IL SACRO CUORE (70)

IL SACRO CUORE (70)

P. SECONDO FRANCO

SACRO CUORE DI GESÙ (7)

TORINO – Tipografia di Giulio Speirani e figli – 1875

V° per delegazione di Mons. Arciv. Torino, 1 maggio 1875, Can. Ferdinando Zanotti.

Cuore di Gesù. Cuore di Re.

Il N. S. Gesù Cristo è veramente Re, anzi è Re dei Re, Signore dei dominanti.0 Le divine Scritture si piacciono a descrivere l’ampiezza del suo regno, la durata, la solidità. Il suo regno, dicono è il regno di tutti i secoli, per estensione egli dominerà dal mare al mare e dal fiume sino agli ultimi confini della terra. È regno che non avrà più fine, poiché dopo la consumazione del secolo sarà trasportato nel Cielo, dove ha da durare per sempre. Deve essere adunque regale il suo Cuore. Ora a che si conosce un Cuore veramente di Re? Lasciamo stare quello degli uomini che spesse volte pur troppo non corrisponde a sì alto ufficio: quello di Gesù si conosce I° all’ampiezza, 2°, alla magnificenza, 3° alla degnazione.

I. All’ampiezza. Del gran Re Salomone dice la divina Scrittura che ebbe un cuore smisuratamente largo. Dedit ei latitudinem cordis vasto quanto le arene del mare: sicut arena quæ est in littore maris: ed è certo una gran lode. Ma non presuma di paragonarsi col Cuore del nostro Gesù, il quale accoglie in sé tutti gli uomini, tutte le generazioni, di quante sono le parti abitate della terra. E sebbene egli regni come Re riconosciuto, più particolarmente sopra i popoli che fanno parte della sua Chiesa, tuttavia non sono fuori della sua giurisdizione né i Gentili; né gli Eretici, né gli Scismatici che ricusano di riconoscerlo o nol riconoscono bastevolmente. Sperimentano pia amorosa la sua provvidenza quelli che volonterosi gli stanno sottomessi quali sono i Cattolici che Egli più peculiarmente chiama suo regno. Fecisti nos Deo nostro regnum: ma non sono privi degli influssidel suo Cuore neppure quelli che sonolontani da Lui. Anche questi ricevono grazieproporzionate al loro stato, affinchépossano volendolo accostarsi al suo Regnovisibile che è la Chiesa. Con questo di piùche dove i Monarchi terreni non possonofar altro, per quanto abbiano buon cuore,che stendersi colla loro provvidenza albene comune, ai generosi provvedimentiche riescono sempre scarsi all’uopo deiparticolari, il Cuore del nostro Re divinoha tale ampiezza che coll’universale arrivaeziandio al particolare di ognuno.Gesù ha presenti tutti gli atti minimi,anzi pure i pensieri di ciascheduno e tutti può dirigerli ed ordinarli. Così vedetutti i pericoli, tutte le necessità ed atutto si stende né fa distinzione di persona,ma come pensa al Monarca sul trono,così pensa al povero nel suo tugurio, comealla regina che calpesta il soglio, così allafemminetta che maneggia la spola. Inquella guisa che il sole mentre riscalda  le querce robuste, non dimentica il fiorellino del campo, ma si fa tutto all’une edall’altro, cosi il nostro gran Re mentreordina le vicende degl’imperi e delle Monarchie si stende alle necessità del minimo de’ suoi servi, come avesse solo lui di cui occuparsi. Oh questo sì che è avere un cuore senza confine! Quanto ci sentiremmo più consolati se pensassimo frequentemente al Cuore di questo gran Re e quanto confortati sapendo che in ogni dove Egli stende il suo impero!

II. Alla magnificenza. Molto più che pari all’ampiezza è la magnificenza del suo governo. Virtù regale senza dubbio è la magnificenza nei provvedimenti, nei doni. Pure i Re terreni debbono di cotesta magnificenza, anche allora che la possedono, restringerne l’uso in certi confini. Perocché sono limitate le sostanze di cui possono disporre. Il Cuore del nostro Gesù non è ridotto a queste condizioni. Egli disponendo de’ meriti suoi, del suo amore fa i suoi sudditi degni di favori e di esaltamenti che non sarebbero credibili, se già non fossero di fede. Ad una creatura vilissima comparte doni che hanno un immenso valore, che valgono a comperare un’eternità di regno celeste. I doni della grazia sono in se stessi così eccelsi che chi n’è messo a parte vien trasportato in un ordine affatto sopra la natura sua ed introdotto nell’ordine divino, mercè una partecipazione della natura increata di Dio. Né fa sospirare un tanto bene. A tutti lo conferisce mercè il Battesimo: a quelli che ne han fatto gettito colla colpa il ridona al prezzo di poche lagrime: a chi già il possiede l’aumenta senza misura per ogni anche tenuissima opera buona che faccia. Deh! qual generosità è mai questa! Eppure tutti questi doni li ordina a beni anche maggiori, vo’ dire alla gloria, nella visione chiara di Dio. Tra pochi anni, forse mesi, forse giorni, quella creatura che il mondo non degnava di un guardo, che spregiava, che calpestava, Gesù la chiama a sé e perché gli è stata fedele qualche anno, anzi forse solo qualche giorno, poiché è ritornata a Lui nell’ultima ora, Egli trova nel suo Cuore ragione bastevole per innalzarla ad un trono immenso di gloria accanto a sé. Dabo ei sedere in throno meo, ed ivi la esalta, la pasce d’ineffabili delizie. Né richiede che il premio risponda alla durata del servigio. Una vita anche lunghissima impiegata nella più dura servitù al Signore sarebbe ricompensata bastevolmente con qualche anno di premio. Egli però non fa così. Al tempo del servigio che talora è brevissimo, ma non sarà mai più che lo spazio della vita, Egli fa corrispondere una durazione senza fine. Ad ogni momento di amore corrispondono milioni e milioni di anni di godimento, ad ogni atto anche tenuissimo di servigio divino una corona smisurata di gloria. Oh qual magnificenza più che regale! Bisogna ben che sia il Cuore di un Dio quello che così spande i suoi doni! Ah quand’anche il mio cuore non sapesse muoversi se non in vista de’ propri vantaggi, come non dovrei e servire ed amare un Cuore di sì smisurata magnificenza?

III. Alla degnazione. A tutto ciò si aggiunge la degnazione. La Maestà dei Monarchi non è mai senza un qualche sopracciglio. Quindi gli uomini che desiderano da una parte i favori dei Monarchi, dall’altra temono non poco l’avvicinarli. Gesù non ostante la sua Maestà divina, palesa un Cuore di tanta degnazione che l’avvicinarlo cagiona immensa gioia. S. Teresa ponderò molto bene questo gran vero. Ai Monarchi, osserva la Santa, troppo riesce difficile l’accostarsi. Difficoltà per poter avere una udienza, dovendosi premettere molte anticamere, e lunghissime domande. Difficoltà nel parlar loro, poiché si hanno da misurar le parole sì che non si offendano, sì che non cagionino loro noia. Difficoltà ad ottenere, perché le ragioni ora di stato, ora di poco favorevole volontà fanno si che non si tengano in conto le necessità presentate. Il Cuore dolce e benigno del nostro Re non conosce tutte queste lungaggini e riguardi. Se io voglio accostarmi a Gesù, io so che Egli è sempre contentissimo di ascoltarmi. Non mi manda d’oggi in domani, non mi tiene portiera, non mi fa sorvegliare dalle guardie, ma solo che mi presenti Egli è sempre pronto ad accettarmi e ad ascoltarmi. Quando poi gli parlo non ho punto da studiare le parole. Se queste mi vengono alla bocca le proferisco: altrimenti gli parlo colle occhiate, gli parlo coi gemiti, gli parlo coi sospiri, gli parlo mettendogli anche tacitamente sotto lo sguardo la mia necessità. Egli subito mi capisce. Il suo Cuore comprende, sente i moti del cuor mio, ed è condiscendente, benigno, compassionevole, affettuoso. Si stima onorato perché ho fatto a Lui ricorso, mi vuole più bene perché gli parlo, e mi contenta anche solo per questo che io metto in Lui la mia fiducia. Trovate, anima devota, se vi basta l’animo, un Re siccome questo. Trovatelo così famigliare, cosi domestico, così affettuoso. Ma se noi trovate, contentatevi di seguitar Cristo. Dovete seguitarlo perché è veramente vostro Re ed ha diritto di essere da suoi sudditi seguitato. Potete seguitarlo perché essendo Re di tanta magnificenza vi è ogni vostro vantaggio nel seguitarlo. Ma soprattutto avete da seguitarlo perché ha un Cuore pieno di tanta degnazione che, dove non vi fosse né dovere né utile, il solo amore dovrebbe valervi per ogni ragione.

GIACUL. Cor Jesu, benigni regis, miserere mei.

OSSEQUIO. Chiedete in questo giorno al suo Cuore regale con gran fiducia la grazia che più bramate d’acquistare.

Cuor di Gesù, cuore di padre.

Uno dei titoli più dolci che Gesù dava a quelli cui faceva grazia era il chiamarli figliuoli. E come tali li trattava, come tali li accarezzava, ascoltandone volentieri le necessità e provvedendo loro largamente. Or questo ufficio troppo più ampiamente che non con un piccolo paese doveva esercitar Gesù Cristo. Era annunziato di Lui che sarebbe stato il Padre del secolo futuro. Pater futuri sæculi. E volle significare che tutti i popoli che l’avrebbero riconosciuto, e tutti a ciò sono chiamati, tutti avrebbero costituito quella famiglia che sarebbe stata la sua. Né questa paternità è una vana parola, od una sola espressione di affetto, ma esprime tutte le cure di Padre che Egli veramente esercita con noi. Il perché il suo cuore è veramente cuore paterno e voi convincetevene 1° alla vita che ci dona; 2° alle cure che ci usa; 3. all’amore con cui la ristora.

I. Alla vita che ci dona. È certo che in noi non vive solo il corpo, ma vive altresì l’anima. Il corpo riceve la vita naturale dall’anima che lo informa: l’anima riceve una vita soprannaturale dalla grazia divina che la inabita. E ciò sì fattamente che come il corpo diviene un cadavere senza operazione, senza vita, in preda alla dissoluzione dove l’anima lo abbandoni; così l’anima dove venga a perdere la grazia divina perde la sua vita soprannaturale, diventa oggetto abbominevole agli occhi di Dio, e incorre la morte eterna. Ora perdutasi per la colpa di Adamo la grazia divina, tutta l’umana generazione fu involta in questa morte tanto più spaventosa della corporea, in quanto ché questa è temporanea e quella è eterna. Come dunque tutte queste anime tornarono in vita? In quella maniera che il profeta Eliseo risuscitò alla Sunamitide il figliuolo collo stringerne a sé il cadavere, così Gesù applicando il suo Cuore divino sopra delle anime le ridonò allo stato di vita. Con questo però che al Profeta quel miracolo non costò più che una preghiera ed un adattare la sua persona sopra l’estinto, laddove a Gesù il dare la vita a noi costò tutto il sangue delle sue vene. Imperocché non si contentò di darci la vita in qualunque modo, ma volle darcela abbondante. Ego veni ut vitam habeant et abundantius habeant. Come i genitori terreni dopo ché hanno dato la vita fisica ai figliuoli, dànno loro, mercè l’educazione, una seconda vita morale che è più preziosa della prima perché è vita dell’intelletto, vita del cuore: così il nostro Gesù dopo d’averci dato la vita della grazia, l’accresce di continuo, e la incorona di molti altri doni spirituali finché giunga a quella vita che nella patria non deve avere più termine. Ecco quali sono gl’intenti del Cuore paterno di Gesù. Ei vuole che l’esistenza che col suo amore ci ha dato, sempre si accresca fin che ci rassicuri contro ogni pericolo di morte. Oh perché adunque non chiedo io sempre a quel buon Cuore che m’infonda la vita? perché non domando che sempre in me l’avvalori? Che cosa posso io desiderare di meglio che vivere con Gesù, in Gesù e per Gesù?

II. Alle cure che ci usa. L’amore paterno non è un amore di quiete, di riposo, è un amore d’infinite cure, di continue sollecitudini. Il Padre prevede quel che può accadere al Figliuolo, il sente, e così veglia per procacciare quello che gli sarà utile, per rimuovere quel che gli riuscirebbe dannoso e quindi il suo cuore è sempre in agitazione. Or sarà tale il Cuore del nostro Gesù? Ah chi l’abbia per poco considerato nei santi Evangeli vedrà sino a qual punto esso sia sollecito. Coi suoi Apostoli impiega una cura indefessa per istruirli, per formarli. Se cadono, siccome ancora imperfetti, in qualche mancamento, Egli li riprende amorevolmente e se non intendono, siccome rozzi, gl’insegnamenti che loro porge, Ei li spiega più a lungo e più per minuto adattandosi alla scarsa loro capacità. Con loro non fa da capo, non da sovrano, molto meno da Dio, gli governa come padre, oso dire, come tenerissima madre che li cova sotto le sue ali. Col comune poi degli uomini, il suo Cuore fa altrettanto. Le turbe gli si affollano dintorno perché sentono di essere amate, e che Gesù è tutto per loro. Gesù di rincontro non lascia un istante di occuparsi di essi come di figliuoli amatissimi. Per dirozzarli impiega la intera giornata nel tempio senza risparmio di fatica e disagio della persona: passa da un castello ad un altro, da una città ad un’altra ed è sempre pronto a fare loro del bene. La rozzezza dei loro modi non lo offende; la durezza dei loro cuori non lo stanca, l’inutilità delle sue fatiche non lo ritrae. E come è padre di tutti, così a tutti il suo Cuore volge le cure paterne. Preferisce bene i poverelli ai ricchi, perché quelli sono meglio disposti, ma ai ricchi non si nega e li ammaestra. Antepone bene i semplici ai più sagaci, ma anche a questi si offre pieno di carità. Si occupa degli uomini, ma non trascura le donne, e se accarezza i figliuoli suoi pargoletti non dimentica punto i più adulti. Le giornate intere sono per tutti loro. Ah voi che leggete, se siete padre, se siete madre, avete qui l’esempio della sollecitudine che dovete avere pei vostri figliuoli: ma come certamente siete figliuolo di Gesù, cosi raccoglietene quel che gli dobbiate. Il Cuore suo è al presente quel che era allora. Quel che fece visibilmente, vi mostra quel che fa ogni giorno invisibilmente con voi, ringraziatelo e risolvetevi di mostrargli meglio che a parole la vostra riconoscenza.

III. All’amore con cui ci ristora la vita. Vi è un caso funesto nelle famiglie, e che si ripete ora troppo di frequente, che qualche figliuolo dando a traverso abbandoni la casa paterna. Ma più frequente ancora sperimenta Gesù il somigliante, cioè che i suoi figliuoli gettandosi nel profondo del peccato, gli escano di casa. Quel che allora faccia il suo Cuore paterno, perché noi non l’avremmo creduto, Egli si compiacque di descriverlo colla propria bocca. Egli impiega dapprima tutte le vie per impedire nel suo prodigo figliuolo l’allontanamento dalla casa paterna. Gli rappresenta la soavità della famiglia, le carezze che n’ha ricevute, l’eredità che gli conserva, e cerca di risvegliare in lui la tenerezza figliale. Quando per l’ostinazione di lui riescono inefficaci tutti questi mezzi, ed il misero abbandona la casa e si ravvolge in tutte le turpitudini del suo cuore, Egli non per questo il perde punto di veduta. Lo segue di nascoso, lo sorveglia, ed ora coi rimorsi che gli suscita nel cuore, ora colla ispirazione con cui il visita, quando col disinganno che gli fa trovare in quello che ambisce e persino coi castighi paterni con cui lo flagella, dà opera che ritorni in se stesso. Il raccomanda alla cura de’ suoi ministri, all’affetto della sua sposa la Chiesa, il dà in custodia a’ suoi Angeli, ed a tutti dice quelle parole che David disse parlando del suo figliuolo Assalonne: Servate mihi puerum. Conservatemi il mio figliuolo.Che se il misero non si arrende, alloragli affanni del suo cuore sono inestimabili.Il sudore di sangue nell’orto, e lelagrime sparse sopra la croce ebbero questacagione principalmente. Ma se il prodigofigliuolo si arrende a tanti inviti, se tornada Lui, il suo Cuore non mette più limitialla gioia. Il prodigo è sordido nella persona,ma questo non toglie che ci se lostringa tra le braccia mille volte. Esso èconfuso pei suoi portamenti e vuole chiederneperdono, ma non c’è modo che glilasci pur profferire quella parola. Essoaveva perduto tutti i diritti alla famiglia, ma tutti gli vengono restituiti. La casa si mette in festa, sono chiamati i musici, vien imbandito un convito splendido, s’invitano gli amici a festa perché tutti si rallegrino di sì felice ritorno. Direste che quel Padre ha il cuore contento, il cuore inebriato di giubilo, che pel diletto che prova al presente, tutto dimentica in un istante il passato. È così che Gesù medesimo descriveva il suo Cuore paterno coi poveri peccatori. Ah, lettore, se vi trovaste in peccato, pensate quest’oggi non all’inferno di cui siete reo, non al paradiso cui avete rinunziato, pensate alla consolazione che potreste dare al vostro buon padre Gesù, quando tornaste al suo Cuore. Dopo questi sentimenti che Egli ha manifestato verso dei peccatori, che cosa più vi può trattenere? Se già non vi spaventano i baci, gli abbracciamenti, le tenerezze, le accoglienze di Gesù, non avete più scuse per rifiutarvi.

GIAC. Cor Jesu patris miserere mei.

OSSEQUIO. Esaminatevi se aveste bisogno di far ritorno a Gesù e risolvetevi di farlo: se già siete con Lui giurategli fedeltà eterna.

IL SACRO CUORE (69)

IL SACRO CUORE (69)

P. SECONDO FRANCO

SACRO CUORE DI GESÙ (6)

TORINO – Tipografia di Giulio Speirani e fligli – 1875

V° per delegazione di Mons. Arciv. Torino, 1 maggio 1875, Can. Ferdinando Zanotti.

Cuore di Gesù, Cuore di vero uomo.

Il Cuore di Gesù coll’essere il Cuore di un Dio, ci palesa quello Egli possa e sappia e voglia fare in nostro favore: come però per la nostra pusillanimità, mai non finiamo di fidarci di Lui, ci giovi il considerare che Gesù è anche vero uomo, ed il suo Cuore ha tutte le umane proprietà, dalla colpa in fuori. Così ci ravvicineremo in qualche modo a Lui e posto che il Padre ce l’abbia dato, ed Egli sia venuto a bella posta nella nostra condizione, per eccitarci a fiducia, Dio otterrà il suo intento e noi il nostro vantaggio. Diciamo adunque che il Cuore di Gesù essendo il Cuore di Dio è però anche il Cuore di un uomo vero, e così congiunge colla grandezza della divinità 1° le infermità, 2° la compassione, 3° la facilità di essere accostato propria dell’uomo.

I. Le infermità. Iddio nella sua infinita natura poteva usare agli uomini ogni sorta di riguardi, e favorirli con ogni sorta di grazie: gli è però vero che non poteva sentire i loro mali, perocché l’infermità umana non cade nella divinità. Quando si compiacque di farsi uomo per noi, allora egli poté provare e difatti provò nella natura da sé assunta tutte le infermità umane. Percorretele pure a vostro bell’agio e troverete vero quel dell’Apostolo che Egli fu sperimentato in ogni cosa tentatum autem per omnia in ogni genere d’infermità. Le angustie della povertà lo strinsero dalla nascita alla morte, Pauper sum ego. Le fatiche ed i disagi furono suoi indivisibili compagni, In laboribus a iuventute mea. Le pene e i dolori corporei se non si accostarono a Lui per infermità, gli si rovesciarono addosso per la malizia e violenza degli uomini in maniera affatto disusata, come è noto, nella sua dolorosa Passione e morte. Le pene dello spirito che sono poi sempre le più gravi lo investirono sì fattamente che non vi ha esempio non dico uguale ma somigliante nella storia. Il Cielo cospirò colla terra contro di Lui, gli amici ed i nemici, i grandi del secolo ed i popolani, i Principi secolari e i Prelati ecclesiastici, tutti ebbero una ferita da fare a quel Cuore. Il Padre celeste lasciò che Ei soddisfacesse alle colpe umane a tutto rigore di patimenti, i suoi nemici istigati dal demonio inventarono crudeltà inaudite per saziare l’odio che gli portavano, Egli stesso volendo dimostrare agli uomini quanto li amasse, elesse un modo di redenzione pieno per sé di tanti obbrobri, di tante carneficine, di tanti spasimi che dovesse persuadere finalmente a tutti qual fosse verso di noi il suo Cuore. Una sola infermità nostra non poteva Egli prendere sopra di sé, il peccato e tuttavia anche di questo volle provare l’obbrobrio e l’avvilimento: perocché avendo preso a scontare i nostri peccati, volle apparire coperto di essi dinanzi alla tremenda giustizia divina, e sostenerne tutta la vergogna e la confusione. Il perché quando ci accostiamo al Cuor divino non vi ha mai pericolo che Egli non intenda le infermità nostre, che non le senta intimamente. Non vi lagnate dunque che Gesù non capisca i vostri mali, che non li conosca… si sì tutto, tutto ha provato.

II. La compassione. Quindi è al caso di tutto compatire. Chi è stato sempre nell’abbondanza non sa compatire le strettezze della povertà, chi mai non fu infermo poco intende le lagnanze degli ammalati: come colui che ebbe sempre in poppa il vento prospero della fortuna, non sa quanto affannino le persecuzioni, gli odi, le calamità. Non è così il Cuore del nostro Gesù. Egli mai non vide infermità umana che non si commovesse e talora fino alle lagrime. Vede da ogni parte infermi, languenti di ogni ragione, quel Cuore tenerissimo subito è commosso e si fa loro incontro e tutti li risana. senza indugiare un momento. Curans omnem languorem et infirmitatem. Vede le turbe abbandonate senza pascolo di dottrina come pecorelle senza pastore e Gesù si commuove e piange. Incontra una vedovella che versa lagrime inconsolabili sopra un unico figliuolo defunto, e Gesù mescola le sue colle lagrime di lei prima di risuscitarlo alla vita; s’accosta alla città di Gerusalemme, e pensa ai flagelli che si tirerà addosso coll’ostinata sua perfidia nel commettere un Deicidio, e Gesù non può raffrenare le sue lagrime. Vien condotto alla tomba del suo amico Lazzaro già sepolto da quattro giorni, Ei freme nel divino suo spirito e piange. Quanta compassione per la Samaritana, per l’Adultera, per la Cananea, per Zacheo, pel Centurione, per la Maddalena, per tutti i peccatori e per tutte le peccatrici. Ah si è vero che niuna delle nostre infermità trovò mai insensibile il suo Cuore. Qual vantaggio adunque per noi che i tesori della sapienza, della potenza, della bontà di Dio siano alla disposizione di un Cuore di tanta amorevolezza e compassione. Oh lo intendessero i poveri peccatori che più non temerebbero di dover esserne rigettati e respinti. Oh l’intendessero anche quei Giusti sì timidi che non osano sperare il rimedio alle loro orazioni imperfette, alle loro quotidiane mancanze che se ne sentirebbero al tutto riconfortati.

