18 GIUGNO 1968 -3-

18 giugno 1968

-3-

   Cerchiamo di esaminare più da vicino la questione riguardante la formula di consacrazione dei vescovi. Intanto ci cominciamo a chiedere chi ne siano stati gli autori. Guarda caso, ci troviamo a che fare con personaggi già noti, fortemente compromessi con istituzioni massoniche e ferocemente anticristiane, al centro delle apparenti stravaganze già note della cosiddetta “nuova messa”, un rito di ispirazione vagamente anglicano-protestante, osannante il massonico e gnostico “dio signore dell’universo”, e fuorviando totalmente dal contesto teologico tridentino, pertanto carico di anatemi imperituri, in particolare per chi ne ha o ne dovrebbe avere consapevolezza. Non paghi dello “scoop” sacrilego anticattolico ed antiliturgico, di per se stesso già gravissimo, e mirando a radere al suolo totalmente la Gerarchia cattolica, e quindi la Chiesa stessa, avviano questa nuova “pratica” che confondendo tradizioni apostoliche inesistenti, costruite in biblioteca per attribuirsi un’aureola di sapienza (un “baro” da falsi sapienti), e mescolando riti orientali, siriaci ed africani, di difficile controllo documentale, ed oltretutto già rigettati nel passato perché eretici e blasfemi, creano questo nuovo rito gettando fumo negli occhi con ignobili menzogne e contraffazioni. E allora, chi sono gli autori del Pontificale Romano ? Eccoli: 1) Giovanni Battista Montini, detto Paolo VI, figura arcinota, il cui ruolo, decisivo nella contro-Chiesa, è riconosciuto ormai da tutti come determinante. Non ci dilungheremo affatto su tale figuro, e così rinviamo i lettori al trittico di Don Luigi Villa che lo ha “degnamente” e compiutamente descritto con dovizia di particolari ed abbondante documentazione.

monte

L’altro degno losco figuro, già noto ai lettori attenti del blog, è il mons. (?) 2) Annibale Bugnini, il tristemente noto BUAN 1365/75 (nome in codice di appartenenza alla “loggia”) il “grande prestigiatore”che ebbe la “sfortuna”, poverino!, … di dimenticare ad una conferenza in Vaticano, su una sedia, una borsa che malauguratamente fu rinvenuta da un giornalista che ne rivelò il contenuto (oh, questi giornalisti non si fanno mai i fatti propri!): erano documenti segreti della loggia di appartenenza massonica dell’incauto. Così “sgamato”, fu inviato come nunzio apostolico in Iran, per chiudere ingloriosamente la sua turpe carriera.

Bugnini

Ma l’incarico più “tecnico” fu assunto da un oscuro benedettino, 3) dom. Bernard Botte, OSB, di cui nessuno aveva mai saputo nulla, e che qualche anno prima del nuovo pontificale, pubblicava un libro in cui illustrava una strana e fino ad allora oscura, presunta “tradizione di Ippolito”, un Ippolito che non si capisce chi fosse stato, o forse “Ippoliti”, visto che se ne contano due o tre (!?!), la stessa “tradizione” già implicata fraudolentemente nella stesura della “messa di BUAN”( l’attuale rito rosa+croce spacciato per Messa cattolica dalla setta modernista, attualmente usurpante il Soglio di Pietro).

dom-botte

Il “Pontificalis Romani” (nuovo Sacramento dell’Ordine) è stato promulgato dal “beato” marrano Giovanni Battista Montini, l’anti-papa, sedicente Paolo VI, il 18 giugno 1968. – Montini nomina Annibale Bugnini, che fu quindi l’artefice dei due documenti liturgici essenziali del suo “ruspante” falso pontificato demolitore: 1) il Pontificalis Romani, promulgato il 18 giugno 1968 e 2): in Cena Domini, promulgato il 03 Aprile 1969. Il 07 gennaio 1972, Montini ha poi egli stesso premiato Bugnini,ordinandolo”  all’Episcopato (ovviamente in modo invalido e sacrilego!!), e nominandolo poi, il 15 gennaio 1976, Arcivescovo titolare di Dioclentiana. Ma davanti allo scandalo della sua nota e divulgata appartenenza massonica fin dal 23 aprile del 1963 sotto il nome in codice di ’Buan 1365/75’, lo “esilia” come pro-Nunzio apostolico a Teheran … oramai il burattino logoro e “sgamato” si poteva mettere da parte, con un bel calcio nel fondo schiena!

Dom Bernard Botte, benedettino dell’abbazia del Mont-César (Belgio) fu, sotto l’autorità di Bugnini, il principale artigiano del testo, inventando la rocambolesca ricostruzione di un fantomatico rito, da una pretesa tradizione apostolica di Ippolito (ma non sa nemmeno lui di quale Ippolito si tratti!), nota evidentemente a lui solo.., e di cui non si era mai sentito parlare in precedenza nella Chiesa se non come frammento storico da decifrare … una favola partorita dalla fervida fantasia di questo strano benedettino, e subito fatta propria da chi intendeva distruggere la Gerarchia, il Sacerdozio ed i Sacramenti cattolici.

montini-efodephod_550

Montini con l’efod, simbolo del gran sacerdote della sinagoga che condannò a morte Gesù-Cristo, simbolo dell’anticristo deicida! … più chiaro di così? … il prossimo “santo” della sinagoga di satana!

verolavecchiatomba-mon

Tomba Alghisi a Verolavecchia (BS), -famiglia materna-

disegnata dal “nostro” gran maestro e pontefice degli “illuminati”, con una complessa simbologia massonico-cabalistica, inneggiante alla “triplice trinità massonica” [decodificata dall’ing. F. Adessa in Chiesa Viva]. (Il Montini aveva giurato alla madre, sedicente ebrea, in realtà Kazara, odio e vendetta verso i cristiani, realizzando la profezia di Davide: Alienati sunt peccatores a vulva; erraverunt ab utero, locuti sunt falsa.  Furor illis secundum similitudinem serpentis, sicut aspidis surdae et obturantis aures suas, -Ps. LVII, 4-5)

Quali sono le origini del Pontificalis Romani, da dove proviene questa formula di Paolo VI ? Le Ragioni addotte da Paolo VI nel Pontificalis Romani per promulgare questa riforma ufficialmente sono: – « … Si è giudicato bene di ricorrere, tra le fonti antiche, alla preghiera consacratoria che si trova nella “Tradizione apostolica di Ippolito di Roma”, documento dell’inizio del terzo secolo, e che, in una grande parte, è ancora osservata nella liturgia dell’ordinazione presso i Copti ed i Siriaci occidentali. In tal modo, si rende testimonianza, nell’atto stesso dell’ordinazione, dell’accordo tra la tradizione orientale ed occidentale sul carico apostolico dei Vescovi » Paolo VI (Pontificalis Romani,1968). L’inganno è palese, poiché è provato (come vedremo più avanti) che : – La pretesa (*) Tradizione apostolica attribuita ad Ippolito di Roma, o ad altri autori, è un tentativo di ricostituzione fatto da Dom Botte dopo il 1946, ed « in modo costruttivo », secondo l’espressione di R.P. Hanssens, nel 1959. – La Tradizione apostolica d’Ippolito suscita dal 1992 un dibattito tra specialisti che la qualificano come di «pretesa Tradizione apostolica», quindi quantomeno dubbia, se non fantomatica! Questa controversia divenne oggetto di un seminario nel 2004 nel quale si conclude che: –1) La preghiera di consacrazione di Paolo VI si ispira, ma non s’identifica, con la pretesa Tradizione apostolica attribuita ad Ippolito; essa rappresenta una creazione “artificiale” di Dom Botte nel 1968. 2) La preghiera consacratoria di Paolo VI, la cui forma essenziale è ispirata alla pretesa (*) Tradizione Apostolica d’Ippolito, presenta delle similitudini con i riti Abissini, riti di eretici “monofisiti”, i quali non costituiscono dei riti validi, ma piuttosto dei riti risultanti da dibattiti teologici nati alla fine del XVII secolo. 3) I riti copto e siriaco non utilizzano affatto la formula detta d’Ippolito, (dello stesso avviso è perfino Dom Botte!). inoltre i riti utilizzati dal siriaco al copto, ai quali ci si è falsamente ispirati, venivano utilizzati per insediare un Patriarca già consacrato Vescovo, e quindi non conferivano in alcun caso il Sacramento dell’ordine!  – 4) La formula di Paolo VI non manifesta alcun «accordo tre le tradizioni orientale ed occidentale», ma viene recuperata piuttosto da una pretesa (*) ‘Tradizione apostolica d’Ippolito’, testo che secondo alcuni proviene invece da ambiti egiziano-alessandrini, nei quali i riti traducono, secondo Burton Scott Easton, le influenze della sinagoga (The Apostolic Tradition of Hippolytus, Burton Easton, 1934, pag. 67 ed. del 1962, Archon Books).

(*) [Noi abbiamo preferito scrivere, in accordo con il comitato internazionale “rore sanctifica”: La ‘pretesa’ Tradizione apostolica a proposito di questo documento denominato “la Tradizione apostolica attribuita ad Ippolito” (o a diversi autori “Ippoliti”), conformandoci così alla denominazione dei lavori Scientifici ed universitari che si è imposta da un paio di decenni nel mondo degli specialisti che trattano di questo soggetto.]

In sostanza, la “contestazione d’Ippolito”, conosciuta dagli specialisti già dal 1946, ossia ben 22 anni prima del Pontificalis Romani, continua nel 1990 ed oltre, anche da parte dei Bollandisti (Gesuiti seguaci di Bolland, particolarmente eruditi nelle documentazioni ecclesiastico-liturgiche). Sarebbe troppo lungo e noioso riportare tutti i documenti, veri o presunti, ed i dibattiti successivi sul tema, ma a quanti, incuriositi, volessero delle indicazioni precise, consigliamo di consultare il sito del comitato “Rore Sanctifica” o i diversi Tomi di “Démontration et bibliographie” editi da ESR. In conclusione, la preghiera consacratoria di Paolo VI s’ispira, ma non riproduce affatto neppure quella della pretesa (*) “Tradizione Apostolica d’Ippolito’ che è stata quindi solo un po’ di “fumo negli occhi”, un “bluff” per prendere tempo in attesa di tempi migliori e … di nuove invenzioni, e costituisce pertanto una creazione artificiale di Dom Botte nel 1968 L’inganno verrà meglio compreso successivamente, quando qualche “topo di biblioteca”, un inopportuno ed inatteso “figlio di topa….” va a scovare le formule ed i riti orientali nelle lingue originali, fraudolentemente addotti essere un modello di ispirazione onde fondere le consuetudini liturgiche occidentali ed orientali, sicuri che nessuno mai andasse a verificarle, fidandosi della perizia dei falsi e ben oleati “sapienti” incaricati. Per il momento ci fermiamo qui, ma le sorprese continuano: “Esse ci fanno capire la volontà sottile con la quale si sia perpetrato l’inganno tra l’indifferenza, l’insipienza e, non voglia Iddio, la connivenza di tanti presunti “conoscitori di cose divine”, mollemente adagiati nei loro dorati e comodi giacigli, magari in compagnia di qualche “amichetto”.. Tremate, il giudizio arriverà anche per voi … come un ladro, quanto meno lo aspettate … e lì sarà pianto e stridor di denti!

http://18 giugno 1968 – 4 –

29 Settembre SAN MICHELE ARCANGELO

san-michele-5

Hymnus

{ex Commune aut Festo}

Te, splendor et virtus Patris,

Te vita, Jesu, cordium,

Ab ore qui pendent tuo,

Laudamus inter angelos.

Tibi mille densa millium

Ducum corona militat:

Sed explicat victor crucem

Michael salutis signifer.

Draconis hic dirum caput

In ima pellit tartara,

Ducemque cum rebellibus

Caelesti ab arce fulminat.

Contra ducem superbiae

Sequamur hunc nos principem,

Ut detur ex Agni throno

Nobis corona gloriae.

Deo Patri sit gloria,

Qui nos redemit Filius

Et Sanctus unxit Spiritus

Per Angelos custodiat. Amen.

s-michele-2

Ad Sanctum Michaëlem Archangelum. Precatio.

[S.S. Leone XIII]

PRINCEPS gloriosissime caelestis militiae, sancte Michael Archangele, defende nos in proelio et colluctatione, quae nobis adversus principes et potestates, adversus mundi rectores tenebrarum harum, contra spiritualia nequitiae, in caelestibus. Veni in auxilium hominum, quos Deus creavit inexterminabiles, et ad imaginem similitudinis suae fecit, et a tyrannide diaboli emit pretio magno. Proeliare hodie cum beatorum Angelorum exercitu proelia Domini, sicut pugnasti contra ducem superbiae luciferum, et angelos eius apostaticos: et non valuerunt, neque locus inventus est eorum amplius in coelo. Sed proiectus est draco ille magnus, serpens antiquus, qui vocatur diabolus et satanas, qui seducit universum orbem; et proiectus est in terram, et angeli eius cum illo missi sunt. En antiquus inimicus et homicida vehementer erectus est. Transfiguratus in angelum lucis, cum tota malignorum spirituum caterva late circuit et invadit terram, ut in ea deleat nomen Dei et Christi eius, animasque ad aeternae gloriae coronam destinatas furetur, mactet ac perdat in sempiternum interitum. Virus nequitiae suae, tamquam flumen immundissimum, draco maleficus transfundit in homines depravatos mente et corruptos corde; spiritum mendacii, impietatis et blasphemiae; halitumque mortiferum luxuriae, vitiorum omnium et iniquitatum. Ecclesiam, Agni immaculati sponsam, faverrimi hostes repleverunt amaritudinibus, inebriarunt absinthio; ad omnia desiderabilia eius impias miserunt manus. Ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suae; ut percusso Pastore, et gregem disperdere valeant. Adesto itaque, Dux invictissime, populo Dei contra irrumpentes spirituales nequitias, et fac victoriam. Te custodem et patronum sancta veneratur Ecclesia; te gloriatur defensore adversus terrestrium et infernorum nefarias potestates; tibi tradidit Dominus animas redemptorum in superna felicitate locandas. Deprecare Deum pacis, ut conterat satanam sub pedibus nostris, ne ultra valeat captivos tenere homines, et Ecclesiae nocere. Offer nostras preces in conspectu Altissimi, ut cito anticipent nos misericordiae Domini, et apprehendas draconem, serpentem antiquum, qui est diabolus et satanas, ac ligatum mittas in abyssum, ut non seducat amplius gentes. Hinc tuo confisi praesidio ac tutela, sacra sanctae Matris Ecclesiae auctoritate, ad infestationes diabolicae fraudis repellendas in nomine Jesu Christi Dei et Domini nostri fidentes et sicuri aggredimur. 

Ecce Crucem Domini, fugite partes adversae.

Vicit Leo de tribu Juda, radix David.

Fiat misericordia tua, Domine, super nos.

Quemadmodum speravimus in te.

Domine, exaudi orazionem meam.

Et clamor meus ad te veniat.

 Oremus.

Deus, et Pater Domini nostri Jesu Christi, invocamus nomen sanctum tuum, et clementiam tuam supplices exposcimus ut, per intercessionem Immaculatae semper Virginis Dei Genitricis Mariae, beati Michaëlis Archangeli, beati Joseph ejusdem beatae Virginis Sponsi, beatorum Apostolorum Petri et Pauli et omnium Sanctorum, adversus satanam, omnesque alios immondos spiritus, qui ad nocendum humano generi animasque perdendas pervagatur in mundo, nobis auxilium praestare digneris. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

Hymnus

Christe, sanctorum decus angelorum,

Gentis humanae Sator et Redemptor,

Caelitum nobis tribuas beatas

Scandere sedes.

Angelus pacis Michael in aedes

Caelitus nostras veniat serenae

Auctor  ut pacis lacrimosa in orcum

Bella releget.

Angelus fortis Gabriel, ut hostes

Pellat antiquos, et amica caelo,

Quae triumphator statuit per orbem,

Templa revisat.

Angelus nostrae medicus salutis,

Adsit e caelo Raphael, ut omnes

Sanet aegrotos, dubiosque vitae

Dirigat actus.

Virgo dux pacis, Genitrixque lucis,

Et sacer nobis chorus angelorum

Semper assistat, simul et micantis

Regia caeli.

Praestet hoc nobis Deitas beata

Patris ac Nati pariterque sancti

Spiritus, cujus resonat per omnem

Gloria mundum.

Amen.

san-michele-arcangelo

A San Michele Arcangelo

Gloriosissimo S. Michele Arcangelo, Ministro della Suprema Divina Sede, Principe della Celeste Milizia, mandato in aiuto del Popolo di Dio, impetratemi il perdono di miei peccati, regolate le mie azioni secondo la volontà del Signore, e con la moltitudine degli Angeli soccorretemi nell’ora e nel punto della mia morte; liberate l’anima mia dal nemico infernale e guidatela con allegrezza all’eterno riposo. Così sia. [Via del Parasiso, Siena, 1823]

st-michael-archangel-catholic

ALL’ARCANGELO S. MICHELE (29 Sett.).

I. – O Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che pieno di fede, di umiltà, di riconoscenza, di amore, lungi dall’aderire alle suggestioni del ribelle Lucifero, o di intimidirvi alla vista degli innumerabili suoi seguaci, sorgeste anzi per primo contro di lui ed animando ed animando alla difesa della causa di Dio tutto il restante della Corte celeste, ne riportaste la più completa vittoria, ottenetemi, vi prego, la grazia di scoprire tutte le insidie, e resistere a tutti gli assalti di questi angeli delle tenebre, affinchè, trionfando a vostra imitazione dei loro sforzi, meriti di,risplendere un giorno sopra quei seggi di gloria da cui furono essi precipitati per non risalirvi mai più. Gloria.

II. – Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che destinato alla custodia di tutto il popolo Ebreo, lo consolaste nelle afflizioni, lo illuminaste nei dubbi, lo provvedeste di tutti i bisogni, fino a dividere i mari, a piovere manna dalle nubi, a stillar acqua dai sassi, illuminate, vi prego, consolate, difendete, e sovvenite in tutti i bisogni l’anima mia, affinché, trionfando di tutti gli ostacoli che ad ogni passo s’incontrano nel pericoloso deserto di questo mondo, possa arrivare con sicurezza a quel regno di pace e di delizie, di cui la terra promessa ai discendenti di Abramo non era che una smorta figura. Gloria.

III. – Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che, costituito capo e difensore della cattolica Chiesa, la rendeste sempre trionfatrice della cecità dei gentili colla predicazione degli Apostoli, della crudeltà dei tiranni colla fortezza dei Martiri, della malizia degli eretici colla sapienza dei dottori, e del mal costume del secolo colla purità delle Vergini, la santità dei Pontefici e la penitenza dei confessori, difendetela continuamente dagli assalti dei suoi nemici, liberatela dagli scandali de’ suoi figliuoli, affinché, mostrandosi sempre in aspetto pacifico e glorioso, ci teniamo sempre più fermi nella credenza nella credenza dei suoi dogmi, e perseveriamo sino alla morte nell’osserrarvanza dei suoi precetti. Gloria.

IV.- Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che state alla destra dei nostri altari per portare al trono dell’Eccelso le nostre preghiere ed i nostri sacrifici, assistetemi, vi prego, in tutti gli esercizi di cristiana pietà, affinchè compiendoli con costanza, con raccoglimento e con fede, meritino di essere di vostra mano presentati all’Altissimo, e da Lui ricevuti come l’incenso in odore di grata soavità. Gloria.

V.- Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che dopo Gesù Cristo e Maria, siete il più potente mediatore fra Dio e gli uomini, al cui piede s’inchinano confessando le proprie colpe le dignità le più sublimi di questa terra, riguardate, vi prego, con occhio di misericordia la miserabile anima mia dominata da tante passioni, macchiata da tante iniquità, ed ottenetemi la grazia di superare le prime, e detestar le seconde, affinché, risorto una volta, non ricada mai più in uno stato sì indegno e luttuoso. Glor.

VI.- Gloriosissimo Arcangelo S. Michele che come terror dei demoni, siete dalla divina bontà destinato a difenderci dai loro assalti nell’estrema battaglia consolatemi, vi prego, in quel terribile punto colla dolce vostra presenza, aiutatemi col vostro insuperabile potere a trionfare di tutti quanti i miei nemici, affinché, salvato per mezzo vostro dal peccato e dall’Inferno, possa esaltare per tutti i secoli la vostra potenza e la vostra misericordia. Gloria.

VII.- Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che con premura più che paterna discendete pietosamente nel tormentoso regno del Purgatorio per liberarvi le anime elette, e seco voi trasportarle nella eterna felicità, fate, vi prego, che, mediante una vita sempre santa e fervorosa, io meriti di andare esente da quelle pene sì atroci. Che se, per le colpe non conosciute, o non abbastanza piante e scontate, siccome già lo preveggo, mi vi andassi condannato per qualche tempo, perorate in allora presso il Signore la mia causa, movete tutti i miei prossimi a suffragarmi, affinché il più presto possibile voli al cielo a risplendere di quella luce santissima che fu promessa ad Abramo ed a tutti i suoi discendenti. Gloria.

VIII. – Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, destinato a squillare la tromba annunziatrice del gran Giudizio, ed a precedere con la croce il Figliuolo dell’uomo nella gran valle, fate che il Signore mi prevenga con un giudizio di bontà e di misericordia in questa vita, castigandomi a norma delle mie colpe, affinchè il mio corpo risorga insieme coi giusti ad una irnmortalità beata e gloriosa, e si consoli il mio spirito mio spirito alla vista di quel Gesù che formerà il gaudio e la consolazione di tutti quanti gli eletti. Gloria.

IX.- Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che costituito governatore di tutta l’umana natura, siete in modo speciale il Custode della cattolica Chiesa, e del visibil suo Capo, riunite al seno di questa eletta Sposa di Gesù Cristo, tutte le pecore erranti, gli infedeli, i turchi, gli ebrei, gli scismatici, i peccatori, affinché, adunati tutti in un sol ovile, possano cantare unitamente per tutti i secoli le sovrane misericordie: sostenete nella via della santità, e difendete da tutti i nemici l’Infallibile interprete dei suoi voleri, il suo vicario sopra la terra, il Romano (Vero) Pontefice/affinché obbedendo sempre alla voce di questo pastore universale, non mai si allontanino dai pascoli della salute, ma crescano anzi ogni giorno nella giustizia, così i sudditi come i magistrati, così i popoli come i Re, e compongano su questa terra quella società concorde, pacifica ed indissolubile, che è l’immagine, il preludio e la caparra di quella perfetta ed eterna che comporranno con Gesù Cristo tutti i beati nel cielo. Gloria.

Oremus.

Da nobis, omnipotens Deus, beati Michaeli Arcangeli honore ad summa proficere; ut cujus in terra gloriam praedicamus, ejus quoque precibus adjuvemur in coelis. Per Dominum etc.

GlACULATORIA A S. MICHELE.

O glorioso, O forte – arcangiol s. Michele,

Siatemi in vita e in morte – proteggitor fedele.

18 GIUGNO 1968 -2-

18 giugno 1968

-2-

mitra1

Stiamo esaminando una delle questioni più inquietanti che sconvolgono i fedeli attenti della “tradizione” cattolica, che devono prendere atto ancor più, come se non bastassero le quotidiane eresie moderniste della “contro-chiesa” della setta del “vat’inganno”, attraverso i suoi “mediatici” ben oleati rappresentanti, che essi si trovino oramai al cospetto di una contro-religione totalmente “A-cattolica”, nella quale è stato reso “invalido” il Rito della Consacrazione vescovile, con la conseguente invalidità di TUTTE le Ordinazioni sacerdotali e di tutti i “Sacramenti”, in modo particolarmente “criminale” la cresima, sacramenti falsi, amministrati quindi illecitamente, invalidamente e sacrilegamente da laici, consapevoli o meno, “finti” preti e vescovi da operetta! Persino occupanti recenti ed attuali del “Soglio di Pietro”, non hanno mai ricevuto una ordinazione vescovile valida! “Si è trattato di un’operazione chirurgica mirata, di un cesello orafo “a sfregio”, della rimozione dell’ingranaggio fondamentale di tutto l’impianto gerarchico-ecclesiastico, strutturato come un perfetto “orologio svizzero”, e di cui l’orologiaio “perfido” conosceva esattamente il meccanismo, tutto incentrato sulla Consacrazione vescovile: rimuovendo la ruotina “cardine”, si è avviata una caduta con effetto “domino” che sta portando inesorabilmente alla distruzione totale della Gerarchia ecclesiastica, con la creazione conseguente di una falsa gerarchia composta da semplici laici, cosa della quale purtroppo non ci si è resi ancora conto in pieno ( … sperando che non ce se ne renda conto solo una volta sprofondati nell’inferno, quando cioè oramai è troppo tardi!) … per non parlare poi della gioventù attuale, privata del Sacramento della Cresima, che li avrebbe resi “soldati” di Cristo, e che così non potranno mai sviluppare i doni dello Spirito Santo ricevuti al Battesimo, ed ottenerne i “frutti”. Dei frutti “marci” e putridi seminati tra i giovani, siamo tutti oramai tristemente testimoni. Ma veniamo ai fatti!

La volta scorsa abbiamo ricordato sommariamente i capisaldi teologici dei Sacramenti Cattolici, e brevemente li ricorderemo a noi stessi ed ai “distratti”, soffermandoci in particolare sul significato dell’“ex adjunctis”, elemento essenziale di un Sacramento. Che cos’è allora la “Significatio ex adjunctis” di un Sacramento (significato delle parole aggiunte)? Cominciamo col fissare alcuni punti essenziali:

  • Il valore o l’efficacia dei Sacramenti viene da Cristo, non dalla Chiesa; e il Cristo ha voluto che essi si comportino nella maniera degli agenti naturali, “ex opere operato” (attuati mediante un’operazione).
  • Un ministro indegno o anche eretico, amministra validamente i Sacramenti (anche illecitamente, e quindi in modo sacrilego!) se utilizza scrupolosamente la materia e la forma proprie a ciascuno con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa.
  • L’utilizzazione della materia e della forma del sacramento, con l’integralità della “significatio ex adjunctis” garantisce che il ministro manifesti l’intenzione della Chiesa.
  • La “Significatio ex adjunctis” deve esprimere il “significato del sacramento”; se le modifiche introducono una contraddizione, il Sacramento non ha efficacia perché “manca manifestamente l’intenzione”.
  • Se la significatio ex adjunctis è tronca, il Sacramento può essere dubbio perché l’intenzione può praticamente mancare.

– In questi casi è legittimo ricercare le intenzioni di coloro che hanno modificato il rito per valutare la sua validità (cf. notazione di Leone XIII in Apostolicæ Curæ, un’enciclica dalla quale attingeremo abbondantemente in seguito, e che costituisce la “chiave” Magisteriale per risolvere l’apparente arcano).

morin

L’antichità del rito tradizionale.

