MESSA DI CAPODANNO 2023

MESSA DI CAPODANNO (2023)

CIRCONCISIONE DI N. SIGNORE E OTTAVA DELLA NATIVITÀ.

Stazione a S. Maria in Trastevere

Doppio di II classe. – Paramenti bianchi.

La liturgia celebra oggi tre feste: La prima è quella che gli antichi sacramentari chiamano « nell’Ottava del Signore ». Gesù è nato da otto giorni. Così la Messa ha numerosi riferimenti a quelle di Natale. La seconda festa ci ricorda che, dopo Dio, noi dobbiamo Gesù a Maria. Cosi un tempo si celebrava in questo giorno una seconda Messa in onore della Madre di Dio nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Ne è rimasta una traccia nella Orazione, nella Secreta e nel Postcommunio, che sono prese dalla Messa votiva della SS. Vergine, e nei Salmi dei Vespri, tolti dal suo Officio. – La terza festa, infine, è quella della Circoncisione, che si celebra dal VI secolo. Mosè imponeva questo rito purificatore a tutti i bambini Israeliti, l’ottavo giorno dalla loro nascita (Vang.). È una figura del Battesimo per il quale l’uomo è circonciso spiritualmente. « Tu vedi, dice S. Ambrogio, che tutta la legge antica è stata la figura di quello che doveva venire; infatti anche la circoncisione significa espiazione dei peccati. Colui che è spiritualmente circonciso con la correzione dei suoi vizi, è giudicato degno dello sguardo del Signore » (1° Notturno). Così, parlando del primo sangue divino che il Salvatore versò per lavare le nostre anime, la Chiesa insiste sul pensiero della correzione di quello che di cattivo è in noi. « Gesù Cristo ha dato se stesso per riscattarci da ogni iniquità e purificarci » (Ep.). « Degnati, Signore, con questi celesti misteri, di purificarci » (Secr.). « Fa, o Signore, che questa Comunione ci purifichi dei nostri peccati » (Postcom.).

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Isa. IX: 6
Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis: cujus impérium super húmerum ejus: et vocábitur nomen ejus magni consílii Angelus.

 [Ci è nato un bambino, ci è stato dato un figlio, il cui impero poggia sugli ómeri suoi: e il suo nome sarà: Angelo del buon consiglio.

Ps XCVII:1
Cantáte Dómino cánticum novum: quia mirabília fecit.

[Cantate al Signore un cantico nuovo: perché ha fatto cose mirabili.]

Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis: cujus impérium super húmerum ejus: et vocábitur nomen ejus magni consílii Angelus.

[Ci è nato un bambino, ci è stato dato un figlio, il cui impero poggia sugli ómeri suoi: e il suo nome sarà: Angelo del buon consiglio.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Deus, qui salútis ætérnæ, beátæ Maríæ virginitáte fecúnda, humáno géneri praemia præstitísti: tríbue, quǽsumus; ut ipsam pro nobis intercédere sentiámus, per quam merúimus auctórem vitæ suscípere, Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: 

[O Dio, che mediante la feconda verginità della beata Maria, hai conferito al genere umano il beneficio dell’eterna salvezza: concédici, Te ne preghiamo: di sperimentare in nostro favore l’intercessione di Colei per mezzo della quale ci fu dato di ricevere l’autore della vita: il Signore nostro Gesú Cristo, tuo Figlio]

Lectio

Léctio Epístolæ beati Pauli Apóstoli ad Titum.
Tit 2: 11-15
Caríssime: Appáruit grátia Dei Salvatóris nostri ómnibus homínibus, erúdiens nos, ut, abnegántes impietátem et sæculária desidéria, sóbrie et juste et pie vivámus in hoc saeculo, exspectántes beátam spem et advéntum glóriæ magni Dei et Salvatóris nostri Jesu Christi: qui dedit semetípsum pro nobis: ut nos redímeret ab omni iniquitáte, et mundáret sibi pópulum acceptábilem, sectatórem bonórum óperum. Hæc lóquere et exhortáre: in Christo Jesu, Dómino nostro.

[“Carissimo: La grazia di Dio nostro Salvatore si è manifestata per tutti gli uomini, insegnandoci che, rinunciata l’empietà e i desideri mondani, viviamo con temperanza; con giustizia e con pietà in questo mondo, in attesa della beata speranza e della manifestazione gloriosa del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo; il quale ha dato se stesso per noi, per redimerci da ogni iniquità, e formarsi un popolo puro che gli fosse accetto, zelante delle buone opere. Così insegna ed esorta in Cristo Signor nostro”] (Tit. II, 11-15). –

IL PROGRAMMA DELLA NOSTRA VITA

[A, Castellazzi: Alla Scuole degli Apostoli. Ed. Artigian. Pavia, 1929]

Quando S. Paolo si recò nell’isola di Creta col suo discepolo e collaboratore Tito, vi trovò parecchi gruppi di Cristiani, che non erano organizzati in una gerarchia regolare. Non potendo l’Apostolo trattenersi a lungo nell’isola, vi lasciò Tito a organizzare quella Chiesa. Più tardi gli scrive una lettera. In essa gli dà norme da seguire nell’adempimento del suo ufficio pastorale rispetto agli uffici ecclesiastici, ai doveri delle varie classi di persone e ai doveri generali dei Cristiani. Nel brano riportato, avendo prima stabiliti i doveri secondo i differenti stati, reca la ragione per la quale i Cristiani sono tenuti a questi doveri. Sono tenuti perché Dio, che nella sua bontà è sceso dal cielo per tutti, ha insegnato a tutti a rinunciare all’empietà e ai desideri del secolo per vivere nella moderazione, nella giustizia, nell’amor di Dio. Così vivendo saranno consolati dalla presenza della venuta del Redentore, il quale ha dato in sacrificio se stesso per riscattarci dal peccato, e così formare di noi un popolo veramente eletto, tutto dato alle buone opere. Sul cominciare dell’anno la Chiesa ripete a noi questo insegnamento, per esortarci a vivere secondo: Pietà, Temperanza, Giustizia.

 « Chiunque, vuol pervenire al regno celeste, viva con temperanza verso se stesso, con giustizia verso il prossimo, con pietà perseverante verso Dio » (S. Fulgenzio, De remiss. Pacc. L. 1 c. 23). Cominciamo subito da quest’oggi a mettere in pratica questo programma affinché, se il Signore volesse chiamarci al rendiconto nel corso di quest’anno, in qualunque momento ci chiami abbia a trovarci pronti.Mons. Francesco Iannsens, Vescovo di Nuova Orleans,venerato dai suoi figli come un santo, viaggiando sopra un piroscafo alla volta d’Europa, è colpito improvvisamente dalla morte. Non gli rimane che il tempo di inginocchiarsi in cabina e dire: «Mio Dio, vi ringrazio che son pronto» (La Madre Francesca Zaverio Cabrini; Torino 1928, p. 144-45). Che d’ora innanzi la nostra vita sia tale, da poter anche noi dare questa risposta alla divina chiamata, in qualunque momento e in qualunque circostanza si faccia sentire!

Graduale

Ps XCVII:3; 2
Vidérunt omnes fines terræ salutare Dei nostri: jubiláte Deo, omnis terra.
V. Notum fecit Dominus salutare suum: ante conspéctum géntium revelávit justitiam suam. Allelúja, allelúja.

[Tutti i confini della terra videro la salvezza del nostro Dio: acclami a Dio tutta la terra.
V Il Signore ci fece conoscere la sua salvezza: agli occhi delle genti rivelò la sua giustizi. Alleluia, alleluia.]
Heb I:1-2


Multifárie olim Deus loquens pátribus in Prophétis, novíssime diébus istis locútus est nobis in Fílio. Allelúja.

[Un tempo Iddio parlò in molti modi ai nostri padri per mezzo dei profeti, ultimamente in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio. Allelúia.]

Evangelium

Luc II:21
In illo témpore: Postquam consummáti sunt dies octo, ut circumciderétur Puer: vocátum est nomen ejus Jesus, quod vocátum est ab Angelo, priúsquam in útero conciperétur.
[In quel tempo: Passati gli otto giorni, il bambino doveva essere circonciso, e gli fu posto il nome Gesú: come era stato indicato dall’Angelo prima di essere concepito.]

OMELIA

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

DISCORSO PEL PRIMO GIORNO DELL’ANNO

Sopra il buon impiego del tempo

Renovamini spiritu mentis vestræ et induite novum hominem, qui secundum Deum creatus est in iustitia et sanctitate veritatis.

Eph. IV.

Per ben cominciare quest’ anno, fratelli miei, e procurarvelo felice, voi non potete far meglio che seguire l’avviso che vi dà l’Apostolo s. Paolo. Rinnovatevi dunque nello spirito del Cristianesimo, imitando Gesù Cristo vostro modello, cui dovete essere conformi per trovarvi nel numero dei predestinati. Si tratta di spogliarvi dell’uomo vecchio, per servirmi delle parole dello stesso Apostolo, cioè rinunziare a tutte le vostre inclinazioni perverse, e fare a Dio in questo nuovo anno il sacrificio di tutte le vostre passioni. Bisogna che coll’anno che avete finito finisca altresì il regno del peccato: che con lui finiscano l’empietà, l’irreligione, le bestemmie, le imprecazioni, gli odi, le vendette, le ingiustizie, le impurità, le intemperanze, gli scandali, in una parola tutti i delitti che si sono commessi: possano essi rimanere sepolti in un eterno obblio! e che in loro vece rinascere si vedano in questo nuovo anno la pietà, la religione, la temperanza, la modestia, la carità, l’unione dei cuori. Tale è, fratelli miei, il compendio della morale rinchiusa nelle parole del grande Apostolo; Renovamini etc. – Se l’anno che voi cominciate si passa nella pratica delle virtù cristiane; se è un anno santo, egli sarà per voi fortunato. Invano accompagnato verrebbe dalla felicità più perfetta secondo il mondo, invano vi presenterebbe tutto ciò che può appieno appagare le vostre brame nei piaceri e negli onori passeggieri; se non è un anno cristiano, sarà egli per voi disgraziato. Se all’opposto voi santamente il passate, fosse ben egli altronde attraversate da qualunque sinistro accidente, egli sarà sempre favorevole, perché vi condurrà alla felicità eterna. Profittatene dunque nel disegno che Dio ve lo dà, cioè per operare la vostra salute; destinatene tutti i momenti a questo beato fine. Per indurvi a questo, voglio proporvi alcune riflessioni sopra il buon impiego del tempo: Quali sono i motivi che debbono indurvi a ben impiegare il tempo? primo punto: come dovete voi impiegarlo? secondo punto. –

I Punto: Quando più prezioso e necessario si è un bene che ci viene offerto, tanto più dobbiamo noi stimarlo. Più è limitato l’uso che ci vien dato, più dobbiamo affrettarci di metterlo a profitto, principalmente quando dopo di averlo perduto non è più in nostro potere ricuperarlo per trarne vantaggio. – Ora tale è la natura del tempo di nostra vita; egli è prezioso, egli è breve, egli è irreparabile: tre ragioni che c’impegnano a ben impiegarlo. – Il tempo è prezioso e per riguardo al fine per cui ci è dato e per riguardo a quel che ne ha costato a Gesù Cristo per procurarcelo. Per qual fine, infatti, Dio vi ha dato, fratelli miei, e vi dà ancora del tempo a vivere sulla terra? È egli forse per accumular ricchezze, innalzarvi agli onori, appagar le vostre passioni? No, fratelli miei, no, ma bensì per guadagnare il cielo. Il tempo deve condurvi all’eternità, e la vostra eternità sarà felice o sgraziata secondo il buono o cattivo uso che avrete fatto del tempo. Voi potete ad ogni istante guadagnare un’eternità di gloria, perché non evvi alcun istante nella vita in cui non possiate entrare in grazia di Dio, se siete peccatori; ovvero, se siete in istato di grazia, meritar potete tanti gradi di gloria, quante buone opere farete: ecco perché dire si può che da un momento l’eternità dipende, perché basta un momento per meritarla o perderla. Se voi passar lasciate questo momento che vi è dato; se voi non profittate del tempo presente, dopo la morte voi non potrete più meritare: Tempus non erit amplius (Apoc. X). Dopo la morte non vi sarà più perdono dei vostri peccati ad ottenere; più opera alcuna che possa essere nel cielo ricompensata. I reprobi nell’inferno non potranno mai, con tutti i pianti che verseranno, con tutti i tormenti che soffriranno, ottenere il perdono di un solo peccato; i Santi nel cielo non potranno mai, con tutto l’amore che avranno per Dio, accrescere un solo grado della loro beatitudine perché fuori della vita non avvi più merito. Oh quanto è dunque prezioso il tempo della vita e quanto importa il profittarne! poiché ciascun momento vale, per così dire, il possesso di un Dio, vale una felicità eterna. – Ma quale stima ancora non dobbiamo noi fare del tempo, se consideriamo quanto ha costato a Gesù Cristo per procurarcelo? Gli è per meritarci questo tempo che questo Dio salvatore è nato in una stalla, si è assoggettato ai rigori delle stagioni, agl’incomodi della fame e della sete, ai patimenti e alla morte ignominiosa della croce: gli è per meritarci il tempo di far penitenza ch’Egli si è offerto alla giustizia del Padre suo, il che non ha fatto per gli angeli ribelli, che non hanno avuto un solo istante per rialzarsi dalla loro caduta, nel mentre che il Signore ci dà dei giorni, dei mesi, degli anni per cancellare i nostri peccati, calmare la sua giustizia, meritare i doni della sua misericordia. A chi siamo noi debitori di questo favore? Ai meriti, ai patimenti, ed alla morte di Gesù Cristo. Quante volte Iddio, sdegnato contro il peccatore, ha alzato il braccio della sua giustizia per recidere questo albero infruttuoso, e quanti di questi alberi sterili sarebbero già nel fuoco, se Gesù Cristo, il mediatore supremo, non avesse per essi domandata grazia, pregando suo Padre di aspettare ancora per dar loro tempo di portar frutto? Dimitte illam et hoc anno (Luc. XIII). Ah! Signore, aspettate ancora un anno, che quest’albero produca frutti, e se egli non ne produrrà, Voi lo taglierete. Ecco, o peccatori, ciò che domanda Gesù Cristo per voi; e di questo tempo, che è il frutto dei suoi patimenti e della sua morte, quale stima ne fate? in che l’impiegate? Dio ve lo dà per salvarvi, voi ve ne servite per perdervi: questo tempo ha costato la vita di un Dio, e lungi dal metterlo a profitto, voi ne fate un malvagio uso. Gli uni lo passano senza far niente: nihil agentibus. Sono quelle persone oziose e sfaccendate cui fare si può il rimprovero che faceva il padre di famiglia agli operai che se ne stavano in piazza e non si curavano di andare al lavoro: Quid hic statis tota die (Matt. XX)? Si passano i giorni, le settimane, i mesi interi senza far nulla per la salute. Non sappiamo che cosa fare, dicono essi, troviamo il tempo ben lungo; bisogna dunque cercare di ricrearsi e sollazzarsi; e a questo fine il passano in divertimenti frivoli, in render visite, in ispacciar novelle, trattenersi in cose vane ed inutili, andar e venir da una compagnia all’altra, giuocare, andar al passeggio; perché, dicono essi, convien poi passar il tempo in qualche cosa. Ah insensati! voi dite di non avere cosa alcuna a fare? Trovate voi il tempo lungo? Oh quanto la discorrete male, dice s. Bernardo, dicendo che convien cercare di passar un tempo che vi è dato per fare penitenza, per ottenere il vostro perdono, per meritare la grazia, per procurarvi una felicità eterna! Ah! che dovete voi fare? — Non bisogna pregare, far delle buone opere, visitar le chiese, gl’infermi, ammaestrarvi con leggere libri di pietà? Non avete voi doveri ad adempire, virtù a praticare? Ah! se voi foste ben persuasi che avete un affare importante, qual è quello della salute, e che non avete se non il tempo della vita per faticarvi intorno, ben lungi dal trovarlo lungo, vi sembrerebbe troppo breve; per assicurarvi la riuscita di questo affare importante, voi ne mettereste sollecitamente a profitto tutti i momenti. Se i dannati dell’inferno avessero, non dico tutto il tempo, ma solamente una parte di quello di cui voi abusate, con qual precauzione non ne userebbero? – Altri si abusano ancora del tempo a fare tutt’altro che ciò che far dovrebbero: aliud agentibus. Moltissimi si occupano nel mondo, l’uno passa tutti i suoi giorni ad avvantaggiare i suoi negozi, l’altro a proseguire le sue liti, questi a condurre affari stranieri, quegli a fare azioni che non sono né del suo stato né della sua professione. Gli uni rovinano la loro sanità coll’applicazione della mente, gli altri coi travagli del corpo; ma quasi nessuno pensa alla sua salute. Ciò non ostante questi giorni sì pieni sono interamente vuoti di buone opere; si fa tutt’altro che quel che far si dovrebbe; e a che serve lavorar per gli altri, se non si lavora per sé? Questo è faticar inutilmente, questo è perdere il suo tempo: aliud agentibus. – Ma l’abuso peggiore che si fa del tempo, si trova in quelli che lo passano in far del male: male agentibus. Abuso che pur troppo è comune tra gli uomini. Basta vedere quel che passa tra di essi. Gli uni non pensano dalla mattina alla sera che ai mezzi di contentare una rea passione, di mantenere una pratica, di soddisfare la loro cupidigia, la loro sensualità colle delizie e coll’abbondanza del riposo. Gli altri avidi di arricchirsi, commettono tante ingiustizie, quante occasioni trovano di usurpare l’altrui; tutta la loro vita la passano a meditar i mezzi di soppiantar gli uni e d’ingannar gli altri, di distruggere coloro che resister non gli possono. A che si riducono la maggior parte delle conversazioni? A parlar di affari progettati o conchiusi per la soddisfazione delle sue passioni, a spacciar novelle per lo meno inutili, a passar in rivista tutti gli stati, tutte le condizioni, a ricercare scrupolosamente i doveri di ciascuno, fuorché i loro propri; a censurare senza discrezione quei che impiegati sono nelle diverse cariche della società. M’inganno forse? Nulla è di tutto questo? Sarebbero dunque discorsi contro la Religione, contro i costumi? Finalmente, per la disgrazia più deplorabile, non si vede, non si ode parlar dappertutto che di scelleratezze e di disordini: male agentibus; cioè, del mezzo che Dio loro dà per santificarsi, per meritar il cielo, se ne servono per consumare la loro riprovazione. Quale accecamento e quale insensibilità per i suoi interessi! Poiché questo tempo sì prezioso che ci vien dato per salvarci è sommamente breve. – Secondo motivo che deve indurci a metterlo a profitto. Infatti, fratelli miei, che cosa è la vita dell’uomo? È un sogno che sparisce nell’istante in cui uno si sveglia; è, dice il santo Giobbe, una foglia che il vento trasporta, un fumo che si dissipa nell’aria. Appena l’uomo è venuto al mondo che conviene pensare a lasciarlo. Non evvi, per così dire, che un passo dalla culla al sepolcro. La maggior parte degli uomini vive poco; e che compaiono alfine della vita gli anni di quei medesimi che vivono lungo tempo? Mille anni, dice il profeta, non sono innanzi a Dio che come il giorno di ieri che è passato: Mille anni tanquam die hesterna quæ præteriit (Ps.LXXXIX). La vita più lunga, a paragone dell’ eternità, è meno che una gocciola d’acqua vi pare, fratelli miei, dei venti, quaranta, sessant’anni che vissuto avete sopra la terra? Che cosa vi sembra dell’anno che ora è passato? É un giorno, è un momento: tutti i vostri anni passeranno nella stessa guisa, e voi vi troverete al fine come se pur allora incominciaste a vivere. Insensato è colui che si attacca alle cose transitorie di questo mondo, che cerca la sua felicità in una vita sì breve e che non se ne profitta per assicurarsi una più durevole felicità. – Dio ci ha dato il tempo della vita come un bene ad affitto, che ci toglierà dopo un certo tempo. I nostri corpi sono case che cadono ogni giorno in rovina e che ci tocca fra poco abbandonare; la nostra vita si accorcia tutti i giorni, di modo che più abbiamo noi vissuto, meno ci resta a vivere. Verrà fra breve l’ultimo giorno, in cui nulla vi sarà più a contare. Affrettiamoci di profittare di un tempo che se ne fugge veloce e la cui perdita è inoltre irreparabile. Ed invero, il tempo perduto non ritornerà più, gli anni che noi abbiamo vissuto sulla terra non sono più in nostro potere. Felici noi, se li abbiamo ben passati, sono altrettanti tesori di merito che abbiamo acquistati e che sussistono: mentre la virtù è il solo bene che sia sicuro dall’ingiuria del tempo; le nostre preghiere, i nostri digiuni, le nostre limosine, tutto ciò noi troveremo alla morte e nell’eternità. Ma se noi abbiamo passati male i giorni di nostra vita, la perdita che fatta abbiamo, è senza rimedio. Possiamo, è vero, ricuperar la grazia di Dio che abbiamo perduta nel tempo passato, ma non ricupereremo giammai quei momenti favorevoli cui aveva Iddio annesse certe grazie che forse non ci darà più e che deciso avrebbero di nostra predestinazione. Il nostro fervore può supplire ancora al numero delle buone opere che non abbiamo fatte; noi possiamo ancora, come gli operai della vigna che vennero all’ultima ora, meritare la ricompensa che fu data ai primi; ma non raccoglieremo giammai quell’abbondanza di frutti che tutti i momenti di un costante fervore ci avrebbero prodotti. – Qual sarà dunque alla morte il rammarico di coloro che abusato avranno del tempo? Qual sarà il cordoglio di quei peccatori che vedranno fuggiti quei bei giorni che non dipendeva che da essi l’impiegare pel cielo? Quei bei giorni in cui la grazia li sollecitava a staccarsi dalla creatura, a rompere quegli attacchi illeciti che li soggettavano al loro impero. Vedranno i loro piaceri passati col tempo; desidereranno di aver ancora quel tempo; ma con tutte le loro lagrime e i loro tormenti, non potranno giammai far ritornare un solo di quei momenti che avrebbero bastato per preservarli dall’eterna disgrazia. – Aspetterete voi, fratelli miei, a questo stesso momento per riflettere sul prezzo del tempo e sospirare quello che perduto avrete? Oimè! di quanti momenti non vi siete voi già abusati? Interrogate su di ciò la vostra coscienza e domandate a voi medesimi: da poi che io sono sopra la terra, che cosa ho fatto per la mia salute? Molto ho lavorato per gli altri, e nulla ho fatto per me; forse che se io dovessi al presente comparire innanzi a Dio, presentargli non potrei una sola azione degna delle sue ricompense: all’opposto tutte le azioni di mia vita non meritano che i suoi castighi. Ah! ormai è tempo che io esca dal letargo in cui ho sin adesso vissuto, che incominci a vagliare per me, e che ripari il passato con un santo uso, del tempo. E qual deve essere quest’uso? Ecco il secondo punto.

II. Punto. Per fare un sant’uso del tempo, dice s. Bernardo, convien considerarlo per riguardo al passato, al presente ed al futuro. Bisogna riparar il passato, regolar il presente, cautelarsi contro l’avvenire e non contarvi sopra. – Quantunque non sia in poter nostro far ritonare il tempo già passato, possiamo nulladimeno ripararlo, o, per servirmi delle parole di s. Paolo, riscattarlo: redimentes tempus etc. Ora che cosa è riscattare un podere nel commercio del mondo? É pagare, per ritirarlo, il prezzo che ne abbiamo ricevuto, è soddisfar un debito che abbiamo contratto. Voi avete venduto, prostituito il vostro tempo al mondo e alle vostre passioni, voi avete alienato questo fondo che Dio aveva confidato alla vostra economia; e per cattivo uso da voi fattone, avete contratto dei debiti verso la giustizia di Dio. Ora quali sono questi debiti? Sono i peccati che avete commessi. Questi peccati sono passati, è vero; i piaceri da voi gustati nel commetterli non sussistono più, ma il vostro delitto sussiste ancora nella macchia che ha impressa nella vostra anima, che la rende difforme agli occhi di Dio e ne fa l’oggetto delle sue vendette: questa macchia rimarrà sempre, sin tanto che non sia cancellata con le lagrime della penitenza. Alla penitenza dunque convien ricorrere per purificarvi; e a questo fine entrate nei sentimenti di un re penitente, il quale riandava nell’amarezza del suo cuore gli anni della sua vita: Recogitabo illi omnes annos meos in amaritudine animæ meæ [Isai. XXXVIII). Oimè! dovete voi dire, sono tanti anni che io vivo alla terra, e nulla ho ancora fatto per la mia salute; a nient’altro ho pensato che a far fortuna in questo mondo, che a soddisfar le mie passioni. Di quei beni che ho ricercato, di quei piaceri che ho gustato,, che cosa mi resta? Una trista rimembranza, che mi trafigge l’anima, ma di pungenti rimorsi. Vane apparenze di dolcezze, che vi siete dileguate come un sogno, voi null’altro più siete che un’ombra che svanì. Ah! tempo infelice in cui vi ricercai! tempo infelice in cui tanto vi amai! O mio Dio, che siete una bellezza sempre antica e sempre nuova, ah quanto sono stato cieco ed insensato a cercare altra contentezza che quella che gustasi nell’amarvi e nel servirvi. Io ne ho il cuor penetrato dal più vivo dolore; e giacché voi mi date ancor tempo di riparare le mie disgrazie, io voglio profittarne per non attaccarmi che a Voi solo e risarcirvi col mio fervore l’ingiuria che vi ho fatta coll’abusarmi del tempo che Voi mi avete dato. – Se voi siete, fratelli miei, in questi sentimenti e li metterete in pratica, voi, meriterete che Dio vi tenga conto di quegli anni che prostituiste al mondo, al demonio e al peccato: Reddam vobis annos quos, comedit locusta, bruchus et rubigo (Joel. 2). Con questo riparerete le vostre perdite, riscatterete il tempo che avete perduto, ma si tratta di fare in primo luogo un santo uso di quello che presentemente si trova in vostra disposizione. Voi dispor più non potete del tempo passato, perché più non esiste; neppure dispor potete del tempo avvenire, perché non esiste ancora e forse voi non l’avrete: non evvi dunque che il tempo presente, che è in vostre mani ed ancora vi fugge nello stesso momento che ne parlate; profittate adunque con diligenza di quel che avete, perché è il solo su cui potete contare, è un talento che Dio vi dà, non lasciatene perdere la minima parte: Particula boni doni non defraudet te ( Ecli. XIV). Può essere che Dio abbia attaccato al momento che è adesso in vostra disposizione certe grazie speciali da cui dipende la vostra eterna salute. – Se voi sicuri foste di non aver più che quest’anno, questo giorno a vivere, come, io vi domando, come lo passereste voi? Non l’impieghereste tutto nella pratica delle buone opere?… Rimarreste voi un sol momento in peccato? Ebbene vivete in questa guisa, e voi farete un santo uso del tempo. Dite a voi medesimi: questo forse è l’ultimo anno di mia vita, convien dunque che lo passi come se lo fosse in realtà; e voi lo passerete santamente. Perciocché finalmente, fratelli miei, ne verrà uno che sarà l’ultimo, e qual è? Potete voi assicurarvi che non sia questo? Quanti ve ne sono stati che, cominciato avendo lo scorso anno in ottima sanità, non ne han veduto il fine! Quanti cominciano questo e non lo sappiamo vedranno finire! Chi viver crede ancora molti anni forse è colui che morrà il primo e fra poco. Se alcuno avesse detto a quell’uomo, a quella donna, che sono stati sotto gli occhi vostri sepolti nei sepolcri dei loro padri: Voi non avete più che quest’anno a vivere, come passato l’avrebbero? Si dice a voi la medesima cosa al principio di questo: egli sarà per qualcheduno l’ultimo, e non evvi alcuno che dir non possa: forse lo sarà per me, forse a me toccherà di andar in quest’anno alla sepoltura; perché posso io lusingarmi di andarvi più tardi che un altro? Ah bisogna dunque, senza esitare, metter ordine alla mia coscienza, restituire quella roba mal acquistata, riconciliarmi con quel nemico, corregger quel cattivo abito, dire addio al peccato, allontanare quell’occasione pericolosa, quell’oggetto che mi seduce, bisogna finalmente che io faccia tutto il bene che da me dipende, che io fatichi alla mia salute, mentre ne ho il tempo: Dum tempus habemus, operemur bonum (Gal. 6). – Tali sono, fratelli miei, le salutevoli risoluzioni che suggerir vi debbono la brevità del tempo e l’importanza della buona riuscita nell’affare della vostra salute. Voi potete lasciar il restante a terminare ai vostri eredi, lasciar loro quella fabbrica a perfezionare, quella lite a finire, ma non già la vostra salute; se voi non vi ci siete adoperato nel tempo, non potrete più farlo dopo la morte, né altri vi faticherà per voi. Profittate dunque, torno a dirvi, del momento che se ne fugge per non ritornare giammai, ed occupatevi incessantemente nella pratica delle buone opere che vi seguiranno nell’eternità: Quodcumque potest manus tua, instanter operare (Eccl. 9). Distribuite il vostro tempo ad adempiere i doveri del vostro stato, regolate si bene i vostri esercizi di pietà che ciascheduna cosa abbia il suo tempo: che la preghiera, la Messa, la lettura di pietà, l’adorazione del Santissimo Sacramento, la visita dei poveri trovino luogo nella distribuzione che voi ne farete. Date pure le vostre attenzioni ai vostri affari temporali, al governo della vostra famiglia: ma la vostra salute tenga sempre il primo posto, e tutti gli altri a lei rapportino. Cosi i vostri giorni si troveranno pieni, la vostra anima sarà carica di meriti pel cielo, e vi precauzionerete per l’avvenire, sul quale voi contar non dovete. E come, infatti, contar si può sopra un tempo che è così incerto? Iddio non ce l’ha promesso, né il vigore dell’età né la forza del temperamento possono assicurarcelo; poiché vediamo sovente persone giovani e robuste colpite dalla morte così presto, come le inferme e le vecchie. Tale che si promette di vivere ancora un gran numero d’anni morrà fra poco: ciò che è ben certo si è che si muore più presto di quel che si pensa. Bisogna dunque preveder l’avvenire ed operare come se non dovessimo averlo. È lo stesso che arrischiare la sua eterna salute, l’esporla all’incertezza di un tempo avvenire. Ah! non fate così, fratelli miei, quando si tratta di affari temporali! Quando trovate l’occasione di arricchirvi, voi la cogliete avidamente, niente vi distoglie dal profittarne; se si presenta un buon acquisto a fare, voi non aspettate all’indomani, per tema che un altro più pronto di voi non vi prevenga. Eh! Perché non fate lo stesso per la vostra salute? Potete voi in quest’oggi convertirvi, riconciliarvi con Dio. Non differite di più; forse non avvi domani per voi. La prudenza richiede che voi pensiate all’avvenire; e perciò voi fate provvisione di quanto vi sarà necessario per sussistere un numero di anni che credete ancora vivere sulla terra e per una stagione in cui non potete più lavorare. Ah! forse non sarete più in quest’anno, per cui fate tanti cumuli e non pensate a far provvisioni per l’eternità, ove sarete per sempre. Qual follia! Qual accecamento! Al vedervi sembra che abbiate da star sempre sulla terra, e che convenuti vi siate, per così dire, con la morte, affinché ella non vi colpisca se non quando piacerà a voi. Ah! insensati! voi morrete forse prima di aver terminato un solo dei vostri affari, e la vostra gran disgrazia sarà di morire senza aver operato la vostra salute! Imitate un viaggiatore che trattenuto si è nel suo cammino in frivoli divertimenti, e, vedendo il fine del giorno, raddoppia i suoi passi per riparare il tempo perduto e giungere al termine del suo viaggio. Voi arrestati vi siete alle bagattelle del secolo; i beni, i piaceri hanno occupato tutte le vostre sollecitudini; e voi non avete ancora pensato alla soda felicità: nondimeno il sole s’abbassa. Inclinata est iam dies (Luc. XXIV). Eccovi al fine di vostra vita; forse voi toccate il momento che deve farvi passare dal tempo all’eternità. Profittate dunque del tempo che vi resta, camminate sinché la luce vi rischiara, perché la notte s’avvicina, in cui nulla più potrete operare per la salute; precipitate il vostro corso, poiché vi resta ancora molta strada a fare.

Pratiche. Il più importante ed il più premuroso per voi è di uscire dallo stato del peccato per riconciliarvi con Dio con una buona confessione, che rinnoverà in voi la immagine dell’uomo nuovo: Renovamìni etc. Non potete voi meglio cominciar l’anno che con questa santa pratica. Correggete i vostri cattivi abiti e riformate tutto ciò che conoscete di difettoso nella vostra condotta. Tale è la circoncisione spirituale che Gesù Cristo domanda da voi in questo giorno, in cui ha Egli sofferto la circoncisione corporale per la vostra salute. Dopo aver Egli tanto sofferto per esser vostro Salvatore, non vorrete voi fare cosa alcuna per esser salvi? Giacché si è per voi sacrificato, non dovete voi altresì fargli un qualche sacrificio col troncare tutto ciò che in voi gli dispiace? – Ringraziate Iddio dei beni che vi ha fatti negli anni scorsi; fate a questo fine una visita a Gesù Cristo, offeritegli i pochi anni che vi restano per impiegarli nel suo servizio. Vivete questo anno, questo giorno stesso, come se non aveste più che quest’anno, che questo giorno a vivere; fate ogni mattina questa risoluzione. Ravvivate il vostro fervore nel servizio di Dio con quelle parole di s. Paolo: Dum tempus habemus, operemur bonum (Gal. VI); facciamo del bene mentre ne abbiamo il tempo, per raccoglierne il frutto nell’eternità. Così sia.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps LXXXVIII: 12; 15
Tui sunt cæli et tua est terra: orbem terrárum et plenitúdinem ejus tu fundásti: justítia et judícium præparátio sedis tuæ.

[Tuoi sono i cieli e tua è la terra: Tu hai fondato il mondo e quanto vi si contiene: la giustizia e l’equità sono le basi del tuo trono].

Secreta

Munéribus nostris, quǽsumus, Dómine, precibúsque suscéptis: et coeléstibus nos munda mystériis, et cleménter exáudi.

[Ti preghiamo, o Signore, affinché gradite queste nostre offerte e preghiere, Ti degni di mondarci con questi celesti misteri e pietosamente di esaudirci.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de Nativitate Dominica
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Quia per incarnáti Verbi mystérium nova mentis nostræ óculis lux tuæ claritátis infúlsit: ut, dum visibíliter Deum cognóscimus, per hunc in invisibílium amorem rapiámur. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cæléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes.

veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Poiché mediante il mistero del Verbo incarnato rifulse alla nostra mente un nuovo raggio del tuo splendore, cosí che mentre visibilmente conosciamo Dio, per esso veniamo rapiti all’amore delle cose invisibili. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus:

Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:


Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XCVII:3

Vidérunt omnes fines terræ salutáre Dei nostri.

[Tutti i confini della terra videro la salvezza del nostro Dio.]

Postcommunio

Orémus.
Hæc nos commúnio, Dómine, purget a crímine: et, intercedénte beáta Vírgine Dei Genetríce María, cæléstis remédii fáciat esse consórtes.

[Questa comunione, o Signore, ci purífichi dal peccato e, per intercessione della beata Vergine Maria Madre di Dio, ci faccia partecipi del celeste rimedio.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

CALENDARIO LITURGICO della CHIESA CATTOLICA: GENNAIO 2023

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: GENNAIO 2023

Gennaio è il mese che la Chiesa Cattolica dedica alla santa Infanzia di Gesù Cristo, all’Epifania, e la Sacra Famiglia.

Rinnovazione dei voti battesimali. — Come i buoni Cristiani chiudono l’anno morente col ringraziare Iddio dei beni ricevuti — così aprono l’anno nuovo col rinnovare i santi Voti Battesimali. — Saremmo noi di quella gente che non se ne cura — o li rinnova solo a fior di labbra — indifferente — fredda — incosciente?

Che cosa sono î voti battesimali? — Sono le proteste solenni che noi — per mezzo del padrino e della madrina – facemmo alla Chiesa Cattolica — la quale — solo a tal patto — ci ammetteva nel suo seno col S. Battesimo — facendoci figli di Dio — eredi del Paradiso — partecipi dei SS. Sacramenti. — Sono dunque una parola solennemente data — confermata poi coscientemente — solennemente — le tante volte — alla quale noi dobbiamo fare onore oggi — e sempre… — Siamo Cristiani — o non lo siamo? — Cristiani di solo nome — od anche di vita pratica?

A che c’impegnano i voti battesimali? — Ad una vita aliena dal peccato — mercè la rinuncia a satana — la rinuncia alle mondanità alle quali egli ci istiga — la rinuncia ai disordini nei quali egli vorrebbe precipitarci… —

C’impegnano a tenerci immuni da ogni errore che ci allontani da Dio — e ciò per mezzo della fede nell’insegnamento cattolico — sincera — ferma — totalitaria… —

C’impegnano infine alla santità cristiana — ed alla perseveranza in essa — vivendo in Gesù — e per Gesù — come membra vive del suo Corpo Mistico, ch’è la Chiesa —- animate perennemente dal Santo suo Spirito.

Come rinnovare i voti battesimali? — Rinnoviamoli con santo entusiasmo per Cristo Re — al cui appello noi — con essi — rispondiamo il nostro: Presente! — Rinnoviamoli con sincero pentimento delle nostre infedeltà passate — e come una fattiva riparazione ad esse! —

Rinnoviamoli con ferma fiducia nell’aiuto indispensabile – e insieme infallibile — se noi lo vogliamo — della divina grazia — aggiungendovi la lieta prospettiva del premio immenso che ci meriteranno in Cielo!

(G. Monetti S. J. : La Sapienza Cristiana vol. II, p. seconda, U.T.E.T. Torino, 1949)

III

ORATIONES

127

Amabilissimo nostro Signore Gesù Cristo, che fatto per noi Bambino, voleste nascere in una grotta per liberarci dalle tenebre del peccato, per attirarci a voi, ed accenderci del vostro santo amore, vi adoriamo per nostro Creatore e Redentore, vi riconosciamo e vogliamo per nostro Re e Signore, e per tributo vi offriamo tutti gli affetti del nostro povero cuore. Caro Gesù, Signore e Dio nostro, degnatevi di accettare questa offerta, e affinché sia degna del vostro gradimento, perdonateci le nostre colpe, illuminateci, infiammateci di quel fuoco santo, che siete venuto a portare nel mondo, per accenderlo nei nostri cuori. Divenga per tal modo l’anima nostra un altare, per offrirvi sopra di esso il sacrificio delle nostre mortificazioni; fate che essa cerchi sempre la vostra maggior gloria qui in terra, affinché venga un giorno a godere delle vostre infinite bellezze in cielo. Così sia.

Indulgentia trium annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem oratio devote repetita fuerit (S. C. Indulg., 18 ian. 1894; S. Pæn. Ap., 21 febr. 1933).

128

 O divino Pargoletto, che dopo i prodigi della vostra nascita in Betlemme volendo estendere a tutto il mondo la vostra infinita misericordia, chiamaste con celesti ispirazioni i Magi alla vostra culla convertita in trono di reale magnificenza, e benignamente accoglieste quei santi personaggi che, ossequenti alla divina voce, corsero ai vostri piedi riconoscendovi ed adorandovi come Principe della pace, Redentore degli uomini e vero Figlio di Dio; deh! Rinnovate in noi i tratti della vostra bontà ed onnipotenza, illuminando il nostro intelletto, rafforzando la nostra volontà, infiammando il nostro cuore per conoscervi, servirvi, amarvi in questa vita, meritando così di godervi eternamente nell’altra.

Indulgentia quingentorum dierum (S. Pæn. Ap., 14 iul. 1924 et 15 ian. 1935).

129

«Passati gli otto giorni, il Bambino fu circonciso e gli fu posto nome Gesù ». A riscaldare il cuore indurito e agghiacciato del peccatore, o divino Infante, non sarebbero bastati il freddo, i vagiti, la povertà e le lagrime del vostro presepio, ed ecco che, mentre sopra il vostro capo non s’erano ancora del tutto spente la luce e l’eco delle armonie angeliche, passò sopra le vostre carni, opera dello Spirito Santo, il coltello di pietra, che ne trasse alcune gocce di sangue. Ora, al mattino della vita, sono poche gocce; ma, giunta la sera, lo verserete tutto fino all’ultima stilla. Deh, fate comprendere anche a noi la imprescindibile necessità di espiare la colpa e di riconquistare la libertà dello spirito con la mortificazione dei bassi istinti della, carne. La grandezza del vostro nome, o Gesu, precedette, accompagnò e seguì la vostra comparsa sulla terra. Fin dall’eternità il Padre lo porto scritto a caratteri d’oro nella sua mente ed agli albori della creazione le arpe angeliche gli intonarono un inno di gloria ed i giusti gli mandarono, come salutandovi da lontano, un gioioso palpito di speranza. E al suo primo echeggiare nel mondo, il cielo si aperse, la terra respiro e l’inferno tremò. La sua storia non segna che trionfi. Da venti secoli esso forma la parola d’ordine dei credenti, che sempre vi attinsero e vi attingeranno la ispirazione e l’impulso per spingersi fino alle più eccelse vette della virtù. Esso resterà sempre la voce dolcissima, che, risuonata sulla vostra culla e scritta sulla vostra Croce, ricorderà perennemente all’uomo Colui, che lo amo fino a morire per lui. O Gesù, impossessatevi pienamente del nostro cuore e fatelo vivere solo del vostro amore, finché a Voi abbia consacrato il suo ultimo palpito.

Fidelibus, qui supra relatam orationem devote recitaverint, conceditur:

Indulgentia trium annorum;

Indulgentia plenaria, suetis conditionibus (S. Pæn. Ap., 4 maii 1941).

Queste sono le feste del mese di GENNAIO 2023

1 Gennaio In Circumcisione Domini    Duplex II. classis *L1*

2 Gennaio Sanctissimi Nominis Jesu    Duplex II. classis

5 Gennaio In Vigilia Epiphaniæ    Semiduplex *L1*

      Commemoratio: S. Telesphori Papæ et Martyris

6 Gennaio In Epiphania Domini    Duplex I. classis *L1*

                        PRIMO VENERDI

7 Gennaio        PRIMO SABATO

8 Gennaio Sanctæ Familiæ Jesu Mariæ Joseph    Duplex majus

11 Gennaio Commemoratio: S. Hygini Papæ et Martyris

13 Gennaio in Octava Epiphaniæ –  Duplex majus

14 Gennaio S. Hilarii Episcopi Confessoris Ecclesiæ Doctoris    Duplex m.t.v.

15 Gennaio Dominica II post Epiphaniam    Semiduplex Dominica minor *I*

               S. Pauli Primi Eremitæ et Confessoris    Duplex

16 Gennaio S. Marcelli Papæ et Martyris    Semiduplex

17 Gennaio S. Antonii Abbatis    Duplex

18 Gennaio Cathedræ S. Petri    Duplex majus *L1*

                Commemoratio: S. Priscæ Virginis

19 Gennaio Ss. Marii, Marthæ, Audifacis, et Abachum Martyrum    Simplex

                  Commemoratio: S. Canuti Martyris

20 Gennaio Ss. Fabiani et Sebastiani Martyrum    Duplex

21 Gennaio S. Agnetis Virginis et Martyris    Duplex

22 Gennaio Dominica III Post Epiphaniam    Semiduplex Dominica minor *I*

                     Ss. Vincentii et Anastasii Martyrum    Semiduplex

23 Gennaio S. Raymundi de Peñafort Confessoris    Semiduplex m.t.v.

                   Commemoratio: S. Emerentianæ, Virginis et Martyris

24 Gennaio S. Timothei Episcopi et Martyris    Duplex

25 Gennaio In Conversione S. Pauli Apostoli    Duplex majus *L1*

26 Gennaio S. Polycarpi Episcopi et Martyris    Duplex

27 Gennaio S. Joannis Chrysostomi Episcopi, Confess. et Eccl. Doctoris    Duplex

28 Gennaio S. Petri Nolasci Confessoris    Duplex m.t.v.

                   Commemoratio: S. Agnetis Virginis Martyris secundo

29 Gennaio Dominica IV Post Epiphaniam    Semiduplex Dominica minor *I*

                  S. Francisci Salesii Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

30 Gennaio S. Martinæ Virginis et Martyris    Semiduplex

31 Gennaio S. Joannis Bosco Confessoris    Duplex

LO SCUDO DELLA FEDE (234)

LO SCUDO DELLA FEDE (234)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO III

ART. III.

