CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: MAGGIO 2021

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA DEL MESE DI MAGGIO 2021

Maggio è il mese che la Chiesa Cattolica dedica alla Vergine Maria, Madre di Dio.

Non v’ha dubbio che l’anima di Maria non sia stata fregiata dal Signore di tutti i doni della natura; ma non v’ha dubbio neanche che il più prezioso di questi doni, quello senza cui un nulla sono tutti gli altri, si è il dono della santità. Maria fu concepita senza peccato, è dogma di fede, la fede de’ figli suoi. Tutti i discendenti di Adamo sono redenti, purificati pei meriti del Redentore; Maria sola è preservata: ricevono gli altri una grazia di purgazione, di riparazione; riceve Maria una grazia di preservazione, di conservazione. Quindi fin dalla sua concezione Ella è dotata del perfetto uso di ragione, e di tutte le grazie che sono ad un tempo il principio, le compagne, gli effetti d’una più che angelica innocenza. Quindi ancora il suo cuor puro, la sua anima innocente, il suo spirito ripieno di sapienza e d’intelligenza, fin da quel punto elevaronsi naturalmente e senza sforzo verso il cielo: fin da quel punto Maria conobbe, adorò, amò il Signore con maggior ardore dei serafini: fin da quel punto Maria poté dire: II mio amore è il mio peso. – Ed io, figlio del peccato, caduto nel fango al primo mio passo nella vita, col marchio dell’anatema del padre mio in fronte, contaminato dalla colpa della mia madre, schiavo d’un padrone infame e crudele, non ho, non sento propensione, attrazione che pel male! verso il male si diressero le prime mie inclinazioni; non cerco se non il male; non respiro, non conosco, non opero che il male! Io posso a tutta ragione esclamare: Il mio peso, il movimento del mio cuore è un principio di male…. Ed ardisco camminare con la testa alta; ardisco nutrire pensieri di vanità, di superbia, io schifoso verme di terra, io disprezzabile composto di lordura e di peccato!

 [D. Gaspare Gilli: PICCOLO MESE DI MAGGIO AD USO DEL POPOLO; Tip. Dell’Imm. Concezione ed. – 1864]

MESE DI MAGGIO [G. Gilli]

Queste sono le feste del mese di MAGGIO 2021

1 Maggio S. Joseph Opificis    Duplex I. classis *L1*

2 Maggio Dominica IV Post Pascha    Semiduplex Dominica minor *I*

                     S. Athanasii Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris   

3 Maggio Inventione Sanctæ Crucis    Duplex II. classis *L1*

4 Maggio S. Monicæ Viduæ    Duplex

5 Maggio S. Pii V Papæ et Confessoris  – Duplex

6 Maggio S. Joannis Apostoli ante Portam Latinam  –  Duplex majus *L1*

7 Maggio S. Stanislai Episcopi et Martyris    Duplex

                                               I venerdì

8 Maggio In Apparitione S. Michaëlis Archangeli    Duplex majus *L1*

9 Maggio. Dominica V Post Pascha    Semiduplex Dominica minor *I*

                  S. Gregorii Nazianzeni Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

10 Maggio Feria Secunda in Rogationibus    Semiduplex

                        S. Antonini Episcopi et Confessoris

11 Maggio Feria Tertia in Rogationibus    Semiduplex

12 Maggio In Vigilia Ascensionis  Duplex II. Classis

                    Ss. Nerei, Achillei et Domitillæ Virg. atque Pancratii Martyrum  

13 Maggio In Ascensione Domini    Duplex I. classis *I*

14 Maggio Feria VI post Ascensionem  –  Semiduplex *I*

                   S. Bonifatii Martyris    Feria

15 Maggio S. Joannis Baptistæ de la Salle Confessoris  –  Duplex

16 Maggio Dominica post Ascensionem    Semiduplex Dominica minor *I*

                   S.Ubaldi Episcopi et Confessoris    Semiduplex

17 Maggio S. Paschalis Baylon Confessoris  –  Duplex

18 Maggio S. Venantii Martyris    Duplex

19 Maggio S. Petri Celestini Papæ et Confessoris    Duplex

20 Maggio S. Bernardini Senensis Confessoris    Semiduplex

21 Maggio Feria VI infra Hebd post Ascensionem    Semiduplex *I*

22 Maggio Sabbato in Vigilia Pentecostes    Semiduplex *I*

23 Maggio Dominica Pentecostes    Duplex I. classis

26 Maggio Feria Quarta Quattuor Temporum Pentecostes    Semiduplex

28 Maggio Feria Sexta Quattuor Temporum Pentecostes    Semiduplex

29 Maggio Sabbato Quattuor Temporum Pentecostes    Semiduplex

30 Maggio Dominica Sanctissimæ Trinitatis    Duplex I. classis

31 Maggio Beatæ Mariæ Virginis Reginæ    Duplex II. classis *L1*

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (10)

G Dom. Jean de MONLÉON Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (10)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. Ex. Off.

Imprimi potest:  Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: Lutetiæ Parisiorum die II nov. 1947

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Quinta Visione

I CASTIGHI DEGI ULTIMI TEMPI

PARTE TERZA

LA GRANDE PROSTITUTA

Capitolo XVII, 1-18.

“E venne uno dei sette Angeli, che ave vano le sette ampolle, e parlò con me, dicendo: Vieni, ti farò vedere la condannazione della gran meretrice che siede sopra molte acque, colla quale hanno fornicato i re della terra, e col vino della cui fornicazione si sono ubbriacati gli abitatori della terra. E mi condusse in ispirito nel deserto. E vidi una donna seduta sopra una bestia di colore del cocco, piena di nomi di bestemmia, che aveva sette teste e dieci corna. E la donna era vestita di porpora e di cocco, e sfoggiante d’oro e di pietre preziose e di perle, e aveva in mano un bicchiere d’oro pieno di abbominazione e dell’immondezza della sua fornicazione: e sulla sua fronte era scritto il nome: Mistero: Babilonia la grande, la madre delle fornicazioni e delle abbominazioni della terra. E vidi questa donna ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. E fui sorpreso da grande meraviglia al vederla. “E l’Angelo mi disse: Perché ti meravigli? Io ti dirò il mistero della donna e della bestia che la porta, la quale ha sette teste e dieci corna. La bestia, che hai veduto, fu, e non è, e salirà dall’abisso, e andrà in perdizione: e gli abitatori della terra (i nomi dei quali non sono scritti nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo) resteranno ammirati vedendo la bestia che era e non è. Qui sta la mente che ha saggezza. Le sette teste sono sette monti, sopra dei quali siede la donna, e sono sette re. Cinque sonò caduti, l’uno è, e l’altro non è ancora venuto: e venuto che sia, deve durar poco tempo. E la bestia, che era e non è, essa ancora è l’ottavo: ed è di quei sette, e va in perdizione. E le dieci corna, che hai veduto, sono dieci re: i quali non hanno per anco ricevuto il regno, ma riceveranno la potestà come re per un’ora dopo la bestia. Costoro hanno un medesimo consiglio, e porranno la loro forza e la loro potestà in mano della bestia. Costoro combatteranno coll’Agnello, e l’Agnello li vincerà: perché egli è il Signore dei signori, e il Re dei re, e coloro che sono con lui (sono) i chiamati, gli eletti e i fedeli. E mi disse: Le acque che hai vedute, dove siede la meretrice, sono popoli, e genti e lingue. E le dieci corna che hai vedute alla bestia: questi odieranno la meretrice, e la renderanno deserta e nuda, e mangeranno le sue carni, e la bruceranno col fuoco. “Poiché Dio ha posto loro in cuore di fare quello che a lui è piaciuto: e di dare il loro regno alla bestia, sinché le parole di Dio siano compiute. E la donna, che hai veduta, è la grande città, che ha il regno sopra i re della terra.

§ 1 – Uno dei sette Angeli parla a San Giovanni.

E dopo aver descritto, nel capitolo precedente, i castighi promessi ai peccatori, l’autore sta per mostrarci la causa della loro dannazione, al fine di renderci noi stessi vigili e di salvaguardarci da un destino simile. A questo scopo, usa la figura di una donna di cattiva reputazione, una di quelle che le Scritture chiamano meretrici, o cortigiane. I profeti dell’Antico Testamento avevano spesso usato la stessa immagine per rappresentare le anime peccatrici, le anime infedeli che abbandonano Dio, il loro legittimo sposo, per correre dietro alle creature e chiedere loro piaceri proibiti. Geremia, per esempio, li apostrofò con queste parole: « Nel nome del Signore, hai spezzato il mio giogo, hai sciolto i miei legami; hai detto: ‘Non voglio servire’ – non serviam. E su ogni alta collina, e sotto ogni albero pieno di fogliame, sei andata a fare la prostituta come una cortigiana. » (II, 20). Ed in effetti, è in questa infedeltà a Dio, in questa febbre che porta l’uomo a cercare ad ogni costo ed ovunque dei piaceri sensibili, delle soddisfazioni immediate, che si trova la causa originale di tutti i peccati commessi dal genere umano e di tutti i mali di cui soffre. San Giovanni ci dice che vide venire da lui uno dei sette Angeli, che aveva raffigurato nella visione precedente occupato a versare le coppe dell’ira di Dio sul mondo. Non importa quale fosse questi fra i sette: sono essi tutti messaggeri dello stesso Dio, araldi della stessa verità, e non c’è discrepanza tra loro. La dottrina della Chiesa è una sola, nonostante la diversità dei maestri che la espongono, e ognuno di loro è aureolato dall’autorità di Cristo. L’inviato celeste venne da San Giovanni e gli parlò, o, più esattamente, parlò con lui.  Questa sfumatura, che segna una maggiore intimità, suggerisce che San Giovanni aveva il privilegio di conversare familiarmente con gli spiriti beati, e questo perché, come vergine Apostolo, era di una purezza che poteva essere paragonata alla loro. « Vieni – gli disse l’Angelo – anima amata del tuo Signore, scelta dal suo Amore per le nozze eterne; lascia il mondo delle creature ed entra in quella camera segreta dove il tuo Dio abita e ti aspetta. Ritirati in preghiera, chiudi gli occhi del tuo corpo e apri quelli della tua anima, e io ti mostrerò la condanna della grande prostituta che siede sulle acque abbondanti. » La causa della dannazione di tutti coloro che si perdono si trova, infatti, in quell’istinto da cortigiana che ogni anima umana sente nel profondo del suo essere e che la porta ad abbandonare il suo Creatore, il suo sposo, il suo legittimo padrone, per abbandonarsi alle creature. Questo istinto fiorisce in modo particolarmente vivace, in coloro che si danno da fare per allontanare gli altri dal culto del vero Dio, nei grandi eretici, in tutti i tribuni che sanno prendere autorità sulle masse per trascinarle nell’errore, per infiammare la loro avidità, per suscitare il loro odio e per scatenare le loro passioni. In senso morale, dunque, ogni anima che sa di essere peccatrice può riconoscersi nella prostituta che qui ci viene presentata; ma in senso allegorico, questa donna rappresenta in primo luogo l’Anticristo, e con lui tutti i cattivi pastori che conducono la folla degli ignoranti e dei deboli alla loro rovina. Sono quelli che siedono sulle acque abbondanti, cioè sui popoli: lo stesso San Giovanni lo spiegherà poco più avanti; sono quelli che hanno fatto peccare i re di questo mondo, spingendoli a perseguitare la Chiesa, ad impadronirsi dei suoi beni, a ridurla in servitù; sono quelli che hanno fatto ubriacare gli abitanti della terra, cioè gli uomini avidi, gli uomini il cui cuore è interamente posseduto da beni, amori, ambizioni terrene senza alcun riguardo nei confronti dell’eternità. I Santi non abitano la terra. Essi vi sono ma solo come in un luogo di passaggio, il meglio di essi è sempre alle porte del cielo. I cattivi pastori di cui parla San Giovanni hanno reso gli uomini ubriachi, cioè hanno tolto loro ogni timore ed ogni sentimento di convenienza. In effetti, come un uomo ubriaco perde ogni senso del pericolo e non si preoccupa della sua dignità personale, così i peccatori induriti dimenticano completamente il pericolo della morte eterna, a cui si avvicinano ad ogni istante; non si fanno scrupoli a vivere come bestie, senza alcun riguardo per l’immagine di Dio di cui le loro anime sono coronate. E il vino che viene presentato loro per sviarli in questo modo è quello della fornicazione della prostituta, cioè il piacere che la sensualità dell’uomo prova nel commercio delle creature.

§ 2 – La Prostituta è mostrata all’Apostolo.

E l’Angelo – continua San Giovanni – mi portò via in spirito nel deserto. Cioè, l’ha separato dal mondo presente attraverso il fenomeno dell’estasi. In questo stato gli fece capire che il cuore di coloro che hanno abbandonato Dio e non ricevono più la rugiada benefica della grazia, diventa come un terribile deserto, in cui non crescono né i fiori della virtù né i frutti delle buone opere, e in cui non rimane alcuna vita interiore. Al posto del Dio che dovrebbe regnare su di loro, una donna siede su una bestia scarlatta, piena di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. Ciò che regna nel cuore dei peccatori è la sensualità, simboleggiata qui dalla “donna”, mentre la volontà opposta è spesso espressa sotto la figura dell’uomo, vir. Non c’è nulla di virile, infatti, nell’atteggiamento dei peccatori: il pensiero del dovere, la conquista della virtù, il desiderio di raggiungere Dio sono estranei a loro… Tutte le loro preoccupazioni sono dirette alla soddisfazione delle tre concupiscenze: lusingare la carne, nutrire la vanità, aumentare la ricchezza. Questa donna, tuttavia, era seduta su di una bestia, e questa bestia non è altro che la figura del diavolo. Come la vita cristiana è fondata su Cristo, così la vita licenziosa poggia sul diavolo, che la impregna dei suoi movimenti e la porta lentamente ma inesorabilmente verso l’inferno. Il diavolo è chiamato rosso a causa dei crimini che fa commettere; ha sette teste, che sono i peccati capitali, e dieci corna che, puntando verso il cielo e per la loro durezza, simboleggiano il suo orgoglio e la durezza che oppone alla volontà di Dio, riassunta nei dieci comandamenti. La donna era avvolta di porpora. La porpora è l’abito dei re: come tale, la sensualità se ne adorna, perché è regina, anzi, regina di questo mondo, dove tutto obbedisce ai suoi desideri. Ma questa porpora è foderata di scarlatto, perché sotto la vita morbida e facile dei servi del mondo, si nasconde una crudeltà segreta, pronta a immolare implacabilmente tutto ciò che si oppone ai desideri della concupiscenza. Inoltre, la donna era coperta con l’oro: si noti questa espressione. L’autore non dice che essa era d’oro, dice che era ricoperta d’oro, cioè che aveva il lustro esteriore della saggezza, anche della santità. Ma questo è un lustro che non è naturale allo spirito del mondo, che non nasce dalla sua propria sostanza, e che prende in prestito quando si trucca con i colori della vera saggezza, dandosi le arie della vera carità. Non teme di aggiungervi la Pietra Preziosa, la pietra su cui poggia la Chiesa; una pietra preziosa tra tutte le altre, poiché non è altro che Cristo stesso, la cui dottrina il mondo talvolta pretende di osservare e di cui imita gli esempi. Egli vi attacca anche tutte le specie di perle, cioè la varietà delle virtù che brillano nei santi. Ma tutto questo è un abito di sfarzo, che non gli appartiene; sotto questa finta saggezza, questa finta carità, questi simulacri di virtù, c’è solo una sensibilità corrotta, una bestialità pronta a divorare tutto. La donna ha in mano un vaso d’oro, simbolo della verità divina, di cui pretende di versare i benefici; ma lo tiene in mano, perché lo interpreta a suo piacimento, e lo riempie di abominio e del sudiciume della sua fornicazione, perché sa solo far uscire da esso menzogne e vizi, che la separano da Dio. E aveva un nome scritto sulla sua fronte, perché la sua iniquità fosse manifesta a tutti coloro che sanno leggere il linguaggio della verità, a tutti coloro i cui occhi sono illuminati dalla luce della fede. Ma per gli altri, per gli ostinati, per coloro che non vogliono vedere, il nome significava mistero, perché il male del mondo è incomprensibile a coloro che ne sono schiavi, e non scorgono l’abisso di perversità che si nasconde sotto le apparenze seducenti della prostituta. E questo nome era quello di: Babilonia. Qui intende, non la città così chiamata, ma la grande Babilonia, la città del male, che l’orgoglio umano costruisce di fronte alla città di Dio, e che è la madre di tutti i crimini e le abominazioni della terra, perché tutti i peccati del mondo hanno il loro principio nella rivolta dello spirito umano contro Dio. E vidi che questa donna era ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Essa ha un odio più forte contro coloro che conducono una vita pura e contro coloro che testimoniano Gesù Cristo. Questo odio è così forte che chi ne è posseduto perde la ragione e non mantiene la misura: ecco perché l’autore lo paragona ad uno stato di ubriachezza.

§ 3. – Il mistero della donna e della Bestia.

Quando San Giovanni vide l’orribile spettacolo della donna sulla bestia che la portava, fu preso da stupore. Era stupito del successo di questa cortigiana, del suo potere, dell’impero che esercitava sugli uomini; stupito soprattutto del terribile castigo che le era riservato per tutta l’eternità, e dell’incoscienza con cui camminava verso questo abisso, credendosi al sicuro, dicendo, come riferisce un altro profeta: « Sarò regina per sempre. » (Isai. XLVII, 7) – L’Angelo disse allora all’Apostolo: « Perché ti meravigli? Se tu conoscessi la malvagità dell’uomo da una parte e la santità di Dio dall’altra, non ti stupiresti dei rigori della sua giustizia. Cercate piuttosto di capire, e io vi rivelerò il mistero della donna e della bestia che la porta di peccato in peccato, e da questo mondo all’inferno. Questa bestia è la figura del diavolo. Era onnipotente sulla terra fino all’avvento di Cristo, e ora non è niente, perché il suo potere è stato rovinato. » Notiamo quanto sia espressiva questa immagine: la bestia è stata e non è più. Prima dell’incarnazione del Salvatore, il diavolo faceva vivere gli uomini sotto la tirannia dei loro istinti, cioè alla maniera delle bestie. Ma Cristo è venuto: ha insegnato ai figli di Adamo la loro dignità di figli di Dio, ha insegnato loro ad usare la ragione, e da allora hanno vissuto come uomini. Questo è ciò che il salmista intendeva misteriosamente quando ha detto: « Il sole è sorto – cioè Cristo è apparso sulla terra – e gli uomini sono stati riuniti. Le bestie della foresta resteranno nelle loro tane, e l’uomo, che finora non si è mostrato, uscirà al suo lavoro » (Psal. CIII, 22). – Torniamo al discorso dell’Angelo. « E la bestia – egli continua – sorgerà dall’abisso. Nei giorni dell’Anticristo, riacquisterà il suo antico potere, ma per un tempo molto breve; quindi, non dobbiamo temerlo. Dopo un momentaneo trionfo, crollerà di nuovo e andrà incontro alla morte. E questa rovina sarà oggetto di stupore per tutti coloro che non vedono nulla al di là dei loro interessi terreni; per coloro i cui nomi, a causa dei loro peccati, non sono rimasti iscritti nel Libro della Vita, dove Dio li ha segnati dall’origine del mondo. Perché Lui non vuole la morte dei peccatori e ha creato tutti gli uomini per partecipare alla Sua stessa vita. Ma quando, con il loro attaccamento al peccato, gli uomini soffocano e distruggono questa vita divina dentro di sé, Dio si vede come costretto a cancellarli dal libro in cui sono scritti gli eletti. Coloro che avevano riposto tutta la loro fiducia nella Bestia si stupiranno nel vedere che era, e che non è più. Era potente e non lo è più, perché è separata da Colui che è e che, possedendo la pienezza dell’Essere, possiede anche quella della Verità, della Giustizia, della Forza e di ogni perfezione.

§ 4 – Le sette teste e le dieci corna.

Ed ecco ora il significato di questa visione. Essa ha lo scopo di far capire a coloro che hanno saggezza e cercano di trarre da ciò che vedono, da ciò che sentono, da ciò che leggono, dei frutti per il loro emendamento personale, le disgrazie alle quali ci esponiamo piegandoci al giogo della sensualità, ed il poco timore che i successi momentanei dei nemici di Dio dovrebbero ispirarci. Le sette teste rappresentano sette montagne, sulle quali la donna è seduta, esse sono sette re. Le sette teste della bestia, cioè del diavolo, rappresentano gli uomini di cui egli si serve, lungo la storia del mondo, per esercitare il suo potere sugli altri, e che sono tutte forme di Anticristo. L’autore li paragona: alle teste, perché svolgono lo stesso ruolo nei confronti dei comuni peccatori come la testa fa nei confronti delle membra del corpo; … alle montagne, per esprimere il loro orgoglio, che si eleva al di sopra degli altri uomini, come le cime sopra la pianura; … ai re, perché guidano gli altri, che è propriamente la funzione del re, ma al termine dove li aspetta il diavolo. – Il numero sette evoca il ciclo completo della storia del mondo, che la Scrittura è solita dividere in sette epoche: la prima va da Adamo a Noè; la seconda, da Noè ad Abramo; la terza, da Abramo a Mosè; la quarta, da Mosè alla cattività babilonese; il quinto, da questa cattività all’avvento di Cristo; il sesto, dall’incarnazione alla venuta dell’Anticristo; quanto alla settima, essa si identifica con il regno dell’Anticristo. Detto questo, è facile capire cosa intende San Giovanni quando aggiunge: Di queste teste cinque sono cadute. Al tempo della sua scrittura, le prime cinque età del mondo erano passate, ed i principi che operavano per conto del diavolo, come Faraone, Nabucodonosor, Antioco, ecc., erano scomparsi uno dopo l’altro; rimane la sesta: è il potere romano che continua, con gli imperatori, a perseguitare i Cristiani; e la settima, cioè l’anticristo, non è ancora venuta. Quando verrà, dovrà rimanere per poco tempo: i suoi giorni saranno abbreviati per il bene degli eletti, secondo la promessa di Nostro Signore. Anch’essa passerà, come tutti i nemici di Dio, come   tutti i pericoli e tutte le persecuzioni. È questo pensiero, pieno di fiducia, che costituisce la saggezza che San Giovanni vuole inculcarci qui e incidere nei nostri cuori. E non sono solo gli uomini che passeranno; anche il diavolo avrà il suo turno, come indicano le parole seguenti: la bestia che era e non è più, è l’ottava nel senso che supera in malvagità i principi più crudeli di tutta la storia del mondo; e tuttavia non è meno della specie delle sette, perché il diavolo è un peccatore allo stesso modo degli uomini reprobi; sarà punito come loro, e va verso la sua rovina eterna. – Quanto alle dieci corna che tu hai visto, esse rappresentano i dieci re che saranno i vassalli dell’Anticristo. Essi non hanno ancora ricevuto la regalità, perché i loro imperi non esistono ancora. Ma questi appariranno al tempo dell’Anticristo, e le dieci corna riceveranno allora un potere simile a quello dei re. L’autore non dice potere reale, ma potere “come i re”, perché saranno tiranni, sfruttando e opprimendo il loro popolo per il proprio beneficio invece di condurlo alla vita eterna, come è dovere dei veri capi. Tuttavia, non temiamoli: avranno questo potere solo per un’ora, cioè per un tempo molto breve, e dietro la bestia, di cui seguiranno fedelmente tutte le direttive. Questi personaggi sono paragonati a delle corna per farci capire che saranno duri, insensibili come il corno di un bue o di un rinoceronte; che aderiranno all’Anticristo con la stessa solidità con cui il corno aderisce alla testa dell’animale, e che gli serviranno come armi per attaccare i suoi avversari e lacerare le sue vittime. Verranno sotto il suo dominio per perseguire l’unico grande scopo su cui sono tutti d’accordo: rovinare il regno di Cristo. Metteranno tutta la loro forza, tutta la loro autorità a sua disposizione. Sotto il suo comando combatteranno con l’Agnello; ma l’Agnello li vincerà, perché Egli è il Signore dei signori, a cui tutte le cose sono soggette, e il Re dei re, a cui nulla può resistere; e vinceranno con Lui e parteciperanno alla Sua gloria, coloro che sono attaccati a Lui per fede e amore, che sono stati chiamati da Lui, che hanno meritato di essere suoi amici, mantenendo la Sua dottrina nella sua integrità, adempiendo fedelmente i Suoi comandamenti, dedicandosi con tutto il cuore alla Sua Chiesa. Ci si può chiedere perché, in questa scena in cui si parla di combattimento e di vittoria, Nostro Signore ci venga rappresentato sotto la figura dell’Agnello, l’animale pacifico e rassegnato per eccellenza, piuttosto che sotto quella del leone di Giuda, che sembrerebbe più naturale e più espressivo, poiché abbatte la sua preda. – A questo i commentatori rispondono che è proprio per farci capire che il Salvatore vincerà non con la forza, ma con la sua pazienza, con la sua dolcezza, con la sua docilità; ed è imitandolo in queste virtù che i Santi trionferanno sui loro nemici. Al momento della Passione, l’inferno e il mondo erano uniti contro Gesù Cristo. I demoni, i Giudei, i carnefici hanno scatenato su di Lui tutta la loro crudeltà, tutto il loro furore, per strappargli un mormorio, un gesto di rabbia, un movimento di rivolta. Ma è stato invano; e questa incomparabile dolcezza del Salvatore in mezzo a questo sfogo d’odio e d’ira senza precedenti, costituisce il suo vero trionfo, quello che mostra vividamente l’impotenza dei suoi nemici. Come dice per bocca dei Suoi Profeti, « Egli rese il Suo volto come una pietra durissima; non lo ha distolto da coloro che Gli sputavano addosso e Gli strappavano la barba » (Is.: L, 6-7). La pietra alla quale Egli si paragona non è quella dell’indifferenza stoica; è il diamante puro della carità, che nessuna crudeltà, nessun insulto è riuscito a tagliare, e che ha continuato a lanciare i fuochi ardenti del suo amore su coloro che hanno trattato il loro Salvatore con ferocia estrema.