  • Il Padre Jean Morin (1591-1659), sapiente oratore, pubblicava nel 1655 un’opera rimarchevole sul soggetto degli “ordines” latini ed Orientali. Si tratta del: “Commentarius de sacris Ecclesiæ ordinationibus secundum antiquos et recentiores Latinos, Graecos, Syros et Babylonios in tres partes distinctus”, la cui seconda edizione apparve ad Amsterdam nel 1695.
  • Più tardi, un benedettino di Saint-Maur, Dom Martene (1654-1739), pubblicava nel 1700, una sapiente edizione, notevole per rigore, raccogliendo i “Pontificali” di ordinazione della Chiesa Cattolica antecedenti all’anno ‘300 fino alla sua epoca. – Si tratta del ”De antiquis Ecclesiae ritibus libri quatuor”. Dom Martene fu discepolo di Dom Martin, e fu diretto per molto tempo da Dom Mabillon. Su queste autorevoli basi, e su una tradizione millenaria, S.S. Papa Pacelli, Pio XII, definì con Magistero solenne, “infallibile” ed “irreformabile” la formula definitiva (formula, si badi bene, che aveva consacrato un elenco lunghissimo di “fior” di Papi, Cardinali e Vescovi, Santi per vita, fede e dottrina, avallati da fatti straordinari e miracoli (veri ovviamente!).

La decisione infallibile di Pio XII:

pioxii-4

  • I lavori scientifici di recensione e di giustapposizione dei riti (Padre Morin, Dom Martène, etc.) hanno permesso di identificare la “forma invariabile, essenziale, nel rito latino, da più di 17 secoli”. • A partire da tali lavori, Pio XII ha designato “infallibilmente” le parole del “prefazio” che costituiscono la “forma” essenziale del Sacramento (in: Costituzione Apostolica “Sacramentum Ordinis”, punto 5, del 30 nov. 1947). Eccole:

   “Comple in Sacerdote tuo ministerii tui summam, et ornamentis totius glorificationis instructum cœlestis unguenti rore sanctifica”. («Compi nel tuo sacerdozio la pienezza del tuo ministero, e, rivestitolo con le insegne della più alta dignità, santificalo con la rugiada del celeste unguento») .

Pio XII cioè non ha creato un rito, Egli ha semplicemente designato la forma essenziale del Sacramento in un Rito di tradizione quasi bi-millenaria. Al termine della Costituzione Apostolica citata, chiude con le terribili parole, che dovrebbero far tremare l’inferno (ma non hanno fatto tremare il “santo” della sinagoga di satana: il marrano e capo degli “Illuminati di Baviera”, noto omosessuale e spia del K.G.B., G.B. Montini, il sedicente Paolo VI, l’anti-Papa insediato al posto del Cardinale Siri, validamente eletto con il nome di Gregorio XVII, sotto minaccia atomica … ma questa è un’altra storia … la racconteremo in altra sede!): “Nulli igitur homini liceat hanc Constitutionem a Nobis latam infringere vel eidem temerario ausu contraire” (… a nessun uomo è lecito infrangere questa Costituzione o modificarla con temerario ardimento)…  quindi in realtà Pio XII non ha creato nulla: egli ha semplicemente constatato e quindi definito infallibilmente ed irreformabilmente la “forma essenziale” nel Prefazio del Rito di Consacrazione nel Pontificale (il volume che contiene tutte le cerimonie presiedute dai Vescovi ed Autorità Superiori).

A questo punto, incomprensibilmente, apparentemente senza motivazioni apostoliche, teologiche, liturgiche, il RIBALTONE!!!:

l’illecita “Eliminazione radicale della forma essenziale del rito latino”.

21 anni dopo la promulgazione infallibile di Pio XII della “forma” essenziale, rimasta invariata per oltre 17 secoli, G.B. Montini (il sedicente antipapa Paolo VI) la sopprime totalmente.

Pio XII, nel 1947, in ”Sacramentum ordinis” ha designato le parole del prefazio che costituiscono la “forma” essenziale, le riportiamo ancora:Comple in Sacerdote tuo ministerii tui summam, et ornamentis totius glorificationis instructum cœlestis unguenti rore santifica”. Paolo VI, con un ribaltone senza precedenti, naturalmente illecito, sacrilego ed invalido, ha designato nel 1968 nel Pontificalis romani un’altra forma essenziale che non conserva NULLA della forma essenziale fissata “infallibilmente” da Pio XII. Ecco la nuova “assurda” formula: “Et nunc effúnde super hunc Eléctum eam virtútem, quæ a te est, Spíritum principálem, quem dedísti dilécto Fílio tuo Iesu Christo, quem ipse donávit sanctis Apóstolis, qui constituérunt Ecclésiam per síngula loca ut sanctuárium tuum, in glóriam et laudem indeficiéntem nóminis tui”. « Questo è un fatto di portata senza pari!! Non resta una sola parola, una sola sillaba della “forma” che S.S. il Papa Pio XII aveva (nel 1947) definito infallibilmente come essenziale e assolutamente richiesta per la validità del sacro episcopato!

In breve … « la “forma” essenziale e necessaria alla validità è stata TOTALMENTE soppressa dal nuovo ordinale del “beato” marrano Paolo VI!» (Abbé V.M. Zins, 2005) Questo il fatto nudo e crudo, vedremo prossimamente gli infami autori di tale sfregio sacrilego e le blasfeme e ridicole ragioni addotte a sostegno del ribaltone, che è tra l’altro veicolo sottile di eresie perniciose e gravissime, contro la SS. Trinità, contro l’Incarnazione del Cristo, e contro lo Spirito Santo, configurando un assurdo gnostico-manicheo, peraltro già intrufolato nell’anglicanesimo e nel giansenismo, un movimento novatore, pre-modernista del 1700, condannato giustamente come eretico, e contro il quale il nostro S. Alfonso Maria è stato un martello tenace ed implacabile nella sua denuncia e demolizione. Chi pensa che con questo rito, o partecipando a pseudo-funzioni (o meglio “finzioni”?!?) tenute da laici, falsi consacrati da questo rito, faccia parte della Chiesa Cattolica, è un illuso, poiché pensando di marciare sotto il vessillo di Cristo, in realtà segue lo stendardo di satana. Aprite gli occhi, fratelli, il vostro pensiero costante, l’unico che conti per davvero, sia sempre e solo la conquista della salvezza dell’anima, che si ottiene con laboriosità ininterrotta, mediante la vigilanza, la prudenza, la preghiera incessante e la conoscenza della Tradizione Apostolica, delle Sacre Scritture, rigorosamente e correttamente interpretate, e del Magistero autentico della Chiesa, Maestra di vita. Non c’è posto per la falsa misericordia che chiude i due occhi sul vizio impuro, l’adulterio amnistiato, la sacrilega peccaminosità, sull’apostasia ecumenista, eludendo il pentimento e la penitenza, e prospettando infine … l’inferno gratis per tutti!!! … venite avanti c’è posto…

http://18 giugno 1968 – 3 –

IL CULTO DELLO SPIRITO SANTO

Il culto dello Spirito Santo.

[J.-J. Gaume: “Il trattato dello Spirito Santo”,capp. XLI-XLII-XLIII]

gaume-282x300

Esultiamo: Sursum corda. Le sofferenze di questo tempo non son nulla, di fronte alla gloria futura che si rivelerà in noi. Pensando al frutto dell’eterna vita, se ci resta qualche raggio di vera luce, qualche sentimento di nobile ambizione, diremo con l’Apostolo: Per guadagnare il cielo ho fatto lettiera di ogni cosa. Come candidati dell’eternità, imiteremo il mercante di pietre preziose del quale parla il Vangelo. “Egli trova una perla, che di per sé sola e un tesoro. Invece di perdere il suo tempo a cercare, e il suo denaro nell’acquistarne altre, compra quella, e diventa il più ricco e il più fortunato dei mercanti. Ma che! una si grande ricompensa per si poca fatica! L’infinito per il finito! Che cosa è questo mistero? Lo Spirito Santo è l’amore infinito; e il cielo è il regno dell’amore infinito. La ragione della proporzione ci è nascosta! ma il fatto è indubitato. Ci è garantito dalla parola divina, e reso sensibile da delle immagini presenti agli occhi di tutti. Chi non ha vista la bellezza, la grandezza, la prodigiosa molteplicità dei frutti di certi alberi? Meditate un poco, questo spettacolo ci dice: Per ottenere di che ripararsi contro gli ardori del sole, riscaldare la sua casa, coprire la sua tavola di frutta succulenta, per degli anni interi, basta all’uomo fare il sacrificio di un sol frutto, capace tutt’al più di soddisfare una leggera sensualità. Colui che moltiplica in un modo così meraviglioso il frutto degli alberi ci ha promesso di moltiplicare, secondo la stessa legge, il frutto delle opere nostre: Centuplum accipiet. Chi ha il diritto di dubitare della sua parola, o di limitare la sua potenza? Le meraviglie che rifulgono nell’ordine materiale, non rappresentano altro che imperfettamente i miracoli che si compiono nell’ordine morale. Quanto più vi è differenza tra l’umile sementa posta in terra e l’albero magnifico coperto secondo la stagione, di fiori e di frutta; tanto più ve ne sarà tra il piacere momentaneo, del quale noi facciamo il sacrificio, o accettiamo volentieri la privazione, e i torrenti di voluttà eterni da cui saremo inondati. – Ora il frutto nasce dal frutto. Il frutto di vita eterna nasce dai frutti del tempo, e li conosciamo. Resta a dirsi come bisogna coltivarli; coltivando cioè l’albero che li porta: quest’albero non è altro che lo Spirito Santo medesimo. [“Et tu colis Deum, et coleris a Deo. Recte dicitur, colo Deum: quomodo autem color a Deo? Invenimus apud Apostolum. Dei agricoltura estis…. Colit te ergo Deus, ut sis fructuosus; et colis Deum, ut sis fructuosus. Tibi bonum est quod te colit Deus; tibi bonum est quod colis Deum, ecc.” S . Aug., Enarrat., in ps. 145, n. 11, opp. t. IV, p. 2323, ediz. Nuovis]. – In qual modo coltivarlo? Rendendogli il culto che merita. Da ciò due questioni: il mondo deve un culto allo Spirito Santo, e quale? 1° Il mondo lo deve. Quando io voglio ottenere la risposta ad una questione di storia o di astronomia, interrogo gli storici o gli astronomi. Per sapere se il mondo deve un culto allo Spirito Santo, mi rivolgo ai maestri della scienza divina. Questi maestri sono: lo stesso Dio, Nostro Signore, gli Apostoli, i Padri, la Chiesa. Sino dall’origine del mondo tutti questi maestri non hanno che una voce per dire, di generazione in generazione, all’eterno soldato che si chiama il genere umano: i tuoi più terribili nemici non son quelli che tu vedi, cioè gli uomini di carne e di sangue. Per te la vera lotta è contro lo spirito del male e le sue schiere invisibili. Vuoi tu conoscere la loro natura? essa è superiore alla tua. Il loro carattere? essi sono la stessa iniquità. Il loro numero? è incalcolabile. I loro artifizi? essi sono i padri della menzogna. La loro dimora? essi abitano l’aria cha tu respiri, e piombano su di te più rapidi dell’uccello di rapina. Solo uno spirito può lottare contro uno spirito, e lo Spirito del bene contro lo Spirito del male. Tenersi nascosti sotto l’ala dello Spirito del bene, o cadere sotto gli artigli dello Spirito del male è l’inevitabile condizione della tua esistenza. 1 1 [Eph., VI, 12 \ Corn. a Lap., ibid. ; I Petr., v, 8]. – Cosi parlano tutti quanti i maestri della scienza. Ascoltiamoli ciascuno in particolare. Iddio. A fine di render sempre presente all’uomo la necessità del culto dello Spirito Santo, Iddio ha scritto due grandi libri: il mondo e la Bibbia. Con una eguale eloquenza questi due libri raccontano le glorie dello Spirito Santo, il suo amore perenne per l’umanità e l’indispensabile necessità della sua assistenza. Il cielo coi suoi soli, la terra con le sue ricchezze, il mare con le sue leggi, lo stesso caos che dilucida e che feconda, parlano di Lui, come essi parlano del Figliuolo e del Padre. Più di centocinquanta volte l’Antico Testamento nomina, benedicendola, la terza Persona dell’adorabile Trinità. Duocentodieci volte lo stesso omaggio gli è reso nel Nuovo Testamento. – Che cosa rivela questa così frequente ripetizione, se non la parte suprema ed eterna dello Spirito Santo nell’opera della creazione, del governo e della redenzione del mondo? Che cosa essa predica se non il dovere imposto agli uomini, agli angeli di tenerlo costantemente col Padre e col Figliuolo, in capo dei loro pensieri, delle loro preghiere e delle loro adorazioni? Aggiungasi, che se in questo culto incessante una preferenza dovesse aver luogo, sarebbe in favore dello Spirito Santo. – Amore sostanziale del Padre e del Figliuolo, ei non si rivela che con benefizi. Tutti i doni della natura e della grazia vengono direttamente da Lui. – Nostro Signore. Alla voce della Bibbia e delle creature si aggiunge quella della Verità in persona, il Verbo incarnato con esempi e parole. Il divino Precettore del genere umano non ha omesso niente per farci amare lo Spirito Santo, e porre in Lui tutta la nostra fiducia. – Ciò che era Giovan Battista a suo riguardo, sembra esserlo Egli stesso riguardo allo Spirito Santo. Il figlio di Zaccaria, il più grande dei figli degli uomini, è scelto per precursore del Messia. Il figliuolo di Dio medesimo prende la parte di precursore di fronte allo Spirito Santo, e pare non abbia altro scopo che di preparare il mondo a riceverlo. Egli ha risoluto di farsi uomo, ma vuole che la Madre sua sia la sposa dello Spirito Santo. Vuole che il suo corpo sia formato per opera dello Spirito Santo. Vuole che il giorno del suo battesimo lo Spirito Santo discenda visibilmente sopra di Lui e che Lo conduca nel deserto, a fine di preparare la sua missione. Durante tutto il corso della sua vita mortale, Egli si mostra costantemente sotto la dipendenza dello Spirito Santo. – Quando arriva l’ora solenne in cui deve salvare il mondo per mezzo del suo sangue, è lo Spirito Santo che lo conduce al Calvario. Muore, ed è lo Spirito Santo che lo ritrae vivo dal sepolcro. [Matth., IV, 1; XII, 18, 28; Hebr., IX, 14; Rom., VIII, 2]. – Fa egli d’uopo difendere i diritti dello Spirito Santo? sembra eh’Egli dimentichi i suoi. Egli medesimo ha pronunziato questa sentenza: « Chiunque avrà detto una parola contro il Figliuolo dell’uomo, gli sarà perdonata; ma colui che l’avrà detta contro lo Spirito Santo, il perdono non gli sarà accordato né in questo mondo, né nell’altro. »[Ibid., XII, 32]. – È egli necessario fargli posto nelle anime? Ei non esita a separarsi da tutto ciò che ha di più caro al mondo, nel timore che la sua presenza non sia un ostacolo al regno assoluto dello Spirito Santo. [Joan XVI, 7]. – Tali sono state le parole e la condotta della seconda Persona della Trinità dirimpetto alla terza. Giammai il cielo e la terra non hanno inteso, né mai intenderanno nulla di sì eloquente, intorno all’eccellenza dello Spirito Santo, intorno al culto che Gli è dovuto, e sulla necessità del suo regno. – Gli Apostoli. Istruiti alla scuola del Verbo e formati dallo stesso Spirito Santo, gli Apostoli parlano della sua pienezza. Dinanzi ai nuovi fedeli e dinanzi ai persecutori, nei loro scritti e nei loro discorsi sempre essi hanno lo Spirito Santo sulle labbra. Ai diaconi la cura di nutrire i poveri; ad essi la missione di annunziare lo Spirito Santo, di comunicarlo al mondo e di proclamare da per tutto l’indispensabile necessità di sottomettersi al suo impero. Niente di più logico. Qual’ è infatti la loro vocazione, e perché sono essi apostoli? – La loro vocazione é una lotta a morte contro lo Spirito del male, satana, dio e re del mondo. Come Apostoli, la loro ragione d’essere è di cacciare l’usurpatore e di far regnare in sua vece lo Spirito del bene. – Come tante nubi benefiche spinte dal vento del Cenacolo, essi si spargono ai quattro canti del cielo, e fanno piovere su tutte le parti della terra lo spirito che risiede in loro. Il gigante di questa gran battaglia, san Paolo, lo conduce per trent’ anni da Oriente a Occidente, e da Occidente a Oriente. In tutti i luoghi esalta le glorie dello Spirito Santo, rivela la sua presenza con splendidi miracoli e non cessa di gridare agli ebrei ed ai pagani, ai Greci ed ai Bàrbari: «Ricevete lo Spirito Santo, riguardatevi da contristare lo Spirito Santo; soprattutto badate di non l’estinguere. Altrimenti, voi resterete o ricadrete sotto l’impero dello spirito infernale. – Chi non ha lo Spirito di Gesù Cristo, non Gli appartiene. Senza lo Spirito Santo voi non potete nulla nell’ordine della salute, neppur pronunziare il nome dell’autore della salute e della grazia. » [Ep., I, 17 ; IV, 30 ; I Thess., V, 19; Galat., V. 16, 17; Rom., VIII, 9; I Cor., XII, 3]. Ciò che Paolo insegna a Tessaloniea, a Efeso, ad Atene, a Corinto, Pietro l’insegna a Gerusalemme, ad Antiochia, a Roma; Bartolomeo in Armenia; Tommaso nell’Indie; Andrea in Scizia, Giacomo in Ispagna; Matteo in Etiopia. Cosi gli Apostoli ci appariscono come gli uomini dello Spirito Santo. Le loro predicazioni, i loro viaggi, i loro miracoli, la loro vita sublime e la loro morte, non meno sublime della loro vita, possono definirsi: lo Spirito Santo, annunziato, comunicato, presentato all’amore e all’obbedienza di tutto il mondo. Ond’è che la conservazione degli esseri non è che la continuazione della loro creazione. Se dunque il mondo cristiano formato dallo Spirito Santo vuole rimanere cristiano, è d’uopo necessariamente eh’egli resti fedele al principio della sua origine. Grande argomento di riflessione per l’epoca nostra! I Padri. Agli Apostoli succedono i Padri della Chiesa e i dottori. Essi hanno visto coi loro propri occhi la più stupenda di tutte le rivoluzioni: satana cacciato dal suo impero e l’umanità liberata dalla schiavitù, passare alla libertà, alla luce, alle virtù del Vangelo. Nessuno di loro ignora che questo miracolo della rigenerazione del mondo, più grande di quello della creazione, incomincia non a Bethlemme, ma al Cenacolo, e che è opera dello Spirito Santo. A perpetuare, ad estendere quest’opera meravigliosa, la loro vita si consuma; come quella degli Apostoli erasi consumata nello stabilirla. Sino dai primi secoli la storia ci mostra i più bei geni dell’Oriente e dell’Occidente consacranti il loro sapere e la loro eloquenza nello spiegare le prerogative dello Spirito Santo, a vendicare la sua divinità, a spiegare le sue opere meravigliose, a provare la necessità del suo regno ed a sollecitare per Lui le adorazioni del genere umano. Dietro l’esempio del Grande Apostolo, san Crisostomo, sant’Agostino, san Girolamo parlano di continuo del divino Paracleto. Didimo, san Basilio, sant’Ambrogio Gli consacrano ciascuno un trattato particolare. Le opere immortali di san Cipriano, di sant’Atanasio, di san Cirillo, di san Gregorio Nazianzeno, di sant’Ilario, di san Leone, di san Gregorio Magno, di Beda il Venerabile, di san Bernardo, di Ruperto, di san Tommaso, di san Bonaventura, di sant’Antonino e di molti e molti altri, sono tanti canali nei quali scorre abbondantemente l’insegnamento apostolico dello Spirito Santo. A tutti questi grandi uomini, fondatori delle comunità cristiane, niente sta più a cuore quanto l’inculcare al mondo la necessità permanente, nella quale si trova a vivere sotto l’impero dello Spirito Santo, o sotto l’impero di satana. In nome di tutti, lasciamo parlare san Bernardo e san Crisostomo. « Noi abbiamo, dice il primo, due pegni dell’amore di Dio per noi: l’effusione del sangue di Gesù Cristo, l’effusione dello Spirito Santo. Uno non serve a nulla senza l’altro. Lo Spirito Santo non è dato che a coloro che credono in Gesù crocifisso. Ma la fede non serve a niente, se essa non opera per mezzo della carità. Quindi la carità è un dono dello Spirito Santo. » [Epist. 107 ad Thom Praeposit. de Beveria, opp. t. I, p. 294, n. 8 e 9, ediz. noviss.]. – San Crisostomo : « Senza lo Spirito Santo, i fedeli non potranno né pregare Dio, né chiamarLo loro Padre. Senza di Lui, non vi sarà né scienza, né sapienza nella Chiesa, né pastori, né dottori, né santifìcatore. Insomma, senza di Lui la Chiesa non esisterebbe. »…. [“Nisi esset Spiritus sanctus pastores et doctores in Ecclesia non essent…. Nisi Spiritus adesset, Ecclesia non consisteret”. In sanct. Pentecoste hom. I, n. 4, opp. t. II, p. 548 ; id., t. IX, p. 40 ; id,, t. XII, p. 296, 297]. Ma se non vi fosse né Chiesa, né sacerdoti, né dottori, né possibilità di pregare, né mezzo di approfittare del sangue del Calvario, come sottrarsi all’impero di satana? – Cosicché senza lo Spirito Santo, niente di tutto ciò esisterebbe. Le parti del mondo incivilite dal cristianesimo sarebbero ancora come la China, le Indie, l’Africa, il Giappone, il Thibet, sotto il dominio assoluto del principe delle tenebre. Tal è l’insegnamento tradizionale dei Padri della Chiesa. Può egli darsi qualche cosa di più imperioso intorno alla necessità di conoscere lo Spirito Santo, d’amarLo, di adorarLo e di sottomettersi al suo impero? – La Chiesa. A fine di renderlo incancellabile, rendendolo popolare, la Chiesa ha cura di tradurre in atto quest’insegnamento fondamentale. Oltre il segno della croce, il cui uso frequente da Lei si raccomanda, [Un decreto di Pio IX, accorda 60 giorni d’indulgenza alla pratica di questo segno venerabile. Vedi la nostra opera Il Segno della Croce nel XIX secolo], ripete parecchie volte al’ dì a tutti i suoi figli il nome e l’influenza necessaria del celeste Consolatore, essa adopra mille mezzi per tenerLo presente al loro pensiero. – Quantunque Egli sia col Padre e col Figliuolo l’oggetto invariabile della sua liturgia, essa vuole che una festa tra tutte solenne, venga ogni anno di generazione in generazione a ricordare alla riconoscenza delle nazioni battezzate, Colui al quale il mondo deve tutto: luce, carità, libertà, civiltà nel tempo, glorificazione nell’eternità. – Se nella sua propria vita, in quella dei popoli, oppure in quella dei particolari si presentano alcune circostanze dove la sapienza dall’alto diventa particolarmente necessaria, la Chiesa non manca mai di indirizzarsi allo Spirito Santo. – La metropoli del mondo cattolico, Roma, è in lutto. La morte che non rispetta nulla ha colpito il suo pontefice e re. A Pietro bisogna dare un successore, al Figliuolo di Dio un Vicario. Il Sacro Collegio è riunito, un profondo silenzio circonda il santuario dove va a continuarsi la catena dei Pontefici. Di dove comincerà l’atto decisivo che deve rimettere nelle mani di un debole mortale i destini del mondo incivilito? La prima parola che esce dalle labbra di tutti quei vecchi, prostrati dinanzi a Dio, é una invocazione allo Spirito di sapienza, l’Inno tante volte secolare: Veni, Creator Spiritus. – Come si perpetua il Pontificato, così si perpetua il sacerdozio. Vedete quella turba di giovani leviti che incedono modesti e timidi verso il vescovo, la cui mano deve consacrarli sacerdoti, secondo l’ordine di Melchisedech. Araldi della fede, modelli dei popoli, missionari in lontane piagge, martiri forse: se essi hanno bisogno di grandi virtù, il consacratore ha bisogno di grandi lumi. Per ottenere ai primi l’eroismo, al secondo il discernimento, a chi la Chiesa si rivolge? Allo Spirito Santo. Nell’ordinazione, come nel Conclave, l’inno reale sale verso il cielo, e comincia, consacrando l’augusta cerimonia: “Veni, creator Spiritus. Così dal Pontefice posto in cima della scala santa, fino al levita seduto sull’ultimo gradino, la gerarchia della Chiesa si perpetua sotto l’influenza dell’adorabile Spirito che la forma. – Nella sua incomprensibile tenerezza per i figli degli uomini, Iddio in persona, degna abitare sulla terra: Egli permette che templi Gli siano innalzati. Chi renderà degni di Lui quegli edifici materiali? Chi ne farà dei nuovi cieli? Lo stesso Spirito, il quale, delle caste viscere di Maria, fece il santuario del Vèrbo eterno. Alla voce della Chiesa Egli discenderà su queste regioni terrestri, le purificherà, le imbalsamerà della sua essenza divina; e per sempre le renderà care a Dio e rispettabili agli uomini. L’invocazione solenne inaugura l’imponente consacrazione, e va a sollecitare sul suo trono lo Spirito Santificatore : “Veni, Creator Spiritus”. – Templi più augusti debbono essere consacrati. Ai poveri, agli orfani, agli infermi, occorrono padri e madri, fratelli e sorelle che sposino tutti i loro patimenti, sollevino tutti i loro bisogni, dalla culla sino alla tomba e al di là. Chi opererà questo miracolo, ignoto al mondo avanti la Pentecoste cristiana? Lo Spirito di sacrificio sarà innanzitutto invocato. Nella stessa guisa che al di del Cenacolo, Egli discenderà; e la sua potente azione formando tanti cuori novelli, il mondo avrà nei frati e nelle monache, delle generazioni di continuo rinascenti d’apostoli e di martiri della carità. “Veni, Creator Spiritus”. – Grazie a perfide intelligenze col cuore umano, lo spirito del male riuscì troppo spesso a varcare la cinta della Città del bene. La zizzania è seminata nel campo del padre di famiglia. Alla vista della defezione degli uni, della connivenza e della vigliaccheria degli altri, l’allarme guadagna i capi del gregge. E quando una rigenerazione generale o parziale diventa necessaria, allora la Chiesa ricorre a quei grandi mezzi che chiamansi i concilii e le missioni. – Raccolta come gli apostoli nel cenacolo, comincia essa invariabilmente con l’invocare lo Spirito che la formò e che formandola, rinnovò da cima a fondo la faccia della terra. Con le sue preghiere ed i suoi canti essa lo scongiura ad illuminare le menti; a dettare esso medesimo le decisioni della fede e le regole dei costumi; a dare l’efficacia alla parola del Verbo, a purificare i cuori e render loro, con la vita soprannaturale, il coraggio e la lotta. Sotto l’influenza sempre antica e sempre nuova dello Spirito creatore, zampillano vive luci sul mondo, e meravigliose trasformazioni si compiono in questi nuovi cenacoli: “Veni, Creator Spiritus”. – Non meno dell’uomo cristiano, l’uomo sociale ha bisogno dello Spirito Santo, ed in tutte le occasioni solenni, la Chiesa prende cura di ricordarglielo. La morte che colpisce i Pontefici don risparmia i Re. Un trono è vacante, bisogna riempirlo. Dare un re a una nazione è farle il più prezioso o il più funesto dono. Vescovo del foro esterno, protettore, modello e padre dei popoli: ecco i nomi del Re cristiano. In questi nomi, quali doveri? chi lo innalzerà all’altezza della sua dignità? Chi gli insegnerà che il potere è un peso? chi lo spoglierà di sé stesso per farne l’uomo di tutti? Solo lo Spirito Santo può operare questo difficile miracolo. La Chiesa lo sa, e la consacrazione dei re non é che una invocazione perpetua allo Spirito di fortezza, di luce, di giustizia e di carità. In questa consacrazione tremenda che dice ai re della terra: Voi siete i vassalli del Re del cielo, e voi dovete essere la sua immagine viva; a Lui dovrete, come l’ultimo dei vostri sudditi, render conto della vostra amministrazione: quali guarentigie di felicità temporale per i’ popoli, e di salute eterna per le anime! Per le dinastie medesime, qual pegno di durata! Meteore passeggere, o flagelli permanenti: ecco ciò che esse sono state, ciò che saranno sempre se non sono sostenute e dirette dallo Spirito di Dio: “Veni, Creator Spiritus”. – Fare delle leggi ed applicarle con discernimento, vale a dire distinguere a un tempo il giusto dall’ingiusto, colpire utilmente il colpevole, assolvere coraggiosamente l’innocente, non importa meno alla felicità delle nazioni della consacrazione dei re. La pubblica prosperità, la pace all’interno, il rispetto al di fuori, la fortuna, l’onore, la libertà, la sicurezza, la stessa vita dei cittadini sono tra le mani del legislatore e del giudice. Quale responsabilità! – Lo stesso Salomone non ne conosceva di più tremende. Il paganesimo, o non ne dubitava, o non ne faceva nessun conto. I suoi codici attestano che egli non consultava che le regole volgari della prudenza umana, o il dictamen incerto dell’equità naturale: troppo spesso anch’egli non invocava altri dii che l’interesse, il capriccioo la forza. Alle stesse sorgenti del diritto attingono ancora i popoli non cristiani, e a poco a poco quelli che cessano d’esserlo. Quindi lo scandalo delle loro legislazioni e le iniquità della loro giustizia. Sarà egli cosi delle nazioni uscite dal cenacolo? niente affatto. – La Chiesa vuole che i legislatori ed i magistrati cristiani cerchino le loro aspirazioni alla stessa fonte della verità, e prendano per regola invariabile la legge immacolata di cui lo Spirito Santo è nel tempo stesso l’autore e l’interprete. [Non si cessa di ripetere, da Bossuet in poi, che il diritto romano è la ragione scritta. Nulla di più falso. La vera ragione, scritta è il decalogo. Non ve n’è, né ve ne saranno altre. “Veni, Creator Spiritus”. – Per quanti secoli la Vecchia Europa non ha ella visto le sue assemblee politiche, i suoi stati generali, i suoi parlamenti, i suoi tribunali aprire le loro sessioni, invocando seriamente lo Spirito di sapienza e di luce, senza il quale qualunque legislazione è difettosa, ogni giustizia cieca, ogni scienza pericolosa o vana? 2 2 [“Per me reges regnant et legum conditores justa decernunt”. Prov. VIII, 15. — “Vani enim sunt omnes homines in quibus non subest scientia Dei”. Sap. XIII, 1]. – La sua pietà non fu sterile. Finché lo Spirito Santo diresse i loro sudori, i legislatori e i magistrati non macchiarono i codici moderni di nessuna legge anticristiana, né gli annali dei tribunali di nessuna enormezza giuridica. – Fare invocare lo Spirito Santo nelle grandi circostanze, donde debbono dipartirsi gli interessi generali delle società cristiane non basta alla Chiesa. Ma essa raccomanda a tutti i suoi figli, quali che siano la loro età e il loro stato, di ricorrere a Lui nel principio delle loro occupazioni. Cosi parecchie volte al giorno, in tutti i punti del globo, il figlio cristiano che studia le scienze, sacre o profane, chiama in aiuto della sua intelligenza lo Spirito di luce, di coraggio e di purità. Se si tratta per le generazioni che entrano nella battaglia della vita, di ricevere la terza Persona della Trinità, allora la Chiesa moltiplica gli sforzi della sua materna sollecitudine. Istruzioni prolungate, pubbliche preghiere e particolari, purificazione dell’anima mediante i sacramenti, annunzio solenne del Pontefice: tutto è posto in opera per fare di ciascuna parrocchia un nuovo cenacolo. [È infinitamente deplorevole che queste sapienti intenzioni della Chiesa non siano sempre adempiute, e che secondo una parola volgare, la cresima sia come trafugata a profitto della prima comunione]. – Tali sono con molti altri, i mezzi di continuo impiegati dalla Chiesa, per rendere lo Spirito Santo sempre presente alla memoria e al cuore dei suoi figli; può essa ridirci con più forza il bisogno continuo che abbiamo di Lui come uomini e come cristiani? È egli lecito disprezzare le raccomandazioni si pressanti della più savia delle madri? Non sarebbe forse una grande ingratitudine dimenticare Colui dal quale ogni creatura ripete tutti i doni che essa possiede? Il voler pretendere di fare a meno di Lui, circondati da nemici come siamo, non ci sarebbe nessun pericolo? – Questo pericolo non è lo stesso tanto per la società come per gli individui? Possono esse dunque sfuggire all’alternativa inesorabile dì vivere sotto 1’impero dello Spirito del bene, o sotto la tirannia dello Spirito del male? L’epoca nostra specialmente gode ella a questo riguardo di qualche immunità? Ahimè! per essa, più che per qualunque altra, il culto dello Spirito Santo è dal punto di vista puramente sociale, la grande necessità del momento. – Quest’epoca che si crede padrona di sé medesima dove è ella? Interroghiamo i suoi atti e le sue tendenze, il lusso sfrenato che la divora e che invoca a grandi grida la formidabile reazione del povero contro il ricco che chiamasi socialismo, il sacrificio perpetuo e di giorno in giorno più comune, della coscienza, dell’onore, dell’intelligenza, della vita pubblica e della vita privata, al culto della carne; l’insurrezione generale, inaudita, pertinace delle nazioni contro Dio e contro il suo Cristo; i torrenti di dottrine velenose, notte e giorno sparse sul mondo, terribili semente che saranno inevitabilmente seguite da una mèsse ancor più terribile: è forse lo Spirito Santo che ispira e che fa tutte queste cose? – Se non è lo Spirito di vita è lo Spirito di morte. A quale dei due apparterrà l’avvenire? Chi vuol saperlo fino d’oggi non ha da fare altro che interrogare la scienza o la diplomazia; gli basti di guardare da qual lato si volgono le nazioni. Tutta la questione è li. Per noi se qualche cosa è evidente, è che il mondo attuale deve allo Spirito Santo lo stesso culto, vogliamo dire le stesse preghiere che deve al suo liberatore, il disgraziato sospeso ad un filo sopra a un abisso senza fondo. Questa situazione chi la comprenderà? Questo bisogno chi lo sentirà? Questo dovere chi lo adempirà? Nessuno quasi; e questa non è la minor prova che ciò che noi diciamo è la verità: “Terribiliet ei qui aufert Spiritum principum”.Spirito Santo