Le Campane.

Solo la Chiesa Cattolica poteva, e doveva inventare le campane, od almeno introdurle al grande uso, per cui sono destinate. Abbiamo detto: almeno introdurle al grand’uso; perché troviamo antiche memorie de’ campanelli; ma le campane propriamente dette, come ora le abbiamo, pare s’introducessero sol dopo cessate le persecuzioni. Quando la Chiesa di Dio vivente non era altrove sicura che nell’oblio, possiam esser certi che non si convocavano i fedeli a suon di campane o di crotali. Dice taluno, che usassero di quella vece le raganelle; e potrebbe esserne un indizio il vederle anche fra noi adoperate nella settimana santa: pei quali giorni si conservarono ancora in uso i riti più antichi. Ma anche questo non si poteva fare, se non dopo ottenuta la pace. Nel tempo delle persecuzioni bisognava che si avvertissero i fedeli, di casa in casa, con rapidità, con modi che non gli scoprissero. – Troviamo presso i Romani fatta menzione di segni, che si davano con bronzi sonanti, e presso i Cristiani di segni, con cui si raccoglieva il popolo in Chiesa: e dagli storici di Venezia abbiamo, che il Doge Orso Partecipazio nell’anno 865 mandò le prime campane all’Imperatore Michele da mettere a Santa Sofia. Non se ne conosce però l’inventore. Il nome poi di campana pare venisse loro dato dalle fonderie, che si stabilirono nella Campania, celebre per l’eccellente bronzo, o forse anche perché là furono prima adoperate. Questo indicherebbe il nome loro dato indi aes Nolanum o Nolæ, cioè bronzo di Nola, da Nola città di Campania, a dodici miglia da Napoli (Cantù: Storia Universale). Certo è però che la Chiesa, questa società dei fedeli, sposata a Dio, quando uscì alla luce e poté respirare in libertà, e spiegare nei maestosi suoi riti i disegni della carità di Dio, da cui è informata, non poteva trovare strumento meglio adatto per comunicare continuamente, come in famiglia ai figliuoli sparsi d’intorno, i suoi pensieri. E in vero quanto sublime è questo concetto! Questa sposa del Signore, e ne diffonde il suo spirito per tutto 1° universo, dove trova un gruppo d’abitazioni, alcuni uomini raccolti in società, li lega in famiglia, e vi colloca in mezzo il centro dei suoi affetti, ponendovi da adorare nella loro chiesuola Gesù Cristo, amante nascosto sotto i veli del Sacramento nella misteriosa celletta del sacro ciborio. Quivi col cuore suo nel suo Tesoro, è dove propriamente vive d’amore. Ora, come il cuore dell’uomo diffonde coi suoi battiti per le membra quel calore di vita, di cui è focolare, così dalle chiese colle ripetute scosse delle campane si spandono intorno con rapida onda sonora in tutti i medesimi pensieri, i medesimi affetti; e si trasfonde sull’istante, come elettrica un’aura di carità. Oh si, la carità sa pure inventare i belli ingegni e più industriosi e delicati! Ella in mille arcane maniere infonde la vita anche nelle più morte cose, e, informandole, le travolge nei suoi movimenti, come il vortice della vita animale assorbe le molecole dei corpi inanimati, e se le incorpora alla vitalità, assimilandole. Ecco che qui obbliga sino il metallo, a dire parole, a cantare, a sospirare con essa; anzi costringe fino a pigliare sopra le loro ali a portare intorno a tutti i fedeli, colle soavi emozioni, ì cenni della Madre Chiesa. Dalla parte dell’arte poi (Chateaubriand.) non vi è più sublime cosa di questo suono di maestosa armonia. Un flauto ti molce l’animo, e lo riempie di soavità: un violino pare che assottigli un fil di voce delicatissimo per sposarsi al tuo pensiero e corrergli flessibile come esso, agile e presto; ma il suono di molte campane ti scuote potentemente, e ti rapisce in più sublime atmosfera, e ti fa sentire nella persona una vibrazione, che cerca inquieta d’intonarsi con un’armonia, la quale indovini dovere esistere, ma più in su, fuori della sfera di attrazione di questa bassa terra. – Hanno alcuni fatto prova d’introdurre la campana sulle scene dei teatri; ebbene, anche là, in mezzo agli svariati concerti, che ti rubano l’animo obbligato a correre dietro ed una scherzevole melodia; se si sente il rintocco d’una campana, l’animo ne resta sorpreso, è tarpato il volo ai fugaci pensieri; l’uomo è richiamato in se stesso da un’armonia più possente, che manda a nullo ogni altra impressione. Che se, nel silenzio di quel sublime incanto, l’uomo interrogasse sé stesso: anche là sul teatro, in mezzo a que’ spettacoli il cuor suo gli risponderebbe di grandi verità. E per vero quali segrete relazioni non ha il suono delle campane col nostro cuore? Quante volte in un’ora di mesta quiete, ti rimbombano intorno i rintocchi di un’agonia rassomiglianti alle lente pulsazioni di un cuor, che si spegne, e ti portano il pensiero agli aneliti di un boccheggiante morente! Tu ti segni di Croce, e corri colla tua preghiera a dare la mano al tuo fratello, che, sfinito di forze, sta nell’abbrivo dal tempo all’eternità! Hai pregato; ma la campana sospira ancora, e ti ripete all’orecchio: « dunque si more… si more… e dopo la morte?… Suono di terrore! eppure misto di tenerezza, anche quando senti l’intronar a stormo, con che la trepida campana grida ululando: « accorrete! » Allora ti pare in essa di udir la madre che grida: « coraggio, coraggio, o figliuoli; accorriamo, portiamo aiuto ai fratelli, in chi sa qual terribil frangente. » Ma poi, all’alba d’un di solenne, per cui l’aurora pare mandi una luce più gaia ad ornare di rose a festa il firmamento; mentre gli Angeli forse discenderanno in terra in devoto pellegrinaggio a visitare i benedetti luoghi consacrati dai divini misteri, e vedranno la luce rapida come il baleno inondar via via paesetti e campagne e città; le campane destano col suono di festa i fedeli a salutare con vergini pensieri insieme cogli angeli Maria. Maria, (la più bella idea di Dio incarnata in donna) ti sorride dinanzi come una visione di paradiso. Oltre a ciò non hai provato mai a trovarti sopra la vetta di un monticello sotto limpido cielo, quando tutti gli oesetti risplendono d’una cotal luce color di rosa, dalla quale pare che il sole accarezzi la terra per consolarla del suo partire? In quell’ora solenne e soave, da tutti quei paesetti, che incoronano i colli d’intorno, le campane in un istante, come se le inspirasse un comun pensiero, gareggian fra loro a salutar Maria. Allora l’anima tua con un casto affetto stende la mano a Maria, chiamandola soavemente come la bambina chiama di sera la mamma, perché la metta a riposo in seno a Dio. Sì, nella quiete dei campi, quando senti quell’argenteo tintinnio dalla torre della chiesuola, ti par che la religione ti spedisca l’Angelo della misericordia a quei popolani affaticati, per dir con essi: « Ave Maria; o Maria, il Figliuol di Dio è nato Bambino, ed abita qui tra noi poverini; » o mandi l’Angelo della giustizia a tuonar nel rintocco sul tumulto della città. » Sciagurati! voi correte a perdervi, se non date la mano alla Madre, che vi meni a salvarvi in seno a Gesù, che non curate d’avere con voi ». Ah! finalmente, se hai fede ancora, quando il suon di molte campane all’improvviso proclama nelle regioni delle nubi il trionfo del Dio delle battaglie; e quando in terra intuona gloria; o acclama tre volte santo il Dio fatto uomo, che abbiam tra le mani, od invita ad accogliere le benedizioni della sua bontà; allora colla potenza delle sacre onde sonore ti rapisce in cielo quell’armonia divina. – Ah! i protestanti quando non vollero più invocare per madre Maria, quando infransero il vincolo della carità, staccandosi dalla Madre Chiesa, allora abolirono le campane. Per loro 1’individuo basta a se stesso: e’ si foggia la religione che gli piace, e i figli della stessa famiglia possono aver diversa credenza: non hanno comunione, né società di spirituali interessi, non più relazioni cogli antichi amici in cielo, non più la comunione dei Santi: non più Gesù Cristo nel Sacramento. È spento tra essi il cuore della Chiesa; e non suona più la campana, che ne esprimeva il palpito. Vogliam dire che un avanzo di religione ammiserita, e spoglia di così care credenze, dovette rifiutare alla campana che le esprimeva sì bene. Ah! son forse i figli, che non vogliono più ascoltare la madre coloro, che fan guerra al suon delle campane nel nostro paese cattolico, in questa… miseria di tempi.

Dominus vobiscum.

Cessato il cantico della gloria di Dio, il Sacerdote si volta al popolo, e lo saluta, dicendo: Dominus vobiscum, » cioè: « il Signore sia con voi; » e il popolo gli risponde: « Et cum spiritu tuo; » ed anche collo spirito vostro. – Solo chi ha sortito dalla natura un cuor ben fatto, e chi è ritornato all’evangelica semplicità, è capace di gustare tutta la poesia d’un così caro saluto. Ella è questa una preghiera quanto più usitata e in bocca di tutti, altrettanto non curata e meno compresa. Perché col mal costume di esercitar le opere di Religione come pratiche esterne, senza che il cuor vi abbia parte, si mandano a male le istituzioni più sante. Noi ci fermeremo su questo saluto: e 1° ne daremo la storia; 2° studieremo le cerimonie che lo accompagnano, ed i suoi significati, per poterlo praticare collo spirito della Chiesa, che l’ha sempre in bocca. « Dominus tecum: il Signore sia con voi, o benedetta tra le donne; » disse anche 1’Angelo a Maria Santissima, quando entrò ad annunziarle, che ella era eletta da Dio all’altissima dignità di essere Madre del Figliuol suo. La grazia di Dio, la carità di Gesù Cristo, la comunicazione dello Spirito Santo sia con voi; questi e simili saluti usavano gli Apostoli, quando mandavano ai fedeli quelle loro lettere inspirate da Dio. Di qui adunque la pratica della Chiesa, che fa i suoi figliuoli salutare dal Sacerdote con questa bella orazione: « Dominus vobiscum. » Questo saluto fu già usato dai Patriarchi dell’antico testamento, uomini santi, che, camminando continuamente innanzi a Dio, pieni di Dio la mente e il cuore, col nome di Lui su tutto invocavano la benedizione celeste (Ruth II, 4; Judic. VI, 12.). Fino dai più antichi secoli fu in uso nella Chiesa. – I Vescovi nondimeno, ancora al tempo presente, invece di dire: « il Signore sia con voi, »- dicono: « Pax vobis, la pace sia con voi. » Questa differenza vuol essere derivata da ciò, che il Gloria în excelsis era nei tempi antichi riserbato da poterlo cantare nel Sacrificio, quando celebravano i Vescovi, i quali, finito il cantico, pregavano appunto sul popolo quella pace, che erasi dagli Angioli annunziata. Forse gli antichi Vescovi si ricordavano del beato Giovanni, apostolo della carità, quando, cadente di vecchiezza e stremo di vita, barcollando fra le braccia dei suoi discepoli e tremante di tenerezza si faceva portare in mezzo alla chiesa. Egli là non potendo predicare più a lungo; « 0 figliuoli miei, diceva, amatevi l’un l’altro, » e taceva; tornava ancora l’altro di a dire per tutta istruzione: « figliuoli miei, amatevi l’un l’altro; » e pensava aver detto tutto, che bastasse a farli buoni: quando i suoi discepoli, forse alquanto annoiati della solita predica: Maestro, dissero, diteci altre cose sublimi, voi che tante ne avete gustato, dormendo sul petto del Salvatore! No, risponde da uomo inspirato l’Apostolo d’amore, voglio dirvi solo questo, perché, se lo praticherete, vi basterà a tutto (S. Hier., De script. Eccl.). E voleva dire che la pace nelle famiglie, e la carità del prossimo, è l’anima di tutte le virtù. Osserviamo che il saluto, che fa qui il Sacerdote al popolo, e questo d’invocar Dio sopra di lui col « Dominus vobiscum » si prepone dal Sacerdote in tutte le pratiche di religione, e tutte le orazioni che deve recitare. Come una volta non pure i fedeli, ma anche i pagani non si vergognavano di pregare l’assistenza divina in tutte le pratiche della vita, e fino all’incontrarsi si salutavano, invocando un Dio, che li proteggesse; così la Chiesa ancora tiene vivo questo costume piissimo; e, quando il Sacerdote ha da innalzare in suo nome una preghiera, ella vuole che si ricordi essere egli costituito quale ambasciatore tra Dio e gli uomini, interprete dei voti suoi, ed incaricato di portar innanzi a Dio i bisogni di tutti i suoi figliuoli. Mentre adunque anche in privato recita le sue orazioni, il Sacerdote, rivestito dell’augusto carattere di ministro di Dio, si solleva tra il cielo e la terra, e prima di trattare con Dio, si rivolge al popolo, che in Dio vede tutto presente; abbraccia, per dir così, in unione di spirito colla Madre Chiesa in seno a lei i suoi fratelli, e dice loro tratto tratto: « Dominus vobiscum, » il Signore sia con voi, senza di cui voi non altro avrete che miserie, osserva qui s. Agostino; adunque non vi affannate dietro l’ombra dei beni, che vi lusingano i sensi; vi ricordi, o fratelli, che la vostra felicità voi troverete in Dio solo, innanzi a cui porto i voti, effondo i gemiti per me e per voi: « Dominus vobiscum, » il Signore sia nei vostri pensieri, e vi faccia a sé dirigere tutte le operazioni della vostra vita « Dominus vobiscum, » il Signore sia nel vostro cuore, e questo amore riscaldato dal santo amor suo arda dinanzi alla Divinità, ovunque presente, come il braciere dell’incenso davanti all’altare: « Dominus vobiscum; » il Signore sia nei vostri travagli della povera vita, e, quando sarete stanchi delle schiave fatiche della terra d’esilio, levate gli occhi alla Gerusalemme celeste, ché la redenzione vostra si avvicina: « Dominus vobiscum: » il Signore vi accompagni nelle vostre tribolazioni, e, mentre vi strascinate sulle spalle il peso delle vostre croci, confortatevi guardando il gran capo Gesù, che vi precede colla croce sul Calvario: « Dominus vobiscum » sia con voi il Signore, o fratelli, e, pensando sempre alla divina presenza, apritegli i vostri pensieri; comunicategli le vostre intenzioni; versategli in seno il vostro cuore: e mentre anche il peccatore vive spensierato alla divina presenza, e commette fra le braccia di Dio stesso le sue iniquità, voi nelle vostre case, di mezzo ai vostri sollievi, in mezzo alle vostre fatiche, nelle prospere e nelle avverse cose, in tutte le più minute azioni abbiate di mira la gloria di Dio, la salute dell’anima; così camminando voi sempre con gran rispetto dinanzi a Dio, vi accompagni dovunque la sua grazia. – Ora cercheremo di spiegare le cerimonie, che accompagnano il Dominus vobiscum, che sono queste:

1. Giunge le mani sul petto innanzi al Crocefisso; 2. Si ferma in mezzo all’altare, e s’inchina alla Croce; 3. Bacia l’altare; 4. Si volge al popolo; 5. Allarga le braccia; e le stende verso di lui; 6. Stringe ancora le mani sul petto, e colle braccia strette così, torna all’altare.

1. Giunge adunque le mani sul petto innanzi al Crocefisso; il che significa che egli col popolo si guarda innanzi a Dio come tutta cosa di Lui, e come vittima legata dalla luce divina e morta alla propria volontà, si dà tutta in mano al voler divino, in unione della gran vittima, che va col popolo ad offrire.

2. Si ferma in mezzo all’altare, e s’inchina. L’altare, che rappresenta Gesù Cristo, è come la gran coppa ripiena dell’abbondanza delle divine misericordie da diffondere sopra del popolo. In mezzo adunque all’altare, donde scaturiscono tutte le grazie, il Sacerdote s’inchina; e vuol significare, che da un luogo così santo, così sublime, mentre dev’egli benedire il popolo, prima di tutto ha bisogno di chiamare sopra se stesso colla sua Umiltà le celesti benedizioni.

3. Bacia l’altare: è un trasporto d’amore, con cui bacia di cuore le piaghe di Gesù Cristo, e, quasi mettendo il labbro al santo Costato, attinge a quella fonte del Salvatore quell’acqua, che, mista al santissimo Sangue, sale sino a vita eterna.

4. Si rivolge al popolo. Da quell’altare ci pare di vedere l’uomo del Signore circondato da una aureola di Divinità, che lo rende venerando al popolo prostrato ai piè. Si legge di Mosè, che scendendo dal monte, coronato aveva il capo di raggi fulgenti, così che il popolo non poteva fissarlo in volto. Il Sacerdote invece rappresentante di Gesù Cristo, più che della maestà di Dio, rende immagine della mite dolcezza del Salvatore; e dimostra la carità di Lui, che colle mani aperte sulla Croce, con grida potenti e lagrime per noi al Padre, meritò di essere esaudito (Hebr. V, 7); e si volge ai redenti per consolarsi con essi.

5. Stende le mani allargate verso il popolo. Con questo rivolgersi al popolo, gli fa invito a ricevere Gesù Cristo, che gli porta i doni (Mansi, Del vero ecc. v. 2, lib. 4. Dove osserva che si replica sette volte nella Messa il Dominus vobiscum, per esprimerei sette doni dello Spirito Santo.) dello Spirito Santo. Ah! non ci pare egli di vedere qui Gesù desideroso di effondere nelle anime nostre i tesori della sua misericordia nel Sacerdote, che con Gesù sulla Croce allarga le braccia, le sue mani quasi adattando sulle mani piene di sangue dell’Amor Crocefisso in quella forma disteso? Ecco il Sacerdote dinanzi a Dio: anche Egli venerato pel suo carattere in Cielo sotto le sue braccia protegge il popolo fedele. Avendo Egli questi figliuoli generati alla Chiesa colla virtù del sangue di Gesù Cristo, con Gesù divide i diritti e le tenerezze di padre; e come tale nel salutarli li vuole accogliere in braccio per dar loro la sua santa benedizione, e dice: Dominus vobiscum.

6. Poi serra le braccia al seno, dando vedere con quell’atto, come egli col cuor largo in carità, con Gesù Cristo, tutti teneramente ci abbraccia e con tutti i nostri bisogni ci porta in petto sull’altare innanzi a Dio. Deh! vi può essere pratica più mdevota, più tenera di questo saluto comunissimo della Chiesa? – Il popolo risponde al Sacerdote: « Et cum spiritu tuo: e sia collo spirito tuo. » Questa risposta è l’espressione naturale d’un sentimento di gratitudine, ed è una preghiera che fa il popolo pel Sacerdote, che ne ha gran bisogno in quel momento in mezzo a quei tremendi misteri (S. Jo. Crys. Hom. 18, in 2 Cor.). Qual risposta è più all’uopo di questa, con cui il popolo risponde al gran saluto del Sacerdote, pregando che lo Spirito del Signore l’assista, e lo accompagni? Santa unione nel Signore! Il Sacerdote allarga le braccia al popolo per eccitarlo ad aprire le anime a ricevere i doni di Dio; il popolo gli corre fra le braccia, e prega Dio d’investir l anima del sacerdote col suo Santo Spirito. Ah! sì diciamo anche noi: « il Signore sia collo spirito tuo! » Lavori la perfezione dell’anima tua, ché la perfezione del Sacerdote è un tesoro pel popolo fedele. Egli ti doni tal santità, quale è conveniente al più che angelico tuo ministero. Et cum spiritu tuo. Il suo spirito ti spiri sul labbro la parola di vita, che ha da pascolar l’anima nostra: Egli t’investa lo spirito, e sii tu l’operator di miracoli di carità, col dare la vita alle anime infracidite nel vizio. Et cum Spiritu tuo: o uomo del Signore, sull’altar del Dio vivente rinnoverai il prodigio della verginal purità di Maria Santissima; nelle tue mani discenderà il Verbo eterno per l’onnipotenza della parola divina, che ti ha comunicata. Scambiatesi così tra Sacerdote e popolo le benedizioni, il Sacerdote si mette da un lato dell’altare, ai piedi della Croce, in atto di presentare coi suoi i voti raccolti da tutto il popolo. Prega come Mosè colle braccia alzate; ma più di Mosè fortunato, perché nel suo pregare ripara a sicurtà sotto l’ombra della Croce di Gesù, e non ha più paura di cadere morto sfolgorato dalla presenza della Divinità; e dice con confidenza:

Oremus.

Innalza le mani nel dire « Oremus, » come il condottiere del popolo del Signore sul monte Raphidim, esortando anche s. Paolo di pregare in ogni luogo con alzare le mani pure (I Tim. II). Il sacerdote colle mani levate a capo di tutti presenta coi suoi i voti di tutti i fedeli, i quali pure colle mani giunte, pregano il Padre della bontà, con confidente abbandono attaccatisi alla Croce, disposti a lasciarvi la vita; e qui egli s’inchina per eccitare tutti ad appoggiarsi al Crocefisso, e come vittime anch’essi mettersi colle mani legate nelle mani della giustizia divina sotto di essa. – Ecco l’uomo chiamato da Dio sul monte Santo, che nel momento di entrare in colloquio col Signore, prova il peso della sua infermità, e prega il popolo di tenerlo sollevato fra le braccia della preghiera comune, e dice ad alta voce, perché  loda « Oremus: preghiamo, » invitandolo così a pregare con lui. Egli adunque, come Mosè, si sente mancare la lena in tenere sul santo monte alzate al cielo le mani; poiché uomo infermo anch’esso, in quell’atto, tra i fedeli e il Crocefisso, gli tremano le braccia nell’invocare la benedizione e le vittorie sopra il popolo, nella fiera battaglia intorno allo stendardo di Gesù Cristo. Teme non forse la sua indegnità frapponga ostacolo alle grazie di Dio, e si raccomanda alla carità di tutti, perché lo confortino con le loro supplicazioni. In certo qual modo, dicendo « Oremus, » par voglia dire: « sì io pregherò; ma promettetemi di accompagnarmi voi pure colle vostre suppliche, mentre vado a rappresentare innanzi a Dio ì comuni nostri bisogni. » Quindi recita orazioni volgarmente dette gli « Oremus, » che nella Liturgia sono chiamate collette. – Santa carità di Gesù Cristo! Il Sacerdote per essa comprende i bisogni di ciascuno dei fedeli. Anzi lo stesso Spirito di Gesù Cristo si fa interprete di tutti i cuori, e formola quelle suppliche, che rispondono ai bisogni di tutti. Negli antichi tempi il Sacerdote recitava pubblicamente quella preghiera, che gli suggeriva la sua pietà. Tutta piena la sua mente dei misteri della santa Fede, che si celebravano, rapito in ispirito nell’ammirazione delle virtù di Maria SS. e dei Santi, commosso dalle pubbliche e private necessità gli fluivano bene sul labbro le più devote preghiere, piene di unzione e di carità. Accadeva una disgrazia? I nemici minacciavano di devastare l’Impero? La mano del Signore scuoteva il flagello sulle teste del popolo, coi suoi castighi già lo colpiva? Una sventura anche particolare opprimeva in modo un fedele da far rumore? Ecco i gemiti dell’uomo di Dio esprimevano coi sentimenti i voti del popolo, di cui era l’umile e dignitoso rappresentante (Microlog. De Eccles. obsecr.). – Quando il popolo si sente interpretare i suoi bisogni per bene così, e pubblicamente trattare col Signore i suoi più cari interessi dal ministro della Chiesa, quando sente a chiamare sopra l’anima propria, sopra la sua famiglia, e fino sopra le sue sostanze terrene le benedizioni celesti, ed interporre per lui i meriti dei Santi, della Regina del Cielo; e a tutte queste suppliche, non che altro, aggiungere ì meriti e il sangue di Gesù Cristo, quasi sigillo, che le rende autorevoli ed efficaci; il popolo risponde in armonia d’affetto; « Amen: così sia. » Avete ben detto quello che ciascun di noi voleva. La Chiesa formulò poi e compose, e ora mette innanzi già preparate per tutte queste brevi orazioni o collette od oremus che dir vogliamo. – Quelli, che hanno spirito di orazione, troveranno un gran pascolo in meditarle. Oltre ad essere le più belle forme di preghiera, piene di spirituale unzione e soavità, sono pure le espressioni più genuine e sincere dei sentimenti e della credenza della santa Chiesa Cattolica. Anche da queste ben si comprende come con Dio non è da andare in molte parole, poiché i gemiti, in che si sfoga un’anima compenetrata dai santi misteri, sono le preghiere migliori. Di fatto per lo più la Chiesa presso a poco prega così: « Padre celeste, vedete ciò che ha operato il Figliuol vostro qui sulla terra, e la vostra beatissima Sposa e nostra Madre Maria bagnata di sangue sotto la Croce! Ecco le virtù dei vostri servi: per i loro meriti, e tutto sempre per i meriti di Gesù Cristo, concedeteci che, nell’imitare così sante azioni, giungiamo con essi alla gran mercede, che siete Voi in paradiso. » Ecco ciò che ben dicono insomma gli Oremus. –  Queste collette e benedizioni, o sommarii, come si chiamarono talvolta, perché contenenti i voti di tutti (Bened. XIV, lib. 2, cap. 5, n. 1, De sac. Miss.), erano in uso fino dai primi secoli. A queste preghiere s. Pietro deve la liberazione miracolosa dal carcere (Act. X1.). Insieme pregando si confortavano i fedeli perseguitati. S. Giustino martire nell’Apologia presentata all imperator Adriano diceva: (Apol. I) « noi preghiamo (prima dell’offerta) fervidamente in comune così per voi, come per tutti quelli, che sono dei vostri, sparsi per le varie parti del mondo, affinché, venuti in conoscimento della verità, possiamo tutti per mezzo dell’opera e dell’osservanza dei Comandamenti conseguire l’eterna salute. » – Tertulliano nel suo Apologetico a diversi magistrati dell’impero Romano: « Noi Cristiani, diceva, noi Cristiani alzando gli occhi al cielo, colle braccia aperte, perché innocenti, col capo scoperto, perché non abbiamo di che arrossire; senza bisogno di rammentatore, perché l’orazione nostra la facciamo di cuore; preghiamo sempre lunga vita a’ Cesari tutti, impero sicuro, casa senza disgrazia, eserciti forti, senato fedele, popolo costumato, l’universo intero in pace. Laonde, gli uncini di ferro ci sbranino pure, così a Dio rivolti ci tengan sospesi ed inchiodati le croci, ci scannino le spade, le fiere ci assalgano… il Cristiano sta orando. Via, voi fate questo da bravi, o presidenti, cacciateci di corpo l’anima, che supplica Dio per l’imperatore; sarà questo il nostro delitto. » Poi dice ancora: « Dio ci ha posto il comando di pregar per tutti, anche per i nostri persecutori: massimamente pei re e per le podestà. » Scena commovente! Popoli intieri di perseguitati alla morte, appiattavansi nelle caverne: spiati che erano, venivano strascinati sui patiboli.. Lì piegavano il collo sotto la mannaia; morivano senza una parola, se non per dire al manigoldo, che tagliava la testa: « taglia pure, o fratello, ché io continuerò in cielo a pregare Gesù, che salvi l’anima tua! » Codardi i Romani! colla spada che aveva vinto il mondo, tagliavano la gola a femminette, a fanciulli, che nel morire pregando vincevano i vincitori del mondo. Oh, se Dio accettava quel priego suo/… Sì, abbiamo detto suo, perché gli uomini non avrebbero mai pregato pei loro nemici così, senza la grazia dell’Uomo-Dio, che moriva pregando per chi l’aveva inchiodato in croce… Ecco il carattere più evidente dei veri Cristiani. Intanto rovinavano i tempii delle disoneste divinità, si piantava la Croce sulle rovine dell’idolatria. L’impero pagano diventava cristiano. Sì; questi prodigi operavano forse più che altro i voti, e le suppliche di coloro, che andavano il di vegnente a morire condannati da quelli, per cui avevano così pietosamente pregato la notte passata. – Ora noi dobbiamo ben essere vilissimi, se ci lasciamo mancare dinanzi tanta eredità di fede, e di virtù; se nel pericolo non facciam violenza al cuore della divina bontà, perché ci salvi per sua misericordia. Santi Sacerdoti, infervorate il popolo a pregare con voi. Della Chiesa le necessità sono estreme: e noi in tanta pressura staremo tranquilli, freddi, vuoti di desideri? senza sentire un bisogno? senza una grazia da chiedere intorno all’altare? Già le nazioni si agitano, si arrovellano, sì battono, rivolgono già le armi parricide contro il Cristo di Dio in terra; e noi?… Noi soffriamo, perdoniamo: ed accusandoci i primi per peccatori, popoli e Sacerdoti preghiamo insieme. Viva Dio! Il Signore regna ancora nei cieli, e tiene in mano il cuor delle nazioni e dei re: e il braccio della sua onnipotenza non è per niente accorciato. Egli ha fatto sanabili le cristiane nazioni, che col progredire senza religione si getterebbero nell’abisso della distruzione. Preghiamo che le ristori tutte nel seno della Chiesa Cattolica, intorno al medesimo altare, fra le braccia dell’istesso Padre comune, del sommo Pontefice. Chi non prega renderà forse conto un dì di tanti mali sofferti, di tante anime perdute per mancanza di quelle grazie, che erano promesse alle sante preghiere nel Sacrifizio. – Avvertiamo ancora che queste collette nei giorni di penitenza, o di maggior compunzione, sono più abbondanti. Anche nei giorni di maggior dolore il diacono invitava, come ancor adesso, il popolo a prostrarsi in ginocchio. « Flectamus genua, buttiamoci in ginocchio. » Il popolo sì gettava in ginocchio sul pavimento delle basiliche, ed in quella umiliazione supplicava il Signore che esaudisse il Sacerdote. Il suddiacono poi dava avviso di levarsi, dicendo: « Levate. » Nei giorni poi solenni si dice una sola orazione, perché troppo preme alla Chiesa che noi stiamo raccolti, e coll’anima tutta nei santi misteri, cui ella celebra con solennità. Perciò ella desidera in certo qual modo che ci dimentichiamo di tutto, perché le potenze del nostro spirito si concentrino in meditare, e gustare il santo mistero, che assorbir deve, per dir così tutti i nostri pensieri, come occupa di sé tutta la Chiesa a celebrarlo. – Noi abbiamo accennato, come il Sacerdote conchiude l’orazione o colletta colle parole, che mettono innanzi i meriti di Gesù Cristo, e come il popolo le ratifica, e quasi sottoscrive, dicendo: Amen, e così conferma la preghiera fatta a nome suo dal Sacerdote. Ma questa conclusione, questa conferma, essendo preghiere, le quali la Chiesa ha quasi ad ogni momento in bocca, vogliam dirne pure qualche cosa, per entrar meglio nello spirito di questa piissima madre; affinché queste parole che ella ci mette, come a bimbi sul labbro, valgano ad ottenerci tutto il bene che ella desidera. Termina adunque gli Oremus colle parole: Per Dominum nostrum Jesum Christum etc. – Quando il Sacerdote mortale porge a Dio le supplicazioni dei congregati fedeli che assistono all’altare, non è più l’uomo solo che prega; ma con lui è il Pontefice invisibile ed eterno, che intercede per noi, santo, innocente, immacolato, dai peccatori diviso, e più sublime dei cieli, unico mediatore tra Dio e gli uomini (Heb. V, 1.) Gesù, il quale aggiunge il suo merito ai sospiri della nostra povertà. Ma noi non comprendiamo l’ordine della divina provvidenza ed i disegni della misericordia, con cui il Signore da tutti i mali della terra cava il bene de’ suoi eletti. Perché noi uomini siamo proprio, come miopi; e non vediam più lungi d’una spanna nell’avvenire. Perciò, quando noi preghiamo, non si può far meglio per noi, che gettarci ai piedi di Gesù Cristo, e rimettere nelle sue mani tutti i nostri interessi, raccomandandoci ai meriti suoi; affinché per esso ponga Iddio quel che per noi sia il migliore: certi che ciò che cercheremo dal Padre in nome suo con queste disposizioni, per lo migliore ci sarà concesso (Jo. XVI, 26.). Quindi nel dire « per Dominum nostrum Jesum Christum etc., » veniamo a dire che Gesù Cristo ci ama infinitamente più che noi non amiam noi stessi, che sa, e conosce e porta scritto nel suo Cuore il nome nostro e tutte le cose nostre, e perciò ci rimettiamo a Lui, che Egli faccia secondo la nostra preghiera, se è bene quello che noi chiediamo: o che la corregga, come Egli è nostro avvocato, e raddrizzi i nostri desiderii, ed interpreti le nostre domande. Perché altro finalmente noi non desideriamo, che la nostra eterna felicità, a cui speriamo di giungere per i meriti di Gesù Cristo. Così pregare è pregare nella maniera più utile e santa, e vuol dire: ABBRACCIARCI A GESU’ NEL SS. SACRAMENTO QUI CON NOI, E GRIDARE: « PADRE; QUESTO CUORE DI GESU’ SQUARCIATO VI DICE TUTTI I NOSTRI BISOGNI. » Allora confidiamo, che ne abbiam ragione. Egli promise, che qualunque cosa chiederemo al Padre in Nome suo, ci sarà data. Le parole adunque « Per Dominum nostrum Jesum ChristumPer Christum Dominum nostrum etc., » cioè per li meriti di nostro Signor Gesù Cristo, che vive, e regna con voi, o Divin Padre, in unità dello Spirito Santo, con cui si terminano tutte le orazioni della Chiesa, sono come una certa quale autentica, o come una sottoscrizione apposta alle nostre suppliche, fatta col sangue di Gesù Cristo; e vogliamo dire: « il suo cuore qui in mezzo di noi vi dice tutto quello che noi non sappiamo dire. »

Amen.

« Il popolo, (diceva sino dal fine del secondo secolo s. Giustino martire) (Ap. I), il popolo conferma l’orazione e il rendimento di grazie coll’Amen, che è una parola della lingua ebraica, e significa: « così va bene, così è: approviamo ciò che si dice: accettiamo per noi ciò che si è detto, e proposto or ora: così sia: Sì, sì che noi abbiamo in somma per Gesù Cristo il paradiso! S. Giovanni (nell’Apocalisse) sentì, che, quando i ventiquattro misteriosi seniori e misteriosi animali, la Chiesa, gli Angeli ed i mille e mille segnati, tutte le legioni di Dio, caddero in ginocchio innanzi all’Eterno, chiusero il Cantico celeste, che orecchio e cuor di uomo mortale non può comprendere, coll’Amen. Anche quando Mosè innanzi all’altare di Dio, chiamando testimonio il Cielo e la terra, scongiurava il popolo di dire schietto, se voleva essere di Dio o degli idoli, e così scegliere tra la morte e la vita, e pregava da Dio benedizioni ai fedeli, e imprecava le più terribili maledizioni a chi non volesse alla legge obbedire; il popolo cosperso del sangue della vittima, accettava colla legge le benedizioni, e si sottometteva, in caso d’infedeltà, ai tremendi anatemi, ed a tutte le maledizioni, col dire: Amen. Che facciamo noi, quando rispondiamo « Amen ?» Noi, ai piè dell’altare, da cui sgorga sulle anime nostre niente meno che il Sangue di Gesù Cristo, accettiamo per detto da noi quel che dice il Sacerdote. Il Sacerdote chiede lagrime di contrizione, chiede aiuto e forza di cessare il peccato e rompere le catene per cui il demonio ci trascina a perdizione: ciascuno di noi risponde: « Amen. » Con ciò vuol dire: così mi aiuti Iddio, che v’impegno la mia parola, che darò mano a far tutto con la sua grazia. E una virtù, che egli presenta a Dio come un fiore germogliato sulla terra innaffiata dal Sangue divino, e chiede grazia a riprodurlo in ciascuno di noi? E noi col risponder « Amen » promettiamo a Dio di regolare i nostri costumi in ordine a quelle virtù, e di coltivarle con tutto l’impegno. Talora poi il Sacerdote ricorda un mistero, e professa di crederlo e ne chiede merito per noi di vita eterna, o si solleva coll’anima al paradiso, e di là confessa, che tutte le cose della terra cadono a nulla dinanzi a quelle del Cielo. Allora noi diciamo « Amen » cioè lo crediamo anche noi, e da quest’esilio alla beata patria andiamo sospirando. Così coll’Amen diamo parola di dare gloria a Dio coll’operare, come esigono le verità, che gli professiamo di credere. (S. August. ad Prosp. et Ilar. de Don Pers. Orig. in Ep. ad Rom. lib. 10. — S. Just. Apocal. 2. — S. Jeron. in Jerem.). –  Ora nel ripetere così facilmente col labbro questa protesta, è forse il cuore lontano, lontano da Dio? Ipocriti! L’Amen, allora sarebbe una solenne bugia, quando alle tante proteste fosse in contraddizione il costume! Qual menzogna sarebbe nel confessare coll’Amen, che Dio è tutto per noi; e poi con tutta l’anima a razzolare nella terra un po’ di polvere? Promettere coll’Amen di voler seguire Gesù, al mondo ed alla carne con Lui crocifissi; e poi ai sozzi vituperi della carne sacrificare l’anima e Dio: gridare coll’Amen, si, o Signore, Voi siete tutto il nostro bene, che sospiriamo di possedere in paradiso; ed intanto, abbietti in vita bestiale, quasi quasi desiderare, che non vi fosse né paradiso, né Dio, perché piace il goder sempre sulla terra? Santo Iddio! noi vogliamo forse accettar per nostre, le maledizioni scagliate contro coloro, che pur conoscendo il bene, fanno vista di approvarlo; ma poi corrono al male? Ah! diciamo dunque « Amen » con cuor sincero ed umiliato, e se non possiamo altro, almeno sia il nostro Amen l’espressione dei desideri di un’anima, che chiede aiuto: almeno una confessione della nostra miseria; volendo dire confidenti con questa parola: « Ah! Signore ispirateci la buona volontà, benedite ai nostri proponimenti, e colla vostra grazia adempite ciò, che non possiamo noi colle nostre forze così meschine. » Così gli Amen dal cuor compunto ci fluiranno sul labbro come gemiti di confusione salutare.

DOMENICA FRA L’OTTAVA DELLA NATIVITÀ (2022)

DOMENICA FRA L’OTTAVA DELLA NATIVITÀ DEL SIGNORE. (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

La Messa ci dice che « il Verbo disceso dal Cielo durante la notte  di Natale (Intr.) è « il Figlio di Dio venuto per renderci partecipi della sua eredità come figli adottivi » (Ep.). Prima di Lui, l’uomo era infatti come « un erede, che, nella sua minorità, non differisce da un servo » (Ep.). Ora invece che la legge nuova l’ha emancipato dalla tutela dell’antica, « egli non è più servitore, ma figlio » (Ep.). – Rivelandoci questa paternità soprannaturale di Cristo, che colpisce più specialmente le nostre anime in questo tempo di Natale, la liturgia fa risplendere ai nostri occhi la Divinità sotto l’aspetto di Paternità. Cosi il culto dei figli di Dio si riassume in questa parola, detta con Gesù, con labbra pure e retto cuore: « Padre!». (Ep.).Il Vangelo ci mostra anche quale sarà in avvenire la missione grandiosa di questo Bambino che comincia a manifestarsi oggi nel tempio. « È il Re » (Grad.) « il regno del quale » (All.) « penetrerà fino all’intimo dei cuori » (Vang.). Per tutti sarà una pietra di salvezza; pietra d’inciampo per quelli che lo perseguiteranno (Com.) pietra angolare «per molti in Israele » (Vang.). L’Introito parla della notte nella quale l’Angelo di Dio colpi i primogeniti degli Egiziani, preparando la liberazione d’Israele, immagine della notte santa nella quale la Beatissima Maria mise alla luce il Salvatore, venuto per liberare l’umanità.

Incipit 

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus 

Sap. XVIII:14-15.
Dum médium siléntium tenérent ómnia, et nox in suo cursu médium iter háberet, omnípotens Sermo tuus, Dómine, de cœlis a regálibus sédibus venit

[Mentre tutto era immerso in profondo silenzio, e la notte era a metà del suo corso, l’onnipotente tuo Verbo, o Signore, discese dal celeste trono regale.]

Ps XCII: 1
Dóminus regnávit, decórem indútus est: indútus est Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se.

[Il Signore regna, rivestito di maestà: Egli si ammanta e si cinge di potenza.]

Dum médium siléntium tenérent ómnia, et nox in suo cursu médium iter háberet, omnípotens Sermo tuus, Dómine, de coelis a regálibus sédibus venit.

[Mentre tutto era immerso in profondo silenzio, e la notte era a metà del suo corso, l’onnipotente tuo Verbo, o Signore, discese dal celeste trono regale.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio 

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, dírige actus nostros in beneplácito tuo: ut in nómine dilécti Fílii tui mereámur bonis opéribus abundáre.

[Onnipotente e sempiterno Iddio, indirizza i nostri atti secondo il tuo beneplacito, affinché possiamo abbondare in opere buone, in nome del tuo diletto Figlio]

Lectio 

Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Gálatas.
Gal IV: 1-7
Patres: Quanto témpore heres párvulus est, nihil differt a servo, cum sit dóminus ómnium: sed sub tutóribus et actóribus est usque ad præfinítum tempus a patre: ita et nos, cum essémus párvuli, sub eleméntis mundi erámus serviéntes. At ubi venit plenitúdo témporis, misit Deus Fílium suum, factum ex mulíere, factum sub lege, ut eos, qui sub lege erant, redímeret, ut adoptiónem filiórum reciperémus. Quóniam autem estis fílii, misit Deus Spíritum Fílii sui in corda vestra, clamántem: Abba, Pater.
Itaque jam non est servus, sed fílius: quod si fílius, et heres per Deum.

[Fratelli: Fin quando l’erede è minore di età, benché sia padrone di tutto, non differisce in nulla da un servo, ma sta sotto l’autorità dei tutori e degli amministratori, fino al tempo prestabilito dal Padre. Così anche noi, quando eravamo minori d’età, eravamo servi degli elementi del mondo. Ma quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, affinché redimesse quelli che erano sotto la legge, e noi ricevessimo l’adozione in figli. Ora, poiché siete figli, Iddio ha mandato lo spirito del suo Figlio nei vostri cuori, il quale grida: Abba, Padre. Perciò, ormai nessuno è più schiavo, ma figlio, e se è figlio, è anche erede, per la grazia di Dio.]

S. Paolo insegna così ai Galati che, essendo passati dal Giudaismo al Cristianesimo, sono affrancati dalla servitù dell’antica legge, e sotto la nuova debbonsi riguardar come figli di Dio, e chiamarlo Abba, cioè caro Padre, perché ha dato loro per fratello il suo Figlio Gesù Cristo La nostra felicità nel diventar Cristiani è stata ancora più grande di quella dei Giudei, perché i nostri padri erano pagani. Ringraziamo ogni giorno il Signore di sì gran benefizio, ed attestiamogli la nostra riconoscenza, con la fede, la carità, la confidenza, la pazienza e con la più esatta vigilanza per evitare il peccato, l’unico male, che privandoci del titolo di figli di Dio, e di tutti i privilegi a questo uniti, ci sottoporrebbe di nuovo alla schiavitù del demonio.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Graduale

Ps XLIV:3; 44:2
Speciósus forma præ filiis hóminum: diffúsa est gratia in lábiis tuis.

[Tu sei bello fra i figli degli uomini: la grazia è diffusa sulle tue labbra.]