§ 5 – Perché le dieci corna odieranno la donna.

Continuiamo con le parole dell’Angelo: Le acque che vedete, sulle quali siede la cortigiana, sono i popoli, le nazioni e le lingue, il che significa, in senso morale, che la sensualità regna sovrana su tutto il genere umano; in senso allegorico, che l’Anticristo e i suoi seguaci riusciranno ad estendere il loro dominio su tutta la terra. Eppure, le dieci corna della Bestia odieranno la prostituta. Cosa significa questo? Abbiamo appena visto che queste corna rappresentano i re, i capi dei popoli che precisamente si metteranno al servizio dell’Anticristo per assicurare il suo impero universale. Come odieranno il padrone per il quale lavorano? Perché si rivolteranno contro di lui e lo odieranno furiosamente quando, dopo la vittoria dell’Agnello, vedranno in quale abisso di mali sono stati gettati da lui. Odieranno Lui e tutti i maestri di errore che li hanno sedotti con i loro sofismi e li hanno allontanati dal giusto cammino. E questo odio non sarà platonico: gettati con i loro seduttori nelle profondità dell’inferno, provocheranno la loro desolazione inseguendoli con i loro rimproveri; metteranno a nudo la loro ignominia, proclamando tutti i loro vizi e le loro tare, senza che questi possano velarli in alcun modo; mangeranno le loro carni, gioendo delle loro sofferenze, e li bruceranno, alimentando nei loro cuori il fuoco del rimorso, ricordando loro la facilità con cui avrebbero potuto evitare il terribile destino che ora è caduto su di loro. Con queste espressioni, l’autore sacro ci insegna che i dannati si odiano l’un l’altro e aumentano le loro sofferenze con l’ira reciproca, gli insulti e i rimproveri. L’odio è l’atmosfera dell’inferno, come la carità è quella del cielo; mentre gli eletti sono l’uno per l’altro oggetto di ammirazione e di gioia, ogni dannato è per gli altri oggetto di desolazione e di orrore. Ed è giusto che sia così, che siano puniti con il massimo rigore. Dio li aveva creati liberi, lasciando loro l’opzione di servirLo o di allontanarsi da Lui. Non voleva costringerli ad essere ostinati. Ha permesso loro di acconsentire nei loro cuori ad abbracciare il partito della Bestia e a cercare di compiacerla; non ha impedito loro di cedere il loro regno interiore al diavolo, e di lasciarsi condurre di peccato in peccato da quest’ultimo; ma, un giorno, la giustizia riconquisterà i suoi diritti. Dio pronuncerà le parole che fisseranno immutabilmente le ricompense e le punizioni per l’eternità. Egli dirà a quelli alla sua destra: « Venite, benedetti del Padre mio, e ricevete il regno preparato per voi fin dall’inizio del mondo », mentre respingerà i malvagi con questa terribile frase: « Andate, maledetti, nel fuoco eterno ». – Infine, l’Angelo spiega a San Giovanni che la donna seduta sul mostro rappresenta la grande città che esercita il suo impero su tutti i re della terra. Questo ci riporta a ciò che abbiamo detto all’inizio e che costituisce il pensiero principale di questo capitolo: cioè, che tutto ciò che costituisce lo spirito del mondo, tutto ciò che lavora per costruire la città del male contro la città di Dio e per popolare l’inferno, tutto ciò ha come causa segreta la sensualità dell’uomo, abilmente manovrata dal diavolo.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (11)

LA SITUAZIONE (15)

LA SITUAZIONE (15):

DOLORI, PERICOLI, DOVERI E CONSOLAZIONI DEI CATTOLICI DEI TEMPI PRESENTI

OPERA DI MONSIGNORE G. G. GAUME PROTONOTARIO APOSTOLICO

Custos, quid nocte?

Sentinella: che è della notte?

DOVERI

Lettera Decimaquinta

Caro Amico

La prescienza divina di Nostro Signore, e la Previdenza che governa le Società, provate sino all’evidenza dal doppio diluvio delle iniquità che macchiano le nazioni moderne, e delle catastrofi ond’esse sono percosse e sconvolte, ecco, o mio amico, le due prime, e certo solidissime consolazioni che ne trae il Cattolico dei giorni nostri. Ve n’è una terza, anche più grande. Sapere che la Chiesa Romana, nostra Madre prediletta, è la sposa unica, sempre fedele, e sempre feconda dello Dio del Calvario; saper tanto per scienza certa, senza aver bisogno di ricorrere né a libri, né a dottori; vedere tuttocciò cogli occhi proprii, come si vede il Sole; questa sì, questa è oggidì la nostra suprema consolazione. E il Cattolico ne dee saper grado al diluvio di persecuzioni mosse contro la S. Sede. « O voi, la cui saggezza è uguale alla bontà, può egli esclamare col Profeta , voi, o Signore, avete proporzionato le vostre consolazioni alla moltitudine dei miei dolori. La Madre mia viene oltraggiata: io piango con lei! Ma sovrabbonda in me la gioia in mezzo alle sue tribolazioni. »

Voi mi richiedete di qual maniera io ciò intenda. Ed io domando a voi, amico mio, come intendete voi le parole pronunziate diciotto secoli fa intorno alla Madre vostra e mia? « Se voi foste della Città di satana, la Città di satana vi porterebbe alletto: ma perché voi non siete di essa Città di satana, ed essa vi detesterà. Anzi sarete oggetto d’odio eterno per cagion mia. Vi perseguiteranno, vi spoglieranno, vi tradurranno innanzi a tribunali, vi abbevereranno di obbrobrii, vi opprimeranno d’ingiurie e calunnie per causa del mio nome. Arriveranno sino a dire ed a far credere che col mettervi a morte, e’ servono gl’interessi della pace, della libertà, della giustizia, alla causa di Dio medesimo. (Joan. XV, 18-19; XVI, 2). Passeranno i secoli, passeranno gli uomini e gl’imperi, i cicli e la terra passeranno; ma queste parole non passeranno giammai. Che estendendosi a tutta la durazione del mondo, elle si avranno a compiere fino a tanto che la Chiesa sarà nel mondo. Or essa vi resterà infino a che non abbia raccolto l’ultimo fiato dell’ultimo degli eletti. Che promette mai alla sua sposa il Dio del Calvario e della Croce? Una corona di spine; una corona che le sarà a punto data, per essere sua sposa, la madre dei suoi figli, la depositaria della sua dottrina. E questo diadema di dolori non è promesso che a lei. In tutti i luoghi, fra l’onda di tutti i secoli, egli la distinguerà dalle sette menzognere, delle quali niuna potrà usurparlo. E infinattanto che essa si rimarrà fedele, mai esso non cadrà dalla sua fronte verginale.

« Noi comprendiamo, esclamava con trasporto S. Cipriano, l’illustre vescovo di Cartagine, mille e seicento anni sono, noi vediamo chiaramente i salutari disegni della Divina Maestà nelle persecuzioni. A fin di confondere gli eretici, Iddio mostra quale è la Chiesa, quale è il Vescovo unico scelto per ordine divino; quali i sacerdoti uniti al Vescovo mediante l’onore sacerdotale: qual è il vero popolo unito a Gesù Cristo, ed il gregge del Signore legato con la carità; chi sono quelli che l’inimico attacca, chi quelli per contrario che esso risparmia. Il nemico di Gesù Cristo non attacca in verità che i campi di Gesù Cristo; non perseguita, che i suoi soldati. In quanto agli eretici, già divenuti suoi, ei li lascia tranquilli. Sua unica cura è tutta in far cadere quelli che si mantengono ancora in piedi 1 ». (S. Cyprian. Ep. Ad Lucium, 58). Or vedendosi dopo diciotto secoli d’incessanti combattimenti la stessa preferenza riservata solo alla Chiesa Romana; quando si veggono ricomparire per la comune Madre i giorni della di lei infanzia; quando il verace Cattolico vede il mondo di oggidì, e i re, e gl’imperatori, ed i popoli scambiare il di lei dorso per incudine, e battervi sopra, come faceva il mondo d’altra volta; quando ascolta le medesime ingiurie, le medesime calunnie, i medesimi disegni, le stesse ipocrisie, le stesse violenze; quando in somma e’ con i suoi occhi vede appressare alle labbra della sua venerabile madre la stessa tazza di amarezza, onde fu già abbeverata nella sua culla; egli vede ad un tempo brillare sul di lei capo con splendore sempre antico e sempre nuovo, il diadema dei dolori, segno incomunicabile della sua incorruttibile fedeltà. – Con quale tenerezza pertanto non abbraccia egli questa madre augusta e prediletta! Con qual sentimento di nobile orgoglio egli non dice a se stesso: » Io son suo figliuolo; il figliuolo della vera Sposa! A dietro i sofismi dell’empietà ( Si scrive da Londra che in questo momento i protestanti inglesi battono le mani ad ogni nuova umiliazione della Chiesa romana. Ei stiano tranquilli; che non accadrà mai altrettanto alla loro chiesa. Miseri che non sanno nemmeno più leggere la Bibbia, e che si rallegrano di ciò a punto che forma la nostra gloria e la loro vergogna. Non c egli scritto che il Cristo deve soffrire per entrare nella sua gloria? Su questa terra la vera Chiesa non è essa la persona continuata di Gesù Cristo? Può essa arrivare al termine del suo pellegrinaggio altrimenti che per le persecuzioni?); a dietro gli scandali e le defezioni dei falsi fratelli; a dietro le minacce della tirannia: io sono il figlio di mia madre, il possessore della verità. Possessore della verità! sì, di quella verità che dura eternamente, che illumina il presente, ed assicura l’avvenire! Credete voi caro amico, che nei tristi tempi in cui viviamo, possa esservi consolazione paragonabile a questa? In quanto a me io non ne conosco maggiore, né uguale, eccetto quella di sapere che le potenze del male non prevarranno contro la Chiesa; che ella consumerà i suoi nemici come la lima consuma il ferro; che non cadrà un capello dal nostro capo senza la permissione del Padre onnipotente che veglia sopra di noi; e questi è al nostro fianco durante la tribolazione, il quale numera, e conta un per uno i nostri dolori, e parlerà per la nostra bocca davanti ai tribunali persecutori della nostra fede. – Di tal fatta sono le consolazioni fondamentali, che trae il Cattolico dalle attuali circostanze: e certo se non ve n’ha di più dolci, non ce n’ha di più feconde. – La calma in mezzo alla tempesta, la fermezza di carattere, la grandezza d’animo, la fedeltà a tutta pruova, il nobile sagrifizio, la dolce rassegnazione del confessore, ed accadendo ancora, il coraggio eroico del martire; tutto ciò in somma che onora l’uomo e santifica il Cristiano viene di là, come il frutto dall’ albero, ed il profumo dal fiore. Queste consolazioni, sarebbero, mi direte, purissime, se non fossero accompagnate sì dal pensiero delle sofferenze riservate ai buoni, e sì delle defezioni forse numerose, che s’hanno a temere. Ma essendo noi Cattolici, sì ragioniamo da Cattolici. Se all’oro fosse dato di poter parlare, e’ si rallegrebbe di esser messo nel crogiuolo. E di fatto dove perde esso la lega grossolana che lo abbassa di pregio? dove acquista il valore che fa col suo prezzo, l’abbagliante splendore onde brilla ai nostri occhi? Oro immortale, destinato abrillare come gli astri del firmamento nella corte del gran Re, non è egli necessario che il Cristiano venga purificato? Non è forse suo meglio che si purifichi ed affini su questa terra piuttosto che altrove? Il Maestro e Modello degli eletti non esultò forse di gioia alla vista della sua croce? Che sono per altra parte le tribolazioni del tempo paragonate alle delizie dell’eternità? Oltracciò non fa egli di bisogno che la Madre degli Eroi, cioè la Chiesa Cattolica mostri a tutti i secoli la sua eterna fecondità? Non convien forse clic essa faccia impallidire tutte le false virtù, davanti alle virtù dei suoi figli? E non sono, oggi più che mai, questi miracoli necessari? Quando coll’occhio della fede noi consideriamo la faccia del mondo cristiano, che altro vi vediamo? Milioni di anime battezzate che vivono come se non fossero tali; ed altri milioni di mezzi Cristiani la cui tiepidezza muove nausea; razza degenerante, di fede languida, di zelo intiepidito, di costumi ammolliti, di frivoli pensieri, di sensuali abitudini ed egoistiche; canne fluttuanti atutti i venti delle tentazioni dello spirito e del cuore; perpetuamente zoppicanti che hannodel continuo un piede nel bene ed un altro nel male; ed in mezzo atutto questo , appena un piccolo numero di Cristiani veramente degni di questo gran nome. E montava tanto adunque che il Figlio di Dio discendesse di Cielo e spargesse il suo sangue, per in fine ottenere sì tenue successo? A tale spettacolo per verità il cuore riman preso da noja mortale. La vita vi è di peso; onde si aspira ad uscirne, o a veder rinnovarsi la faccia della terra. Or questo prodigio è riservato alla tribolazione. E di fatto come la folgore squarcia la nube, così la prova lacera il lenzuolo d’indifferenza nel quale il Cristiano è ravvolto. Essa risveglia gli addormentati, risuscita i morti. – Le preoccupazioni terrestri, l’amore del lusso e del ben essere, tutto questo fascino delle frivolezze che diletta, seduce, e rovina, dà luogo a pensieri più gravi. Il  Cristiano rientra in se stesso; cosicché taluni si sarebbero perduti nella calma della pace, i quali si salvano mediante i pericoli, le privazioni, e le fatiche della guerra. Ed allora avviene, che le anime si ritemprano, perché si veggono apparire uomini di virtù eroica, che poi servono di modello alle generazioni future, e di vivente dimostrazione alla verità della Chiesa Cattolica. Tale avvenne in tutte le età; e la nostra non può fare che siane eccezione. Senza la persecuzione diretta contro la S. Sede, il mondo sarebbe mai stato testimonio di uno dei più beglispettacoli, che esso abbia contemplato? – Di nuovi Maccabei, al fiore degli anni, che si levano per difendere la terra sacra d’Israello; che abbandonano la famiglia e la patria, rinunziando a tutte le speranze di quaggiù; che lottano, malgrado il lor picciol numero, contro forze assai superiori, e benché assassinati e traditi, fanno prodigii di valore, sinché cadendo da eroi onorano la Chiesa e la stessa umanità con una morte più gloriosa della loro vita; evvi mai cuore sì freddo che non abbia palpitato a questo spettacolo? Ah! simiglianti miracoli, in quella che ci fanno esser superbi d’esser Cattolici, consolano del pari molti dolori!

Voi temete le defezioni: ed esse sono tristi senza dubbio. Ciò non ostante anch’esse hanno il lor lato consolante. Ascoltiamo in vero i nostri antenati. « La Chiesa è un’aja, dice S. Giangrisostomo. Ivi dobbiamo noi essere battuti e vagliati. Allorché il grano è pieno, sboccia dal suo inviluppo non appena è leggermente battuto. Se poi è piccolo e magro, n’esce più difficilmente: e vuoto, non vien fuora affatto, restando nell’inviluppo, da essere gittato al fuoco colla paglia. Così tutti gli uomini sono rinchiusi nelle loro affezioni terrestri, come il grano nella paglia. Colui che è sinceramente virtuoso, alla minima tribolazione che fosse, esce dalle sue affezioni grossolane, e si porta verso Dio. Se è un poco infedele, nol fa che dopo grandi tribolazioni. Se è del tutto infedele e vuoto, vien battuto invano; ch’egli non lascia la sua vita colpevole, e finisce coll’essere gittato fuori dell’aja cogl’infedeli. (Hom. XII, in Matth. Cap. II). La separazione dei veri dai falsi Cristiani importa a noi assai più che la separazione del buon grano dal cattivo non importa al lavoratore. La Chiesa rigettando dal suo seno i membri che la disonorano, fa tacere gli empii, ed allontana dall’ovile le pecore morbose che potrebbero infettare le buone. In quanto ai veri giusti, la persecuzione ne fa cadere molto meno che non si pensi. Tutti coloro che sembrano, non sono in realtà giusti: la prova manifesta la verità. « Nessuno creda che i buoni possano separarsi dalla Chiesa: niuno si dà alla parte degli eretici, se non il peccatore. Sicché le eresie hanno sì molta forza, ma contro coloro la cui fede non è forte. Gli è ben raro che coloro, i quali si sarebbero salvati nella Chiesa, siano dalla prova trascinati a perire fuori della Chiesa. » – Così parlano, illuminati da esperienza lor propria, S. Cipriano, Tertulliano, S. Agostino. (De unit. Eccl. – Præscript. cap. 2. – De vera Relig. cap. 8 . in Ps. 10.). È dunque falso che molti di coloro che si sarebbero salvati senza la persecuzione, si perdono nella persecuzione. Ordinariamente la persecuzione soprapprende la Chiesa nel tempo, in cui i costumi dei Cattolici sono sì cattivi, che piccol numero se ne salverebbe restando nella Chiesa. (v. Muzzarelli, Tribol. nella Chiesa p. 18). Né ciò basta. Iddio, che sa cavare bene dal male, fa uscire dalle cadute medesime ineffabili consolazioni. Onde si vede che tutti coloro, che ebbero la sventura di mostrarsi deboli, non perseverano nella loro viltà. Ve ne ha alcuni, che al meglio del combattimento si strappano all’apostasia. Tormentati fuori della Chiesa dai rimorsi strazianti della loro coscienza, più che non furono nella Chiesa dalle minacce dei loro nemici, essi riconoscono il loro fallo, rendono col loro ritorno una splendida testimonianza alla verità, e rinnovano alla Chiesa tutte le gioje del festino, ove il padre del figliuol prodigo il ricevette figliuolo pentito. Se un soldato pur per un istante infedele cagiona alla Chiesa sì dolci consolazioni; comprenderete la felicità di cui la inebbria colui che non disertò mai le di lei bandiere; anzi la difese con intrepidezza in venti campi di battaglie, ed ora ritorna tutto coverto di gloriose ferite. Oh! con quale orgoglio materno la Chiesa lo addita ai suoi amici ed ai suoi nemici! Mancante le parole per esprimere la sua gioja. Ascoltate quel che Ella diceva, sono ormai sedici secoli, per bocca di S. Cipriano: « Alla fine, eccolo il giorno cotanto desiderato. Alle oscure tenebre d’una lunga notte succede la luce divina. Con quale gioja noi vediamo i confessori che si sono segnalati per la loro fede! Noi non possiamo stancarci dal baciarli, dallo stringerli tra le nostre braccia. Voi avete vinto il mondo; voi avete offerto glorioso spettacolo agli Angeli; voi avete dato esempio alle future generazioni. Coteste mani venerabili hanno resistito ai sacrifizii sacrileghi; coteste labbra santificate dal corpo e dal sangue del Signore non patirono d’esser profanate dalle reliquie degl’idoli. La vostra fronte immacolata non ha consentito che il segno del demonio si posasse ove Dio ha impressa la sua immagine: essa si è riservata alla corona immortale. Con quale allegrezza la Chiesa vi riceve nel suo seno di ritorno dal combattimento! Quale felicità essa non sente in aprirvi le sue porte  onde vi entriate coi trofei riportati dai vinti nemici! Ed ancora le donne partecipano al trionfo. Anzi, combattendo esse, hanno vinto due nemici; il mondo e la loro debolezza. Giovani vergini, teneri fanciulli, dei quali la virtù vinse l’età, voi ritornate con doppia messe di gloria. Voi siete la gioja d’Israello, l’onore della Chiesa: la vostra gloria è la gloria di tutto il popolo. 1 » (S. Cyprian, De lapsis, cap. 1, 2). –  Tale è dunque la persecuzione nei suoi effetti provvidenziali: SEMPRE ESSA RINGIOVANISCE LA CHIESA. E quindi hanno origine quei trasporti di allegrezza materna, e Quegl’inni di trionfo, a’ quali testé accennammo. Essa non canta i suoi più belli cantici, se non dopo le grandi battaglie: la pace non gli ascolta. Poiché dunque la cosa è così, e che le gioje della Chiesa debbono essere le nostre gioje, come i suoi dolori sono i nostri dolori; ben voi vedete, mio caro amico, che i Cattolici del secolo decimonono hanno a poter sopportare il presente con coraggio, ed attendere l’avvenire con tranquillità. Due cose solamente sono loro domandate, la fedeltà ai loro doveri, e la fiducia in Colui, che ha detto: « Tutti i capelli del vostro capo sono numerati; neppur uno ne cadrà senza il permesso del vostro Padre celeste ». Con ciò il Cristiano può soffrire; egli può anche morire. La sofferenza per lui non è un male, ma un guadagno; la morte non è una disfatta, ma un trionfo: Evangelium tenens, et præcepta custodiens, occidi potest, vinci non potest.