2.° Qual culto deve il mondo allo Spirito Santo? Come il Padre e il Figliuolo, così lo Spirito Santo è Dio. Come il Padre e il Figliuolo, Egli ha dunque diritto al culto di latria. Questo culto supremo è interno ed esterno, pubblico e privato. Sotto tutti questi rapporti essendo obbligatorio rispetto al Padre e al Figliuolo, così lo è del pari rispetto allo Spirito Santo. Osiamo aggiungere, che in riparazione del lungo oblio di cui l’Europa moderna è colpevole, e per ragione dell’invasione minacciante dello spirito del male, la terza persona della SS.’Trinità deve essere oggi l’oggetto d’un culto di preferenza, di un culto più che mai ardente. Il culto interno, consiste nella fede, nella speranza e nella carità. [“…. Fide, spe, charitate, colendum Deum”. S. Aug. Euchyrid., c. III].Credere che lo Spirito Santo è Dio, come il Padre e il Figliuolo; come essi Persona distinta; con essi Uno in natura; ad Essi eguale in tutto; come loro eterno, onnipotente, infinitamente buono, infinitamente perfetto; credere tutto ciò dello Spirito Santo, come lo crediamo del Padre e del Figliuolo; sperare nello Spirito Santo, come si spera nelle due altre Persone dell’adorabile Trinità; amare lo Spirito Santo d’un amore supremo, di compiacimento, di riconoscenza, di speranza; nella stessa guisa che si ama, per gli stessi motivi, il Figliuolo e il Padre; tali sono i tre atti fondamentali del culto interno che il mondo deve allo Spirito Santo.Diciamo, amore di compiacenza, a motivo dell’amabilità infinite dello Spirito Santo: amore di riconoscenza, a cagione dei suoi benefizi. Senza parlare degli altri, il mondo deve a Lui : la Santa Vergine, l’Uomo-Dio, la Chiesa, e il cristiano. Amore di speranza, a causa delle sue magnifiche promesse: il cielo sarà il regno speciale dello Spirito Santo, poiché sarà il regno della carità. 11 [Corn. a Lapid. , in Luc., I, 35]. – Come il raggio esce dal centro, così il culto esterno esce necessariamente dal culto interno, e perciò obbligatorio.È impossibile all’uomo, composto di una duplice sostanza di non manifestare con segui esteriori i sentimenti che agitano la sua anima. Ma vi è di più: tutti i suoi atti esteriori non sono che la traduzione dei suoi pensieri e de’suoi sentimenti interiori. Oltreché gli bisognerebbe fare una violenza continua alla sua natura per ricacciare in fondo all’anima sua ciò che tende imperiosamente e costantemente a manifestarsi, l’uomo deve altresì a Dio l’omaggio dei suoi sensi, come pure l’omaggio del suo spirito. Cosi tutti gli atti esterni d’adorazione, le preghiere, il sacrificio, il rendimento di grazie che deve al Padre e al Figliuolo, gli deve pure allo Spirito Santo.L’uomo non è un essere isolato, ma un essere socievole. Iddio avendo fatto le famiglie, i popoli e la società, come ha fatto gli individui, ha diritto pure agli omaggi dell’essere collettivo, come agli omaggi dell’essere individuale. Come persone pubbliche, gli esseri collettivi non possono pagare a Dio il loro tributo, che mediante adorazioni collettive. Un popolo senza culto sarebbe un popolo ateo; e siccome un popolo ateo non è mai esistito, quindi dall’origine del mondo in poi e su tutti i punti del globo, v’è stato un culto pubblico. Aggiungasi che questo culto è tutto a vantaggio delle nazioni, le quali ne hanno bisogno per vivere. Un semplice ragionamento basta a provarlo: nessuna società senza religione: nessuna religione senza culto interiore, nessun culto interiore senza quello esteriore. Tutte queste proposizioni sono tanti assiomi di geometria morale, e tanti di leggi sociali e politiche, dai quali nessun’epoca, né nazione si può impunemente esimere. — Il culto privato, necessario quanto il culto pubblico, deve manifestarsi per la memoria dello Spirito Santo, mediante la preghiera, l’imitazione e il timore di offenderLo.La memoria è il polso dell’amicizia. Finché esso batte, l’amicizia esiste. Di qual forza, e con quale frequenza non deve battere dunque il nostro cuore per lo Spirito Santo? Amore consustanziale del Padre e del Figliuolo, amore eternamente attivo, fonte di tutti i beni della natura e della grazia di cui noi godiamo quaggiù, è altresì il re del futuro secolo, dove beatificherà gli eletti con la effusione senza limiti e senza fine delle voluttà divine. — Intanto, in quanti modi egli sollecita il nostro amore! L’aria che respiriamo, la stella che brilla nel firmamento, gli alberi carichi di frutta, le ricche méssi, i fiori così odoriferi, cosi varii e cosi belli, tutte le creature che non sembrano respirare altro che per renderci servigi, ci gridano con una voce instancabile: Amate lo Spirito d’amore che ci ha fatte come voi, e che non ci ha fatte che per voi.Se noi ascoltiamo questa voce, (e chi potrebbe non intenderla?) l’amore dello Spirito Santo scorrerà dal nostro cuore, come il ruscello dalla sorgente. Manifestandolo, il rendimento di grazie, l’invocazione, l’adorazione, le intime confidenze, la preghiera sotto tutte le forme, diverranno tra il mondo e lo Spirito Santo, il vincolo di un commercio abituale, il cui benefizio sarà per noi.Nei nostri dubbi, nelle nostre perplessità, nelle nostre malattie dell’anima e del corpo, a chi indirizzaci con più probabilità di successo? Soprattutto, qual difensore invocare, di fronte a catastrofi di cui ci minaccia la rapida invasione dello spirito del male? – Solo lo Spirito del bene può arrestarne il progresso. Ripetiamo dunque che la devozione allo Spirito Santo deve essere la devozione favorita dei cristiani moderni; e che le immutabili preghiere inspirate dalla fede dei nostri avi, debbono esalare dal nostro cuore, quasi cosi frequentemente quanto il respiro esce dalle nostre labbra: “Veni, Creator Spiritus” ; “Veni, Sancte Spiritus”, etc. Qui ci sarà domandato: Quando si ha bisogno di lumi, perché indirizzarsi allo Spirito Santo e non al Figliuolo che è la luce del mondo: “Ego lux mundi?” – Questa pratica non è ella in opposizione con l’usanza stabilita d’attribuire al Padre la potenza, al Figliuolo la sapienza ed allo Spirito Santo la carità? È facile rispondere che la luce è un dono di Dio, e che il dono essendo un atto d’ amore, è naturale si chieda allo Spirito Santo che è l’amore per essenza e per conseguenza il principio di tutti i doni. Si può aggiungere che essendo Dio, lo Spirito Santo e luce, come lo stesso Figliuolo; e che l’amore, principale attributo dello Spirito Santo, è la vera luce, dalla quale lo spirito e il cuore sono del pari illuminati. Donde risulta che il miglior consigliere, il più sicuro casuista, è l’amore di Dio e del prossimo, di cui lo Spirito Santo è la sorgente. D’altro lato, seguendo questa pratica secolare, la Chiesa non fa che conformarsi alle intenzioni di nostro Signore.Non è Egli stesso che ci ha insegnato a riguardare lo Spirito Santo come il centro della luce e l’oracolo della verità? Nella persona degli Apostoli egli ha detto alla sua sposa una volta per tutte: « Allorché lo Spirito che io vi manderò sarà venuto ; questi v’insegnerà ogni verità. » [Joan., XVI, 13]. – Così nulla è mutato; né l’ufficio d’inferiorità che il Verbo fatto carne prende riguardo allo Spirito Santo, né la missione speciale dello Spirito Santo. Siccome luce dei profeti nell’Antico Testamento, “locutus per prophetas”, così continua nel Nuovo ad essere l’ispiratore della Chiesa e di tutti i figli della Chiesa. – Pur tuttavia le adorazioni e le preghiere non bastano per costituire il vero culto dello Spirito Santo. Qualunque culto ha per fine di ravvicinare l’adoratore all’essere adorato. Questo ravvicinamento consiste essenzialmente nell’imitazione. Imitare lo Spirito Santo è dunque la parte fondamentale del suo culto. Ora, la purità e la carità sono gli attributi distintivi dello Spirito Santo, quindi l’imitarli forma l’essenza del suo culto. – La purità delle affezioni, vale a dire, il distacco del cuore da ogni affezione sregolata, è talmente voluta dallo Spirito Santo, che la sola ombra di una simile imperfezione Lo avrebbe impedito di discendere nel cuore degli Apostoli. Se è cosi, pretendere che Egli scelga per dimora un’anima schiava della carne, sarebbe una grossolana illusione. Santificare le nostre affezioni e i nostri pensieri, è dunque il primo passo da fare nella imitazione e nel culto dello Spirito Santo. L’altro attributo della terza Persona della Trinità è la carità. Da una parte la carità tende all’unione, e l’unione fa la forza; dall’altra, la carità si manifesta nelle opere. Questa seconda pratica del culto dello Spirito Santo, non è meno necessaria della prima. Quindi nei secoli cristiani gli ordini militari dello Spirito Santo e le numerose associazioni di carità spirituale e corporale, conosciute sotto il nome di Confraternite dello Spirito Santo. Ci sia permessa una parola intorno a queste istituzioni, la cui esistenza sola dà un’idea dello spirito che regnava nella vecchia Europa. – Nel XIV secolo, a malgrado della decadenza dei costumi, lo Spirito Santo era tuttora abbastanza popolare, anche nelle alte classi della società, permettendo ai re di farLo onorare di uno splendido culto dal fiore della loro nobiltà. Il giorno della Pentecoste 1352, Luigi di Taranto essendo stato coronato re di Gerusalemme e di Sicilia, istituì in onore dello Spirito Santo, al Quale andava debitore di questo insigne favore, l’ordine militare dello Spirito Santo. Egli stesso ne distese gli statuti che cominciano cosi : « Questi sono i capitoli, fatti e trovati dall’eccellentissimo, principe Monsignore il Re Luigi per la grazia di Dio, re di Gerusalemme e di Sicilia, ad onore dello Spirito Santo, e inventore e fondatore della nobilissima compagnia dello Spirito Santo al Diritto Desiderio. Incominciato il di della Pentecoste dell’anno di grazia 1352. – « Noi Luigi, per la grazia di Dio, re di Gerusalemme e di Sicilia ad onore dello Spirito Santo, nel qual giorno per sua grazia, noi fummo coronati sovrani dei nostri regni, ad esaltazione e accrescimento d’onore, abbiamo determinato di fare una Compagnia di cavalieri che saranno chiamati i cavalieri dello Spirito Santo al Diritto Desiderio; e i detti cavalieri saranno in numero di trecento, dei quali Noi come inventore e fondatore di questa Compagnia saremo principi; e altrettanto devono essere tutti i nostri successori re di Gerusalemme e di Sicilia.  » V. Giustiniani, Ist. di tutti gli ordin. milit., e Hélyott- Storia degli ordini religiosi, t. VIII, p. 319, ediz. in-4]. Dare aiuto e soccorso al re, tanto in guerra che in ogni altra occasione, costituiva il gran dovere dei cavalieri. Questa disposizione costante al sacrificio era simboleggiata da un nodo o cappio d’amore, colorata, posto sul loro petto. Al disopra del nodo si leggeva: Se a Dio piace. Finché non era piaciuto a Dio che il cavaliere segnalasse la sua devozione, con qualche splendida azione, il nodo rimaneva legato. Se in combattimento contro un nemico superiore in numero, il cavaliere aveva ricevuto delle ferite onorevoli, o riportato un notevole vantaggio, egli portava sino da quel giorno il suo nodo sciolto fino a che non fosse egli andato al Santo Sepolcro a fare al Nostro Signore omaggio della sua vittoria. Al ritorno, il nodo era rilegato con queste parole: È piaciuto a Dio. Esse erano accompagnate da un raggio lucente rappresentante una lingua di fuoco, come ricordo del simbolo sotto cui lo Spirito Santo discese sugli Apostoli. – Questi guerrieri veramente cristiani digiunavano tutti i venerdì dell’anno, e davano quel giorno da mangiare a tre poveri in onore dello Spirito Santo. Tutti gli anni essi si trovavano a Napoli il giorno della Pentecoste. – La celebrazione della festa si terminava con un pranzo che il re presiedeva in persona. Nel centro della vasta sala era una tavola chiamata la Tavola desiderata, dove mangiavano i cavalieri che durante l’anno avevano sciolto il nodo. Quegli che portava il suo nodo rilegato con una fiamma, riceveva una corona di lauro. – Alla morte di un cavaliere, il re faceva fare un uffizio solenne per il riposo dell’anima di lui. Tutti i cavalieri presenti vi assistevano, e il più prossimo parente o un amico del defunto, pigliava la sua spada per la punta e l’offriva sull’altare, seguito dal re e dagli altri cavalieri andavano a posarla sull’altare. Di poi si ponevano in ginocchio pregando per l’anima del cavaliere, e dopo il servizio si attaccava quella spada alla parete della cappella. Ricevuta da Dio, adoperata in servizio di Dio, a Dio ritornava. Se il cavaliere aveva portato la fiamma sul nodo, si scolpiva sulla sua tomba una fiamma dalla quale uscivano queste parole: Egli compiè la sua parte del Diritto Desiderio, e ogni cavaliere era obbligato di far dire sette messe per il riposo dell’anima sua. [Helyot, ubi supra]. – Due secoli più tardi la Francia pure ebbe il suo ordine dello Spirito Santo. Il giorno della Pentecoste 1573, Enrico III fu eletto re di Polonia; e lo stesso giorno del seguente anno 1574, chiamato al trono di Francia. – A fine di immortalare la sua riconoscenza verso lo Spirito Santo, questo principe dette, nel 1578, le sue lettere patenti per l’istituzione dell’ordine militare dello Spirito Santo, divenuto cosi glorioso nella storia d’Europa. – Esse esprimono tali sentimenti che ci chiamiamo tanto più fortunati di trovare in bocca d’un re, quanto più siamo meno abituati. – « Avendo riposto, dice il monarca, tutta la nostra fiducia nella bontà di Dio dal quale Noi riconosciamo avere e tenere tutta la felicità di questa vita, è ragionevole che Noi ci ricordiamo, che ci sforziamo di rendergli grazie immortali e che attestiamo a tutta la posterità i grandi benefizi che ne abbiamo ricevuti, particolarmente in questo che in mezzo a tante differenti opinioni in fatto di religione, le quali avevano diviso la Francia, Egli l’ha conservata nella cognizione del suo santo nome, nella professione di una sola fede cattolica, e nell’unione di una sola Chiesa apostolica romana. « Essendogli piaciuto per ispirazione dello Spirito Santo, il giorno della Pentecoste, riunire tutti i cuori e le volontà della nobiltà polacca, e portare tutti gli stati di questo regno e del ducato di Lituania a eleggerci per re, e quindi in simile giorno chiamarci al governo del regno di Francia; perciò, tanto per conservare la memoria di tutte queste cose, quanto per fortificare e mantenere di più la religione cattolica e per decorare e onorare la nobiltà del nostro regno, noi istituiamo l’ordine militare dello Spirito Santo…. il quale ordine creiamo e istituiamo in questo regno, affinché lo Spirito Santo ci faccia la grazia che noi vediamo ben presto tutti i nostri sudditi riuniti nella fede e nella religione cattolica, e vivere in avvenire in buona amicizia e concordia gli uni con gli altri…. che è il fine a cui tendono i nostri pensieri e le nostre azioni, come al .colmo della nostra più grande felicità. » Helyot., t . VIII, p. 406, eseg.]. – satana è lo spirito di divisione, viceversa lo Spirito Santo é lo spirito di carità. Se esiste un mezzo di ricondurre l’unione in un regno crudelmente diviso dalle guerre di religione, e con le discordie civili che ne sono la conseguenza inevitabile, è per l’appunto il ristabilire il regno dello Spirito Santo. Nulla dunque era più giusto del pensiero di questo principe: nulla di più desiderabile del fine della sua istituzione. Per il solo fatto della sua esistenza, era un immenso servizio. Mostrando la più alta nobiltà arruolata sotto la bandiera dello Spirito Santo essa lo metteva in rilievo come elemento sociale, e ritardava l’epoca di funesta dimenticanza in cui è caduta, agli occhi dei governi moderni, la terza Persona dell’adorabile Trinità. – Gli statuti dell’ordine erano adattatissimi a realizzare i voti del monarca. Come gran maestro, il re di Francia, il giorno della sua consacrazióne prestava giuramento sul Vangelo: « Di vivere e morire nella santa fede e religione cattolica, apostolica romana, e piuttosto morire che mancarvi; di mantenere per sempre l’ordine dello Spirito Santo; di non potere dispensare mai i comandanti e ufficiali, ammessi nell’ordine, dal comunicarsi e ricevere il prezioso corpo di Nostro Signore Gesù Cristo, nei giorni stabiliti, che sono il primo dì dell’anno e il di della Pentecoste. » L’Ordine essendo stato istituito per la propagazione della fede cattolica e per l’estirpazione, delle eresie, lo stesso giuramento di fedeltà a Dio, alla Chiesa, allo Spirito Santo, al re, era prestato dai cavalieri, il giorno del loro ricevimento. I cavalieri erano in numero di cento, tutti tratti dalle più nobili famiglie e di buona condotta e costumi. Per quanto era possibile assistevano tutti i giorni alla Messa, e i giorni di festa alla pubblica celebrazione dell’ufficio divino. – Erano obbligati a dire ogni giorno un rosario di dieci poste, che dovevano portare in dosso, poi l’uffìcio dello Spirito Santo con gli inni e orazioni, oppure i sette Salmi penitenziali; e se vi mancavano, a dare una elemosina ai poveri. I giorni di comunione comandati dagli statuti, dovevano in qualunque luogo si trovassero, portare il collare dell’ordine durante la Messa e la Comunione. – Il giorno dopo il loro ricevimento, essi andavano a udire la Messa vestiti degli abiti di cerimonia, e il re all’offertorio, offriva un cero fiorito di tanti scudi d’oro quanti anni contava. Dopo la Messa essi desinavano con Sua Maestà, e dopo mezzodì assistevano al vespro dei defunti. Il terzo giorno assistevano al servizio che si faceva per i cavalieri morti. All’offertorio il re e i cavalieri offrivano ciascuno un cero d’una libbra. Inoltre due Messe erano celebrate ogni giorno nel convento degli Agostiniani di Parigi, una per la prosperità dell’ordine e i cavalieri viventi, l’altra per quelli defunti. [Helyot ubi supra]. – Fra questi ordini militari del tempo antico, e gli ordini moderni, qual differenza! Mentre l’alta nobiltà praticava con tanto splendore il culto dello Spirito Santo, il popolo più fedele ancora alle tradizioni del passato, Io conservava nella sua ingenua ma commovente ed energica semplicità. Una parte dell’Europa era ricoperta di associazioni e di Confraternite dello Spirito Santo. La santificazione dei loro membri mediante l’unione fraterna e mediante la carità, era l’anima di quelle preziose istituzioni, la cui origine si perde nella notte dei tempi della barbarie: era insomma lo Spirito Santo in azione. Esse esistevano specialmente nella maggior parte delle parrocchie di Savoia. [I confratelli erano tutti o quasi tutti abitanti della parrocchia]. La diocesi privilegiata di san Giovanni di Maurienne, è abbastanza fortunata di conservarne fino a questo di cosi belle vestigia.I pubblici banchetti, ai quali pigliavano parte tutti i confratelli, danno luogo a pensare che le associazioni dello Spirito Santo traessero la loro origine dalle agapi. – Questi pasti avevano luogo su verdi prati all’ aria