CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: NOVEMBRE (2019)

CALENDARIO LITURGICO DI NOVEMBRE (2019)

NOVEMBRE è il mese che la Chiesa Cattolica dedica alle anime sante del PURGATORIO.

SEQUENZA DIES IRÆ

Dies iræ, dies illa
Solvet sæclum in favílla:
Teste David cum Sibýlla.

Quantus tremor est futúrus,
Quando judex est ventúrus,
Cuncta stricte discussúrus!

Tuba mirum spargens sonum
Per sepúlcra regiónum,
Coget omnes ante thronum.

Mors stupébit et natúra,
Cum resúrget creatúra,
Judicánti responsúra.

Liber scriptus proferétur,
In quo totum continétur,
Unde mundus judicétur.

Judex ergo cum sedébit,
Quidquid latet, apparébit:
Nil multum remanébit.

Quid sum miser tunc dictúrus?
Quem patrónum rogatúrus,
Cum vix justus sit secúrus?

Rex treméndæ majestátis,
Qui salvándos salvas gratis,
Salva me, fons pietátis.

Recordáre, Jesu pie,
Quod sum causa tuæ viæ:
Ne me perdas illa die.

Quærens me, sedísti lassus:
Redemísti Crucem passus:
Tantus labor non sit cassus.

Juste judex ultiónis,
Donum fac remissiónis
Ante diem ratiónis.

Ingemísco, tamquam reus:
Culpa rubet vultus meus:
Supplicánti parce, Deus.

Qui Maríam absolvísti,
Et latrónem exaudísti,
Mihi quoque spem dedísti.

Preces meæ non sunt dignæ:
Sed tu bonus fac benígne,
Ne perénni cremer igne.

Inter oves locum præsta,
Et ab hœdis me sequéstra,
Státuens in parte dextra.

Confutátis maledíctis,
Flammis ácribus addíctis:
Voca me cum benedíctis.

Oro supplex et acclínis,
Cor contrítum quasi cinis:
Gere curam mei finis.

Lacrimósa dies illa,
Qua resúrget ex favílla
Judicándus homo reus.

Huic ergo parce, Deus:
Pie Jesu Dómine,
Dona eis réquiem.
Amen.

[Giorno d’ira sarà quello: il fuoco distruggerà il mondo come disse David con la Sibilla. – Qual terrore vi sarà, quando verrà il giudice ad esaminare tutto con rigore! – La tromba spanderà il suono mirabile sulle fosse della terra, radunerà tutti presso il trono. – Stupirà la morte e la natura, quando la creatura risorgerà per rispondere al Giudice. – Sarà aperto il libro scritto, dove è tutto quello riguardo a cui il mondo sarà giudicato. – Quando il Giudice si assiderà, tutto ciò che è occulto sarà svelato: niente resterà segreto. – Misero che sono! che dirò allora? A chi mi raccomanderò se appena il giusto sarà sicuro? – O Re di tremenda maestà, che salvi gratuitamente gli eletti, salvami, o fonte di pietà. – Ricorda, o Gesù pio, che io son la causa della tua venuta: non mi dannare in quel giorno. – Ti affaticasti a cercarmi, per salvarmi hai sofferto la croce: non sia vano tanto lavoro. – Giusto giudice vendicatore, dammi la grazia del perdono avanti il giorno dei conti. – Come reo gemo, la colpa copre di rosso il mio volto, o Dio, perdona a chi ti supplica. – Tu che assolvesti la Maddalena ed esaudisti il ladrone, da’ anche a me la speranza. – Le mie preghiere non son degne, ma tu buono e pietoso fa’ che non bruci nel fuoco eterno. – Mettimi tra le pecorelle, e separami dai capretti, ponendomi dalla parte destra. – Condannati i maledetti, e consegnatili alle orribili fiamme, chiama me coi benedetti. – Ti prego supplice e prosteso, col cuore contrito come la cenere, abbi cura del mio fine. – Giorno di lacrime sarà quello in cui dalla cenere l’uomo reo risusciterà per essere giudicato. – A lui dunque perdona, o Dio. O pio Signore Gesù, dona loro il riposo. Così sia.]

[indulg. Trium annorum. Indulgentia plenaria, suetis conditionibus, sequentia quotidie per integrum mensem pie recitata (S. Pænit. Ap. 9 mart. 1934]

PIA EXERCITIA

588

Fidelibus, qui in suffragium fìdelium defunctorum aliquas preces quolibet anni tempore pia mente effuderint, cum proposito idem pium exercitium per septem vel novem dies continuos iterandi, conceditur : Indulgentia trium annorum semel quovis die; Indulgentia plenaria suetis conditionibus, expleto septenario vel novendiali exercitio (Pius IX, Audientia 5 ian. 1849; S. C. Episc. et Reg., 28 ian. 1850; S. C. Indulg., 26 nov. 1876; S. Pæn. Ap., 28 maii 1933).

[Per un settenario o un novenario in suffragio dei morti si concede indulg. di tre anni per ogni giorno, ed Ind. Plen. s. c. al termine dell’esercizio]

589

Fidelibus, qui mense novembri preces aliave pietatis exercitia in suffragium fìdelium defunctorum præstiterint, conceditur : Indulgentia trium annorum semel quolibet mensis die; Indulgentia plenaria, suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem idem pietatis opus compleverint. – Iis vero, qui præfato mense piis exercitiis in suffragium fìdelium defunctorum in ecclesiis vel publicis oratoriis devote interfuerint, conceditur: Indulgentia septem annorum quolibet mensis die; Indulgentia plenaria, si memoratis exercitiis saltem per quindecim dies vacaverint, additis sacramentali confessione, sacra Communione et oratione ad mentem Summi Pontifìcis (S. C . Indulg., 17 ian. 1888; S. Pæn. Ap., 30 oct. 1932).

[Se nel mese di novembre, si farà un esercizio per i defunti, si lucra ind. di tre anni (o sette anni se fatto in chiesa o in un oratorio pubblico) per ogni giorno, ed ind. Plen.  se fatto almeno per 15 giorni e s. c.]

590

Fidelibus, die quo Commemoratio Omnium Fidelium Defunctorum celebratur vel die dominico proxime insequenti, quoties aliquam ecclesiam aut publicum vel (prò legitime utentibus) semipublicum oratorium defunctis suffragaturi visitaverint, conceditur: Pro fìdelibus defunctis Indulgentia plenaria animabus in purgatorio detentis tantummodo applicabilis, si præterea sacramentalem confessionem instituerint, sacram Communionem susceperint et sexies Pater, Ave et Gloria ad mentem Summi Pontifìcis in unaquaque visitatione recitaverint (S. C. Officii, 25 iun. 1914 et 14 dec. 1916; S. Pæn. Ap., 5 iul. 1930 et 2 ian. 1939).

[per i fedeli che visiteranno una chiesa o un pubblico oratorio nel giorno dei defunti o nella domenica successiva, si concede Ind. Plen. s. c. e recitando 6 Pater, Ave, Gloria, per le intenzioni del Sommo Pontefice,  applic. alle anime del Purgatorio]

591

Missæ omnes, in quocumque altari et a quocumque sacerdote durante Commemorationis Omnium Fidelium Defunctorum octavario celebratæ, gaudent, prò anima tamen cui applicantur, privilegio ac si litatæ in altari privilegiato fuissent (S. C. Indulg., 19 maii 1761; Benedictus XV, Const. Ap. Incruentum Altaris, 10 aug. 1915; can. 917 § 1, C . I . C . ; S. Pæn. Ap., 31 oct. 1934 et 12 iun. 1949).

(Le Messe durante l’ottava della commemorazione dei defunti, godono del privilegio dell’altare privilegiato)

592

Fidelibus, qui, durante Commemorationis Omnium Fidelium Defunctorum octavario, coemeterium pie ac devote visitaverint et, vel mente tantum prò defunctis exoraverint, conceditur: Indulgentia plenaria suetis conditionibus, singulis diebus, defunctis tantum applicabilis.

Iis vero, qui eamdem visitationem et orationem, quovis anni die, peregerint, conceditur: Indulgentia septem annorum defunctis tantummodo applicabilis (S. Paen. Ap., 31 oct. 1934).

[Ai fedeli che visiteranno devotamente, durante l’ottavario della commemorazione dei fedeli defunti, un cimitero pregando per i defunti, si concede indulgenza plenaria s. c. nei singoli giorni. In altro giorno dell’anno sette anni.)

ACTUS HEROICUS CARITATIS

593

a) Fidelibus, qui actum heroicum erga animas in purgatorio detentas emiserint, conceditur:

Indulgentia plenaria fìdelibus tantum defunctis applicabilis: 1° quocumque die ad sacram Communionem accesserint, si præterea confessi aliquam ecclesiam vel publicum oratorium visitaverint et ad mentem Summi Pontifìcis oraverint; 2° qualibet anni feria secunda, vel aliquo obstante impedimento, Dominica insequenti, si Missæ sacrificio in suffragium eorumdem defunctorum fidelium adstiterint ac præterea suetas adimpleverint conditiones.

b) Sacerdotes, qui præfatum heroicum actum emiserint, indulto altaris privilegiati personalis gaudere possunt singulis anni diebus (S. C. Indulg., 30 sept. 1852 et 20 nov. 1854; S. Pæn. Ap., 26 ian. 1932).

[Per i fedeli che emettono l’Atto eroico di carità, è concessa indulg. Plen. s. c. in ogni giorno; con la sola visita di una chiesa o oratorio ogni lunedì dell’anno o, impediti, la domenica successiva. Al Sacerdote è concesso il privilegio dell’altare privilegiato]

* * *

…. nel vecchio Testamento, il santo re Davide (Ps. CXLII) diceva: « Signore non entrate in giudizio col vostro servo, perché niuno dei viventi può essere giustificato al vostro cospetto. Il nemico ha perseguitato l’anima mia, ha umiliato la mia vita sulla terra, mi ha collocato in luoghi oscuri, siccome si depongono i morti nel sepolcro, ed il mio spirito è travagliato sopra di me ed in me è conturbato il mio cuore. » Ecco in queste parole professato il dogma del Purgatorio. Il santo re Davide parla del divino giudizio, e lo mostra così esatto e tremendo da dire in modo generale, che non v’è alcuno, che comparendovi possa essere trovato pienamente giusto; quindi è, secondo lo stesso salmista, che il nemico nostro, ossia il peccato, dopo di averci umiliati in vita, ci caccia ancora dopo morte in un luogo oscuro, dove il nostro spirito e il nostro cuore è in preda al travaglio e al dolore. Lo stesso reale salmista in altro luogo mette in bocca alle anime eternamente salve queste parole: Siamo passate per il fuoco e per l’acqua, e così, o Signore, ci hai tratte al refrigerio dell’eterna salute: transivimus per ignem et per aquam, et eduxisti nos in refrigerium (Salm. LXV, 12). Ora che sono mai quest’acqua e questo fuoco, pel quale passano le anime per giungere alla eterna beatitudine? Origene e S. Ambrogio giustamente interpretando questo passo, dicono che l’acqua è il Santo Battesimo, senza del quale, almeno desiderato da chi non lo può formalmente ricevere, non si può andare in Paradiso, avendo detto Gesù Cristo: Nisi quis renatus fuerit ex aqua et Spiritu Sancto non potest introire in regnum Dei, e il fuoco è propriamente ilpurgatorio, nel quale conviene passare assolutamente a purificarsi da chi non è ancor tutto mondo prima di entrare incielo. Ma passiamo al profeta Isaia: egli dice che ilSignore tergerà le macchie delle figlie di Sionne e laverà il sangue di Gerusalemme con spirito di giustizia e di fuoco: in spiritu iudicii et ardoris(IV, 4). Ecco anche in questo passo un bell’accenno al Purgatorio. Voi direte, che anche nell’inferno Dio fa sentire il suo spirito di giustizia e di fuoco. Ed è vero, ma notate tuttavia, che nell’inferno le colpe non sono lavate, come si dice qui, ma sono solamente punite, mentre invece nel Purgatorio, essendo temporalmente punite, sono pure lavate secondo il detto di Isaia. – Sentiamo ora Michea; rivolgendosi egli con santa allegrezza alla morte le dice: « Non ti rallegrare, o mia nemica, perché io sono caduto,  perciocché dopo di essere caduto nelle tenebre mi rialzerò, essendo il Signore la mia luce. Porterò il peso dell’ira di Dio, perché ho peccato contro di Lui, ma quando nella sua giustizia avrà compiuto il giudizio, pronunziato contro di me; mitrarrà alla luce e vedrò la giustizia sua. » (VII, 8, 9). Che cosa si vuole di più chiaro, domanda qui S. Girolamo, per dare una giusta idea del Purgatorio?

[A. Carmagnola: Il Purgatorio – Libr. Sales. Ed.; 1904]

Feste del mese di Novembre

1 Novembre Omnium Sanctorum    Duplex I. classis *L1*

I VENERDI’

2 Novembre In Commemorat. Omnium Fidelium Defunctorum   

                       Duplex I. classis *L1*

I SABATO

3 Novembre Dominica XXI Post Pentec. I. Novembris    Semiduplex  –Dominica minor *I*

4 Novembre S. Caroli Episcopi et Confessoris    Duplex

8 Novembre Ss. Quatuor Coronatorum Martyrum    Feria

9 Novembre  In Dedicatione Basilicæ Ss. Salvatoris

                         Duplex II. classis *L1*

10 Novembre Dominica XXII Post Pentecosten III. Nov. –   Semiduplex   Dominica minor *I*

                     S. Andreæ Avellini Confessoris    Duplex

11 Novembre S. Martini Episcopi et Confessoris    Duplex *L1*

12 Novembre S. Martini Papæ et Martyris    Semiduplex

13 Novembre S. Didaci Confessoris    Semiduplex

14 Novembre S. Josaphat Episcopi et Martyris    Duplex

15 Novembre S. Alberti Magni Episcopi Conf. et Eccl. Doct.    Duplex

16 Novembre S. Gertrudis Virginis    Duplex

17 Novembre Dominica XXIII Post Pentec. – IV. Novem.    Semid.Dominica minor *I

       S. Gregorii Thaumaturgi Episcopi et Conf.Duplex

18 Novembre In Dedicatione Basilicarum Ss. Apostol. Petri et Pauli      

                      Duplex *L1*

19 Novembre S. Elisabeth Viduæ    Duplex

20 Novembre S. Felicis de Valois Confessoris    Duplex

21 Novembre In Præsentatione Beatæ Mariæ Virginis    Duplex

22 Novembre S. Cæciliæ Virginis et Martyris    Duplex *L1*

23 Novembre S. Clementis I Papæ et Martyris    Duplex

24 Novembre Dom. XXIV et Ultima Post Pentec. V. Novemb.    Semiduplex Dominica minor *I*

                      S. Joannis a Cruce Conf. et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

25 Novembre S. Catharinæ Virginis et Martyris    Duplex

26 Novembre S. Silvestri Abbatis    Duplex

30 Novembre S. Andreæ Apostoli    Duplex II. classis

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: 1 Novembre, FESTA DI TUTTI I SANTI

1 Novembre.

FESTA DI TUTTI I SANTI.

(Discorso primo).

SULLA SANTITÀ

Sancti estote, quia ego sanctus

 Siate santi, perchè santo son io.

(Levitico XIX, 2).

Siate santi, perché santo son Io, dice il Signore. Perché mai, miei fratelli, Dio ci fa un simile comandamento? Perché siamo suoi figli, e se santo è il Padre, devono esserlo anche i figli. I Santi soltanto possono sperare la sorte felice d’andare a godere la vision di Dio, ch’è santità per essenza. Infatti essere Cristiani e viver nel peccato, è contraddizione mostruosa. Un Cristiano dev’esser santo. Sì, miei fratelli, questa verità la Chiesa Ci ripete continuamente, e, per istamparla ne’ nostri cuori, ci mette dinanzi un Dio infinitamente Santo, che rende sante un’infinita moltitudine d’anime, le quali pare ci dicano: « Rammentate, o Cristiani, che siete destinati a vedere Iddio e possederlo; ma non avrete questa felicità, se, nel corso della vostra vita mortale non avrete ritratto in voi la sua immagine, le sue perfezioni e specialmente la sua santità, senza di cui niuno sarà ammesso a vederlo ». Ma se la santità di Dio, miei fratelli, ci si mostra al di sopra delle nostre forze, consideriamo quelle anime beate, quella moltitudine di creature d’ogni età, d’ogni sesso, d’ogni condizione, che furono soggette all’istesse miserie che noi, esposte ai medesimi pericoli, soggette agli stessi peccati, assaliti da’ medesimi nemici, circondati da’ medesimi ostacoli. Ciò che poteron esse, possiamo anche noi, e non abbiamo scusa per dispensarci dal lavorare alla nostra salute, cioè a divenir santi. Non debbo dunque dimostrarvi altra cosa se non l’obbligo indispensabile che abbiamo di farci santi; e a tal fine vi mostrerò:

l° in che consiste la santità;

2° che noi possiamo acquistarla, come l’acquistarono i Santi, perché abbiamo le medesime difficoltà e i medesimi aiuti

I. — I mondani, per esimersi dal lavorare ad acquistare la santità, il che certamente sarebbe ad essi d’impaccio nel loro modo di vivere, vogliono farci credere che per esser Santi bisogna fare azioni che facciano gran rumore, attendere a straordinarie pratiche di pietà, darsi a grandi austerità, far molti digiuni, ritirarsi dal mondo per internarsi nel deserto e passarvi giorni e notti in preghiera. Tutto questo è cosa buona, ed è la via seguita da molti Santi; ma Dio non domanda questo da tutti. No, miei fratelli, la nostra santa Religione non esige tanto; ma ci dice invece: « Alzate gli occhi al cielo, e vedete se tutti quelli che ne occupano i primi posti fecero cose fuor dell’ordinario. Dove sono i miracoli della SS. Vergine, di S. Giovanni Battista, di S. Giuseppe? » Udite, fratelli miei: Gesù Cristo medesimo dice: che nel giorno del giudizio molti grideranno: « Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in vostro nome; non abbiam cacciato i demoni e fatto miracoli? » — « Ritiratevi da me, risponderà loro il giusto Giudice: ecche? Comandaste al mare, e non avete saputo comandare alle vostre passioni? Liberaste gli ossessi dal demonio, e poi ne foste schiavi? Avete fatto miracoli, e non avete osservato i miei comandamenti?… Andate, sciagurati, al fuoco eterno: avete fatto grandi cose; eppur non faceste nulla per salvarvi e meritare il mio amore » (S. Matth. VII). Vedete dunque, fratelli miei, che la santità non consiste nel far grandi cose, ma nell’osservare fedelmente i comandamenti di Dio, e nell’adempiere i propri doveri in quello stato in cui Dio ci ha posti. – Si vede spesso una persona, che vive in mezzo al mondo, e compie fedelmente i piccoli doveri del suo stato, riuscire a Dio più gradita che i solitari nei loro deserti. Ecco un esempio che ve ne convincerà. Noi leggiamo nella storia, che due solitari domandavano a Dio la maniera di amarlo e servirlo, come si deve, poiché non avevano lasciato il mondo se non per questo. Essi intesero una voce che duceva loro di andare ad Alessandria, ove dimorava un uomo, di nome Eucaristo, e sua moglie che si chiamava Maria. Essi servivano il buon Dio più perfettamente dei solitari ed insegnavano loro come Egli debba essere amato. Contentissimi di questa risposta, si recarono celermente nella città di Alessandria. Là giunti, essi si informarono per diversi giorni senza trovare questi due santi personaggi. Temevano che questa voce li avesse ingannati ed avevano preso la decisione di tornare nel loro deserto, quando si accorsero di una donna sull’uscio della sua casa. Essi le domandarono se conoscesse per caso un uomo chiamato Eucaristo. Ma è mio marito, ella disse loro. – Voi dunque vi chiamate Maria, le dissero i solitari? Chi vi ha fsatto conoscere il mio nome? – Noi l’abbiamo conosciuto, con quello di vostro marito, per via soprannaturale, e veniamo qui per parlarvi. Il marito arrivò la sera, conducendo un piccolo gregge di montoni. I solitari corsero subito ad abbracciarlo, e lo pregarono di dirgli qual fosse il suo genere di vita. – Ahimè! padri miei, io non sono che un povero pastore. – Non è questo che vi chiediamo, gli dissero i solitari; diteci come vivete ed in qual modo, voi e vostra moglie, servite il buon Dio. — Padri miei, siete ben voi che dovete dire a noi cosa dobbiamo fare per servire il buon Dio; io non sono che un povero ignorante. — Non importa! Noi siamo venuti da parte di Dio a domandarvi come lo servite. — Poiché voi me lo comandate, allora io ve lo dico. Io ho avuto la fortuna di aver avuto una madre che temeva Dio, e che fin dalla mia infanzia, mi ha raccomandato di fare tutto e soffrire tutto per amor di Dio. Io soffrivo le piccole correzioni che mi si facevano per amor di Dio; io riferivo tutto a Dio: al mattino, mi alzavo, facevo le mie preghiere e tutto il mio lavoro per suo amore. Per amor suo, io prendo i miei pasti; soffro la fame, la sete, il freddo ed il caldo, le malattie e tutte le altre miserie. Non ho figli, ho vissuto con mia moglie come con mia sorella, e sempre in una grande pace. Ecco tutta la mia vita che è anche quella di mia moglie. — I solitari, meravigliati di vedere delle anime così gradite a Dio, gli domandarono se avesse dei beni. —  Io ho pochi beni, ma questo piccolo gregge di montoni che mio padre mi ha lasciato, mi è sufficiente, non ho altro. Dei miei guadagni ne faccio tre parti: ne do una parte alla Chiesa, un’altra ai poveri, ed il resto fa vivere me e mia moglie. Vivo in povertà, ma non me ne lamento: e soffro tutto questo per amor di Dio. — Avete nemici, gli chiesero i solitari? — Ahimè, padri miei, chi è colui che non ne ha? Io cerco di fare tutto il bene che posso, cerco di piacer loro in ogni circostanza, mi applico a non far male a nessuno. A queste parole i due solitari furono pieni di gioia nell’aver trovato un mezzo così facile di piacere a Dio ed arrivare alla più alta perfezione. Ecco, fratelli miei, che cos’è la santità, e che cos’è un santo agli occhi della Religione. Ditemi, è forse cosa molto difficile il santificarsi nello stato, in cui Dio v’ha messo? Padri e madri, imitate que’ due Santi: ecco i vostri modelli: seguiteli e voi pure diverrete Santi. Fate com’essi. In tutte le cose cercate di piacere a Dio, di far tutto per suo amore, e sarete predestinati. Volete anche sapere che cos’è un santo agli occhi della Religione? È un uomo che teme Iddio, l’ama sinceramente e lo serve con fedeltà; è un uomo che non si lascia punto gonfiare dalla superbia, né dominare dall’amor proprio, ma è veramente a’ propri occhi umile e meschino; che, se sprovveduto de’ beni terreni, non li desidera, o, se li possiede, non v’attacca il cuore; è un uomo ch’è nemico d’ogni acquisto ingiusto; è un uomo che con la pazienza e con la giustizia tenendo a freno l’anima sua, non s’offende d’un’ingiuria che gli vien fatta. Ama i suoi nemici, e non cerca di vendicarsi. Rende al prossimo tutti i servigi che può, divide volentieri coi poveri i suoi beni; cerca Dio solo e sprezza i beni e gli onori di questo mondo. Non desiderando che i beni celesti, sente nausea de’ piaceri della vita e trova soltanto nel servizio di Dio la sua felicita. È un uomo assiduo alle funzioni della Chiesa, che frequenta i Sacramenti e lavora seriamente alla propria salvezza; è un uomo, che, avendo orrore di qualsiasi impurità, fugge, quanto può, le cattive compagnie per conservar puri il suo corpo e l’anima sua. È un uomo, che interamente si soggetta alla volontà di Dio in tutte le croci e le avversità che gli sopravvengono; non accusa né l’uno né l’altro, ma riconosce che per cagione de’ suoi peccati pesa su lui la divina giustizia. È un buon padre che cerca solo la salute de’ suoi figli, dando loro egli medesimo buon esempio, e non facendo nulla che possa scandalizzarli. È un padrone caritatevole, che ama i suoi domestici come fratelli e sorelle. È un figlio che rispetta il padre e la madre e li riguarda come posti a tener le veci di Dio medesimo. È un domestico che nella persona de’ suoi padroni vede Gesù Cristo in persona, che gli comanda per bocca loro. Ecco, miei fratelli, quello che voi chiamate un uomo onesto. Ma ecco pure quel che Dio chiama l’uomo del miracolo, il santo, il gran santo. « Chi è costui? chiede il Savio: noi lo colmeremo di lodi, non perché abbia fatto cose meravigliose nel corso della sua vita: ma perché fu provato dalle tribolazioni e ritrovato perfetto: sarà eterna la sua gloria » (Eccli. XXXI, 9, 10). Che deve intendersi per santa fanciulla? Santa fanciulla è quella che fugge i piaceri e la vanità: che mette ogni suo diletto nel piacere a Dio e ai suoi genitori: che frequenta volentieri le funzioni e i Sacramenti: che sa amare la preghiera; quella in una parola che a tutto preferisce Dio. Ne citerò un esempio meraviglioso, ma vero, tratto dalla storia ecclesiastica, su cui ciascuno potrà modellarsi. Nel tempo della persecuzione, che infierì nella città di Tolemaide, le fanciulle cristiane spiccarono per la loro virtù. Ve n’erano moltissime di nascita illustre, ed erano sì pure che amavano meglio incontrare la morte anziché perder la castità: da se stesse si tagliarono le labbra e parte del viso per apparire più orribili agli occhi di chi loro s’accostasse. Furono lacerate con maglie di ferro e sotto i denti de’ leoni. Quelle impareggiabili giovinette vollero piuttosto tollerare sì acerbi tormenti, che esporre il loro corpo alla licenza dei libertini. Oh! qual condanna sarà quest’esempio per quelle fanciulle leggere, che pensano solo a comparire, ad attirarsi gli sguardi della gente, a segno da divenire spregevoli!… Citerò ancora l’esempio di Santa Coleta (Ribadeneira, al 6 Marzo), vergine sì pura e sì riservata, che temeva tanto di farsi vedere quanto le fanciulle mondane han premura di mostrarsi. Udì un giorno in una conversazione lodarsi la sua bellezza: ne arrossì, e corse subito a prostrarsi a’ piedi del suo crocifisso. « Ah! mio Dio, esclamava piangendo, questa bellezza che m’avete data, sarà cagione della perdita dell’anima mia e di quella d’altri con me? ». Da quel momento abbandonò il mondo, e andò a chiudersi in un monastero, ove soggettò il suo corpo ad ogni sorta di macerazioni. Morendo diede visibili segni d’aver serbata l’anima pura, non solo agli occhi del mondo, ma anche a quelli di Dio. Riconosco, sì, che questi due esempi sono un po’ straordinari, e pochi possono imitarli; ma eccone uno che si adatta assolutamente alle condizioni vostre. Udite attentamente, o giovani, e vedrete, che, se vorrete seguire le attrattive della grazia, ben presto sarete disilluse a riguardo de’ piaceri e delle vanità del mondo che vi allontanano da Dio. Si narra d’una giovane damigella della Franca Contea, per nome Angelica, che aveva molto spirito, ma era mondana assai. Avendo udito un predicatore predicar contro la vanità e il lusso nel vestire, andò a confessarsi da lui. Egli le fece intender sì bene quanto fosse colpevole e quante anime poteva trarre a perdizione, che, fin dal giorno dopo, lasciò tutte le sue vanità e si vestì in modo semplicissimo, da cristiana. Sua madre, ch’era come la maggior parte di quei poveri ciechi, i quali par non abbiano figliuole che per precipitarle all’inferno riempiendole di vanità, la riprese perché non s’abbigliava più come prima. « Madre mia, le rispose, il predicatore da cui sono stata a confessarmi, me l’ha proibito. Quella povera madre, accecata dalla collera, va a cercare il confessore, e gli domanda, se veramente ha proibito a sua figlia di abbigliarsi secondo la moda. « Io non so, le rispose il confessore che cosa abbia detto a vostra figlia: ma vi basti sapere che Dio proibisce di vestirsi conforme alla moda, se questa non è secondo Dio, ma colpevole e perniciosa alle anime ». — « Padre mio, qual moda chiamate voi colpevole e perniciosa alle anime? » — « Quella, per es., di portar vesti troppo aperte, o che mettan troppo in rilievo le forme del corpo; o portar abiti troppo ricchi e più costosi di quel che permette il proprio stato ». Le fece quindi vedere i pericoli di queste mode, e come dessero cattivo esempio. — « Padre mio, gli disse la donna, se il mio confessore m’avesse detto quanto m’avete detto voi, non avrei mai permesso a mia figlia di portar tutte quelle vanità, ed io stessa sarei stata più assennata; eppure il mio confessore è dotto assai! Ma che m’importa che sia dotto, se mi lascia vivere a mio capriccio, e in pericolo di perdermi eternamente? » Tornata a casa, disse a sua figlia: « Benedici Iddio d’aver trovato tal confessore e seguine gli avvertimenti ». La giovane damigella ebbe poi a sostenere terribili combattimenti da parte delle altre compagne, che se ne facevan beffe e la mettevano in ridicolo. Ma l’assalto più forte le venne dalla parte di talune che si provarono a farle mutar pensiero. « Perché, le dissero, non vi abbigliate voi come le altre? » — «Non sono punto obbligata a far come le altre, rispose Angelica: mi vesto come quelle che fan bene e non come quelle che fanno male ». — « Ecché? Facciam dunque male ad abbigliarci quali ci vedete? » — « Sì certamente, fate male, perché date scandalo a chi vi guarda ». — « Quanto a me, disse una tra loro, non ho alcuna intenzione cattiva; mi vesto a modo mio, e se alcuno se ne scandalizza, peggio per lui ». — « Peggio anche per voi, riprese Angelica, perché ne siete occasione; se dobbiam temere di cader noi in peccato, dobbiam pur temere di far peccar gli altri ». — « Checché ne sia delle vostre buone ragioni, replicò un’altra, se non vi vestite più come noi, le vostre amiche vi abbandoneranno, e non avrete più coraggio di comparire nelle belle conversazioni e nei balli ». — « Desidero piuttosto, rispose Angelica, la compagnia della mia cara madre, delle mie sorelle e di alcune morigerate giovinette che tutte codeste belle conversazioni e codesti balli. Non mi vesto per piacere, ma per coprirmi; i veri ornamenti d’una fanciulla non istanno negli abiti, ma nella virtù. Del resto, signore, se la pensate così, non la pensate da cristiane, ed è vergogna che, in una Religione santa come la nostra, vi sia chi si permette tali violazioni della modestia ». Dopo tutti questi discorsi una della compagnia disse: « Davvero è vergogna che una giovinetta di diciott’anni debba darci lezione: il suo esempio sarà un giorno nostra condanna. Siam pur cieche in far tanto per piacere al mondo, che poi si burla di noi! » Angelica perseverò sempre nelle sue buone disposizioni, non ostante tutto ciò che poterono dirle. Ebbene, fratelli miei, chi v’impedisce di far come questa giovine contessa? Essa si è santificata vivendo nel mondo. Oh! qual motivo di condanna sarà nel giorno del giudizio, quest’esempio per molti e molti Cristiani! Si può farsi Santi anche nello stato coniugale. Lo Spirito Santo nella sacra Scrittura si diletta di farci il ritratto d’una donna santa; e conforme alla descrizione che ce ne fa (1 Tim. II; Ephes. V) vi dirò che donna santa è quella che ama e rispetta il suo sposo, veglia con sollecitudine sui figliuoli e sui domestici, è attenta a farli istruire e farli accostare ai Sacramenti, s’occupa delle faccende domestiche e non della condotta de’ suoi vicini; è riserbata ne’ discorsi, caritatevole nelle opere, nemica dei divertimenti mondani: una donna siffatta, dico, è un’anima giusta: Dio la loda, la canonizza; insomma è una santa. Vedete dunque, fratelli miei, che per esser Santi, non è necessario abbandonar tutto; ma adempier bene i doveri dello stato, in cui Dio ci ha messo, e far tutto ciò che facciamo coll’intenzione di piacere a Lui. Lo Spirito Santo ci dice che per esser Santi basta allontanarci dal male e fare il bene (Ps. XXXIII, 13-14). Ecco, miei fratelli, qual santità ebbero tutti i Santi, e dobbiamo avere anche noi. Ciò ch’essi han fatto, possiam fare noi pure con la grazia di Dio; poiché abbiamo com’essi i medesimi ostacoli alla nostra salute e gli stessi aiuti per vincerli.