III. La facilità dell’accesso. Tutto sarebbe che si accostassero gli uni e gli altri a quel dolce Cuore. Ma e perché nol farebbero? La sua umanità sacrosanta c’invita, il suo Cuore ci sforza. Quale fu finalmente la ragione per cui Iddio si fece uomo? Certamente acciocché in Lui l’umana natura pagasse i nostri debiti: ma altresì perché in Lui l’uomo si sollevasse; ad una vita divina. E come fare ciò se non si accosta a questa vita? Se avessimo dovuto avvicinarci alla divinità solamente, avremmo fatto come i figliuoli d’Israele. Avremmo detto non ci parli Iddio perché alla presenza della sua Maestà morremmo dallo spavento. Laddove la sua divinità velata dalla sacratissima umanità ora è diventata accessibile. Egli ha un corpo siccome il nostro, un’anima come la nostra, ha menato una vita simile alla nostra, ha sperimentata come noi la nostra infermità. Questa rassomiglianza fa scomparire le differenze, ci ravvicina. Che se consideriamo poi le condiscendenze e degnazioni a cui nella sua Umanità è disceso verso di noi vedremo sino a qual punto il suo Cuore desideri che a Lui ci accostiamo. È poco l’essersi come tolta di fronte la corona smagliante della divinità che ci avrebbe abbagliata la pupilla inferma, che nella sua umanità giunse ad allettarci, ad invitarci, a careggiarci in tutte le maniere più. amabili. Venite ad me, è la sua chiamata generale, rivolta a tutti: Venite da me. Et ego reficiam vos, ed Io vi ristorerò, è il premio che propone e lo stimolo con cui alletta. Tutti i nomi che prende a nostro riguardo come vedremo sono altrettanti titoli con cui ci chiama dintorno a sé. Nella sua vita mortale a quelli che si accostavano a Lui faceva poi le più dolci accoglienze col Cuore sulle labbra, dava loro il dolce nome di figliuoli, ne lodava la fede, li proponeva in esempio anche agli altri e persino allora che doveva riprendere qualcuno per suo vantaggio, non lasciava di mostrare il suo Cuore pietoso. Ai peccatori stessi non negò mai la sua persona, il suo ministero, che anzi si mostrò accessibile tanto a tutti loro che se ne ebbero a scandalizzare i farisei. Il Maestro vostro mangia coi peccatori… lo rinfacciarono agli Apostoli. Ma Gesù Cristo non si sottrasse loro per questo: fa sapere invece che per loro principalmente era venuto. Ora, devoto lettore, quella degnazione che ebbe Gesù un tempo, è pur sempre la stessa. Quel Cuore che ebbe allora è pur sempre quello del nostro Gesù. Quei desideri che ebbe di avere a sé dintorno e giusti e peccatori, è il desiderio che serba pure al presente, i tesori di che disponeva allora il suo buon Cuore non sono esausti, ma sono ancora intatti anche per noi. Perché non profitteremo di un bene sì grande qual è quello che Gesù ci offre nell’umanità sua sacrosanta?

GIAC. Cor Iesu, fili hominis, miserere mei.

OSSEQUIO. Fate in questo giorno qualche atto di confidenza nel suo buon Cuore.

Cuore dl Gesù, Cuore di Redentore.

Non poté essere senza qualche grande e degna cagione che l’Unigenito divino venisse sulla terra a vestire le nostre spoglie. Quale fu dunque questa? Essa è molteplice ,senza dubbio, ma la prima e più solenne è quella che viene espressa dalla fede cristiana, quando chiama Gesù Redentore degli uomini. Erano questi sia per la colpa del primo padre, sia per quelle tante più che essi v’avevano aggiunte personalmente schiavi di lucifero, esclusi dalla finale beatitudine. Gesù venne per saldare i nostri debiti colla divina giustizia, sottrarci alla tirannia infernale, rimetterci sulla via del cielo. È dunque questo il primo e più solenne ufficio che Egli esercitò per noi e perciò considerate come la Redenzione 1° Gesù Verbo eterno la volle; 2° Gesù Verbo incarnato la effettuò; 3° ed il suo Cuore divino ne dié la misura.

I. Gesù Verbo eterno la volle. Quando vogliamo concepire in qualche modo il disegno della divina Incarnazione siamo soliti a raffigurarci le divine Persone che radunate in consiglio trattano del grande affare della nostra salute. Ora come è che fu preso sì alta determinazione che il Verbo di Dio prendesse la nostra carne ed in essa soddisfacendo alla divina Giustizia ci riscattasse dalla servitù infernale? Fu il Verbo divino il quale per immensa degnazione di amore si offerse per noi. Niuno il costrinse, niuno il forzò, oblatus est quia ipse voluit. Ma deh! che cosa è questo? Se si mira alla persona che si offre è un eccesso di amore che sopraffà ogni mente creata. L’Unigenito di Dio è Dio come il Padre, la sua vita nel seno paterno è vita di beatitudine infinita, di che cosa poteva abbisognare, qual cosa poteva volere se a sé stesso è infinito bene? Spieghi a sé medesimo il Cristiano quale smisurato oceano di amore sia quello che mosse il Verbo di Dio ad una opera così eccelsa. Se si mira la viltà della condizione a cui elesse di sottoporsi ricresce ancora ai nostri occhi la smisuratezza del suo amore: perocché non v’ha proporzione tra la sua grandezza e la nostra viltà, tra il suo tutto ed il nostro nulla, ed il volere farsi come uno di noi Egli che è infinito è un abbassamento d’inestimabile amore. Se noi vedessimo il figliuolo di un Monarca gettarsi legato mani e piedi in un fondo di torre per salvare altri prigionieri ci parrebbe un eccesso incredibile: eppure tra un Monarca ed un prigioniero per quanto vile vi sarebbe proporzione poiché vi è medesimezza di natura. Ora che sarà che il Figliuolo di Dio elegga la condizione abbiettissima di un uomo per salvare gli uomini? chi potrà farne degna estimazione? Questo fu sempre quell’eccesso che rapi in ammirazione gli uomini più sapienti della Chiesa e che rinfocò di amore i Santi più illuminati. Che il Verbo divino si contentasse di sottoporsi a sì alta umiliazione: ed a noi quale senso desterà una piena sì ineffabile di amore?

II. Gesù Verbo incarnato la effettuò. Come poi una volontà si amorosa fu recata ad effetto? Giunta la pienezza dei tempi, il Figliuolo di Dio dié compimento al suo disegno. Venne di fatto sulla terra e nel seno verginale di Maria, presa la nostra carne, compì la grande opera della Redenzione. Questa richiedeva come suo fondamento che fosse placata la divina Giustizia irritata sì giustamente contro dell’uomo prevaricatore. Ed ecco che Gesù impiegando tutta la sua vita mortale in opere d’immenso servigio di Dio, e soprattutto offrendo se stesso in sull’altar della Croce, diede alla SS. Trinità per le nostre colpe un compenso valevole a tutto rigore di giustizia, e così poté la divina Misericordia largheggiare cogli uomini del suo perdono. Fu compenso a tutto rigore di giustizia. Imperocché sebbene fosse l’Umanità in Cristo quella che dolorava, pativa e moriva, tuttavia essendo quella Umanità SS. sussistente nella Persona del Verbo, e quindi vera Umanità di Dio, da quella ineffabile unione ritraeva una infinita dignità che la rendeva idonea e proporzionata ad una piena e totale soddisfazione ed estinzione di tutti i nostri debiti. Placata così la divina Giustizia abbisognavamo della grazia santificante la quale ci sottraesse alla dominazione dell’inferno, e ci rendesse amabili agli occhi divini: ed ecco che Gesù coi meriti della sua vita, della sua passione e morte c’impetrò anche questo. Ci meritò quella qualità sublimissima o per parlare con S. Pietro, quella partecipazione della divina natura che è la grazia santificante, e questa ci ritolse dal servaggio diabolico e ci rese amabili alle divine Persone. Restava che tutti questi frutti preziosi ci venissero applicati. Ebbene Gesù col sacrificarsi che aveva fatto per noi, diventando capo dell’umana natura, acquistò un doppio diritto: diritto sopra di noi, diritto sopra de’ beni che aveva accumulati. Ora valendosi di questi suoi diritti, Egli ordinò tutte le vie per cui i frutti della sua Redenzione ci fossero conferiti. Ordinò la Chiesa cui cementò del suo sangue, costituì sacramenti che fossero come i canali per cui fluissero le sue grazie, ordinò un sacerdozio permanente che dispensasse in nome suo i tesori preziosi che aveva raccolti, e così efficacemente dopo d’averci placato il cielo ci corroborò sulla terra. Qual cumulo immenso di grazie e di misericordie! Gli anni della nostra vita non bastano a scoprirle tutte, a ringraziarne la sua bontà, e nei secoli eterni solo comprenderemo qualche cosa di quello che per noi ha fatto.

III. Il suo Cuore divino ne dié la misura. Che se desideraste una qualche misura onde fare concetto di quello che colla sua Redenzione Egli ci ha ottenuto, e voi troverete questa nel suo Cuore sacrosanto. La sua Redenzione non fu solo bastevole, ma fu soprabbondante. Copiosa apud eum Redemptio. È indubitato che a saldare i nostri debiti colla divina giustizia, ad ottenerci ogni maniera di grazia sarebbe stato bastevole un atto qualsiasi del divin Redentore. Una lagrima de’ suoi occhi, un sospiro del suo Cuore, una parola del suo labbro, una preghiera qualunque, posta la dignità infinita che in Cristo risultava dalla Persona divina, avrebbe avuto merito e valore per la Redenzione di mondi innumerevoli, se tanti ve ne fossero stati. Ma dove Gesù avesse con questo, che alla cecità degli uomini sarebbe apparso sì poco, redento gli uomini, chi avrebbe creduto di essere molto amato da Gesù Cristo? Il suo Cuore divino e l’abbondanza dell’amore suo sarebbero stati disconosciuti. Ora Gesù che mirava con tante opere che faceva ad acquistarsi il cuore nostro, volle ed elesse patimenti sì gravi, passione sì amara, morte sì atroce che niuno potesse più dubitare al cospetto di prove sì vive, del quanto da Gesù fosse amato. Non ragguagliò pertanto le pene solo alla necessità della Redenzione ma eziandio alla tenerezza del suo Cuore per noi, al desiderio suo di essere riamato. Ond’è che la moltitudine e la gravità de’ suoi patimenti sono come altrettante bocche che ci rivelano l’amor del suo Cuore. Prenda dunque il Cristiano di qui la norma per giudicare il Cuor divino. Quel capo trafitto sì duramente grida l’amore che arde nel suo Cuore, amore gridano quegli occhi coperti di sputi e di sangue, quella bocca amareggiata di fiele, quelle spalle solcate dai flagelli, que’ piè, quelle mani trafitte sì duramente dai chiodi, quel corpo estenuato, sfinito, languente: e molto più ancora quelle tante pene interiori da cui è sì duramente straziato, altro non sono che prove della carità che arde nel suo Cuore sacrosanto. Perché tanto ha amato, per questo ci ha redenti con tanta soprabbondanza di carità. Quale stimolo qui a riamarlo, quale speranza di dover partecipare i frutti preziosi della Redenzione! Se tanto ha fatto per attirarsi il nostro amore, come ci negherà quello che è necessario a riamarlo nel tempo per poterlo amare nei secoli eterni? E se tanto ci ha amati, e d’un amore così gratuito, anzi così immeritato, che cosa farà per noi quando ci sforzeremo di corrispondergli? Oh Cuore dolce del mio Redentore, fatemi conoscere quel che avete fatto per me e fatevi da me una volta amare efficacemente.

GIAC. Cor Jesu Redemptoris nostri: miserere mei.

OSSEQUIO. Ringraziate per qualche momento il Cuore di Gesù di tutto quello che ha fatto e patito per voi.

IL SACRO CUORE (68)

IL SACRO CUORE (68)

P. SECONDO FRANCO

SACRO CUORE DI GESÙ (5)

TORINO – Tipografia di Giulio Speirani e fligli – 1875

V° per delegazione di Mons. Arciv. Torino, 1 maggio 1875, Can. Ferdinando Zanotti.

Cuore di Gesù, delizia di Maria.

Maria è detta da S. Chiesa, per molte ragioni, Madre del bello amore. Infatti chi meglio di Lei seppe dove collocare il suo Cuore, chi amò Gesù con maggior fervore? Chi sa ispirarlo anche agli altri sia coll’esempio, sia coll’intercessione più di Maria? Che però i Santi che aspirano all’amore di Gesù si volgono di preferenza a Lei per impetrarlo. Sarebbe però buono il sapere come Ella si accendesse di tanta fiamma, come la disfogasse. Lasciando stare le varie fonti da cui lo trasse, non temo di affermare che nel Cuore di Gesù Cristo principalmente le avvivasse, poiché di quel dolcissimo Cuore: 1° niuno meglio ne conobbe i segreti; 2° niuno sopra di lei ne sperimentò la dolcezza; niuno più di Lei gli si rese conforme.

I. Niuno meglio di Maria ne conobbe i segreti. Il cuore umano è sempre difficile a conoscere, poiché si avvolge per ordinario in tanti seni e nascondigli che sfuggono ad ogni investigazione. Ma quello di Gesù non per questa ragione è investigabile, si per la profondità dei tesori che accoglie e per la dignità a cui è innalzato. Chi però lo conobbe meglio e più da vicino della Vergine madre? Essa trattò con Gesù lunghi anni alla dimestica ed ebbe campo a penetrarne sempre più gli ineffabili segreti. L’Apostolo S. Giovanni s’innalzò come aquila sopra gli altri Evangelisti nella cognizione di Gesù, siccome è noto. Ora i Padri di S. Chiesa recano quella stupenda cognizione al posare che egli fece il capo sul Cuore SS. di Gesù nell’ultima cena, ed ai misteri dei quali fu allora messo a parte. Ma deh! che cosa è quel favore del quale fu egli degnato, rispetto a quello che per tanti anni godè la SS. Vergine? Ella strinse migliaia di volte il Cuore SS. di Gesù sopra del suo Cuore, allora che lo abbracciava, allora che lo vestiva, allora che lo addormentava sul suo petto immacolato. Ebbe dunque un vasto campo a ritrarne cognizioni sempre più intime e più sublimi. Molto più che ben più vasta era la disposizione che aveva la Vergine per favori così soprumani. S. Giovanni era l’Apostolo prediletto, Maria era la Madre di predilezione: e di tanto Gesù prediligeva questa, quanto era stata a più alta dignità sollevata. La cognizione di Dio si attinge, dice la Sapienza, in proporzione della parità del cuore. A questo dire come niuna pura creatura ebbe mai purezza maggiore di Maria, così niuna fu mai meglio disposta alle celesti comunicazioni. – Non è dunque immaginazione il dire che la Vergine dal contatto continuo con Gesù penetrasse le ragioni profonde della divina Incarnazione, i misteri che in Lei si erano compiuti, quelli di Gesù che dovevano ancora compiersi, che la sua mente fosse già fin d’allora quel che la Chiesa ebbe poi a cantare di Lei, sede della sapienza. Accostiamoci a somiglianza di Maria al buon Cuore di Gesù e non ci fallirà luce sì preziosa. Accedite ad eum et illuminamini. (Ps. 33, 6).

II. Niuno più di Maria ne sperimentò la dolcezza. Senonché più che la sapienza ancora è pregevole l’amore, mentre quella ci dà a conoscere Iddio, questo a Lui ci congiunge. E questa è un’altra ampia fonte delle delizie che ebbe Maria nel Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo. Imperocché questo fu per Lei una sorgente inesausta di santo amore. Dal momento in cui Maria ebbe concepito nel seno il Figliuolo di Dio sino all’ultimo istante in cui l’ebbe già morto sopra le braccia, quale dovette essere la sua vita? Gesù saettava il Cuore dolcissimo di Maria: Maria ricambiava quelle saette con altrettanti strati di amore. Gesù ancora nel seno verginale di Maria santificava il Battista; come sarà stata santificata Essa medesima da Gesù? I cari anni dell’infanzia, della puerizia di Gesù, non poterono essere altro per Maria che una sequela non interrotta di atti di amore. La natura, la grazia concorrevano ugualmente a stimolare il suo Cuore. Essa sel vedeva bambino, fanciullo, giovinetto dintorno, sel vedeva pieno di grazie e di verità: dalla contemplazione dell’esterno passando all’interiore, sotto quella forma riconosceva il suo Dio e le sue divine bellezze. Quali atti intensi di amore nel Cuore della Vergine? L’amore che unisce coll’amore che trasforma, l’amore di preferenza coll’amore di tenerezza, l’amor di compassione coll’amor che rallegra dovevano tutti confondersi nel suo Cuore e tutti versarsi in quello di Gesù Cristo. E di rincontro Gesù che da un cuore così puro, così ardente, si vedeva amato tanto focosamente, come doveva di ognuno di quegli atti dargliene il compenso, che solo essa bramava, in sempre nuovi accrescimenti di carità! Dagli occhi, dalle parole, dai gesti, dai sospiri, da tutto sé Gesù le palesava quel Cuore dolce, benigno, riconoscente, amoroso che è tutto suo proprio, e Maria in quello si riposava, si deliziava, saggiando anticipatamente le delizie del cielo. Oh anima devota, ecco come si giunge a godere di Gesù Cristo. Collo stargli intorno incessantemente, col rendergli tutti i servigi immaginabili ad imitazione di Maria, col ferirlo senza posa con istrali di amore.

III. Niuno più, di Maria gli si rese conforme. Ma non si contentò Maria di godere le delizie di Gesù Cristo. Il Figliuolo suo era venuto Maestro del mondo, e prima che dirozzasse le genti colle parole già le ammaestrava cogli esempi. Egli voleva cambiare lo stato dell’universo, ma per cambiarlo utilmente voleva cambiare i cuori. Perocché come tutti i vizi han radice nel cuore, come tutte le virtù hanno nel cuore il loro principio, cosi risanato questo, è risanato il mondo. Che cosa fece adunque? Mostrò il suo, lo diede a conoscere: perché a quello come sopra esemplare divino si conformassero. La Vergine benedetta per alta sua ventura non ebbe piaghe da risanare, ma potè accrescere sempre più le perfezioni del Cuore suo e fu alla scuola di Gesù che rese il suo così conforme al Cuore divino che ne rimase alla Chiesa per sempre lo specchio più fedele. Né è difficile il concepire come ciò avvenisse. Tutto in Gesù palesava i sentimenti suoi interiori. Col solo entrare nel mondo dava a conoscere quel che Egli stimasse i beni della terra, gli onori, le grandezze dietro a cui vanne perduti i miseri mortali; colla grotta scelta alla sua nascita diè a conoscere qual bene fosse l’umiltà, la povertà, l’annientamento. In tutta la sua infanzia e gioventù mostrò di qual pregio fosse la fatica, la soggezione, il compimento dei voleri divini. Tutti questi gran fatti svelavano la tendenza, la virtù, l’amore del Cuor divino. Or Maria non poté non contemplare a lungo tutti questi esempli, e nel suo cuore così ben disposto non sentirne tutto il valore e non ricopiarli con ogni fedeltà, discepola e Madre nello stesso tempo. Più tardi Gesù messosi ad annunziare la verità per cui era venuto al mondo.. ebbe discepoli ed ascoltatori: ma niuno più fedele di Maria. Gesù disvelò allora tutte le ricchezze del suo Cuore sacrosanto. Mostrò qual fosse verso del Padre, quanto riverente, quanto acceso, quanto infiammato di zelo, e mostrò qual fosse la carità del suo Cuore verso degli uomini, ammaestrandoli senza posa e dando poi per loro la vita. Mostrò qual fosse il disprezzo di se medesimo nella scelta che fece di tormenti così aspri, di agonie sì lunghe, di morte sì amara. E Maria da quella dottrina riconfortata conformò il suo Cuore a quello di Gesù così fattamente che congiuntasi a Lui pienamente di affetto, volle essergli compagna nella umiliazione del Calvario, negli insulti della crocifissione e se non poté nel corpo essere confitta insieme con Lui sulla Croce, volle per la gloria divina e per la nostra salute con piena conformità di volere e di affetto tutte nel suo Cuore risentire le pene del suo caro Gesù. Maggior conformità di questa, niuno mai ebbe con Gesù: e forse anche per questa la pietà cristiana trovò che a Maria compete pressoché un diritto sul Cuor divino, che espresse col chiamarla la Madonna del S. Cuore, quasi volendo significare che avendolo si intimamente conosciuto, tanto accarezzato, tanto imitato, si è come acquistato un diritto ad introdurvi le anime che ne la supplicano. Oh Vergine benedetta, come dispensiera che siete di tutte le grazie, non ci negate questa d’introdurci nel Cuore divino, ché ci varrebbe per tutte le altre.

G1ac. Maria, Mater Iesu, ora pro nobis.


Cuore di Gesù, Cuore di un Dio.