V. Eructávit cor meum verbum bonum, dico ego ópera mea Regi: lingua mea cálamus scribæ, velóciter scribéntis.

[V. Mi erompe dal cuore una buona parola, al re canto i miei versi: la mia lingua è come la penna di un veloce scrivano.]

Alleluja

Allelúja, allelúja
Ps 92:1.
Dóminus regnávit, decórem índuit: índuit Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se virtúte. Allelúja.

 [Il Signore regna, si ammanta di maestà: il Signore si ammanta di fortezza e di potenza. Allelúja]

Evangelium 

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secundum Lucam.
R. Gloria tibi, Domine!
Luc II:33-40
In illo témpore: Erat Joseph et Maria Mater Jesu, mirántes super his quæ dicebántur de illo. Et benedíxit illis Símeon, et dixit ad Maríam Matrem ejus: Ecce, pósitus est hic in ruínam et in resurrectiónem multórum in Israël: et in signum, cui contradicétur: et tuam ipsíus ánimam pertransíbit gládius, ut reveléntur ex multis córdibus cogitatiónes. Et erat Anna prophetíssa, fília Phánuel, de tribu Aser: hæc procésserat in diébus multis, et víxerat cum viro suo annis septem a virginitáte sua. Et hæc vídua usque ad annos octogínta quátuor: quæ non discedébat de templo, jejúniis et obsecratiónibus sérviens nocte ac die. Et hæc, ipsa hora supervéniens, confitebátur Dómino, et loquebátur de illo ómnibus, qui exspectábant redemptiónem Israël. Et ut perfecérunt ómnia secúndum legem Dómini, revérsi sunt in Galilæam in civitátem suam Názareth. Puer autem crescébat, et confortabátur, plenus sapiéntia: et grátia Dei erat in illo.

[“In quel tempo il padre ela madre di Gesù restavano meravigliati delle cose, che di lui si dicevano. E Simeone li benedisse, e disse a Maria, sua madre: Ecco che questi è posto per ruiua e per risurrezione di molti in Israele, e per bersaglio alla contraddizione; e anche l’anima tua stessa sarà trapassata dal coltello, affinché di molti cuori restino disvelati i pensieri. Eravi anche una profetessa, Anna figliuola di Fanuel, della tribù di Aser: ella era molto avanzata in età, ed era vissuta sette anni col suo marito, al quale erasi sposata fanciulla. Ed ella era rimasta vedova fino agli ottantaquattro anni, e non usciva dal tempio, servendo Dio notte e giorno con orazioni e digiuni. E questa, sopraggiungendo in quel tempo stesso, lodava anch’essa il Signore, e parlava di Luì a tutti coloro, che aspettavano la redenzione d’Israele. E soddisfatto che ebbero a tutto quello che ordinava la legge del Signore, se ne tornarono nella Galilea alla loro città di Nazaret. E il Bambino cresceva, e si fortificava pieno di sapienza: e la grazia di Dio era in lui”]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

LA NOSTRA VITA

Che cos’è la nostra vita? Questa domanda, che già S. Giacomo (IV; 15) rivolgeva ai primi Cristiani, ha un sapore speciale sulle nostre labbra in quest’ultima domenica dell’anno. Qualche giorno ancora, e l’anno che ci si presentava — pare ieri — radioso o lusinghiero di speranze, svanirà come un sogno per sempre. Dove sono le gioie che attendevamo? Quante delusioni, quanti ricordi amari e rimorsi pungenti si levano su come nebbia dai dodici mesi ormai vissuti! E questo è forse tutto quello che ci resta dell’anno che muore. Qualche giorno ancora ed un anno nuovo ci verrà innanzi; e noi, come fanciulli ingenui, torneremo a farci illudere da chi sa quali speranze, ci procureremo ancora amarezze e rimpianti. E, forse, nel libro di Dio è scritto che la morte ci dovrà sorprendere prima che l’anno nuovo finisca il corso delle sue settimane. Che cos’è dunque la nostra vita? questa vita che sfugge irreparabilmente come l’acqua del fiume, che dileguasi come la stella che scivola sul cielo oscuro? Domandate all’artigiano perché tutti i giorni fatica e suda tra la polvere e il fracasso, e vi risponderà: « per guadagnarmi la vita ». Domandate a un malato perché si lascia dolorosamente incidere dal ferro del chirurgo e vi risponderà: « per salvare la vita ». Domandate all’uomo di mondo perché tanta smania di divertimento lecito e illecito, e vi risponderà: « per godere la vita ». Domandate al Santo perché tante preghiere, tante penitenze non viste da nessuno fuori che da Dio, e vi risponderà: « per santificare la vita ». Tutti dunque s’attaccano a questo gran dono, che ad ogni momento si consuma, e tutti vorrebbero impedire che si consumasse. L’unico che ci ha rivelato il mistero della vita e il modo per non perderla è il Signore. Egli ha detto: « Chi dà la vita per mio amore, quegli la ritroverà. Chi non la dà per mio amore, quegli la perderà ». Spieghiamo queste parole col Vangelo odierno. Viveva a Gerusalemme un uomo chiamato Simeone: aveva passato tutti i giorni della sua non breve età nel timore di Dio e nella fede alle sue promesse. I compagni, gli amici suoi, dimenticando la parola e la legge del Signore, s’erano dati al commercio e al godimento e lo riguardavano forse con occhi compassionevoli. Ma egli sentiva nel cuore la voce dello Spirito Santo confortarlo e sorreggerlo: « Coraggio! tu non morirai senza aver visto il Salvatore ». – Viveva pure in quel tempo a Gerusalemme una nobildonna di nome Anna, figlia di Phanuel della tribù di Aser. Aveva ottantaquattro anni: sette appena ne aveva vissuti accanto allo sposo che la morte le rapì innanzi tempo. Giovane ancora, bella, nobile e ricca s’era chiusa nei veli della vedovanza con tenace proposito di non levarseli fino alla morte. Chissà quante donne la compiangevano e quante bramavano d’essere al suo posto per darsi a un nuovo partito, per correre dietro ai piaceri, agli onori, agli spassi d’una vita spensierata! Ma ella, no: ella aveva preferito ritirarsi nella penombra e nel silenzio del tempio, passare gli anni come un angelo, lasciare sfiorir l’età bella nei digiuni e nelle veglie notturne. Perché? Perché Simeone ha preferito così ed Anna ha preferito così? Perché ci sono due maniere di vivere la vita: la maniera del mondo e la maniera di Cristo. – « Ma io vi dico che solo chi dà la vita per mio amore, quegli la troverà; ma chi non la darà per mio amore, quegli la perderà ». – VITA MONDANA. Il mondo, coronato di rose, fosforescente di lusinghe, passa in mezzo agli uomini e lancia il suo appello insidioso come la canzone delle sirene: « Venite con me: inebriamoci di tutte le ebbrezze; gettiamoci su tutti i piaceri; domani, forse, non saremo più a tempo ». « Quale moltitudine innumerabile egli trascina dietro alle sue seduzioni! Sono bestemmiatori che sui treni, per le strade, in casa, in officina lanciano contro il cielo la parola ingiuriosa e oscena: e non hanno rimorso. Sono compagnie di profanatori della domenica: hanno tramutato il giorno del sacro riposo e della preghiera fiduciosa e della pace familiare, in una giornata d’avarizia, di peccato, di vorticoso movimento. – Sono schiere di sposi trasgressori delle leggi sante che governano la famiglia: invano soffocano i rimorsi della coscienza violata, invano aspettano le misericordie di Dio, invano si lamentano nell’ora del dolore. Sono turbe di giovani che voglion godere la giovinezza: e invece la gettano in ogni pozzanghera. Genitori senza fede, figli ribelli, donne dal cuore vano, tutti schiavi di satana, tutti arruolati nell’esercito del mondo. Voi li vedete, anche di questi giorni, spegnere i rimorsi nei balli, nei veglioni, nei teatri, nei rumori pagani, nella dissipazione, nell’indifferenza. Povera gente, come sarà pagata dal mondo a cui ha venduto la libertà e la vita? Prima da una manata di piaceri, ma di quei delle bestie e poi dalla morte eterna. Non s’accorgono dell’inganno? Non sentono d’avvilire la loro dignità di figli di Dio fino a diventare figli di satana?… Non capiscono di barattare l’eterna vita per un’ora di sogno inquieto? – Dice la Storia Sacra che quelli della regione di Galaad andarono a supplicare l’Ammonita affinché li accettasse nella sua alleanza. E l’Ammonita rispose: « Io farò alleanza con voi a questo patto: che io cavi a tutti l’occhio destro e vi renda l’obbrobrio di tutto Israele » (I Re, XI, 2). Così è di tutti coloro che hanno fatto alleanza col mondo: si sono lasciati strappare l’occhio destro, quello che guarda al cielo, alla vita eterna, alle cose vere e belle, ed ora non vedono se non con l’occhio sinistro, quello di bruti, che guarda alla terra e vede solo il fango e i vermi. – VITA Cristiana. Gesù coronato di spine, con le mani trafitte dai chiodi passa sulla terra, e lancia il suo appello di bontà, di pazienza, di fede: « Se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua: arriveremo nell’eterna casa della gioia, dove godremo quello che Dio gode ». Chi è Gesù Cristo? È il vero Padrone di noi tutti e delle cose tutte: niente senza di Lui è stato fatto, niente senza di Lui vive. È il vero Redentore degli uomini: non l’oro o l’argento ci ha riscattati dalla schiavitù del Maligno, ma il suo sangue dolorosamente versato dalle piaghe del suo corpo. È il vero Rimuneratore: colui che vede le nostre più segrete pene e conta i nostri sospiri; colui che può e vuole donarci un premio che sorpasserà ogni aspettativa. Chi sono quelli che lo seguono? Sono i veri Cristiani, che hanno conformato la propria vita alla sua parola divina. – Uomini che, pur vivendo nel mondo, non hanno macchiato il labbro di bestemmie e di turpiloquio. Donne che sono l’angelo della casa in cui vivono, diffondono un profumo di modestia, una luce di umiltà e di rassegnazione, un desiderio di preghiera. Genitori che sentono la propria dignità e responsabilità, che temono il Signore, che rispettano il suo comandamento. Figliuoli che crescono ubbidienti, amorosi, devoti. Seguono Cristo tutti quelli che soffrono e sopportano; tutti quelli che nel campo dell’Azione Cattolica e delle pie confraternite lavorano per la propria santificazione e per quella del prossimo. – S. Policarpo, Vescovo di Smirne, fu arrestato dal proconsole Quadrato e condotto al tribunale: « Maledetto il tuo Cristo! » urlò ad un certo punto il proconsole adirato. Il Santo vegliardo, tremante di vecchiaia ma impavido di fede, disse: « Sono ottantasei anni che lo servo, e ne sono lietissimo. Ah, io lo benedirò fino all’estremo sospiro ». Allora gli fu preparato il rogo: ed egli sorrise. Le fiamme non lo toccarono. Allora fu colpito di spada e Policarpo vide il Signore. Quando si serve Cristo, quando la vita è cristiana, entra nel nostro cuore la gioia dei figli di Dio e più nulla ci può spaventare. Neppure la morte: perché è la porta della gioia e della vita, dietro alla quale si vede il Signore. – Torniamo, per finire, al Vangelo. Nel tempio, Simeone e Anna erano invecchiati: ma invecchiati erano pure quelli che li avevano guardati con occhio di compassione quasi fossero incapaci di godersi la vita. Ma a costoro che restava? dopo i fugaci anni di godimento e di spensieratezza restava solo l’amarezza e la disperazione. Non così per Simeone ed Anna: dopo i digiuni, le preghiere, le mortificazioni; a queste due anime buone e pure restava la cosa più bella che uomo possa desiderare: Vedere il Signore. Ed ecco che un giorno videro un’umile comitiva entrare nel cortile del tempio: era un uomo povero dalle mani incallite sulla pialla, era una donna giovane e modestissima che portava due tortorelle per la sua purificazione, era un bambino ancora in fasce. Il loro cuore sobbalzò; lo Spirito Santo li illuminò; essi conobbero che quel bambino era il Signore. « Signore! — esclamarono — ora facci pure morire, perché i nostri occhi videro la tua faccia e il nostro paradiso è incominciato ». Cristiani! in quest’ultima domenica dell’anno io concludo rivolgendovi il gemito dello Spirito Santo: « Ne des annos tuos crudeli » (Prov., V, 9). Non date gli anni vostri al maligno! Così giunti al termine della vita, non troverete amarezza e disperazione, ma come Simeone ed Anna, vedrete il Volto di Gesù che vi beatificherà nei secoli dei secoli. — LA PROFEZIA DI SIMEONE. Secondo la legge mosaica la donna a cui il cielo avesse largito un figliuolo; dopo il quarantesimo giorno, doveva salire al tempio a chiedere la sua purificazione. Se poi il bambino era il primogenito, esso pure veniva portato per essere simbolicamente consacrato al Signore. E quantunque Maria avesse concepito; non come le altre donne, ma miracolosamente per opera di Spirito Santo, per umiltà volle sottostare alle leggi comuni. Ella, dunque, venne alla porta del tempio, si fece aspergere da un sacerdote e poi offrì l’offerta dei poveri: due tortorelle; ché la Madre di Dio non possedeva tanto da poter offrire un agnello, ch’era l’offerta dei ricchi. La cerimonia volgeva al termine, quando apparve Simeone, il vegliardo del tempio. Fedele credente, vedeva da lungo tempo con dolore e con profonda indignazione i peccati d’Israele e la schiavitù sotto il giogo straniero. Ma pure in cuor suo aveva ricevuto promessa da Dio che non avrebbe chiuso gli occhi senza vedere il Messia. Ora la promessa si compiva. Tremando di gioia prese il neonato tra le sue vecchie braccia e profetò: « O Signore, lascia pure il tuo servo andare in pace, come gli hai promesso: ho visto la salvezza che salverà tutti i popoli, ho visto la luce che illuminerà tutte le genti ». Giuseppe e Maria nell’ascoltarlo furono colti da ammirazione, ma il santo vecchio li guardò e, dopo averli benedetti, soggiunse: « Questo Bambino è il segno della contraddizione posto alla rovina e alla resurrezione di molti. Una spada affilata poi trapasserà l’anima di sua Madre ». Quando in una famiglia nasce qualcuno, quanti sogni si fabbricano su quella piccola testa ignara! Crescerà sano e robusto ovvero piegherà sullo stelo prima ancora di sbocciare? Sarà un uomo coscienzioso e probo o invece un ignobile e disonesto? Amerà gli studi o preferirà il commercio o le armi? Sarà la gloria e la gioia di sua madre o il disonore e il dispiacere? Nessuno lo sa; ma il santo vegliardo del tempio di Gerusalemme aveva letto bene la storia dell’avvenire e la sua parola s’avverò. Questo bambino sarà il segno di contraddizione. Il cuore di sua madre sarà trapassato dal dolore. – IL SEGNO DI CONTRADDIZIONE. Conterò una storia che Eusebio di Cesarea ci assicura d’aver raccolta dalle labbra di Costantino stesso. Mentre l’imperatore si preparava a marciare contro Massenzio, gli apparve nel cielo una croce sulla quale si leggeva: « Con questa vincerai ». Costantino, ancora pagano, sorpreso della meravigliosa visione, promisedi farsi Cristiano se avesse ottenuto vittoria. Intanto ordinò che sul vessillo da portare in battaglia, si dipingesse la croce, così come l’aveva veduta. Massenzio, che aveva saputo qualcosa, ordinò alle sue legioni di mirare tutti contro il vessillo fatato. L’alfiere che lo portava, sentendo sibilare intorno a lui le frecce, s’accorse d’essere fatto bersaglio da tutti i nemici, e spaventato gettò via il vessillo e riparò in mezzo alle file; un compagno, visto quest’atto di debolezza, si spoglia delle armi e, afferrata l’insegna, si slancia in testa ai manipoli, avanzando a gran corsa verso il nemico. I dardi, fischiando densi come una grandinata, foravano la bandiera, lasciando illeso l’intrepido alfiere. I nemici compresero che Dio combatteva con l’armata di Costantino, e presi da spavento si rovesciarono indietro, ed ebbero una sconfitta completa e decisiva dove Massenzio stesso perì. Agli inni della vittoria non partecipò il primo alfiere. Qualcuno l’avea visto colpito nel cuore da uno strale. – Questo fatto ci offre due insegnamenti, a) Ed il primo è che tutti quelli che combattono Cristo, o la sua Chiesa o i ministri della sua religione periscono, come Massenzio perì. Voltiamoci indietro a guardare la storia: il primo persecutore di Gesù è Erode l’infanticida, ma fu anche il primo a sperimentare la vendetta divina. Arso lentamente da una febbre maligna, straziato da coliche che gli laceravano le viscere, gonfio e livido mostruosamente in tutto il corpo, contorto da’ convulsioni spasmodiche, esalava un fetidissimmo puzzo e nelle sue carni marcenti già brulicavano i vermi. L’altro Erode, l’Antipa, quello che nel giorno della passione trattò Gesù da pazzo, morì in esilio; e Pilato pure dovette fuggire, ramingare di paese in paese fin che sì uccise di propria mano. Giuda Iscariota si appese alla ficaia e scoppiò. Tutti gli imperatori romani, che perseguitarono i martiri, finirono violentemente, così che lo scrittore Lattanzio Firmiano potè formare un libro: « La morte dei persecutori ». Caligola fu trucidato. Nerone, vedendosi raggiunto dalla coorte mandata ad ucciderlo, si cacciò egli stesso il pugnale nel cuore. Domiziano fu ucciso da quei di sua famiglia. Commodo fu strangolato. Eliogabalo è ammazzato dai suoi soldati. Valeriano è scoiato. Diocleziano muore di fame. Giuliano l’apostata, ferito in guerra, si strappa le bende, e lanciando una manata di sangue contro il cielo, bestemmia: « Galileo, hai vinto ». Poi morì, come morirono e morirono tutti i nemici della fede nostra. Cristo invece regna, impera, trionfa; ieri, oggi, domani, sempre. – b) Un secondo insegnamento deriva a noi dal fatto che ho narrato. Tutti quelli che dopo aver ricevuto il Battesimo e servito a Gesù Cristo per qualche tempo, gli voltano le spalle, lo insultano coi loro peccati, avranno la peggio come l’ebbe il primo alfiere. Quelli invece che, armati di confidenza e di coraggio, lo servono, lo difendono; soffrono per Lui, saranno fortunati quaggiù e nell’eternità, come lo fu il secondo alfiere. – Cristo è il segno della contraddizione: o risorgere con Lui, o contro di Lui perire. Chi, desiderando d’essere sapiente, disprezzò il Vangelo per studiare altri libri, non capì più nemmeno quello che capiscono anche i bambini. E chi rifiutò il giogo del Signore per vivere secondo i capricci delle sue passioni, non trovò che delusioni, rimorsi, disperazione e condanna eterna. Invece quelli che per amor di Cristo rinunciarono alla fatua sapienza del mondo, alle bugiarde gioie del mondo, ai fugaci beni del mondo, ricevettero cento volte più di quello che avevano lasciato, e per giunta la vita eterna (Mt., XIX, 29). – LA MADRE DOLOROSA. È l’Annunciazione. Un Angelo discende nella casa umile d’una povera fanciulla del popolo, e, le porta il desiderio dell’Onnipotente. « Non temere, Maria, accetti tu d’essere la Madre di Dio? ». E la Madonna, sospirando come a una cosa a cui ci si rassegna dopo un lungo tentennare, rispose semplicemente: « Io sono l’ancella del Signore. Sia fatto in me secondo la tua parola ». Ma come? Perché non irrompere in un grido di gaudio infrenabile? Proprio lei, che non conosceva che il tempio e la sua casa, veniva eletta alla più alta dignità possibile a semplice creatura umana, e non esultava d’ebrezza; ma trepidamente diceva: « Io sono l’ancella del Signore: fiat! ». Era perché la Madonna sapeva che Madre di Dio vuol dire Madre d’un Crocifisso. Sapeva che in ogni giorno della sua vita sarebbe stata accompagnata dalla visione della croce, fin tanto che il suo Unigenito inchiodato e sanguinante davanti ai suoi occhi materni non fosse spirato davvero. Da quel momento la sua anima fu trafitta con una spada a taglio doppio. Quattro cose, dice S. Tommaso, fecero amara la passione di Cristo alla Vergine Madre. – Primo, la bontà del Figlio: perdere un figlio è gran dolore, ma perdere un Figlio ch’era Dio, è quello che nessun’altra madre provò né proverà. – Secondo, la crudeltà dei crocifissori; a Lui, che bruciava di sete nell’agonia, non vollero dare una stilla d’acqua; e sua Madre neppure gliela poteva dare, ché non lo permettevano; e neppure poteva placargli l’arsura con i suoi baci, ché era sospeso in alto. – Terzo, l’infamia della pena: moriva il Figlio di Dio tra due ladroni quasi che anch’Egli fosse un ladrone, moriva per mano della giustizia, la giustizia più ingiusta, che aveva osato perfino condannare a morte il Creatore del cielo e della terra e dei giudici. – Quarto; la ferocità del martirio: insultato, flagellato, inchiodato. E morto, quasi non bastasse, fu squarciato nel petto con una lancia: Egli non la sentì perché era già spirato, ma la sentì sua Madre che vedeva. O vos omnes qui transitis per viam, attendite et videte si est dolor sicut dolor meus (Thren., I, 12). – Era la festa dell’Assunta del 1856. A Spoleto si faceva una solenne processione, con l’immagine taumaturgica dell’Addolorata. Era la Madre che, come si usava ogni anno in quel giorno, passava tra i figli suoi: e non v’era ginocchio che non piegasse a terra davanti a lei. La processione, tra canti e incensi, si svolge lenta e giunge davanti a un giovane elegantissimo di nome Francesco Possenti. Già due volte, ammalato da morire, aveva promesso di cambiare vita; davanti al cadavere di sua sorella morta sì giovane l’aveva giurato ancora; e non si era deciso mai a strapparsi dalle voluttuose spire del mondo. Ora, ritto ai margini della strada, guardava la processione snodarsi davanti. Quando l’immagine della Madre dolorosa gli fu vicina, sentì battergli il cuore come mai. Gli parve che la Vergine girasse lo sguardo su lui e lo guardasse in una luce divina. Intanto una voce gli gridava dentro: « Francesco, il mondo non è più per te ». Qualche tempo dopo correva un mormorio per la città: « Sai, il ballerino si è fatto frate ». « Francesco Possenti vuoi dire? ». « Sì: ed ha preso il nome di Gabriele dell’Addolorata ». Quante volte, e con grazie e con disgrazie, la Madonna ci ha fatto capire di abbandonare il peccato e riprendere una vita più 9cristiana, più mortificata: e fu sempre invano. Oggi, che è l’ultima domenica di quest’anno che finisce, la Madonna Addolorata ci guardi con quegli occhi suoi misericordiosi. Ci guardi come ha guardato una volta il giovane Francesco Possenti: e noi con l’anno nuovo riprenderemo una vita nuova: di pietà, di carità e di bontà.

  IL CREDO

 Offertorium 

Orémus
Ps XCII:
1-2
Deus firmávit orbem terræ, qui non commovébitur: paráta sedes tua, Deus, ex tunc, a sæculo tu es.

[Iddio ha consolidato la terra, che non vacillerà: il tuo trono, o Dio, è stabile fin da principio, tu sei da tutta l’eternità.]

Secreta 

Concéde, quǽsumus, omnípotens Deus: ut óculis tuæ majestátis munus oblátum, et grátiam nobis piæ devotiónis obtineat, et efféctum beátæ perennitátis acquírat.

[Concedi, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che questa offerta, presentata alla tua maestà, ci ottenga la grazia di una fervida pietà e ci assicuri il possesso della eternità beata.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, 9et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus,

Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio 

Matt II:20
Tolle Púerum et Matrem ejus, et vade in terram Israël: defúncti sunt enim, qui quærébant ánimam Púeri.

[Prendi il bambino e sua madre, e va nella terra di Israele: quelli che volevano farlo morire sono morti.]

Postcommunio 

Orémus.
Per hujus, Dómine, operatiónem mystérii, et vitia nostra purgéntur, et justa desidéria compleántur.

 [Per l’efficacia di questo mistero, o Signore, siano distrutti i nostri vizii e compiuti i nostri giusti desiderii.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

DISCORSO SUL SEGRETO DELLA FRANCO-MASSONERIA (4)

DISCORSO SUL SEGRETO DELLA FRANCO MASSONERIA (4)

DI MONSIGNOR AMAND JOSEPH FAVA

VESCOVO DI GRENOBLE 

LIBRERIA OUDIN, EDITORE – 1882

PRIMA PARTE

IL SEGRETO DELLA FRANCO-MASSONNERIA CONSISTE NEL DISTRUGGERE IL CRISTIANESIMO E SOSTITUIRLO CON IL RAZIONALISMO.

D’ARANDA. – « Il Conte di Aranda – scriveva il Marchese de l’Angle, un viaggiatore avanzato nella filosofia massonica, come vedremo – è forse l’unico uomo di cui la monarchia spagnola possa essere orgogliosa al momento: è l’unico spagnolo dei nostri giorni di cui la posterità possa scrivere nei suoi annali. È stato lui a voler far incidere sui frontespizi di tutti i templi e riunire nel medesimo stemma i nomi di Lutero, Calvino, Maometto, William Penn e Gesù Cristo. Era lui che voleva vendere il guardaroba dei Santi, i mobili delle vergini, e convertire le croci, i candelabri, le patene, ecc. in ponti, locande e autostrade. » (Viaggi in Spagna, vol. 1, p. 127). « Dal 1764 – dice lo storico prussiano, il protestante Schoell – il duca di Choiseul aveva cacciato i gesuiti dalla Francia; perseguitava quest’Ordine anche in Spagna. Perseguitò l’Ordine fino in Spagna e si adoperò con ogni mezzo per renderlo oggetto di terrore per il re, riuscendo infine a farlo con un’atroce calunnia. Si dice che sia stata messa sotto i suoi occhi una presunta lettera di padre Ricci, generale dei Gesuiti, che il duca di Choiseul è accusato di aver fabbricato, nella quale il generale avrebbe annunciato al suo corrispondente di essere riuscito a raccogliere documenti che provavano in modo inoppugnabile che Carlo III era figlio di adulterio. Questa assurda invenzione fece una tale impressione al re che si lasciò convincere nell’ordinare l’espulsione dei Gesuiti. – Cfr. Les Sociétés secrètes, vol. n, p. 70). E chi fu a strappare questo ordine a Carlo III? Fu D’Aranda, che vide il Re da solo, a congedare Monino e Campomanès, suoi colleghi, dicendo: « che stava giocando con la sua testa ». « Improvvisamente le autorità spagnole in entrambi i mondi ricevettero ordini minuziosi nel gabinetto del Re. Questi ordini, firmati da Carlo III e controfirmati da D’Aranda, avevano tre sigilli. La seconda busta recitava: “Sotto pena di morte, non aprirete questo plico fino al 2 aprile 1767, al tramonto”. La lettera del re ordinava loro, pena la morte, di catturare immediatamente tutti i Gesuiti e di imbarcarli su navi da guerra. Lo storico anglicano Adam dà la stessa versione di Schoell, e aggiunge: « È possibile, senza offendere la correttezza, mettere in dubbio i crimini e le cattive intenzioni attribuite ai Gesuiti, ed è più naturale credere che un partito nemico non solo alla loro restaurazione come corpo, ma anche alla Religione cristiana in generale, abbia portato a questa rovina. » [Storia della Spagna, t. 4, p. 271]. Padre Deschamps aggiunge: « Così parla Leopold Ranke, nella sua Storia del Papato; così Christophe de Murr, nel suo diario: egli aggiunge che il Duca d’Alba ha fatto avere a Paveu, al momento della sua morte, questa presunta lettera; così parla Sismondi, nella sua Storia dei francesi; così infine dice l’inglese Coxe, nella sua Storia della Spagna sotto i Re della Casa dei Borbone, per citare solo gli storici protestanti. » – « Invano Clemente XIII prese la difesa dei Gesuiti spagnoli, come aveva preso quella dei Gesuiti portoghesi e francesi; invano prese a testimone Dio e gli uomini che il corpo, l’istituzione, lo spirito della Compagnia di Gesù erano innocenti; che questa Compagnia era pia, utile e santa nel suo oggetto, nelle sue leggi, nelle sue massime; Invano dichiarò che le azioni del re contro i Gesuiti mettevano ovviamente in pericolo la sua salvezza e che, anche se alcuni religiosi fossero stati colpevoli, non avrebbero dovuto essere colpiti con tanta severità senza averli prima accusati e convinti: tutto fu inutile. – « In seguito ai severi ordini di Carlo III a tutti i governatori dei suoi vasti regni, nel giorno e nell’ora indicati, i fulmini scoppiarono contemporaneamente in Spagna, nel nord e nel sud dell’Africa, in Asia, in America e in tutte le isole sotto il dominio spagnolo. Il segreto di questa espulsione fu così ben custodito che non solo nessun Gesuita, nessun ministro, nessun magistrato ne era a conoscenza nel giorno stesso in cui doveva avvenire. Tutte le navi da trasporto erano pronte nei vari porti indicati. Gli ordini erano uniformi: comando supremo da parte del re di gettare i prigionieri sulle coste dello Stato ecclesiastico, senza permettersi, con nessun pretesto, di depositare qualcuno di loro altrove, pena la morte. Questo fu il passo compiuto dal conte di Aranda: lo considerava il capolavoro di una politica saggia e vigorosa; gli piaceva ancora parlarne molto tempo dopo ». – [Les Sociétés secrètes; t. II, p. 71.].

POMBAL. – In Portogallo, Carvalho, detto Pombal, si era già fatto strumento delle logge massoniche per perseguitare anche i Gesuiti. Per scristianizzare il Portogallo, decise di protestantizzarlo e, collocando da un lato professori protestanti nelle università, fece tradurre e diffondere le opere di Voltaire, J.-J. Rousseau, Diderot ed altri filosofi massoni; dall’altro, consegnò il suo paese all’Inghilterra, dove era inviato come uomo d’affari, e si era affiliato, come Voltaire, ai liberi pensatori. Il panegirista di Pombal, M. de Saint-Priest, è costretto a dire la sua: Nemico del clero e dei monaci, che chiamava i parassiti più pericolosi che possano corrodere uno Stato, dice la Bibliografia Universale, si rivoltò contro i Gesuiti ancor più che contro l’aristocrazia, e le rimostranze, il patibolo eretto nella sua mente contro gli hidalghesi, la loro morte ignominiosa, erano stati per lui solo un mezzo. » Un mezzo! Sì, un mezzo per compiacere i filosofi massoni che lo chiamavano « loro adepto »: un mezzo che si adattava alla sua natura, perché, dicono gli storici, era avido, crudele e raffinato nella vendetta. Tale era il suo atteggiamento nei confronti dei Gesuiti. « Essi erano divisi in tre parti – racconta padre Deschamps. I novizi e gli scolastici dei primi voti furono sottoposti da Pombal, senza alcuna ombra di procedura, ad ogni genere di promesse, minacce e vessazioni adatte per poterli indurre a rinunciare alla loro vocazione. I professi furono gettati nelle terre del Papa in Italia con i primi che nella stragrande maggioranza rifiutarono di apostatare. Ammassati a centinaia su navi mercantili, esposti ad ogni tipo di intemperie, senza provviste, dove mancavano di proposito pane e acqua, furono gettati successivamente, spinti dai venti, nei porti della Spagna, dove furono abbondantemente soccorsi, e infine a Civitavecchia, dove furono accolti con ammirazione. Per tre volte questi trasporti furono rinnovati; l’ultimo consisteva in missionari portati da Cafreria, dal Brasile, dal Malabar, da tutti i luoghi dove si stava diffondendo la civiltà con la fede Cattolica. Solo più di duecento, la cui maggioranza erano francesi, italiani e tedeschi, furono trattenuti, per soddisfare la rabbia di Pombal, nelle prigioni del Tago, dove ottantuno persone morirono di miseria e sofferenza. « Più di cento languirono per diciotto anni in queste tombe fino alla morte del re, schiavo del suo libertinaggio e del suo ministro. Un tribunale, composto dal Consiglio di Stato e da uomini lodevoli per la loro luce ed integrità, fu incaricato dal nuovo re e dalla regina di rivedere la sentenza del presunto attentato al re, che era stato dichiarato ingiusto e infondato, e fu dichiarato quasi all’unanimità che le persone, sia vive che morte, che erano state portate in giudizio, o esiliate, o imprigionate in virtù della sentenza, erano tutte innocenti del crimine di cui erano state accusate. Le prigioni fatali furono aperte e ottocento persone, che si credevano morte da tempo, furono viste emergere dal sottosuolo e riapparire tra i vivi; erano il restante di novemila persone sottratte allo Stato dall’odio, dalla ferocia o dai sospetti del ministro, senza interrogatorio e senza processo. I Gesuiti sopravvissuti si presentarono con gli altri, seminudi, senza altri indumenti che la paglia che serviva loro come letto, con la carnagione livida, il corpo gonfio, la maggior parte di loro così debole da non poter né camminare né quasi sostenersi, molti privati dell’uso della vista per la profonda oscurità in cui erano stati immersi, alcuni con i piedi marci e rosicchiati da topi e insetti ». – Carvalho-Pombal fu condannato a restituire immense somme estorte con vari pretesti, e relegato, in considerazione della sua avanzata e delle firme del defunto re, da cui s’era fatto garantire, nella sua terra di Pombal, dove, nel 1829, i Gesuiti, richiamati da don Miguel, diedero l’ultimo saluto alla sua salma, fino ad allora priva di sepoltura. Nel frattempo arrivarono dall’India diciannove casse, indirizzate al Marchese di Pombal, piene di argento e pietre preziose sottratte alla tomba di San Francesco Saverio a Goa, che la Regina indignata fece immediatamente restituire. Confische, o meglio saccheggi di questo tipo, avevano avuto luogo in tutte le case e le chiese dei Gesuiti in Portogallo e nelle colonie. A Oporto, un parente del ministro, incaricato del sequestro, si distinse per la sua barbarie ed empietà. Egli lasciò tre Padri morire miseramente per mancanza di medicine e di soccorsi. Aggiungendo sacrilegio a disumanità, fece aprire il tabernacolo e svuotare sotto i suoi occhi la sacra pisside, che prese e mise in una bilancia da orefice per pesarla sull’altare stesso. « Chi crederebbe – dice l’orazione funebre di re Giuseppe, pronunciata a Lisbona nel 1777 – che un solo uomo, abusando della fiducia e dell’autorità del re, abbia potuto, nell’arco di vent’anni, incatenare tutte le lingue, chiudere tutte le bocche, stringere tutti i cuori, tenere celata la verità, portare la menzogna in trionfo, cancellare tutti i tratti della giustizia, far rispettare l’iniquità e dominare l’opinione pubblica da un capo all’altro dell’Europa? Solo la Massoneria può spiegarlo. Ricordiamo che nel 1858, passando per il Mozambico, abbiamo avuto l’onore di essere accolti dal governatore dell’isola con estrema benevolenza. Aveva come palazzo la casa e il collegio dei Padri Gesuiti espulsi da Pombal, e ho offerto più volte il santo Sacrificio della Messa nella loro cappella,  ancora piena di splendore e di ricchezza. Sull’isola c’erano diverse altre chiese, ma tutto stava andando in rovina, come sulle rive dello Zambesi, dove la Compagnia di Gesù aveva creato bellissimi stabilimenti. Pombal, con il suo odio, condannò queste belle regioni a rimanere selvagge e barbare. L’opera di civilizzazione cristiana, iniziata su questa costa dell’Africa orientale dai Gesuiti e da altri religiosi, fu interrotta, come abbiamo detto, ed è stata ripresa appena da qualche anno in modo serio. Ecco il misfatto di un uomo, ma quest’uomo poteva essere chiamato: Legione, perché era un seguace della massoneria, acerrimo nemico di Gesù Cristo, Egli che solo è la vita e la resurrezione dei popoli, oltre che degli individui.

CHOISEUL. – Dopo aver parlato dell’odio della massoneria contro il regno di Gesù Cristo, in Spagna e in Portogallo, non possiamo tacere ciò che ha fatto in Francia e a Napoli contro la Compagnia di Gesù, giustamente chiamata l’Avanguardia della Chiesa Cattolica. Nel suo Tableau de Paris, t. vi, 2a parte, p. 342, ecc., de Saint-Victor scrive quanto segue: « Il favore di Choiseul, già grande, si accrebbe, alla morte di M.me de Pompadour, di tutto ciò che possedeva, per non sfuggire nemmeno al sospetto, benché infondato, di aver contribuito ad accelerare la scomparsa di questa padrona il cui potere era così assoluto e che Luigi XV dimenticò così facilmente. Senza averne titolo ottenne tutti i poteri di Primo Ministro, gli onori che desiderava, le ricchezze che voleva accumulare, e divenne solo il più accanito contro i Gesuiti, che aveva ragioni particolari per odiare, ragioni che sono state ritenute molto diverse da quelle da lui pubblicamente addotte. « Legato ai capi del partito filosofico, di cui era discepolo, e spinto da essi e da una perversità pari alla loro, quest’uomo, divenuto padrone della Francia, aveva concepito il folle progetto – e le lettere di sua mano lo testimoniano – di distruggere l’autorità del Papa e della Religione cattolica in tutto il mondo. Ora, la completa distruzione di un ordine religioso così fortemente costituito e che, diffuso nei due emisferi, sosteneva e propagava da ogni parte la purezza della fede e la pienezza dell’Autorità Apostolica, diventava la prima condizione di un simile progetto: egli vi si accinse quindi con tutta l’attività della sua mente nutrita di intrighi e di frodi. » Per quanto riguarda i Parlamenti, troviamo il loro brevetto di affiliazione massonico-filosofica anche nella corrispondenza di Voltaire e d’Alembert, nei pellegrinaggi a Ferney dei consiglieri e dei relatori sui ricorsi, e nelle numerose lettere ai principali membri di queste corti, avremmo potuto dire, se fosse stato necessario aggiungere qualcosa alle prime note. « I  nemici più pericolosi dei Gesuiti – dice M. de Saint-Victor – quelli che potevano servire più efficacemente alla vendetta della favorita (riguardo all’assoluzione che le avevano negato se non avesse lasciato la corte) erano nel Parlamento. Abbiamo visto che questa era la patria del giansenismo e che anche la setta filosofica vi aveva i suoi sostenitori. I Gesuiti, infine, furono espulsi dai loro collegi, condannati dai Parlamenti a piccola maggioranza, senza indagini, senza difesa, senza ascoltare testimoni, senza essere interrogati essi stessi, come era stato fatto in Portogallo: Furono proscritti in massa e individualmente come Gesuiti; i loro beni, le fondazioni cattoliche dei loro collegi o le case fatte da loro stessi o liberamente da Cattolici, furono confiscati; questa è la giurisprudenza massonica che fu stabilita e che presto sarebbe stata applicata in larga misura a tutti i Sacerdoti e ai beni cattolici, a tutti i nobili e alla stessa famiglia reale. Quattromila religiosi, che il tiranno aveva voluto mettere tra la loro coscienza e la fame, sono stati strappati dalle loro famiglie e dalla loro patria e costretti ad andare a mendicare il pane in terra straniera. (Les Sociétés secrètes, t. II, p. 64).

TANNUCCI.- Tannucci, tanto nemico dei Gesuiti quanto della Santa Sede e della Religione, per ordine di Carlo III, che lo aveva lasciato ministro sovrano di suo figlio, re di Napoli, copiò in tutto e per tutto il ministro di Aranda. In Austria, Maria Teresa, vinta dopo una lunga resistenza dal figlio Giuseppe II, anch’egli iniziato alle logge massoniche, ai nostri misteri – scriveva Grimm a Voltaire – si arrese con le lacrime. D’ora in poi i maestri cristiani furono banditi dall’Europa: la filosofia poteva spacciare a suo agio informazioni che avrebbero preparato la Rivoluzione. A proposito della Rivoluzione, citiamo ancora una volta la testimonianza di un massone, che qui può essere preso in parola. « È importante – dice M. Louis Blanc – introdurre il lettore nella  caverna che allora veniva scavata sotto i troni, oltre che sotto gli altari, da rivoluzionari molto più profondi e attivi degli Enciclopedisti; un’associazione composta da uomini di tutti i paesi, di tutte le religioni, di tutti i ranghi, legati tra loro da convenzioni simboliche, impegnati con giuramento a mantenere inviolabile il segreto della loro esistenza interiore, sottoposti a prove lugubri, impegnati in cerimonie fantastiche, ma che praticano la carità e si considerano uguali, pur essendo divisi in tre classi, apprendisti, compagni e maestri: Questo è il senso della Massoneria. Ora, alla vigilia della Rivoluzione francese, si scopre che la Massoneria ha assunto uno sviluppo immenso; diffusa in tutta Europa, assiste il genio meditativo della Germania, agita la Francia e presenta ovunque l’immagine di una società fondata su principi contrari a quelli della società civile. »  Osserviamo bene ciò che dice M. Louis Blanc, se vogliamo capire fino a che punto il regno di Gesù Cristo sulla terra era minacciato nel momento in cui stava per scoppiare la Rivoluzione. Non era solo la Francia ad essere agitata, ma l’intera Europa. Che dire, il mondo era in potere della Massoneria. Tutti i delegati delle logge erano giunti, nel 1781, a Wilhemsbad, da tutte le regioni dell’universo:  l’Europa, l’Africa, l’America, l’Asia, le coste più lontane dove erano approdati i navigatori, zelanti apostoli della Massoneria, tutti questi Paesi avevano voluto essere rappresentati in questo convento senza eguali nella storia della setta, e tutti questi deputati, ormai penetrati dall’illuminismo di Weishaupt, la cui dottrina non è altro che il panteismo di Spinosa, cioè l’ateismo, erano tornati da coloro che li avevano mandati e avevano versato il veleno dell’incredulità religiosa con l’ardore che gli oratori del convento avevano suscitato in loro. L’Europa ed il mondo massonico erano così armati contro il Cattolicesimo. E così, quando fu dato il segnale di battaglia, lo shock fu terribile, soprattutto in Francia, Italia e Spagna, tra quelle Nazioni cattoliche che si voleva fossero separate dal Papa e gettate nello scisma, fino a quando la scristianizzazione non fosse stata completata. Questo è ciò che è provato dalla prigionia di Pio VI e Pio VII, dai Cardinali dispersi, i Vescovi strappati dalle loro sedi, i pastori separati dai loro greggi, le Congregazioni religiose distrutte, i beni della Chiesa confiscati, le Chiese rovesciate, i conventi trasformati in caserme, i vasi sacri rubati e fusi per avido sacrilegio, le campane trasformate in denaro o cannoni, i patiboli allestite da tutte le parti, e le vittime a migliaia, un’ecatombe, suscitata soprattutto tra il clero; in una parola, tutti gli orrori della cosiddetta Rivoluzione, e soprattutto il crimine che era il fine che si proponeva e il grande motivo delle sue azioni: il Cristo buttato giù dai suoi altari per essere sostituito dalla Ragione. Quel giorno, i discepoli di Socino – udite udite – i massoni, credettero che il loro maestro stesse trionfando; e, in effetti, ebbe il trionfo che Dio lascia all’errore, e che consiste nelle rovine morali e materiali accumulate dall’abuso della libertà umana, dalla libertà divenuta follemente indipendente e mutata in furia satanica; uno spettacolo strano e misterioso, in cui vediamo tutti i legami che uniscono gli uomini spezzati, e gli uomini che si sgozzano a vicenda, in attesa che l’Essere Supremo, il loro Creatore e Padre, che torna ai suoi prodighi con il suo perdono ed il suo amore infinito, con la pace delle anime, l’onore delle famiglie, la felicità e la prosperità delle nazioni, venga richiamato in mezzo a loro, stanchi di carneficine, disordine, dissolutezza ed empietà. Chi ha fatto la Rivoluzione, ancora una volta? Non saremo noi a rispondere; la risposta sarà data, questa volta, da un illustre muratore la cui voce si unirà a quella di M. Louis Blanc: Lamartine. Il 10 marzo 1848, il Consiglio Supremo del Rituale Scozzese si recò a congratularsi con il Governo Provvisorio, e Lamartine rispose: « Sono convinto che è dal profondo delle vostre logge che si sono sprigionati prima nell’ombra, poi nella penombra, e infine in piena luce, i sentimenti che hanno infine dato vita alla sublime esplosione di cui siamo stati testimoni nel 1789, e di cui il popolo di Parigi ha appena dato al mondo la seconda e, spero, ultima rappresentazione, pochi giorni fa. Lamartine non era né filosofo né profeta: era un poeta. Se fosse stato un filosofo, nel vero senso della parola, avrebbe saputo che gli stessi principii producono le stesse conseguenze. Avrebbe previsto le rivoluzioni che insanguinarono e bruciarono Parigi; senza nemmeno essere un profeta, avrebbe annunciato che la parola è un seme che fatalmente produce frutti secondo il suo genere, e che i partageux del 1848 sarebbero diventati i comunardi del futuro, soprattutto se ai seminatori, formati dalle logge, fosse stato permesso di continuare la loro opera contro la Religione, i governi e la proprietà. Questo sguardo in avanti ci mostra che la Massoneria non è rimasta sotto le rovine che si è prodotta da sola; che non ha capito nulla di fronte alle disgrazie con cui ha coperto sia la Francia sia l’Europa, dove si è stabilita con le armate trionfanti di Napoleone, sia il mondo intero, che ha sollevato, con la lotta contro Dio e l’autorità. In effetti, i nostri moderni sociniani non hanno disarmato. Dopo aver cacciato Napoleone I che, non volendo sottomettersi fu costretto a dimettersi, ricominciarono la loro guerra anticristiana nelle profondità delle loro logge. Poi hanno agito sull’opinione pubblica, il cui potere tirannico è ben noto, e hanno portato la Religione ad un tale discredito che era raro, intorno al 1830, vedere uomini in Chiesa. Hanno fatto leva, come sempre, sull’educazione, per propagare il liberalismo massonico nelle menti della gente, sotto il nome di: Libertà di coscienza. La parentela tra il liberalismo e la Massoneria, che è figlia del libero esame protestante, non è stata sufficientemente notata. I massoni ed i liberali sono tali solo perché hanno abbandonato il Magistero infallibile della Chiesa Cattolica e hanno preso come guida la propria ragione. Poi la setta non temeva di riversare le false dottrine dell’eclettismo, che dava così grande onore al maomettismo, e del panteismo di Spinosa o di Averroè. Era decisa a propagare i vari sistemi, uno più falso dell’altro, sulla proprietà, riassunti da Proudhon in queste parole: La proprietà è un furto; infine, preparava nuovi attacchi contro il Cattolicesimo.