aperta. Si ammazzava un bove per il banchetto. Anche di recente, abbattendo un enorme noce, si trovò nei fianchi dell’albero secolare, l’arpione di ferro del quale si servivano per spezzare l’animale. Le grandi caldaie dove si faceva la minestra di grasso per il giorno delle agapi, esistono ancora in parecchie parrocchie. Avendo i tempi mutato, i pubblici pasti furono convertiti in elemosine generali, tanto per conservare la memoria dell’antica disciplina, quanto per sollevare più efficacemente i poveri vergognosi. I ricchi, i quali in qualità di confratelli avevano parte alle elemosine e distribuzioni, le ricevevano come i poveri. Cosi faceva il grande, l’amabile santo della Savoia, cioè san Francesco di Sales che portava religiosamente nelle pieghe della sottana le noci che i ragazzi gli davano, andando a confessarsi. Ei le faceva servire alla sua tavola, e diceva mangiandole: Questa è fatica delle mie mani, e son fortunato di mangiarne: “labores manuum tuarum quia manducabis, beatus es et bene Ubi erit”. – Ma in ricompensa di quel che essi ricevevano, e per render sempre più grosse le porzioni dei poveri, i ricchi avevano cura d’aumentare, sia per donazione, sia per testamento il fondo delle confraternite. Grazie alla loro liberalità, vi furono in alcune parrocchie fino a cinque elemosine generali all’anno. — Le epoche in cui avevano luogo, e la natura degli oggetti distribuiti, ci mostra che le elemosine avevano per iscopo di procurare ai confratelli, o alcune ricreazioni innocenti così dolci ai diseredati del mondo, o soccorsi materiali necessarii all’adempimento delle leggi disciplinali della Chiesa. – Così la distribuzione di olio di noce si faceva al principio di quaresima, perché allora non si poteva usare cibi con burro. La distribuzione del lardo aveva luogo il sabato santo, affinché i fedeli potessero preparare da grasso il loro nutrimento, durante il tempo pasquale. – Ma nel tempo in cui tutta la Chiesa è nella gioia, e in cui i solitari più rigidi rallentavano le loro austerità, non avere che poveri alimenti conditi di grasso, era poco. Perciò il lunedì di Pasqua si faceva una distribuzione di pane e di vino. Quando arrivava l’Ascensione, e che gli armenti cominciavano a salire sulle montagne, veniva dato una distribuzione di sale. Finalmente il lunedì o il martedì di Pentecoste, festa patronale della confraternita, si distribuiva della minestra, del vino, e lardo, che permetteva ai più poveri di dimenticare per un istante le loro privazioni consuete. – Oggi le distribuzioni o elemosine si riducono, a quelle del principio di quaresima e del sabato santo. Questo non è che il lato materiale della confraternita. Tutte le opere, di carità spirituale ne sono la parte morale. – In primo luogo, si pensa alla cura delle anime del purgatorio: per esse sono offerte parecchie Messe, e opere pie in diverso genere. Facendo cadere sui defunti la rugiada del refrigerio e della pace, queste testimonianze d’intelligente carità procurano ai vivi, potenti intercessioni appresso Dio, e immortalano i vincoli della confraternita. – Dove trovare qualche cosa di meglio inteso? Perchè lo spirito moderno è egli venuto a perseguitare e distruggere queste ammirabili associazioni? Noi lo sappiamo; ma chi impedisce di ristabilirle dove esse esistevano, di crearle, dove esse non hanno ancora esistito? Noi non lo sappiamo. Per questo, che cosa ci vuole ? la volontà. Volerlo con sapienza, traendo profitto dalle circostanze di tempi e di luoghi. [Chi impedirebbe, per esempio, di approfittare dell’ epoca della cresima per realizzare questo progetto?]. Volerlo con perseveranza, non sì spaventando degli ostacoli, attesoché ciò che è necessario, si fa sempre. Ogni giorno vedonsi stabilirsi nuove confraternite. Vi sono poche parrocchie che non abbiano qualche associazione, o conferenze in onore della Madonna, di sant’Anna, e di diversi santi del paradiso. La terza Persona della augusta Trinità, quella a cui noi dobbiamo tutto, anche la santa Vergine, sarà ella sola e sempre dimenticata? Quale scusa, soprattutto oggi, alla nostra indifferenza? satana non si contenta di comandare al grande esercito del male; con una attività senza esempio egli forma sotto i nostri occhi i suoi numerosi addetti in mille confraternite d’iniquità, Ei sa che per distruggere come per edificare, l’unione fa la forza: il suo calcolo non è falso. Come il campo è scavato dalle talpe, così il suolo di Europa è minato dai neri pionieri del satanismo. – A costo di soccombere, il nostro dovere è di fare la contro mina. Procuriamo di esser membri e membri devoti del grande esercito dello Spirito Santo, cioè della Chiesa cattolica; ma non ci teniamo solamente a questo. – Formiamoci in gruppi offensivi e difensivi: opponiamo società a società. Alle confraternite di satana opponiamo quelle dello Spirito Santo : l’unione fa la forza. Solo lo Spirito del bene può vincere lo spirito del male. Mi pare che si dica abbastanza quando tutto quel che può favorire il regno dello Spirito Santo é ora, più che mai, all’ordine del giorno. – In favore di questo culto salutare, rimane un’ultima considerazione, che sarà l’oggetto seguente. – Se la parte positiva del culto dello Spirito Santo consiste nel ricordarsi della terza Persona dell’augusta Trinità, nel pregarLa e nell’imitarLa; la parte negativa consiste nel fuggire con la più gran cura tutto ciò che può allontanarLa e contristarLa. AllontanarLa. Lo Spirito Santo è essenzialmente purità e carità. Come i cattivi odori fanno fuggire l’ape, cosi il sensualismo l’egoismo allontanano lo Spirito Santo da ogni anima, da ogni popolo reso schiavo all’uno od all’altro di questi vizi. Grande argomento di meditazione e anche di timore per la nostra epoca! Se è vero che nessun’ altra offre allo stesso grado il sensualismo e l’egoismo, è dunque vero che nessun’altra fa allo Spirito Santo una opposizione più adeguata. – Ma allontanare lo spirito di vita è, come lo abbiamo tante volte stabilito, chiamare il regno dello spirito di morte c on le sue inevitabili e disastrose conseguenze. ContristarLa. La negligenza nell’invocarLa, l’infedeltà nel seguire le sue ispirazioni, sia per la condotta privata, come per la direzione degli altri, popoli o particolari, contristano profondamente lo Spirito Santo. Il disprezzo di cui è l’oggetto, l’ingiusta preferenza data a oracoli stranieri, preparano le ultime catastrofi; imperocché conducono a un peccato non meno irremissibile, tanto per le nazioni che per gli individui. Noi abbiamo nominato il peccato contro lo Spirito Santo. Ci rimane a farlo conoscere: oh se potessimo noi ispirare tutto l’orrore ch’egli merita! – L’Uomo-Dio percorreva la Giudea risanando gli infermi, liberando gli ossessi, resuscitando i morti. Bassamente gelosi i farisei della fiducia che i suoi miracoli attiravano a Lui, osavano dire: “È in nome di Beelzebub, principe dei demoni, ch’egli caccia i demoni”. Dopo aver confutato una simile calunnia, il Verbo divino aggiunge, per mostrarne l’enormità: « Io ve lo dico, qualunque peccato o bestemmia sarà perdonata agli uomini; ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata. E chiunque avrà detto una parola contro al Figliuolo dell’uomo, gli sarà perdonata; ma colui che l’avrà detta contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo mondo, né nell’altro. [“Ideo dico vobis: Omne peccatum et blasphemia remittetur hominibus: Spiritus autem blasphemia non remittetur. Et quicumque dixerit verbum contra Filium hominis, remittetur ei; qui autem dixerit contra Spiritum sanctum, non remittetur ei neque in hoc saeculo, neque in futuro”. Matth XII, 31, 32; Marc., III, 29 ; Luc., XII, 10. — San Tommaso spiega in questi termini la differenza tra la bestemmia contro lo Spirito Santo e quella contro Nostro Signore. Gesù Cristo faceva certe cose, in tanto che uomo, come bere e mangiare; e altre in tanto che Dio, come cacciare i demoni, risuscitare i morti. Egli faceva queste ultime per virtù della sua propria divinità e per opera dello Spirito Santo, di cui come uomo era ricolmo. Gli Ebrei avevano dapprima commesso la bestemmia contro il Figliuolo dell’uomo chiamandolo vorace, bevitore di vino, amico dei pubblicani. Dipoi essi bestemmiarono contro lo Spirito Santo, attribuendo al demonio ciò che faceva per virtù della sua propria divinità e per opera dello Spirito Santo. 2a, 2ae, q. 14, art. 1, corp.]. – Come si vede, il rimprovero che Nostro Signore indirizza ai farisei, è di attribuire maliziosamente al demonio i miracoli ch’Egli faceva, e dei quali essi non potevano dubitare che fossero opera del dito di Dio. Questa era la loro bestemmia e il loro delitto. Perciò a malgrado dell’evidenza, trattare le opere del Verbo divino, come opere di satana, e per conseguenza il Figlio di Dio come agente del demonio falsario, e come usurpatore della divinità, in ciò consiste propriamente la bestemmia contro lo Spirito Santo. – « Bisogna notare, dice un dotto commentatore, che Nostro Signore non parla qui di ogni peccato contro lo Spirito Santo, ma solamente della bestemmia contro lo Spirito Santo, che si commette con parole, come pure con pensieri e con opere. Ha luogo allorché si calunniano opere manifestamente divine e miracolose, pie e sante, che Dio compie per la salute degli uomini e con le quali egli conferma la verità della fede; come per esempio, l’espulsione dei demoni. Queste opere essendo opere della bontà e della santità di Dio sono attribuite allo Spirito Santo. Ond’è, che colui il quale le calunnia, e che scientemente per malizia le attribuisce ai demoni, bestemmia contro lo Spirito Santo, perché egli toglie a Dio la sua santità, la sua verità, e fa di lui un demonio: “Ex Deo facìt diabolum”. » [Corn. a Lap. in Matth. XII, 31] . Il peccato contro lo Spirito Santo non si limita dunque alla bestemmia contro lo Spirito Santo, né a un atto passeggero; ei si estende a parecchie prevaricazioni, e costituisce anche uno stato permanente. Secondo i Padri, i teologi e san Tommaso particolarmente, quest’albero di morte si divide in sei rami: 1) la disperazione della salute; 2) la presunzione di salvarsi senza merito, o l’essere perdonato senza penitenza; 3) l’impugnare la verità conosciuta; 4) l’invidia della grazia altrui; 5) l’ostinazione nel peccato, 6) l’impenitenza finale, sono altrettanti peccati contro lo Spirito Santo. [“Desperatio, praesumptio, impoenitentia, obstinatio, impugnatio veritatis agnitae et invidentia fraternae gratiae”. Ap. S. Th., 2a, 2ae, q. 14, art. 2]. – La ragione è che questi peccati sono peccati di pura malizia, soprattutto il terzo, che è propriamente il peccato fulminato dal Salvatore. – Perché sono essi peccati di pura malizia? San Tommaso risponde: « Vi è peccato di pura malizia, allorquando con disprezzo si respinge ciò che poteva impedire di abbracciare il peccato. Per esempio, quando si respinge la speranza per lasciarsi andare alla disperazione; o il timore di Dio per lasciarsi dominare dalla presunzione. – Ora, molte cose impediscono questa scelta funesta, tanto dal lato dei giudizi di Dio, quanto dal lato dei doni dello Spirito Santo, come dal lato dello stesso peccato. – « Dal lato dei giudizi di Dio: per speranza che nasce dal pensiero della misericordia di Colui che rimette i peccati e ricompensa le buone opere. Ora quésta speranza è tolta dalla disperazione. – « Dal lato’ dei doni dello Spirito Santo tra’ quali due soprattutto ci allontanano dal peccato: l’uno è l’intelligenza della verità. Questa intelligenza è combattuta dall’impugnare la verità conosciuta, quando uno insorge contro una verità di fede, a fine di peccare più liberamente. – L’altro è il soccorso della grazia interiore che proviene dal dono di pietà. A questa grazia si oppone la gelosia delle grazie altrui, allorquando qualcuno porta invidia, non solo alla persona di suo fratello, ma ancora ai progressi della grazia di Dio nel mondo. – « Dal lato del peccato: due cose ce ne allontanano: una è il disordine e la turpitudine dell’atto, il cui pensiero ha l’attitudine di condurre a pentirsi del peccato commesso. – A questo mezzo di salute è opposta la impenitenza intesa nel senso della volontà di non pentirsi. L’altra è la brevità e il nulla del bene, che si cerca nel peccato e che, pel solito, impedisce la volontà dell’uomo di fissarsi nel male. Questo nuovo mezzo di salute è distrutto dall’ostinazione, allorché il peccatore si conferma nella volontà di attaccarsi al peccato. Tutti questi mezzi che c’impediscono di scegliere il male invece del bene, sono tanti effetti dello Spirito Santo in noi; imperocché, peccare cosi per malizia, è un peccare contro lo Spirito Santo. » [“Haec autem omnia quae peccati electionem impediunt, sunt effectus Spiritus sancti in nobis: et ideo sic ex militia peccare?, est peccare in Spiritum Sanctum”. 2a, 2ae, q. 14, art. 1, corp., et art. 2, corp.]. Il dolce san Francesco di Sales aggiunge: « Il peccare è assai comune alla debolezza umana; ma sostenere pertinacemente la sua colpa, voler persuadere che si é avuta ragione di commetterlo, chiamare il male bene, e mettere le tenebre in luogo della luce, è offendere lo Spirito Santo; è combattere una verità manifestamente, è essere in qualche modo in senso reprobo. » [Spirito, ec., t-. II, part. XI, p. 387, ediz. in-8]. – Tale è in se medesimo il peccato contro lo Spirito Santo; resta ora a dire in qual significato è irremissibile. La bestemmia contro lo Spirito Santo, dichiara il Verbo stesso, non sarà perdonata, né in questo mondo né nell’altro. Nondimeno, affidando alla sua Chiesa il potere delle chiavi, Egli dice senza restrizioni: «Tutto ciò che voi scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo: quelli a cui rimetterete i peccati, saranno loro rimessi. » Come interprete infallibile della dottrina del suo sposo, la Chiesa cattolica mostra che non vi è nessuna contraddizione tra queste divine parole. Essa insegna che il Redentore universale, non ha posto nessun limite alla sua misericordia; che nessun peccato è. Irremissibile nel rigore della parola: e nella persona di Novato colpisce d’ anatema colui che osasse sostenere il contrario. – Come dunque bisogna intendere che il peccato contro lo Spirito Santo è irremissibile? Se si tratta dell’impenitenza finale, resta rigorosamente vero che questo è irremissibile. L’impenitenza finale è il peccato mortale, nel quale l’uomo persevera sino alla morte. Ora, questo peccato non è rimesso, né in questo mondo mediante la penitenza, né nell’altro; poiché di là non vi è più redenzione. Si tratta di altri peccati contro lo Spirito Santo? L’irremissibilità deve intendersi non della impossibilità assoluta, ma della estrema difficoltà di ottenerne il perdono. La ragione è che per sua natura, il peccato contro lo Spirito Santo non merita alcuna remissione, né in quanto alla pena, né in quanto alla colpa. – Quanto alla pena: colui che pecca per ignoranza o per debolezza, sembra, fino a un certo punto, scusabile; in ogni caso merita minor castigo. Ma colui che pecca scientemente e per malizia, ex certa malitìa, non ha veruna scusa, né merita nessuna diminuzione di pena. – Tale è l’uomo che pecca contro lo Spirito Santo. – Quanto alla colpa: si dichiara incurabile la malattia che per la sua stessa natura respinge tutti i mezzi di guarire; per esempio, allorché essa toglie la possibilità di ritenere nessuna specie di cibo o di medicamento, quantunque Dio possa sempre guarirlo. Così il peccato contro lo Spirito Santo è chiamato irremissibile di sua natura; in tanto quanto respinge tutti i mezzi di perdono; poiché si oppone attivamente e direttamente allo spirito di luce, di grazia e di misericordia. Non vuol dire che la via del perdono e della guarigione sia chiusa all’onnipotenza ed alla misericordia di Dio; ma come ella può sempre guarire dalle malattie incurabili, cosi ella può sempre rimettere dei peccati irremissibili. Grazie gli siano rese, poiché questi miracoli di bontà sono lungi dall’essere senza esempi.11 [“Per hoc tamen non praecluditur via remittendi et sanandi omnipotentiae et misericordiae Dei, per quam aliquando tales quasi miraculose spiritualiter sanantur. S. Th., 2a, 2ae, q. 14, art. 3. Corp.]. – Pensando al peccato contro lo Spirito Santo ed alle conseguenze a cui trascina, è egli facile d’essere senza timore circa l’avvenire di un’epoca, in cui esso si commette così spesso, e da un sì gran numero di persone di ogni condizione? Sono eglino rari oggi quelli i quali, malgrado avvertimenti reiterati, si ostinano nel libertinaggio dello spirito e del cuore, e mettono fine ai loro giorni col suicidio, o che muoiono con l’insensibilità della bestia? Quelli che indifferenti verso i doveri essenziali della religione, si lusingano in un avvenire felice dopo la morte, dicendo col sorriso dell’empietà: Dio è troppo buono per perdermi? Quelli che nelle loro conversazioni, nei loro discorsi, nei loro giornali, nelle loro opere impugnano audacemente la verità conosciuta? Coloro che spingendo la bestemmia a tali limiti che 1’inferno non ha mai conosciuti, osano da una parte calunniare il cattolicismo tutto quanto, il Vicario di Gesù Cristo, il Figliuolo di Dio medesimo; e d’altra parte aggiungere a questa denigrazione satanica la glorificazione di tutto ciò che è anticristiano: come Giuda, Nerone, Giuliano l’Apostata, satana? Sopra labbra battezzate che cosa è questo, se non il peccato contro lo Spirito Santo, in ciò che si può immaginare di più odioso? – Qual sorte è riserbata alle nazioni che lasciano cosi oltraggiare lo stesso autore di tutti i loro beni ? La Provvidenza ha permesso, che vi fosse nella storia un fatto che ne desse la risposta. – Sino dai primi secoli, i Greci, spinti dallo spirito maligno, non avevano cessato di assalire la terza Persona della SS. Trinità. Macedonio, Fozio, Michele Cerulario, sono i colpevoli, padri di una lunga posterità d’insultatori. – La Chiesa Latina, allarmata intorno alla sorte della sua sorella, non trascura nulla per ricondurla all’unità. – Tredici volte i Greci segnano solennemente il simbolo cattolico, e tredici volte essi violano la fede giurata. Nel 1439, appena ritornati in Oriente dopo il Concilio di Firenze, si burlano della loro firma, e ripigliano il corso delle loro bestemmie contro lo Spirito Santo. – Quest’ultimo delitto colma la misura, e il nuovo deicidio sarà punito come il primo.1 1 [Noi chiamiamo i Greci deicidi dello Spirito Santo, nello stesso senso che san Paolo chiama deicidi quelli che pei loro peccati crocifiggono di nuovo il Verbo incarnato. Heb., VI, 6. – Qui comincia tra la rovina di Gerusalemme e il sacco di Costantinopoli, il terribile raffronto che non è mai sfuggito agli osservatori cristiani. « Per trovare, dicono essi con ragione, qualche cosa di simile alla rovina di Costantinopoli fatta da Maometto, bisogna risalire alla rovina di Gerusalemme sotto Tito.