II. — Dico: 1° che i Santi incontrarono i medesimi ostacoli che noi, a giungere alla santità: ostacoli di fuori, ostacoli dentro di sé medesimi. Ostacoli da parte del mondo: il mondo era allora qual è a’ tempi nostri, del pari pericoloso ne’ suoi esempi, del pari corrotto nelle sue massime, del pari seducente ne’ suoi piaceri, sempre nemico della pietà e sempre pronto a metterla in ridicolo. N’è prova il fatto che la maggior parte de’ Santi disprezzò e fuggì il mondo con gran cura; preferirono la ritiratezza alle adunanze mondane; anzi molti, temendo di perdervisi, l’abbandonarono del tutto; gli uni per andarsene a passare il resto de’ loro giorni in un monastero, altri nel fondo dei deserti, quali un S. Paolo primo eremita, un S. Antonio (Vita dei Padri del Deserto. T. I), una santa Maria Egiziaca (Ibid. T. V, pag. 379) e tanti altri. – Ostacoli da parte del loro stato: parecchi erano, come voi, impegnati in affari del mondo, aggravati dagli impicci del governo d’una famiglia, dalla cura de’ figliuoli; obbligati, la maggior parte, a guadagnarsi il pane col sudore della loro fronte; ora, ben lungi dal pensar, come noi, che in un altro stato si salverebbero più facilmente, erano persuasi d’aver grazie maggiori in quello nel quale li aveva messi la Provvidenza. Non vediam forse che nel tumulto del mondo e tra gl’impicci d’una famiglia e le faccende domestiche si salvò un gran numero di Santi? Abramo, Isacco, Giacobbe, Tobia, Zaccaria, la casta Susanna, il santo Giobbe, S. Elisabetta: tutti questi illustri Santi dell’antico Testamento, non erano stabiliti nel mondo? E nella nuova Legge può forse contarsi il numero di coloro che si santificarono nelle ordinarie condizioni della vita? Perciò S. Paolo ci dice che i Santi giudicheranno le nazioni (1 Cor. VI, 2)). Non vuol dirci con ciò che non v’è uomo sulla terra, il quale non trovi qualche Santo nel suo stato, che sarà condanna della sua infingardaggine, facendogli vedere che avrebbe potuto far, come lui, ciò per cui ha meritato il cielo? Se dagli ostacoli esteriori passiamo adesso agli interni, vedremo che i Santi ebbero tentazioni e combattimenti quanti possiamo averne noi, e forse più. Primieramente dalle abitudini cattive. Non crediate, fratelli miei, che tutti i Santi sian sempre stati Santi. Quanti ve ne sono che cominciarono male e vissero lungo tempo in peccato. Vedete il santo re David, vedete S. Agostino, vedete S. Maddalena. Facciamoci dunque coraggio, fratelli miei; sebbene peccatori, possiamo pure divenir Santi: se non saremo tali per l’innocenza, lo saremo almeno per la penitenza; poiché una gran parte de’ Santi si è santificata così. Ma, direte forse, costa troppo! — Costa troppo, fratelli miei? E credete che ai Santi non abbia costato nulla? Vedete David, che bagna il suo pane con le sue lacrime, e il suo letto col suo pianto (Ps. CI, 10; VI, 7). Credete che ad un re, qual egli era, non costasse nulla? Credete che gli riuscisse indifferente darsi spettacolo a tutto il suo regno, e servire a tutti di zimbello? Vedete santa Maddalena: in mezzo ad una numerosa adunanza, si getta ai piedi del Salvatore, e piangendo dirottamente accusa alla presenza di tutti le sue colpe (S. Luc. VII); segue Gesù Cristo fino a’ piedi della croce (S. GIOVANNI, XIX, 25.), e ripara qualche anno di debolezza con lunghi anni di penitenza: credete forse, fratelli miei, che siffatti sacrifici non le costassero alcuno sforzo? Credo con certezza che chiamerete beati i Santi, i quali han fatto tale penitenza e versato tante lagrime. Ohimè! se potessimo anche noi, come quei Santi, intendere la gravezza dei nostri peccati e la bontà di Dio che abbiamo offeso; se, com’essi, pensassimo all’inferno che abbiamo meritato, all’anima nostra che abbiam perduta, al sangue di Gesù Cristo che abbiam profanato! Ah! se avessimo ne’ nostri cuori tutti questi pensieri, quante penitenze faremmo per cercare di placare la giustizia di Dio da noi irritata! – Credete forse che i Santi sian giunti senza fatica a quella semplicità, a quella dolcezza, ond’eran mossi a rinunziare alla propria volontà, ogni qual volta se ne presentasse l’occasione? Oh! no, miei fratelli! Udite S. Paolo: « Ohimè! io faccio il male che non vorrei, e non faccio il bene che vorrei: sento nelle mie membra una legge che si ribella contro la legge del mio Dio. Ah! me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? ». Quali combattimenti non dovettero sostenere i primi Cristiani nel lasciare una religione, che tendeva solo a blandire le loro passioni, per abbracciarne un’altra che mirava invece a crocifiggere la carne? Credete forse che S. Francesco di Sales non si sia dovuto far violenza per divenir dolce com’era? Quanti sacrifizi dovette fare!… I Santi non furon Santi, se non dopo molti sacrifizi e molte violenze!

2° Dico in secondo luogo che noi abbiamo le medesime grazie, da cui essi furono avvalorati. E primieramente il Battesimo non ha egual virtù di parificarci, la Confermazione di fortificarci, l’Eucaristia d’indebolire in noi la concupiscenza e d’accrescere nelle nostre anime la grazia? E la parola di Gesù Cristo non è sempre la stessa? Non udiamo noi ripetercisi ad ogni tratto quel consiglio: « Lasciate tutto e seguitemi? » E questo appunto convertì a santità S. Antonio, S. Arsenio, S. Francesco d’Assisi. Non leggiamo forse nel Vangelo quell’oracolo: « Che giova all’uomo guadagnar tutto il mondo, se poi perde l’anima sua ? (Matth. XVI, 26) Queste medesime parole non convertirono S. Francesco Saverio, e d’un ambizioso ne fecero un apostolo. – Non sentiamo pure ogni giorno ripetere: « Vegliate e pregate continuamente! » E da questa dottrina appunto furono formati i santi. Finalmente, fratelli miei, quanto a buoni esempi, per quanto sregolato sia il mondo, non ne abbiam ancor dinanzi agli occhi qualcuno, e certo più di quelli che potremo seguire? insomma la grazia ci manca più che non ai Santi? E non contiamo per nulla que’ buoni pensieri, quelle salutari ispirazioni di staccarci da quel peccato, di rompere quella cattiva abitudine, di praticare quella virtù, di fare quell’opera buona? Non sono grazie quei rimorsi di coscienza, quei turbamenti, quelle inquietudini che proviamo dopo d’aver litigato? Ohimè! miei fratelli, quanti Santi, che sono adesso in cielo, ebbero meno grazie di noi! Quanti pagani e quanti Cristiani sono all’inferno, che sarebbero divenuti gran Santi, se avessero avuto tante grazie, quante ne abbiam ricevute noi!… – Sì, miei fratelli, possiamo esser Santi, e dobbiamo lavorar tutti a divenirlo. I Santi furono mortali come noi, deboli e soggetti alle passioni come noi; noi abbiamo gli stessi aiuti, le stesse grazie, i medesimi Sacramenti; ma bisogna fare com’essi: rinunciare ai piaceri del mondo, fuggire il mondo, quanto possiamo, esser fedeli alla grazia; prenderli a modello: poiché non dobbiamo dimenticar mai che santi o riprovati dobbiamo essere, vivere pel cielo o per l’inferno: non v’è via di mezzo. – Concludiamo, miei fratelli, dicendo che, se vogliamo, possiamo esser Santi, perché Dio non ci negherà mai la sua grazia, che ci aiuti a divenirli. È nostro Padre, nostro Salvatore, nostro Amico: desidera ardentemente di vederci liberati dai mali della vita. Vuol ricolmarci d’ogni sorta di beni, dopo averci dato fin da questo mondo immense consolazioni, saggio di quelle del cielo, che io vi desidero.

LA PERFEZIONE NELLE OPERAZIONI ORDINARIE (3)

[P. Alfonso RODRIGUEZ S. J.: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane – S. E. I. Torino; rist. 1948]

TRATTATO II.

DELLA PERFEZIONE DELLE OPERAZIONI ORDINARIE (3)

CAPO VII.

D’un altro mezzo, che è assuefarsi uno a far bene le opere proprie.

1. Come praticare questo mezzo. — 2. Ci viene insegnato dalla

S. Scrittura, — 3. Efficacia del buon abito.

1. Quel grande ed antichissimo filosofo, Pitagora, dava un consiglio molto buono ai suoi discepoli e ai suoi amici per diventar virtuosi e per rendersi loro facile e soave la virtù. Diceva loro così: Eleggasi ciascuno un modo di vivere molto buono, e non si sgomenti, per parergli da principio faticoso e difficile; perché di poi, con la consuetudine, gli riuscirà molto facile e molto gustoso. Questo è un mezzo molto principale, e del quale ci abbiamo da valere, non tanto per essere di quel filosofo, quanto perché è dello Spirito Santo, siccome or ora vedremo; e perché è mezzo molto valevole pel fine che pretendiamo. Già noi abbiamo eletto il buon modo di vivere, o per dir meglio, già il Signore ci ha eletti per questo: « Non siete voi che avete eletto me, ma io ho eletto voi » (Joan. XV, 16). Siane egli eternamente benedetto e glorificato. Ma in questa vita e in questo stato, nel quale il Signore ci ha posti, vi può essere il più e il meno: perché puoi esser perfetto, e puoi essere imperfetto e tiepido, secondo che andrai operando. Ora se vuoi far profitto e acquistare la perfezione in questo stato e nelle tue operazioni, procura di avvezzarti a far le opere e gli esercizi della religione ben fatti e con perfezione. Avvezzati a far bene l’orazione e gli altri esercizi spirituali; avvezzati ad esseremolto puntuale nell’ubbidienza e nell’osservanza delle regole e a far conto delle cose piccole; avvezzati al ritiramento, alla mortificazione e penitenza, alla modestia e al silenzio. Non dubitare; se nel principio sentirai in ciò qualche difficolta, dopo, con la consuetudine, ti si renderà non pur facile, ma soave e gustoso, e non ti sazierai di render grazie a Dio dell’esserti a ciò assuefatto.

2. Questa dottrina ci viene insegnata dallo Spirito Santo in molti luoghi della sacra Scrittura. Dicesi nei Proverbi: « Ti indirizzerò per la via della Sapienza » (Prov. IV, 11). Io t’insegnerò a prender sapore nella cognizione di Dio; che tanto appunto, per detto di S. Bernardo e di S. Bonaventura, vuol dire nella sacra Scrittura la parola sapienza, una « saporita cognizione di Dio ». – Or io t’insegnerò, dice lo Spirito Santo, la strada, per la quale tu venga ad aver sapore e gusto in conoscere, amare e servir Dio. « Ti condurrò nei sentieri della giustizia; e quando in essi sarai entrato, non troverai angustia ai tuoi passi, né inciampo al tuo corso » (Prov. IV, 11-12). Ti condurrò prima per i sentieri stretti della virtù, i quali chiama così, perché la virtù nei principi ci si rende difficile, per la nostra mala inclinazione, e ci pare uno stretto sentiero; ma passate che avrai quelle prime strettezze camminerai alla larga molto gustosamente e a piacer tuo; ed anche correrai senza inciampare, né troverai difficoltà in cosa alcuna. Lo Spirito Santo c’insegna elegantemente con questa metafora che, quantunque nei principi sentiamo difficoltà in questa strada della virtù e della perfezione, non abbiamo per questo da perderci d’animo; perché di poi, camminando avanti in questa strada, non solo non avremo difficoltà, ma vi troveremo molto gusto e grande contentezza ed allegrezza, e verremo a dire: « Io faticai per un poco ed ho trovato molto riposo » (Eccli. LI, 35). Lo stesso si replica nel capo sesto dell’Ecclesiastico: « Con un po’ di lavoro nella sua cultura ben presto ne godrai i frutti » (Eccli. VI, 20). E il glorioso Apostolo S. Paolo c’insegna anch’egli questo medesimo: « Ora qualunque disciplina sembra pel presente apportatrice non di gaudio, ma di tristezza: dopo però rende un tranquillo frutto di giustizia a coloro che in essa si sono esercitati » (Hebr. XII, 11). E così vediamo in tutte le arti e scienze. Quanto difficile non si rende ad un giovinetto lo studio nel principio! Molte volte bisogna condurvelo per forza, e si suol dire che l’apprender le lettere costa sangue; ma dopo con l’esercizio, quando va facendo profitto e imparando qualche cosa, gusta tanto dello studio, che alle volte tutto il suo trattenimento e la sua ricreazione è lo starsene studiando. Or così avviene ancora nella via della virtù e della perfezione.

3. S. Bernardo va dichiarando molto bene questa cosa sopra quelle parole di Giobbe: « Quelle cose che io per l’avanti non avrei voluto toccare, sono adesso nelle mie strettezze mio cibo » (Iob. VI, 7) . Vuoi tu sapere, dice egli, quanto fa l’esercizio e la consuetudine, e quanta forza ha! Al principio ti parrà una cosa molto difficile e insopportabile; ma se ti assuefai ad essa, coll’andar del tempo non ti parrà tanto difficile né tanto pesante: da lì a poco ti parrà cosa leggiera e facile; indi ad un altro poco non la sentirai più affatto: e in breve non solo non la sentirai più, ma ti darà ella tanto gusto e tanta contentezza, che potrai dire con Giobbe: Quello che prima l’anima mia aborriva, e non lo poteva vedere, ma mi cagionava orrore, adesso è mio cibo e nutrimento molto dolce e saporito (S. Bern. De cons. ad Eug. L. 1, c. 2)- Di maniera che ogni cosa riesce secondo che la persona si assuefà ad essa. Perciò a te riesce difficile l’osservar le addizioni e gl’indirizzi dell’orazione e dell’esame, perché vi sei poco assuefatto: perciò hai tanta difficoltà nel fissare e tener raccolta la tua immaginativa, acciocché non se ne scorra ove vuole subito che ti svegli e nel tempo dell’orazione, perché non hai fatto mai sforzo, né ti sei avvezzo a fissarla e a tenerla a freno, affinché non trascorra a pensar in altro che in quello che hai da meditare. Per questo ti cagiona tristezza e malinconia il silenzio e il ritiramento, perché poco l’usi. « La cella, dice il devoto Tomaso da Kempis, se ci si abita di continuo, riesce dolce; se male la si custodisce, ingenera noia » (De Imit. Chr. l. I, c. 20, 5) . Avvezzati tu adunque a startene in essa continuamente, che ti diventerà soave e gioconda. Per questo riescono difficili al secolare l’orazione e il digiuno, perché non vi si è assuefatto. E re Saul vestì Davide delle sue proprie armi, perché con quelle andasse a combattere col Filisteo; ma perché quegli non era avvezzo, non si poteva muovere con esse, e le lasciò: si assuefece poi alle armi, e con esse combatteva molto bene. – E quel che dico della virtù e del bene, dico anche del vizio e del male. Che se ti lasci trasportare dalla cattiva consuetudine, crescerà il male e piglierà forze maggiori; onde sarà poi più difficile il rimedio, e così te ne resterai tutta la tua vita. Oh se da principio tu ti fossi assuefatto a fare le cose bene, quanto ricco ti troveresti adesso e quanto contento, vedendo la virtù e il bene esserti ornai divenuti cotanto facili e soavi! Comincia ora ad assuefarti bene; che è sempre meglio tardi, che mai. Piglia a petto il far bene coteste cose ordinarie che fai, poiché tanto importa il farle bene, ed applica a questo, se sarà di bisogno, l’esame particolare, che sarà dei buoni esami che tu possa fare; e in questa maniera ti si andrà rendendo facile e soave il farle e il farle bene.

CAPO VIII.

Quanto importi al religioso il non allentare nella virtù.

1. Difficile dalla tiepidezza tornare al fervore. 2. Stato infelicedel tiepido. — 3. Diventa infermo con quello onde dovrebbeconservarsi sano. — 4. Rimedio.

1. Da quello che si è detto si verrà a conoscere assai bene, quanto importi al religioso il conservarsi nella devozione, l’aver sempre fervore negli esercizi della religione e il non lasciarsi cadere in tiepidezza, in lentezza e in rilassatezza; perché gli sarà di poi molto difficile l’uscire da essa. Potrà ben fare Iddio che ritorni dopo a vita infervorata e perfetta; ma questo sarà quasi come un miracolo. Dice questa cosa molto bene S. Bernardo, scrivendo ad un certo Riccardo, abate Fontanense, e ai suoi religiosi, coi quali aveva Dio fatto questo miracolo, che, avendo quelli menata sino a quell’ora una qualità di vita tiepida, lenta e rilassata, li aveva cangiati e trasferiti ad una molto infervorata e perfetta. Maravigliandosene e rallegrandosene assai, e congratulandosene con essi il Santo, dice cosi: « Qui vi è il dito di Dio: chi mi concederà che io colà mi trasferisca e veda, come un altro Mosè, questa prodigiosa visione? » Perché non è cosa meno meravigliosa questa che quella che vide Mosè nel roveto che bruciava e non si consumava. « È cosararissima e molto straordinaria il veder passar uno avanti e trascendere quel grado nel quale una volta si è fissato nella religione. Più facil cosa sarà ritrovare molti secolari, i quali dalla mala vita si convertano alla buona, che incontrarsi in un religioso, il quale da vita tiepida, lenta e rimessa passi a vita migliore » (S. Bern. Ep. 96; M. PL. V. 182, col. 22). E la ragione di ciò è perché i secolari non hanno i rimedi tanto continui quanto i religiosi; e così quando odono una buona predica, o vedono la repentina e disgraziata morte di un qualche vicino od amico, quella novità cagiona in essi spavento ed ammirazione, e li muove a mutare e ad emendare la loro vita. Ma il religioso, che ha questi rimedi tanto famigliari, tanta frequenza di Sacramenti, tante esortazioni spirituali, tanto esercizio di meditar le cose di Dio e di trattar della morte, del giudizio, dell’inferno, della gloria; se con tutto ciò se ne sta tiepido, lento e rimesso, che speranza si può avere che sia per mutar vita, essendo che già ha fatto l’orecchio a queste cose? E così quello che avrebbe da aiutarlo e muoverlo, e quello che suol muovere altri, non muove lui, né gli fa impressione alcuna.

2. Questa è anche la ragione di quella sentenza tanto celebre del glorioso S. Agostino: « Da che cominciai a servir Dio, siccome non ho conosciuti altri migliori di quelli che hanno fatto profitto nella religione; così non ho conosciuti altri peggiori di quelli che in essa sono caduti ». – S. Bernardo dice che di costoro, che sono caduti e che hanno mancato nella religione, molto pochi ritornano allo stato e grado di prima; ma più tosto vanno peggiorando (S. Aug. Ep. ad Cler. Et pleb. Hipon n. 9). Sopra dei quali, dice egli, piange il profeta Geremia: « Come mai si è oscurato l’oro! il suo bel colore si è cangiato? Quelli che erano stati allevati nella porpora, hanno brancicato lo sterco » (S. Bern. Serm. 3 in fest. App. Petri et Pauli, n. 2). Quelli cioè che erano tanto favoriti e accarezzati da Dio nell’orazione, e dei quali tutto il trattare e conversare era in cielo, si sono ridotti ad abbracciare lo sterco e a sguazzare nel fango e nelle pozzanghere.

3. Sicché, parlando secondo quello che ordinariamente accade, poco buona speranza si può avere di quelli che cominciano a dar indietro e a diventar cattivi nella religione. Cosa che ci dovrebbe cagionare grandissimo terrore. E la ragione di ciò è quella che abbiamo toccata; perché questi tali cadono infermi con le stesse medicine e rimedi, coi quali dovrebbero migliorare e guarire. Or se con quello con cui altri migliorano e guariscono, essi ammalano e peggiorano, che speranza si può avere della loro salute? L’infermo, nel quale non fanno operazione alcuna le medicine, ma più tosto si sente star peggio con esse, si può ben dare per disperato e spedito. Perciò facciamo tanto caso del peccato e della caduta di un religioso, e ne abbiamo tanta paura; mentre nei secolari non ne concepiamo tanto orrore. Quando il medico vede in una persona infermicela e debole uno svenimento, ovvero una gran debolezza di polso, non se ne piglia molto fastidio; perché quella cosa non è stravagante rispetto all’ordinaria disposizione di colui: ma quando vede una cosa simile in una persona molto sana e robusta, lo tiene per molto mal segno; perché tale accidente non può procedere se non da qualche umor maligno predominante, pronostico di morte o d’infermità molto grave. Così avviene nel caso nostro. Se un secolare cade in peccati, questi non sono casi molto disusati ed insoliti in quella vita tanto trascurata di chi si confessa una volta l’anno e di chi sta in mezzo a tante occasioni, che a tal vita lo portano; ma nel religioso, sostenuto da tanta frequenza di Sacramenti, da tanta orazione e da tanti santi esercizi, quando viene a cadere, è segno di virtù molto scaduta e d’infermità grave; onde v’è ragione di temere assai.

4. Non dico però questo, dice S. Bernardo (S. Bern. loc. cit. n. 3), perché nella disgrazia di qualche caduta ti abbia da disperare, specialmente se pensi a subito rialzarti; poiché quanto più lo differirai, tanto più si renderà difficile; ma lo dico acciocché non pecchi, acciocché non cada e acciocché non ti rallenti. Ma se alcuno cadesse, abbiamo un buono avvocato in Gesù Cristo, il quale può quello che non possiamo noi. «Figliuolini miei, scrivo a voi queste cose affinchè non picchiate. Che se alcuno avrà peccato, abbiamo nostro avvocato presso del Padre Gesù Cristo giusto » (1Joan., II, 1). Perciò nessuno si disperi, perché se si converte a Dio di cuore, senza dubbio conseguirà misericordia. Se l’Apostolo S. Pietro, dopo aver seguitato tanto tempo la scuola di Cristo ed essere stato tanto suo favorito, cadde sì gravemente, e dopo così grave caduta, come fu negare il suo Signore e Maestro, ritornò a tanto alto ed eminente stato; chi si dispererà? Peccasti tu colà nel secolo, dice S. Bernardo, più forse che 8. Paolo? Hai tu peccato qui nella religione più forse che S. Pietro? Or questi, perché si pentirono e fecero penitenza, non solo ottennero perdono, ma anche una santità e perfezione molto alta. Fa tu ancora cosi, e potrai ritornare non solo allo stato di prima, ma anche a perfezione molto maggiore.

CAPO IX.

Quanto importi ai novizi il valersi del tempo del noviziato e l’assuefarsi in esso a far bene; e come debbono esser fatti gli esercizi della religione.

1. Due ragioni di questa importanza. — 2. Quale in noviziato tale di poi. — 3. Difficile a vincere una passione invecchiata. — 4. Inganno di chi differisce l’emenda. — 5. Dalla buona educazione dei novizi dipende tutto  il bene della religione. — 6. Vantaggio di chi si dà alla virtù da giovane. — 7. Esempio.

1. Da quello che si è detto possiamo raccogliere per i novizi quanto importi a loro di valersi bene del tempo del noviziato e l’assuefarsi in esso a far gli esercizi della religione ben fatti: e questo potrà ancora servire per tutti quelli che cominciano a camminare per la via della virtù. La prima regola del Maestro dei novizi, che abbiamo nella Compagnia, ce lo dichiara molto bene e con poche parole, le quali non solo parlano a noi altri, ma anche a tutti i religiosi. « Persuadasi il Maestro dei novizi essergli stata commessa una cosa di molto grande importanza », dice detta regola, e ne rende due ragioni molto sostanziali, acciocché un tal Maestro apra gli occhi e conosca di quanto peso e momento è quel carico che ha sulle spalle. La prima è « perché da questa istituzione e prima educazione dei novizi dipende in maggior parte tutto il loro profitto per l’avvenire » : la seconda, perché in questa sta riposto il maggior capitale, essendo in essa « fondata tutta la speranza della Compagnia », e quindi dipende il benessere della religione (Reg. I Mag. Nov.). E per discendere a dichiarare più in particolare queste due ragioni, dico primieramente, che da questa prima instituzione e dalla positura nella quale uno si metterà nel noviziato, dipende, comunemente parlando, ogni suo o guadagno o scapito per l’avvenire. Se nel tempo del noviziato, come dicevamo nel capo antecedente, cammina uno tiepidamente e negligentemente nel suo profitto spirituale, tiepido se ne resterà sempre, senza far maggior frutto. Non occorre pensare che dopo, generalmente parlando, sia per camminare con maggior diligenza e fervore; perché v’è poca ragione per credere che dopo vi sia per essere questa mutazione e questo miglioramento; mentre ve ne sono molte per temere che non vi sarà.

2. Acciocché si possa veder meglio quello che dico, andiamo un poco parlando particolarmente col novizio, ponderando le ragioni e convincendolo con esse. Ora che è il tempo del noviziato, hai molto tempo per attendere al solo tuo profitto spirituale, e hai molti mezzi che in esso ti aiutano, perché a questo solamente attendono i Superiori, e questo è il principale ufficio loro. Ora hai molti esempi di tanti i quali non si occupano in altro che in questo; ed è cosa che dà grande animo e grande lena lo stare fra persone che non trattano d’altro, e il vedere che gli altri camminano avanti; sicché per pigro che uno sia, è come necessitato ad uscir di pigrizia. Ora hai il cuore sgombrato e libero da ogni altra cosa, e che pare desideroso della virtù; non hai occasione alcuna che ti dia disturbo né impedimento, ma molte che ti aiutano. Ora, se adesso che stai qui solamente per questo e non hai altro che fare, non attendi a far profitto e a stabilire per tuo capitale la virtù; che sarà, quando il tuo cuore si trovi imbarazzato e diviso in mille parti? Se adesso che stai tanto disoccupato e hai tante comodità e aiuti, non fai bene la tua orazione e i tuoi esami, né usi diligenza in osservare le tue addizioni e in far bene gli altri esercizi spirituali; che sarà quando ti trovi, con mille pensieri e sollecitudini di studi, e poi di negozi, di confessioni e di prediche? Se adesso con tanti ragionamenti ed esortazioni spirituali e con tanti esempi e stimoli non fai profitto; che sarà quando abbia occasioni e impedimenti che ti disturbino? Se adesso, nel principio della tua conversione, quando la novità delle cose dovrebbe cagionare in te maggiore divozione e fervore, te ne stai tiepido; che sarà poi quando ti trovi aver già fatto l’orecchio a tutto quello che ti potesse muovere ed aiutare? Di più, se adesso che la passione comincia appena a germogliare e la mala inclinazione non ha ancor forza, per essere nei suoi principi, non ti basta l’animo di farle resistenza, per la difficoltà che vi senti; come resisterai ad essa e la vincerai dopo, quando essa si sia fortemente radicata e abbia prese forze colla consuetudine?

3. Dichiarava S. Doroteo questa cosa con un esempio, che era solito raccontare di uno di quei Padri antichi. Stava questi coi suoi discepoli in una campagna piena di cipressi d’ogni sorta, alcuni grandi, altri piccoli, altri mezzani; e comandò ad uno dei suoi discepoli che sradicasse uno di quei cipressi; il quale, avendolo tirato, si svelse subito, perché era piccolo. Indi gli disse: Sradica ancora quell’altro, il quale era un po’ più grandicello; e lo sradicò, ma con maggior sforzo e fatica e con ambedue le mani. Per il terzo ebbe necessità di compagno: ma il quarto non lo poterono svellere tutti insieme. Allora il vecchio disse loro: Così sono le nostre passioni: nel principio, quando non sono ancora radicate, è facile estirparle; basta per farlo ogni poca forza che vi si metta: ma se mai avvenga che gettino profonde radici col lasciarle invecchiare, allora l’estirparle sarà molto difficile: gran forza sarete in necessità di mettervi, e ancora non so se vi riuscirete. (S. Doroth. Doct. 11, n.3)

4. Si vedrà quindi quanto grande inganno e quanto grave tentazione è il differire uno il suo profitto, e pensare che dopo si mortificherà e si vincerà in quelle cose, nelle quali adesso non gli basta l’animo di mortificarsi e di vincersi per la difficoltà che vi sente. Se quando la difficoltà è minore non ti basta l’animo di combattere contro di essa, come ti basterà quando sia maggiore? Se adesso, mentre la tua passione è un piccolo leoncino, contro esso sei sì codardo; che sarà quando sia cresciuta e fatta una grande e fiera bestia? Resta dunque persuaso che se adesso sarai tiepido e lento, tale sarai ancor dopo. Se adesso non sarai buon novizio e buono scolaro devoto e spirituale, non sarai dopo né buon veterano né buon operaio nella vigna del Signore. Se adesso sarai negligente nell’ubbidienza, o nell’osservanza delle regole, molto più negligente sarai per l’avvenire. Se adesso sarai trascurato negli esercizi spirituali e li farai malamente e a rappezzi, rappezzatore te ne resterai tutta la tua vita. Tutto il punto sta nella forma la quale adesso tu prendi. – Dicesi che nel mischiar l’acqua colla farina sta la facilità o la difficoltà del maneggiare e far bene la pasta. – Per questo S. Bonaventura dice: « Quella formazione, che uno prende da principio, a stento la smette. Chi sul bel principio della nuova maniera di vivere trascura la disciplina, difficilmente in seguito vi si adatta » (S. Bonav. In spec. disc. prol. N. 1). È proverbio questo, ed è proverbio dello Spirito Santo. « Il giovinetto, dice egli per bocca di Salomone, presa che ha la sua strada, non se ne allontanerà nemmeno quando sarà invecchiato » (Prov. XXII, 5). E perciò venne a dire S. Giovanni Climaco, che è cosa molto pericolosa e molto da temere che uno cominci tiepidamente e lentamente; perché, dice, è indizio manifesto della futura caduta (S. Io. Clim.: Scal. Parad. Grad. 1) . Per questo dunque è di somma importanza l’assuefarsi uno da principio alla virtù e a far bene gli esercizi spirituali. E così ce ne avverte lo Spirito Santo per mezzo del profeta Geremia: « Buona cosa è per l’uomo l’aver portato il giogo fin dalla sua adolescenza » (Ger., Thr. III, 27) perché sotto questo durerà poi sempre e gli sarà facile la virtù ed il bene: e quando no, la cosa gli riuscirà molto difficile, «Quello che tu non radunasti nella tua gioventù, come lo troverai nella tua vecchiezza? » ci domanda ancora lo stesso Spirito Santo nell’Ecclesiastico (Eccli. XXV, 5).

5. Da questa prima ragione viene in conseguenza la seconda: perché se tutto il profitto del religioso pel tempo avvenire dipende dalla prima sua istituzione, tutto il benessere della religione dipende altresì da essa. Poiché la religione non consiste nelle mura delle case o delle chiese, ma nell’adunanza dei religiosi: e quelli che stanno nel noviziato sono quelli che hanno successivamente a formare tutta la religione. Per questo la Compagnia non si contentò d’istituire i Seminari dei Collegi, nei quali si allevano i nostri in lettere e in virtù insieme; ma istituì a parte i Seminari di sola virtù, nei quali si attende solamente all’annegazione e mortificazione di se stessi, e all’esercizio delle virtù vere e sode, come a fondamento di più importanza che non sono le lettere. A questo servono le Case di Probazione, le quali, come dice il nostro Padre S. Francesco Borgia, sono per i novizi come una Betlemme, che s’interpreta « casa di pane »; perché quivi si fanno i biscotti e le provvigioni per la navigazione e per i pericoli grandi, incontro ai quali dobbiamo andare (S. Fr. Borgia. Epist. ad Soc.). Questo è il nostro agosto, questo è il tempo dell’abbondanza, questi sono gli anni della fertilità, nei quali avete da fare la provvigione delle vettovaglie e metter da parte per gli anni della carestia e della sterilità, come fece Giuseppe. Oh se quelli d’Egitto l’avessero preveduto e, con accorgersi della cosa, vi avessero fatta riflessione; di sicuro non avrebbero così facilmente lasciato uscire dalle case loro quello che Giuseppe radunava e riponeva nei granai Oh se ti accorgessi quanto t’importa l’uscire ben provveduto di vettovaglia dal noviziato, al certo non avresti desiderio d’uscire sì presto da esso, ma bensì dolore quando n’esci, considerando quanto poco provveduto vai di virtù e di mortificazione! E così il nostro Padre s. Francesco dice, che quelli i quali desiderano, o gustano d’uscire presto dal noviziato, mostrano difetto di cognizione e di non esser bene capacitati della necessità che hanno d’andare ben provveduti; e stimano poco la battaglia, poiché tanto poco temono l’uscire ad essa mal premuniti ed armati. – Oh quanto ricchi ed abbondanti di virtù si persuase il nostro Santo Padre che saremmo noi usciti dal noviziato. Così certamente lo presuppone egli nelle Costituzioni (Const. P. 4, c. 4, 1).Assegna due anni di prova e di esperimenti per questo, acciocché un novizio per tutto un tal tempo attenda al suo profitto, senza veder altri libri e senza far altro studio, che in quello che l’aiuta ad annegarsi maggiormente e a vieppiù crescere in virtù e perfezione. E poi, supponendo che il novizio esca dal noviziato tanto spirituale e infervorato, tanto amico della mortificazione e del ritiramento e tanto affezionato all’orazione e alle cose spirituali, che sia di bisogno ritenerlo; dà per avvertimento ai novizi, quando passano nei Collegi, che temprino i loro fervori durante il tempo degli studi, e che non facciano tante orazioni né tante mortificazioni; perché presuppone che la persona esca dal noviziato con tanto lume, con tanta cognizione di Dio e con tanto disprezzo del mondo, con tanta tenerezza di cuore e devozione, e tanto dal suo interno portata alle cose spirituali, che sia necessario andarla temperando con sì fatti avvertimenti. Procura tu dunque d’uscirne tale. Cava frutto da questo tempo tanto prezioso, che forse non ne avrai un altro tale in tutta la tua vita pel tuo profitto e per acquistare e radunare ricchezze spirituali. Non lo lasciar passare in vano e non ne perdere un punto. « Non ti privare di un buon giorno, e del buon dono non perdere nessuna parte » (Eccli. XIV, 14).