Dopo di aver considerato quel che sia in se medesimo il Cuore SS. di Gesù, passiamo a considerare gli uffici che per mezzo del suo Cuore Gesù esercita verso di noi i quali tanti sono quante sono le necessità de’ fedeli a cui provvedere: e queste sono le misericordie onde ci solleva e ci arricchisce. Quindi per non andare in infinito quelli accenneremo che nella divina Scrittura sono più solenni ed a cui possono agevolmente richiamarsi gli altri. Il primo però che tutti gli accoglie, è che il Cuore di Gesù, essendo il Cuore del divin Verbo incarnato, è il Cuore di Dio e quindi a sua gloria ed a nostro vantaggio può disporre della potenza di Dio, della sapienza di Dio, della divina bontà. Fate di comprenderle alquanto che penetrerete così la ricchezza inesausta del Cuor divino.
I. Potenza. Il cuore di Gesù dispone di tutta la potenza di cui è ricco il Verbo divino a cui è unito sostanzialmente.-Fin dove si stenderà adunque la sua efficacia? Non ne cercate i limiti perchè non li troverete. Consolatevi solo in questo: che esso si stende a tutti gl’immaginabili effetti a cui si stende il suo ineffabile amore. Come in passato si distese all’opera immensa della Redenzione dell’uomo pagando alla giustizia divina con ogni rigore tutti i debiti da noi contratti, come ci meritò la grazia e la gloria la quale di sua natura è un bene infinito, così può stendersi a qualsivoglia sorta di applicazione che Egli ce ne voglia fare, per quanto essa possa parere smisurata. Può salvare gli uomini anche più perduti e non solo salvarli, ma condurli ad un’eroica santità, come fece di Paolo cambiandolo di persecutore in Apostolo. Può ritrarci di mezzo alle più gravi tribolazioni e metterci d’improvviso in seno alla pace ed alla gioia più serena, come ha fatto tante volte colle Terese colle Margarite ed altre anime innumerevoli. – Può renderci insensibili, anzi farci giubilare in mezzo alle carneficine più spietate come tante volte ha fatto coi santi suoi martiri. Può sostenere anime deboli, fiacche, incostanti, leggere nei più ardui e lunghi sacrifici: perocché è il Cuore del Dio della potenza, della forza, della virtù. Né vi ha ostacolo che dinanzi a Lui non ceda. Non vale a strappare da Gesù le anime il demonio colle sue suggestioni più fiere ed ostinate, non vale la carne colle sue più lubriche seduzioni, non vale il mondo colle sue minacce più spaventose, coi terrori de’ suoi tormenti, nè colle lusinghe delle sue promesse e de’ suoi favori. – Gesù ha forza per vincere tutto con facilità, con coraggio, con perseveranza sino alla fine. Qual giubilo per un’anima che si rifugga in quel Cuore: essere assicurato che niuna forza lo può espugnare, niuna insidia lo può sorprendere perché sta nel Cuore d’un Dio onnipotente!
Il. Sapienza. Nè quella potenza infinita si trova punto all’oscuro di quello che ha da fare: perocchè è rischiarata da una infinita sapienza; Il Cuore di Gesù, non sarà mai abbastanza meditato, è il Cuore del Verbo: è quel Cuore in Cui sono riposti, secondo l’Apostolo, omnes thesauri scientiae et sapientiae, e ne dispone i tesori. Quali sieno poi le ricchezze che Egli possiede per ragione della divinità, non è possibile lo spiegarlo. Coi Teologi balbettando noi diciamo che ci conosce non solo tutte le cose che ha creato in tutte le loro essenze ed immaginabili relazioni, tutti i pensieri, tutti i moti liberi delle creature umane ed angeliche, ma tutti i possibili che sono per ogni parte incomprensibili a menti create e tutte queste cose con un guardo semplice e tranquillo tutte le ha sempre presenti: ma oltre Ciò la divinità ha comunicato alla natura umana di Gesù Cristo fino dal primo momento dell’Incarnazione la visione beatifica, per cui nel Verbo ci conosceva intimamente tutto quello che alla grande opera per cui era venuto si apparteneva. Le ha comunicata la scienza infusa ed in quell’altissimo grado che conveniva ad un’anima degnata della congiunzione ipostatica col Verbo: la scienza acquisita che corrispondeva alla grandezza della perfezione in cui la sua anima fu creata. – Di che quel Cuore sacrosanto è vissuto sempre in una luce si sfolgorata, che la luce delle più eccelse Gerarchie degli Angeli sono tenebre al paragone. Per ciò egli conosce a nostro riguardo tutte le vie per cui è possibile la nostra salute, tutte le condizioni che a quella son necessarie, vede tutti i mezzi per promuoverla con ogni efficacia, conosce tutte le vie per rassicurarci contro ogni pericolo, ha manifeste le strade per ritrarci da qualsivoglia estremo di mali in cui per circostanze estrinseche, per insidie diaboliche, per debolezza naturale, per malizia umana ed infernale, possiamo cadere. Epperò solo che il voglia, ci può assicurare la mia salute, né vi è ora, o momento in cui Egli non valga a provvedere a’ miei mali. Oh sapienza di Gesù che può compensare tutta la mia ignoranza, che può confortare tutti i miei dubbi, rischiarare tutti i miei errori, riparare tutte le mie cadute, oh sapienza infinita voi mi date piena fiducia perché io al tutto mi riposi in voi.

III. Bontà. Resta solo a sapere se Gesù vorrà impiegare la sua potenza, la sua sapienza a mio vantaggio: ma il suo Cuore divino oltre l’una e l’altra, dispone
eziandio di un’infinita bontà. Ora che cosa è la bontà? Bontà si dice quella cui tutti appetiscono: e che di sua natura tende a diffondersi e comunicarsi. Iddio essendo bontà infinita è da tutti gli esseri ricercato, benché molti esseri razionali noi cerchino debitamente, e tende a diffondersi senza limiti. Parlando solo della diffusione libera che fa Iddio fuori di sè, essa si è comunicata in tre grandi ordini, nell’ordine della natura, in quello della grazia e finalmente in quello della gloria, comunicazioni e diffusioni che hanno svariatissimi gradi, siccome è noto. Ora di tutte queste comunicazioni il segreto è riposto nel divin Cuore. Non solo perché esso è il Cuore del Verbo, il Cuore di Dio, ché questa ragione basterebbe per tutto: ma eziandio per ragioni più particolari a Gesù. I beni della natura essendo anch’essi mezzo per la salute eterna degli uomini non possono non dipendere anch’essi da Gesù che è il capo di tutti i predestinati. Quindi anche la povertà e la ricchezza, la grandezza e l’abbiezione dello stato, gli onori e le umiliazioni, le infermità e la sanità, la vita e la morte sono nelle sue mani. Molto più poi dipendono da lui tutti i beni della grazia, imperócché essi sono meriti del suo sangue, frutti della Redenzione. da sè fatta, ed Egli fu costituito capo degli uomini, come loro Redentore e loro Salvatore, acciocché distribuisca secondo la sua sapienza tutti i doni di grazia ed alla grazia appartenenti. Di che Egli ha in mano tutti gli aiuti che preparano la grazia abituale, tutti quelli che ne promuovono l’accrescimento e la conservazione, tutti quelli che servono alla perseveranza finale. Finalmente Egli ha in sua mano l’introdurre gli uomini nel regno della beatitudine, distribuire loro i seggi in quella patria dei sempre viventi, ed inghirlandarli dell’immarcescibile corona di gloria che dovrà durare perpetuamente. Quale sorgente inesauribile di bontà è racchiusa in quel Cuore! Ma anche quale speranza per chiunque aspiri a riportarne quelle grazie! Imperocchè essendo esse a disposizione di un Cuore che tanto ci ama, che ci ha dato tante prove di amore, chi sarà che non si faccia ardito a sperarle? In breve noi siamo certi di queste verità che il buon Cuore di Gesù tutti conosce i nostri bisogni ed i nostri mali, che ha potere che si stende ad ogni sorta di soccorso e rimedio, che ha bontà per volere tutto quello che noi gli chiederemo. Ecco le fonti della nostra fiducia nel Cuore SS. di Gesù. Sarà possibile non ammirare una volta la grandezza smisurata del divin Cuore e non gettarsi in Lui con pietna fiducia?

GIAC. Cor Iesu Filii Dei miserere nobis.

OSSEQUIO. Riponete con un atto di viva speranza la vostra salvezza nel Cuore di Gesù.

IL SACRO CUORE (67)

IL SACRO CUORE (67)

P. SECONDO FRANCO

SACRO CUORE DI GESÙ (4)

TORINO – Tipografia di Giulio Speirani e fligli – 1875

V° per delegazione di Mons. Arciv. Torino, 1 maggio 1875, Can. Ferdinando Zanotti.

Il Verbo di Dio è Dio come il Padre, perché è generato da tutta l’eternità della divina sostanza. Dovendo esso eleggersi e formarsi un Cuore chi può pensare che non sel sia formato conforme alla sua SS. volontà? Molto più che nol formava se non per assumerlo nella sua divina Persona. – Uno sposo che potesse da sè formarsi la sposa, senza dubbio raccoglierebbe in lei tutte le immaginabili perfezioni. Or il Verbo che formava quel Cuore per unirlo a sé indissolubilmente nella sua Persona divina, che cosa avrà fatto? È dunque indubitato che quel Cuore è la delizia più cara del divin Verbo: e per convincervene pienamente investigate alquanto sino a qual punto Egli lo prediliga. Il che si scorge: 1° dall’elezione che ne ha fatto; 2° dall’unione a cui l’ha innalzato; 3° dagli uffici per cui l’ha assunto.

I. Dalla elezione che ne ha fatto. Il Verbo di Dio da tutta l’eternità aveva presenti tutti i cuori che avrebbe creato un giorno con tutti i gradi di bontà che avrebbero avuto o avrebbero potuto avere. Di più aveva presenti tutti quelli che la sua onnipotenza avrebbe per quanto è lunga l’eternità sempre potuto creare gli uni più degli altri perfetti . Qual immenso campo in cui scegliere una umanità, un cuore da farlo suo proprio! Ora al Verbo divino che è sapienza infinita toccava di fare la scelta, gli toccava di farla per sé, e doveva eleggere un cuore che fosse adatto al fine altissimo di glorificare degnamente il Padre, di servire nel mondo di modello di ogni immaginabile perfezione, di ristorare la rovina di unto l’universo. Che cosa ha eletto il Verbo divino? Ha eletta non l’umanità, degli Abrami, degli Isacchi, dei Giacobbi, dei Mosè e di tanti altri santi personaggi che illustrarono colla loro santità il mondo: ma elesse una umanità singolare che è quella del N. S. Gesù Cristo, elesse quel Cuore.sacrosanto in particolare che ora noi adoriamo. Egli vide nella sua sapienza tal modo di arricchirlo, nella sua potenza tal virtù da formarlo che rispondesse appieno a tutti i suoi altissimi disegni, e quindi colla sua dolcissima bontà lo elesse perché fosse il cuore suo in eterno. Ma deh! che cosa è questa? Quali perfezioni non dovette vedere la sapienza infinita di Dio in questo Cuore se lo elesse, se lo volle? Quale amore non fu quello che gli fece dare la preferenza sopra milioni di cuori che avrebbe potuto destinare a sì alto scopo? Ma se il Verbo divino ha fatto questa scelta, perché non la potremo fare anche noi? Se le perfezioni di esso poterono allettare quella infinita bontà, perché non alletteranno il cuor nostro? Ah Verbo divino, io voglio fare la scelta che avete fatto Voi e tutto conselacrarmi a questo Cuore sacrosanto.

II. Dall’unione a cui l’ha innalzato. Il Verbo divino ha scelta l’Umanità ed in essa quel Cuore peculiare di Gesù Cristo: ma a qual fine l’ha scelto? Qui si curvino riverenti gli Angeli e pii Arcangeli. Tutti i Dottori, tutti i Santi, perché non è dato a mente creata di penetrare sino all’intimo della dignità a cui fu esso innalzato. Noi diciamo che all’unione personale del Verbo e diciam bene. Ma forse che noi intendiamo quello che diciamo? Tutte le maniere più insigni di unione, con cui possiamo farci scala ad intendere questo innalzamento, qui fanno tutte difetto. La natura umana in Gesù Cristo è terminata sì fattamente dalla Persona divina che, sebbene non vi sia alcuna confusione della natura divina coll’umana, pure questa forma colla Persona divina un tutto così intero che Figliuolo dell’uomo è vero Figliuolo di Dio. La Divinità si dà, si dona all’umanità e tanto si intrinseca con lei che le azioni di Gesù si attribuiranno a Dio ugualmente che all’uomo. Sarà Dio quegli che converserà cogli uomini, che patirà, che morirà per loro. Saranno fatte proprie di Dio le membra del figliuolo dell’uomo, il capo di un Dio sarà coronato di spine, le mani di un Dio saranno trafitte da chiodi, le carni di un Dio saranno peste da flagelli, una bocca divina sarà amareggiata dal fiele, ed il Cuore di un Dio sarà angustiato, oppresso, trafitto, squarciato, e sarà innalzato un vero uomo alla gloria di Dio in compagnia delle Persone dell’Augustissima Trinità per tutti i secoli. Di che potete considerare quale sia la condizione del Cuore di Gesù, quale l’esaltamento che riceve dal Verbo, e quindi di quale compiacenza esso sia l’oggetto. Noi sospiriamo alla gloria che è riposta nella visione beatifica, la quale è un bene che eccede tutto quello che sappiamo immaginare. Ma questa non è più che un’unione accidentale. Il Cuore di Gesù ha una unione sostanziale colla divinità per mezzo del Verbo che lo sostenta e fin dal suo primo momento godette la pienezza della beatitudine. In noi questa sarà una ammiranda comunicazione che Dio farà di sé chiaramente scoperto al nostro intelletto ed al nostro cuore partecipandoci il bene supremo. A Gesù non è partecipato, ma è donato interamente il bene supremo nell’ipostasi divina. A noi il gaudio verrà comunicato a stille, a torrenti ancora se volete, da Dio. Gesù Cristo ha i torrenti in sè medesimo anzi possiede l’oceano d’infinita grandezza perché ha il mare smisurato della divinità. Vedete dunque a quale alto scopo sia rivolto il vostro culto quando è rivolto al Cuore del vostro Gesù. Mirate allora al Cuore del divin Verbo, ad un Cuore di cui ogni palpito ha un valore infinito per la dignità che in lui si riverbera dalla divina Persona. Eccovi, anime devote, il fondamento della vostra speranza, anzi l’àncora della vostra sicurezza. Potete star certe che mai non mancherà ivi nè la potenza nel soccorrervi, né i tesori di cui disporre in vostro favore.

111. E dagli uffici per cui ha preso quel Cuore, potete raccogliere che non gli manca neppure la volontà di comunicarvisi in tutte le guise. E per la verità, poteva Dio spargere sopra gli uomini ogni più eletto dono del cielo, poteva perdonar loro, poteva sollevarli alla grazia, poteva arricchirli di questa, senza mai porvi un termine, poteva elevarli alla gloria anche più sfolgorata: ma non poteva a rigor di parola sentir compassione, che è quanto dire provare quella pena in se stesso che prova un uomo al vedere gli altrui mali: ed è chiaro perciocchè Iddio come purissimo spirito non può andar soggetto a queste e somiglianti affezioni. Che cosa fece Dio pertanto? La seconda Persona della SS. Trinità prese un Cuore a bella posta per sentire tutte le umane infermità al pari di noi. Ed ecco che poté d’allora in poi compatire, intenerirsi, piangere, indegnarsi, provare tutte quelle affezioni che sogliono provare i cuori. Della quale potenza oh quanto ampiamente usò in tutta la sua vita mortale! Per poco che altri percorra l’Evangelio non può non vedere che niuna calamità vi ebbe mai al mondo che non commovesse subito quel Cuor pietoso. Le infermità del corpo, le tribolazioni dello spirito, l’ignoranza che fa la strada agli errori, le colpe che trascinano le anime all’inferno, le sventure anche temporali de’ genitori e dei figliuoli, dei grandi e dei popolani, tutto il commuove, lo intenerisce, lo eccita ad offrire pronto il soccorso dei suoi aiuti de’ suoi miracoli, e della sua dottrina. In quella guisa che il Creatore ha dato alle donne un cuore di madre acciocché in quel solo abbiano quanto è necessario per provvedere ai bamboli, ed assisterli e curarli in quanto loro abbisogna: così il Figliuolo di Dio ha voluto prendere un Cuore d’infinita tenerezza ed affetto, perché fosse lo strumento di tutte le sue beneficenze, ed un pegno sensibile che risvegliasse la nostra piena fiducia. – Dalle quali considerazioni voi comprenderete quanto sia vero che il Cuore di Gesù sia la delizia del Verbo divino. Lo star con noi, l’ha detto Egli stesso, essergli sommamente caro. Deliciae meae esse eum filiis hominum. Egli in niun modo è mai tanto affettuosamente con noi come per mezzo del suo Cuore che lo muove a diffondersi tutto in misericordia. Resterebbe solo che a compiere più pienamente la sua contentezza, noi c’incontrassimo felicemente con Lui in quella viva fornace di amore. E perché nol faremmo? Se Egli è il più alto di tutti gli oggetti cui possa poggiare la nostra debolezza, sarebbe somma nostra grandezza il farlo: se è il più dolce di tutti i cuori, sarebbe somma nostra felicità lo stringerci a Lui: se è tutto compassione, tutto misericordia sarebbe anche per noi di sommo vantaggio. Adeamus ergo ad thronum gratiae e non ci fermiamo fino ad averne riportato misericordia.

Iesu Fili Dei miserere nobis.

OSSEQUIO. Postoché Gesù sta tanto volentieri con noi, passate qualche momento di questo giorno con Lui.

Cuore di Gesù Delizia dello Spirito Santo.

È verità della Cattolica fede che il Figliuolo divino riceve la pienezza della natura divina dal Padre per mezzo dell’eterna generazione. Il Figliuolo si volge al Padre con immenso impeto di carità e dal Padre ne è in pari modo riamato: onde è che da ambendue, spiranti in unità di principio, procede lo Spirito Santo. Che cosa darà lo Spirito Santo al divin Figliuolo in cambio di quel che riceve? Ah il divino Spirito si sfoga, lasciatemi dir così, nelle diffusioni amorose che fa di sé stesso sul Cuore deificato di Gesù Cristo. Considerate ad intelligenza di questa verità: 1° come lo Spirito Santo formi quel Cuore; 2° come lo ricolmi di sè; 3° come da quel trono esso regni.

I. Come lo Spirito Santo si formi quel Cuore. Non conveniva, osservano i Padri, che il Figliuolo di Dio venisse sulla terra appena commessa la colpa per molte ragioni, ma soprattutto perché l’uomo facesse giusta estimazione del peccato, sentisse la necessità del rimedio, lo stimasse poi quanto si conveniva, ed intanto si disponesse a riceverlo. Chi però presiedette a tanto apparecchio se non lo Spirito Santo? Esso fu che venne ispirando i Profeti ad annunziarlo a mano a mano sempre più chiaramente, esso che ai Patriarchi fece conoscere in ispecie il popolo, la tribù, la famiglia, le circostanze della sua venuta. Egli che mosse i Giusti di tutti i secoli a quelle preghiere che dovevano affrettarne il tempo. E questo era un apparecchio remoto. Ma quando giunse la pienezza dei tempi e che doveva aver luogo si alto portento in sulla terra, lo Spirito Santo preparò la gran Vergine Maria con quella copia di grazie che alla dignità, cui doveva essere elevata di Madre di Dio, erano convenienti. La fortificò di tutti gli aiuti interiori necessari a sostenere sì grande dignità ed incarico. E poi adombrandola di sua infinita virtù compì in Lei i miracoli maggiori che mai abbia veduto e mai sia per vedere il mondo. Fece che Maria senza detrimento della sua illibata Verginità diventasse Madre. Formò del suo purissimo sangue un corpo al Figliuolo di Dio ed in quell’atto medesimo già organizzato il congiunse all’anima più perfetta che mai uscisse dalle mani creatrici, ed impedendo ogni umana personalità, l’anima ed il corpo ineffabilmente congiunse alla Persona del Verbo di Dio: sicché tutto in un punto si verificarono colla Verginità di Maria la formazione del corpo di Gesù, l’animazione e la deificazione. Fu allora che il dolce Cuore di Gesù palpitò per la prima volta, fu allora che lo Spirito Santo ricevette in riconoscimento il primo palpito di Gesù Verbo incarnato. Quali strette di amore fra quel Cuore dolcissimo e lo Spirito di amore! Oh Spirito divino per amore di quel Cuore degnatevi di avvivarne anche in noi una scintilla. Oh Gesù, per gloria dello Spirito Santo accendetene in noi una fiamma!

Il. Come lo ricolmi di sé;. Proseguite a considerare le opere dello Spirito Santo nel Cuore SS. di Gesù, e vedrete come ci lo ricolmi di sé medesimo. Gesù ha una grazia che è così singolare a Lui che mai non fu e mai non sarà ad altri comunicata, la grazia dell’unione personale. Grazia sostanziale e non accidentale, grazia che il santifica per eccellenza, che lo fa essere il Santo dei Santi, e che gli conferisce per sé sola con infinito vantaggio tutti i doni ed aiuti che sono proprii della grazia santificante. – Cionondimeno come le sostanze sono compiute da loro accidenti, il sole dal suo splendore, il fuoco dal suo calore, i fiori dalle proprie fragranze, così la grazia sostanziale di Gesù Cristo fu consumata dalla grazia santificante acciocchè Ei fosse perfetto secondo ogni ragione. In qual grado poi questa fosse, raccoglietelo da ciò che non essendo altro che un effetto, una dipendenza della grazia essenziale dell’unione dovette essere a quella unione in qualche modo proporzionata. Al comune dei Santi lo Spirito divino si comunica a misura, e l’Apostolo ci fa sapere che ognuno ha il suo proprio dono. Sopra Gesù Cristo non fu serbata alcuna misura. Non enim ad mensuram dat Deus spiritum: (Ioan. 3, 34,) ma si posò tutto sopra di Lui lo Spirito Santo. Requiescet super eum Spiritus Domini. (Is.11,1). E se bramate conoscere quali forme prendesse cotesto Spirito, Isaia le va enumerando così: spirito di sapienza e d’intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà, spirito di timor divino. Quali ricchezze ineffabili che tutte adornano ed abbelliscono il Cuor divino! Se non ché non si contenta lo Spirito Santo di inabitare nel Cuore di Cristo co’ suoi doni più singolari. Egli inabita in Lui in modo non solo particolare ma unico. Conciossiache l’umanità santa di Cristo essendo congiunta con la Persona del Verbo, per la mutua inabitazione delle divine Persone, lo Spirito Santo si trova congiunto altresi ineffabilmente al Cuore divino: il quale ne riceve una vita di inesprimibile amore. A qual termine poi riferirà quel buon Cuore tasta comunicazione, se non a quello spirito medesimo da cui le sono provenute? Quale abisso di riconoscenza da una parte, quale effusione dall’altra, quale incendio di amore in unione sì intima e sì eccelsa! Nessuna lingua mortale oserà spiegare misteri che di tanto trapassano quel che possono escogitare gli uomini. Ci valga l’averli in qualche modo adombrati per concepire comecchessia in quali vortici di fiamme viva e respiri qutl Cuore sacrosanto. Oh Gesù fate che lo conosciamo perché ci riuscirà allora impossibile il non amarlo.

III. Come da quel Cuore esso regni. Lo Spirito Santo è l’autore della santificazione degli uomini e nulla tanto brama quanto di poter produrre nel mondo questo effetto da Lui tanto desiderato. Però il trono da cui Egli regna veramente è il Cuore SS. di Gesù. Quello che si oppone principalmente alla santificazione delle anime sono le colpe di cui sono cariche, sono le ripulse che dànno allo Spirito Santo, sono i demeriti che perciò sempre maggiormente accrescono. Chi è che toglie di mezzo tutte queste difficoltà, chi è che scioglie, lasciatemi dir così, le mani a quello Spirito vivificatore che tutti vorrebbe infiammare di sè medesimo? Non è se non Gesù Cristo il quale ai peccati che pongono ostacolo, sostituisce le lagrime sue che ne impetrano il perdono, ai demeriti nostri sostituisce i meriti suoi. Le lagrime de’ suoi occhi, i sospiri del suo Cuore, i gemiti del suo spirito sono quelli che tolgono tutti gli ostacoli alla santificazione che poi fa delle anime lo spirito santificatore. E Gesù tutti questi beni trae dal tesoro del suo Cuore sacrosanto, il quale nella grazia santificante, che possiede si smisurata, contiene quella che i Dottori chiamano grazia di essere capo della Chiesa per la quale piove di continuo a tutti i membri di S. Chiesa tutti quelli influssi divini che alla salute dei fedeli sono necessari. Così Gesù Cristo prepara la via allo Spirito Santo. E lo Spirito Santo poi dove conduce colla sua divina operazione i fedeli? Esso rende un contraccambio di amore a Gesù. Imperocehè tutto quel che persuade coll’unzione dolcissima della sua comunicazione non mira se non ad esprimere nei cuori umani una copia fedele del Cuor divino. Il nostro cuore è miseramente invischiato dalla meschinità della terra che sono quei beni che ci circondano, lo Spirito Santo ci muove al distacco di cui ci ha dato insegnamento e dottrina Gesù. Noi siamo proclivi a tutte le passioni del senso le quali ci travolgono troppo nelle colpe più vituperose: lo Spirito Santo mira a condurci invece all’amore di Dio secondochè ci ha tanto esortato Gesù. Noi siamo proclivi alla prevaricazione dello spirito colla nostra superbia, arroganza, invidia, infedeltà, e lo Spirito Santo mira a formare in noi il cuore umile e docile secondo il Cuore di Gesù. Sono adunque scambievolmente ragione del bene nostro, lo Spirito Santo e Gesù. Gesù ci merita quel dono e ce lo invia: lo Spirito Santo gli rende testimonianza e cel fa ricopiare. Gesù dopo d’avercelo meritato come Verbo divino che è, ce lo manda, e lo Spirito Santo mandato ristora nel mondo l’onore e la gloria di Gesù Verbo incarnato. Qual meraviglia se con tanti legami di amore, lo Spirito Santo formi di quel buon Cuore le sue delizie? – Ah la meraviglia è che noi ancora non sappiamo fare altrettanto. O Spirito divino traeteci a Gesù, fatecelo conoscere, fatecelo amare una volta.