costantinopoli (Agenzia: email) (NomeArchivio: COSTAjn4.JPG)

Affinché i Greci sappiano bene che la causa del loro disastro fu la loro rivolta ostinata contro lo Spirito Santo, si é nelle feste stesse della Pentecoste, che la loro capitale fu presa, il loro imperatore ucciso, e il loro impero annientato. » [Storia Universale della Chiesa, t. XXII, p. 105, 2a ediz., in-8. — “Ut intelligant causam exitii sui fuisse pertinaciam in errore de processione Spiritus Sancti, in ipsis feriis Spiritus Sancti capta fuit Constantinopolis a Turcis, imperata occisus, et imperium omnino deletum”. Bellarm., de Christo, lib. II, c. XXX, p. 431, ediz. in fol., Lugd. 1587; vide etiam S. Anton., Chronic p. III, t. II, c. XIII, ediz. princeps]. – Pochi anni innanzi la rovina di Gerusalemme, Gesù, figlio d’Anano, si pone ad un tratto a gridare nel tempio: « Voce dell’ Oriente, voce dell’Occidente; voce dai quattro venti, voce contro a Gerosolima e al tempio, voce contro ai nuovi mariti e contro alle novelle spose, voce contro tutto il popolo! » Poi correndo notte e giorno per le piazze e le vie della città, manda di continuo lo stesso grido, aggiungendo con voce più lugubre: « Guai alla città, guai al popolo, guai al tempio ». Finalmente come egli faceva il giro dei bastioni della città assediata, grida: « Guai a me » nell’ istesso istante una pietra lanciata da una macchina, lo stende morto al suolo! [Josepho, De bello judaico, lib. VII, c. XVII. – Per gli Ebrei, la voce della giustizia succedette all’invocazione della misericordia. Così fu del pari per i Greci. Due anni circa [Ottobre 1451] innanzi la presa di Costantinopoli, il Papa Niccolò V, dopo avere esaurito tutti i mezzi di persuasione, gli minaccia della prossima rovina del loro impero. « Noi sopportiamo ancora, scrive loro, i vostri ritardi in considerazione di Gesù Cristo Pontefice eterno, che lasciò sussistere il fico sterile fino al terzo anno, quantunque il giardiniere si preparasse a tagliarlo, poiché non portava più frutti. Noi abbiamo atteso tre anni per vedere, se alla voce del divin Salvatore, voi ritornereste indietro dal vostro scisma. Ebbene! se il nostro attendere è stato vano: sarete abbattuti, affinché non occupiate più inutilmente la terra. [Àpud Reginald., an. 1451, n. 1 e 2]. – Con queste lettere profetiche il Vicario di Gesù Cristo fa partire un legato per l’Oriente. Quest’ultimo messaggero della misericordia fu il grande e santo cardinale Isidoro, arcivescovo di Kief, greco d’origine e celebre fra i Greci medesimi, a cagione del talento ch’egli aveva spiegato al concilio di Firenze. Sotto ogni rispetto egli era l’uomo il più capace di ricondurre gli scismatici all’unità. – Gli Ebrei non tengono nessun conto delle predizioni del figlio di Anano: essi al contrario lo battono e l’ingiuriano. Invece di ascoltare quella voce ispirata, amano piuttosto seguire i falsi profeti che gli spingono alla guerra contro i Romani, promettendo loro l’aiuto del cielo. – I Greci disprezzano gli avvertimenti del Sovrano Pontefice, volgono le spalle al suo inviato e più che mai si mostrano ostili all’ unione. Correndo in folla al monastero, dove risiede il troppo famoso Giorgio Scolano, gli domandano quel che hanno da fare. Senza degnare di uscire dalla sua cella, l’orgoglioso monaco risponde con un biglietto di anatema contro i Latini, e attacca questo biglietto alla sua porta dove tutti lo leggono come un oracolo: « Miseri cittadini, diceva, perché traviate voi ? Rinunziando alla religione de padri vostri, voi abbracciate l’empietà, e sottostate al giogo della schiavitù. Invece di contare sui Franchi, mettete la vostra fiducia in Dio. Signore io giuro che sono innocente di questo delitto. » [È bene sapere che questo Scolario o Gennadio, essendo a Firenze, si mostrò uno dei più premurosi di comparire dinanzi al Papa, a fine di essere lodato come il principale autore della riunione]. – Le parole di quest’uomo tenuto per profeta, cambiano l’odio contro i Latini in fanatismo popolare. Le strade di Costantinopoli risuonano delle giuda: Lungi da noi gli Azzimiti; noi non sappiamo che fare del soccorso de Latini: è meglio piuttosto vedere in Costantinopoli il turcasso di Maometto che il cappello di Isidoro! – Non era questo il grido degli Ebrei allorché dicevano: Toglietelo, toglietelo, noi non vogliamo che egli regni su di noi?- Come i Giudei, cosi i Greci contano sopra un prodigio per salvarli. Ogni sera si vedono radunarsi sui canti delle vie, e ivi invocano la Vergine in loro aiuto, bevendo alla salute della sua immagine, e caricando gli Occidentali d’imprecazioni. – Frattanto Tito, principe straniero di paese e di religione, viene ad assediare Gerusalemme alla testa del suo popolo; e l’apparizione terribile delle aquile romane dinanzi a Gerusalemme è l’abominazione della desolazione nella terra santa. Et civitatem et sanctuarium dissipabit populus cum duce venturo: et finis ejus vastitas et statuta desolatio”. Dan., IX, 26]. – Dalla parte dei Romani, si fanno prodigi di attività per innalzare le loro linee di circonvallazione e rinchiudere come in un cerchio di ferro, o meglio in un vivo sepolcro, Gerusalemme e i suoi abitanti. – Dalla parte dei Giudei, la vertigine dell’orgoglio e il furore della guerra civile. Costretti dai nemici di fuori, essi si dividono in fazioni che si sbranano, e che fanno di Gerusalemme l’immagine dell’inferno. – Maometto II, principe straniero di paese e di religione, comparisce sotto le mura di Costantinopoli alla testa del suo popolo. Questo popolo d’infedeli si componeva di trecentomila soldati, accompagnati da una flotta di quattrocento navi: e la formidabile comparsa della mezzaluna dinanzi a Costantinopoli era l’abominazione della desolazione in una terra cristiana Frattanto Maometto ardendo dal desiderio di vincere, forma i suoi accampamenti, rizza le sue macchine e dispone le sue bocche da fuoco. Ben tosto padroni di tutti i contorni, gli assedianti battono più da vicino le mura, colmano i fossati, aprono le brecce e si preparano all’ assalto. – Invece di unirsi, i Greci come i Giudei, si dividono sempre più. Quelli che paiono accettare il domma cattolico concernente lo Spirito Santo, sono considerati come tanti empii. La gran Chiesa di santa Sofia, che per Costantinopoli era ciò che il tempio per Gerusalemme, avendo servito di riunione ai cattolici « non è più per gli scismatici che un tempio pagano, un rifugio di demoni; non vi si vede più né ceri, né lampade. – Non è altro che una spaventosa oscurità e una trista solitudine, immagine funesta della desolazione, dove i nostri delitti stavano per ridurla in pochi giorni.2 »2 [Michel Ducas c. XXXVI. – Tal è l’accecamento del loro odio, o 1’eccesso della loro viltà, che una città di trecentomila anime non trovi per difenderla, che settemila cittadini e duemila stranieri. – Come i sicari di «Gerusalemme, cosi questa piccola truppa fa prodigi di valore. Ma questi sforzi non fanno che irritare Maometto, come quei dei Giudei non avevan servito che a esasperare Tito. Il porto di Costantinopoli era chiuso da una forte catena che rendeva inutile la flotta ottomana. Maometto concepisce il prodigioso disegno di fare scendere le sue navi nel porto, portandole sopra un promontorio, e facendole sdrucciolare su dei panconi unti di sego, fino a’piè di Costantinopoli. – Il lavoro si compié durante la notte, e ai primi raggi del giorno i Greci stupefatti vedono la flotta nemica nel loro porto. – Dopo furibondi combattimenti, Tito s’impadronisce della prima e della seconda cinta di Gerusalemme: poi della terza e della cittadella Antonia, riunita al tempio per mezzo di un portico. Non potendo ancora forzare i faziosi, abbandona la città al saccheggio. I suoi soldati vi commettono tutti gli orrori ; il tempio è ridotto in cenere; neppure una pietra rimane sopra’ pietra, e l’aratro passa sul suolo della città deicida. Accostatosi a Costantinopoli per terra e per mare, Maometto annunzia l’assalto generale per il 27 maggio, accendendo dei fuochi in tutto il suo campo. L’assalto incomincia il 28 al mattino. Come quello di Gerusalemme, esso si continua tutto il giorno, e una parte della notte, con un incredibile accanimento. Finalmente il 29 maggio, seconda festa di Pentecoste 1453, a un’ora dopo mezza notte, Costantinopoli cade in potere dei Turchi. – Cosi, mentre la Chiesa latina, devotamente radunata nelle sue chiese, celebra con allegrezza il solenne anniversario della discesa dello Spirito Santo sul mondo, e proclama altamente la sua processione dal Padre e dal Figliuolo, i Greci che la negano bestemmiando, sono schiacciati sotto le rovine della loro capitale, e ricevono sulle loro teste orgogliose il giogo di ferro della barbarie mussulmana. Dal che deducesi, che delle due più spaventevoli catastrofi di cui la storia faccia menzione, la rovina di Gerusalemme e il sacco di Costantinopoli, la prima é la tremenda punizione del delitto commesso contro la seconda persona della SS. Trinità, la seconda, il castigo non meno tremendo di un delitto analogo, commesso contro la terza Persona della SS. Trinità. – Ciò che i romani fecero a Gerusalemme, è oltrepassato da quel che fecero i Turchi a Costantinopoli. Come i Giudei, respinti da tutte le parti, si erano rifugiati nel tempio, cosi i Greci perduti, si rifugiano nella grande chiesa di santa Sofia. Tempio e chiesa divengono il teatro di tali orrori, che la storia osa appena delinearne il ricordo. Ascoltiamo pertanto un testimone oculare. È il cardinale Isidoro medesimo, d’origine Greco, che ci dipinga la desolazione di Costantinopoli; come un altro testimone oculare, Gioseffo, Giudeo di nazione, è stato scelto dalla Provvidenza, per trasmettere alla posterità la descrizione del sacco di Gerusalemme! [Allo scopo di sfuggire alla morte, il principe della Chiesa rivesti del suo abito di cardinale un cadavere, al quale i Turchi tagliarono la testa e la recarono al Sultano col cappello rosso].- Ecco alcuni versi del suo racconto: « Maometto circondato da’ suoi visir, essendo entrato in Costantinopoli, due soldati gli portano la testa dell’imperatore di Costantino. – Ei la fa inchiodare ad una colonna, dove essa vi resta fino a sera: Poi, avendola fatta scorticare e riempire di paglia, la invia come trofeo ai principi dei Turchi, in Persia e in Arabia. » [Apud. S. Antoh., pars historia l.fol. 188, c. XIV, ediz. infol.]. – Cosi Tito, dopo averli mostrati in spettacolo ai romani, il giorno del suo trionfo, fece scannare nella prigione Mamertina, Simone di Gioras e Giovanni di Giscala, principi dei Giudei. – « Dopo quest’oltraggio al vinto, Maometto entra in Santa Sofia e si asside sull’altare, come se fosse il Dio del tempio, in luogo del Verbo incarnato, proclamandosene in tal modo l’avversario. Di già i suoi soldati hanno scannato alla rinfusa tutti quelli che si trovavano sul santo luogo. Aggiungendo il sacrilegio alla crudeltà, ricoprono di sputi, rompono, calpestano le immagini di Nostro Signore, dell’augusta sua Madre, dei santi e dei martiri. Essi strappano i Vangeli e tutti i libri di preghiere: indossano gli ornamenti sacerdotali, profanano nel modo il più ributtante i vasi sacri, le reliquie dei santi e tutto ciò che vi ha di più venerabile nella religione. » [“Mingebant, stercorizabant, omnia vituperabilia exercebant”. Apud S. Anton., ubi supra]. – Come nel tempio e in Gerusalemme, cosi in Santa Sofia e in Costantinopoli tutto è massacro e abominio. Centundicimila Giudei periscono durante l’assedio; gli altri sono venduti come schiavi, carichi di catene, impiegati nei pubblici lavori, riserbati per i combattimenti dei gladiatori, queste turbe di deicidi portano per tutta la terra lo spettacolo vivente della predetta desolazione: e dopo diciotto secoli tutte le generazioni veggono questo cadavere di popolo, appeso al patibolo della divina giustizia. – Medesimo spettacolo a Costantinopoli. Sacerdoti, frati, monache, donne, fanciulli, vecchi, tutto ciò che sopravvive, divenuto preda dei vincitori, è accatastato in tanti stabbj e venduto come bestiame. Si veggono i principi, i baroni, i grandi signori trascinati con la corda al collo, cacciati a colpi di staffile e comprati per tanti uomini da nulla, che ne fanno tanti guardiani di bovi e di maiali. [Apud S. Anton., ubi supra.]. – La massa della popolazione è gettata nelle galere, che pongono subito alla vela per tutte le direzioni. – Per lungo tempo i porti dell’Asia e dell’Africa vedono esposti, nei loro spaventosi mercati, lunghe catene di schiavi, che sono come gli ebrei dispersi ai quattro venti, per insegnare a tutti i popoli ciò che diventa una nazione che osa dire allo Spirito Santo: Noi non vogliamo che tu regni su di noi: “Nolumus hunc regnare supen nos”. Tanto Gerusalemme che Costantinopoli fu così bene spopolato, che Maometto non vi lasciò, dice il cardinale, né un greco, né un latino, né un armeno, né un ebreo : “Nullum incolam intra reliqiierunt, non Graecum, non Latinum, non Armenum, non Judaeum”. – Così si compié sul Greco deicida della terza Persona della SS. Trinità, la minaccia adempiuta sul Giudeo, deicida della seconda. « Voi che non avete voluto servire il Signore nella gioia, nell’allegrezza del vostro cuore e nell’abbondanza di tutti i beni, servirete il nemico che il Signore vi manderà nella fame e nella séte, nella nudità e nell’indigenza, e porrà sul vostro collo, un giogo di ferro che vi schiaccerà. Il Signore condurrà contro di voi una nazione lontana, rapida come l’aquila, della quale non intenderete la lingua. Nazione orgogliosa e crudele, senza riguardo alla vecchiezza, senza pietà per l’infanzia, non vi lascerà nulla, rovescerà le vostre mura e vi annienterà col massacro e la dispersione. [Deuter., XXVIII, 48 e seg.]. » – [Come non pensare alle analoghe vicende dei monofisiti, nestoriani, giacobiti, giovanniti di Siria ed Iraq, viste le attuali vicissitudini belliche di questi popoli ribelli alla dottrina ed al Magistero Cattolico, … non avranno forse irritato la divina Maestà per le loro ostinazione contro lo Spirito Santo e la sua azione, come i Giudei ed i Greci di Costantinopoli? – n.d.r. – ]. – Dopo l’adempimento alla lettera di questa minaccia divina, i Greci vivono sotto il giogo tirannico de’ loro vincitori. Ancor oggi, dopo quattro secoli di umiliazioni e di castighi, questo popolo, come il Giudeo, ha occhi per non vedere, orecchie per non udire, memoria per non ricordarsi, mente per non comprendere la formidabile lezione che Dio gli infligge in punizione della sua ribellione ostinata contro lo Spirito Santo.

Constantinople

– O nazioni d’Occidente, procurate che questa lezione non sia perduta per voi. Tale è il voto che ci resta a formare dando termine a questo lavoro, dove si mostra sin,dal cominciamento dei secoli, l’azione permanente e sovrana dello Spirito del bene e dello Spirito del male, sull’umanità. – Vedendo ciò che Costa il peccare contro lo Spirito Santo, impariamo a correggere i nostri pensieri e i nostri timori. Allo spettacolo della corruzione dei costumi, del fascino per le cose da nulla, dell’oblio troppo generale dei doveri più sacrosanti, tremiamo per l’avvenire, ma tremiamo soprattutto nel pensare al peccato contro lo Spirito Santo, divenuto oggidì tanto comune. – Deh possano i governi ancor più dei governati, prendere sul serio la sentenza pronunziata dal Legislatore supremo, contro i bestemmiatori dello Spirito Santo, e ricordarsi, che immutabile come la verità, essa rimane sempre sospesa sul capo delle società che li imitano o che li tollerano. Possano essi nella vita pubblica come nella vita privata, non dimenticare giammai che l’uomo quaggiù è posto nell’alternativa inesorabile di vivere sotto l’impero dello Spirito,del bene, o sotto la tirannia dello Spirito del male; che il primo è lo Spirito di vita, vita intellettuale, vita morale, vita sociale, vita eterna: che il secondo è lo Spirito di morte, e che, negatore adeguato dello spirito di vita, produce la morte sotto tutti i nomi: per gli individui, la morte eterna alla quale ei li trascina per il cammino dell’iniquità, della vergogna e della servitù; per le nazioni, che non vanno in corpo nell’altro mondo, la morte sociale a cui ei gli conduce con catastrofi inevitabili. -In conclusione: Perduto per lo Spirito del male, il mondo non sarà salvo che per lo Spirito del bene. Gli rimane intelletto bastante per capirlo ? Iddio lo sa. – Quel che noi sappiamo, è che una sola potenza è capace di fare intendere questa verità capitale ai sordi coronati come a popoli materialisti e distratti. Questa potenza è il clero; il clero che opera nella pienezza della sua forza e della sua libertà. Per i re come per i sudditi, questo solo ha le parole di guarigione, tutte le parole di guarigione; perché esso solo ha le parole di vita, tutte le parole di vita. Se, come non bisogna dubitarne, al coraggio del bene aggiunge l’intelligenza de’ tempi, egli vedrà che la lotta attuale, lotta accanita e che si estende per tutta la faccia del globo, è oramai tra la negazione assoluta e l’affermazione assoluta, tra il cattolicismo del male e il cattolicismo del bene, tra satana e lo Spirito Santo, combattenti per una suprema vittoria in persona, e per cosi dire corpo a corpo, alla testa de’ loro eserciti. A questo solennissimo spettacolo della storia, il suo zelo, come quello di Paolo alla vista d’Atene pagana, s’infiammi di nuovo ardore. Il clero soldato intelligente ma non inteso, non si lasci scoraggiare né dall’impossibilità morale dell’impresa, né dagli scherni del mondo, né dal torpore dei falsi fratelli. I Pescatori di Galilea non hanno affrontato Cesare e i barbari? Perseguitati e derisi, non hanno essi vinto? Per cedere il posto al Dio del Cenacolo, satana non ha egli veduto i suoi altari rotolar nella polvere dall’alto del Campidoglio? Il braccio dell’Onnipotente non è punto scorciato. Per noi cattolici ecclesiastici o laici, la lotta non è già una speculazione, ma é un dovere. Qualunque sia l’avvenire della società, noi saremo riusciti a fare o dei nobili vincitori, o delle nobili vittime. Sia dunque da qui in innanzi predicato per tutto Io Spirito Santo; affinché riprenda nella vita delle nazioni quel posto che gli si compete e che non avrebbe giammai dovuto perdere. Che il suo culto troppo lungamente trascurato, rifiorisca nelle città e nelle campagne; e che sulle labbra di tutti’i cattolici del secolo decimonono si trovi frequente come il respiro, l’ardente preghiera del re profeta. Manda fuori il tuo spirito, e tutte le cose saranno create; e rinnoverai la faccia della terra. “Emitte spiritum tuum, et creabuntur, et renovabis faciem terrae” . [Ps. CIII]

In ciò, in ciò soltanto sta la salute del mondo.

Parigi, nella festa della Pentecoste,

15 maggio 1864

 

18 GIUGNO 1968 -1-

18 giugno 1968

-1-

mitra1

   18 giugno del 1968? Che cosa è successo in questa data, vi chiederete? Alla maggior parte delle persone, e soprattutto a coloro che, militando nella anti-chiesa conciliare, infiltrata palesemente dalla sinagoga di satana, si reputano ancora cattolici, nonostante l’evidenza dei fatti dimostri che essi siano modernisti ultraprotestanti e non abbiano più alcuna idea di che cosa significhi essere cattolici, non conoscendo più il Catechismo, la Tradizione dei Padri, e soprattutto il Magistero della Chiesa, credendo che il tutto si risolva nella frequentazione di un rito paganeggiante, protestantizzato, per certi aspetti demoniaco, blasfemo e sacrilego, che ancora essi osano definire “Messa”, della quale non hanno nemmeno la più pallida idea, o avvezzi a sacramenti francamente invalidi e illeciti somministrati da falsi sacerdoti invalidamente ordinati da falsi vescovi, a queste persone, dicevo, questa data non dice alcunché! Molto si dibatte sul “novus ordo missae”, nuovo vero “mostro conciliare”, dal tenore gnostico-luciferino, schiaffo cruento a tutta la dogmatica cattolica ed ai dettami evangelici, oltre che alla tradizione bi-millenaria della Santa Chiesa Cattolica, rito mutuato dai rosa+croce, 18° livello massonico, che offrono nelle loro agapi sataniche un agnello decollato al “signore dell’universo”, cioè a lucifero, quale sacrificio redentivo … qualche sprovveduto ancora obietta: “ … ma non è stato concesso con il “summorum pontificum” del 2007 di celebrare in “forma straordinaria” la Messa antica?” A parte il fatto che questa è stata un ennesima “presa per i fondelli” (mi si passi l’espressione rustica), il considerare cioè la “vera” Messa solo un rito straordinario, da celebrare “una tantum” per accontentare gli inguaribili antiquati e trogloditi tradizionalisti, alla domanda si può rispondere tranquillamente così: “Quando sono oramai scomparsi i sacerdoti validamente consacrati, ecco che i modernisti apostati hanno permesso la celebrazione della Messa “in latino” . Questo significa che viene permesso il rito cattolico “di sempre”, ma esso è comunque sacrilego, invalido ed illecito, perché celebrato da un falso prete, un laico travestito, mai consacrato, sia perché mai tonsurato, come la Chiesa ha sempre stabilito, sia perché ordinato oltretutto da un finto vescovo, a sua volta mai consacrato, per il semplice motivo che il rito di consacrazione dei vescovi è totalmente mutato dal 18 giugno del 1968, dal momento che la formula valida, fissata infallibilmente ed immutabilmente da Pio XII nel 1947, è stata sostituita da una formula assurda, blasfema, eretica, pregna di definizioni antitrinitarie, antifiloque, atta a consacrare un “eletto manicheo”, cioè un servo dell’anticristo, come vedremo più in avanti. In tal modo si è cercato di scardinare la Chiesa ed il Cristiamesimo tutto distruggendo la gerarchia cattolica, ed invalidando il Sacramento della Cresima, quello che rende veri “soldati” i battezzati in Cristo, motivo principale per cui i giovani attualmente sono assolutamente privi delle manifestazioni dei Doni dello Spirito Santo, quelli che rendono un battezzato un vero cristiano attivo e pronto a difendere la propria fede ed a comportarsi secondo i settami della Chiesa Cattolica, l’unica vera Chiesa di Cristo, con i risultati che tutti possiamo osservare. Una “fava” che ha permesso di prendere due piccioni: la gerarchia e la gioventù cattolica, oramai entrambe “quasi” distrutte, materialmente l’una e spiritualmente l’altra. Questa verità sconvolgente purtroppo si è realizzata sotto una sapiente regia, non solo umana, come vedremo, ma anche e soprattutto luciferina! Ma procediamo con ordine, trattandosi di un argomento molto delicato, cioè della “consacrazione dei vescovi”, la cui formula è stata modificata ed applicata appunto per la prima volta, nel fatidico 18 giugno 1968, formula che costituisce un passaggio fondamentale ed obbligato nella costruzione della Gerarchia cattolica, nonché la base di tutti i Sacramenti. Scardinando con machiavellica lucidità questa “Consacrazione”, con il renderla cioè invalida nella “forma” e nella “intenzione”, tutto l’edificio Cattolico umanamente crolla inesorabilmente nel giro di pochi decenni, esattamente come è accaduto negli ultimi anni, lasciando veramente la Chiesa Cattolica, come annunziato dalla Vergine alle apparizioni de La Salette, oscurata da una eclissi mostruosa: “… la Chiesa sarà eclissata!” …

L’argomento è della somma importanza in riferimento alla salvezza della nostra anima, che nella maggior parte dei casi è, nel mondo cattolico, affidata (si fa per dire …) a semplici laici travestiti, come da sacrilego carnevale, da vescovi, cardinali o preti (che in verità hanno già “coerentemente” dismesso l’abito sacerdotale, come ognuno può constatare). –  Iniziamo da considerazioni teologiche apparentemente barbose, ma indispensabili per una corretta comprensione dell’argomento. Dalla teologia dei Sacramenti apprendiamo che “L’ordinazione vescovile è fondamentale essendo la “sorgente” di tutti i Sacramenti, sia direttamente, [pensiamo alla Cresima e all’Ordine sacerdotale], sia Indirettamente: [i Sacerdoti ordinati amministrano a loro volta: Eucarestia, Battesimo, Confessione, Matrimonio, Unzione degli infermi].”

Affinché un Sacramento abbia validità, sono necessarie tre cose: “la materia, la forma e l’intenzione”. Ad esempio, per il Battesimo occorre l’acqua (materia), poi è indispensabile la forma (cioè le parole: “io ti battezzo nel Nome … etc.”, ed infine l’intenzione conforme a quella della Chiesa Cattolica. Se nel bagnare la testa al bambino, l’officiante dice: “ io ti lavo la testa …”, pur in una cerimonia in chiesa con tutti gli elementi circostanti abituali validi, il Sacramento non ha alcuna efficacia, e rappresenta al massimo il tentativo di uno shampoo per il battezzando. Allo stesso modo se il celebrante dicesse: “io ti battezzo nel nome di Renzi, Berlusconi e Bersani, il Sacramento non sarebbe valido, poiché non conforme alle intenzioni della Chiesa che sono quelle di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. A tutti è chiaro allo stesso modo che nel Sacramento dell’Eucaristia la “materia” è il pane azzimo e, se per caso si usasse un’ostia di cioccolato bianco, ci sarebbe invalidità del Sacramento anche nel proferire la “vera” formula della Transustanziazione. Nel caso del Sacramento dell’Ordine, la materia è rappresentata dal “contatto” fisico tra l’impositore ed il ricevente l’ordine, come spiega mirabilmente San Tommaso nella “Summa” e quindi dall’imposizione delle mani. La sostanza di una “forma” sacramentale costituisce una cosa che è indipendentemente dagli accessori o cose accidentali che la circondano (v. tab. 1). Pertanto la “sostanza” di una forma sacramentale è il suo significato. “Il significato deve corrispondere alla grazia prodotta dal Sacramento”. Nel Concilio di Trento si definisce (Denziger 931): «Il concilio dichiara, inoltre, che nella somministrazione dei Sacramenti c’è sempre nella Chiesa il potere di decidere o modificare, lasciando salva la sostanza di questi sacramenti, così come Essa giudichi meglio convenire all’utilità di coloro che li ricevono, e nel rispetto dei Sacramenti stessi, secondo la diversità delle cose, dei tempi e dei luoghi.»

   Veniamo a chiarire già da subito che cos’è la significatio “ex adjunctis” di un Sacramento, [significato adiuvante] elemento, questo, che costituisce il punto centrale della questione e di cui discuteremo pure ampiamente in seguito. Per il momento ci basta sapere: • Il valore o l’efficacia dei Sacramenti viene da Cristo, non dalla Chiesa; e il Cristo ha voluto che essi si comportino nella maniera degli agenti naturali, “ex opere operato”.

  • Un ministro indegno o anche eretico amministra validamente i Sacramenti se utilizza “scrupolosamente” la materia e la forma proprie a ciascuno con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa.
  • L’utilizzazione della materia e della forma del Sacramento, con l’integralità della “significatio ex adjunctis” garantisce che il ministro manifesti l’intenzione della Chiesa.
  • La “significatio ex adjunctis” deve esprimere il significato del Sacramento; se le modifiche introducono una “contraddizione”, il Sacramento non ha efficacia perché manca manifestamente l’intenzione.
  • Se la “significatio ex adjunctis” è tronca, il Sacramento può essere dubbio perché l’intenzione può praticamente mancare. – In questi casi è legittimo ricercare le intenzioni di coloro che hanno modificato il rito per valutare la sua validità (cf. notazione di Leone XIII in Apostolicae Curae).

In quel fatidico nefando giorno, il “18 giugno 1968” si è perpetrata l’“Eliminazione radicale” del rito romano antico, consacrato “infallibilmente” da Pio XII nel 1947! Fortunatamente, con l’aiuto della Provvidenza, si è costituito un “piccolo resto” di consacrati “isolati”, in costante pericolo di vita, vescovi, Cardinali e sacerdoti usciti dalla “scuola” e dalle “mani” del Cardinale Siri (eletto per ben 4 volte in Conclave all’unanimità come Gregorio XVII), che potranno così perpetuare, ad onta dei marrani-massoni, attuali usurpatori, la Chiesa Cattolica, l’unica Chiesa fondata da Cristo, fuori dalla Quale non c’è salvezza eterna (extra Ecclesia nulla salus!), ed adempiere a tutte le promesse di “indefettibilità” (di assistenza continua) che il Signore Gesù ci ha fatto nel Santo Vangelo! Come questo sia potuto succedere, chi siano stati gli infami autori di questo sfregio alla Santa Chiesa Cattolica, e quindi a N.S. Gesù Cristo stesso, a Dio Padre Creatore, ed allo Spirito Santo (con una specifica eresia “anti-filioque” nella formula), con quali assurdi e per certi aspetti ridicoli pretesti abbiano compiuto questo sacrilego aberrante misfatto, lo vedremo prossimamente.

———————————————————

Tab. I

La sostanza di una forma sacramentale

  • Sostanza:

– ciò che costituisce una cosa indipendentemente dagli accessori o cose accidentali che la circondano.

  • La sostanza di una forma sacramentale è il suo significato.
  • Il significato deve corrispondere alla grazia prodotta dal Sacramento.
  • Il significato «attiene particolarmente alla forma» (Leone XIII in “Apostolicæ curæ”)
  • http://18 giugno 1968 – 2 –

 

Omelia della Domenica XIX dopo Pentecoste

Domenica XIX dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo XXII, 1-14)

giudiz.univ. giotto. part.

Piccolo numero degli eletti

“Molti sono i chiamati, pochi gli eletti”. È questo il grave, il sentenzioso, il tremendo epifonema con cui Gesù Cristo conchiude l’evangelica parabola: “Multi sunt vocati pauci vero electi”. Molli furono infatti i chiamati da un Re che volle solennizzare le nozze del proprio figlio. Alcuni francamente negarono d’intervenirvi, altri produssero scuse di affari di campagna, di negozi di città. Uccisero altri i servi mandati ad invitarli. Uno finalmente si presentò, ma senza veste nuziale, e tutti questi furono per sempre esclusi dal regale convito. Il Re che fa le nozze al proprio figlio è l’eterno Padre, il figlio è Gesù che ha sposato l’umana nostra natura unendola con unione ipostatica alla sua divinità. Negl’invitati a queste mistiche nozze, vale a dire alla fede e alla penitenza, sono espressi gl’increduli che con franca negativa si rifiutano: in quei che allegano scuse, i peccatori che da un tempo all’altro differiscono la loro conversione: negli uccisori dei servi, quei che soffocano le sante ispirazioni e i movimenti della grazia: finalmente in colui che s’introduce senza veste nuziale, quegli infelici privi della carità e della santificante grazia.Che meraviglia perciò che pochi siano quei che si salvano, se la moltitudine dei chiamati si oppone ai disegni, ai desideri di Dio che li vuol salvi? Questa formidabile verità, che pochi sono fra i cristiani adulti quei che si salvano, io prendo a dimostrarvi colla ragione e coll’autorità. Udite, o fedeli, il soggetto del mio e del vostro salutare spavento.