6. Una delle singolari grazie che il Signore fa a quelli che tira alla religione nella loro tenera età, e per la quale sono obbligati a ringraziarlo infinitamente, è perché allora è molto facile l’assuefarsi alla virtù e alla disciplina religiosa. L’albero, quando al principio è tenero, facilmente può essere raddrizzato, per farsi molto alto e bello; ma se si lascia crescere storto, più tosto che raddrizzarsi si romperà, e così se ne resterà per sempre. Nello stesso modo, quando uno tuttavia trovasi in età tenera, è facilmente raddrizzato e facilmente egli si applica al bene: e assuefacendosi a ciò da piccolo, vi va del continuo acquistando maggiore facilità, e così vi dura e persevera sempre. È gran vantaggio per una tintura l’essere fatta in lana, perché mai non smonta in colore. S. Girolamo dice: chi potrà mai rimettere nella sua bianchezza un panno tinto in porpora? Ed è del poeta Orazio quel detto che vaso uscito di fresco dalle mani del vasaio conserverà a lungo l’odore di quel liquore che per primo vi si pose dentro La divina Scrittura loda il re Giosia perché cominciò a servir Dio da fanciullo. « Essendo tuttora giovinetto cominciò a cercare il Dio di Davide suo padre » (II Paral.XXXIV, 2).

7. Racconta Umberto, uomo insigne e Maestro Generale dell’Ordine dei Predicatori, che un religioso dopo la sua morte apparve per alcune volte di notte molto bello e risplendente ad un altro religioso suo compagno, e che in una di queste, menandolo fuori della sua cella, gli mostrò un gran numero d’uomini vestiti di vesti bianche e molto risplendenti, i quali portando su le spalle alcune croci molto belle, con esse andavano processionalmente verso il cielo. Poco dopo gli fece vedere un’altra processione più vistosa e più risplendente della prima, nella quale ciascuno portava in mano, e non su le spalle come i precedenti, una croce molto ricca e molto bella. Poco appresso gli fece vedere un’altra terza processione, senza comparazione più vistosa delle precedenti, e le croci di quelli che andavano in questa processione superavano di gran lunga in bellezza quelle degli altri; e non le portavano essi su le spalle, né in mano, ma a ciascuno portava la sua croce un Angelo, che andava loro innanzi, acciocché essi allegri e gioiosi lo seguissero. Meravigliato il religioso di questa visione, ricercò il compagno, da cui gli era stata mostrata, che gliela dichiarasse; ed esso gliela dichiarò dicendo, che quelli che aveva veduti portare le croci su le spalle, erano quelli che già d’età matura erano entrati in religione; i secondi che le portavano in mano, erano quelli che vi erano entrati nell’adolescenza; e gli ultimi che andavano tanto allegri e leggiadri, erano quelli che da piccoli avevano abbracciata la vita religiosa.

(Fine.)

LA PERFEZIONE NELLE OPERAZIONI ORDINARIE (2)

LA PERFEZIONE NELLE OPERAZIONI ORDINARIE (2)

[P. Alfonso RODRIGUEZ S. J.: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane – S. E. I. Torino; rist. 1948]

TRATTATO II.

DELLA PERFEZIONE DELLE OPERAZIONI ORDINARIE (2)

CAPO IV.

D’un altro mezzo par far le opere bene che è farle come se non avessimo altro da fare.

1. Fa quel che fai. — 2. Arte del demonio per impedircelo.

1. Il terzo mezzo per far le cose bene è far ciascuna cosa come se non avessimo altro che fare. Far l’orazione, celebrare la santa Messa, dire il nostro Rosario, recitar le nostre ore come se non avessimo da far altra cosa; e così di tutto il resto. Nel mentre che stiamo occupati o in questa o in quella cosa, chi ci è alle spalle? chi ci rincorre? Non ci confondiamo dunque, né ci affrettiamo nelle nostre operazioni, né l’una c’impedisca l’altra; ma teniamoci sempre attenti a quella cosa che stiamo facendo di presente. Mentre facciamo orazione non pensiamo allo studio, né all’impiego, né al negozio; che questo non serve ad altro che ad impedir l’orazione e a non far bene né l’una né l’altra cosa, Tutto il rimanente del giorno serve per l’impiego, per lo studio, pel ministero. « Ogni cosa ha il suo tempo » e « basta a ciascun giorno il suo affanno » [Matth. VI, 34]. Questo è un mezzo tanto proprio e tanto ragionevole, che ancora i pagani, privi di fede, l’insegnavano, per trattar con maggior riverenza quelli che essi pensavano fossero dei, donde ebbe origine quell’antico proverbio: « Quelli che avranno da trattare con Dio, lo facciano sedendo » [Paul. Minut. In adag Plutarc.] e con attenzione e quiete, e non di passaggio e con trascuraggine. Plutarco, parlando della stima e riverenza con cui i sacerdoti del suo tempo stavano avanti ai creduti lor dei, dice che, mentre il sacerdote faceva il sacrificio, non cessava mai un trombettiere di gridare e dire ad alta voce queste parole: « Fa quello che fai »; sta con la mente fissa in cotesto affare, non ti divertire in altra cosa. Guarda bene al negozio che in quest’ora hai per le mani. Or questo è il mezzo che inculchiamo adesso, il procurar noi di stare tutti attenti nella cosa che facciamo, pigliandola a far di proposito e con sodezza, facendo ogni opera come se non avessimo altro che fare: « fa quello che fai ». Fissati in questo; metti tutta la tua cura e diligenza in cotesta cosa che ti è presente: licenzia per allora ogni altro pensiero di qualsiasi cosa; e a questo modo farai ogni cosa bene. Dicendo un filosofo: «Facciamo quello che ora preme » [Aristippus ex Æliano, 1, 14 hist.], intendeva dire che solamente abbiamo da stare attenti a quel che facciamo di presente, e non alle cose passate, né a quelle che han da venire. E apportava questa ragione: perché la cosa presente è quella che sola sta in mano nostra, e non la passata, né la futura; perché quella già passò, e così non sta più in nostra mano; e l’altra non sappiamo se verrà, Oh chi potesse ridursi a tal termine, e fosse tanto padrone di se stesso, dei suoi pensieri e delle sue immaginazioni, che non istesse mai fisso in altra cosa che in quella che sta facendo! Ma da un canto è tanta ristabilita del nostro cuore, e dall’altro è tanta la malizia e l’astuzia del demonio che, prevalendosi egli della nostra debolezza, ci reca pensieri e sollecitudini di quello che abbiam da far poi, per impedirci quello che di presente stiamo facendo.

2. Questa è una tentazione del nemico molto comune e molto pregiudiziale e nociva; perché con questo egli pretende ridurci a non far mai cosa ben fatta. A questo fine nell’orazione il demonio ti mette in capo pensieri del negozio, dello studio, dell’ufficio, e ti propone il modo da far bene quell’altra cosa, acciocché non faccia bene l’orazione nella quale stai di presente. E pur che questo gli riesca, non si cura punto di rappresentarti mille modi e maniere da poter di poi far bene l’altra cosa, perché non la fai adesso: ma quando poi sarai per farla, non gli mancherà qualche altra cosa da proporti, acciocché né anche quella tu abbia da far bene. E in questa maniera ci va ingannando, acciocché non facciamo bene cosa alcuna. « Non ci sono ignoti i disegni di lui » [2 Cor. II, 11] : gliele conosciamo ben tutte le sue astuzie. – Lascia stare le cose avvenire e non aver ora pensiero di esse; perché quantunque queste siano buone per altro tempo, non è bene pensarci adesso. E quando ti venga questa tentazione sotto colore che di poi non ti ricorderai di quell’altra cosa che allora ti si rappresenta; in questo medesimo vedrai che non è cosa che venga da Dio, ma tentazione del demonio; perché Dio non è amico di confusione, ma di pace, di quiete e d’ordine: e così quegli che ti toglie la quiete, la pace e l’ordine e concerto delle cose non è Dio, ma il demonio, il quale è amico di confusione e d’inquietudine. Scaccialo via e confida in Dio, che facendo tu quel che devi, Egli ti porgerà a suo tempo ciò che ti sarà spediente, e te lo porgerà con molto larga mano. E ancor che ti sovvenga una qualche buona ragione, o un buon punto, un bell’argomento, o il modo di scioglierlo, nel tempo degli esercizi spirituali, ributtalo, e credi pure che per far così non perderai niente, ma più tosto guadagnerai molto. S. Bonaventura dice: «La scienza che si lascia per la virtù, si ritrova di poi più compiutamente per mezzo della stessa virtù » [In pec. discipl.]. E il B. Giovanni D’Avila dice: Quando ti verrà nella mente qualche premuroso pensiero fuor di tempo, di’ pure: il mio Signore non mi comanda adesso niente di questo; e perciò non occorre che io vi pensi: quando il mio Signore me lo comanderà, allora v i penserò.

CAPO V.

D’un altro mezzo, che è far ogni operazione come se avesse ad esser l’ultima di nostra vita.

1. È mezzo suggerito dai Santi. — 2. Vantaggi per l’ora della morte. — 3. Disposti in ogni ora a morire, gran contrassegno d’essere in grazia. — 4. Pronto sempre a morire. — 5. Incerta è l’ora della morte. — 6. Astuzia del demonio.

1. Il quarto mezzo che danno i Santi per far le opere ben fatte, è il far ciascuna di esse come se quella avesse ad essere l’ultima di nostra vita. S. Bernardo, istruendo il religioso circa la maniera di portarsi bene nel far le opere sue, dice: « Ognuno s’interroghi in ciascuna sua operazione, e dica a se stesso: se or ora avessi da morire, faresti tu questo? lo faresti tu in questo modo? » E S. Basilio dice: « Abbi sempre dinanzi agii occhi tuoi l’ultimo tuo giorno. Quando ti alzerai al mattino, non riprometterti di arrivare alla sera; e quando alla sera poserai le stanche tue membra a riposare nel letto, non voler confidare di veder la luce del giorno dopo, affinché tu possa più facilmente astenerti da tutti i difetti » [S. Bas. Admon. Ad fil. Spir. C. 20] Il che del pari si legge nel libro dell’Imitazione di Cristo. « È mattina? Fa conto di non arrivare alla sera. È sera? Non osare di riprometterti la mattina. Sii sempre preparato. Vivi in modo che la morte non ti trovi impreparato mai. Molti muoiono di morte subitanea e improvvisa » [De imit. Chr. L. 1, c. 23-24]. Seneca pure, dopo aver invitato Lucilio a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, aggiunge: « Se Iddio ci darà il domani, riceviamolo contenti Chiunque ha detto (la sera innanzi): ho vissuto, sorge ogni mattino ad un nuovo guadagno ». Anche Orazio disse: « Pensa che ogni giorno sia per te l’ultimo » [Sen. Ep. 12, n.2 – Horat. L. 1, ep. 4]. Questo è un mezzo molto efficace per far le cose bene. E così leggiamo di S. Antonio, che dava spesso questo ricordo ai suoi discepoli per inanimarli alla virtù e a fare le cose perfettamente. Se noi facessimo ciascuna cosa come se subito avessimo da morire e quella avesse da esser l’ultima, tutte certamente le faremmo d’altra maniera e con altra perfezione. O quanto devota Messa io direi o ascolterei se mi persuadessi che quella fosse l’ultima operazione della mia vita, e che non mi restasse più tempo da operare né da meritare! Oh quanto attenta e fervente orazione io farei se sapessi che quella fosse l’ultima e che non vi avesse da esser più tempo per chiedere a Dio misericordia e perdono dei miei peccati! Perciò dice bene quel proverbio: « Se vuoi imparar ad orare, mettiti in mare ». Allora quando sta la morte alla gola si fa orazione d’altra maniera.

2. Raccontasi d’un religioso sacerdote servo di Dio, che soleva confessarsi ogni giorno per dir Messa e che finalmente cadde infermo; e vedendo il suo Superiore che l’infermità era mortale, gli disse: Padre, voi state molto male, confessatevi per morire. Al che rispose l’infermo, alzando le mani al cielo: Benedetto e lodato sia il Signore, che già sono trenta e più anni che mi son confessato ogni giorno come se subito avessi avuto a morire: onde non avrò ora bisogno d’altro che di riconciliarmi come per dir Messa. Questi camminava bene; e così abbiamo da camminare noi altri ancora. Ogni volta abbiamo da confessarci, come se allora fossimo per morire; al modo stesso abbiamo da comunicarci, e così abbiamo da fare in tutte le altre nostre operazioni: che con questo nell’ora della morte non vi sarà di bisogno che ci sia detto, confessatevi per morire, ma riconciliatevi come per comunicarvi. – Se camminassimo in questa maniera, la morte ci troverebbe sempre ben preparati, né mai ci coglierebbe all’improvviso. E così questa è la miglior orazione e la miglior devozione per non morire di morte subitanea. « Beato quel servo, cui il padrone, venendo, troverà diportarsi così » [Mattg. XXIV, 46], dice Cristo nostro Redentore. Tal vita menava il santo Giobbe. « In tutti i giorni di mia vita sto aspettando che venga il mio cangiamento » [Job. XIV, 14], diceva egli; ogni giorno fo conto che sia l’ultimo per me. «Mi chiamerai, ed io ti risponderò » [Ib. V, 15] . Chiamatemi, o Signore, in quel giorno che più vi piace, che io sto disposto e preparato per rispondervi e per venir pronto alla vostra chiamata in qualsiasi tempo ed ora che vi piacerà di chiamarmi.

3. Uno dei buoni contrassegni che vi sono per conoscere se una persona cammini bene e drittamente con Dio è appunto questo, se sta ella sempre preparata e all’ordine per rispondere a Dio quando a sé la chiamasse in qualsivoglia tempo e in qualsivoglia azione che stia facendo. Non parlo di certezza infallibile, che questa non si può avere nella vita presente senza particolare rivelazione; ma di congetture probabili e morali, che è quanto si può avere, Una di queste congetture molto grande e molto principale si è il considerare, se ti contenteresti che la morte ti cogliesse in questo tempo, in questa congiuntura, in quest’azione che stai facendo. – Considera se stai disposto come il santo Giobbe per rispondere a Dio, se in questo punto egli a sé ti chiamasse. Prendi spesso di te questa prova e fa a te stesso questa interrogazione: Se adesso venisse la morte, l’avresti tu acaro? – Quando io mi metto a pensare e a far a me medesimo questa domanda, se trovo che avrei caro che adesso, in questo punto e in quest’azione che io fo venisse la morte, posso giudicare di camminar bene, e restarmene con qualche soddisfazione; ma quando trovassi che non vorrei che venisse la morte adesso, né che mi cogliesse in quest’ufficio, in questa occupazione, né in questa congiuntura; ma che tardasse un poco, sin che avessero fine questi disegni che ora ho per capo, i quali mi tengono distratto; questo non è buon segno, anzi ho a tenerlo per chiaro indizio che son trascurato e negligente in quel che tocca il mio profitto e che non cammino come si conviene a un buon religioso. Perché, come dice il libro dell’Imitazione, « se tu avessi buona coscienza, non temeresti molto la morte » [De imit. Chr. l. 1, c.23, n.1]; poiché la temi tanto, è segno che ti rimorde in qualche cosa la tua coscienza, e che non puoi render buon conto di te. Meglio è temere il peccato che la morte. Il maggiordomo che tiene ben registrati i suoi conti, sta desiderando che gli siano riveduti; ma chi li tiene imbrogliati, sta con timore che gli siano domandati, e va ciò schivando e dilungando quanto mai può.

4. Il nostro Padre S. Francesco Borgia diceva che il buon esercizio del religioso ha da essere il prepararsi alla morte ventiquattro volte il giorno, e che allora stava egli bene quando poteva ogni giorno dire: « I o muoio ogni giorno » [Ribadeneira, Vita di s. Fr. Borgia l. 4]. Entri dunque ciascuno a far i conti con se medesimo, e con questo si esamini spesso. E se vi pare di non trovarvi ancora in buona congiuntura per morire, procurate di mettervi ben all’ordine per questo passo, e fate conto di chiedere al Signore come alcuni giorni di vita di più per tal effetto, e che Egli ve li conceda; e valetevi bene di questo tempo, procurando di vivere in esso come se immediatamente dopo aveste da morire. Beato chi vive qual desidera esser trovato nell’ora della morte!

5. Questa è una delle più utili cose che siamo soliti di predicare ai prossimi; cioè che vivano quali desiderano esser trovati nel punto della morte, e che non differiscano la conversione e la penitenza loro ad altro tempo; poiché, al dire di quel sant’uomo sopracitato, « il domani è incerto: e che sai tu, se avrai il giorno di domani? » [De Imit Chr. l. 1, c. 23,1]. San Gregorio dice: « Il Signore, il quale ha promesso il perdono al peccatore se farà penitenza, non gli ha mai promesso il giorno di domani » [S. Greg. Hom. 12 in Evang.]. Si suol dire che non v’è cosa più certa della morte, né più incerta dell’ora di essa, Ma Cristo nostra Redentore dice più ancora di questo, come leggiamo nel Vangelo: « E voi state preparati, perché nell’ora che meno pensate, verrà il Figliuolo dell’uomo » [Luc. XII, 40]. Che, sebbene va parlando del giorno del giudizio, possiamo con ragione intenderlo anche dell’ora della morte; perché in essa si farà il giudizio particolare di ciascuno; e quel che quivi si sentenzierà, non sarà alterato, ma confermato nel giudizio universale. – Dice dunque Cristo nostro Redentore, che non solo quest’ora è incerta, e che non sai quando essa abbia da venire, ma che verrà quando tu meno ci pensi, e forse quando più starai spensierato: che è quello che dice San Paolo: « Verrà come un ladro di notte » [1 Tess. V, 2]; e S. Giovanni nell’Apocalisse: « Verrò a te come un ladro, né saprai in quale ora verrò a te » [Apoc. III, 3] . Il ladro non avvisa, anzi aspetta che tutti stiano più spensierati ed anche addormentati. E così con questa medesima similitudine Cristo nostro Redentore c’insegna come ci abbiamo da portare acciocché la morte con subitaneo assalto non ci colga sprovveduti. « Or sappiate che se al padre di famiglia fosse noto a che ora fosse per venire il ladro, veglierebbe senza dubbio e non permetterebbe che gli fosse sforzata la casa » [Luc. XII, 39]. Se il padrone di casa sapesse l’ora nella quale ha da venire il ladro, basterebbe che stesse avvertito per tal ora: ma perché non sa l’ora, né se sarà o nell’entrar della notte, o a mezza notte, o la mattina; sta sempre vigilante, acciocché non gli sia scalata e rubata la casa. Or in questo modo, dice il Signore, avete da star preparati e vigilanti voi altri sempre e in ogni tempo per l’ora della morte, poiché ha da venire quando meno ve la pensate. – Notano su questo i Santi, che è stata grande misericordia del Signore l’averci lasciata incerta l’ora della morte, acciocché stiamo sempre preparati ed all’ordine per essa. Se infatti gli uomini ne sapessero il quando, una tal sicurezza sarebbe loro occasione di grande trascuraggine e negligenza e di molti peccati. Se con tutto che ne siano incerti e non sappiano la loro ora, vivono tanto trascuratamente, che farebbero se sapessero di certo, non aver a morir così presto? S. Bonaventura dice che il Signore volle che fossimo sempre incerti dell’ora della morte, acciocché facessimo poco conto delle cose temporali, né sì alla balorda c’immergessimo in esse; che ad ogni ora e ad ogni momento le possiamo perdere. Come appunto disse Dio a quel ricco avaro, riferito in S. Luca: « Stolto, in questa notte sarà ridomandata a te l’anima tua: e quel che hai messo da parte, di chi sarà? » [Luc. XII, 20]. E di più perché, avvertiti di questo, mettessimo il nostro cuore in quelle ricchezze che non avranno mai fine.

6. Sarà dunque ragionevole che quello che predichiamo ad altri lo pigliamo anche per noi medesimi, come ce ne fa avvertiti l’Apostolo: « Tu adunque, che insegni ad altri, non insegni a te stesso » [Rom. II, 21]. Una delle più comuni tentazioni, con cui il demonio inganna gli uomini, è il tener loro nascosta questa verità tanto chiara e manifesta, levandola loro dagli occhi e facendo che se ne scordino e non vi pensino, e dando loro a credere che vi è assai tempo per l’uno e per l’altro, e che di poi si emenderanno e vivranno d’altra maniera. E con questa medesima tentazione inganna anche molti religiosi, facendo che differiscano il profitto loro ad altro tempo. Quando saran finiti questi studi, quando io esca da quest’ufficio, concluso che sia questo negozio, ordinerò i miei esercizi spirituali, le mie penitenze, le mie mortificazioni. Misero te! e se tu muori negli studi, che ti serviranno le lettere, per cagion delle quali ti sarai allentato nella virtù, se non di paglia e di fieno, come dice S. Paolo [1 Cor. III, 12], per ardere maggiormente nell’altra vita? Vagliamoci dunque di quel che diciamo ad altri: « Medico, cura te stesso » [Luc. IV, 23]. Medica te stesso ancora con cotesto rimedio, poiché ne hai bisogno.

CAPO VI.

D’un altro mezzo per fare bene le opere nostre che è non far conto se non del giorno d’oggi.

1. Vivere giorno per giorno. — 2. Esempio d’un monaco tentatodi gola. — 3. Non avrebbe bisogno di questo mezzo chiamasse Dio davvero.

1. Il quinto mezzo che ci aiuterà e animerà grandemente a far le cose ordinarie ben fatte e con perfezione è, che non facciamo conto se non del giorno d’oggi. E sebbene pare che questo mezzo non sia differente dal passato, differisce nondimeno da quello, come si vedrà nell’esporlo che faremo. Una delle cose che suole far perdere d’animo ed allentare e rilassar molti nella strada della virtù, e una delle tentazioni con le quali il demonio lo va procurando, è il rappresentar loro: E come sarà possibile che per tanti anni tu possa camminare con tanta circospezione, con tanta puntualità, con tanta esattezza nelle cose, mortificandoti sempre, raffrenandoti, negando il tuo gusto e soffocando la tua volontà in tutte le cose! – Eciò rappresenta il demonio come cosa al sommo difficile; e che questa non è vita in cui poterla durar tanto a lungo. Così leggiamo del nostro S. Padre Ignazio l [Ribad. Vita S. P. Ign., l. 1 c. 6], che quando si ritirò in Manresa a far penitenza, tra le altre tentazioni, con le quali il demonio ivi l’assali, questa fu una: Come è possibile che tu possa tollerare una vita così aspra come è questa lo spazio di settantanni, che ancora ti restano avivere? – Or questo mezzo è per diritto volto a combattere questa tentazione. Tu non hai da far conto di molti anni, né di molti giorni, ma solamente del giorno d’oggi. Questo è un mezzo molto proporzionato alla debolezza e fragilità nostra; perché chi sarà quegli che per un giorno non si faccia animo e forza per viver bene e per far quanto può dal canto suo, acciocché le cose riescan ben fatte? Un modo è questo simile appunto aquello con cui il nostro Santo Padre ci propone di fare l’esame particolare, nel quale anche di mezzo in mezzo giorno ci comanda che facciamo i nostri proponimenti: da questo punto sino all’ora di pranzo almeno voglio usare modestia, ovvero osservare il silenzio, o esercitare la pazienza. In questa maniera si rende facile e tollerabile quel che forse ti si renderebbe molto difficile se lo pigliassi assolutamente, come sarebbe considerando che mai non avessi da parlare, ovvero che sempre avessi da star raffrenato e molto composto e ritirato.

2. Di questo mezzo si valeva quel monaco, di cui nelle Vite dei Padri si legge ch’era molto combattuto dalla gola, sorprendendolo la mattina a buon’ora tanta fame e tanta languidezza, che gli era intollerabile. Egli per non trasgredire la santa usanza dei monaci, di non mangiare se non tre ore dopo il mezzo giorno, usava questa industria: la mattina a buon’ora diceva fra se stesso: per molta fame che tu abbia, che gran cosa è aspettare sino all’ora di terza? allora potrai mangiare. Giunta l’ora di terza, diceva: in verità che mi ho da sforzare e non ho da mangiare sin all’ora di sesta; che, come ho potuto aspettare sin all’ora di terza, così potrò anche farlo sino a quest’altra. All’ora di sesta buttava il pane nell’acqua e diceva: Mentre s’inzuppa il pane, bisogna aspettare sino all’ora di nona; che, già che ho aspettato sin adesso, non voglio per due o tre ore di più trasgredir l’usanza dei monaci. Arrivata l’ora di nona, mangiava, dopo aver dette le sue orazioni. Fece così per lo spazio di molti giorni, ingannando se stesso con questi certi termini, sin a tanto che un giorno, sedendosi a mangiare a ora di nona, vide alzarsi un fumo dalla sportello, nella quale teneva il pane, e uscirsene per la finestra della cella, che dovette esser lo spirito maligno che lo tentava. E per l’avvenire non sentì mai più quella fame né quella falsa mancanza, come prima soleva; tanto che alle volte se ne stava due giorni interi senza mangiare e senza sentirne fastidio. Così gli fu pagata dal Signore la vittoria, che egli aveva riportata del suo nemico, e la guerra che aveva sofferta.

3. Perciò abbiamo detto, e non senza ragione, che questo mezzo è molto proporzionato alla debolezza e fragilità nostra; perché finalmente, come infermi e deboli, ci va questo confortando a poco a poco, acciocché in questo modo non ci spaventi il travaglio e la fatica. Ma se noi altri fossimo forti e infervorati e portassimo grande amore a Dio, non avremmo bisogno d’essere confortati in questa maniera, tanto poco a poco, con andarcisi nascondendo il travaglio e la difficoltà; perché al vero servo di Dio niuna impressione fa il molto tempo, né i molti anni; anzi ogni tempo gli par breve per servir Dio, ed ogni travaglio e fatica assai piccola. E così non v’è bisogno che venga in questa maniera animato e fortificato a poco a poco. S. Bernardo lo dice molto bene: Il vero giusto non è come il mercenario, o lavorante a giornate, che s’obbliga a servire per un giorno, o per un mese, o per un anno, e non più; ma per sempre, senza limite e senza termine, si offerisce a servir Dio con gran volontà! [S. Bern.: Epist. 253 ad Abb. Guar. N. 2]. Ascolta, dice, la voce del giusto, che esclama: « Non mi scorderò in eterno delle tue giustificazioni, perché per esse mi desti la vita … Inclinai il mio cuore ad eseguire eternamente le tue giustificazioni » [Ps. CXVIII, 93 e 118] . « Quindi la sua giustizia non è cosa del momento, non dura per qualche tempo, ma rimane per tutti i secoli » [S. Bern. l. c.] . E perché si offerì e deliberò di servir Dio assolutamente e senza termine, e non pose limite di un anno, o di tre anni, a fare tal cosa; perciò il suo premio e il suo guiderdone sarà anche senza termine ed eterno. « La fame sempiterna del giusto, conclude egli, merita una refezione sempiterna » [S. Bern. l. c.]. E in questa maniera dichiara il medesimo S. Bernardo quel passo del Savio: « Perfezionatosi in breve, compì una lunga carriera » [Sap. IV, 13]. Il vero giusto in poco tempo e in pochi giorni di vita vive molti anni; perché ama tanto Dio e ha tanto desiderio di servirlo, che se vivesse cent’anni, e anche cento mila, sempre s’impiegherebbe in servir maggiormente Dio. E per rispetto di questo tal suo desiderio e deliberazione anche un breve spazio di vita se gli computa come se per tutto questo tempo fosse vissuto in tal maniera; perché Dio lo premierà proporzionatamente al desiderio e alla deliberazione sua. Questi sono veramente uomini da qualche cosa, questi sono uomini forti, come Giacobbe, a cui per il grande amore che portava a Rachele parve poco il servir per essa sette anni, e dopo servirne altri sette: « Pochi gli parvero quei giorni per il grande amore » [Gen. XXIX, 20].

(2 – continua …)

SALMI BIBLICI: “DEUS, IN NOMINE TUO SALVUM ME FAC” (LIII)

Salmo 53: “DEUS, in nomine tuo salvum me fac”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME PREMIER.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 53

In finem, in carminibus. Intellectus David, cum venissent Ziphæi, et dixissent ad Saul: Nonne David absconditus est apud nos?

[1] Deus, in nomine tuo salvum me fac,

et in virtute tua judica me.

[2] Deus, exaudi orationem meam; auribus percipe verba oris mei.

[3] Quoniam alieni insurrexerunt adversum me, et fortes quæsierunt animam meam, et non proposuerunt Deum ante conspectum suum.(1)

[4] Ecce enim Deus adjuvat me, et Dominus susceptor est animæ meæ.

[5] Averte mala inimicis meis; et in veritate tua disperde illos.

[6] Voluntarie sacrificabo tibi, et confitebor nomini tuo, Domine, quoniam bonum est.

[7] Quoniam ex omni tribulatione eripuisti me, et super inimicos meos despexit oculus meus.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LIII

Davide si era nascosto nel deserto di Zif, ed i Zifei traditori ne avvertirono Saulle che il perseguitava. Lo circondò egli con potente esercito, e pareva ormai disperata per Davide (lib. 1 Reg., c. 23). In quel pericolo Davide compose questo Salmo, orazione a Dio. La prudenza di Davide gli fe’ intendere che nel gran pericolo a Dio si dee ricorrere; e ancor gli fe’ intendere (Dio vivente) che Dio l’avrebbe dal pericolo liberato.

Per la fine: sopra i cantici salmo d’intelligenza di David, essendo andati gli Zifei a dire a Saul: David non è egli nascosto nel nostro paese?

1. Salvami, o Dio, pel tuo nome, e colla tua potenza difendimi.

2. Esaudisci, o Dio, la mia orazione; porgi orecchie alle parole della mia bocca.

3. Imperocché uomini stranieri hanno alzato bandiera contro di me; e uomini potenti cercano l’anima mia, e non hanno avuto Dio dinanzi agli occhi loro.

4. Ecco però che Dio mi aiuta, e il Signore ha preso a difendere la mia vita.

5. Ritorci il male sopra dei miei nemici; dispergili secondo la tua verità. (1)

6. Ti offerirò sacrifizio volontario, e darò laude al nome tuo, o Signore; perché buona cosa ell’è questa.

7. Perocché da ogni tribolazione mi hai liberato, e gli occhi miei con disprezzo han veduti i miei nemici.

(1) In veritate tua; nella verità delle vostre promesse.

Sommario analitico

Davide, circondato dall’armata di Saul nel deserto di Ziph, implora il soccorso di Dio.

I – Egli prega Dio:

– 1° Come suo Salvatore, perché lo liberi dal pericolo; – 2° come suo giudice, perché faccia brillare la sua innocenza (1); – 3° come suo Padre, perché esaudisca prontamente la sua preghiera (2).

II – Egli fa conoscere il furore dei suoi nemici:

– 1° essi si sono levati contro di lui con spirito ostile; – 2° hanno impiegato tutte le loro forze per circondarlo ed impadronirsi della sua persona; – 3° le loro intenzioni sono malvagie, crudeli ed empie (3).

III. – Egli predice la vittoria

Che dovrà alla potente protezione di Dio e che annienterà i suoi nemici (4,5).

IV. – In azioni di grazie a questo promette:

– 1° di immolare delle vittime, – 2° di cantare delle lodi a Dio (6), – 3° di considerare Dio come suo liberatore ed autore della vittoria che ha riportato sui suoi nemici.

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-2.

ff. 1, 2. –  Pregiudizio favorevole che otterrà che la grazia che si domanda, è quello di non ritenersi degni di ottenerla per se stessi. – È già avere ottenuto una grazia migliore di quella che si desidera, l’aver ricevuto la luce per conoscere se stessi e l’umiltà per non elevarsi al di sopra di ciò che si è (Dug.). – Chi dunque è così temerario da sostenere il giudizio di Dio col dirgli: « giudicatemi »? Non è una forma di maledizione il dire a qualcuno « … che Dio ti giudichi »? Sarebbe in effetti una maledizione se Dio vi giudicasse nella sua forza, senza avervi salvato per il suo Nome; ma Egli ha cominciato col salvarvi con il suo Nome, e sarà, per vostra fortuna, che solo in seguito vi giudicherà per la sua forza. (S. Agost.).

II — 3.

ff. 3. – Tutti i nemici della salvezza hanno i caratteri che sottolinea qui il profeta: essi sono degli stranieri in rapporti a noi ed alla salvezza che unicamente ci interessa; essi sono forti e violenti; non propongono nulla di meno se non di perdere la nostra anima; essi sono sempre contrari a Dio, ben lungi dal temere la sua presenza e temerne i castighi. Chi sono questi nemici? L’inferno, il mondo e le nostre passioni, tre potenze maledette da Dio, ma sempre in azione per sedurci, per allontanarci dalle vie della giustizia (Berthier).

III. — 4-5.

ff. 4, 5. – L’Apostolo ha detto: « … se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? ». Non è che non ci resteranno più nemici, ma sarà come se noi non ne avessimo. Questa vita è una guerra continua, ma non si tratta che di aver Dio per sé: con tale protettore non c’è nulla da temere (Berthier).

IV. — 6-7.

ff. 6, 7. – « Io vi offrirò volontariamente un sacrificio ». Perché « volontariamente »? Perché io lo offrirò gratuitamente. Che vuol dire gratuitamente? « Ed io glorificherò Signore il vostro Nome, perché è buono »; per nessun altra ragione se non perché è buono. E ciò che il Profeta dice: io glorificherò il vostro Nome, Signore, perché Voi mi date delle proprietà fertili, perché Voi mi date oro ed argento, perché Voi mi date ampie ricchezze, una grossa somma di denaro, una dignità più elevata? No! Ma perché allora? « Perché Egli è buono ». Io non trovo niente di meglio del vostro Nome; e perché: « Io glorificherò Signore, il vostro Nome perché è buono » (S. Agost.). – Il sacrificio, per essere gradito a Dio, deve essere il frutto del cuore e della volontà. Il sacrificio del Cristiano deve essere ancora puro, cioè nato da un cuore disinteressato, da un cuore che loda ed ama Dio, non a causa dei vantaggi che spera, ma perché niente è più grande né più amabile di Dio (Dug.). – « Poiché mi avete liberato da tutte le mie tribolazioni », è a causa di queste tribolazioni che ho compreso l’eccellenza del vostro Nome; perché se avessi potuto conoscere questa eccellenza prima di soffrire queste afflizioni, forse esse non mi sarebbero state necessarie. Ma l’afflizione mi è servita come avvertimento e questo avvertimento è dato a vostra lode; perché io non comprenderei ove sono, se non fossi avvisato della mia miseria. Voi dunque mi avete liberato da tutte le mie tribolazioni, ed io ho messo gli occhi su tutti i miei nemici con sicurezza. Io sono passato in effetti al di sopra del fiore della loro felicità terrestre per l’elevazione del mio cuore, io sono pervenuto fino a Voi e di là io ho gettato gli occhi su di essi, ed ho « visto che ogni carne è come fieno, e che tutta la gloria umana è come il fiore del fieno ». (Is. XL, 6) (S. Agost.).