Tutto vostro ecc.

Di Parigi il dì 23 Novembre, festa di S. Clemente Papa e martire.

FINE

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (9)

G Dom. Jean de MONLÉON Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (9)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. Ex. Off.

Imprimi potest:  Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: LECLERC.

Lutetiæ Parisiorum die II nov. 1947

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Quinta Visione

I CASTIGHI DEGI ULTIMI TEMPI

PRIMA PARTE

LA MINACCIA DELLE SETTE PIAGHE

Capitolo XV. — (1- 7)

“E vidi nel cielo un altro segno grande e mirabile: sette Angeli che portavano le sette ultime piaghe: perché con queste si sazia l’ira di Dio. E vidi come un mare di vetro misto di fuoco, e quelli che avevano vinto la bestia, e la sua immagine, e il numero del suo nome, stavano ritti sul mare di vetro, tenendo cetre divine: e cantavano il canto di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell’Agnello, dicendo: Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente: giuste e vere sono le tue vie,  Re dei secoli. Chi non ti temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei pio: onde tutte le nazioni verranno, e si incurveranno davanti a te, perché i tuoi giudizi sono stati manifestati. Dopo di ciò mirai, ed ecco si apri il tempio del tabernacolo del testimonio nel cielo: e i sette Angeli che portavano le sette piaghe, uscirono dal tempio, vestiti di lino puro e candido, e cinti intorno al petto con fasce d’oro. E uno dei quattro animali diede ai sette Angeli sette coppe d’oro, piene dell’ira di Dio vivente nei secoli dei secoli. E il tempio si empì di fumo per la maestà di Dio e per la sua virtù: e nessuno poteva entrare nel tempio, finché non fossero compiute le sette piaghe dei sette Angeli.”

§ 1 – L’apparizione dei sette Angeli.

Io vidi – dice San Giovanni – un altro segno nel cielo, un segno che era grandioso nello spettacolo che offriva e meraviglioso negli insegnamenti in esso contenuti. C’erano sette Angeli che rappresentavano tutti i predicatori del Vangelo nel corso dei secoli. Questi sono paragonati agli Angeli perché sono, come questi spiriti benedetti, messaggeri della verità celeste; e sono numerati essere sette perché questo è il numero della Chiesa, come abbiamo spiegato sopra. Questi personaggi simbolici tenevano tra le mani sette piaghe, che rappresentano i castighi che essi annunciano ai peccatori per la fine della loro vita e che si possono enumerare come segue: il castigo della dannazione, o privazione della visione di Dio; il verme, o il rimorso di coscienza, che roderà l’anima del reprobo; il castigo del fuoco, combinato con un freddo che supera ogni immaginazione; l’orrore delle tenebre perpetue; l’odore spaventoso dell’inferno; e infine la compagnia dei demoni. Questi castighi sono chiamati ultimi, perché non può accadere niente di più terribile a nessuno, e perché appagano, per così dire, la misericordia di Dio.

§ 2 – Modo per evitare le sette piaghe.

Ecco ora la via, l’unica via, per sfuggire a questi terribili castighi, così spesso predetti dal Vangelo e dai Santi: essa è seguire la via tracciata da Gesù Cristo, condurre cioè una vita cristiana. Ora, la vita cristiana è come tre stati sovrapposti, che richiedono ai fedeli un fervore sempre maggiore: lo stato degli incipienti, quello dei proficienti e quello dei perfetti. Questa distinzione è vecchia quanto il Cristianesimo stesso, e la ritroveremo nelle misteriose figure usate dall’Apostolo. Ho visto – continua – un mare di vetro misto a fuoco. Abbiamo già visto questo mare di vetro nel capitolo IV, e abbiamo detto allora che era il simbolo del Battesimo. Il Battesimo libera l’anima da tutti i peccati che la perseguono e che vogliono impedirle di entrare nel regno dei cieli, così come il Mar Rosso inghiottì, senza lasciarne neanche uno, i soldati del Faraone che seguivano i passi di Israele nel loro cammino verso la Terra Promessa. La libera dall’ombra opaca con cui il peccato originale l’aveva coperta, rendendola così penetrabile alla luce divina e traslucida come il vetro; infine accende in essa la torcia divina della vita dello Spirito, qui rappresentata dal fuoco.  Coloro che stanno sul mare sono coloro che, saldamente sostenuti dalla grazia del loro Battesimo, si oppongono alle seduzioni del mondo. Essi hanno vinto la bestia, disprezzando le minacce dell’Anticristo, contrastando la sua ipocrisia, sopportando i suoi maltrattamenti; hanno vinto la sua immagine, astenendosi dall’imitare i suoi seguaci, e il numero del suo nome, riconoscendo, come abbiamo spiegato nel capitolo XIII, che questo era il numero di un uomo, e non quello di un Angelo, né quello di un Dio. Questa fedeltà alla legge divina costituisce la nota specifica dello stato dei principianti o incipienti: è con essa che devono cominciare tutti coloro che vogliono andare a Dio. Lo stato successivo, quello dei “proficienti”, è caratterizzato dalla lotta contro i vizi, una lotta la cui arma essenziale è la mortificazione, simboleggiata qui dalle cetre, che i fedeli detengono. Conosciamo già il significato mistico di questo strumento: è questa cetra che Davide afferrò quando volle mettere in fuga lo spirito maligno da cui era tormentato Saul (I Reg., XVI, 23.), poiché è attraverso la penitenza che gli uomini di Dio trionfano sul diavolo. L’autore dice: le cetre, al plurale, perché ci sono molti modi di mortificarsi, e croci di ogni tipo. E le chiama “le croci di Dio” perché questi dolori, volontari o subiti, sono abbracciati solo per amore di Dio. – Infine, c’è lo stato dei “perfetti”, i Santi che Dio ammette nella sua intimità e ai quali rivela i segreti del suo amore. Questi, illuminati sull’infinita saggezza e sull’ineffabile bontà del loro Creatore, riconoscono, sotto l’apparente disordine del mondo, la Volontà misericordiosa che persegue instancabilmente la salvezza dell’umanità: per questo, essi vivono in un perpetuo stato di azioni di grazie. Essi non possono che lodare, e lodare ancora, questo Dio che è così profondamente misconosciuto dagli uomini, e che tuttavia ha così tanti diritti al loro amore! Questi cantano il cantico di Mosè e quello dell’Agnello, prendendo in prestito a turno gli accenti dell’Antico Testamento e quelli del Nuovo, per esprimere la loro gioia e gratitudine. Dicono: « Grandi e degne di ammirazione sono le tue opere, o Signore Dio Onnipotente. Sono grandi nella potenza che si manifesta in loro, e meravigliose nella saggezza che si manifesta nel loro ordine. Le vostre vie, cioè i mezzi che usate per condurre gli uomini al loro fine, i precetti che date loro, le necessità a cui li sottoponete, le prove che date loro; le vostre vie sono giuste, perché dirigono tutte le cose secondo la più stretta equità, premiando ciascuno in proporzione ai suoi meriti; e sono vere perché portano veramente dove esse dicono; perché Voi siete fedele nelle vostre promesse, o Re dei secoli, Re che governate non solo il tempo presente ma anche le età future, e che disponete di tutto ciò che fate in funzione di questa eternità. Chi sarebbe così insensato da non temervi, o Signore, e da non darsi interamente al vostro servizio, quando la vostra saggezza e la vostra potenza risplendono in tutte le vostre opere? E chi sarà così indurito da non glorificare il vostro Nome davanti allo spettacolo universale della vostra bontà? Voi siete degno di ogni lode per la vostra misericordia, che è così grande e che, paragonata ad essa, la nostra sembra inesistente, e possiamo veramente dire che solo Voi siete misericordioso, Voi che solo prendete tra le mani l’affare della nostra salvezza. Voi siete degno di ogni lode, perché chiamate tutti gli uomini alla vita: non ai soli Giudei, ma a tutta la terra sarà predicato il Vangelo, e tutte le nazioni verranno a Voi, e tutti adoreranno alla vostra presenza, cioè illuminati dalla luce del vostro sguardo. Infine, Voi ne siete degno, infine, perché i vostri giudizi sono manifesti a tutti coloro che cercano sinceramente la verità: non è difficile per loro discernere che, se Voi doveste mettere alcuni alla vostra destra ed altri alla vostra sinistra nel giorno del giudizio, non è per capriccio che lo farete, ma perché avete ragioni profonde per fare ciò che fate.

§ 3 – La punizione degli ostinati.

Così sfuggiranno ai tormenti annunciati dai sette Angeli coloro che sono rimasti fedeli alle leggi della vita cristiana in uno dei tre stati segnati sopra. San Giovanni mostra poi, per contrasto, coloro che cadranno sotto i colpi della Giustizia divina. Questi sono gli ostinati che rifiuteranno di credere nei misteri della vita del Salvatore, predicati dagli Apostoli, e questo nonostante l’abbagliante santità di questi messaggi, nonostante i terrificanti castighi promessi loro. Dopo questo – egli dice – io vidi, ed ecco, il tempio del tabernacolo della testimonianza era aperto nel cielo. Il tabernacolo della testimonianza si riferisce alla Chiesa. Essa è paragonata ad un tabernacolo, cioè ad una tenda, perché è la dimora temporanea di coloro che combattono sulla terra prima di andare in cielo a godere dei frutti delle loro vittorie; e poiché la loro lotta consiste essenzialmente nel testimoniare la verità in ogni circostanza, è chiamata il tabernacolo della testimonianza. Inoltre, la Chiesa ha al suo centro un tempio, che non è altro che l’Umanità di Gesù Cristo, dove si celebra perpetuamente il mistero dell’Incarnazione. Nell’antica Legge, questo Tempio Mistico era rappresentato da quello che era la gloria di Gerusalemme; ma quest’ultimo era allora, spiritualmente parlando, chiuso: era, infatti, proibito ai Gentili e riservato ad una piccolissima parte del genere umano. Fu chiuso soprattutto perché le cerimonie che vi si celebravano erano incomprensibili a tutti coloro che non ne avevano la chiave, e che non capivano che Cristo ne era il nerbo, la realtà, il « tipo ». Al momento della morte del Salvatore, il velo che proteggeva i misteri della liturgia mosaica fu lacerato da cima a fondo (Matth. XXVII. 51); e Gesù, apparendo ai suoi discepoli poco dopo, cominciò ad aprire le loro menti, affinché comprendessero le Scritture (Luc. XXIV, 45). È questa rivelazione dei dati della vera fede agli Apostoli prima, e poi, attraverso di loro, a tutta l’umanità, che San Giovanni indica qui con il tempio che si apre. Dal momento della sua fondazione, in effetti, la Chiesa ha brillato sulla terra come un faro nella notte, gettando una tale luce che è impossibile disconoscerla o ignorarla. O piuttosto, come dice l’autore, brilla nel cielo, perché chi alza gli occhi verso l’infinito, chi si eleva al di sopra delle contingenze materiali della vita quotidiana per pensare all’eternità, non può non vederla. Quando le sante verità furono così rivelate, i sette Angeli, cioè gli Apostoli, lasciarono il Tempio. Essi lasciarono l’antica Legge per diffondersi in tutto il mondo, avendo in mano le sette piaghe, cioè annunciando agli uomini il giudizio da venire e predicando loro la penitenza. Erano vestiti di lino bianco scintillante: le loro anime, lavate nelle fresche acque del Battesimo, erano uscite purificate da tutti i loro peccati, raggianti di innocenza, irradiate dal fuoco delle grazie. Questa luce interiore brillava dalle loro anime ai loro corpi e si rifletteva in tutte le loro azioni, e la loro santità era tale che era impossibile non esserne colpiti. Inoltre, portavano cinture d’oro sul petto; Cristo aveva legato intorno ai loro cuori la cintura della carità, che frenava tutte le loro divagazioni, frenava tutte le loro passioni e raddrizzava tutti i loro pensieri. Nei versetti 6 e 7, San Giovanni insinua successivamente tre ragioni che dovrebbero toccare i peccatori, eccitarli a riflettere e convincerli della verità dell’insegnamento cattolico. La prima, come abbiamo appena inteso, è la santità della Chiesa, la purezza della vita che risplende nei Santi che essa offre come esempio al mondo, e l’ardente carità di cui sono animati. La seconda è l’unità della sua dottrina, un’unità che rimane immutata sotto i molti interpreti e attraverso le generazioni. Questa unità è indicata dalle seguenti parole: è l’uno dei quattro animali; cioè, è l’unica voce che veniva dai quattro animali. Questa voce “una”, dunque, diede ai sette Angeli sette coppe d’oro. I quattro animali rappresentano i quattro Evangelisti, che sono le fonti essenziali di tutta la dottrina cristiana. Ma ognuno di loro non parla da solo: dal mezzo della loro quadriga, e dalla processione di Padri, Dottori e Pontefici che li hanno spiegati, si alza una voce, una sola, quella della Tradizione, che li armonizza in perfetta armonia, e che sola ha il potere di esprimere il pensiero della Chiesa. È questa Tradizione cattolica che dà ai sette Angeli, cioè agli Apostoli ed ai loro successori, ai predicatori di tutti i tempi, gli insegnamenti che devono far ascoltare al popolo cristiano. Dà loro delle coppe d’oro piene dell’ira di Dio; insegna loro ad avere un cuore fatto a immagine di quello di Cristo, un cuore largamente aperto come una coppa, cioè dilatato dalla carità e splendente dell’oro della divina Sapienza. Eppure questi cuori traboccanti di luce e misericordia sono pieni dell’ira di Dio! Cosa vuol dire questo, se non che la vera carità, che arde del desiderio di salvare le anime, lungi dall’ammorbidire la giustizia divina e dal velare i suoi rigori, non cessa, al contrario, di mostrare il suo carattere terribile, per eccitare gli uomini ad abbandonare la via del peccato e a prepararsi al giudizio finale? – Il ripetuto annuncio dell’ira del Dio che vive nei secoli dei secoli, di quell’ira che deve essere anche eterna e non deve mai allentare la sua indignazione contro i dannati, è la terza ragione che dovrebbe portare i peccatori ad ascoltare gli apostoli. Perché non è scusabile non prestare attenzione alle parole di qualcuno che ci avverte con insistenza di un pericolo molto grave, e non prendere precauzioni per evitarlo. È impossibile per qualsiasi persona riflessiva non sentire la voce della Chiesa e continuare a correre un rischio così grave a cuor leggero. Eppure è questo il caso di troppi: invece di accettare la luce e adorare la maestà di Dio e la sua potenza, si ostinano a chiudere gli occhi, e il tempio per loro si riempie di fumo. – In senso storico, queste parole significano che quando gli Apostoli cominciarono a predicare il Vangelo, quando cominciarono ad annunciare al mondo la maestà e la potenza del Dio che Gesù Cristo aveva fatto loro conoscere, il tempio di Gerusalemme si oscurò e l’atmosfera divenne irrespirabile, perché la religione giudaica, di cui esso era il centro, perse l’insigne monopolio che aveva fino ad allora di essere l’unico sulla terra ad assicurare il servizio del vero Dio. Gli altri, perché hanno rifiutato il Salvatore, perché hanno voluto soffocare la vera luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo, sono caduti in una cecità che si trasmette di generazione in generazione, e persisteranno nel loro errore finché le sette piaghe dei sette Angeli saranno consumate, finché la predicazione della Chiesa sarà completata, cioè fino alla fine del mondo. Seguendo il loro esempio, vediamo i peccatori di tutti i tempi che rifiutano di arrendersi agli insegnamenti dei pastori e di credere nella Verità. Quando gli Angeli versano le loro coppe davanti a loro, quando i ministri della Chiesa annunciano loro i rigori del giudizio e i castighi dell’inferno, il tempio si riempie di fumo per essi; essi addensano le loro tenebre interiori, sprofondano sempre più nella loro cecità; dichiarano di non capire nulla di una religione così severa, non vogliono ammettere che Dio possa imporre delle formalità nella loro condotta, e si convincono che la sua misericordia li mette interamente al riparo dalle esigenze della sua giustizia. E rimangono in questo stato finché non è troppo tardi, finché la morte non si abbatte su di loro: allora il velo che nasconde loro la verità si dissolverà; allora vedranno il tempio della gloria celeste illuminato con gli splendori della luce divina; ma ne saranno esclusi finché le piaghe predette dai sette Angeli non saranno consumate, e, poiché queste piaghe sono eterne, non vi entreranno mai.

SECONDA PARTE

L’EFFUSIONE DELLE SETTE COPPE

Capitolo XVI, 1-2

“E udii una gran voce dai tempio, che diceva ai sette Angeli: Andate, e versate le sette coppe dell’ira di Dio sulla terra. E andò il primo, e versò la sua coppa sulla terra, e ne venne un’ulcera maligna e pessima agli uomini che avevano il carattere della bestia, e a quelli che adorarono la sua immagine. E il secondo Angelo versò la sua coppa nel mare, e divenne come sangue di cadavere: e tutti gli animali viventi nel mare perirono. E il terzo Angelo versò la sua coppa nei fiumi e nelle fontane d’acque, e diventarono sangue. E udii l’Angelo delle acque che diceva: Sei giusto, Signore, che sei e che eri, (che sei) santo, tu che hai giudicato così: perché hanno sparso il sangue dei santi e dei profeti, e hai dato loro a bere sangue: perocché ne sono degni. E ne udii un altro dall’altare che diceva: Sì certo, Signore Dio onnipotente, i tuoi giudizi (sono) giusti e veri. E il quarto Angelo versò la sua coppa nel sole, e gli fu dato di affliggere gli uomini col calore e col fuoco: e gli uomini bruciarono pel gran calore, e bestemmiarono il nome di Dio, che ha potestà sopra di queste piaghe, e non fecero penitenza per dare gloria a lui. E il quinto Angelo versò la sua coppa sul trono della bestia: e il suo regno diventò tenebroso, e pel dolore si mordeva o le loro proprie lingue: E bestemmiarono il Dio del cielo a motivo dei dolori e delle loro ulceri, e non si convertirono dalle loro opere. E il sesto Angelo versò la sua coppa nel gran fiume Eufrate, e si asciugarono le sue acque, affinché si preparasse la strada ai, re d’Oriente. E vidi (uscire) dalla bocca del dragone e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta tre spiriti immondi simili alle rane. Poiché sono spiriti di demoni, che fanno prodigi, e se ne vanno ai re di tutta la terra per congregarli a battaglia nel gran giorno di Dio onnipotente. Ecco che io vengo come un ladro. Beato chi veglia e tiene cura delle sue vesti, per non andare ignudo, onde vedano la sua bruttezza. E lì radunerà nel luogo chiamato in ebraico Armagedon. E il settimo Angelo versò la sua coppa nell’aria, e dal tempio uscì una gran voce dal trono, che diceva: È fatto. E ne seguirono folgori, e voci, e tuoni, e successe un gran terremoto, quale, dacché uomini furono sulla terra, non fu mai terremoto così grande. E la grande città sì squarciò in tre parti: e le città delle genti caddero a terra: e venne in memoria dinanzi a Dio la grande Babilonia, per darle il calice del vino dell’indignazione della sua ira. E tutte le isole fuggirono, e sparirono i monti. E cadde dal cielo sugli uomini una grandine grossa come un talento: e gli uomini bestemmiarono Dio per la piaga della grandine: poiché fu sommamente grande.”

Il capitolo precedente ci ha mostrato i predicatori delle varie epoche della Chiesa che ricevono dal cielo il potere di versare le coppe dell’ira divina su tutti i precursori o sostenitori dell’Anticristo. Stiamo ora per assistere al compimento di questa missione, per un comando di Dio; i reprobi sono classificati in sette categorie, secondo una classificazione stabilita in funzione dell’Anticristo, di cui sono tutti, a qualche titolo, i precursori, servi o membri. Essa distingue: (1) i Giudei non convertiti; (2) i pagani; (3) gli eretici e coloro che pervertono il significato delle Scritture; (4) l’Anticristo stesso; (5) i suoi sostenitori convinti; (6) la massa dei falsi Cristiani; (7) i demoni. In senso morale, questo stesso capitolo descrive l’effetto della predicazione apostolica sui sette peccati capitali. Diremo qualcosa su questo dopo averne spiegato il significato allegorico. E udii una voce forte che veniva dal tempio. Questa voce era quella dell’Onnipotente stesso, che si sentiva dal tempio, cioè dalla Chiesa, perché è solo da lì che parla, come nell’Antico Testamento, dava i suoi ordini a Mosè solo dalla sede della misericordia, tra i due Cherubini. (Ex. XXV, 22) E disse ai sette Angeli, cioè a tutti i predicatori: “Andate avanti, mostrando che nessuno deve cominciare a predicare finché non abbia ricevuto l’ordine dall’autorità legittima, e versate le sette coppe dell’ira di Dio sulla terra, e annunciate ai peccatori i castighi che stanno per cadere su di loro.”

§ 1 – La prima e la seconda piaga.

E il primo Angelo, cioè il collegio apostolico, uscì per ordine di Nostro Signore stesso. Ha versato la sua coppa sulla terra, cioè sui Giudei, che qui sono chiamati terra, perché Dio li aveva circondati, coltivati, curati come un giardino scelto, mentre i gentili saranno chiamati mare, per la loro sterilità, la loro instabilità, la loro violenza. E ci fu una ferita grave e dolorosissima per gli uomini che portavano il segno della Bestia e per tutti quelli che adoravano la sua immagine. Questa ferita, per la quale i Giudei dovevano morire come popolo libero e indipendente, fu letteralmente l’invasione romana che, con Tito e Vespasiano, distrusse Gerusalemme da cima a fondo e disperse la sua popolazione in tutto il mondo. Tuttavia, questa catastrofe fu fatale solo a coloro che portavano il segno della Bestia, a coloro che, con il loro odio per il nome Cristiano, si mostravano già come seguaci dell’Anticristo, e che adoravano la sua immagine, che davano fede ai cattivi pastori, la cui vita era già come un’immagine, un primo schizzo, un primo disegno di quella che sarà un giorno quella dell’Anticristo: Per quelli, invece, che avevano aderito al Cristianesimo, sappiamo dallo storico Eusebio che, ricordando le profezie del Salvatore sulla rovina della città, ebbero il tempo di fuggire e mettersi al riparo. – Ed il secondo Angelo sparse la sua coppa sul mare: gli Apostoli, nella seconda fase della loro predicazione, e i loro immediati successori andarono a portare l’annuncio dei castighi dell’ira divina ai gentili. Ma i gentili, invece di credervi, il più delle volte li hanno perseguitati, torturati e uccisi. Questa era l’epoca dei martiri, dove il sangue veniva versato, non come il sangue di un uomo ferito che può essere guarito e riportato in salute, ma come il sangue di un morto che non tornerà mai più in vita. Così fu per l’Impero Romano, che fu sempre distrutto dalle invasioni barbariche. Così fu soprattutto per i persecutori del Cristianesimo che, in cambio della morte temporale da loro inflitta ai martiri, ricevettero da Dio il colpo di grazia della morte eterna. E ogni anima viva morì nel mare: infatti, in questa rivolta del mare, cioè del paganesimo, contro la Chiesa nascente, nessuna anima viva poté resistere: Tutti coloro tra i pagani che, con la loro intelligenza, con la purezza dei loro costumi, mostravano di avere un’anima umana, un’anima che viveva una vera vita morale, o si convertivano al Cristianesimo, come San Giustino, e, così facendo, uscivano, per così dire, dal mare; o, al contrario, diventando crudeli come i persecutori, assecondavano la furia delle sue onde, e meritarono di essere inghiottiti nella dannazione eterna.

