuale, il giorno in cui Ella è apparsa al mondo. … Per il Signore Nostro … etc.).

LA DOTTRNA SPIRITUALE TRINITARIA (17)

M. M. PHILIPPON

LA DOTTRINA SPIRITUALE DI SUOR ELISABETTA DELLA TRINITÀ (17)

Prefazione del P. Garrigou-Lagrange

SESTA RISTAMPA

Morcelliana ed. Brescia, 1957.

CAPITOLO OTTAVO

I doni dello Spirito Santo (1)

« Tutti gli atti dell’anima sono suoi e sono insieme di Dio »

1) L’azione dei doni dello Spirito Santo – 2) Spirito di timore – 3) Spirito di fortezza – 4) Spirito di pietà – 5) Spirito di consiglio – 6) Spirito di scienza – 7) Spirito d’intelletto – 8) Spirito di sapienza

.1) Lo studio dei doni dello Spirito Santo tratta delle operazioni più sublimi della vita spirituale e tocca i punti culminanti della teologia mistica. – Questa attività alla maniera deiforme che riveste le anime della « mores Trinitas » è il trionfo supremo della grazia e non si manifesta in tutta la sua magnificenza che nella luminosa sera della vita dei santi quando, essendo il loro proprio io, per dire, scomparso, pare che Dio solo si riserbi le iniziative tutte del loro agire. L’anima, introdotta in modo permanente nell’intimità delle divine Persone, partecipa alla vita trinitaria; e, secondo l’espressione di S. Giovanni, vive in « società » (S. Giov. I, 3) col Padre, col Figlio e con lo Spirito Santo « nell’unità » (S. Giov. XVII, 21). È la grazia del Battesimo nel suo pieno fiorire. – All’inizio non è così. Il Cristiano si muove  « in Dio » un po’ come un figlio adottivo che non ha preso ancora tutte le abitudini della sua nuova famiglia: il battezzato non possiede che imperfettamente questa vita essenzialmente deiforme e non sa ancora come condursi per vivere « alla maniera di Dio ». Bisogna dunque che le Persone divine gli insegnino a vivere in seno alla famiglia trinitaria come Dio stesso e, più specialmente « modo del Verbo », poiché la conformità al Figlio segna il culmine supremo della nostra predestinazione nel Cristo. – Il passaggio da questa maniera umana delle virtù cristiane alla maniera divina costituisce propriamente l’oggetto dell’attività dei doni dello Spirito Santo. Man mano che il battezzato procede nella vita divina e si sviluppa in lui la grazia del suo Battesimo, deve rendersi sempre più consapevole del mistero della sua filiazione divina che lo rende « estraneo » a tutto ciò che non è Dio; perché egli è divenuto veramente, secondo l’espressione di San Pietro, « partecipe della divina natura » (II Piet. I, 4) quale sussiste nella unità della Trinità. I predestinati dunque ricevono, per grazia di partecipazione, proprio la natura divina comunicata dal Padre al Verbo e da entrambi allo Spirito Santo. Il Cristiano è un altro Cristo la cui vita profonda è nascosta col Figlio primogenito nel seno del Padre per essere ivi « consumata nell’unità » di uno stesso Amore. – È di altissima, assoluta importanza, essere profondamente compresi in questa verità fondamentale. La definizione della grazia contiene, per via di rigorosa conseguenza, tutto il senso soprannaturale dell’attività delle virtù e dei doni dello Spirito Santo, che dalla grazia stessa derivano, come dall’essere la proprietà. In che modo renderci conto che la fede ci fa « partecipi del Verbo » (cfr. S. Tomm., I, q. 38, a. 1), se non si è compreso che, per la grazia della divina adozione, l’anima è divenuta, nella sua più intima essenza, conforme alla Trinità? Soltanto questa concezione della grazia, la più tradizionale ed insieme la più profonda, spiega come sotto la mozione speciale delle divine Persone, si possa vivere già sulla terra « con un’anima di eternità », « alla maniera del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo » almeno quanto lo consentono le oscurità della fede e le difficoltà della presente vita, ostacolo, questo, insormontabile all’esercizio pieno e sempre attuale della carità. La parola « partecipazione » (partecipazione formale, analogica, inadeguata) include e definisce tutte le sfumature che la vita deiforme può assumere nelle anime, dai primi passi del neobattezzato, fino agli atti più divini dei « rari perfetti della terra » (S. Tomm. III, q. 61, a. 5). Stabiliti definitivamente sulle vette dell’unione trasformante, preludio normale della vita del Cielo. La grazia, infatti, essendo, per sua legge più essenziale, ordinata alla maniera deiforme della gloria, avvia i predestinati con un progresso continuo, verso la vita perfetta ad immagine di Dio, vita della quale la Trinità beata costituisce, per ogni battezzato senza eccezione, il principio ed il modello. « Siate perfetti come il Padre » (Matt. V, 48), diceva Gesù; cioè vivete alla maniera di una Persona divina. Tutto il progresso della vita spirituale consiste nello spogliarsi sempre più di questa maniera umana di vivere virtuosamente, al fine di avvicinarsi, per via di imitazione, al movimento più intimo, più segreto, più divino, della vita trinitaria. È giungere a non più vedere le cose alla maniera umana e neppure nella luce della fede, ma solo nel lume del Verbo, e «  come Lui le vede »; è giungere ad amare divinamente senza potersi rivolgere ad un bene qualsiasi creato o increato, se non per Dio innanzitutto, per la sola sua gloria, un po’ come le Persone divine si amano tra loro e amano l’universo in uno stesso movimento d’amore. – Richiamare questi principii della più alta teologia mistica significa delineare l’azione dei doni dello Spirito Santo, il cui effetto proprio è di avviare le anime alla unione trasformante on di custodirlo in essa, rivestite dei « mores Trinitatis ». – Lo Spirito agisce dapprima lentamente, in crescendo e con delle pause; poi, se l’anima corrispomde fedelmente. Esso procede con una frequenza che si fa via via più rapida e viene a costituire alfine uno stato permanente. È il regime predominante dei doni dello Spirito Santo che trionfa nell’anime dei santi. Il modello perfetto lo abbiamo in Cristo Gesù, che in ciascuna delle sue azioni si muoveva a suo piacimento, sotto la mozione e l’influenza dello Spirito. Dopo di Lui, la « Virgo fidelis » ne costituisce il tipo ideale più accessibile alla nostra debolezza, poiché Cristo è Dio, e per questa ragione ci sorpasserà sempre all’infinito. – Questa vita mistica che è il normale sviluppo della grazia battesimale, diviene l’immediata preparazione alla vita deiforme dei beati. Anzi, la teologia osa definirla una « vita eterna incominciata ». L’anima, rivestita dai divinis moribus quanto può esserne capace una creatura della terra, se ne fa fin d’ora – come diceva suor Elisabetta –  « immobile e in pace, come se già fosse nell’eternità », vivendo in « società » col Padre, col suo Verbo e con il loro reciproco Amore. – Nella luce deiforme che le viene comunicata, l’anima vede Dio e le cose tutte « alla maniera del Verbo », come Dio, in quella Luce unica in cui il Padre contempla il Figlio e il suo Spirito, e in cui la creatura appare a ciascuna delle Persona della Trinità. Ama le Persone divine e il suo prossimo, come Dio ama Se stesso e tutto l’universo in un medesimo Spirito di Amore. Quindi, sotto l’attività deiforme delle virtù teologali, sotto la mozione dei doni, l’anima, secondo l’ardita espressione di San Tommaso, diviene « partecipe del Verbo e dell’Amore », « particeps Verbi, particeps Amoris » (S. Tomm. I, q. 38, a. 1). Si comporta veramente, fra le vicende della vita, « alla maniera di Dio » (S. Tomm., 3 Sent., d., q. 1, a. 3  « ut jam non humanitus, sed quasi Deus factus participatione operetur »), come Cristo Gesù, suoi modello, che sempre, anche nei minimi atti, era diretto dal soffio dello Spirito. – Questa « maniera deiforme », è l’effetto proprio dei doni dello Spirito Santo. Per l’anima, è la vita con Dio nell’unione trasformante, « non facendo che un medesimo spirito con Lui » (I Cor., VI, 17), non avendo né altra Luce, né altro Amore. Ma in partecipazione, bene inteso, con tutte le distinzioni che comporta la nostra individualità irriducibile di fronte all’increato. Nella coscienza del suo nulla, in cui tiene lo Spirito di Amore e di scienza, l’anima si riposa fidente nel soccorso onnipotente e salvatore che custodisce sicura la sua eterna eredità. – Le virtù cardinali, a loro volta, entrano in questa fase di trasformazione divina nella misura in cui si può scoprire in Dio il loro prototipo ideale. In Dio, la prudenza è quella provvidenza universale e tutelare che dirige il mondo, anche nei minimi avvenimenti, « con forza e con soavità » (Sap. VIII, 1). La temperanza non può esservi in Dio, perché le passioni sensitive sono assenti dalla divinità; vi è però una beata concentrazione nell’unità. Ed una misteriosa circumcessione delle Persone divine che riposano l’una nell’altra: il Padre nel Figlio, ed entrambi nel loro unico Amore, e gioiscono in comune della loro propria felicità. La forza di Dio è la tranquillità immutabile che mantiene la beata Trinità in una pace inalterabile, al di sopra delle nostre umane agitazioni. La giustizia poi, in Dio, consiste nell’osservanza benevola ma fedele delle leggi liberamente stabilite per la sua propria gloria e per il vero bene dei predestinati. – L’anima, indotta in questi « divini costumi », partecipa più o meno a questa vita deiforme che la rende così cara alle Persone divine. La « Trinità si compiace tanto di ritrovare nelle sue creature la propria immagine! ». (Lettera al canonico A … – Agosto 1902). E il Maestro che lo sapeva, ammoniva: « Siate perfetti come il Padre celeste ». – Tutte queste virtù « alla maniera deiforme » imprimono nell’anima la somiglianza con la vita stessa di Dio, mediante la grazia e le sue proprietà, l’anima entra veramente in partecipazione della Natura Increata e degli attributi divini. – La sua prudenza, disprezzando tutte le contingenze e le vanità di questo mondo, si rifugia nella contemplazione delle sole cose divine. La sua temperanza, nella misura in cui il corpo lo consente, lascia da parte tutte le gioie sensibili, anzi, non le conosce neppure più; è il « nescivi » (Cfr. « Ultimo ritiro » II) dell’anima che ha trovato il suo Dio e il cui possesso la tiene in un ardente e felice oblio di tutto il resto. La sua forza ha una certa somiglianza con l’immutabilità divina: più nulla ha il potere di distrarla o di agitarla, e tanto meno di allontanarla da Dio. la lotta non esiste più, per lei; è, nella sua vita, il trionfo pieno di Dio. tutte le sue potenze sono tese verso di Lui, per servirlo, ed adorarlo; ed essa rende a Dio, in tutte le cose, onore e gloria, vivendo con Lui nell’unità di un medesimo Spirito. L’anima, giunta a questa sommità entra definitivamente nell ciclo della vita trinitaria e sembra vivere, come Dio, « in eterno presente » (Ultimo ritiro, X). Suor Elisabetta della Trinità, lettrice assidua del « Cantico » e della « Viva fiamma », si è fermata a descrivere soltanto questi stati superiori. Non già che essa ignori o disprezzi il duro sentiero della salita del Monte Carmelo; al contrario, un ascetismo implacabile accompagna sempre, in lei, la descrizione degli stati mistici più elevati: l’anima che non è morta a tutto, che « asseconda un pensiero inutile, un desiderio qualsiasi » (Ultimo ritiro II), si preclude da se stessa la via delle alte cime, all’unione trasformante non giungono che « le anime risolute a partecipare effettivamente alla passione del loro Maestro e a rendersi conformi alla sua morte » (Ultimo ritiro, V). Bisogna tuttavia riconoscere che la tendenza del suo spirito rimane prevalentemente mistica. La sua dottrina dell’unione trasformante è quanto mai personale; e ne abbiamo l’espressione più evoluta nelle ultime sue lettere e nei due ritiri, proprio quando la sua vita era dominata da questa maniera deiforme dell’attività dei doni dello Spirito Santo. Questo carattere originale, assolutamente inconfondibile della dottrina mistica di suor Elisabetta della Trinità non deve sorprenderci; lo Spirito è essenzialmente multiforme e vi sono numerose dimore nell’unione trasformante; si potrebbe dire, anzi, di una varietà infinita, la quale costituisce una più stupenda manifestazione della gloria di Dio. ne fanno prova le descrizioni così varie che ce ne hanno lasciato i Padri e i Dottori della Chiesa, i quali hanno trattato soggetti mistici in modo diversissimi gli uni dagli altri, a seconda della propria indole, dei propri gusti, dell’educazione ricevuta, dell’ambiente. San Giovanni della Croce e santa Teresa ce ne hanno lasciato delle analisi in cui, malgrado un accordo fondamentale, si riscontrano notevoli differenze. San Tommaso d’Aquino, secondo la forma del proprio genio didattico per eccellenza, e utilizzando il pensiero di Plotino che era stato il più grande genio mistico dell’antichità, ha saputo concentrare in un articolo interessantissimo, tutto uno studio breve, ma profondo sulla somiglianza « cum divinis moribus », somiglianza che egli dice accessibile soltanto  « a qualche raro perfetto sulla terra »; in tale articolo, quasi piccola summa mistica, troviamo espresso con riassuntiva concisione il punto più elevato dell’unione trasformante. – Anche in questo punto, anzi qui soprattutto, sarebbe puerile voler chiedere a suor Elisabetta della Trinità, un insegnamento sistematico sull’esistenza, la necessità, la natura, le proprietà dei doni dello Spirito Santo, nella luce dell’unione trasformante. Compito della Carmelitana non è di insegnare in maniera dotta le vie dello spirito, ma di seguirle nel silenzio di una vita « tutta nascosta in Dio con Cristo » (Colos. III, 3). Al teologo poi, discernere il valore dottrinale di questa testimonianza e scoprirvi la realizzazione concreta dei principii della scienza mistica. . In suor Elisabetta della Trinità si verifica, sopra un fondo di anima Carmelitana, l’incarnazione vivente della dottrina classica sui doni dello Spirito Santo. – Troppo spesso ci si immagina, e a torto, che le mozioni dello Spirito Santo non siano che per i soli atti eroici e accompagnate da grazie straordinarie: puri carismi concessi talora da Dio ai suoi servi per l’utilità della Chiesa, e che importa grandemente distinguere dall’attività dei doni. Per sé, possono essere disgiunti. La Madre di Dio, che è il tipo ideale, assolutamente perfetto, dell’anima fedele, sempre docile allo Spirito Santo, non si legge che abbia mai avuto estasi, e probabilmente, durante la sua vita terrena, non compì alcun miracolo; passava, inavvertita tra le donne di Nazareth; eppure, il più semplice gesto, il minimo sguardo della Madre di Dio aveva un valore, un’importanza corredentrice superiore a tutte le sofferenze dei martiri unite insieme, superiore anche a tutti i meriti della Chiesa militante, sino alla fine del mondo. Le operazioni della grazia santificante appartengono ad un ordine infinitamente superiore, essenzialmente trinitario. Quanto più deiforme è il principio dell’agire, tanto più meritoria è l’attività; ecco perché il minimo atto di Cristo, emanando dalla Persona di un Dio, possedeva un valore meritorio, impetratorio e soddisfattorio infinito. In un sorriso e come trastullandosi, Gesù avrebbe potuto riscattare migliaia di mondi. – Questa dottrina è della massima importanza; ed è consolante vedere come i santi stessi vi insistano. Suor Elisabetta della Trinità, come già santa Teresa di Gesù Bambino, dichiara che la più elevata santità non consiste nelle rivelazioni e nei miracoli e nemmeno in una condotta straordinaria; ma nella pura fede, in una carità per quanto possibile divina ed insieme attuale, manifestata nella pratica costante e coraggiosa del dovere quotidiano. « Tutto consiste nell’intenzione; con essa, possiamo santificare le minime cose, trasformare le azioni più ordinarie della vita in azioni divine ». Non sogniamo né estasi né martirio: « Un’anima che vive unita a Dio, non può agire che soprannaturalmente e le azioni più ordinarie, invece di separarla da Lui, non fanno che avvicinarvela sempre più  » (Lettera alla mamma – 10 settembre 1906). – Parlando della Madonna, suor Elisabetta della Trinità ci ha lasciato una frase profonda che mostra fino a qual punto abbia intuita questa verità: « Le cose più ordinarie – scrive – erano da Lei divinizzate » (« il Paradiso sulla terra » – 12° orazione). E nell’atteggiamento della Vergine dell’Incarnazione, silenziosa e fedele, adoratrice del Verbo celato nel suo seno, Ella sapeva riconoscere il vero modello delle anime interiori che vogliono vivere in semplicità, docili sempre ai più lievi impulsi dello Spirito. Questo è, per lei, la santità autentica. Ma « quale raccoglimento, quale sguardo amoroso e costante a Dio, reclama quest’opera sublime! San Giovanni della Croce dice che l’anima deve starsene nel silenzio e in una solitudine assoluta, perché l’Altissimo possa realizzare i suoi disegni sopra di lei. Allora Egli la porta, per così dire, fra le braccia, come una madre porta la sua creaturina, e incaricandosi Egli stesso della sua intima direzione, regna in lei inondandola di pace serena » (Lettera a Don Ch… Primavera 1905). – « Tutti i suoi atti, pur derivando sa lei, vengono nello stesso tempo da Dio » (« Il paradiso sulla terra » 3° orazione). Essa è insieme passiva ed attiva: passava sotto la mozione divina, attiva in virtù del suo libero arbitrio. Dio non sopprime la sua attività personale, ma la dirige, la soprannaturalizza, in maniera tutta divina. Sono queste, ev0identemente, le note caratteristiche del regime mistico dei doni. – « L’anima che penetra e dimora nelle profondità di Dio cantate dal Re Profeta, e che tutto compie in Lui, con Lui e per Lui, con quella limpidezza di sguardo che le conferisce una certa somiglianza con l’Essere semplicissimo, quest’anima, con ciascuna delle sue azioni, per quanto ordinarie siano, si radica sempre più profondamente in Colui che ama. Tutta, in lei, rende omaggio a Dio tre volte santo; essa è, per così dire, un Sanctus ininterrotto, un’incessante lode di gloria ». (Ultimo ritiro, VIII). È la vita perfetta, nella docilità di tutti gli istanti al minimo soffio dello Spirito. – Un’osservazione ancora, di carattere generico. La grazia santificante reca nell’anima simultaneamente tutto l’organismo spirituale delle virtù e dei doni; ma la loro libera attività non prende lo stesso rilievo in tutti, in modo uniforme. Alcune anime sono eminenti in questo o in quella virtù particolare, mentre le altre virtù, che tuttavia sono presenti in esse ed attive non appena lo esigano le circostanze, restano di solito in seconda linea. Così, ad esempio, la forza si manifesta stupendamente nei martiri, la purità nelle vergini, la fede luminosa nella vita dei dottori, il puro amore di Dio nel silenzio contemplativo. Allo stesso modo, alcuni doni dello Spirito Santo predominano con particolare evidenza nella vita di alcuni santi: il dono del consiglio è più rilevante negli uomini di governo; il dono della scienza, accompagnato spesso dal dono delle lacrime, è più visibile negli Apostoli chiamati ad operare grandi conversioni e che si sentono profondamente commossi dallo spettacolo della miseria morale dei loro fratelli in Cristo; il dono della sapienza risplende nei grandi contemplativi i quali, elevandosi al di sopra di tutte le create cose, non vivono che per Dio solo, nella compagnia abituale delle Persone divine. Non deve sorprenderci, dunque, se nella vita e nella dottrina spirituale di suor Elisabetta della Trinità, i sette doni dello Spirito Santo non si presentano tutti con uguale rilievo: il dono del timore, ad esempio, sembra come attenuato; altrettanto il dono del consiglio; al contrario, il dono della fortezza si manifesta luminosamente in mezzo alle sofferenze che resero gli ultimi suoi giorni terreni uno straziante calvario. Sono in lei palesi soprattutto i grandi doni contemplativi della intelligenza e della sapienza, in virtù dei quali il movimento dell’anima sua è fortemente attratto verso gli abissi della vita trinitaria. – questa analisi dei doni dello Spirito Santo ci introdurrà nelle più segrete operazioni d’amore che la Trinità svolge in quest’anima così divinamente amata.

LA DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (18)

LA GRAZIA E LA GLORIA (16)

LA GRAZIA E LA GLORIA (16)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO III

I PRINCIPI DI ATTIVITÀ CHE RISPONDONO ALLA GRAZIA – LE VIRTÙ INFUSE E I DONI DELLO SPIRITO SANTO.

CAPITOLO V

I doni dello Spirito Santo. Il loro ruolo, la loro natura, le loro proprietà comuni e particolari.

1. – « Un germoglio uscirà dal tronco di Iesse, un virgulto sorgerà dalle sue radici. E lo Spirito del Signore si poserà su di lui: lo spirito di sapienza e di intelligenza, lo spirito di consiglio, lo spirito di scienza e di pietà. E lo spirito del timore del Signore lo riempirà » (Isai. X, 1-3). È in questi termini che il profeta Isaia descrive in anticipo la grandezza e la pienezza dei doni riversati dallo Spirito di Dio nell’umanità del Cristo. Ora, come Cristo è il nostro archetipo, così noi diventiamo, in virtù della sua grazia, membri del suo Corpo e altri “Egli stesso”: i teologi e i maestri di vita spirituale hanno concluso dallo stesso testo profetico che anche noi dobbiamo partecipare a questi stessi privilegi. Lo Spirito Santo, quando entra in noi come nel suo tempio, arricchisce la sua nuova dimora con questo spirito multiplo, in quanto siamo in comunione con la grazia, e secondo il grado della nostra incorporazione nella Persona mistica del Verbo fatto carne. Non è difficile provare in generale l’esistenza e la realtà di questi doni; si può anche dire che ci sia un consenso unanime su questo punto tra i Dottori. Ciò che è meno facile è definire il loro ruolo, le loro proprietà e la loro natura. Non voglio entrare in discussioni che ci porterebbero troppo lontano, senza un gran profitto forse. È meglio, credo, attenersi alla dottrina più comune, quella che il Dottore Angelico ha sviluppato a lungo nella seconda parte della Summa Theologica, e quella anche che i teologi, venuti dopo di lui, hanno più generalmente insegnato (S. Thom. 1. 2, q. 68, a. 1, ss.). – Se poi chiediamo a Tommaso d’Aquino quale ruolo dobbiamo assegnare ai doni dello Spirito Santo, questa è la risposta che ci viene data: i doni, nella misura in cui si distinguono dalla grazia e dalle virtù infuse, hanno come effetto e scopo il disporci a sperimentare i movimenti dello Spirito Santo. Spetta a loro rendere le anime così duttili e maneggevoli, in modo che obbediscano con prontezza ai suoi impulsi divini. – Per comprendere meglio questo ruolo speciale, consideriamo che esiste per l’uomo, nell’ordine della sua vita morale e religiosa, un doppio motore. Il primo è interno, ed è la ragione, illuminata dalla propria luce e da quella della fede; l’altro è esterno, e questo motore è Dio. Mille esempi eclatanti ci mostrano entrambi all’opera. Qui vedo un uomo che delibera, che soppesa le ragioni della sua scelta, e che infine decide, dopo un esame, di fare un certo atto virtuoso, per esempio un’elemosina. Egli è mosso dalla ragione. Lì vedo una vergine cristiana, come quella che troviamo negli atti dei martiri, che per un’ispirazione improvvisa e senza precedente deliberazione, si precipita nel vuoto, o si getta in mezzo alle acque, per sfuggire agli infami rapitori. Ella è mossa dallo Spirito Santo. Nel primo caso, l’anima è come quelle vecchie navi che avanzavano lentamente, faticosamente, a forza di remi; nell’altro, è come la nave che naviga senza sforzo, a vele spiegate, spinta da un vento favorevole. – Vogliamo fatti di tipo diverso? Nell’esporre la propria vita su un campo di battaglia, si marcerà senza dubbio, ma dopo aver soppesato le possibilità di vittoria, o dopo aver considerato attentamente il dovere e la necessità che lo costringono a combattere; elettrizzato dall’arringa e dall’esempio del suo generale, e dimentico di tutto il resto, si precipiterà istintivamente sul nemico. Chi non riconosce ancora il doppio motore di cui ci parla S. Tommaso, e non sente lo stesso. Chi non riconosce ancora la doppia spinta di cui parla San Tommaso, e allo stesso tempo intuisce ciò che distingue il ruolo dei doni da quello delle virtù morali? – Ora è giusto che il mobile sia in relazione armoniosa con il suo motore. Dio ci ha dato le virtù morali perché ci prestassimo agli ordini della ragione soprannaturalizzata dalla fede; non era forse necessario che ci desse anche perfezioni superiori che ci rendessero docili al soffio del suo Spirito divino? Queste perfezioni superiori sono state chiamate doni, non solo perché vengono a noi dalla bontà divina, ma principalmente perché hanno l’effetto di prepararci a seguire le ispirazioni di Dio con prontezza (« Oportet igitur inesse homini altiores perfectiones secundum quas sit dispositus ad hoc quod divinitus moveatur; et istae perfectiones vocantur dona, non solum quia infunduntur a Deo, sed quia secundum ea homo disponitur ut efficiatur prompte mobilis ab inspiratione divina ». S. Thom. 1. 2, q.68, a.1, in cor.). E questi doni sono attribuiti allo Spirito Santo, perché è ad Esso che la Sacra Scrittura riferisce più particolarmente le opere della giustificazione, come spiegheremo a suo luogo. – Alcuni sembrano essere stati dell’opinione che i doni dello Spirito Santo abbiano come scopo proprio e speciale gli atti eroici e sovrumani. Quanto alle opere ordinarie della vita cristiana, esse sarebbero in conto delle virtù infuse. Così le virtù e i doni avrebbero i loro dominii distinti e separati: a questi ultimi, le opere di santità perfetta, ai primi, gli atti di santità comune. Questo però non è il sentimento dei migliori teologi. Essi insegnano, è vero, che appartiene soprattutto ai doni dello Spirito Santo il fare degli eroi della virtù; ma allo stesso tempo assegnano loro una sfera di influenza pari a quella delle virtù. Ciò che fa realmente questa distinzione non è tanto il tipo di atti, quanto il modo di agire: « Dona excedunt communem perſectionem, non quantum ad genus operum, sed quantum ad modun operandi, secundum quod movetur homo ad altiori principio » (S. Thom. 1. 2, q. 68, a.1). – Non nego che la virtù possa entrare in esercizio senza che i doni siano in atto. Ci sono molte circostanze in cui le virtù infuse sono sufficienti a farci compiere atti salutari senza una speciale mozione dello Spirito Santo.  Chi dirà, per esempio, che un uomo giusto, la cui ragione è illuminata dalla fede, non possa fare il minimo atto soprannaturale di pazienza o di giustizia se Dio non lo spinge a fare con un’ispirazione esplicita e presente (V. L. VII. C. 5)? Ma ci sono anche molte occasioni in cui l’anima sarebbe impotente o ben lassa senza l’aiuto di un principio superiore, tanto grande è la nostra debolezza e fiducia in noi stessi, così frequenti e talvolta così improvvisi e vividi sono gli attacchi del demonio, del mondo o della carne. Ora la stessa necessità che richiede l’aiuto esterno dello Spirito Santo, richiede anche l’influenza dei suoi doni, poiché sono essi che predispongono le menti e i cuori a ricevere gli impulsi divini. Quali sono dunque gli atti eroici, quali sono questi istinti vittoriosi che, risvegliandosi improvvisamente nel profondo delle anime, le coinvolgono e le dominano? Una manifestazione più chiara ed eclatante dell’azione dello Spirito Santo, il motore divino, e dei suoi doni (« Licet inter actus donorum quidam qui ab ordinariis legibus exorbitant, raro fient nisi ex instinctu Spiritus Sancti, nihilominus non sunt illi adæquati actus horum habituum, sed per illos, tanquam per notiores, peculiarem modum operandi Spiritus sancti per hæc dona explicamus », Suarez, de Gratia, L. VI, c. 10, n. 6).