LA PERFEZIONE DELLE OPERAZIONI ORDINARIE (1)

[P. Alfonso RODRIGUEZ S. J.: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane – S. E. I. Torino; rist. 1948]

TRATTATO II.

DELLA PERFEZIONE DELLE OPERAZIONI ORDINARIE (1)

CAPO I.

Come il nostro profitto e la nostra perfezione, consiste in far le nostre operazioni ordinarie ben fatte.

1. L’abito non fa il monaco – 2. Ma le opere. – 3. Quali opere ci facciano santi.- 4. In una stessa opera quanta diversità di meriti. – 5. Perfezione è fare quel che Dio vuole e come vuole. – 6. Visione di S. Bernardo.

1. Juste, quod justum est, persequeris disse il Signore al suo popolo (Deut. XVI, 20): Quel che è giusto e buono, fa che sia fatto bene, giustamente e compiutamente. Il negozio del nostro profitto e della nostra perfezione non consiste in far le cose, ma in farle bene: siccome né anche consiste nell’esser uno Religioso, ma nell’essere buon religioso. S. Girolamo, scrivendo a Paolino, dice: Non Jerosolymis fuisse, sed Jerosolymis bene vixisse laudandum est(D. Hieron. ep. ad Paul. de instit. mon.] Grande stima aveva questo Paolino di San  Girolamo: e assai lo lodava per questo stesso, perché abitava in quei santi luoghi  nei quali Cristo nostro Redentore operò i misteri della nostra Redenzione: e S. Girolamo su questo gli risponde: Non è da lodarsi il vivere in Gerusalemme, ma il vivere in essa bene; e va comunemente attorno questo detto, per avvertire i Religiosi, che non si diano per contenti per questo solo, perché stanno nella Religione: perché siccome l’abito non fa il Monaco, così né anche lo fa il luogo, ma sì bene la buona e santa vita; di maniera che tutto il punto sta non in essere Religioso, ma in essere buon Religioso; e non in far esercizi della Religione, ma in farli bene. In quel Bene omnia fecitche, come tra l’evangelista S. Marco, si diceva di Cristo (Marc. VII, 37); cioè aver Egli fatte tutte le cose bene; sì in quel Bene omnia fecitche dir si possa anche di noi consiste ogni nostro bene.

2. Certa cosa è, che ogni nostro bene ed ogni nostro male sta nell’esser buone o cattive le opere nostre: imperocché tali saremo noi, quali saranno le nostre operazioni. Queste parlano e manifestano chi è ciascuno. Dal frutto si conosce l’albero: e S. Agostino dice, che l’uomo è l’albero, e le opere sono il frutto che l’albero produce; e così dal frutto delle opere si conosce ciascuno chi è (D. Aug. de serm. Dom. in monte, secundam Matth. 1. 2). E perciò Cristo nostro Redentore disse di quegl’ipocriti e falsi predicatori: A fructibus eorum cognoscetis eos(Matth. VII, 16): Dal frutto delle opere loro conoscerete quel ch’essi siano. E per lo contrario dice di sé medesimo: Opera, quæ ego facto in nomine Patris mei, hæc testimonium perhibent de me(Jo. X, 25): Le opere ch’io fo rendono testimonianza di me: Et si mihi non vultis credere, operibus credite(Ibid. 38). E se non volete credere a me, credete alle opere mie, ch’elle dicono chi sia io. E non solo dicono e mostrano le opere quel che ciascuno è in questa vita; ma anche quei che di lui ha da essere nell’altra: imperciocché tali saremo eternamente nell’altra vita, quali saranno in questa le nostre operazioni; avendo Dio N. S. da premiare e rimunerare ciascuno secondo le opere sue. siccome la divina Scrittura lo replica tante volte sì nel vecchio come nel nuovo Testamento: Reddes unicuique juxta opera sua(Psal. LXI, 13; Matth. xvi, 27): e l’apostolo S. Paolo: Quæ seminaverit homo, hæc et metet(Ad Rom., II 6; I. ad Cor. III, 8; ad Gal. vi, 8): Quel che l’uomo avrà seminato, quello raccoglierà.

3. Ma veniamo più al particolare, e vergiamo un poco che opere sono queste, nelle quali sta ogni nostro bene e ogni nostro profitto e perfezione. Dico, che sono quelle operazioni ordinarie che facciamo ogni giorno: in fare, che la nostra orazione ordinaria sia ben fatta; che gli esami che facciamo siano ben fatti: in udir Messa, o in dirla come dobbiamo: nel dir le nostre Ore e le nostre divozioni con riverenza ed attenzione; in esercitarci continuamente nella penitenza e nella mortificazione: nel soddisfar bene al nostro ufficio e a quello che l’ubbidienza c’impone. Sefaremo queste opere con perfezione, saremo perfetti; e se le faremo imperfettamente, saremo imperfetti. E così questa è la differenza che passa fra il buono e perfetto Religioso, e l’imperfetto e tiepido: non istà la differenza nel far uno altra sorta di cose o più cose che l’altro; ma nel far quel che fa con perfezione o con imperfezione. Perciò quegli è buono e perfetto Religioso, perché fa queste cose bene; quell’altro perciò è imperfetto, perché le fa molto tiepidamente e negligentemente: e quanto più la persona si estenderà e andrà in avanti in questo, tanto sarà più perfetta o più imperfetta. –

4. In quella Parabola del Seminatore, che uscì a seminare la sua semenza, dice il sacro Evangelio (Matth. XIII, 8, 23), che anche la semenza buona è buttata in buon terreno, in qualche luogo fe’ frutto a ragione di trenta, in qualche altro di sessanta, e in qualche altro di cento. Nel che dicono i Santi, che si denotano i tre gradi di coloro che servono Dio; cioè di Principianti, di Proficienti e di Perfetti. Tutti noi altri seminiamo una medesima semenza; perché tutti facciamo le medesime opere ed osserviamo una medesima regola; tutti abbiamo un istesso tempo di orazione e di esami; e dalla mattina sino alla sera stiamo occupati per ubbidienza; ma con tutto ciò. nomini homo quid præstat? quanta differenza vi è, come suol dirsi, da Pietro a Pietro? e quanta da un Religioso ad un altro? Perciocché in uno queste opere che semina rendono il centesimo, atteso che le fa con ispirito e con perfezione; e questi tali sono i Perfetti: in un altro non rendono tanto, ma il sessagesimo; e questa sono i Proficienti, che vanno profittando: in un altro rendono solamente il trigesimo: e questi sono i Principianti, che cominciano a servir Dio. Guardi ora ciascuno da quali egli sia. Guarda, se tu sei di quelli del trigesimo; ed anche, piaccia a Dio, che nessuno sia di quelli che dice l’Apostolo (1 ad Cor. III, 12,13) che sopra il fondamento della Fede alzano legne, fieno e paglia, da esser tutto gettato sul fuoco nel giorno del Signore. Guarda, che tu non faccia le cose per vanità e per rispetti umani, per dar gusto agli uomini, e per esser tenuto da qualche cosa; perché questo è fabbricare con legne, fieno e paglia, acciocché arda almeno nel purgatorio; ma procura di far bene e perfettamente quel che fai; e sarà questo un alzar la fabbrica con argento, oro e pietre preziose.

5. Si conoscerà bene, che in questo sta il profitto e la perfezione nostra dalla seguente ragione. Ogni nostro profitto e perfezione consiste in due cose, in fare quel che Dio vuole che facciamo, e in farlo nel modo ch’Egli vuol che sia fatto; parendo, che più di questo non vi sia che potersi pretendere né desiderare. Or la prima cosa, cioè il far quel che Dio vuole che facciamo, già per sua divina misericordia l’abbiamo nella Religione: e questo è uno de’ maggiori beni e una delle maggiori consolazioni che godiamo noi altri che viviamo sotto ubbidienza; perché siamo certi, che quello che facciamo e quelle cose nelle quali ci occupiamo per l’ubbidienza, sono quelle che Iddio vuole da noi: e questo è come Primo principio nella Religione, cavato dall’Evangelio e dalla dottrina de’ Santi, come diremo quando tratteremo dell’ ubbidienza.Qui vos audii, me audit(Luc. X, 16): Ubbidendo al Superiore, ubbidiamo a Dio, e facciamo la sua divina volontà; perché quello è quel che Dio vuole che facciamo allora. Non vi resta se non la seconda condizione, di far le cose nel modo con cui Iddio vuole che le facciamo; cioè di farle bene e perfettamente; perché in questa maniera vuole Egli che si facciano: e questo è quello che andiam dicendo.

6. Nelle Croniche dell’Ordine Cisterciense si narra, che stando a Mattutino il glorioso S. Bernardo co’ suoi Monaci, vide molti Angeli, i quali stavano notando e scrivendo quel che ivi i Monaci facevano e in che modo lo facevano; e che di alcuni quei che scrivevano lo scrivevano con oro, di altri con argento, di altri con inchiostro, di altri con acqua, secondo l’intenzione e lo spirito con che ciascuno orava e cantava; e d’altri non iscrivevano niente, perché sebbene stavano ivi col corpo, nondimeno col cuore e col pensiero stavano molto lungi e divertiti in cose impertinenti. E dice ancora, che vide, come principalmente al Te Deum laudamuserano gli Angeli molto solleciti, acciocché si cantasse molto devotamente; e che dalle bocche d’alcuno che lo cominciavano, usciva come una fiamma di fuoco. Veda ora ciascuno qual sia la sua orazione; e se merita d’essere scritta con oro, o con inchiostro, o con acqua, o di non essere scritta in nessuna maniera. – Vedi se quando stai in orazione, escono dal tuo cuore e dalla tua bocca fiamme di fuoco; o pure non fai altro che sbadigliare e stiracchiar i nervi. Vedi, se stai ivi solamente col corpo, ma con la mente stai nello studio, o nell’ufficio, o nel negozio, o in altre cose niente allora appartenentisi.

CAPO II.

Che ci deve animar grandemente alla perfezione l’avercela Iddio posta in una cosa molto facile.

1. La perfezione è facile. — 2. Prove della Scrittura e dei Santi. — 3. Rinnovarci nelle azioni ordinarie ottima fra le preparazioni alle solennità.

1. Il P. Natale, uomo insigne della nostra Compagnia per la sua grande dottrina e virtù, quando venne a visitare le provincie di Spagna, tra le altre cose che più raccomandate lasciò, questa fu una, che s’insegnasse spesso questa verità: che ogni nostro profitto e perfezione consisteva nel far bene le cose particolari ordinarie e quotidiane che abbiamo per le mani. Di maniera che il profittare e il migliorare la vita non sta nel moltiplicare altre opere straordinarie, né in fare altri uffici alti ed eminenti; ma nel fare perfettamente le opere ordinarie della religione e gli uffici nei quali ci metterà l’ubbidienza, ancorché siano i più vili del mondo; perché questo è quello che Dio vuole da noi. Onde in questo abbiamo da metter gli occhi, se vogliamo fargli cosa grata e acquistare la perfezione. Or qua consideriamo e ponderiamo quanto poco ci abbia a costare l’esser perfetti; poiché colla stessa cosa che facciamo, senza aggiunta d’altre opere, possiamo esser tali. Questa è una cosa di grande consolazione per tutti e che ci deve animare grandemente alla perfezione. Se si ricercassero da te, per esser perfetto, certe cose squisite e straordinarie, certe elevazioni e contemplazioni molto alte; potresti aver qualche scusa e dire che non puoi, o che non ti basta l’animo di salir tant’alto. Se si ricercasse che ti disciplinassi ogni giorno a sangue, o che digiunassi a pane ed acqua, o che andassi scalzo, o che portassi perpetuamente un cilicio, potresti dire che non ti senti forze da far cose simili. Ma non ti si ricercano queste cose né sta in esse la tua perfezione; sta solo in far bene quello che fai. Colle medesime opere che fai, se tu vuoi, puoi esser perfetto: già è fatta la spesa, non hai bisogno d’aggiungere altre opere. Chi sarà che con questo non si faccia animo per procurare di essere perfetto, consistendo la perfezione in cosa tanto alla mano e domestica, facilmente eseguibile?

2. Diceva Dio al suo popolo, per animarlo al suo servizio e all’osservanza della sua legge: « Questo comandamento, che oggi io ti intimo, non è sopra di te, né  lungi da te, né è posto nel cielo, onde tu possa dire: Chi di noi può salire al cielo per recarcelo, affinché lo ascoltiamo e lo mettiamo in opera? Né è posto di là dal mare, onde tu trovi pretesto e dica: Chi di noi potrà traversare il mare e portarcelo, onde possiamo udirlo e fare quello che è comandato? Ma questo comandamento è molto vicino a te, è nella tua bocca e nel cuore tuo, affinché tu lo eseguisca » (Deut. XXX, 11 e segg.). Lo stesso possiamo dire della perfezione, della quale ora trattiamo. E così Sant’Antonio, con questo esortava e animava i suoi discepoli alla perfezione. I Greci, diceva, per far acquisto della filosofia e delle altre scienze, fanno grandi viaggi e lunghe navigazioni, esponendosi a fatiche e pericoli grandi; ma noi altri, per acquistar la virtù e la perfezione, che è la vera sapienza, non abbiamo bisogno di esporci a queste fatiche e pericoli, né meno d’uscire fuori di casa nostra, perché dentro di essa la troveremo, ed anche dentro di noi medesimi. Il regno di Dio è dentro di voi. In coteste cose ordinarie e quotidiane che fate sta la vostra perfezione.

3. Si suol domandare molto ordinariamente nelle conferenze spirituali, quando s’avvicina qualche tempo di devozione, come di Quaresima, d’Avvento, di Pentecoste o di rinnovazione dei voti, di che mezzi ci varremo per disporci e prepararci a questa rinnovazione, o per questa Quaresima, e per ricevere lo Spirito Santo, o il Bambino Gesù, nato di fresco. Ti sentirai propor molti mezzi e molte considerazioni, e tutte buone: ma il mezzo principale, nel quale dobbiamo insistere, è questo del quale andiamo trattando: perfezionarci in quello che ordinariamente facciamo. Va tu levando via i tuoi difetti e le tue imperfezioni circa le cose ordinarie e quotidiane, e procura d’andarle facendo ogni dì meglio e con meno difetti; e questa sarà una buonissima preparazione, o la migliore, per qualsivoglia solennità. Metti in questo principalmente gli occhi, e tutti gli altri mezzi e considerazioni siano indirizzate per aiutarti a far questo.

CAPO  III.

In che consiste la bontà e la perfezione delle nostre opere e d’alcuni mezzi per farle bene.

1. Farle con buona intenzione. — 2. Il meglio che possiamo. —3. Alla presenza di Dio. — 4. Gran mezzo questo. — 5. Epraticato dai Santi. — 6. Così sta del continuo in orazione.

1. Ma vediamo un poco in che cosa consista il far bene le nostre opere, acciocché possiamo ricorrere a i mezzi che ci aiuteranno a farle bene. Dico brevemente che consiste in due cose. La prima e principale è, che le facciamo puramente per Dio. S. Ambrogio dOmanda qual è la ragione, per cui nella creazione del mondo, creando Dio le cose corporali e gli animali, subito le lodò tutte. Crea le piante, e subito dicesi: « E Dio vide che ciò era buono ». Crea gli animali, gli uccelli, i pesci, e subito dicesi: « E Dio vide che ciò era buono ». Crea i cieli e le stelle, il sole e la luna, e dicesi subito: « E Dio vide che ciò era buono » [Gen. I, 10 e segg.]1 Tutte queste cose loda il Signore subito che ha finito di crearle: ma arrivato che è alla creazione dell’uomo, pare che esso solo se ne resti senza lode; perché qui il sacro testo non soggiunge: « E Dio vide che ciò era buono », come lo soggiungeva dopo la creazione di tutte le altre cose. Che mistero è questo, e quale sarà di ciò la cagione? Sai quali? dice il Santo: la cagione si è, che la bellezza e la bontà delle altre cose corporali e degli animali sta in quell’esteriore che apparisce al di fuori, e non vi è maggior perfezione di quella che si vede cogli occhi, e perciò viene subito la lode; ma la bontà e la perfezione dell’uomo non sta in quell’esteriore che apparisce al di fuori, ma nell’interiore, che sta nascosto colà dentro. « Tutta la gloria della figlia del re è interiore » [Ps. XLIV, 14 filiæ regis ab intus ];cioè tutta la bellezza dell’uomo, il quale è figliuolo di Dio, sta dentro; e questo è quello che piace agli occhi di Dio. « L’uomo infatti vede le cose che danno negli occhi, ma il Signore mira il cuore » 3, come disse Dio a Samuele [I Reg. XVI, 7]. Gli uomini vedono solamente le cose esteriori che appariscono al di fuori, e queste piacciono o dispiacciono loro; ma Dio vede l’intimo del cuore, guarda il fine e l’intenzione con cui ciascuno opera; e per questo non loda l’uomo subito che l’ha creato, come fa delle altre creature. L’intenzione è la radice e il fondamento della bontà e della perfezione di tutte le opere nostre. Le fondamenta non si vedono, ma esse sono quelle che sostengono tutta la fabbrica; e così è dell’intenzione.

2. La seconda cosa che si ricerca per la perfezione delle opere è, che facciamo in esse quanto possiamo e quanto è dal canto nostro per farle bene. Non basta che la tua intenzione sia buona, non basta che ti dica, che le fai per amor di Dio; ma bisogna che procuri di farle quanto meglio potrai, per piacere più a Dio con esse. Sia dunque questo il primo mezzo per far le opere bene, cioè il farle puramente per Dio; perché  questo ce le farà far bene e nel miglior modo a noi possibile, per poter con esse piacere maggiormente a Dio, ancor che non ci vedano i Superiori, e ancor che non siamo veduti dagli uomini: in una parola, farle come chi le fa per amore di Dio. Domandò una volta il nostro S. Padre Ignazio ad un fratello, il quale era alquanto negligente nel suo Officio: Fratello, per chi fai tu questo? E rispondendo egli, che lo faceva per amor di Dio, gli replicò il santo Padre: Or io t’assicuro, che se per l’avvenire lo farai in questa maniera, ti darò una molto buona penitenza. Perché se tu lo facessi per gli uomini, non sarebbe gran mancamento il farlo con cotesta negligenza; ma facendolo per un Signore tanto grande, è troppo gran mancamento farlo nella maniera che fai

3. Il secondo mezzo che i Santi propongono come molto efficace per questo, è il camminare alla presenza di Dio. Perfin Seneca diceva che l’uomo desideroso della virtù e di far le cose ben fatte si ha da immaginare d’avere avanti di sé qualche persona di grande venerazione, alla quale portasse gran rispetto; ed ha da fare e dire tutte le cose come le farebbe e direbbe se realmente stesse alla presenza di quella tal persona [Sen. Ep. 25] . Or se questo sarebbe un mezzo bastante per far le cose bene; quanto più efficace mezzo sarà il camminare alla presenza di Dio, e l’averlo sempre dinanzi agli occhi, considerando che Egli ci sta mirando. Specialmente non essendo questa una immaginazione, come quella di Seneca, ma cosa la quale veramente e realmente passa così; come tante volte ce lo replica la Scrittura. « Gli occhi del Signore sono più luminosi assai del sole, e mirano attorno tutte le vie degli uomini e l’abisso profondo, e vedono i cuori umani fino nei luoghi più riposti » Eccli. XXIII, 28].

4. Tratteremo appresso distintamente e più a lungo di questo esercizio di camminare alla presenza di Dio, e diremo quanto eccellente ed utile sia e quanto stimato e raccomandato dai Santi: adesso solamente ne caveremo al nostro proposito, di quanta importanza esso sia per far le opere ordinarie ben fatte. È di tanta importanza che, come ivi diremo, il camminare alla presenza di Dio non serve per fermarci in essa, ma perché ci sia mezzo per far bene le opere che facciamo. E se per istar noi attenti all’essere Dio presente ci trascurassimo e fossimo negligenti nelle opere che facciamo e commettessimo in esse mancamenti, questa non sarebbe buona divozione, ma illusione. E anche aggiungono alcuni qualche cosa di più, e dicono che quella presenza di Dio con la quale abbiamo da camminare, e quella che dalla sacra Scrittura e dai Santi ci viene tanto raccomandata; è il procurare di far le opere in tal maniera e tanto ben fatte, che possano comparire dinanzi a Dio, e che non sia in esse cosa indegna dei suoi occhi e della sua presenza. In una parola, che siano fatte come da chi le fa dinanzi a Dio, che lo sta rimirando. – E questo pare che ci volesse significare l’Evangelista S. Giovanni nella sua Apocalisse [Apoc. IV, 8], ove, riferendo le proprietà di quei santi animali, che vide stare dinanzi al trono di Dio, pronti ai suoi comandamenti, dice che dentro e fuori e all’intorno erano pieni d’occhi: occhi nei piedi, occhi nelle mani, occhi nelle orecchie, occhi nelle labbra e occhi negli stessi occhi; per significarci che quelli i quali vogliono servire Iddio perfettamente ed esser degni della sua presenza, hanno in ogni cosa a tener gli occhi aperti a mirar bene, per non far cosa indegna della presenza di Dio. Hai da esser pieno d’occhi dentro e fuori, e vedere come operi, come cammini, come parli, come odi, come vedi, come pensi, come vuoi, come desideri; acciocché in tutte le cose tue non ve ne sia alcuna che possa offendere gli occhi di Dio, nel cui cospetto stai.

5. Questo è un modo molto buono di camminare alla presenza di Dio. E così l’Ecclesiastico e l’Apostolo San Paolo, a proposito di quello che si dice nel Genesi di Enoch, che « camminò con Dio e disparve, perché il Signore lo rapì » [Gen. V, 14], dicono:, « Enoch fu caro a Dio, e fu trasportato nel paradiso » [Eccli. XIV, 16]; dimostrandoci chiaramente che è una cosa stessa il camminar sempre con Dio, o alla presenza di Dio, ed il piacere a Dio, poiché dichiarano una cosa con l’altra. E S. Agostino e Origene [Quæst. In Pentat.] dichiarano in questa stessa maniera quel che dice la sacra Scrittura nell’issopo, che quando Jetro andò a vedere il suo genero Mosè, si unirono Aronne e tutte le persone più gravi d’Israele « per mangiare con lui dinanzi a Dio » Lo dichiarano, dico, in questa maniera, dicendo: Non vuol dire che si unirono per mangiare dinanzi al Tabernacolo, o dinanzi all’Arca, perché non v’era ancora; ma che si unirono per far festa e mangiare e bere e passarsela lietamente con Lui; ma però con tanta pietà e santità, e con sì religiosa compostezza, come chi mangiava dinanzi a Dio; procurando che non vi fosse cosa che potesse offendere i suoi occhi divini. In questo modo camminano i giusti e i perfetti alla presenza di Dio in tutte le cose loro, anche nelle indifferenti e nelle necessarie alla vita umana. « I giusti banchettino e giubilino alla presenza di Dio, e godano nell’allegrezza », dice il Profeta [Ps. Lvii, 4]. Sia ciò di maniera tale, che ogni cosa possa comparire dinanzi agli occhi di Dio, né vi sia cosa indegna della sua presenza.

6. In questo modo anche dicono molti Santi che si adempie quello che nel Vangelo si legge che disse Cristo nostro Redentore: « Si deve sempre pregare, né mai lasciar di pregare » [Luc. XVIII, 1]; e S. Paolo ai Tessalonicesi: « Pregate senza intermissione » [1 Tess. V, 17]. Dicono cioè che sempre prega colui il quale sempre opera bene. Così pure S. Agostino sopra quelle parole del Salmista: « E la mia lingua andrà celebrando la tua giustizia, le tue lodi tutto il giorno » [Ps. XXXIV, 28]; vuoi, dice egli, un mezzo molto buono per stare tutto il giorno lodando Dio? « Tutto ciò che farai, fallo bene; e così starai tutto il giorno lodando Dio » [S. Aug. En. in Ps. XXXIV]. Lo stesso dice S. Ilario: « In questo modo avviene che da noi si preghi senza interruzione, quando, per mezzo delle opere che a Dio siano gradite e compiute sempre per la sua gloria, la vita tutta d’un qualsiasi sant’uomo diventa orazione; e per tal modo vivendo di giorno e di notte secondo il prescritto della legge, la stessa vita notturna e diurna si converto in meditazione della legge » E S. Girolamo, sopra quel verso: « Lodatelo voi, sole e luna; lodatelo tutte, o fulgide stelle » ]Ps. CXLVIII, 3], domanda in che modo lodano Dio il sole e la luna, la luce e le stelle? e risponde: Sai come lo lodano? Perché mai non cessano di far molto bene l’ufficio loro: sempre stanno servendo Dio e facendo quelle cose per le quali furono creati; e questo è star sempre [Hieron. Brev. In Ps CXLVIII, 3] lodando Dio 19. D i maniera che colui che fa molto bene le cose quotidiane e ordinarie della religione, sempre sta lodando Dio e sta sempre in orazione. E possiamo confermar questo con quel che dice lo Spirito Santo per mezzo del Savio: « Fa molte oblazioni chi osserva la legge: sacrifizio di salute è il custodire i comandamenti e allontanarsi da ogni iniquità » [Eccli. XXV, 1]. Con questo dunque si vedrà bene di quanta importanza e perfezione sia il far le cose ordinarie che facciamo ben fatte; poiché questo è moltiplicare l’orazione, e questo è uno star sempre in orazione e alla presenza di Dio, e questo è un sacrificio molto salutifero e che piace grandemente a Dio.

(1- continua …)

SALMI BIBLICI: “DIXIT INSIPIENS IN CORDE SUO, DEUS …” (LII)

Salmo 52: “DIXIT INSIPIENS in corde suo, DEUS… ”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME PREMIER.

PARIS-LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 52

[1] In finem, pro Maeleth intelligentiæ. David.

   Dixit insipiens in corde suo: Non est Deus.

[2] Corrupti sunt, et abominabiles facti sunt in iniquitatibus; non est qui faciat bonum.

[3] Deus de cælo prospexit super filios hominum, ut videat si est intelligens, aut requirens Deum. (1)

[4] Omnes declinaverunt, simul inutiles facti sunt; non est qui faciat bonum, non est usque ad unum.

[5] Nonne scient omnes qui operantur iniquitatem, qui devorant plebem meam ut cibum panis?

[6] Deum non invocaverunt; illic trepidaverunt timore, ubi non erat timor. Quoniam Deus dissipavit ossa eorum qui hominibus placent: confusi sunt, quoniam Deus sprevit eos.

[7] Quis dabit ex Sion salutare Israel? Cum converterit Deus captivitatem plebis suæ, exsultabit Jacob, et lætabitur Israel. (2)

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LII

Salmo da cantare sull’istrumento musicale detto Maeleth;

di intelligenza di Davide, perché da Davide doveasi riprendere l’insipienza del genere umano che egli nel Salmo deplora.

Per la fine: sul Maeleth; salmo d’intelligenza di David.

1. Disse lo insensato in cuor suo: Iddio non è.

2. Si sono corrotti, e sono divenuti abominevoli nelle iniquità: non havvi chi faccia il bene.

3. Dio gettò lo sguardo dal cielo sopra i figliuoli degli uomini per vedere se siavi chi abbia l’intelletto, o chi cerchi Dio. (1)

4. Tutti sono usciti di strada, son divenuti egualmente inutili: non avvi chi faccia il bene, non ve n’ha nemmen uno.

5. Non se n’avvedrann’eglino tutti coloro che fan loro mestiere della iniquità, che divoranoil popol mio, come un pezzo di pane?

6. Non hanno invocato Dio; ivi tremaron di paura, ove non era timore.

Imperocché Dio ha spezzato le ossa di coloro che godon la grazia degli uomini; son rimasti svergognati, perché Dio gli ha dispregiati.

7. Chi darà di Sionne la salute d’Israele? Quando Dio libererà il popolo suo dalla schiavitù, esulterà Giacobbe e rallegrerassi Israele. (2)

(1) Si sono qui inseriti (Ps. XIII) tre versetti che San Paolo cita a proposito del versetto 3 di questo Salmo e che egli estrae da diversi passi della Scrittura, è un artefatto del copista (Le Hir.).

(2) Questo ultimo versetto è stato probabilmente aggiunto durante la cattività di Babilonia.

Sommario analitico

Il Profeta, in questo Salmo, che è quasi una ripetizione del Salmo XIII, ci dipinge la corruzione come cosa generale nel popolo di Dio.

I. Egli mostra e deplora:

1° l’empietà dell’ateo, a) nella sua intelligenza per cui nega Dio (1); b) nella sua volontà, che egli contamina con ogni sorta di peccati (2); c) nelle sue opere, omettendo di fare il bene e commettendo positivamente il male, accanendosi contro il popolo di Dio (3-5).

2° il castigo dell’ateo, a) egli è sempre tremante, perché non invoca Dio; b) Dio lo distrugge, lo copre di confusione e lo rigetta (6).

II. Egli mostra la felicità dei giusti:

1° la salvezza che essi ottengono da Dio; 2° la libertà; 3° la gioia (7).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-6.

ff. 1. – L’insensato non osa dirlo con le labbra, lo dice nel suo cuore, o piuttosto è il suo stesso cuore, cioè i desideri corrotti del suo cuore, che lo ha detto; non che egli lo creda, ma perché vorrebbe che non ci fosse un Dio vendicatore dei suoi crimini (Dug.). – L’insensato ha trovato un accordo tra la sua ragione ed il suo cuore: la sua ragione gli ha detto che non c’è Dio, ed il suo cuore ribelle gli ha detto che non ce n’è affatto; e poiché il suo cuore sfortunatamente ha prevalso sulla sua ragione, malgrado le istanze della sua ragione, egli ha seguito i movimenti del suo cuore fino a concludere, conformemente ai suoi desideri, che non c’è Dio nell’universo (Bourd. Aveugl. spir.). – Quanti ancora dicono che il Cristo non è Dio! È il linguaggio di colui che resta pagano; è il linguaggio dei Giudei che, disseminati dappertutto, portano dappertutto con sé la testimonianza della loro confusione, ed è anche il linguaggio di molti eretici (S. Agost.).

ff. 2. – L’iniquità, cioè il peccato deliberato della volontà, è la fonte corrotta del cuore degli empi, che li rende abominevoli davanti a Dio. – « Non c’è nessuno che faccia il bene », perché oltre all’infinità di coloro che fanno apertamente il male, quanti sono quelli che fanno convenientemente il bene che sembrano fare? (Dug.).

ff. 3. – E come? Dio ignorava che fossero divenuti tali? Se dunque Egli li conosceva, se sapeva cosa essi erano, da cosa viene ciò che qui è detto: Dio ha rivolto gli occhi nel cielo, etc. Queste parole indicano l’azione di qualcuno che cerca e non di qualcuno che sa … Questa questione è risolta dal linguaggio abituale della Scrittura, che attribuisce a Dio ciò che fa la creatura con l’aiuto dei doni di Dio (S. Agost.). – L’attività, l’intelligenza degli uomini è in ogni altra cosa che non riguardi Dio. Essi cercano tutto con ardore, eccetto Dio, verso il Quale essi non hanno che insensibilità, indifferenza.

ff. 4. – Grande sventura è il non essere nel retto cammino. – Sventura ancora più grande è il fuoriuscirne quando vi si è. Vita inutile, molle, voluttuosa, in cui si attende a gioire tranquillamente della vita, della salute, dei beni acquisiti, delle dolcezze, delle comodità, del caro bene, dei piaceri della vita, è la vita di un onesto pagano, non la vita di un Cristiano, che deve essere una vita di mortificazione, di penitenza, di croce. (Dug.). – Tutti si sono allontanati dal retto cammino e sono divenuti inutili. Non applichiamo queste parole ai pagani e agli idolatri; lasciamo gli eretici e gli scismatici, non parliamo dei libertini e degli atei; non comprendiamo in questo numero neppure certi peccatori insolenti che, pur conoscendo Dio per fede, fanno professione di rinunzia con il cuore. Quanti pochi Cristiani, impegnati nel commercio del mondo, sono nello stato di agire utilmente per Dio e per se stessi, se, per farlo, devono essere amici di Dio! … essi sono tutti nell’inganno, ed ingannandosi, si sono resi inutili; inutili per Dio ed inutili per se stessi, per Dio, per cui non si sentono onorati del gran bene, anche se lo fanno; per se stessi perché tutto ciò che essi fanno, qual sia, non è scritto nel libro della vita, di modo che, pur facendo il bene e facendolo con ardore e perseveranza, essi non fanno nulla. (Bourd. Etat du pechè et état de grace).

ff. 5. – Non sarà forse un giorno ciò che essi faranno? E non lo si mostrerà loro … il vostro popolo è divorato come un pezzo di pane. Quaggiù c’è dunque un popolo che viene divorato? Certo, Voi sapete « … non c’è un uomo che faccia il bene, neanche uno solo ». Ma questo popolo che è divorato, questo popolo che soffre a contatto con i malvagi, è già passato dal numero dei figli degli uomini al numero dei figli di Dio. Ecco perché questo popolo è divorato; « … perché voi avete confuso il disegno dell’indigente, perché la sua speranza è nel Signore ». Spesso, in effetti, ciò che fa sì che il popolo di Dio sia divorato, è che esso è disprezzato perché è il popolo di Dio. Che io lo derubi, dice il malvagio, che io lo spogli, se è cristiano, cosa mi farà? « Essi mangiano il mio popolo come il pane ». In effetti, quanto ai nostri alimenti, noi possiamo mangiarne ora l’uno, ora l’altro; noi non mangeremo sempre di questi legumi, di questa carne, né sempre di questi frutti, ma noi mangiamo sempre del pane. Questi dunque divoreranno il mio popolo come un pezzo di pane (S. Agost.).

ff. 6. – « Essi sono stati presi dalla paura, ove non c’era da temere ». E cosa c’è da temere, in effetti, quando si perdono le proprie ricchezze? Non c’è motivo di temere, eppure si teme. Ma se qualcuno perde la saggezza, qui c’è motivo di temere e non si teme … Coloro che hanno detto del Cristo: Egli non è Dio, hanno paura, la dove non c’era motivo di temere … o insensati, o imprudenti, voi avete paura di perdere la terra ed avete perduto il cielo; voi avete temuto che i Romani vincessero e avessero preso la vostra città ed il vostro reame, e che essi potessero prendere il vostro Dio? Cosa vi resta, se questo non è confessare che voi avete voluto conservare questi beni, e che per conservarli, li avete perduti? Perché avete perso la vostra città e la vostra nazione perdendo il Cristo (S. Agost.). – Voler piacere agli uomini, principio dei pastori e di diversi altri. È una vile compiacenza che nasce da un gran fondo di amor proprio, e che ha sempre timore di ferire coloro dai quali si spera qualche vantaggio … « Se volessi piacere agli uomini, non sarei servo di Gesù-Cristo » (Gal. I, 10). Comunque, si teme più il disprezzo degli uomini che quello di Dio, e più si vuol piacere agli uomini della terra, più si è coperti da confusione davanti a Dio. Quale partito vogliamo noi prendere? Se vogliamo piacere agli uomini e sperare in essi, Dio frantumerà le nostra ossa e ci confonderà con l’ultimo disdegno; ma se noi amiamo maggiormente piacere a Dio, la confusione che ne riceveremo da parte del mondo tornerà alfine a nostra gloria (Dug.). – Chi non preferirebbe essere odiato con Gesù-Cristo e per Gesù-Cristo, piuttosto che essere amato da quelle che sono chiamate, con verità, sia per lusinga, le delizie del genere umano? Io non voglio essere amato dagli uomini che hanno odiato Gesù-Cristo; io preferisco piuttosto queste grida: « togli, togli, sia crocifisso » (Joan. XIX, 15), o coloro che contro San Paolo, come popolo in furore gettavano in aria polvere e la veste a terra. « eliminate dalla terra quest’uomo, non permettetegli di vivere »; (Act. XXII, 53) queste acclamazioni che si fecero ad Erode: « … è il discorso di un dio e non di un uomo »; perché, vedetene il seguito: « … l’Angelo del Signore lo colpì, perché non aveva dato gloria a Dio, e morì divorato dai vermi ». È così che Dio spezza le ossa di quelli che vogliono piacere agli uomini; e San Paolo diceva ai Galati: «Se io piacessi agli uomini, io non sarei servo di Gesù-Cristo ». (Gal. I, 10), (Bossuet, Méd. s. l’Ev., II, p. XVI).