Cor Iesu thronus gratiæ miserere nobis.

OSSEQUIO. Raccomandatevi allo Spirito S. che vi faccia conoscere il Cuore di Gesù.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (66)

IL SACRO CUORE (66)

P. SECONDO FRANCO

SACRO CUORE DI GESÙ

TORINO – Tipgrafia di Giulio Speirani e fligli – 1875

V° per delegazione di Mons. Arciv. Torino, 1 maggio 1875, Can. Ferdinando Zanotti.

Qual sia il fine della devozione al Cuor NS. di Gesù.

Se la divozione al Cuor SS. di Gesù non avesse alcun fine speciale, ma fosse solo un rendere onore, gloria, adorazione al Cuore SS., sarebbe questo un fine oltre ogni dire eccellente e basterebbe per ogni cosa: ma Gesù nell’atto di manifestare questo culto, manifestò anche un suo speciale intendimento. Ed è che i fedeli onorino il suo Cuore in ispirito di riparazione per le offese che Egli riceve soprattutto nel Sacramento di amore. Per entrare in questo spirito considerate come Gesù 1° sia offeso dove meno dovrebbe essere; 2° con qual malizia; 3° e da quali persone. Donde ne conchiuderete quanto sia doverosa una sì santa riparazione.

I. Gesù non dovrebbe essere offeso nel Sacramento di amore. Non vi è mai stato né mai vi sarà tempo od occasione in cui si debba o si possa offendere Gesù: giacché la sola necessità che vi sia in Cielo ed in terra e negli abissi è quello di non offenderlo, anzi di amarlo. Tuttavia se potesse per impossibile trovarsi un tempo in cui fosse meno scellerato l’offenderlo, sarebbe quando Egli non pensasse a noi, oppure anche ci percuotesse. Ma offenderlo mentre ci ama, mentre ci dà la prova più affettuosa di un amore che tiene rapito in estasi di meraviglia tutto il Cielo, deh! Chi può pensare una scelleraggine così inaudita? Eppure è il nostro caso. Gesù nella Eucaristia prodiga le finezze dell’amor suo in modo tanto indicibilmente affettuoso che per crederlo ci vuole la certezza immutabile della fede. Qui Gesù dimentica di essere Dio, per trattare interamente alla dimestica coll’uomo. Qui è padre, qui è sposo, qui è amico, qui è amante, qui fa da medico, qui da pastore: qui si fa luce, qui medicina, qui vita, qui verità. Volete adorarlo? adoratelo. Volete accarezzarlo? accarezzatelo. Volete parlargli? parlategli. Volete abbracciarlo? abbracciatelo, stringetelo. Volete mangiarlo? ‘Non vi sarebbe mai caduto neppur in pensiero che fosse possibile: ma Egli vi assicura che potete mangiarlo, anzi lo vuole, anzi il comanda. Se considerate un momento la sua dignità naturale, la sua grandezza infinita vi parrà un amore sì nuovo, sì immenso, sì compiacente, sì umile che vi riempirà di stupore. Eppure questa è la verissima verità. Che cosa converrebbe adunque che si facesse dai Cristiani che conoscono un tanto vero se non se star di continuo intorno agli altari, fargli compagnia, visitarlo, adorarlo, riceverlo, anticipare qui sulla terra con Lui sacramentato, come diceva S. Teresa, quello che i Santi fanno con Gesù svelato nel Cielo? Egli è dunque chiaro che se in niun tempo ed in niun luogo ha da essere offeso Gesù, molto meno il dovrebbe essere in questo mistero.

II. Eppure qui è offeso con malizia smisurata.

Notò S. Tommaso opportunamente che quasi tutto il culto della S. Chiesa è rivolto al Mistero dell’Eucaristia: ed è chiaro, perocché il culto Cristiano essendo il culto di Gesù Cristo, e Gesù essendo in questo mistero presente, a Lui dovevano rivolgersi i suoi fedeli. Ora che è accaduto? In cambio di questo culto di amore, la moderna empietà ha trovato il modo di offendere Gesù Cristo sacramentato in se stesso ed in tutto quello che gli appartiene. Alcuni eretici hanno osato negare la presenza reale di Cristo nel Sacramento. Ma gli empi moderni negano perfino la possibilità di questo mistero, negando che Cristo sia Dio. E poi congiungendo con solenne contraddizione l’infedeltà al sacrilegio, alcuni di loro sono giunti ne’ tenebrosi loro convegni a profanare la Sacra Ostia in maniere indegnissime. Da questa empietà procede poi quell’odio che portano a tutto quello che al divin Sacramento si riferisce. Non vanno più essi al tremendo e tanto salutare Sacrificio della Messa, oppure vi vanno per riempire la Chiesa di scandali colle irriverenze, colle risate, colle beffe ai Ss. Misteri si sono staccati al tutto dalla Mensa Eucaristica che per loro non ha sapore di alcuna sorta, e si sforzano d’impedire anche gli altri di parteciparne. Le processioni nelle quali Gesù sacramentato andava a ricevere le laudi de’ suoi figliuoli ed a spargere la sua benedizione sopra le intere città muovono loro stomaco e fanno quanto possono per attraversarle, per impedirle. I Sacramenti sono tutti ordinati, dice S. Tommaso, al massimo di essi che è l’Eucaristia o come disposizioni o come frutti di esso: ed a questi, ma soprattutto alla Comunione portano un odio diabolico. Il Sacerdozio quasi a primario suo oggetto è istituito in ordine alla Consacrazione e contro il Sacerdozio avventano i loro strali infiammati. Gesù in una parola, ha raccolto come in compendio tutte le prove del suo timore nella divina Eucaristia, e l’empietà contro la divina Eucaristia ha raccolto tutto il suo fiele. Or chi consideri tutto ciò come non arriverà a comprendere la necessità che vi ha di riparazione? Chi non vedrà che non basta che noi amiamo Gesù per questo debito personale che abbiamo con Lui, aia che dobbiamo eziandio dare qualche compenso ad un amore si oltraggiato?

III. Gesù è offeso gravemente da chi meno dovrebbe offenderlo. Si lamentava Gesù pel Profeta del tradimento di Giuda con queste parole. Se fosse stato un mio nemico a maledirmi, l’avrei comportato: ma tu mio guidatore, tu mio famigliare, tu che sedevi meco alla mensa, oravi meco nel tempio… oh non posso comportarlo. Si ininiicus meus maledixisset mihi, sustinuissem utique. Tu vero homo unanimes, dux meus et notus meus, qui dulces  mecum capiebas cibos, in Domo Dei ambulavimus cum consensu. (Ps. LIV, 13, 15). Lo stesso può ripetere ora Gesù nel divin Sacramento e lo stesso di fatto ripeté nell’atto d’istituire la devozione al suo Cuore sacrosanto. Si lagnò dell’indifferenza, della freddezza, della ingratitudine che trova nelle anime dei fedeli. In fatti qual indifferenza maggiore di quella di tanti Cattolici, che non si possono spingere per veruna guisa alla S. Mensa? Una volta per Pasqua e poi sono contenti di avere un anno dinanzi a sé libero da quella noia e da quel peso. Quale freddezza maggiore di quella che si vede in tante anime che non si curano di una Messa fuori di quella imposta, quando potrebbero così bene intenderla ogni giorno! Quanti non si curano né punto né poco che Egli se ne stia chiuso ne’ santi tabernacoli e mai non lo visitano, quanti non si degnano mai di ricevere la sua benedizione e quando intervengono dinanzi a Gesù come vi stanno? Ritti in piè, tesi della persona, affettando autorità, trattandolo come non farebbero un loro pari. Oh che freddezza! Oh che ingratitudine! Eppure ci si lamenta di peggio, dice che anche anime a Lui consacrate non gli portano amore. Questi sono Sacerdoti senza spirito che nei tremendi misteri lo strapazzano, sia pel cuore indisposto che vi apportano, sia per la maniera con cui celebrano il gran Sacrificio. Questi sono Religiosi senz’anima che, dopo d’aver consacrato a Gesù la loro vita, si dimenticano di Gesù e tornano ad amare quel mondo che avevano abbandonato, e si portano al S. altare da quei mondani che sono. Queste sono Religiose che, avendo scelto Gesù per isposo ora ne sono annoiate, e dissipate nello spirito aspirano ai carnami putridi dell’Egitto, perché hanno perduto il sapor della manna celestiale. Povero Gesù tradito dai nemici, abbandonato dagli amici, ansante di carità senza trovare ormai più cuori che vogliano saper di Lui! Ah chi non aspirerebbe a consolare un poco Gesù volgendosi al suo Cuore per ripararlo con amore più fervido, con Comunioni più numerose con apparecchi più solleciti, con ringraziamenti più affettuosi? Sia questo l’effetto, o lettore, della vostra devozione al Cuor SS. di Gesù ché ne avrete in questo e l’atto ed il premio!

Cuore di Gesù, delizia del Padre.

Che il Padre celeste abbia amato tutti gli uomini smisuratamente noi lo abbiamo dall’Evangelio, il quale ci testifica che il Padre amò il mondo sino a dargli il suo divino Unigenito. In questo dono ben si può raccogliere qual fosse l’affetto verso di noi del donatore. Ma che cosa poteva amare in noi figliuoli d’ira, schiavi della colpa, mancipati a satanasso? È chiaro che Egli ci amò nel suo divino Unigenito e guardandoci in Lui, in Lui ci volle ed elesse. Quanto dunque non dovette amare questo suo Unigenito divino, quali compiacenze non dovette trovare nel suo buon Cuore.

Raccoglietelo 1° da quello che esso è in sé; 2° da quello che esso fa; 3° da quello che in Lui facciamo.

.I. Il Padre si compiace nel Cuore SS. Di Gesù per quello che esso è.

Non è dubbio che il Padre celeste abbia sulla terra avuto molti e grandi servi che l’hanno onorato di tutto cuore. Fin dall’antica legge i santi Patriarchi, gli Abrami, gli Isacchi, i Giacobbi, ed altri molti lor somiglianti: poi i Profeti ed i giusti cominciando da Mosè sino a Malachia formano una catena mai non interrotta di servi fedeli del Signore. Molti più ne ha avuti la legge nuova incominciando dai santi Apostoli fino ai nostri giorni. Che però? Può il Padre divino di tanti suoi figliuoli (eccettuata la gran Vergine Maria per singolar privilegio) gloriarsi che tutti siano sempre stati totalmente secondo il suo cuore? Ah molti di loro furono un tempo anche peccatori gravi: ma quelli che non furono tali, quante imperfezioni, quante debolezze, quante infedeltà non commisero verso il Signore! Un solo cuore fu veramente tutto e sempre ed unicamente suo, pel quale fu immacolato anche il Cuore di Maria, ed è quello del divino Unigenito Gesù. Esso non ebbe un palpito, un atto di volere, un principio qualsiasi di volontà che non fosse totalmente conforme al volere dell’eterno Padre. Tantoché il Profeta annunziò di Lui che la divina legge la portava sempre in mezzo al cuore. Legem tuam in medio cordis mei. Ps. XXIX, 9. Ben poté dunque ilPadre annunziare a tutte le genti chequesti era il Figliuolo di tutta la suacompiacenza. Hic est Filius meus dilectus in quo mihi bene complacui. Matth. XXVII, 5.Ma è poco il dire che il Cuore di Gesùmai non ebbe ombra di volontà alienadal Padre: perché è vero il dire che ebbetutte le doti che il Padre seppe volere edesiderare in Lui. Non parliamo del donoincreato della divina Persona, per cuiessendo la sua Umanità cosa propria delVerbo, quel Cuore a tutto rigore deve dirsiil Cuore di Dio, parliamo anche solo delledoti create di cui è ricco. Tutti i doni delloSpirito Santo lo abbelliscono, tutte le virtùin grado ed eccellenza impossibile ad arrivarsida mente umana, lo adornano, imeriti di tutte le varietà di opere e dipatimenti lo arricchiscono, quindi il Padreceleste riceve da quel Cuore tutta quellapienezza di adorazione, di ringraziamento,di preghiera, di amore, di annientamento,di fiducia, in una parola di affetti e diculto a cui ha diritto. E però chi può direquale sia la compiacenza che il Padre hain Lui e per Lui dal quale è con tanta sovrabbondanza riveritoed amato. Oh Gesù mi rallegro con voi che siate collocato in sì alto seggio, e vi prego ad offrire anche per me al Padre vostro e mio tutta la disposizione del vostro Cuore sacrosanto.

Il. Il Padre si compiace nel Cuore SS. di Gesù per quello che esso fa.

Il Padre, come abbiam detto, amò infinitamente gli uomini da tutta l’eternità e li avrebbe voluto collocare nel regno della via gloria. Ma che? Le ragioni della divina Giustizia si opponevano. Che cosa fece Gesù il quale amava il Padre e noi d’immenso amore? Tolse sopra di sé di fornire la grande opera della Redenzione. E cosi al Padre somministrò il modo di soddisfare alla divina Giustizia e di contentare la sua brama della nostra salvezza. In questo però quanto ebbe da fare il suo Cuore pietoso! Dovette abbandonarsi a tutti i patimenti che alla nostra salute erano richiesti, e però in tutto il corso della sua vita mortale ebbe a soffrire umiliazioni, nascondimento e poi calunnie, ingiurie, percosse, agonia e morte. Che lunghi strazi e quanto dolorosi! Né bastando a questo Cuore una redenzione qualunque, ma volendo che fosse sovrabbondante, copiosa apud eum redemptio. Ps. CXXIX, 7, accrebbe secondo il suo amore le pene che per noi prese. Lasciò che il suo Cuore fosse ad un tempo straziato dai dolori, sopraffatto dalla tristezza, angustiato dalle noie, naufrago in un mare di non più intese carneficine. Or il Padre che conosceva tutto ciò che faceva per noi Gesù acciocché ridondasse alla sua gran gloria, come non dovette formare di quel Cuor divino l’oggetto delle sue più amorose compiacenze? E come non sarà per noi altrettanto, quando siamo quelli che ne godiamo tutti i vantaggi? Oh chi internandosi in quel Cuore amoroso vedesse quello che Egli ha fatto e patito per noi, dovrebbe pure una volta sentirgliene qualche riconoscimento e rendergliene qualche amore!

III. Per quello che facciamo in Lui. Ma la compiacenza del Padre doveva avere se non una intensità maggiore, una più larga estensione. Il Padre celeste stende le sue compiacenze dal suo Gesù anche a tutti quelli che appartengono a Gesù e ciò per amore di lui. Ora sapendo ciò Gesù Cristo prese ad amarci ardentemente con che trasse il suo Padre ad amare anche noi per quanto ne fossimo indegni. Fece di più. Dal tesoro del suo Cuore versò in noi tutte quelle qualità che potessero renderci amabili. Niuno vi ha tra i Cristiani che ignori che Gesù è la cagione meritoria non solo di tutte le grazie che noi riceviamo. Ma eziandio la fonte, la sorgente, o per parlar coll’Apostolo, la pienezza dalla quale tutti attingiamo. De plenitudine eius nos omnes accepimus. Joan. 1, 16. Quanti non sono i carismi, i doni, le maniere di santificazioni che rendono le anime accette a Dio! Or tutte queste grazie provengono dal suo Cuore. Per la carità e lo zelo onde rifulgono, i santi Apostoli sono le prime stelle del firmamento. Or tutta quella carità e zelo è una comunicazione che loro fa il Cuore divino. I santi Martiri sono insigni per la costanza e fortezza onde sostennero la S. Fede e formano le ammirande legioni che ora glorificano la divina Maestà. Ma tutta quella fortezza è una partecipazione di quella fortezza smisurata onde Gesù Cristo li ha agguerriti. Dite lo stesso delle opere dei santi Confessori, delle sante Vergini, di tutti i Giusti. Tanta virtù esercitata con sì eroica perfezione, tante opere di gloria divina condotta con intenzione sì pura, tante infermità, travagli, persecuzioni, tollerate con sì intera rassegnazione e costanza sono un inno di lande perenne alla Maestà divina: ma sono tutte virtù che dal Cuore divino sono provenute, sono state partecipate, poniamo pure che abbiano trovato fedeltà nella cooperazione. E però quanta estensione di gloria per tutta la SS. Ed Augustissima Trinità la quale tutta provenne dal Cuore di Gesù Cristo! Si può dire che Gesù non contento di quanto aveva fatto Egli in Persona a lande del Padre, si venne come moltiplicando in tanti servi suoi fedeli e tutti accese e tutti infiammò di amore per Lui, acciocché in tutti i secoli, la tutti i luoghi, da tutte le genti si esaltasse e magnificasse la Maestà divina. Ora essendo questa glorificazione divina tutto quello che può volere dagli uomini il Padre nostro che sta nei cieli, con quanto suo diletto debba mirare quel Cuore che dopo d’avere agli nomini meritato tanto bene, si è così tanto suo amore adoperato, perché gli uomini di fatto lo amassero e servissero sì perfettamente? Ah non credo di aver torto dicendo che il Cuore divino è la delizia del Padre celeste. Così ci concediate, o Gesù, che conformandoci col vostro Padre divino formiamo anche noi del vostro Cuore ogni nostra delizia.

NOVENA AL CORPUS DOMINI

NOVENA AL CORPUS DOMINI

(INIZIO 30 MAGGIO)

O Gesù, Sapienza infinita, concedetemi la grazia di conoscervi perfettamente per sempre amarvi di cuore e benedirvi in eterno. Gloria.

O Gesù, Signore padrone amorosissimo, fate che questo vostro indegnissimo servo non d’altro si ricordi e si pregi che di Voi e dell’infinita vostra bontà e misericordia. Gloria.

O Gesù, Salvatore amantissimo, non permettete che l’anima mia sia fatta schiava del peccato, e venga a perdere il tesoro inestimabile della vostra santissima grazia. Gloria.

O Gesù, Medico peritissimo, infondete nel bagno del vostro preziosissimo sangue l’anima mia, altrimenti troppo debole ed inferma, acciò resti per sempre sanata da tutti i suoi mali. Gloria.

O Gesù, vero Pane di vita, saziate l’anima mia  col delicatissimo cibo della vostra Carne celeste, acciò possa viver di Voi nella vita presente, ed esser con Voi beato nella futura. Gloria.

O Gesù, Gloria del Cielo, fate che tutti i miei pensieri, le mie parole, le mie azioni siano sempre diretti all’onor vostro, come ad ultimo fine e vero centro di beatitudine eterna. Gloria.

O Gesù, sopra ogni bene dolcissimo in Voi fermamente credo, in Voi vivamente spero, e Voi solo di tutto cuore, in questo SS. Sacramento, amo ed adoro: e per godere Voi solo ad ogni altro bene volontariamente rinunzio. Gloria.

LAUDA SION

Lauda, Sion, Salvatórem,
lauda ducem et pastórem
in hymnis et cánticis.


Quantum potes, tantum aude:
quia major omni laude,
nec laudáre súfficis.

Laudis thema speciális,
panis vivus et vitális
hódie propónitur.

Quem in sacræ mensa cenæ
turbæ fratrum duodénæ
datum non ambígitur.

Sit laus plena, sit sonóra,
sit jucúnda, sit decóra
mentis jubilátio.

Dies enim sollémnis agitur,
in qua mensæ prima recólitur
hujus institútio.

In hac mensa novi Regis,
novum Pascha novæ legis
Phase vetus términat.

Vetustátem nóvitas,
umbram fugat véritas,
noctem lux elíminat.

Quod in cœna Christus gessit,
faciéndum hoc expréssit
in sui memóriam.

Docti sacris institútis,
panem, vinum in salútis
consecrámus hóstiam.

Dogma datur Christiánis,
quod in carnem transit panis
et vinum in sánguinem.

Quod non capis, quod non vides,
animosa fírmat fides,
præter rerum órdinem.


Sub divérsis speciébus,
signis tantum, et non rebus,
latent res exímiæ.

Caro cibus, sanguis potus:
manet tamen Christus totus
sub utráque spécie.

A suménte non concísus,
non confráctus, non divísus:
ínteger accípitur.

Sumit unus, sumunt mille:
quantum isti, tantum ille:
nec sumptus consúmitur.

Sumunt boni, sumunt mali
sorte tamen inæquáli,
vitæ vel intéritus.

Mors est malis, vita bonis:
vide, paris sumptiónis
quam sit dispar éxitus.

Fracto demum sacraménto,
ne vacílles, sed meménto,
tantum esse sub fragménto,
quantum toto tégitur.

Nulla rei fit scissúra:
signi tantum fit fractúra:
qua nec status nec statúra
signáti minúitur.


Ecce panis Angelórum,
factus cibus viatórum:
vere panis filiórum,
non mitténdus cánibus.

In figúris præsignátur,
cum Isaac immolátur:
agnus paschæ deputátur:
datur manna pátribus.

Bone pastor, panis vere,
Jesu, nostri miserére:
tu nos pasce, nos tuére:
tu nos bona fac vidére
in terra vivéntium.

Tu, qui cuncta scis et vales:
qui nos pascis hic mortáles:
tuos ibi commensáles,
coherédes et sodáles
fac sanctórum cívium.
Amen. Allelúja.


(Loda, o Sion, il Salvatore,
loda il capo e il pastore,
con inni e càntici.

Quanto puoi, tanto inneggia:
ché è superiore a ogni lode,
né basta il lodarlo.

Il pane vivo e vitale
è il tema di lode speciale,
che oggi si propone.

Che nella mensa della sacra cena,
fu distribuito ai dodici fratelli,
è indubbio.

Sia lode piena, sia sonora,
sia giocondo e degno
il giúbilo della mente.

Poiché si celebra il giorno solenne,
in cui in primis fu istituito
questo banchetto.

In questa mensa del nuovo Re,
la nuova Pasqua della nuova legge
estingue l’antica.

Il nuovo rito allontana l’antico,
la verità l’ombra,
la luce elímina la notte.

Ciò che Cristo fece nella cena,
ordinò che venisse fatto
in memoria di sé.

Istruiti dalle sacre leggi,
consacriamo nell’ostia di salvezza
il pane e il vino.

Ai Cristiani è dato il dogma:
che il pane si muta in carne,
e il vino in sangue.