I . Il Regno dei cieli ci vien rappresentato nel S. Vangelo a guisa di alta rocca da vincersi a forza d’armi, da conquistarsi con violenza d’estremo valore. “Regnum coelorum vim patitur, et violenti rapiunt illud(Matt. XI, 12). Ora una rocca è difficile a superarsi quando vi concorre l’arduità del sito, la moltitudine dei nemici, la debolezza degli assediatori. L’arduità del sito, primamente non può esser maggiore. Si tratta di salire al cielo nel regno di Dio e dei beati, ov’essi son giunti a stento per molte tabolazioni, pel disprezzo del mondo, per l’austerità della vita, per l’esercizio della penitenza, per le sofferte persecuzioni, per lo spargimento del sangue, pel sacrificio della vita. Senza violentar se stesso non può lo spirito sollevarsi da terra. Il corpo è un peso che tira al basso. “Una pietra dice S. Tommaso, perché dall’alto d’una torre discenda a terra, non ha bisogno di forza, basta aprir la mano; ma perché da terra arrivi alla cima, onde discese, è necessaria forza di braccio e destrezza di mano”. “Facilis discensus Averni” (Virgil.), l’intese anche un Gentile, ascender su per le vie del cielo, “hoc opus, hic labor”. L’acque del fiume Giordano secondo la natural pendenza andavano a seppellirsi nel mar morto; per far che con corso retrogrado tornassero addietro fu necessaria l’arca del Signore e l’ opera de’ sacerdoti. Per andar dopo morte a seppellirsi nell’inferno, basta lasciare operar la natura; e la natura corrotta, i sensi e le malnate passioni ci porteranno infallibilmente laggiù; ma per tornare alla nostra sorgente, al nostro principio, che è Dio, ci vuol la forza e l’efficacia della sua grazia e la nostra cooperazione, conviene vincere le ritrosie della guasta natura, superare gli ostacoli al bene, l’inclinazione al male, mortificare l’opere della carne, vivere secondo lo spirito e menar sulla terra una vita celeste. – Cresce la difficoltà per la moltitudine dei nemici. La vita dell’uomo, dice il Santo Giobbe è una vera milizia su questa terra. “Militia est vita hominis super terram” (Cap. VII, 1). Bisogna star sempre coll’armi alla mano, ed oh con quanti nemici abbiamo a combattere! Nemici interni, nemici esterni, nemici visibili, nemici invisibili: tutti i sentimenti del nostro corpo sono altrettanti nemici, tutte le nostre passioni, l’irascibile, la concupiscibile, la superbia, l’avarizia, la gola, l’invidia, sono fiere racchiuse nel serraglio del nostro cuore, che ci fa sentire i loro ruggiti, e ci minacciano de’ loro morsi: nemico l’intelletto facile a deviare dal vero, soggetto a mille impressioni malvagie, nemica la memoria fomento di perverse rimembranze, nemica la volontà inclinata ad ogni specie di male. Si aggiunge all’esercito di tanti nemici il mondo, il demonio, la carne, i mali esempi, i cattivi consigli, le false massime, l’erronee dottrine, i libri seducenti, gli scandali passati in costume. Oh Dio, quanti inciampi, quanti pericoli, quanti lacci! Di questi lacci vide S. Antonio Abate tutta sparsa la faccia della terra, e S. Agostino forse alludendo a questa visione, “ecco, dice, il mondo ha tesi innanzi ai nostri piedi infiniti lacci; e chi potrà scansarli?” “Ecce ante pedes tetendit laqueos infinitas, et quis effugiet? (Apud Rossig.). – Cresce vie più la difficoltà di conquistare il regno dei cieli per la debolezza dei combattenti. Chi più debole ed incostante dell’uomo? Una canna è di lui men fievole, un vetro è di lui men fragile. Mirate i nostri progenitori nel terrestre paradiso, creati nell’originale giustizia, senza stimolo di passioni; e pure la vista di un pomo, due parole del demonio nascosto nel corpo di un serpente, bastarono a sedurli ed a farli prevaricare. Mirate Saul prima da Dio eletto e a Dio fedele e poi disubbidiente e riprovato. Davide santo, Profeta, uomo secondo il cuor di Dio, per uno sguardo diviene adultero e omicida; Giuda, oggi Apostolo, domani apostata; Tertulliano prima padre della Chiesa, apologista della religione cristiana, indi eretico Montanista; Lucifero, famoso Vescovo di Cagliari già difensore della fede cattolica, e dopo morto scismatico. Io vidi, dice S. Agostino, cadere a terra cedri del Libano, colonne della Chiesa, condottieri del gregge di Cristo, della rovina dei quali non avrei mai ammesso minimo dubbio, siccome mai avrei dubitato di un Gregorio Nazianzeno e di un Ambrogio. Oh Dio! quanto è grande, quanto è deplorabile l’umana fragilità! Chi si terrà sicuro? Chi si fiderà delle proprie forze? Chi in vista dell’altrui rovina non temerà della propria? – Che pochi siano quei che van salvi, dopo la ragione ce ne convince l’autorità. Apriamo le divine Scritture e riscontriamo prima le immagini che al dir dell’Apostolo “in figura facto, sunt nostri, (ad Cor. X, 6), poi le sentenze che comprovano questa spaventosa verità. Dal diluvio universale, che affogò tutta l’umana generazione, quanti furono gli scampati? Solo otto persone, Noè, e la sua famiglia. Dall’incendio delle popolose città di Pentapoli quanti fuggirono? Quattro soltanto. Lot con la consorte e due sue figlie. Di seicento mila Israeliti abili all’armi, senza contar le donne e i fanciulli, usciti dall’Egitto per entrare nella terra promessa, quanti vi posero piede? Due soli, Giosuè e Caleb). Molte, dice Gesù Cristo nel Vangelo di S. Luca, furono le vedove in Israele ai tempi d’Elia angustiate per la gran fame, e ad una sola, la vedova di Sarepta, fu recato soccorso. Molti furono i lebbrosi ne’ giorni d’Eliseo, e uno solo fu risanato, cioè Naaman Siro. La terra è infetta dai suoi abitatori, soggiunge Isaia, e perciò sulla faccia della medesima si spargerà la maledizione ad esterminarla. Pochi restarono ad abitarla “relinquentur homines pauci” (XXIV, 6), e saranno tanto pochi che potranno rassomigliarsi a quelle rare e poche olive che restano sull’albero dopo essere stato bene scosso e perticato, e a quegli scarsi grappoli d’uva che in un’abbondante vendemmia sfuggono all’occhio dell’attento vignaiuolo. Tutti corrono al pallio, ricorda San Paolo, ma un solo è quello che arriverà a conseguirlo, “omnes quidem currunt, sed unus accipit bravium(1 Cor. IX, 24). E giacché di S. Paolo abbiamo fatto menzione, udite come parla di sé questo vaso di elezione, questo grande Apostolo già rapito fino al terzo cielo. “Miei cari, per grazia di Dio la mia coscienza di nulla mi rimorde”, “nihil mihi conscius sum(1 Cor. IV, 4), ma non per questo mi tengo per giusto, “sed non in hoc iustificatus sum”. Anzi castigo il mio corpo per tenérlo a guisa di schiavo insolente soggetto alla ragione ed alla fede, perché temo che procurando colla mia predicazione l’altrui salvezza, io non divenga un misero riprovato, “ne cum aliis praedìcaverim, ipse reprobus efficiar” (1 Cor. IX, 27). – Ma che cercare esempi e figure quando in chiari termini precisi parla l’Incarnata Sapienza, la stessa Verità, Cristo Gesù? Interrogato Egli se pochi sono quei che si salvano, “si pauci sunt qui salvantur(Luc. XV, 24)? Rispose: “Angusta è la porta del cielo, fate ogni sforzo per entrarvi”, “contendite intrare per angustam portam”, così in S. Luca. Passate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa è la strada che mena alla perdizione, e molti son quelli che per questa si avviano, “et multi sunt qui intrant per eam”. E di nuovo esclamando ripete: “oh quanto è stretta la porta e angusta la strada che conduce alla vita!” e pochi son quei che a questa si appigliano, “et pauci sunt qui inveniunt eam” (Cap. VII, 14). Così in S. Matteo. In somma conchiude, “molti sono i chiamati alla fede, alla penitenza, alla salute, ma pochi sono gli arrendevoli a queste chiamate, per conseguenza pochi sono gli eletti” “multi sunt vocati, pauci vero electi(Matt. XX, 10). A questa irrefragabile autorità appoggiati i santi Padri Agostino, Girolamo, Gregorio, Crisostomo, Anselmo, Efrem, Teodoro, Basilio, tutti concordano che dei cristiani adulti che possono colla libertà dell’arbitrio cooperare alla propria salute, il maggior numero sia dei reprobi, non degli eletti. Per non esser prolisso non vi reciterò le loro sentenze: basterà per tutti S. Giovanni Crisostomo. Predicando questi nella gran città di Costantinopoli, tutta allora cristiana, città la più numerosa di popolo dopo Roma, arrivò a dire che di una sì vasta popolazione, appena cento avrebbero nazione, e di questi cento aveva pure alcun dubbio: “Non possut in tot millibus inveniri centum qui salventur, quia et de his dubito”. Forse allora era meno corrotto il costume. E che avrebbe detto a’ tempi nostri in vedere la religione derisa, la devozione schernita, la Chiesa perseguitata, la bestemmia in costume, la disonestà in trionfo, la sevizia dei mariti, l’infedeltà delle mogli, fuggita la frequenza nei divorzi, la scostumatezza dei figli, la licenza delle zitelle, la frode nei contratti, l’usura nei prestiti, la prepotenza nelle liti, la facilità negli spergiuri, la profanazione delle Chiese, lo scandalo delle mode, lo scandalo nelle pitture, lo scandalo nelle canzoni, nei libri osceni, nei libri eretici? Mio Dio, che torbido rovinoso torrente d’ogni iniquità inonda la terra! E dopo ciò; farà sorpresa il dire che pochi si salvano? Ah, miei dilettissimi, se per bene vostro io vi son cagione di spavento, perdonate per pietà, ad uno ch’è più di voi spaventato: “Territus, terreo(D. Aug.). – Misero me! mi salverò? mi perderò? Sarò nel numero de’ pochi salvi? O in quello dei molti riprovati? Io son vicino alla tomba, i capelli son bianchi, le forze mancano, la vista è debole, poco mi resta di vita. Che sarà di me al tremendo giudizio di Dio? Che sentenza mi toccherà? propizia o contraria? Se do uno sguardo alla mia coscienza aggravata di tante colpe, se rifletto alla difficoltà della salute, io mi do per perduto. La divina giustizia io l’ho irritata: la divina misericordia non me la rendo propizia. Fui peccatore, son peccatore, non rimedio al passato, non profitto del presente, non provvedo all’avvenire. Ah! che dovunque mi volgo non trovo che oggetti di spavento e di disperazione. In tanto orrore di me stesso mi resta una sola speranza: Maria, rifugio dei peccatori, mi getto a’ vostri piedi, mi nascondo sotto del vostro manto, difendetemi dalla giusta collera di un Dio da me troppo indegnamente offeso. In questo giorno in cui tutto il popolo cristiano a voi ricorre e tanto vi onora, [cadeva in questa domenica la solennità di Nostra Signora del Rosario], non rigettate dal vostro cospetto un peccator ravveduto. Madre dolcissima, avvocata de’ peccatori, difendete la mia causa, dite al vostro Figlio che son pentito delle mie colpe e delle sue offese, che più non peccherò, che voglio da qui innanzi vivere nel numero dei pochi per salvarmi coi pochi. Pochi sono i cristiani timorati, casti, sobri, pii, giusti, umili, limosinieri, devoti, sarò di questo numero? Se il mondo è perverso e pervertitore, ne starò lontano; vivrò come Abramo in mezzo a’ Caldei, vivrò come Tobia nella prevaricazione d’Israele, avrò sempre vivo alla mente il ricordo di S. Giovanni Climaco : “Vive cum paucis, si vii regnare cum paucis”.

MADONNA DELLA MERCEDE

mercede

MADONNA DELLA MERCEDE

Forza e dolcezza.

Settembre termina con la lettura, nell’Ufficio del tempo, dei libri di Giuditta e di Ester. Ester e Giuditta, liberatrici gloriose, sono figura di Maria, la nascita della quale illumina tutto il mese di un fulgore così puro, che il mondo ha già sperimentato utile. Adonai, Signore, tu sei grande; ti ammiro, O Dio, che rimetti la salvezza nelle mani della donna (Antif. del Magnificat ai primi Vespri della IV domenica di settembre). La Chiesa inizia così la storia dell’eroina che salvò Betulia con la spada, mentre, per strappare il suo popolo dalla morte, la nipote di Mardocheo adoperò soltanto fascino e preghiere. Dolcezza dell’una, valore nell’altra, bellezza in tutte e due; ma la Regina, che si è scelto il Re dei re, tutto eclissa con la sua perfezione senza rivali e la festa di oggi è un monumento della potenza che spiega per liberare, a sua volta, i suoi.

La schiavitù.

L’impero della Mezzaluna non cresceva più. In declino in Spagna, fermato in Oriente dal regno latino di Gerusalemme, nel secolo XII, lo si vide cercare nella pirateria gli schiavi che le conquiste non fornivano più. Ormai poco molestata dalla Crociata, l’Africa saracena corse i mari, per rifornire il mercato mussulmano. L’anima freme al pensiero di innumerevoli sventurati di ogni condizione, di ogni sesso, di ogni età, strappati alle regioni costiere dei paesi cristiani, o catturati sui flutti, e distribuiti negli Harem o nelle galere. – Ma, nel segreto delle prigioni senza storia. Dio non fu meno onorato che nelle lotte degli antichi martiri, perché eroismi ammirabili riempirono il mondo della loro fama e, dopo dodici secoli, sotto gli occhi degli angeli. Maria aprì nel dominio della carità orizzonti nuovi nei quali i cristiani rimasti liberi, votandosi al soccorso dei fratelli avrebbero dato prova di eroismi ancora sconosciuti. Non vi è qui una ragione della presenza del male passeggero di questa terra? Sarebbe, senza di esso meno bello il cielo, che deve durare eternamente.

Gli Ordini per il riscatto degli schiavi.

L’Ordine della Mercede, a differenza di quello della SS. Trinità, che l’aveva preceduto di 20 anni, fondato in pieno campo di battaglia contro i Mori, ebbe alla sua origine più cavalieri che sacerdoti. – Fu chiamato Ordine reale, militare e religioso della Madonna della Mercede per la redenzione degli schiavi e i suoi sacerdoti attendevano all’Ufficio corale nelle Commende dell’Ordine, mentre i cavalieri sorvegliavano le coste e adempivano la missione rischiosa del riscatto dei prigionieri cristiani. San Pietro Nolasco fu il primo Commendatore o Maestro Generale dell’Ordine e quando furono trovati i suoi resti lo si trovò ancora armato di corazza e di spada. – Leggiamo le righe che seguono, nelle quali la Chiesa, ricordando fatti noti, ci dà oggi il suo pensiero (Festa dei santi Pietro Nolasco e Raimondo di Pegnafort, 28 e 23 gennaio). – Quando il giogo Saraceno pesava sulla parte più grande e più bella della Spagna, mentre innumerevoli infelici, in una spaventevole schiavitù, erano esposti al pericolo continuo di rinnegare la fede e di dimenticare la loro eterna salvezza, la Beata Regina del cielo, rimediando nella sua bontà a tanti mali, rivelò la sua grande carità, per riscattare i suoi figli. Apparve a san Pietro Nolasco, che pari alla ricchezza aveva la fede e che, nelle sue meditazioni davanti a Dio, pensava continuamente al modo di portare aiuto ai molti cristiani prigionieri dei Mori. Dolce e benigna, la Beata Vergine si degnò dirgli che, insieme con il suo Figlio, avrebbe gradito la fondazione di un Ordine religioso, che avesse lo scopo di liberare i prigionieri dalla tirannia dei Turchi e, incoraggiato da questa visione, l’uomo di Dio si pose all’opera con un ardore di carità che sarebbe impossibile descrivere ed ebbe da quel momento un solo pensiero: consacrare sé e l’Ordine che avrebbe fondato all’altissima missione di carità di rischiare la vita per i suoi amici e per il prossimo. – Nella stessa notte la Vergine Santissima si era manifestata al beato Raimondo da Pegnafort e al re Giacomo di Aragona, rivelando anche ad essi il suo desiderio e pregandoli di impegnarsi in un’opera così importante. Pietro corse tosto ai piedi di Raimondo, suo confessore, per esporgli ogni cosa, lo trovò già preparato da Dio e si affidò alla sua direzione. Intervenne allora il re Giacomo, onorato egli pure della visione della Beata Vergine e risoluto di realizzare il desiderio da Lei manifestato. – Dopo averne trattato insieme, in perfetto accordo, si dedicarono alla fondazione dell’Ordine in onore della Beata Vergine, che avrebbero intitolato con il nome di Santa Maria della Mercede per la Redenzione degli schiavi. – Il 10 agosto dell’anno del Signore 1218, il re Giacomo pose in opera il progetto già maturato dai santi personaggi e i religiosi si obbligavano con un quarto voto a restare ostaggio presso le potenze pagane, se si fosse reso necessario per liberare i cristiani. Il Re concedette che i religiosi portassero sul proprio petto le sue insegne ed ebbe cura di ottenere da Gregorio IX la conferma dell’Ordine religioso, che si proponeva così grande carità verso il prossimo. Dio stesso, per mezzo della Beata Vergine, diede all’opera tale sviluppo che fu presto nota nel mondo intero ed ebbe molti membri insigni per santità, pietà e carità e, raccogliendo le offerte dei fedeli di Cristo e impiegandole nel riscatto del prossimo, offrendo spesso per il riscatto sè stessi, liberarono molti. Era doveroso rendere grazie a Dio e alla Vergine Madre per una istituzione cosi bella e per tanti benefici operati e la Sede Apostolica, con i mille privilegi concessi all’Ordine, accordò la celebrazione di questa festa particolare e il suo Ufficio.

La Vergine liberatrice.

Sii benedetta, tu, onore del nostro popolo e nostra gioia (Giudit. XV, 10). Nel giorno della tua Assunzione gloriosa era bello per noi vederti salire a prendere il titolo di Regina (Ester IV, 14) e la storia dell’umanità è piena dei tuoi interventi misericordiosi. Si contano a milioni quelli cui tu hai spezzato le catene, i prigionieri da Te strappati all’inferno dei Saraceni, vestibolo dell’inferno di Satana. In questo mondo, che gioisce al ricordo recentemente rinnovato della tua nascita, il tuo sorriso bastò sempre a dissipare le nubi e ad asciugare il pianto. Quanti dolori tuttavia sono ancora su questa terra sulla quale nei giorni della tua vita terrena anche tu hai voluto gustare a lungo il calice della sofferenza! Dolori che santificano, dolori per qualcuno fecondi ma, purtroppo anche dolori sterili, dannosi, di sventurati che l’ingiustizia sociale inasprisce, per i quali la schiavitù dell’officina, lo sfruttamento multiforme del più forte sul debole appaiono peggiore della schiavitù in Algeria o a Tunisi. Tu sola, o Maria, puoi spezzare questi legami inestricabili coi quali l’ironia del principe del mondo incatena una società che ha portato allo sbandamento in nome della libertà, dell’eguaglianza. Degnati intervenire; mostra che tu sei Regina. Tutta la terra, l’umanità, ti dice, come Mardocheo a colei ch’egli aveva nutrito: Parla al re per noi, liberaci dalla morte (Ester 15, 1-3).

MADONNA DELLA MERCEDE :

ossia della Redenzione degli schiavi

[Manuale di Filotea – 188]

mercede2

I- Amabilissima Vergine Maria, che non con tenta di avere cosi efficacemente cooperato alla liberazione delle anime nostre dalla schiavitù del peccato allora quando, col sacrificio del vostro cuore, rendeste più compito e più abbondante quel Sacrificio divino che della propria persona faceva là sul Calvario il vostro divin Figliuolo, voleste ancora diventare la Redentrice dei nostri corpi, ordinando ai vostri devoti d’instituire sotto il santissimo Ordine della Mercede per riscattare i Cristiani dalle barbare mani degli infedeli, ottenete a noi tutti la grazia di riguardarvi mai sempre come la nostra più generosa benefattrice, e di travagliare continuamente, a vostra imitazione, per la salute così spirituale come corporale lei nostri prossimi. Ave.

II- Amabilissima Vergine Maria, che, per liberare dalla tirannia dei Saraceni dominatori della Spagna, tutti i Cristiani che venivano da quegli empi condotti in durissima schiavitù, vi degnaste di comparire nella medesima notte a S. Pietro Nolasco ed a Raimondo di Pegnafort non che a Giacomo, Re d’Aragona, affinché, animati dalla vostra protezione, si applicassero immediatamente all’istituzione dell’Ordine tanto benefico della Mercede, impetrate a noi tutti la grazia di avere a vostra imitazione, una compassione tenera ed efficace per tutti i travagli del nostro prossimo, e di vivere sempre in maniera da meritare lo vostre particolari illustrazioni per procurargli costantemente il miglio bene. Ave.

III. – Amabilissima Vergine Maria, che, ad ottenere efficacissima la Redenzion degli schiavi, mediante l’Ordine santissimo della Mercede da Voi medesima istituito, ora infondeste nei facoltosi una generosità tutta nuova perché largheggiassero nelle elemosine, ora moltiplicaste il denaro nelle mani dei Religiosi quando mancavano del necessario al riscatto dei loro fratelli, ora con aperti miracoli sottraeste alle mani dei barbari gli schiavi vostri devoti, ottenete a noi tutti la grazia di non perdere mai la libertà di figli adottivi di Dio e di esser subito liberati dalla schiavitù del demonio, quando con qualche peccato ci fossimo a lui venduti spontaneamente, onde, dopo avervi servita come nostra Padrona qui in terra, passiamo a graziarvi per tutti ì secoli qual nostra Corredentrice su in cielo. Ave, Gloria.

Oremus

Deus, qui pergloriosissimam Filii tui Matrem ad liberandos Christi fideles a potestate Paganorum, nova Ecclesiam tuam prole amplificare dignatus es, presta, quaesumus: ut quam pie veneramur tanti Operis institutionem, ejus pariter meritis et intercessione a peccatis omnibus et capti vitate daemonis liberèmur. Per eundem Dominum, etc.

 