2. – Ciò che abbiamo appena detto sul ruolo proprio dei doni dello Spirito Santo sarà di grande aiuto per spiegare la loro natura e le loro proprietà. Prima di tutto, non sembra esserci alcun dubbio che questi doni siano in uno stato permanente nell’anima e, di conseguenza, che non assumano, allo stesso modo delle virtù, il carattere di abitudini. Come può la liberalità di Dio, che dà ai suoi figli adottivi i principi interiori delle operazioni soprannaturali, rifiutare un’uguale permanenza alle perfezioni che li dispongono ad obbedire prontamente alla sua azione? Lo Spirito Santo è in mezzo a queste anime, come un re sul suo trono: diciamo meglio, come l’artista divino nello strumento che si è formato. Non posso credere che Egli neghi loro una perfezione stabile che li renda capaci di ricevere le sue influenze divine in modo naturale e renda le loro facoltà spirituali più flessibili ai suoi movimenti. Questo è ciò che molti teologi intendono per il riposo dello Spirito di Dio sul Cristo Gesù; e, di conseguenza, sui membri viventi dello stesso Cristo. « Et requiescet super eum Spiritus » (Rom., VIII, 14, sqq.). – Ma, se i doni sono perfezioni permanenti nell’anima dei giusti, come le virtù stesse, non è questa una ragione sufficiente per identificarli con queste, o, almeno, per non vedere altra differenza tra gli uni e le altre se non una distinzione logica. Non lo negherò, ci sono teologi che hanno creduto questo. Tuttavia, non mi discosto dall’opinione di San Tommaso d’Aquino, ed ecco le ragioni che mi portano a ritenere con lui che ci sia una reale distinzione tra i doni e le virtù, sebbene queste perfezioni siano inseparabili in un’anima dove la grazia regna con la carità. – La prima è che, nell’ipotesi contraria, è impossibile spiegare perché tutte le virtù non dovrebbero essere tra i doni. La seconda e principale ragione è che c’è una differenza essenziale tra la funzione delle virtù e quella dei doni: perché, ancora una volta, attraverso la virtù l’uomo ha la ragione come motore, e Dio stesso per il dono. Ora, tale è la sproporzione di questi motori, supponendo anche una ragione abitualmente illuminata dalla fede, che la stessa perfezione non può ordinare il mobile a ricevere la loro doppia influenza. Da questo, però, non dobbiamo concludere che il dono renda le virtù meno attive e meno utili; poiché esso è infuso nell’anima solo per aiutarla, sotto l’impulso dello Spirito Santo, a compiere i suoi atti più facilmente, più prontamente e più divinamente.

3. Sono necessari per la salvezza i doni dello Spirito Santo? Questa è una questione che deve essere risolta in modi diversi, a seconda del ruolo che assegniamo loro nella vita dei figli di Dio. Se questi doni si limitassero a farci praticare atti eroici di virtù, rimarrebbero un grande beneficio della misericordia divina; ma la necessità di possederli per raggiungere il nostro fine ultimo, non potrebbe essere dimostrata. Il cielo, infatti, non è solo per gli eroi della santità, e quelli che si esporrebbero a perderlo sono abbastanza rari, perché non dovrebbero presentare al Giudice Sovrano i sacrifici che li renderebbero santi. Ma, come abbiamo già detto, l’utilità dei doni dello Spirito Santo non si ferma alle frontiere dell’eroismo. La loro sfera d’influenza è più ampia e si estende fino agl’imperfetti. Ne risulta una vera necessità? La risposta è simile a quella che abbiamo dato quando ci siamo occupati delle virtù infuse. Ciò che è assolutamente indispensabile, anche per le anime giustificate, è l’assistenza attuale e preveniente dello Spirito Santo. Se ce la ritirasse, anche se avessimo la grazia santificante e le potenze soprannaturali che la accompagnano, la nostra perseveranza sarebbe in evidente pericolo e non potrebbe prolungarsi senza il rischio di fallire. Così insegna espressamente il Concilio di Trento, e con esso tutta la tradizione cattolica (Conc. Trid. , sess. VI, can. 22). E la ragione di tale impotenza non è difficile da trovare. Senza dubbio, abbiamo nella grazia e nella virtù il principio delle operazioni con cui l’uomo arriva al suo fine soprannaturale. Ma noi non possediamo né queste virtù né questa grazia perfettamente; e, di conseguenza, è imperfettamente che conosciamo e amiamo Dio attraverso di esse. D’altra parte, tante sono le trappole e le insidie sulla strada che stiamo percorrendo, e lo saranno finché dura il tempo della prova. Ecco perché, anche con la cooperazione divina che è necessaria per le operazioni della creatura in ogni ordine e in ogni tempo, abbiamo ancora bisogno del moto preventivo dello Spirito Santo, un moto di luce, un moto di calore e di amore, per raggiungere il nostro fine supremo, e ancor più per elevarci alle più alte vette della perfezione cristiana. – Le ispirazioni e gli istinti dello Spirito Santo, per usare il linguaggio di San Tommaso, sono così necessari all’uomo giusto che il suo progresso nelle virtù e la sua perseveranza non si potrebbero spiegare senza questa assistenza divina. Ma questo stesso aiuto è ancora più necessario perché il peccatore ritorni a Dio. « Se qualcuno dice che senza l’ispirazione preventiva e l’aiuto dello Spirito Santo, l’uomo può credere, sperare, amare e pentirsi così come è necessario per ottenere la grazia della giustizia, sia anatema » (Conc. Triden. Sess. V, can. 3). E certamente, se si riflette sulle vie della provvidenza nella conversione delle anime, si vedrà quanto vivaci, quanto potenti e talvolta quanto improvvisi siano stati i soffi dello Spirito divino che le hanno riportate dalle tenebre alla luce e dalla morte alla vita dei figli di Dio. – Dovremmo allora riconoscere i doni dello Spirito Santo anche in questi peccatori, e rendere loro gli onori per cambiamenti così prodigiosi? No, perché questi doni non vanno senza la grazia santificante. Pertanto, la necessità dei doni non è la stessa di quella delle ispirazioni divine, così come la necessità delle virtù infuse non è uguale a quella degli atti soprannaturali. Ci sono di tali ispirazioni e atti prima dell’entrata della grazia nelle anime. Ma come nell’anima, una volta giustificata, gli atti soprannaturali procedono dalle virtù, così in questa stessa anima i moti celesti presuppongono i doni. Gli uni e le altre appartengono ugualmente all’organismo dei figli di Dio. Attraverso le virtù si compiono connaturalmente gli atti salutari, e attraverso i doni l’anima riceve connaturalmente gli impulsi divini. – Ho detto che i doni presuppongono la grazia, anche se le ispirazioni la precedono e la preparano. Niente potrebbe essere più corretto di questo ordine. Finché la grazia non è in un’anima, lo Spirito di Dio non vi abita. È fuori, bussa alla porta, chiama e sollecita il ribelle, a suo tempo e come di passaggio. Ma una volta che per la sua grazia ha preso possesso di quell’anima, è in essa per non lasciarla mai, a meno che essa non rifiuti l’Ospite divino che vi abita. Questa unione permanente del motore e del mobile, cioè dello Spirito Santo e dell’anima giusta, non richiede forse un adattamento ben diverso da quello che non poteva essere perfetto e duraturo nel tempo della separazione? Tanto più che, secondo il bel pensiero dell’Apostolo, il carattere dei figli adottivi è quello di essere mosso dallo Spirito Santo (« Quicumque enim Spiritu Dei aguntur, ii sunt filii Dei. » – Rom, VIII, 14).

4. – Passiamo dalle generalità ai dettagli, e chiediamoci quali siano in particolare questi doni dello Spirito Santo, che abbiamo studiato nel loro ruolo, nella loro natura e nelle loro proprietà. È comunemente accettato che ci siano sette doni dello Spirito Santo: Sapienza, intelletto, scienza, consiglio, pietà, fortezza e timor di Dio. È il settenario degli Spiriti che, secondo il profeta, dovevano poggiarsi sullo stelo di Jesse, Gesù Cristo, nostro Salvatore. I primi quattro perfezionano lo spirito o la ragione; gli altri tre, la volontà; e tutti, presi nel loro insieme, costituiscono il completamento del nostro essere soprannaturale e divino per lo stato di viatori. Infatti, cosa serve per la ragione dell’uomo, che è diventato con la giustificazione un uomo fedele, un figlio di Dio? Prima di tutto, ascoltare e penetrare le verità che la fede gli rivela; e a questo serve il dono dell’intelletto. Il solo nome di intelletto, indica una conoscenza intima della verità: esso significa leggere dentro, intus legere. La fede è un semplice assenso alla verità che crede; il dono dell’intelletto è in più una luce divina, in virtù della quale l’anima in qualche modo e come per istinto entra nell’oggetto della sua credenza per coglierne la natura, le ragioni, le relazioni e le convenienze. Qual senso profondo delle verità più sublimi si trova a volte in bambini semplici, umili rustici senza studio e senza cultura. Non è né lo sforzo né il lavoro che ha dato loro queste sorprendenti visioni delle cose di Dio; ed è per questo che, non conoscendo le cose in modo ragionato, a volte non sono in grado di renderne conto, impotenti nel tradurle a parole. Cos’è allora? È il dono dell’intelletto che li eleva allo Spirito di verità e di luce, loro dottore e maestro. – L’intelletto concepisce e penetra; ma è anche necessario giudicare e confrontare: giudicare le cose create e confrontare le une con le altre. Ai doni di sapienza e di scienza il compiere questa doppia e necessaria funzione. – La sapienza porta il suo sguardo su Dio, primo Principio e ultimo fine di ogni essere e di ogni bene che non sia Lui. Essa lo giudica per quello che è, infinitamente grande, infinitamente amabile, infinitamente santo, infinitamente perfetto. E questo non è il giudizio del filosofo, puramente speculativo, troppo spesso freddo, arido, vuoto d’amore. È il giudizio di un figlio affettuoso, amorevole e sottomesso che porta su di una madre un giudizio fatto più dall’esperienza che dalla ragione, in cui il cuore non ha meno parte della mente; un giudizio, infine, che parte dall’amore; ed è per questo che il dono della sapienza in azione può diffondere tanta dolcezza nell’anima che sa gustare le cose divine. – Ma l’influenza del dono della sapienza non finisce qui. Dopo averci fatto giudicare Dio e gustare Dio, ci fa giudicare tutto il resto alla luce di Dio. Chiunque abbia mai sfogliato il profondo e sostanzioso libro conosciuto come gli Esercizi di Sant’Ignazio, deve averlo riconosciuto nell’esercizio con cui inizia l’opera e in quello che la corona (Exercitia spiritualia S. Ignatii. Considerazioni sul fondamento e il principio. Contemplazione dell’amore divino), questo doppio giudizio della sapienza divina, con questa differenza, però, che l’ultimo esercizio, essendo una provocazione più diretta all’amore, esercita e risponde anche più completamente alla perfezione della sapienza. – Cosa fa il dono della scienza? Ci fa giudicare con certezza delle cose create, dal punto di vista delle idee soprannaturali e di Dio. La sapienza e la scienza dello Spirito Santo hanno questo in comune: giudicano le creature e Dio. Ma ecco come si distinguono. Con la scienza si sale dalle creature a Dio; con la sapienza si scende da Dio alle creature, e si giudica dalla conoscenza e dal gusto che avete di Dio, loro causa prima e fine supremo.  Volete conoscere da qualche effetto questa scienza divina? Chiedete a un uomo pieno dello Spirito di Dio del mondo, del suo bene e del suo male, dell’opulenza e della povertà, dell’onore e dell’oblio, del potere dello Spirito e della potenza dello Spirito, e vedete la differenza tra i suoi giudizi e quelli di un comune Cristiano, non di un uomo senza Dio. Ora, la scienza che viene dallo Spirito Santo, non è una questione di ragionamento e di laboriosa speculazione. Fatto a immagine e somiglianza della scienza divina, le assomiglia per la semplicità del suo funzionamento. L’anima, illuminata da questo dono dall’alto, riconosce senza sforzo in ogni creatura Dio che l’ha prodotta, Dio che la conserva, Dio che la governa, Dio che ce l’ha data perché la portassimo alla sua gloria e perché ci conducesse a sé: ed è in base a questo apprezzamento che regola l’uso che se ne fa. – Questi tre doni dello Spirito Santo, il dono dell’intelletto, il dono della sapienza e il dono della scienza, richiedono un quarto dono, quello del consiglio. Perché non basta conoscere la verità o giudicare bene delle creature e di Dio; bisogna anche applicare queste luci ai casi particolari di cui è composto il tessuto della vita spirituale. Questo è il lavoro proprio della virtù della prudenza. Ma siccome la prudenza soprannaturale è di per sé breve in molti punti, spesso ha bisogno che lo Spirito Santo la illumini con una luce speciale e ci mostri cosa dobbiamo fare nel tempo, nel luogo e nelle circostanze in cui ci troviamo. Ed è questo il senso del dono del consiglio. – I doni dello Spirito Santo non sono meno necessari per la perfezione della nostra volontà. Perciò Dio ce li ha dati così ampiamente, tanto che si estendono a tutto il campo delle virtù morali. – Attraverso il dono della pietà, lo Spirito Santo ci fa concepire per Dio quell’affetto filiale, e quei sentimenti di tenerezza, fiducia, devozione e abbandono che i figli dovrebbero avere per il migliore dei padri. Ma, poiché questo Padre è anche il nostro Dio, il dono della pietà porta l’anima a rendergli un culto in cui il più profondo rispetto si mescola alle effusioni d’amore. E questa amorosa riverenza è mostrata nella dovuta misura a tutto ciò che tocca Dio: ai Santi, alle divine Scritture, a tutti gli uomini, in quanto sono di Dio e a Dio. Così il dono della pietà completa la virtù della religione, poiché si riferisce a Dio non solo come Creatore e padrone sovrano, ma come Padre; completa la virtù della giustizia, perché vi unisce quella disposizione rispettosa e benevola che l’onore di appartenere a Dio, Padre comune della famiglia umana, esige da tutti. – Il dono della pietà ci perfeziona nelle nostre relazioni sia con Dio che con il prossimo. Gli altri due doni perfezionano la nostra volontà nei nostri doveri verso noi stessi. Per la conservazione della nostra vita soprannaturale e il suo libero sviluppo, ci sono due ostacoli da superare: da un lato, la paura delle difficoltà, dello sforzo, della fatica e dei pericoli immaginari o reali; dall’altro, gli assalti della concupiscenza e il fascino dei piaceri sregolati. È contro questi due nemici che lo Spirito Santo arma le nostre volontà con il dono della fortezza e del timore di Dio. – Con il dono della fortezza, l’anima, sostenuta dallo Spirito Santo, affronta con incrollabile fiducia i travagli, i supplizi ed anche la morte, quando la gloria di Dio lo richiede. Con quello del timore, la volontà resiste alle spinte della carne e dei sensi: resiste, dico, non tanto quanto uno schiavo che teme i giudizi di Dio, che come un figlio amorevole e rispettoso che non vuole offendere suo padre o causargli il minimo dispiacere. Non mi soffermerò ulteriormente sul carattere particolare di questi doni; essi possono essere studiati più dettagliatamente o nelle opere del Dottore Angelico (San Tommaso parla del dono dell’intelletto dopo aver trattato della fede, del dono del timore dopo la virtù della speranza ….  collegando successivamente ciascuno dei doni alle virtù che essi perfezionano e completano), o negli autori ascetici che trattano questi temi (tra gli autori ascetici segnalo P. Saint-Jure: L’Homme spirituel, 1 P., c. 3, s.16), il R. P. Meynard O.P. (Traité de la vie intérieure, L, 1, €. 7), ma soprattutto il P. Louis Lallemand, S. J. nell’opera troppo poco conosciuta che porta il titolo di Dottrina spirituale. Forse nessuno ha sviluppato questo difficile argomento più chiaramente di lui, Doct. Spir.  IV Principio, c. 3 e 4).

5. Per evitare ogni ambiguità in una questione così delicata, ricorderò due o tre osservazioni importanti. La prima riguarda la relazione dei doni con le virtù. I doni, come ho sottolineato, non sostituiscono le virtù, non tolgono la loro utilità. Il loro ruolo è quello di aiutarle e completarle: in adjutorium virtutis, dice San Gregorio Magno. Così il maestro non supplisce all’intelligenza del discepolo: egli la dirige, è un aiuto per essa, ma non è una forza che possa tenerle luogo. E, per tornare a un paragone già fatto, questi doni sono per l’anima, arricchita dalle virtù infuse, quello che sarebbe per un vascello, già fornito di una forza motrice ordinaria, una velatura potente gonfiata da venti propizi. – La seconda osservazione è che i doni, a differenza delle virtù, possono avere un’influenza sulle nostre operazioni soprannaturali solo attraverso l’impulso effettivo dello Spirito Santo. Non sta a loro muoverci, ma a disporci a ricevere le mozioni divine con obbedienza, affinché illuminino le nostre menti e le inondino di una luce celeste; affinché elevino le nostre volontà e le portino agli atti più perfetti della vita di figli adottivi, è necessario che il Sole divino mandi i suoi raggi e i suoi ardori all’anima. – Perché così tanti Cristiani, anche quelli che conservano la grazia santificante, le virtù e i doni infusi, sempre legati allo stato di grazia, rimangono così deboli, così lassi, così ignoranti o così ignari delle cose del cielo, in una parola, così privi di pensieri santi e di risoluzioni generose? È perché la loro la loro dissipazione abituale, la loro disattenzione per le colpe meno gravi, la loro immortificazione e tiepidezza, fanno ostacolo all’azione dello Spirito Santo; è così che l’anima, impigliata in tanti legami, troppo raramente si abbandona alle brezze divine, allorché piace allo Spirito Santo di soffiare su di essa, nonostante la sua indegnità. Ascoltiamo dunque l’avvertimento dell’Apostolo contro questa doppia disgrazia. « Non spegnete lo Spirito Santo », cioè non impeditegli di riversare su di voi le sue ispirazioni salvifiche (1 Tess. V, 19). « Non contristate lo Spirito Santo », con la vostra resistenza, cioè, piegatevi ai movimenti che Esso vi impartisce (Efes. IV, 30). – La mia ultima osservazione sarà su un’espressione usata frequentemente dai nostri dottori in queste materie. Essi parlano di istinti divini. Cosa intendono con queste parole? L’istinto ci ricorda una categoria di atti che hanno questo carattere singolare: sono indipendenti da ogni educazione precedente, precedono ogni riflessione e nascono come spontaneamente dalla natura. Il regno animale fornisce meravigliosi esempi di questo nelle opere dell’ape, della formica, del ragno e di altri insetti. L’uomo stesso ha le sue operazioni istintive, ma sono tanto più rare quanto più la ragione prende il sopravvento e quanto più la libertà presiede al governo della vita. – Ora gli impulsi dello Spirito di Dio, che arrivino all’intelligenza o alla volontà, non sono prodotti della nostra libera attività; la precedono. Gli atti con cui si esprimono sono in noi senza di noi, in nobis sine nobis, secondo la felice espressione di Sant’Agostino. Sono quindi analoghe alle operazioni istintive, tanto più che la natura da sola non può renderne conto. E quando, grazie ai doni dello Spirito di Dio, seguiamo docilmente il movimento che ci viene impresso, le nostre operazioni virtuose possono conservare ancora qualcosa di istintivo. Perché, anche se devono essere libere per costituire opere meritorie, c’è spesso in esse un carattere di spontaneità che le distingue dagli atti di virtù comune. Bisognerebbe essere estranei alle cose della vita spirituale per non averlo notato e persino sperimentato. Quante volte, forse, nel momento in cui ci siamo sentiti come immersi nelle tenebre, senza speranza, senza amore, tristi e desolati, un raggio di luce divina non è entrato nella nostra anima, dissipando le ombre, e provocandoci alla confidenza, al fervore! Era lo Spirito consolatore con i suoi istinti (« Quicumque spiritu Dei aguntur; i. e. reguntur sicut à quodam ductore et directore; quod quid quidem in nobis facit Spiritus, in quantum illuminat nos interius quid ſacere debeamus… Homo autem spiritualis non solum instruitur à Spiritu Sancto quid agere debeat, sed etiam cor ejus à Spiritu Sancto movetur. Ideo Plus intelligendum est in eo quod dicitur: Quieumque Spiritu Dei aguntur. Illa enim agi diceuntur, qui quodam guperiori instinelu moventur….. Homo Spiritualis non quasi ex motu proprie voluntatis principaliter, sed ex instinctu Spiritus Sancti inelinatur ad aliquid agendum ». S. Thom. Comment. in Rom., VIII, 14). Che Esso nella sua misericordiosa bontà possa rivelarsi spesso in questo modo alle nostre anime, e noi, in virtù dei suoi doni, possiamo rispondere alla sua così salutare premura (Due punti da notare per rispondere a due domande. – Prima domanda: qual è la relazione dei doni con le virtù teologali? Risposta: « Animus hominis non movetur a Spiritu Sancto, nisi ei secundum aliquem modum uniatur: sicut instrumentum non movebur ab artifice nisi per contactum aut per aliquam aliam unionem. Prima autem unio hominis est per fidem, Spem et charitatem (his enim inhabitat in nobis Spiritus Sanctus, Rom. V, 5);, unde istae virtutes praesupponuntur ad dona, sicut radices quaedam donorum ». S. Thom. 1-2, q. 68, a 4, ad 3; col. a 8. – Seconda domanda: Gli eletti conservano i doni dello Spirito Santo in cielo? Risposta: « De donis possumus dupliciter loqui, uno modo quantum ad essentiam donorum, et sic perfectissime erunt in patria….. Sujus ratio es quia dona Spiritus sancti perficiunt mentem humanam ad sequendam motionem Spiritus sancti, quod præcipue erit in patria, quando Deus exit omnia in omnibus, ut dicitur 1 Cor XV, et quando homo erit totaliter Subditus Deo. Alio modo: possunt considerari quantum ad materiam, circa quan operantur; et sic in præsenti habent aliquam operationem circa quam non habebunt in Statu gloriæ, et sic (quoad aliquod exercitium) non manebunt patria ». S. Thom, ibid, æ, 6; col. S. Bonavent. in III, D. 34, at. 2, q. 3. – Devo aggiungere che Papa Leone XIII, nella sua Enciclica Divinum illud munus, ha richiamato sommariamente ma molto chiaramente queste nozioni teologiche sui doni dello Spirito Santo? « Hoc amplius homini justo, vitara sciticet viventi divinae gratiae et per congruas virtutes tanquam facultates âgenti, opus plane est septenis illis quae proprie dicunbur Spiritus sancti donis. Horum enim beneficio instruitur animus et munitur ut ejus vocibus atque impuilsioni facilius promptiusque obsequatur; haec propterea dona tantae sunt efficacitatis ut eum ad fastigium sanctimoniae adducant, tantaeque excellentiae ut in coeælesti regno eadem, quanquarm perfectius, perseverent. lpsorumque opé charismatum provocatur animuset effertur ad appetendas adipiscendasque beatitudines exangelicas quæ, perinde ac flores verno tempore erumpentes, indices ac nunciae sunt beatitatis perpetuo mansuræ. Felices denique Sun fructus ii ab Apostolo enumerati (Gal, V, 22) quuas hominibus justis, in bac etiam caduca vita, Spiritus parit et exhibet, omni refertos dulcedine et gaudio… ». (noltre il giusto che già vive la vita di grazia e opera con l’aiuto delle virtù, come l’anima con le sue potenze, ha bisogno di quei sette doni che si dicono propri dello Spirito Santo. Per mezzo di questi l’uomo si rende più pieghevole e forte insieme a seguire con maggiore facilità e prontezza il divino impulso; sono di tanta efficacia da spingerlo alle più alte cime della santità, sono di tanta eccellenza, da rimanere intatti, benché più perfetti nel modo, anche nel regno celeste. Con questi doni poi lo Spirito Santo ci eccita e ci solleva all’acquisto delle beatitudini evangeliche, che sono quasi fiori sbocciati in primavera, preannuncianti la beatitudine eterna. Infine sono soavissimi quei frutti elencati dall’apostolo (cf. Gal V, 22), che lo Spirito Santo produce e dona ai giusti anche in questa vita mortale, frutti pieni di dolcezza e di gusto, quali s’addicono allo Spirito Santo “che nella Trinità è la soavità del Padre e del Figlio e riempie d’infinita dolcezza tutte le creature”).