II

ff. 7. – È l’augurio di un’anima cristiana liberata dalla servitù del peccato, dalla cattività di Babilonia, della quale neanche i giusti si sono interamente affrancati.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI-APOSTATI DI TORNO: SS. PIO XII- “ECCLESIÆ FASTOS”

… certo non mancano anche oggi coloro che la respingono (la Chiesa Cattolica), che tentano di inquinarla con fallaci errori o che – calpestando la libertà che compete alla Chiesa e ai cittadini – si sforzano con menzogne, persecuzioni e vessazioni di sradicarla dagli animi e di distruggerla …. Questa è una delle amare considerazioni che il Pontefice inserisce nel testo di questa bellissima lettera Enciclica dedicata a S. Bonifazio, Vescovo e martire della Chiesa Cattolica. In essa infatti viene brevemente delineata la figura dello straordinario Santo, evangelizzatore di barbari popoli nordici, da lui ricondotti nell’alveo della Chiesa di Cristo ed alla comunione di Fede con la Sede Apostolica Romana, la Cattedra di Pietro, Vicario del Redentore e Signore Nostro Gesù-Cristo. L’apologia del Santo Vescovo è lo spunto per richiamare l’attenzione dei credenti e dei dissidenti sulla necessità assoluta, per la salvezza dell’anima, di aderire alla Sede Apostolica del Principe degli Apostoli, come si può tra l’altro osservare da questo passaggio: « … Coloro che ricusano questa pietra e si sforzano di costruire fuori di essa non fanno che gettare sulla mobile rena i fondamenti di un edificio barcollante; e i loro sforzi, le loro opere e imprese, come tutte le cose umane, non possono essere solide, né valide, né stabili; ma, come insegna la storia antica e recente, per le opinioni di menti discordi e le varie vicende degli eventi, quasi per necessità con l’andar del tempo si mutano e si trasformano … ». Questa è infatti una delle verità più necessarie di cui tener conto nel costruire la propria vita spirituale: l’adesione al Romano Pontefice ed al suo Magistero perenne, irriformabile ed infallibile, “condicio sine qua non” per accedere alla eterna felicità. Questo è e sarà il motivo della eterna perdizione per tutti coloro che disconosceranno la pietra sulla quale il divin Redentore ha fondato il suo edificio spirituale, scala che permette l’ingresso nella vita della eterna beatitudine. Chi se ne allontana, come oggi praticamente tutti i fedeli del “novus ordo”, che aderiscono nientemeno che a … due antipapi (orrore e raccapriccio solo a leggerlo !!), i fedeli (… o meglio infedeli) delle sette scismatiche dei fallibilisti orientali ed occidentali e dei balordi sedevacantisti ( … che aderiscono a se stessi, autonominandosi papi di fatto, cani sciolti che si garantiscono da sé la loro personale falsa religione ed i sacrileghi sacramenti), praticamente sta percorrendo “allegramente” la via della perdizione che conduce negli inferi. La dottrina cattolica è chiarissima, comprensibile a tutti, almeno a coloro che non vogliono dormire ad occhi chiusi, e questa lettera né è un’ulteriore testimonianza, come da sempre è stato chiaro che: … chi non è soggetto al Romano Pontefice è fuori dalla Chiesa Cattolica, (bolla “Unam sanctam”, di un altro Bonifacio: Bonifacio VIII) e quindi da ogni forma di salvezza possibile. Godiamoci quindi questo bellissimo panegirico del Sommo Pontefice E. Pacelli sulla figura di San Bonifacio e traiamone spunto per le nostre considerazioni in merito all’eterna salvezza.

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

ECCLESIÆ FASTOS (1)

XII CENTENARIO DELLA MORTE 
DI S. BONIFACIO

È sommamente conveniente e opportuno non soltanto rivolgere la mente ai fasti della chiesa, ma anche commemorarli con pubblici festeggiamenti, poiché di qui facilmente si vede come nessun secolo mai nella società fondata da Gesù Cristo fu sterile di santità; e inoltre, quando si propongono appositamente all’attenzione di ognuno chiari esempi di virtù che dagli stessi fasti rifulgono, l’animo s’infiamma e vivamente si accende a imitarli secondo le proprie forze. Ci ha rallegrato pertanto la notizia a Noi riferita che, soprattutto in quelle nazioni che per motivi speciali si sentono grate verso san Bonifacio, chiaro decoro e gloria dell’ordine benedettino, si intende commemorare quest’anno con grande giubilo e con pubbliche preghiere il dodicesimo centenario di quell’avvenimento per cui egli, subìto il martirio, volò alla patria celeste. Ma se le vostre nazioni hanno motivo di venerare quest’uomo santissimo e le sue preclare gesta in questa fausta ricorrenza, molto più ne ha motivo questa sede apostolica, che lo vide tre volte, dopo lungo e aspro cammino, entrare in Roma in pio pellegrinaggio, inginocchiarsi davanti al sepolcro del principe degli apostoli per venerarlo e chiedere ai Nostri predecessori con animo di figlio devotissimo il mandato per potere, come fortemente desiderava, portare a genti lontane e barbare il Nome del divino Redentore e i princìpi della cultura e della civiltà cristiana. Nato di stirpe anglosassone, fin dai primi anni sentì forte l’invito dall’alto che lo spingeva ad abbandonare l’avito patrimonio e i piaceri del mondo e a chiudersi nel sicuro recinto del chiostro per poter più facilmente attendere alla contemplazione e conformarsi interamente ai precetti evangelici. Ivi fece grandi progressi non solo nello studio delle umane lettere e delle scienze sacre, ma ancora nella cristiana virtù, tanto da venir in seguito eletto a capo del suo cenobio. Tuttavia, dotato com’era di animo fatto per maggiori e più grandi cose, già da tempo aveva in animo di portarsi in terra straniera e tra genti barbare per rischiararle con la luce dell’evangelo e informarle ai cristiani comandamenti. Nulla lo tratteneva, nulla lo impediva: non il distacco dalla patria carissima, non i lunghi e difficili viaggi e neppure i pericoli d’ogni genere che potevano venirgli da parte di popolazioni sconosciute. Nel suo animo apostolico c’era qualcosa di così appassionato, di così veemente, di così forte da non poter in alcun modo essere trattenuto da considerazioni e da vincoli umani.

I

È senza dubbio cosa ammirevole che la Gran Bretagna, la quale, circa cent’anni prima, dal Nostro predecessore d’immortale memoria Gregorio Magno – che vi aveva inviato un validissimo stuolo di figli di san Benedetto guidati da sant’Agostino – era stata richiamata alla religione cristiana dopo tante vicende; è, diciamo, cosa ammirevole che a quel tempo mostrasse già una fede così solida e fiorisse già di così accesa carità da inviare spontaneamente alle altre genti, come fiume in piena che irrighi le terre circostanti e le fecondi, non pochi uomini eccellenti di cui era fornita, i quali le guadagnassero a Gesù Cristo e le unissero con saldi legami al suo vicario in terra; ciò avvenne quasi come prova di gratitudine per i benefici da essa ricevuti della religione cattolica, della civiltà, della gentilezza cristiana. – Fra costoro primeggiava senza dubbio, per zelo missionario e per fortezza d’animo congiunta a dolcezza di costumi, Winfrido, che fu poi chiamato Bonifacio dal romano pontefice san Gregorio II. Egli con uno stuolo di compagni, piccolo per numero ma grande per virtù, si accinse all’impresa di evangelizzazione a cui già da tempo pensava; perciò salpò dai lidi di Bretagna e sbarcò sulla spiaggia della Frisia. Ma siccome colui che dominava tirannicamente in quella regione era aspro nemico della religione cristiana, gli sforzi di san Bonifacio e dei suoi compagni furono vani. Dopo inutili fatiche e vani tentativi, con i suoi compagni fu costretto a tornare in patria.  – Ma l’animo suo non si scoraggiò, e dopo non lungo intervallo volle venire a Roma, presentarsi alla sede apostolica e chiedere umilmente allo stesso vicario di Gesù Cristo il sacro mandato, per potere con esso più facilmente, con l’aiuto della divina grazia, raggiungere la difficile meta che era al colmo del suo desiderio. E così dopo che «ebbe messo piede felicemente sul soglio del beato Pietro apostolo» (2) ed ebbe venerato con somma pietà il sepolcro del principe degli apostoli, supplicò di essere ammesso alla presenza del predecessore Nostro di s. m. Gregorio II. – Il Pontefice lo accolse volentieri ed egli gli «narrò per esteso tutte le circostanze del suo viaggio e della sua venuta e gli confidò ansiosamente l’angoscioso desiderio e le lunghe fatiche. Subito il santo papa con ilare volto e sguardo gioioso lo fissò», (3) gli fece animo, lo incitò a intraprendere con fiducia questa lodevole opera e a tale fine lo munì di lettere apostoliche e di apostolica autorità. – Il mandato ricevuto dal vicario di Gesù Cristo sembrò conciliargli la grazia e gli aiuti divini; da essi confortato, senza lasciarsi impressionare da difficoltà di uomini e di cose, poté con migliori auspici e più abbondanti frutti incominciare e continuare l’impresa da tanto tempo desiderata. L’apostolico agricoltore percorse varie regioni della Germania e della Frisia: dove non vi era nessuna traccia della Religione cristiana, ma costumi barbari, selvaggi e feroci; ivi sparse con larga mano il seme dell’Evangelo e lo fecondò con le sue assidue fatiche e con il suo sudore; dove invece le comunità cristiane giacevano abbandonate e misere nell’inerzia, perché prive del legittimo pastore, o perché venivano allontanate dalla fede genuina e dai retti costumi da ministri del culto corrotti e ignoranti, ivi egli fu riformatore prudente e inflessibile della vita privata e pubblica, solerte operaio, instancabile e zelantissimo propulsore e restauratore di ogni virtù. – I felici risultati di Bonifacio furono riferiti al medesimo Nostro predecessore, che lo chiamò al soglio apostolico e a lui, benché restìo per umiltà, «dichiarò che voleva imporgli la dignità episcopale, perché così potesse con maggiore fermezza correggere e riportare sulla via della verità gli erranti, si sentisse sostenuto dalla maggiore autorità della dignità apostolica e fosse tanto più accetto a tutti nell’ufficio della predicazione quanto più appariva che per questo motivo era stato ordinato dall’apostolico presule». (4)  – In tal modo consacrato « Vescovo regionale » dallo stesso Pontefice Massimo, ritorna alle immense regioni a lui affidate, dove con la nuova dignità e autorità riprende le fatiche apostoliche con più vivo impegno. – Come fu assai caro a questo Pontefice per lo splendore della sua virtù e per il vivissimo zelo di dilatare il regno di Cristo, parimenti lo fu ai suoi successori; e cioè a san Gregorio III, che per i suoi meriti lo nominò Arcivescovo e lo onorò del sacro pallio, dandogli la facoltà di costituire legittimamente e riformare la gerarchia ecclesiastica in quelle regioni e di consacrare nuovi vescovi « per illuminare la gente germanica »; (5) a san Zaccaria, che con affettuosissima lettera confermò il suo ufficio e ne tessé ampia lode; (6) e infine a Stefano III, al quale appena eletto egli, ormai vicino al termine di questa vita mortale, scrisse una lettera piena di devoto ossequio. (7)  – Bonifacio, avvalendosi dell’autorità e della benevolenza di questi papi, per tutto il tempo del suo ufficio, con zelo sempre più ardente percorse le immense regioni ancora sommerse nelle tenebre dell’errore, le rischiarò con la luce della verità evangelica e fece sorgere per esse con la sua opera instancabile una nuova èra di cristiana civiltà. La Frisia, l’Alsazia, l’Austrasia, la Turingia, la Franconia, l’Assia, la Baviera lo ebbero instancabile seminatore della parola divina e padre di quella nuova vita che nasce da Gesù Cristo e si alimenta della sua grazia. Desiderava vivamente giungere fino a quella «antica Sassonia» (8) da cui riteneva provenissero i suoi avi; ma non poté condurre a lieto fine questi suoi propositi. – Per poter intraprendere, continuare e condurre a termine quest’opera immensa, supplicò e chiamò a sé nuovi compagni di fatica e anche compagne (cioè monache, fra le quali primeggia per perfezione di vita evangelica Lioba) dai cenobi benedettini della sua patria, allora fiorenti per dottrina, fede e carità; essi lo raggiunsero ben volentieri e gli prestarono preziosissimo aiuto. E non mancarono coloro che, nelle stesse terre da lui percorse, dopo che ebbero ricevuto il lume dell’evangelo, abbracciarono con così viva ed energica volontà la nuova religione e vi aderirono così intensamente, da impegnarsi a propagarla secondo le loro forze fra tutti quelli che potevano. Poiché dunque, come dicemmo, munito dell’autorità dei romani pontefici « san Bonifacio incominciò dappertutto, quale nuovo archimandrita, a seminare divine piantagioni e ad estirpare quelle diaboliche, a edificare cenobi e chiese, a preporre a quelle chiese pastori prudenti », (9) a poco a poco le condizioni di quei paesi mutarono. Si potevano vedere moltitudini di uomini e di donne accorrere numerosi a sentir predicare quest’uomo apostolico; ascoltandolo restare commossi; abbandonare le vecchie superstizioni; infiammarsi d’amore verso il divin Redentore; conformare alla sua attraente dottrina i propri costumi aspri e corrotti; lavarsi nelle acque purificatrici del battesimo e cominciare una vita interamente nuova. Si costruirono cenobi di monaci e di monache, che divennero sede non solo di culto divino, ma anche di civiltà, di lettere, di scienze e di arti. Ivi, dopo aver diradate o interamente tagliate e abbattute selve impervie inesplorate e tenebrose, furono coltivati nuovi campi a comune vantaggio; si cominciarono a costruire qua e là nuove dimore umane, che nel corso dei secoli sarebbero poi divenute popolose città. – Il fiero popolo germanico, il quale, gelosissimo della sua libertà, a nessuno mai aveva voluto piegarsi e, senza neppur lasciarsi atterrire dalle potentissime armi dei romani, non si era mai stabilmente sottomesso al loro dominio, dopo essere stato evangelizzato da questi inermi messaggeri di Cristo, finalmente obbedendo ad essi, piega la fronte; viene imbevuto delle bellezze della verità della nuova dottrina, ne è intimamente scosso e attratto; e infine si avvera il felice evento: e cioè spontaneamente si sottomette al soavissimo giogo di Gesù Cristo. – Per opera di san Bonifacio si aprì senza dubbio per il popolo germanico una nuova èra: nuova non solo per quanto riguarda la religione cristiana, ma anche per una vita civile e insieme più umana. A buon diritto perciò questo popolo lo considera e lo onora come suo padre, e gli deve perenne gratitudine; inoltre deve conformarsi completamente al suo fulgido esempio di ogni virtù. «Non solo Dio onnipotente si può chiamare Padre spirituale, ma anche tutti coloro che ci hanno condotti con la dottrina e con l’esempio alla conoscenza della verità, che ci hanno incitati alla fedeltà verso la Religione. … Proprio per questo motivo, il santo Vescovo Bonifacio può dirsi padre di tutti gli abitanti della Germania, perché per primo li ha generati a Cristo con la parola della sua santa predicazione, li ha confermati con l’esempio, e infine ha dato per essi la vita, carità questa di cui non può darsi maggiore». (10)  – Fra i vari cenobi, che egli eresse in quelle regioni in numero non esiguo, viene senza dubbio in primo luogo quello di Fulda, apparso ai popoli come un faro che indica con la sua luce il cammino alle navi fra le onde del mare. In esso fu fondata come una nuova Città di Dio, nella quale innumerevoli monaci, succedendosi gli uni agli altri, si formavano con diligenza nelle discipline profane e sacre; nella preghiera e nella contemplazione si preparavano a combattere le future pacifiche battaglie; indi come sciami di api, dopo aver attinto dai libri sacri e profani il dolce miele della sapienza, partivano per le varie regioni a diffonderlo e a farne generosamente partecipi gli altri. Nessun ramo di scienza e di arte fu trascurato. Gli antichi codici furono accuratamente ricercati, fedelmente trascritti, artisticamente miniati e diligentemente commentati; perciò a buon diritto si può affermare che le scienze sacre e profane, che oggi fanno tanto onore al popolo germanico, vi trovarono la culla a cui esso guarda con venerazione. – Inoltre da queste dimore partirono innumerevoli monaci benedettini, i quali con la croce e con l’aratro, cioè con la preghiera e con il lavoro, portarono alle terre ancora avvolte nelle tenebre la luce del Cristianesimo e della civiltà; per la loro lunga e instancabile opera selve immense, già popolate di bestie feroci e quasi inaccessibili all’uomo, divennero campi coltivati e fecondi. E quelle tribù, prima divise tra loro a causa di rozzi e feroci costumi, divennero col tempo una sola nazione ammansita dalla mitezza e dal vigore dell’Evangelo e luminosa per le virtù cristiane e civili. – Ma soprattutto il monastero di Fulda fu domicilio della preghiera e della contemplazione divina. Ivi i monaci, prima di intraprendere la difficile impresa di evangelizzare i popoli, nella preghiera, nella penitenza, nel lavoro si sforzavano di conformarsi all’ideale di santità. Lo stesso Bonifacio, appena poteva riposarsi per un certo tempo dalle fatiche apostoliche o appartarsi un poco, volentieri vi si rifugiava per temprare e rafforzare il suo animo nella contemplazione delle cose celesti e nella continua preghiera. « C’è una località selvaggia – così scriveva al Nostro predecessore di s. m. Zaccaria – nella solitudine di un estesissimo eremo, nel centro dei popoli ai quali predichiamo, in cui abbiamo costruito un monastero e abbiamo costituito monaci che vivono sotto la regola del santo padre Benedetto: uomini di austera penitenza, che si astengono dalla carne e dal vino, senza birra e senza servi, contenti del lavoro delle proprie mani. … In questo luogo, con il consenso della Santità vostra, mi sono proposto, riposando un po’ per pochi giorni, di recuperare le forze del mio corpo indebolito per la vecchiaia e di esservi poi sepolto dopo morto. Vi sono quattro popolazioni a cui abbiamo predicato con la grazia di Dio la verità di Cristo, che abitano nei dintorni di questo luogo; ad esse, con il vostro assenso, finché vivo e sono in me, posso essere utile. Desidero, con le vostre preghiere e con la grazia di Dio, perseverare nell’unione con la romana chiesa e al vostro servizio fra i popoli germanici ai quali fui mandato, e obbedire al vostro comando». (11) – Soprattutto nel silenzio di questo cenobio egli attinse da Dio la forza per partire animosamente a iniziare nuove battaglie e condurre dovunque poté tante popolazioni germaniche all’ovile di Gesù Cristo o ricondurle e riconfermarle nella fede, o anche, non di rado, a stimolarle a raggiungere la perfezione evangelica della vita. – Ma se Bonifacio fu in modo del tutto speciale apostolo della Germania, lo zelo che lo infiammava per la dilatazione del regno di Dio non si limitava ai confini di questa nazione. Anche la chiesa in Gallia, che fin dall’età apostolica aveva abbracciato generosamente la fede cattolica e l’aveva consacrata con il sangue di un numero sterminato di martiri, e che anche dopo la fondazione dell’impero dei Franchi aveva scritto nei fasti del Cristianesimo pagine degne di somma lode, in quell’epoca aveva bisogno di una riforma dei costumi, della restaurazione e rinnovamento della vita cristiana. Non poche erano le diocesi prive del loro Vescovo o affidate a un pastore non degno; in alcuni luoghi svariate superstizioni, eresie, scismi turbavano molti animi; già da lungo tempo per grave negligenza non si celebravano i Concili ecclesiastici, molto necessari per tutelare l’integrità della Religione, restituire la disciplina del clero, riformare i pubblici e privati costumi; i sacerdoti spesso erano ìmpari all’alta dignità del loro ufficio; e non di rado il popolo giaceva in una grande ignoranza della Religione cristiana e perciò schiavo della corruzione. Erano pervenute all’orecchio di san Bonifacio notizie di questa triste situazione; appena egli si accorse della crisi in cui si dibatteva l’illustre chiesa dei franchi, mise mano a sanare radicalmente questa situazione con assiduo zelo. – Tuttavia anche in queste gravi difficoltà capì di aver bisogno dell’autorità della sede apostolica; (12) munito della quale, come legato del romano Pontefice;(13) per lo spazio di circa cinque anni lavorò con infaticabile impegno e somma prudenza a richiamare la chiesa dei franchi al primitivo splendore. «… Allora con l’aiuto di Dio e per suggerimento dell’arcivescovo san Bonifacio fu rinsaldata l’eredità della religione cristiana, furono tra i franchi rivedute le disposizioni sinodali dei padri ortodossi e tutto fu emendato e rinnovato con l’autorità dei canoni». (14) Infatti quattro Concili furono celebrati a questo scopo per stimolo e interessamento di san Bonifacio; (15) e il quarto di essi fu per tutto l’impero franco; venne restaurata la Gerarchia ecclesiastica; furono scelti e destinati alle proprie sedi Vescovi degni di questo nome e di questo ufficio; la disciplina del clero fu con ogni impegno restaurata e riformata; garantita l’autorità dei sacri canoni; emendati con diligente cura i costumi del popolo cristiano; proibite le superstizioni; (16) riprovate e condannate le eresie; (17) felicemente composti gli scismi. Con grande gioia di san Bonifacio e di tutti i buoni si vide allora la chiesa dei franchi splendere di nuova luce e pienamente rifiorire; i vizi furono sradicati o almeno diminuiti; restituito l’onore alle virtù cristiane; la necessaria comunione con il romano pontefice rafforzata con vincoli più stretti e più saldi. I padri del Concilio generale di tutto l’impero franco inviarono gli atti, che avevano solennemente sancito, a Roma al Sommo Pontefice, quale luminoso documento della propria Fede Cattolica e di quella dei loro fedeli, documento che essi deponevano davanti al sepolcro del Principe degli Apostoli a testimonianza della propria venerazione, pietà e unità. (18) – Condotta a termine, con l’aiuto di Dio, anche questa grave impresa, san Bonifacio non si concesse il meritato riposo. Per quanto oppresso dal peso di tante sollecitudini e pur sentendosi ormai giunto alla vecchiaia e con la salute scossa per tante fatiche incontrate, si preparò tuttavia appassionatamente a una nuova e non meno ardua impresa. Rivolse di nuovo lo sguardo e il pensiero alla Frisia: a quella Frisia che era stata la prima meta dei suoi viaggi apostolici e dove anche in seguito aveva tanto lavorato. Questa regione, specialmente nella sua parte settentrionale, giaceva ancora avvolta nelle tenebre degli errori pagani; con animo giovanile si diresse dunque verso di essa per generare nuovi figli a Gesù Cristo e portare ad altri popoli la civiltà cristiana. Era infiammato dal desiderio « di ricevere la mercede al termine della sua vita anche dove aveva svolto inizialmente l’opera della predicazione, accantonando titoli per il suo premio eterno». (19) Sentendosi ormai vicino al termine della vita, con queste parole scriveva presago al suo discepolo carissimo, il Vescovo Lullo, dimostrando contemporaneamente di non volere star ad aspettare la morte in ozio: « Io desidero condurre a termine il proposito di questo viaggio; non posso in alcun modo rinunziare al desiderio di partire. È vicino il giorno della mia fine e si approssima il tempo della mia morte; deposta la salma mortale, salirò all’eterno premio. Ma tu, figlio carissimo, richiama senza posa il popolo dal ginepraio dell’errore, compi l’edificazione della già iniziata basilica di Fulda e ivi deporrai il mio corpo invecchiato per lunghi anni di vita». (20)  – Licenziatosi non senza lacrime dai suoi con un piccolo stuolo di compagni, «percorse l’intera Frisia, e, aboliti i riti pagani e stroncati i costumi depravati dei gentili, predicava dappertutto indefessamente la parola di Dio; dopo avere spezzato gli idoli dei templi pagani, costruì con grande cura delle chiese. Battezzò parecchie migliaia di uomini, donne, fanciulli».(21) Giunto nella parte settentrionale della Frisia, mentre stava per conferire il Sacramento della Cresima a una moltitudine di neofiti già battezzati con l’acqua lustrale, irruppe all’improvviso contro di essi una furibonda schiera di pagani, che agitando spaventosamente le aste e le spade minacciava di uccidere. Allora il santo Vescovo, fattosi avanti con fronte serena, « vietò ai suoi di combattere dicendo: “Cessate, figliuoli, dai combattimenti, abbandonate la guerra, poiché la testimonianza della Scrittura ci ammonisce di non rendere male per male, ma bene per male. Ecco il giorno da tempo desiderato, ecco che il tempo della nostra fine è venuto; coraggio nel Signore… Siate forti, non lasciatevi atterrire da coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima immortale; godete nel Signore e fissate l’àncora della vostra speranza in Dio, che vi darà subito la mercede del premio eterno e la sede dell’aula celeste con i cittadini del cielo, gli Angeli”». (22) Incitati da queste parole alla palma del martirio, volgendo tutti in preghiera la mente e gli occhi al cielo, dove speravano di ricevere tra breve il premio eterno, subirono l’impeto dei nemici, i quali insanguinarono quei corpi « con una felice strage di santi ». (23) Accadde che Bonifacio, al momento del suo martirio, « mentre stava per esser colpito dalla spada pose sul suo capo l’Evangeliario per ricevere il colpo del carnefice sotto di esso e avere in morte il presidio di quel santo libro, di cui in vita aveva amato la lettura». (24) – Con questa morte gloriosa, che gli apriva sicura la via all’eterna beatitudine, san Bonifacio terminò il corso della sua vita, che fu tutta spesa alla gloria di Dio e per la salvezza sua e degli altri. Le sue sacre spoglie, dopo varie vicende, « furono portate al luogo che egli vivente aveva designato », (25) cioè al monastero di Fulda, ove i discepoli al canto dei Salmi e con molte lacrime gli diedero degna sepoltura. A questo sepolcro guardarono con venerazione turbe sterminate di popoli e tuttora vi guardano, poiché ivi sembra quasi che san Bonifacio ancor vivo parli a tutti coloro, i cui avi generò a Gesù Cristo e condusse a una vita e civiltà cristiana; parla, diciamo, con l’ardore della sua carità e della sua pietà, con l’invitta fortezza del suo animo, con l’integrità della sua fede, con lo zelo indefesso fino al termine della vita, con il suo apostolato e con la sua morte decorata della palma del martirio. – Appena da questa vita mortale egli volò al cielo, tutti incominciarono a esaltare la sua santità e a venerarlo in privato e pubblicamente. Tanto presto si propagò la fama della sua santità, che in Gran Bretagna, poco dopo il martirio di san Bonifacio, Cutberto, Arcivescovo di Canterbury, scrivendo di lui, dava la seguente testimonianza: « Con piacere consideriamo e veneriamo quest’uomo, esaltandolo tra gli egregi grandi Dottori della fede ortodossa. Perciò nel nostro sinodo generale, introducendo il giorno natalizio di lui e dello stuolo di coloro che con lui subirono il martirio, abbiamo decretato di celebrarne solennemente ogni anno la festa». (26) Lo stesso fecero fin dall’antichità con uguale ardore la Germania, la Francia e altre nazioni. (27)