Ciò che non capisci, ciò che non vedi,
lo afferma pronta la fede,
oltre l’ordine naturale.

Sotto specie diverse,
che son solo segni e non sostanze,
si celano realtà sublimi.

La carne è cibo, il sangue bevanda,
ma Cristo è intero
sotto l’una e l’altra specie.

Da chi lo assume, non viene tagliato,
spezzato, diviso:
ma preso integralmente.

Lo assuma uno, lo assumino in mille:
quanto riceve l’uno tanto gli altri:
né una volta ricevuto viene consumato.

Lo assumono i buoni e i cattivi:
ma con diversa sorte
di vita e di morte.

Pei cattivi è morte, pei buoni vita:
oh che diverso ésito
ha una stessa assunzione.

Spezzato poi il Sacramento,
non temere, ma ricorda
che tanto è nel frammento
quanto nel tutto.

Non v’è alcuna separazione:
solo un’apparente frattura,
né vengono diminuiti stato
e grandezza del simboleggiato.

Ecco il pane degli Angeli,
fatto cibo dei viandanti:
in vero il pane dei figli
non è da gettare ai cani.

Prefigurato
con l’immolazione di Isacco,
col sacrificio dell’Agnello Pasquale,
e con la manna donata ai padri.

Buon pastore, pane vero,
o Gesú, abbi pietà di noi:
Tu ci pasci, ci difendi:
fai a noi vedere il bene
nella terra dei viventi.

Tu che tutto sai e tutto puoi:
che ci pasci, qui, mortali:
fa che siamo tuoi commensali,
coeredi e compagni dei santi del cielo.
Amen. Allelúia.)

Hymnus
Pange, lingua, gloriósi

Córporis mystérium,
Sanguinísque pretiósi,
Quem in mundi prétium
Fructus ventris generósi
Rex effúdit géntium.

Nobis datus, nobis natus
Ex intácta Vírgine,
Et in mundo conversátus,
Sparso verbi sémine,
Sui moras incolátus
Miro clausit órdine.

In suprémæ nocte cenæ
Recúmbens cum frátribus,
Observáta lege plene
Cibis in legálibus,
Cibum turbæ duodénæ
Se dat suis mánibus.

Verbum caro, panem verum
Verbo carnem éfficit;
Fitque sanguis Christi merum:
Et si sensus déficit,
Ad firmándum cor sincérum
Sola fides súfficit.


Sequens stropha, si coram Sanctissimo exposito Officium persolvatur, dicitur flexis genibus.

Tantum ergo Sacraméntum
Venerémur cérnui:
Et antíquum documéntum
Novo cedat rítui:
Præstet fides suppleméntum
Sénsuum deféctui.

Genitóri, Genitóque
Laus et jubilátio,
Salus, honor, virtus quoque
Sit et benedíctio:
Procedénti ab utróque
Compar sit laudátio.
Amen.


℣. Panem de cælo præstitísti eis, allelúja.
℟. Omne delectaméntum in se habéntem, allelúja.

(Canta, o lingua, il mistero
del Corpo glorioso
e del Sangue prezioso,
che in prezzo del mondo
ha versato il frutto d’un seno generoso
il Re delle genti.

Dato a noi e nato per noi
da intatta Vergine,
dopo d’esser vissuto nel mondo
e sparso il seme della parola,
chiuse la fine del suo pellegrinaggio
con una meravigliosa istituzione.

Nella notte dell’ultima cena,
sedendo a mensa coi fratelli,
pienamente osservata la legge
sui cibi prescritti,
al collegio dei dodici in cibo
dà se stesso colle sue mani.

Il Verbo incarnato, con una parola,
di vero pane fa sua carne;
e il vino diventa sangue di Cristo;
e se i sensi ciò non comprendono,
a persuadere un cuor sincero
basta la sola fede.

Quindi un tanto Sacramento
prostrati veneriamo;
e l’antico sacrificio
ceda il posto al nuovo rito;
la fede poi supplisca
al difetto dei sensi.

Al Padre e al Figlio
sia lode e giubilo,
salute, onore, potenza
e benedizione;
a Colui che procede da ambedue
sia pari lode.
Amen.

. Il pane del cielo hai dato loro, alleluia.
. Avente in sé ogni dolcezza, alleluia.)

NOVENA ALLA SS. TRINITÀ

TRIDUO O NOVENA ALLA SS. TRINITÀ

Alle tre divine Persone.

(Inizio 26 maggio 2023)

Vi adoro e glorifico con tutto il cuore, Trinità sacrosanta, divinità invisibile del Padre, del Figliuolo  e dello Spirito Santo, unico vero Dio in tre Persone distinte, ma eguali fra loro e nella gloria e nella maestà. In Voi solo, da Voi e per Voi, esistono tutte  le cose, o Sostanza essenziale, Verità infallibile e vera Vita, primo nostro Principio, ed ultimo nostro Fine. Dacché mi faceste a vostra immagine e somiglianza, fate che ai vostri santissimi desideri siano sempre conformi tutti i pensieri della mia mente  tutte le parole della mia lingua, tutti gli affetti del  mio cuore, e tutte quante le mie operazioni; affinché, dopo avervi quaggiù veduto in ispecchio ed in enigma per mezzo della fede, giunga finalmente, a contemplarvi faccia a faccia, possedendovi perfettamente per tutti i secoli nel Paradiso. Tre Gloria.

Al Padre.

Dio Padre, fonte d’ogni essere, da cui emana ogni  paternità sulla terra e nel cielo. Voi che, prima della creazione del mondo, ci predestinaste nel vostro divin Figliuolo, e dando a noi lo stesso Unigenito per  nostra redenzione e salvezza, ci adottaste in Lui per vostri figli, fate che noi sempre vi adoriamo in ispirito di verità, ed osservando fedelmente la vostra legge meritiamo di partecipare cogli Angeli alla eterna eredità del Paradiso. Tre Gloria.

Al Figliuolo.

Dio Figliuolo, generato dal Padre prima dei secoli, lume da lume, Dio vero da Dio vero, eguale e consustanziale al Padre, Splendore della sua gloria, Figura della sua sostanza, eterno Verbo per cui furono create tutte le cose, in cui dimora ogni pienezza di grazia, in cui risiede ogni potere in cielo, in terra e negli abissi, e che verrete nella vostra gloria a giudicare alla fine dei secoli i vivi  ed i morti, dacché vi degnaste di indossare la fragile nostra natura, di farvi obbediente fino alla morte e alla morte di croce, di versare per noi fino  all’ultima stilla il vostro Sangue divino, fate che  noi vi siamo sempre riconoscenti a così segnalati favori, e camminando con Voi la strada delle umiliazioni e dei patimenti, giungiamo ancor a partecipare alla gloria del vostro regno. Tre Gloria.

Allo Spirito Santo.

Dio, Spirito Santo, procedente dal Padre e dal  Figliuolo, Amore immutabile e sostanziale dell’uno  e dell’altro, sorgente d’ogni bontà, dispensatore di  ogni grazia, fortezza e conforto, santificatore e perfezionatore delle anime, Spirito Paraclito, Datore dei sette doni e della perseveranza finale, Unzione spirituale, Carità inestinguibile, per la di cui opera  venne compito il glorioso mistero dell’incarnazione del Verbo, diffuso l’Evangelio in tutto il mondo,  e conservato sempre intatto il sacro deposito della fede, animate noi tutti d’un coraggio simile a quello  degli Apostoli per sostenere, malgrado tutte le dicerie e le persecuzioni del mondo, il glorioso carattere di Cristiani, vivere e morire sempre fedeli alla madre comune dei credenti, la Cattolica Chiesa,  fuori della quale non v’ha speranza di salute e di vita. Tre Gloria.

ORAZIONE.

Omnipotens sempiterne Deus, qui dedisti famulis tuis in confessione veræ fidei, æternæ Trinitatis gloriam agnoscere, et in potentia majestatis adorare Unitatem, quæsumus, ut ejusdem fidei firmitate ab omnibus semper muniamur adversis. Per Dominum nostrum, etc.

NOVENA PIÙ BREVE.

1. Gloria al Padre che mi ha creato a sua immagine. Gloria al Figliuolo che mi ha redento colla sua morte. Gloria allo Spirito Santo che mi ha santificato colla sua grazia. Gloria.

II. Gloria al Padre che mi sostiene col suo potere. Gloria al Figliuolo che mi sostiene colla sua  sapienza. Gloria allo Spirito Santo che mi riscalda col suo amore. Gloria.

III. Gloria al Padre che conserva il mio essere. Gloria al Figliuolo che illumina il mio intelletto. Gloria allo Spirito Santo che santifica la mia volontà. Gloria.

IV . Gloria al Padre per mezzo del mio intelletto che mediterà sempre le sue perfezioni. Gloria al Figliuolo per mezzo della mia memoria che ricorderà sempre i suoi benefici. Gloria allo Spirito Santo per mezzo della mia volontà che sarà sempre obbediente alle sue ispirazioni. Gloria.

V. Dagli Angeli e dagli uomini, dal cielo e dalla  terra, nel tempo e nell’eternità, sia lodata, adorata, benedetta e glorificata la santissima, l’augustissima, la beatissima Trinità. Così sia. Gloria.

ORAZIONE PER TRIDUO O PER NOVENA.

Io vi credo, vi amo, vi benedico, vi adoro, o unica,  o indivisibile, o santissima Trinità, Padre, Figliuolo  e Spirito Santo, un solo Dio in tre Persone. Credo  ciò che non comprendo; adoro ciò che non vedo.  Credo, adoro ed amo il Padre che mi ha creato, il  Figliuolo che mi ha redento, lo Spirito Santo che mi ha santificato. Il Padre che mi sostiene colla sua onnipotenza: il Figliuolo che mi governa colla sua sapienza: lo Spirito Santo che mi vivifica col suo amore.

Onoro la possanza del Padre col sottomettermi senza eccezione al suo supremo dominio.

Onoro la Sapienza  del Figliuolo, abbandonandomi interamente alla sua direzione.

Onoro la bontà dello Spirito Santo, lasciandomi rapire dagli allettamenti del suo amore.

O Trinità adorabile! non sareste il mio Dio se non foste superiore alla mia ragione; ed il mio cuore non potrebbe amarvi ed adorarvi come mio Dio, se potesse  comprendervi la mia mente, perché non sareste infinito se non foste incomprensibile; e non sareste Dio se non foste infinito. Quanto meno vi comprendo  tanto più devo credervi ed adorarvi. Quanto più superate le mie cognizioni, tanto più meritate la mia riverenza. Ora siete l’oggetto delle mie adorazioni, ma un giorno sarete l’oggetto della mia beatitudine ed il mio unico amore. Ora siete il soggetto del mio  merito, ma un giorno sarete la mia ricompensa e la mia felicità. Ora a me vi nascondete per accrescere i miei meriti: allora a me vi scoprirete per dare ai miei meriti la corona. Ora non posso meglio onorarvi che col mio silenzio, né voglio interrompere il mio silenzio se non per unirmi ai Serafini, onde cantar continuamente con loro: Santo, Santo, Santo è  il Dio degli eserciti. Sia gloria al Padre che genera il suo Figliuolo colla virtù infinita del suo intelletto.  Sia gloria al Figliuolo ch’è generato e consostanziale  al suo Padre. Sia gloria allo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figliuolo come termine beato  del loro amore. Sia gloria alle tre Persone della SS. Trinità che fanno a se stesse la loro somma felicità, si amano quanto meritano d’essere amate, e procurano a se stesse una gloria infinita. Quando sarà quel giorno, o adorabile Trinità, in cui saremo felici della stessa felicità vostra, per cui avremo la stessa occupazione, quale si è quella di possedervi, di amarvi e glorificarvi per tutta l’eternità! Tre Pater, Ave, Gl.

(G. Riva; Manuale di Filotea. XXX Ed. – Milano 1888)

IL SACRO CUORE DI GESÙ (65)

IL SACRO CUORE (65)

P. SECONDO FRANCO

SACRO CUORE DI GESÙ

TORINO – Tipgrafia di Giulio Speirani e fligli – 1875

V° per delegazione di Mons. Arciv. Torino, 1 maggio 1875, Can. Ferdinando Zanotti.

Perehè si presti un cultò speciale al Cuore Santissimo Gesti Cristo.

La prima domanda che si fa da molti, quando si sentono proporre la divozione al Cuore SS. di Gesù, suole esser questa. Qual ragione vi ha di onorare specialmente il Cuore di Gesù Cristo? Sia pure un oggetto degno d’infinita lode, tuttavia non basta adorare, come sempre si è fatto, tutto intero il nostro Signor Gesù Cristo? Si potrebbe rispondere semplicemente che, avendo Nostro Signore fatto conoscere che gli era carissimo un tal culto, ed essendovi noi confortati da Santa Chiesa, questo è bastante perché l’abbracciamo con ogni fiducia. Ma vi sono ragioni saldissime che a ciò fare ci muovono, che sarà utile il considerare e varranno eziandio per solido fondamento a quel che diremo dappoi. Queste ragioni si possono brevemente accogliere in questo. 1° Che la fede ci mostra adorabile il Cuor divino. 2. Che la pietà peculiarmente il domanda. 3. Che lo stesso Cuor divino soavemente ci attrae.

I. La Fede cristiana ci mostra adorabile il Cuor divino. La fede cristiana insegna che in Gesù Cristo vi sono due nature, le quali sussistono in una sola Persona, che è quella del divin Verbo. Che quindi Gesù Cristo sia che si risguardi secondo la natura divina, sia secondo l’umana, deve essere adorato collo stesso supremo culto di latria, con cui si adora la divinità. Una adoratione Deum Verbum incarnatum cum propria ipsius carne adorat, sicut ab initio Dei Ecclesiæ traditum est. Così il V. Conc. tenuto in Laterano. E la ragione di ciò è che sebbene l’umanità sacrosanta del Redentore per sé medesima non sia Dio, né  si confonda colla divinità, tuttavia come è Umanità assunta dal Verbo, il quale è Dio, così deve essere col Verbo adorata in quel modo medesimo onde si adora Iddio. – Esprime questa dottrina di Santa Chiesa mirabilmente S. Giovanni Damasceno. « Uno è Gesù Cristo perfetto Iddio, perfetto uomo, cui noi col Padre e collo Spirito Santo adoriamo di una sola adorazione insieme alla sua Carne immacolata. Né ricusiamo di adorare la carne, poiché l’adoriamo nella Persona del Verbo che in sé l’ha assunta: né per questo adoriamo una creatura, poiché non adoriamo la carne presa da sé sola, ma come congiunta alla divinità e perché le due Nature di Lui sono unite nella Persona del divin Verbo ». Così il Santo. Di che se ne trae che come tutto il nostro Gesù, cioè la Persona del Verbo colle due Nature Umana e Divina che le sono proprie, sono l’oggetto assoluto ed adeguato di ogni nostro culto, così l’umanità sua sacrosanta con tutte le parti che la compongono, in quanto è fatta natura del divin Verbo, è oggetto della nostra adorazione parziale. Or posto ciò quel Cuore è certamente adorabile. Ma se è adorabile perché non l’adoreremo? Tutto sta che vi siano ragioni speciali per farlo, e queste vi sono oltre ogni dire efficaci.

Il. La pietà cristiana ce lo domanda a gran voce. Conciossiaché non potendo noi adorare l’Umanità SS. di Gesù Cristo se non secondo le manifestazioni che esso si compiace di farne (dacché possiamo solo adorarlo in quanto lo conosciamo) in quel Cuore le manifestazioni di Gesù ci appaiono più belle, più tenere, più commoventi che tutto altrove. Infatti, come e dove è che ci si manifesta Gesù? Nella sua vita mortale Ei ci si presenta sotto le forme amabili ora di bambino per noi lattante, ora di fanciullo per noi affaticato, ora di giovane per noi nascoso in una bottega, ora di annunziatore della parola di vita eterna e quindi in tutti questi stati noi siamo in caso di adorarlo. Nella sua Passione ci si dà a vedere agonizzante nell’orto, coronato di spine, lacero da flagelli, confitto su di una Croce e riscuote in tutti quegli stati la nostra adorazione. Nella divina Eucaristia ci appare e medico delle nostre piaghe, e amante sviscerato di tutti noi, e cibo sostanziale delle anime e pegno di eterna vita: e secondo che lo conosciamo, qui pur l’adoriamo. Nel Cielo Gesù ci mostra la sua SS. Umanità rivestita di gloria, alla destra del Padre, e ci rappresenta la carità, la misericordia, la benignità onde ama ciascuno di noi come capo le sue membra, come arbore i suoi rami, come Redentore i suoi riscattati, ed è, come è chiaro, oggetto di tutte le nostre adorazioni. Ma dove ci presenti poi il suo Cuore squarciato da cruda lancia, che versa fino le ultime stille di acqua e sangue che in lui si contengono, che ci rammemora come tutto ci abbia dato quel che possedeva sino al Cuore, che tutto si è immolato fino allo squarciamento del Cuore, che tutti ci offre i suoi doni e le sue grazie sino ad aprirci per ogni rifugio e conforto il suo medesimo Cuore, come non dovrà a sé rapire tutti i nostri affetti? E di quale argomento più tenero ed affettuoso può occuparsi la pietà cristiana? Potrà mai un’anima che senta meno indegnamente di Gesù non sentirsi attratto soavemente a riamarlo, ad adorarlo, a glorificarlo?

III. Lo stesso Cuor divino ci attrae. Gesù stesso offrendoci il Cuore ci porge il più caro invito che possa farci ad adorarlo, ossequiarlo, amarlo. Che cosa è infatti il SS. Cuore di Gesù? È il principio immediato di tutte le sue opere e di tutti i suoi patimenti. Perché mai Gesù si affaticò per trentatré anni in sulla terra? Perché fondò la Chiesa, perché operò la Redenzione con sì smisurati patimenti, perché ci dischiuse il Cielo, insomma perché tanto fece e tanto patì per noi? L’unica risposta che si può dare a tante interrogazioni non è poi mai altra che pure questa: perché il suo Cuore pietoso arse per noi di amore smisuratissimo. In quel Cuore vi è dunque la cagione, il principio di tutto quello che ha fatto e patito per noi. Cagione che supera in eccellenza l’effetto che ne provenne, perocché più è che Gesù si sia degnato di amarci che non è che ci abbia colmati di grazie, se pur è vero, come è verissimo che più del dono valga il donatore. Di che possiamo dire con verità che il suo Cuore è il compendio ed il fiore più bello di tutte le sue opere. Ne è il compendio perché tutte muovono dall’amore del suo Cuore il quale le elesse, le volle, ne sopportò le necessarie fatiche per eseguirle, ne fece diremo così le spese. Ne è il fiore più bello perché è quello che pone il colmo a tutte le sue degnazioni. Se è amabile Gesù che vagisce in fasce, quel che più ci ferisce è che quei vagiti sono per nostro amore. Se è bello Gesù già tutto sparso di sudore nella sua bottega, quel che più ci muove è il pensare che per amore di noi Egli lavora. Se è mirabile Gesù che percorre la Giudea, che dirozza gli Apostoli, che fonda la Chiesa, il più soave di quello spettacolo è l’amore con cui viene divisando sì belle imprese. E così contemplando Gesù in croce, o nella divina Eucaristia, o lassù nel Cielo quel che più ci commuove è l’amore paziente, l’amor prigioniero, l’amore che ci prepara le sedi celesti. Quanti debiti adunque abbiamo con quel Cuore sacrosanto che tanto ci ha amato! Quante ferite d’amore partono verso di noi da quel buon Cuore!

Cor Jesu flagrans amore nostri, infiamma cor nostrum amore tui.

I. Qual sia l’oggetto materiale della devozione

al SS. Cuore.

Che il Cuore SS. di Gesù sia adorabile l’abbiamo considerato già. Si può ora richiedere in qual modo cel proponga ad adorare la S. Chiesa. Al che è da rispondere brevemente che essa ci presenta come oggetto materiale di questo culto quel Cuore SS. quale si trova in Gesù Cristo, e come oggetto spirituale l’amore smisurato che Gesù ci ha portato e ci porta incessantemente. Per l’uno e per l’altro capo cotesta devozione riesce ammiranda. Considerate frattanto l’oggetto materiale, e vedrete che ad adorarlo peculiarmente cel persuadono d’accordo 1° la sua dignità, 2° la nostra riconoscenza, 3° la pietà nostra.

.1° La sua dignità. Il Cuore in G. Cristo è un cuore vivo, è un cuore congiunto a tutta l’Umanità sacrosanta di Gesù Cristo. Ora quel Cuore non trae la vita naturale se non dall’anima, la quale è senza dubbio l’anima più perfetta che sia uscita dalle mani di Dio creatore. La umanità di G. C. di cui è parte sì precipua il Cuore, è sostentata, come abbiam detto, dalla Persona del divin Verbo, quindi è l’Umanità del Figliuolo di Dio; e se è così, come è certamente, il Cuore di Gesù Cristo è il Cuore di Dio. Quindi la divinità sebbene non distrugga il cuore umano, pure inondandolo di sé medesima, lo innalza, lo sublima ad una dignità infinita. La porpora diventa nobile allorché è portata da un Monarca: ma non cessa per questo di essere sempre separabile da lui, poiché è cosa estrinseca al medesimo. Non è così del Cuore del nostro Gesù. Esso è stato coll’Umanità sacrosanta sì fattamente congiunto alla Persona del Figlio di Dio che è e sarà in eterno il Cuore di Dio. Il Verbo divino che in sé medesimo è immutabile per mezzo di questo cuore palpita, si rallegra, si affligge, si consola, va soggetto a tutte le affezioni della nostra vita mortale, e la nostra umanità di rincontro in Gesù Cristo in maniere al tutto ineffabili è ammessa alle ricchezze, alla gloria, alla maestà della Divinità. Quale oggetto non è pertanto quel Cuore divino anche preso solo materialmente! Come non accarezzerà volentieri ognuno di noi questo Cuore che è accarezzato così intimamente, dalla divinità che l’ha fatto Cuore suo in eterno?

II. La nostra riconoscenza. Due sono senz’alcun dubbio i maggiori beni che noi abbiamo ricevuto da Dio in questa valle di lagrime, lì dono della S. Fede e la divina Eucaristia. La Fede perché è la radice di tutti gli altri doni, e la porta per cui solo si entra a parteciparne e senza di cui è al tutto impossibile il mai pervenire a piacere al Signore: la divina Eucaristia perché contiene non solo le grazie più elette che Dio comunica agli uomini, ma la fonte stessa, l’autore medesimo della grazia N. S. Gesù Cristo. Ora questi due doni volle il Signore che immediatamente ci pervenissero dal Cuore dolcissimo di Gesù Cristo trafitto in croce. Conciossiaché qual è il mistero che sul Calvario si è compiuto? L’Evangelio ci fa sapere che trapassato il costato e ferito il Cuore di Gesù, prontamente ne sgorgò acqua e sangue. Or che cosa è quell’acqua, che cosa è quel sangue? Ah non è soltanto l’ultima prova di quell’affetto per cui Gesù ci volle dare fino all’ultima stilla il sangue delle sue vene, ma per sentimento di tutti i Padri è la grazia della Fede che vien raffigurata in quell’acqua che ne diviene nel Battesimo lo strumento, è il dono della Eucaristia simboleggiato in quel sangue che a noi si comunica nei santi misteri. Cosi lo notò tra molti altri S. Giovanni Grisostomo, osservando che prima noi siamo mondati coll’acqua, poi col sangue siamo consacrati. Primum enim aqua diluimur, deinde sanguine dedicamur. Il perché se vi ha un Sacramento il quale mi ha purificato dalla colpa, mi ha infusa la fede, la speranza,la carità, mi ha conferito l’onore sublimissimo d’esser Figliuolo di Dio, che mi ha conferito il diritto all’eterna eredità, iolo debbo a quel Cuore sacrosanto che mel’ha concesso. Se posso ora con invidiadegli Angeli accostarmi a Gesù Cristo, cibarnele carni immacolate, beverne il preziosissimosangue ed attingere dalla fontestessa ogni maniera di grazie io lo debboal Cuore SS. di Gesù che nell’amor suome le ha dischiuse. Quale riconoscenza nondovrebbe essere la mia! Come potrei mirarequel Cuore senza sentirmi grato a’suoi doni, e come ricevere i suoi donisenza risalir subito alla sorgente da cuimi sono provenuti?