LA GRAZIA E LA GLORIA (17)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XIII – “PERGRATA NOBIS”

Questa bella lettera Enciclica fu indirizzata dal Santo Padre S.S. Leone XIII ai Vescovi e religiosi portoghesi in occasione degli accordi stabiliti tra la Santa Sede ed il Regno del Portogallo. Oltre ai convenevoli cordiali, e gli accenni all’impegno secolare dei regnanti locali in difesa del credo apostolico romano, il Santo Padre sottolinea la necessità di un’azione profonda del clero cattolico sui costumi del popolo e sulla pacifica convivenza degli ideali politici civilmente contrastanti. A tale scopo ricorda quanto già scritto ai Vescovi ungheresi sulla scelta e la formazione dei novelli Sacerdoti istruiti nei seminari diocesani. Ben sapeva il Santo Padre che i destini della Religione e la pace del popolo dipendevano da questo chiavistello in grado di aprire o chiudere non solo la porta della salvezza dell’anima, ma pure la concordia e l’unità civile e la pacifica convivenza delle genti. Questo stesso principio venne sfruttato, in senso opposto, dai marrani e dai nemici settari infiltrati in particolare nei Seminari della Chiesa di Cristo per demolirla – se possibile – dall’interno così da scardinare anche l’ordine e la morale delle popolazioni non più nutrite dal cibo della dottrina e dall’esempio delle virtù cristiane dei Sacerdoti. Questa fu infatti l’assalto della quinta colonna nella Chiesa, assalto progressivo e silente che poi si concretizzò nell’obbrobrio del conciliabolo roncallo-montiniano tra l’indifferenza ed il mutismo assordante di prelati e religiosi ormai corrotti nelle midolla, mele bacate dal verme dell’indifferentismo ipocrita e del modernismo dottrinale pagano anticristiano, per non parlare delle presenze di alto grado delle logge e dei sedicenti illuminati. Oggi ne vediamo i risultati nei popoli un tempo cristiani che stanno già pagando, e pagheranno sempre più, un conto salatissimo all’idolatria umanista ed alla follia orgogliosa liberista che agita mortalmente nazioni e continenti. Ma non præsvalebunt. Dio si riderà di loro, anzi vede già arrivare la loro ora ormai prossima. Anche tutti noi soffriremo, ma alla fine, … in Cielo si sa … gode bene chi gode ultimo … e Dio non si farà beffare da quattro avidi kazari che accumulano beni e danaro roso dalle tarme e dalla ruggine, né tanto meno dai due falsi profeti che uccidono anime … per loro è pronto da sempre lo stagno di fuoco ove arderanno in eterno….   

Leone XIII
Pergrata nobis

Lettera Enciclica

Ci è giunta molto gradita la vostra lettera comune, che abbiamo ricevuta il mese scorso e che testimoniava soprattutto che Voi e i vostri concittadini avete appreso con piacere dei recentissimi accordi stabiliti tra la Sede Apostolica e il regno del Portogallo, e che vi siete rallegrati di essi come di cosa ben fatta e che gioverà non poco in futuro al bene generale. – In sostanza, come avete compreso, per Noi in tutto questo affare il proposito fu di conservare alla dignità dell’impero quelle cose che i Pontefici Romani avevano destinato ai vostri sovrani, meritevoli del titolo di Cattolici, e che allo stesso tempo si provvedesse a una migliore organizzazione e a vantaggio della cristianità degli Indi. Certamente sembra che questo proposito in parte sia stato raggiunto; confidiamo di conseguire l’altra parte con la grazia e la benevolenza di Dio. – Perciò chi ha a cuore l’auspicato esito di cui parliamo può scorgerlo nell’avvenire, non solo augurarlo; può nutrire la speranza certa che il nome Cristiano nel vostro Portogallo continuerà a prosperare per il bene di tutti, e conseguirà ogni giorno maggiori sviluppi. Affinché il risultato risponda in pieno a questa speranza, Noi certamente per primi – Dio si mostri benigno! – Ci adopreremo. Senza dubbio troveremo moltissimo aiuto nella vostra saggezza e nella sollecitudine episcopale, nello zelo e nella virtù del Clero, nella volontà del popolo del Portogallo. Anzi, in una causa tanto nobile e fruttuosa non mancherà il contributo degli uomini che governano lo Stato; riguardo ad essi, non dubitiamo che anche in futuro vorranno dimostrare la loro saggezza e la loro equità, come recentemente hanno dimostrato, tanto più che la cura della fede cattolica e la consuetudine di essere benemeriti della Chiesa non sono insolite o recenti presso i Portoghesi, ma antichissime e in onore da lungo tempo. – Infatti, nonostante il Portogallo sia posto quasi all’estremità della penisola Iberica, e sia delimitato da confini assai ristretti, tuttavia i vostri sovrani – merito che non è piccolo – estesero i confini dell’impero in Africa, in Asia, in Oceania, in modo che il Portogallo non fosse inferiore a nessuna delle potenze maggiori, e anzi ne superasse molte. – Ma dove si deve pensare che abbiano cercato di procurarsi la virtù adatta alla grandezza di queste imprese? Certamente, se si vuole ben giudicare, dall’amore e dal sentimento religioso. Infatti, in quelle difficili e pericolose spedizioni verso popolazioni sconosciute e barbare, risulta che essi erano prevalentemente orientati a servire Cristo Signore prima che l’utilità personale o la gloria; più desiderosi di diffondere il nome di Cristo che di estendere il proprio potere. Insieme con la chiara immagine delle ferite di Gesù Cristo – che era il vessillo popolare della nazione – i vostri antenati, devoti e allo stesso tempo fiduciosi, in battaglia erano soliti porre sulle triremi la sacrosanta Croce, in modo che sembrava avessero ottenuto le splendenti vittorie, di cui è rimasta la gloria, non tanto con la forza delle armi, quanto in virtù della stessa Croce. – Questo sentimento religioso risplendette massimamente quando i sovrani del Portogallo si adoperavano di far arrivare, scegliendoli anche fra popolazioni straniere, uomini apostolici che seguissero le orme di Francesco Saverio: uomini insigniti non una sola volta, dai Pontefici Romani, dell’autorità di Nunzi Apostolici. Questa gloria dei vostri antenati fu del tutto speciale né mai perirà, per il fatto che essi hanno portato la luce della fede cristiana tra popolazioni remotissime, tanto che per questa singolare prestazione si sono resi sommamente benemeriti della Sede Apostolica. – Né mai i Nostri Predecessori smisero di manifestare la loro gratitudine al vostro popolo; di ciò sono chiarissima prova i particolari onori conferiti ai sovrani. – Per quanto riguarda Noi, ogni volta in cui consideriamo le grandi cose compiute da un popolo non tanto grande, l’animo è molto lieto di proporre i Portoghesi quale esempio della forza della religione e della devozione; allo stesso tempo la Nostra benevolenza è animata più intensamente da sentimenti di ammirazione. – È proprio così: come Ci sembra provato recentemente con il Nostro paterno amore verso di voi allorché, nel dirimere la questione relativa alle Indie Orientali, proprio Noi, per quanto la natura del Nostro ministero lo permetteva, Ci siamo comportati generosamente e benignamente con il Portogallo. E dal momento che è giusto ricevere e rendere reciprocamente prove di buona volontà, Noi Ci attendiamo moltissimo dall’impegno e dalla condiscendenza dei reggitori dello Stato. Certamente confidiamo che in futuro non solo rivolgeranno una grandissima cura verso le cose che sono state pattuite, ma di buon grado indirizzeranno il loro sforzo, parimenti insieme a Noi e a voi, per riparare quei mali che la Chiesa ha patito costà. – Queste cose, in verità, non sono di poco conto, soprattutto se si osserva la condizione del vostro Clero e degli Ordini religiosi. La rovina di questi si riversa non solo sulla Chiesa, ma sulla stessa popolazione, la quale sente che le vengono sottratti collaboratori avveduti e operosi, l’opera dei quali nel formare i costumi del popolo, nell’educare la gioventù, nel creare anche nelle stesse colonie istituti ispirati ai principi cristiani, avrebbe potuto essere di non modesta utilità, soprattutto oggi che scorgiamo nell’Africa più interna un campo così ampiamente aperto alle sacre missioni. – Se poi consideriamo le origini stesse dei mali, riteniamo che il desiderio sfrenato di immoralità, che così grandemente s’impose nel secolo passato, non sia stato né l’unica, né la causa principale. Certamente esso pervase anche gli animi dei vostri, come il contagio di una malattia, e nella sua diffusione determinò molte disgrazie. Nondimeno sembra che non si allontanino molto dal vero coloro che pensano che un danno maggiore sia stato recato dalle fazioni dei partiti politici, dalle discordie interne, dalle agitazioni delle rivolte popolari. In realtà nessuna forza ha potuto spegnere, nessun intrigo ha potuto far vacillare il sentimento religioso e l’antica fede dei Portoghesi nei confronti del Pontificato romano. Anche negli stessi sconvolgimenti pubblici, l’opinione del popolo fu sempre che il patto e la concordia dello Stato con la Chiesa fossero il supremo principio secondo il quale si devono governare le società cristiane. Per questo motivo il sacro vincolo dell’unità religiosa non solo è rimasto intatto, ma ha rappresentato, insieme all’autorità e al potere delle leggi, il fondamento della costituzione politica. Queste cose, così gradite e piacevoli a ricordarsi, mostrano che la condizione del Cattolicesimo, adottati i rimedi adatti, senza difficoltà può diventare di gran lunga migliore. Esistono infatti i buoni semi; se questi si svilupperanno nella fermezza degli animi e nella concordia delle intenzioni, produrranno l’abbondanza dei frutti desiderati. – In verità coloro che governano con il potere – e la loro opera è tanto necessaria per riparare i mali della Chiesa – facilmente capiranno che, come il nome del popolo portoghese è giunto ad una tale altezza di gloria per la virtù e il beneficio della Religione Cattolica, così esiste una sola via per cancellare le cause dei mali, se la cosa pubblica sarà amministrata invariabilmente secondo i principi e l’ispirazione della Religione stessa. Conseguentemente il governo dello Stato sarà in armonia con la natura, i costumi e la volontà del popolo. Infatti, la professione cattolica costituisce la religione pubblica e legittima del regno del Portogallo; per questo è del tutto naturale che essa sia stata salvaguardata con la tutela delle leggi e con l’autorità dei magistrati, e ufficialmente dotata di tutte le difese per la sua integrità, stabilità e dignità. – Nello stesso modo, sia la libertà sia l’azione propria appartengono legittimamente all’autorità politica e a quella ecclesiastica; tutti siamo persuasi di ciò che la stessa esperienza conferma con prove di ogni giorno, cioè che la Chiesa è tanto lontana dall’opporsi con odiosa rivalità al potere civile, che procura a questo moltissimi e grandissimi aiuti per il bene dei cittadini e la quiete pubblica. – D’altra parte, coloro che sono influenti in quanto investiti di sacra autorità, devono fare in modo – qualsiasi cosa facciano in veste ufficiale – che i governanti della popolazione possano e debbano fidarsi completamente di loro e non pensino che sia stata forse trascurata da loro qualsiasi occasione di difendere quelle leggi che alla Chiesa non importa siano difese. La contesa delle parti politiche offre per lo più motivo di sospetto e di diffidenza: e questo voi avete sufficientemente conosciuto per diretta esperienza. Senza dubbio è primo e supremo dovere dei Cattolici, ed espressamente del Clero, non riverire mai, né riconoscere col pensiero ciò che sia lontano dall’obbedienza e dalla fede nella Chiesa, o sia incompatibile con la conservazione dei suoi diritti. Quantunque poi sia lecito a ciascuno difendere onestamente e legittimamente la propria opinione sulle cose meramente politiche, purché non si opponga alla Religione e alla giustizia, tuttavia voi vedete, Venerabili Fratelli, quanto sia rovinoso l’errore di coloro – se pur ve ne sono – che non distinguono sufficientemente la cosa sacra da quella civile, e utilizzano la religione a difesa delle parti politiche. – Pertanto, usando la prudenza e la moderazione, non solo non si darà alcun luogo ai sospetti, ma ancor più saldamente si affermerà quell’accordo dei Cattolici da Noi così vivamente desiderato. Se nel passato fu assai difficile conseguire ciò, il motivo è dovuto al fatto che molti, forse saldamente legati alle proprie opinioni più di quanto fosse conveniente, mai e per nessun motivo ritennero di allontanarsi dall’interesse delle loro parti. Certamente, questi interessi, benché entro certi limiti non si possano disapprovare, tuttavia, impediscono grandemente il conseguimento di quella più alta e desideratissima concordia. – Conseguentemente sarà vostro compito, Venerabili Fratelli, indirizzare su tale terreno tutta la forza della vostra operosità e della vostra sollecitudine affinché, accortamente tenuto lontano tutto ciò che sembra essere d’ostacolo, possiate realizzare l’unione salutare degli animi. E questo avverrà più agevolmente, secondo i desideri, se in un’impresa di così grande valore, procederete non separatamente, ma unendo gli sforzi. – Da principio, perciò, sembrano opportune la comunicazione e la partecipazione tra voi delle decisioni, affinché esista uno stesso modo nell’agire. Invero, quale scelta delle decisioni si debba fare, che cosa giovi in modo più adatto al proposito, non lo scoprirete faticosamente se terrete presente – davanti agli occhi – come regola, quanto ripetutamente è stato dichiarato e prescritto dalla Sede Apostolica riguardo a questioni di questo genere, soprattutto poi la Nostra lettera Enciclica sulla organizzazione cristiana dello Stato. – Tuttavia, non Ci occuperemo ad una ad una di tutte le cose che richiedono un rimedio adatto, specialmente perché sono più conosciute a voi, Venerabili Fratelli, a voi che la forza dei disagi angustia più da vicino e più degli altri. Analogamente non elencheremo quelle cose che richiedono un intervento tempestivo del potere civile, affinché si provveda, nel modo che è giusto, agl’interessi cattolici. Infatti, non potendo dubitare del Nostro animo paterno, né del vostro rispetto delle leggi civili, è lecito sperare che i governanti valuteranno con equanime criterio l’inclinazione della Nostra e parimenti della vostra volontà, e cercheranno di restituire la Chiesa, afflitta per molti motivi, al giusto grado di libertà e di dignità. Per parte Nostra, come è proprio delle Nostre funzioni, saremo sempre prontissimi a trattare e a decidere di comune accordo ciò che sembra più opportuno per gli affari ecclesiastici e ad accettare volentieri condizioni oneste ed eque. – D’altra parte, ci sono certe cose, anche di non scarsa importanza, alle quali espressamente deve provvedere la vostra operosità, Venerabili Fratelli. Fra queste, in primo luogo, lo scarso numero di Sacerdoti, determinato soprattutto dal fatto che in moltissimi luoghi, né per breve tempo, sono mancati gli stessi Seminari per la formazione dei chierici. Per questo motivo spesso si è provveduto a stento e con fatica all’educazione del popolo cristiano, o all’amministrazione dei Sacramenti. Ora invero, poiché per grazia della Divina Provvidenza in ogni Diocesi ci sono i Seminari per il Clero, e dove ancora non sono stati ricostruiti, tra breve, come speriamo e desideriamo, lo saranno, è ragionevole ritenere che tutto sia pronto per ricostituire la disponibilità dei Sacerdoti, posto che la preparazione dei seminaristi è stata opportunamente disciplinata come si deve. Pertanto, confidiamo nella vostra prudenza e nella vostra saggezza, a Noi ben note. Tuttavia, affinché non vi manchi un Nostro consiglio in questa materia, riflettete su quanto abbiamo scritto recentemente ai Venerabili Confratelli Vescovi d’Ungheria per una simile situazione. “Per formare un chierico sono assolutamente necessarie due cose: la dottrina per la cultura della mente, e la virtù per la perfezione dell’anima. Alle discipline umanistiche sulle quali è solitamente basata l’educazione dell’adolescente, vanno aggiunte le discipline sacre e quelle canoniche, dopo essersi assicurati che la dottrina di tali materie sia sana, assolutamente incorrotta, interamente in accordo con i documenti della Chiesa (soprattutto di questi tempi) e ricca di forza e di argomenti, affinché sia in grado di esortare… e confutare coloro che contraddicono”. – “La santità della vita, senza la quale la scienza è solo vento e non costruisce, racchiude non soltanto i costumi probi ed onesti, ma anche l’insieme delle virtù sacerdotali donde deriva la somiglianza con Gesù Cristo, sommo ed eterno Sacerdote, che è la caratteristica dei buoni preti… (Nei Seminari) le vostre preoccupazioni e i vostri pensieri siano concentrati soprattutto su questi obiettivi; procurate che all’insegnamento delle lettere e delle scienze siano posti uomini di valore, nei quali l’esattezza della dottrina sia unita all’innocenza dei costumi, affinché a buon diritto possiate fidarvi di loro in un settore così importante. Scegliete i responsabili della cultura e i maestri di religiosità fra coloro che eccellono per prudenza, saggezza ed esperienza; la regola della vita comune venga temperata dalla vostra autorità in modo che gli alunni non solo non compiano qualcosa di contrario alla pietà, ma anzi abbondino di tutti quegli strumenti con i quali si alimenta la fede: con opportuni esercizi siano stimolati al quotidiano miglioramento delle virtù sacerdotali”. – Inoltre, per la verità, la vostra sollecitudine deve essere massima e particolare verso i Sacerdoti: quanto più si riduce il numero degli operai, tanto più prontamente si dedichino a coltivare la vigna del Signore. Queste parole del Vangelo “certamente la messe è molta” sembrano potersi applicare appieno a voi, perché sempre le popolazioni del Portogallo sono state solite amare molto la Religione e l’hanno sostenuta volentieri e ardentemente quando hanno riconosciuto che nei Sacerdoti, loro maestri, erano presenti gli ornamenti delle virtù e il pregio della dottrina. Pertanto, l’opera del Clero, dedicata degnamente e con amore nell’istruire il popolo, soprattutto i giovani, sarà meravigliosa. Ma per ispirare e alimentare negli uomini l’amore per la virtù, è provato che sono efficaci soprattutto gli esempi. Perciò tutti coloro ai quali sono affidati incarichi sacerdotali s’impegnino non solo a che non si trovi in essi qualcosa contrario al loro ufficio e al loro ministero, ma si sforzino di risplendere per santità di costumi e di vita, come “la lucerna sopra il candelabro, perché faccia luce a tutti coloro che sono nella casa”. – Infine il terzo punto, al quale è necessario che le vostre cure siano rivolte con assiduità, riguarda quelle cose che ogni giorno o in momenti determinati sono destinate alla pubblicazione. Voi conoscete i tempi, Venerabili Fratelli: da una parte gli uomini sono presi da un insaziabile desiderio di leggere; dall’altra si diffonde una grande quantità di scritti licenziosi; per questi motivi a malapena si può dire quale grande sventura penda ogni giorno sopra l’onestà dei costumi, quale grande guasto sull’integrità della Religione. Pertanto, con l’esortazione, con l’ammonimento, perseverate, utilizzando ogni mezzo e ogni metodo di cui disponete, nel proposito di richiamare gli uomini da fonti corrotte di tal fatta e di accompagnarli a sorgenti salubri. Gioverà moltissimo se, a vostra cura e sotto la vostra guida, verranno pubblicati dei giornali che rimedino opportunamente ai veleni diffusi ovunque, sostenendo la verità, la virtù e la Religione. Quanto a coloro che in un nobilissimo e santissimo proposito uniscono l’arte dello scrivere con l’amore e la devozione agl’interessi cattolici, se veramente vogliono che le loro fatiche siano fruttuose e sempre lodabili, ricordino costantemente che cosa si richiede a chi lotta per la causa migliore. Occorre cioè che nello scrivere usino con somma cura moderazione, prudenza e soprattutto la carità, che è madre e compagna di tutte le altre virtù. Invero vedete quanto sia contraria alla carità fraterna la leggerezza nel sospettare, la temerità nell’accusare. Da questo si comprende che agiranno erroneamente e ingiustamente coloro che, al fine di favorire una parte politica, non esitano ad attribuire ad altri una sospetta fede cattolica, unicamente perché sono dall’altra parte, come se l’onore della professione cattolica fosse necessariamente unito a questa o a quella parte politica. – Le cose che finora abbiamo raccomandato e prescritto, siano affidate alla vostra autorità, verso la quale certamente è necessario che abbiano rispetto e sottomissione tutti coloro ai quali siete preposti, soprattutto poi i Sacerdoti che in tutta la loro vita, sia privata sia pubblica, sia che adempiano ad incarichi dell’ordine sacro, sia che insegnino nei Licei, non cessano mai di essere sottoposti all’autorità dei Vescovi. Gli stessi devono anche, con il loro esempio, richiamare gli altri a praticare ogni forma di virtù ed a prestare l’obbedienza e l’ossequio dovuti all’autorità episcopale. – Affinché poi tutto riesca felicemente come desiderato, invochiamo con insistenza l’aiuto celeste; anzitutto supplichiamo la perenne fonte di divina grazia, il Cuore santissimo del Salvatore nostro Gesù Cristo, il culto del quale presso di voi è vivamente praticato da molto tempo. Imploriamo i patrocinii dell’Immacolata Maria, Madre di Dio, della cui particolare tutela il regno del Portogallo si onora, nonché della santa di tutte le regine, la vostra Elisabetta, e dei santi martiri, che fin dai primi tempi della Chiesa, versando il sangue, hanno dato vita e alimentato il Cristianesimo in Portogallo. – Intanto, a testimonianza della Nostra benevolenza e come pegno dei doni celesti, impartiamo molto amorevolmente nel Signore la Benedizione Apostolica a Voi, al Clero e a tutto il vostro popolo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 14 settembre 1886, anno nono del Nostro Pontificato.

DOMENICA XII DOPO PENTECOSTE (2022)

DOMENICA XII DOPO PENTECOSTE (2022).

Semidoppio.- Paramenti verdi.