CONGRESSO DI VERONA. – « Nel 1822 – dice p. G. Deschamps – le società segrete erano appena esplose in Spagna, a Napoli ed in Piemonte, con tanti movimenti rivoluzionari; i sovrani, per garantire sia le loro corone che la vera libertà tra i loro popoli, si erano riuniti a congresso nella città di Verona, Fu allora che il conte di Haugwitz, ministro del re di Prussia, che egli accompagnava, fece una relazione all’augusta assemblea in cui diceva: « Giunto alla fine della mia carriera, credo sia mio dovere dare uno sguardo alle società segrete il cui veleno minaccia l’umanità oggi più che mai. La loro storia è così strettamente legata a quella della mia vita che non posso fare a meno di pubblicarla ancora una volta e di fornirne alcuni dettagli. « Le mie disposizioni naturali e la mia educazione avevano suscitato in me un tale desiderio di scienza che non potevo accontentarmi della conoscenza ordinaria: io volevo penetrare nell’essenza stessa delle cose; ma l’ombra segue la luce; così si sviluppa una curiosità insaziabile a causa dei nobili sforzi che si fanno per penetrare ulteriormente nel santuario della scienza. Questi due sentimenti mi hanno spinto a entrare nella società dei massoni. « Sappiamo quanto poco il primo passo che si fa nell’ordine sia in grado di soddisfare lo spirito. È proprio questo il pericolo da temere per l’immaginazione così infiammabile dei giovani. Non avevo ancora raggiunto la maggiore età che già non solo ero alla testa della Massoneria, ma occupavo anche un posto di rilievo nel capitolo degli alti ranghi. Prima che potessi conoscere me stesso, prima che potessi capire la situazione in cui mi ero incautamente impegnato, mi trovai a dirigere la direzione superiore delle riunioni massoniche di una parte della Prussia, della Polonia e della Russia. La Massoneria era allora divisa in due partiti nei suoi lavori segreti. Il primo poneva tra i suoi emblemi la spiegazione della pietra filosofale; il deismo e persino l’ateismo erano la religione dei suoi settari; la sede centrale del suo lavoro era a Berlino, sotto la direzione del dottor Zinndorf. « Lo stesso non valeva per l’altro partito, di cui il principe F. di Brunswick era il leader apparente. In aperta lotta tra loro, i due partiti si unirono per ottenere il dominio del mondo; conquistare i troni, usare i re come l’ordine, questo era il loro obiettivo. Sarebbe superfluo raccontarvi come, nella mia ardente curiosità, sono riuscito a diventare padrone del segreto di entrambe le parti; la verità è che il segreto di entrambe le sette non è più un mistero per me. Questo segreto mi ha disgustato. « Nel 1777 assunsi la direzione di una parte delle logge prussiane, tre o quattro anni prima del convento di Wilhemsbad e dell’invasione delle logge da parte dell’illuminismo; la mia azione si estese anche ai fratelli dispersi in Polonia e in Russia. Se non l’avessi vissuto in prima persona, non saprei dare una spiegazione plausibile alla noncuranza con cui i governi hanno potuto chiudere un occhio su un tale disordine, un vero e proprio status in statu (stato nello stato); non solo i capi erano in costante corrispondenza e si avvalevano di cifre particolari, ma anche della Massoneria, se si inviavano emissari l’un l’altro. Esercitare un’influenza dominante su troni e sovrani era il nostro obiettivo… « Acquisii allora la ferma convinzione che il dramma iniziato nel 1788 e 1789, LA RIVOLUZIONE FRANCESE, IL REGICIDIO CON TUTTI I SUOI ORRORI, non solo non si era risolto allora, ma era anche il risultato di associazioni e giuramenti…, ecc. « Di tutti i contemporanei di quel tempo, me ne è rimasto solo uno… La mia prima cura fu quella di comunicare tutte le mie scoperte a Guglielmo III. Ci convincemmo che tutte le associazioni massoniche, dalle più modeste alle più alte, non possono che proporsi di sovvertire i sentimenti religiosi, di eseguire i piani più criminali e di usare i primi come copertura per i secondi. « Questa convinzione, che Sua Altezza il Principe Guglielmo condivideva con me, mi fece prendere la ferma risoluzione di rinunciare assolutamente alla Massoneria… ». – Il Congresso di Verona, senza dubbio illuminato da questa nobile confessione di M. de Haugwitz, prese provvedimenti di conseguenza, soprattutto nei confronti della Russia e dell’Austria, « Alessandro, la cui buona fede gli Illuminati erano stati a volte in grado di sorprendere, fu completamente illuminato sulle loro reali attività. Invece di proteggere la Massoneria, come nel 1807, la proibì in modo assoluto nel 1822; invece di espellere i Gesuiti, come nel 1816, si avvicinò ogni giorno di più al Cattolicesimo, e nel 1824 inviò il suo aiutante di campo, il generale Michaud, al Santo Padre per preparare il ritorno della Russia alla grande e vera unità cristiana. La sua misteriosa morte (1825) a Taganrog è da attribuire alle società segrete, che avevano sempre mantenuto affiliati nel suo entourage? C’è un mistero che forse non sarà mai chiarito; ma bisogna osservare che subito dopo la sua morte scoppiò un’insurrezione contro Nicola, il suo successore designato, al grido di “costituzione”, che allora era la parola d’ordine delle società segrete di tutti i Paesi. È stato accertato che essa era stata preparata a lungo, già nel 1819, da una società modellata su quella dei Carbonari e chiamata Slavi Uniti.  Uno scrittore ben informato su questi eventi afferma che questa società aveva avuto, come tutte le sette particolari, la sua base operativa nelle logge massoniche, che si erano dissolte solo in apparenza ». (Les Sociétés secrètes, t. II, p. 242). – I Carbonari, di cui abbiamo appena parlato, formarono, in qualità di Carbonari, l’Alta-vendita, espressione usata, come quella dei massoni, per nascondere la natura e lo scopo della società, che non era altro che la continuazione dell’ordine massonico, così come esisteva prima della grande Rivoluzione. All’inizio era composta da alcuni grandi signori corrotti e da giudei. « Sicuramente – dice padre Deschamps – tutti i massoni erano ben lungi dall’essere carbonari, ma lavoravano tutti per lo stesso obiettivo; infatti. 1° le logge, con una prima iniziazione, preparavano il personale da cui venivano reclutati: così, secondo la costituzione della Carboneria italiana, i massoni, quando chiedevano di essere iniziati, venivano esentati dal primo grado, che è quello di apprendista, per arrivare a quelli di compagni e di maestri, che esistono in tutti i riti; 2° facilitavano i passi dei loro membri; e infine, grazie alla direzione impartita alla grande mandria di sciocchi iscritti alle logge, formarono quel peso irresistibile dell’opinione pubblica da cui sono scaturite le elezioni che hanno costretto la Monarchia ad una sola carta, a un’impasse da cui solo un colpo di Stato offriva una via d’uscita. » – « Le logge erano state – dice “il Secolo” – la culla e il vivaio della famosa società dei Carbonari, che mise in pericolo la Restaurazione e contribuì in così larga misura alla rinascita del partito repubblicano. – Jean Witt, svedese, ha scritto: « I Carbonari hanno la loro vera origine nella Massoneria. Non appena Napoleone salì al trono, distrusse (?), favorendola, un’associazione che era pericolosa per lui. In questo modo perse la sua indipendenza e divenne un’istituzione di polizia che serviva solo a sorprendere i sentimenti dei seguaci che la componevano. Poi si riunirono i massoni che ancora si attenevano alla tarda Repubblica; essi formarono (all’interno della Massoneria) un’altra affiliazione. Era la sede dei Carbonari (o Buoni Cugini) e dei Massoni Filadelfi a Besançon. Il colonnello Oudet era il loro capo; la maggior parte dei membri erano militari; questi propagarono l’ordine in Piemonte e negli Stati settentrionali d’Italia. – Solo molto più tardi si affermò nel sud della penisola, dove, favorita dall’ex governo (Murat), si diffuse rapidamente. Nel 1809 fu istituita la prima Vendita a Capua, che era allo stesso tempo la principale. » Va notato che questo Jean Witt era un ispettore generale e un alto muratore elevato di tutti i riti. L’Alta Vendita era in piena attività sotto la Restaurazione, già nel 1819, due anni prima dell’assassinio del Duca di Berry, e sebbene « il suo obiettivo principale fosse la distruzione del potere spirituale della Chiesa, vediamo dalla corrispondenza dei suoi membri che si ramificava a Parigi, Vienna, Londra, Svizzera, Berlino, dove aveva affidatari di altissimo livello. Questa spingeva attivamente al rovesciamento del re Carlo X e della dinastia (Les Sociétés secrètes, t. II, p. 244.). Perciò non sorprende che, una volta terminata la rivoluzione di luglio, Dupin il vecchio, alto muratore della loggia Trinosophes, discepolo di Ragon, abbia potuto dire: « Non pensate che in tre giorni abbiano fatto tutto. Se la rivoluzione è stata così rapida e improvvisa, è perché non ha colto nessuno di sorpresa… Ma la facemmo in pochi giorni, perché avevamo una chiave da inserire nella toppa e potevamo immediatamente sostituire un nuovo e completo ordine di cose a quello appena distrutto ». (Ibid.) – « Durante i diciotto anni del governo di luglio – scrive padre Deschamps – le società segrete hanno continuato la loro opera di distruzione del Papato e di preparazione della Repubblica universale. – « Due correnti di delinearono presto tra gli uomini che perseguivano l’asservimento della Chiesa e volevano moderare il progresso della Rivoluzione a proprio vantaggio, per fissarla in governi costituzionali: era la politica dell’Alta Vendita, i rivoluzionari aristocratici che avevano guidato il movimento del 1815 e le insurrezioni del 1821. Dall’altra c’erano gli uomini nuovi che, oltre alla distruzione della Chiesa, volevano idealizzare la legalità di fatto e preparare la strada al socialismo attraverso la Repubblica universale. » Il lettore leggerà con piacere, e anche con profitto, una pagina della storia universale della Chiesa cattolica, dell’abate Rohrbacher, così nota e così apprezzata, riguardante la questione dei Carbonari. Inoltre, questa lettura sarà come una conferma di diverse intuizioni già poste da noi davanti agli occhi dei nostri lettori. « Le società segrete – scrive l’illustre storico – che si formano solo per distruggere la società pubblica, principalmente quella universale, ovvero la Chiesa Cattolica, uniscono sempre due o tre caratteri di satana: la menzogna, l’omicidio, la lussuria-impurità. Oggi ne esistono due principali: la setta dei Massoni e la setta dei Carbonari. La prima, nata in Inghilterra sotto il protestante e regicida Cromwell, ne ha importato lo spirito in Francia e nel resto d’Europa. Diversi principi, per antipatia verso la società universale del Cattolicesimo, favorirono un nemico della società pubblica e dei troni. La seconda setta, i Carbonari, che ha lo stesso scopo, si è formata tra gli italiani con il pretesto di procurare la libertà dell’Italia.

L’attuale leader è un carbonaro genovese, l’avvocato Giuseppe Mazzini, che ha dato una nuova forma al movimento sotto il nome di Giovane Italia, che doveva essere solo una branca della Giovane Europa. La Giovane Italia si differenzia dal carbonarismo per i suoi principi religiosi. I Carbonari professano l’indifferenza alla religione, o meglio il materialismo voltairiano. L’avvocato Mazzini, invece, sfoggiava una certa religione politica, un panteismo protestante, che si manifesta nella sua opera: I doveri dell’uomo. « Dio – egli dice – esiste perché noi esistiamo. Egli è nella nostra coscienza, nella coscienza dell’umanità, nell’universo che ci circonda… Lo adorate, anche senza nominarlo, ogni volta che sentite la vostra vita e quella di coloro che vi circondano… L’umanità è il verbo vivente di Dio… Dio si incarna successivamente nell’umanità. » Questa eresia o empietà è già vecchia. È il vecchio gnosticismo, la vecchia idolatria dei pagani, che confonde Dio con la creatura e la creatura con Dio. È il panteismo idolatrico dell’India, il panteismo prussiano o protestante importato oggi in Francia da Victor Cousin. È la centomillesima ripetizione di quella prima menzogna del primo sofista: No, no, non morirete di morte mangiando il frutto che Dio vi ha proibito; al contrario, sarete come dei, conoscendo il bene e il male. – « Quando Mazzini e i suoi simili sopprimono la divinità di Gesù Cristo e lo chiamano solo un grande uomo, un filosofo, non sono che un’eco di Maometto e dell’Anticristo… « In ciò che Mazzini e i nuovi settari concordano non meno con il falso profeta della Mecca, è nel secondo carattere di satana: l’essere omicida… Nel 1835, uno studente di nome Lessing fu assassinato a Monaco. In seguito, quattro rifugiati italiani, che volevano combattere contro i principi italiani, non accettarono la dottrina sanguinaria della setta mazziniana e la spiegarono apertamente. Il tribunale segreto riunitosi a Marsiglia sotto la presidenza di Mazzini, condannò due dei quattro alla forca e alle galere e gli altri due alla morte. Copia di questa sentenza è stata sequestrata ed esiste. Essendo i condannati domiciliati a Rhodez, il documento recava come capitolo aggiuntivo: Il presidente di Rhodez sceglierà quattro esecutori della presente sentenza, che ne resteranno incaricati entro il termine rigoroso di venti giorni: chi la rifiutasse incorrerebbe nella morte ipso facto. Qualche giorno dopo, uno dei condannati, il signor Emiliani, passando per le strade di Rhodez, è stato aggredito da sei suoi connazionali, che lo hanno accoltellato e sono fuggiti. Gli assassini sono stati arrestati e condannati dalla giuria francese a cinque anni di reclusione. M. Emiliani, ancora malato, stava uscendo dalla Corte d’Assise con la moglie, quando lui e la moglie furono pugnalati a morte da un uomo di nome Saviali, che fu arrestato solo con difficoltà. L’assassino, processato e condannato, ha subito la punizione per il suo crimine. Quanto a Mazzini – aggiunge l’autore che citiamo – egli tornò in Svizzera, come una tigre che torna alla sua caverna, dopo una scena di carneficina, e riprese freddamente la sua opera di distruzione sociale. » (Guerra e rivoluzione in Italia nel 1848 e 1849, del conte Edouard Lubienski, pp. 40-44). – Diciamo che l’avvocato Mazzini non nascose di dichiarare che la società da lui istituita avesse come scopo « l’indispensabile distruzione di tutti i governi della penisola, per formare un unico Stato d’Italia ». – Art. 2: « A causa dei mali derivanti dal governo assoluto e dei mali ancora maggiori delle monarchie costituzionali, dobbiamo unire tutti i nostri sforzi per costituire una repubblica unica ed indivisibile. Rohrbâcher aggiunge: « Quale sarà allora la forma della repubblica mazziniana? » Un altro leader socialista, Ricciardi, ce lo indica: « Per guidare il popolo – egli dice – non si abbisogna di un’assemblea popolare, fluttuante, incerta, lenta a deliberare; ma è necessario un pugno di ferro, che solo può governare un popolo finora abituato alle divergenze di opinione, alle discordie, e, per di più, un popolo corrotto, snervato, svilito dalla schiavitù ». Se Papa Gregorio XVI non è stato accoltellato insieme ad altri Sacerdoti, il motivo ce lo fornisce lo stesso Ricciarci. « Credo – ancora dice – credo che la nostra santa causa sarebbe macchiata dall’assassinio di un vecchio; oltre al fatto che non basterebbe sopprimere il Papa, sarebbe necessario assassinare fino l’ultimo Cardinale, l’ultimo Sacerdote, l’ultimo religioso di tutto l’universo cattolico ». Più avanti, lo stesso socialista aggiunge: « La pianta fatale nata in Giudea ha raggiunto questo alto punto di crescita e vigore solo perché è stata innaffiata da rivoli di sangue. Se volete che un errore metta radici tra gli uomini, metteteci ferro e fuoco! Volete che cada?… fatelo diventare oggetto dei vostri scherni. » È chiaro che, siano carbonari o muratori, essi hanno tutti nel cuore l’odio per Gesù Cristo: è questo il segreto di tutti loro. – Nella sua opera: l’Eglise romaine en face de la Révolution, Crétineau-Joly, a proposito dell’Alta Vendita, ci parla di un comitato di circa quaranta membri, presieduto da un giovane mirabilmente adatto al ruolo di cospiratore, e che era riuscito ad impadronirsi della direzione generale dell’Alta Vendita, oltre a Mazzini. Questo giovane aveva assunto, secondo l’usanza degli illuminati, un nome massonico, che era Nubius. Anche il suo obiettivo era la distruzione del Cristianesimo. Egli diceva che il miglior pugnale per colpire al cuore la Chiesa Cattolica è la corruzione. Depravare il Sacerdote, la donna ed il bambino, questa era la tattica di Nubius, e vediamo che alcuni di noi la ricordano. Tuttavia, Mazzini, lontano da Roma, dove si trovava la sede del suddetto comitato, vedeva arrivare gli ordini, senza che potesse conoscerne la fonte. Decise di penetrare il mistero e finalmente scoprì l’esistenza del comitato; ma quando Paolo, un amico di Nubius, informò quest’ultimo del desiderio di Mazzini di essere ammesso a questo consiglio, il presidente rispose che Mazzini non era necessario con i suoi veleni ed i suoi pugnali, e gli inviò un rifiuto formale. « Nel frattempo – dice Crétineau-Joly – Nubius fu colpito da una di quelle febbri lente che consumano con una prostrazione graduale. Di solito l’arte non può né curarli né spiegarli. Questa malattia giunta così a proposito, aveva la sua ragione d’essere. I complici di Nubius non ne cercarono la causa. Sapevano da tempo che, nelle società segrete, la sordità comanda il mutismo, e che esso deriva ancora dalle lettere di Capræa, come al tempo di Tiberio e di Sejano. Nubius colpito dall’impotenza e i suoi amici dal terrore, compresero che le società segrete non dovevano più cercare un’azione indipendente. Per questo motivo l’intero comitato scomparve e Mazzini poté assumere da solo la guida delle logge. »

DISCORSO SOPRA IL SEGRETO DELLA MASSONERIA (5)

NOVENA AI SANTI MAGI

NOVENA AI SANTI MAGI

(Manuale di FILOTEA, XXX ED. MILANO, 1888)

NOVENA AI SANTI MAGI (inizia il 28 dicembre, festa il 6 Gennaio). Battezzati da S. Tomaso Apostolo, i loro corpi trasportati in Costantinopoli poi in Milano, riposano ora in Colonia.

I. Fortunate primizie del Gentilesimo, Santi Magi, ottenete a noi tutti la grazia di seguir fedelmente le divine ispirazioni, come Voi foste pronti a  seguire gli inviti della stella miracolosa che vi precedette in tutto il vostro cammino. Tre Gloria.

II. Veri modelli di cristiano coraggio, santi Magi,  ottenete a noi tutti la grazia di non essere mai atterriti dagli ostacoli che s’incontrano nella via della salute come Voi non vi sgomentaste né per la lunghezza del viaggio, né pel nascondimento della stella, né per il turbamento di Gerusalemme all’annuncio della nascita del Re de’ Giudei, che Voi cercavate per adorarlo sinceramente. Tre Gloria.

III. Perfettissimi adoratori del neonato Messia, santi Magi, ottenete a noi tutti la grazia che, a vostra imitazione adoriamo sempre Gesù Cristo con viva fede quando entriamo nella sua casa, e gli offriamo continuamente l’Oro della carità, l’Incenso della orazione, la Mirra della penitenza, e non decliniamo giammai dalla strada della santità,  ch’Egli ci ha insegnato così bene col proprio esempio, prima ancora che colle proprie lezioni. Tre Gloria.

DISCORSO SUL SEGRETO DELLA FRANCO-MASSONERIA (3)

DISCORSO
SUL
SEGRETO DELLA FRANCO MASSONERIA (3)

DI MONSIGNOR AMAND JOSEPH FAVA

VESCOVO DI GRENOBLE
 

LIBRERIA OUDIN, EDITORE – 1882

Massoneria in Italia – Cagliostro – fondatore del Misraïm o Rito Egizio.

Poiché l’Italia era la culla della setta massonica, come abbiamo dimostrato parlando dell’Accademia di Vicenza e, in particolare, dei Socino, era naturale che la società dei massoni avesse lì il suo centro e ne ricevesse l’impulso. Ma non fu così. Lelio Socino e Fausto, suo nipote, furono costretti a lasciare il loro Paese, dove i seminatori di false dottrine erano trattati come i fabbricanti di denaro falso lo sono oggi tra noi. Si pensava allora, e a ragione, che l’errore religioso fosse più pernicioso, per una società, della moneta falsa, ed i governi, penetrati e armati di questo principio, chiesero alla Chiesa di indicare loro le dottrine erronee, la cui predicazione poteva dividere gli spiriti e fomentare quei disordini, rivoluzioni e guerre che hanno insanguinato l’Europa, ad eccezione dell’Italia e della Spagna, meglio difese dalle loro istituzioni rispetto ad altre nazioni. Tuttavia, l’Italia non rimase completamente estranea alla Massoneria. Cesare Cantù, nel suo libro: L’Hérésie dans la Révolution – pagina 45 – ci fornisce preziose informazioni su questo argomento. Eccone alcune:  « Non si sa con certezza – egli dice – come questa società tenebrosa sia penetrata in Italia. Tra i cimeli della Massoneria c’è una medaglia coniata a Firenze nel 1733 in onore del Gran Maestro, il Duca di Midlesex. Nel 1739 fu introdotta nella Savoia, nel Piemonte e nella Sardegna; questi tre Paesi avevano un solo Gran Maestro provinciale, nominato dalla loggia principale d’Inghilterra. A Roma, luogo di incontro di tanti stranieri, le logge esistevano già nel 1742, quando assegnarono una medaglia a Martin Folkes, presidente della Royal Society di Londra; ma rimasero segrete fino al 1789. Se non si sa in che modo la massoneria sia penetrata in Italia, è facile per il lettore constatare che la setta è di importazione inglese, in Italia come in Francia, e che le logge non sono rimaste così segrete da poter sfuggire alla vigilanza della Santa Sede, visto che Clemente XII le ha condannate con una lettera apostolica datata nell’ottavo anno del suo Pontificato, cioè nel 1738. Questa condanna ed i termini in cui è espressa dimostrano che la Massoneria non ha cambiato la sua dottrina. « La Loggia dei Sinceri Amici della Trinità del Monte fu fondata lì – dice Cesare Cantu – il 6 novembre 1787, da cinque francesi, un americano e un polacco che, come membri di logge straniere, gemevano nel vivere in mezzo alle tenebre… ». – « La loggia di Roma fu dapprima indipendente, poi le fu conferita un’istituzione regolare dal Grande Oriente di Francia, creata – secondo Ragon – il 24 dicembre 1772, per sostituire la Gran Loggia di Francia, che da tempo era caduta in uno stato di quiescenza, sotto il suo Gran Maestro, il principe di Clermont, morto il 15 giugno 1711. « Napoli aveva diverse logge, tutte confluite, nel 1756, in una loggia nazionale, che corrispondeva con la Germania. Nel 1767, un moribondo, per senso di coscienza, e un seguace, a cui la società aveva ritirato i cospicui sussidi che gli aveva concesso, ne rivelarono l’esistenza e ne fecero partecipe l’alto priore del Regno, il duca di San Severo. Questi fu arrestato, ma allo stesso tempo il suo palazzo fu dato alle fiamme; il popolo lo spense, in modo che la corrispondenza potesse essere sequestrata. Il duca non negò nulla, spiegò il fine ed i mezzi dell’associazione, assicurò che nella sola città di Napoli c’erano sessantaquattromila massoni e che gli adepti si contavano a milioni. » Cantù aggiunge: « Secondo un avviso pubblicato allora con l’incertezza da cui erano avviluppate le società segrete, la Massoneria risaliva a sessantacinque anni prima, al tempo in cui Cromwelt fondò una camera di quattro segretari e sette assessori, uno per ogni nazione; ogni nazione era suddivisa in cinque province, con un assessore per ogni provincia ». – « A Venezia furono aperte delle logge all’inizio della setta, ma ne fu ordinata la chiusura nel 1786 ». – Il libro reca la data 1686, che è senza dubbio un errore di stampa. – La cosa, per quanto improbabile, è comunque possibile, dato che Socino morì nel 1604, e potrebbe forse essere piaciuto a qualcuno dei suoi adepti venire a fondare la setta massonica a Venezia.  « In ogni caso, un certo Sessa, di Napoli, le ristabilì; vi si unirono nobili, abati e mercanti. I vigili inquisitori di Stato ne furono informati da un rotolo di carte che Girolamo Giuliano dimenticò in una gondola. La loggia vicino a San Simone Magno fu immediatamente invasa mentre non c’era nessuno; tutto l’armamentario mistico e scenografico di teschi, compassi, pentagoni, tamburi, cazzuole e grembiulini fu portato via e bruciato in presenza del popolo, che credeva fosse un sabbat. Le logge furono allora proibite, non solo a Venezia, ma anche a Padova e a Vicenza, senza però che fossero repressi gli iscritti, forse perché troppo numerosi e troppo potenti; essi non tardarono a riunirsi ed a cospirare per la distruzione della Repubblica. Notiamo, qui, che la Massoneria non si offre solo con il carattere di odio diretto e personale contro Gesù Cristo, ma anche con una vera e propria opposizione ed un disprezzo formale della Verità cristiana. A sostegno di questa proposizione, citeremo una pagina molto istruttiva di Cesare Cantù, che non manca di avere la sua nota allegra: « Osserviamo, prima di andare avanti – egli dice – che con la scomparsa delle vere dottrine, la superstizione cresce in Germania ed in Francia in modo sorprendente: questo perché l’aspirazione alle realtà ideali appartiene talmente alla natura dell’uomo che, piuttosto che rinunciare alla speranza, questa divinità suprema, si getta a capofitto nelle scienze occulte. Apparvero così nuovi operatori di meraviglie: la metafisica era stata ridicolizzata, le legittime aspirazioni dell’anima erano state tagliate; ma, non accontentandosi di una filosofia senza ideali, aggiunsero la fede ai ciarlatani, o ricorsero al meraviglioso, per eludere le severe lezioni della verità. Alcuni di questi ierofanti erano mistici, come Swedenborg, Lewater, Saint-Martin; altri erano rivoluzionari, come Weishaupt, Knigge, Bode; altri ancora erano ciarlatani ed ingannatori, come Jean-Georges Schropfer, un cameriere d’albergo che riuscì ad affascinare ministri, diplomatici e principi con operazioni taumaturgiche, finché, vedendosi riconosciuto come un vero e proprio truffatore, si uccise. – Pochi secoli sono stati così scioccamente creduloni come il XVIII: la grande città dei filosofi era piena di demoni, vampiri, silfidi, convulsionisti, magnetizzatori, cabalisti, rosa+croce, evocatori, fabbricanti di elisir di lunga vita. Il marchese di Saint-Germain, dotato di una memoria vasta e tenace, trattava i grandi, i dotti e la società con la massima disinvoltura, raccontava le storie più bizzarre e sosteneva di essere testimone oculare degli eventi più remoti; avrebbe conosciuto Davide, sarebbe stato presente alle nozze di Cana, avrebbe cacciato con Carlo Magno, bevuto con Lutero, e … i parigini gli credevano. Era, come pensiamo, figlio del principe Rakasky di Transilvania: viaggiò molto anche in Italia, spacciandosi successivamente per il marchese di Montferrat ed il conte di Bellamare a Venezia, per il cavaliere Schoning a Pisa, per il cavaliere Wedon a Milano, per il conte Sollikof a Genova; ricordò spesso le sue avventure in Italia ed in Spagna; fu potentemente protetto dall’ultimo granduca di Toscana, di cui aveva fatto un iniziato. » – « Ecco un episodio curioso – Deschamps scrive – nell’azione delle società segrete dal 1780 al 1789: l’intervento del famoso Cagliostro, che era stato a lungo uno dei loro agenti più abili… Abbiamo detto che la Massoneria aveva, tra le altre origini, la Cabala. Le pratiche cabalistiche, congiunte alle illusioni dell’alchimia, avevano nel XVIII secolo, in piena luce filosofica, tanti aderenti come nel XV. La storia della Massoneria dell’epoca è piena di testimonianze di riunioni di logge cabalistiche. Inganni di ogni tipo si mescolavano a giochi di prestigio demoniaci, la cui realtà è impossibile da contestare. Questo è il caso dello Spiritismo moderno, il cui legame con la Massoneria abbiamo menzionato (Libro I, Capitolo II, § 9). Poiché la massoneria cabalistica esercita un fascino particolare su alcuni spiriti, a Cagliostro fu affidato il compito di propagarla. Racconteremo questo episodio della storia della Rivoluzione, sottolineando che la Massoneria non può liberarsi dalla solidarietà di questo personaggio, in cui il ciarlatano si è unito all’invasato, perché il Misraïm o Rito Egiziano, di cui egli era fondatore, non ha mai cessato di far parte dell’ortodossia massonica. –