III. La nostra pietà. Dovrei andare anche più oltre: questi smisurati beni mi provengano dal Cuore di Gesù non solo, ma dal Cuore di Gesù ferito e squarciato. Deh! che cosa è questa? Una piaga sanguinolente in mezzo ad un Cuore, e ad un Cuor divino! Chi avrebbe potuto farla se Egli già non l’avesse voluta? Poteva forse l’umana barbarie giungere fino a quell’estremo? E donde avrebbe preso la forza quand’anche ne avesse avuto l’ardire? Ah, quel Cuore è ferito perché ha voluto, e del volerlo ne fa cagione una ferita immensamente più profonda che già gli aveva fatto il suo inestimabile amore. Così lo considera l’amante S. Bernardo, dicendo: Mira come il nostro dolce Gesù a guisa di rosa sia tutto fiorente. Contemplane tutto il corpo ed osserva se v’abbia parte di Lui che non mostri il color sanguigno della rosa. Sono rosei i piedi e le mani, roseo costato altresì, benché sia più pallido il colore, poiché frammista al sangue vi scaturì eziandio dell’acqua. Ora quel colore è indizio dell’ardentissima sua carità. Rubet in indicium ardentissintæ charitatis. Il dolore e l’amore fanno a gara: questo per ardere maggiormente, quello per maggiormente patire. Contendunt passio et charitas, ista ut plus ardeat, illa ut plus rubeat. Che se questo è vero di tutte le ferite sacrosante del Redentore, comenol sarà peculiarmente del suo Cuore dolcissimoche è pure il centro della sua carità?Oh le altre ferite le ha tollerateperché era ferito il suo Cuore, ed all’amoredi questo Cuore dobbiamo tutte le altre sue pene. Gli è però che i Santi trovano che se tutte le piaghe di Gesù sono altrettante porte di salute per gli uomini, quella del Cuore è la più spaziosa ed amena: se tutte le piaghe di Gesù sono fontane donde derivano le grazie e le consolazioni celesti, la piaga del Cuore è quella che mena le acque più abbondanti e più deliziose: se tutte le piaghe di Gesù sono un luogo dolcissimo di rifugio pei peccatori, il suo Cuore è il più sicuro ed il più favorevole. Sanno essi che questa è la cagione intima delle altre sue ferite e però in esse amano di riposarsi tranquillamente di preferenza. Oh perché non prenderemo anche noi a fare altrettanto? Quando ripensiamo ai benefici che Gesù ci ha compartiti, soprattutto alla fede che ci ha donata, all’Eucaristia che per noi ha istituita, perché, dico, non rimonteremo alla sorgente da cui tutto ci è provenuto? Quando mireremo alle sue piaghe perché non ci arresteremo di preferenza al suo Cuore? E perché non ricorreremo a lui nelle nostre necessità più urgenti? Se tanto ha fatto già per noi, Ei ci dimostra quel che sia ancora disposto a fare. Quel Cuore è sempre lo stesso, sempre ci ama, sempre per noi si adopera. Deh! adoperiamoci. ancor noi una volta ad amarlo!

Cor Jesu pro me vulneratum miserere mei.

II. Qual sia l’oggetto spirituale della devozioue al SS.. Cuore.

Il Cuore di Gesù è oggetto di adorazione in sé medesimo perché è il Cuore del Verbo di Dio. Ma di che cosa inoltre è simbolo naturale. Chiunque veda un cuore non può non sentirsi risvegliare il concetto dell’amore. Trattandosi poi di un cuore impiagato, aperto, sormontato da una croce, come è quello di Gesù, il concetto dell’amore infinito che ci ha portato, riesce evidente. Ed appunto per richiamarci alla mente cotesto amore, Egli ci ha offerto il suo SS. Cuore, ed intende coll’offrircelo di provocare i nostri cuori ad un’affettuosa corrispondenza. Qual è dunque l’amore, che ci ricorda? Un amore che non ha limiti 1° nella durata; 2° nella efficacia; 3° nella soavità.

I. Non ha limiti nella durata. Non erano ancora i cieli, non era ancora la terra, non esistevano ancora né Angeli né uomini, e Gesù Verbo divino già era. In principio erat Verbum. E là nel seno delPadre, tra gli splendori della divina gloriaviveva col Padre e collo Spirito Santo infinitamentebeato. Però da tutta l’eternitàEgli aveva già presente il nostro esserefuturo, la nostra caduta, la nostra rovinaed aveva presente altresì tutto quello cheper nostro rimedio avrebbe operato. Né in qualunque modo l’aveva presente, macon infinita compiacenza prendeva dilettodel bene che avrebbe fatto a ciascuno di noi. Vedeva quel che per noi avrebbe patito, quel che avrebbe meritato, la larghezzadivina con cui ce ne avrebbe conmille maniere di grazie, di Sacramenti,di dottrine, di esempi applicati i frutti edi tutto ciò si compiaceva infinitamente.Vedeva i vantaggi che ce ne sarebbero ridondatidi santificazione nella vita presente,di gloria nella vita avvenire e sene rallegrava. Chi lo mosse ad una degnazionecosi smisurata? I nostri meriti? Eche meriti vide in noi carichi d’iniquità?Forse la nostra natura lo esigeva? Ma ecome può richiedere la natura doni chetanto sono sopra ogni natura? Nulla lopoté muovere fuori di quella bontà infinitaper cui si compiacque di amarci diun amore tutto gratuito. E così per tuttaun’eternità si contentò di amarci. In charitate perpetua dilexi te. (Jer. 31, 3). Mio Dioche cosa è questa? Il Verbo di Dio chepensa a me da tutti i secoli, che mi tienpresente, che con tutto sé mi ama? Ah. Uomini, uomini, che v’intenerite se unapersona vi si mantiene fedele ad amarvi qualche anno, sarete dunque freddi perun amore che ha durato un’eternità? Igenitori più affettuosi, gli sposi più teneri,gli amici, i fratelli più affezionati vi hannoamato qualche anno, Gesù Verbo divinovi ha amato un’eternità e solo per Lui nonavrete una fibra che si risente di amore?Oh quando comprenderete che ad un amore eterno ci vuole nulla meno per contraccambioche un’eternità di amore?

II. Non ha limiti nell’efficacia. L’amore che da tutta l’eternità mi portò Gesù non è stato sempre racchiuso in lui solo, ma fu per noi divinamente operoso. Conciossiaché questo lo mosse, dice S. Gregorio, a dare passi da gigante in nostro favore. Mosso dall’amore il Verbo divino venne a vestirsi della nostra umanità quale uno di noi. Qual eccesso di amore che un Dio si sia sottoposto a tutte le infermità di una creatura, quale noi siamo! Né prese la nostra umanità, intorniata di quelle delizie che pur poteva offrire questa misera terra, ma la elesse nelle condizioni più misere di povertà, di abbiettezza, di nascondimento. Dalla vita misera passò più oltre e venne ai dolori, alle agonie, alle ambasce d’una crudelissima morte. Quali prove di amore non sono queste! Eppure di abisso passò ad altro abisso. Non gli bastò di nascondere la sua divinità sotto le spoglie dell’umanità, l’amore gli fe’ nascondere anche questa sotto le specie di poco pane e di poco vino nel mistero Eucaristico per poter così rimanere lungo i secoli a nostro conforto. Di tutte queste opere immense poi quale fu il vantaggio che per noi intese? Volle che noi dalla schiavitù del demonio fossimo redenti, volle che di figliuoli d’ira diventassimo figliuoli di Dio, volle che di miseri condannati che eravamo alle eterne pene fossimo ravviati invece ad una eterna beatitudine. A questo fine accumulò meriti e poi ce ne fece comunicazione. Radunò soddisfazioni e poi le fece nostre. Sparse il suo sangue divino e poi con esso diede valore alle nostre opere, ai nostri patimenti di meritare la vita eterna. Quale operosità nell’amore di Gesù Cristo! Eppure o disconoscere queste verità volgarissime della nostra S. Fede, o confessare che l’amore di Gesù è stato come un amore eterno, così un amore efficacissimo a nostro riguardo. Ed è di qua che le anime amanti non si contentano di amar Gesù a parole, ma procurano di operare per Lui, di mortificarsi per lui, di non darsi posa per lui fino a sacrificarsi per Lui totalmente. Ah se Gesù vi chiedesse qualche particolar sacrificio, sarebbe questo il giorno da non negarglielo.

III. Non ha limiti nella soavità. La grandezza dell’amore di Gesù alla fortezza divina con cui ci ama congiunge una ugual tenerezza. Imperocché se Gesù avesse voluto solo la nostra salvezza ei la poteva ottenere impiegando anche solo un atto della sua divina volontà. Ma ciò non gli bastava se non mostrava altresì la tenerezza dell’amor suo. Che cosa elesse adunque? Volle impiegarvisi con invenzioni si dolci, sì tenere, sì amorose che ottenessero l’effetto, e mostrassero tutto insieme la sua tenerezza infinita. Il Verbo divino poteva salvare gli uomini senza farsi uomo, ma volle abbracciare strettamente la natura nostra assumendola in sé, esaltarla, dignificarla, accarezzarla, divinizzarla. Perché cosi? Ah ci saremmo sentiti più amati avendo un Dio Uomo al pari di noi. Fattosi già uomo poteva con una preghiera, con una lagrima, con un sospiro redimerci a tutto rigor di giustizia, perché dunque le spine, i flagelli, la crocifissione, la morte? Se poco gli avessimo costato, ci saremmo forse creduti amati poco: ora Egli vuole che conosciamo l’infinita tenerezza che ha per noi, quindi colla immensità delle pene ce l’ha dimostrata. Non era necessario che Gesù rimanesse con noi lungo i secoli: perocché qualunque gran bene avrebbe potuto farcelo senza la sua presenza reale nell’Eucaristia. Ma troppo maggiore affetto dimostra quel bene che si fa in persona: quindi Gesù vuol essere Lui a venire da noi, Lui a guarirci, Lui a mondarci, Lui a santificarci: e vuole di presenza trattenersi con noi, e cuore a cuore con noi comunicarsi. Sono queste tenerezze ineffabili della carità di Gesù. Ora non vi sembra che un amore sì lungo, sì smisurato, si affettuoso non meriti qualche corrispondenza? Sappiate adunque che appunto per rendere questa è stata istituita la devozione al suo Cuore divino. In questi tempi di tanta freddezza Ei vuole ristorare il regno della carità. Aspirate adunque ad esser dei primi che si consacrano a sì bella impresa e se ne allontani solo colui che creda non esser dovere di un Cristiano rendere amor per amore. Ma chi invece intenderà che il più grande ed il più dolce nostro dovere è di amarlo per quell’amore che ci ha portato, vede altresì quanto debba amare quel SS. Cuore.

Diligam te fortitudo mea.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (64)

IL SACRO CUORE DI GESÙ (64)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO SETTIMO

DALLA MORTE DI MARGHERITA MARIA AI NOSTRI GIORNI

EPILOGO

ARMONIE E CONVENIENZE DELLA DIVOZIONE E DEL SUO SVILUPPO

Noi abbiamo studiata la divozione al sacro Cuore negli scritti di quella che lo stesso nostro Signore ha scelta per essere la principale depositaria, l’interprete, l’apostolo; ne abbiamo presentata la sistemazione dottrinale secondo i maestri del pensiero teologico, l’abbiamo seguita nel suo sviluppo storico, dalle prime tracce della sua apparizione, fino alla sua piena fioritura ed alle sue principali manifestazioni; dalle sue origini mistiche fino alle sue ultime applicazioni nella pietà contemporanea. Resterebbe da dimostrare le armonie tra le aspirazioni del cuore umano e i meravigliosi modi con i quali Iddio ha risposto ad esse; vi sarebbe anche da collocare la divozione nel piano divino di riparazione e salvezza per mezzo della rivelazione, della bontà divina e del divino amore; da mostrarne i punti di contatto con l’insieme del mistero di Gesù; le convenienze di analogia e di affinità con le condizioni ordinarie dei rapporti fra il Creatore e la sua creatura umana. Soggetto immenso che non può essere che abbozzato in poche pagine. Inoltre, questo sviluppo appartiene meno al teologo e più al poeta o all’oratore. – La divozione al sacro Cuore non ha trovato finora né il suo Dante né il suo Pindaro; ma la predicazione contemporanea ha saputo parlare del cuor di Gesù e del suo amore con grandezza e pietà. Fra i libri che trattano del sacro Cuore più d’uno offre belle pagine sugli splendori e le armonie della divozione, quali quelli di Mons. Baudry, per esempio, e di Sauvé; i trattati di Thomas e del P. Terrien serrano il soggetto più da vicino, l’uno con grande ampiezza ed in maniera molto comprensiva, l’altro in un capitolo preciso e penetrante. Io qui mi accontento di alcune osservazioni e rapide indicazioni. Esse mirano a due punti: le convenienze e le armonie della divozione in se stessa: le convenienze e le armonie del suo sviluppo storico.

I. – ARMONIE E CONVENIENZE DELLA DIVOZIONE IN SE STESSA

Per dare qualche idea del soggetto non abbiamo che raccogliere o ricavare ciò che il lettore ha potuto intravvedere di già, sia nell’esposizione dottrinale della divozione, sia nelle belle pagine di santa Margherita Maria, delle mistiche e degli asceti, sparse nel corso dell’opera. Si possono raggruppare tutte in pochi capi.

a) Armonie e convenienze con la natura dell’uomo.

— Il nostro primo dovere verso Dio è di amarlo. « Amerai il Signore Dio tuo », è il primo e più importante dei comandamenti, quello che riassume tutti gli altri e al quale tutti si riferiscono. « Figlio mio, donami il tuo cuore », è il grande appello del Cuore di Dio al cuore dell’uomo. Ma Dio è così lontano da noi, così grande, così santo! E poi è invisibile. Dov’è quella specie di uguaglianza che l’amore reclama? Dov’è l’elemento sensibile, che ha tanta presa sul cuore umano? Almeno potessimo credere al suo amore per noi! Ma come credervi se Lui è ciò che è, e noi ciò che siamo? Noi sappiamo ciò che Egli ha fatto per rendere possibile quest’amore. Ha soppresso le distanze, fin che lo poteva, con la sua immensa potenza, facendosi uomo per fare di noi, in certo modo, degli dei. Ci ha dato di questo amore dei pegni che non possiamo rinnegare; la sua parola infallibile, la testimonianza delle opere, la testimonianza del sangue; il dono di se stesso sotto tutte le forme: alla nascita, sul Calvario, nell’Eucaristia, in attesa del dono di se stesso in Cielo. Perché io abbia un segno sensibile di quest’amore, un segno parlante, un segno che il mio cuore non può non ravvisare, Egli mi mostra il suo Cuore, dicendomi: « Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini »; me lo mostra ferito d’amore, sconosciuto e oltraggiato, ridotto a mendicare il mio amore. « Amiamo Dio, diceva San Giovanni, poiché Egli per il primo ci ha amati ».

2) Armonie e convenienze con la natura d’Iddio e con il carattere della sua azione sull’umanità. — Dio èamore; le sue vie verso l’umanità sono, prima di tutto,vie di misericordia e di amore. Per amore Egli mi ha inviatoGesù, ha voluto farmi, in Gesù, una rivelazione dellasua benevolenza e del suo amore. Come lo diceva Tertulliano,Dio in se stesso, è buono; se punisce siamo noiche forziamo la sua giustizia a punire: De suo bonus, de nostro justus. Ma spesso noi non riusciamo a riconoscere quest’amore d’Iddio, a riconoscerlo nel mistero della sua Provvidenza che permette il male, nel giuoco fatale e cieco delle cause seconde, nelle prove o nel castigo. Il sacro Cuore mi fa ricordare, malgrado le apparenze contrarie, malgrado la oscurità, che la Provvidenza divina è soprattutto una Provvidenza paterna, una Provvidenza d’amore; se il giusto Giudice deve talvolta condannare e punire, non lo fa che dopo aver esaurito (almeno per il castigo definitivo) tutti i mezzi di emendamento. La divozione al sacro Cuore mi mostra Dio nella sua vera luce.

c) Armonie e convenienze con il mistero di Gesù

e con lo spirito del Cristianesimo. — Il mistero dell’Incarnazione e quello della Redenzione, il mistero di Gesù in tutta la sua grandezza, sono misteri d’amore. Gesù è morto in croce per riscattarci; e l’amore l’ha dimostrato a noi per mezzo della sofferenza e della morte. Gesù nella sua vita ha voluto essere il nostro modello con i suoi esempî e le sue lezioni; la sua vita è stata tutta di amore per Dio; d’amore per il prossimo. Gesù è in cielo e nell’Eucaristia come era durante la sua vita e nella sua morte, mediatore fra Dio e noi, e la sua mediazione è tutta d’amore; amore di Dio, che ce lo dona, e con lui ci dona tutto; amore di Gesù, che interviene per noi presso il Padre e ci trasmette le sue grazie. Gesù è il legislatore della nuova legge e questa legge è una legge d’amore, l’amore ne è lo spirito. Gesù è il fondatore di una nuova religione; il Cristianesimo è una religione d’amore. Si conosce il fondo di Gesù quando si conosce il suo Cuore; si conosce il fondo del Cristianesimo quando si sa trovarvi, da per tutto, il sacro Cuore; si ha lo spirito cristiano quando si ha la divozione al sacro Cuore. Perciò nostro Signore spiegava a S. Caterina da Siena che, dopo averci donato tutto, aveva voluto anche che il suo Cuore fosse trafitto dalla lancia del soldato, per mostrarci che il suo amore aveva fatto tutto, per farci anche capire che, per quanto grandi fossero i doni, essi non rispondevano ancora all’immensità del suo amore; i doni hanno dei limiti, l’amore è senza confini.

2. – ARMONIE E CONVENIENZE NELLO SVILUPPO STORICO DELLA DIVOZIONE

Se la divozione al sacro Cuore riassume così bene il Cristianesimo, se è come la quintessenza dello spirito cristiano, ci si può meravigliare che essa abbia atteso così a lungo per svilupparsi. Abbiamo fatto notare che in realtà, nel suo spirito, è antica come il Cristianesimo stesso. Quanto alla sua forma speciale, come divozione al sacro Cuore, abbiamo sentito S. Giovanni spiegare a S. Gertrude perché nel suo Vangelo non aveva detto niente del cuor di Gesù, né dei suoi armoniosi palpiti, e come questa rivelazione fosse riservata ai tempi nuovi, cioè ai tempi in cui viveva la stessa Gertrude, il libro della quale doveva essere « l’araldo della bontà divina e del divino amore ». Santa Margherita Maria dice presso a poco la stessa cosa parlando del tempo suo, delle manifestazioni di cui ella doveva essere come l’evangelista, di questa nuova mediazione del cuor di Gesù e di questo ultimo sforzo del suo amore per guadagnare il Cuore degli uomini. Equivaleva a dire che la divozione veniva a suo tempo e che vi era un’intenzione provvidenziale nella scelta di questo tempo. – Senza pretendere di saper tutto e di spiegare tutti i disegni d’Iddio, si può cercare « sobriamente e piamente » come dice $. Agostino, d’intravvedere qualche cosa delle armonie e delle convenienze storiche della divozione. Anche qui dovremo limitarci a rapide indicazioni, raggruppandole attorno a tre o quattro punti: invenzione e volgarizzazione della formula, la persona e l’amore di Gesù, il regno di Gesù.