La strana sindrome di nonno Basilio 36

nonno

Caro direttore, ancora una volta abuso della sua cortesia, rivolgendomi a lei un po’ per confidarmi con un amico, un po’ alla ricerca di un conforto ed un aiuto nella speranza lei possa trovare un rimedio al mio attuale stato mentale, nel quale persiste, come altre volte le ho accennato, il “buco” mnemonico e certe altre strane manifestazioni secondarie. I miei nipoti cercano come possono di aiutarmi, e per la verità ce la mettono tutta, anche se Mimmo, in particolare, spesso mi fa innervosire per le sue trovate stravaganti in materia religiosa, che a suo dire fanno parte di una Chiesa oggi rinnovata ed evoluta, ma che io, memore degli insegnamenti della buon’anima dello zio Tommaso, trovo assurde, ridicole e a volte blasfeme ed eretiche. Devo riconoscergli che sta però impegnandosi per meglio comprendere i fondamenti del Cattolicesimo. L’altra settimana ad esempio, ero nel mio studiolo, con in mano un testo di teologia di San Tommaso d’Aquino. Per la verità si trattava delle cosiddette XXIV tesi del Tomismo redatte a suo tempo da padre Guido Mattiussi e mons. Biagioli su commissione di S. Pio X. Le devo fare però un po’, se permette, un po’ di cappello, per meglio far comprendere a lei ed ai suoi lettori i termini della questione che si è andata sviluppando. Come lei certamente saprà, la filosofia di San Tommaso d’Aquino, il” dottore Angelico”, è stata da sempre il fulcro degli insegnamenti cattolici, croce e delizia degli studenti dei Seminari e delle Università. Inutile ricordarle che al Concilio di Trento, al centro dell’assemblea conciliare c’erano la Bibbia e la Somma Teologica del nostro “Angelico”. Successivamente, in varie occasioni e tempi diversi, i Pontefici di Santa Romana Chiesa hanno sottolineato la bontà degli scritti dell’aquinate, … le cito così giusto le encicliche famose al riguardo: di Leone XIII, la “Aeterni Patris” del 1879, la “Fausto appetente die” di Benedetto XV del 1921, nonché la “Studiorum ducem” del 1923, di Pio XI. In questo periodo, cioè fine dell’800 ed inizio del ‘900 si comprese che le fondamenta dottrinali della teologia Cattoliche erano come traballanti sotto i colpi di etero-teologie debordanti dal protestantesimo anglo-teutonico, dal gallicanesimo sempre strisciante e dalle mal occultate deliranti tesi gnostiche, sparse un po’ tra tutti i fermenti culturali, politici e filosofici, dall’Umanesimo in avanti, fino all’Illuminismo, al Romanticismo, al marxismo e via di seguito, fermenti generati, influenzati e spinti, oltre che dalle logge massoniche, dai soliti marrani della “quinta colonna” ben celata nei posti di rilevanza oramai indebitamente conquistati della Chiesa Cattolica, le cui teste si era levate presuntuosamente già ai tempi del Concilio Vaticano, condotto con grande impegno ed energia da Pio IX che ne aveva respinto i tentativi di “golpe” . Ecco quindi che i Pontefici, ben solleciti nella cura delle pecore e degli agnelli loro affidati, cercarono di correre ai ripari, iniziando dalle fondamenta filo-teologiche dell’istruzione di base da rinforzare nei Seminari diocesani e in tutto il clero. Fu così che Pio X, incaricò nell’inverno del 1914 il padre Gesuita Guido Mattiussi di precisare il pensiero di San Tommaso nelle questioni più gravi in materia filosofica, e di condensarle in pochi enunciati chiari ed inequivocabili. Ai lavori partecipò pure Mons. Giuseppe Biagioli, professore di teologia al Seminario di Fiesole. Terminato il lavoro, nell’estate del 1914, il card. Lorenzelli, prefetto della Congregazione degli Studi, presentò le XXIV tesi compilate dal Mattiussi e Biagioli a San Pio X, che le approvò il 27 luglio del 1914; il suo successore, Benedetto XV, stabilì che le Tesi “esprimono la genuina dottrina di San Tommaso e son proposte come sicure norme direttive”. Il Magistero, ancora con Papa Benedetto XV, il 7 marzo 1917 decise che le XXIV Tesi dovessero essere proposte come “regole sicure di direzione intellettuale”. Nel 1917 il CIC nel canone 1366 par. 2 diceva “il metodo, i principi e la dottrina di S. Tommaso devono essere seguiti santamente e con rispetto religioso”, riassumendo i concetti delle encicliche sopra menzionate. Le faccio queste citazioni praticamente a memoria (che è sì malandata, ma in queste cose rinasce come a nuova vita), anche perché così rivivo un po’ i tempi in cui lo zio Tommaso, buona anima di sacerdote, ci teneva lezioni che, apparentemente barbose e mal digerite dai noi altri scapestrati nipoti, nel tempo si sono poi dimostrate efficaci nel mantenere la nostra fede granitica. In particolare era la solita Felicina, la nipote secchiona, a ricordare meglio di tutti i documenti che lo zio ci faceva conoscere e che lei ripeteva a memoria tra la nostra meraviglia, condita da un pizzico di invidia, e la soddisfazione mal celata dello zio che ne andava fiero …. Beh altri tempi, direttore, altra tempra … altra gente, gente di cui si è perso lo stampo, purtroppo! Ma torniamo al nostro piccolo. Ero dunque intento a sfogliare queste tesi che lo zio Tommaso ci sottolineava accuratamente per farci meglio comprendere i passaggi più ostici e farli entrare nelle nostre “zucche” piene di segatura, come egli definiva le nostre menti distratte da tutt’altre faccende. In questo frangente fa capolino Mimmo, mio nipote, col suo fare un po’ sfrontato, un po’ sornione, … “Ah capiti giusto “a fagiuolo”, gli dico, so che stai preparando un esame di filosofia e questo ti potrebbe aiutare; ascolta, stavo qui rileggendo la XVI tesi tomistica [l’unione dell’anima con il corpo], …” – “ … e che ci devo fare io, con la tesi sedicesima?”, mi risponde il nipotastro sfrontato. – “Questa è una tesi molto importante di S. Tommaso, come del resto tutte le altre, tra loro concatenate da un “unicum” inattaccabile …, infatti qui si legge che: «L’anima razionale è unita al corpo in maniera tale da esserne l’unica forma sostanziale. È per essa che l’uomo è uomo, animato, vivente, corpo, sostanza e ente. Quindi l’anima dà al corpo ogni grado essenziale di perfezione; inoltre comunica al corpo l’atto d’essere per il quale essa stessa è ciò che è ed esiste». L’anima umana è la forma sostanziale del corpo. Ora la forma sostanziale di un composto è unica poiché una sola sostanza – per il principio evidente di ‘identità’ e ‘non contraddizione’ – non può essere, nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto, una sostanza ed un’altra essenzialmente diversa. Per esempio, l’oro non può essere, nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto, oro e ferro avendo contemporaneamente la forma sostanziale di oro e di ferro. Questo spiegherebbe già da solo l’assurdo dell’anima vagante da un corpo all’altro, come nei deliri gnostici recepiti dalle filosofie orientali. San Tommaso spiega: “L’anima è ciò per cui il corpo umano possiede l’essere in atto e ciò è proprio della forma, che dà l’essere. Perciò l’anima umana è forma del corpo” (De Anima, 1, resp.; ivi, 1, ad 7). L’Angelico riporta due argomenti a dimostrazione di questa affermazione: 1°) l’unione dell’anima col corpo non può essere accidentale (come vorrebbe lo spiritualismo esagerato di Platone e Cartesio, che comunque sposano entrambi sotto diverse apparenze, tesi gnostiche), perché, quando l’anima si separa dal corpo, in quest’ultimo non rimane più nulla di umano se non l’apparenza. Il cadavere non ancora putrefatto sembra ancora un corpo umano, ma non lo è più in quanto non è vivo e non è un corpo organico. Perciò se l’anima fosse unita solo accidentalmente al corpo, come un marinaio alla nave o un cavaliere al cavallo, non darebbe la specie al corpo e alle di lui parti; infatti il cavaliere non dà la natura specifica al cavallo altrimenti il cavallo dovrebbe essere di specie umana; invece l’anima informa e specifica il corpo e le sue parti; ne è prova il fatto che, separandosi l’anima dal corpo per la morte dell’uomo, le singole parti mantengono il loro nome che indica la loro specie solo in maniera equivoca. Per esempio, la parola ‘occhio’, parlando di un morto, è un concetto equivoco poiché l’occhio del morto non è un organo che può vedere, ma è materia in putrefazione; così pure la parola ‘corpo’ riferita ad un morto è un concetto equivoco poiché il corpo non è vivente, ma è una materia cadaverica in putrefazione. 2°) Inoltre l’unione del corpo giova all’anima sia nell’essere che nell’agire: “L’anima è unita al corpo per la sua perfezione sostanziale, ossia per formare con lui una sostanza umana completa, perché la sola anima senza il corpo non sarebbe un uomo ma un fantasma, ed anche per la perfezione accidentale dell’azione. Per esempio, la conoscenza intellettiva dell’anima è acquisita attraverso i sensi e ‘niente si trova nell’intelletto se prima non è passato attraverso la conoscenza sensibile’; infatti questo modo di agire è connaturale all’uomo, che è un composto di anima e corpo” (De Anima, 1, ad 7). Mimmo, qui ripensavo al tuo amico, convinto che l’anima possa trasmigrare prendendo il corpo come un soprabito che si cambia nelle varie stagioni. Vedi come il dottore Angelico è così stringente nella sua logica razionale, e questo in tutta la sua opera. Ecco perché tutta la filosofia moderna si basa sulla “critica della ragione”, in modo da poter sostenere qualsiasi corbelleria che, ammanta da astrusità ed amenità varie, abbia sapore di novità per gli sciocchi ed rimbecilliti lettori. Ascolta ancora qui cosa scrive l’Aquinate: “L’anima pur potendo sussistere per se stessa, non forma da sé una specie o una sostanza completa, ma entra nella specie umana come forma. Così l’anima è sia la forma del corpo sia una sostanza” (De Anima, 1, resp.). E ancora: L’uomo è una sola persona, che non è la sola anima né il solo corpo, ma l’unione sostanziale di anima e di corpo. L’uomo non è solo anima e il corpo non è la “prigione dell’anima” come voleva Platone e tutta la marmaglia di gnostici antichi e moderni, orientali ed occidentali, occulti e palesi, altrimenti l’uomo sarebbe un fantasma; parimenti l’uomo non è solo corpo, come vorrebbero i materialisti, altrimenti sarebbe un cadavere senza vita. Il comune modo di parlare testimonia questa verità, infatti diciamo: “io conosco, io voglio, io sento, io soffro, io cammino, io vedo”, come pure diciamo: “la mia anima o intelligenza conosce, il mio corpo cammina”, ossia la parola “io”, che indica tutto l’uomo, designa sia la parte spirituale sia quella materiale di noi stessi, secondo il buon senso e il senso comune di tutti gli uomini dotati di sana ragione”. Ad un certo punto, come se si risvegliasse da un lungo torpore, Mimmo dice: “il composto è quindi inscindibile …” . ma certo Mimmo, ascolta: “L’anima razionale dà la vita  o l’animazione al corpo, poiché essa è “principio di vita”. Un puro corpo senza anima è un cadavere inanimato e non un corpo organico. 3)  L’anima è un co-principio sostanziale, che assieme al corpo forma la sostanza completa umana: la sola anima o il solo corpo non sono un uomo, ma la loro unione sostanziale forma l’uomo. Quindi senza corpo non c’è l’uomo, ma un angelo o un fantasma, e senza anima c’è solo un cadavere. … La materia e la forma si uniscono come la potenza e l’atto per costituire un solo soggetto o una sola sostanza completa. La materia di per sé è incompleta, è un co-principio sostanziale e deve essere completata da una forma per dar luogo ad un corpo completo, così pure la potenza o capacità di essere se non riceve l’atto non arriverà mai all’essere: solo se attuata essa sarà un ente completo in atto d’essere e non più una capacità soltanto in divenire. La potenza sta all’atto, come la materia alla forma. Ora l’atto e la forma attuano ed informano la potenza e la materia come il più perfetto completa il meno perfetto. Quindi l’anima informa e perfeziona il corpo, dandogli l’essere e la specie; per esempio l’anima razionale dà la specie umana  al corpo e poi l’essere, mentre la specie animale è data dall’anima sensibile e la specie vegetale è data dall’anima vegetativa”. Vedi Mimmo l’anima dà al corpo tutti i gradi di perfezione essenziale, ossia il corpo dell’uomo essendo informato dall’anima razionale riceve da questa le perfezioni proprie della specie umana, che sono la vita razionale, intelligente e libera, l’immortalità e la resurrezione per riunirsi all’anima dopo la morte”. Ed ecco che con una tazza di tè fumante arriva pure Caterina, l’altra mia nipote, che ascoltando la conversazione e conoscendo bene i termini della questione, si inserisce a bruciapelo, e mi fa: “che ne pensi, nonno, della tesi teologica secondo la quale, in un’autorità, anche ecclesiale, o addirittura pontificale, ci sarebbe da distinguere una componente formale da una materiale?”. “Ma certo Caterina, il dottore Angelico lo specifica chiaramente, ma solo per dire che le due cose da sole non possono esistere. Così come l’anima senza il corpo, sarebbe un fantasma, ed un corpo senza anima sarebbe un cadavere fresco non ancora putrefatto”. “Quindi secondo te un Vescovo o anche un Papa non potrebbe essere solo materialiter … sai ho sentito dei miei amici all’università dibattere su una tesi di un certo frate domenicano, secondo il quale è possibile che ci sia un Papa materiale, cioè eletto dai cardinali in un Conclave, ma senza che abbia autorità divina per difetto di intenzione, per cui non avrebbe la “forma”. “Questo, scusami Caterina, mi meraviglia molto, perché tu mi dici che sia la tesi di un domenicano, ed io mi rifiuto categoricamente di credere che un chierico dell’Ordine dei Predicatori, lo stesso di San Tommaso, quindi che dovrebbe conoscere bene il pensiero del suo confratello, possa aver detto queste cose … diciamo strane, solo per carità cristiana. È come dire che una statua di bronzo resta tale anche senza il rame!. Ma se manca il rame la statua è di stagno, può conservare una vaga forma, ma non ha le caratteristiche certamente del bronzo. E poi, che Papa sarebbe questo, uno che mancando di divina autorità, quindi di assistenza dello Spirito Santo, non sarebbe più né infallibile né pastore “Cristo in terra”, non certo in grado di garantire l’indefettibilità della Chiesa e del Magistero? Mi meraviglio di te, Caterina, questo sarebbe un ennesimo gallicanesino, un sedevacantismo velato che mette in condizioni, anzi impone la non obbedienza, contraddicendo in pieno non solo il Magistero Cattolico, ma pure le parole del divin Maestro, che ci ha garantito in eterno la sua presenza in Pietro e nei suoi discendenti ininterrottamente. Quindi il divino Maestro sarebbe un bugiardo ingannatore!? Questo è semplicemente un assurdo teologico frutto di un gallicanesimo sempre strisciante … dimmi, scommetto che questo “sapientone” domenicano è un francese, proveniente magari da qualche setta scismatica che si autodefinisce tradizionalista, depositaria della fede autentica della Chiesa?!”- “Si, infatti è un francese, ed i suoi ordini, addirittura un millantato episcopato, sono sospetti e mancano di giurisdizione”. – “Beh ragazzi, riprendo, siamo al solito trucchetto, magari basandosi su qualche brandello teologico, fuori contesto, di qualche illustre teologo, si riesce sempre a far abboccare qualche pesce sprovveduto finito fuori dalle altre reti del mortale pescatore … mi viene giusto alla mente, scherzi della memoria, un testo di Domenico Palmieri il “Tractatus de Romano Pontifice”, che parlava delle due componenti, formali e materiali del Papa, ma opportunamente faceva osservare che “le due successioni – materia e formale – sono necessarie, né l’una potrà esistere senza l’altra, …”. E poi ragazzi, ma vi pare che in duemila anni il Magistero Apostolico non sia mai stato nemmeno sfiorato da una tale ipotesi che, solo per carità cristiana, definisco “strana”, non conforme in nulla all’insegnamento Evangelico. Gesù ci ha promesso fino all’ultimo giorno un successore di Pietro con tutte le caratteristiche e le necessarie componenti, formale e materiale, nessuna esclusa. Ora se questo vale per un semplice uomo, o un’animale o qualsiasi essere vivente, come compiutamente ci dimostra il dottore Angelico, figuriamoci se nel Papa, l’uomo più importante del mondo intero, perché rappresentante dell’Uomo-Dio, ci possa essere solo una componente dell’essere, tale da rassomigliarlo ad uno “zombi” in carne ed ossa, ad un Franceskain qualsiasi [oh … mi si è inceppata la tastiera, mi scusi …] … e che Papa è uno che non ha Giurisdizione divina, che non ha assistenza dello Spirito Santo per governare la Chiesa di Cristo, non ha Infallibilità in materia di fede e costume? … no, vedete: la successione apostolica materiale, sia per elezione legale sia per presa di possesso con la forza o al di fuori della legge, non è sufficiente perché vi sia una successione apostolica legittima, perché l’autorità è la forma con la quale qualcuno è costituito vero successore degli Apostoli. L’elezione legale non è sufficiente perché qualcuno sia costituito e sia ritenuto vero successore degli Apostoli formalmente, questo è chiaro, … ma poteva mai il Figlio di Dio ingannarci nel prometterci un fantoccio o uno zombi, o un Franceskain [è la seconda volta che mi si inceppa la tastiera …mah … ecco … Frankenstain!] al posto del suo Vicario? … e poi la questione non è più di pertinenza teologica, poiché è stata definitivamente fissata da bolle, encicliche e concilii ecumenici legittimi sottoposti all’autorità papale, per cui a nessuno è dato impugnare tali sentenze, come specificato bene in “Execrabilis”, la bolla di Pio II Piccolomini e ribadito nel Conc. Vaticano nella costituzione “Pastor Aeternus”! E poi diceva il Vescovo di Ippona, “Roma locuta, causa finita”! … E come ribadiva il professore dello zio Tommaso: “Credo Deo Revelanti et non theologo opinanti”! – Caterina. Stavolta sei stata tu a deludermi, ed io pensavo che tu potessi facilmente zittire i tuoi colleghi studenti che discutono tali imbecillità! Direttore sono avvilito, affranto, deluso, questi giovani sono veramente allo sbando e non sanno distinguere una statua di bronzo da una di stagno, figuriamoci poi a ragionar di filosofia o teologia … ed io ostinato con il Santo Predicatore di Aquino … mi conforti anche lei, direttore, vedo già il fumo nero che mi assale e mi ottunde tutti i sensi, non capisco più nulla, resto in apnea per non soffocare, non ricordo … ma com’è che la Chiesa è finita in mano ad impostori, falsi teologi affabulatori, vescovi senza giurisdizione, preti senza missione, che disastro, direttore mi dica che è solo un incubo che sto vivendo, che sono malato … si, preferisco la malattia e finanche la morte a questo obbrobrio, … ci sarà una cura per questo malore, mi aiuti, preghi la Santa Vergine ed il buon Dio per me, perché venga infine fuori da questa “eclissi” della memoria. Mi farò risentire appena starò meglio. Stia bene … almeno lei!

S.S. Gregorio XVII: Progressismo

S.S. Gregorio XVII:

Progressismo

[Nel rileggere questo passo del Santo Padre, si resta colpiti dalla lucidissima analisi del mondo cattolico, o meglio ex-cattolico, di una situazione che sarebbe poi stata evidente e palese più avanti nel tempo, con l’esplosione attuale di una vera e propria apostasia, una rivolta dei sostenitori dell’anti-Cristo e dei suoi “vicari”, attuali e venturi. Questo scritto profetico, che sembra scritto questa mattina, è un ritratto perfetto del mondo “pseudo” cattolico attuale, in rivolta contro Dio e contro la sua unica e “vera” Chiesa. Rileggiamolo per poter approfondire e comprendere che l’unica strada per salvare l’anima, è il Magistero autentico, eterno ed irreformabile, della Chiesa cattolica, il “Depositum fidei”. Non facciamoci fuorviare da falsi teologi, profeti di benessere materiale e di misericordia in “saldi” per tutti, viziosi, adulteri e profanatori impenitenti, dai falsi tradizionalisti, fautori di una tradizione slegata dal Magistero, dalla Gerarchia e dal Santo Padre, e quindi “più progressista” dei progressisti! Occhio, c’è in ballo la nostra eterna salvezza!

gregory-xvii-siri6

“Credo Deo Revelanti et non theologo opinanti”

 Viviamo nell’epoca delle “parole”. Per vincere battaglie civili (e non solo queste) si coniano parole e detti icastici, riassuntivi (slogans). Per abbattere uomini si impiega qualche termine o classifica, che le circostanze suggeriscono atti allo scopo di demolire. Per anestetizzare cittadini e fedeli si coniano parole. Ciò che stupisce è il fatto per il quale gli uomini, invece di lasciarsi abbattere da autentiche spade, si lascino abbattere da sole parole.

Perciò i termini, gli slogans, le classifiche di moda vanno vagliati, capiti, eventualmente smascherati. Comincio, pertanto, a pubblicare delle note chiarificatrici. Spero che il nostro clero vorrà leggersele bene, per evitare una sorte ingloriosa. Cominciamo dal termine più in voga, usato come un fendente o come una protezione per il proprio operato: “progressismo”.

Di tanta gente si dice che è o non è “progressista”. Vediamoci chiaro e, se ci fosse da restituire un termine alla esatta funzione, non coartata, come è serena e dolce la nostra italica parlata, non bisogna ricusare quel merito. Elenchiamo pertanto i casi più frequenti nei quali si usa il termine “progressista”. Porgiamo uno specchio perché ognuno ci si guardi.

1. ESSERE INDIPENDENTI DALLA LOGICA TEOLOGICA

   Molte volte il “progressismo” significa questo, o, piuttosto quando ci si attribuisce una tale indipendenza, ci si gloria di essere “progressista”. Vediamo dunque che vuol significare. Le conclusioni a poi. Che è questo “disimpegno totale dalla logica Teologica”? “Logica teologica” è l’insieme di queste norme, applicando le quali si può documentatamente arrivare ad affermare come “rivelata” od anche come semplicemente “certa” una proposizione. Queste norme, costituenti la “logica teologica”, in realtà, si riducono (parliamo, si badi bene, della “logica”, non della Rivelazione) ad un principio: il magistero infallibile della Chiesa. Infatti, è al magistero infallibile della Chiesa sia solenne, sia ordinario, che é affidata la certa autentica interpretazione sia della Scrittura che della Divina Tradizione. Ed è logico. Infatti, se Dio avesse consegnato agli uomini una quantità di rotoli scritti o di nastri magnetici, per far udire la viva parola e si fosse fermato li, ad un certo punto niente avrebbe funzionato, si sarebbe trovato modo di far dire alla divina Parola tutto quello che si vuole, il contrario di quel che si vuole, il contraddittorio di quel che si vuole e non si vuole, all’infinito. La verità salvifica non avrebbe potuto funzionare tra gli uomini. Le prove? Le abbiamo sotto gli occhi e appelliamo solo a due. La prima è che, con una natura immensamente nitida, la storia umana ha avuto in continuazione filosofie torbide, il contrario, il contraddittorio di esse. La dimostrazione di quello che sa fare l’uomo nel suo pensiero, lasciato a se stesso ed agli stimoli del proprio io o delle proprie tenebre, la dà la storia della filosofia ed ancor meglio la filosofia della storia della filosofia. – La seconda sta nella sedicente larga produzione teologica d’oggi, dove proprio per l’oblio della logica, si afferma il contrario di tutto, non esclusa la morte di Dio. – Il disegno divino nella istituzione del Magistero, al quale è collegato tutto quanto sta nell’opera della salvezza, si leva chiaro e necessario dal turbinio delle sfrenate cose umane. Quello che oggi accade è la dimostrazione ab absurdo della verità e necessità del Magistero Ecclesiastico! Il Magistero Ecclesiastico canonizza altri strumenti che diventano, così, “mezzi” per raggiungere, nella certezza, la verità teologica. – Essi sono: i Padri, i Dottori, i Teologi, la Liturgia purché siano consenzienti ed abbiano avuto l’approvazione esplicita o implicita della Chiesa. Tale approvazione rende acquisita al Magistero stesso la verità espressa da altre fonti. Nessun Teologo, nessuna schiera di Teologi o Dottori, senza questa approvazione sicura del Magistero, conta qualcosa nell’affermazione teologica. Tutt’al più, se risponderà alle ordinarie regole di un metodo scientifico, potrà condurre a formulare una ipotesi di lavoro. Col che il campo resta spazzato. Quelli che abbiamo chiamati “mezzi” di riflesso del Magistero ecclesiastico costituiscono, con lo stesso, la “logica” della Teologia. – Questa logica è abbandonata da troppi. Ed è per questo che si leggono riviste e libri i quali contraddicono tranquillamente a quanto il Concilio di Trento ha definito, accettano modi di pensare che sono espressamente condannati nella enciclica “Pascendi” di S. Pio X, nonché nel suo Decreto “Lamentabili”; fanno le riabilitazioni di Loisy; mettono in dubbio il valore storico dei Libri storici della Sacra Scrittura, elevano a criterio le teorie distruttrici del protestante Bultman, sentono con indifferenza le proposizioni di qualche scrittore d’oltralpe, anche se toccano il centro della rivelazione divina, ossia LA DIVINITA DI CRISTO. – Naturalmente, trattati senza freno i Princìpi, si ha quel che si vuole della morale e della disciplina ecclesiastica. Sotto questo fondamentale angolo di visuale, IL PROGRESSISMO CONSISTE NEL TRATTARE COME RELATIVA LA VERITA RIVELATA, NEL CAMBIARLA IL PIÙ PRESTO POSSIBILE, NEL DARE AGLI UOMINI UNA LIBERTA’ DELLA QUALE, IN BREVE, NON SAPRANNO CHE FARSI, DI FRONTE ALL’ASSOLUTO.

Ridotto a questa frontiera, il “progressismo” coincide col “relativismo” e all’uomo, “adorato”, non si lascia più nulla, neppure delle sue speranze! Naturalmente, non tutte le persone etichettate come “progressisti” sanno queste cose. Ma esse accettano le conseguenze e le logiche deduzioni di quello che ignorano. Se hanno una colpa – questo lo giudichi Dio! – questa consiste nel non domandare il perché di quello in cui si fanatizzano. In ogni modo l’oblio della logica teologica funge, anche se non conosciuta, da lasciapassare per le altre manifestazioni delle quali dobbiamo discorrere. Tutto quello che abbiamo sfornato, attraverso catechismi di varie lingue, dei quali fu pieno l’aere che potrebbe venire sfornato in catechismi futuri, significherebbe la lenta distruzione della Fede e l’inganno più colpevole perpetrato ai danni dei piccoli che crescono. Né si può tacere la conseguenza ultima di un abbandono della logica teologica: l’assenza della certezza nei fedeli.

Alla parola di Dio si può e si deve credere; nessuno può essere condizionato, se non ha giuste e appropriate conferme, dalle opinioni dei teologi. Ricordo il mio grande maestro di Teologia, il tedesco Padre Lennerz S.J., che ripeteva sempre con ragione: «Credo Deo Revelanti et non theologo opinanti!».

2. IL “SOCIOLOGISMO”

   Tutti quelli che amano essere chiamati progressisti fanno l’occhiolino al “sociologismo” anche se non sanno che cosa sia. Esso consiste nel trasferire il fine della vita, il Paradiso, al quale tendere, la molla direttiva delle azioni, dal Cielo alla Terra. Pertanto, non è il caso di occuparsi della salute eterna, bensì del benessere terreno, concentrare tutto nel dare tale benessere e godimento egualmente a tutti in questo mondo. – La manifestazione esterna di questo sociologismo è fare l’agitatore, il demagogo, il rivendicatore di beni fuggevoli, il consenziente a tutte le manifestazioni che esprimano la foga di questa tendenza. Questo costituisce la più comune ed espressiva nota del “progressismo”. Sia ben chiaro che noi dobbiamo essere con la giustizia e che l’ordine della carità ci impone di avere come primi, nell’oggetto dell’amore, i bisognosi. Ma si tratta di altra cosa, perché il sociologismo non si cura della salvezza eterna dei poveri ed usa tutti i metodi, anche immorali, che giudica bene o male favorevoli al benessere terreno, cercando di fatto di mandarli all’inferno. Siamo anche qui ben lontani dal credere che tutto quello che si tinge di sociale o di rosso sia sociologismo e che i moltissimi attori di questa scena siano sociologisti coscienti della apostasia insita nel sociologismo. Diciamo solo che, in realtà, accettano le conseguenze di una concezione materialistica del mondo. Forse non lo sanno, forse sono semplicemente degli imitatori, forse seguono il vento credendo che esso spiri da quella parte; forse credono di far la parte degli stupidi, forse temono soltanto di essere etichettati per conservatori. Viviamo in un’epoca in cui si ha paura persino delle parole! Forse, si tratta di un modo per ingraziarsi qualche potente, per fare strada e, quel che è più ovvio, per fare soldi: se ne predica il dovere verso gli altri e intanto si intascano. – Gli esempi abbondano! La sociologia pratica è diventata certamente una industria ed anche qui gli esempi non mancano. Le massime del sociologismo avendo qualche – solo qualche – contatto con la dottrina cristiana della giustizia e della carità, pur involvendo altri ideali che tutte le verità cristiane acerbamente smentiscono, sono piuttosto semplici, sbrigative, atte al comizio, al facile consenso, al certo applauso, quasi visive, traducibili in termini di spesa quotidiana e pertanto rappresentano una via brevissima per stare al passo coi tempi! Ma si sa dove vanno i tempi? Questa terribile domanda, con quello che coinvolge, non se la rivolgono. Le esperienze dove sono arrivate, dove si sono fermate? È proprio necessario rinnegare il Cielo, la carità verso tutti, per portare benessere ai nostri simili? È proprio necessario essere rivoltosi, travolgere dighe, distruggere sacre tradizioni per rendersi utili ai nostri simili? Ma, infine, nel Santuario, al quale siamo legati da sacre promesse, tutto questo è progresso, o non piuttosto congiura per strappare agli uomini l’ultimo lembo dell’umana dignità e della speranza eterna?

3. LA NUOVA STORIOGRAFIA

     Per i colti, il progressismo ha un modo suo di rivelarsi a proposito di storia; sono progressista se giustifico Giordano Bruno, sono conservatore se lodo l’austero San Pier Damiani. Tutto qui! Ripetiamo che si parla di storiografia nell’area della produzione, che vorrebbe chiamarsi “cattolica”. Dell’altro qui non ci interessiamo. La parte maggiore della produzione – ci sono, è vero, nobili e importanti eccezioni – pare obbedisca, per essere in sintonia col progresso, ai seguenti canoni: – la società ecclesiastica è la prima causa dei guai, che hanno colpito i popoli; – la Chiesa, detta per l’occasione postcostantiniana, avrebbe fatto con continui voltafaccia, alleanza coi potentati di questo mondo per mantenersi una posizione di privilegio e di comodità; – le intenzioni impure, le più recondite e malevoli, vengono attribuite a personaggi fino a ieri ritenuti degni di ammirazione. Per questo sistema di giudizio alcuni Papi sono stati quasi radiati dalla Storia, non si sa con quale motivazione; – tutta la storia ecclesiastica fino al 1972 è stata panegirica, unilaterale, concepita con costante pregiudizio laudatorio, mentre non è che un accumulo di pleonasmi i quali hanno alterato il volto di Cristo. Questa conclusione – tutti lo vedono – costituisce il fondamento per distruggere il più possibile nella Chiesa e ridurla ad un meschino ricalco del Protestantesimo. – San Tommaso Moro, Martire, è stato messo addirittura sul piano di Lutero; – le vite dei Santi vanno riportate a dimensioni “umane” con difetti, peccati, persino delitti, mentre gli aspetti soprannaturali tendono ad essere relegati nel solaio dei miti.– Il valore della Tradizione e delle tradizioni è del tutto irriso, con evidente oltraggio alla obiettività storica, perché, se non sempre, le tradizioni che attraversano senza inquinamenti i secoli hanno sempre una causa che le ha generate. – Si potrebbe continuare. Ma non si può tacere il rovescio della medaglia: i personaggi vengono magnificati perché si sono rivoltati, perché hanno messo a posto la legittima Autorità, perché hanno avuto il coraggio di distruggere quello che altri hanno edificato, hanno rivendicato la “libertà” dell’uomo con l’indipendenza del loro pensiero, incurante della verità. Gli eretici diventano vittime, mezzi galantuomini; qualcuno ha osato parlare di una canonizzazione di Lutero. – Condannevole chi ha difeso la libertà della Chiesa, la libertà della scuola cattolica, chi ha imposto ai renitenti la disciplina ecclesiastica. Tutti sanno la sorte riservata a coloro che ancora osano salvaguardarla! Si capisce benissimo la logica interna di questo andazzo della storiografia: la santità, la penitenza, la vera povertà, il distacco dal mondo hanno sempre dato fastidio e continuano a darlo dalle tombe, come se queste non potessero mai essere chiuse. Difficile sia accolto nel club progressista chi dice bene del passato!