§ 2 – La terza piaga.

E il terzo Angelo versò la sua coppa sui fiumi e sulle sorgenti d’acqua: Il terzo Angelo designa il coro dei grandi Dottori che succedettero ai Martiri, e che difesero la fede contro gli errori cristologici dei secoli III e IV. I fiumi qui rappresentano gli eretici, perché questi, invece di prendere lo stretto sentiero della rinuncia che sale al cielo, preferiscono seguire l’inclinazione della natura, scendendo sempre più in basso, sempre più instabili, sempre più fluenti, finché alla fine si perdono nel mare di fuoco, cioè nell’inferno. Le sorgenti delle acque sono i loro capi, i grandi eresiarchi, come Ario, Nestorio, Eutyche, ecc., o più tardi Lutero, Calvino, Huss, Wicleff, ecc. dai quali errori si alimentano, come i fiumi dalla loro sorgente. E se ne fece del sangue, cioè questi fiumi e sorgenti furono trasformati in sangue, perché Dio colpì questi rinnegati con un terribile castigo. E udii l’Angelo delle acque, ma non più le acque avvelenate alle quali si alludeva nel versetto precedente; piuttosto, l’Angelo delle acque vive che sgorgano dal trono di Dio e offrono alle anime fedeli di che dissetarsi; l’Angelo Custode delle Scritture, personificante tutto il coro dei Dottori, l’ho sentito dire: «Voi siete giusto, Signore, nei giudizi che emettete, Voi che siete, perché possedete immutabilmente la pienezza dell’Essere;  che siete sempre Santo, anche quando le apparenze vi sono avverse. Le condanne che avete pronunciato contro questi maestri di errore erano pienamente meritate. Infatti hanno suscitato l’odio dei principi secolari contro la vostra Chiesa; ed hanno versato il sangue dei Santi – cioè dei Cristiani e quello dei profeti – cioè dei ministri che parlano a vostro nome: Voi, in cambio, avete dato loro da bere del sangue, li ave te immersi di tutto cuore nei tormenti dell’inferno, li hai inebriati di sofferenza e di morte: sono degni, infatti, perché è giusto che chi non si è sottratto all’orrore di versare il sangue del suo prossimo, beva per sempre l’orrore della dannazione. » E ho sentito un’altra voce che diceva dall’altare. Quest’altra voce era la voce di tutti i Santi, che riecheggiava quella dei Dottori. Essi dicevano questo non con le labbra, come il popolo di cui parla il Signore, che « mi onorano con le labbra, ma il cui cuore è lontano da me »; come troppi Cristiani che cantano o recitano preghiere nelle assemblee, per rispondere alle esortazioni dei loro pastori, ma senza pensare a quello che dicono; hanno parlato dall’altare, cioè dal profondo del loro essere, da quel santuario intimo in cui stanno alla presenza del Signore, offrendogli senza sosta le loro preghiere e i sacrifici. Sì, infatti – dicevano – Signore Dio Onnipotente, i vostri giudizi sono veri e giusti.

§ 3. La quarta e la quinta piaga.

E il quarto Angelo versò la sua coppa sul sole, cioè sull’Anticristo, che è chiamato il sole perché pensa di essere la luce del mondo. Questo quarto Angelo rappresenta i predicatori che Dio metterà in guardia contro di lui, e che gli ricorderanno con forza i castighi che egli sta accumulando sulla sua testa con la sua empietà. Ma non cambierà i suoi modi: al contrario, Dio glielo permetterà, e affliggerà gli uomini in mille modi, anche usando il fuoco, che è considerato il più crudele dei tormenti. Allora verrà quella grande tribolazione di cui parla il Vangelo, come non c’è stata dall’inizio del mondo e come non ci sarà mai più (Mt. XXIV, 21). Ma gli uomini, invece di vedere in questa persecuzione una giusta punizione per i loro peccati, lasceranno che tutto il bene spirituale che avrebbero potuto ottenere da essa sia sciupato dall’amarezza della loro impazienza; bestemmieranno il nome del Dio che ha potere su queste piaghe, Lo rimprovereranno di insolenza per non averli preservati da esse quando avrebbe potuto facilmente farlo, e non faranno penitenza, negando così a Dio la gloria che avrebbe tratto dalla loro conversione. – E il quinto Angelo versò la sua coppa sul trono della bestia, cioè sui seguaci dell’Anticristo, così chiamati perché i loro cuori saranno un luogo di riposo per questa bestia feroce. E il suo regno divenne tutto pieno di tenebre: lungi dall’essere illuminata da questa predicazione, la folla di persone che formano il suo impero persisterà nelle tenebre di una cecità voluta; si morderanno di dolore la lingua a vicenda, si lacereranno tra loro con parole velenose, sotto l’azione del dispetto che proveranno nel vedersi confusi dai testimoni del Cristo. Allora si verificherà la promessa del Salvatore: « Vi darò un’eloquenza e una saggezza a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere o opporsi » (Luc. XXI, 15). I settari dell’Anticristo, furiosi per la loro impotenza, si rigetteranno a vicenda la colpa dei loro fallimenti. Bestemmieranno il Dio del cielo, cioè il Cristo, dicendo che non è Dio la causa del dolore che la costanza dei Santi causerà loro, e delle ferite che questi, con i loro discorsi, infliggeranno al loro orgoglio. E non faranno penitenza per le loro azioni malvagie; e poiché non hanno combattuto contro la verità per una convinzione intima, ma solo per soddisfare le proprie passioni, moriranno nell’impenitenza finale, perché questo è il vero peccato contro lo Spirito Santo.

§ 4 – La sesta coppa e gli spiriti sotto forma di rane

E il sesto Angelo versò la sua coppa sul grande fiume Eufrate. L’Eufrate, il cui nome significa: fertilità o abbondanza, rappresenta l’immensa folla di persone senza convinzioni personali, che non hanno altra regola di vita che la ricerca del denaro e dei piaceri di questo mondo. Finché il Cristianesimo è in onore, vi aderiscono volentieri e ne praticano persino le virtù. Ma quando arriva il regno di qualche Anticristo, essi seguono la corrente che li porta invincibilmente verso la ricerca del piacere terreno, e passano spudoratamente dalla parte del più forte. I predicatori del Vangelo versano la loro coppa sul fiume Eufrate e lo prosciugano, quando mostrano la vanità dei beni terreni e il destino di coloro che ne fanno cattivo uso, come il ricco della parabola. Predicano così non solo per spaventare i malvagi, ma anche per preparare la strada ai re, cioè ai Cristiani che, fedeli alla loro promessa battesimale, vogliono regnare con Cristo: perché questi, troppo spesso trattenuti dal loro attaccamento ai beni di questo mondo, non sanno mettersi sotto l’azione del Sole nascente, il Sole di giustizia, Cristo, la cui grazia illumina e riscalda chi lo segue nella via della rinuncia. Ma il demone non lascia fare senza resistenza: egli mette in opera ha usato tutte le sue risorse per annientare l’effetto di questa predicazione. Ecco perché San Giovanni vide tre spiriti immondi in forma di rane che uscivano dalla bocca del drago, dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta. Il drago rappresenta il diavolo; la bestia, l’Anticristo; il falso profeta, i suoi araldi. I tre si uniranno così per suscitare nella massa dei Cristiani delle correnti che si opporranno alla sana dottrina. I tre spiriti che escono dalla loro bocca, cioè che procedono dalle suggestioni del demonio e dai discorsi dei suoi adepti, l’Anticristo o i falsi profeti, rappresentano: 1° le arti magiche o le scienze occulte, la stregoneria, lo spiritismo, ecc. 2° tutte le favole della mitologia, o tutte le forme di propaganda che portano l’uomo a rendere ad altri uomini, o a demoni, un onore che appartiene solo a Dio. Queste favole e culti idolatri nascono, come ci insegna il libro della Sapienza, dall’orgoglio dei grandi e dalle adulazioni della moltitudine nei loro confronti (Sap., XIV, 15-21): nessuno spingerà la iattanza più in là in questo campo  che l’Anticristo, in quale tenderà a prendere il posto di Dio stesso nei suoi propri templi; – infine, 3° tutti i falsi sistemi filosofici, proposti dai profeti della menzogna per distogliere l’uomo dal culto della verità. – Gli uomini che sostengono queste invenzioni perniciose sono paragonati a delle rane, perché siedono nel pantano del peccato, come rane nel fango; perché gracchiano incessantemente, ripetendo invariabilmente e forzatamente le stesse affermazioni, la stessa retorica, gli stessi slogan, senza dire nulla di ragionevole, senza ascoltare alcuna argomentazione contraria. Sono questi spiriti di demoni, cioè ispirati e guidati dal diavolo. Per questo faranno miracoli: non dei veri miracoli, nel senso in cui i teologi intendono questa parola; ma prodigi, cose mirabili, atti che superano la potenza della natura corporea. Che il diavolo abbia il potere di compiere tali atti, che sia in grado di comunicare questo potere agli uomini, è chiaramente dimostrato nella Scrittura dall’esempio dei magi di Faraone, i quali, per tenere in scacco Mosè, compirono prodigi apparentemente meravigliosi quanto i suoi (Ex., VII, 22; VIII, 7.). E la teologia lo conferma: Si dà, dice San Tommaso, il nome di miracolo a tutto ciò che deroga all’ordine di tutta la natura creata. Ma poiché non conosciamo tutte le virtù delle creature, ogni volta che, per un potere a noi sconosciuto, un essere creato produce un effetto che va oltre le leggi ordinarie della natura, questo effetto è un miracolo nei nostri confronti. Così, quando i demoni fanno, con il loro potere naturale, qualcosa di straordinario, questi fenomeni non sono miracoli, in assoluto, ma passano essere tali ai nostri occhi. È in questo modo che i maghi compiono miracoli per mezzo di demoni (Summa Theologica, I p., qu. CX, a. 4, ad. 2). Senza conoscere questi princìpi, ci si espone a dare falsi giudizi ogni volta che si tratta di fatti meravigliosi o che si pretende che siano tali. Troppo spesso si ragiona in questi casi come se ci fossero solo due ipotesi possibili: la sovrumana o l’intervento divino. Dimentichiamo che tra i due, c’è spazio per un terzo: ci può essere, e a volte c’è, l’intervento di una potenza che non è quella di Dio, e che però, realmente, oggettivamente, compiere cose impossibili all’uomo. Questo è il potere di colui che Sant’Agostino chiama la scimmia di Dio, e che è il padre della menzogna; egli cerca di operare un cambio, per spacciarsi come Dio agli occhi degli uomini, perché questa è la sua suprema ambizione. Per dare un’idea del tipo di prodigi che è in grado di compiere, lo stesso Dottore riporta, secondo gli storici di Roma, il caso di immagini di divinità che si spostano da sole da un luogo all’altro; il caso di Tarquinio che taglia una pietra con un rasoio; quello di una donna che, per provare la sua castità, tirò con la sua sola cintura una nave che portava la statua di Giunone, quando un gran numero di uomini e di animali non era riuscito a romperla; quello di una Vestale che, accusata di essere venuta meno ai suoi impegni, andò ad attingere acqua dal Tevere con un setaccio, e la portò ai suoi giudici (Città di Dio, L. X, cap. 16.). Molti tratti simili potrebbero essere citati nel caso delle false religioni, specialmente le religioni indù, che sono così popolari oggi. È quindi utile essere avvertiti per non lasciarsi fuorviare o scuotere nella propria fede. La dottrina della Chiesa ha stabilito da tempo i criteri per distinguere i veri miracoli dai fatti che hanno solo l’apparenza di miracoli. Senza entrare nei dettagli, diciamo semplicemente, seguendo il Dottore Angelico, che i cosiddetti miracoli impropriamente detti rimangono soggetti alle leggi della natura, anche se fanno appello a forze segrete della natura, sconosciute agli uomini. Al contrario, i veri miracoli implicano necessariamente un allontanamento dalle leggi della natura, un allontanamento che può essere solo opera di Dio. Perciò, quando siamo in grado di stabilire questo con certezza, dobbiamo inchinarci con i Magi di Faraone menzionati sopra e dire, come loro, quando si sentirono impotenti a continuare il loro duello con Mosè: « Il dito di Dio è qui ». (Ex. VIII, 19). Torniamo ora al testo dell’Apocalisse. -Così gli spiriti immondi inviati dal diavolo faranno miracoli e andranno dai re di tutta la terra per radunarli contro la Chiesa. Tutte le forze del Male si coalizzeranno così al tempo dell’Anticristo, per un combattimento decisivo. Ma mentre penseranno di camminare nella vittoria, e si lusingheranno di distruggere il nome del Salvatore, andranno in realtà al grande giorno di Dio Onnipotente, cioè al giorno in cui sentiranno per bene e in modo irresistibile qual è la potenza di Dio, nel giorno del Giudizio Universale. Perché quel giorno è molto vicino e certo. « Preparatevi senza tregua a vederlo venire all’improvviso, perché ecco, io vengo come un ladro, ve l’ho detto nel Vangelo, e voi non sapete quando sarà. Beato colui che sta in guardia, che sorveglia le sue parole, le sue azioni, i suoi pensieri; che custodisce le sue vesti, che conserva con cura l’innocenza ricevuta nel Battesimo e le virtù che sono l’ornamento della sua anima; affinché non si esponga a passare nudo dalla vita presente alla vita eterna, e a vedere la sua ignominia esposta davanti a tutti i Santi. » Il diavolo radunerà tutti i suoi seguaci in un luogo che si chiama in ebraico Armagedon. Gli autori moderni hanno spesso cercato di localizzare questo punto di raduno da qualche parte in Palestina. Alcuni, seguendo Bossuet, privilegiano la città di Mageddo, nella pianura di Esdrelon, che era già stata insanguinata da numerosi disastri nel corso della storia. La morte di Giosia, in particolare (II Reg. XXIII, 29), « aveva reso il suo nome sinistro alle orecchie dei Giudei » (R. P. Allô, op. cit., p. 239). Questa ipotesi non si impone, né nessun’altra dello stesso tipo. La cosa migliore, fino a nuove meglio informate, è attenersi con i Padri al significato allegorico della parola. Armageddon significa: monte dei ladri, o monte delle tenebre. Come tale, esso designa misticamente l’Anticristo, poiché costui, per la sua potenza ed il suo orgoglio, si ergerà in mezzo agli altri uomini come un monte in mezzo alla pianura; un monte sul quale si raduneranno tutti coloro che cercano di rubare le anime a Dio; un monte oscuro, perché non riceve la luce di Colui che si definisce il fiore della pianura e il giglio delle valli. (Cant., Il, 1).

§ 5 – La settima coppa e la fine del mondo.

Ed il settimo Angelo versò la sua coppa sull’aria. Ciò che è chiamato qui: aria, sono i demoni, per analogia con l’espressione di San Paolo che nomina il loro capo: il principe delle potenze dell’aria (Ephes. II, 2). Il settimo Angelo rappresenta i predicatori degli ultimi tempi che annunceranno la punizione definitiva di questi nemici di Dio. Attualmente, secondo un’opinione comune tra i teologi, è permesso infettare l’aria in cui viviamo, per poter torturare gli uomini. Questo è il sentimento di Pietro Lombardo, il famoso Maestro delle Sentenze, così spesso citato da San Tommaso: [Lucifero e i suoi satelliti], egli dice, hanno ricevuto come loro dimora, cadendo dal cielo, l’aria oscura (che circonda la terra). E questo è stato fatto per metterci alla prova, affinché diventino per noi motivo di esercizio, come ci dice l’Apostolo: Noi non dobbiamo lottare contro la carne ed il sangue, ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo oscuro, con gli spiriti di malvagità diffusi nell’aria. (Ephes. VI, 12). Non fu loro permesso di abitare in cielo, perché è un luogo luminoso e delizioso; né sulla terra, per non fare troppo male agli uomini; ma quest’aria oscura fu designata per loro come una prigione, fino al tempo del giudizio. Allora saranno gettati nell’abisso dell’inferno, secondo questo testo di San Matteo: “Andate, maledetti, al fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e i suoi angeli” (XXV, 41 — Libro delle Sentenze, dist. VI.). Alcuni dottori pensano addirittura che essi evitino così momentaneamente il tormento di questo fuoco che, benché materiale, ha tuttavia il potere di torturare gli spiriti (S. Bonaventura, in particolare, si mostra favorevole a questa opinione. – Come, sul secondo libro delle Sentenze, dist. VI, art. 2, qu. 2.). Ecco perché quelli che Nostro-Signore aveva cacciati dal corpo del posseduto implorarono con tale insistenza che fosse permesso loro di entrare nel branco di porci: temevano che il Salvatore li costringesse a scendere immediatamente nella gehenna (Mc., V, 12). Ma dopo il Giudizio Universale, essendo terminata la loro missione sulla terra, saranno rinchiusi per sempre con i dannati nelle prigioni di fuoco. – San Giovanni vede dunque i predicatori degli ultimi tempi che annunciano l’imminente punizione del diavolo. E una voce potente, la voce di Colui che sedeva sul trono, la voce di Dio stesso, fu udita fuori del tempio, dicendo: È finita; il potere dell’Anticristo è giunto alla fine, la fine del mondo è arrivata. Allora cominciarono a manifestarsi i segni predetti nel Vangelo, che devono precedere il Giudizio Universale: ci furono lampi, grida di terrore, tuoni ed un terremoto così violento che non se n’è mai verificato uno simile da quando ci sono uomini sulla terra. In senso figurato, queste stesse parole segnano gli ultimi assalti della Bestia, gli sforzi supremi dell’Anticristo e dei suoi satelliti per stabilire il loro impero: I lampi rappresentano gli pseudo-miracoli che essi moltiplicheranno per abbagliare la folla; le grida, lo scatenarsi delle loro predizioni; i tuoni, le minacce che faranno a chiunque pretenda di resistere loro; il terremoto, infine, l’ultima persecuzione, che sarà la più terribile di tutte quelle che hanno mai decimato la Chiesa, come ci attesta Nostro Signore stesso (Matteo, XXIV, 21). – E la grande città, cioè la città del mondo, che abbraccia l’universalità del genere umano, vedrà i suoi abitanti dividersi in tre parti, e cioè: i giusti che avranno sempre osservata la legge di Dio; i peccatori che avranno fatto penitenza, ed i peccatori ostinati. E le città delle nazioni crolleranno: allora spariranno tutte le istituzioni, tutte le società che non hanno che un valore umano. E la grande Babilonia verrà alla memoria davanti a Dio: Dio che per tanti anni sembrava essere così ignaro dei crimini commessi sulla terra, o così disinteressato ad essi, che gli empi potevano alleggerirsi la coscienza, e dire a se stessi: « Egli non ce ne renderà conto » (Ps. IX, 13); Dio allora, uscendo finalmente dal suo silenzio, evocherà al suo tribunale, uno per uno, con estrema precisione, senza lasciare nell’ombra alcun dettaglio, tutti i peccati della grande Babilonia, tutti i disordini, tutte le turpitudini, tutte le ingiustizie della città del Male. E gli darà il calice del vino dell’indignazione della sua ira, distribuirà a ciascuno, in proporzione ai suoi crimini, la misura che gli spetta dei castighi reclamati dalla sua ira; ira generata dalla sua indignazione alla vista di tanti oltraggi fatti al suo Amore. Allora tutte le isole fuggirono via, tutti i gruppi di uomini che, in qualche forma, si erano tenuti fermi in mezzo alla corruzione generale, come isole in mezzo al mare, si separeranno dalla società dei malvagi, sfuggendo così alla rovina universale; e le montagne non furono trovate: vale a dire, i Santi, la cui virtù li solleva sopra la folla come le montagne sopra una pianura, non saranno avvolti nella catastrofe. E una grandine discese dal cielo sugli uomini, e il castigo predetto dai predicatori cadde sui peccatori; e i chicchi di grandine erano ciascuno grande come un talento, perché il castigo per ogni peccato sarà pesato esattamente secondo la gravità di esso; e gli uomini, che furono così gettati nell’inferno, bestemmiarono Dio che li aveva così puniti, ed infatti la grandine divenne estremamente violenta, perché la gravità dei tormenti dell’inferno supera tutto ciò che si possa immaginare.

§ 6 – Spiegazione morale delle sette coppe o sette piaghe.