Nato a Palermo nel 1743, Balsamo, che in seguito cambiò il suo nome in Cagliostro, dopo aver viaggiato in gran parte dell’Oriente, divenne l’agente itinerante del doppio Illuminismo francese e tedesco a cui Saint-Germain lo aveva iniziato, e che egli rese ancora più attraente con l’alchimia, la cabala ed i segreti medicinali, magici e fantasmagorici che vi mescolava. Viaggiò, presiedendo segretamente o apertamente logge, fondandone di nuove, attraverso la Germania, l’Italia meridionale, la Spagna e poi l’Inghilterra, sempre accompagnato da Lorenza, una donna notevole per la sua bellezza, che aveva sposato durante il suo primo viaggio a Roma e che aveva plasmato ad ogni tipo di seduzione. Da lì passò a Venezia con il nome di marchese Pelligrini, e attraversò di nuovo la Germania per prendere accordi con i capi delle società segrete e per trovare il conte di Saint-Germain nell’Holstein, da dove partì per la Curlandia e San Pietroburgo, con il ricco carico che aveva accumulato. Egli lasciò ben presto la capitale della Russia con ventimila rubli in più, dono dell’imperatrice Caterina, corrispondente di Diderot, Voltaire e d’Alembert, e grande mecenate delle logge massoniche che aveva fondato in quella città, oltre che a Mittau, per uomini e donne. È allora che si presenta a Strasburgo preceduto da una straordinaria fama e dotato di un brevetto di colonnello rilasciato dal re di Prussia. Vi fondò nuove logge e vi fece nuovi proseliti. Da lì si recò a Lione, dove fu ricevuto con grandi onori dalla loggia della Stretta Osservanza; lì fondò con estremo lusso la loggia della Saggezza Trionfante, che sarebbe diventata la madre di tutte le altre. Da Lione si recò a Bordeaux, dove rimase undici mesi per organizzare le logge massoniche, e infine arrivò a Parigi per la seconda volta. Fu allora che fondò una loggia madre d’adozione o di donne dell’alta massoneria egiziana, e poi nella sua stessa loggia una seconda per i suoi discepoli più dotti ed affidabili; e che, in una sessione solenne alla quale le 72 logge di Parigi avevano inviato dei deputati, affascinò gli attoniti “fratelli” con la sua eloquenza e i suoi prestigi. Ma fu presto compromesso nell’affare della Collana, fu rinchiuso alla Bastiglia e la lasciò solo per tornare in Inghilterra. Fu lì che scrisse – nel 1787 – la famosa lettera al popolo francese, in cui annunciava l’opera e la realizzazione dei piani delle società segrete, e prevedeva la Rivoluzione, la distruzione della Bastiglia e della monarchia, e l’avvento di un principe, Philippe-Égalité, che avrebbe abolito le lettere del sigillo, convocato gli Stati Generali e ristabilito la vera religione o il culto della ragione. » Il segreto della Massoneria egiziana è lo stesso dell’Illuminismo tedesco e francese e della Massoneria inglese: è il socinianesimo a dosi odiose, cioè la negazione della Rivelazione cristiana e le orge intellettuali del paganesimo, senza escludere i suoi saturnali, o i misteri della buona dea. E pensare che Cagliostro ha dominato l’Europa, ha fondato logge ovunque, ha dato il suo nome al Rito di Misraïm o Rito Egiziano, ancora oggi seguito dal mondo massonico! Weishaupt, dice M. Louis Blanc, aveva sempre professato un grande disprezzo per i trucchi dell’alchimia e le allucinazioni fraudolente di alcuni rosa+croce. Ma Cagliostro era dotato di potenti mezzi di seduzione; per questo si decise di servirsi di lui. » – « Nella storia delle avventure della mente umana – dice ancora M. Louis Blanc – è da notare che intorno a Cagliostro si è fatto un rumore che assomigliava alla gloria. Egli poté annoverare tra i suoi seguaci persone di alto rango, come il Duca di Lussemburgo, e uomini di riconosciuto merito, come il naturalista Ramond, massone di altissimo livello. I suoi seguaci non lo chiamavano se non padre amato e maestro augusto, ed erano desiderosi di obbedirgli con grande fervore. Si volle il suo ritratto su medaglioni, su ventagli; e scolpito in marmo, fuso in bronzo, il suo busto fu collocato nei palazzi con questa iscrizione: Il divino Cagliostro. » Queste parole di M. Louis Blanc, che descrivono la gloria, la potenza e la folle ammirazione del mondo per Cagliostro, ricordano naturalmente la scena del Vangelo in cui satana porta il Figlio dell’Uomo su un’alta montagna; poi, mostrandogli i vari regni della terra, gli dice: Se, cadendo ai miei piedi, mi adorerai, ti darò tutti questi imperi. – Ci sono davvero cose nella storia dello spirito umano che possono essere spiegate solo da poteri misteriosi. Gli Spiritisti chiedono queste spiegazioni alle tavole rotanti, e noi le chiediamo all’insegnamento infallibile della Chiesa. Lo spirito di verità è con la Chiesa, lo spirito di errore con gli altri.  – Ma l’argomento è troppo istruttivo per essere abbandonato così presto. Ascoltiamo l’illustre massone Clavel che ci parla a sua volta di Cagliostro: « Il grande Conte – egli dice – promise ai suoi seguaci di condurli alla perfezione, attraverso la rigenerazione fisica e la rigenerazione morale. Con la rigenerazione fisica dovevano trovare la materia prima o pietra filosofale e l’acacia che mantiene l’uomo nella forza della giovinezza e lo rende immortale. Con la rigenerazione morale, egli procurava agli adepti un pentagono, o foglia vergine, sul quale gli angeli hanno inciso i loro codici e sigilli, con l’effetto di riportare l’uomo allo stato di innocenza e di conferirgli il potere che aveva prima della caduta del nostro primo padre, che consiste soprattutto nel comandare agli spiriti puri. Questi spiriti, in numero di sette, circondano il trono della Divinità e sono responsabili dei governi dei sette pianeti. « Ai misteri del rito egiziano erano ammessi uomini e donne; e sebbene esistesse una massoneria separata per ciascun sesso, le formalità erano molto simili in entrambi i rituali. – Nel rituale di accoglienza dei primi due gradi, i neofiti si prostravano ad ogni passo davanti al Venerabile come per adorarlo. – È sempre Clavel a parlare. – Poi ci sono solo insufflazioni, incensi, fumigazioni, esorcismi, preghiere, evocazioni di Mosè, dei sette spiriti, degli angeli primitivi, che si suppone appaiano e rispondano (come nello spiritismo) mediante dei medium, che devono essere qui un ragazzo o una ragazza nello stato di perfetta innocenza. Il Venerabile soffia sui loro volti, estendendo il respiro fino al mento; aggiunge alcune parole sacramentali, dopodiché la colomba o pupilla, questo è il nome dato a questi medium, vede gli spiriti puri, che dichiarano loro se i candidati presentati siano, sì o no, degni di essere accolti, e mostrano loro, in una caraffa piena d’acqua e circondati da diverse candele accese, cosa debbano rispondere alle curiose domande fatte loro su cose nascoste o molto remote. » – Histoire pittoresque de la Franc-Maçonnerie et des sociétés secrètes, di F.:. Clavel, 3a edizione, Pagnerre, 1844, pagine 175 e seguenti. – Anche Cesare Cantù parla a lungo di Cagliostro: « Annunciato da manifesti apocalittici e dai giornali – egli scrive – arrivò a Parigi, prese un appartamento sontuoso, con una tavola magnifica, dove si incontrava con tutto ciò vi era di ricco, di bello, di dotto e di influente. Per qualche tempo è stato sulla bocca di tutti in città, dove è certo che qualsiasi novità o stravaganza suscita momentaneamente l’entusiasmo. Era il tempo in cui la ragione, rivolta contro Dio, si prostrava davanti ai Rosa+croce; in cui si negavano i miracoli, ma si ammettevano le evocazioni spiritiche di Gossner, i giochi di prestigio di Cazotte, i poteri invisibili di Lewater… ». – « Bordes, nelle sue Lettres sur la Suisse, non si stanca di ammirarlo: « Il suo aspetto – dice – rivela il genio; i suoi occhi ardenti leggono le profondità delle anime. Conosce quasi tutte le lingue d’Europa e d’Asia; la sua eloquenza sbalordisce; si fa strada partecipando anche nelle cose che conosce meno ». – « Si sa però – dice Cantù – che Cagliostro avesse gli occhi storti, lo sguardo spiritato, il corpo deforme, il carattere irascibile, orgoglioso, dominatore, nessuna educazione nei modi, nessuna grazia, nessuna correttezza nel linguaggio. » – Costretto a fuggire dall’Inghilterra, poi a lasciare la Svizzera, Torino, Venezia, cacciato da ogni dove, si lusingava di trovare più facilmente dei seguaci a Roma. Anche la moglie lo attirava a Roma, animata dal desiderio di rivedere la sua patria. Cagliostro tentò invano di riprendere il suo ruolo abituale: nel 1789 fu prelevato dal Sant’Uffizio, con tutte le sue carte, tutti i suoi simboli e tutti i suoi libri. Si istruì il suo processo. Confessò tutto. Si mostrò cambiato e pentito; e per questo non fu consegnato al braccio secolare, così da evitare la morte. Il suo manoscritto, a cui aveva dato questo titolo: Massoneria egiziana, fu solennemente condannato e pubblicamente bruciato con le insegne della setta; i massoni furono nuovamente condannati, con particolare riferimento al Rito egiziano e agli Illuminati (7 aprile 1791). « Rinchiuso a Forte San Leone – racconta Cantù – Cagliostro non faceva più miracoli. Chiese di confessarsi e cercò di strangolare il cappuccino che gli era stato mandato, sperando di fuggire col suo saio. Da quel momento in poi fu sorvegliato più da vicino e non se ne seppe più nulla. I giacobini lo hanno inserito tra i martiri dell’Inquisizione e mi aspetto che, da un giorno all’altro, venga inserito tra le vittime sante della tirannia romana. » Il lettore non si stupisca della cura con cui abbiamo dipinto Cagliostro, ma ricordi piuttosto l’importante ruolo svolto da questo strano personaggio nella storia della Massoneria. Visto poi che è il fondatore di un rito ancora oggi seguito nella società massonica, capirà che in virtù di questa paternità, Giuseppe Balsamo, detto Cagliostro, deve essere trattato come abbiamo fatto noi. – Fermiamoci qui per qualche istante e chiediamo ad alcuni scrittori di questo stesso periodo il loro giudizio sull’operato della Massoneria nel XVIII secolo.  Ascoltiamo prima un massone inglese, John Robison, segretario dell’Accademia di Edimburgo, che nel 1797 pubblicò un libro intitolato: Prove delle cospirazioni contro tutte le religioni e i governi d’Europa, ordite nelle assemblee segrete degli illuminati e dei massoni. « Ho avuto modo di seguire tutti i tentativi fatti in cinquant’anni, con lo specioso pretesto di illuminare il mondo con la fiaccola della filosofia e di dissipare le nubi che la superstizione religiosa e civile tenevano nelle tenebre e nella schiavitù tutti i popoli d’Europa. Ho osservato il progresso di queste dottrine che si mescolano e si legano sempre più strettamente ai vari sistemi della Massoneria; infine ho visto la formazione di un’associazione il cui unico scopo è distruggere tutti gli istituti religiosi fino alle loro fondamenta e rovesciare tutti i governi esistenti in Europa. Ho visto questa associazione diffondere i suoi sistemi con uno zelo così sostenuto da diventare quasi irresistibile, e ho notato come i personaggi che hanno avuto il ruolo più importante nella Rivoluzione francese fossero membri di questa associazione; che i loro piani fossero concepiti secondo i suoi principi ed eseguiti con la sua assistenza. Mi sono convinto che essa esiste ancora, che opera ancora in modo surrettizio, che tutte le apparenze ci dimostrano che non solo i suoi emissari cercano di propagare queste abominevoli dottrine tra noi, ma addirittura che ci sono logge in Inghilterra che dal 1784 corrispondono con la loggia madre. È per smascherarla, per dimostrare che i leader erano degli ingannatori che predicavano una morale ed una dottrina di cui conoscevano la falsità ed il pericolo, e che la loro vera intenzione era quella di abolire tutte le religioni, di rovesciare tutti i governi e di rendere il mondo intero una scena di saccheggio e di omicidio, che offro al pubblico un estratto delle informazioni che ho raccolto su questo argomento. » – Le società segrete, volume II, pag. 132.  Il lettore troverà in questa citazione una prova molto positiva di quanto andiamo sostenendo, cioè che il segreto della Massoneria consiste nel progetto di distruggere il regno di Gesù Cristo sulla terra. John Robison si spinge oltre e dice: … di ogni religione.  La setta si è convertita da allora?  No, non si è convertita. Stanca di distruggere, può essersi fermata per un momento, come in passato i carnefici, stanchi di colpire i martiri cristiani, hanno lasciato cadere le armi; ma mantiene la sua dottrina e non disarma mai.  – Leggiamo in P. Deschamps quanto segue: « Napoleone Bonaparte era effettivamente un massone avanzato ed il suo regno fu il periodo di massima fioritura della Massoneria. Abbiamo visto come durante il Terrore, il Grande Oriente avesse cessato la sua attività. Non appena Napoleone prese il potere, le logge riaprirono da tutte le parti. – Questo è stato il periodo più brillante della Massoneria, dice il segretario del G. :. O. :., Bazot; nell’Impero francese esistevano quasi milleduecento logge; a Parigi, nei dipartimenti, nelle colonie, nei paesi riuniti, negli eserciti, i più alti funzionari pubblici, i marescialli, i generali, una folla di ufficiali di tutti i gradi, i magistrati, gli scienziati, gli artisti, il commercio, l’industria, quasi tutta la Francia, nei suoi notabili, fraternizzava massonicamente con i semplici cittadini: era come un’iniziazione generale. » – Tableau historique de la Maçonnerie, p. 38. – « Illuminismo e Massoneria – dice anche Alexandre Dumas – questi due grandi nemici della regalità, il cui motto erano queste tre iniziali: L. :. P. :. D. :.  Lilia pedibus destrue: – calpesta i gigli – ebbe una grande parte nella Rivoluzione francese… Napoleone prese la Massoneria sotto la sua protezione. » Ne è stato il leader e lo strumento. « Il governo imperiale – dice il F. :. Bazot – ha usato la sua onnipotenza, a cui tante istituzioni e tanti uomini si sono piegati così volentieri, per dominare la Massoneria. Non temeva né si ribellava… Cosa desiderava, infatti? Estendere il suo impero. Essa si lasciò sottomettere dal dispotismo per diventare sovrana. » Codice dei Massoni, pag. 83. Cosa volevano tutti insieme? Asservire la Chiesa e distruggerla. « Pochi giorni dopo la firma del Concordato del 1802, Volncy, l’empio autore delle Rovine, di cui Napoleone aveva fatto un senatore, gli chiese: “È questo che avevate promesso?” Si calmatevi – rispose il Primo Console – la religione in Francia è morta nel ventre: lo giudicherà tra dieci anni. » Allo stesso tempo, al tribuno Sanilh che gli diceva che con il Concordato stesse dando il potere in Francia a un principe straniero: « Pensate – rispose – che per questo mi sia reso dipendente dal Papa? » – « Finché la Francia dominò la penisola – dice Cantù – sia al tempo della Repubblica Cisalpina sia al tempo dei regni d’Italia, di Napoli e d’Etruria, l’onnipotenza di Napoleone pesò sulla Chiesa. Il padrone pretendeva di assoggettare le volontà e le coscienze ai suoi decreti. – Il Concordato concluso con la Repubblica Italiana non doveva imporre sacrifici così grandi, perché non si trattava di ristabilire la Religione, che non era mai stata abolita nella penisola; le concessioni erano minori e vi si inseriva la promessa di non introdurre alcuna innovazione, se non in accordo con la Santa Sede. Tuttavia, gli articoli organici che Napoleone aveva arbitrariamente allegato al Concordato, e che in qualche misura lo snaturavano, furono pubblicati anche in Italia. Se si fingeva di ritirarli, per soddisfare le lamentele del Papa, in realtà rimanevano nei decreti del vicepresidente Melzi e del ministro della religione. Quando la Repubblica Italiana divenne Regno d’Italia, Napoleone soppresse alcuni conventi, e in seguito tutti gli altri; ridusse il numero delle parrocchie; fissò il numero dei seminaristi e circondò di spie il Vaticano ed i Cardinali.  Alla base di queste misure tiranniche, dobbiamo vedere la passione per il dominio, che caratterizzava il conquistatore; tuttavia, non dimentichiamo che egli fu sempre lo strumento della setta massonica, e per compiacerla e mantenere i suoi suffragi, fu costretto a darle incessantemente le soddisfazioni che essa richiedeva, cioè le catene imposte alla Chiesa. È stato giustamente detto che i governanti, attraverso la Massoneria, sono come il viaggiatore che attraversa le foreste della Russia, inseguito da un branco di lupi. Sfugge ai loro denti assassini solo lanciando loro qualcosa da divorare durante la sua fuga, finché non diventa lui stesso una preda. Tale era Napoleone. Infatti, dice Cesare Cantù, « arrivò il momento in cui, nei suoi piani, non c’era più spazio per la prudenza e la moderazione. Egli non sapeva più come fermarsi in questo rapido cammino che sembrava portarlo alla vetta e che invece lo conduceva all’abisso. Deciso a racchiudere nel suo dispotismo amministrativo anche le credenze ed il culto, pensò di impadronirsi del resto dello Stato pontificio. A chi gli faceva notare che un Papa senza regno sarebbe stato necessariamente asservito ad un re, e di conseguenza respinto dagli altri, Napoleone rispose: « Finché l’Europa riconosceva diversi padroni, non era decoroso che il Papa fosse soggetto ad uno di essi in particolare. Ma ora che non riconosce più nessun altro che me? …. Tutta l’Italia (scriveva militarmente al Papa) sarà soggetta alla mia legge… Vostra Santità è sovrano di Roma, ma io sono il suo Imperatore. Tutti i miei nemici devono essere i suoi…. » Queste frasi ad effetto, pubblicate in lungo e in largo, risuonarono nel profondo delle logge. Hanno fatto pazientare la setta, senza però soddisfarla. Napoleone trascinò invano Pio VII in prigione, minacciò il Pontefice e osò persino, si dice, maltrattarlo; nulla poté placare la Rivoluzione massonica, e l’insaziabile setta finì per abbandonarlo definitivamente nel 1809. Il Concordato concluso con la Repubblica Italiana non doveva imporre sacrifici così grandi, perché non si trattava di ristabilire la Religione, che non era mai stata abolita nella penisola; le concessioni erano minori e vi si inseriva la promessa di non introdurre alcuna innovazione, se non in accordo con la Santa Sede. Tuttavia, gli articoli organici che Napoleone aveva arbitrariamente allegato al Concordato, e che in qualche misura lo snaturavano, furono pubblicati anche in Italia. Se si fingeva di ritirarli, per soddisfare le lamentele del Papa, in realtà rimanevano nei decreti del vicepresidente Melzi e del ministro della religione. Quando la Repubblica Italiana divenne Regno d’Italia, Napoleone soppresse alcuni conventi, e in seguito tutti gli altri; ridusse il numero delle parrocchie; fissò il numero dei seminaristi e circondò di spie il Vaticano ed i Cardinali.  Alla base di queste misure tiranniche, dobbiamo vedere la passione per il dominio, che caratterizzava il conquistatore; tuttavia, non dimentichiamo che egli fu sempre lo strumento della setta massonica, e per compiacerla e mantenere i suoi suffragi, fu costretto a darle incessantemente le soddisfazioni che essa richiedeva, cioè le catene imposte alla Chiesa. È stato giustamente detto che i governanti, attraverso la Massoneria, sono come il viaggiatore che attraversa le foreste della Russia, inseguito da un branco di lupi. Sfugge ai loro denti assassini solo lanciando loro qualcosa da divorare durante la sua fuga, finché non diventa lui stesso una preda. Tale era Napoleone. Infatti, dice Cesare Cantù, « arrivò il momento in cui, nei suoi piani, non c’era più spazio per la prudenza e la moderazione. Egli non sapeva più come fermarsi in questo rapido cammino che sembrava portarlo alla vetta e che invece lo conduceva all’abisso. Deciso a racchiudere nel suo dispotismo amministrativo anche le credenze ed il culto, pensò di impadronirsi del resto dello Stato pontificio. A chi gli faceva notare che un Papa senza regno sarebbe stato necessariamente asservito ad un re, e di conseguenza respinto dagli altri, Napoleone rispose: « Finché l’Europa riconosceva diversi padroni, non era decoroso che il Papa fosse soggetto ad uno di essi in particolare. Ma ora che non riconosce più nessun altro che me? …. Tutta l’Italia (scriveva militarmente al Papa) sarà soggetta alla mia legge… Vostra Santità è sovrano di Roma, ma io sono il suo Imperatore. Tutti i miei nemici devono essere i suoi…. » Queste frasi ad effetto, pubblicate in lungo e in largo, risuonarono nel profondo delle logge. Hanno fatto pazientare la setta, senza però soddisfarla. Napoleone trascinò invano Pio VII in prigione, minacciò il Pontefice e osò persino, si dice, maltrattarlo; nulla poté placare la Rivoluzione massonica, e l’insaziabile setta finì per abbandonarlo definitivamente nel 1809. « L’ordine massonico – dice Eckert – massone colto – considerava l’imperatore Napoleone I come uno strumento destinato a rovesciare tutte le nazionalità europee; dopo questo gigantesco rimaneggiamento, esso sperava di realizzare più facilmente il suo progetto di una Repubblica universale. » – « A Francoforte e in tutta la Germania – dice un illustre storico, Janssen – i Giudei lo acclamavano come il Messia, tanto erano consapevoli del rovesciamento dell’edificio sociale cristiano che si stava realizzando con le sue armi ». « Dal momento  – scrive il P. Deschamps –  i capi massonici compresero che il dispotismo imperiale era concentrato interamente nell’ambizione personale e negli interessi familiari, e che la Massoneria era stata solo uno strumento per lui, da quel momento l’effervescenza popolare cominciò a far ribollire, attraverso il Tugend-bund, l’opera delle sommità massoniche. – « La corrispondenza dell’alto massone Stein, ministro di Prussia… mostra che la conversione ostile a Napoleone si stava diffondendo in lungo e in largo… La sua dittatura marciava di sconfitta in sconfitta fino all’Elba ed a Sant’Elena, come prima aveva marciato, con il sostegno della Massoneria, di vittoria in vittoria ». La massoneria si era diffusa anche nei Paesi dell’Europa meridionale attraverso gli inglesi. « Fu nel 1726 – dice Clavel – che la Massoneria fu introdotta in Spagna. In quell’anno, la Gran Loggia d’Inghilterra concesse le costituzioni a una loggia che si era formata a Gibilterra; nel 1727, un’altra loggia si formò a Madrid. Fino al 1779, quest’ultima riconosceva la giurisdizione della Gran Loggia d’Inghilterra, da cui traeva i suoi poteri; ma in quel momento si liberò del giogo e formò officine a Cadice come a Barcellona, Valladolid e altre città. » – « Le prime logge – aggiunge subito lo stesso storico – che furono fondate in Portogallo vi furono erette nel 1727 da delegati delle Società di Parigi; anche la Gran Loggia d’Inghilterra fondò, a partire dal 1735, diverse officine a Lisbona e nelle province. Da allora, il lavoro massonico non fu mai del tutto sospeso in questo regno; ma, con le eccezioni che citeremo altrove, fu costantemente circondato dal più profondo silenzio. – Vedi Società segrete, vol. II, p. 8. Questo profondo silenzio, osservato in Portogallo, non era meno custodito in Spagna, se possiamo giudicare da un certo resoconto che troviamo nell’opera da noi già citata: Le Voile levé pour les curieux, che contiene, insieme ai documenti dell’Abbé Lefranc, altri passi interessanti. « La Spagna, vi leggiamo, poteva a malapena contare fino ad allora – (le guerre di Napoleone I) – alcuni dei suoi figli isolati, che, lontani dalla loro patria, erano stati iniziati ai misteri della Massoneria; questa setta era quasi sconosciuta tra noi. – Quando l’Inquisizione fu distrutta, solo un numero molto limitato di processi relativi alla Massoneria fu trovato negli archivi di quel tribunale, ed anche in quel caso i documenti erano così confusi e le circostanze così vaghe e discordanti che l’Inquisizione sembrava essere completamente disinformata sui casi relativi alla Massoneria. Inoltre, quando le prigioni del Sant’Uffizio furono aperte in tutta la Spagna, furono trovati solo tre individui arrestati come massoni. Da tutto ciò si deve concludere che fino al 1818 i massoni non esistevano come Società in Spagna, perché se lo avessero fatto, difficilmente sarebbero sfuggiti alla sorveglianza dell’Inquisizione. – « Gli apostoli o, se si vuole, i primi propagatori di questa setta nella penisola, furono alcuni soldati al servizio di Napoleone, tra i quali i generali L… e M… si distinsero per il loro spirito di proselitismo. Il primo propagò la massoneria in Andalusia, il secondo nella provincia di Soria. Altri soldati lavorarono contemporaneamente e riuscirono a stabilirla a Madrid, accanto all’effimero ed usurpato trono di Giuseppe. E, vuoi per l’attrazione della novità, vuoi per la necessità di riunire e stringere i nodi dell’amicizia per gli uomini che avevano seguito lo stesso partito, i ministri del re intruso, i consiglieri di Stato, gli scrittori politici e infine tutti i personaggi di spicco tra coloro che avevano abbracciato la causa della nuova dinastia, accorsero alle logge; e il Grande Oriente fu fondato a Madrid, con il nome di Santa Barbara o Santa Eulalia.  Non seguiremo le varie fasi della Massoneria in Spagna; diremo solo, con l’autore sopra citato, che le società segrete, «  padrone di tutti i mezzi di comunicazione tra gli sfortunati spagnoli, dopo aver soffocato l’opinione pubblica e le grida del buon popolo, che non poteva lamentarsi senza esporsi al patibolo, queste società governavano, o piuttosto sconvolgevano dispoticamente, la penisola, che era diventata loro patrimonio; e disputando lo scettro di ferro che tenevano in mano, invocando la libertà, facevano versare al popolo torrenti di lacrime ad ogni litigio e gettavano le famiglie nella desolazione. » – Qual era la loro dottrina? Ovviamente quella di Socino e della Massoneria in generale. Anche Don Ferdinando VII, Re di Castiglia, ricordando il decreto del 6 dicembre 1823, con cui chiude le logge (o torres) e proibisce la setta massonica, si esprime in questi termini: « A quelli del mio Consiglio, ecc. … Sappiate che con decreto reale del 6 dicembre dello scorso anno (1823), ho ritenuto opportuno comunicare al mio Consiglio che una delle cause principali della rivoluzione in Spagna e in America, e una delle molle più efficaci impiegate per promuoverne il progresso, erano le società segrete che, con nomi diversi, si erano introdotte tra noi, ingannando la vigilanza del governo e acquisendo un grado di malignità sconosciuto nei Paesi da cui avevano avuto origine. Per questo, convinto che, per porre un rimedio pronto ed efficace a questa piaga morale e politica, non bastassero alcune disposizioni nelle nostre leggi destinate a stroncare il male, e che fosse almeno necessario corroborarle e adattarle alle circostanze in cui ci troviamo, raddoppiando le precauzioni per scoprire le suddette associazioni e i loro sinistri disegni, ho voluto che il Consiglio, senza ulteriori indugi, si occupasse di questo, comunicandomi ciò che riteneva più opportuno in materia. L’art. I recita: « Tutte le congregazioni di massoni e di altre società segrete, qualunque sia il loro nome e il loro scopo, sono nuovamente e assolutamente proibite in tutti i miei regni e domini di Spagna e delle Indie ».  L’Art. 14 è così concepito:  « Gli Arcivescovi, i Vescovi e gli altri prelati ecclesiastici, nei loro sermoni, visite ed istruzioni pastorali, faranno tutto ciò che il loro zelo per la salvezza delle anime affidate alle loro cure impone, per allontanarle dall’orribile crimine della Massoneria e dall’iniziazione a qualsiasi altra società segreta, ripetendo loro che sono proscritte dalla Santa Sede in quanto veementemente sospettate di eresia e sovversive del trono e dell’altare. » Art. 15. Raccomando con urgenza al Consiglio di raddoppiare lo zelo e la vigilanza sui regolamenti delle scuole primarie, ecc.

Dato a Sacedon, il primo giorno di agosto 1824.

Io, il Re.

Ovviamente questo atto reale ed il suo contenuto dimostrano che la Massoneria sapesse come nascondersi in Spagna, indubbiamente trattenuta dalla paura, perché vi era stata introdotta, come ci ha dimostrato Clavel; e, inoltre, vi aveva dimostrato con atti ben noti il suo odio contro Gesù Cristo e la sua Chiesa.

DISCORSO SUL SEGRETO DELLA FRANCO-MASSONERIA (4)

27 DICEMBRE: SAN GIOVANNI APOSTOLO ED EVANGELISTA

S. GIOVANNI APOSTOLO ED EVANGELISTA

[Otto Hophan: GLI APOSTOLI; Casa Editrice Marietti, Torino, 1951]

Giovanni è una figura nobile e sublime, la seconda vetta nel Collegio apostolico, meno grande di Pietro per potere, ma a lui superiore per conoscenza e amore. Già Agostino paragona Giovanni a un monte, che “ha ricevuto la pace per il popolo”. Monti sono le anime grandi e sono colli le anime piccole. Le anime più piccole non riceverebbero la fede, se le anime più grandi, i monti, non fossero esse stesse illuminate dalla sapienza, affinché possano partecipare alle piccole quello che le piccole possono ricevere »  Giovanni in tutti i cataloghi degli Apostoli sta fra i primi quattro, vetta radiosa anelante al cielo, al di sopra delle bassure di questo mondo, monte altissimo dello spirito; nella lista degli Atti il suo nome segue immediatamente quello di Pietro: una vetta accanto all’altra! Anche Paolo enumera con rispetto Giovanni fra quegli Apostoli, « ch’erano ritenuti come colonne nella Chiesa ». – La Scrittura, la tradizione e, in accordo con tutte e due, la vera arte ci rappresentano Giovanni talmente grande ed elevato, rivestito di signorilità tranquilla e mite, da suscitare insieme ammirazione, simpatia e venerazione. Negli Atti gnostici di Giovanni, sorti nell’ultima metà del secondo secolo, si parla la prima volta d’una sua immagine, che sarebbe stata così bella e sublime, che Licomede, il cultore di Giovanni, l’avrebbe circondata di lumi, di corone e di altari, in modo quasi idolatrico. « Valde honorandus est beatus Ioannes — è molto venerabile San Giovanni », si affretta ad avvertirci la stessa Liturgia, quasi per metterci in guardia da quell’avvilimento e contraffazione dell’Apostolo, che ne farebbe uno sdolcinato e un sentimentale. Dal quarto secolo in poi Giovanni fu chiamato semplicemente i Teologo, e la tradizione gli assegnò qual simbolo l’aquila superba e ardita, che, secondo la favola, spicca il volo verso il sole direttamente e però l’occhio non ne è abbagliato. E Giovanni è davvero un’aquila, il suo pensiero si eleva più in su di quello degli altri.

L’AQUILA

Giovanni non era di sangue nobile, ma solo il figlio di Zebedeo e di Salome, il fratello di Giacomo Maggiore, e di professione pescatore, oriundo probabilmente di Bethsaida, come l’altra coppia di fratelli apostoli, Pietro e Andrea. Ma Colui, che ci elegge sin dal seno materno, non bada alle culle d’oro e anche i doni dello Spirito partecipa a ciascuno come vuole; del resto Zebedeo e Salome, come abbiam visto trattando di Giacomo, erano genitori di nobili sentimenti. Qualche allusione qua e là nel Vangelo fa supporre che la condizione economica e sociale di Giovanni fosse alquanto elevata; il pescatore di Galilea amabile, sveglio e giovane — i Padri della Chiesa lo ritengono il più giovane di tutti gli Apostoli, perché sopravvisse lungamente a tutti — a Gerusalemme possedeva probabilmente una casa propria, nella quale, dopo la morte del Figlio suo, accolse Maria, ed era così ragguardevole da aver rapporti persino con l’ambiente dei Sommi Sacerdoti. Giovanni ci attrae come l’incarnazione di quell’ideale, cui si rifiutò il giovanetto del Vangelo: con sguardo di predilezione il Signore voleva chiamarlo a Sé, ma quegli s’allontanò triste, perché era dato al denaro e non allo spirito. Giovanni non frequentò le scuole superiori; insieme con Pietro, anch’egli è sbrigato dal Sinedrio come uomo « indotto e incolto », ma questo « idiota » un giorno scriverà dei libri, che le scuole di tutti i millenni non finiranno mai di scrutare. Maestra nella sua giovinezza gli fu la natura e prima di tutto il lago; quando remava con le sue braccia giovanili e nerborute e la barchetta avanzava sulla superficie liscia come uno specchio, i suoi occhi miravano estasiati le acque azzurre e i lontani orizzonti. Ascoltò il murmure canto delle onde fluenti e anche il sibilo delle tempeste, che, improvvise e terrificanti, s’abbattevano sul lago, e conobbe l’abisso e il pericolo; sul lago gli si offrirono le immagini con le quali più tardi rivestì i sublimi pensieri di Dio. Il lettore, infatti, che percorra attentamente gli scritti giovannei, avverte subito con quale frequenza il sacro autore scrive del lago, del mare e dell’acqua, delle nubi e del tuono; persino nell’Apocalisse, il suo libro più misterioso, egli ritrae con preferenza le ineffabili visioni dell’al di là nella perspicua lingua del pescatore: la voce di Gesù è per lui « come il mugghio di molte acque »; il canto dei cori angelici, che viene dalle profondità del Cielo, sembra « come il rumore di molte acque e il rombo di tuono possente »; il cantico dei redenti risuona «come il rumore di molte acque e il fragore di forte tuono ». Persino quello che nessun occhio ha visto e nessun orecchio ha udito… Giovanni lo rinchiude nella lingua del pescatore: « L’Angelo mi fece vedere un fiume dell’acqua della vita, che luccicava come un cristallo. Sgorgava dal trono di Dio e dell’Agnello ». L’Apostolo, che fra tutte le aquile dello spirito salì più in alto, parla nel linguaggio del… pescatore! Oh, se anche le aquile d’oggi s’abbassassero un pochino e sapessero parlare in modo semplice! Seguendo l’impulso alle altezze, il nostro Giovanni ricercò un altro Giovanni, come un’aquila un’altra aquila; accanto al Battista, nella preghiera e nella penitenza, si preparò a incontrare Colui, che avrebbe battezzato non soltanto con acqua — acqua! —, ma con Spirito e fuoco. È compito dell’aquila adulta allettare l’aquila giovane a lasciare il nido e a dirigersi verso il sole: un giorno di primavera il Battista vide venire a sé Gesù; fece allora vibrare con forza la sua voce e gridò: « Ecco l’Agnello di Dio! ». L’Agnello di Dio! Questo termine del vecchio maestro s’impresse così profondo e indelebile nel giovane Giovanni, ch’egli stesso più tardi parlerà con predilezione di Cristo come dell’« Agnello »; questo nome diverrà per lui l’appellativo fisso e continuo per indicare il Cristo glorificato: « L’Agnello, che fu sgozzato, è degno di ricevere potenza, ricchezza, sapienza, forza, onore, lode e gloria »; « l’Agnello stava sul monte Sion, e accanto a Lui erano cento e quarantaquattro mila »; « L’Agnello vincerà la bestia e i re ». L’« aquila » ha spiato l’« Agnello », non Lo perderà mai più di vista. – Quasi settant’anni più tardi, Giovanni scriverà di quel primo incontro d’amore con Gesù: « Era circa l’ora decima ». Non conosciamo le parole, che in quell’inoltrato pomeriggio e sino avanti nella sera silenziosa si scambiarono Gesù e Giovanni, quel primissimo tratto del lieto messaggio all’umanità a noi fu nascosto; ma dovette essere tutto così nitido e puro, come il suono delle campane nel mattino della domenica, come il campo di croco alla luce di primavera, come il paradiso prima del peccato originale. Più tardi le parole di Gesù agli uomini verranno adulterate, chiamate in sospetto e persino respinte; ma il primo di tutti le accolse in amore tripudiante e le conservò nel nitido calice della sua anima. Di questo ci rallegriamo anzitutto per Gesù stesso, ma ancor più quasi per il povero genere umano, perché nel suo primo incontro con il Redentore fu rappresentato in modo così nobile e ideale da Giovanni. Percorrendo nel quarto vangelo le pagine, che vengono dopo la chiamata  presso il Giordano, si scorge sempre nello sfondo l’Evangelista stesso: egli fu presente alle nozze di Cana, e ne conchiude la sua relazione rilevando l’effetto: « Gesù manifestò con questo la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in Lui ». Poco dopo si trovò presente alla scena tumultuosa della purificazione del Tempio in Gerusalemme: « Allora si ricordarono i discepoli suoi della parola della Scrittura: “Lo zelo per la tua Casa Mi divora” ». Giovanni dovette essere ammesso, come uditore silenzioso, anche al colloquio di Gesù con Nicodemo; leggendo anzi quel dialogo notturno, si ha l’impressione ch’esso si dilegui nelle profonde riflessioni dello stesso Evangelista: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno più care le tenebre che la luce ». Ma anche per Giovanni giunse poi il giorno, in cui dovette lasciare l’elevato mondo di Gesù per tornare nuovamente laggiù in Galilea, dove l’attendevano la rete e la barca; ma, dopo essere stato accanto al Signore, la sua nobile mente non riusciva più a fermarsi a quelle meschine cose da giorno feriale, e chissà quante risposte distratte dovette dare al padre suo Zebedeo. Se i flutti minacciavano di riempirgli la barca, riandava ammirato e sorridente alle idrie piene sino all’orlo nelle nozze di Cana e alla sorpresa del maestro della tavola, sconcertato e felice insieme; quando dalle cime il vento soffiava giù sul lago tanto infossato, si ricordava della parola di Gesù a Nicodemo: « Il vento soffia dove vuole; senti il suo rumore; ma non sai donde viene né dove vada »; quando, dopo la notte passata vegliando, dava mano ai remi per raggiungere la riva mattutina, rifletteva al mistero: « Chi percorre la via della verità, viene alla luce ». Continuamente ripeteva a se stesso e al vecchio Zebedeo e al fratello Giacomo le parole di Gesù; non aveva che Gesù nell’anima. Oh, se quel Sublime venisse a prenderlo per portarlo alla luce, alla luce completa e duratura! Dopo dieci mesi di doloroso e dolce tempo d’Avvento, Gesù finalmente giunse e comandò alle due coppie di fratelli, Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, di spingersi in alto mare — « duc in altum! »; Giovanni, ch’era d’alto sentire più di tutti, col suo sguardo d’aquila, intuì forse che quell’ingiunzione esigeva una partenza di maggior portata che non fossero i consueti giri sul lago in ordine alla pesca. « Duc in altum » — verso le altezze! Era la parola d’ordine, che Giovanni attendeva ansiosamente da lungo tempo. Dopo quella prima pesca miracolosa, con quanta esultanza del suo spirito trasse a terra la sua barca, legò stretta la rumorosa catena e seguì il Signore per sempre « in altum », verso le altezze, nella luce! L’aquila aveva raggiunta la meta, Gesù, l’Agnello. Volesse il Cielo che tutti coloro, che sono aquile, guadagnassero nostro Signore Gesù Cristo! Anche gli spiriti più arditi non possono trovare una meta più elevata e più degna di loro. – Giovanni, in antitesi a Pietro, rivolto alla vita immediata e pratica, è l’uomo della elevatezza spirituale, dedito più alla contemplazione che all’attività concreta; vola intorno alle vertiginose altezze della trina Divinità già col primo batter d’ala all’inizio del suo Vangelo: « In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Iddio, e Dio era il Verbo ». Agostino, ch’era pure un’aquila dello spirito, è ammirato dallo scosceso sentiero di Giovanni: « Egli ascese al di là di tutte le vette della al di là di tutti gli spazi dell’aria, al di là di tutte le altezze degli astri, al di là di tutti i cori e le legioni di Angeli. Perché, se non ascendesse al di là di tutto quanto è stato creato, non giungerebbe a Colui, per mezzo del quale tutto è stato fatto ». E in queste altezze d’aquila Giovanni s’indugia. Della differenza fra Giovanni e gli altri tre Evangelisti, i Sinottici, diremo diffusamente più sotto; frattanto si noti che negli scritti giovannei non domina più, come negli altri autori neotestamentari, l’idea del regno di Dio e della volontà salvifica di Dio, ma quella della vita da Dio e la vita in Dio; « vita », « luce », « amore » e i loro contrari « morte », « tenebre », « odio » sono le idee basilari degli scritti di Giovanni, che continuamente ritornano. Quand’egli scriveva, questi concetti, e anzitutto l’idea del « Logos-Parola », erano diffusi anche nella filosofia del giudeo Filone e nelle religioni dell’Oriente; ora, dovendo egli annunziare le verità eterne nella lingua del suo tempo, come fa ogni predicatore, accolse senza timori i termini religiosi in circolazione, allo stesso modo di Paolo, li purificò e, come vasi adatti per un liquido, li riempì di contenuto cristiano. Non v’è « vita », non v’è « luce » nella religione di Mitra, non nel culto di Dioniso e neppure nell’adorazione dell’imperatore, ma… in Cristo: «In Lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini ». E Gesù Cristo è pure il vero « Logos », non come se l’era immaginato Filone e già cinquecento anni prima di lui il filosofo pagano Eraclito di Efeso — della stessa Efeso, ove Giovanni scrisse il suo Vangelo —, quasi fosse un essere intermedio fra Iddio e il mondo, un essere creato e che comincia nel tempo. No, la vera « Parola » era già « in principio »; era « presso Iddio » come personalità sussistente in sé; anzi « la Parola era Iddio » stesso. Giovanni in questo modo indicava alle correnti spiritualistiche del suo tempo la via che portava a Cristo. L’aquila dello spirito poté penetrare e portare a Cristo gli alti ideali del pensiero contemporaneo, senza pericolo di attaccarsi ad essi. – Essendo egli uno dei tre prediletti, aveva potuto contemplare sul Tabor la gloria svelata di Gesù Cristo e sul Monte degli Olivi la sua profonda umanità. In queste circostanze, da Cristo stesso e non dalla filosofia alessandrina attinse l’arditissima idea: « La Parola è divenuta… carne »; durante la vita pubblica del Maestro, era stato quanto mai vicino ai suoi Misteri; non ebbe dunque bisogno di contrarre prestiti presso l’antica religione persiana o babilonese o egiziana; le ali del suo spirito erano abbastanza robuste per prendere su di sé le idee e le immagini proprie di quelle religioni, che gli erano utili; e per portarle in alto, nella luce dell’Agnello. Giovanni, l’aquila! Gesù si scelse in lui quell’Apostolo, che poté seguirLo sino alle massime altezze; certamente, neppure un’aquila vola oltre i monti eterni. « Oso affermare, o fratelli miei, che nemmeno Giovanni ha detto come sono le cose, ma come poté. Anche lui ha parlato di Dio come un uomo, come un uomo, sì, illuminato da Dio, ma sempre come uomo. Perché era illuminato, ha detto qualche cosa. Se non fosse stato illuminato, non avrebbe detto nulla. Ma perché era un uomo illuminato, non ha detto tutto quello che è, ma quello che un uomo poté dire » (S. Agostino).

IL FIGLIO DEL TUONO

Qualcuno potrebbe pensare che uno spirito così elevato, come era Giovanni, si aggirasse unicamente nel mondo scolorito del pensiero; vi fu di fatto, e per un tempo abbastanza lungo, certa arte volgare, che rappresentò l’Apostolo come un giovanetto fantastico e delicato, e fu certo una cattiva interpretazione non tanto della sua spiritualità quanto piuttosto della sua amabilità, della quale non abbiamo ancor scritto. Nonostante i suoi pensieri rivolti all’alto, egli non era affatto una natura di dotto freddo e asciutto, ma vivo e vivace; questo lato anzi del suo temperamento bollente spiccava così chiaro, che nell’elezione degli Apostoli il Signore stesso lo fece rilevare, aggiungendogli sorridente il soprannome già visto: « Egli impose a lui e a suo fratello Giacomo il nome di Boanerges, che vuol dire figli del tuono »; e forse un motivo, per cui Giovanni nei suoi libri scrive così spesso della « vita », può essere il fatto, che le parole del Signore riguardanti la « vita » ebbero nel suo animo, tanto vivace, una ripercussione tutta particolare. Questa disposizione ardente e collerica costituiva certamente anche un pericolo per lui; Agostino coniò una volta la bella espressione dell’« atmosfera terrena, che avvolge anche le cime altissime dell’umana elevatezza »; Giovanni pure, l’aquila, fu talvolta soggetto a quest’atmosfera del troppo umano. Veramente la richiesta ambiziosa e svergognante dei primi posti nella gloria del Signore, che un giorno Giacomo e Giovanni presentarono a Gesù, sembra che partisse più da Giacomo che da Giovanni; l’orgogliosa pretesa infatti era diretta evidentemente contro Pietro; ora Giovanni era legato con stretta amicizia a Pietro, e nei suoi rapporti con lui era di tale delicatezza, che la mattina di Pasqua non osò neppur metter piede nel sepolcro vuoto prima di lui; non si può dunque pensare che di propria iniziativa contendesse al suo amico il primo posto nel regno di Dio; a quel grossolano sproposito contro la delicatezza e l’umiltà egli fu indotto certamente da suo fratello più anziano, Giacomo. – Il suo temperamento invece di Boanerges ebbe il suo frutto in uno zelo aspro e intollerante; ne abbiamo due esempi, riferitici nel Vangelo. Insieme con suo fratello Giacomo, anche Giovanni desiderò che discendesse fuoco dal cielo sopra i Samaritani inospitali e li divorasse. Il secondo episodio, narrato da Marco e Luca, accenna evidentemente a Giovanni: « Giovanni Gli riferì: “Maestro, abbiam visto un tale scacciare i demoni nel tuo nome. Gliel’abbiamo proibito, perché non appartiene al nostro gruppo di discepoli ». È questo uno zelo violento, un interesse duro per il regno di Dio, e troppe volte nel corso dei secoli ha scambiato e mischiato la causa di Cristo col proprio onore e col proprio diritto; Gesù lo ricaccia nei suoi confini: « Non impediteglielo! Poiché chi compie miracoli nel mio Nome, non dirà tanto facilmente male di Me. Chi non è contro di voi, è per voi ». Sotto questo aspetto, Paolo oltrepassò Giovanni; nella lettera ai Filippesi scrisse una parola, che risuona come un’eco di questa lezione evangelica: «Vi son taluni, che predicano Cristo per invidia e gelosia… Che importa? Purché in tutti i modi Cristo venga annunziato, sia per pretesto sia con intenzione. Di questo mi rallegro e mi rallegrerò ancora ». Giovanni dovette certamente sorvegliarsi durante la sua vita per contenere sul santo binario del Vangelo la sua tendenza alla violenza, che poteva farlo deragliare nell’asprezza; ancor oggi nei suoi scritti lampeggia qua e là la sua indole calda e violenta; scrive, ad esempio, nonostante la sua avanzata età, che a un falso dottore non si deve offrire nemmeno il saluto, e a Efeso, secondo quanto riferisce Ireneo, lui stesso balzò fuori dal bagno, quando s’accorse che c’era Cerinto; in un incontro a Roma, sembra abbia data allo stesso eretico la piccante risposta: « Ti conosco bene, il primogenito di satana ». Questi stessi esempi però ci rivelano anche quale fosse il motivo ultimo della sua intolleranza così inesorabile; essa non derivava da prepotenza, ma da profondo amore; Giovanni si oppose con tutta la veemenza della sua indole a ogni ingiuria e detrazione del Signore precisamente perché Lo amava con tutto l’ardore del suo cuore infuocato; non si trattava di lui stesso, ma del suo amato Signore. – Il Signore tuttavia insegnò a lui, e con lui a tutti coloro che con amore zelano la sua gloria, che « il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere, ma a salvare le anime » e che ogni attività spesa per Cristo merita d’essere ammessa. Giovanni, il figlio del tuono, dovette lottare per la conquista di quest’amore benigno; i suoi scritti lo rivelano chiaramente: se continuamente, senza stancarsi, dice dell’amore, dobbiamo scorgere in questa sua insistente ripetizione anche il suo sforzo personale, affinché il suo amore acerbo avesse a maturare al sole dell’amore del Signore. Poiché l’amore del Signore non è « tonante », non incendia, non uccide, sebbene la verità non possa piegarsi; il vero e maturo « amore è longanime, l’amore è benevolo, l’amore non è geloso. Non conosce amarezza alcuna. Non serba rancore, soffre tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto ».