II

Da dove, venerabili fratelli, san Bonifacio attinse tanta instancabile energia e quella invitta fortezza d’animo con cui poté affrontare tante difficoltà, sottoporsi a tanti travagli, superare tanti pericoli; con la quale poté combattere fino alla morte per la dilatazione del regno di Gesù Cristo, conquistando la corona del martirio? Senza dubbio dalla grazia di Dio, che egli implorava con umile continua intensa preghiera. Era talmente guidato e infiammato dall’amore di Dio, che altro non desiderava che di congiungersi con lui ogni giorno con vincoli più stretti; nient’altro che stare a colloquio con lui il maggior tempo possibile; nient’altro che propagare la sua gloria anche tra popoli sconosciuti e portare a Lui in atto di venerazione, di ossequio e di amore il più gran numero possibile di uomini. Poteva a buon diritto attribuirsi e ripetere quelle parole di san Paolo: «La carità di Cristo ci spinge» (2 Cor V, 14). E anche quelle altre: «Chi ci separerà dalla carità di Cristo? La tribolazione? L’angustia? La fame? Io sono certo che né la morte, né la vita, né il presente, né il futuro, né fortezza, né altezza, né profondità, né altra creatura ci potrà separare dalla carità di Dio in Gesù Cristo Signore nostro» (Rm VIII, 35.38.39). – Ogni volta che questa divina carità invade gli animi, li informa e li stimola, ben possono gli uomini far propria la sentenza di Paolo: «Tutto io posso in colui che mi dà forza» (Fil. IV, 13); nulla perciò – e lo insegna la storia della Chiesa – nulla può impedire o ostacolare i loro sforzi e le loro fatiche. Allora in modo mirabile felicemente si ripete ciò che avvenne al tempo degli Apostoli: «… per ogni terra si diffuse la loro fama e le loro parole giunsero ai confini del mondo» (Sal. XVIII,5; Rm X,18). Per mezzo di essi l’Evangelo di Gesù Cristo ha nuovi propagatori, i quali animati da questa forza soprannaturale non possono esser trattenuti altro che dalle catene da cui siano stretti, come anche oggi vediamo con grande tristezza; nulla li può fermare se non la morte; tale morte però che, abbellita dalla palma del martirio, sempre commuove grandi moltitudini e fa sorgere – come accadde ai tempi di san Bonifacio – sempre nuovi seguaci del divino Redentore. – Quanta fiducia riponesse quest’uomo nella divina grazia, che impetrava con supplice preghiera affinché le sue imprese potessero dare abbondanti frutti, ben si vede dalle sue lettere, nelle quali si rivolgeva senza posa al romano Pontefice (28) e ai suoi amici insigni per santità, e anche alle monache, le cui comunità aveva fondato o desiderava formare, attraverso il suo saggio consiglio, all’ideale di perfezione evangelica, affinché con le loro preghiere gli volessero ottenere dal cielo conforto e aiuto. Ci piace citare come esempio ciò che scrive « alle venerabili e dilettissime sorelle Leobgita, Tecla e Cyneilda»: «Vi prego, anzi vi comando come a figlie carissime, che supplichiate Dio con le vostre incessanti preghiere, come del resto confidiamo che voi fate, avete fatto e farete senza posa… E sappiate che noi lodiamo il Signore, e sono cresciute le tribolazioni del nostro cuore, affinché il Signore Dio che è rifugio dei poveri e speranza degli umili, ci liberi dalle nostre necessità e dalle tentazioni di questa triste vita, affinché la parola di Dio si espanda e sia fatto conoscere il glorioso Evangelo di Cristo e affinché la grazia di Dio in me non sia vana. E poiché io sono l’ultimo e il peggiore di tutti coloro che la Chiesa Cattolica e Apostolica Romana ha mandato a predicare l’Evangelo, pregate perché io non muoia sterile e proprio senza alcun frutto dell’Evangelo». (29) – Queste parole, come mettono in mostra il suo zelo per diffondere il regno di Gesù Cristo, zelo che egli irrobustiva con la continua orazione sua e degli altri, così pure pongono in rilievo la cristiana umiltà e la totale devozione e unione alla Chiesa Apostolica Romana. Questa intensa devozione ed unione strettissima egli custodì accuratamente e fervidamente per tutta la vita; tanto che si può veramente dire che essa fu lo stabile fondamento del suo lavoro apostolico. – Sebbene abbiamo già sopra accennato ai suoi pii pellegrinaggi al sepolcro del beato Pietro e alla sede del Vicario di Gesù Cristo, vogliamo qui parlarne più estesamente affinché sia ben manifesto il suo impegno di obbedienza e deferenza verso i Nostri predecessori e parimenti sia messo in luce il grande affetto che avevano verso di lui i Romani Pontefici. – La prima volta che venne in quest’alma città, per ricevere da san Gregorio II, Pontefice Massimo, il mandato di predicare la divina parola, il Nostro predecessore, appena lo conobbe, gli diede l’approvazione e lo lodò, scrivendogli poi con animo paterno queste parole: «Il religioso proposito che Ci hai manifestato, pieno di amore per Cristo, e le prove che Ci sono state date dalla tua sincera fede esigono che Noi ti abbiamo come collaboratore nella predicazione della parola divina che per grazia di Dio Ci è affidata… Ci rallegriamo della tua fede e vogliamo aiutarti in quello che Ci hai chiesto; perciò in nome della indivisibile Trinità, per l’inconcussa autorità del beato Pietro, Principe degli Apostoli, del cui Magistero Noi partecipiamo per volontà e ne facciamo le veci in questa sacra Sede, investiamo la tua modesta persona di missione religiosa e ordiniamo che nella parola della grazia di Dio … a tutte le genti avvolte nell’errore dell’infedeltà a cui potrai giungere con l’aiuto di Dio, con la persuasione della verità tu proclami il regno di Dio attraverso il nome di Cristo Signore e Dio nostro ». (30) Consacrato poi Vescovo dallo stesso Nostro predecessore per i suoi grandi meriti, dopo aver giurato obbedienza a lui e ai suoi successori, (31) fece questa solenne dichiarazione: «Io professo integralmente la purità della santa Fede Cattolica e con l’aiuto di Dio voglio restare nell’unità di questa Fede, nella quale senza alcun dubbio sta tutta la salvezza dei Cristiani». (32) – Questi attestati di obbedienza e di riverenza, come a san Gregorio II, li diede apertamente anche ai romani pontefici suoi successori, e ogni qualvolta se ne presentò l’occasione li affermò apertamente. (33) Così, per esempio, scrisse al Nostro predecessore san Zaccaria, appena avuta notizia della sua elevazione al Pontificato: «Non potevamo ricevere notizia per noi più lieta e felice; levando le mani al cielo rendiamo grazie a Dio perché l’altissimo Signore ha concesso alla Vostra mitezza, Padre santo, di presiedere ai sacri canoni e di prendere il timone della Sede Apostolica. Perciò prostrati umilmente in ginocchio ai vostri piedi vi preghiamo caldamente affinché, come fummo servi devoti e sudditi fedeli del vostro predecessore per l’autorità di san Pietro, così meritiamo di essere servi obbedienti alla vostra pietà a norma del diritto canonico. Io non cesso mai d’invitare e di sottoporre all’obbedienza della Sede apostolica coloro che vogliono restare nella Fede Cattolica e nell’unità della Chiesa Romana e tutti coloro che in questa mia missione Dio mi dà come uditori e discepoli». (34) – Negli ultimi anni della sua vita, ormai vecchio e affranto dalle fatiche, così scrive devotamente a Stefano III, appena eletto Sommo Pontefice: «Dall’intimo del mio animo rivolgo calda preghiera alla mite Santità vostra, affinché io meriti di impetrare e ottenere dalla vostra clemenza familiarità e unità con la santa Sede Apostolica e, prestando servizio come pio discepolo alla vostra sede apostolica, possa continuare a essere vostro servo fedele e devoto allo stesso modo con cui ho servito la Sede Apostolica sotto i tre vostri predecessori». (35) Ben a ragione perciò il Nostro predecessore di f. m. Benedetto XV, nel dodicesimo centenario della legazione apostolica iniziata da questo glorioso martire presso i germani, scriveva ai Vescovi di detta nazione: « Mosso da questa salda fede e infiammato da siffatta pietà e carità, Bonifacio mantenne costantemente quella fedeltà e unione con la Sede Apostolica che aveva attinta dapprima in patria nell’esercizio della vita monastica, che poi sul punto d’iniziare il pubblico agone del suo apostolato, a Roma, sulla tomba di san Pietro Principe degli Apostoli, aveva solennemente giurato, e che infine in mezzo alle lotte e ai combattimenti aveva proclamato quale caratteristica del suo apostolato e regola della missione che aveva accettata; non solo, ma anche a tutti coloro che aveva conquistati all’Evangelo non cessò mai di raccomandarla caldamente e di inculcarla con tanta sollecitudine, da lasciarla quasi come suo testamento ». (36) – Questo modo di agire di san Bonifacio, dal quale appare fulgida la sua fedeltà verso i Romani Pontefici, fu sempre fedelmente seguìto, come voi sapete, venerabili fratelli, da tutti coloro che ebbero ben presente essere stato posto dal divin Redentore il Principe degli Apostoli come salda pietra, sulla quale sorge l’intero edificio della Chiesa, che resterà fino alla fine dei secoli; e a lui essere state date le chiavi del Regno dei cieli e il potere di legare e di sciogliere (cf. Mt XVI, 18-19). Coloro che ricusano questa pietra e si sforzano di costruire fuori di essa non fanno che gettare sulla mobile rena i fondamenti di un edificio barcollante; e i loro sforzi, le loro opere e imprese, come tutte le cose umane, non possono essere solide, né valide, né stabili; ma, come insegna la storia antica e recente, per le opinioni di menti discordi e le varie vicende degli eventi, quasi per necessità con l’andar del tempo si mutano e si trasformano. – Perciò stimiamo assai opportuno che in questa celebrazione giubilare si ponga nella sua piena luce, sotto la vostra guida, la strettissima unione di questo insigne martire con l’Apostolica Sede, come pure le sue grandi imprese; ciò infatti, mentre confermerà la fede e la fedeltà di coloro che aderiscono al magistero ineffabile del romano pontefice, così non potrà non scuotere salutarmente per una più profonda riflessione anche coloro che per qualsiasi motivo sono separati dai successori di san Pietro, in modo da incamminarsi a ragion veduta e animosamente, sotto l’impulso della grazia di Dio, per quella via che felicemente li riporti all’unità della chiesa. Questo è il Nostro vivo desiderio; questo domandiamo con supplici preghiere al Datore dei doni celesti, affinché si avveri finalmente l’ardente voto di tutti i buoni, che tutti cioè siano una sola cosa (cf. Gv XVII,11) e tutti convergano all’unità dell’ovìle sotto la guida di un unico Pastore (cf. Gv XXI,15.16.17). – Un altro insegnamento ancora, venerabili fratelli, ci viene dalla vita di san Bonifacio, che abbiamo in breve riassunta. Nel piedistallo della statua eretta nel 1842 nel monastero di Fulda, che rappresenta l’immagine dell’apostolo della Germania, i visitatori leggono questa frase: « La parola del Signore rimane eternamente » (1 Pt 1, 25). Non si poteva porre una scritta più significativa e più vera. Dodici secoli, l’un dopo l’altro, sono trascorsi; diverse trasmigrazioni di popoli si sono avute dall’una all’altra parte; ci sono state tante vicende e si sono susseguite tante orrende guerre; scismi e eresie hanno tentato e tentano di lacerare l’inconsutile veste della Chiesa; prepotenti imperi e dittature di uomini che sembravano non aver paura di nulla all’improvviso sono crollati; varie dottrine filosofiche che si sforzano di toccare la vetta del sapere, nel corso dei tempi si avvicendano, prendendo spesso l’apparenza di una nuova verità. Ma la parola che Bonifacio predicò alle genti di Germania, di Gallia e di Frisia, essendo parola di Colui che rimane in eterno, vigoreggia anche nella nostra età e per tutti coloro che volentieri l’abbracciano essa è via, verità e vita (cf. Gv XIV,6). Certo non mancano anche oggi coloro che la respingono, che tentano di inquinarla con fallaci errori o che – calpestando la libertà che compete alla Chiesa e ai cittadini – si sforzano con menzogne, persecuzioni e vessazioni di sradicarla dagli animi e di distruggerla. Eppure, voi bene lo sapete, venerabili fratelli, questa astuzia non è nuova; fu già conosciuta fin dai primordi dell’èra cristiana; già lo stesso divin Redentore aveva in antecedenza ammonito i suoi Discepoli con queste parole: «Ricordatevi di quanto vi ho detto: non c’è servo maggiore del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi » (Gv 15,20). Tuttavia il nostro Redentore aggiunse a conforto queste parole: «Beati coloro che patiscono persecuzione per la giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,10). E ancora: «Beati siete se gli uomini vi malediranno e vi perseguiteranno e diranno di voi ogni male, mentendo, per causa mia; godete ed esultate, poiché la vostra ricompensa è abbondante nei cieli» (Mt V, 11-12). – Nessuna meraviglia, perciò, se anche oggi in alcuni luoghi si odia il nome cristiano, se in molte regioni la chiesa, nell’esplicare la missione divinamente ricevuta, è impedita in diversi modi e con diversi metodi, come pure se non pochi cattolici si lasciano ingannare da false dottrine e si mettono in grave pericolo di perdere l’eterna salute. A tutti noi dia forza e coraggio la promessa del divin Redentore: «Ecco io sono con voi per sempre fino alla consumazione dei secoli» (Mt XXVIII, 20); ci impetri forza dall’alto san Bonifacio, che per portare il regno di Gesù Cristo fra genti ostili non ricusò lunghi travagli, aspri cammini, né infine la morte stessa, alla quale anzi andò incontro con fortezza e con fiducia, versando il suo sangue. – Egli ottenga da Dio con tutto il suo patrocinio tali invitta fortezza d’animo soprattutto per coloro che oggi si trovano in angosciosa situazione per le azioni ostili dei nemici di Dio; e ancora richiami tutti a quella unità della Chiesa che fu sua costante norma di vita e d’azione, il fervido desiderio che lo sostenne per tutto il corso della sua vita nella solerte e diligente fatica. – Questo Noi domandiamo a Dio con supplice preghiera, mentre a voi tutti, venerabili fratelli, e ai singoli greggi affidati alle vostre cure impartiamo di cuore l’apostolica benedizione, che sia auspicio dei doni celesti e pegno della Nostra paterna benevolenza.

Roma, presso San Pietro, il 5 di giugno, nella festività di san Bonifacio vescovo e martire, l’anno 1954, XVI del Nostro pontificato.

PIO XII 


(1) PIUS PP. XII, Epist. enc. Ecclesiae fastos duodecimo exeunte saeculo a piissimo s. Bonifatii episcopi et martyris obitu, [Ad venerabiles Fratres Britanniae, Germaniae, Austriae, Galliae, Belgicae et Hollandiae Archiepiscopos, Episcopos aliosque locorum Ordinarios, pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes], 5 iunii 1954: AAS 46(1954), pp. 337-356.

I. Appunti biografici su s. Bonifacio, vescovo, apostolo della Germania; Cenobi da lui fondati; Monastero di Fulda; Martire per l’evangelo. – II. Testimone della carità; Zelo per il regno di Cristo; Uomo di preghiera; Attaccamento e fedeltà alla sede apostolica romana; Apostolo della parola di Dio. 

(2) Vita S. Bonifatii, auctore Willibaldo, ed. Levison, Hannoveræ et Lipsiæ 1905, p. 21. 

(3) Ibidem.

(4) Vita S. Bonifatii, auctore Otloho, ed. Levison, lib. I, p. 127.

(5) S. Bonifatii Epistolae, ed. Tangl, Berolini 1916, Epist. 28, p. 49.

(6) Cf. ibidem, Epist. 51, 57, 58, 60, 68, 77, 80, 86, 87, 89.

(7) Ibidem, Epist. 108, pp. 233-234. 

(8) Ibidem, Epist. 73, p. 150.

(9) Vita S. Bonifatii, auctore Otloho, v. Levison, lib. I, p. 157.

(10) Ibidem, p. 158.

(11) S. Bonifatii Epistolae, ed. Tangl, Epist. 86, pp. 193-194.

(12) Cf. ibidem, Epist. 41, p.66.

(13) Cf. ibidem, Epist. 61, pp. 125-126. 

(14) Vita S. Bonifatii, auctore Willibaldo, ed. Levison, p. 40.

(15) Cf. SIRMOND, Concilia antiqua Galliae, Parisiis 1629, t. I, p. 511.

(16) Cf. S. Bonifatii Epistolae, ed. Tangl, Epist. 28, pp. 49-52.

(17) Cf. ibidem, Epist. 57, pp. 104-105; et Epist. 59, p. 109.

(18) Cf. ibidem, Epist. 78, p. 163.

(19) Vita S. Bonifatii, auctore Willibaldo, ed. Levison, p. 46.

(20) Ibidem.

(21) Ibidem, p. 47.

(22) Ibidem pp. 49-50.

(23) Cf. ibidem, p. 50; et Vita S. Bonifatii, auctore Otloho, ed. Levison, lib. II, p. 21.

(24) Vita S. Bonifatii, auctore Radbodo, ed. Levison, p 73.

(25) Vita S. Bonifatii, auctore Willibaldo, ed. Levison, p 54.

(26) S. Bonifatii Epistolae, ed. Tangl, Epist. 111, p. 240.

(27) Cf. Epistolae Lupi Servati, ed. Levillain, t. I, Parisiis 1927, Epist. 5, p. 42.

(28) Cf. S. Bonifatii Epistolae, ed. Tangl, Epist. 86, pp. 189-191.

(29) Ibidem, Epist. 67, pp. 139-140.

(30) Ibidem, Epist. 12, pp. 17-18.

(31) Cf. ibidem, pp. 28-29.

(32) Cf. ibidem, p. 29.

(33) Cf. Vita S. Bonifatii, auctore Willibaldo, ed. Levison, p. 25 et pp. 27-28; S. Bonifatii Epistolae, ed. Tangl, Epist. 67, pp.139-140; Epist. 59, pp.110-112; Epist. 86, pp. 191-194; Epist. 108, pp. 233-234.

(34) S. Bonifatii Epistolae, ed. Tangl, Epist. 50, p. 81.

(35) Ibidem, Epist. 108, pp. 233-234.(36) Epist. enc. In hac tanta: AAS 11(119), pp. 216-217; EE 4/442

Messa della DOMENICA DI CRISTO RE (2019)

Messa per la festa di CRISTO RE (2019)

DÒMINE Iesu Christe, te confiteor Regem universàlem. Omnia, quæ facta sunt, prò te sunt creata. Omnia iura tua exérce in me. Rénovo vota Baptismi abrenùntians sàtanæ eiùsque pompis et opéribus et promitto me victùrum ut bonum christiànum. Ac, potissimum me óbligo operàri quantum in me est, ut triùmphent Dei iura tuæque Ecclèsiæ. Divinum Cor Iesu, óffero tibi actiones meas ténues ad obtinéndum, ut corda omnia agnóscant tuam sacram Regalitàtem et ita tuæ pacis regnum stabiliàtur in toto terràrum orbe. Amen.

DOMENICA In festo Domino nostro Jesu Christi Regis ~ I. classis

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Apoc V: 12; 1:6
Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem, et divinitátem, et sapiéntiam, et fortitúdinem, et honórem. Ipsi glória et impérium in sǽcula sæculórum.[L’Agnello che fu sacrificato è degno di ricevere potenza, ricchezza, sapienza, forza, onore, gloria e lode; a Lui sia per sempre data gloria e impero, per …]
Ps LXXI: 1
Deus, iudícium tuum Regi da: et iustítiam tuam Fílio Regis.
[Dio, da al Re il tuo giudizio, ed al Figlio del Re la tua giustizia] –


Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem, et divinitátem, et sapiéntiam, et fortitúdinem, et honórem. Ipsi glória et impérium in sǽcula sæculórum…
[L’Agnello che fu sacrificato è degno di ricevere potenza, ricchezza, sapienza. Forza, onore, gloria e lode; a Lui sia per sempre data gloria e impero, per …]

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui in dilécto Fílio tuo, universórum Rege, ómnia instauráre voluísti: concéde propítius; ut cunctæ famíliæ géntium, peccáti vúlnere disgregátæ, eius suavissímo subdántur império: Qui tecum … [Dio onnipotente ed eterno, che ponesti al vertice di tutte le cose il tuo diletto Figlio, Re dell’universo, concedi propizio che la grande famiglia delle nazioni, disgregata per la ferita del peccato, si sottometta al tuo soavissimo impero: Egli che …].

Commemoratio Dominica XX Post Pentecosten V. Octobris

Orémus.

Largíre, quǽsumus, Dómine, fidélibus tuis indulgéntiam placátus et pacem: ut páriter ab ómnibus mundéntur offénsis, et secúra tibi mente desérviant. [Largisci placato, Te ne preghiamo, o Signore, il perdono e la pace ai tuoi fedeli: affinché siano mondati da tutti i peccati e Ti servano con tranquilla coscienza].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col 1: 12-20
Fratres: Grátias ágimus Deo Patri, qui dignos nos fecit in partem sortis sanctórum in lúmine: qui erípuit nos de potestáte tenebrárum, et tránstulit in regnum Fílii dilectiónis suæ, in quo habémus redemptiónem per sánguinem ejus, remissiónem peccatórum: qui est imágo Dei invisíbilis, primogénitus omnis creatúra: quóniam in ipso cóndita sunt univérsa in cœlis et in terra, visibília et invisibília, sive Throni, sive Dominatiónes, sive Principátus, sive Potestátes: ómnia per ipsum, et in ipso creáta sunt: et ipse est ante omnes, et ómnia in ipso constant. Et ipse est caput córporis Ecclésiæ, qui est princípium, primogénitus ex mórtuis: ut sit in ómnibus ipse primátum tenens; quia in ipso complácuit omnem plenitúdinem inhabitáre; et per eum reconciliáre ómnia in ipsum, pacíficans per sánguinem crucis ejus, sive quæ in terris, sive quæ in cœlis sunt, in Christo Jesu Dómino nostro.

[Fratelli, ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di Lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.]

Graduale

Ps LXXI: 8; LXXVIII: 11
Dominábitur a mari usque ad mare, et a flúmine usque ad términos orbis terrárum. [
Egli dominerà da un mare all’altro, dal fiume fino all’estremità della terra]

V. Et adorábunt eum omnes reges terræ: omnes gentes sérvient ei. [Tutti i re Gli si prosteranno dinanzi, tutte le genti Lo serviranno].

Alleluja

Allelúja, allelúja.
Dan VII : 14.
Potéstas ejus, potéstas ætérna, quæ non auferétur: et regnum ejus, quod non corrumpétur. Allelúja. [
La potestà di Lui è potestà eterna che non Gli sarà tolta e il suo regno è incorruttibile]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem. – Joann XVIII: 33-37
In illo témpore: Dixit Pilátus ad Jesum: Tu es Rex Judæórum? Respóndit Jesus: A temetípso hoc dicis, an álii dixérunt tibi de me? Respóndit Pilátus: Numquid ego Judǽus sum? Gens tua et pontífices tradidérunt te mihi: quid fecísti? Respóndit Jesus: Regnum meum non est de hoc mundo. Si ex hoc mundo esset regnum meum, minístri mei útique decertárent, ut non tráderer Judǽis: nunc autem regnum meum non est hinc. Dixit ítaque ei Pilátus: Ergo Rex es tu? Respóndit Jesus: Tu dicis, quia Rex sum ego. Ego in hoc natus sum et ad hoc veni in mundum, ut testimónium perhíbeam veritáti: omnis, qui est ex veritáte, audit vocem meam.

[In quel tempo, disse Pilato a Gesù: “Tu sei il re dei Giudei?”. Gesù rispose: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?”. Pilato rispose: “Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?”. Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”.  Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”].

OMELIA

[Giov. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle Feste del Signore e dei Santi – Soc. Edit. Vita e Pesiero, Milano, VI ed. 1956]

II

CRISTO RE DEI CUORI

Il vecchio Giacobbe, presagendo imminente la sua fine, chiama dattorno i suoi dodici figliuoli. Non era giusto che portasse con sé nel secreto della tomba la gran promessa che Dio gli aveva fatto. Per ciò, prima di morire sentì il bisogno di confidarla ai figli e parlò loro con accento profetico : « Venite e ascoltate, figliuoli di Giacobbe; ascoltate vostro padre ». E dopo aver predetto ad alcuni il proprio avvenire, si rivolse a Giuda: «Giuda, mio piccolo leone! tu regnerai sopra i tuoi fratelli, e la tua mano premerà la cervice dei tuoi nemici. Regnerai; ma fin quando verrà colui che deve venire. Tutte le genti lo aspetteranno, allora; sarà di una bellezza sovrumana; avrà gli occhi più fulvi del vino e i denti più bianchi del latte. Giuda, tu gli cederai il tuo scettro e il tuo impero » (Genesi, XLIX). – I dodici capi delle dodici tribù, con gli occhi aperti, sognavano il gran re, che sarebbe venuto, ed il loro cuore balzava, attraverso i secoli, incontro a Lui. Da Giacobbe, tutti i patriarchi prima di morire chiamavano i figli e i nipoti per richiamare in loro la speranza del re venturo, poi in pace chiudevano gli occhi nella morte. E Noè benedirà Sem perché nei suoi padiglioni nascerà il gran re. E Mosè dirà al popolo di non piangere per la sua morte, perché verrà un condottiero, più grande di lui. Quando i tempi furono maturi, quando tutte le generazioni erano in attesa, il gran re venne: Gesù Cristo. Ma i Giudei lo rifiutarono e lo condussero davanti a Pilato, che gli disse: « Sei tu il re dei Giudei? » Risponde Gesù : « Lo dici da te, o perché altri te l’ha suggerito? » Risponde Pilato: « Forse ch’io son Giudeo? È la tua gente, sono i tuoi sacerdoti che ti hanno trascinato a me: che hai fatto? ». Risponde Gesù: « Il mio regno non è di questo mondo. Se fosse di questo mondo, vedresti come i miei sudditi, con le armi, mi strapperebbero dalle mani dei Giudei. Ma il mio regno non è di quaggiù ». Allora Pilato gli domanda: « Dunque, tu sei Re? Risponde Gesù: « Tu lo dici: io lo sono ». – Fu un urlo brutale che salì dalla folla aizzata: « Non sappiamo che farne di questo re. Vogliamo Barabba ». Gesù Cristo allora patì il più acerbo dei suoi dolori, e la più bassa delle sue ingiurie: il re era tra i suoi sudditi, e i sudditi non lo volevano. In propria venit et sui eum non receperunt (Giov., I , 11). Ma oggi i popoli hanno compreso lo sbaglio fatale di quel branco di Giudei. È passata la guerra che ci ha fatto piangere e sanguinare tanto, ed ognuno ha sentito il bisogno di un re, che non ha regno nelle ingiustizie e nelle iniquità di questo mondo, di un re che comprenda i nostri dolori e le nostre aspirazioni e ci voglia bene, di un re di pace. Princeps pacis (Isaia). E tutti i popoli nell’anno santo andarono a Roma dal Papa a contare i propri bisogni, e passando sotto al Vaticano, tutti gridavano la parola di S. Paolo: « Questo abbiam bisogno; che Egli regni ». Pio XI comprese; e nella sua enciclica, dell’11 dicembre 1925 impose che si facesse una festa a Cristo Re, ogni anno, all’ultima Domenica di Ottobre, e tutti consacrassero il proprio cuore a Lui. Cristo è Re, e Re dei cuori!

« O popoli, battete le mani; tutti! Cantate un canto di gioia. Il Signore altissimo, il Signore terribile, il Re grande su tutta la terra finalmente regna ». (Salm., XLVI, 1-3). –

1. CRISTO È RE

Davide vide il Messia seduto sopra un trono di maestà e di gloria nell’atto d’umiliare la baldanza sciocca dei suoi nemici; e l’udì pronunciare queste parole: «Io sono stato costituito re da Dio. Il Signore mi ha detto: tu sei il figlio mio: oggi ti ho generato. Domandalo, e ti darò in eredità le genti e in possesso i confini di tutta la terra » (Salm., II). – Se Dio stesso l’ha creato re, chi oserà contestargli la dignità regia? Cristo è re perché ne ha tutti i diritti: di nascita e di conquista. È re perché lo hanno proclamato i profeti, e lo proclamano oggi tutti i popoli del mondo.

Re per diritto di nascita. — Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo: due nature in una persona. Come Dio è figlio di Dio e possiede tutto quello che Dio possiede. Per ciò è padrone di tutte le cose e regna dall’uno all’altro mare. Dominabitur a mari usque ad mare. (Ps., LXXI, 8). Anzi non solo è re, ma il Re dei re, per il quale soltanto i re possono regnare; perché ogni potestà viene da Lui. Come uomo, Gesù è figlio di re e discende direttamente da Davide. Ecco perché l’Arcangelo nell’Annunciazione dirà alla Vergine : « Il Signore lo porrà sul trono di Davide, padre suo » (Lc., I, 32).

Re per diritto di conquista. — Il peccato d’origine ci aveva resi schiavi e figli della maledizione: Gesù Cristo ci ha conquistati, tutti, non sborsando oro e argento come un vile mercenario, ma tutto il suo sangue, generosamente come non saprebbe il più coraggioso dei re (1 Petr., I , 18).

Re per diritto di proclamazione. — I patriarchi, i profeti, i re lo proclamano. Isaia dice che nascerà bambino, che gli porranno sulle spalle l’imperio, e sarà un imperio di pace (IX, 6-7). E Davide canta che ai piedi di questo re si prostreranno gli Etiopi, e i suoi nemici davanti a lui lambiranno la polvere. I re di Tarso e gli abitanti dell’isola gli offriranno doni; i monarchi degli Arabi e di Saba gli faranno offerte. Tutti i re della terra lo adoreranno; tutti i popoli della terra si metteranno sotto il suo impero (Salm. LXXII). Oggi la magnifica profezia si è avverata: in quest’ultima domenica di ottobre, di qua e di là dei mari, un coro unisono s’eleva: « Viva Cristo re ».

2. RE DEI CUORI

I Dori, con arma e con incendio, invadevano l’Attica. In fretta s’arruolarono uomini per arrestare l’invasore: e già gli eserciti erano schierati a battaglia. Narra la leggenda che sia gli Atticesi che i Dori consultarono l’oracolo sul risultato dell’impresa e n’ebbero in risposta che la vittoria sarebbe toccata a quella parte il cui re fosse morto in guerra. Re d’Attica era Codro. Costui fu preso da tanto amore per i suoi che si travestì da contadino, si insinuò nel campo nemico e si fece uccidere. Quando i Dori seppero che il re d’Attica era morto, si spaventarono e fuggirono urlando. – Codro è una favola; Gesù Cristo è una realtà. Egli ha dato la sua vita per noi. E perché potesse morire per la nostra salute, da Dio si è travestito da vero uomo, si è cacciato in mezzo ai suoi nemici, che l’hanno messo in croce. Ma la sua morte fu la vittoria: il demonio vinto ritornò nell’inferno. Ma che re può essere quello che dà la vita per i suoi, se non un re d’amore? Cristo allora è re d’amore; re dei cuori. Osservate. Quando Gesù venne al mondo fu posto in una greppia vicino a due animali. Pure si capi’ che era un re. Una gran luce attraversò il cielo nel cuor della notte, gli Angeli cantarono, occorsero i pastori, accorsero tre re. Una bella occasione per cominciare il suo regno, se Gesù avesse voluto regnare con soldati e con oro. Ma re di questo mondo, Cristo non ha voluto esserlo: e lasciò tornare, per un’altra via i re magi. Quando Gesù nel deserto moltiplicò i pani e sfamò migliaia di persone, tutto il popolo delirante d’entusiasmo per la sua persona lo proclamava re. Bella occasione se avesse voluto regnare come un re dei corpi, che sa nutrirli prodigiosamente. Ma re dei corpi, Cristo non ha voluto esserlo; e fuggì a nascondersi in mezzo alle montagne. Quando Gesù fu mostrato al popolo dal litostrato di Pilato aveva in testa una corona, ma di spine; aveva sulle spalle e sul petto la porpora, di sangue suo; stringeva nelle mani lo scettro, ma di canna. Pilato gridò al popolo : « Ecco il vostro Re». Ecce rex vester (Giov., XIX, 14). Il popolo ghignava. Bella occasione di far piovere fuoco e zolfo, di soffocare eternamente quegli uomini crudeli. Ma re di terrore di strage, Cristo non ha voluto esserlo, mai. Cristo è Re, e Re del cuore. Eccolo in trono: sulla croce. In alto in diverse lingue sta scritta la sua dignità, re dei Giudei. Porta la corona di spine, la porpora di sangue, decorazioni di piaghe atroci. Un soldato, con la lancia gli trapassa il petto, gli mostra il cuore. Ora veramente è re. Dominus regnavit a ligno. – Guardiamolo, Cristiani, il nostro Re sopra quel legno! Dal suo lato perforato esce un grido regale: « Figlio, dammi il tuo cuore! ».

CONCLUSIONE

So di un’anima, di una giovane anima che, durante la persecuzione messicana del 1927, gli ha risposto: «Sì, Cristo re, il mio cuore te lo do ». Il suo nome, che bisogna dire con venerazione come quello dei martiri, è Juan Sanchez dello stato di Ialisco nel Messico. Ricco e nobile di famiglia, più ricco e più nobile per sentimenti cattolici, fu arrestato dai legionari di Calles. Pretendevano che apostatasse. Pubblicamente gli fu imposto di rinunciare alla Religione; egli rispose: «Viva Cristo Re». Il martirio fu cruento e degno dei carnefici, i quali cominciarono a tagliargli un orecchio poi l’altro e quindi ad amputargli le gambe. Ma benché immerso nel suo sangue non cessava d’acclamare a Cristo Re. – Con un vero furore satanico i carnefici gli squarciarono la gola: ma dalla gola squarciata insieme al gorgoglio del sangue usciva un rantolo: «Viva Cristo Re!». Non potevano farlo tacere, e gli strapparono la lingua. E fu finita («Civiltà Catt. » 16 luglio 1927). – Appena compiuto il truce misfatto la folla si precipitava sulla salma martoriata per intingere in quel sangue i pannolini; né minacce, né colpi, né scoppi valsero a trattenerla. – Poveri barbari che strappate le lingue! Se anche le lingue tacessero, lo griderebbero le pietre. Anzi, e meglio, voi stessi lo griderete, in un giorno non lontano: « Galileo, hai vinto! ». E noi preghiamo perché Cristo Re li vinca nella forza del suo amore e non in quella della sua vendetta.

[Lettera Enciclica “Quas primas” di S. S. Pio XI]

Nella prima Enciclica che, asceso al Pontificato, dirigemmo a tutti i Vescovi dell’Orbe cattolico — mentre indagavamo le cause precipue di quelle calamità da cui vedevamo oppresso e angustiato il genere umano — ricordiamo d’aver chiaramente espresso non solo che tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perché la maggior parte degli uomini avevano allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società, ma altresì che mai poteva esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni avessero negato e da loro rigettato l’impero di Cristo Salvatore. – Pertanto, come ammonimmo che era necessario ricercare la pace di Cristo nel Regno di Cristo, così annunziammo che avremmo fatto a questo fine quanto Ci era possibile; nel Regno di Cristo — diciamo — poiché Ci sembrava che non si possa più efficacemente tendere al ripristino e al rafforzamento della pace, che mediante la restaurazione del Regno di Nostro Signore. – Frattanto il sorgere e il pronto ravvivarsi di un benevolo movimento dei popoli verso Cristo e la sua Chiesa, che sola può recar salute, Ci forniva non dubbia speranza di tempi migliori; movimento tal quale s’intravedeva che molti i quali avevano disprezzato il Regno di Cristo e si erano quasi resi esuli dalla Casa del Padre, si preparavano e quasi s’affrettavano a riprendere le vie dell’obbedienza.