Le coppe dei sette angeli, di cui abbiamo appena spiegato il significato allegorico, secondo la storia della Chiesa, hanno anche un significato morale, e in questo senso rappresentano le punizioni per i sette peccati capitali. I predicatori sono simboleggiati dagli Angeli, perché come questi spiriti benedetti sono impegnati nella cura delle anime, che devono proteggere contro tutti i mali da cui sono minacciate. – La prima coppa che devono versare, il primo peccato che devono indicare è quello della gola: questo vizio infatti è come la terra in cui crescono tutti gli altri, e, se non viene vinto per primo, rende sterili gli sforzi che si fanno contro i successivi. Inoltre, i golosi sono paragonati alla terra, perché sono insaziabili come essa; hanno il carattere della Bestia, perché vivono come animali, occupati solo a soddisfare i loro appetiti più grossolani, e ne adorano l’immagine, perché il loro Dio è il loro ventre, come dice San Paolo (Filippesi III, 19). Questo vizio prepara una terribile ferita per l’anima, perché i dannati soffriranno tanto più all’inferno per non avere nulla per soddisfare la loro fame e la loro sete, in quanto avranno cercato più avidamente i piaceri della tavola quaggiù. – La coppa del secondo Angelo rappresenta la punizione della lussuria. Gli uomini dediti a questo vizio sono paragonati al mare, a causa dei movimenti tumultuosi, delle violente tempeste che questa passione suscita nelle loro anime, e dell’amarezza di cui le riempie. Il sangue che scorre dalle loro ferite è come quello di un morto, non come quello di un ferito, perché, umanamente parlando, non lascia spazio alla speranza di recupero; chi cade sotto l’influenza di questa passione avrà infinite difficoltà ad uscirne. Ci vorrà un vero miracolo, come per resuscitare un morto. Questo è ciò che l’autore dell’Ecclesiaste vuole farci capire quando dice: « Ho incontrato una donna più amara della morte: è come il laccio dei cacciatori, il suo cuore è una rete, le sue mani sono catene ». (VII, 27). E quello dei Proverbi aggiunge che la cortigiana è un pozzo profondo (XXIII, 27). La terza fiala è l’annuncio del castigo a cui l’ira espone; e poiché questo vizio, a volte dimora sordamente nelle profondità del cuore, a volte si diffonde con forza all’esterno, viene qui paragonato successivamente alle sorgenti delle acque e a un fiume. I due Angeli che entrano in scena per rendere testimonianza alla giustizia di Dio rappresentano i due Testamenti, che garantiscono solennemente che Dio esigerà una resa dei conti rigorosa da chiunque abbia versato il sangue dei suoi simili. – Il quarto vizio è quello della vanagloria, rappresentato dal sole, perché chi ne è afflitto pensa di essere il centro dell’universo. Lungi dal nascondere le loro buone azioni, come consiglia il Vangelo, cercano di renderle visibili, e si lusingano che le loro virtù diffondano una luce meravigliosa intorno a loro. Ecco perché Giobbe si congratulava con se stesso per non aver visto lo splendore del sole: con questo voleva dire che non aveva notato che la sua vita potesse essere un esempio per gli altri. (XXXI, 26). E, continua l’autore sacro, all’Angelo fu dato il potere di affliggere gli uomini, cioè i superbi e i vanitosi, con calore e fuoco: con il calore dell’ambizione, quando i loro affari sono prosperi; con il fuoco dell’ira, al contrario, quando incontrano avversità. Questo è davvero un doppio frutto dell’orgoglio. Infatti, quando avevano successo, erano consumati dall’ambizione; quando fallivano, bestemmiavano il nome di Dio, rimproverandolo di non aver usato il suo potere per risparmiarli dai mali che li colpivano. E rifiutarono di fare penitenza, perché anche questo è uno degli effetti più dannosi dell’orgoglio; tuttavia, questa penitenza sarebbe stata un mezzo di salvezza per loro e di gloria per Dio. – Il quinto Angelo versò la sua coppa sulla sede della Bestia, cioè predicò contro il vizio della gelosia e mostrò le sue devastazioni: coloro che si lasciano soggiogare da essa diventano un regno di tenebre, mettono le loro anime sotto l’impero particolare del diavolo. È infatti per la gelosia del diavolo che la morte è entrata nel mondo, dice il libro della Sapienza (II, 24). Sono immersi nella cecità più perniciosa: le gioie e i successi del loro vicino sono per loro motivo di dolore, e il suo progresso nel bene li spinge ancora di più nel male, attraverso l’odio che ne concepiscono. Si mangiano la lingua nella maldicenza e nella calunnia, che indulgono a causa del dolore causato dalla felicità degli altri, dilaniandosi a vicenda e bestemmiando il Dio del cielo a causa delle ferite che si infliggono con le loro detrazioni. Perché « la detrazione – dice San Bernardo – è una vipera che ferisce tre persone in una volta sola: colui che la fa, colui che l’ascolta volentieri, e colui che ne è oggetto, quando ne viene a conoscenza. E non hanno fatto penitenza per le loro azioni, perché anche qui, l’uomo abituato a questo peccato trova molto difficile correggersi. – Il sesto Angelo, che versa la sua coppa sull’Eufrate, rappresenta i predicatori che denunciano il male dell’avarizia. Questo è simboleggiato dall’Eufrate, perché questo fiume, le cui onde impetuose sembrano voler montare e diffondersi, lascia dietro di sé solo fango: così l’avarizia, mentre si sforza di aumentare la sua ricchezza, lascia dietro di sé solo il fango del peccato. Seccare l’acqua, come fa qui l’Angelo, per preparare la strada ai re, è mostrare la natura volubile e transitoria dell’abbondanza temporale, in modo che i re, cioè i predicatori, possano facilmente cedere al cuore dei loro ascoltatori, sotto l’azione del sole nascente, cioè della grazia di Cristo. Ma contro questa predicazione, sono unite le forze del mondo, cioè la concupiscenza degli occhi, la concupiscenza della carne e l’orgoglio della vita, (I Giov., II, 16.). Essi sono rappresentati qui dal drago, dalla Bestia e dallo pseudo-profeta. La concupiscenza degli occhi, poiché non è mai soddisfatta, è rappresentata dal drago, un animale che è sempre alterato. I tre spiriti ripugnanti che escono dalla sua bocca sono le tre tendenze che promuove nell’uomo: l’avidità di guadagno, la parsimonia quando si tratta di dare e l’accumulo di riserve. La Bestia rappresenta l’orgoglio, che devasta tutte le cose: i tre spiriti immondi che ne derivano sono: l’irriverenza verso i superiori, il desiderio di dominare gli uguali e la durezza verso gli inferiori. Queste sono le tre lance con cui Joab trafisse Assalonne (II Reg., XVIII. 14), i tre colpi con cui l’orgoglio distrugge la sua vittima. Infine, lo pseudo-profeta rappresenta la concupiscenza della carne; i tre spiriti che procedono da essa sono: la gola, la ricercatezza nell’abbigliamento e l’ozio. Questi, dunque, sono gli spiriti di cui il diavolo si serve per turbare gli uomini e portarli alla grande battaglia che vuole condurre contro il suo Creatore. Beato colui che veglia, colui che sta in guardia, sforzandosi di vivere in obbedienza, di rimanere sotto lo sguardo di Dio e di agire sempre con purezza di intenzione. – La coppa del settimo Angelo rappresenta la punizione dei pigri (accidiosi), che vanno avanti e indietro come l’aria, senza fare nulla. Che vergogna per l’uomo pensare di sprecare il tempo di questa vita, quando tutta la natura gli dà l’esempio di un’attività che non si stanca mai … quando gli astri corrono senza tregua e con tutta la loro velocità, sulla sfera che Dio ha tracciato per loro, … quando tanti animali si applicano senza tregua a un lavoro dal quale non hanno alcuna ricompensa da aspettarsi. Perciò Salomone ci esorta a contemplare le formiche: «Vai a vedere la formica, o pigro – ci dice – e considera le sue vie, e vedi la fatica che fa per portare un chicco di grano a casa sua, e prendi saggezza da lui! » (Prov., VI, 6).

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (10)

LA SITUAZIONE (14)

LA SITUAZIONE (14):

DOLORI, PERICOLI, DOVERI E CONSOLAZIONI DEI CATTOLICI DEI TEMPI PRESENTI

OPERA DI MONSIGNORE G. G. GAUME PROTONOTARIO APOSTOLICO

Custos, quid nocte?

Sentinella: che è della notte?

CONSOLAZIONI

Lettera Decimaquarta.

Caro Amico.

Voi siete impaziente di sapere come io potrei giustificare il titolo di questa mia lettera. Parlare di consolazioni ai Cattolici, allorché tutto si pare ad essi soggetto di profonda tristezza, a voi son certo che sembra difficile. In ogni caso, voi temete non le gioje annunziate siano più immaginarie che reali. Giudicatene voi stesso: sol ricordatevi al tribunale ove sederete a giudicare, che voi siete Cattolico, e che io parlando m’indrizzo a’ Cattolici. Checché ne dicano oggidì taluni non so quali antropologi, l’uomo è ben altra cosa che un bruto. Ch’egli non vive solo di alimenti grossolani; sì vive di verità. La verità gli è pane, gli è vino, gli è vita, gli è tesoro. Dalla culla sino alla tomba egli la domanda, egli sempre la cerca. Felice se la possiede; infelice e disperato, se muore senza averla trovata. Ecco perché la prima felicità dei Santi in cielo è il contemplare Dio, la verità medesima nel pieno splendore del suo lume; e la prima consolazione dell’uomo su questa terra è il vedere la verità con quella chiarezza che gli consente la condizione terrestre. Ma le verità che hanno il privilegio di procurargli le più dolci consolazioni, sono le verità religiose. Ve ne sono tre soprattutto che io or dispongo di segnalarvi.

La prima, che Dio è infallibile nelle sue parole.

La seconda, che la società umana non è abbandonata al caso.

La terza, che la Chiesa Cattolica è veramente la sposa unica, sempre fedele e sempre feconda, del Dio del Calvario.

Perché dico io che queste verità sono consolanti sopra tutte? Perché il Cristiano che le possiede può fare a meno di tutto il resto; essendo esse la sua fortuna, la sua bussola, la sua àncora in mezzo alle tempeste. Ora ai giorni nostri, e voi mel consentirete volentieri, queste verità sono singolarmente abbassate appresso gli uomini.

Che cosa è Dio? In quanto a molti è una parola; per altri è il male; per la moltitudine, Dio è come un vecchio monarca detronizzato, che si può impunitamente dimenticare, disprezzare, insultare.

Che cosa è la società? Una nave senza pilota, che voga a grado dei venti; una palestra ardente, in cui il potere, la ricchezza, gli onori sono posti premio al più forte ed al più astuto; un edilizio di fabbrica umana, che l’uomo, senza debito di renderne ragione, ordina a suo talento. – Che cosa è la Chiesa? Una instituzione, che ha compito il suo tempo; un ostacolo, piuttosto che un mezzo; una vecchia decrepita, che non ha più latte da somministrare. Tali sono gli oltraggi, che a parole ed in fatti, taluni si permettono di lanciare, a giornata finita. Poi si rivolgono ai Cattolici, e li domandano con ironia: « Dov’è il vostro Dio? dove sono le leggi sociali di cui voi parlate? che cosa è la vostra Chiesa? » Se ha per noi tortura, non è quella di sentire beffeggiare tutto ciò che noi rispettiamo, tutto che noi crediamo, tutto che noi amiamo? Ma ad un tempo che è mai di più desiderevole, quanto il vedere Dio nostro padre, e la Chiesa nostra madre splendidamente vendicati? Ebbene, questa splendida vendetta sorge dagli avvenimenti che si preparano, e già cominciano compirsi. – Or come mai tanto? Se l’uomo che voi più amate al mondo vi avesse annunziato venti anni fa una serie di fatti superiori a tutte le umane previsioni; forse, che al vedere alla lettera compiuti questi atti non possibili a prevedere, la vostra fiducia non si sarebbe conciliata, non che la vostra ammirazione rapita, sicché, vi terreste per fortunato, e vi esaltereste superbamente in voi stesso di avere per amico un uomo inspirato da Dio, un profeta di primo grado? Ora, non già da venti anni, sì da ben venti secoli, il Figliuol di Dio, l’oggetto di tutte nostre affezioni, venuto fra gli uomini ci ha predetto tutto quello che ora vediamo. Non ci ha Egli forse detto, e fatte dire le parole seguenti? « Verrà giorno, in cui appena vi avrà più fede sulla terra. Tornati gli uomini ad esser simili ai contemporanei del diluvio, nemici della verità, avidi di favole e di menzogne, e’ non baderanno più che ai loro corpi. Bere, mangiare, fabbricare, maritarsi, vendere e comprare; questa sarà l’unica loro sollecitudine; e Dio, l’anima, l’eternità non varranno più nulla per essi. (Luc. XVII, 26).

« Per voi, quegli ultimi giorni saranno tempi pericolosi: il mondo sarà popolato di uomini egoisti, cupidi,arroganti, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai lorogenitori, ed ingrati, scellerati, snaturati, nemici dellapace, calunniatori, incontinenti, crudeli, senza benignità,traditori, protervi, gonfii, amanti dei piaceri più che diDio, aventi apparenza di pietà, di cui rigettarono dase lungi la sostanza ». (II Tim. III, 1-5).Non è questa dipintura al naturale? Di tutti questitratti ove è quello che non si addica al mondo attuale,in sua generalità; e certo con tale verità che non convienea verun’altra epoca? Ben io so, che in tutti itempi vi furono errori e delitti; ma l’apologia dell’errore, ma la riconoscenza legale dell’errore nel seno delle nazionicattoliche, il delitto senza rimorso, l’ingiustizia senza restituzione, lo scandalo senza riparazione; ela teoria del delitto, l’apologia del delitto, l’orgogliodel delitto e di tutti i delitti; non solo della ribellionecontro Dio, contro la Chiesa, contro i potentati, mala negazione sistematica dell’autorità di Dio, della Chiesa,e dei Re; la teoria della ribellione, l’apologia della ribellione, l’orgoglio della ribellione, la consacrazionelegale del principio medesimo di ogni ribellione: questoè ciò che non si trova, se non nel mondo presente,e fa il carattere proprio della sua perversità.Ecco, mio caro amico, quello che è stato vedutoe predetto sono già duemila anni. Qual cosa più incredibiledi simigliante profezia? Qual cosa più divina ditale visione? Quanti misteri fu di bisogno a penetrare,prima di arrivare a questo? All’epoca, in cui questeparole uscivano di bocca al Figliuol di Dio e dei suoiApostoli, il mondo non era ancora cristiano. A giudicarlevere, bisognava primieramente che il divenisse,il che sembrava impossibile; bisognava che tale rimanesselungo tempo, il che non poteva prevedersi. Maquello che pareva men possibile, anzi il più impossibilea prevedere, si è che il mondo un giorno dimenticherebbela mostruosa schiavitù, la degradazioneprofonda, le lamentevoli miserie, da cui il Cristianesimo lo aveva cavato fuori; che calpesterebbe il sanguedel Calvario, prezzo del suo riscatto; che prenderebbein disgusto le libertà, i lumi, le felicità dovute al Vangelo;che richiamerebbe con ardore il suo antico tiranno,e caccerebbe il suo benefattore opprimendolodi oltraggi, e gridando: « noi non vogliamo che turegni più su di noi! »Io ripeto; qual cosa più incredibile! Cionnostantel’incredibile è sotto gli occhi nostri. Nostro Signoreadunque ha ben veduto! Egli ha ben veduto quelloche nessun occhio umano poteva vedere. Ravvisatodi tal guisa lo spettacolo del mondo attuale, perquanto affliggente ci possa mai essere, mi consola, mirapisce. Meglio che tutti i ragionamenti, esso dimostrala mia fede, dimostrando la divinità del di leiAutore.Venga ora l’empio a domandare al Cattolico: Ove èil tuo Dio? Il Cattolico gli risponderà: Il mio Dio!Egli è qui! Ei ti vede, ti ascolta; e giudicherà te edi simili a te. Sono già duemila anni che ha inciso abulino il vostro ritratto, annunziato tuttocciò che voidite, tuttocciò che voi fate, eziandio le vostre orgie segrete. E sì gli astri del firmamento mi narrano la sua gloria con meno di eloquenza di quello che i vostri delitti e le vostre bestemmie senza esempio e senza nome non mi rivelino la sua prescienza infinita. Io vi veggo: io credo! – La stessa consolazione per noi, mio caro amico, è nelle rivoluzioni che sconvolgono il mondo presente. La società, del pari che l’uomo, non si è formata da se stessa. Creazione divina, essa esiste in virtù di leggi fondamentali, che non sono l’opera sua. Vivere e prosperare, se essa le osserva; degenerare e perire, se essa le viola: è questa la vicenda, di cui la medesima non può francarsi. Tutte le leggi divinamente date alle società umane si conchiudono in una sola. Ed è tale, come loro fu intimato: Come l’uomo, di cui voi non siete che lo svolgimento, voi siete state create e messe al mondo per conoscere Iddio, amarlo, servirlo, e quindi per tal via arrivare alla felicità. – A tale legge il Divino Legislatore dette sanzione non meno certa di quel che fosse la stessa Legge. Egli ha detto: Si raccoglie quello che si semina; ed inoltre: la giustizia innalza le nazioni, il peccato le rende infelici. Ancora: ogni nazione, ogni regno che ricusa di servirmi, perirà. Più: se il Signore non custodisce la Città, vegliano invano coloro che la custodiscono. E del pari: io sono il Re immortale dei secoli; non essendo i Re della terra che miei ministri. Tutti a me debbono ubbidienza e fedeltà, come vassalli al loro Signore. E se fia che osino ribellarsi contro di me, ed io li spezzerò come vasi di argilla: sicché ieri in potenza, domani se voi li cercherete, e non saranno più. E con essi periranno le loro opere, e le società che vollero fondare senza di me, lungi da me, e mio malgrado ».

Questa èla Gran Carta dell’umanità. Ove sono oggidì governi e popoli, che se ne sovvengano? Ed il Cattolico si guardi bene dal rammentarla; chesubito gli si risponderà con bestemmia. « La nostra parola dipende da noi; chi èil nostro Signore? Labia nostra a nobis sunt; quis noster Dominus est? Siamo noi il diritto. Noi diremo, noi faremo, noi ordineremo, noi proibiremo, secondo nostro arbitrio; noi non dipendiamo da alcuno. »