IL DISCEPOLO DELL’AMORE

Discepolo dell’amore e Boanerges sembrano contradirsi; e però, come abbiamo visto or ora, la veemenza di Giovanni è rumore e lampo del suo acceso amore; non la caratteristica del tuono, nemmeno quella dell’aquila dicono l’essenza più profonda di quest’Apostolo, ma quella dell’amore. Nel suo Vangelo designa se stesso non meno di cinque volte quale « il discepolo, che Gesù amava »; il Signore amava certamente anche gli altri; nel Cenacolo rivolse loro la parola, chiamandoli persino coll’affettuoso vocativo: « Filioli-figlioletti » e fece loro l’esplicita assicurazione: « Non vi chiamo più servi, vi ho chiamati amici »; tuttavia fra Gesù e Giovanni v’era un’intimità misteriosa, un’intesa più profonda d’amore, che non v’era con tutti gli altri. Gli altri tutti, a eccezione, ben inteso, di Giuda, se prendevano atto con venerazione di quella preferenza dell’amore e non contesero a Giovanni quel suo primo posto, come invece contesero a Pietro il suo. Eppure sarebbe certamente meglio se i discepoli si studiassero di più di conseguire il posto  di Giovanni sul Cuore del Signore, anziché quello di Pietro nella gloria del Signore…! –  Vorremmo indagare il motivo del mistero fra Gesù e Giovanni; ma l’amore sta sempre al di sopra della ragione, tanto più quando chi ama è Iddio; non ci è possibile quindi scoprire il recondito segreto di quell’amicizia, che trasse il Figlio di Dio al meschino figlio del pescatore Zebedeo. Nondimeno, anche se il figlio di Zebedeo non era all’altezza dell’amicizia col Figlio di Dio, non era però di essa incapace: era un’aquila e un Boanerges; ora proprio in questo v’era una lontana analogia della sua anima con la grande anima di Gesù, Che era disceso dal Cielo, per dirla con la sua stessa parola, per gettare sulla terra fuoco, non certamente perché divorasse gli uomini, come Giovanni pensava, ma perché li accendesse | con un indomabile incendio. Un motivo ancor più profondo della speciale amicizia con Giovanni ce lo rivelano i testi liturgici della sua festa, che furono ispirati dal pensiero dei Padri antichi: Gesù era legato a Giovanni con particolare dilezione a motivo della sua verginità; l’Apostolo stesso scrive, in un capitolo della sua Apocalisse, degli uomini vergini, « che seguono l’Agnello ovunque Egli vada »; poté dunque seguirLo egli stesso sino alle altezze del Dio Trino, perché quelli, che hanno il cuore puro, vedranno Iddio. – Nel suo Vangelo ci parla di tre giorni specialmente della sua amicizia con Gesù. Il primo è il Giovedì Santo. A preparare la cena di quell’ultima sera, il Maestro aveva prescelto Pietro e Giovanni, i due discepoli, che Lo amavano, ciascuno alla sua maniera, più di tutti gli altri: « Andate e preparateci l’agnello pasquale, perché lo mangiamo ». Giovanni aveva imbandito l’agnello — l’agnello! — con intima angoscia e presentimento, e aveva preparato al Signore il calice, dal quale avrebbe dovuto bere lui stesso… Al momento di sedere sui divani, disposti a semicerchio intorno alla bassa mensa, Gesù invitò Giovanni al posto, ch’era molto più nobile di quelli a destra e a sinistra nel regno, da lui e dal fratello Giacomo un giorno tanto sospirati, lo chiamò al posto di mezzo, sul suo stesso Cuore. In quel momento egli fu così vicino al suo Amico Divino da sentire i battiti di quel Cuore, che in quell’ora pulsava, come una sorgente schiudentesi di primavera. Con desiderio intenso ho bramato di mangiare questa pasqua con voi prima della mia passione »; fu tanto vicino a quelle labbra, da poter raccogliere, qual nobile ammirabili parole, che il Signore, per consolare, disse ai suoi Discepoli, o meglio, a Se stesso, all’avanzare dwll’amaro e cruento dolore della separazione e della morte. Solo Giovanni ci ha trasmesso, in cinque interi capitoli del suo Vangelo, i discorsi di addio di Gesù, così pregni del sangue insieme e della tenerezza umana e della sublimità divina. « Vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con Me, affinché voi siate dove sono Io… Non vi lascerò orfani… Il Paraclito, lo Spirito Santo, che il Padre manderà in mio Nome, vi insegnerà ogni cosa e vi richiamerà tutto quello che Io vi ho detto… Sì, voi rimanete (nonostante la separazione) in Me e Io in voi… Io sono la vite, voi siete i tralci. Chi rimane in Me e nel quale Io rimango, questi porta frutto abbondante ». Sarà proprio inverosimile che Giovanni abbia potuto rendere fedelmente i pensieri di quegli ultimi discorsi di Gesù anche dopo molti decenni? Ah, in quell’ora indimenticabile Egli li aveva detti immediatamente negli orecchi del Discepolo o piuttosto dentro nel suo cuore! A metà della cena Gesù gridò: « In verità Io vi dico: uno di voi, uno che mangia con Me, Mi… tradirà! ». Giovanni percepì il tremito, che corse attraverso il Maestro; chi legga anche oggi la sua relazione sul Traditore, vi sente un fremito più vivo e concitato che non in quella degli altri Vangeli. L’eccitazione, che s’impossessò dei Discepoli quando Gesù fece loro la terrificante comunicazione, è stata ritratta drammaticamente da Leonardo da Vinci nella sua Cena immortale. Il gruppo soprattutto più vicino al Signore, Giovanni, Pietro, Giuda, è incredibilmente agitato. Giovanni è chino verso di Pietro e sta in ascolto; Pietro sta in forte urto con Giuda; Giuda afferra con la sinistra tremante l’orrenda corrente, che balza su di lui dalla destra del Signore in posizione di difesa. Là, fra quelle due mani si dividono i mondi. Nel suo capolavoro Leonardo da Vinci ha rappresentato con forme e colori quanto con la massima chiarezza Giovanni stesso racconta nel suo Vangelo. « Allora i Discepoli si guardarono l’un l’altro, esitanti di chi Egli dicesse. Simone Pietro fece cenno al discepolo, che riposava sul petto di Gesù, e gli disse: “DomandaGli di chi dice” ». Pietro tiene le chiavi del regno dei Cieli, ma Giovanni tiene la chiave dei segreti del Cuore di Gesù. « Egli si chinò subito all’indietro sul petto di Gesù e Gli chiese: “Signore, chi è?”. Gesù rispose: “È colui, al quale Io intingerò e darò il boccone” ». In questo racconto dell’Evangelista si sente ancor oggi l’insostenibile tensione degli animi; attraverso i suoi occhi sbarrati leggiamo l’angoscia e lo spavento di quell’istante, in cui Gesù, secondo il costume del padre di famiglia, che voglia dimostrare a uno dei suoi cari un’attenzione particolare, « intinse il boccone, lo prese e… lo porse a Giuda Iskariote ». Giovanni — Giuda! Il discepolo dell’amore e il discepolo del tradimento! Già da lungo tempo i loro contatti erano occasione di reciproca molestia e l’uno sospettava di quanto l’altro nascondeva, perché amore e odio hanno buoni occhi tutti e due. Giuda seguiva i segni di distinzione concessi a Giovanni con cuore perfido e occhio sprezzante; Giovanni andava indagando l’occulto crimine di Giuda con severità e asprezza. Già da un anno ormai portava scolpita nel più intimo del suo cuore la parola detta dal Maestro, dopo il discorso eucaristico nella sinagoga di Cafarnao: « “Uno di voi è un demonio”. Diceva con questo di Giuda, il figlio di Simone di Karioth. Perché questi voleva tradirLo, uno dei Dodici »;  dopo l’unzione di Betania lo chiama senza riguardi ipocrita e « ladro », che in qualità di cassiere soleva sottrarre quanto si introduceva nella cassa. Giovanni quindi sapeva che, se uno dei Dodici avesse perpetrato l’incredibile e mostruoso delitto del tradimento, questi non poteva essere altri che Giuda; solo questo « demonio » e « ladro » era pure capace di quella vile infamia; ci doveva essere in lui « satana stesso ». Gli fosse lecito scagliarsi contro il Traditore! Ma Gesù non tradì il Traditore agli altri e trattenne Giovanni sul suo Cuore. Questi allora s’appoggiò nuovamente al suo santo posto, al Cuore del Signore, mentre gli occhi giovani gli si rigonfiavano delle lacrime della stizza e dell’amore. É come commuove il pensiero che in quell’ora grave Gesù trovò conforto nell’amicizia di questo Giovanni, che L’amava con ardore e veemenza. « Quando Giuda ebbe preso il boccone, se ne uscì subito fuori. Era notte »; dentro però, nella sala, dopo l’uscita del Traditore, i fiotti di luce e di amore ebbero libero il corso né lo poté ostacolare la notte. « Poiché Gesù aveva amato i suoi, ch’erano in questo mondo, provò l’amore sino all’estremo ». « Prese del pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede a loro con le parole: « Questo è il mio Corpo, che è dato per voi…”, dopo la cena, prese il calice e disse: “Questo è il Calice del Nuovo Testamento nel mio Sangue, che è effuso per voi” ». Giovanni in quella Cena era vicinissimo al Cuore e alla mano del Signore; egli dovette ricevere primo di tutti il Corpo e il Sangue di Gesù; ora tutto questo è insieme una felicità e un simbolo: a quella mensa, con Giovanni, il primo comunicante, si verificò la perfetta « com-unio, com-unione », non solamente da parte di Gesù, ma anche da parte di Giovanni, il discepolo dell’amore. Il grande discorso eucaristico, dopo la moltiplicazione miracolosa del pane, fu messo per iscritto da Giovanni e da lui soltanto: « Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue, rimarrà in Me e Io in lui. Come Io vivo per mezzo del Padre, così pure chi mangia Me, vive per mezzo mio ». Quello, ch’egli aveva notato, lo vide e, ciò che importa ben di più, lo esperimentò nel grande giorno dell’amicizia con Gesù. Il secondo grande giorno del suo amore lo festeggiò il Venerdì Santo. È già stato mosso rimprovero a Giovanni perché sul Monte degli Olivi, solo un’ora dopo che aveva riposato amorosamente sul Cuore del Signore, s’addormentò e poi, come tutti gli altri,… se ne fuggì. Luca, il medico buono, scusa quel sonno incomprensibile: « Li trovò addormentati per tristezza »; e per questo Gesù stesso, pur in preda alla sua angoscia mortale, comprese e fu indulgente: « Lo spirito è pronto, è vero, ma la carne è debole ». L’informazione alquanto sommaria di Marco: « Tutti Lo abbandonarono e fuggirono » è integrata sommessamente da Giovanni stesso, in quanto scrive che, dopo il primo spavento, « Simone Pietro e un altro discepolo seguirono Gesù » sino dentro, nel cortile del Sommo Sacerdote; ivi, col cuore stretto dall’angoscia, Giovanni attese la sentenza, che colpì il suo amato Maestro. Ma perché egli, l’amico, non si fece vedere sulla via della croce, tanto che si dovette costringere un forestiero a rendere l’ultimo servizio al Signore? Ah! in quell’ora Giovanni ne prestò un altro ineffabilmente più grave: condusse su, al Calvario, Maria, la Madre del Signore. Fu Giovanni a consolare Maria o Maria consolò Giovanni? Per i due non v’era ormai alcun conforto, all’infuori della volontà del Padre; eppure il nostro cuore si allarga ricordando che Maria non stava sola accanto alla croce, non era affatto sola la povera Madre accanto al povero Figlio: v’era anche Giovanni. Non si vergognò del suo Amico, quando fu giustiziato come un delinquente, né temette per la sua propria vita, come gli altri Apostoli; la sua vita è Gesù, e per Lui morire adesso sarebbe un guadagno. Giovanni perseverò presso la Croce. Udì il martellare dei carnefici, udì le bestemmie dei nemici e udì pure quello, ch’era ancor più raccapricciante, il grido pieno di mistero: « Mio Dio, mio Dio, perché Mi hai abbandonato? », il grido di Colui, che pure era presso Iddio ed era anzi Iddio Lui stesso; Giovanni rimase accanto all’Amico Divino, abbandonato anche da Dio. Stava ancor là, assorto quasi in un’estasi di dolore e di amore, quando vennero i soldati e uno di loro « trapassò con la lancia il fianco » a Gesù, quel fianco, sul quale egli la sera prima aveva riposato; i suoi occhi, mortalmente tristi, privi di lacrime, videro chiaramente che dal Cuore trapassato « uscì subito sangue e acqua »; Giovanni, ch’è l’evangelista non solo della gloria di Gesù, ma anche del suo Cuore, giura, nel suo Vangelo, la verità di questa sua informazione: « Chi ha visto, ne è testimonio, e la sua testimonianza è vera. Egli sa che dice la verità, affinché voi crediate »; poi s’allontana da quella striscia sottile e rossa, unico ornamento di quel pallido cadavere, e volge lo sguardo: al futuro e, come in una visione, scorge le folle, che « guarderanno in alto al Trafitto ». – L’amore di Giovanni seguì il Signore nel suo tramonto, come un ultimo raggio d’oro; Gesù solo sa quanto Gli tornò gradita, in quelle ore terrificanti, la fedeltà del suo amico; uno almeno era là, ed era in verità il più caro, era Giovanni, il fiore, la corona, il sugello degli altri. In quel momento il Cuore di Gesù s’aprì ancora una volta per donare: tanto povero ormai, da non possedere più nemmeno le vesti, regalò al suo amico l’ultimo possesso e il più prezioso, la Madre sua. « Quando Gesù vide che stavano ivi sua Madre e il discepolo, ch’Egli amava, disse alla Madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Dopo di che disse al discepolo: “Ecco tua Madre! ”. Da quell’ora il discepolo la prese in casa sua ». Chi potrebbe mai donare al suo amico qualche cosa di più della madre sua? e chi donare a sua madre di più del suo amico? I due amori, orbati dell’Amato, furono disposati insieme davanti alla croce per mezzo del Signore e nel Signore; Giovanni sarà sollecito di Maria e Maria di Giovanni; Maria non potrebbe meglio essere soccorsa che accanto a Giovanni e Giovanni non lo potrebbe essere meglio che accanto a Maria; si comprende bene che l’arte cristiana ami rappresentare il Calvario in questa sublime trinità d’amore: Gesù, Maria, Giovanni. E da Maria e Giovanni, stretti a Gesù sulla croce, s’aprono in direzione della cristianità visioni luminose ed eloquenti: Maria sarà sempre premurosa per i discepoli, che amano Gesù, e i discepoli, che amano Gesù, dovranno sempre prendere con sé anche Maria. – Il terzo grande giorno dell’amore per Giovanni fu il dì di Pasqua. È vero che le sacre relazioni non sanno nulla di speciali apparizioni del Risorto concesse a Giovanni, come per esempio a Pietro; ma appunto questo è mirabile, che la sua fede cioè di pasqua si sia aperta alla luce per forza di amore, prima di ogni apparizione, che ve lo costringesse. Quando la mattina di Pasqua Maria Maddalena, tutt’ansante e i capelli svolazzanti, gridò a « Simone Pietro e all’altro discepolo che Gesù amava: “Han portato via dal sepolcro il Signore e non sappiamo dove l’abbian messo”. Pietro e l’altro discepolo uscirono e andarono al sepolcro. Correvano tutti e due, ma l’altro discepolo corse più svelto di Pietro e giunse prima al sepolcro ». Giovanni, più giovane, aveva le gambe più leste; ma non solo le gambe, più ancora il cuore lo rese più veloce di Pietro; pieno però di delicatezza, rispetta i diritti della sua preminenza e della sua età: « S’inchinò (soltanto) e vide i panni di lino giacere, ma non entrò ». Pietro riconosce obiettivamente e quasi ufficialmente il risultato dell’inchiesta, il sepolcro vuoto: « Vide giacere a terra i panni di lino e il sudario, ch’era posto sul suo capo; non stava però insieme con gli altri pannilini, ma a sé, ripiegato in un altro luogo ». Pietro vede e… riflette; Giovanni vede e… crede; « l’altro discepolo corse più svelto di Pietro… »; egli crede, sebbene ci assicuri esplicitamente che « non avevano ancor capita la Scrittura, ch’Egli doveva risorgere da morte ». Giovanni, il primo alla comunione e l’unico accanto alla Croce, fu pure il primo a credere il giorno di Pasqua; il suo amore lo fece avvantaggiare sempre sugli altri, persino su Pietro. Possiamo rilevare questo vantaggio dell’amore anche in un altro episodio pasquale, e cioè in occasione della seconda pesca miracolosa, detta pure « dimenticata », perché quel miracolo, omesso dagli altri Evangelisti, fu supplito solo da Giovanni. In quel giorno tutto si offriva come nella prima pesca miracolosa, quand’erano stati nella primavera del loro amore e della loro vocazione: il lago, i compagni e anche l’intera notte passata faticando inutilmente; ma al mattino un forestiero gridò loro dalla riva: « “Gettate le reti a destra della barca e prenderete”. La gettarono e non la potevan più ritirare per la moltitudine di pesci ». In quel momento fu di nuovo Giovanni, che riconobbe nel forestiero il Signore; sommesso ma ardente, lo bisbiglia a Pietro: « È il Signore ». Giovanni è il primo a riconoscere perché era il primo nell’amore. Questi rilievi giovano assai anche all’intelligenza della personalità e degli scritti di Giovanni. Dei suoi scritti scriveremo ampiamente in seguito; sono diversi da quelli dei Sinottici, più maestosi, più profondi e nelle loro sconfinate prospettive oltrepassano di molto il mondo sinottico; quello, che nei primi tre Evangelisti è talora appena accennato, in Giovanni è messo in luce viva e splendida. Per spiegare queste diversità, si possono addurre vari motivi: la scena riferita nel quarto Vangelo è differente; è differente il tempo, nel quale il Vangelo fu scritto; soprattutto si ricorre allo spirito d’aquila proprio al quarto Evangelista, che si vibrò al di là dei compagni d’apostolato. Tutte queste ragioni valgono a spiegare il problema; il segreto però del problema giovanneo sta più in fondo: Giovanni era il discepolo, che Gesù amava e che a sua volta amava Gesù più degli altri; perché fu l’amante, fu pure l’intelligente, poiché solo l’amante è l’intelligente più profondo; l’intelligenza, infatti, vede solo le qualità, l’amore scorge l’essenza; e solo chi dall’amante è tratto alla confidenza, conosce più degli altri. Tutti i discepoli amavano e Cristo li chiamò amici, perché « vi ho detto tutto quello, che ho udito dal Padre »; ma Giovanni li oltrepassò tutti in amore e quindi salì più in su di loro anche in cognizione. Qui sta l’ultima soluzione della questione giovannea. Egli, con l’occhio dell’amore, aveva riconosciuto in Gesù il Messia sin dal primo incontro con Lui; per questo nel suo Vangelo il Signore ci appare più chiaramente Messia e Figlio di Dio fin dal principio. Assetato com’era d’amore, Giovanni bevette le parole di Gesù, che quindi ritenne inobliabili sino all’età più avanzata. Nell’intimità dell’amore ascoltò il pulsare del Cuore del Maestro e nel dolore dell’amore Lo contemplò trafitto. Con l’ardore e il sangue e l’acqua di quel Cuore fluirono a lui anche le profonde cognizioni. « Cucurrit citius — Giovanni, il discepolo che Gesù amava, corse più svelto… ». Nella sua prima lettera scrisse la propria definizione: « Chi non ama Iddio, non Lo conosce ». Lo amassimo noi per conoscerLo! Lo amassimo di più per conoscerLo più profondamente! E non conoscessimo che Lui, per amarLo sempre più ardentemente!

IL COAPOSTOLO

Se confrontiamo fra di loro i due cataloghi degli Apostoli, che ci lasciò Luca nel suo Vangelo e negli Atti, avvertiamo subito che in quello del Vangelo Giovanni è ricordato solo al quarto posto, mentre negli Atti viene subito nel secondo, immediatamente dopo Pietro; è già un segno e una prova della crescente importanza di Giovanni nella Chiesa primitiva. A dir vero, gli Atti non danno di lui notizie dettagliate, come per Pietro e Paolo; Pietro sta nel proscenio illuminato; accanto a lui però si eleva silenzioso e grande e inseparabile Giovanni. La comunità dei credenti ammutoliva piena di venerazione, quando i due Grandi si avvicinavano, appena ieri semplici pescatori nel lago di Galilea, gettavano adesso insieme altre reti nell’alto mare dell’umanità, le reti per Cristo, che tutti e due ama si presentano quasi sempre insieme: Pietro con Giovanni e non con suo fratello Andrea; Giovanni con Pietro e non con suo fratello Giacomo o con un altro dei Dodici; ambedue camminano e operano e soffrono insieme. Alberto Durer, unendo insieme nel suo splendido quadro Giovanni e Pietro, non fa che ritrarre la realtà offerta dalla Scrittura. Giovanni opera insieme il miracolo sullo storpio dalla nascita: « Pietro, come pure Giovanni, lo fissarono in volto »; Giovanni beve insieme il primo calice della passione: « Posero le mani su Pietro e Giovanni e li fecero mettere in carcere »; Giovanni dice insieme, con tanta franchezza e grazia, la magnifica parola: « Non possiamo tacere quello che abbiamo udito e visto »; Giovanni s’accompagna a Pietro quando va in Samaria: « Imponevano loro le mani, ed essi ricevevano lo Spirito Santo ». È molto significativo che Pietro e Giovanni percorrano la vita della Chiesa primitiva in questa perfetta unione, perché erano l’Apostolo della roccia e il Discepolo che aveva riposato sul Cuore di Gesù; l’Apostolo dalle chiavi pesanti e l’Evangelista che ha per simbolo l’aquila; l’Apostolo, che aveva rinnegato il Signore e il Boanerges, che aveva agognato il primo posto. Pietro era grande e Giovanni era grande, ma, posti l’uno accanto all’altro, divennero tutti e due più grandi. Pietro, con l’aiuto di Giovanni, penetrò nelle profondità del Signore; Giovanni attraverso Pietro, entrò nelle sollecitudini del gregge; Pietro ebbe in Giovanni come espiare la colpa del suo rinnegamento; Giovanni ebbe in Pietro come espiare la colpa del suo orgoglio. Oh, se Pietro e Giovanni andassero ovunque insieme! quale benedizione sarebbe per il gregge e quale gloria ne verrebbe al Signore! L’ultima preghiera di Gesù ebbe per scopo proprio questa benefica intesa: « Fa che siano una cosa sola! Allora il mondo conoscerà che Tu Mi hai mandato e che li hai amati ». – Frattanto, verso l’anno 42-43, il coapostolo Giacomo, fratello naturale di Giovanni, cadde vittima della Spada di Erode, V’è stato chi, male interpretando la parola del Signore a Giacomo e a Giovanni: « Voi berrete (tutti e due) il mio calice », ha asserito che anche Giovanni cadde vittima di quella persecuzione; il che è evidentemente falso, perché, pur prescindendo dal fatto che l’informazione biblica non scrive una sillaba sulla morte di Giovanni insieme al fratello, il discepolo dell’amore compare nella Scrittura anche dopo l’uccisione di Giacomo. Probabilmente, quando Erode assassinò l’Apostolo, Giovanni, impegnato in uno dei suoi frequenti viaggi apostolici, si trovava assente da Gerusalemme. Mentr’era intento al suo ministero, venne a conoscenza della morte cruenta del fratello: Giacomo, suo fratello, quell’uomo pieno di vita e di forza e di fuoco, era già morto! Gli si ripresentarono i ricordi della giovinezza: la casa lontana dei genitori, il lago azzurro e tutte quelle sere, quand’essi avean sognato nel profondo silenzio, sotto il chiaror delle stelle. Giovanni pensò a sua madre Salome; in quel momento piangeva certamente, la povera donna! Il pensiero corse pure al padre Zebedeo, rimasto solo; in quell’ora avrà guardato stordito al di là delle acque, lontano lontano, perché le vie del Signore non sono le nostre vie e i suoi pensieri non sono i nostri. Ma poi Giovanni si scosse e risolvette: Giacomo è morto! Lui, Giovanni, lavorerà per tutti e due! Adesso sapeva che cosa vuol dire il « calice », che nel suo impeto giovanile aveva chiesto al Signore, insieme con Giacomo, di poter bere; egli pure berrà questo calice, quando, dove e come il Signore vorrà. – La Scrittura Santa ricorda anche un altro Apostolo, che in quel torno di tempo si trova vicino a Giovanni, ed è Paolo. S’incontrarono forse la prima volta nel Concilio apostolico di Gerusalemme nell’anno 49. Gli Atti degli Apostoli veramente non annotano nessuno speciale apporto di Giovanni in quella riunione; poiché aveva parlato Pietro, egli non aveva nulla da aggiungere; Paolo invece nella sua lettera ai Galati ricorda che anche Giovanni consentì esplicitamente al suo modo di vedere: « Giacomo, Kefas e Giovanni, ch’erano ritenuti quali colonne, porsero a me e a Barnaba la mano in segno di società ». Giovanni e Paolo si danno la mano! Scena veramente degna d’un artista! Quanto son diversi fra loro Giovanni e Paolo per origine, per disposizioni interiori e per vita passata! Giovanni è il discepolo, che Gesù amava, Paolo, il discepolo, cui Gesù gridò: « Perché Mi perseguiti? »; Giovanni il mistico profondo, Paolo lo sconvolgitore del mondo. Eppure, le loro mani stanno bene assai l’una nell’altra, perché tutti e due sono un’unica cosa nell’infocato amore per Cristo, sono anzi simili, e in modo sorprendente, anche nella loro spiritualità. I pensieri di tutti e due si aggirano intorno a Cristo così elevati, ch’è difficile dire quale dei due, se Giovanni o Paolo, sia salito più in alto; sono aquile tutti e due. Spesso abbiamo l’impressione che l’uno sia come l’eco vigorosa dell’altro. Giovanni esulta per il Verbo divino: « Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui nulla è stato fatto di quello ch’è fatto »; e Paolo gli grida in risposta: « Egli è l’immagine dell’invisibile Iddio, il Primogenito di tutta la creazione. In Lui tutto è stato fatto nel cielo e sulla terra: le cose visibili e invisibili, Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutto è stato creato per mezzo di Lui. Egli sta in capo a tutto. Tutto ha la sua consistenza in Lui ». Che accordo signorile udiamo qui dalle due campane più gravi! Si è molto parlato della teologia giovannea e di quella paolina, e se ne parlerà ancora; ma, in questo argomento, bisognerà tener sempre presente che Giovanni e Paolo non sono avversari o contrari nemmeno nella loro teologia, sono invece fratelli e banditori d’una stessa verità, sono due campane, che, in oscillazione profonda e armonica, anche se diversa, suonano all’umanità l’identica eterna domenica, che è Cristo. Oh, Giovanni e Paolo, che si stringono la mano per Cristo e in Cristo! – A conclusione di questo capitolo dobbiamo aggiungere una cosa ancor più cara: Maria e Giovanni. Leggenda ed arte intessono, a questi nomi, i più soavi idilli; ed è certo che Giovanni provvide a Maria come solo un Discepolo dell’amore poteva provvedere; Maria però, disinteressata e grande, era sollecita nel declinare le delicate attenzioni di Giovanni per se stessa € le faceva volgere a vantaggio del gregge di Cristo; non era una signora, che pretendesse d’essere circondata e servita; Lei si riteneva sempre « la schiava del Signore », che nulla conosce di più sublime e di più amabile del compiersi della parola di Dio. Secondo la testimonianza della Scrittura, Giovanni era spesso assente da Gerusalemme; quando Paolo, ad esempio, ascese a Gerusalemme la prima volta, non vi incontrò degli Apostoli che Pietro e Giacomo; può essere che anche il viaggio apostolico in Samaria abbia trattenuto Giovanni lontano dalla città parecchi mesi; egli non è ricordato nemmeno in occasione dell’ultimo viaggio di Paolo a Gerusalemme. Ora non si può pensare che nelle sue faticose peregrinazioni apostoliche l’Apostolo prendesse con sé Maria, ch’era donna inoltrata negli anni; Maria rimase a Gerusalemme e fu di nuovo sola, come un tempo, laggiù a Nazareth, prima che venisse a Lei l’Angelo; come aveva consentito che se n’andasse da Lei il Figlio suo per correre le vie degli uomini, generosa, dolorosa e gioiosa, così non frappose nemmeno la più sommessa preghiera quando si trattò dell’apostolato di Giovanni; no, egli deve andare nel mondo e sempre più avanzare, come gli ha ordinato il Figlio di Lei e l’Amico di lui. – È abbastanza sicuro che Maria morì a Gerusalemme. Di un suo soggiorno a Efeso, dove Ella avrebbe passati i suoi ultimi anni di vita, si fa parola soltanto dal secolo decimoterzo in poi. Un tale soggiorno veramente non è impossibile, è però improbabile; mancano a questo riguardo notizie sicure; gli antichi Padri della Chiesa, che spesso ricordano il sepolcro a Efeso dell’apostolo Giovanni, non accennano mai che ivi ci fosse un sepolcro di Maria. (Nel 1946 un operaio arabo, lavorando in una cantina di Gerusalemme, fece una scoperta del massimo interesse e di straordinaria importanza: immediatamente dirimpetto al sepolcro, nel quale, secondo la tradizione, era stata sepolta Maria, fu scoperto un corridoio che conduceva a una cripta gigantesca, la quale risultò essere un’antica chiesa in onore di Maria. Così fu confermata la tradizione, secondo la quale la Beatissima Vergine morì e fu sepolta a Gerusalemme e non a Efeso, come vorrebbero certe rivelazioni private (Schweizerische Kirchenzeitung, 31 ottobre 1946). Giovanni, accompagnato dalla benedizione di Maria, uscì nel mondo per conquistarlo a Cristo. E chi potrebbe immaginare quale messe copiosa sia maturata nei campi apostolici di Giovanni, ch’erano esposti ai raggi silenziosi degli occhi benedicenti e morenti di Maria!

IL PRESBITERO

Dopo la menzione di Giovanni, fatta da Paolo nella lettera ai Galati, in occasione del Concilio apostolico nell’anno 49; di questo grande Apostolo non v’è più traccia nella Sacra Scrittura per più decenni; soltanto nell’Apocalisse egli torna alla luce del dato biblico; lo troviamo a Patmos, una piccola isola del Mare Egeo, che dista da Efeso forse cento chilometri; Giovanni stesso ci indica questo luogo nella visione introduttoria dell’Apocalisse: « Io Giovanni… fui nell’isola di Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù ». Frattanto questa lacuna biblica per più di quarant’anni della vita dell’Apostolo è colmata da informazioni sicure della tradizione ecclesiastica, secondo la quale egli scelse come suo campo di lavoro l’Asia Minore con sede a Efeso, donde resse, qual pontefice e capo spirituale, le chiese circostanti. Efeso era la città più importante dell’Asia Minore e forse era fin d’allora la residenza del proconsole della provincia romana dell’Asia. La felice ubicazione sul Caistro, fiume navigabile, non lungi dalla sua foce nel Mare Egeo, e insieme nel punto d’incontro di due strade romane, faceva di Efeso un centro anche per gli affari e il commercio. Era rinomata anche per le arti, ma insieme era pure sede della superstizione e del culto immorale della dea Artemide o Diana, il cui tempio era annoverato fra le antiche meraviglie del mondo. E nondimeno l’elezione della grazia cadde precisamente su questa città. Verso l’anno 53, durante il suo secondo viaggio apostolico, Paolo, che intuiva l’avvenire, fece visita a questa importante città dell’Oriente quasi per averne una prima informazione”; l’anno seguente invece vi si stabilì e vi lavorò fino al 57 con sì grande successo, che la popolazione ancor pagana, sobillata dall’argentario Demetrio, mosse all’assalto contro il Cristianesimo e contro Paolo con « un violento tumulto »; quel Demetrio infatti, che aveva la produzione di statue di Diana, s’era accorto dell’efficacia della predicazione di Paolo a danno della sua arte. Paolo tuttavia diresse spiritualmente la comunità di Efeso anche dopo il suo congedo e sino alla sua morte nel 67, valendosi del suo discepolo prediletto Timoteo, e alla stessa fece l’onore d’una sua dotta lettera, dettata durante la sua cattività a Roma, la città cosmopolita dell’Occidente. – Da questi dati biblici intorno all’attività di Paolo a Efeso si possono dedurre delle conclusioni certe anche per l’opera di Giovanni nella stessa città. Egli non dovette reggerla prima della morte di Paolo nel 67; è una conseguenza del principio paolino di « non annunziare il Vangelo là, dove il Nome di Cristo è già conosciuto »; d’altra parte egli dovette lasciare definitivamente la Palestina solo poco prima dell’inizio della guerra giudaica nel 67, attenendosi alla parola del Signore: « Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua rovina è vicina », e si trasferì ad Efeso, quando e perché essa, dopo la morte di Paolo, era spiritualmente orfana. Circa questo soggiorno di Giovanni ad Efeso sono stati mossi dei dubbi, come per quello del suo amico e compagno di apostolato Pietro a Roma. La questione non è senza importanza, perché ad essa è strettamente legata l’altra, dell’autenticità del quarto Vangelo. Il dubbio si riallaccia a un detto dell’antico Papia (130 c.), che dell’Apostolo Giovanni fu pure uditore; egli avrebbe detto che « Giovanni il teologo e suo fratello Giacomo furono uccisi dai Giudei »; ma, quand’anche queste parole siano state conservate fedelmente da Filippo di Side, del secolo quinto — vi si oppongono serie considerazioni — , esse non escludono in alcun modo un soggiorno del nostro Apostolo ad Efeso; nello stesso passo infatti Papia attesta pure d’averlo visto lui personalmente, quando dimorava a Efeso al tempo dell’imperatore Nerva (96-98); ci troviamo dunque dinanzi a un fatto, che non si può conciliare con la morte di Giovanni nell’anno 42, insieme con suo fratello Giacomo. Ma a questa testimonianza se ne aggiungono altre del secondo secolo, che sono d’altrettanta importanza. Il martire Giustino, quarant’anni circa dopo la morte dell’apostolo Giovanni, scrive: « Da noi — a Efeso, dove Giustino difese la verità del Cristianesimo contro il giudeo Trifone — vi fu anche un uomo di nome Giovanni, uno degli Apostoli di Cristo, che vaticinò le rivelazioni a lui fatte ». Veneranda e misteriosa, per così dire, è pure la testimonianza di Policrate, Vescovo di Efeso verso il 190, data al Papa Vittore I: « Giovanni, che posò sul petto del Signore, e portò la benda — il segno del potere pontificale —, sacerdote del Signore, martire e dottore » era sepolto a Efeso. Anche Ireneo, Vescovo di Lione, verso l’anno 202 assicura ripetutamente che « Giovanni, il discepolo del Signore, che aveva riposato sul Cuore di Gesù, pubblicò un Vangelo, quando dimorava ad Efeso »; e la sua testimonianza è tanto più preziosa, in quanto risale al padre spirituale di Ireneo, a Policarpo, che morì nel 156 ed era stato costituito Vescovo di Smirne dallo stesso Giovanni. Alla testimonianza delle parole accede la muta testimonianza delle rovine d’un’immensa chiesa dedicata a Giovanni nel luogo, ove un giorno sorgeva la città di Efeso; Efeso infatti, città un giorno tanto grande e orgogliosa, è oggi distrutta e abbandonata; ma il minuscolo e misero villaggio, che s’è stabilito in quella contrada, col suo nome accenna ancor oggi a Giovanni: Aya-Soluk = la città del Santo Teologo. – E ora dobbiamo chiarire una seconda questione, se cioè con l’Apostolo Giovanni e circa lo stesso tempo abbia lavorato a Efeso anche un altro Giovanni, il « presbitero Giovanni ». L’ipotesi d’un « presbitero Giovanni », distinto dall’Apostolo, s’appoggia di nuovo a un testo di Papia sopra ricordato. Questi di fatto confessa quanto gli stesse a cuore di udire le relazioni dei « Presbiteri », letteralmente « dei vecchi », « degli anziani », e con questo termine intende designare probabilmente gli Apostoli stessi: « Se in qualche luogo giungeva uno, che fosse stato in relazione con i presbiteri, lo ricercavo premurosamente dei discorsi dei presbiteri, che cosa avesse detto Andrea, che cosa Pietro, che cosa Filippo, che cosa Tommaso, che cosa Giacomo, che cosa Giovanni, che cosa Matteo o un altro dei discepoli del Signore, che cosa dicessero Aristione e il presbitero Giodiscepoli del Signore ». Giovanni in questo testo è ricordato due volte, la prima fra coloro che in passato « avevano detto », la seconda fra coloro che nel presente « dicevano »: « che cosa Aristione e il presbitero Giovanni dicono »; e tutte e due le volte può essere che si tratti dell’Apostolo, dapprima addotto con gli Apostoli già rimpatriati, poi con i testi ancor viventi; l’una e l’altra volta il testo lo enumera fra « i Presbiteri » e « i Discepoli del Signore ». In realtà nessun scrittore dei primi due secoli conosce un « presbitero Giovanni » diverso dall’apostolo Giovanni; il vescovo Policrate, nel suo scritto inviato a Papa Vittore I verso il 190, enumera gli uomini eminenti della chiesa dell’Asia Minore, ma non ricorda questo « presbitero Giovanni », mentre avrebbe dovuto farlo se fosse esistito, perché sarebbe pur stato un dottore di molto credito. Il primo a distinguere due Giovanni fu Dionisio, patriarca di Alessandria, verso l’anno 250; dopo di lui, nel secolo quarto fece la stessa distinzione lo storico ecclesiastico, non sempre del resto sicuro, Eusebio, che fu tratto in errore dalla sua avversione per l’Apocalisse. Ma « né Eusebio né alcuno dei suoi successori ha potuto dimostrare l’esistenza d’un presbitero Giovanni distinto dall’Apostolo Giovanni, e l’esistenza fortuita, sincrona di due discepoli di Gesù di nome Giovanni in Asia resta del tutto esclusa da Papia, come da tutta la restante tradizione. Il presbitero Giovanni è assolutamente un aborto della insufficienza critica e dell’esegesi difettosa di Eusebio »; il « presbitero » Giovanni è l’Apostolo Giovanni. Questa designazione di « presbitero » però è tanto significativa per l’Apostolo Giovanni. Letteralmente vuol dire « il Vecchio », « l’anziano »; ora nella sua seconda e terza lettera si presenta egli stesso come « Anziano ». « L’Anziano alla Signora eletta e ai suoi figli, ch’io amo in verità ». « L’Anziano al diletto Gaio, ch’io amo in verità ». È degno di nota come nell’arte orientale, creata dalla tradizione ecclesiastica, Giovanni apparisca come « Anziano », in opposizione all’arte dell’Occidente, che, sotto l’influsso del Vangelo, lo rappresenta di preferenza come « il più giovane ». Egli era stato « il più giovane » una volta; ma poi i decenni l’avevano incanutito ed era divenuto « Anziano »; suo fratello Giacomo era tornato in patria; così pure Andrea, col quale aveva vissuta « la decima ora », e altrettanto il suo amico Pietro; tutti tornati a casa, vicini al Signore; solo lui, proprio lui restava ancora, come un dimenticato dalla morte; è comprensibile che l’interno anelito sul finire dell’Apocalisse sia esploso in quel grido: « Vieni, Signore Gesù! »; e il Signore gli promise: « Io vengo… presto » su Giovanni dovette pazientare ancora un poco, perché alti compiti lo attendevano; come « Anziano », è il patriarca delle chiese dell’Asia Minore, il padre dei Vescovi, il custode della verità, il banditore delle ultime parole. Questa eminente e solitaria grandezza del « presbitero » Giovanni è messa in luce dall’introduzione dell’Apocalisse: « Quanto vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette comunità dell’Asia: a Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea ». A quel modo che la suprema vetta nevosa dispare agli ultimi rossi bagliori della sera, mentre tutte le altre cime sono già scomparse, così Giovanni, proprio Giovanni doveva inviare la luce e l’amore dell’età apostolica agli albori del secolo seguente.

IL VEGGENTE

Il vecchio Giovanni sedette solitario sulle coste dell’isola di Patmos; i suoi occhi stanchi cercavano le lontane regioni, ma il mare gagliardo gli gettava contro le onde eterne. L’imperatore Domiziano (81-96) aveva relegato l’ultimo degli Apostoli in questa piccola isola delle Sporadi, nel Dodecanneso settentrionale, di soli quaranta chilometri quadrati di superficie, che forse offriva ricetto anche ai pirati. Dalla fine del secolo undecimo si eleva sulla scoscesa cima meridionale dell’isola un monastero, dedicato al veggente Giovanni, che quivi, sulla soglia di due secoli, sulla soglia anzi fra il tempo e l’eternità, previde « quello che accadrà presto »; sul pendio del monte si fa vedere ancor oggi la caverna, dove Giovanni avrebbe scritte le sue rivelazioni. – Per noi resterà sempre un mistero il fatto che Iddio abbandoni alla prepotenza dei ribaldi i suoi servi e persino quelli, che Gli sono così cari, da permettere loro di riposare sul suo Cuore, quasi non si curasse di loro. Giovanni-Domiziano! Nelle sue biografie degli imperatori, Svetonio tratteggia la figura di Domiziano col seguente giudizio: « Si mostrò (al principio del suo governo) come un miscuglio in proporzioni uguali di vizi e di virtù, finché alla fine storse in vizi anche le virtù. Contro la sua indole naturale, fu per necessità rapace e per paura sanguinario quanto è lecito pensare. La sua crudeltà non era solo spaventosamente grande, ma anche astuta e inopinata. Non v’era segno più certo d’un esito crudele che la mitezza del suo dire all’inizio ». Svetonio ci fa pure sapere perché anche i Cristiani, che da principio erano tollerati, incapparono poi nel bersaglio di quella tigre imperiale. « Il diritto delle imposte sui Giudei fu perseguito in modo squisitamente duro. Presso il fisco dello stato furono deferiti tanto coloro che vivevano alla maniera giudaica, senza che si professassero giudei (i Cristiani), come anche coloro, che, occultando la loro origine, avevano tentato di sottrarsi al pagamento delle tasse imposte al loro popolo ». Fu questa l’occasione, di cui profittò l’imperatore negli ultimi anni del suo governo per muovere la seconda persecuzione contro i Cristiani, della quale fu vittima anche il vecchio venerando Giovanni. Domiziano, tanto megalomane da chiamarsi « Signore e Dio », e tanto briccone da sollazzarsi un’ora ogni giorno nell’infilzare mosche, strappò all’amata comunità dei credenti di Efeso l’Evangelista del Verbo divino e lo confinò nella sperduta isola di Patmos. Spettacolo quanto triste altrettanto grandioso! « Nell’isola di Patmos a causa della testimonianza di Gesù », si presenta nell’Apocalisse Giovanni stesso. Tertulliano, scrittore della Chiesa morto dopo il 220, è il primo a comunicarci la notizia che Giovanni, a del suo esilio, fu immerso a Roma in una caldaia d’olio bollente, senza tuttavia riportarne danno; e la Chiesa romana celebra il ricordo di questo martirio il giorno sei maggio; le fonti greche però non ne sanno nulla, e l’informazione stessa di Tertulliano per molti motivi è dubbia. – L’Apocalisse, che Giovanni scrisse nella provvidenziale solitudine di Patmos, mentre faceva personale esperienza della persecuzione a causa di Cristo — « Io, Giovanni, vostro fratello e compartecipe nella tribolazione » —, è il libro profetico del Nuovo Testamento, ispirato a nostra consolazione. L’Apostolo lo dedicò principalmente alla Chiesa del suo tempo, che realmente abbisognava di conforto e di irrobustimento, e anche di esortazione e ammonizione. Perché sul finire del primo secolo la giovane Chiesa era sbattuta dalle tempeste; la persecuzione dell’imperatore, l’ostilità dei pagani, l’odio dei Giudei infuriavano contro di lei, e ancor più pericolose la minacciavano le false dottrine e i vizi serpeggianti fra le proprie file, come l’eresia dei Cerintiani e dei Nicolaiti. Possiamo intravvedere quanto fossero preoccupanti la stanchezza e lo scoraggiamento dei buoni, ascoltando il lamento, che leggiamo nel Santo Libro, « delle anime sotto l’altare, ch’erano state uccise a causa della parola di Dio e della testimonianza, che avevano resa. Esse gridavano a voce alta: “Santo e verace Signore, sino a quando non giudichi e non vendichi il nostro sangue sugli abitanti della terra?” ». Giovanni allora consola i fratelli trepidanti del suo tempo; solleva i veli del prossimo futuro e fa vedere la vittoria di Cristo sopra l’onnipossente regno dei Romani. – Ecco perché l’Apocalisse abbonda di immagini e di allusioni all’impero romano del tempo; i contemporanei dovettero pensare subito alla Roma sita sui sette colli, quando lessero: « Vidi ascendere dal mare una bestia, che aveva dieci corna e sette teste; le sette teste sono i sette monti. Sulle sue corna portava dieci corone e sulle sue teste nomi blasfemi… Il dragone diede ad essa la sua forza, il suo trono e grande potenza. Tutto il mondo, preso d’ammirazione, seguiva la bestia e adorava il dragone, perché aveva comunicata la potenza alla bestia ». Parimenti non dovette tornar difficile per le comunità cristiane del tempo indovinare chi Giovanni intendesse con l’« altra bestia »: « Aveva due corna come un montone e parlava come un dragone. Essa esercita tutta la potenza della prima bestia sotto i suoi occhi e porta la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia ». Si trattava del culto idolatrico dell’imperatore romano, ch’era il compendio e la testa di Roma, la prima bestia, culto introdotto dall’Oriente ed elevato a religione dello stato. Altrettanto ovvio era per i primi Cristiani anche il confronto di Roma con « Babilonia, la grande meretrice, che siede su molte acque, con la quale i re della terra hanno fornicato »; già Pietro nella sua lettera aveva chiamata Roma « Babilonia ». Lo sguardo però del veggente Giovanni oltrepassa il prossimo futuro e si spinge a tutta la lunga teoria dei secoli della storia della Chiesa; nelle pene e nelle tribolazioni delle sette comunità dell’Asia Minore gli è rivelata la sorte di tutti i tempi cristiani; la lotta, che la giovane Chiesa sostenne con l’impero romano, è insieme simbolo dell’eterna guerra, che il dragone e le sue due bestie combattono con la Chiesa lungo tutti i « mille anni », che intercorrono fra la prima e la seconda venuta di Cristo. « Il dragone montò sulle furie contro la donna e andò per muovere guerra col resto dei suoi figli, che osservano i comandamenti di Dio e restano fermi pella testimonianza di Gesù ». Sarà però sempre compito difficile trascegliere dall’Apocalisse dei dettagli, che si riferiscano con certezza ad eventi precisi dei « mille anni » della storia cristiana; bisognerà contentarsi delle grandi prospettive svelate da Giovanni: il demonio si accamperà sempre contro il regno di Dio; le due bestie, nelle quali si possono vedere rappresentati a buon diritto il potere statale ateo e le scienze atee, sì metteranno in tutti i tempi a servizio del dragone; tuttavia, coloro che non adorano la bestia e la sua immagine e che non portano sulla mano e in fronte il suo segno, otterranno sempre con Cristo il dominio lungo tutti i mille anni”. L’Apocalisse è quindi una grandiosa estensione e spiegazione di quella parola del Vangelo, rivolta da Gesù a Pietro: « Le porte dell’inferno non prevarranno ». Con questa consolazione l’ultimo degli Apostoli avvia la cristianità al faticoso pellegrinaggio attraverso i millenni, sino alla seconda venuta di Cristo. Nei capitoli conclusivi, quando Giovanni finalmente passa a dire dell’ultimo tempo, le sue espressioni sono di nuovo più intelligibili e ancor più terrificanti: « Quando i mille anni saran passati, satana sarà sciolto nuovamente dal suo carcere. S’incamminerà allora per sedurre i popoli ai quattro angoli della terra e per adunarli per la battaglia … . Se ne vanno per il vasto mondo e circondano l’accampamento dei santi e la città diletta. Ma dal cielo cade fuoco e li divora. Il demonio che li sedusse è gettato nella pozza di fuoco e di zolfo, dove son pure la bestia e il falso profeta » . – Non è lecito leggere troppo fra le righe nell’Apocalisse, ma neppure leggervi troppo poco. Il popolo semplice, allettato dal titolo del libro « Apocalisse = rivelazione, manifestazione misteriosa », ama applicare i dati del libro a tempi determinati e anzitutto ai propri; una spiegazione però, che in esso voglia vedere indicati singoli eventi o periodi della storia della Chiesa o esatte particolarità — per esempio, nel numero 6661 —, sarà sempre fantastica. D’altra parte non attribuiremmo tutto il suo significato a questo libro, che è l’unico libro profetico del Nuovo Testamento, se in esso non volessimo scorgere altro che una rappresentazione della lotta fluttuante fra Cristo e satana; Giovanni non voleva presentare soltanto delle supposizioni, dei presagi e delle descrizioni, ma intendeva consegnare delle reali rivelazioni specialmente alle comunità cristiane tribolate del suo tempo e alla generazione spaventosamente minacciata della fine dei tempi. In una lingua, che ricorda i grandi profeti dell’Antico Testamento Daniele ed Ezechiele, con immagini sempre nuove e inaudite, che arrestano il respiro, Giovanni prevede e predice alla sua generazione e all’ultima e a ogni generazione cristiana « quello ch’è presente e quello che avverrà poi ». L’Apocalisse non è libro della consolazione, perché neghi la tragicità della terrena esistenza o la sminuisca quasi fosse una bagatella; al contrario, non v’è altro libro al mondo che enumeri così spietatamente gli orrori, che imperverseranno sull’umanità; su di questa vengono aperti sette sigilli del raccapriccio, vengono suonate sette trombe del terrore: « Guai, guai agli abitanti della terra a motivo degli squilli di tromba! »; su di essa sono effuse sette coppe dell’ira. E poi la cosa più terrificante: « Il demonio (stesso) è sceso a voi in violento furore. Egli sa quanto sia corto il suo tempo. Guai alla terra e al mare! ». Non dunque un soave idillio né alcuna irreale fantasia è l’argomento dell’Apocalisse di Giovanni, bensì la spaventosa realtà della storia del mondo, vista in sintesi, e che nell’acme del furore toccherà l’inimmaginabile caos; persino l’atrio esterno del Santuario è dato in balia ai pagani e da essi viene calpestato; solo la vita cristiana, ch’è all’interno resta ancora sottratta ai delittuosi assalti. – Eppure il libro dell’Apocalisse è percorso dall’esultanza d’un imperturbabile ottimismo; poiché, al di sopra di tutti i dolori e le doglie della terra, Giovanni, vede il trono di Dio circonfuso di tranquilla maestà. Dalla solitaria Patmos, balbettando e chiedendo soccorso alle parole degli antichi Profeti, il Veggente parla di Colui, che nessun occhio ha ancor visto e nessun orecchio ha udito: « Caddi subito in estasi, ed ecco un trono stava in Cielo e sul trono sedeva Uno. Colui che sedeva su di esso era simile a una pietra di diaspro e di sardio. Circondava il trono un’iride, che aveva l’aspetto d’uno smeraldo. Intorno al trono stavano altri ventiquattro troni; sui troni sedevano ventiquattro seniori in bianche vesti e corone d’oro sul loro capo. Dal trono procedevano lampi e rumorosi tuoni. Dinanzi al trono ardevano sette lampade; sono i sette spiriti di Dio. Dinanzi al trono v’era qualcosa come un mare di cristallo. In mezzo, dinanzi al trono e intorno al trono si trovavano quattro esseri viventi, pieni d’occhi dinanzi e di dietro… Questi cantavano notte e giorno senza interruzione: ”Santo, santo, santo è il Signore, l’onnipotente Iddio, che era, che è e che verrà!” ». Mentre Giovanni passa a contemplare gli orrori della terra, è assorto in questa radiosa visione; i raccapriccianti eventi del mondo, che vengono poi, sono da quella illuminati; Iddio, il Creatore e l’unico Signore del mondo, troneggia silenzioso, in attesa, nonostante tutto, sopra tutto. Ma v’è anche di più! Iddio non se ne sta a crapulare nelle lontane e solitarie beatitudini del cielo, disinteressato delle rovine della terra; non è solo al di sopra di ogni evento, ma anche In ogni evento. Egli ha affidato all’Agnello i setti sigilli chiusi, le sette trombe e le sette coppe dell’ira. « E io vidi che in mezzo al trono e ai quattro esseri viventi e in mezzo ai seniori stava un Agnello come sgozzato, con sette corna e sette occhi, che sono i sette spiriti di Dio, inviati a tutta la terra. Ed egli venne e prese (il libro con i sette sigilli) dalla destra di Colui, che siede sul trono. E quand’ebbe preso il libro, i quattro esseri viventi e i ventiquattro seniori si prostrarono dinanzi all’Agnello, tutti con un’arpa e con coppe d’oro piene di profumi, che sono le preghiere dei Santi. E cantavano un cantico nuovo: “Degno sei Tu, o Signore, di prendere il libro e di aprire i suoi sigilli. Poiché Tu sei stato sgozzato e col tuo Sangue ci hai comprato” ». – La figura di Cristo nell’Apocalisse è la più sublime di tutto il Nuovo Testamento, essa illumina persino quella del quarto Vangelo e ci fornisce così anche una prova a favore dell’intrinseca credibilità di questo libro, del quale diremo presto. Giovanni nel suo Vangelo ha scritte le rivelazioni di Gesù, quelle però di quaggiù; nell’Apocalisse invece egli Lo contempla nello splendore sconfinato dell’al di là: « Io vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri la figura d’un figliolo d’uomo. Portava un mantello ondeggiante e intorno al petto una fascia d’oro. Il suo capo e i suoi capelli eran bianchi come candida lana, i suoi occhi come fiamme di fuoco, e i suoi piedi come bronzo arroventato nella fornace, la sua voce come il rumore di acque impetuose. Nella sua destra teneva sette stelle. Dalla sua bocca usciva una spada affilata, a due tagli. Il suo volto splendeva come il sole ». Questo Gesù soggiogherà il demonio e quest’Agnello vincerà il dragone. L’Apocalisse, dopo aver esposto tutti gli orrori della storia, si sperde nell’Alleluja del Cielo trionfante. La grande Babilonia, la Roma di Nerone e di Domiziano, cadrà e lo stesso satana durante i « mille anni » della storia cristiana sarà represso e messo in ceppi; che se va raccogliendo tutte le energie per sferrare l’ultimo e più spaventoso assalto, sarà anche però confermata la sua irrevocabile rovina. « È gettato nello stagno di fuoco e di zolfo, dove sono pure la bestia e il falso profeta, e giorno e notte saranno tormentati per tutta l’eternità ». E poi dinanzi agli sguardi estasiati del veggente Giovanni salgono « il nuovo cielo e la nuova terra », e noi vorremmo piangere, vedendo l’immensa felicità, che ci attende dopo tanta tribolazione. Nessuno mai più di Giovanni, negli ultimi due capitoli dell’Apocalisse, ha scritto meravigliosamente del Cielo. « Il primo cielo e la prima terra sono passati, e anche il mare non è più — il mare, in mezzo al quale l’Apostolo sedeva esule e desioso! —. Io vidi la città santa, la nuova Gerusalemme discendere dal Cielo da presso Dio. Era ornata quale una sposa, che s’è abbigliata per il suo sposo. Dal trono udii una gran voce che diceva: ’”Ecco la tenda di Dio fra gli uomini. Egli abiterà ‘presso di loro. Essi saranno il suo popolo, ed Egli, Iddio, sarà presso di loro. Asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. Non vi sarà più morte, non lutto, non lamento e non più dolore. Perché quello ch’era un tempo è passato”. Colui, che sedeva sul trono, disse: “Ecco, faccio tutto nuovo” » È questa la consolazione dell’Apocalisse, di questo libro misterioso, l’ultimo del Nuovo Testamento, che la Provvidenza ha regalato alla cristianità, perché lo porti con sé come viatico lungo i millenni, sino alla seconda venuta di Cristo. Nonostante tutti i delitti, le persecuzioni e le seduzioni, Iddio è sopra tutto, è anzi in tutto; nemmeno il dragone e la bestia possono oltrepassare i confini loro assegnati da Dio e vengono ingaggiati per l’attuazione di disegni, che sono oscuri ma altrettanto sublimi. E anche se in questo tempo del mondo il bene e il male si trovano apparentemente indistinti sotto i sigilli degli eventi, l’occhio di Dio però ha notato già i fedeli con segno particolare: « Non recate danno alla terra e al mare e alle piante, finché non abbiamo contrassegnati i servi del Dio nostro con un sigillo sulla loro fronte ». Il nostro tempo è veramente apocalittico; saremmo tentati di pensare che in realtà « il satana sia stato sciolto di nuovo per sedurre i popoli ai quattro angoli della terra e per adunarli a battaglia »; faremo dunque tanto bene a salvarci dall’orrore e dalla malvagità, che ci circondano, poggiando sul solido terreno di questo libro consolante. Esso non è stato scritto meno per noi che per le comunità cristiane oppresse dell’Asia Minore sul finire del primo secolo: « Non sigillare le parole profetiche di questo libro! Perché il tempo è vicino. Il malfattore faccia il male ancor più e l’impudico ancor più l’impudicizia. Ma il giusto agisca ancor più giustamente e il santo ancor più si santifichi. Ecco, Io vengo presto e con Me la mia mercede per compensare ciascuno secondo il suo operato ».