L’Anno Santo e il Regno di Cristo

E tutto quello che accadde e si fece, nel corso di questo Anno Santo, degno certo di perpetua memoria, forse non accrebbe l’onore e la gloria al divino Fondatore della Chiesa, nostro supremo Re e Signore? – Infatti, la Mostra Missionaria Vaticana quanto non colpì la mente e il cuore degli uomini, sia facendo conoscere il diuturno lavoro della Chiesa per la maggiore dilatazione del Regno del suo Sposo nei continenti e nelle più lontane isole dell’Oceano; sia il grande numero di regioni conquistate al cattolicesimo col sudore e col sangue dai fortissimi e invitti Missionari; sia infine col far conoscere quante vaste regioni vi siano ancora da sottomettere al soave e salutare impero del nostro Re. E quelle moltitudini che, durante questo Anno giubilare, vennero da ogni parte della terra nella città santa, sotto la guida dei loro Vescovi e sacerdoti, che altro avevano in cuore, purificate le loro anime, se non proclamarsi presso il sepolcro degli Apostoli, davanti a Noi, sudditi fedeli di Cristo per il presente e per il futuro? – E questo Regno di Cristo sembrò quasi pervaso di nuova luce allorquando Noi, provata l’eroica virtù di sei Confessori e Vergini, li elevammo agli onori degli altari. E qual gioia e qual conforto provammo nell’animo quando, nello splendore della Basilica Vaticana, promulgato il decreto solenne, una moltitudine sterminata di popolo, innalzando il cantico di ringraziamento esclamò: Tu Rex gloriæ, Christe!  – Poiché, mentre gli uomini e le Nazioni, lontani da Dio, per l’odio vicendevole e per le discordie intestine si avviano alla rovina ed alla morte, la Chiesa di Dio, continuando a porgere al genere umano il cibo della vita spirituale, crea e forma generazioni di santi e di sante a Gesù Cristo, il quale non cessa di chiamare alla beatitudine del Regno celeste coloro che ebbe sudditi fedeli e obbedienti nel regno terreno. – Inoltre, ricorrendo, durante l’Anno Giubilare, il sedicesimo secolo dalla celebrazione del Concilio di Nicea, volemmo che l’avvenimento centenario fosse commemorato, e Noi stessi lo commemorammo nella Basilica Vaticana tanto più volentieri in quanto quel Sacro Sinodo definì e propose come dogma la consustanzialità dell’Unigenito col Padre, e nello stesso tempo, inserendo nel simbolo la formula «il regno del quale non avrà mai fine», proclamò la dignità regale di Cristo. – Avendo, dunque, quest’Anno Santo concorso non in uno ma in più modi ad illustrare il Regno di Cristo, Ci sembra che faremo cosa quanto mai consentanea al Nostro ufficio apostolico, se, assecondando le preghiere di moltissimi Cardinali, Vescovi e fedeli fatte a Noi sia individualmente, sia collettivamente, chiuderemo questo stesso Anno coll’introdurre nella sacra Liturgia una festa speciale di Gesù Cristo Re. – Questa cosa Ci reca tanta gioia che Ci spinge, Venerabili Fratelli, a farvene parola; voi poi, procurerete di adattare ciò che Noi diremo intorno al culto di Gesù Cristo Re, all’intelligenza del popolo e di spiegarne il senso in modo che da questa annua solennità ne derivino sempre copiosi frutti.

Gesù Cristo è Re

Gesù Cristo Re delle menti, delle volontà e dei cuori

Da gran tempo si è usato comunemente di chiamare Cristo con l’appellativo di Re per il sommo grado di eccellenza, che ha in modo sovreminente fra tutte le cose create. In tal modo, infatti, si dice che Egli regna nelle menti degli uomini non solo per l’altezza del suo pensiero e per la vastità della sua scienza, ma anche perché Egli è Verità ed è necessario che gli uomini attingano e ricevano con obbedienza da Lui la verità; similmente nelle volontà degli uomini, sia perché in Lui alla santità della volontà divina risponde la perfetta integrità e sottomissione della volontà umana, sia perché con le sue ispirazioni influisce sulla libera volontà nostra in modo da infiammarci verso le più nobili cose. Infine Cristo è riconosciuto Re dei cuori per quella sua carità che sorpassa ogni comprensione umana (Supereminentem scientiæ caritatem) e per le attrattive della sua mansuetudine e benignità: nessuno infatti degli uomini fu mai tanto amato e mai lo sarà in avvenire quanto Gesù Cristo. Ma per entrare in argomento, tutti debbono riconoscere che è necessario rivendicare a Cristo Uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di Re; infatti soltanto in quanto è Uomo si può dire che abbia ricevuto dal Padre la potestà, l’onore e il regno, perché come Verbo di Dio, essendo della stessa sostanza del Padre, non può non avere in comune con il Padre ciò che è proprio della divinità, e per conseguenza Egli su tutte le cose create ha il sommo e assolutissimo impero.

La Regalità di Cristo nei libri dell’Antico Testamento.

E non leggiamo infatti spesso nelle Sacre Scritture che Cristo è Re ? Egli invero è chiamato il Principe che deve sorgere da Giacobbe,, eche dal Padre è costituito Re sopra il Monte santo di Sion, che riceverà le genti in eredità e avrà in possesso i confini della terra. Il salmo nuziale, col quale sotto l’immagine di un re ricchissimo e potentissimo viene preconizzato il futuro Re d’Israele, ha queste parole: «II tuo trono, o Dio, sta per sempre, in eterno: scettro di rettitudine è il tuo scettro reale». – E per tralasciare molte altre testimonianze consimili, in un altro luogo per lumeggiare più chiaramente i caratteri del Cristo, si preannunzia che il suo Regno sarà senza confini ed arricchito coi doni della giustizia e della pace: «Fiorirà ai suoi giorni la Giustizia e somma pace… Dominerà da un mare all’altro, e dal fiume fino alla estremità della terra». A questa testimonianza si aggiungono in modo più ampio gli oracoli dei Profeti e anzitutto quello notissimo di Isaia: «Ci è nato un bimbo, ci fu dato un figlio: e il principato è stato posto sulle sue spalle e sarà chiamato col nome di Ammirabile, Consigliere, Dio forte, Padre del secolo venturo, Principe della pace. Il suo impero crescerà, e la pace non avrà più fine. Sederà sul trono di Davide e sopra il suo regno, per stabilirlo e consolidarlo nel giudizio e nella giustizia, da ora ed in perpetuo». E gli altri Profeti non discordano da Isaia: così Geremia, quando predice che nascerà dalla stirpe di Davide il “Rampollo giusto” che qual figlio di Davide «regnerà e sarà sapiente e farà valere il diritto e la giustizia sulla terra»; così Daniele che preannunzia la costituzione di un regno da parte del Re del cielo, regno che «non sarà mai in eterno distrutto… ed esso durerà in eterno» e continua: «Io stavo ancora assorto nella visione notturna, quand’ecco venire in mezzo alle nuvole del cielo uno con le sembianze del figlio dell’uomo che si avanzò fino al Vegliardo dai giorni antichi, e davanti a lui fu presentato. E questi gli conferì la potestà, l’onore e il regno; tutti i popoli, le tribù e le lingue serviranno a lui; la sua potestà sarà una potestà eterna che non gli sarà mai tolta, e il suo regno, un regno che non sarà mai distrutto». E gli scrittori dei santi Vangeli non accettano e riconoscono come avvenuto quanto è predetto da Zaccaria intorno al Re mansueto il quale «cavalcando sopra un’asina col suo piccolo asinello» era per entrare in Gerusalemme, qual giusto e salvatore fra le acclamazioni delle turbe?

Gesù Cristo si è proclamato Re

Del resto questa dottrina intorno a Cristo Re, che abbiamo sommariamente attinto dai libri del Vecchio Testamento, non solo non viene meno nelle pagine del Nuovo, ma anzi vi è confermata in modo splendido e magnifico. E qui, appena accennando all’annunzio dell’arcangelo da cui la Vergine viene avvisata che doveva partorire un figlio, al quale Iddio avrebbe dato la sede di David, suo padre, e che avrebbe regnato nella Casa di Giacobbe in eterno e che il suo Regno non avrebbe avuto fine  vediamo che Cristo stesso dà testimonianza del suo impero: infatti, sia nel suo ultimo discorso alle turbe, quando parla dei premi e delle pene, riservate in perpetuo ai giusti e ai dannati; sia quando risponde al Preside romano che pubblicamente gli chiedeva se fosse Re, sia quando risorto affida agli Apostoli l’ufficio di ammaestrare e battezzare tutte le genti, colta l’opportuna occasione, si attribuì il nome di Re, e pubblicamente confermò di essere Re  e annunziò solennemente a Lui era stato dato ogni potere in cielo e in terra. E con queste parole che altro si vuol significare se non la grandezza della potestà e l’estensione immensa del suo Regno? – Non può dunque sorprenderci se Colui che è detto da Giovanni «Principe dei Re della terra», porti, come apparve all’Apostolo nella visione apocalittica «scritto sulla sua veste e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti». Da quando l’eterno Padre costituì Cristo erede universale, è necessario che Egli regni finché riduca, alla fine dei secoli, ai piedi del trono di Dio tutti i suoi nemici. – Da questa dottrina dei sacri libri venne per conseguenza che la Chiesa, regno di Cristo sulla terra, destinato naturalmente ad estendersi a tutti gli uomini e a tutte le nazioni, salutò e proclamò nel ciclo annuo della Liturgia il suo autore e fondatore quale Signore sovrano e Re dei re, moltiplicando le forme della sua affettuosa venerazione. Essa usa questi titoli di onore esprimenti nella bella varietà delle parole lo stesso concetto; come già li usò nell’antica salmodia e negli antichi Sacramentari, così oggi li usa nella pubblica ufficiatura e nell’immolazione dell’Ostia immacolata. In questa laude perenne a Cristo Re, facilmente si scorge la bella armonia fra il nostro e il rito orientale in guisa da render manifesto, anche in questo caso, che «le norme della preghiera fissano i principi della fede». Ben a proposito Cirillo Alessandrino, a mostrare il fondamento di questa dignità e di questo potere, avverte che «egli ottiene, per dirla brevemente, la potestà su tutte le creature, non carpita con la violenza né da altri ricevuta, ma la possiede per propria natura ed essenza»; cioè il principato di Cristo si fonda su quella unione mirabile che è chiamata unione ipostatica. Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cioè che per il solo fatto dell’unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature. – Eppure che cosa più soave e bella che il pensare che Cristo regna su di noi non solamente per diritto di natura, ma anche per diritto di conquista, in forza della Redenzione? Volesse Iddio che gli uomini immemori ricordassero quanto noi siamo costati al nostro Salvatore: «Non a prezzo di cose corruttibili, di oro o d’argento siete stati riscattati… ma dal Sangue prezioso di Cristo, come di agnello immacolato e incontaminato». Non siamo dunque più nostri perché Cristo ci ha ricomprati col più alto prezzo: i nostri stessi corpi sono membra di Cristo.

Natura e valore del Regno di Cristo

Volendo ora esprimere la natura e il valore di questo principato, accenniamo brevemente che esso consta di una triplice potestà, la quale se venisse a mancare, non si avrebbe più il concetto d’un vero e proprio principato. – Le testimonianze attinte dalle Sacre Lettere circa l’impero universale del nostro Redentore, provano più che a sufficienza quanto abbiamo detto; ed è dogma di fede che Gesù Cristo è stato dato agli uomini quale Redentore in cui debbono riporre la loro fiducia, ed allo stesso tempo come legislatore a cui debbono obbedire. – I santi Evangeli non soltanto narrano come Gesù abbia promulgato delle leggi, ma lo presentano altresì nell’atto stesso di legiferare; e il divino Maestro afferma, in circostanze e con diverse espressioni, che chiunque osserverà i suoi comandamenti darà prova di amarlo e rimarrà nella sua carità . Lo stesso Gesù davanti ai Giudei, che lo accusavano di aver violato il sabato con l’aver ridonato la sanità al paralitico, afferma che a Lui fu dal Padre attribuita la potestà giudiziaria: «Il Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso al Figlio ogni giudizio». Nel che è compreso pure il diritto di premiare e punire gli uomini anche durante la loro vita, perché ciò non può disgiungersi da una propria forma di giudizio. Inoltre la potestà esecutiva si deve parimenti attribuire a Gesù Cristo, poiché è necessario che tutti obbediscano al suo comando, e nessuno può sfuggire ad esso e alle sanzioni da lui stabilite.

Regno principalmente spirituale

Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia sopra riferiti, e ce lo conferma Gesù Cristo stesso col suo modo di agire. – In varie occasioni, infatti, quando i Giudei e gli stessi Apostoli credevano per errore che il Messia avrebbe reso la libertà al popolo ed avrebbe ripristinato il regno di Israele, egli cercò di togliere e abbattere questa vana attesa e speranza; e così pure quando stava per essere proclamato Re dalla moltitudine che, presa di ammirazione, lo attorniava, Egli rifiutò questo titolo e questo onore, ritirandosi e nascondendosi nella solitudine; finalmente davanti al Preside romano annunciò che il suo Regno “non è di questo mondo”. – Questo Regno nei Vangeli viene presentato in tal modo che gli uomini debbano prepararsi ad entrarvi per mezzo della penitenza, e non possano entrarvi se non per la fede e per il Battesimo, il quale benché sia un rito esterno, significa però e produce la rigenerazione interiore. Questo Regno è opposto unicamente al regno di Satana e alla “potestà delle tenebre”, e richiede dai suoi sudditi non solo l’animo distaccato dalle ricchezze e dalle cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la loro croce. Avendo Cristo come Redentore costituita con il suo sangue la Chiesa, e come Sacerdote offrendo se stesso in perpetuo quale ostia di propiziazione per i peccati degli uomini, chi non vede che la regale dignità di Lui riveste il carattere spirituale dell’uno e dell’altro ufficio?

Regno universale e sociale

D’altra parte sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio. Tuttavia, finché fu sulla terra si astenne completamente dall’esercitare tale potere, e come una volta disprezzò il possesso e la cura delle cose umane, così permise e permette che i possessori debitamente se ne servano. A questo proposito ben si adattano queste parole: «Non toglie il trono terreno Colui che dona il regno eterno dei cieli». Pertanto il dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini, come affermano queste parole del Nostro Predecessore di immortale memoria  Leone XIII, che Noi qui facciamo Nostre: «L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni Ce li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo». – Né v’è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salute privata e pubblica: «Né in alcun altro è salute, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale abbiamo da essere salvati», è lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati: «poiché il benessere della società non ha origine diversa da quello dell’uomo, la società non essendo altro che una concorde moltitudine di uomini». – Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l’incolumità del loro potere, l’incremento e il progresso della patria. Difatti sono quanto mai adatte e opportune al momento attuale quelle parole che all’inizio del Nostro pontificato Noi scrivemmo circa il venir meno del principio di autorità e del rispetto alla pubblica potestà: «Allontanato, infatti — così lamentavamo — Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l’autorità appare senz’altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v’è ragione per cui uno debba comandare e l’altro obbedire. Dal che è derivato un generale turbamento della società, la quale non poggia più sui suoi cardini naturali».

Regno benefico

Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l’intero consorzio umano. La regale dignità di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l’autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza. – In questo senso l’Apostolo Paolo, inculcando alle spose e ai servi di rispettare Gesù Cristo nel loro rispettivo marito e padrone, ammoniva chiaramente che non dovessero obbedire ad essi come ad uomini ma in quanto tenevano le veci di Cristo, poiché sarebbe stato sconveniente che gli uomini, redenti da Cristo, servissero ad altri uomini: «Siete stati comperati a prezzo; non diventate servi degli uomini». Che se i principi e i magistrati legittimi saranno persuasi che si comanda non tanto per diritto proprio quanto per mandato del Re divino, si comprende facilmente che uso santo e sapiente essi faranno della loro autorità, e quale interesse del bene comune e della dignità dei sudditi prenderanno nel fare le leggi e nell’esigerne l’esecuzione. – In tal modo, tolta ogni causa di sedizione, fiorirà e si consoliderà l’ordine e la tranquillità: ancorché, infatti, il cittadino riscontri nei principi e nei capi di Stato uomini simili a lui o per qualche ragione indegni e vituperevoli, non si sottrarrà tuttavia al loro comando qualora egli riconosca in essi l’immagine e l’autorità di Cristo Dio e Uomo. – Per quello poi che si riferisce alla concordia e alla pace, è manifesto che quanto più vasto è il regno e più largamente abbraccia il genere umano, tanto più gli uomini diventano consapevoli di quel vincolo di fratellanza che li unisce. E questa consapevolezza come allontana e dissipa i frequenti conflitti, così ne addolcisce e ne diminuisce le amarezze. E se il regno di Cristo, come di diritto abbraccia tutti gli uomini, cosi di fatto veramente li abbracciasse, perché dovremmo disperare di quella pace che il Re pacifico portò in terra, quel Re diciamo che venne «per riconciliare tutte le cose, che non venne per farsi servire, ma per servire gli altri”» e che, pur essendo il Signore di tutti, si fece esempio di umiltà, e questa virtù principalmente inculcò insieme con la carità e disse inoltre: «II mio giogo è soave e il mio peso leggero?». – Oh, di quale felicità potremmo godere se gli individui, le famiglie e la società si lasciassero governare da Cristo! «Allora veramente, per usare le parole che il Nostro Predecessore Leone XIII venticinque anni fa rivolgeva a tutti i Vescovi dell’orbe cattolico, si potrebbero risanare tante ferite, allora ogni diritto riacquisterebbe l’antica forza, tornerebbero i beni della pace, cadrebbero dalle mani le spade, quando tutti volentieri accettassero l’impero di Cristo, gli obbedissero, ed ogni lingua proclamasse che nostro Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre».

La Festa di Cristo Re

Scopo della festa di Cristo Re

E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun’altra cosa possa maggiormente giovare quanto l’istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re. – Infatti, più che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico, hanno efficacia nell’informare il popolo nelle cose della fede e nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festività dei sacri misteri, poiché i documenti, il più delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta sola parlano, queste invece, per così dire, ogni anno e in perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente, queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l’uomo insomma. Invero, essendo l’uomo composto di anima e di corpo, ha bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennità in modo che, attraverso la varietà e la bellezza dei sacri riti, accolga nell’animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e sangue, faccia si che essi servano al progresso della sua vita spirituale. – D’altra parte si ricava da documenti storici che tali festività, col decorso dei secoli, vennero introdotte una dopo l’altra, secondo che la necessità o l’utilità del popolo cristiano sembrava richiederlo; come quando fu necessario che il popolo venisse rafforzato di fronte al comune pericolo, o venisse difeso dagli errori velenosi degli eretici, o incoraggiato più fortemente e infiammato a celebrare con maggiore pietà qualche mistero della fede o qualche beneficio della grazia divina. Così fino dai primi secoli dell’era cristiana, venendo i fedeli acerbamente perseguitati, si cominciò con sacri riti a commemorare i Martiri, affinché — come dice Sant’Agostino — le solennità dei Martiri fossero d’esortazione al martirio. E gli onori liturgici, che in seguito furono tributati ai Confessori, alle Vergini e alle Vedove, servirono meravigliosamente ad eccitare nei fedeli l’amore alle virtù, necessarie anche in tempi di pace. – E specialmente le festività istituite in onore della Beata Vergine fecero sì che il popolo cristiano non solo venerasse con maggior pietà la Madre di Dio, sua validissima protettrice, ma si accendesse altresì di più forte amore verso la Madre celeste, che il Redentore gli aveva lasciato quasi per testamento. Tra i benefici ottenuti dal culto pubblico e liturgico verso la Madre di Dio e i Santi del Cielo non ultimo si deve annoverare questo: che la Chiesa, in ogni tempo, poté vittoriosamente respingere la peste delle eresie e degli errori. – In tale ordine di cose dobbiamo ammirare i disegni della divina Provvidenza, la quale, come suole dal male ritrarre il bene, così permise che di quando in quando la fede e la pietà delle genti diminuissero, o che le false teorie insidiassero la verità cattolica, con questo esito però, che questa risplendesse poi di nuovo splendore, e quelle, destatesi dal letargo, tendessero a cose maggiori e più sante. – Ed invero le festività che furono accolte nel corso dell’anno liturgico in tempi a noi vicini, ebbero uguale origine e produssero identici frutti. Così, quando erano venuti meno la riverenza e il culto verso l’augusto Sacramento, fu istituita la festa del Corpus Domini, e si ordinò che venisse celebrata in modo tale che le solenni processioni e le preghiere da farsi per tutto l’ottavario richiamassero le folle a venerare pubblicamente il Signore; così la festività del Sacro Cuore di Gesù fu introdotta quando gli animi degli uomini, infiacchiti e avviliti per il freddo rigorismo dei giansenisti, erano del tutto agghiacciati e distolti dall’amore di Dio e dalla speranza della eterna salvezza. – Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società.

Il “laicismo”

La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell’irreligione e nel disprezzo di Dio stesso. – I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica Ubi arcano Dei e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; l’intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell’amor patrio; le discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e smoderato egoismo sì largamente diffuso, il quale, tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l’unione e la stabilità delle famiglie infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina. – Ci sorregge tuttavia la buona speranza che l’annuale festa di Cristo Re, che verrà in seguito celebrata, spinga la società, com’è nel desiderio di tutti, a far ritorno all’amatissimo nostro Salvatore. Accelerare e affrettare questo ritorno con l’azione e con l’opera loro sarebbe dovere dei Cattolici, dei quali, invero, molti sembra non abbiano nella civile convivenza quel posto né quell’autorità, che s’addice a coloro che portano innanzi a sé la fiaccola della verità. – Tale stato di cose va forse attribuito all’apatia o alla timidezza dei buoni, i quali si astengono dalla lotta o resistono fiaccamente; da ciò i nemici della Chiesa traggono maggiore temerità e audacia. Ma quando i fedeli tutti comprendano che debbono militare con coraggio e sempre sotto le insegne di Cristo Re, con ardore apostolico si studieranno di ricondurre a Dio i ribelli e gl’ignoranti, e si sforzeranno di mantenere inviolati i diritti di Dio stesso.

La preparazione storica della festa di Cristo Re

E chi non vede che fino dagli ultimi anni dello scorso secolo si preparava meravigliosamente la via alla desiderata istituzione di questo giorno festivo? Nessuno infatti ignora come, con libri divulgati nelle varie lingue di tutto il mondo, questo culto fu sostenuto e sapientemente difeso; come pure il principato e il regno di Cristo fu ben riconosciuto colla pia pratica di dedicare e consacrare tutte le famiglie al Sacratissimo Cuore di Gesù. E non soltanto famiglie furono consacrate, ma altresì nazioni e regni; anzi, per volere di Leone XIII, tutto il genere umano, durante l’Anno Santo 1900, fu felicemente consacrato al Divin Cuore. – Né si deve passar sotto silenzio che a confermare questa regale potestà di Cristo sul consorzio umano meravigliosamente giovarono i numerosissimi Congressi eucaristici, che si sogliono celebrare ai nostri tempi; essi, col convocare i fedeli delle singole diocesi, delle regioni, delle nazioni e anche tutto l’orbe cattolico, a venerare e adorare Gesù Cristo Re nascosto sotto i veli eucaristici, tendono, mediante discorsi nelle assemblee e nelle chiese, mediante le pubbliche esposizioni del Santissimo Sacramento, mediante le meravigliose processioni ad acclamare Cristo quale Re dato dal cielo. – A buon diritto si direbbe che il popolo cristiano, mosso da ispirazione divina, tratto dal silenzio e dal nascondimento dei sacri templi, e portato per le pubbliche vie a guisa di trionfatore quel medesimo Gesù che, venuto nel mondo, gli empi non vollero riconoscere, voglia ristabilirlo nei suoi diritti regali. – E per vero ad attuare il Nostro divisamento sopra accennato, l’Anno Santo che volge alla fine Ci porge la più propizia occasione, poiché Dio benedetto, avendo sollevato la mente e il cuore dei fedeli alla considerazione dei beni celesti che superano ogni gaudio, o li ristabilì in grazia e li confermò nella retta via e li avviò con nuovi incitamenti al conseguimento della perfezione. – Perciò, sia che consideriamo le numerose suppliche a Noi rivolte, sia che consideriamo gli avvenimento di questo Anno Santo, troviamo argomento a pensare che finalmente è spuntato il giorno desiderato da tutti, nel quale possiamo annunziare che si deve onorare con una festa speciale Cristo quale Re di tutto il genere umano. – In quest’anno infatti, come dicemmo sin da principio, quel Re divino veramente ammirabile nei suoi Santi, è stato magnificato in modo glorioso con la glorificazione di una nuova schiera di suoi fedeli elevati agli onori celesti; parimenti in questo anno per mezzo dell’Esposizione Missionaria tutti ammirarono i trionfi procurati a Cristo per lo zelo degli operai evangelici nell’estendere il suo Regno; finalmente in questo medesimo anno con la centenaria ricorrenza del Concilio Niceno, commemorammo la difesa e la definizione del dogma della consustanzialità del Verbo incarnato col Padre, sulla quale si fonda l’impero sovrano del medesimo Cristo su tutti i popoli.

L’istituzione della festa di Cristo Re

Pertanto, con la Nostra apostolica autorità istituiamo la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re, stabilendo che sia celebrata in tutte le parti della terra l’ultima domenica di ottobre, cioè la domenica precedente la festa di tutti i Santi. Similmente ordiniamo che in questo medesimo giorno, ogni anno, si rinnovi la consacrazione di tutto il genere umano al Cuore santissimo di Gesù, che il Nostro Predecessore di santa memoria Pio X aveva comandato di ripetere annualmente. – In quest’anno però, vogliamo che sia rinnovata il giorno trentuno di questo mese, nel quale Noi stessi terremo solenne pontificale in onore di Cristo Re e ordineremo che la detta consacrazione si faccia alla Nostra presenza. Ci sembra che non possiamo meglio e più opportunamente chiudere e coronare 1’Anno Santo, né rendere più ampia testimonianza della Nostra gratitudine a Cristo, Re immortale dei secoli, e di quella di tutti i cattolici per i beneficî fatti a Noi, alla Chiesa e a tutto l’Orbe cattolico durante quest’Anno Santo. – E non fa bisogno, Venerabili Fratelli, che vi esponiamo a lungo i motivi per cui abbiamo istituito la solennità di Cristo Re distinta dalle altre feste, nelle quali sembrerebbe già adombrata e implicitamente solennizzata questa medesima dignità regale. – Basta infatti avvertire che mentre l’oggetto materiale delle attuali feste di nostro Signore è Cristo medesimo, l’oggetto formale, però, in esse si distingue del tutto dal nome della potestà regale di Cristo. La ragione, poi, per cui volemmo stabilire questa festa in giorno di domenica, è perché non solo il Clero con la celebrazione della Messa e la recita del divino Officio, ma anche il popolo, libero dalle consuete occupazioni, rendesse a Cristo esimia testimonianza della sua obbedienza e della sua devozione. – Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti. – Pertanto questo sia il vostro ufficio, o Venerabili Fratelli, questo il vostro compito di far sì che si premetta alla celebrazione di questa festa annuale, in giorni stabiliti, in ogni parrocchia, un corso di predicazione, in guisa che i fedeli ammaestrati intorno alla natura, al significato e all’importanza della festa stessa, intraprendano un tale tenore di vita, che sia veramente degno di coloro che vogliono essere sudditi affezionati e fedeli del Re divino.

I vantaggi della festa di Cristo Re

Giunti al termine di questa Nostra lettera Ci piace, o Venerabili Fratelli, spiegare brevemente quali vantaggi in bene sia della Chiesa e della società civile, sia dei singoli fedeli, Ci ripromettiamo da questo pubblico culto verso Cristo Re. – Col tributare questi onori alla dignità regia di nostro Signore, si richiamerà necessariamente al pensiero di tutti che la Chiesa, essendo stata stabilita da Cristo come società perfetta, richiede per proprio diritto, a cui non può rinunziare, piena libertà e indipendenza dal potere civile, e che essa, nell’esercizio del suo divino ministero di insegnare, reggere e condurre alla felicità eterna tutti coloro che appartengono al Regno di Cristo, non può dipendere dall’altrui arbitrio. – Di più, la società civile deve concedere simile libertà a quegli ordini e sodalizi religiosi d’ambo i sessi, i quali, essendo di validissimo aiuto alla Chiesa e ai suoi pastori, cooperano grandemente all’estensione e all’incremento del regno di Cristo, sia perché con la professione dei tre voti combattono la triplice concupiscenza del mondo, sia perché con la pratica di una vita di maggior perfezione, fanno sì che quella santità, che il divino Fondatore volle fosse una delle note della vera Chiesa, risplenda di giorno in giorno vieppiù innanzi agli occhi di tutti. – La celebrazione di questa festa, che si rinnova ogni anno, sarà anche d’ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamerà al pensiero del giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla società o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la sua regale dignità che la società intera si uniformi ai divini comandamenti e ai principî cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia nell’amministrare la giustizia, sia finalmente nell’informare l’animo dei giovani alla santa dottrina e alla santità dei costumi. – Inoltre non è a dire quanta forza e virtù potranno i fedeli attingere dalla meditazione di codeste cose, allo scopo di modellare il loro animo alla vera regola della vita cristiana. – Poiché se a Cristo Signore è stata data ogni potestà in cielo e in terra; se tutti gli uomini redenti con il Sangue suo prezioso sono soggetti per un nuovo titolo alla sua autorità; se, infine, questa potestà abbraccia tutta l’umana natura, chiaramente si comprende, che nessuna delle nostre facoltà si sottrae a tanto impero.

Conclusione

Cristo regni!

È necessario, dunque, che Egli regni nella mente dell’uomo, la quale con perfetta sottomissione, deve prestare fermo e costante assenso alle verità rivelate e alla dottrina di Cristo; che regni nella volontà, la quale deve obbedire alle leggi e ai precetti divini; che regni nel cuore, il quale meno apprezzando gli affetti naturali, deve amare Dio più d’ogni cosa e a Lui solo stare unito; che regni nel corpo e nelle membra, che, come strumenti, o al dire dell’Apostolo Paolo, come “armi di giustizia”  offerte a Dio devono servire all’interna santità delle anime. Se coteste cose saranno proposte alla considerazione dei fedeli, essi più facilmente saranno spinti verso la perfezione. – Faccia il Signore, Venerabili Fratelli, che quanti sono fuori del suo regno, bramino ed accolgano il soave giogo di Cristo, e tutti, quanti siamo, per sua misericordia, suoi sudditi e figli, lo portiamo non a malincuore ma con piacere, ma con amore, ma santamente, e che dalla nostra vita conformata alle leggi del Regno divino raccogliamo lieti ed abbondanti frutti, e ritenuti da Cristo quali servi buoni e fedeli diveniamo con Lui partecipi nel Regno celeste della sua eterna felicità e gloria. – Questo nostro augurio nella ricorrenza del Natale di nostro Signore Gesù Cristo sia per voi, o Venerabili Fratelli, un attestato del Nostro affetto paterno; e ricevete l’Apostolica Benedizione, che in auspicio dei divini favori impartiamo ben di cuore a voi, o Venerabili Fratelli, e a tutto il popolo vostro.

[Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 11 Dicembre dell’Anno Santo 1925, quarto del Nostro Pontificato.]

Credo … https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps II: 8.
Póstula a me, et dabo tibi gentes hereditátem tuam, et possessiónem tuam términos terræ.
[Chiedi a me ed Io ti darò in eredità le nazioni e in dominio i confini della terra]

Secreta

Hóstiam tibi, Dómine, humánæ reconciliatiónis offérimus: præsta, quǽsumus; ut, quem sacrifíciis præséntibus immolámus, ipse cunctis géntibus unitátis et pacis dona concédat, Jesus Christus Fílius tuus, Dóminus noster:Qui tecum …[Ti offriamo, o Signore, la vittima dell’umana riconciliazione; fa’, Te ne preghiamo, che Colui che immoliamo in questo Sacrificio, conceda a tutti i popoli i doni dell’unità e della pace: Gesù Criato Figliuolo, nostro Signore, Egli …]

Præfatio
de D.N. Jesu Christi Rege

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui unigénitum Fílium tuum, Dóminum nostrum Jesum Christum, Sacerdótem ætérnum et universórum Regem, óleo exsultatiónis unxísti: ut, seípsum in ara crucis hóstiam immaculátam et pacíficam ófferens, redemptiónis humánæ sacraménta perágeret: et suo subjéctis império ómnibus creatúris, ætérnum et universále regnum, imménsæ tuæ tráderet Majestáti. Regnum veritátis et vitæ: regnum sanctitátis et grátiæ: regnum justítiæ, amóris et pacis. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Che il tuo Figlio unigénito, Gesú Cristo nostro Signore, hai consacrato con l’olio dell’esultanza: Sacerdote eterno e Re dell’universo: affinché, offrendosi egli stesso sull’altare della croce, vittima immacolata e pacífica, compisse il mistero dell’umana redenzione; e, assoggettate al suo dominio tutte le creature, consegnasse all’immensa tua Maestà un Regno eterno e universale, regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt coeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Comunione spirituale

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps XXVIII:10;11
Sedébit Dóminus Rex in ætérnum: Dóminus benedícet pópulo suo in pace.[Sarà assiso il Signore, Re in eterno; il Signore benedirà il suo popolo con la pace]

Postcommunio

Orémus.
Immortalitátis alimóniam consecúti, quǽsumus, Dómine: ut, qui sub Christi Regis vexíllis militáre gloriámur, cum ipso, in cœlésti sede, júgiter regnáre póssimus: Qui
[Ricevuto questo cibo di immortalità, Ti preghiamo o Signore, che quanti ci gloriamo di militare sotto il vessillo di Cristo Re, possiamo in cielo regnare per sempre con Lui: Egli che …]

Preci leonine:

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/26/domenica-xx-dopo-pentecoste-2019/

DOMENICA XX DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XX DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Dan III: 31; 31:29; 31:35
Omnia, quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti, quia peccávimus tibi et mandátis tuis non obœdívimus: sed da glóriam nómini tuo, et fac nobíscum secúndum multitúdinem misericórdiæ tuæ.
[In  tutto quello che ci hai fatto, o Signore, hai agito con vera giustizia, perché noi peccammo contro di Te e non obbedimmo ai tuoi comandamenti: ma Tu dà gloria al tuo nome e fai a noi secondo l’immensità della tua misericordia.]
Ps CXVIII: 1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.
[Beati gli uomini di condotta íntegra: che procedono secondo la legge del Signore.]