.a) Armonie e convenienze storiche nell’invenzione e volgarizzazione della formula. — Abbiamo visto, nella divozioneal sacro Cuore, una formula felice che esprimecome meglio non si potrebbe il fondo, lo spirito del Cristianesimo; formula chiara e parlante nello stesso tempo che profonda e comprensiva. Ora queste grandi e felici formule non si trovano a prima vista. Esse suppongono una lunga familiarità con le realtà ch’esse esprimono, molta riflessione ed analisi, su ciò che si sente o si vede, una sintesi che non si fa che dopo molte esperienze. Semplici scoperte, in apparenza, ma che non si fanno che dopoessere state lungamente preparate. Anche quando una formula è stata trovata, per un’intuizione del genio, essa non si propaga che in un ambiente preparato a comprenderla. Così è stato per la divozione al sacro Cuore. Essa doveva apparire a suo tempo. Rivelata ad alcune anime privilegiate o trovata per una intuizione della pietà cristiana, essa visse dapprima in poche anime in alcuni ambienti scelti, propagandosi a poco a poco, a misura che trovava un terreno preparato, per apparire infine alla luce di tutti nei libri degli scrittori, nella predicazione pubblica, nel culto ufficiale della Chiesa. Noi abbiamo studiato le diverse fasi di questo sviluppo e ne abbiamo segnalato, quando se ne presentava l’occasione, gli agenti, le cause e le condizioni, le circostanze e il carattere. La Provvidenza divina vi si mostra agente con il suo ordinario temperamento di forza e di soavità. Ciò che vedremo ancor meglio nel seguito delle nostre riflessioni.

b) Armonie e convenienze storiche relative alla Persona di Gesù. —

Nella pietà cristiana, la Persona di Gesù ha il posto, inseparabile da Dio, che noi troviamo in Lui e per Lui. Ora, dalla seconda metà del secolo XVII fino alla seconda metà del XIX, si constata nella predicazione e nei libri di pietà che vogliono essere alla moda, una tendenza a far meno grande, per diverse ragioni, che qui sarebbe troppo lungo spiegare, il posto di nostro Signor Gesù Cristo. Non bisogna esagerare. Non si dimentica Gesù, ma Egli è meno in vista in Fénelon o in Massillon che in S. Francesco di Sales o in Bossuet; gli apologisti del XVIII secolo se ne occupano meno di Pascal. Soprattutto la sua vita storica, la sua umanità hanno meno rilievo. Il Dio della filosofia, la divinità, l’Essere supremo si trovano più spesso nella fraseologia di quel tempo che Gesù, che il Dio fatto Uomo; la morale perde qualcosa dei colori del Vangelo, per prendere delle arie più filosofiche. Si sa che il P. di Ravignan osava appena presentare Gesù ai suoi uditori di Notre Dame, e che Lacordaire, impiegò una preparazione di dieci anni, avanti di intronizzarlo alfine trionfalmente al suo posto regale. Fu un male, necessario forse, ma fu un male. E sarebbe stato un male ancor più grande senza la divozione al sacro Cuore. Negli ambienti in cui essa penetrava manteneva viva la divozione alla persona adorabile del Maestro, lo mostrava senza interruzione agli sguardi, ne seguiva con amore la sua vita storica, per far ascoltare le sue parole, contemplare le sue azioni e cercare il suo Cuore, nelle une come nelle altre. Essa portava degli adoratori, ai piedi dei tabernacoli, i comunicandi alla santa mensa. Solo in cielo sapremo ciò che la vita cristiana in questi ultimi secoli deve alla divozione al sacro Cuore.

c) Armonie e convenienze storiche relative al pensiero

e al culto dell’amor divino. — Si è parlato molto della guerra fatta dai Giansenisti alla divozione e ci si è compiaciuti nel mostrare l’opposizione irriducibile fra la concezione giansenista del Dio terribile, aprente le braccia solo ad un piccolo numero di eletti e la concezione di Iddio, quale ce la dà la devozione al sacro Cuore. Un’erudizione meticolosa ha potuto segnalare gli errori di particolari in ciò che è stato detto a questo proposito. Gazier, per es., ha dimostrato che i crocifissi dalle braccia alzate e strette, che spesso chiamano crocifissi Giansenisti, sono molto anteriori al Giansenismo; anzi egli ha trovato pagine sul sacro Cuore in qualche libro di Giansenisti. Ma il quadro d’insieme resta vero. Dunque possiamo riconoscere, con tutta verità nella divozione al sacro Cuore l’antidoto divinamente preparato da Dio contro il virus dell’astuta eresia. Le tendenze pratiche sono in senso contrario; ma soprattutto lo spirito è del tutto differente. Senza insistere di più su ciò che è evidente, possiamo indicare alcune armonie delle divozioni relative alla concezione, al culto e all’obbligo dell’amore durante il secolo XIX. – Il secolo XIX ha divinizzato l’amore, anche l’amore umano, anche l’amore colpevole. In pratica è stato sempre così; l’amore, come tutte le passioni, ha ricevuto gli omaggi idolatri degli uomini. Ma era riservato alla letteratura del secolo XIX di sostenere, in teoria, i diritti assoluti dell’amore, di giustificarlo nei suoi più mostruosi eccessi, di far piegare, davanti ad esso le leggi umane e divine, di farne il Dio unico e sovrano. Così hanno fatto gli scrittori più in voga, della poesia, del teatro, del romanzo. E le loro lezioni non hanno trovato che troppo docili allievi. A questo culto idolatra dell’amore umano, dell’amore sensuale, dell’amore impudico, dell’amore egoista, la divozione al sacro Cuore opponeva il culto del Dio vero, che ha voluto definirsi come l’amore stesso (Deus caritas est), dell’amore divino che ci ha dato Gesù, che si è incarnato in Gesù, dell’amore sovranamente nobile e regolato, dell’amore che si immola divinamente puro e disinteressato, dell’amore che si immola e si sacrifica per insegnarci ad amare chi dobbiamo amare, e come dobbiamo amare, dandoci per modello, per regola, per stimolante del nostro amore, l’amore stesso d’Iddio e l’amore di Gesù affinché noi lavoriamo a divinizzare la nostra vita, se si può dire, divinizzando il nostro amore. Accanto a questa idolatria dell’amore, il secolo XIX ha magnificato, sotto l’egida della scienza, una concezione del mondo in cui l’amore non avrebbe più posto né azione se non come istinto cieco e come forza incosciente. Tutto si riporterebbe alla evoluzione di una natura impersonale, senza anima né cuore, in cui l’uomo non sarebbe che uno degli innumerevoli ingranaggi dell’immensa macchina, trascinato, anch’esso, nel movimento universale, senza che niente lo distingua dal resto, all’infuori di un superfenomeno passeggero di coscienza, che brilla un momento di una luce fosforescente, alla superficie dei flutti, per poi riperdersi per sempre nell’abisso senza limiti e senza fondo. Tale è stata, per più di mezzo secolo, la concezione così detta scientifica, la concezione positivista dell’universo: ad essa numerosi scienziati, ritenuti filosofi, e tanti filosofi, ritenuti scienziati, hanno prestato la seduzione e il prestigio del loro sapere, e del loro stile. Di contro a questa concezione fatalista, destinata a sparire in un nero pessimismo, storicamente rassegnato (come quello di Taine) o falsamente ironico (come quello di Renan), la filosofia cristiana, l’apologetica e la teologia hanno coraggiosamente mantenutele verità incrollabili della ragione e della fede, e hanno rafforzata la fede nella concezione cristiana ed ottimista del mondo; ma le anime hanno bisogno d’altro che di ragioni astratte, che di verità fredde e di una fede nuda. La divozione al sacro. Cuore, presentando loro il Cuore di Gesù, ricorda loro la sovranità dell’amore nel governo del mondo, fa loro vedere e gustare dappertutto la Provvidenza amante e paterna di Dio; fa vedere e gustare l’amore di Gesù che si fa nostro fratello, per farci figliuoli d’Iddio e per attirare sui figli colpevoli e miseri le compiacenze divine che, dal Figlio prediletto in cui esse si riposano, si diffondono fino a noi. Queste considerazioni; e molte altre che potremmo fare nello stesso senso, ci aiuteranno a comprendere l’attrazione di grazia che spinge verso il sacro Cuore tante anime tra le più cristiane e le più ferventi. Per esse la divozione al sacro Cuore è la forma naturale, per il tempo nostro, della divozione a Gesù; industriarsi ad accrescerla in sé ed intorno a sé è lavorare a far regnare Gesù in sé c negli altri. E, poiché la causa d’Iddio e la causa di Gesù, non sono che una causa sola ed unica, si comprende, che molte anime elette, che non vogliono vivere che per Dio e per gli altri in vista d’Iddio, nel totale oblio e sacrificio di sé, si rivolgano al sacro Cuore per fargli negli stessi termini o in termini equivalenti la bella preghiera che gli indirizzava una di quelle anime (Santa. Maddalena Sofia Barat, fondatrice delle Dame del sacro Cuore, una delle anime, che senza dubbio hanno contribuito di più a diffondere nel mondo la divozione al sacro Cuore, fondando una Società che da più di cento anni non cessa di lavorare con zelo infaticabile a far conoscere, amare, onorare il Cuore adorabile di Gesù.) e che riassume così bene la perfezione della divozione al sacro Cuore e nello stesso tempo la perfezione della vita cristiana:

« Cuore sacro di Gesù, o mia luce, mio amore e mia vita, fate che io non conosca che Voi, che non ami che Voi, che non viva che di Voi, in Voi, e per Voi ».

F I N E

LA MEDITAZIONE DELLA PASSIONE DI GESU’

MEDITAZIONE DELLA PASSIONE

La meditazione della Passione di N. S. Gesù Cristo. (1)

(GIULIO MONETTI: La Sapienza cristiana, vol. II, p. s. – Unione tipo. Tor. 1949)

— L’ultima parte della S. Quaresima è dalla Chiesa chiamata Tempo della Passione — e consacrata — anche con liturgìa speciale — alla commemorazione della Passione di Gesù. — Come ci devono essere care queste due settimane! La meditazione della Passione è per noi debito di riconoscenza! — E non era forse più che giusto che, mentre il Signore spargeva per noi tutto il suo Sangue, noi l’avessimo accompagnato in ciò almeno collo spargere le nostre lacrime – se fossimo vissuti allora — atteso specialmente che, non a Lui — l’Innocente — il Santo dei Santi — ma a noi – colpevoli — conveniva il patire? — Ebbene, ciò che non potemmo fare allora, facciamolo adesso! — E Gesù gradirà — accetterà intenerito — la nostra affettuosa compassione — proprio come se n’avesse tuttora bisogno! La meditazione della Passione è per noi miniera inesauribile! — Anzitutto è naturale che più partecipi dei frutti della Passione chi meglio — e più frequentemente — se ne ricordi — quasi a raccogliere su di sé in maggior copia il Sangue Divino. — Inoltre, il ricordo della Passione è nato fatto per eccitare in noi la contrizione perfetta dei nostri peccati, — che trassero Gesù alla croce — e insieme l’amore perfetto a quel Gesù — che per noi ha tanto sofferto. — Orbene carità e contrizione perfetta sono due radici fecondissime di merito soprannaturale —

di santificazione. La meditazione della Passione è per noi scuola di virtù insuperabile. — Ci mostra infatti in Gesù appassionato il modello più perfetto — e più suggestivo — di pazienza — mansuetudine — umiltà — obbedienza — zelo — carità — sacrificio… — Inoltre, già ci dissipa preventivamente tutti i pretesti che la nostra mollezza potrebbe invocare — per esimerci da difficoltà — da rinunzie — che da noi richiedesse la vita virtuosa; — se Gesù non entrò nella sua gloria, se non compiendo la sua Via Crucis. chi siam noi da pretendere condizioni più agevoli — o più comode — per ottenere il Paradiso? — Chi oserà rifiutar la propria croce?

L’Ultima Cena del Divin Salvatore. —

Con che cuore non la celebrò Gesù — sapendo ch’era venuta l’ora sua — e che l’orribile sua Passione era imminente! — Tanto più che aveva determinato d’istituire in essa la Eucaristia — consacrazione del Nuovo Testamento — Sacramento insieme e Sacrificio! L’ultima Cena Pasquale secondo la Legge Mosaica. — Ancora una volta Gesù e gli Apostoli mangiarono insieme l’Agnello Pasquale — senza macchia — mansueto — svenato — salvezza del popolo eletto… — simbolo eloquente di Gesù — vero Agnello immacolato di Dio — mite ed umile di cuore — vittima volontaria cruenta — per la salute dell’intero genere umano… — Oh impariamo l’esattezza — e lo spirito — col quale dobbiamo ottemperare alla Legge santa di Dio — unendo l’esterna compitezza degli atti coll’interno fervore dell’animo!

La prima Cena Eucaristica. — Che solennità! — Gesù la celebra in un raccolto Cenacolo — grandioso — addobbato — dopo lavati i piedi agli Apostoli — per vieppiù purificarli — ed iniziarli alla vicendevole umiltà e carità…! — Che generosità poi — in darsi in cibo e bevanda agli Apostoli — quando proprio e la giudaica invidia maligna — e la venalità del traditore — ne tramavan la morte! — E proprio allora creava Pontefici del nuovo Culto quegli Apostoli appunto, che entro poche ore tutti l’avrebbero abbandonato! — E che amore per noi — in prevenire nel suo sacrificarsi per noi l’opera stessa dei suoi nemici! — Grazie! mille grazie, Gesù!

La cena dell’affettuoso commiato. — Pensiamo — oltreché al Testamento reale (quello cioè del suo Corpo e del suo Sangue) — anche al Testamento morale lasciato da Gesù

agli Apostoli — e, in loro persona, a noi — alla Chiesa tutta. — È testamento d’amore divino: — « Conservatevi nel mio affetto! ». — È testamento di mutua concordia: — « Vogliatevi bene a vicenda! ». — È testamento di sovrana, incrollabile fiducia: — « Confidenza! Io ho vinto il mondo! ». — È testamento delle più larghe promesse: — « Quanto mi domanderete… ve lo farò! » — « Non vi lascerò orfani!» — « Vi preparo un regno! ». — È testamento di pace: — « Vi do la mia pace! ».

Nel folto del Gethsemani… —

cocca l’ora della Passione — l’ora tanto desiderata da Gesù — e per la gloria dell’Eterno suo Padre — e per la redenzione nostra — e per la restaurazione dell’ordine supremo di giustizia e di pace… — E Gesù — divino volontario della morte — si avvia al Giardino degli Ulivi — per darvisi in mano ai suoi nemici

La prima agonìa: — l’agonìa del cuore… — Gesù vuole egli stesso anticiparsi spiritualmente i tormenti: — quindi abbandona l’anima sua alle più mortali angosce. — Angosce di timore: — prevedeva tutto ciò che gli si preparava:; — umiliazioni — spasimi — agonie… — lo prevedeva tutto insieme — lo prevedeva con piena vivezza dolorosa! — Angosce di avversione profonda e disgusto: — prevedeva l’ingratitudine — sentiva tutto lo schifo dei peccati del mondo, cui voleva espiare! — Angosce di estrema mestizia: — vedeva che, nonostante la sua Passione e Morte, innumerevoli anime erano precipitate — e precipitavano — e continuerebbero poi a precipitar nell’inferno! — Vedeva ancora i suoi eletti perseguitati dagli empi in ogni tempo — e con quanta acrimonia!

La dolorosa preghiera. — Qual riparo cercò Gesù a quell’immane amarezza — che lo gittò in sì fiera agonia da spremergli — vivo ed abbondante — tutto un sudore di sangue? — La preghiera! — E fu preghiera riverente — la fece prostrato, prosteso in terra! — Fu preghiera semplice — iterò per ore la stessa richiesta! — Fu preghiera rassegnata — la domanda fu sempre subordinata al volere dell’Eterno Padre! — Fu preghiera costante — Gesù la proseguì sino ad alta notte — e sin quasi al sopravvenire di Giuda! — Fu preghiera feconda -—- fruttò a Gesù la discesa di un Angelo dal Cielo — mandatogli dal Padre per confortarlo — È così che preghiamo noi?

La cattura ignominiosa. — Al sopravvenire degli armati che dovevano arrestarlo, Gesù va loro incontro — spontaneamente: — che bontà per noi! — Fa anche ripetuti miracoli — per aprire ad essi gli occhi — e prevenirne il peccato: — che bontà anche per loro! — Ma tutto fu inutile; — indurati nel male — osarono inferocire contro il Salvatore del mondo — il Figliuolo di Dio! — Che satanica — fatale ostinazione! — E Gesù — mite Agnello tra i lupi furiosi — loro s’abbandona.

E gli Apostoli? —

Una delle fitte più penose al Cuore SS. di Gesù nel Gethsemani fu la condotta usata verso di lui dagli Apostoli — dai quali — dopo tante sue cure verso di loro — dopo tante loro dichiarazioni e promesse — era in diritto di attendere ben altro!…

Giuda. — L’ingrato! — Gesù l’aveva voluto tra gli Apostoli — con vocazione sublime: — ed egli la profanò! — Gli aveva affidato il poco denaro del Collegio Apostolico: — ed egli ne abusò! — Gli aveva dato il dono dei miracoli: — ed egli, salvatore così di altri, riuscì a perdere se stesso!… — Il cinico! — Gesù paternamente l’avvisa — prima con delicatezza — poi con severità — infine con tenerezza accorata… — ed egli, duro! — Tradisce — col bacio — fattosi guida ai manigoldi — e tutto di sua propria iniziativa! — Il disgraziato — Fatto il colpo — Satana lo terrorizza col fiero rimorso; — e Giuda — pur ricreduto — pentito — dimentica la Divina Misericordia Infinita — e si uccide! — Com’è tremendo l’abuso della grazia!

I tre privilegiati… — Sono Pietro — e i due fratelli, Giacomo — e Giovanni: — i tre testimoni della trasfigurazione di Gesù — nonché della risurrezione della figlia di Giairo. — Anche nel Gethsemani Gesù li privilegiava — scegliendoseli a speciali consolatori — e confidenti — nelle sue tanto terribili agonie… — Ma non ne capirono il esto pieno di tenerezza — né il susseguente affettuoso rimprovero — e si lasciarono vincer dal sonno — invece di vegliare — e pregare — come Gesù domandava! —

Povera fiacchezza umana! — Quanto non abbisogna di essere rinfrancata dalla preghiera — agguerrita dalla mortificazione — presidiata dalla vigilanza! Tutti gli undici Apostoli… — Visto Gesù arrestato — fuggono tutti! — Che schianto al Divin Cuore di Gesù — innanzi a tanta viltà — e poca fede! — E ciò dopo tre anni di vita intima con Lui — dopo vistine tanti miracoli — dopo tante proteste d’essergli fedeli sino alla morte — dopo le tante esortazioni fatte loro da Gesù di portare la croce dietro di lui! — Eppure, Gesù li compatisce — e ne procura — efficacemente — l’incolumità — mentre va alla morte per loro! — Che differenza tra la condotta di Gesù per gli uomini — e quella degli uomini con Gesù!

Un primo iniquo processo. — Gesù — dopo la sua cattura — dalla furia dei manigoldi viene trascinato giù dall’oliveto sino al torrente Cedron — e poi è fatto risalire al monte Sion — ove s’aduna il Sinedrio. — L’attendono Scribi e Farisei — agognanti la loro Vittima!

In casa del vecchio Anna. — Gioia ferina provò quel capo dei Sadducei — in vedersi innanzi legato Gesù! — Ma… riderà bene chi riderà l’ultimo! — Però Anna non aveva autorità d’interrogare Gesù: — quindi il Divino Maestro elude le sue domande fuori di posto: — il presunto reo mostra già che un giorno il Giudice sarà Lui! — Per questo un soldato dà uno schiaffo a Gesù, come ad un impertinente: — che dolore — e che affronto per Gesù! — Eppure, Gesù. compatendo alla sua grossolanità ed ignoranza, non lo fulmina: — soltanto lo corregge dolcemente.

In casa del Pontefice Caifa. — Là sedeva il Sinedrio — convocato per la circostanza — in notte piena. Quanto impegno nei cattivi per il male — mentre i buoni ne hanno sì poco per il bene! — S’istruisce il processo; — ma non si riesce ad avere deposizione giuridica contro Gesù! — Figurarsi! — Era la stessa innocenza — la santità in persona! — Allora Caifa scongiura Gesù a dichiarare, se Egli sia davvero il Figlio di Dio: — e Gesù l’afferma con tremenda solennità… — Ancora una grazia a quei ciechi, per convertirli! — E come vi rispondono? — Col condannare Gesù, quale reo di morte!

Tra i lazzi della soldataglia. — Dalla sala del Sinedrio fu allora Gesù tratto a uno stanzone — dove i soldati presero a schernirlo — e a percuoterlo e sputacchiandolo

– e trattandolo da profeta da strapazzo. — Tristo giuoco – e doloroso — contro ogni diritto — e che sembra durasse parecchie ore! — Quanto non n’ebbe a patire Gesù —

tanto mite e delicato — nella piena coscienza della sua grandezza divina – e dell’immenso debito di riconoscenza che gli avevano quei miserabili! — E soffriva tanto anche per la dannazione alla quale si avviavano!

Le negazioni di S. Pietro. —

Gesù tollerava — in mansueto — e insieme maestoso — silenzio — tanto l’insulto di quella sedicente procedura legale — quanto i lazzi — e le percosse — di quella malnata sbirraglia; — c’era da attendervisi! — erano nemici! — Ma la defezione di un Pietro che lo rinnega — e giura e spergiura di neppure conoscerlo! — Che strazio per Gesù!

Lo sdrcciolo… — Ma come mai il Principe degli Apostoli — il privilegiato discepolo di Gesù — l’araldo ispirato della sua Divinità — si ridusse a tale estremo? — E vi si ridusse dopo i tanto chiari preavvisi di Gesù medesimo? — Ecco come fu preparata la fatale caduta: — fu predisposta dalla presunzione, mostrata da Pietro nel Cenacolo: — dalla mancanza di preghiera, trascurata da lui nel Gethsemani — dalla temerità dell’esporsi da sé all’occasione pericolosa — là nell’atrio — anche dopo la sua fuga codarda…

La caduta. — Fu rovinosa! — Che distruzioni nella povera anima di Pietro! — Passava di tratto dalla dignità di Apostolo all’abbiezione del rinnegato — dell’apostata; — da paladino di Gesù — quale s’era atteggiato nel Gethsemani — passava ad essere un disertore, nel campo nemico! — Fu obbrobriosa — quanto il cedere le armi alle chiacchiere di due fantesche — e quanto è di maggior ignominia la ricaduta molteplice — che non un primo errore incorso quasi per sorpresa. — E quanto non fu penosa a Gesù!

La conversione. — Meno male che — all’opposto di Giuda — Pietro, non solo si pentì — ma confidò d’ottenere il perdono. — Passò Gesù presso di lui — tra i soldati — e lo guardò pietosamente — ricordandogli così la profezia che gli aveva fatta: — era proprio avvenuto che, avanti il secondo canto del gallo, Pietro rinnegasse il suo Divino Maestro — per ben tre volte! — Tutto dunque umiliato — fuggì dal luogo della sua colpa — si raccolse a piangerla amaramente — pensando al modo di ripararvi — e di farla dimenticare a Gesù!

Gesù al Pretorio di Pilato. —

Condannato dalla Sinagoga giudaica — e, per lei, dal Sinedrio — il gran Tribunale nazionale e religioso — Gesù vien tradotto a Pilato — a subirvi la condanna del Tribunale civile — e del potere straniero. — Che umiliazione per Gesù!

La malignità degli accusatori. — Che ipocrisia quella dei Giudei — in non volere entrare nel Pretorio pagano, per non contaminarsi — mentre non indietreggiavano innanzi allo stesso deicidio! — Che iniquità nel calunniare Gesù per sedizioso — antagonista di Cesare — bestemmiatore — quando di tali imputazioni non potevano addurre alcuna prova! — E che cecità in non avvertire che essi stessi comprovavano la venuta del Messia — col confessare d’avere perduta l’indipendenza — con quel loro ricorso a Pilato!

La vigliacca remissività di Pilato. — Egli ben capisce la montatura giudaica contro Gesù: ma — vigliacco — non ha il coraggio delle sue convinzioni: — prevaricatore — viene poi meno all’integrità doverosa del suo ufficio — tradendo la giustizia; — con ciò stesso si macchia di crudeltà — e di omicidio — mandando a morte Gesù innocente — ad onta di tutte le sue velleità di salvarlo! — Né giovano le mansuete attrattive di Gesù — né le sue divine — e tanto espressive — parole — né gli avvisi misericordiosi della consorte — né i rimorsi della coscienza. — Quant’è duro — e fatale — il giogo delle passioni!

La longanimità del Divino Paziente. — Che fa Gesù contro; la calunnia? — Tace! — E contro la malignità provocatrice? — Perdona! — E contro l’inqualificabile irresolutezza di Pilato? — Paziente, gli moltiplica chiarimenti e stimoli! — E contro i brutali maltrattamenti dei manigoldi — le imprecazioni della plebaglia — gli amari motteggi dei curiosi affollati sul suo passaggio? — Nessuna reazione! — Tutto accetta dalla mano del Padre! — Ed era l’Innocente! — il Salvatore! — il Figlio di Dio! — Quanto non abbiamo da imparare!

Dal Pretorio di Pilato alla Reggia di Erode. —

Pilato — impensierito dalla solenne affermazione di Gesù di essere Re — sempre più convinto dell’innocenza di Lui – coglie a volo l’accenno alla Galilea, fatto dalle turbe — per rimettere la causa di Gesù nelle mani di Erode — e liberarsene.