Ecco ciò che da pezza si dice su tutti i tuoni, ed in tutte le lingue. Al vedere la prosperità dei ribelli, il Cattolico medesimo è tentato di domandare a se stesso, ove siano le leggi divine delle Società: perciocché Legge e sanzione sembrano oscurarsi a’ suoi occhi. Ma e’ si rassicuri e si consoli: poiché le tenebre ecco che si dissipano; sicché la base divina delle Società ricomparisce; e, chi sa vedere, essa ricomparisce circondata di nuovo splendore. – Fatevi a guardare voi stesso, mio caro amico: quale spettacolo presenta l’Europa attuale? Più rivoluzioni, e certo rivoluzioni sociali, in un anno, che altre volte in un secolo. I popoli si trastullano colle corone dei Re, come i fanciulli coi balocchi. Da settant’anni in quatrentanove troni caduti: ventidue dinastie esiliate, peregrinanti a piedi per tutte le vie di Europa. Inoltre venticinque Carte e Costituzioni acclamate, giurate, e lacerate. Le forme di governo fra loro più opposte, succedentisi come le foglie sugli alberi, o come gli abiti di Arlecchino in su le spalle dell’istrione. Il mondo poggia sopra un vulcano; talché tutti coloro che ancora si appellano principi, re, imperatori, scossi e vacillanti sopra il loro trono, stanno sbattuti e pensierosi, come il pilota in su la sommità del naviglio durante la tempesta. – Per restringere l’orizzonte, vedete quel che accade oggidì in Italia, a Napoli sopra tutto. Un avventuriere intraprende il conquisto di un regno di dieci milioni di anime, con in mano una frusta. Sin sotto Capua, non lamenta Garibaldi che otto morti, e trentacinque feriti. Presso alla città capo del regno, mentre la fedeltà si rifugia fra le donne ed i contadini, ecco corrono al tradimento, come si farebbe alla gloria, in gran folla generali, ufficiali, nobili, letterati, tutti educati da quarant’anni in qua da preti, da religiosi. A tanta defezione, il Re fugge, la monarchia crolla, la nazione è cancellata dal numero delle nazioni, divenuta un proconsolato di non so qual nuovo impero. A dir vero l’Europa intera, e noi primi ci siamo arrossiti per Napoli – (In mezzo a tante defezioni scoraggianti è stata certo grande consolazione a tutte le anime ben nate ed a tutti i cuori ben fatti, che siasi trovato l’eroico Re Francesco II, il quale ha gloriosamente lavato il suo popolo dalia macchia, colla quale il tradimento lo aveva coverto. Egli è finalmente caduto, perché l’Europa del secolo XIX ha permesso che il trionfo della forza costituisse un diritto; ma e caduto da Re. Egli è caduto gloriosamente, come caddero i Maccabei per la difesa della giustizia. Egli è disceso dal trono puro da ugni errore, scevro da ogni bassezza: ha ceduto tatto quello che gli era permesso di cedere; ha difeso tutto quello che gli era prescritto di difendere; e deponendo la corona, di cui si mostrò tanto degno, sulla rupe di Gaeta ha potuto ben dire all’attuale società che cammina verso la barbarie: « Io ho sacrificato il mio potere, la mia corona, la mia patria al buon diritto ed alla giustizia ». I naviganti passando quindi innanzi per davanti Gaeta, la saluteranno con santo e terribile raccoglimento, e diranno: « Qui fu la gloriosa dimora del magnanimo Re Francesco II, allorché combatté per la causa di tutti i Sovrani, mentre niun Sovrano combattè per la causa sua » … Oh! i nemici di Francesco II non si rallegrino della di lui caduta; poiché questa è la caduta del diritto politico cristiano, ed è l’inaugurazione di un diritto nuovo, di cui i rivoluzionari saranno i primi a provarne i tristi e duri effetti! Non se ne rallegrino, si; che tale caduta non ha servito, sé non ad accrescergli la simpatia dell’Europa, e l’amore dei suoi popoli; e nel tempo stesso a preparargli la via ad una splendida restaurazione. Se il trionfo dell’iniquità non può esser durevole; il nuovo diritto rivoluzionario che si è inaugurato colla forza e col tradimento dovrà un giorno cedere il posto al diritto eterno ed immutabile della giustizia, che è l’unica base, su cui possono le società aver vita durevole e stabile; ed allora il virtuoso Monarca risalire sul trono degli Augusti Avi suoi, ove lo chiama il desiderio e l’affetto dei suoi popoli ora gementi sotto le strette del più duro dispotismo rivoluzionario, ed ove non ritornerà che per ricondurre in mezzo ad essi l’ordine, la pace, e la vera felicità.)  — Ma noi non possiamo di troppo insuperbire! Che cosa abbiamo noi fatto in Francia ha già pochi anni, e che spettacolo abbiamo di noi dato al mondo? Nel 1848 dugento cinquanta democratici crollano in poche ore la monarchia francese. Ed otto giorni dopo, trentasei milioni di uomini si prostravano dinanzi loro! A tale è la Spagna; a tale Europa. Che cosa è dunque l’Europa? Già vel diceste da voi stesso: l’Europa è ormai tavola fradicia, che un colpo di piede basta a ridurre in polvere. Ora l’Europa è tale a punto, che fu fatta. Che diranno adunque al Cattolico codeste agitazioni perpetue, tante vergogne incredibili, tali catastrofi subitanee? Esse gli dicono della frivolezza delle società fatte da mano d’uomini, e dell’evidenza delle leggi divine, assai più che non gl’insegnino tutti i libri di filosofia politica. – Queste oscillazioni incessanti gli sono la pruova visibile che l’Europa moderna somiglia a un ago calamitato che smarrì il suo polo. Queste vergogne incredibili gli si manifestano effetto d’una educazione che non fortifica, non porge armi contro di nulla; per cui intende esser giusto castigo dato ad una società che fu ostinatamente infedele a questa divina legge che dice: « L’uomo raccoglie quello che ha seminato ». Sol una cosa arma l’uomo contro il male, ed è la Religione. All’ora delle grandi lotte del dovere contro l’interesse, e dell’onore contro la fellonia, solamente la Religione inspira i sublimi sagrifizii, le eroiche fedeltà. Ma per armare l’uomo, la Religione dev’essere l’anima della sua anima; e tale non sarà mai, se non mediante l’educazione. – (Questo bisogno di trasfondere in tutta la sua pienezza il Cattolicesimo alla crescente gioventù nel tempo della sua prima educazione, se vuole salvarsi la società, viene eloquentemente dimostrato dal celebre Gesuita P. Felix nelle Conferenze che in quest’anno tiene in Parigi nella Chiesa di Notre Dame. Nella prima delle quali, recitata la prima domenica di Quaresima, e che è come il programma di tutte le altre, egli dice: « Niente più è certo, non v’ha oggi nel mondo se non queste due grandi bandiere che si dividono l’umanità; cioè la bandiera del Cristianesimo, e quella dell’anticristianesimo. La seconda non si darà indietro che davanti alla prima: ciò che la farà indietreggiare non sarà il soldato animato dalla bajonetta, dalla mitraglia, e dal cannone; ciò che farà indietreggiare la barbarie, barbarie esterna, e barbarie interna, sarà il Cristo, il Cristo vincitore delle anime, mediante la sua verità, vincitore dei cuori mediante il suo amore, vincitore delle volontà mediante la sua autorità. Continueremo con Gesù Cristo la nostra marcia progressiva? Ci daremo indietro, allontanandoci da Gesù Cristo, verso le frontiere della barbarie? È la questione dell’avvenire. Ma questa questione che porta nelle sue pieghe la barbarie, e la decadenza o il progresso, chi potrà risolverla? – L’educazione. – Per arrestare il progresso della barbarie rinascente, fa d’uopo una grande rigenerazione cristiana. Ed in qual modo il Cristianesimo rinnoverà la sua immortale giovinezza? mediante la formazione e la restaurazione di Gesù Cristo nelle novelle generazioni. Si, il Cristo che si forma e che s’ingrandisce nei fanciulli; il Cristo nelle loro intelligenze, il Cristo nel loro cuore, il Cristo nelle loro volontà, il Cristo nella loro anima, il Cristo in tutto il loro essere; la vita del Cristo insomma che scorra a pieni rivi pel cuore dell’infanzia nelle vene dell’umanità, ecco il progresso nell’avvenire. Da qui a settant’anni voi tutti non sarete più; un’altra generazione vi terrà luogo sulla scena del 1mondo. Quale sarà questa umanità? Sarà civilizzata e progressiva? Sarà retrograda e barbara? È questo il segreto di Dio; ma questo segreto è nelle vostre mani. Sarà quella che voi l’avrete fatta; barbara e retrograda se l’educherete senza Gesù Cristo e contro Gesù Cristo: civilizzata e progressiva se l’educherete con Gesù Cristo e per Gesù Cristo. » – Grandi verità! ma chi le intende nel loro diritto ampio, universale, religioso e sociale senso? Buono, che l’umanità più che dagli uomini è dall’alto misteriosamente, ma potentemente guidata, governata, e svolta dal Dio dell’amore, dall’eterno operatore della giustizia. Fede in questa suprema idea, e l’ordine, la vera libertà, la giustizia trionferanno fra gli uomini: idea, che solo porge come un fanale, stella di ultima speranza, il Cristianesimo perfetto, cioè il Cattolicismo e Roma, a tutte le generazioni della terra.) –  L’Europa ha chiuso gli occhi a queste verità elementari, e gli orecchi alle parole del Capo della Chiesa. Pio IX medesimo ha detto: « La gran leva della rivoluzione, che mette oggidì il Papato in pericolo, è l’ammirazione per l’antichità pagana ». Resta a sapere come dopo diciotto secoli questa fanatica ammirazione fiorisca in tutto suo vigore nel centro medesimo del Cattolicismo, fra genti al tutto cattoliche, tutte e solo educate dal clero cattolico. Ad onta di tal solenne avvertimento; ad onta delle terribili lezioni dell’esperienza, e della conoscenza del male, e del prossimo pericolo, si è continuato e si continua a dare per lo spazio di dieci anni alla gioventù italiana, francese, europea, a modelli e maestri gli Autori che pur si osa appellare del secolo d’oro; cioè dire gli eterni panegiristi dell’antichità pagana, del vecchio Bruto, delle vecchie instituzioni, e in una parola, della vecchia gloria di Roma pagana. In tal guisa, sprezzatore ostinato delle leggi della Providenza, il mondo attuale semina la zizania a piene mani, presumendosi di sì trasformar la natura delle cose, mediante una certa coltura, di cui si crede d’avere il segreto, e di raccoglierne in tal modo tutto il buon grano. Tentativo insensato, non meno che colpevole! Ch’esso vien punito per quello stesso, in cui ha peccato. Perciocché le generazioni, che ebbe avvelenate, gli rendono ciò che ricevettero; onde discacciano i loro maestri, spodestano i re, rovesciano da cima a fondo quell’ordine di cose, che non si avvera esser quello che si fece loro ammirare. Aspettano il giorno solenne, in cui Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere, queste infelici vittime di funesta educazione, invocano sui governi e sui maestri, autori e fautori di tale disciplina, gli anatemi ed i gastighi, ond’esse vengono colpite. In esilio, nelle prigioni, e sino a piedi del patibolo, ove le menano colpevoli traviamenti, esse dicono come Ruffini, Gallenga, Melegari, Orsini e tutti i rivoluzionari che rivelarono la causa dei loro delitti: «I due focolari delle idee repubblicane in Europa sono i collegii, e le società segrete. Egli è verissimo; noi siamo rivoluzionarii e democratici: dalle nostre file escono gli assassini dei Re; ma di chi n’è la colpa? Noi siamo a punto quello che siamo stati fatti; sicché i nostri maestri sono coloro che ci fecero ciò che siamo. Nei collegii, fra i repubblicani ed i regicidi dell’antichità, coi quali voi ci fate passare la nostra gioventù, noi abbiamo attinto il nostro entusiasmo per l’antica Roma, e l’odio contro i Re. Puniteci, proscriveteci; ma se volete esser giusti, dopo d’aver fatto la processura contro gli assassini, fatela anche a quelli che li educano  ». – (Parole testuali dei Rivoluzionari italiani oggidì alle porte di Roma. Sono le precise parole che si leggono nelle Memorie di Orsini alla gioventù italiana Cap. I . pag. 1., e nel Giornale L’Opinione di Torino del 27 Gennaro 1858, riportate per disteso dall’Autore nel Volume IX della sua operaLaRivoluzione, pag. 39 e 43, e nel Vol. X, pag. 9. I giornali tutti del Novembre 1856 riportarono le memorabili parole del Gallenga, che confessava aver attinte le sue tendenze regicide negli studii di sua gioventù. Lo stesso ha confessato ultimamente di sé il noto Canonico Spinucci ; e pochi giorni addietro il Sindaco di Lucca proponeva come suo merito alla candidatura di Deputato al parlamento di Torino l’essersi fatto notare nel Collegio per l’amore avanzato alla patria italiana attinto negli studi delle belle lettere la gioventù – Confessioni che valgono tant’oro, e che sono un grande avviso a chi tocca.) – In quanto a quei colpi ripetuti di fulmine, che atterrano in un batter d’ occhio le monarchie le più antiche, e le istituzioni in apparenza più forti, ciò al Cattolico è la giustizia di Dio che passa. È il supremo Legislatore che vendica le sue leggi, che confonde gli artefici di Babele, e che spogliando del vano loro orpello le nazioni colpevoli, pone la loro nudità in spettacolo al mondo. Senza dubbio egli è ben lontano dall’applaudire al male; ma si rallegra in vedere la sua fede consolidata, e la Providenza dimostrata. Il lavoro dell’uomo ben può essere colpevole; ma l’opera è divina. – Allorché Nabuccodonosorre metteva la Giudea a fuoco ed a sangue, saccheggiava Gerusalemme, profanava i vasi del santuario, sgozzava i sacerdoti, menava prigioniero il popolo di Dio, e delle rovine sanguinose che aveva accumulate faceva piedistallo al suo orgoglio; la sua opera era certo satanica. Ma non è men vero che Nabuccodonosorre era lo stromento della giustizia divina. Che la spada vendicatrice sfolgorava di tanto splendore nelle sue mani, che forzava gli stessi Giudei ad esclamare. « Voi siete giusto, o Signore! abbiamo violate le vostre leggi, e voi ci trattate come meritiamo ». (Daniele IX, 11). Lo stesso ragionamento vale pei Nabuccodonosorri di tutt’i secoli; poiché a rivelare la sua previdenza nel governo delle società, Iddio arma l’iniquità degli uni per punire l’iniquità degli altri. Più l’istrumento è debole ed il castigo terribile, e più l’azione del cielo si rende manifesta. Quando dopo una giornata di gravi calori Iddio vuol rinfrescare l’atmosfera e renderle la sua trasparenza, usa chiamar la tempesta. In un batter d’occhio la di lei missione è compita. L’aria è purificata; ma a prezzo della natura sconvolta; vedendosi di poi scoperte le fondamenta degli edifizii crollati, le radici degli alberi schiantati … Tali son pure le rivoluzioni nell’ordine morale. Allorché le grandi verità, basi all’ordine universale, vengono oscurate dalle passioni, snaturate dal sofisma sino ad essere come se non fossero, l’Onnipotente si leva nella sua collera, scuotendo le società, schiantando gl’imperi, distruggendo i fondamenti che la sua mano aveva lor posti. Ma dalle rovine la verità brilla di nuovo splendore, ai buoni consolante, formidabile agli empii. In giorni d’incertezza e di tenebre, in che viviamo, questa dimostrazione solenne della Previdenza è data seconda e veracissima consolazione a’ Cristiani. Se non che ve n’ha delle altre, Ch’io v’invierò al prossimo corriere.

Tutto vostro etc.

LA SITUAZIONE (15)

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (8)

G Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (8)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. Ex. Off.

Imprimi potest:  Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: LECLERC.

Lutetiæ Parisiorum die II nov. 1947

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Quarta Visione

ASSALTO DELL’INFERNO CONTRO LA CHIESA

PRIMA PARTE

LA DONNA ED IL DRAGONE

Capitolo XI, 19. – XII, 1- 17

“E si aprì il tempio di Dio nel cielo: e apparve l’arca del suo testamento nel suo tempio, e avvennero folgori, e grida, e terremoti e molta grandine. – E un grande segno fu veduto nel cielo: Una donna vestita di sole, e la luna sotto i suoi piedi, e sulla sua testa una corona di dodici stelle: ed essendo gravida, gridava pei dolori del parto, patendo travaglio nel partorire. ^E un altro segno fu veduto nel cielo: ed ecco un gran dragone rosso, che aveva sette teste e dieci corna, e sulle sue teste sette diademi, e la sua coda traeva la terza parte delle stelle del cielo, ed egli le precipitò in terra: e il dragone si pose davanti alla donna, che stava per partorire, affine di divorare il suo figliuolo, quando l’avesse dato alla luce. Ed ella partorì un figliuolo maschio, il quale ha da governare tutte le nazioni con scettro di ferro: e il figliuolo di lei fu rapito a Dio e al suo trono, e la donna fuggi alla solitudine, dove aveva un luogo preparatole da Dio, perché ivi la nutriscano per mille duecento sessanta giorni. E seguì in cielo una grande battaglia: Michele coi suoi Angeli combatterono contro il dragone, e il dragone e i suoi angeli combatterono: ma non vinsero, e il loro luogo non fu più trovato nel cielo. E fu precipitato quel gran dragone, quell’antico serpente, che si chiama diavolo e satana, il quale seduce tutto il mondo: e fu precipitato per terra, e con lui furono precipitati i suoi angeli. E udii una gran voce nel cielo, che diceva: Adesso è compiuta la salute, e la potenza, e il regno del nostro Dio, e la potestà del suo Cristo: perché è stato scacciato l’accusatore dei nostri fratelli, il quale li accusava dinanzi al nostro Dio dì e notte. Ed essi lo vinsero in virtù del sangue dell’Agnello, e in virtù della parola della loro testimonianza e non amarono le loro anime sino alla morte. Per questo rallegratevi, o cieli, e voi che in essi abitate. Guai alla terra e al mare, perocché il diavolo discende a voi con grande ira, sapendo di avere poco tempo. E dopo che il dragone vide com’era stato precipitato sulla terra, perseguitò la donna che aveva partorito il maschio: ma furono date alla donna due ale di grossa aquila, perché volasse lungi dal serpente nel deserto al suo posto, dov’è nutrita per un tempo, per tempi e per la metà d’un tempo. E il serpente gettò dalla sua bocca, dietro alla donna dell’acqua come un fiume, affine di farla portar via dal fiume. “Ma la terra diede soccorso alla donna, e la terra aprì la sua bocca, e assorbì il fiume che il dragone aveva gettato dalla sua bocca. E si adirò il dragone contro la donna: e andò a far guerra con quelli che restano della progenie di lei, i quali osservano i precetti di Dio e ritengono la confessione di Gesù Cristo. Ed egli si fermò sull’arena del mare.”

La quarta visione dell’Apocalisse annuncia, sotto la forma di un combattimento tra un drago ed una donna, l’assalto continuo che le potenze infernali porteranno contro la Chiesa, dalla sua fondazione fino alla fine dei tempi. Essa ha come scopo il rafforzare la nostra fermezza di fronte alle prove ed alle persecuzioni, mostrandoci l’aiuto che Dio fornisce alla Sposa di Suo Figlio e la vittoria che gli riserva.

§ 1 – La donna vestita di sole.

Questa visione, la cui descrizione inizia propriamente con il capitolo XII, inizia tuttavia con l’ultimo versetto del capitolo XI, che serve da preambolo. Così questa è strettamente legata alla visione precedente: l’autore sacro, usando la libertà abituale dello stile profetico, porta il lettore senza transizione dalla fine del mondo, che gli ha appena fatto intravedere, al mistero dell’incarnazione ed alle origini della Chiesa: E il tempio di Dio, dice, fu aperto nel cielo. Il tempio di Dio designa qui misticamente il modo in cui Dio vuole essere adorato e servito dagli uomini, per analogia con l’edificio di pietra in cui si celebra il culto divino. È a questa rivelazione di un tempio spirituale superiore al tempio di Gerusalemme che Nostro Signore alludeva quando disse alla Samaritana: « Donna, credimi, non è più a Gerusalemme che adorerai il Padre; ma l’ora viene, ed è ora, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità… » (Giov.  Perché Dio è spirito, e coloro che lo adorano devono adorare in spirito e verità. Così il tempio di Dio è stato aperto quando Cristo ci ha insegnato a servire per amore e ad onorare nel segreto dei nostri cuori quel Dio che i Giudei avevano fino ad allora adorato solo per paura e offrendogli sacrifici cruenti; è stato aperto in cielo, cioè nella Chiesa, perché questo culto spirituale appartiene solo a lei e si trova solo in lei. – E l’arca dell’alleanza apparve in mezzo al tempio: la vera arca dell’alleanza, di cui l’Antico Testamento non conosceva che la figura, rappresenta l’Umanità di Cristo, in cui è depositato il pegno autentico dell’alleanza del Creatore con la sua creatura. L’Umanità di Cristo apparve così in mezzo al tempio come il centro del culto che si doveva rendere a Dio; come la rivelazione essenziale, l’unico e necessario intermediario tra gli uomini ed il loro Creatore; come il dono del cielo per eccellenza, Colui nel quale il Padre ha posto tutta la sua compiacenza e del quale ha fatto l’esempio compiuto di ogni perfezione. Non appena Cristo ebbe rivelato ai suoi discepoli il segreto del mistero divino, essi si diffusero in tutto il mondo, producendo ovunque tuoni, voci e terremoti; cioè fecero miracoli sorprendenti, moltiplicarono la loro predicazione, scossero gli uomini e li convertirono, mentre contro di loro si scatenava un’abbondante grandinata di persecuzioni. Così fu fondata la Chiesa, e una lotta fino alla morte doveva essere condotta tra Essa ed il diavolo per il possesso della razza umana, una lotta che San Giovanni vide simbolicamente svolgersi tra una donna ed una bestia. Un grande segno – dice – apparve in cielo: una donna vestita di sole, figura della Chiesa, avvolta interamente nel Cristo, che è insieme la sua protezione ed il suo ornamento, come la veste lo è per il corpo. Aveva la luna ai suoi piedi, perché è superiore a tutte le vicissitudini terrene. La luna, che cresce e decresce costantemente, è il simbolo delle cose umane, che sempre salgono e scendono. Nulla è stabile quaggiù: le istituzioni più venerabili, le fortune più consolidate, si sgretolano a poco a poco o crollano tutto d’un colpo; altre sorgono all’orizzonte per prendere il loro posto, e che, una volta stabilite, declineranno a loro volta: solo la Chiesa, fondata sulla pietra posta dal Verbo, rimane incrollabile in mezzo a questo perpetuo movimento di flusso e riflusso. Porta sul suo capo una corona di dodici stelle, la dottrina dei dodici Apostoli, che fissa tutto ciò che pensa e tutto ciò che insegna. E avendo nel suo grembo, cioè nel suo cuore, il desiderio della salvezza delle anime, essa gridò nei dolori del parto, supplicando Dio notte e giorno per aiutarla a generare anime alla vita eterna, e soffrì per partorire, dedicandosi a penitenze, veglie e digiuni, per raggiungere questo fine. – La donna vestita di sole designa anche la Vergine Maria, irradiata dal Verbo nel mistero dell’Incarnazione; e ancora, in senso morale, ogni anima santa in cui Cristo stabilisce la sua dimora. – Le dodici stelle che compongono la corona della Vergine – e anche, sebbene in misura molto minore, quella di queste anime sante – sono i dodici frutti dello spirito, come li enumera San Paolo nella sua lettera ai Galati, cioè: carità, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, longanimità, dolcezza, fedeltà, modestia, continenza, castità. Anche la Beata Madre di Dio, portando nel suo cuore un ardente desiderio per la salvezza delle anime, gemeva al pensiero delle sofferenze che suo Figlio avrebbe dovuto sopportare per realizzare la salvezza del mondo; e fu torturata dai dolori del parto: per tutta la sua vita fu perseguitata dallo spettro della croce a cui il Figlio suo sarebbe stato inchiodato un giorno, e ai piedi della quale Ella stessa avrebbe sofferto i dolori che le erano stati risparmiati quando lo aveva dato alla luce. Quanto alle anime sante, esse portano nel segreto del loro cuore un desiderio di vita eterna che le consuma, che le tortura, che le fa gridare al cielo, e, come Santa Teresa, “esse muoiono per non poter morire“.

§ 2 – Il drago.

Poi un altro segno apparve in cielo, un segno che si opponeva al primo e divideva con esso tutta la massa dell’umanità: perché chi è del partito di Dio combatte sotto lo stendardo della Vergine e della Chiesa; chi, al contrario, si fa servo del mondo, indossa i colori di satana. Era un drago enorme e rosso; enorme, perché il diavolo è armato di un potere formidabile; rosso, perché è assetato di sangue. Aveva sette teste, dieci corna e sette corone sulle sue sette teste. Le sette teste del mostro – capita in latino – rappresentano i sette peccati capitali, che servono da principio per tutti gli altri. Nello stile della Scrittura, il corno, che punta al cielo, è spesso un simbolo di orgoglio e di ribellione contro Dio. Le corna che l’immaginario cristiano è abituato a mettere sulla testa del diavolo non sono che la traduzione materiale dell’iniziale Non serviam, con cui questo spirito di orgoglio si è sollevato contro il suo Creatore. Il drago qui ne porta dieci, per mostrare che la sua volontà si oppone in ogni modo alla volontà di Dio, che ci è resa nota essenzialmente dai dieci precetti del decalogo. Infine, i diademi con cui si adorna rappresentano le vittorie che ha ottenuto sugli uomini; il loro numero sette implica che ognuno dei peccati capitali è stato oggetto di molti trionfi per lui. – E la sua coda fece cadere la terza parte delle stelle e le gettò sulla terra: dall’inizio del Cristianesimo ingannò molti del popolo di Dio con la sua ipocrisia; li allontanò dalla ricerca delle cose celesti per le cose della terra. E stava davanti alla donna che stava per partorire, per divorare suo figlio: ogni volta che la Chiesa, attraverso il Sacramento del Battesimo, genera un’anima alla vita soprannaturale, il diavolo cerca di perderla; ogni volta che un’anima produce un’opera buona, egli è in agguato per rubarne il merito con pensieri di vanagloria. La donna, però, partorì un figlio maschio, cioè una generazione di Cristiani vigorosi e pronti ad affrontare tutte le persecuzioni. Notate il raddoppio di questa espressione: un figlio maschio. La Chiesa, infatti, secondo lo stile allegorico della Scrittura, non partorisce che figli; perché il sesso delle anime non è quello dei corpi: ogni anima in cui lo spirito domina la sensualità è di sesso maschile; ogni anima in cui la carne regna sovrana è di sesso femminile. Ecco perché il faraone d’Egitto, giocando il ruolo del diavolo e perseguitando, nella razza d’Israele, l’immagine del popolo di Dio, disse ai suoi servi: Mettete a morte tutti i ragazzi, ma conservate le ragazze (Es, I, 16.). –  Questo figlio doveva governare le nazioni con una verga di ferro, perché le prime generazioni cristiane, grazie al prestigio della loro virtù, riuscirono ad imporre ai popoli barbari leggi così contrarie alla natura dell’uomo che nessun legislatore avrebbe potuto farle accettare, come, per esempio, il perdono delle ingiurie, l’amore dei nemici, la mortificazione dei desideri, ecc. La verga di ferro significa anche, in senso morale, il dominio rigoroso che le anime virili esercitano su tutto il popolo di sensazioni e sentimenti che sono pressanti nella parte inferiore di loro stessi. – E questo figlio fu portato a Dio e al suo trono, perché Gesù, dopo aver compiuto l’opera di redenzione, salì al Padre suo e si sedette sul suo trono per giudicare i vivi ed i morti. In senso morale, questo figlio è lo spirito dei Santi, che, una volta liberato dalla tirannia delle passioni, stabilisce la sua dimora in Dio e cerca in Lui la sua sicurezza e il suo riposo.

§ 3 – Il combattimento nel cielo.