4. LA BIBBIA VA INTERPRETATA SOLO E LIBERAMENTE DAI BIBLISTI

     È questo un caposaldo d’obbligo del progressismo. Siamo arrivati ad una questione, o meglio ad una affermazione veramente nodale in tutta la storia del progressismo ecclesiastico moderno. Bisogna rifarsi ai fatti, i quali non cominciarono precisamente in quella seconda seduta del Vaticano secondo, nella prima Sessione, nella quale taluni gioirono, credendo che due interventi niente affatto felici avessero posto una buona volta la scure alla radice della Divina Tradizione ed avessero spianato la via alla conversione verso il Protestantesimo. Quei due interventi, consci o no di portare l’afflato di male intenzionate persone, avevano dei precedenti.  –  Eravamo presenti in mezzo a tutti gli avvenimenti e siamo ben sicuri di quello che diciamo. Da tempo, e molti atti di Pio XII ne fanno fede, il bacillo di volere interpretare la Sacra Scrittura in modo “privato”, detto “scientifico”, era entrato, pur non osando entrare nella editoria di divulgazione per la stretta vigilanza degli “Imprirnatur”. La storia è dunque assai vecchia, ma solo negli ultimi tempi è diventata di portata comune. Eccone i punti. – La filologia, la archeologia, le ricerche linguistiche, i procedimenti comparati (ad usum delphini), ma SOPRATTUTTO le svariate opinioni di tutti gli scrittori specialmente d’oltralpe, ai quali generalmente si fa credenza solo citandone il nome e il titolo (mai o quasi mai chiedendo le ragioni e vagliandole), costituiscono il vero, unico modo de facto di interpretare la Bibbia. Non importa si pronunci una parola; la pronunciamo Noi: questo è libero esame, perché sostituisce il “placitum” privato al primo vero mezzo stabilito da Dio per la interpretazione della sua natura: il Magistero.

   La parola “libero esame” viene accuratamente taciuta e continuamente applicata.

– Il complesso sopra citato, a parte che è la ripetizione di teorie propinate nel secolo scorso e sulle quali le scuole cattoliche hanno riso per più di mezzo secolo, è soggetto ad un flusso e riflusso, ad un susseguirsi di affermazioni e di smentite, ad una produzione di fantasia, che da solo non può essere, in cosa tanto grave, vera garanzia. – La ermeneutica cattolica ha sempre insegnato che la prima interpretazione delle Scritture, comparata con le Scritture e con la Divina Tradizione, riceve la autentica garanzia di certezza dal Magistero. – Se la scioltezza di interpretazione della Bibbia da ogni vincolo precostituito da Dio stesso si chiama “PROGRESSO”, ciò significa che tale progresso porta con sé alla eresia ed alla apostasia. Come è ben sovente accaduto sotto gli occhi di tutti. Ogni elemento è utile alla più adeguata interpretazione della Bibbia, certo! Ma il primo, condizionante tutti gli altri, è quello che ha determinato Iddio. Niente di più logico e di più ovvio. Non è compito di questa lettera vedere le conseguenze pratiche di tutto ciò. La materia biblica non è in fin dei conti una materia esoterica, nella quale solo gli iniziati possono entrare con perfetta riverenza e grande circospezione. Qualunque uomo, pratico di pensiero e di logica, messo dinanzi ad una protasi (puta caso una locuzione siriaca) ed una apodosi (p. e. la interpretazione di un passo di Matteo) quando la prima gli è spiegata (e non occorre molto; spesso basta un dizionario), è in grado di vedere se è valevole il rapporto di causa, di effetto affermato tra i due termini. – Non è il caso di assumere la sufficienza che il buon don Ferrante assumeva quando dissertava sulle strane parole “sostanza” ed “accidente” cavandone l’inesistenza della peste. Il che non era vero! Insistiamo sull’argomento, perché proprio qui sta un centro di tutto il fenomeno che va sotto il nome di “progressismo”.

5. LE ALLEGRE “TEOLOGIE”

         Pare che un buon progressista si debba mettere qui in fila. Ecco il fatto: si sta costruendo una teologia per ogni cosa, a proposito e a sproposito: del lavoro, dell’uomo (antropologia), della tecnica, delle comunicazioni sociali, della comunità, della morte di Dio (?), della speranza, della liberazione e della rivoluzione. Quasi tutte queste voci sono decorate di notevoli volumi. Non c’è alcun dubbio che tale proliferazione è una delle più grandi caratteristiche dei progressismo. Vediamo di capirci. –  Queste sono vere “Teologie”, anzitutto? È “Teologia” quella in cui le affermazioni sono dimostrate dalle Fonti Teologiche. Quando le affermazioni vengono basandosi sui criteri di qualunque manifestazione saggistica, non abbiamo Teologia. Avremo tutto quello che si vuole, vero o falso, ma certo non avremo Teologia. Queste Teologie, salvo in qualche parte e taluna soltanto, non sono affatto “Teologia”. Noi dobbiamo protestare contro l’abuso di un termine che la fatica dei secoli ha reso venerando e assolutamente proprio. – In secondo luogo, dovremmo porci la domanda se queste teologie contengono verità. Non è nell’intento e nell’assunto di questa nota occuparci del merito, ossia dei “contenuti” di queste teologie o sedicenti teologie. Ci limitiamo solo a fissarne alcuni caratteri comuni. – Lo schema di queste teologie segue gli stati d’animo che si vivono nel nostro tormentato secolo e pertanto hanno più un carattere di rivelazione della nostra situazione concreta che un vero contenuto oggettivo e permanente.– Difatti, puntano su assiomi cari a qualche pensatore dell’Ottocento o del Novecento. Vanno secondo il vento che tira. Il “sociologismo”, del quale abbiamo già parlato e che tiene il campo, derivando da un principio messo dal cristianissimo e devoto Mounier, di fatto si ispira al marxismo, del quale la povera gente ha già esaurito la esperienza che non ha invece ancora illuminato i suoi più o meno stanchi assertori. –  Sarebbe forse questa la “Nova Theologia”? Risentiamo ancora oggi con perfetta vivezza una voce potente, modulata magnificamente in modo oratorio, che nel Vaticano secondo si levò per chiedere – con altre cose – una “Nova Theologia”. Non potevamo vedere dal nostro posto il Padre al quale apparteneva quella magnifica voce. Sono passati più di dieci anni e non sono riuscito a capire che cosa l’Oratore intendesse propriamente per “Nova Theologia”. – Se le varie Teologie delle quali abbiamo parlato, denominandole “allegre”, sono una risposta alla domanda, bisogna dichiararsi al tutto insoddisfatti. Ma sotto il fatto, presentato come un fenomeno “caratterizzante il progressismo”, c’è ben altro e ben più importante:

C’è la valutazione negativa di tutta la Teologia fino al 1962.

E questo è grave. Infatti. La Teologia ha condotto per tanti secoli questo grande lavoro. Ha preso da tutte le Fonti autentiche il pensiero della Rivelazione Divina e, senza forzature o deformazioni (parliamo del filone, non dei cantanti extra chorum), le ha messe insieme pazientemente, riducendole in formule accessibili all’indagine del nostro pensiero. Lavoro paziente di ricerca, di accostamento, di sintesi. A tutto ha dato un ordine che fosse più scorrevole per la logica dell’apprendimento umano. Niente ha accolto che non fosse secondo la mente delle Fonti. Questo lavoro immenso e prezioso si chiama “istituzionalizzazione”. Tutto quello che documentatamente raccolto ha cercato di penetrare, aiutandosi coi principi del buon senso umano, nella misura in cui era consono alle Fonti o addirittura derivato da esse, tutto questo costituisce la parte “speculativa” della Teologia, senza della quale la parte sopra descritta (positiva) non aprirebbe sufficientemente il suo significato all’intelligenza umana. Intendiamoci bene: non ha accolto le filosofie transeunti, ma il buon senso umano, quello assunto da Dio stesso nell’atto di calare la Sua Rivelazione nelle forme concettuali a noi solite. – Ed ecco la finale interessante: tutto questo, per la serietà del procedimento, ossia del metodo, non permette di fare quello che si vuole, quello che comoda, quello che mette a vento secondo le mode transeunti. Per questo la Teologia speculativa è venuta a noia; meglio è dilettarsi sulle “variazioni” estranee al metodo. Tutto ciò è in odio alla Teologia. Non dunque “Nova Theologia”, ma “anatematizzata Teologia”. La Teologia, occupandosi del pensiero da Dio comunicato agli uomini, ha da camminare fino alla fine dei tempi e solo così compirà la sua missione. Vi sono in essa filoni ancora inesplorati, che possono dare ansa al genio di molti Santi Tommaso d’Aquino. Ben vengano, ma sarà una cosa seria! La questione sarà chiarita da quanto stiamo per dire al numero seguente.

6. ACCOGLIERE ED IMPARENTARSI QUANTO È POSSIBILE CON TUTTE LE VARIE FILOSOFIE

   Altro appannaggio che assicura la qualifica ambita di “progressista”. Un principio decantato in tutti i modi dal progressismo è quello di accogliere tutto il pensiero via via fluente, cercare di adeguare a quello il Messaggio Cristiano e, se occorre, fare secondo quello, via via, una reinterpretazione della Rivelazione divina. – Chi non accede a questo punto di vista è un trito conservatore, un vecchio inutile rudere, al quale nessuna persona colta crederà più. Abbiamo detto il fatto in forma assolutamente cruda; molti, che amano essere progressisti, un punto di vista del genere amano presentarlo in dosi variabili, anche omeopatiche, si da permettere sempre una tempestiva ritirata strategica. – Guardiamo bene in faccia questa faccenda. – Il pensiero umano cambia, si dice. Meglio: cambia il pensiero accademico a seconda degli idoli del momento. Fuori della professione filosofica ed intellettuale etichettata, continua a vivere bene o male il buon senso umano.

Vero però che gli strumenti della cultura si orientano secondo i “piaciuta” di moda e così influenzano molti spiriti e molti avvenimenti, come accade nel nostro tempo per i metodi hegeliano e freudiano dopo che i loro autori sono sconosciuti ai più e sono, comunque, morti. – Accettare qualunque pensiero umano, spesso contraddittorio, significa qualcosa di più che cambiare testa, ma significa soprattutto non credere alla esistenza della verità. Se questa oggi è bianca, domani è nera, vuol dire che non esiste. La conseguenza logica è patente: se si deve aggiustare sempre la Parola di Dio a seconda di questo cangiante scenario, si accetta che non esiste la verità, la Rivelazione, Dio. La consequenzialità è tremenda, ma non la si sfugge. – Lo stesso vale per la reinterpretazione del dogma. Il progressismo qui accetta il relativismo. Che cosa si può più difendere nella Fede? È distrutto tutto. Non eresia, ma anche apostasia! Con tutto questo non si esclude affatto, che le diverse e contraddittorie manifestazioni del pensiero possano avere qualche parte od aspetto immune dalla sua interna logica distruttiva e pertanto accettabile, che taluni aspetti vengano illuminati, che talune stimolazioni siano afferenti. Tanto meno si esclude che il messaggio evangelico vada presentato in modo comprensibile agli uomini del proprio tempo, usando con la dovuta cautela, il suo linguaggio ed i suoi mezzi espressivi. – La parentela tra il progressismo ed il relativismo, ossia il modernismo condannato, è una parentela troppo vergognosa per gloriarsene.

7. IL RIFIUTO DELLA APOLOGETICA

   Siamo sempre nel bagaglio che autorizza ad essere progressisti. Le premesse della Fede (Apologetica) non si dimostrano più. La ragione? È stata già detta e scende logica dalle sue premesse: abbiamo visto che il “progressismo” accetta il “relativismo” (anche quando smentisce, nei suoi più pavidi e i meno aperti cultori). Abbiamo visto che per questo non esiste verità obiettiva. Dobbiamo dedurne che la questione della Fede è una mera questione di fede devozionale, insufflata dal sentimento (modernismo); che c’è dunque da dimostrare? Niente! Difatti, in campo biblico si mette in dubbio o il testo qualunque o il significato che la Chiesa (Magistero) gli ha sempre attribuito, si mette in dubbio la storicità dei Vangeli, della Resurrezione di Cristo non occorre dimostrare queste cose. La Fede viene bene e la si tiene; è inutile cercare degli elementi di prova.   Non vale che nessun libro storico della antichità abbia dimostrazioni di critica esterna e interna, quale hanno i libri della Bibbia. Queste cose non servono più. Abbiamo visto e vediamo tuttora tanta gente tornare a Dio, solo perché è possibile dare una dimostrazione scientifica, poniamo del Vangelo di Matteo. Ma bisogna rinnegare anche questa onesta capacità che il Vangelo di Matteo – come gli altri – ha di farsi precedere dalla più rigorosa documentazione della sua autenticità. Questo è il progressismo. Molti anni innanzi non riuscivamo a capire perché uno scrittore di non troppa vaglia non volesse sentir parlare di “apologetica”; ora abbiamo capito. Ma non che lui lo sapesse, non era da tanto; era manovrato da chi, tacendo, lo sapeva. – Molti che nella più perfetta buona fede hanno dato un certo ordine nuovo alle materie teologiche da studiare, ordine al quale mai abbiamo consentito, non sapevano di eseguire un comando del modernismo latente sotto la cenere. Il silenzio in fatto di Apologetica, che si sente tutto intorno, le meraviglie sincere espresse a chi ritiene sempre necessaria la Apologetica, il fingere di ignorare la sequela logica dei “perché” della mente degli uomini, indica fin dove è entrato il modernismo anche in uomini integerrimi ed onesti. Si guardi bene e, soprattutto, si lasci da parte l’inutile erudizione, usando la propria testa, e si vedrà che tutto il progressismo è venato di modernismo. – Forse il rifiuto della Apologetica ne è la manifestazione più rivelatrice. Citare, sì; ragionare, no! Perché la ragione e il suo valore non potevano venire accolti dal modernista. Ci voleva poi tanto a capirlo?

8. LA RIABILITAZIONE DEGLI ERETICI

       Qui c’è la larghezza di cuore del progressismo. Abbiamo già ricordato, al n. 3, la trovata di chi ha proposto la canonizzazione di Lutero. Ma c’è altro: i colpiti dagli anatemi del passato riscuotono una notevole simpatia ed hanno molti avvocati difensori, per lo meno in cerca di attenuanti.

Giordano Bruno, ad esempio, in talune riviste riemerge dalle ceneri con l’aria di dire: “mi avete fatto aspettare quattro secoli, ma ce l’ho fatta”. Gli scritti di autori protestanti, che dovrebbero essere all’Indice in forza del canone 1399, sono citati abitualmente al posto di Sant’Agostino e di San Tommaso. – L’euforia più entusiasta accoglie tutti quelli che sono stati colpiti da censure canoniche, mai come oggi, meritate. Ma, è normale tutto questo? I figli che elogiano in casa quelli che hanno fatto andare in rovina i vecchi, che tengono bordone coi persecutori dei propri parenti, si chiamano “degeneri”. – Evidentemente, la capacità logica di distinguere tra la divina istituzione della Chiesa e gli uomini che la conducono fa al tutto difetto. Ma l’intendimento sotterraneo non è poi tanto invisibile. Si innalzano le presunte vittime del Magistero Ecclesiastico, per colpire il Magistero Ecclesiastico; si magnificano i distruttori della disciplina ecclesiastica per umiliare quella Gerarchia, che tutela la stessa disciplina. – Agli eretici ed ai ribelli consiglieremmo di non fidarsi troppo di tali contorti amici. Molti errori si affermano, si difendono, si divulgano, non tanto per se stessi, ma solo per far dispetto a qualcuno. Essi sono semplicemente lo sfogo delle più bambinesche passioni umane. Tutto fa brodo e, elogiando un po’ i ribelli, sostenendo un po’ gli sbandati, rivoltando le cose a modo proprio, si fanno le vendette, si manifestano le invidie, si rendono noti i disappunti di quelli che credono di non esser potuti “arrivare”; soprattutto, nella gran fiera, si fanno meglio i propri comodi. I peggiori! – Le condanne ci sono, eccome, ma sono, in via storica, per coloro che nel passato hanno tenuto duro e fatto il loro dovere e per quelli che oggi, rendendosi conto della confusione e del regresso spirituale, vorrebbero fermarne le cause. Si direbbe che i Santi appartengano al passato e gli eretici al futuro: è un pericoloso paradosso.

9. LA INDISCIPLINA ENDEMICA

     Cova dappertutto, la paura, la timidezza, le compromissioni trovano seguaci, difensori tutori dappertutto. Per tale motivo abbiamo usato la parola “endemica”. Chi dimostra questo in modo sbarazzino ha diritto al titolo. Guardiamo bene in faccia la triste realtà; essa sembra avere tali coordinate, tali ritmi da doversi ritenere che risponda ad un piano diabolicamente congegnato. C’è infatti una tale logica nella successione degli atti o manifestazioni di questa indisciplina che bisogna pensare ad un disegno preciso ed intelligente. – In un primo momento, si è gettata una confusione nel campo delle idee. Ricordo la reazione isterica di un personaggio del quale un dipendente era stato multato da altri di “neo-modernismo”! A ragione. In un secondo momento, dopo aver gettato la confusione nella Fede, fondamento di tutto, si è aggredita la morale, per rendere nulla la norma e lasciare libertà di espressione ad ogni atto umano. – A questo punto, si sono attaccati gli elementi esterni che “tenevano insieme la compagine ecclesiastica del Clero”: abito, seminari, studi, con una confusione estrosissima di iniziative culturali innumerevoli. – Poi, si è immessa l’idea sociologistica del paradiso in terra al posto del Cielo, della rivoluzione permanente invece della pace e si è dato un valore simbolico agli atti di culto verso un Signore ormai confinato nelle nebbie. – Si è discusso del celibato sacerdotale, anche da maestri, ignorando che la Chiesa non era stata più in grado – almeno questo! – di migliorare e fare avanzare i popoli dove il celibato era abolito. – Ultimo e permanente ritrovato: discutere su cose certe, come se non lo fossero, e non lo fossero da Gesù Cristo. Non tutti sono arrivati in fondo, molti sono arroccati senza aver un’idea delle conseguenze sugli stati intermedi, altri hanno di pari passo saltato tutto e tutti. Al di sotto, resta ancora il popolo, che è buono e al quale pensa Dio evidentemente. Si moltiplicano gli slogans, non si insegna il catechismo; si parla di pastorale e si disertano gradatamente tutti i ministeri; si parla della Parola di Dio e si insegna tranquillamente che è quasi tutta una fiaba, si disserta della vicinanza con Dio e si irride o la si tratta come se fosse risibile, la Santissima Eucarestia. Almeno in pratica. Tutto questo è progresso!

10. LA BASSA QUOTA

   Fin qui, non lo nego, ho raccolto le posizioni mentali e pratiche alle quali si fa l’onore di attribuire il termine “progressismo”. Si tratta di quelle piuttosto intellettuali. E l’ho fatto coscientemente, perché il rimanente, specie per mezzo della comunicazione sociale, discende da quello che in un modo o nell’altro sta al piano superiore dell’esperienza intellettuale. Ma c’è un “modo di agire” più semplice, più “pop”, che forma il loggione per il palcoscenico descritto sopra, che costituisce il codazzo confuso e sparpagliato del corteo. In tale codazzo stanno tutti coloro che leggono a vanvera o credono di capire o non hanno senso critico per giudicare. Va da sé che la maggior parte delle cose pubblicate in campo cattolico cercano di tingersi secondo quello che piace al “progressismo”. – Ed ecco. Nel Clero la tessera del progressismo è l’abito, borghese naturalmente, o camuffato in modo tale da crearne la impressione. La norma italiana permette il clergyman, ma ha chiaramente detto che l’abito “normale” è la talare. Forma e colore: due cose che per l’Italia sono ben poco rispettate. Chi porta la talare sta fuori del progresso. Invece la talare, “difesa dalla norma di Legge come abito normale”, permette di non perdersi mai nella massa, di restare in evidenza, di costituire una testimonianza di sacralità e di coraggio. Su questo punto credo dovrò ritornare. Infatti, in questo momento, il pericolo più grave per il clero è quello di SCOMPARIRE. [oggi in effetti il vero clero è davvero già quasi tutto scomparso … tranne qualche sparuto ottuagenario! – n.d.r.]

Sta scomparendo, perché tutto ormai non s’accorge nel mondo ufficiale, della cultura, della politica, dell’arte, che ci siamo anche noi. Tra noi si arriva anche al punto di proclamare che non c’è più il “cristianesimo”. –  Forse che non è indicativo il Referendum sul divorzio? Ho l’impressione che quasi nessuno si sia provato a studiare il nesso tra l’esito del Referendum e l’abito del prete, tra il Referendum e la pratica distruzione in gran parte d’Italia dell’Azione Cattolica. So benissimo che il popolo ha ancora la Fede nel fondo del suo cuore e la rinverdisce ad ogni spinta, ma tutto il livore anticlericale e massonico che si è impadronito di quasi tutti i mezzi di espressione fa credere il contrario, agisce come se la Chiesa fosse morta (il che è tutt’altro che vero!); ma sono molti di casa nostra che danno mano a tutto questo. – Amare la promiscuità, tinteggiarsi di mondanità, discutere la legittima Autorità e Cristo che l’ha costituita, costituisce BENEMERENZA PROGRESSISTA. – Andare a Taizé, invece che a Lourdes o a Roma, costituisce progressismo, mentre si va ad uno dei più grandi equivoci religiosi del secolo. – Animare gruppi “detti magari di spiritualità” (parola della quale si potrebbe dire come “montes a movendo, tanquam lucus a lucendo e canonicus a canendo”), nei quali ci si infischia soprattutto del parroco e del Vescovo e del Papa, costituisce una delle più soddisfacenti esercitazioni del progressismo. Invitare persone discusse, dubbie nella Fede, dubbie nella disciplina, permette l’acquisire li sorriso compiacente di quanti amano classificarsi progressisti. –  Soprattutto: chi parla più tra costoro di santità, di ascetica, di mortificazione, di dedizioni senza plausi sospetti? Chi accetta la povertà, quella alla quale ci lega il nostro dovere, non ostentata, ma praticata? Nella Diocesi di Genova si sono salvati Altari e Tabernacoli, ma si deve lavorare molto per riportare tutto e tutti al vero culto della SS. Eucarestia. Quanto si parla della Santissima Vergine? – Recentemente, si sono dette pubblicamente delle bestemmie autentiche contro la Santissima Madre del Signore e nostra e – che si sappia – nessuno di quelli che le hanno ascoltate ha reagito.

Al posto delle Associazioni, possono sorgere gruppi, che non impegnano nessuno, per parlare ai quali non occorre prepararsi, ma dei quali è sufficiente accarezzare le debolezze, magari ammannendo discussioni sul sesso. Dov’è andato a finire per taluni il discorso sulla purezza e sulla modestia? Non se ne parla perché, orribile a dirsi, si ha vergogna di Dio! Ecco il progressismo “pop”, da pochi soldi, ma dalle molte colpe. – Questo discorso non è affatto finito, perché si rivolge ad un fatto che tenta di mettere al posto del sacrificio, richiestoci da Dio, il nostro comodo, il nostro piacere, la nostra anarchica indipendenza. La via dell’Inferno.

CONCLUSIONE

     Abbiamo parlato del “progressismo”, non del “progresso”. Il primo cammina a grandi passi, quando non c’è già arrivato, verso l’eresia, lo scisma, l’apostasia, la scollatura di tutto. Il secondo va rispettato come è sempre stato rispettato, nelle sue leggi fisiologiche, che rinnovano l’organismo, ma non lo alterano, né lo distruggono. – La parola “progresso” va difesa dalla contaminazione con la parola “progressismo”. Il progressismo è una accolta di perversioni, di errori e di viltà. Il progresso è un segno di vita degli spiriti migliori.

                                                                     S.S. GREGORIO XVII

 

GIORNI di QUATEMPORA

GIORNI di QUATEMPORA

pane-e-acqua

Introduzione

 I giorni di “Quattro tempora” sono quattro gruppi separati di tre giorni nella stessa settimana – in particolare, il Mercoledì, il Venerdì, ed il Sabato – grosso modo equidistanti nell’arco dell’anno, che vengono riservati al digiuno ed alla preghiera. Questi quattro serie di settimane-tempora corrispondono ai digiuni delle quattro stagioni. – I giorni di “quatempora” (così chiamati per la consuetudine dei nostri antenati di praticare il digiuno in quei determinati giorni rivestiti di sacco e col capo cosparso di cenere, alimentandosi con dolci cotti sotto la brace) sono il Mercoledì, il Venerdì ed il Sabato della prima settimana di Quaresima, della settimana successiva alla Pentecoste, della terza settimana di settembre (dopo l’Esaltazione della Santa Croce – 14 settembre), e della terza settimana di Avvento (dopo la festa di Santa Lucia – 13 dicembre).  Lo spirito della Chiesa è quello di invogliare i suoi figli, in questi tempi stabiliti, alla preghiera, alla penitenza, alla pratica di opere buone, onde chiedere a Dio che conceda buoni Pastori alla sua Chiesa; il Sabato della settimana di quatempora è il giorno stabilito per l’ordinazione e la consacrazione di novelli sacerdoti al sacro ministero. Nello stesso tempo si chiede la benedizione di Dio sui frutti della terra, e Gli si rende grazie per quelli che si sono già ricevuti.

Source: The Divine Office for the Use of Laity, Volume I, Edition 1806

Le leggi della Chiesa sul digiuno e l’astinenza

 Le norme uniformi per il digiuno e l’astinenza adottate nel 1951 dai vescovi degli Stati Uniti, sono state in qualche modo modificate nel novembre del 1956. La normativa in materia prevede quanto segue:

 ASTINENZA:

1. Ogni individuo dai sette anni di età è tenuto ad osservare le leggi dell’astinenza.

2. L’astinenza completa è da osservarsi il venerdì, il Mercoledì delle Ceneri, il Sabato Santo, e le vigilie dell’Immacolata Concezione e di Natale. Nei giorni di astinenza completa non possono essere utilizzati: la carne e tutti i brodi, gli estratti ed i sughi a base di carne!

3. L’astinenza parziale deve osservarsi nel mercoledì e sabato di quatempora, e alla Vigilia di Pentecoste. – Nei giorni di astinenza parziale, la carne ed il brodo o sugo a base di carne può essere assunto solo una volta al giorno al pasto principale.

Digiuno:

1. Ogni individuo oltre i 21 e sotto i 59 anni di età è anche tenuto ad osservare la legge del digiuno.

2. I giorni di digiuno sono i giorni della settimana di Quaresima, tra cui il Sabato Santo, i giorni di quatempora, la Vigilia di Pentecoste, dell’Immacolata Concezione e di Natale.

3. Nei giorni di digiuno, è consentito un solo pasto completo. – Altri due refezioni senza carne, sufficienti a mantenersi in forza, possono essere assunte secondo le proprie esigenze, ma insieme non dovrebbero eguagliare un altro pasto completo.

4. Le carni possono essere prese al pasto principale in un giorno di digiuno, tranne che il venerdì, il Mercoledì delle Ceneri, il Sabato Santo, e le vigilie dell’Immacolata Concezione e di Natale.

5. Non è consentito mangiare tra i pasti, ma sono permessi alimenti liquidi, compreso il latte e i succhi di frutta. Niente alcoolici.

6. Qualora la salute o la capacità di lavorare dovessero essere gravemente minacciate, la legge non obbliga. In caso di dubbio riguardante il digiuno o l’astinenza, dovrebbe essere consultato un parroco o confessore.

* Non vi è alcun obbligo di digiuno o astinenza in una festa di precetto, anche se essa dovesse cadere di Venerdì.