L’EVANGELISTA

Ogni esilio ha un giorno fine; su tutti i mari v’è una volta ritorno. Anche Giovanni poté far ritorno dalla solitaria isola di Patmos al suo gregge in Efeso al tempo dell’imperatore Nerva, ch’era di buoni sentimenti e revocò i crudeli decreti del suo predecessore Domiziano, ch’era stato ucciso. Oh, quanto volentieri l’Apostolo sarebbe partito per la patria del Cielo per essere col Signore! « Vieni, Signore Gesù! ». Ma gli restava ancora da compiere l’opera più sublime, quell’opera, che, come un fuoco sulle vette, dalla vetta del primo secolo doveva continuare a risplendere dinanzi a tutte le future generazioni cristiane; doveva scrivere il Vangelo. – Giovanni, il vecchio bianco e tremante, tanto debole ormai, che, secondo la leggenda, non era più in grado di predicare se non l’unica e sempre medesima frase: « Figlioletti, amatevi l’un l’altro! », di sua iniziativa non avrebbe steso per iscritto un Vangelo; le sue due ultime lettere, che fan l’impressione di scritti asmatici, provano chiaramente quanto tornasse penoso al vegliardo lo scrivere. Tutte e due le volte sospira: « Avrei da scrivervi (scriverti) ancor tante cose; ma non lo voglio fare con carta e inchiostro. Spero però di venire da voi; allora ci parleremo a viva voce, perché la nostra gioia sia completa ». Il Frammento così detto Muratoriano, antichissimo documento della fine del secondo secolo, riferisce esplicitamente che Giovanni scrisse il suo Vangelo dietro l’insistente preghiera di discepoli e di Vescovi; e dello stesso fatto ci assicurano altri scrittori ecclesiastici antichi, quali Ireneo (+ 202), Clemente alessandrino (214) Terttulliano (+ 240), Origene (+ 254) e Girolamo (+ 420). Quest’ultimo compendia così la tradizione ecclesiastica: « Giovanni, l’Apostolo, che Gesù amò più di tutti, il figlio di Zebedeo, il fratello dell’apostolo Giacomo, che Erode decapitò dopo la morte del Signore, scrisse ultimo di tutti un Vangelo, dietro preghiera dei Vescovi dell’Asia ». – Fecero davvero opera di bene quei primi nostri fratelli di fede, quando pregarono Giovanni di scrivere un Vangelo! Certamente era già a loro disposizione il meraviglioso Vangelo uno e trino di Matteo, Marco e Luca, ch’è un triplice splendore dell’unico Cristo; e Giovanni riconobbe la verità di quelle informazioni; un’antica tradizione orientale, trasmessaci da Isodad de Merw, riferisce: « Poichè i fratelli ritenevano che la testimonianza di Giovanni fosse più sicura di quella di ogni altro, perché egli aveva avuto rapporti con nostro Signore fin da principio, portarono a lui gli altri tre libri del Vangelo per sapere quale fosse la sua opinione al riguardo. Egli lodò altamente la verità degli Autori e disse che i libri erano stati scritti per mezzo della grazia dello Spirito ». Giovanni stesso però sapeva bene e anche meglio di tutti gli altri quanto vi sarebbe stato da dire ancora di quel Sublime, che tutti i libri del mondo non valgono a contenere; la pienezza di Cristo è troppo profonda perché possa mai essere esaurita; tutto quello, che di Lui continuamente si dice, si scrive o si canta con giubilo — « quantum potes tantum aude, quia maior omni laude, nec laudare sufficis!—, non è che un misero calice, immerso in un mare sterminato. Anche Giovanni quindi non poté offrirci di Cristo che un calice, anche se è certamente il più ricolmo e il più spumeggiante; alle parole, che di Lui sono state già dette, vuole aggiungere anche la sua, la più sublime e l’ultima, affinché, come lo scampanio dei bronzi festanti all’imbrunire della vigilia, echeggi e vibri ancora nel silenzio ormai imminente. Giovanni dunque s’alza, dimentica debolezza e vecchiaia, tocca le corde e ne sprigiona sin dall’inizio vigorosi accordi: « In principio era il Verbo. E il Verbo era presso Iddio. E il Verbo era Iddio », conquistandosi, sebbene stanco, il posto di corifeo fra gli Evangelisti. Negli Atti di Giovanni v’è una leggenda, che dipinge drammaticamente quell’ora d’incalcolabile portata: l’Apostolo scrive il suo Vangelo fra lampi e tuoni e tremar del monte; « il discepolo Procoro cade al suolo mezzo morto; Giovanni lo prende per mano, lo rialza e gli ordina di mettersi a sedere alla sua destra; indi prega un’altra volta, apre la bocca e con lo sguardo rivolto verso il Cielo, dice:  “In principio era il Verbo… ”. Giovanni parlava stando in piedi, Procoro scriveva sedendo, e così fecero per due giorni e sei ore ». Lo scopo e il significato del suo Vangelo ci sono notificati dall’Apostolo stesso verso la fine, quand’egli dice: « Questo è stato scritto, affinché crediate che Gesù è il Messia, il Figlio di Dio, e affinché nella fede abbiate la vita nel suo Nome ». Con la sua ultima informazione l’Evangelista intendeva certamente reprimere anche le eresie pullulanti al suo tempo e anzitutto quella di Cerinto, che spacciava Cristo come una congiunzione di uomo e di Angelo, quella degli Gnostici, che ritenevano il mondo creato come cattivo in se stesso, e anche quella dei discepoli di Giovanni — appunto a Efeso contavano molti aderenti —, che stimavano il Battista superiore al Cristo; contro questi ultimi, discepoli ciechi del Precursore, Giovanni, che sulle rive del rumoroso Giordano era stato pure discepolo del Battista, adduce le umili ma insieme anche energiche testimonianze di lui: « Giovanni riconobbe e non si smentì e disse apertamente: “Non sono io il Cristo… Io sono solo inviato qual suo Precursore. Egli deve crescere, io debbo diminuire”». Eppure, il desiderio dell’evangelista Giovanni non è la difesa, ma l’esposizione della verità, perché il focoso Boanerges aveva appreso nella sua lunga vita anche questo: la migliore confutazione dell’errore è la stessa luminosa verità. Entrando nel Vangelo di Giovanni, ci sorprendono i brividi della venerazione, come quando mettiamo piede in una grande cattedrale dove sia esposto il Santissimo Sacramento, e ardano le candele e s’elevi giubilante il « Tantum ergo ». Sì, « Tantum ergo Sacramentum »: veneriamo chini profondamente un sì grande Sacramento! « Genitori Genitoque »: al Genitore e al Generato lode e giubilante canto! « Genitori Genitoque »: è questo il tema proprio del quarto Vangelo: il Procedente dal Padre prima di tutti i tempi, Figlio consostanziale di Dio, il suo Unico, che riposa sul Cuore del Padre, inviato da Dio nel mondo, non per giudicare il mondo, ma perché il mondo per mezzo di Lui sia salvo; i profondissimi misteri cristiani della Trinità, dell’Incarnazione e della Redenzione emergono dovunque dalle parole del quarto Vangelo con tanta chiarezza. Il prologo, portale sontuoso di tutto il libro, annunzia subito a tinte cariche quanto poi osserviamo nel santuario stesso: il Verbo, ch’era in principio, ch’era presso Iddio ed era Iddio stesso, è divenuto carne ed ha abitato fra noi; e noi abbiamo visto la sua gloria, la gloria dell’Unico dal Padre. E della sua pienezza noi tutti abbiam ricevuto grazia su grazia. Si può quindi dire che quello, che gli altri Evangelisti manifestano chiaramente soltanto alla fine della via, dopo i miracoli, dopo la risurrezione e l’ascensione, nel Vangelo di Giovanni splende, qual sole a mezzodì, profuso già nella prima pagina. Il quarto Vangelo, dunque, è profondamente diverso dai tre più antichi dei Sinottici sin dalla presentazione esterna della vita di Gesù. Matteo, Marco e Luca riferiscono in prevalenza l’attività svolta da Lui fra il popolo semplice laggiù, in Galilea, e la sua predicazione del regno di Dio; Giovanni invece ci presenta il Maestro su di un altro teatro, e cioè lassù, in Giudea, nella capitale Gerusalemme, alle prese con gli uomini che guidavano il popolo e avversavano Lui. Nella prima parte (capi 1, 19-4, 54) abbiamo gli inizi della manifestazione del Signore: testimonianze del Battista e dei discepoli, miracolo di Cana, purificazione del Tempio, colloqui con Nicodemo e con la Samaritana, guarigione del figlio dell’ufficiale regio. Una seconda parte (capi 5, 1-12, 50) abbraccia il progresso e l’approfondimento dell’automanifestazione di Gesù per mezzo di miracoli e discorsi: guarigione dell’ammalato alla piscina di Bethesda, moltiplicazione dei pani, cammino sulle onde, guarigione del cieco nato, risurrezione di Lazzaro; il discorso di Gesù sulla sua consostanzialità col Padre, il discorso eucaristico, i discorsi fatti nella festa dei Tabernacoli e in quella della Dedicazione del Tempio. – La terza parte (capi 13, 1-20, 31) racconta come il Signore abbia completato il suo insegnamento e abbia dato le supreme prove del suo amore: lavanda dei piedi, discorsi di addio ai discepoli, preghiera pontificale, passione, morte e risurrezione. Giovanni ha in comune con i Sinottici, oltre la storia della passione, solo quattro tratti maggiori: la moltiplicazione dei pani, il camminar sul lago, l’unzione a Betania e l’ingresso solenne a Gerusalemme la domenica delle Palme. Tutta l’informazione evangelica di Giovanni s’aggira e s’appoggia ai cinque viaggi di Gesù a Gerusalemme, e i sette miracoli, che vi si raccontano, emergono dai discorsi come alti monti da un profondo e azzurro lago. – Anche maggiore della esterna è l’intima differenza del Vangelo di Giovanni da quello dei Sinottici. Nei primi tre Vangeli Gesù appare il predicatore semplice e benigno del popolo, tutto misericordia dinanzi alle sue tribolazioni, tanto paziente di fronte alla sua tardezza, che cerca di condurlo adagio, un po’ alla volta verso le altezze della fede; il Gesù invece del Vangelo di Giovanni è il Figlio di Dio circonfuso di maestà, esistente prima del mondo, ultraterreno, uguale al Padre; il pensiero corre alle rigide e austere immagini bizantine di Cristo, che probabilmente furono ispirate dal Vangelo giovanneo, corre all’idea del « Pantokrator », dell’onnipotente e sovrumano signore e dominatore. Non quasi questo Vangelo passi sotto silenzio o addirittura cancelli l’umanità di Gesù; che anzi, a confutazione delle fantasticherie gnostiche, secondo le quali Egli non avrebbe avuto che un corpo apparente, proprio in Giovanni abbiamo dei tratti commoventi della sua umanità e benignità: Egli per stanchezza si mette a sedere al pozzo di Giacobbe; piange sul sepolcro di Lazzaro; si consola all’amore di Giovanni; si lascia commuovere dal pensiero della morte. In Giovanni però attraverso a questa umanità, come attraverso a trasparente nube, s’apre la via l’abbagliante potenza della divinità del Signore; e anche i suoi discorsi son qui più solenni, più gravi, più sostenuti che nei Sinottici: « In verità, in verità Io vi dico… »; si confronti, ad esempio, il discorso sul monte in Matteo con i discorsi nella festa dei Tabernacoli in Giovanni, e balzerà subito agli occhi la differenza notata, differenza come fra una sorgente lietamente gorgogliante e un torrente largo e solenne, che ne fluisce. Gli increduli salutano con piacere queste divergenze del quarto Vangelo, che servono loro di argomento per respingerlo come non genuino; di qui la battaglia intorno a questo Vangelo è divenuta la battaglia per la divinità di Gesù Cristo. Ma già i Padri della Chiesa avevano notato le differenze fra Giovanni e i Sinottici, senza che per questo siano deviati; chiamano l’ultimo Vangelo il Vangelo « pneumatico » = spirituale, a differenza del « somatico » = corporale dei Sinottici, come leggiamo in Clemente Alessandrino; lo esaltano quale « fiore e sigillo del Vangelo », come « colonna della Chiesa »; nessuno però forse ha detto  più stupendamente di Origene intorno alla dignità di questo libro: « Osiamo affermare che i Vangeli sono le primizie di tutta la Scrittura Sacra, ma il Vangelo di Giovanni è la primizia dei Vangeli. Poteva comprenderne il senso solo colui, che riposò sul Cuore di Gesù e da Gesù ricevette pure Maria ». – Le divergenze di questo Vangelo dagli altri — divergenze, si noti, non Opposizioni! — non costituiscono di fatto un enigma insolvibile; insolvibile è invece per gli increduli la questione, come mai fin dalla prima metà del secondo secolo si sia potuto introdurre e diffondere nella Chiesa un Vangelo, che si distaccava dai precedenti tanto marcatamente. È ovvio piuttosto che, se Giovanni si accinse alla composizione d’un Vangelo, sebbene ormai fosse uno stanco vegliardo, non volle ripetere e compendiare le notizie già conosciute, ma, presupposti i precedenti Vangeli, volle mettere in evidenza un aspetto della vita di Gesù, che dai Sinottici era stato quasi omesso, E cioè l’opera sua a Gerusalemme. Non può quindi essere altrimenti: il Vangelo di Giovanni deve essere diverso da quello degli altri fin dalla sua cornice esterna; entrano così in scena la città orgogliosa, il ceto delle guide responsabili del popolo, la categoria degli addottrinati, dinanzi ai quali il modo di condursi di Gesù diverso si spiega facilmente: laggiù, fra il semplice popolino di Galilea, Egli poté presentarsi qual salvatore benigno, tutto proteso ad aprirsi un varco nel cuore delle folle per mezzo dei miracoli della sua carità e con le prediche ornate d’immagini e di poesia; lassù invece a Gerusalemme, fra i circoli autorevoli e i dotti in teologia, fin da principio poté dar notizia di quello che veramente era e in solenni discorsi e repliche avanzare i diritti della sua missione messianica. – S’aggiunge inoltre anche un altro fatto, certamente: i primi Evangelisti non poterono esporre le verità più profonde del Signore a una cristianità, ch’era ancora nella sua infanzia; raccontano i fatti della vita di Gesù secondo ch’erano avvenuti storicamente, senza addentrarsi nelle interpretazioni e spiegazioni teologiche; persino Paolo si lamenta ancora della comunità cristiana di Corinto, poco progredita, ancora nell’infanzia spirituale: « Fratelli, non potei parlare con voi come con uomini spirituali, ma solo come con uomini di sentimenti terreni, come con bambini in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non solido cibo, perché non lo potevate ancora tollerare; non lo potete nemmeno adesso ». Giovanni invece, che scrisse il suo Vangelo alla fine del primo secolo, ebbe a che fare con una situazione spirituale ben diversa e più felice; la sua cristianità aveva frequentato la prima scuola del Vangelo ed era quindi maturata per la pienezza della verità cristiana. Non si concluda però da quanto sopra che Giovanni abbia messe innanzi delle verità del tutto sconosciute ai Sinottici; il quarto Vangelo non aggiunge nulla di essenzialmente nuovo alle verità fondamentali, annunziate dagli Evangelisti precedenti; si riscontrano in questi dei testi riguardanti la persona del Cristo, che con ragione sono stati detti senz’altro « giovannei », come, ad esempio, quello che leggiamo in Matteo: « Tutto mi è stato trasmesso dal Padre mio. Nessuno conosce il Figlio se non il Padre; e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui, al quale il Figlio lo vuole rivelare ». Anche i Sinottici conoscono un’attività di Gesù a Gerusalemme; Matteo e Luca riferiscono quel commovente lamento del Signore sulla Capitale: « Gerusalemme, Gerusalemme, quante volte ho voluto radunare i tuoi figli, come una gallina prende i suoi pulcini sotto le sue ali! ». I Sinottici dunque non contradicono Giovanni, né Giovanni smentisce i Sinottici, bensì li completa, e quello che di Gesù nei primi fu solo notato, in Giovanni ottiene uno sviluppo più vasto e prospettive più profonde. A questo riguardo possiamo anzi affermare che Giovanni stesso, nel corso di tanti decenni, penetrò sempre più profondamente nel mistero del Cristo; giacché nella sua conoscenza non si giunge mai alla fine; sebbene già in Lui, siamo tuttavia sempre in cammino verso di Lui; possiamo raggiungerLo, ma mai comprenderLo. Nel Vangelo di Giovanni, insieme con la vita di Gesù, freme pure l’esperienza religiosa propria dell’Evangelista; le parole e le opere del Signore son divenute patrimonio spirituale del Discepolo dell’amore, e questi le trasmette alla cristianità, mentre è sotto l’influsso delle ricchezze accumulate con le pie riflessioni del suo spirito e con l’amore del suo cuore; egli, l’amico del Signore, aveva fatto propri i pensieri e anzi le parole stesse di Lui e ce li trasmise con quella libertà, che l’amicizia può concedersi; del resto in chi mai le idee e i discorsi del Signore potevano essere custoditi più fedelmente che nel cuore dell’amico Giovanni? Ci commuove, quand’egli stesso giura, per così dire, la verità delle sue parole nella prima lettera, che scrisse per accompagnare il suo Vangelo: « Quello, ch’era da principio, quello che noi abbiamo udito e visto con i propri occhi, quello che abbiamo osservato e palpato con le nostre mani, voglio dire il Verbo della vita, questo annunciamo a voi. La vita è apparsa visibilmente; noi l’abbiam veduta. Noi vi testifichiamo e annunciamo la Vita eterna, ch’era presso il Padre ed è apparsa visibilmente. Quello dunque che abbiam visto e udito annunciamo a voi, affinché anche voi abbiate comunione con noi ». E in realtà basta uno sguardo anche superficiale al quarto Vangelo per persuadere il lettore non prevenuto di un’onestà a tutta prova dell’Evangelista, come pure della sua meticolosa conoscenza delle minime circostanze della vita di Gesù. Si leggano, ad esempio, la relazione della chiamata dei primi discepoli, quella della guarigione del cieco nato, quella della risurrezione di Lazzaro, e altre ancora. Nel quarto Vangelo inoltre sorprende che non siano mai ricordati i nomi dell’evangelista Giovanni e di suo fratello Giacomo, come neppure quelli dei loro genitori, contrariamente ai Vangeli precedenti, nei quali il posto eminente dei due fratelli Apostoli è ricordato spesso ed esplicitamente. Quando Giovanni riferisce di se stesso, lo fa sempre in modo da conservare l’anonimo, con quelle espressioni: « Un altro discepolo…, il discepolo, che Gesù amava… ». Ora questo modo tacito di scrivere intorno ad uno degli Apostoli più quotati si comprende solo se l’evangelista stesso era l’Apostolo Giovanni; egli ha taciuto modestamente il suo posto e lo stesso suo nome. Al termine del quarto Vangelo gli anziani di Efeso aggiunsero l’ultima proposizione: « Questo è il Discepolo, che testimonia queste cose e queste cose ha scritto. Noi sappiamo che la sua testimonianza è vera »: noi, i credenti di venti secoli dopo, lo sappiamo e lo crediamo con loro. La Chiesa nella sua Liturgia dispone che i fedeli s’alzino in piedi alla lettura dei santi Vangeli, ordina anzi al celebrante di baciare questi quattro santi libri come un carissimo tesoro; ma dinanzi al Vangelo di Giovanni ella cade in ginocchio: « Il Verbo è divenuto carne… ». Rendiamo grazie alla divina Provvidenza, perché per mezzo di Giovanni ha fatto dono all’umanità dell’ultima e più sublime rivelazione! Insieme però vediamo di calmare la nostra sete di Dio con quest’acqua santa, che scende giù rumoreggiando dal più alto nevaio; perché, se la vita religiosa di molte persone anche pie impoverisce e diventa ordinaria, lo si deve anche al fatto che attingono soltanto a sorgenti poco profonde; Giovanni ritenne che la cristianità vivente sulla fine del primo secolo fosse abbastanza matura per la pienezza di Cristo. Oh, fossimo anche noi maturi per questo sublimissimo dono della rivelazione, per ricevere dalla pienezza di Cristo grazia su grazia! Ce lo porge con mano tremante l’incanutito Giovanni!

IL PASTORE

Lo scrittore ecclesiastico Origene fa la stupenda dichiarazione: « La tromba di Giovanni suonò una volta ancora per cantare con le lettere ». Sono tre. La prima, se la giudichiamo dalla forma, la diremmo piuttosto una predica o una pia riflessione; è diretta alle chiese dell’Asia Minore e fu ritenuta sempre, dai primi secoli sino a noi, come una lettera accompagnatoria del Vangelo. La seconda porta lo strano indirizzo: « All’eletta Signora e ai suoi figli », col quale Giovanni si rivolge e onora una chiesa, che non voleva ulteriormente determinare. Il destinatario della terza è « il diletto Gaio », un membro tanto benemerito di quella comunità, cui era indirizzata la seconda lettera. Queste tre lettere costituiscono certamente la parte più commovente di tutti gli scritti dell’Apostolo; commuovono già perchè in esse trapela finalmente la stanchezza della vecchiaia. La mano veneranda stenta ormai a condur la penna, tanto che nella seconda e terza lettera mette punto dopo tredici e quindici versetti; non guizzano più nuovi pensieri: il vulcano, da cui l’eruzione dell’Apocalisse, il cuore, donde il torrente del Vangelo, stanno per spegnersi. In queste lettere ritornano i pensieri e le immagini, che incontriamo nel Vangelo: luce e tenebre, menzogna e verità, amore e odio, vita e morte; il vecchio Apostolo anzi prende da quello le stesse frasi e intere proposizioni. È l’aquila, eppure si dimentica e si ripete, proprio come si dimenticano i vecchi e ripetono sempre le stesse poche cose, che però sono l’essenziale: « Scrivo a voi, padri: Voi avete riconosciuto Colui, che è da principio. Scrivo a voi, giovani: Voi avete vinto il maligno. Scrivo a voi, fanciulli: Voi avete riconosciuto il Padre. Io ho scritto a voi, padri: Voi avete riconosciuto Colui, che è da principio. Ho scritto a voi, giovani: Voi siete forti. La parola di Dio rimane in voi. Voi avete vinto il maligno ». Nonostante questa umana debolezza, Giovanni s’accinse a scrivere delle lettere, perché l’amore e la sollecitudine per i suoi « figli » non gli permettevano di riposare ancora; li minacciava da parte del mondo la seduzione e dalle proprie file la scissione e l’eresia. Come un patriarca già ammantato della luce dell’alba eterna, il Discepolo dell’amore consegnò loro l’ultima volontà, ch’era la fede nel Signore e la carità anche verso i fratelli per amore di Lui. « Chiunque crede che Gesù è il Messia, è nato da Dio. E chiunque ama il Padre, ama pure il figlio di Lui… Se qualcuno dice: Amo Iddio, ma frattanto odia il fratello suo, questi è un menzognero; poiché chi non ama il fratello che vede, non può neppure amare Iddio, che non vede. Noi dunque abbiamo questo comandamento da Lui: Chi ama Iddio, deve amare anche il fratello suo ». – Le lettere di Giovanni ci rivelano di lui il ritratto più commovente: il Veggente di Patmos, che previde gli eventi giganteschi di tutta la storia umana, non dimentica d’esser sollecito per i figli che lottano « nella concupiscenza degli occhi, nella concupiscenza della carne e nella superbia della vita »; l’Evangelista, pur rapito nell’esultanza del Verbo eterno, dichiara: « Non v’è per me gioia più grande che sentire che i miei figli camminano nella verità ». Nell’ultimo capitolo del suo Vangelo riferisce la triplice interrogazione, rivolta dal Signore a Pietro: « Simone, figlio di Giovanni, Mi ami tu? — Pasci i miei agnelli! »; nelle sue lettere è egli stesso un fulgido esempio del suo amore verso il Signore, che appunto per questo si dona nella sollecitudine per il gregge di Lui. Clemente Alessandrino ci ha trasmesso un episodio, che al suo tempo — + 214 — si raccontava ancora nei riguardi del vecchio Apostolo e che bene completa questi rilievi intorno alle sue pastorali sollecitudini: un giovane era stato guadagnato a Cristo da Giovanni; più tardi però incappò su cattiva strada e divenne addirittura il capo d’una banda di briganti; il vecchio Giovanni, di ritorno dall’esilio, non risparmiò né viaggi né fatiche finché ricondusse all’ovile il giovane traviato. Giovanni il veggente, Giovanni l’aquila, Giovanni il pastore! Ov’è maggior grandezza?

IL SANTO

Giovanni morì vecchio di quasi cent’anni, circa settanta dopo la risurrezione del Signore, al tempo dell’imperatore Traiano (98-117), probabilmente nell’anno 104. A somiglianza dei primi padri dell’umanità, anche Giovanni, vero patriarca della cristianità, ricevette il dono d’una età longeva, affinché in lui e per mezzo di lui la giovane vita cristiana avesse a formarsi e a rinvigorirsi. Un’età così straordinariamente lunga provocò il sospetto che Giovanni non dovesse affatto morire, tanto più che Gesù stesso un giorno aveva detto all’Apostolo una parola, che poteva essere interpretata in questo senso. Quando cioè il Signore predisse a Pietro la sua fine dolorosa, questi, mosso da desiderio e invidia insieme, volse il suo viso all’amico Giovanni e la sua parola a Gesù, chiedendoGli: « Signore, e di costui che cosa sarà? »; e il Signore, preciso e conciso, gli diede la risposta che non ammetteva replica: « Se voglio ch’egli rimanga in vita finch’Io ritorni, che te ne dai tu pensiero? ». Negli ultimi anni di vita, quando s’era diffusa la voce che quella misteriosa parola del Signore voleva significare la sua immortalità terrena, Giovanni aggiunse un’appendice al suo Vangelo per opporsi a quella interpretazione: Gesù non gli aveva detto: “Egli non muore”, ma:  s’Io voglio ch’egli rimanga in vita finch’Io ritorni, che te ne dai tu pensiero?” ». L’Evangelista non spiega nemmeno lui quella parola, la propone semplicemente così, come il Signore l’aveva detta: Egli disse non che Giovanni sarebbe rimasto in vita, ma solo: se rimanesse questo non riguardava affatto nessuno, nemmeno Pietro. Da quest’ultima parola di Giovanni traluce ancora una volta quel misterioso amore, che lo stringeva a Gesù. Secondo la leggenda, quando sentì prossima la fine, egli stesso si portò al luogo del sepolcro; un’immagine di Luca Cranach il Vecchio rappresenta questa autosepoltura dell’Apostolo in maniera meravigliosamente cara e ingenua: dopo l’ultima liturgia domenicale, Giovanni, stanco, s’allontana dal popolo in preghiera e scende giù per i gradini incontro alla morte, come la sapienza nel « Teatro del mondo » del Calderon: « Vieni, Signore Gesù! »; al di sopra, un fanciullo spegne l’ultima candela dell’altare. Il tempo apostolico non è più; l’ultima vetta è scomparsa. Scomparsa? Il grande Agostino riferisce che uomini degni di fede gli assicuravano ancora al tuo tempo (+ 430) che il sepolcro di Giovanni s’alzava e s°abbassava al respiro tranquillo del sepolto. È almeno un simbolo stupendo! Il respiro di Giovanni, del discepolo dell’amore, palpita lungo tutti i secoli cristiani, ora elevandosi, ora abbassandosi; « Giovanni rimane in vita finché ritorna il Signore »; l’amore verso Gesù, ch’egli ha acceso con mano tremante, non si spegnerà mai più nell’umanità. La sua sepoltura a Efeso è già attestata dal Vescovo Policrate verso il 190. Il suo sepolcro fu celebre; probabilmente fu aperto al tempo dell’imperatore Costantino, che volle costruirvi sopra una nuova chiesa; invece però di resti mortali, si trovò solo un po’ di polvere, « manna », e per questo fatto attecchì la leggenda che anche Giovanni fosse stato assunto in Cielo col corpo. La Chiesa latina celebra la sua festa il giorno 27 dicembre, in prossimità del Natale, e anche in questo v’è un profondo significato: si tratta, per così dire, d’un ringraziamento per il solenne Vangelo, ch’egli intona a Natale: « In principio era il Verbo… Il Verbo è divenuto carne ». Anticamente tutti e tre gli Apostoli primi fra i Dodici, Pietro, Giacomo e Giovanni, erano festeggiati il giorno 27, come corteo d’onore e primizie di Colui, della cui pienezza essi hanno ricevuto prima di tutti gli altri. Il nome gentile di Giovanni — «Iddio è benigno » — risulta imposto come nome di battesimo sino dal quinto secolo e oggi è forse il nome più diffuso e conosciuto, anche se spesso è purtroppo così mutilato da non essere più riconoscibile. Giovanni, in un quadro del Rubens, è raffigurato col calice: secondo la leggenda, il gran sacerdote di Diana ad Efeso avrebbe offerto all’Apostolo un calice avvelenato per mettere a prova così la verità di quanto diceva e la sua santità; alla benedizione di Giovanni sarebbe sfuggito dal calice un serpente. Nella bella immagine del Rubens non v’è il serpente, si vede solo il calice, il calice santo. Giovanni e il calice! Un giorno ormai tanto lontano, nel tempo d’oro del primo amore, il Signore gli aveva domandato: « Potete voi bere il calice, ch’Io berrò? »; nell’ultima Cena s’era seduto vicinissimo alla preziosa e santa coppa, quando risuonarono le parole della transustanziazione: « Questo calice è il Nuovo Testamento nel mio Sangue »; qualche ora dopo aveva sentito sul Monte degli Olivi la supplica: « Padre, passi da Me questo calice »; e sul Calvario forse aveva disposte le mani a calice per raccogliere quel Sangue santissimo, che scorreva giù dalla Croce. Oh, il calice! Anche Giovanni lo bevette durante una vita intensa di lavoro e di fatica, di dolore e di amore, lo sorseggiò sino all’ultimo. Il calice resta il simbolo della sua più intima comunione col Signore. Nel giorno di San Giovanni la Chiesa porge ai fedeli un calice con vino dal colore d’oro e ordina loro: « Bibe amorem sancti Joannis — bevi l’amore di San Giovanni! ». O Giovanni santo, ottieni a noi, con la tua preghiera, la sete e l’ebbrezza dell’amore di Gesù Cristo.

DISCORSO SUL SEGRETO DELLA FRANCO-MASSONERIA (2)

DISCORSO SUL SEGRETO DELLA FRANCO MASSONERIA (2)

DI MONSIGNOR AMAND JOSEPH FAVA

VESCOVO DI GRENOBLE

LIBRERIA OUDIN, EDITORE – 1882

Cromwell (Olivier), adepto di Socino, fondò la Massoneria in Inghilterra.