Nell’ufficio divino si effettua in questo tempo la lettura delle Parabole o Proverbi di Salomone. « Queste parabole sono utili per conoscere la sapienza e la disciplina, per comprendere le parole della prudenza, per ricevere l’istruzione della dottrina, la giustizia e l’equità affinché sia donato a tutti i piccoli il discernimento e ai giovani la scienza e l’intelligenza. Il savio ascoltando diventerà più savio e l’intelligente possederà i mezzi per governare! (7° Nott.). Salomone non era che la figura di Cristo, che è la Sapienza incarnata come leggiamo nel Vangelo di questo giorno: « Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete, poiché io ve lo dico, molti profeti e re hanno voluto vedere quello che voi vedete e non hanno potuto; e ascoltare quello che voi ascoltate e non hanno inteso ». « Beati, dice S. Beda, gli occhi che possono conoscere i misteri del Signore, dei quali è detto: « Voi li avete rivelati ai piccoli ». Beati gli occhi di questi piccoli, ai quali il Figlio degnò rivelarsi e rivelare il Padre. Ed ecco un dottore della legge che ha pensato di tentare il Signore e l’interroga sulla vita eterna (Vang.). Ma il tranello che tende a Gesù Cristo mostra come era vero quello che il Signore aveva detto rivolgendosi al Padre: « Tu hai nascoste queste cose ai saggi e ai prudenti e le hai rivelate ai piccoli» (2° Nott.). — « Figlio mio, dice Salomone, il timor di Dio è il principio della sapienza. Se i peccatori vogliono attirarti non acconsentir loro. Se essi dicono: Vieni con noi, tendiamo agguati all’innocente, inghiottiamolo vivo e intero com’è inghiottito il morto che scende nella tomba; noi troveremo ogni sorta di beni preziosi, riempiremo le nostre case di bottini; figlio mio, non andare con loro, allontana i tuoi passi dal loro sentiero. Poiché i loro passi sono rivolti al male ed essi si affrettano per versar sangue. E s’impadroniscono dell’anima di coloro che soggiogano » (7» Nott.). — Cosi i demoni agirono col primo uomo, poiché quando Adamo cadde nel peccato, lo spogliarono di tutti i suoi beni e lo coprirono di ferite. Il peccato originale, infatti, priva l’uomo di tutti i doni della grazia e lo colpisce nella sua stessa natura. La tua intelligenza è meno viva e la sua volontà meno ferma, poiché la concupiscenza che regna nelle sue membra lo porta al male. Per fargli comprendere la sua impotenza — poiché, dice S. Paolo, la nostra attitudine a intendere viene da Dio (Ep.) — Jahvé stabilì la legge mosaica che gli dava precetti senza dargli la forza di compierli, ossia senza la grazia divina. Allora, l’uomo comprendendo che gli bisognava l’aiuto di Dio per essere guarito, per volere il bene, per realizzarlo e per perseverare in esso fino alla fine, rivolse il suo sguardo al cielo: « O Dio, gridò, e non deve giammai cessare di gridare: O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, affrettati a soccorrermi! Siano confusi coloro che cercano l’anima mia » (Intr.). — « Signore, Dio della mia salute, io ho gridato verso di te tutto il giorno e la notte » (All.). E Dio allora risolse di venire in aiuto dell’uomo e poiché i sacerdoti ed i leviti dell’antica legge non avevano potuto cooperare con Lui, mandò Gesù Cristo, che si fece, secondo il pensiero di S. Gregorio, il prossimo dell’uomo, rivestendosi della nostra umanità per guarirla (3° Nott.). Queste è quanto ci dicono l’Epistola e il Vangelo. La legge del Sinai, scolpita in lettere su pietre, spiega S. Paolo, fu un ministero di morte perché, l’abbiamo già visto, non dava la forza di compiere ciò che comandava. Cosi l’Offertorio ci mostra come Mosè dovette Intervenire presso Dio per calmare la sua ira provocata dai peccati del suo popolo. La Legge della grazia è Invece un ministero di giustificazione, perché lo Spirito Santo che fu mandato alla Chiesa nel giorno della Pentecoste, giorno in cui la vecchia legge fu abrogata, dava la forza di osservare i precetti del decalogo e quelli della Chiesa. Cosi S. Paolo dice: « La lettera uccide, ma lo Spirito vivifica » (Ep.). E il Vangelo ne fa la dimostrazione nella parabola del buon Samaritano. All’impotente legge mosaica, rappresentata in qualche modo dal sacerdote e dal levita della parabola evangelica, il buon Samaritano che è Gesù, sostituisce una nuova Legge estranea all’antica e viene Egli stesso in aiuto dell’uomo. Medico delle nostre anime, versò nelle nostre ferite l’unzione della sua grazia, l’olio dei suoi sacramenti e il vino della sua Eucaristia. Per questo la liturgia canta, in uno stile ricco di immagini, la bontà del Signore, che ha fatto produrre sulla terra il pane che fortifica l’uomo, il vino che rallegra il suo cuore, e l’olio che dona al suo viso un aspetto di gioia (Com.). « Io benedirò, dice il Graduale, il Signore in tutti i tempi: la sua lode sarà sempre sulle mie labbra ». Noi dobbiamo imitare verso il nostro prossimo quello che Dio ha fatto per noi e quello di cui il Samaritano è l’esempio. « Nessuna cosa è maggiormente prossima delle membra che il capo, dice S. Beda: amiamo dunque colui che è fratello del Cristo, cioè siamo pronti a rendergli tutti i servizi sia temporali che spirituali dicui potrà aver bisogno » (3° Nott.). Né la legge mosaica, né il Vangelo separano l’amore verso Dio dall’amore di chi dobbiamo ritenere come prossimo: amore soprannaturale nella sua origine, poiché procede dallo Spirito Santo; amore soprannaturale nel soggetto perché è Dio nella persona dei nostri fratelli. Il prossimo di questo uomo ferito non è, come pensavano i Giudei, colui che è legato per vincoli di sangue, ma colui che si china caritatevolmente su di esso per soccorrerlo. L’unione in Cristo, che giunge fino a farci amare quelli che ci odiano e perdonare a quelli che ci hanno fatto del male, perché Dio è in essi, o è chiamato ad essere in essi, è il vero amore del prossimo. Perfezionati dalla grazia, noi dobbiamo imitare il Padre nostro del cielo, che, calmato dalla preghiera di Mosè, figura di Cristo, colmò di beni il popolo che l’aveva offeso (Off., Com.). — Uniti dunque con Cristo, [Questa unità dei Cristiani e del Cristo fa sì che si chiami Gesù il Samaritano, cioè lo straniero, per indicare che i Gentili imiteranno Cristo mentre i Giudei increduli lo disprezzeranno], curviamoci con Lui verso il prossimo che soffre. Questo sarà il miglior modo di diventare, per la misericordia divina, atti a servire Dio onnipotente, degnamente e lodevolmente, e di ottenere che, rialzati dalla grazia, noi corriamo, senza più cadere, verso il cielo promesso (Oraz.) . « Gesù, dice S. Beda il Venerabile, mostra in maniera chiarissima che non vi è che un solo amore, il quale deve essere manifestato non solo a parole ma con le buone opere, ed è questo che conduce alla vita eterna ». (3° Nott.). – La gloria dei ministero di Mosè fu assai grande: raggi miracolosi brillavano sul volto del legislatore dell’antica legge, allorché discese dal Sinai. Ma questo ministero era inferiore al ministero evangelico. Il primo era passeggero: il secondo doveva surrogarlo e durare per sempre. Il primo era scritto su tavole di pietra, era il ministero della lettera; il secondo è tutto spirituale, è il ministero dello spirito. Il primo produceva spesso la morte spirituale spingendo alla ribellione con la molteplicità dei suoi precetti difficili ad adempirsi; il secondo è accompagnato dalle grazie dello Spirito d’amore, che gli Apostoli distribuiscono alle anime. L’uno è dunque un ministero che provoca i terribili giudizi di Dio, e l’altro è un ministero che giustifica gli uomini davanti a Dio, perché dona ad essi lo Spirito che vivifica. – « Quest’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico, dice S. Beda, è Adamo che rappresenta il genere umano. Gerusalemme è la città della pace celeste, della beatitudine dalla quale è stato allontanato per il peccato. I ladri sono il demonio e i suoi angeli nelle mani dei quali Adamo è caduto nella sua discesa. Questi lo spogliarono di tutto: gli tolsero la gloria dell’immortalità e la veste dell’innocenza.. Le piaghe che gli fecero, sono i peccati che, intaccando l’integrità dell’umana natura, fecero entrare la morte dalle ferite aperte. Lo lasciarono mezzo morto, perché se lo spogliarono della beatitudine della vita immortale, non riuscirono a togliergli l’uso della ragione colla quale conosceva Dio. Il sacerdote e il levita che, avendo veduto il ferito, passarono oltre, indicano i sacerdoti e i ministri dell’Antico Testamento che potevano solamente, con i decreti della legge, mostrare le ferite del mondo languente, ma non potevano guarirle, perché era loro impossibile – al dire dell’Apostolo – cancellare i peccati col sangue dei buoi e degli agnelli. Il buon Samaritano, parola che significa guardiano, è lo stesso Signore. Fatto uomo, s’è avvicinato a noi con la grande compassione che ci ha mostrata. L’albergo è la Chiesa ove Gesù stesso conduce l’uomo, ponendolo sulla cavalcatura perché nessuno, se non è battezzato, unito al corpo di Cristo, e portato come la pecora sperduta sulle spalle del buon Pastore, può far parte della Chiesa. I due danari sono i due Testamenti sui quali sono impressi il nome e l’effigie del Re eterno. La fine della legge è Cristo. Questi due denari furono dati all’albergatore il giorno dopo, perché Gesù il giorno seguente la sua risurrezione aprì gli occhi dell’intelligenza ai discepoli di Emmaus e ai suoi Apostoli perché comprendessero le sante Scritture. Il giorno seguente, infatti, l’albergatore, ricevette i due danari, come compenso delle sue cure verso il ferito perché lo Spirito Santo, venendo su la Chiesa, insegnò agli Apostoli tutte le verità perché potessero istruire le nazioni e predicare il Vangelo » (Omelia del giorno).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

V. Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confíteor

Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et tibi, pater: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam,
✠ absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu in glória Dei Patris. Amen.

Introitus

Ps 33:12
Veníte, fílii, audíte me: timorem Dómini docébo vos.
Ps 33:2
Benedícam Dóminum in omni témpore: semper laus ejus in ore meo.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in sǽcula sæculórum. Amen.
Veníte, fílii, audíte me: timorem Dómini docébo
vos.

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios. 2 Cor III: 4-9.

“Fratres: Fidúciam talem habémus per Christum ad Deum: non quod sufficiéntes simus cogitáre áliquid a nobis, quasi ex nobis: sed sufficiéntia nostra ex Deo est: qui et idóneos nos fecit minístros novi testaménti: non líttera, sed spíritu: líttera enim occídit, spíritus autem vivíficat. Quod si ministrátio mortis, lítteris deformáta in lapídibus, fuit in glória; ita ut non possent inténdere fili Israël in fáciem Moysi, propter glóriam vultus ejus, quæ evacuátur: quómodo non magis ministrátio Spíritus erit in glória? Nam si ministrátio damnátionis glória est multo magis abúndat ministérium justítiæ in glória.

[“Fratelli: Tanta fiducia in Dio noi l’abbiamo per Cristo. Non che siamo capaci da noi a pensar qualche cosa, come se venisse da noi; ma la nostra capacità viene da Dio, il quale ci ha anche resi idonei a essere ministri della nuova alleanza, non della lettera, ma dello spirito; perché la lettera uccide ma lo spirito dà vita. Ora, se il ministero della morte, scolpito in lettere su pietre, è stato circonfuso di gloria in modo che i figli d’Israele non potevano fissare lo sguardo in faccia a Mosè, tanto era lo splendore passeggero del suo volto; quanto più non sarà circonfuso di gloria il ministero dello Spirito? Invero, se è glorioso il ministero di condanna, molto più è superiore in gloria il ministero di giustizia”].

TUTTO E NIENTE.

Alessandro Manzoni ha colto ancora una volta perfettamente nel segno quando parlando di Dio, come ce Lo ha rivelato N. S. Gesù Cristo, come noi Lo conosciamo alla sua scuola, ha detto che Egli atterra e suscita; due gesti contradditori, all’apparenza, ed entrambi radicali. Quando fa le cose sue, Dio non le fa a mezzo: se butta giù, atterra, inabissa; e se tira su, suscita, sublima: a questo radicalismo, e a questa completezza d’azione divina corrisponde anche quello che s. Paolo dice nella lettera d’oggi, messo a riscontro di ciò che afferma altrove. Ecco qua: oggi San Paolo dice ciò che è verissimo che, cioè, noi da soli siam buoni a nulla: neanche a formare un piccolo pensiero. Nel concetto di San Paolo e di tutti, è la cosa a noi più facile, assai più facile volere che fare. Il pensiero è il primo gradino della scala, il più ovvio, il più semplice. Non importa: neanche quello scalino l’uomo può fare da sé, proprio da sé, ci vuole l’aiuto di Dio. Il quale dunque, è tutto Lui e noi di fronte a Lui siamo un bel niente, uno zero. È un fiero e giusto colpo assestato al nostro orgoglio che ci fa credere di essere un gran che e di potere fare noi, proprio noi, chi sa che cosa. L’uomo ha degli istinti orgogliosamente, dinamicamente, mefistofelici. Noi vorremmo essere tutto: noi ci illudiamo di poter fare tutto. E invece ogni nostra capacità viene da Dio: « sufficientia nostra ex Deo est. » Il che non vuol dire che questa capacità (sufficientia) non ci sia. C’è ricollegata con Dio. E allora San Paolo appoggiato a Dio, immerso nell’umile fiducia in Lui, tiene un tutt’altro linguaggio, che par una negazione ed è invece un’integrazione del precedente. « Omnia possum in Eo qui me confortat » io posso tuto in Colui che mi conforta; dal niente siamo passati al tutto. Lo stesso radicalismo. Prima, nessuna possibilità e adesso nessuna impossibilità. Prima l’uomo buttato a terra, proprio umiliato (humus, vuol dire terra), adesso esaltato fino alle stelle, proclamato in qualche modo onnipotente. La contradizione non c’è perché chi dice così non è lo stesso uomo che viene considerato, non è lo stesso uomo di cui si parla. L’uomo che non può tutto, che è la stessa impotenza, è l’uomo solo o piuttosto l’uomo isolato da Dio, lontano effettivamente ed affettivamente da Lui: ramo reciso dal tronco, tralcio separato dalla vite, ruscello a cui è stata tolta la comunicazione colla sorgente e che perciò non ha più acqua. L’uomo isolato così è sterile, infecondo nel bene, può scendere, non può salire. Ma riattaccatelo a Dio, mettetelo in comunicazione viva, piena, conscia, voluta, e la situazione si modifica dalla notte al giorno. L’anima che sente questo contatto nuovo, sente un rifluire in se stessa di nuove, sante, inesauste energie. Non poteva nulla senza il suo Dio, adesso può tutto unita a Lui. « Omnia possum in Eo quì me confortat. » E’ il grido magnanimo e non ribelle dei Santi, appunto perché la loro onnipotenza la ripetono da Dio, tutta e solo da Lui. Solo realizzando spiritualmente quel niente e quel tutto, solo vivendo tutta quella umiltà e tutta questa fede, si raggiunge l’equilibrio tra la sfiducia e la presunzione.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps XXXIII: 2-3.

Benedícam Dóminum in omni témpore: semper laus ejus in ore meo.

[Benedirò il Signore in ogni tempo: la sua lode sarà sempre sulle mie labbra.]

V. In Dómino laudábitur ánima mea: áudiant mansuéti, et læténtur.

[La mia anima sarà esaltata nel Signore: lo ascoltino i mansueti e siano rallegrati.]

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps LXXXVII: 2

Dómine, Deus salútis meæ, in die clamávi et nocte coram te. Allelúja.

[O Signore Iddio, mia salvezza: ho gridato a Te giorno e notte. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Lucam.

Luc. X: 23-37

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Beáti óculi, qui vident quæ vos videtis. Dico enim vobis, quod multi prophétiæ et reges voluérunt vidére quæ vos videtis, et non vidérunt: et audire quæ audítis, et non audiérunt. Et ecce, quidam legisperítus surréxit, tentans illum, et dicens: Magister, quid faciéndo vitam ætérnam possidébo? At ille dixit ad eum: In lege quid scriptum est? quómodo legis? Ille respóndens, dixit: Díliges Dóminum, Deum tuum, ex toto corde tuo, et ex tota ánima tua, et ex ómnibus víribus tuis; et ex omni mente tua: et próximum tuum sicut teípsum. Dixítque illi: Recte respondísti: hoc fac, et vives. Ille autem volens justificáre seípsum, dixit ad Jesum: Et quis est meus próximus? Suscípiens autem Jesus, dixit: Homo quidam descendébat ab Jerúsalem in Jéricho, et íncidit in latrónes, qui étiam despoliavérunt eum: et plagis impósitis abiérunt, semivívo relícto. Accidit autem, ut sacerdos quidam descénderet eádem via: et viso illo præterívit. Simíliter et levíta, cum esset secus locum et vidéret eum, pertránsiit. Samaritánus autem quidam iter fáciens, venit secus eum: et videns eum, misericórdia motus est. Et apprópians, alligávit vulnera ejus, infúndens óleum et vinum: et impónens illum in juméntum suum, duxit in stábulum, et curam ejus egit. Et áltera die prótulit duos denários et dedit stabulário, et ait: Curam illíus habe: et quodcúmque supererogáveris, ego cum redíero, reddam tibi. Quis horum trium vidétur tibi próximus fuísse illi, qui íncidit in latrónes? At ille dixit: Qui fecit misericórdiam in illum. Et ait illi Jesus: Vade, et tu fac simíliter.”

[“In quel tempo Gesù disse a’ suoi discepoli: Beati gli occhi che veggono quello che voi vedete. Imperocché vi dico, che molti profeti e regi bramarono di vedere quello che voi vedete, e no videro; e udire quello che voi udite, e non l’udirono. Allora alzatosi un certo dottor di legge per tentarlo, gli disse: Maestro, che debbo io fare per possedere la vita eterna? Ma Egli disse a lui: Che è quello che sta scritto nella legge? come leggi tu? Quegli rispose, e disse: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuor tuo, e con tutta l’anima tua, e con tutte le tue forze, e con tutto il tuo spirito; e il prossimo tuo come te stesso. E Gesù gli disse: Bene hai risposto: fa questo e vivrai. Ma quegli volendo giustificare se stesso, disse a Gesù: E chi è mio prossimo? E Gesù prese la parola, e disse: Un uomo andava da Gerusalemme a Gerico, e diede negli assassini, i quali ancor lo spogliarono; e avendogli date delle ferite, se n’andarono, lasciandolo mezzo morto. Or avvenne che passò per la stessa strada un sacerdote, il quale vedutolo passò oltre. Similmente anche un levita, arrivato vicino a quel luogo, e veduto colui, tirò innanzi: ma un Samaritano, che faceva suo viaggio, giunse presso lui; e vedutolo, si mosse a compassione. E se gli accostò, e fasciò le ferite di lui, spargendovi sopra olio e vino; e messolo sul suo giumento, lo condusse all’albergo, ed ebbe cura di esso. E il dì seguente tirò fuori due danari, e li diede all’ostiere, e dissegli: Abbi cura di lui: e tutto quello che spenderai di più te lo restituirò al mio ritorno. Chi di questi tre ti pare egli essere stato prossimo per colui che diede negli assassini? E quegli rispose: Colui che usò ad esso misericordia. E Gesù gli disse: Va’, fa’ anche tu allo stesso modo.”]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano)