Omnia, quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti, quia peccávimus tibi et mandátis tuis non oboedívimus: sed da glóriam nómini tuo, et fac nobíscum secúndum multitúdinem misericórdiæ tuæ. [In  tutto quello che ci hai fatto, o Signore, hai agito con vera giustizia, perché noi peccammo contro di Te e non obbedimmo ai tuoi comandamenti: ma Tu dà gloria al tuo nome e fai a noi secondo l’immensità della tua misericordia.]

Oratio

Orémus.
Largíre, quǽsumus, Dómine, fidélibus tuis indulgéntiam placátus et pacem: ut páriter ab ómnibus mundéntur offénsis, et secúra tibi mente desérviant.
[Largisci placato, Te ne preghiamo, o Signore, il perdono e la pace ai tuoi fedeli: affinché siano mondati da tutti i peccati e Ti servano con tranquilla coscienza.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes V: 15-21
Fratres: Vidéte, quómodo caute ambulétis: non quasi insipiéntes, sed ut sapiéntes, rediméntes tempus, quóniam dies mali sunt. Proptérea nolíte fíeri imprudéntes, sed intellegéntes, quae sit volúntas Dei. Et nolíte inebriári vino, in quo est luxúria: sed implémini Spíritu Sancto, loquéntes vobismetípsis in psalmis et hymnis et cánticis spirituálibus, cantántes et psalléntes in córdibus vestris Dómino: grátias agéntes semper pro ómnibus, in nómine Dómini nostri Jesu Christi, Deo et Patri. Subjecti ínvicem in timóre Christi.

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

LA PRUDENZA

“Fratelli: Badate di camminare con circospezione, non da stolti, ma da prudenti, utilizzando il tempo, perché i giorni sono tristi. Perciò non siate sconsiderati, ma riflettete bene qual è la volontà di Dio. E non vogliate inebriarvi di vino, sorgente di dissolutezza, ma siate ripieni di Spirito Santo. Trattenetevi insieme con salmi e inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando coi vostri cuori, al Signore, ringraziando sempre d’ogni cosa Dio e Padre nel nome del Signor nostro Gesù Cristo. Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. (Ef. V, 15-21).”

S. Paolo aveva esortato gli Efesini a vivere come figli della luce, nella pratica delle buone opere, e a non seguire, anzi a riprovare le opere delle tenebre. Ora li esorta a diportarsi con prudenza, approfittando del tempo che ci è concesso per fare la volontà di Dio. Non devono provare altra ebbrezza che quella che viene dallo Spirito Santo: si radunino tutti assieme a lodare il Signore con i cantici sacri, rendendo grazie al Padre, nel nome di Gesù. L’ammonimento dell’Apostolo agli Efesini vale anche per noi, che dobbiamo, mediante la prudenza, virtù «che da pochi si osserva»,

1. Riflettere sulle nostre azioni,

2. Approfittare d’ogni circostanza per arricchirci di meriti

3. Allontanarci dalle occasioni.

1.

Badate di camminare con circospezione, non da stolti, ma da prudenti.

Qui è raccomandata la prudenza cristiana; la prudenza virtù cardinale, cioè una delle quattrovirtù su cui si basano tutte le altre. «La prudenza ci fadistinguere il bene dal male» (S. Agost. En. in Ps. LXXXIII, 11). È, quindi, la regola delle nostre azioni, o, come dice il Catechismo: È la virtù che dirige gli atti al debito fine e fa discernere e usare i mezzi buoni. Il fine del Cristiano è la vita eterna, e la prudenza ci fa riflettere come dobbiamo diportarci per arrivarvi. Nelle cose importanti noi non ci fidiamo del solo nostro modo di vedere; domandiamo i suggerimenti e i consigli degli altri. Così, il Cristiano prudente prega il Signore che lo illumini sullo stato di vita a cui lo chiama, perché possa raggiungere il suo ultimo fine. Messosi in questo stato prega costantemente Dio «Padre dei lumi» (Giac. 1, 17) perché illumini i suoi passi nella via intrapresa, avendo sempre di mira il maggior bene spirituale, anziché l’accontentamento dei propri gusti. Quando un esploratore vuol raggiungere mete assai lontane, sa benissimo che lo attendono incognite di ogni genere. Ed egli riflette a lungo, prima di mettersi in viaggio. Calcola tutti gli incidenti che gli possono capitare da parte della natura del luogo, da parte degli elementi, da parte delle fiere, da parte degli uomini, e prende tutte le precauzioni necessarie per non essere impedito di raggiungere la meta. – Tra le precauzioni che prende, importantissima è quella del rifornimento dei viveri. Il Cristiano, che ha considerato tutta l’importanza della via spirituale che ha da percorrere, vede che tra le precauzioni più necessarie c’è quella di nutrirsi del cibo spirituale, affinché non venga meno per via. A questo scopo frequenta i Sacramenti. La prudenza gli suggerisce di nutrirsi spesso del pane dei forti; e di risorgere subito col mezzo della Confessione, se lungo la via fosse caduto nel peccato. La prudenza insegna a non aspettar tutto dagli altri, « Poiché  se noi saremo vigilanti non avremo bisogno dell’aiuto altrui. Se, al contrario, dormiamo a nulla ci giova l’aiuto degli altri» (S. Giov. Grisost. In Epist. 1 ad Thess. Hom. 1, 3). Alla meta cui siamo avviati dobbiamo arrivare con l’opera nostra, guidata e sostenuta dalla grazia del Signore. Pretendere di arrivare in paradiso dolcemente, dormendo, sulle spalle degli altri, sarebbe un vero assurdo. Non si va in paradiso a dispetto dei Santi. Le vergini prudenti della parabola evangelica si danno cura di provvedere da sé la scorta d’olio per la lampada. Le vergini stolte non si scomodano di procurarsi la scorta d’olio. E quando viene lo sposo non possono prender parte al banchetto. Ricorrono alle vergini prudenti per avere parte della loro scorta, ma non l’ottengono. Le loro lampade rimangono spente, ed esse sono escluse dal banchetto (S. Matt. XXV, 1-13). Se vogliamo arrivare al banchetto celeste dobbiamo cercare d’arrivarvi, aiutati da Dio, con le opere nostre e non con le opere degli altri; se non vogliamo correre il pericolo di rimanerne esclusi.

2.

L’Apostolo vuole che gli Efesini camminino da prudenti utilizzando il tempo. La prudenza non solo ci deve far distinguere quel che si deve fare o non fare; ma ci spinge all’opera. Essa ci fa essere buoni economi del tempo, facendoci cercare e trovare l’opportunità di fare il bene. Un industriale avveduto non tralascia viaggi, ricerche; non si stanca di assumere informazioni e di darne; di mettersi al corrente di tutte quelle innovazioni, che adottate migliorerebbero e accrescerebbero la produzione delle sue industrie. E un Cristiano prudente non deve lasciarsi sfuggire circostanza alcuna, senza usarne per arricchirsi di meriti. – Colui che prudentemente spera di venire a capo dell’opera da lui intrapresa, non si lascia abbattere dal nessuna difficoltà. Quanto più esse sono numerose, tanto più si sente spinto ad operare per vincerle. Noi diciamo che le circostanze sono troppo difficili per poter fare il bene, che gli ostacoli sono troppo forti; ma ci dimentichiamo d’una cosa: «che tutto coopera a bene per quelli che amano Dio» (Rom. VIII, 28). E il tempo delle difficoltà da superare è appunto il tempo più opportuno per ammassare meriti che ci accompagnino in paradiso. Una fatica sopportata per amor di Dio, un sollievo recato a chi soffre, la difesa di un perseguitato, l’appoggio dato a un oppresso, una persecuzione sostenuta, un offesa perdonata, un’umiliazione accettata sono tutte azioni preziose all’occhio di Dio, son tutti mezzi che ci fanno percorrere a gran passi sicuri la via che conduce al paradiso. Una vecchia mendica, la quale era stata più volte beneficata da S. Elisabetta d’Ungheria, che l’aveva assistita inferma e medicata con le proprie mani, vedendo un giorno la sua antica benefattrice avanzare guardinga lungo una sottile striscia di pietre che attraversava un fangoso ruscello, invece di tirarsi in disparte e lasciarla passare, la urtò brutalmente facendola cadere nella fanghiglia, poi aggiunse beffandola: «Tu non hai voluto vivere da duchessa; eccoti ora povera e nel fango; ma io non verrò a tirartene fuori». Con le vesti inzuppate, le mani infangate, contuse e sanguinanti, la Santa si alza e dice con gran calma: «Questo per le acconciature e gli ornamenti e le gioie che portavo un tempo» (Emilio Horn. S. Elisabetta d’Ungheria Trad. ital. di Bice Facchinetti. Milano 1924 p. 157). Ecco, come si può utilizzare qualsiasi circostanza per arrichire di beni spirituali. La prudenza c’insegna non solo a metterci con impegno nell’esercizio del bene, ma vuole che vi ci mettiamo subito. L’uomo d’affari se può conchiudere un buon affari oggi, non aspetta domani: domani potrebbe mancare l’occasione che oggi è ottima. Domani si potrebbe non essere più in tempo. La prudenza cristiana c’insegna a non rimandare in avvenire l’adempimento dei nostri doveri, l’esercizio delle virtù, la rinuncia al peccato, il ritorno a Dio. Sappiamo noi qualche cosa del nostro avvenire? Il futuro è nelle mani di Dio. Generalmente i nostri calcoli sull’avvenire hanno la sorte di quelli del ricco del Vangelo, il quale non avendo più posto da riporvi il raccolto disse: « Ecco quel che farò; demolirò i miei granai, ne fabbricherò dei più vasti e quivi raccoglierò tutti i miei prodotti e i miei beni, e dirò alla mia anima: O anima mia, tu hai messo in serbo molti beni per parecchi anni; riposati, mangia, bevi e godi. Ma Dio gli disse: — Stolto, questa stessa notte l’anima tua ti sarà ridomandata, e quanto hai preparato di chi sarà? — Così è di chi tesoreggia per sé e non arricchisce presso Dio» (Luc. XII, 18-21). Altrettanto stolto è chi cerca di vivere quest’oggi tranquillamente in ozio, e rimanda all’avvenire il tesoreggiare per il cielo. Sarà in tempo?

3.

Non vogliate inebriarvi di vino, sorgente di dissolutezza

… dice S. Paolo, e a ragione. Si cerca l’ebbrezza nel vino e, attraverso la stoltezza e la sfacciataggine, si finisce nella libidine. È quello che avviene di tutte le occasioni. Si finisce dove non si credeva d’arrivare. Sansone non avrebbe mai pensato che l’eccessiva confidenza con Dalila l’avrebbe condotto alla perdita della sua forza prodigiosa, degli occhi, della libertà. Davide non si sarebbe mai immaginato che uno sguardo imprudente l’avrebbe condotto all’adulterio, all’omicidio, all’indurimento nel peccato. L’uomo prudente non si mette mai nelle occasioni prossime libere; non diffida mai abbastanza di certe compagnie, di certi ritrovi, di certi divertimenti, di certi giornali, di certi libri.Il viandante prudente schiva tutte quelle vie lungole quali potrebbe trovare degli intoppi o dei pericoli. Seuna via è interrotta da una frana, da una valanga, dalla caduta d’un ponte, da un’alluvione, si rassegna a fare un giro un po’ più lungo, passando alla larga, pur di arrivare alla meta. Se sa che qualche punto della via è pericoloso, perché battuto dai grassatori, cerca di passarlo in pienogiorno, senza indugiarvisi. Nel cammino della vita spirituale non mancano degli ostacoli che cercano di fermarci, delle occasione che vorrebbero farci interrompere ilcammino. Giriamo alla larga, se non vogliamo dimenticarci del nostro fine; se non vogliamo lasciarci cogliere dalle passioni che, depredandoci della grazia, ci facciano cadere nel peccato. «Non è un timor vano né una precauzione inutile questa, che provvede alla via della nostra salvezza» (S. Cipriano. Lib. de hab. Virg. 4). – Certi strappi sono dolorosi, certi distacchi costano, l’abbandono di certe abitudini ci sembra impossibile. Eppure la prudenza insegna che tra due mali bisogna scegliere il minore. Chi ha una mano o un piede incancrenito sceglie la loro amputazione, anziché lasciar incancrenire tutto il corpo. Il navigante che vede la nave affondare per troppo peso, è pronto a gettar la sua merce in mare, anziché lasciarsi ingoiar lui dalle onde. Tra la perdita di Dio e la perdita dell’amicizia degli uomini; tra il sacrificio di certe abitudini e la perdita del paradiso; tra i piaceri terreni e i godimenti eterni la scelta non dovrebbe lasciare un istante di titubanza. Lasciamo, dunque, l’ebbrezza che viene dai piaceri, e scegliamo l’ebbrezza che viene dallo Spirito Santo. È un’ebbrezza senza rimorsi, senza turbamenti. Manifestiamo questa ebbrezza con salmi e inni e cantici spirituali; manifestiamola, prendendo parte con assiduità e fervore alle funzioni sacre; manifestiamola ovunque, non fosse altro, salmeggiando al Signore nei nostri cuori ringraziando sempre d’ogni cosa Dio e Padre nel nome del Signor nostro Gesù Cristo.

Graduale

Ps CXLIV:15-16
Oculi ómnium in te sperant, Dómine: et tu das illis escam in témpore opportúno.

Aperis tu manum tuam: et imples omne ánimal benedictióne. [Tutti rivolgono gli sguardi a Te, o Signore: dà loro il cibo al momento opportuno. V. Apri la tua mano e colmi di ogni benedizione ogni vivente.]

Allelúja.

Ps CVII:2
Allelúja, allelúja
Parátum cor meum, Deus, parátum cor meum: cantábo, et psallam tibi, glória mea. Allelúja.
[Il mio cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto: canterò e inneggerò a Te, che sei la mia gloria. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠  sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.
Joannes IV: 46-53
In illo témpore: Erat quidam régulus, cujus fílius infirmabátur Caphárnaum. Hic cum audísset, quia Jesus adveníret a Judaea in Galilæam, ábiit ad eum, et rogábat eum, ut descénderet et sanáret fílium ejus: incipiébat enim mori. Dixit ergo Jesus ad eum: Nisi signa et prodígia vidéritis, non créditis. Dicit ad eum régulus: Dómine, descénde, priúsquam moriátur fílius meus. Dicit ei Jesus: Vade, fílius tuus vivit. Crédidit homo sermóni, quem dixit ei Jesus, et ibat. Jam autem eo descendénte, servi occurrérunt ei et nuntiavérunt, dicéntes, quia fílius ejus víveret. Interrogábat ergo horam ab eis, in qua mélius habúerit. Et dixérunt ei: Quia heri hora séptima relíquit eum febris. Cognóvit ergo pater, quia illa hora erat, in qua dixit ei Jesus: Fílius tuus vivit: et crédidit ipse et domus ejus tota.

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XLVIII.

“In quel tempo eravi un certo regolo in Cafarnao, il quale aveva un figliuolo ammalato. E avendo questi sentito dire che Gesù era venuto dalla Giudea nella Galilea, andò da lui, e lo pregava che volesse andare a guarire il suo figliuolo, che era moribondo. Dissegli adunque Gesù: Voi se non vedete miracoli e prodigi non credete. Risposegli il regolo: Vieni, Signore, prima che il mio figliuolo si muoia. Gesù gli disse: Va, il tuo figlinolo vive. Quegli prestò fede alle parole dettegli da Gesù, e si partì. E quando era già verso casa, gli corsero incontro i servi, e gli diedero nuova come il suo figliuolo viveva. Domandò pertanto ad essi, in che ora avesse incominciato a star meglio. E quelli risposero: Ieri, all’ora settima, lasciollo la febbre. Riconobbe perciò il padre che quella era la stessa ora, in cui Gesù gli aveva detto: Il tuo figliolo vive: e credette egli, e tutta la sua casa” (Jo. IV, 46-53)

Quando Gesù con la sua predicazione e co’ suoi miracoli si andava facendo nella Giudea un gran numero di discepoli, i farisei cominciarono a sentire e dispiegare verso di Lui una grande invidia e gelosia. E sapendolo Gesù, che era tanto mansueto, per non irritare troppo i suoi nemici lasciò la Giudea e s’avviò verso la Galilea, Per istrada passando per la Samaria, andò ad assidersi presso al pozzo di Giacobbe, dove convertì la Samaritana. Quindi fermatosi due giorni in Sichem, pregato dai concittadini di quella donna, dove molti credettero in Lui per averlo udito a parlare, prosegui il suo viaggio per la Galilea. Ma invece di recarsi a Nazaret, ben sapendo il poco rispetto che gli avrebbero usato i suoi compatrioti, si recò nella Galilea superiore, dove fu accolto con grande gioia. E percorrendo questa regione andò in Cana, dove aveva operato il suo primo miracolo convertendo l’acqua in vino. E fu in questa piccola città che operò il nuovo miracolo narrato dal Vangelo di questa domenica.

1. Eravi un certo regolo in Cafarnao, il quale aveva un figliuolo ammalato. E avendo quegli sentito a dire, che Gesù era venuto dalla Giudea nella Galilea, andò da lui, e lo pregava che volesse andare a guarire il suo figliuolo, che era moribondo. Gliinterpreti non sono d’accordo nel dirci chi fossequesto regolo: alcuni vedono in lui un principedella reale famiglia di Erode Antipa, tetrarcadella Galilea, altri vogliono che fosse soltanto unuffiziale della corte, ed altri pretendono che fosse un piccolo re. Ma comunque sia la cosa, voi vedete come anche i grandi e i potenti della terra, quando sono travagliati da qualche sventura, allora pensano a Gesù, riconoscono chi Egli sia, ed a Lui si rivolgono per essere consolati. Difatti quel regolo ha un figlio, oggetto della più cara sua speranza, e questo figlio è prossimo a morire: i medici disperano, l’umana scienza è impotente; l’infelice padre vede la morte che si avanza, che sta per varcare le soglie della sua casa e colpire nel fior degli anni il diletto suo figliuolo. Egli ha udito a parlare di un personaggio straordinario che opera dei prodigi; sa che quel personaggio è a Cana: da Cafarnao a questa città vi ha più d’una giornata di cammino…. Che importa?…. L’uffiziale si mette in viaggio. Purché incontri quel Gesù ed ottenga da lui il compimento de’ più cari suoi voti: ecco tutto il pensiero del suo cuore. Senza dubbio se costui non fosse stato minacciato nelle sue più care speranze, non si sarebbe dato pensiero del Salvatore e l’avrebbe lasciato pacificamente continuare il corso delle sue mirabili predicazioni. Così, o miei cari, lo sprone della sventura ridesta sovente un’anima addormentata, e la spinge ad indirizzarsi a Colui che solo può sollevarla e guidarla. Voi, vi lagnate d’una croce che sopravviene, d’una prova che vi accade. E Dio non ha permesso quella pena passeggera che per ricondurvi a sentimenti migliori, e darvi occasione di meritare la felicità dell’eterna vita. Oh come il dolore serve efficacemente ad illuminare le nostre anime! Vi è una moltitudine di cose, che l’uomo, che non ha patito non conosce, ed un’altra moltitudine che non sarà mai capace di conoscere, se per impossibile continuasse a vivere senza patire. Al contrario non vi ha alcun uomo il quale, nell’ora che soffre, voglia o non voglia, non sia condotto alla conoscenza della verità. La nostra vita sopra la terra è tutta piena di fantastiche illusioni, le quali tanto più si moltiplicano ed hanno forza per sedurci, quanto più siamo allegri e viviamo nella prosperità. Oh quante vane sicurezze e quanta presunzione nell’uomo, dal momento che non sente più nulla che lo molesti o lo affligga! quante cose dimentica! quante altre ne immagina! qual compiacenza prende nel suo stato! Ah! se egli sgraziatamente rimane così, senza alcuna sofferenza né fisica, né morale, anche solo per qualche anno, la terra avrà per lui tali incanti da fargli impallidire e persino eclissare quelli del Paradiso. Quest’uomo insomma diventerà del tutto cieco non vedendo più né il suo fine, né la strada che vi conduce. Ma viene il dolore, ed allora che succede? Ecco, i fantasmi svaniscono, ricompaiono le realtà e ripigliano sulla sua mente l’imperio loro dovuto. Vedete quel povero giovane? Novello prodigo abbandonò la casa paterna per gettarsi tra le braccia dei falsi amici, sognando nella loro compagnia una felicità sconosciuta. Stoltamente seguì i loro consigli, accontentò i loro desideri, dissipò con loro i suoi averi, il suo onore, la sua vita; ma quando rimasto a mani vuote credette di appoggiarsi sopra la loro amicizia, essi erano scomparsi dal suo fianco per non comparirgli innanzi mai più. Il dolore della sua miseria gli rischiarò allora la mente e al baglior di quella luce divina egli conobbe quanto è vera la parola del Savio: che nulla vi ha di più raro che un vero amico; che assai meglio si sta l’ultimo nella casa paterna sotto l’obbedienza dei genitori, che il cuore non si appaga tra le creature, che solo è beato riposando in Dio. – Ed oh quanti altri ancora, i quali non brancicando che nelle tenebre degli onori, dei piaceri e delle ricchezze se ne vivevano lontani affatto da Dio, perseguitati al fine dalla passione, colpiti dalla calunnia, spogliati d’un tratto d’ogni loro avere, sopraffatti dal dolore, apersero gli occhi alla luce della verità ed esclamarono compunti: Ci siamo ingannati: Erravimus a via veritatis (Sap. V. 6): Bisogna ritornare sul retto sentiero. Miei cari, il dolore illumina. Esso fa toccar con mano la vanità del mondo, il nulla dei beni temporali, la stoltezza di ogni vita che non ha Iddio per fine, ed illuminandoci in sulla vanità delle cose terrene ci conduce a quel Dio, a quel caro Gesù, che solo può confortarci e far paghi i nostri cuori. Quando perciò le afflizioni verranno a travagliare l’anima nostra, seguiamo pure l’esempio del regolo di Cafarnao: non esitiamo un istante di recarci ai piedi di Gesù Cristo, di aprirgli il nostro cuore e di invocare il suo soavissimo conforto.

2. Se non che alla preghiera, che quel regolo venne a fare a Gesù di recarsi a casa sua per guarirgli il figliuolo infermo, Gesù benedetto rispose: Voi se non vedete miracoli e prodigi, non credete. E ben a ragione. Imperciocché, come nota S. Gregorio, bisognava ben che quel regolo avesse una certa fede, giacché veniva a trovare Gesù e a domandargli la guarigione di suo figlio; ma tale fede doveva essere ben imperfetta giacché stimava necessario che il Salvatore si recasse a Cafarnao per guarire il malato, non pensando che egli lo poteva fare anche da lungi. Se infatti costui avesse avuto una fede perfetta, avrebbe saputo, che essendo Iddio dappertutto non ha bisogno di trasferirsi da un luogo all’altro per far quel che gli piace, e non si sarebbe così stranamente ingannato, attribuendo alla corporale presenza del Salvatore una virtù, che apparteneva alla sua divinità. Era ben altrimenti viva la fede del centurione, che con umiltà sì profonda domandava la guarigione del suo servo. Ora a quello il Salvatore proponeva di portarsi a trovar l’infermo, ed il centurione rispondeva: Signore, io non son degno che entriate nella mia casa, ma dite una parola delle vostre labbra, e il mio servo sarà guarito. Il regolo adunque non credeva ancora alla divinità del Salvatore; lo riguardava come un profeta, che coll’imporre le mani o con la recita di qualche preghiera potesse restituire la sanità al suo figlio. Quindi il divin Redentore ben a ragione gli rivolse quel rimprovero affine di dar alla sua fede quell’energico stimolo, di cui abbisognava affine di perfezionarsi. Ai nostri giorni, o miei cari, quanti Cristiani meriterebbero il rimprovero che Gesù rivolse a quel regolo! Ancora essi chiedono dei prodigi: se vedessi, se comprendessi, allora sì crederei, ci ripetono del continuo, e rimangono intanto nella loro indifferenza e nel loro induramento. Ma il Salvatore risponde loro: « Beati coloro che non han veduto, e credettero » E noi potremmo ancor soggiungere: Pigliate il Vangelo, e vedete ciò che accadeva, son ormai diciannove secoli; la verità non invecchia. Voi domandate dei miracoli! Eccone di quelli che furono operati in presenza d’una nube di testimoni, e di testimoni che han versato il loro sangue e dato la loro vita per confermare la sincerità della loro testimonianza. Non sono essi numerosi assai ed assai forti per convincervi? Mirate anche questo perpetuo miracolo d’una Religione sempre combattuta, sempre perseguitata, sempre maledetta dalle potenze infernali; eppure sempre giovane, sempre bella, invincibile sempre, sempre segnata in fronte col suggello dell’immortalità. Non domandate dunque dei nuovi prodigi. I soli che restano a farsi, che voi dovete desiderare, che dovete sollecitare, eccoli: sono i miracoli dell’ordine spirituale, che possono cangiare e convertire le anime vostre. Udite S. Gio. Grisostomo: « Se da avaro ch’eravate, divenite generoso, avete guarito una mano inaridita, che non si poteva stendere per dare l’elemosina. Se rinunziate al teatro, al divertimento, alla festa mondana per intervenire alle nostre chiese, avete guarito uno zoppo e l’avete fatto dirittamente camminare. Se ritirate i vostri sguardi da tutti gli oggetti pericolosi per non aver più in avvenire che sguardi casti, avete reso la vista ad un cieco. Se detestate le infami canzoni per non cantare in avvenire che dei cantici spirituali, avete fatto parlare un mutolo. Ecco le meraviglie che sono veramente stimabili; ecco i miracoli che vi auguro. Questi, o miei cari, non solo vi permetto di domandare, ma ve ne consiglio e v’invito. Né chiedeteli una volta soltanto, ma chiedeteli con perseveranza, direi quasi con importunità, somiglianti al regolo che senza fermarsi alla risposta del Signore, si affrettò a dirgli: Vieni, Signore, prima che il mio figliuolo si muoia ».

3. Allora Gesù gli disse: va, il tuo figliuolo vive. Quegli prestò fede alle parole dettegli da Gesù e si partì. E quando era già verso casa, gli corsero incontro i servi, e gli diedero nuova come il figliuolo viveva. Domandò pertanto ad essi in che ora avesse cominciato a star meglio. E quegli risposero: Ieri all’ora settima lasciollo la febbre. Riconobbe perciò il padrone che quella era la stessa ora in cui Gesù gli aveva detto: Il tuo figliuolo vive; e credette egli e tutta la sua casa.. E qui ponderiamo bene, o mieicari; quello che Gesù si degnò di rispondere a quelregolo: Va, il tuo figliuolo vive: che fu come un dirgli: Va, che non è necessario che Io venga con te. Esaudirò la tua preghiera, ma non nel modo che tu chiedi. S’Io ti accompagnassi alla tua casa, la tua fede non diverrebbe già più viva: senza dubbio si raddoppierà quando saprai che da lontano ho potuto sanare il figliuol tuo. Vedete, omiei cari, come nostro Signore tratta le anime giusta i bisogni di ciascuna di esse. Il centurione chiede la guarigione del suo servo; e per far risaltare la sua fede e la sua umiltà, il Salvatore gli dice: Andrò e lo sanerò. No, no, Signore, questo non è necessario, ed io non lo merito; dite una parola e il mio servo sarà guarito. Qui all’opposto l’uffiziale gli dice: Venite, Signore, affrettatevi. Ed il Salvatore vedendo questa fede così debole, la fortifica, la perfeziona, ricusando un viaggio inutile pel compimento del prodigio. Di fatti, dice il venerabile Beda, la fede che in quel regolo aveva cominciato, quando andò a trovare Gesù per domandargli la guarigione del figlio, crebbe poi quando credette alla parola di colui che gli disse: Il tuo figlio vive; ma fu perfetta quando alla relazione che gli fecero i suoi servi conobbe ch’era stato guarito all’ora stessa che Gesù aveagli detto: Filius tuus invit.Ecco adunque come il medico celeste dà a ciascun’anima ciò che le torna meglio per la sua eterna salute. Questo pertanto deve essere lo spirito, che animi le nostre preghiere: domandare a Dio le grazie di cui abbisogniamo, ma disposti interamente a rimetterci alla sua santa volontà, la quale è sempre il meglio per noi. Anzi, non solo le nostre preghiere devono essere animate da un tale spirito, ma tutta quanta la nostra vita. Tutta la perfezione dell’amor verso Dio consiste nell’uniformar la nostra alla divina volontà; ciò venne principalmente ad insegnarci dal cielo col suo esempio il nostro Salvatore. Ecco quelch’Egli disse in entrare nel mondo, come scrive l’Apostolo: « Voi, Padre mio, avete rifiutate le vittime degli uomini, volete ch’Io vi sacrifichi con la morte questo corpo, che mi avete dato, eccomi pronto a far la vostra volontà ».E ciò più volte dichiarò, dicendo ch’Egli non era venuto in terra, se non per fare la volontà del suo Padre. Quindi poi aggiunge ch’Egli riconosceva per suoi solamente coloro che facessero la divina volontà.Oh quanto vale un atto di perfetta rassegnazione alla volontà di Dio! basta per fare un santo. Mentre S. Paolo perseguitava la Chiesa, Gesù gli apparve, l’illuminò e lo convertì. Il Santo allora altro non fece, che offrirsi a fare il voler divino: Signore, che volete ch’io faccia? Ed ecco che Gesù Cristo subito lo dichiarò vaso d’elezione, e Apostolo delle genti! Chi fa digiuni, fa limosine, chi si mortifica per Iddio, dona a Dio parte di sé; ma chi gli dona la sua volontà, gli dona tutto. E questo è quel tutto che Dio ci domanda, il cuore, cioè la volontà. Questa insomma ha da essere la mira di tutti i nostri desideri, delle nostre divozioni, meditazioni, comunioni e di tutte le altre buone opere, l’adempiere la divina volontà. Questo ha da essere lo scopo di tutte le nostre preghiere, l’impetrare la grazia di eseguire non quello che piace a noi, ma quello che Iddio vuole da noi. Ma bisogna uniformarci non solo nelle cose prospere, ma anche in quelle avverse, e non solo nelle avverse che ci vengono direttamente da Dio, come sono le infermità, le desolazioni di spirito, le perdite di robe o di parenti; ma anche in quelle che ci vengono anche da Dio, ma indirettamente, cioè per mezzo degli uomini come le infamie, i dispregi, le ingiustizie, e tutte le altre sorta di persecuzioni. Ed avvertiamo che quando siamo offesi da taluno nella roba o nell’onore, non vuole già Dio il peccato di colui che ci offende, ma ben vuole la nostra povertà e la nostra umiliazione. È certo che quanto succede, tutto avviene per divina volontà. Narra Cesario che un certo monaco, con tutto che non facesse vita più austera degli altri non di meno faceva molti miracoli. Di ciò meravigliandosi l’abbate, gli domandò un giorno quali divozioni egli praticasse. Rispose, che egli era più imperfetto degli altri, ma che solo a questo era tutto intento, ad uniformarsi in ogni cosa alla divina volontà. E di quel danno, ripigliò il superiore, che giorni or sono ci fece quel nemico nel nostro podere, voi non ne aveste alcun dispiacere? No, padre mio, disse, anzi ne ringraziai il Signore, mentr’Egli tutto fa o permette per nostro bene. E da ciò L’abbate conobbe la santità di questo buon religioso. Lo stesso dobbiamo far noi quando ci accadono le cose avverse; accettiamole tutte dalle divine mani non solo con pazienza, ma persino con allegrezza. Ed in vero che maggior contento dovremmo avere che soffrire qualche croce, e sapere che abbracciandola noi diamo gusto aDio? Se vogliamo dunque vivere con una continua pace, procuriamo da oggi innanzi di abbracciarci col divino volere, con dir sempre intutto ciò che ci avviene: Signore, cosi è piaciuto a voi, cosi sia fatto. A questo fine indirizziamo tutte quante le opere nostre, e del continuo offriamo noi stessi al Signore sempre dicendo: Mio Dio, eccomi, fate di me quello che vi piace. E così sarà certo che se non sempre Iddio disporrà della nostra vita in quel modo che piace a noi, ne disporrà sempre tuttavia nel modo più giovevole per il bene dell’anima nostra e per la nostra eterna salute.

Credo …https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps CXXXVI: 1
Super flúmina Babylónis illic sédimus et flévimus: dum recordarémur tui, Sion.
[Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci siamo seduti e abbiamo pianto: ricordandoci di te, o Sion.]

Secreta

Cœléstem nobis præbeant hæc mystéria, quǽsumus, Dómine, medicínam: et vítia nostri cordis expúrgent. [O Signore, Te ne preghiamo, fa che questi misteri ci siano come rimedio celeste e purífichino il nostro cuore dai suoi vizii.]

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps CXVIII: 49-50
Meménto verbi tui servo tuo, Dómine, in quo mihi spem dedísti: hæc me consoláta est in humilitáte mea.
[Ricordati della tua parola detta al servo tuo, o Signore, nella quale mi hai dato speranza: essa è stata il mio conforto nella umiliazione.]

Postcommunio

Orémus.
Ut sacris, Dómine, reddámur digni munéribus: fac nos, quǽsumus, tuis semper oboedíre mandátis.
[O Signore, onde siamo degni dei sacri doni, fa’, Te ne preghiamo, che obbediamo sempre ai tuoi precetti].

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/