Le mezze volontà di Pilato. — Egli avrebbe dovuto, senz’altro, liberare Gesù — conoscendone l’innocenza: — e non già rimettere la causa di lui ad altre mani. — E che premio ne avrebbe avuto dal Divin Salvatore! — E invece? — Tergiversando — giocando di politica — volendo liberare Gesù — e insieme non volendo averne l’aria — se ne rimette ad Erode. — E non riesce a nulla! — Persuadiamocene pure: — la vittoria — e il conseguente trionfo celeste non sono dei pigri, — che vogliono e non vogliono: — ma dei risoluti, — che vogliono — e vogliono a qualsiasi costo — obbedire a Dio — e salvarsi l’anima!

I futili desideri di Erode. — Desiderava vedere Gesù: — e sarebbe stata l’ottima cosa — se l’avesse desiderato per fare onore a Lui — e giovarsi delle dottrine di Lui — e avere dalla grazia di lui i sussidi opportuni — a salute dell’anima propria. — Viceversa agì per curiosità frivola — ingiuriosa a Gesù, quasi fosse un giullare; — laonde, non secondato, la mutò in torvo dispetto — che culminò nell’insulto a Gesù — trattato da pazzo da tutta la Corte e da tutto l’esercito — e così rinviato ignominiosamente a Pilato!

La diabolica ostinazione giudaica. — Vediamo le corse di quei ciechi nemici di Gesù — dal Sinedrio al Pretorio — poi dal Pretorio ad Erode — e poi da Erode nuovamente a Pilato — instancabili — pur di rovinare Gesù — accaniti nel calunniarlo — furibondi nel domandarne la morte: — proprio mentre per Gesù non si leva nessuno — non si ode una voce — non si muove un dito! — E Gesù, quanto non sente questa cattiveria degli uni — e quest’inerzia degli altri! — Anche oggi gli empi imperversano: — e i buoni che cosa fanno? — E tu? — Che fai?

La meditazione della Passione di N. S. Gesù Cristo. (2)

(GIULIO MONETTI: La Sapienza cristiana, vol. II, p. s. – Unione tipo. Tor. 1949)

Gesù è posposto a Barabba. —

Erode rinviava Gesù a Pilato: — la Divina Misericordia offriva nuovamente a Pilato l’occasione di fare — meglio tardi che mai! — il bel gesto di liberar l’Innocente — riparando anche il torto già fattogli: — ma Pilato — recidivo! — rifiuta ancora una volta!

L’ignominioso confronto. — Anche se la nuova sua trovata fosse riuscita a quel giudice iniquo, — che torto non era essa per il Divino Maestro! — Lo si sarebbe liberato, – ma soltanto a titolo di grazia immeritata: – mentre la libertà gli si doveva a titolo di pretta giustizia! — Inoltre, con chi si confrontava l’Agnello Divino Immacolato? — Con un violento ladrone — con un sanguinario omicida — con un ribelle pericoloso — che — ad onta di tutto — si sarebbe rimesso in… circolazione! — Miserabile giustizia umana, quando si dimentica del trollo di Dio! — E, poveri noi, se unicamente ci fidassi ad essa!

L’urlo selvaggio della piazza. — Con tuttociò, se si ascoltava la ragione — era Gesù che doveva andar libero: – l’innocente era Lui — Lui inoltre il benefico taumaturgo – lui il maestro insuperabile di bontà — lui l’inviato da Dio — acclamato cinque giorni prima dall’intera Gerusalemme! — Ma si ascoltò la passione cieca — impulsiva – sobillata dai furbi — rappresentata dalla feccia del popolo: — e questo gridò il suo crucifige! — sfacciato — idiota — feroce — contro Gesù! — Davvero che Gesù poteva dolorosamente ripetere le profetiche parole di Michea: — « Popolo mio, che cosa mai ti ho fatto di male? ». — E non potrebbe ridirle anche a noi — quando pecchiamo?

Barabba in libertà. — Insperatamente Barabba ricuperava la libertà — da parte degli uomini: — ma, da parte di Dio? — Non per questo veniva pregiudicata la sua condanna al Divin Tribunale! — E il suo stesso nome passò ai posteri come simbolo ignobile del farabutto e del sovversivo! — Ma intanto? — Siamo avvertiti di rettificare la nostra intenzione nell’esercizio della virtù — sicché ce ne attendiamo i premi da Dio — non dagli uomini! — E insieme, niente paura del momentaneo trionfo del male! — Iddio ci farà giustizia a suo tempo: — né ci troveremo davvero scontenti d’averlo servito!

Gesù sottoposto alla flagellazione. —

Il secondo mezzuccio di Pilato per liberare Gesù era dunque tornato inutile anch’esso: — ne peggiorava anzi la posizione. — Pilato allora tenta uno sforzo: — ma purtroppo contro Gesù — e anch’esso vano — quanto a salvarlo!

Il disonore della flagellazione. — Quel terzo mezzo — dopo l’invio ad Erode — e dopo il confronto con Barabba — fu flagellarlo. —- Pensò così di placare i Giudei — in vederlo così sfigurato — e insieme di mostrare di non averlo voluto liberare senz’altro — e così mettersi a coperto da sospetti politici. — Anche qui l’innocente veniva trattato da reo con palese iniquità: — inoltre lo si trattava da schiavo — privo d’ogni diritto civile al rispetto ed all’incolumità: — lo si trattava anzi da bestia — incapace di ragione — epperò da assoggettarsi a colpi di frusta — di verghe — di bastoni! — Povero Gesù!

Lo strazio della flagellazione. — Ed oltre all’ignominia infame di tal supplizio — s’aggiungeva qui per Gesù un tormento indicibile; — giacché il suo corpo era assolutamente perfetto — e quindi della sensibilità e delicatezza più viva. — Di più, era fatto apposta per patire — attesa la sua missione di vittima per i peccati del mondo. — Immaginiamo lo scempio che i carnefici ne fecero — col loro cuore spietato — colle loro braccia nerborute — coi loro strumenti terribili! — chissà per quanto tempo: – anche se non abbiano avuta apposita consegna di vieppiù incrudelire — per più facilmente disarmare i Giudei! — Che lividure, in Gesù! — che sangue! — che orribili piaghe! —. Povero Gesù!

Il vero motivo della flagellazione. — Quella furia di colpi scaricatasi sul Divin Salvatore — se si dovette materialmente ai manigoldi — e ufficialmente all’iniquo comando di Pilato — ha però radicalmente una doppia causa recondita: — l’amore di Gesù per noi — poiché Gesù proprio per noi volle subir quegli spasimi: — ed i nostri peccati, — i quali Gesù volle così espiare: — e specialmente i peccati di sensualità. — Ah se gli uomini – ed anche le persone pie — pensassero a quanto costarono a Gesù Redentore gli eccessi disordinati — e gli scatti inconsulti delle nostre passioni, — e le renitenze ai divini voleri! — E se si ricordassero più spesso che Gesù ci amò sino al sangue!

Gesù coronato di spine. —

Agli orrori della flagellazione ordinata dal Preside Romano, i soldati aggiungono di proprio moto altri orrori — altri ludibri: – consideriamoli in ispirito di compassione — e di compunzione – tenendo compagnia a Gesù in ora così dolorosa!

Gesù camuffato da re da burla. — Niente impietositi del povero Gesù — fatto tutto una piaga sanguinolente per l’orribile flagellazione — i militi romani lo spogliano di nuovo — riaprendogli ed esasperandogli le ferite collo strappargli di dosso le vesti già ad e rapprese — e gli gittano sulle spalle una clamide purpurea — gli pongono in mano una canna — gli calcano in capo — come reale diadema — una celata di spine; — poi lo sbeffeggiano, a gara, genuflettendogli innanzi — salutandolo per Re dei Giudei — finendo la schifosa tregenda con sputacchiarlo — strappargli di mano quel misero scettro di canna — dandoglielo violentemente sulle spine del capo… — Che umiliante afflizione per Gesù — fatto zimbello di quei 500 scherani — che gli si accanivano attorno! Gesù coronato Re dei dolori! — Che fitte dolorosissime non dovette provare Gesù — a quei duri e ripetuti colpi di canna — nelle tempia — sulla fronte — nel cranio — al penetrargli quelle spine la pelle — nello scalfirsene le ossa in tanti punti! — E quante altre percosse ed urti doloranti non avrà Egli dovuto sopportare da quei malnati in quell’ora infernale! — vero Agnello dato in istrazio alla ferocia di lupi aizzata da satana, il maligno, l’omicida. — Compatiamo col più vivo affetto al patire indicibile di Gesù nostro — vero Re dei dolori — e risparmiamogli ogni nuova trafittura di nostri peccati! Salutiamo Gesù, nostro Re d’amore! — Ben se lo merita, – dopo tanto obbrobrio — da Lui incontrato — proprio per noi — volontariamente — e dopo tante torture da Lui subìte — anche per causa nostra: — e, non temiamo di aggiungerlo per la verità, anche dopo tante ingratitudini da noi moltiplicategli, purtroppo, nel corso della nostra vita! — E più lo vediamo svilito dai suoi nemici — e più saturo di pene e di vituperi — stringiamoglici attorno vieppiù amorosamente — gridandogli il nostro più fervido: — « Viva Cristo Re! ».

Ecce homo! ”. —

A stroncare la farsa crudele — inscenata dai soldati — venne forse un ordine di Pilato, di ricondurgli Gesù — quale era ridotto nelle condizioni più pietose. — E Pilato lo presenta al popolo — così com’era — tutto lividure e sangue — colla corona di spine in capo — con quello straccio di porpora sulle spalle… — E disse al popolo: — « Ecco l’uomo! ».

« Ecce homo! ». — Ecco il bel lavoro fatto dai nostri peccati! — Non dimentichiamolo mai! — Se Gesù patisce — e patisce tanto — la colpa ne è nostra! Noi col peccato, abbiamo talmente irritata la Divina Giustizia — da non averne perdono — se non era il gemito — la supplica — del Figlio stesso di Dio — dissanguato per noi! — Impariamo pertanto a capire che cos’è il peccato – ad aborrirlo — a fuggirlo — come il peggiore dei mali. – poiché va a colpire lo stesso Dio — nella persona abile di Gesù Cristo! — E non solo fuggiamo il peccato – ma anche i pericoli di peccare!

« Ecce homo! ». — Ecco sin dov’è giunto l’amore di Dio per noi! – Dio Padre ci ha amato tanto da sacrificare — pur di redimerci — il suo stesso Figlio Unigenito! – Dio Figlio ci ha amati tanto da volersi tutto sacrificare per noi — abbandonandosi ai vituperi ed alle carneficine – proprio perché noi n’andassimo salvi — pur avendoli meritati le mille e mille volte colle nostre colpe! — E Dio Spirito Santo ci ha tanto amati da mettere a nostra disposizione i meriti infiniti di Gesù Cristo — mercè le SS. Messe — i SS. Sacramenti — e le sue grazie divine! — Quanta bontà!

« Ecce homo! ». — Ecco il divino modello da imitare! — Se vogliamo affermare il nostro amore a Dio — non soltanto a parole, ma a fatti — ecco sino a qual punto dobbiamo giungere — se Dio lo richieda: — sino al martirio del cuore — dell’onore — dello stesso corpo! — Se vogliamo sapere come si obbedisca al Signore — ecco il tipo al quale ispirarci: — all’obbedienza di Gesù all’Eterno Padre — la quale non indietreggiò innanzi all’umiliazione più cocente — né ai patimenti più efferati! — Se vogliamo vedere come si debba intendere l’apostolato serio – fattivo — travolgente — eccone l’ideale: — sacrificarsi!

Il Sacrificio del Calvario. — L’indegna fiacchezza di Pilato — che voleva coi suoi meschini espedienti eludere l’odio giudaico contro Gesù — vistesi chiudere ad una ad una tutte le vie — cedette finalmente agli assalti; — e, condannando Gesù, condannò pure l’indegno suo giudice — il vilissimo Pilato.

Gesù condannato alla crocifissione. — Pilato pronuncia l’iniqua condanna: — quindi non lo scuserà dal deicidio il suo lavarsene le mani in pubblico — e il suo dichiararsene innocente! — Neppure lo scuserà dal tradimento del suo dovere di giudice imparziale il timore incussogli per istornarnelo: — con gli onori devonsi accettare anche gli oneri annessi! — Infine, non si assicurerà neanche il favore di Roma; — presto deposto e bandito, espierà già qui in terra l’immane sua colpa! — « Farina del diavolo ritorna in crusca! ».

Gesù s’avvia alla crocifissione. — Carico del peso opprimente del suo patibolo — tuttoché così piagato e sfinito — Gesù porta volentieri la sua croce — che gli sarà altare per il suo sacrificio al Padre — e chiave per aprire a noi il Paradiso — e cattedra suprema onde insegnarci ogni più eletta virtù. — Per via lo si strapazza — lo s’insulta — lo si percuote: — e Gesù tace! — Lo salutano col pianto la SS. Vergine e le pie donne: — e Gesù ne accetta l’ossequio pietoso! — Il Cireneo l’aiuta: — e Gesù prepara a lui e ai suoi figli le sue grazie riconoscenti. — Quant’è buono Gesù — anche se saturo d’amarezze! Gesù subisce la crocifissione. — Giunto sul poggio del Golgotha, — con stento immenso — Gesù è spogliato — con nuovo strazio delle sue ferite — poi adattato dai manigoldi alla croce — indi pesanti martellate sui chiodi conficcano questi nelle mani e nei piedi… — E così, sul mezzogiorno — nell’affollamento delle solennità pasquali — quando pellegrini d’ogni paese ne avrebbero riportata l’infamia sino ai confini del mondo. – Gesù appariva crocifisso tra due ladri — quasi loro capobanda: – con sul capo la sarcastica scritta: — « Re dei Giudei. — Potevasi scendere più basso per la via dell’abbiezione? — per la via dello spasimo atroce? — E | vi si rassegnò per noi! — Per noi, sue povere creature! — Per noi, suoi servi inutili. — Per noi, offensori ingrati!

Le parole del Divino Agonizzante… — Sacre parole quelle d’un morente — d’un morente divino — del nostro Supremo Benefattore e Padre — del Redentore e Maestro dell’umanità!

C’è la parola del perdono — invocato sui crocifissori – e che si spinge sino a scusarli al Padre… — Che bontà non ci rivela in Gesù! — Che fiducia non c’ispira! Che contrizione non deve eccitare in noi — vedendo la bontà di chi abbiamo offeso.

C’è la parola della magnificenza — che mostra in Gesù Crocifisso il Dominatore del Cielo e della terra — e c’è l’afferma altresì Consolatore efficace del povero convertito — e Rimuneratore generoso dell’ossequio fiducioso di Lui. — Neanche noi ci volgeremo invano a Gesù — né sarà per noi vano il secondarlo — il seguirlo – il compiacerlo!

C’è la parola della tenerezza — di Gesù morente, per la sua Vergine Madre — e per Giovanni, il prediletto, ch’è tornato a Lui… — Essa ci deve infervorare ad onorare anche noi Maria SS. – che allora appunto divenne Madre nostra. — Insieme deve animarci, sia alla passione per Gesù appassionato — sia alla riparazione delle nostre colpe…

C’è la parola della desolazione — strappata a Gesù dal suo immenso patire! — Ch’essa ci spinga a consolarlo col nostro amore operoso; — insieme ci avverta che il nostro gemito — anche più trangosciato — non deve avere altro suono che di preghiera!

C’è la parola del desiderio — di Gesù, riarso dalla sete — corrisposta dai soldati con aceto e fiele! — Da noi invece dovrà corrispondersi coll’amore — e collo zelo — dacché esprimeva — oltre la sete fisiologica — anche la sete morale di affetto — e di anime!

C’è la parola della costanza vittoriosa — che proclama assolto il proprio mandato — e già preannunzia il trionfo del Salvatore. — Preghiamo — e procuriamo di ripeterla anche noi — sia al termine della nostra vita mortale — sia allo spirare d’ogni nostra giornata. — L’ubbidire a Dio: — ecco per noi la perfezione — la grandezza — la vera felicità!

C’è la parola del filiale abbandono… — Oh fiorisca sulle nostre labbra — rassegnata — affettuosa — confidente — come sulle labbra di Gesù — anche nei momenti più foschi della nostra esistenza — anche nel crollare di tutte le nostre umane speranze! — Gettiamoci nelle braccia del nostro Padre Iddio: — non si ritrarrà indietro — a lasciarci

precipitar nell’abisso!

Contemplando Gesù Crocifisso. — Come la cristiana predicazione — e come la sacra liturgia sono impregnate del ricordo di Gesù Crocifisso — così dovrebb’esserne impregnata la nostra vita cristiana — per alimentarne in sé lo spirito di sacrificio.

Pensiamo a Gesù morto! — Non doveva morire — Perché era il Santo dei Santi — e la morte entrò nel mondo per la porta del peccato! — Ma bastò che Gesù si fermasse l’ombra del peccato — non suo — ma da lui preso ad espiare — perché, nascendo alla vita in Betlemme — nascesse insieme alle espiazioni del Golgotha! — Oh come dobbiamo aborrire la colpa! — E attraverso la morte del corpo — cui la morte sfigura — e gitta nell’inerzia — e nell’impotenza — sappiamo intravvedere i guasti del peccato nell’anima — spenta da esso alla vita soprannaturale – deformata mostruosamente innanzi a Dio — incapace, da sé di riaversi!

Pensiamo a Gesù, morto svenato in croce! — A tanto di crudeltà giunsero contro di Lui l’invidia e la malizia umana — ad onta dell’ineffabile sua amabilità personale – della sua divina grandezza — dei benefici innumerevoli da Lui irradiati attorno a sé — dell’essere Egli spontaneamente sceso di Cielo in terra — e farsi nostro fratello!

— Oh come dobbiamo umiliarci — e domandargli perdono della nostra efferata ingratitudine! — del nostro egoismo crudele — pronto a martoriare Lui — pur di scapricciare sé!

Pensiamo a Gesù, morto — in croce — svenato — proprio per noi!

Mentre Gesù soffriva — e tanto orribilmente – ciascuno di noi, in persona, era presente a lui — ed Egli — proprio per ciascuno — singolarmente — offriva i propri tormenti — le proprie agonie — per amore — in espiazione. — Ecco il posto che ciascuno di noi occupa nel Cuore SS. di Gesù! — E che posto occupa Gesù — Gesù Crocifisso — morto proprio per noi — nel nostro cuore? — Faremo noi mai abbastanza — non già per adeguare — ma anche solo per emulare — il suo amore per noi?

La sepoltura di Gesù. — A rendere innegabile a tutti la sua morte — e quindi incontrastabile il gran miracolo della sua prossima risurrezione — la divina Salma di Gesù rimase in istato di morte sino al terzo giorno: — quindi nei suoi fedeli il pensiero di seppellirla. — Ma, secondo le profezie — la sua sepoltura non fu come

le altre…

Fu una sepoltura gloriosa. — Anzitutto essa avvenne decorosamente — contro ogni aspettazione umana — trattandosi d’un giustiziato — anzi, d’un crocifisso — condannato al supplizio estremo a furor di popolo — e sentenziato a morte da tutti i tribunali del luogo. — Chi si sarebbe dovuto più curare di Lui? — dell’infame. secondo i pagani? — del « maledetto », secondo i Giudei? — Viceversa, ecco muoversi Giuseppe d’Arimatea — gentiluomo autorevole — per le pratiche legali, presso Pilato, per la consegna della Salma — e inoltre per regalargli il proprio sepolcro nuovo — e per procurargli la sindone funeraria; — ecco Nicodemo — altro autorevolissimo Sinedrita — portare aromi in abbondanza — e dar mano alla deposizione -. senza rispetti umani!

Fu una sepoltura riparatrice. — L’insinuò Zaccarìa Profeta (12, 10) — e difatti Giuseppe e Nicodemo ripararono così al rispetto umano, che li aveva tenuti più o meno lontani da Gesù vivo. — Parimenti l’affetto delle pie donne — unitesi con Maria SS. e con San Giovanni Apostolo nelle cure funebri — fu doverosa e delicata riparazione del vuoto morale fattosi attorno a Gesù dal momento della sua cattura. — E le lacrime di Maria SS. su ciascuna delle piaghe di Gesù morto, non furono preziosissima riparazione dei lazzi farisaici — delle torture inflitte a Gesù?

Fu una sepoltura provvisoria. — Lo si sentiva nell’aria — dopo le meraviglie avvenute in morte del Redentore — che le cose non dovevano finir lì — e che quella tomba doveva maturare grandi avvenimenti — anche se non si osasse pensare alla risurrezione. — Tutti avevano viste le fitte tenebre universali che avevano adombrate

le agonie di Gesù — tutti avevano avvertito il gran terremoto avvenuto allo spirare di Lui: — il terrore aveva pervaso e il popolo e i soldati abbandonanti il Calvario — e persino nel Tempio, sacerdoti e leviti e sacrificanti erano rimasti atterriti per il misterioso squarciarsi da cima a fondo del velo del Santuario… — Erano i prodromi della risurrezione! — Al terzo giorno, quel Corpo divino — sacro tempio del Dio vivo — doveva venire ricostituito!

L’Anima di Gesù in festa… — Mentre ancora la Salma adorabile del Divino Agnello svenato pendeva dalla croce – l’Anima di Gesù — già pienamente beata — subito entrò

in pieno possesso della gloria immensa — che s’era guadagnata con la sua dura passione. — Che festa per lei!

Festa in Paradiso. — Che festa non le avran fatta l’Eterno Padre e lo Spirito Santo — per la piena vittoria riportata sul peccato — e sull’inferno — com’anche per il pieno — esuberante — infinito compenso dato alla Divina Giustizia! — Che festa le avranno fatta eziandio gli Angeli — umiliandole gli ossequi delle loro gerarchie! — E che festa ancora — nel suo intimo — sarà stata la sua — mirando dalle altezze sideree smisurate la tanto piccola nostra terra — e su questa terra il tanto più piccolo Calvario — e, sul Calvario, la Croce-Altare ancora cruento del grande Sacrificio! — Com’era giubilante del grande atto compiuto!

Festa al Limbo dei Ss. Padri. — Dopo umiliati all’Eterno Padre i trofei della sua vittoria — la beata anima di Gesù cominciò la bella parte di consolatrice — iniziandola col beatificare le anime dei SS. Padri trattenute nel Limbo — in solo comparire in mezzo a loro. — Figuriamoci il tripudio dei Patriarchi — dei Profeti – dei Sacerdoti — degli Antenati del Redentore! — E la gioia di S. Giuseppe? — e quella del Battista, quella del ladro convertito, sopravvenuto in breve? — Chi può descriverla? — Meritiamo anche noi — com’essi — che il nostro primo incontro con Gesù nell’eternità sia incontro rassicurante — beatifico!

Festa al… Calvario. — Immaginiamo tutte quelle anime glorificate — condotte dall’Anima di Gesù al Calvario — a contemplarvi il suo sacro Corpo esangue — la Croce — i chiodi — la terra — tutto ancor rosseggiante del prezzo del nostro riscatto. — Che inni di ammirazione — e di riconoscenza — non avranno là iterati quegli spiriti eletti al Divino loro Salvatore — che tutti gli aveva redenti — a tanto suo costo! — e per sempre! — strappandoli alle tremende maledizioni divine! — Uniamo ancor noi la

nostra voce a quei canti — pregando d’iterarli un giorno nel Cielo!