AMA IL PROSSIMO COME HANNO FATTO GESÙ E I SANTI

Per salvarsi è necessario amare il Signore con tutto il cuore e sopra tutti gli interessi del mondo. Ma nessuno s’illuda di amare il Signore con tutto il cuore, se nel medesimo tempo non ama il suo prossimo come se stesso. Un dottore della legge si levò allora a domandare a Gesù: « Chi è il mio prossimo? ». Il Maestro divino, che vede nel cuore di tutti, vide in quello del dottore che l’interrogava la malizia di metterlo in imbarazzo, perciò gli rispose facendogli una domanda, in un modo che equivale a questo: « Se ti trovassi abbattuto sopra una strada deserta, ferito e lì lì per morire dissanguato, da chi vorresti essere soccorso? » « Da tutti: dal primo che passa ». – «Anche se fosse uno sconosciuto? ». « Si ». « Anche da uno straniero, da un nemico politico, da un nemico personale? ». « Da chiunque ». « Ebbene — concluse Gesù — va: e tu pure fa così. Chiunque ha bisogno di te, parente o conoscente, connazionale o straniero, amico e nemico, quegli è il tuo prossimo ». E perché il dottore della legge non dimenticasse mai più il precetto dell’amore del prossimo, narrò di un uomo aggredito dai ladri, sulla strada che da Gerusalemme discende a Gerico. Eccolo dunque, il povero uomo, bastonato e tramortito sul margine brullo e arrossato dal suo sangue. Passò un sacerdote e poi un levita: ma né l’uno né l’altro gli volsero la testa. Passò finalmente uno straniero, un Samaritano che n’ebbe misericordia; gli fasciò le piaghe dopo averle lavate con olio e vino; lo sollevò sulla sua cavalcatura; lo trasportò all’albergo più vicino dove lo assisté per tutta la notte. Il domani, diede all’oste un anticipo, dicendogli: « Non lesinare: se ci sarà da aggiungere, al mio ritorno sarai soddisfatto ». Ma la morale della parabola tocca anche ciascuno di noi, non appena quel dottore della legge: Et tu fac similiter: « anche tu devi fare lo stesso ». Tra quanti ci diciamo Cristiani, chi si sente il coraggio di praticare ogni giorno il Vangelo così? Intorno a noi, sulla nostra strada, ci sono persone che hanno bisogno, che soffrono: come il sacerdote e come il levita della parabola, noi passiamo oltre, tranquillando la coscienza con interessati e comodi pretesti. Così dietro a noi, per causa nostra, molti maledicono la Religione, perché la vedono deformata nella nostra condotta egoistica. Ci siamo fabbricati un Cristianesimo, come un vestito su misura: e la misura sono i nostri comodi e i nostri interessi. Non è questo il Cristianesimo che salva, ma quello di Gesù Cristo e dei Santi. Bisogna, (per quanto concerne il Vangelo di oggi), amare il prossimo come hanno fatto e insegnato i Santi. – 1. COME GESÙ. La grazia più bella che possiamo chiedere è quella che S. Paolo augurava ai Cristiani di Efeso: « Che voi possiate comprendere quale sia la larghezza e altezza e profondità dell’amore di Cristo! Possiate conoscere come esso sorpassi ogni idea che ce ne possiamo formare! » (Ef., III, 18). – Nessun atteggiamento ci fa comprendere meglio i sentimenti di Cristo verso il prossimo di quello che prese nell’ultima cena in ginocchio per lavare i piedi agli Apostoli: l’amore del prossimo è una così bella e così buona cosa che bisognerebbe pregare il prossimo di lasciarsi servire, di lasciarsi lavare i piedi. a) Ricordiamo alcuni detti del Signore. « Il mio precetto è questo: che vi amiate tra di voi » ( Giov., XV, 12). Un solo comandamento ha dunque chiamato suo, ed è quello dell’amor del prossimo. Ed ha aggiunto che riconoscerà per suoi discepoli soltanto quelli che l’eseguiranno fedelmente. Non appena ci diede il precetto, ma ne ha pure accennato l’applicazione e l’estensione. « Chi ha due vesti, ne doni una a chi non ne ha; similmente faccia per il cibo ». « Fate del bene anche a quelli che vi odiano, si perseguitano, vi calunniano ». Ci ha pure spiegato il motivo profondo del nostro amore per il prossimo: « Qualunque cosa avrete fatto per il più oscuro degli uomini, sarà come se l’aveste fatta a me ». Bisogna vedere Dio nel bisognoso: soccorrerlo per amor di Dio, nonostante i suoi possibili torti o indegnità. Ci ha fatto anche balenare la grande ricompensa riserbata agli esecutori del suo ordine d’amore: «Venite, o benedetti dal Padre mio, voi mi avete amato nel prossimo: venite nel Regno che vi è stato preparato » (Mt., XXV, 34). b) Ricordiamo ora alcuni fatti del Signore. Ama i bambini, rimprovera chi glieli allontana; maledice chi li scandalizza; li propone a modello per il loro ingenuo e umile candore. Ama i poveri, di essi si circonda, e non si rifiuta mai alle loro richieste; non avanza tempo neanche per prendersi un boccone, neanche per pregare come vorrebbe. Ama gli ammalati: si commuove davanti alle loro piaghe: trema in cuore ascoltando i loro gemiti; per loro compie quasi tutti i miracoli. Ama gli stranieri: guarisce il servo del Centurione di Cafarnao: la figlia della Cananea; il Samaritano lebbroso. Ama i peccatori e si paragona al buon pastore in cerca della pecorella smarrita, al vecchio padre che aspetta il ritorno del figlio prodigo. Entra in casa di Zaccheo e lo converte: siede sull’orlo del pozzo attendendo la Samaritana: non lascia lapidare la disgraziata adultera. Ama il suo traditore: a tavola gli dà il boccone della preferenza; sì lascia baciare da lui, sapendo già tutto; lo chiama amico mentre è fatto da lui imprigionare. Ama i suoi crocifissori, li scusa per la loro ignoranza, prega per loro, muore per loro. Ha dato la vita per ciascuno di noi che tante volte l’abbiamo crocifisso coi nostri peccati; è morto in vece nostra che gli eravamo nemici; e per questo amore ci ha colmati di ogni benedizione. – 2. COME I SANTI. Quando vogliamo intendere bene il Vangelo, guardiamo alla vita dei Santi.  Guardiamo dunque ai Santi per capire il precetto dell’amore al prossimo. Cominciamo dalla Madonna. Che fece quando seppe di sua cugina la quale si trovava in condizioni speciali? corse a servirla per tre mesi. Che fece quando si accorse della figura che avrebbero fatto nel banchetto di nozze due sposi di Cana, venendo a mancare il vino? tanto pregò che ottenne un miracolo. Un poco almeno di squisita carità ella doveva averla imparata dai suoi genitori, i santi Gioachino ed Anna, i quali dividevano i loro beni in tre parti: la prima era per i poveri; la seconda era destinata ai bisogni del tempio ; la terza se la tenevano per il sostentamento della famiglia. S. Paolo: « Fede, speranza, carità, tre cose: ma la carità è più grande ». Per ciò egli si faceva tutto a tutti. S. Francesco d’Assisi baciò un lebbroso sulla piaga, dopo averlo beneficato; regalò il vestito che aveva indosso a un povero; vendette per i poveri in una chiesa il libro del Vangelo, perché val più metterlo in pratica che saperlo a memoria. S. Vincenzo de’ Paoli, vinto dalla tenerezza del suo cuore alla vista di un giovane forzato, si pose al suo posto e lasciò che quello andasse in libertà. Per alcune settimane stette al banco dei galeotti, legato ai polsi e alle caviglie con catene che gli lasciarono il segno finché campò. Potrei ricordare infiniti altri esempi e del Cottolengo e di Don Bosco, ma preferisco lasciare la parola al S. Curato d’Ars che aveva venduto perfino le lenzuola per i poveri che, se un povero picchiava alla porta, non s’accontentava di mandargli un tozzo di pane, ma usciva per vederlo, confortarlo, accarezzarlo. Il Santo Curato disapprovava l’orgoglio di certi benefattori i quali fanno elemosina per amor del mondo e non per amor di Dio. Diceva: « Molti non fanno elemosina che per essere veduti, lodati, ammirati. Altri si lamentano di non essere mai ringraziati abbastanza. Non istà bene: se fate carità per amor di Dio, vi sì dice grazie o no, poco importa ». Il Santo Curato insegnava a vedere nel prossimo bisognoso il Signore. Diceva: « Molte volte crediamo recare sollievo a un povero, e si trova che quegli è il Signore Nostro. Vedete S. Giovanni di Dio: soleva egli lavare i piedi ai poveri prima di porli a mangiare. Un dì chinandosi sui piedi di un povero, li vide trafitti. Levò il capo commosso a quella vista e gridò: — Siete Voi dunque, o Signore! — E Nostro Signore gli rispose: — Giovanni, io mi compiaccio vedendo come tu hai cura dei miei poverelli. — E disparve ». – Il Santo Curato non voleva sentire che si sparlasse dei poveri. Diceva: « Non si devono mai disprezzare i poveri, perché questo disprezzo ricade su Dio. V’ha chi dice: — Oh questo povero non merita soccorso, perché usa male dell’elemosina che riceve. — Ne faccia pure quell’uso che vuole: il povero sarà giudicato sull’uso che avrà fatto della vostra elemosina; ma voi sarete giudicati sull’elemosina che avreste potuto fare e non avete fatto ». – Pietro I, re di Portogallo, disse: « In quel giorno in cui il re non dona nulla, egli non merita d’essere chiamato re ». E noi diciamo: « Nel giorno in cui il Cristiano non presta alcun aiuto, non compie alcun bene, per il suo prossimo non merita d’essere chiamato Cristiano ». Infatti, quando aveva bisogno d’esser nutrito, Cristo gli ha dato la sua Carne; quando aveva bisogno d’essere dissetato, Cristo gli ha offerto il suo Sangue; quando indebitato fino al collo aveva bisogno di condono, Cristo l’ha assolto. Come qualcuno può credersi Cristiano, se in cambio di questi beni celesti non sa distaccarsi per amor di Dio dai piccoli e passeggeri beni terrestri? « È più felice chi dà, che chi riceve » ha detto il Signore. — IL VERO AMORE DEL PROSSIMO. Gesù istruiva. Lontano sullo sfondo verde biancheggiava al sole la strada che da Gerico ascende a Gerusalemme. Magister, quid faciendo vitam æternam possidebo? Per aver vita eterna, chi non lo sa, bisogna amar Dio. Ma volete sapere se amate veramente Dio? guardate se amate il prossimo. Gesù Cristo ha fuso i due precetti e ne ha fatto uno solo, uno nuovo, che è tutta l’essenza del Cristianesimo: la carità cristiana. Perciò dice S. Paolo: Si charitatem non habuero nihil sum (I Cor. XIII, 2).1. NON OGNI AMORE È CARITÀ. S. Francesco, in uno dei capitoli generali in cui si raccoglievano i frati del terz’ordine per formare la regola, propose che i suoi frati dovessero farsi obbligo di raccogliere da terra e custodire sul cuore tutti i pezzi di carta, o qualsiasi oggetto su cui erano scritte le parole della Consacrazione, o anche i nomi di Dio e del Signore. I nuovi dell’Ordine però non vollero trasmettere ai frati questa espressione, così delicata, di una pietà che non poteva rassegnarsi a vedere le parole sante profanate, e rispose a Francesco che l’adempimento di una tale regola sarebbe troppo incomodo per i frati. Allora fu visto il giullare di Dio, il fratello di Madonna Letizia, farsi triste in volto ed ingoiare un amaro singhiozzo. E da quel momento, come disse l’amico al suo fedele Leone, non fu più che un uomo malato e ferito a morte. Vi sono degli altri oggetti, ben più preziosi dei pezzi di carta, su cui sta scritto non solo il Nome di Dio, ma tutta l’immagine di Dio: il nostro prossimo che soffre. I poveri, gli ammalati, i tribulati, non sono i brandelli di umanità, attraverso alle cui carni martoriate traluce l’immagine di Dio? Ecco perché noi dobbiamo amare il prossimo: e questa intenzione di amare in lui l’immagine di Dio trasforma il nostro amore in carità. Se alcuno amasse una persona perché gli è simpatica, il suo amore non è carità, ma è istinto che guida anche le bestie. Se alcuno amasse una persona solo perché ha ricevuto dei benefici, il suo amore non è carità, ma è riconoscenza. Anche il leone feroce sentì questo affetto, dice la favola, verso la scimmia che gli aveva levato la spina. Se alcuno amasse una persona perché ricca e potente, e comunque perché capace di soccorrerla e proteggerla, il suo amore non è carità, ma è interesse: Charitas non quærit quæ sua sunt (I Cor., XIII, 5). Amor di carità era quello di santa Giovanna di Chantal che curava gli ammalati, li portava nella sua casa, e baciava le loro piaghe.« Ma che cosa fate?! »  le osservarono un giorno.« Io bacio le piaghe di Cristo ».Tutte queste parole non sono altro che una amplificazione di una riga di catechismoche forse avevamo dimenticata: carità è… amare il prossimo come se stessi per amor di Dio.2. NON OGNI CARITÀ È CARITÀ CRISTIANA. Gesù Cristo, imponendoci il precetto dell’amore, disse: Mandatum novum do vobis. Eppure anche in antico si amava il prossimo: ma era un amore secondo la carne o secondo il mondo, e non era l’amore secondo Cristo. « Voglio che vi amiate, dice Gesù, come io ho amato voi ». Sicut dilexi vos. Amar il prossimo, come siamo stati amati da Cristo: ecco la carità cristiana. Ma il divin Maestro ci ha amati fino a sacrificare per noi tutti i suoi interessi, fino al sacrificio completo di sé. Egli, per nostro amore, da ricco si è fatto povero sulla terra brulla: ecco il sacrificiodei suoi beni. Egli da padrone si è fatto schiavo: ecco il sacrificio della sua libertà. Egli dallo splendore del cielo è sceso nello squallore di una stalla, e rimane annichilito in un piccolo tabernacolo: ecco sacrificato l’interesse della sua gloria. E sulla croce, sanguinante e spasimante, non ha sacrificato per noi tutta la sua vita? Ut diligatis invicem sicut dilexi vos (Giov., XIII, 34). Se vogliamo essere Cristiani, così dobbiamo amare il nostro prossimo. Non già come il sacerdote e il levita che passarono accanto al trafitto e gli diedero soltanto una sterile occhiata di compassione, ma come il samaritano che non guardò alla premura dei suoi affari, alla fatica, ai danari; non guardò nemmeno ch’era un suo nemico, un cane di Giudeo. Carità cristiana è carità pronta, ad ogni disinteresse e sacrificio; sacrificio di danaro: quod superest date; sacrificio di onori; e perfino sacrificio della propria vita: et nos debemus pro fratribus animas ponere (I Giov., III, 16). Così il missionario, così la suora che, per amor di Cristo, assistono gli ammalati contagiosi.C’era un buon uomo che ogni mattina alzandosi guardava il crocifisso appeso al suo letto con una sguardo ineffabile, e si faceva questa domanda: « A chi posso essere utile oggi, o Signore? ». Fatevi tutti questa domanda! Fanciulli che vivete ancora nella vostra casa, con la vostra mamma, con vostro padre, coi vostri fratelli; uomini che passate la giornata nelle botteghe o negli uffici; buone donne che conoscete tante sventure, fatevi questa domanda, ogni mattina, mentre vi alzate guardando il crocifisso: « A chi posso essere utile oggi, o Signore? ». Non capite che la vita non ha ragione d’essere se non si fa del bene? Non sentite voi la sera che la nostra giornata è perduta, e perduta per sempre se in essa, nemmeno un poco, siamo stati utili al nostro prossimo? Non sentite voi un’amarezza dopo una giornata d’egoismo, in cui non abbiamo pensato che a noi, non abbiamo vissuto che per noi? Ogni giorno fissiamoci un bene da compiere, secondo il nostro stato e le nostre forze, designiamo la persona che ha bisogno di noi; cerchiamo la maniera più delicata per farle quel po’ di bene di cui ha tanta necessità. Oh, come il buon Dio, così buono, ci sorriderà!LA CORREZIONE Fraterna. Non appena al dottore della legge, il Maestro ha imposto il suo comandamento d’amore: vade et tu fac similiter, ma anche a ciascuno di noi. Non appena per colui che incappa nei ladri di danaro, per colui che ha le piaghe nella carne dobbiamo usare misericordia, ma anche e specialmente per colui che incappa nei ladri di anime, per colui che ha piaghe nello spirito. È sopra queste piaghe che io vorrei insegnarvi a versare olio e vino. Purtroppo, l’egoismo e l’indifferenza ha reso gretto il cuore nostro. E non è raro di udire dalla bocca dei Cristiani la disumana parola di Caino: « Num custos fratris mei ego sum? « Sono io forse il custode del mio prossimo? ». Anima sua, borsa sua; s’arrangi. Chi vuol traviare travii; chi si vuol perdere, si perda: che importa a me? Non m’interessano gli altri, è già fin troppo se bado a me. « Che importa a voi? a voi non interessa? — grida S. Giovanni Crisostomo. — Egli è il fratello vostro, figlio come voi di quel Padre che avete in cielo; rigenerato ancor egli di quel sangue che fu il vostro riscatto; rinato ancor egli da quel fonte, da cui traeste vita di grazia; educato da quella Chiesa che riconoscete per Madre; pasciuto da quella mensa che Cristo vi ha imbandito con la sua carne; destinato egli pure a quell’eredità che sopra le stelle v’aspetta… E avete cuore di dire che a voi non importa, che a voi non interessa? Oh indolenza degna di mille fulmini! » Mille fulminibus vindicanda. Dopo queste parole, non occorre più ch’io vi dimostri la necessità di aiutare il prossimo a salvare l’anima, a risorgere dai peccati, a correggersi dai difetti. Solo resta che della correzione fraterna si esponga chi la deve fare, e come la si deve fare e come la si deve ricevere.1. CHI DEVE FARE LE CORREZIONE. Il profeta Geremia un giorno esclamò: « Io vedo nell’orto un segno misterioso una verga ritta con su la cima come un occhio che vigila » Virgam Vigilantem video (Ger., I, 11). Se nell’orto della parrocchia, della famiglia, dell’officina, dell’anima ci fosse sempre una verga vigilante, pronta a curvarsi e a fermare chi sbaglia! Poiché se tutti sono dall’amore vicendevole obbligati a correggere, alcune persone hanno un obbligo speciale che deriva dall’ufficio e dal posto che tengono. Tra questi, i primi sono i pastori d’anime, i quali devono con ogni sforzo impedire ai fedeli affidati alla loro cura spirituale di cadere nell’abisso del peccato e dell’inferno. Guai al sacerdote che per timore, per vergogna, per compiacenza, non alza la voce. Guai a me, se starò muto davanti alla vostra rovina! Insta opportune, importune, argue, obsecra increpa în omni patientia et doctrina (II Tim., IV, 2). Poi vengono i genitori, che devono considerare uno dei loro più sacri doverì, ed una delle loro più temibili responsabilità, quella di formare la mente e il cuore dei loro figliuoli. Se per troppa debolezza li lasceranno crescere capricciosamente, un giorno la loro memoria sarà maledetta. Non raramente s’incontrano persone che dicono, singhiozzando: « Oh se mio padre fosse stato più severo! Oh se mia madre si fosse curata più attentamente di me… ora è troppo tardi ». Perciò San Paolo inculca: « Educate illos in disciplina et in correptione Domini » (Ef., VI, 4). Ci sono inoltre i padroni, i quali devono dare ai loro domestici ed operai non solo la ricompensa materiale, ma pure l’esempio delle virtù cristiane, ed impegnarsi coi loro buoni consigli e rimproveri a farli camminare per la strada del retto, del giusto, dell’onesto. Infine, dirò che anche gli amici hanno uno speciale obbligo nella correzione. Altrimenti, a che gioverebbe l’amicizia? altrimenti cosa significherebbe il detto santo: chi trova un amico, trova un tesoro? — Sovente la parola di una persona che si ama ci fa più impressione, e s’insinua meglio nel cuore nostro. – 2. COME SI DEVE CORREGGERE. Ma come costoro debbono correggere, per riuscire a far del bene? 1) Con la preghiera. — Salvare un’anima, distogliere dal male, sollevare dal peccato, non sono cose a cui bastano le nostre forze. Io so di alcune mamme che non comandano mai nulla di importante ai loro figli, e non fanno a loro nessun rimprovero vero senza aver prima pregato il loro Angelo custode. 2) Con la prudenza. — E la prima cosa che prudenza vuole è che il correttore sia scevro di quel difetto che riprende negli altri. Con le mani unte non si tolgono le macchie. Se un padre è un bestemmiatore non avrà certo efficacia quando corregge suo figlio a non bestemmiare. Un avaro è ridicolo quando raccomanda la generosità. Hypocrita! Ejice primum trabem de oculo tuo (Mt., VII, 5). La prudenza vuole ancora che si studi il modo più adatto alla persona che sbaglia. È passato in proverbio un medico che si metteva in tasca varie ricette, già scritte per molte sorta di malattie. Al momento opportuno cacciava la mano in tasca, e tirando fuori la prima che ne veniva, la porgeva al malato dicendo: « Dio te la mandi buona ». Non si medicano, né si correggono tutti a una maniera. Per alcuni è necessario una correzione aspra, altri non sopportano che quelle lievi. Talvolta bisognerà versare vino che bruci e disinfetti, talvolta olio che lenisca. Infine, la prudenza vuole ancora che la correzione non sia fatta in pubblico, per son umiliare, ma in segreto; ma con amore. 3) Con fortezza. — Guai al chirurgo che si lascia impietosire dai gemiti del paziente! Ma guai anche a quelli che, costretti dal loro ufficio, hanno timore a correggere! Ricordate S. Ambrogio che non tremò davanti all’Imperatore Teodosio, ma fermandolo sulla soglia del duomo di Milano gli disse: « Così non potete entrare nel tempio di Dio! fate prima penitenza ». Ricordate il profeta Natan, che non temé di entrare nella reggia di Davide a dirgli: Tu es ille vir! Ricordate Giovanni il Battista che ci rimise la testa, ma non balbettò a dire all’adultero monarca: Non licet! – 3. COME RICEVERE LE CORREZIONI. Taide, donna famosa nell’antichità per le sue scorrettezze, invecchiata già e sparuta, si presentò allo specchio, e vedutasi qual non voleva vedersi rugosa e sfiorita, infranse tutti gli specchi della casa e non volle più vederne uno. La correzione veritiera è come uno specchio piano che mostra noi a noi, che mette davanti alle nostre pupille le nostre deformità. Chi odia lo specchio è perché vuole rimanere sporco, chi non ama la correzione è perché vuole rimanere nel vizio. La correzione invece si deve accogliere: 1) Con umiltà: non scusare il proprio fallo, ma sinceramente ammetterlo, poiché Salomone dice che il giusto è il primo ad accusar se stesso. Justus prior est accustor sui (Prov., XVIII, 17). 2) Con docilità. — Non basta accogliere gli avvisi, bisogna poi studiarsi di metterli in pratica. Un giorno Dio ci domanderà conto di tutte le correzioni che ci furono date. 3) Con riconoscenza. — Serbiamo riconoscenza al medico che guarisce il corpo se pure con operazioni dolorose, serbiamo riconoscenza al maestro che ci corregge i compiti e le parole nostre, serbiamo riconoscenza anche al bambino che ci indica la vera strada quando ci troviamo sulla falsa: perché riconoscenza non serberemo anche per chi ci cura i mali dell’anima, per chi corregge gli errori del cuore, per chi c’insegna la dritta via del cielo? Se voi aveste sul volto una macchia che vi rendesse ridicoli, non sareste contenti che qualcuno vi avvisasse? Ma quanto è raro trovare uomini che amino d’essere ripresi! Argue sapientem et diligit te (Prov., IX, 8). –  Ritorniamo alla parabola. « Abbi cura di lui: — disse il samaritano all’oste, porgendogli due danari. — E quanto spenderai di più te lo pagherò al mio ritorno ». Pagare per guarire un altro. Questa carità squisita è fatta da molte anime nell’ordine spirituale. Quando ogni correzione sembra infruttuosa, si fanno avanti queste generose e promettono a Dio, divino albergatore, di pagare a costo di sacrifici tutte le grazie che Egli si degnerà di elargire all’anima traviata. Buone mamme che offrono i loro mali e la loro vita per la conversione dei loro figli; buone spose e sante sorelle che liete sopportano lunghe giornate di patimento per la salvezza dello sposo o del fratello. Candide suore dei conventi di clausura che soffrono e scontano i peccati di gente che non conoscono nemmeno!… Costoro sono i più somiglianti al samaritano. Vade et tu fac similiter.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Exod XXXII: 11;13;14

Precátus est Moyses in conspéctu Dómini, Dei sui, et dixit: Quare, Dómine, irascéris in pópulo tuo? Parce iræ ánimæ tuæ: meménto Abraham, Isaac et Jacob, quibus jurásti dare terram fluéntem lac et mel. Et placátus factus est Dóminus de malignitáte, quam dixit fácere pópulo suo.

[Mosè pregò in presenza del Signore Dio suo, e disse: Perché, o Signore, sei adirato col tuo popolo? Calma la tua ira, ricordati di Abramo, Isacco e Giacobbe, ai quali hai giurato di dare la terra ove scorre latte e miele. E, placato, il Signore si astenne dai castighi che aveva minacciato al popolo suo.]

Secreta

Hóstias, quǽsumus, Dómine, propítius inténde, quas sacris altáribus exhibémus: ut, nobis indulgéntiam largiéndo, tuo nómini dent honórem.

[O Signore, Te ne preghiamo, guarda propizio alle oblazioni che Ti presentiamo sul sacro altare, affinché a noi ottengano il tuo perdono, e al tuo nome diano gloria.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

Communis
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: per Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti jubeas, deprecámur, súpplici confessione dicéntes:

(È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode:)


Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster, qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps CIII: 13; 14-15

De fructu óperum tuórum, Dómine, satiábitur terra: ut edúcas panem de terra, et vinum lætíficet cor hóminis: ut exhílaret fáciem in oleo, et panis cor hóminis confírmet.

[Mediante la tua potenza, impingua, o Signore, la terra, affinché produca il pane, e il vino che rallegra il cuore dell’uomo: cosí che abbia olio con che ungersi la faccia e pane che sostenti il suo vigore.]

 Postcommunio

Orémus.
Vivíficet nos, quǽsumus, Dómine, hujus participátio sancta mystérii: et páriter nobis expiatiónem tríbuat et múnimen.

[O Signore, Te ne preghiamo, fa che la santa partecipazione di questo mistero ci vivifichi, e al tempo stesso ci perdoni e protegga.]

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

https://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (217)

LO SCUDO DELLA FEDE (217)

MEDITAZIONI AI POPOLI (V)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. e libr. Sales. 1883

MEDITAZIONE V.

Il pericolo di morire in peccato.