La donna, però, per sfuggire al drago, fuggì nella sua solitudine, dove aveva un posto preparato da Dio: nel tempo delle persecuzioni, la Chiesa lasciando la pompa delle cerimonie e le manifestazioni esteriori del culto, si rifugia nel segreto dei cuori, dove Dio le ha preparato un posto, dove ha stabilito quei santuari intimi in cui Egli è adorato in spirito e verità. Allo stesso modo, è nel deserto, nella separazione dal mondo, nella spogliazione di tutte le cose, che le anime giuste cercano la loro protezione contro gli assalti del diavolo, e Dio, che le ha aspettate lì, viene poi a visitarle, come dice Egli stesso attraverso il suo profeta Osea: Lo condurrò nella solitudine, e parlerò al suo cuore (Os. II, 14). Lì gli angeli li nutrono con il pane della parola divina ed il vino della compunzione per milleduecentosessanta giorni, cioè per tre anni e mezzo, il tempo che la persecuzione dell’Anticristo, e per estensione tutte le persecuzioni, deve durare. Tuttavia, questa figura rappresenta anche, secondo la tradizione, il tempo che Nostro Signore ha dedicato alla predicazione della sua dottrina: San Giovanni intende qui dire che gli Angeli nutrono le anime, nella Chiesa, solo con il pane preparato da Nostro Signore durante il tempo in cui insegnava sulla terra. – E una grande battaglia fu combattuta in cielo: dopo l’Ascensione di Cristo, una battaglia feroce fu combattuta sulla terra per il possesso del cielo: La Chiesa, protetta da San Michele, dalle milizie celesti, ma anche dai suoi Pontefici, dai suoi Dottori, dai suoi Santi, che la Scrittura classifica qui tra gli Angeli, la Chiesa ha combattuto per conquistare, non gli imperi della terra, ma il regno dei cieli; E il diavolo lottò contro di lei con furore per conservare la sua egemonia, per mantenere il culto che allora riceveva dagli uomini, sotto la figura degli idoli, lui la cui massima ambizione è di rendersi simile all’Altissimo e di essere adorato come un dio (Is. , XIV, 13, 14.). La lotta fu combattuta nelle anime, e San Paolo vi allude chiaramente quando dichiara che non dobbiamo lottare solo contro la carne ed il sangue, ma contro i principati e le potestà e contro coloro che governano questo mondo oscuro, contro gli spiriti di iniquità, per il possesso dei beni celesti (Ephes. VI, 12.) .I demoni, tuttavia, non potettero prevalere, essi furono costretti a cedere alla nuova religione ed a rinunciare ad essere adorati dagli uomini. Il paganesimo scomparve dal mondo civilizzato, gli altari dei falsi dei furono ovunque abbattuti. E il grande drago fu abbattuto, nonostante il suo potere; nonostante la lunga esperienza che aveva acquisito, nel corso delle generazioni, dei migliori mezzi per tentare l’uomo, un’esperienza a cui la Scrittura si riferisce qui come: l’antico serpente; lo chiama ancora diavolo, parola che significa “doppio” e, quindi, ipocrita; oppure: satana, cioè l’avversario, il nemico ostinato della nostra salvezza, che inganna tutto l’universo, che riesce ad ingannare e a far peccare tutti gli uomini, anche i più santi. Tutto questo passaggio, il cui significato allegorico e morale abbiamo cercato di indicare brevemente, ha anche un «senso storico »: ricorda la grande battaglia che ebbe luogo in cielo quando Dio, dopo aver creato gli Angeli, li sottopose a una prova per vedere se il loro amore era sincero; questa prova consisteva, secondo l’opinione dei migliori teologi, nel mostrare loro la donna vestita di sole, cioè il mistero dell’incarnazione. Alcuni di loro si sottomisero immediatamente a tutti i desideri del loro Creatore; gli altri si ribellarono alla prospettiva di dover adorare un giorno un Dio fatto uomo. I primi, guidati da San Michele, resistettero valorosamente alle suggestioni di Lucifero, mentre il secondo, gettandosi nella ribellione, perse tutto lo splendore di cui Dio lo aveva rivestito. Divenuto un mostro d’orrore, riuscì tuttavia a trascinare giù la terza parte delle stelle, cioè la terza parte degli spiriti celesti; la prima parte comprendeva coloro che erano stati scelti per rimanere sempre vicini a Dio in cielo, e la seconda, quelli che accettarono di essere deputati agli uomini per servire come loro custodi.  Ma, fedeli al metodo dei Padri che raccomandano la sobrietà ai commentatori della Sacra Scrittura, ci accontenteremo di queste indicazioni e torneremo al senso allegorico, cioè alla profezia sulla storia della Chiesa.

§ 4 – Sconfitta del demonio.

Così il drago fu gettato a terra, e i suoi satelliti con lui. Scacciato dal cielo e dalle anime dei giusti, ha trovato posto solo nel cuore degli uomini sottomessi alle cose della terra. E si udì una grande voce nel cielo, voce di angeli che si rallegravano per la liberazione degli uomini, dicendo: « Ora la morte ha lasciato il posto alla speranza della salvezza, la corruzione alla virtù, il regno del peccato al regno di Dio, la tirannia del diavolo al potere di Cristo. Ecco, l’accusatore dei nostri fratelli è stato abbattuto. – Notate, a proposito, la tenerezza degli Angeli, che dicono: “I nostri fratelli”, quando parlano degli uomini. – Avendoli spinti al peccato con ogni mezzo, non cessò poi di accusarli davanti a Dio, giorno e notte, reclamandoli come sua porzione, in nome del decreto che condannava la loro razza alla morte (Coloss, II, 14). E i nostri fratelli lo hanno vinto, non per i loro propri meriti, ma per il sangue dell’Agnello, e per la testimonianza che hanno dato alla sua risurrezione, alla sua divinità; e perché non hanno amato questa vita presente fino alla perdita delle loro anime. Rallegratevi dunque, cieli, Angeli delle gerarchie superiori, e con voi tutti coloro che abitano tra di voi, cioè che vivono sotto la vostra protezione e ricevono la vostra luce. Rallegratevi che il diavolo e i suoi satelliti sono stati sconfitti. Guai, al contrario, alla terra e al mare; guai agli uomini attaccati solo alle cose di questo mondo e sempre agitati dalle loro passioni, come il mare dalle onde; guai, perché il demonio scende a voi pieno di rabbia, furioso per essere stato scacciato dai cuori degli eletti, consumato dal desiderio di fare del male e sapendo che il tempo che ha è breve. »

§ 5 – Nuovi assalti.

Il drago, in effetti, una volta gettato a terra, non rinunciò alla partita; inseguì la donna, che partorì un figlio maschio. Quando l’imperatore Costantino ebbe assicurato il trionfo del Cristianesimo adorando la croce, il diavolo, sentendo che il mondo stava per sfuggirgli, sollevò contro la Chiesa i grandi errori di Ario, Nestorio, Eutyche e gli altri. Si noti che egli perseguita la donna, non Cristo: questo è, infatti, un tratto comune a tutti gli eretici. Non chiedono ai loro seguaci di rinnegare Gesù Cristo, ma li separano dalla Chiesa Cattolica e rivolgono tutto il loro furore contro di essa. – La donna ricevette da Dio due grandi ali: la saggezza, che le permise di sventare gli argomenti degli eretici, e la pazienza, che rese inutili le loro persecuzioni. Grazie a queste ali, i difensori della fede poterono rifugiarsi nella solitudine, nel senso che abbiamo spiegato sopra, e nutrirsi lì al riparo dai morsi del serpente, per un tempo, e due tempi, e mezzo tempo, cioè tre anni e mezzo, la parola: tempo, avendo qui il valore di un anno. Questi tre anni e mezzo hanno lo stesso significato dei milleduecentosessanta giorni di cui si è parlato sopra. Il diavolo, non potendo raggiungere la donna che era fuggita, gettò acqua dietro di lei come un fiume; cioè, non potendo scuotere i Santi che servono da fondamento alla Chiesa, diffuse, per bocca degli empi, una dottrina simile in apparenza a quella cattolica; Ma invece del fiume d’acqua viva che scorre dal trono dell’Agnello e feconda tutta la Chiesa, questa era solo acqua putrida, acqua inerte, dottrina morta, sotto la quale cercava di sommergere il popolo fedele, per perderlo. – In senso morale, l’anima, sotto la pressione della persecuzione, genera un figlio maschio, Cristo stesso, che diventa presente in essa; le due ali che Dio le dà sono la devozione nella preghiera e la pazienza nella prova. Poi fuggì nel deserto, dove trovò riposo nella contemplazione. Ma il diavolo non la lascia a lungo in pace e la insegue di nuovo con le sue tentazioni; il fiume che le manda dietro è il ricordo dei piaceri mondani, per mezzo dei quali cerca di perderla. La terra, continua l’autore, venne in aiuto della donna. I principi della terra, seguendo Costantino, vennero in aiuto della Chiesa. I Vescovi, riuniti in concilio sotto la protezione degli imperatori, aprirono la “voragine” e assorbirono il fiume lanciato dal drago, condannando formalmente le teorie degli eretici. E il drago si irritò con la donna: non potendo trionfare sulla Chiesa nella sua dottrina, cercò di distruggerla nella sua morale; perciò andò a combattere contro il resto della sua progenie, contro la gente comune, contro coloro che non sono i perfetti, ma che osservano i comandamenti di Dio e testimoniano Gesù Cristo con una vita conforme al Vangelo. E stava sulla sabbia del mare; e sebbene non potesse vincerli tutti, stabilì il suo dominio sugli schiavi del mondo, su quelli che sono leggeri come la sabbia e agitati come le onde del mare.

SECONDA PARTE

LE DUE BESTIE

Capitolo XIII, – (1- 18)

“E vidi salire dal mare una besti, che aveva sette teste e dieci corna, e sopra le sue corna dieci diademi, e sopra le sue teste nomi di bestemmia. E la bestia che io vidi era simile al pardo, e i suoi piedi come piedi d’orso, e la sua bocca come bocca di leone. E il dragone le diede la sua forza e un grande potere. E vidi una delle sue teste come ferita a morte: ma la sua piaga mortale fu guarita. E tutta la terra con ammirazione seguì la bestia. É adorarono il dragone che diede potestà alla bestia: e adorarono la bestia, dicendo: Chi è simile alla bestia? E chi potrà combattere con essa? E le fu data una bocca che proferiva cose grandi e bestemmie: e le fu dato potere di agire per quarantadue mesi. E aprì la sua bocca in bestemmie contro Dio, a bestemmiare il suo nome, e il suo tabernacolo, e quelli che abitano nel cielo. E le fu dato di far guerra ai santi, e di vincerli. E le fu data potestà sopra ogni tribù, e popolo, e lingua, e nazione, e lei adorarono tutti quelli che abitano la terra: i nomi dei quali non sono scritti nel libro di vita dell’Agnello, il quale fu ucciso dal cominciamento del mondo. Chi ha orecchio, oda. Chi mena in schiavitù, andrà in schiavitù: chi uccide di spada, bisogna che sia ucciso di scada. Qui, sta la pazienza e la fede dei Santi. E vidi un’altra bestia che saliva dalla terra, e aveva due corna simili a quelli dì un agnello, ma parlava come il dragone. Ed esercitava tutto il potere della prima bestia nel cospetto di essa: e fece sì che la terra e i suoi abitatori adorassero la prima bestia, la cui piaga mortale era stata guarita. E fece grandi prodigi sino a far anche scendere fuoco dal cielo sulla terra a vista degli uomini. E sedusse gli abitatori della terra mediante i prodigi che le fu dato di operare davanti alla bestia, dicendo agli abitatori della terra che facciano un’immagine della bestia, che fu piagata di spada e si riebbe. E le fu dato di dare spirito all’immagine della bestia, talché l’immagine della bestia ancora parli: e faccia sì che chiunque non adorerà l’immagine della bestia, sia messo a morte. E farà che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e servi abbiano un carattere sulla loro mano destra, sulle loro fronti. E che nessuno possa comprare o vendere, eccetto chi ha il carattere, il nome della bestia, o il numero del suo nome. Qui è la sapienza. Chi ha intelligenza, calcoli il nome della bestia. Poiché è numero d’uomo: e il suo numero è seicento sessanta sei.

§ 1. — La Bestia che sale dal mare.

Dopo una visione generale della guerra che il drago fa con la donna, cioè che il demonio conduce contro la Chiesa attraverso i secoli, San Giovanni arriva ora alla fase più acuta di questa lotta, ai temuti giorni in cui apparirà l’anticristo. E vidi –  dice – una bestia che usciva dal mare. L’Anticristo era già designato in questa forma nella terza visione, quando ci è stato mostrato il suo duello con Enoch ed Elia. È chiamato bestia e, più esattamente, bestia selvaggia, perché sarà la personificazione delle passioni più crudeli del genere umano; perché reciterà perpetuamente gli assalti dell’inferno contro la chiesa contro la ragione, perché sarà animato da istinti feroci verso tutti gli uomini. Si dice che sorgerà dal mare, cioè dall’amarezza del mondo, nel senso che sarà il prodotto più compiuto della perversione umana. L’apostolo continua: Aveva sette teste e dieci corna. In senso storico, le sette teste rappresentano i diversi principi che, durante le sette età del mondo, ne saranno stati i precursori nel cercare di distruggere il popolo di Dio: come, per esempio, Faraone d’Egitto, che diede ordine di massacrare senza pietà i bambini appena nati dei Giudei, Jezebel, che fece di tutto per sostituire il culto del vero Dio con quello di Baal, e fece massacrare i sacerdoti; Nabucodonosor, che pretese di sottomettere tutta la terra al suo dominio e di essere adorato come unico dio. Aman, che preparò lo sterminio generale degli ebrei; Antioco Epifane, che profanò il tempio e cercò di abolire la religione; Erode, che massacrò gli Innocenti; Nerone e quegli imperatori che perseguitarono i Cristiani. Tutti questi principi, e altri, sono come schizzi disegnati davanti ai nostri occhi da Dio stesso per darci un’idea di quello che sarà “il figlio della perdizione”; per aiutarci a riconoscerlo quando verrà, in modo da non essere spaventati o sedotti dal suo potere. In senso allegorico, le sette teste rappresentano i grandi di questo mondo che, piegati sotto la tirannia dei peccati capitali, diventeranno per questo stesso fatto i feudatari dell’Anticristo; le dieci corna rappresentano la moltitudine degli empi che disprezzano la volontà di Dio e trasgrediscono apertamente il decalogo. Essi costituiranno l’esercito dell’Anticristo e gli serviranno come difese naturali per scoraggiare i suoi nemici. I diademi di cui sono ornati simboleggiano le molte vittorie che vinceranno e gli onori di cui il loro capo li coprirà. I principi menzionati sopra in relazione alle sette teste non solo serviranno sotto il nemico di Dio; essi si uniranno al suo odio per il Salvatore, e le loro armi, i loro standard, i loro motti saranno bestemmie contro di Lui. Ora torniamo alla bestia stessa. Sarà, dice San Giovanni, come una pantera con i piedi di un orso e la bocca di un leone. Che cosa significa? La pantera si distingue tra le bestie per la sua ferocia e la sua necessità di muoversi costantemente. Come tale, esprime bene la malvagità dell’Anticristo e l’agitazione perpetua che lo porterà a nuovi crimini senza sosta. Il suo carattere sornione evoca l’ipocrisia del personaggio, e il suo manto maculato, con peli di tutte le sfumature, è la figura della sua dottrina, che sarà un assemblaggio di tutti i vizi e le eresie. L’orso si distingue sia per la sua crudeltà che per la sua avidità: non ha pietà per la sua vittima, che calpesta prima di divorarla; ed è estremamente avido di miele e di dolci: a sua somiglianza, l’Anticristo combinerà una sensualità effeminata con una ferocia che attaccherà persino i suoi nemici sconfitti. Infine, la sua bocca sarà come quella dei leoni, perché le sue parole saranno piene di orgoglio. – Inoltre, riceverà dal drago, cioè da satana, una forza e un potere singolari. Il diavolo, questa scimmia di Dio, come lo chiama Sant’Agostino, si sforza di imitare il Creatore in tutte le sue opere, per giocare lui stesso il ruolo di un dio. Egli cercherà quindi di ottenere nell’Anticristo qualcosa di paragonabile all’unione ipostatica, come esiste nella sacra persona di Nostro Signore. Non potendo generarlo direttamente lui stesso, né unire la propria natura di angelo caduto con la natura umana in un’unica ipostasi, cercherà almeno di attaccarsi a questo figlio del peccato il più strettamente possibile, fin dal grembo di sua madre; gli comunicherà tutta la sua perversità, tutto il suo genio del male, tutta la sua esperienza millenaria, e metterà a sua disposizione tutto il potere che Dio ha lasciato a se stesso dalla sua caduta. Gli darà così la possibilità di fare, non dei veri miracoli, – perché questi richiedono un potere che appartiene solo a Dio, – ma almeno cose sorprendenti che sono al di là della portata della forza umana e che provocheranno l’entusiasmo delle folle. È così che, per esempio, l’Anticristo potrà simulare, successivamente, la morte e poi la resurrezione, ad immagine del Salvatore. Ciò che San Giovanni esprime qui dicendo: « E vidi una delle teste della bestia, cioè la testa che comanda tutte le altre, la testa delle sette teste menzionate sopra, cioè l’Anticristo stesso, come messa a morte. Notiamo che dice: “come se fosse messo a morte”, e non semplicemente: “messo a morte”, perché questo non sarebbe altro che un grossolano inganno. Dopo tre giorni, fingerà di riacquistare i sensi e dirà di essere risorto. Ma manterrà visibile la cicatrice del colpo che si suppone lo abbia ucciso, per imitare Cristo che conserva sul suo corpo le stigmate della sua Passione. La finzione sarà così ben realizzata che il mondo intero, cioè tutti gli uomini carnali, grideranno al miracolo, saranno pieni di ammirazione per la Bestia e si metteranno tra i suoi sostenitori. Lo ricopriranno di ogni sorta di onori, e questa adulazione andrà fino al diavolo, di cui l’Anticristo sarà il servo, e dal quale attingerà tutto il suo potere. E lo loderanno con abbondanza e lo adoreranno come un dio, dicendo: “Chi è simile alla bestia e chi potrà combattere contro di lei? Perché mai un uomo ha trionfato come lui, né ha posseduto un potere così grande come lui. L’orgoglio dell’Anticristo raggiungerà proporzioni sproporzionate davanti a questo incenso che salirà verso di lui da tutte le parti: allora gli sarà data una bocca che dirà grandi cose; allora si sentirà lodare e glorificare se stesso senza alcun ritegno, mentre impudentemente bestemmierà il nome di Gesù Cristo. E così sarà per quarantadue mesi, cioè per tre anni e mezzo. Non è senza ragione che l’autore sacro ripete spesso questa figura: vuole farci capire che i giorni dell’Anticristo sono rigorosamente contati affinché gli uomini di quel tempo non perdano la testa davanti a successi, stupefacenti senza dubbio, ma che saranno effimeri; affinché un folle errore non li spinga a prendere posto tra gli adoratori di un dio che deve crollare tristemente alla fine di un tempo così breve! – L’Anticristo, tuttavia, ebbro di orgoglio, non cesserà più di vomitare bestemmie; sosterrà che Gesù era solo un impostore, un servo del diavolo, e affermerà che lui stesso è il figlio di Dio mandato da Lui nel mondo. Insulterà il suo tabernacolo, cioè la Chiesa cattolica, e coloro che abitano in cielo, assicurando che gli Apostoli, i Martiri e tutti i Santi canonizzati non erano che ministri di satana ed erano perduti per sempre. Egli intraprenderà una dura lotta per distruggere tutto ciò che resiste alla sua autorità; dichiarerà guerra in particolare ai santi, cioè ai cristiani, e, con il permesso divino, li sconfiggerà, – corporalmente cioè – facendoli perire in crudeli tormenti e costringendo tutta la vita della Chiesa a nascondersi sottoterra, come ai tempi delle catacombe. Con l’aiuto del diavolo, riuscirà ad estendere il suo impero sugli uomini di ogni tribù, nazione, lingua e razza, come se la profezia messianica di Daniele si realizzasse in lui: Tutti i popoli, tutte le tribù, tutte le lingue lo serviranno. Il suo potere sarà un potere eterno, che non gli sarà tolto, e il suo regno non sarà distrutto (Dan. VII, 14). Così, Egli diventerà padrone di tutto l’universo; e tutti i servi del mondo saranno nella sua completa devozione, tutti coloro che non vivono nell’attesa del bene eterno e i cui nomi non sono scritti nel Libro della Vita. Perché questi non sono redenti dal sangue dell’Agnello, che è stato ucciso fin dall’inizio del mondo. Queste ultime parole significano che, fin dalla creazione, gli uomini potevano essere salvati solo dalla morte di Cristo. Fu solo in previsione dei meriti infiniti di Suo Figlio che moriva sulla croce che Dio, anche prima del compimento della Redenzione, che ebbe pietà di loro. Queste parole vogliono anche ricordarci che, dalle origini dell’umanità, dal tempo di Abele e Caino, i giusti, che costituiscono il Corpo Mistico di Cristo, erano destinati alla persecuzione e al martirio. E sarà così fino alla fine dei tempi. Perciò, non stupiamoci quando vediamo lo scatenarsi della furia dell’Anticristo; non lasciamoci sgomentare dal successo travolgente delle sue imprese. Lui e i suoi seguaci pagheranno caro il loro momentaneo trionfo. Se le nostre orecchie non sono chiuse alle cose spirituali, ascoltiamo piuttosto ciò che dice l’Apostolo: Colui che ha ridotto altri in cattività sarà ridotto in cattività a sua volta; colui che ha lavorato per mettere altri sotto il giogo del peccato e del diavolo si troverà improvvisamente preso nella morsa di fuoco della dannazione eterna; colui che ha fatto perire altri con la spada, che sia la morte naturale o quella spirituale, perirà a sua volta, ma con la seconda morte, quella che non ha fine. Così, non ci siano dubbi, le ingiustizie, le persecuzioni, i trionfi dei malvagi sono permessi da Dio su questa terra solo per il bene dei suoi eletti. – Infatti, è di fronte a queste prove e sotto la loro influenza che la pazienza e la fede dei santi si manifestano veramente. Molti uomini quaggiù si credono giusti, perché vivono onestamente finché tutto è prospero per loro; ma quando arrivano le avversità, la loro apparente virtù si scioglie come cera al sole, ed è allora chiaro che servivano Dio solo per i vantaggi che trovavano nella pratica della pietà.

§ 2 – La Bestia che sale dalla terra.