« Una volta stabilitisi in Polonia – dice Bergier – i sociniani inviarono emissari a predicare la loro dottrina in Germania, Olanda ed Inghilterra. Essi non ebbero molto successo in Germania; protestanti e Cattolici si unirono per smascherarli. In Olanda si mescolarono agli anabattisti; in Inghilterra trovarono sostenitori tra le varie sette che dividevano le menti di quel regno. Così dispersi, venivano chiamati con nomi diversi…. Furono chiamati ovunque Unitari o Sociniani, e questo nome di Sociniani divenne comune a tutti i settari che negano la divinità di Gesù Cristo ». – Art.: Sociniani.  – L’Abbé Lefranc, già citato, afferma che la Massoneria attiva passò dalla Polonia all’Inghilterra. « La Massoneria – dice – è la quintessenza di tutte le eresie che hanno diviso la Germania nel XVI secolo. I luterani, i calvinisti, gli zuwingliani, gli anabattisti, i nuovi ariani, tutti coloro, in una parola, che attaccano i misteri della Religione rivelata, tutti coloro che contestano la divinità di Gesù Cristo, la maternità divina della Beata Vergine; tutti coloro che non riconoscono l’autorità della Chiesa Cattolica o che rifiutano i Sacramenti; coloro che non sperano in un’altra vita, che non credono in Dio, o perché si convincono che non si immischi nelle cose di questo mondo, o perché desiderano che non lo faccia: questi sono tutti coloro che hanno dato vita alla Massoneria, o con i quali i massoni si sono associati e di cui il loro ordine è ora formato. »  « È dall’Inghilterra – continua l’Abbé Lefranc – che i massoni di Francia pretendono di trarre la loro origine; è quindi tra i nostri vicini che dobbiamo esaminare il progresso della Massoneria. All’inizio del XVII secolo non se ne parlava. Solo a metà del secolo fecero la loro comparsa segnalandosi sotto il regno di Cromwell, perché furono incorporati con gli indipendenti che allora formavano un grande partito. Dopo la morte del grande protettore, il loro credito diminuì e solo alla fine dello stesso secolo riuscirono a formare delle assemblee separate, con il nome di Freys-Masons, uomini liberi, o libero-massoni; non furono riconosciuti in Francia e riuscirono a fare proseliti solo attraverso gli inglesi e gli irlandesi che passarono in quel regno con re Giacomo ed il pretendente. Fu tra le truppe che si fecero conoscere e attraverso di esse iniziarono a fare proseliti, che divennero formidabili dal 1760, quando ebbero alla loro testa M. de Clermont, abate di Saint-Germain-des-Prés. » – L’autore dell’opera intitolata: Les Francs-Maçons écrasés – l’Abbé Larudan – concorda con l’Abbé Lefranc, l’autore che abbiamo appena citato. In questo volume, stampato ad Amsterdam nel 1747, il segreto della Massoneria è chiaramente svelato: esso consiste nel negare la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, come abbiamo detto, per sostituire questo dogma, che è la base del Cristianesimo, con la religione naturale o razionalismo.  L’autore dell’opera: Les Francs-Maçons écrasés afferma che Cromwell diede al suo ordine il titolo di Ordine dei Franco-Massoni, perché il suo scopo era quello di costruire un nuovo edificio nella libertà, cioè di riformare l’umanità sterminando i re ed i poteri di cui questo usurpatore era il flagello. Ora, per dare ai suoi seguaci un’idea sensata del suo disegno, propose loro di ristabilire il Tempio di Salomone;  ed è in questo progetto che si deve ammirare ancora di più la grande intelligenza di quest’uomo straordinario che, sotto la cenere più pacifica, ha voluto nascondere questo formidabile fuoco di cui oggi si mostrano le scintille. E, in effetti, quale idea avrebbe potuto essere più pertinente ad un progetto di questa natura? Ed è qui, in particolare, che prego il lettore di esaminarne attentamente le minuzie ».  – « Il Tempio di Salomone fu costruito per ordine di Dio dato a quel principe. Esso era il santuario della Religione, il luogo dedicato in particolare alle sue auguste cerimonie; era per lo splendore di questo Tempio che questo saggio monarca aveva istituito tanti ministri incaricati di curarne la purezza e l’abbellimento. Infine, dopo diversi anni di gloria e di magnificenza, un formidabile esercito arrivò e abbatté questo illustre monumento. Il popolo che lì aveva reso omaggio alla Divinità fu messo in catene e condotto a Babilonia; da dove, dopo la più rigorosa prigionia, fu tratto dalla mano del suo Dio. Un principe idolatra, scelto come strumento della clemenza divina, permette a questo popolo disgraziato non solo di riportare il Tempio al suo antico splendore, ma anche di approfittare dei mezzi che mette a disposizione per riuscirvi. » – « Ora è in questa allegoria che i massoni trovano l’esatta somiglianza della loro società. Questo Tempio, dicono, nel suo primo lustro, è la figura dello stato primitivo dell’uomo, uscito dal niente. Questa religione, queste cerimonie che venivano praticate lì, non sono altro che questa legge comune incisa in tutti i cuori, che trova il suo principio nelle idee di equità e carità a cui gli uomini sono legati tra loro. La distruzione di questo Tempio, la schiavitù dei suoi adoratori, sono l’orgoglio e l’ambizione, che hanno introdotto la dipendenza tra gli uomini. Questi Assiri, questo esercito spietato, sono i re, i principi, i magistrati, il cui potere ha fatto piegare tanti sfortunati che essi hanno oppresso. Infine, le persone scelte e incaricate di restaurare questo magnifico Tempio sono i franco-massoni, che devono restituire all’universo la sua prima dignità. » È facile per il lettore vedere che l’autore di queste pagine attribuisce a Cromwell un’allegoria che appartiene a Fausto Socino, come abbiamo spiegato sopra; ma riconosciamo che Cromwell l’ha ben sviluppata e stampata così fortemente nella mente della Massoneria inglese tanto da passare sul continente europeo per diffondersi, da lì, nella Massoneria universale. Ne consegue che Cromwell, fedele discepolo di Socino, ripudiò la Rivelazione cristiana e rifiutò il dogma della Divinità di Gesù Cristo, per seguire i semplici dati della ragione; in una parola, per abbracciare il razionalismo sociniano. L’opera che noi citiamo, Les Francs-Maçons écrasés (I massoni schiacciati), fu stampata ad Amsterdam nel 1747, quarant’anni prima che Adam Weishaupt, il fondatore dell’Illuminismo tedesco, formulasse la dottrina massonica con la chiarezza che caratterizza il suo spirito. Per questo riteniamo utile ed interessante riportare qui alcune pagine di tale opera, per dimostrare che la dottrina massonica inglese, ripresa da Fausto Socino, è identica nella sostanza a quella dell’Illuminismo tedesco, che fu adottata a Wilhemsbad nel 1781, nel grande convento che vi si riuniva, e da cui si diffuse subito in tutto l’universo, grazie ai deputati che vi erano giunti da ogni parte del mondo. L’autore sopra citato continua: « La gente mi chiederà senza dubbio come abbia fatto a penetrare il significato di questa allegoria, per farne la giusta applicazione? Quale raggio luminoso è venuto a perforare l’orrore sacro di questa notte profonda che ne ha velato la struttura per me? A questo rispondo che, per lungo tempo immerso nelle tenebre, come un’infinità di altri, ho vagato come loro nell’avventura, senza poter prendere alcuna decisione, finché finalmente mille riflessioni sulla morale che mi veniva comunicata mi hanno aperto gli occhi fino a farmi intravedere il suo scopo, e di mostrarmene la prova, dopo un esatto parallelo delle cerimonie e degli usi di cui sono stato testimone nelle varie logge che ho frequentato e dove ho sempre trovato gli stessi geroglifici da indovinare, e di conseguenza lo stesso significato da penetrare. Ma per tornare alla Libertà e all’Uguaglianza, rappresentate dal Tempio di Salomone, questi attributi così essenziali per l’uomo, dicono i massoni, e così inseparabili dalla sua natura, gli sono stati dati dal Creatore solo come una proprietà propria, su cui nessuno aveva alcun diritto. È questo Dio che, traendo la natura dal nulla, ha fatto dell’uomo il suo principale ornamento, senza assoggettarlo a nessun altro potere che non sia il suo. È Lui che gli ha dato la terra da abitare solo come un essere indipendente dai suoi simili, al quale non può rendere omaggio senza diventare sacrilego e contravvenire formalmente ai suoi ordini. Invano – essi continuano – la superiorità del talento in alcuni, e la sublimità del genio in altri, sono sembrate richiedere il tributo del suo rispetto e della sua venerazione. Tutti questi vantaggi, riuniti un tempo in un grado più eminente di questo, non hanno nulla che giustifichi la sua empietà: il Dio geloso che lo ha formato non vuole condividerlo, e il suo incenso è impuro ai suoi occhi, non appena ne ha bruciato qualche granello sull’altare di quegli idoli fragili e deperibili a cui non vale la pena sacrificare vittime così nobili. In una parola, è degradare la propria natura, oscurare il suo splendore, perdere tutto il proprio valore, riconoscere in un qualsiasi uomo qualcosa di più di un suo pari e la cui condizione sia preferibile alla nostra. Questo è il ragionamento dei massoni, che cercano di rendere plausibile, sia con l’immagine della disgrazia degli uomini, sia con i mezzi che propongono per porvi rimedio. Ecco come si presentano i primi. – Se l’uomo – essi dicono – ha visto i suoi privilegi annientati, se è decaduto da questo stato glorioso, proprio della sua natura; in una parola, se si vede oggi subordinato con disgrazia e ignominia, o l’ambizione dei suoi simili, o l’oblio del suo stesso interesse, lo hanno fatto precipitare in questo abisso; se l’ambizione lo ha sprofondato in questo abisso, spetta quindi a lui uscirne, spetta a lui innalzare la bandiera dell’indipendenza e dell’uguaglianza, che è stata rubata dalle mani dell’orgoglio, ed esporla sulle macerie del mostro spietato che ha causato la sua rovina. Al contrario, se è lui stesso l’artefice della sua disgrazia, se il suo abbattimento è opera delle sue stesse mani, che apra gli occhi sulle catene alle quali si è condannato; che accetti l’aiuto di questa mano che si offre di romperle e di gravarne i tiranni. Spetta solo ai massoni compiere questi miracoli, riunire in un unico corpo tutte quelle famiglie diverse che, allontanandosi dalla loro origine comune, pur componendo un unico insieme, sono arrivate a fraintendersi a vicenda fino a voler comporre da sole questo insieme, di cui erano solo le parti. » – Ovviamente, i massoni del XVIII secolo pensavano come quelli di oggi e si esprimevano come i loro fratelli di oggi. Se qualcuno ne dubiti, ascolti la pagina seguente, tratta dallo stesso autore: « Ora questa dottrina, una volta ben assorbita – egli dice – non resta che metterla a frutto; ed è allora che i massoni fanno capire che nulla sia difficile per chi osa intraprendere: – capite, signori conservatori? – che l’opposto debba essere distrutto dal contrario; che la rivolta debba succedere all’obbedienza, il risentimento alla debolezza; che la forza debba essere opposta alla forza, l’impero della superstizione debba essere abbattuto per innalzare quello della vera religione, l’errore e l’ignoranza debbano essere dissipati per seguire solo le luci della natura; che è Dio che ha inciso questa luce nel cuore dell’uomo, che l’ha posta come lampada eterna per illuminare le sue azioni, come oracolo sicuro che deve ispirarlo, come guida immutabile che deve condurlo; che il Padrone del mondo, indifferente alle azioni delle sue creature, è geloso solo del loro omaggio; che il culto principale che Egli richiede loro è il semplice riconoscimento delle sue opere buone, il tenero ricordo dei suoi doni, ma che per questa dipendenza, accreditata per tanto tempo dalla cecità e dal pregiudizio, è necessario alla fine dissipare il prestigio, cancellare uno spettacolo lesivo della divinità, distruggere gli idoli che hanno osato competere con lui per l’incenso e, liberi per natura, tornare al possesso dei propri privilegi. – Questa morale, come si vede, è degna dei suoi autori e ha indubbiamente dato origine a quei termini mistici che i massoni usano quando dicono che la loro società si regge su tre colonne principali, cioè sulla Saggezza, sulla Forza e sulla Bellezza, che sono appunto gli attributi di questa legge di natura di cui si è appena parlato e l’uso di questa violenza che si deve fare. È anche ad essa che l’Ordine deve i suoi magnifici nomi di Tempio della Verità, Ingresso della Luce, Nuovo Mondo, Stella Radiosa, Sole Incomparabile, ecc. Chi non vede in questi termini di superstizione, pregiudizio, cecità, idoli che usurpano gli onori dovuti all’unico Dio della natura, il disprezzo gettato a piene mani sulla Religione cristiana e sul suo divino Autore? Il progetto della massoneria inglese era quindi quello di Socino: la distruzione del Cristianesimo. Cromwell, morto nel 1658, ricevette un magnifico funerale. « Il suo cadavere – dice Feller – fu imbalsamato e sepolto nella tomba dei re, con grande magnificenza; ma riesumato nel 1660, all’inizio del regno di Carlo II, venne  trascinato sulla rastrelliera, impiccato e sepolto ai piedi del patibolo. Così il figlio di Carlo I vendicò il padre su colui che era chiamato Protettore d’Inghilterra. Questi eventi dispersero coloro che si erano riuniti intorno a Cromwell; ma i sociniani continuarono a insinuare ovunque la loro dottrina, che non è altro che la massoneria. Ragon, un massone molto colto e molto seguito dalla setta, completa quanto abbiamo appena detto, riassumendo la storia della Massoneria inglese, nella sua opera intitolata: Ortodossia massonica, alle pagine 28 e seguenti. « Nel 1646 – egli scrive – il celebre antiquario Elijah Ashmole, grande alchimista e fondatore del Museo di Oxford, fu ammesso con il colonnello Main-Warraing alla Corporazione degli operai massoni di Warrington, nella quale cominciavano ad aggregarsi in modo cospicuo individui estranei alla Part de bâtir. « Nello stesso anno, una società di Rosa+croce, formatasi sulla base delle idee della Nuova Atlantide di Bacone, si riunì nella casa di riunione dei liberi massoni a Londra. Ashmole e gli altri confratelli della Rosa+croce, avendo riconosciuto che il numero dei lavoratori di mestiere era sorpassato da quello dei lavoratori intellettuali, perché il primo diminuiva ogni giorno, mentre il secondo aumentava continuamente, pensarono che fosse giunto il momento di abbandonare le formule di accoglienza di questi lavoratori, che consistevano solo in alcune cerimonie più o meno simili a quelle in uso tra tutti i mestieranti, che fino a quel momento erano servite agli iniziati come rifugio per ottenere seguaci. Essi le sostituirono, per mezzo di tradizioni orali di cui si servivano per i loro aspiranti alle scienze occulte, una modalità scritta di iniziazione ricalcata sugli antichi misteri e su quelli dell’Egitto e della Grecia; e il primo grado iniziatico fu scritto più o meno come lo conosciamo. Avendo questo primo grado ricevuto l’approvazione degli iniziati, il grado di compagno fu redatto nel 1648; e quello di maestro, poco dopo. Ma la decapitazione di Carlo I nel 1649, e il partito che Ashmole prese a favore degli Stuart, portarono grandi cambiamenti a questo terzo e ultimo grado che era diventato biblico, pur lasciando come base questo grande geroglifico della natura simboleggiato verso la fine di dicembre. Nello stesso periodo nacquero i gradi di Maestro-Segreto, Maestro-Perfetto, Eletto, Maestro-Irlandese, di cui Carlo I è l’eroe, con il nome di Hiram; ma questi gradi di consorteria politica non erano professati da nessuna parte; tuttavia, in seguito, costituiranno l’ornamento dello scozzismo. » – Ma i membri non lavoratori, accettati nella corporazione, le fecero assumere segretamente una tendenza politica, soprattutto in Scozia; i capi (protettori) dei lavoratori scozzesi, sostenitori degli Stuart, lavorarono nell’ombra per la restaurazione del trono distrutto da Cromwell. L’isolamento delle riunioni dei massoni è stato sfruttato per tenere incontri nei loro locali, dove si facevano piani in sicurezza. La decapitazione di Carlo I doveva essere vendicata; per raggiungere questo obiettivo e per riconoscersi, i suoi sostenitori proposero un rango templare, dove la morte violenta dell’innocente J.-B. Molay chiamava alla vendetta. Ashmole, che condivideva lo stesso sentimento politico, modificò quindi il grado del suo maestro, sostituendo alla dottrina egiziana, che la rendeva un tutt’uno con i primi due gradi, un velo biblico incompleto e disparato, come richiesto dal sistema gesuitico, e le cui iniziali delle parole sacre di questi tre gradi riproducevano quelle del nome del Gran Maestro dei Templari. Ecco perché da allora gli iniziati hanno sempre guardato al grado di Maestro, unico complemento della Massoneria, come a un grado da rifare; è probabilmente in seguito a questa riforma che le due colonne e i motti dei primi due gradi hanno ricevuto anche nomi biblici.

« 1703. Importante decisione delle formazioni che ammettono apertamente, nell’associazione di Londra, le persone estranee all’arte della costruzione. I muratori filosofi, detti accettati, mescolati, per lungo tempo, con gli operai costruttori, si troveranno più potenti per operare pubblicamente la trasformazione tanto desiderata.

« 1714. Giorgio I inizia il suo regno. Gli autori massonici considerano questo periodo come la fine dei tempi bui dell’Ordine massonico. Si sbagliano, non esiste ancora un Ordine massonico; questo periodo rappresenta solo la fine delle associazioni dei costruttori, la cui esistenza era diventata molto precaria, poiché i loro segreti in architettura erano diventati di dominio pubblico.

« 1717. L’Ordine massonico risale solo a questo periodo: l’associazione dei costruttori era solo uno o più corpi di mestieri e non è mai stata un ordine. Per quanto riguarda la parola massone, questo qualificativo non è stato creato per loro, solo la sconsideratezza o l’ignoranza potevano dotarlo; perché, ripetiamo, un’opera di massoneria, non è un’opera massonica. In questo anno, la corporazione contava, a Londra, solo quattro società, chiamate Logge, che possedevano i registri e i titoli antichi della confraternita e operavano sotto il titolo dell’ordine di York. Si riunirono a febbraio; adottarono i tre rituali redatti da Ashmole; si liberarono del giogo di York e si dichiararono indipendenti e al governo della confraternita, con il titolo di GRAND LODGE OF LONDON.

« È da questo fulcro centrale e unico che la FRANCO-MASSONNERIA, cioè l’apparente rinnovamento della filosofia segreta degli antichi misteri, è partita in tutte le direzioni per affermarsi tra tutti i popoli del mondo.

« 1725. Da questo momento la FRANCO-MASSONNERIA si diffonde nei vari Stati d’Europa; inizia in Francia, già nel 1721, con l’istituzione, il 13 ottobre, della loggia l‘Amitié et Fraternité a Dunkerque; a Parigi, nel 1725; a Bordeaux, nel 1732 (loggia l’Anglaise), e a Valenciennes, il 1° gennaio 1733, la Parfaite Union. Penetrò in Irlanda nel 1729; in Olanda nel 1730; nello stesso anno fu fondata una loggia a Savannah, nello Stato della Georgia (America), poi a Boston nel 1733. In Germania apparve nel 1736; la Gran Loggia di Amburgo fu istituita il 9 dicembre 1737; e così via negli altri Stati d’Europa e nei Paesi extraeuropei, sempre sotto la direzione attiva e intelligente della Gran Loggia d’Inghilterra. – Qual era dunque la dottrina di tutte queste logge? La Santa Sede ce lo dirà.

« Nel 1738, il quarto giorno delle calende di maggio, Clemente XII scrisse una lettera apostolica a tutto il mondo cattolico, in cui si leggono i seguenti passaggi: « Abbiamo appreso dalla stessa voce pubblica dell’estensione, del contagio e del progresso, che sta diventando sempre più rapido, di alcune società, assemblee o conventicole, chiamate Liberi muratori, o Massoni, o con qualche altro nome, secondo la varietà delle lingue. In queste associazioni, uomini di ogni religione e setta, attenti a dare un’apparenza di naturale onestà, legati da un patto tanto stretto quanto impenetrabile, secondo le leggi e gli statuti che si sono dati, si impegnano con un rigoroso giuramento fatto sulla Bibbia, e sotto le più terribili sanzioni, a tenere nascoste le pratiche segrete della loro società con un giuramento inviolabile.

« Ma la natura del crimine è tale da tradirsi e da lanciare un grido che lo rivela: così le società o conventicole di cui parliamo hanno suscitato nelle menti dei fedeli sospetti così gravi che l’appartenenza a queste società è per gli uomini saggi e onesti un segno di depravazione e perversione. Infatti, se non facessero il male, non avrebbero questo odio per la luce. La diffidenza che ispirano è cresciuta a tal punto che in tutti i Paesi il potere secolare ha prudentemente proscritto e bandito queste società come nemiche della sicurezza degli Stati.  « Per questo motivo vietiamo assolutamente, in virtù della santa obbedienza, a tutti i fedeli di Gesù Cristo, di qualsiasi stato, grado, condizione, rango, dignità e preminenza essi siano, laici o chierici, secolari o regolari… di avere l’audacia o la presunzione di entrare, sotto qualunque pretesto o sotto qualunque colore che sia, in queste note società di massoni… sotto pena della scomunica in cui incorrono tutti i contravventori del divieto che è stata appena emesso, ipso facto e senza altra dichiarazione… ».

« Nel 1751, il 15 delle calende di aprile, Benedetto XIV, analizzando la Costituzione di Clemente XII, parla nella stessa maniera e rinnova le stesse condanne. Così faranno i Romani Pontefici, loro successori.

Magari questo grido d’allarme lanciato dalla Santa Sede fosse stato ascoltato. La Chiesa e i vari Stati in cui la Massoneria è penetrata avrebbero evitato i mali di ogni genere di cui sono stati vittime e di cui noi stessi stiamo soffrendo in modo così crudele in questo momento.

Voltaire, libero pensatore e massone, alimentò le fiamme dell’odio contro Gesù Cristo in Francia.

Nella sua Histoire de Voltaire, Paillet de Warcy scrive quanto segue: « Voltaire fu messo alla Bastiglia e dopo sei mesi gli fu concessa la libertà, con l’ordine di lasciare la Francia. Egli passò in Inghilterra. Così, all’età di 31 anni, Voltaire era stato cacciato dalla casa paterna e da quella del procuratore, rimandato dall’Olanda, bistrattato da un comico, castigato ancora più gravemente da un ufficiale, messo alla Bastiglia ed esiliato dalla Francia. Non era certo – osserva M. Lepan – di avere una grande disposizione per la filosofia; ma quello che si proponeva di fare, si può rispondere, non richiedeva altro. » – « Voltaire arrivò a Londra, dove trascorse gli anni 1726, 27 e 28. Fu lì, dice il nostro storico, in compagnia di un Toland, la cui empietà fu perseguita e condannata persino in Inghilterra, e le cui ultime parole mentre moriva furono: “Vado a dormire”; di un Chubb, sociniano, che diceva: Gesù Cristo era della religione di Thomas Chubb, ma Thomas Chubb non è della Religione di Gesù Cristo; di Switz, il Rabelais d’Inghilterra, e che, nonostante le sue dignità nella Chiesa, aveva provato sulla Religione le armi più affilate del ridicolo; di un Antony Collins, il più terribile nemico del Cristianesimo; di un Wolston, di un Tindal, che vendeva di volta in volta la sua penna ad amici e nemici della fede; del Vescovo Tailor, Autore di Guide des douleurs; di lord Hébert de Cherbury;di lord Shafsterbury, d’un Bolingbrockeinfine; fu nella società di tutti questi uomini, diventati i suoi oracoli, che Voltaire acquisì i sentimenti più irreligiosi. Da questo momento in poi, le sue opinioni apparvero fissate. A volte le sosteneva con cautela; ma, come ha osservato M. Mazure, ciò avveniva quando era impegnato in esse con la paura, la speranza o l’ambizione.  Toland era l’anima della società dei Liberi Pensatori, formata dalle varie persone sopra citate. Voltaire vi fu ammesso prima di tornare in Francia. Tornato a Parigi, iniziò una guerra senza quartiere contro il Cristianesimo; si unì a tutti i nemici della Religione, fino ad unirsi alla massoneria di Francia e, come un generale in capo, lanciò l’esercito dei filosofi miscredenti, che si sottomettevano ai suoi ordini, contro l’Infame: questo è come egli chiamava la Religione cristiana e il suo divino Fondatore. Il barone d’Holbac aveva scritto: « Un cieco fatalismo circonda di catene della necessità l’uomo, la natura e Dio stesso, se esiste. L’uomo, come la pietra grezza, è senza rapporto con Dio, o piuttosto la natura è Dio, essa è la causa di tutto e la sua stessa causa. Il tutto scaduto nell’ora della morte. Il dolore e il piacere sono gli unici motivi di ogni morale. La felicità è in tutto ciò che piace ai sensi. I doveri? Sono le catene imposte dal dispotismo. I boia e i patiboli sono più da temere della coscienza e degli dei. Infine, poiché la società è corrotta, bisogna corrompere se stessi per trovare la felicità. » Tali erano le turpi massime a cui Voltaire si abbandonava: « Dopo aver attinto alle oscure fonti che gli offrivano i riformatori del XVI secolo – soprattutto Socino – si impadronì delle blasfemie dei Toland, dei Collins, dei Wolston, dei Tindal e dei Bolingbrock; credette che fosse giunto il momento di rovesciare gli altari dell’Europa cristiana; si ripromise di schiacciare l’infame, e si lusingò di stabilire una nuova era negli annali del mondo ». (Mazure.) Condorcet, scrivendo la vita di Voltaire, ha potuto dire di lui: « Non ha visto tutto quello che ha fatto, ma ha fatto tutto quello che noi vediamo. Gli osservatori illuminati dimostreranno a chi sa pensare che il primo autore di questa grande Rivoluzione sia senza dubbio Voltaire. » – « Sono stanco di sentir ripetere – diceva Voltaire – che dodici uomini sono bastati a fondare il Cristianesimo, e voglio dimostrare loro che ne basta uno solo per distruggerlo ». Un luogotenente di polizia disse a Voltaire: « Qualunque cosa voi scriviate, non riuscirete a distruggere la Religione cristiana. – Questo è ciò che vedremo, rispose. – Il progresso dell’empietà provocò in Voltaire una gioia che non riuscì più a contenere. Durante una cena di questi filosofi, a casa di d’Alembert, Voltaire, guardando la compagnia, disse: « Signori, credo che Cristo si troverà in una brutta situazione dopo questa seduta ». E d’Alembert ammette, in una delle sue lettere, che sentendo i loro commenti infamanti, « gli si rizzarono i capelli in testa; li prese, scrive, per i consiglieri del Pretorio di Pilato ». « Voltaire rimproverò una volta il suo amico d’Alembert con grande veemenza per ciò che quest’ultimo aveva scritto nell’Enciclopedia, parlando di Bayle: “Felice se egli avesse rispettato di più la religione e la morale! Ho visto con orrore – gli scrisse Voltaire – quello che voi dite di Bayle; dovete fare penitenza per tutta la vita per queste due righe… che queste righe siano bagnate dalle vostre lacrime! – Alla soppressione della Compagnia dei Gesuiti, Voltaire aveva esclamato con trasporto: « Ecco una testa dell’idra tagliata; alzo gli occhi al cielo e grido: schiacciate l’infame! ». Tutte le sue lettere agli amici più stretti terminavano con le parole: “Schiaccia l’infame! Schiacciate l’infame! “Termino tutte le mie lettere dicendo: ‘Schiacciate l’infame’, come Catone diceva sempre: « Questa è la mia opinione, che Cartagine sia distrutta ». Mentre alla Corte di Roma faceva tutte le sue proteste di rispetto per la Chiesa, scriveva a Damilaville:  « Si abbraccino i filosofi, e chiediamo loro di ispirare per l’infame, tutto l’orrore che gli si deve; correte tutti sull’infame, abilmente. Ciò che mi interessa è la propagazione della fede e della verità, e la denigrazione dell’infame: Delenda est Carthago. » – M. d’Argental, dopo avergli rimproverato lo scandalo delle sue contraddizioni, rispose: « Se avessi centomila uomini, so bene cosa farei; ma siccome non li ho, farò la Comunione a Pasqua, e potrete chiamarmi ipocrita quanto volete. Il re aveva appena ripristinato la sua pensione e Voltaire fece effettivamente la comunione nella Pasqua dell’anno successivo. Chi saprà mai leggere l’anima di quest’uomo, padrone di chi lo circonda, dominato lui stesso da un’immensa vanità? Oggi bestemmia contro Cristo, il giorno dopo lo riceve nella Comunione. Un giorno cadde a terra dopo essersi rotto un vaso sanguigno toracico, mentre vomitava sangue e Tronchin, il suo medico, dichiarava che la sua vita era in pericolo: « Presto – gridò – mandate a chiamare il prete… ». Si confessò e firmò con la mano una professione di fede, in cui chiedeva a Dio ed alla Chiesa il perdono delle sue colpe. Ordinò che questa ritrattazione fosse stampata su tutti i giornali pubblici. Guarito, riprese la sua guerra contro Gesù Cristo, che continuò fino al giorno in cui fu colpito da una crudele malattia. L’abate Gaultier e il curato di Saint-Sulpice ricompaiono in questo momento supremo; ma Voltaire è circondato da Diderot, d’Alembert, Marmontel, la Harpe, Grimm, ecc. « Il parroco di San Sulpizio giunse fino al suo capezzale e gli disse con dolcezza queste parole: ‘signor Voltaire, siete all’ultimo stadio della vostra vita, riconoscete la divinità di Gesù Cristo’? Il moribondo esitò un attimo, poi, tendendo la mano e allontanando il sacerdote, rispose: « Signor curato, lasciatemi morire in pace ». Gli ecclesiastici uscirono. Quando se ne furono andati (dice lo storico), M. Tronchin, il medico di Voltaire, lo trovò in preda ad una terribile agitazione, che gridava con furore: “Sono abbandonato da Dio e dagli uomini…”. Il dottor Tronchin, raccontando questo fatto a persone rispettabili, non poté fare a meno di dire loro: « Vorrei che tutti coloro che sono stati sedotti dai libri di Voltaire avessero assistito alla sua morte; non è possibile resistere ad un simile spettacolo ». – (Raccolta di particolari curiosi della vita e della morte di M. de Voltaire, Porentruy 1782). Ecco l’epitaffio di Voltaire da parte di uno dei suoi: Più bella mente che grande genio, Senza legge, senza morale e senza virtù. Morì come visse, coperto di gloria e infamia.  (J. – J. ROUSSEAU) – Aggiungiamo con l’autore della Storia di Voltaire: « Si è visto che i filosofi si opposero, per quanto possibile, a che Voltaire ricevesse le visite e le esortazioni del curato di San Sulpizio e dell’abate Gaultier. Nel numero abbiamo citato d’Alembert, Diderot e Marmontel. Riteniamo opportuno, come M. Lepan, ricordare che Condorcet svolse lo stesso ruolo nel 1783, alla morte di d’Alembert, impedendo l’ingresso nella sua stanza al curato di Saint-Germain, venuto a trovarlo. « Se non ci fossi stato io (ha detto Condorcet), si sarebbe immerso. L’anno successivo, Diderot rimase a lungo a casa, trattenuto da piaghe alle gambe, e ricevette più volte M. de Tersac, parroco di San Sulpizio; i seguaci della filosofia, spaventati da queste visite, trovarono il modo di impedirle fino alla sua morte, avvenuta il 2 luglio 1784. Marmontel, più felice, si mostrò religioso alla fine dei suoi giorni; li terminò, il 31 dicembre 1799, in un modesto ritiro che aveva acquistato nella frazione di Ableville, nei pressi di Guillon. Quanto a Condorcet, si era avvelenato il 28 marzo 1794 a Bourg-la-Reine, vicino a Parigi, in una prigione dove era stato gettato. – Questa è stata la fine dei quattro personaggi che hanno segnato maggiormente la filosofia moderna, insieme a Voltaire. Tutti i dettagli che abbiamo appena fornito dimostrano purtroppo, fino all’evidenza, ciò che abbiamo detto, ossia che il segreto della setta non è altro che l’odio per Gesù Cristo e il progetto di distruggere il Cristianesimo. Potremmo citare mille altre testimonianze a sostegno di questa tesi, ma ci asterremo dal farlo. Voltaire riassume da solo la società francese dal 1728 al 1778, anno della sua morte; ha reso a sua immagine e somiglianza coloro che lo circondavano, liberi pensatori e massoni, e attraverso loro ed i loro scritti, tanto numerosi quanto diffusi, ha corrotto il suo secolo ed il mondo.

Adam Weishaupt fonda l’Illuminismo tedesco.

Nello stesso periodo, in Germania, nasceva Adam Weishaupt. Aveva trent’anni quando Voltaire morì. Dotato di un profondo genio organizzativo, utilizzò i materiali accumulati dalla setta massonica da Socino fino a lui; li plasmò, e per completare il compito di fare un essere morale completo, diede a questo corpo la dottrina di Spinosa, cioè il panteismo, come sua anima. – Il segreto dell’Illuminismo tedesco è il segreto della Massoneria, con la quale si è identificato ed è diventato un tutt’uno: l’odio per Gesù Cristo e il progetto di distruggere il Cristianesimo. Per dimostrarlo, basterà citare alcuni passaggi degli scritti dello stesso Weishaupt, che abbiamo già citato altrove. « Ricordate – diceva ai suoi seguaci – che fin dai primi inviti che vi abbiamo fatto per attirarvi in mezzo a noi, abbiamo cominciato col dirvi che nei piani del nostro ordine non c’era alcuna intenzione contro la Religione; ricordate che questa assicurazione vi è stata data di nuovo quando siete stati ammessi nelle file dei nostri novizi; che vi è stata ripetuta di nuovo quando siete entrati nella nostra Accademia di Minervale. Ricordate anche quanto vi abbiamo parlato di moralità e di virtù in quei primi gradi, ma come gli studi che vi abbiamo prescritto e le lezioni che vi abbiamo impartito, rendevano la virtù e la morale indipendenti da qualsiasi religione; come, lodando la nostra religione, siamo stati in grado di avvertirvi che essa non era altro che quei misteri e quel culto degenerato nelle mani dei sacerdoti. Ricordate con quale arte, con quale simulato rispetto vi abbiamo parlato di Cristo e del suo Vangelo, nei vostri gradi di Illuminato maggiore, di Cavaliere scozzese e di epopte o sacerdote; come abbiamo saputo fare di questo Vangelo quello della nostra ragione, e della morale, quello della natura, e della religione della ragione, della morale, della natura, per fare della religione, la morale dei diritti dell’uomo, dell’uguaglianza, della libertà. – Ricordate che insinuandovi tutte le varie parti di questo sistema, le abbiamo fatte sbocciare da voi stessi come vostre opinioni. Vi abbiamo messo sulla strada; voi avete risposto alle nostre domande molto più di quanto noi abbiamo risposto alle vostre. Quando vi abbiamo chiesto, ad esempio, se le religioni dei popoli rispondessero allo scopo per cui gli uomini le avessero adottate; se la religione pura e semplice di Cristo fosse quella professata oggi dalle varie sette, noi ne sapevamo abbastanza; ma era necessario sapere fino a che punto eravamo riusciti a far germogliare in voi i nostri sentimenti. Abbiamo dovuto superare molti pregiudizi in voi, prima di potervi convincere che questa cosiddetta Religione di Cristo era solo opera di Sacerdoti, di impostura e di tirannia. Se questo è il caso di questo Vangelo tanto proclamato e tanto ammirato, cosa dobbiamo pensare delle altre religioni? Imparate, dunque, che hanno tutti la stessa origine fittizia; che sono tutte ugualmente fondati sulla menzogna, sull’errore, sulla chimera e sull’impostura: QUESTO È IL NOSTRO SEGRETO. » – « I colpi di scena che abbiamo dovuto fare, le promesse che abbiamo dovuto farvi, le lodi che abbiamo dovuto fare a Cristo e alle sue cosiddette scuole segrete, la favola dei massoni da tempo in possesso della vera dottrina ed il nostro Illuminismo, oggi unico erede dei suoi misteri, non vi sorprendono più in questo momento. Se per distruggere tutto il Cristianesimo, tutta la Religione, abbiamo preteso e fatto credere di avere noi soli la vera religione, ricordate che il fine legittima i mezzi, che il saggio deve prendere per buoni tutti i mezzi del malvagio per il male. I mezzi che abbiamo usato per liberarvi, i mezzi che stiamo usando per liberare un giorno l’umanità da ogni religione, sono solo una pia frode che ci riserviamo di rivelare nel grado di Mago o Filosofo Illuminato. – Va notato che nel 1781 si tenne un’assemblea, o convento universale, a Wilhemsbad ad Hanau, per deliberare sulla dottrina che la Massoneria avrebbe adottato per unificarsi, sotto questo rapporto, e che fu quella dell‘Illuminismo tedesco. Così che la decisione presa nel 1781, nel suddetto convento, decisione seguita e mantenuta fino ad oggi dalle varie logge massoniche di tutto l’universo, è legge nella setta, in generale. Di conseguenza, per i massoni, la divinità di Gesù Cristo è una chimera ed il Cristianesimo è un edificio che deve essere distrutto al più presto.  – Parlando di questo convento, il padre Deschamps, nella sua opera magistrale: Les Sociétés secrètes, rivista da M. Claudio Janet, ci dice che le società massoniche, prima del 1781, erano divise come le sette protestanti, e che questa divisione era molto dannosa per la loro azione. « Si decise quindi – egli dice – di arrivare ad una riunione o convento generale dei deputati di tutti i riti massonici dell’universo, per mettere maggiore attività nel lavoro, più unità nella marcia, e arrivare più sicuramente e più rapidamente alla meta comune: una rivoluzione universale; Wilhemsbad ad Hanau, vicino alla città di quel nome, e a due o tre leghe da Francoforte sul Meno, fu scelta come luogo dell’incontro. Di tutte le assemblee generali tenute per vent’anni dai massoni, nessuna si era ancora avvicinata a quella di Wilhemsbad, né per il numero degli eletti né per la varietà delle sette da cui era composta. Così nel 1781, sotto l’ispirazione segreta di Weishaupt e su convocazione ufficiale del Duca di Brunswick, da ogni parte d’Europa, dalle profondità delle Americhe e dai confini stessi dell’Asia, si erano riuniti agenti e deputati delle società segrete. Erano, per così dire, tutti gli elementi del caos massonico, dice Barruel, riuniti nello stesso antro. » Weishaupt si fece rappresentare al convento da Knigge, il più abile dei suoi adepti, e da Dittfurt. I loro emulatori furono soprattutto i deputati dell’illuminismo francese o Martinismo di Lione. « Tuttavia – scrive padre Deschamps – l’Illuminismo francese o Martinismo non era rimasto inattivo davanti a quest’opera dell’Illuminismo bavarese. Aveva appena tenuto una grande assemblea a Lione sotto il nome di Convento delle Gallie, nella quale aveva pianificato di scegliere come capo il duca Ferdinando di Brunswick, che, con il suo appoggio e senza dubbio su sua istigazione, l’assemblea di Wilhemsbad nominò presto capo supremo di tutta la Massoneria, la cui loggia centrale, detta dei Cavalieri Benefacenti, a Lione, aveva acquisito, non si sa su quali basi, dice Clavel, un’alta preponderanza sulle logge della Germania. Essa era in qualche modo considerata, anche dalle varie frazioni della stretta osservanza e dalle officine che ammettevano, esclusivamente o in parte, il sistema templare, come la loggia madre dell’associazione.  « Le logge martiniste avevano inviato a Wilhemsbad, insieme allo stesso Saint-Martin, il presidente del convento delle Gallie, F. :. de Villermoz, un mercante di Lione, e La Chape de la Heuziere. Il Martinismo, che aveva ostinatamente provocato questo convento e di cui quello delle Gallie era stato solo precursore – aggiunge Clavel – vi esercitò la massima influenza; le loro dottrine dominavano i nuovi riti ed il nome della loro loggia madre, i Cavalieri Benefattori, compariva nel titolo stesso della riforma, con l’aggiunta: della città santa. Anche le sue logge adottarono senza eccezioni il regime rettificato che fu sostituito alla Massoneria di Saint-Martin. » « Tutte queste invasioni della massoneria da parte del Martinismo e dell’Illuminismo di WeisHaupt sono attestate anche da Barruel, aggiunge il p. Deschamps. « Forti della protazione del vincitore di Creveld e Mindem, dice Barruel, Ferdinando di Brunswick, e i deputati martinisti al Congresso di Wilhemsbad, di cui questo principe era presidente, Saint-Martin e La Chape de la Heuzière, non risparmiarono nulla, essi ed i loro agenti, per trionfarvi; essi furono appoggiati, e la loro vittoria sarebbe stata infallibilmente completa, se non fosse stato per il gran numero di deputati già conquistati da Knigge (con il quale, tuttavia, erano d’accordo e alleati), dice M. Lecoulteux de Canteleu. »  Se il lettore si chiede come si sia arrivati a conoscere tutte queste informazioni sulle società segrete, la risposta ce la forniscono gli storici dell’epoca, e Barruel, in particolare, ci fornisce i dettagli, riassunti da padre Deschamps, nei seguenti termini: « In Germania, un evento, disposto dalla Provvidenza come ultimo avvertimento alle monarchie, interruppe quasi il progresso della setta. La gelosia portò a una violenta rottura tra Weishaupt e Knigge. Inoltre, l’Elettore di Baviera, preoccupato per le attività clandestine di quella che riteneva essere la Massoneria vera e propria, ordinò la chiusura di tutte le logge. Gli illuminati, ritenendosi abbastanza forti da resistere all’ordine dell’Elettore, si rifiutarono di obbedire. La setta, di cui non si sospettava nemmeno l’esistenza, venne scoperta per caso. Un ministro protestante, di nome Lanze, fu colpito da un fulmine nel luglio del 1785. Si trovarono su di lui delle istruzioni in cui si affermava che egli era stato incaricato, in quanto persona illuminata, di recarsi in Slesia, di visitare le logge e di informarsi, tra l’altro, sulla loro opinione in merito alla persecuzione dei massoni in Baviera. « Messo sull’avviso, il governo condusse un’indagine severa. Gli abati Cosandey e Rennes, il consigliere Utschneider e l’accademico Grùnberger, che si erano ritirati dall’ordine non appena erano venuti a conoscenza del suo orrore, fecero una dichiarazione legale. L’11 ottobre 1786, il tribunale effettuò una perquisizione domiciliare nella casa di Zwach a Landshut, nonché nel castello di Chanderdor, appartenente all’adepto Barone di Bassus. Lì furono scoperti tutti i documenti e gli archivi dei cospiratori, che la corte bavarese fece stampare con il titolo Scritti originali dell’ordine e della setta degli Illuminati. Strana cecità dei principi! L’appello dell’Elettore di Baviera non fu ascoltato. La proibizione dell’Ordine degli Illuminati nell’Elettorato e nell’Impero d’Austria non servì a nulla, perché tutti i leader della setta trovarono aperta protezione nel resto della Germania. Il re di Prussia si rifiutò di prendere provvedimenti contro di loro. Weishaupt si ritirò a casa di uno dei suoi seguaci, il principe di Saxe-Coburg-Gotha, che gli conferì un incarico onorifico e lucroso. Da lì egli poté continuare a guidare l’ordine. » In una nota si legge: « Abbiamo saputo dal signor pastore Munier, presidente del Concistoro di Ginevra, che Weishaupt, avendo trovato asilo presso il Principe di Coburgo, ha promesso di ricompensarlo, e la Massoneria ha popolato i troni d’Europa di Coburgo ». M. Léon Pagès, Valmy, p. 13. Cfr: Les Sociétés secrètes, tomo II, pagina 112.

DISCORSO SUL SEGRETO DELLA FRANCO-MASSONERIA (3)

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII “QUOD ANNIVERSARIUS”

« … Colui che solo ha potere sugli intelletti, sulle volontà e sui cuori degli uomini, e modera e dirige gli avvenimenti del mondo, per la gloria della Religione cristiana. Fatto insigne e memorabile certamente, per il quale gli stessi nemici della Chiesa constatano, anche loro malgrado, coi loro stessi occhi, come essa vigoreggi sempre di vita divina e di virtù infusale dall’alto; perciò sono costretti a riconoscere che le genti empie fremono per stolti tentativi, e meditano invano insani propositi contro il Signore e il suo Cristo. » Questa breve Lettera Enciclica, scritta in occasione dei 50 anni di Sacerdozio del Santo Padre, declama così la natura divina della sacra istituzione della Chiesa Cattolica. Monito forte che oggi dovrebbe impressionare gli sciacalli che con piglio demoniaco governano il mondo ed i suoi destini, secondo i principii delle sette di perdizione, ormai diffusi in ogni ambito, e soprattutto nella “chiesa-carapace vuoto”, o se preferite, nella conchiglia svuotata di ogni contenuto soprannaturale e divino rappresentata dal mastodontico mostro della finta chiesa-loggia post-conciliare, il vero e proprio  “dragone malefico” descritto da San Giovanni nella sua Apocalisse. Che meditino bene, finché avranno tempo, gli illusi adepti della “bestia” e del “pseudoprofeta” le parole che il Pontefice Romano riporta citando il Salmo secondo, perché ricordino la fine che aspetta tutti loro dopo gli apparenti, brevi successi temporali che tanto li entusiasmano e che oggi vediamo concentrati nel mondialismo transumano degli organismi sovranazionali, autentiche superlogge massoniche. La loro fine è stabilita da tempo e non avranno scampo dal momento in cui avranno la testa schiacciata dalle armate dalla Vergine Maria, il cui Cuore dovrà trionfare sulla bestia infernale che trascinerà con sé nello stagno di fuoco ardente gli arruolati di ogni grado del suo poderoso esercito … et IPSA conteret caput tuum …

Leone XIII
Quod anniversarius

Lettera Enciclica

Alla somma benignità di Dio, la cui volontà provvidenziale regge tutta la vita degli uomini, Noi attribuiamo, come è necessario, se il cinquantesimo anniversario del Nostro sacerdozio confortava testé gli ardenti voti della Chiesa. Allo stesso modo, così grande consenso di animi, manifestatosi in tutte le nazioni con omaggi, con profusa liberalità di doni e con pubblici segni di festa, non poteva essere ispirato se non da Colui che solo ha potere sugli intelletti, sulle volontà e sui cuori degli uomini, e modera e dirige gli avvenimenti del mondo, per la gloria della Religione cristiana. Fatto insigne e memorabile certamente, per il quale gli stessi nemici della Chiesa constatano, anche loro malgrado, coi loro stessi occhi, come essa vigoreggi sempre di vita divina e di virtù infusale dall’alto; perciò sono costretti a riconoscere che le genti empie fremono per stolti tentativi, e meditano invano insani propositi contro il Signore e il suo Cristo. – Intanto, affinché di questo divino beneficio si dilatasse non solo la memoria ma anche l’utilità, quanto più largamente è possibile, abbiamo aperto i tesori delle grazie celesti a tutto il gregge a Noi affidato; ed oltre a ciò non abbiamo tralasciato di implorare i doni della divina pietà su coloro medesimi che tuttora vivono fuori dell’unica Arca di salvezza. Noi facemmo ciò col desiderio “che tutte le genti e tutti i popoli, affratellati nella fede col vincolo della carità, si raccolgano quanto prima in un unico ovile sotto un solo pastore”, come con gemiti e preghiere ne abbiamo supplicato il Signor Nostro Gesù Cristo nei sacri e solenni riti della Canonizzazione ora celebrata. Infatti Noi, sollevando gli occhi alla Chiesa trionfante per onorare gli Eroi cristiani – delle prestantissime virtù e dei miracoli dei quali si era già felicemente acquistata una sicura cognizione secondo le norme e le vie del diritto – abbiamo solennemente decretato e tributato ad alcuni di essi i supremi onori dei santi, e ad altri il culto dei beati: affinché quella Gerusalemme che è nei cieli si unisca in comunanza di allegrezza con questa, che va tuttora peregrinando sulla terra, nel Signore. – Ma perché a quest’opera stessa si ponga, col favore di Dio, quasi il coronamento, Noi desideriamo che gli effetti della Nostra Apostolica carità, mercé la pienezza dell’infinito tesoro spirituale, si estendano anche, quanto più largamente si possa, a quei diletti figli della Chiesa, i quali con la morte dei giusti, segnati dalla fede ed innestati nella mistica vite, si dipartirono dalle battaglie di questa vita terrena; in modo tuttavia che siano impediti ad entrare nella vita eterna fino a che non abbiano reso l’indispensabile soddisfazione alla divina vendicatrice giustizia per i debiti contratti. A ciò siamo mossi dai pietosi desideri dei Cattolici, ai quali sappiamo che tornerà graditissima questa Nostra intenzione; nonché dalla lacrimevole atrocità delle pene onde vengono afflitte le anime dei trapassati: ma ancora più Ce ne dà speciale impulso la consuetudine della Chiesa, la quale, persino nel corso delle più liete solennità dell’anno, fa salutare e santa memoria dei defunti, affinché vengano prosciolti dai peccati. – Quindi, essendo certo per la dottrina cattolica che “le anime rinchiuse nel Purgatorio ricevono aiuto dai suffragi dei fedeli, e principalmente dall’accettabile sacrificio dell’Altare”, stimiamo di non potere offrire ad esse un pegno più utile o più desiderato, che il moltiplicare per la loro liberazione, in tutte le contrade, l’oblazione immacolata del sacrosanto Sacrificio del nostro divino Mediatore. – Perciò, con tutte le necessarie dispense e deroghe, vogliamo che l’ultima domenica del mese di settembre prossimo venturo sia giorno di amplissima espiazione nel quale da Noi, e allo stesso modo da tutti i Nostri Fratelli Patriarchi, Arcivescovi, Vescovi ed altri Prelati aventi Diocesi, nelle Chiese Patriarcali, Metropolitane e Cattedrali di ciascuno, si celebri una Messa particolare per i trapassati, con la maggiore solennità possibile e con quel rito che nel messale è indicato “per la Commemorazione di tutti i fedeli defunti”. Approviamo che ciò si compia anche nelle Chiese Parrocchiali e Collegiate, tanto dei secolari quanto dei regolari, e da tutti i Sacerdoti, purché non si tralasci la Messa corrispondente all’Ufficio del giorno, ovunque ne corra l’obbligo. Esortiamo poi calorosamente gli altri fedeli che, premessa la sacramentale Confessione, si accostino devotamente alla Mensa eucaristica a suffragio delle anime purganti. A costoro, con la Nostra autorità Apostolica concediamo indulgenza plenaria a pro dei defunti: ai singoli celebranti, come detto sopra, il privilegio dell’Altare. – In tal modo, senza dubbio, le pie anime, che fra terribili e grandi tormenti stanno espiando i rimanenti peccati, avranno opportunissimo e singolare sollievo dall’Ostia salutare che tutta la Chiesa, congiunta al suo Capo visibile ed infiammata dallo stesso spirito di carità, offrirà a Dio, affinché voglia concedere ad essi il soggiorno del refrigerio, della luce e della pace sempiterna. – Frattanto, come pegno dei doni celesti, con tanto affetto nel Signore, impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, e a tutto il Clero e al popolo affidato alle vostre cure, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno solenne di Pasqua [1 aprile] 1888, anno undecimo del Nostro Pontificato.