Io vado, dice Gesù, mi cercherete.., e morirete nel vostro peccato. Ego vado, quæretis me.., in Peccato vestro moriemini (Joan. VIII). Grande Iddio! GesùSalvatore! e queste tremende parole dalla vostrabocca delle misericordie?,.. E quali sono coloro cheminacciate di abbandonare a morire nel propriopeccato?… E a me, mandato che sono per chiamare tutti i vostri figli a salvarsi, affidate questa paurosa incombenza d’intimar loro la terribile minaccia di lasciarli morire nel peccato?… Ma io già sulla vostra parola ho promesso a tutti il perdono e il paradiso conquistato col vostro Sangue! — Miei fratelli, in questo Spavento mi aprirò del cuore con voi, e confesserovvi, che nella vivezza del mio amore per voi vi consolai con parole forse di troppo facile carità. Però non mi chiamo in colpa. In questi poveri tempi, in cui il mondo con tutte le arti più lusinghiere cerca di rapirci dalle nostre braccia i figli, io sono come una madre, che corre appresso al figliuolo, il quale minaccia di andarsi a perdere; lo chiama colla parola della tenerezza, e per rimprovero gli grida dietro: Figliuol mio, ti hai da salvare! — Vel confesso che io cerco di presentarvi aggraziate delle lor forme più amabili le verità della Religione, che è sommo amore; ma forse spogliando in parte dei suoi terrori la parola di Dio, l’avrei per avventura resa meno efficace? Mi dorrebbe l’animo! Al tutto non voglio essere però con voi l’uomo che lusinga, ma il padre che vi vuol salvare; e come s. Giovanni l’Apostolo, dopo di aver assorbita sul petto di Gesù la carità, dopo d’aver assistito a Gesù, quando moriva per salvar tutti, tuonava poi al mondo le più terribili minacce, guai alla città dei peccatori; così io, che ho messo la bocca al Costato di Gesù, ed ho assistito nella Messa al Sacrificio delle sue misericordie, ora anch’io con parola infuocata dal suo amore griderò: guai a voi, se non vi convertite oggi che vi chiama Iddio, cari miei figliuoli; io vi supplico a pensare seriamente questa sera che, non volendoci convertire oggi, forse non ci convertiremo mai più, 1° perché non vorremo convertirci neppure alla morte, 2° perché, anche volendo convertirci alla morte, non lo potremo. Ce lo minaccia Gesù, dicendo: io me ne vado; mi cercherete e morrete nel vostro peccato! Minaccia Dio, il quale solo ci può dare la grazia della conversione alla morte; ed Egli ci fa sapere, ci manda a dire, che forse non ve la darà: minaccia Dio, il quale conosce gli effetti nelle loro cause; d Egli prevede che una vita durata in peccato dovrà poi condurci all’impenitenza finale. Ah siete voi, Gesù Cristo, che minacciate? Ma noi vedendovi colle braccia, col Cuor aperto, noi, si, nel terrore di andare dannati, a fine di cercare uno scampo, ci getteremo in braccio a Voi, né questa sera partiremo di qui senza esserci convertiti. Voi, Maria Santissima, pietosa nostra Madre, mettetemi sul labbro la materna vostra parola, per avvisare i vostri figli che non tardino di far ritorno a Dio, che quest’oggi li chiama ancora: aiutatemi a gridar forte, a gridar tanto forte, finché non si fermino, fossero pure sull’orlo del precipizio. Ah no no, Madre; nessuno si ha da perdere! e Voi dovete metterci tra le braccia del perdono di Dio questa sera, dimodoché nell’ore dell’agonia ci troviamo scampati dal pericolo di una cattiva morte: risolvendo di convertirci adesso per trovarci convertiti nell’ultima ora (Ave Maria). – Meditiamo in prima che non volendoci convertire adesso, forse non ci vorremo convertire neppure alla morte. Non vi aspettate che io voglia atterrirvi coll’orrendo spettacolo di pochi che muoiono ostinatamente dannati. Infelicissimi! che in tutta la loro povera vita fecero guerra a Dio, alla Religione sua santa, e poi finiscono col rifiutare in morte i santi sacramenti che soli li possono salvare. Non le lagrime dell’angosciata consorte, non le preghiere dei figli atterriti, non gli sforzi di tutti i conoscenti spaventati intorno al letto li possono cavare di bocca all’inferno. Essi impenitenti fino all’incredibile, ostinati come i demoni ricusano di confessarsi ed esalano l’ultimo fiato in disperazione. Queste orrende morti si lasciano addietro, come il rimbombo del tuono, tremendo oggetto di scandalo che fa orrore a tutti. Via! gettiamo una manata di terra non consagrata sull’orrido cadavere, tizzone d’inferno, e sepelliamolo nell’eterna dimenticanza. Sono pochi i quali muoiono disperati così, per grazia di Dio, fin ora; ma ci piomba sul cuore, pur troppo, un tristo presentimento che queste morti esecrate, più che nel passato, abbiano a diventare frequenti ai nostri di. Poiché i giovani educati in seno alle famiglie cristiane erano fin nel mattino della vita dalla Religione illuminati; sicché la loro fede, venissero pure le nebbie della fosca incredulità ad ottenebrarla, poteva essere sopita, ma spenta non mai. Restava essa come scintilla nascosta sotto la cenere la quale venendo scossa nella caduta d’una malattia mandava luce vivissima. L’avviso poi della morte era per loro come uno scroscio di tuono in negra burrasca; e al baleno di quel lampo le verità eterne, Dio, il suo giudizio, l’inferno, apparivano nella tremenda loro grandezza. In quel terrore era una grazia il vedersi comparire quasi là in un canto la Religione, come un antico amico della gioventù, a pregarli di cercare uno scampo in seno alla Chiesa, a questa madre nostra fortunata, che salva ancora dei figli da tutti riputati perduti! Di fatto perfino Voltaire, Voltaire sforzandosi dar indietro dall’inferno, che già l’ingoiava sopra morte, urlava: Confessione! Confessione!… — Egli era stato educato cristianamente. Ma tristi a noi! in certe famiglie i nostri poveri figli, senza che una stilla di pietà consoli il fiore della lor vita crescente, essi vengono dal seno materno buttati nei vortici di questo mondo in rivolta, balzati in ogni incontro sempre più lontani dal Signore! Or crederemmo che questi vorranno cercar di gettarsi nelle braccia della misericordia di Dio alla morte?…. Ma se guardarono sempre Dio come un nemico, il quale loro disputava le agognate soddisfazioni!… Vorranno sentirsi volentieri parlar di anima, di eternità? Ma queste verità debbono apparire loro come fantasmi paurosi al letto di morte; ond’essi respingeranno con rabbia anche le più care persone che loro le ricordano, quasi fossero in lega coi Sacerdoti per atterrirli in quell’ora di abbattimento! Faranno quindi riottosi l’ultimo sforzo per battersi, quasi contro aborriti nemici, contro i buoni parenti, contro i Sacerdoti, contro di Dio stesso.  Perciò dobbiam noi paventare che troppo debba crescere il numero di coloro che colla bestemmia in bocca moriranno nel loro peccato: in peccato vestro moriemini! – Ora parlando del morir in peccato non accenniamo a quelle morti fragorose che gettano il terrore su tutti; ma di morti che sembrano buone agli occhi degli uomini, eppure, dice s. Agostino, innanzi a Dio sono egualmente perdute. Parliamo di coloro che si preparano la mala morte alla quieta in due maniere, che dimostrano in se stesse due tremende ragioni. La prima è, che ributtata indegnamente la prima chiamata di Dio particolare anzi solenne, con cui Egli gli invita a salvarsi nella gioventù, si buttano all’abbandonata agl’inviti del mondo: e sempre più poi ingolfandosi negl’impegni e negli affari suoi, si trovano come aggirati nel vortice dei mondani avvolgimenti fino alla morte. La seconda, perché in questo stato non vogliono convertirsi per accecamento dell’intelletto, per la forza dei mali abiti, per indurimento di cuore. Accompagnatemi, o fratelli, e vi vedrete, come sotto gli occhi aperta la via per cui molti vanno alla rotta a dannarsi, nelle accennate due maniere. – Prima di tutto vi debbo mettere sull’avviso, come viene per tutti un terribile momento, forse da molti non avvertito, perché i più in sul cominciar della vita vanno sbadati ad affidarsi al mondo il quale li tradisce allegramente. È un fatto. Al giovane, quando comincia pensare da sé, vien messo dinanzi (secondo l’espressione dello Spirito Santo) la vita e la morte: ed è in quel momento (che appunto noi ancora vogliamo dire terribile), che il giovane, in quanto è da lui, dà la sentenza all’anima sua, se debba salvarsi, o se debba andare dannata. State attenti. In un momento di calma, quando il giovane si trova solo con se stesso, si presenta alla coscienza di lui Iddio con tutte le sue promesse e i suoi diritti di essere servito in tutta la vita. Se il giovane l’ascolta e vuol essere giusto con Dio, e a Dio fa omaggio di tutto se stesso, egli compie la prima giustizia, ch’è il principio dell’eterna salute. Se quindi non guasta l’opera della grazia di Dio, egli troverà in Dio tutto il suo bene che sospira. Ma a questo giovane eziandio, nel paradiso terrestre della fiorente età, si presenta il demonio colle sue lusinghe, con tutti gli allettamenti del piacere: l’invita a goder in terra, e a liberarsi, come da noiosa gente dai buoni, che gli parlan di Dio e dei suoi doveri. Se il giovane in quell’istante a Dio prepone il demonio, se a Dio volta orrendamente le spalle, quasi col dirgli: non mi curo per ora di Voi! ho troppi altri oggetti che mi sono più cari, — commette la più indegna ingiustizia: ingiustizia che vorremo dire fondamentale, perché sopra essa si fabbrica tutta la vita mondana a perdizione eterna. Così, è allora appunto che si mette dalla parte dei reprobi, e va con loro a perdersi, ove Dio non lo salvi ancora. Ributtato così orribilmente Iddio, è fatto dal giovane il primo pericolosissimo passo verso la perdizione! Venite ora a vedere come va la povera gioventù a perdersi negli inganni preparati nella nostra moderna società, in cui si cimenta: e vi resta nella vita mondana terribilmente impegnata fino alla morte! – Ai giovani leggieri, che si buttano folleggiando sbadatamente in cerca di piaceri (e sono i più), s’apre dinanzi un avvenire a mille colori storiato, quasi ampio e fiorito giardino, dove e’ si immaginano e prati e rose e boschetti e delizie. Colla foga di cuori ardenti di brame corrono a disfreno, come lascivi puledri pur calpestando ogni fior d’innocenza, e giù per la china fangosa vanno a tuffarsi perdutamente a gola in ogni pantano di vizi. Intanto al giovane più altero dell’animo s’apre dinanzi l’aringo degli onori. Egli guarda il mondo come un campo da gettarvisi dentro o a far trionfare la propria ambizione. L’accorto comprende che il mondo è sempre di chi sa pigliarselo, e che i più audaci in parole (massime ai nostri dì) se ne fanno padroni; ond’esso si presenta col linguaggio alla moda venditore di ciance nelle adunanze di società: encomia i pregiudizi in voga, lusinga le passioni dell’accozzaglia di piazza, serpeggia in basso fino ai cenni degli onorati malvagi, che sono potenti di alto locarlo per serbarlo cagnotto al proprio servizio. Per tutti poi in questa nostra società tutta nel calcolo, il gran movente è il danaro; e i godenti e le godenti insieme, anche in mezzo al fango delle più abbiette passioni, cercano le pagliuzze dell’oro; e chi è giunto in altezza di grado vuole che il sudato onore gli frutti danaro. Così quasi tutti guardano la società come un grande mercato, il mondo come una miniera da scavarne tesori. A questa fatta d’uomini già nella foia di così vive passioni se alcuno ardisce parlare di Dio, dei beni dell’anima, del Paradiso; ed eglino scioperati che sono in vita molle, s’arrabbiano contro l’importuno che li inquieta nei godimenti, e fanno come i ciacchi sozzi ì quali, mentre stan grufolando se altri li scuote mostrando loro una collana di perle, alzano il grifo, grugniscono arrabbiati e si rintuffano in brago: sus lota in volutabro luti. Agli adoratori d’ogni soleche spunta, alle banderuole politiche che varianogli andamenti col variare del vento in piazza, vorrestevoi parlare di santità di principi?! Eh diteloro che la legge di Dio non muta col mutarsi delleleggi umane; che si debba più obbedire a Dio cheagli uomini, avvegnaché potenti, ed eglino grideranno:la croce addosso ai nemici del nostro progresso!Come poi sono tutti in far danaro, se parlatedi Sacramenti, della dolcezza della pietà; sedite che fare carità ai poverelli è fare imprestito aDio medesimo; questi adoratori della bestia d’oro,per questo che l’amore assimila all’oggetto amato,hanno viscere di metallo, né si commuovono cheal tintinnio dei soldi. Intanto s’impigliano negliaffari del mondo; e gli affari del mondo sono unacatena, dice sant’Eucherio, i cui anelli si avvolgonopiù intralciati, e sempre più stringono alla vita, sinoa quell’ora in cui abbiamo bisogno di trovarci l’animasciolta pel paradiso. A siffatti impegni aggiungansile relazioni di famiglia, gli obblighi di società,certi vizi che snervano il vigore, con un cuore poiin petto che è diventato nient’altro che un pezzodi carne che vibra solo nei godimenti sensibili: evoler pretendere che (senza una grazia particolare) costoro si dien pensiero di servir Dio e di salvarsi, sarebbe lo stesso che pretendere che non fosse vera la parola di Dio, la quale dice, che è impossibil cosa il servire a due padroni: Nemo potest duobus dominis servire. E dunque troppo vero che i giovanisi preparano a morir male col gettarsi all’abbandonatanei pericoli e negli impegni del mondo.Oh ma costoro, gregge dei moderati, sono uomini del giustomezzo! Ammettono bene la Religione come una convenienza: si veramente però che la Religione non abbia adisturbarli nei loro godimenti; non attraversare le mire dell’ambizione; né inquietare l’animo loro, quando sono tuttinell’arricchire senza scrupoli, e nel voler farsi ricchi si cimentanoin tutte tentazioni di commetter qualunque peccato.Cotesta gente si forma una religione a seconda delleloro passioni, e la ripone come una statuina morta fuoridegli usi della vita, a cui dar qualche segno d’omaggio,quando il mondo padrone lo permetta. Costoro pretendonodi venire a patti con Dio, quasi Dio debba transigere conessi ed Egli accontentarsi dei ritagli che gli vorran dare della vita tutta dedita alle proprie soddisfazioni. Con Dio fanno come certi mariti infedeli colla sposa forse amata un dì, i quali per tradirla più perfidamente, senza essere da lei inquietati, le riserbano certe dimostrazioni come d’amore passato, che non sono altro che noiose moine, mentre poi prostituiscono il cuore ad altro oggetto indegnamente amato. Su via! questi uomini del gran mondo daranno a Dio una mezz’ora di noia nella Messa festiva: si accontenti il Signore; ché essi per tutto il resto del giorno santo hanno interessi di maggior importanza: convegni alle campagne, partite alla bettola, viaggi, e lauti desinari. E poi… e poi?… e poi hanno tutt’altro da fare, che servire a Dio!.. Hanno serbato questo giorno a trattare con quelle persone, a trovarsi a quel convegno, a scapricciarsi in quella città, in quel modo… che non vi dico io… Anche la signora con ogni più fina cura tutta la mattina impiega della domenica per mettersi alla parata e volteggiar a pompa con grazia nella chiesa all’ultima Messa, a cui concorrono tutti gli occupati del molle far nulla; ché non parliamo di coloro che hanno doveri che loro disputan la vita. E tutto il resto del dì passa nelle visite, nella passeggiata colla damigella, come le merci in mostra, e nei galanti trattenimenti nelle serate. Che se avvolta in gran modestia di veli, s’accosterà ai Sacramenti in certe solennità, non mancherà però al teatro alla sera, elegante alle feste da ballo e in tale miseria di vesti che…. Signori! e Messe e feste e Sacramenti non sono che moine… Si farà anche la Pasqua qualche volta; ma non sarà poi mai la Pasqua che muti la loro vita. Anzi nel coricarsi la notte ancora un segno di croce, ma alla sfuggita, quasi guardandosi indietro che nessuno si accorga che si è debole tanto. Eh che la Pasqua e il pregare in tal modo non sono che moine, con cui sì può forse lusingare la nostra coscienza, ma non s’inganna Iddio, no, il quale vede il cuor nostro troppo da Lui lontano: cor autem eorum longe est a me, e protesta di gettarci in volto certe false dimostrazioni siccome immondezze da lui troppo aborrite: projiciam super facies vestras stercus solemnitatum vestrarum. Così, quando un mondano si dedica a tutt’uomo agli affari della vita presente, resta travolto da essi quasi da un vortice in perdizione, perché ha fino la sfrontatezza di dire che non ha più tempo a pensare e che non vuol convertirsi fino all’ora della morte. – Ma il Signore con una pazienza infinita, perché è pazienza di Dio, riserba certi suoi colpi nelle ore della sua misericordia. Questi colpi combattevano ben di spesso e gettavano vinti a terra i peccatori più fieri, nei tempi in cui i Cristiani non erano scaduti in tanto sfinimento di costumi svenevoli; ma erano di caratteri energici, così che, se erano stati grandi peccatori, davan però sovente spettacoli di conversioni clamorose. Così avvenne al signor di Rancé. Udite. Egli fior di giovane principe, tra gli impegni del più bello, del più gran mondo, in mezzo alla splendida corte di Francia, vicino al trono, dal monarca ricolmo di onorificenze e di immensi favori (troppe fortune!), si lasciò impigliare in un laccio dei più fatali; io dico nell’amor di una giovine dama, invidia delle vane di quei dì. Dio d’un colpo troncò quella vergognosa catena, fece cader morta la bellissima in mezzo a’ suoi trionfi. Terribilmente colpito il cavaliere non si poteva staccar dalla tomba dell’avvenente, nella frenesia del dolore apre, dicesi, la tomba, stringe con fremito la testina della morta sul proprio cuore, fisso su di essa la guarda. Dio santo! era un teschio annerito, da cui cadevano intorno colle carni sfasciate i biondi capelli!… Questa testina da morto gli resta fitta nel cuore…: Rancé ha un bel frequentare la reggia e mostrarsi intrepido sfoggiando in splendidezze di lusso ai ricevimenti di corte: pur in mezzo a quelle splendide feste in cuor suo sta fitta la testina della dama! Rancé la sciala negli inviti a palazzo, ma tra il banchettare sontuoso la testina della dama! Rancé getta l’oro a manate nelle partite di giuoco delle grandi società; ma pur al tavoliere la testina della dama!….. Rancé non ne può più: scappa via di mezzo di un gran festino, sì chiude nell’appartamento; in quella battaglia affranto si getta sopra un sofà… Pendeva dalla parete della camera un Crocifisso prezioso (ché la moda d’allora non esigeva si scacciasse il Crocifisso, come dai nostri salotti pieni alla men trista di preziose nullità); la lucerna del tavolo pioveva sopra esso una luce velata la quale dava risalto appiè della croce ad una testolina da morto di pallido argento. « Ah! la testina della dama…. » grida balzando in piedi Rancé; e resta muto…. cogli occhi inarcati sulla testolina d’argento…. e poi sul Crocifisso…. Silenzio!…. è il momento del mistero della grazia in quel cuor che martella…. Colle mani serrate sul cuore poco appresso manda questo sospiro: Gesù Cristo! non m’ingannate Voi; no…. Voi siete Dio! dunque m’inganna il mondo…. e questa mia vita è la vita di un reprobo…; e così vado a dannarmi. — Rancé prese una di quelle risoluzioni, che gli snervati nostri direbbero incredibili; andò a seppellirsi in gola ad orride montagne, dove in breve lo raggiunsero cavalieri e uomini grandi ad espiare i godimenti della loro miserabile vita colle penitenze più spaventose alla mollezza nostra. Egli è poi questi l’abate Rancé, il quale fondò la congregazione della Trappa. – Ah signori! per convertirsi quell’uom del gran mondo dovrebbe fermarsi in mezzo alle sue goderie, e dire a se stesso: Io pasciuto sono di tutti i più raffinati pensieri: la mia occupazione ordinaria è divertirmi; non mi niego mai una soddisfazione, sia pur un qualunque peccato. Lauta la mia mensa, in questo sfarzo di casa; ed il mondo mi può ben chiamar fortunato: ma Gesù non m’inganna; se muoio sono un ricco sepolto in inferno: mortuus dives sepultus in inferno. — Quell’uomo d’affari, in quel mar d’interessi dimenticata l’anima affatto, dovrebbe dire: Le campagne, è vero, mi rendono; crescono i miei capitali; che che ne dicano i preti, in quest’impiego nessun può farmi i conti, posso pigliar a man salva, perché il mondo mi tiene in conto di uom d’onore; ma Gesù Cristo mi dice: Stolto! che ti varran le tue ricchezze in fondo all’inferno? — Insomma per convertirsi bisogna dire: Lungi da me, malaugurate soddisfazioni; lungi da me, creature di peccato: voglio riparar le ingiustizie, mortificar la carne che mi tradisce, usare ai Sacramenti, redimere le mie cattive azioni con opere di carità. Ah! che dei godenti ne vedete molti, i quali scialano per una festa da ballo, per una favorita, per una pariglia di cavalli somme, che basterebbero ad isfamare in una carestia tante povere famiglie, dove sono que’ vecchi smunti, sonvi que’ fanciulli ingialliti che basiscono; ma di questi epuloni quanti ne vedete voi far penitenza prima di morire? Muoiono adunque nei loro peccati: in peccato vestro moriemini. – Voi bisognosi sospirate nascostamente quando vedete che le usure dei signori avari vi succhiano il sangue, quando pensate che la vigna, il tugurio, il letticiuolo andrà all’incanto; che là si arraffa negli impieghi, qui si truffa nei contratti, da tutti sì mangia sulla vita della povera gente. Ma di questi ladri ben educati quanti ne vedete fare restituzione per prepararsi al giorno improvviso del giudizio dell’eterna giustizia, al rendiconto con Dio? Eh via che i mondani del nostro tempo condannano anzi fieri la severità del Vangelo, come esagerazioni fanatiche; e trovano mille pretesti per mettere al coperto i loro vizi, per palliare le molte ingiustizie. – Poi anche si gode una segreta compiacenza che sia combattuta la Chiesa, come un malvagio figliuolo gode che sia mortificata la madre, la quale del continuo avvisalo di non andarsi a perdere. Si ruba alla Chiesa, si ride delle scomuniche come di una celia; e per tutte ragioni si ripete: Eh a questi  tempi fanno tutti così! quasi il numero dei ribelli sempre crescente debba imporre a Dio medesimo! Che se la coscienza martella, per soffocare i suoi sospiri si piglia una proroga, Sì rimanda ad altro tempo lo acconciarsi dell’anima, il togliersi via quel peso che l’angustia, e far la pace con Dio. Ma quando? ad un tempo… che non verrà forse mai; quasi per noi si possa disporre delle grazie e del tempo di Dio. Mentre, oh Dio Santo! non vi è forse peccato che metta un maggior caos di separazione tra il peccatore e il vostro perdono, che questo di contarvi le grazie in mano da disporne a volontà, e fare noi da padroni del tempo! – Ma bisogna dar gloria alla bontà di Dio, che lo vuole salvo ancora col mandare a quest’uomo del mondo la più addattata misericordia, nell’ultima e lunga sua malattia. Con essa ferisce il peccatore, come una fiera che fugge; e getta a terra, diremo, sul campo del. combattimento il nemico che ama; e gli offre il perdono, sol che si arrenda. L’ultima misericordia di Dio! chetempo prezioso per riparare ad una vita ormai tutta perduta! che grazia grande conceduta per salvar l’anima ancora! Allora cessati per necessità i tanti affari che si disputarono questa povera vita, nel silenzio della camera, nelle tante buone ore di calma del male, la coscienza la quale si ridesta, il buon Angelo compagno che l’ha come raggiunto finalmente, dopo d’avergli corso appresso piangendo in tutti gli errori della vita, il rimorso, che si fa sentire, come il rincrudir del dolore di una piaga vecchia che era ormai incancrenita, e la grazia di Dio, che inquieta ed agita, tutto è disposto dalla provvidenza di Dio per lasciargli quel po’ di ultimo tempo a salvarsi. Ma il demonio allora gli manda intorno e parenti e gli amici a far che non pensi, affinché non gli scappi dagli artigli. Gli è ben vero che si sente come a dire, che il buon parroco manda a prender notizie, e che gira forse intorno alla casa, si sa che è zelante… che fa intendere se potrebbe visitarlo…; Ma: Profeta di sciagure! che vuol costui?… nessuno ha da disturbare l’ammalato… — Ma però gli si parla d’affari… vuol essere di tutto in- formato… mostra di esser ben grato a chi gli vien a rubare i pensieri, affinché non provveda a salvarsi…; da letto provvede a tutto… E per l’anima?… proprio non un pensiero!… Intanto la malattia progredisce alla rotta: mancano le latenti forze della natura: si osserva un cader lento: in volto ai cari intorno al letto si vede il terrore. …., Dunque è da pensare all’anima… Eh! no, non è ancor tempo!… È che non vuol anche allor convertirsi!…- Ma se già comincia a vacillare, e stirati i lineamenti della faccia…. appaiono i tratti del cadavere?… Ah! egli è alle prese colla morte che già l’abbranca: egli tenta invano di disvincolarsi… Finalmente anche i suoi più cari cessano di tra- dirlo. Col cuor che scoppia dagli occhi, con mezze parole gli fanno intendere, che una visita del Parroco… Egli risponde: domani ci penserò. — È che non vuol convertirsi! Grande Iddio, fin quando la vostra giustizia sta già in atto di colpire il peccatore, ed egli non alzare una mano per chiedere l’ultimo istante per combattere ancora contro la vostra bontà? Mentre gli fate battere il cuore, affinché negli ultimi palpiti si slanci in seno alla vostra misericordia; ed egli fin negli ultimi aneliti non curarsi di Voi? Non è questo un voler morire nel peccato? In peccato vestro moriemini? Ahi che è troppo vero quando il Cristiano in sul cominciar della vita non si cura di servir Dio in quel fior dell’età, e si getta all’abbandonata negli impegni col mondo, gl’impegni del mondo diventano sempre più tenaci, l’amore lo attacca vivamente e lo assimila agli oggetti dei peccati: sprofondato in quei godimenti non sa più distaccarsene, non vive più che in essi; senza mai un pensiero per l’anima, non gusta che piaceri di carne: insensibile ai movimenti della grazia, si precipita a dannarsi, perché non vuole convertirsi per accecamento dell’intelletto; per la forza degli abiti; per indurimento di cuore. Diciamo per accecamento d’intelletto; e questo avvien pur troppo ai nostri giorni più che per lo passato. Fu già notato che la tomba ricorda la culla. Perché i peccatori, anche più superbi, in fondo non sono che uomini anch’essi; e nell’abbandono delle forze sopra morte sentono un bisogno che lor fa sospirare la madre. L’idea poi della madre ridesta il sentimento della bontà di Dio che gustarono in seno a lei; almeno in quel tempo, quando le madri non erano le dottoresse invero; ma donne devote che parlavan di Dio. Ora troppo sovente le madri sono sapute, spregiudicate, anziché devotuccie: leggono i giornali, anche empi, i romanzi di passioni più calde, e li tengono sul tavoliere esposti ai fanciulli: i quali possono edificarsi almen nelle stampe contemplando per ore le più sguaiate figure. Poiché dicono: è bene che i fanciulli sappiano tutto. (Nuovo metodo di fare buon sangue: dare il veleno ai figlioletti nello svilupparsi della loro vita). Questi poi dalle famiglie via alle scuole; ed io non so quali, ma so che certo non innamorano troppo di Dio. Così anche senza molta dottrina cristiana, han la religione bella e formata.. Se pur la religione è ancora per loro tanto importante da doverne aver alcuna. Almeno si vantan esse con boria di avere tagliuzzata una religione a modo della loro testa, in cui per dogmi stanno le proprie sventatezze, per leggi le passioni, per precetti di vivere i pregiudizi in voga. Siffatta educazione basta: il resto lo faran poi le passioni. Vengono certi momenti in cui la verità eterna di Dio fa sentire la sua potenza. Un amico che si converta, un redattor di giornali che faccia ritrattazioni, un colpo di morte improvvisa in circostanze che fanno restare storditi, una predica in una missione, certi lampi di verità e di grazia da scuotere anche i più assopiti, fanno sentire il bisogno di mutar vita, e di tornare a Dio. Ma il peccatore si riscuote, e quasi si rimprovera. — Eh via, dice, sono avanzi di pregiudizi vecchi cotesti…; ora siamo illuminati noi, e sappiam regolarci. — Per tal modo vengono a dire: allontanatevi, o Signore, che i vostri lumi ci disturbano troppo: Recede a nobis, scientiam viarum tuarum nolumus. (Iob. XXIV, 144). Sono adunque peccatori illuminati; e i peccatori illuminati, senza un miracolo di Dio, sono peccatori perduti, che non vogliono convertirsi, neppure alla morte, per accecamento nelle vie del Signore; ma si danno al reprobo senso, si sprofondano nelle fogne di vizi, e il mal abito del peccato diventa natura. E in vero, quando dissennatamente da giovane si cominciarono a guardare i disonesti costumi come leggerezze convenienti all’età, i disordini continuati della gioventù lasciano un fondo di debolezza che consuma ogni nerbo; tutte le occasioni diventano cadute, e lo stato abituale di tali giovani infelici, più che una lagrimevole fragilità, è la più indegna corruzione. Usi a pascolare la carne dei piaceri, i peccati diventano quasi necessari non altrimenti che il pane d’ogni dì. Ora pretendere che chi si sbrama di carne tutta la vita, alla morte sospiri il ben di Dio; pretendere che questi fracidi sepolti in invecchiata carnalità risorgano come anime ansiose di volar con Dio in paradiso alla morte, è un pretendere che la carne marcia diventi spirito, è un pretendere che dalla natura umana si faccia il più gran miracolo di forza nell’ora del più spaventoso abbattimento. Ah! che l’abito trascina quasi con irresistibile forza a morire in peccato. E gli sciagurati che si lasciano andare disfatti in brutali stemperamenti di lascivie, che si ingolfano in bagordi continui diventano simili a quei luridi Cinesi abituati a fumare l’oppio, i quali si sentono macchinalmente trascinare nella tana dei fumatori: là si buttano al bragiere ed assorbono a gonfie guance il velenoso profumo. Fan ribrezzo al vederli! Si annebbiano gli occhi incantati, tremolano tutte le membra, e fumano ancora: barcollano….. e infine cadono nel più pauroso assopimento, fatti oggetti agli osceni scherni della bordaglia. Così il bettoliere, che s’abbandona senza ritegno a villano stemperamento di ubriachezze, ancora nell’ultima malattia agogna tuffarsi nel vino. Così la donna solita a mettersi in vanità per suscitar seduzioni, anche nel letto di morte coltiva un avanzo di bellezza schifosa in un cadavere che infracidisce. Così l’avaro col cuor sempre attaccato al suo tesoro di metallo muore rivolgendosi al danaro, che la man di Dio gli strappa dalle viscere. E chi ne’ suoi trasporti squarcia la bocca alla bestemmia, fino negli ultimi aneliti della morte, quando già lo strozza l’agonia, se sente un acuto dolore, bestemmia Cristo oggi; e dimani e’ sì trova tradotto al tribunale di Cristo. E infine chi vive da anni con la creatura di peccato in casa, là sulla sponda della bara muore giurando un’abbominevole fedeltà; ché l’abito riduce all’induramento del cuore. Terribile è lo stato a cui conduce l’accecamento dell’intelletto e l’abuso delle grazie nel continuo peccare. Allora pel peccatore indurato nel male, niente fa più spavento; e le verità più tremende hanno perduto la loro forza: onde ei si ride persino della morte e dell’inferno. Noi abbiam potuto sentirne come molti di questi peccatori dal cuor di pietra, rappresentandosi in quelle orge dei loro teatri l’inferno cogli orrori che spaventano fin il pensiero, battessero le mani esclamando: oh bello l’inferno! replica l’inferno! » Soliti a resistere a tutte le inspirazioni della grazia, sono diventati battaglieri agguerriti nel resistere a tutti i colpi. Li visiti pure un pio Sacerdote per convertirli al letto di morte; ed essi, che deridevano le cose di Dio in vita, con orribili facezie sopra morte mettono in ridicolo per anco le tenerezze dello zelo dell’uomo di Dio. Giri pure intorno al morente il santo uomo; il peccatore indurito è come una pianta morta, un arido tronco che, per coltivare che si faccia, non mette fuori un fil di verde di buona speranza: è un duro macigno che, per percuoterlo che si faccia colla verga della parola, non dà una stilla di consolazione; e se Dio stesso lo vuol salvare, deve fare il più gran miracolo della sua onnipotente misericordia: creargli dentro un cuor di carne, in luogo di quel suo cuor di macigno. – Senza questo miracolo, aspettare che si converta é come aspettare che una rupe di granito si ammollisca in olio; è un aspettare che la malizia umana ridotta alla diabolica pertinacia si assimili alla bontà di Dio. Pur troppo ci dobbiamo aspettare che costoro muoiano nel loro peccato: In peccato vestro moriemini! – Dunque questo povero uomo peccatore, che pur troppo ributtò Dio fino dalla gioventù sprofondandosi nelle vie della carne, e dandosi a cercar tutto il suo bene nel mondo, si attacca alle cose del mondo furiosamente fino alla morte, e non vuol convertirsi a Dio neppure alla morte. – Ma però spaventa ancora più il pensare, nel secondo punto, che, anche volendosi convertire presso alla morte, forse non lo potrà. – Si, il peccatore che fa conto di convertirsi alla morte, forse non lo potrà fare. Il Vangelo, questo gran libro delle verità che hanno da salvarci, mira a farcene avveduti, insegnandoci di star preparati a morire ad ogni istante, con una parabola di ammiranda semplicità, e sublime come l’eloquenza di uno splendido vero. Di dieci vergini, dice il Salvatore nostro Gesù, cinque erano prudenti, e cinque fatue, Ma però, a fine di comprendere la parabola, la quale troppo sovente diventa un fatto, giova ricordare il costume degli Ebrei, quando menavano sposa. Essi la conducevano a casa di notte; e per quell’ora invitavano le giovanette del paese, che si radunavano bianco vestite, inghirlandate di fiori, colle loro fiaccole pronte per andare incontro a festeggiare gli sposi, cui poscia in bel corteo accompagnavano in casa. Qui si chiudeva allora la porta, si apriva lautamente il convito, e le vergini in fine ricevevano dallo sposo i bei regali. Ora, dice Gesù Salvatore, tardando l’arrivo dello sposo, le dieci vergini raccolte là dormicchiavano alquanto, e poi attaccarono a dormire della grossa; quand’ecco a mezza notte risuonar l’aere delle liete grida. Lo sposo viene! su, su a fare evviva agli sposi! Sorsero le cinque prudenti; diedero presto mano alle loro lucerne, ed accesele, così allestite furono in sulle mosse. Sorsero anche le fatue, presero le loro lucerne, e lì per accenderle. Oh le senza testa! Non avevano preparato l’olio… Allora: dateci, dateci dell’olio vostro, o sorelle! Ma sì, le prudenti non ne avevano che per loro! Uscirono le sprovvedute alla cerca, e ritornarono; se non che l’ora era già tarda; la porta era chiusa, ed elleno restarono là nell’oscuro di fuori a battere i denti asciutti. Ora, o fratelli, fermiamoci sopra il pensiero, ed osserviamo com’erano vergini quelle che aspettavano lo sposo, e come lo sposo venne di notte, quando non ci pensavano. Dite voi: se quelle erano vergini, che sarà di noi, che non siamo vergini, non senza impegni, non pronti a far festa allo sposo; di noi che abbiamo tanti legami contratti col mondo, in cui tanti affari ci rubano tutta la vita; sicché non ci resterà tempo neppur quando ci verrà sopra la morte? Che sarà di noi, i quali, ben lungi dal sospirare come anima vergine il Signore, che l’invita alle nozze immacolate, adulterammo perduti in amore colle creature? Che sarà di noi, se lo sposo viene di notte, allorché dormiamo i più stupidi sonni in una vita sepolta in peccati? E notate ancora che lo sposo venne proprio quando quelle addormentate tranquillamente non sel pensavano neppur in sogno; e quand’è che l’uom pensa a tutt’altro che d’aspettare il Signore nella morte;… quando l’uom pecca…. Giusto Iddio! E proprio quando l’uomo pecca, Voi lo potete mandare alla morte, sicché cominci il peccato e prima di compirlo piombi in inferno!… Sì veramente! e chi vi assicura, mio caro giovane, che non cadrete morto li, quando vi stemprate In peccato? nessuno, nessuno. Anzi lo Spirito Santo vi dice, che anche il povero Onano accontentava la carne, quando lo sdegno di Dio in quell’istante lo percosse di un colpo, lo gettò nell’inferno, morto nel suo peccato. Chi vi assicura o donna, che ad arte vestita e ad arte non vestita in quella festa attirate gli sguardi, e seducete il cuore di tanti, chi vi assicura che non cadiate morta proprio in quel festino? Nessuno, nessuno! Anche Gezabella faceva la vana là sul balcone; e Gezabella fu dal balcone in quell’istante precipitata, e restò abbasso subito divorata dai cani. Chi vi assicura, o libertino, che non cadrete morto in una bettola tra le gozzoviglie, o in quella che squarciate la bocca alla bestemmia? Ah chi vi entra mallevadore che, colla gazzetta in mano là nel caffè maledicendo al Papa, non moriate scomunicato in sul momento? Nessuno, nessuno! Anche Baldassarre cioncava e ribeveva coi vasi rapinati nel tempio; ed oh che è mai? Gli si rizzano i capelli in testa ,… guarda cogli occhi inarcati, trema in tutte le membra :… e perché?… Ve’ una mano spaventosa che scrive sulla parete dirimpetto al re: « questa notte perderai il regno e la vita. « E Baldassarre fu trucidato in quella notte! Chi vi assicura che non cadrete morto d’un colpo in quella notte in cui girate da una casa all’altra per cercar di peccare, come va in cerca di carne l’immondo gufo? nessuno, nessuno! Anche Oloferne teneva chiusa nella tenda Giuditta; ma in quella che sognava piaceri, addormentato sul letto, il colpo di spada gli fece cadere la testa per terra, sì che dal sogno del piacere fu buttata l’anima sua nell’inferno! Ah che bene ci grida Gesù: « state preparati, perché la morte vi viene come il ladro alla vita. » E noi lo vediamo tutti i di nelle morti improvvise, nelle morti non improvvise, ma accelerate e non benpreparate, e finalmente lo vediamo nelle morti cattive. – Ho detto nelle morti improvvise. Eh fa d’uopo che io ve lo dimostri? Non siete voi anzi storditi all’intronare di tanti colpi di morti improvvise? Ahi sentesi un grido di terrore: Ah Signore! è morto qui adesso un nostro caro all’improvviso! Dall’altra parte si piange forte: Poveri noi, il nostro papà l’abbiamo trovato morto stamattina nel letto. E perché corre gente colà? Ah padre! li sulla strada è caduto un ubbriaco… morto! Là nell’osteria si è infuriato in un giuoco e vi restò morto quel tale! Quella dama nella saletta: quella signora là nel far pompa di bello spirito, cadde morta in mezzo ai signori; e quel tale seduto al tavoletto nel caffè restossi cadavere colla gazzetta scomunicata in mano!….. Ahi! Ahi! qui, e qua, dappertutto fulminano i colpi di morte improvvisa, quali lampi del furore di Dio, che lasciano intorno un fetor di zolfo d’inferno in certi luoghi!… – Vive ancora, ve lo voglio contare, vive ancora oggi in un ritiro di donne penitenti una povera figlia sempre in singulti di dolore, inconsolabile. Essendosi un pio sacerdote fatto venire, a fine di consolarla, mentre il buon prete le andava dicendo: figliuola, gettatevi nel vostro dolore ai piedi di Gesù e consolatevi nella sua misericordia, come la Maddalena! ella risposegli: no, non posso consolarmi più; ed alzando la faccia ingiallita, colle mani nei capelli, cogli occhi gonfi che pareva sanguinassero, con rotti singhiozzi, mandò un urlo con queste parole: « Ah… proprio là in quella casa… in quella tana di peccati, o in quella bocca d’inferno mi vidi appresso strozzato dalla morte negro, ah l’ho ancor su gli occhi;…. li negro come un carbone, l’orrido uom del peccato…. » Deh figliuoli, abbracciamo atterriti le ginocchia a Gesù nel Sacramento: ripariamo dai colpi della morte in petto a lui nel Sacramento, e gridiamogli nel suo Cuor ch’è nostro: « A morte improvisa: libera nos, Domine! » – Ma vi hanno delle morti che mandano all’inferno alla quieta, perché, quantunque non improvvise, non sono però preparate e, se non fan rumore agli orecchi degli uomini, sono però morti egualmente di perduti dinanzi a Dio. Non si è spenta all’improvviso quella persona, ma le venne uno svenimento … accorre il medico… e dichiara che è un accidente di apoplessia. Presto dunque, si chiami un prete… Cento preti son sempre pronti in città; in quell’istante non se ne trova alcuno….. Là, che giunge tutto affannato, mezz’ora dopo….. « Padre, singhiozzava or ora;… adesso è assopito.., Ahi il cuore non batte più :…. non ci resta che piangere!…. » Castigo di Dio: costui era solito di dire: di preti ve ne ha troppi. » Non è morta all’improvviso quella donna; ma un parossismo di febbre l’assale, la getta irrigidita sul letto. Aspettiamo che ritorni in sé: ora è in lotta colla febbre… No, no, è in lotta colla morte che già l’uccide!… Corre il sacerdote e trova un cadavere che ancor respira; l’assolve subito; ma, eh no che non giugne ad assolverla, quell’anima è già nella eternità!… Non è morto all’improvviso quell’uomo; un colpo di sole in campagna lo colse: ha un afflusso di sangue al cervello, e son due giorni che smania infuocato in furore. Il buon sacerdote gli gira intorno con carità, stringe colle proprie mani le mani al frenetico: ma tocca forse il cuore a quel meschino? Gli fa ripetere: « Gesù e Maria!» cari Nomi, nostre speranze … ma sbuffando in furor quel meschino rompe in questi Nomi in tal orribile modo, che il sacerdote resta incerto, se quegli preghi o bestemmi. Lo assolve atterrito, e lo vede morir così mal preparato, che no, non può dir con tanto buon cuore a coloro che restano nello spavento: confidate che egli è salvo in paradiso. Abbiam detto: nelle cattive morti. Poiché, o signori, intendete questa tremenda verità: ciò è che Dio com’è infinito nella sua misericordia, ha pure infinitala sua giustizia; e se dal peccatore indurato fu continuamente attaccato, anzi come colpito nella sua santità, poi finalmente provocato a sdegno con tante ribalderie debbe aver il tempo per la sua vendetta. E lo ha! Tremiamo, perché Egli dice proprio, che nella tetra ora del suo sdegno, manderà il colpo del suo furore! che farà scherno al peccatore abbattuto nell’ora della perdizione, e che bagnerà nel sangue del peccatore la saetta del suo furore!… (Deh ce ne scampi Gesù Salvator nostro!) Via, ecco che quest’ora è venuta, in cui l’uom dell’orgoglio è abbattuto per terra; egli ha da morire! Che se è ostinato come un demonio egli, almeno gli altri chiamino il sacerdote e glielo mandino intorno per forza, affinchè; vorrei dire contro sua voglia, lo pigli tra le sue braccia e lo strappi via dalla bocca d’inferno… Un sacerdote?… Eh! Ricordatevi che il sacerdote fu respinto le tante volte; fu perseguitato;… al sacerdote fu troncato il nerbo della sua potenza. Egli fu cacciato via come vil ributto da questa società che non vuole più Dio; e resta ora il prete, come un uom sepolto nel mondo. In quest’ora ad evocarlo si farebbe quello che fu fatto, quando fu evocato dal sepolcro il profeta Samuele, la cui anima dal tenebror della morte fu mandata a fulminar il tremendo castigo di Dio. State attenti. Re Saulle, dopo un esecrato abuso di grazia di Dio, era caduto in mano della sua vendetta. Stava nel frangente d’attaccare la battaglia, che gli minacciava orrenda rotta; di che forte agitato per terror del cimento, recossi a consultare la pitonessa, terribile donna che comunicava tra cupi misteri colle anime dei morti. Là nella spaventosa caverna Saulle le intima: Pitonessa, chiamami qui l’anima di Samuele — La pitonessa balza sul tripode, getta una manata di sacrilego incenso sui carboni ardenti; in quella oscurità, al riverbero della vampa tutta di fuoco, fa terribili scongiuri, si contorce in tormini come invasata, gonfia i fianchi, si morde le labbra, getta in aria con furore le trecce, e colla schiuma alla bocca, cogli occhi a maniera di vetro rovente, manda un urlo tremendamente, e: Saulle! Saulle! L’anima di Samuele è qui! parlale tu… tu… Saulle si ripara alle spalle dell’orrida donna e dice tremando: Samuele!… dimmi, che sarà dimani di me!…. E Samuele a lui: Re disgraziato! a che mi chiami in quest’ora?…. allora era tempo di ascoltarmi, quando ti scongiurava le tante volte di ritornar a Dio!… Tu mi ributtasti;…. ed io a piangere per te!… Ora non ho per te che minacce e guai…. Dimani, rotto nel campo in battaglia, cadrai scannato sul tuo stesso brando;…. e i cavalli dei Filistei irrompendo nel furore della lotta a galoppo, e tu….. resterai sotto i lor piè stritolato!… In quel rombar di minacce Samuele disparve…… Signori, anco il sacerdote dovrebbe gridare: Oh! che mi chiamate voi al fianco di quel riprovato? Sono io forse destinato ad essere testimonio della vendetta di Dio, che cerco sempre di scongiurare? Io fatto ministro di misericordia lo invitai le tante volte, lo pregai, gli gridai appresso piangendo, rassicurandolo che, se avessi potuto avermelo tra le braccia, lo avrei portato tra le braccia del perdono di Dio, e messo in sicuro nel Cuor di Gesù! … Ora lasciatemi piangere appiè di Gesù Crocifisso, sprofondato nel dolore per la perdizione. di quell’anima….. Ah, fratelli, fratelli, mi manca il cuore… Ma… ah! palpito in questo istante. O Gesù!… Gesù mio!… siete voi che mi fate battere il cuor così!… Siete voi sì, che voleste salvo il ladro nel momento della sua e della vostra agonia!… Sì, Gesù, il mio buon Salvatore, il Salvatore di tutti! Miei figliuoli, ve lo dico tremando sul Cuor di Gesù…. Saulle moriva abbandonato; ma allora non era ancor morto crocifisso questo nostro Gesù!… allora non avevamo ancora una madre, come Maria, ad assisterci nella nostra agonia; allora non era ancor qui con noi in terra Gesù col cuore aperto e colle braccia e le mani piene di Sangue nel Sacramento, che vuol tutti salvi… Vedete un povero peccator nostro figlio, che par che non possa convertirsi in lotta col demonio!… Ebbene correte a chiamarci: ci troverete; noi siam col cuore nel Cuor di Gesù! Oh sì! noi voleremo subito con Gesù che teniamo sempre in cuore; e se cì sarà dattorno il diavolo che ci contrasta, exorcizo te, cruenta bestia (grideremo): demonio omicida, va all’inferno! Noi chiuderemo l’inferno col metterci sopra il Crocifisso, ed abbracciando il peccatore nell’agonia, riceveremo l’anima figliuola del Sangue di Gesù, la quale egli spirerà in questo petto nostro; e qui dentro la metteremo nel Cuor di Gesù, non potrà precipitar nell’inferno, volerà al paradiso… Qui son ridotto ad esclamare: oh figliuoli! poveri noi in che tristi tempi noi siamo ridotti!… Ahi mi sento soffocare il respiro:… ho paura di dirlo; ma ve lo dico tremando;…. se alcuno non si vuol proprio convertire adesso, misero a lui… forse non sì vorrà convertire più mai: forse non si vorrà convertire alla morte, o forse, anche volendolo alla morte, non lo potrà!… Poveri noi, che cattivi tempi! lo ripeto… ho paura di dirlo; ma pure ve lo voglio dire…. Però, se mai durasse un peccator ostinato fino alla morte… chiamateci, se giungiam in tempo, gli diremo le più care cose, piangeremo per lui, lo abbracceremo, oh speriamo, si convertirà, allora lo strapperemo colla potenza dell’amor di Gesù di bocca all’inferno… Sì, se arriveremo a tempo…. Che se non arriveremo a tempo, egli è dannato! Gesù mio, misericordia! O Maria, ve li raccomandiamo i peccatori più ostinati ora e per l’ora della morte: Sancta Maria Mater……. etc. nunc et in hora mortis nostræ!

LA NOVENA DI SANTA ROSALIA

Una gentile lettrice siciliana, ci segnala l’inizio della novena a S. Rosalia.

Proponiamo qui la preghiera tratta da: G. Riva, Manuale di Filotea, XXX Edizione, Milano, 1888.

A S. ROSALIA (4 Settembre)

PROTETTRICE E PATRONA DELLA SICILIA

m. il 4 Sett. 4160, Ch. da Urbano VIII nel: 1625.

I. Ammirabile santa Rosalia, che, risoluta di aggiungere alla esatta osservanza dei divini precetti la fedelissima pratica di tutti i consigli evangeli, fin dalla vostra prima giovinezza, spontaneamente rinunciaste a tutte le fortune del mondo, che vi si promettevano distintissime dal vostro casato, dalla abbondanza delle vostre ricchezze e dalla singolarità delle vostre doti così di spirito come di corpo, ottenete a tutti noi la grazia di preferire agli agi del secolo la povertà del Vangelo, quindi non affezionarci giammai ai falsi beni del mondo, e di sempre usarne in maniera da non mai cercare con essi che la glorificazione di Dio, l’edificazione del prossimo,  e la santificazione di noi stessi, e così assicurarne quei veri tesori che niuna ruggine può corrodere e nessun ladro involare. Gloria …

II. Ammirabile santa Rosalia, che risoluta di ricopiare in voi stessa l’immagine più possibilmente perfetta del vostro unico bene, il Redentor crocifisso, vi applicaste a tutti i rigori della più aspra penitenza nella solitudine di una spelonca la più inospitale, in cui faceste sempre vostra delizia l’estenuare colle veglie e coi digiuni, il macerar coi flagelli la innocente vostra carne, e il render con continua orazione sempre più intima la vostra unione con Dio, il quale non lasciò mai di consolarvi colle sue più preziose comunicazioni, impetrate a noi tutti la grazia di domar sempre coll’esercizio dell’evangelica. mortificazione tatti i nostri ribelli appetiti, e di far sempre unico pascolo del nostro spirito la meditazione la più divota di quelle cristiane verità, che solo ci possono procurare il vero benessere in questa vita e la eterna beatitudine nell’altra. Gloria …

III. Ammirabile s. Rosalia, che, divenuta nella vostra vita vero spettacolo d’ammirazione al mondo, agli Angeli ed agli uomini; al mondo col disprezzarne le pompe, agli Angioli coll’emularne le prerogative, agli uomini coll’edificarli per mezzo delle vostre eroiche virtù, lo diveniste ancor maggiormente dopo la morte per la straordinaria potenza a voi da Dio conceduta di far cessare all’invocazione del vostro nome qualunque più orribile pestilenza, non che di provvedere a qualunque bisogno dei divoti a voi ricorrenti, per cui la vostra patria riconoscente a tanti vostri favori, non paga di acclamarvi come una special patrona, di ricoprire con preziosità inenarrabili la vostra salma, e di dedicare al vostro nome una delle più vaste basiliche della Sicilia, celebra in ogni anno con pompa straordinaria e con universale indescrivibile giubilo la vostra festa, impetrate a noi tutti la grazia di conformarci sempre agli esempi di chi col maggiore eroismo si dedica all’esercizio dell’evangelica perfezione, e di zelar sempre per tal maniera l’onor dei Santi da meritarci sempre distinta la loro protezione sopra la terra, e la beatificante partecipazione alla loro gloria nel cielo. Gloria

OREMUS.

Deus, qui beatam Rosaliam virginem e regalibus mundi deliciis, in montium solitudinem transtulisti, concede propitius, ut ejus meritis et patrocinio a sæculi voluptatibus in cælestium amore trasferamur, et ab iracundiæ tuæ flagellis misericorditer liberemur. Per Dominum, etc.

(O Dio che trasferisti la beata Rosalia vergine dalle delizie regali del mondo alla solitudine dei monti, concedi propizio che per i suoi meriti e con il suo patrocinio veniamo trasportati dalle voluttà del mondo all’amore del Cielo, e di essere liberati misericordiosamente dai flagelli della tua ira.)

LA GRAZIA E LA GLORIA (15)

LA GRAZIA E LA GLORIA (15)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO III

I PRINCIPI DI ATTIVITÀ CHE RISPONDONO ALLA GRAZIA – LE VIRTÙ INFUSE E I DONI DELLO SPIRITO SANTO.

CAPITOLO IV

Sulla distinzione tra la grazia e le virtù infuse, i loro rispettivi soggetti e la loro relazione reciproca.

I. – I teologi cattolici non hanno che una voce sola nell’insegnare che la grazia santificante si distingue in certi modi dalle Virtù infuse. Ma questa distinzione è una distinzione reale, è una distinzione logica; in altre parole, è in atto nelle cose, o solo nello spirito che le concepisce? …: è questa una questione sulla quale si trova, fin dall’inizio, più di un’opinione divergente. In generale, la controversia è limitata a queste due termini: la grazia e la carità (Sarebbe troppo difficile mantenere l’identità di tutte le Virtù infuse con la Grazia Santificante, e questo per due ragioni più che ovvie. La prima è che il giusto che, a causa di una colpa grave, è privato della grazia, può conservare le virtù teologali della fede e della speranza divine: segno evidente di una reale distinzione tra ciò che perde e tra ciò che conserva. La seconda è che l’identità delle virtù e della grazia difficilmente può essere compresa senza che vi sia un’identità delle virtù tra loro. Ora, come possono essere identiche queste virtù che possono essere separate al termine e durante la via? Al termine: perché solo la carità rimane, ad esclusione della speranza e della fede (1 Cor. XIII, 13). In via: perché la fede divina può sussistere in un’anima da cui non solo la carità, ma anche la speranza stessa sia bandita). – Dovremmo dire forse che siano una stessa cosa che risponde a due concetti e si esprime con due nomi diversi, a causa delle diverse funzioni che compie: la grazia, in quanto ci rende gradevoli agli occhi di Dio; la carità, in quanto è il principio dell’operazione divina? O dobbiamo considerare la grazia e la carità come perfezioni realmente distinte, in modo che differiscano sia per la loro natura che per il soggetto immediato a cui sono inerenti? S. Tommaso e la sua scuola sono per la seconda ipotesi, ed è nella scuola francescana che la prima ha reclutato soprattutto i suoi seguaci (altra è in questo punto la dottrina di Scoto e dei suoi discepoli, altra quella del dottore Serafico. Per il primo, la grazia e la carità sono così indistinte che hanno assolutamente la stessa sede: la volontà. Questa qualità tri-unitaria è « la carità, in quanto è quella per cui l’uomo ama Dio; la grazia, in quanto è quella per cui Dio ama l’uomo e lo accetta per la vita eterna », diceva Scoto (II, D. 27, q. 1). S. Bonaventura distingue abbastanza chiaramente tra la grazia e le virtù. Le virtù conferiscono potere e la grazia dà l’essere. La seconda è una e le prime sono molteplici; la prima è come il tronco, le altre come i rami. Dove la sua dottrina diventa meno chiara e appare anche meno conforme a quella del Dottore Angelico, è quando egli vuole determinare la rispettiva materia della grazia e delle virtù. Per farlo, egli considera le potenze dell’anima da un doppio lato: dal lato dell’essenza, dove esse attingono come al loro centro comune; dal lato delle operazioni, di cui esse sono il principio immediato. Considera, secondo lui, il soggetto della grazia dal primo punto di vista, quello delle virtù dal secondo. « Primo quidem dicitur (gratia) respicere Substantiam, non quia sit in illa absque potentia, vel per prius quam in potentia, sed quia habet esse in potentiis prout continuantur ad unam essentiam; virtus vero dicitur esse in potentia, quia in eis est ut referuntur ad operationes diversas » (11, D. 26 a, 1, q, 1). La prova che porta a sostegno della sua ipotesi è singolare; noi – egli dice – dobbiamo ricevere l’influenza divina attraverso le nostre forze. Per mezzo di esse meritiamo la lode o il biasimo; e di conseguenza, anche per mezzo di esse, Dio ci rende graditi ai suoi occhi per mezzo del dono della grazia (ibid.). San Tommaso ci dice che certi teologi hanno sostenuto con argomenti simili un’opinione antiquata che fa passare il peccato originale dalle potenze dell’anima alla sua essenza – 1, 2, q. 83, a.7). – Se la controversia non potesse che essere chiarita solo mediante un appello esplicito e diretto all’autorità delle Scritture e dei Padri, sarebbe forse piuttosto difficile trovare una soluzione incontestata. E la ragione principale è che le parole grazia e carità non sono sempre definite in modo così preciso che l’una non implichi mai l’altra. I Concili, e in particolare quello che potrebbe, ci sembra, fornire i migliori elementi di soluzione, voglio dire il Concilio di Trento, non sono stati sufficienti, fino ad ora, a porre fine al dibattito che è ancora in corso. Anche se quest’ultimo Concilio mi sembra piuttosto favorevole all’opinione di San Tommaso, offre tuttavia alcune espressioni dalle quali l’opinione contraria può essere almeno plausibilmente autorizzata. Qualunque siano le discussioni sui testi, credo che delle due teorie opposte la più razionale, la più soddisfacente, la più conforme all’analogia della natura così come all’analogia della fede, sarà, per qualsiasi spirito non prevenuto, quella del Dottore Angelico. Aggiungiamo che è, con poche eccezioni, il sentimento in favore presso i maestri della Scienza Sacra. Senza voler spingere troppo in là questa particolare questione, darò brevemente le ragioni che mi sembrano confermare il giudizio che ho espresso in precedenza. Le prenderò di nuovo in prestito da San Tommaso. – Prima di tutto, bisogna ben confessarlo, che l’anima del figlio adottivo non è solo elevata nelle sue facoltà, princìpi immediati di operazioni, ma anche e soprattutto nella sua essenza. È impossibile contraddirlo dopo le testimonianze così esplicite e così numerose che abbiamo tratto o dai nostri libri sacri, o dai Padri e dai Concili. Nessuno può concepire il perfetto rinnovamento dell’uomo interiore, la rigenerazione in Cristo, la nuova nascita, la ricreazione spirituale, tutti questi privilegi così spesso affermati e così magnificamente celebrati, se la trasformazione soprannaturale non raggiunga i nostri più profondi anfratti, la nostra natura e la sostanza. Generare, creare, deificare l’uomo, rifarlo a somiglianza di Dio, è dargli non solo un agire nuovo, ma l’essere stesso. Ricordiamoci anche che, secondo la sublime dottrina del Principe degli Apostoli, la grazia è soprattutto una partecipazione alla natura divina; in altre parole, e come abbiamo già dimostrato, una partecipazione della divinità concepita come principio primo e radicale delle operazioni immanenti. Ora la partecipazione della natura divina richiede e produce un’assimilazione della natura partecipante con la natura alla quale partecipa; e dove può essere questa somiglianza se non nella sostanza dell’anima, quando è la sostanza stessa che fa somigliare a Dio? E le virtù infuse, fede, speranza, carità, cosa sono se non una partecipazione dell’intelligenza e della volontà divine; dell’intelligenza con cui Dio conosce se stesso, della volontà con cui si diletta nelle sue infinite perfezioni (« Sient per potentiam intellectivam homo participat cognitionem divinam per virtutem fidei, et secundum potentiam voluntatis amorem divinum per virtutem charitatis; ita etiam per naturam anime participat secundum quamdam similitudinem naturam divinam, per quamdam regenerationem sive récreationem ». S. Thom, 1. 2, q. 110, a fin. corp.)? – Non voglio nascondere una risposta che, nell’idea dei suoi autori, arriverebbe a rovesciare tutta l’argomentazione precedente. Così essi dicono: c’è nell’anima del giusto una partecipazione alla natura di Dio; c’è, inoltre, una partecipazione alla sua intelligenza e volontà. Ma non dimenticate: in Dio, natura, intelligenza e volontà sono una cosa sola. Nulla, dunque, impedisce che queste partecipazioni, infuse divinamente nell’anima, anche se corrispondono a funzioni diverse, siano in se stesse una stessa realtà. La risposta è sottile; ma può essere rivolta contro i suoi autori, ed evidenzia ancora di più la forza della dimostrazione che vorrebbero ribaltare. Infatti, è un grande principio della sana filosofia che le perfezioni che si identificano nell’infinita semplicità di Dio, siano condivise e moltiplicate, quando lasciano la loro Fonte originale per comunicarsi alla creatura (Thom., 1 p., q. 13, a. 4 cum parall.). Così i raggi di luce che partono da un sole comune, si dividono e vanno a riprodurre in mille luoghi la luce, immagine del loro principio. Ma, per non lasciare spazio ad equivoci, non è forse vero che le nostre operazioni, soprattutto quelle con cui arriviamo più direttamente a Dio, Bontà sovrana e Verità suprema, sono partecipazioni della conoscenza e dell’amore infiniti? È meno vero che questa conoscenza e questo amore di se stesso non sono in Dio operazioni separate, ma l’unica e semplice sostanza che è Dio stesso? Nessuno dirà, credo, che i nostri atti di pensare e volere, vedere e amare, anche se hanno Dio come oggetto, sono identici tra loro e si fondono con la nostra sostanza. – Ma a cosa serve lasciare il nostro soggetto? Voi mi dite che l’unità che è nell’archetipo debba essere riprodotta nei suoi flussi e nelle sue immagini. Spiegatemi, allora, come e perché la fede è così veramente distinta dalla grazia e dalla carità da non accompagnarle in cielo, e che nei cieli non è la stessa cosa che sulla terra, e che, nello stato attuale di formazione, si trova in molte anime dove non risiedono né la carità né la grazia! Così, le varie funzioni, come le diverse partecipazioni corrispondono in noi a perfezioni veramente distinte: perfezioni delle potenze spirituali per mezzo delle virtù e perfezioni della natura o dell’essenza per mezzo della grazia. Ed è così che, nel cercare di provare la distinzione tra la grazia e le virtù, abbiamo incontrato allo stesso tempo la rispettiva differenza dei loro soggetti immediati: tanto che le due parti della questione sono l’una in relazione all’altra in una dipendenza necessaria.

2.  – Il lettore mi sarà grato per avergli messo davanti due testi fondamentali di San Tommaso d’Aquino, che sono molto utili al nostro scopo: il gran Dottore si appoggia, in uno di essi, sull’idea stessa di virtù; nell’altro, sulla preparazione che il destino soprannaturale dei figli di Dio richiede. – Ecco il primo: « Alcuni dicono (Vediamo da questo che, se la scuola di Scoto ha adottato l’opinione che confonde la grazia e la carità per collocarle nella volontà come nel loro unico supporto, non lo fa allo stesso modo della scuola nel loro unico supporto, essa non l’ha inventata) che la grazia e le virtù sono quanto all’essenza una stessa cosa e che, da diversi punti di vista, essa sia nello stesso tempo tanto la grazia che la virtù: la grazia nella misura in cui si rende l’uomo gradito a Dio o ci è concessa liberamente; la virtù nella misura in cui ci perfeziona per agire bene. Questa non sembra essere l’opinione del Maestro delle sentenze. Ma, se riflettiamo attentamente sulla natura della virtù, questa opinione non sembra essere sostenibile: infatti, dice il Filosofo (Arist. VII, Physic., t. 17), la virtù è una disposizione del perfetto; e io chiamo perfetto un essere in cui le proprietà e le disposizioni corrispondano armoniosamente alla natura. Ne consegue che, in una creatura ragionevole, la virtù è misurata e determinata dal suo rapporto di convenienza con la natura preesistente. È ovvio, infatti, che le virtù acquisite dagli atti umani sono qualità per mezzo delle quali il soggetto che le possiede è disposto come si conviene alla sua natura d’uomo. – « Ora, caratteristica delle virtù infuse è di disporci in modo incomparabilmente superiore e per un fine superiore. È quindi anche necessario che si armonizzino con una natura superiore, cioè con quella natura divina che chiamiamo luce della grazia e che ci rende figli di Dio. Così come la luce naturale della ragione si distingue dalle virtù acquisite che le si riferiscono, così la luce della grazia, questa partecipazione della natura divina, si distingue anche dalle virtù infuse che ne derivano e si riferiscono ad essa. Da qui le parole dell’Apostolo: « Una volta eravate tenebre; ora siete luce nel Signore: camminate come figli della luce » (Efes. V, 8). Allo stesso modo, infatti, che le virtù acquisite dispongano l’uomo a camminare come si conviene alla luce naturale della ragione, così le virtù infuse lo perfezionano perché cammini come si conviene alla luce della grazia » (S. Thom. 1, 2. Q. 110, a. 3 in corp.). Che cosa è allora la grazia, se non è una virtù? Una qualità, un’abitudine che la virtù presuppone come suo principio e sua radice (Ibid. ad. 3). – Questo testo è tanto più degno di nota perché risponde, in anticipo, all’obiezione talvolta avanzata dai partigiani della dottrina opposta; la vostra opinione si basa su di una dottrina filosofica molto discutibile, la reale distinzione tra la natura dell’anima e le sue potenze. Infatti, San Tommaso d’Aquino, in questo passaggio, si basa su una distinzione del tutto diversa e a tutti gli effetti indiscutibile, voglio dire la distinzione tra l’anima e le sue virtù naturali. –  Passiamo ora al secondo testo. Dopo aver ricordato, come in precedenza, le due opinioni che dividevano gli antichi maestri, San Tommaso aggiunge: « E questa opinione (quella che distingue la virtù dalla grazia) è quella più conforme alla ragione….. Perché il perseguimento e l’acquisizione di un fine presuppone essenzialmente tre cose in ogni essere ordinato a questo fine: una natura proporzionata al fine; un’inclinazione naturale verso lo stesso fine; il movimento di tendenza che lo porta verso questo fine… Questo è ciò che osserviamo nell’uomo considerato nella sua costituzione puramente naturale, astrazione fatta per l’elevazione che gli deriva dalla grazia. Egli ha una natura ragionevole, alla quale risponde un fine proporzionato, intendo questa contemplazione più o meno perfetta delle cose divine, in cui i filosofi hanno posto la suprema felicità dell’uomo. Ha la sua inclinazione naturale verso questo stesso fine: testimone ne è il desiderio innato che ci spinge a risalire dagli effetti alle cause inferiori fino alla Causa prima. Ha nella sua intelligenza e nella volontà naturale il principio del movimento che deve condurlo al possesso del fine proprio della sua natura. – « Ora, c’è un fine a cui l’uomo è destinato da Dio, un fine sublime che supera in modo eccellente ogni proporzione alla natura umana, cioè la vita eterna, la visione chiara dell’essenza stessa di Dio; una visione così al di sopra di ogni natura creata, che è propria e connaturale a Dio solo. Occorre dunque che l’uomo riceva da Dio non solo la forza di agire in vista di questo fine superiore, non solo un intimo principio di tendenza, ma anche e soprattutto una perfezione che valorizzi tanto la sua natura da esserci una proporzione adeguata tra essa e questo fine: poiché dove c’è diversità di fine, ci deve essere diversità di nature, poiché natura e fine sono due cose correlate che si chiamano e si rispondono a vicenda. Ora, se la carità inclina la volontà verso questo fine divino, se le altre virtù sono mezzi per compiere le opere che ce la faranno acquisire, spetta alla grazia elevare la nostra natura alla sua altezza. – « Come nell’ordine puramente naturale c’è un’altra natura, un’altra inclinazione della natura, un altro movimento e operazione della natura, così nell’ordine divino altra è la grazia, altre le virtù e altra la carità. Che questa analogia sia corretta, abbiamo come garanzia Dionigi l’Areopagita: perché nel secondo capitolo della “Gerarchia Ecclesiastica” egli insegna espressamente che nessuno può avere l’operazione spirituale se prima non abbia ricevuto l’essere spirituale, così come, per avere l’operazione propria di una natura, è necessario prima esistere in quella natura » (S. Thom., De verit., q. 27 a, 2). Anche qui le ragioni che dimostrano la reale distinzione tra la grazia e le virtù infuse, provano allo stesso tempo che le virtù e la grazia hanno supporti diversi: la grazia si appoggia immediatamente sulla natura, e le virtù, sulle facoltà della natura. – Concludiamo con l’Angelo della Scuola: « La grazia è nell’essenza dell’anima, che perfeziona conferendole l’essere spirituale e rendendola per assimilazione partecipe della natura divina … mentre le virtù perfezionano i poteri in vista delle operazioni sante ». E ancora: « L’ordine della grazia perfeziona quello della natura. Ed è per questo che la virtù, principio gratuito delle operazioni, perfeziona la potenza, principio naturale delle stesse operazioni; e la grazia, principio dell’essere spirituale, perfeziona l’essenza dell’anima, principio dell’essere naturale (S. Thom., de Verit., q. 27, al 6 in corp. e ad 3.- Devo inoltre osservare che anche coloro per i quali l’anima non è realmente distinta dalle sue facoltà spirituali, non sarebbero autorizzati a rifiutare le prove che abbiamo dato. Supponendo, dunque, che la loro opinione sia tanto vera quanto discutibile e contestata dalla maggior parte dei nostri grandi Dottori, con San Tommaso in testa, direi loro: dovete almeno confessare una distinzione formale o virtuale (perché questi sono i termini che usano); una distinzione, dico, che è sufficiente perché le operazioni immanenti dell’anima, considerate come intelligenza, non siano atti della stessa anima, formalmente considerata come essenza o come volontà. Ora, se le operazioni realmente distinte l’una dall’altra possono essere adatte all’anima secondo diverse virtualità o formalità, perché non dovrebbe essere lo stesso per le qualità distinte che sono la grazia e le virtù infuse? Niente nelle vostre idee impedirebbe dunque alla grazia di trasformare l’essenza e alle virtù di elevare le potenze).

3. – Per quanto solida possa sembrare questa conclusione, alcuni chiarimenti non saranno superflui. Vedi, dicono coloro che pretendono di identificare la grazia e la carità, come quest’ultima realizza tutto ciò che si attribuisce alla prima. Non è forse la carità che distingue i figli di Dio dai figli del diavolo (I Giovanni, III, 10, 14)? Non è forse il principio divino che da solo rende le nostre opere apparentemente più umili come tanti meriti presso Dio, il sovrano ricompensatore (I Cor. XIII, 1-4)? Lo concedo; ma allo stesso tempo sostengo che queste e altre formule simili hanno tutte la loro legittima interpretazione al di fuori del sistema che confonde la grazia con la carità. Dirò di più: queste stesse formule, per essere assolutamente vere, richiedono che la carità sia diversa dalla grazia e che la supponga. Sì, la carità distingue i figli adottivi di Dio dai figli della perdizione. Ma perché? Perché è la manifestazione più perfetta e inconfondibile della vita soprannaturale e divina. Né la fede né la speranza, per quanto vivaci e certe possano essere in un’anima, godono di questo privilegio, perché nessuna di esse è essenzialmente unita alla grazia. Al contrario, la carità non va mai senza questa stessa grazia, da cui è inseparabile. Essa, dunque, lo rivela; e chi sapesse, senza dubbio, amare Dio con un amore di carità, avrebbe infallibilmente Dio come Padre e sarebbe suo figlio. E ciò che dico è da intendersi non solo della virtù, ma soprattutto degli atti di carità, perché di queste tre cose, la grazia, la virtù della carità e il suo atto perfetto, né la terza può andare senza la seconda, né questa senza la prima. E questo è il significato che emerge dal testo di San Giovanni: « In questo – egli dice – si manifestano i figli di Dio e i figli del diavolo (in hoc manifesti sunt). Chi non è giusto non è nato da Dio, né chi non ama il suo fratello » (I. Giovanni, III, 10). La grazia, non più che la sostanza stessa della mia anima, cade direttamente sotto lo sguardo della coscienza. L’una e l’altra si manifestano più o meno chiaramente solo negli atti che producono, l’anima con i suoi poteri e la grazia con la virtù della carità. – Ma se la carità caratterizza il figlio di Dio come i frutti fanno conoscere l’essenza dell’albero, essa è impotente a costituirne la natura. Questo perché l’amicizia, per quanto perfetta possa essere, non conferisce né il titolo né i diritti di figlio. Un conto è il bambino, un altro l’amico. I figli adottivi di Dio sono, è vero, suoi amici; ma dell’amicizia di un figlio per suo padre, e quindi di un’amicizia che presuppone la filiazione e non la compie. Cosa devo dire? Lo stesso amore di Dio per la sua creatura e della creatura per il suo Dio non può avere il carattere della vera amicizia senza la grazia santificante, formalmente considerata come una partecipazione della natura divina; perché, bisogna ripeterlo ancora, l’amore della perfetta amicizia si forma solo tra esseri che hanno una certa comunità di natura e di vita. – Sono anche convinto che non ci sia merito propriamente detto per un’anima in cui la carità sia assente; e questa è una dottrina che dovremo spiegare meglio nel corso di questo lavoro. Ma concludere da questo che la carità sarebbe sufficiente per il merito, indipendentemente dalla grazia che trasforma l’uomo nella sua natura più intima, sarebbe un tentativo molto rischioso, per non dire altro. – Ascoltiamo l’Angelo della Scuola: « La carità non è sufficiente a meritare il bene eterno, se non si presuppone in colui che le merita una capacità positiva (idoneitas) che risulta dalla grazia; infatti senza questa superiore dignità, l’amore creato non sarebbe degno di una così alta ricompensa » (S. Thom., de Verit., q. 27, a. 2 ad 4; col. 1, 2. Q. 114, a. 2). Tutto il merito parte da uno stato deiforme (cfr. propp. 15 e 17 e damnatis in Bajo.). E questo è di nuovo ciò che dovremo dimostrare più tardi. L’ultima ragione è che la gloria è un’eredità, e che l’eredità non è semplicemente per chi ama, ma per i figli: « si filii et hæredes ». I figli degli uomini, per vivere bene, cioè per agire meritoriamente, « devono essere figli di Dio » dice Sant’Agostino nello stesso senso. « Non vivunt bene ſilii hominum, nisi effecti ſilii Dei » (S. Augus., 2 ep. Pelag., L. I, n. 5). È così che la teoria scotista vede rivoltarsi contro di sé anche gli argomenti con i quali si pensava di sostenerla. – Un altro difetto che segnalo di sfuggita è che i teologi successivi ne hanno tratto conclusioni più o meno inaccettabili. Se la grazia santificante è la carità, in altri termini, se la forma soprannaturale che ci dà l’adozione di figli è una perfezione non della natura, ma della volontà, questa grazia da sola è impotente a conferirci questi diritti di eredi. Dunque, ci dovrà essere al di sopra di essa, qualche accettazione gratuita di Dio, che stabilisca il legame infallibile tra la grazia interiore e il possesso dell’eredità celeste. Perché la deduzione di San Paolo “si filii et hæredes” sia rigorosa, Dio deve, per così dire, aggiungere al dono della grazia un nuovo atto che faccia l’accordo necessario tra la dignità di figlio e il titolo di erede. Così concludevano i Nominalisti. – Altri, più vicini a noi, hanno ceduto ad un ostacolo ancor più dannoso. Convinti che tutto sia nella carità, e considerando che la virtù non è che per la sua operazione, hanno dedotto che è l’atto di carità che rende le anime gradite a Dio. Da qui la conclusione finale: lo stato di grazia è costituito dagli atti d’amore che rimangono moralmente nell’anima finché nulla sia venuto a ritrarli: questo è troppo manifestamente contrario a tutto ciò che abbiamo dimostrato con l’autorità delle Scritture, dei Padri e dei Dottori, perché sia necessario ripeterlo.

4. – Abbiamo sentito il Dottore Angelico parlare della grazia come di un principio e di una fonte da cui escono le Virtù infuse (Thom., 1. 2, q. 110, a. 3 ad 3.). Per San Bonaventura è il tronco di cui le virtù sono i rami (San Bonaventura, Brevil. P. 4, c. 4). Questa dottrina è certamente molto bella, ma ha le sue difficoltà. Perché alla fine, né i ruscelli possono esistere senza la sorgente, né i rami senza il tronco che li supporta, né gli effetti senza la causa. Ora sappiamo che ci sono virtù, e le più nobili, come la speranza e la fede, che sopravvivono alla grazia. – Inoltre, sembra anche che la grazia possa esistere in un’anima senza virtù, poiché i maestri della vita spirituale ci esortano ad acquisirle, anche se suppongono che siamo in stato di grazia e giustificati. Cerchiamo di risolvere i due problemi in successione. – E prima di tutto, cosa si debba intendere quando si dice che la grazia è la fonte e il principio delle virtù? L’obiezione che ho proposto poco fa dimostra con evidenza che la grazia non è per le virtù ciò che la sostanza dell’anima è per le sue potenze. Se a volte confrontiamo queste due relazioni tra loro, possiamo solo trovare da entrambe le parti una certa analogia, ma non una perfetta uguaglianza. Infatti, la sostanza è per le facoltà di cui è il principio, un immediato supporto necessario per le facoltà di cui è il principio; mentre le virtù non sono inerenti alla grazia, ma alle potenze naturali dell’anima che esse perfezionano in vista delle loro operazioni. Inoltre, essendo le potenze naturali dell’anima proprietà di propria natura specifica, è ugualmente impossibile che l’anima esista senza di esse, o che esse esistano al di fuori dell’anima (S. Thom., 1. 2, q. 110, a.4, ad 4. Non è così, quando si tratta di qualità che rispondono alla natura individuale, per esempio la scienza o la probità). – Diciamo però che la grazia è, a più di un titolo, la radice e la ragione delle virtù: lo è perché Dio le relaziona essenzialmente alla grazia come al loro centro, così che siano infuse ed esistano solo per il suo bene. Questa è una verità così certa che dove la perdita della grazia è irreparabile, come nei dannati, non ci sono né ci possono essere virtù infuse. È così, perché le virtù non possono essere connaturalmente nelle potenze, a meno che la grazia non le preceda per essenza: potenze elevate che presuppongono un’essenza elevata. È così, perché è dalla grazia che esse ricevono la loro linfa e la pienezza della vita. Al di fuori dello stato di grazia, esse sono come quei rami separati dal loro tronco su cui ancora crescono fiori e foglie, ma che non si coronano mai di frutti. È per questo che i teologi dicono di queste virtù che sono informi, finché non mettano radici nella grazia. È così, perché le virtù trovano il loro stato normale, definitivo, assicurato solo nell’adesione alla grazia. – Paragonerei volentieri la fede e la speranza separate dalla grazia alla quantità, substrato delle specie sacramentali. Questa particola sensibile che vedo, che tocco, è un accidente che l’onnipotenza del Creatore conserva separato dalla Sostanza del pane, suo soggetto e principio naturale. Ma, nella Separazione stessa, conserva una estensione essenziale nell’esistere naturalmente solo nella sostanza da cui è miracolosamente staccata; ed è per questo che, sebbene abbia nell’Eucaristia il modo di essere di una Sostanza, rimane sempre per la sua intima essenza un puro accidente (S. Thom. , 3 p., q. 77, a. 1, ad 2). – Così, osservata la debita proporzione, le virtù che sopravvivono nell’anima dopo la perdita della grazia vi rimangono, ma come in uno stato di violenta sospensione, richiamando per così dire con tutte le loro forze quella stessa grazia da cui sono necessariamente dipendenti, e che sola può restituire loro tutta la perfezione pretesa dalla loro natura. – Il secondo problema non è meno facile da risolvere. È il caso delle virtù come della grazia stessa: esse sono capaci di crescere. Perciò, esortarci ad acquisire le virtù non è solo pressarci per farle entrare nei nostri cuori attraverso la giustificazione, ma piuttosto raccomandarci l’esercizio frequente e generoso di esse, affinché crescano e si sviluppino e portino sempre più abbondanti frutti di salvezza. Questo adolescente è un uomo, dotato di una natura ragionevole, sapiente anche per la sua età. Questo mi impedirà forse di dirgli: sii più umano; vivi come un essere ragionevole, e lavora per diventare un vero studioso? – Le esortazioni dei maestri di vita spirituale hanno ancora un altro scopo. Per capire bene questo, ricordiamo che le virtù infuse, mentre danno il potere di produrre opere sante, non danno lo stesso grado di facilità d’azione delle virtù acquisite. E la prova è che questa facilità non è sempre proporzionale al grado di perfezione soprannaturale. Un peccatore che è tornato a Dio dopo una lunga serie di colpe spesso trova più difficile conservare la fede divina, ed ha inclinazioni più violente al male, di quanto non lo fosse il giorno dopo la sua prima caduta, anche se aveva già perso le virtù infuse perdendo la grazia. – Questo è un fenomeno inspiegabile, se fosse nella natura di queste virtù rendere facile il compimento degli atti per i quali sono state date. D’altra parte, è un fatto di esperienza che la generosa e frequente ripetizione degli stessi atti virtuosi diminuisce le difficoltà iniziali, e talvolta fa trovare gusto in ciò che era più ripugnante alla natura. – Da dove viene questo cambiamento? Ha meno a che fare con la crescita intrinseca delle virtù infuse, che con la scomparsa degli ostacoli che impedivano la loro azione? Man mano che un’anima si dona con maggiore costanza a Dio, cioè, man mano che moltiplica le sue vittorie, l’uomo esterno diventa più flessibile; le passioni perdono il loro potere; le tendenze malvagie, nate dal disordine della vita, si indeboliscono; le tenebre si dissipano sulla superficie dell’anima; e, una volta che tutti questi ostacoli vengano più o meno interamente rimossi, la virtù soprannaturale si porta con sempre maggiore facilità ad operazioni che, in principio, richiedevano forse grandi lotte e molti sforzi. – Non dimenticate, inoltre, che bisogna tenere un gran conto anche delle grazie attuali, delle luci, delle attrazioni interiori, degli impulsi e delle consolazioni celesti, con cui piace a Dio, nostro Padre, premiare la fedeltà dei suoi figli. Tutto ciò riunito, spiega come i maestri della vita spirituale possano e debbano esortare ad acquisire le virtù, senza che sia necessario supporle assenti per un solo momento da un cuore dove la grazia abbia fatto il suo ingresso. Acquisire le virtù, per un uomo giustificato, è acquisire in sé le virtù, perché un uomo giustificato le sviluppa in se stesso per merito delle sue opere; è acquisire la beata abitudine di farle più spesso e più perfettamente; è, a forza di vittorie su se stessi, abbattere gli ostacoli che si oppongono alla loro libera e facile espansione; è, infine, inclinare la liberalità divina a riversare su di noi queste ampiezze della grazia; è inclinare infine la liberalità divina a versare su di noi quelle generosità di grazia che rifiuta o misura alle anime meno fedeli e meno generose.

LA GRAZIA E LA GLORIA (16)