E vidi – continua San Giovanni – un’altra bestia che saliva dalla terra. Questo secondo mostro, che appare qui dopo il primo, rappresenta il gruppo di uomini che diventeranno gli apostoli dell’Anticristo e metteranno al suo servizio tutte le risorse della loro intelligenza, della loro eloquenza e dei loro talenti. La prima bestia sorse dal fondo del mare, e fu formata e crebbe, per così dire, per il solo fatto della sua fondamentale perversità; ma la seconda bestia sorgerà dalla terra, nel senso che sarà generata soprattutto dal desiderio degli individui che ne saranno membri di assicurarsi gloria, onori, ricchezze e piaceri sposando la causa dell’Anticristo. Avrà due corna simili alle corna dell’Agnello. Le due corna dell’Agnello sono, da un lato, la sublime dottrina e, dall’altro, la splendente santità per mezzo della quale il divino Salvatore ha vinto il mondo. A sua imitazione, i seguaci della Bestia predicheranno una dottrina seducente e simuleranno un’alta virtù: con ciò, trionferanno sulle resistenze che cercheranno di opporsi alla loro azione. Parleranno come il drago, bestemmiando come il diavolo stesso, e parleranno con orgoglio e ipocrisia. Essi faranno opere straordinarie come la prima Bestia, perché quest’ultima comunicherà loro il suo potere. Ma come i Dodici operavano miracoli solo in nome di Gesù Cristo e solo per la gloria del loro Maestro, così questi pseudo-apostoli agiranno sempre in presenza della Bestia, cioè nel suo nome e nel suo interesse. Essi condurranno la terra e coloro che ne sono schiavi, ad adorare la Bestia, proclamando ovunque che egli ha trionfato sulla morte, che è risorto dai morti. Essi compiranno prodigi sorprendenti, come, per esempio, far scendere un fuoco dal cielo, sempre per copiare gli apostoli che chiamavano lo Spirito Santo sui primi fedeli in questa forma sensibile. Questo fenomeno non supera d’altronde il potere del diavolo, come la Scrittura insegna espressamente a proposito di Giobbe, le cui greggi satana ha così distrutto.  I segni compiuti dai protagonisti dell’Anticristo raduneranno alla sua causa tutti gli uomini che vivono sotto la schiavitù della carne. Sarà loro ordinato di fare un’immagine della Bestia, che porta sul suo corpo il marchio del colpo che l’ha uccisa e da cui è risorta. Così il figlio della perdizione, come lo chiama San Paolo, si sforzerà di contraffare Cristo in ogni cosa: come il nostro Salvatore è rappresentato in immagini con le cinque piaghe che Egli volle conservare nella Sua sacra carne per richiamarle incessantemente al nostro amore, così l’Anticristo proporrà alla venerazione degli uomini il suo ritratto, nel quale si vedranno i segni della ferita dalla quale pretenderà di essere morto. Tutti saranno invitati a esporre immagini o statue di lui in questo modo. E queste immagini, la seconda Bestia, cioè la banda di predicatori dell’Anticristo, avrà il potere di animarle, di farle parlare e di sterminare chiunque si rifiuti di adorarle. Ciò significa che, su invito di questi maestri dell’inganno, il diavolo stesso darà una parvenza di vita alle statue dell’Anticristo e parlerà attraverso la loro bocca. Infine, questi stessi profeti della menzogna faranno indossare a tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, il carattere della Bestia, – qualcosa come una croce uncinata, – o sulla mano destra o sulla fronte, per marcare che tutti dovranno comportarsi come la Bestia, e confessarla senza arrossire. Nessuno potrà comprare o vendere, nessuno avrà il diritto di esercitare alcun commercio o compiere alcun atto civile se non porta ben visibile il carattere della Bestia, o il suo nome, o il numero del suo nome. – Tutti i dettagli precedenti possono anche essere intesi in senso figurato: gli uomini dovranno farsi un’immagine della Bestia, cioè dovranno modellare la loro condotta sulla sua, come i Cristiani si sforzano di imitare Cristo Gesù in tutto. La seconda Bestia avrà il potere di far parlare le immagini della prima: vale a dire che i predicatori dell’Anticristo potranno, con l’aiuto del diavolo, provocare in se stessi o nei seguaci della Bestia ispirazioni e trasporti analoghi ai carismi che hanno colto i fedeli nei primi tempi della Chiesa. Infine, nell’obbligo imposto a tutti gli uomini di ricevere il carattere della Bestia, o il suo nome, o il numero del suo nome, dobbiamo vedere una parodia del battesimo: i seguaci dell’Anticristo dovranno sottoporsi a qualche rito, che dovrà imprimere su di loro, con tratti indelebili, l’appartenenza al loro padrone; come noi riceviamo al Battesimo il nome di figli di Dio, e anche il numero di questo nome, quando siamo firmati con il numero sacro della Santa Trinità, dei Tre che sono Uno, quando siamo segnati con il nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. – Allora la situazione dei Cristiani diventerà estremamente critica. Essi saranno cacciati, denunciati, messi al bando, e questo su tutta la superficie della terra. In questa prova, però, non devono pensare di essere abbandonati da Dio e sprofondare nella disperazione. Più che mai sarà necessario regolare la propria condotta, non in base alle impressioni del momento, ma in base ai consigli della saggezza. Ora, in questo caso, ecco in cosa consisterà la vera saggezza: chi ha intelletto – e quest’ultima parola deve essere presa qui nel suo senso etimologico, intus legere, leggere dentro – chi sa considerare la profondità delle cose senza fermarsi alle apparenze, calcoli il numero della Bestia. E vedrà chiaramente che questo numero non è il numero di un dio, né il numero di un angelo, ma che è il numero di un uomo, e che questo numero è 666.

§ 3 – Il numero della bestia.

Qui arriviamo ad uno dei punti più oscuri dell’Apocalisse, e uno di quelli che hanno più esercitato la sagacia degli studiosi. Se il lettore avrà la pazienza di seguirci, speriamo tuttavia di aiutarlo, non certo a scoprire i dettagli del tempo della fine del mondo, ma a capire prima il significato letterale di questo passaggio, e poi la lezione morale che si cela dietro di esso. L’Apocalisse fu originariamente scritta in greco. In questa lingua, i numeri sono espressi, come in latino, non da segni speciali, ma dalle lettere dell’alfabeto: così α (alfa) significa 1,   β (beta) significa 2, ι (iota) rappresenta 10; κ (cappa), 20, ecc. Stando così le cose, è sufficiente trovare il nome della Bestia cercando le parole le cui lettere sommate danno il totale di 666. Tra i molteplici nomi che si ottengono in questo modo, ce ne sono tre che tutti i Padri o Dottori hanno conservato, e sui quali l’unanimità della tradizione è piamente raggiunta. Questi sono quelli di: Tειτάν (teitan), che significa gigante; Αντἴμος (antimos), che significa onore contrario; e il verbo ‘ᾈρvoῡμαι  (arnoumai), nego. Gli autori hanno fatto lo stesso lavoro sul testo latino, e qui l’unica parola che ha incontrato la loro approvazione è quella di: Diclux, che interpretano come: Dic me esse lucem veram (dici che sono io la vera luce). Questo nome, notiamo di passaggio, conferisce un interesse particolare alla formula che la croce di San Benedetto porta sui suoi rami: Crux sancta sit mihi lux, non Draco sit mihi dux (Che la santa croce sia la mia luce; che il drago non sia il mio capo). Il nostro Beato Padre conosceva i piani del Principe delle Tenebre, sul quale aveva ricevuto un potere speciale. Questi disegni, che si manifesteranno alla piena luce del giorno, al tempo del regno dell’Anticristo, stanno operando in sordina in tutta la storia del mondo, e con molti secoli di anticipo, San Benedetto, per contrastarli, ha messo nelle nostre mani un segno che è, a nostra insaputa, una professione di fede contro il motto della Bestia. Così l’Anticristo porterà un nome, il cui significato sarà: il gigante, l’onore contrario, la negazione, o: Dite che io sono la luce. Qui la nostra interpretazione letterale deve fermarsi: i commentatori che hanno voluto leggere più precisamente in queste lettere misteriose, e hanno preteso di scoprire in esse i nomi di Tito, Traiano, Cesare, Nerone, Diocleziano, Maometto, o altri più vicini a noi, sono entrati nell’ambito della libera fantasia; essi sono usciti dal sentiero segnato dalla tradizione autentica, che è necessario, tuttavia, seguire passo dopo passo per non smarrirsi su un argomento così difficile. L’Anticristo deve venire alla fine dei tempi: è vano cercare di riconoscerlo in questo o quel personaggio dei secoli passati. Come può ora la saggezza consistere nel capire che il numero dell’Anticristo è il numero di un uomo, e che questo numero è 666? Questo servo del diavolo, come abbiamo visto, farà ogni sorta di prodigi. Farà scendere il fuoco dal cielo e parlerà alle statue; trionferà su tutti i suoi nemici e li consegnerà alla morte; in tutte le sue imprese, riuscirà con una felicità che gli permetterà di affermare che “Dio è con lui”, che è il suo luogotenente, il suo inviato, il suo profeta; e gli uomini la cui mente non è guidata dallo Spirito Santo, ingannati da successi così eclatanti, gli crederanno davvero. Ma tali segni sono davvero il marchio del vero Dio? Il nostro Signore ha mai fatto una cosa del genere? Ha fatto scendere il fuoco dal cielo quando i suoi discepoli glielo hanno chiesto? Ha forse acconsentito a fare prodigi nell’aria o sulla terra, quando i farisei o Erode lo hanno invitato a farlo? Ha usato il Suo potere per assicurarsi la gloria e l’onore tra gli uomini? Ha inseguito e fatto perire i suoi nemici, Egli che ha costretto San Pietro a rimettere nel fodero la spada che aveva estratto per difenderlo, e che, inchiodato alla croce, intercedeva ancora per i suoi carnefici: « Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno »? – Al contrario, Egli ha fatto miracoli solo per alleviare altri uomini; si è mostrato nell’abbigliamento il più modesto, ha vissuto nella povertà più grande, non ha cercato altro trionfo che quello del Calvario, e non ha versato altro sangue che il suo. Ma anche davanti a tanta dolcezza, tanta pazienza, tanta bontà, il cuore dell’uomo, quando non era completamente indurito dall’odio, era costretto a riconoscere la presenza della Verità e a confessare, come il centurione che Lo vide spirare, che Egli era veramente il Figlio di Dio. – Al contrario, davanti agli atti dell’Anticristo, chiunque ascolti la voce della sua coscienza sarà costretto a convenire con se stesso che ha davanti agli occhi solo un uomo, e non un Dio; un uomo segnato dalle stimmate del peccato, schiavo delle passioni più crudeli; Un uomo della razza dei giganti, senza dubbio, ma di quei giganti d’orgoglio che pretendono di scalare i cieli e detronizzare Dio; un uomo che merita il nome di Antimos, cioè Onore Contrario, perché cerca di deviare a proprio profitto un onore, una gloria, un’adorazione che appartengono solo al Creatore; un uomo che sarebbe ben chiamato: Negazione, perché la sua dottrina sa solo contraddire le verità insegnate dalla Chiesa, senza essere in grado di costruire nulla di positivo; un uomo, infine, che non è la luce, e tuttavia vuole costringere tutti gli uomini per tale, e dire che lui è la luce. Questo è il senso in cui la vera saggezza consisterà nel riconoscere che il nome Bestia è un nome di uomo. Ma perché questo numero è ora il 666? Qui dobbiamo entrare per un momento nel campo particolarmente oscuro e difficile della mistica dei numeri. Secondo la Genesi, Dio creò il mondo in sei giorni. Alla sera del sesto giorno, l’intero universo era uscito dalle sue mani; tutti gli esseri che dovevano servire da principio per le specie viventi erano venuti alla luce; non c’era più nulla da trarre dal nulla; eppure l’opera non era finita. Per renderlo perfetto, Dio ha dovuto aggiungere il settimo giorno, il sabato, che porta la sua benedizione, che è il suo giorno e il coronamento degli altri sei. Questo era un modo velato di farci capire che la creatura non è venuta nel mondo per rimanere limitata al lavoro dei sei giorni, o, in linguaggio mistico, per rimanere racchiusa nel numero sei; al contrario, deve tendere ad uscirne e cercare il suo riposo, la sua armonia, il suo equilibrio, il suo compimento, la sua perfezione nel settimo giorno, nel giorno del Signore, che è come la fine della creazione e il fine verso cui tende, in questo sabato, che simboleggia la pace eterna e sovranamente benedetta di Dio, una pace alla quale Egli farà partecipare coloro che hanno compiuto fedelmente il lavoro della vita presente. In questo senso, il sei diventa il numero della creatura, in quanto imperfetta; il sette, al contrario, è il numero del Creatore e della perfezione: ecco perché, come abbiamo già visto, questo numero è anche quello dell’Agnello. Ora, davanti alle opere dell’Anticristo, davanti allo spettacolo di quest’uomo ebbro del suo potere, desideroso di un dominio universale, sempre pronto a glorificarsi e pieno di furia selvaggia contro i suoi nemici, la vera saggezza, quella che permetterà ai giusti di salvarsi, consisterà nel comprendere che nulla di ciò che fa tende alla pace del Signore; che tutta la sua potenza, tutta la sua conoscenza, tutto il suo splendore, tutta la sua gloria non esce dall’ordine creato e dal dominio della pura creatura. Per quanto moltiplichi le sue opere, le decuplichi, le centuplichi, per quanto si impegni, per quanto gonfi ed espanda il suo numero sei, il suo numero creaturale, fino a farlo diventare 666, non potrà uscire da questo numero imperfetto, e né lui né coloro che seguono le sue orme entreranno mai nel riposo del Signore.

TERZA PARTE

L’AGNELLO E LA SUA GIUSTIZIA

Capitolo XIV. – (1-20)

“E vidi: ed ecco l’Agnello che stava sul monte di Sion, e con lui cento quarantaquattro mila persone, le quali avevano scritto sulle loro fronti il suo nome e il nome del suo Padre. E udii una voce dal cielo, come rumore di molte acque, e come rumore di gran tuono: e la voce, che udii, era come di citaristi che suonino le loro cetre. E cantavano come un nuovo cantico dinanzi al trono e dinanzi ai quattro animali e ai seniori: e nessuno poteva dire quel cantico, se non quei cento quarantaquattro mila, i quali furono comperati di sopra la terra. Costoro sono quelli che non si sono macchiati con donne: poiché sono vergini. Costoro seguono l’Agnello dovunque vada. Costoro furono comperati di tra gli uomini primizie a Dio e all’Agnello, e non si è trovata menzogna nella loro bocca: poiché sono scevri di macchia dinanzi al trono di Dio. E vidi un altro Angelo, che volava per mezzo il cielo, e aveva il Vangelo eterno, affine di evangelizzare gli abitatori della terra, e ogni nazione, e tribù, e lingua, e popolo: e diceva ad alta voce: Temete Dio, e dategli onore, perché è giunto il tempo del suo giudizio: e adorate colui che fece il cielo, e la terra, il mare, e le fonti delle acque. E seguì un altro Angelo dicendo: È caduta, è caduta quella gran Babilonia, la quale ha abbeverato tutte le genti col vino dell’ira della sua fornicazione. E dopo quelli venne un terzo Angelo dicendo ad alta voce: Se alcuno adora la bestia e la sua immagine, e riceve il carattere sulla sua fronte, o sulla sua mano: anch’egli berrà del vino dell’ira di Dio, versato puro nel calice della sua ira, e sarà tormentato con fuoco e zolfo nel cospetto dei santi Angeli, e nel cospetto dell’Agnello: e il fumo dei loro tormenti si alzerà nei secoli dei secoli: e non hanno riposo né dì, né notte coloro che adorarono la bestia e la sua immagine, e chi avrà ricevuto il carattere del suo nome. Qui sta la pazienza dei santi, i quali osservano i precetti di Dio e la fede di Gesù. E udii una voce dal cielo che mi diceva: Scrivi: Beati i morti, che muoiono nel Signore. Già fin d’ora dice Io Spirito, che si riposino dalle loro fatiche: poiché vanno dietro ad essi le loro opere. E vidi: ed ecco una candida nuvola, e sopra la nuvola uno che sedeva simile al Figliuolo dell’uomo, il quale aveva sulla sua testa una corona d’oro, e nella sua mano una falce tagliente. E un altro Angelo uscì dal tempio gridando ad alta voce a colui che sedeva sopra la nuvola: Gira la tua falce, e mieti, perché è giunta l’ora di mietere, mentre la messe della terra è secca. E colui che sedeva sulla nuvola, menò in giro la sua falce sulla terra, e fu mietuta la terra. E un altro Angelo uscì dal tempio, che è nel cielo, avendo anch’egli una falce tagliente. E un altro Angelo uscì dall’altare, il quale aveva potere sopra il fuoco: e gridò ad alta voce a quello che aveva la falce tagliente, dicendo: Mena la tua falce tagliente, e vendemmia i grappoli della vigna della terra: poiché le sue uve sono mature. E l’Angelo menò la sua falce tagliente sopra la terra, e vendemmiò la vigna della terra, e gettò (la vendemmia) nel grande lago dell’ira di Dio: e il lago fu pigiato fuori della città, e dal lago uscì sangue fino ai freni dei cavalli per mille seicento stadi.”

§ 1. — I cento quaranta-quattro mila Vergini.

Dopo aver descritto profeticamente la persecuzione dell’Anticristo, San Giovanni, per rafforzarci contro questa temuta eventualità, darà ora una breve descrizione dell’aiuto che il Salvatore e i suoi Santi porteranno allora ai fedeli. Io vidi – dice – ed ecco che l’Agnello era in piedi sul monte di Sion. L’Agnello si riferisce senza dubbio a Cristo stesso, modello di pazienza e di dolcezza, che si lasciò condurre alla morte senza la minima resistenza, come testimoniano tutta la tradizione e la liturgia della Chiesa. Tuttavia Egli sta in piedi, nell’atteggiamento di un uomo che lavora o combatte, e sta sul monte Sion, cioè nella Chiesa, che si erge sopra la terra come una montagna, sulla cui sommità si trova la Città Santa, la Gerusalemme celeste. Infatti Cristo, come abbiamo già detto, opera solo nella Chiesa, ed è inutile cercarlo al di fuori di essa. Intorno a Lui si accalcava la folla innumerevole di coloro che portano il suo Nome ed il Nome del Padre suo, cioè il titolo di Cristiani ed il nome di figli di Dio, che lo portano autenticamente, inciso sulla loro fronte, a lettere indelebili, dal sacramento del Battesimo e con la ferma determinazione con cui nulla devono preferire all’amore di Gesù Cristo. – Da questa massa proveniva una voce, terribile come il rumore di grandi acque o il fragore di un tuono, e dolce allo stesso tempo come il suono dei citaredi quando suonano sulle loro cetre. Questa voce è quella dei Santi nella loro predicazione: una voce terrificante, per le sue continue allusioni al rigore dei giudizi divini; e tuttavia piena di affettuosa tenerezza, perché proviene da cuori infiammati dalla carità. La cetra è la figura della croce: le sue corde secche, tese strettamente sul ripiano di legno, e che rispondono con suoni melodiosi quando la mano del musicista le tocca, simboleggiano Cristo, teso strettamente sulla sua croce, proferendo solo parole d’amore sotto gli oltraggi e i tormenti inflitti. I suonatori di cetra sono i predicatori, che, come San Paolo, non conoscono altro che Cristo, e Cristo crocifisso (I Cor., II, 2). Ma essi suonano la cetra sulle loro cetre: cioè non si accontentano di evocare in termini commoventi le sofferenze del loro Maestro. Si mortificano, crocifiggono la propria carne con i suoi vizi e concupiscenze (Galati, V, 24), passano, come l’Apostolo, attraverso il crogiolo della persecuzione, diventano croci viventi; ed è questo che dà alle loro parole un’unzione, una dolcezza che l’eloquenza e il talento sono incapaci di imitare. Ma mentre si “incetrano” in questo modo, nel mortificano, cantano. La loro vita è illuminata dalla gioia, dalla purezza e dalla speranza. Cantano il canto nuovo, quello che l’Antico Testamento non conosceva, e che Cristo è venuto a rivelare alla terra: il canto di un amore che si rinnova sempre senza mai conoscere declino, stanchezza o assuefazione. Notiamo, tuttavia, che essi cantavano non “il” nuovo canto, ma “come” un nuovo canto, sottintendendo l’autore che il vero canto, il canto autentico e completo, risuonerà solo dopo la resurrezione finale, quando gli eletti avranno recuperato, con i loro corpi, l’integrità della loro natura. – E nessun altro poteva dire questo meraviglioso canto, se non quei centoquarantaquattromila, che rappresentavano tutti coloro che il sangue di Cristo ha redento da questo mondo, tutti coloro che i meriti del loro Salvatore hanno strappato dalla tirannia della carne, dalla schiavitù della concupiscenza, e che sono saliti, attraverso la castità, ad uno stato al di sopra della natura. Questi sono la porzione eletta del popolo di Dio, il coro dei vergini, per cui San Giovanni, essendo egli stesso l’Apostolo vergine, ebbe rivelazioni speciali. È a loro, a questi eunuchi spirituali, per parlare la lingua del Vangelo, che Dio disse profeticamente, per bocca di Isaia: “A coloro che hanno osservato le mie solennità, che hanno fatto ciò che ho voluto e hanno mantenuto la mia alleanza, io darò posto nella mia casa e tra le mie mura. E darò loro un nome migliore che se avessero avuto figli e figlie; darò loro un nome che non perderà (LVI, 4). Solo chi è puro può cantare il canto dell’Agnello, perché la castità fa nascere una gioia interiore che è impossibile conoscere senza di essa; perché dà più forza per predicare, per correggere, per consolare, per parlare di Dio. È San Paolo che ce lo insegna, quando scrive: « Chi non è sposato rivolge la sua attenzione alle cose del Signore, cercando di piacere a Dio; chi è sposato si dedica alle cose del mondo, cercando di piacere a sua moglie, ed è diviso » (I Cor., VII, 3a.). Quindi, coloro che non hanno contaminato i loro corpi e che sono vergini hanno il privilegio di seguire l’Agnello ovunque vada. Cosa significa questo? – Non si tratta di un movimento fisico attraverso gli spazi infiniti dell’empireo, come si può facilmente immaginare. Seguire l’Agnello ovunque Egli vada è seguirlo nello stretto sentiero della rinuncia assoluta; è camminare dietro di Lui nella notte della fede, accettando senza discutere tutti i dogmi che enuncia, tutti i misteri che impone alla ragione. Quelli invece che non seguivano l’Agnello ovunque andasse, che dopo avergli sentito dire che dovevano mangiare la sua carne e bere il suo sangue, mormoravano tra di loro: “Ecco, questa è una parola dura, e chi la può ascoltare? – E molti – aggiunge il Vangelo – se ne andarono e non camminarono più con lui; abbandonarono l’Agnello, essendo la loro fede troppo debole per seguirlo fino alla fine del suo corso. San Pietro, invece, e i discepoli fedeli continuarono a stringersi più vicino: « Signore – dissero – da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna » (Jo., VI, 61, 67, 69). Lo seguivano nel tunnel della fede, e dovevano seguirlo fino alle altezze della carità, il giorno in cui, come Lui, avrebbero dato il loro sangue per la conversione dei loro fratelli e per la salvezza dei loro nemici. Questi – continua San Giovanni – erano separati dagli altri uomini. Essi furono scelti e messi da parte, come si mettono da parte i migliori frutti di un frutteto, per essere offerti come primizie a Dio e all’Agnello. Nessuna menzogna è stata trovata nella loro bocca, perché hanno sempre confessato la verità e aderito con tutto il loro essere alla dottrina cattolica; sono senza macchia davanti al trono di Dio, perché hanno evitato il peccato come meglio potevano, sforzandosi di mantenersi costantemente alla presenza del loro Creatore. Essi formano quella truppa scelta che Dio tiene sempre per sé sulla terra, e che costituisce il nucleo della sua Chiesa attraverso le generazioni, e la cui esistenza fu rivelata al profeta Elia quando gli si disse: « Ho tenuto per me settemila uomini che non si sono inginocchiati a Baal. » (Rom. XI, 4 – III Reg., XIX, 18). Possiamo concludere da questo passaggio che la verginità avrà la precedenza su tutte le altre virtù nella vita eterna? – No: è essenzialmente la carità che servirà da fondamento alla gerarchia degli eletti, e la verginità, di per sé, non meriterà che un aureola, cioè una ricompensa accidentale, come la pazienza dei martiri o l’insegnamento dei dottori. Ma la virtù di cui l’autore sacro vuole parlare qui è piuttosto la purezza del cuore che la castità del corpo. Come non basta mantenere la continenza per essere un santo, così, al contrario, non c’è dubbio che ci sono uomini tra i Santi, e tra i più grandi, che hanno vissuto sotto la legge del matrimonio; solo che, anche in questo stato, il loro cuore aderiva a Dio solo. Lo consideravano come il vero Sposo delle loro anime, cercavano di piacere solo a Lui, e la purezza del loro amore permette loro di essere tra i vergini, intendendo questa parola in senso lato.

§ 2 – La punizione di Babilonia

Abbiamo appena visto che Cristo e i suoi Santi sono pronti a combattere per noi dalla montagna. Non temiamo dunque le persecuzioni a venire, tanto più che il resto della narrazione ci mostrerà la rovina dei nostri nemici come imminente e terribile. L’autore sacro presenta quattro Angeli, che rappresentano tutti i predicatori del Vangelo, e la cui azione si oppone a quella degli araldi dell’Anticristo, rappresentati nel capitolo precedente dalla seconda Bestia. Questi avevano ordinato agli uomini di adorare la Bestia, di riprodurre la sua immagine e di indossare il suo carattere: i predicatori stanno per ricordare loro la necessità di adorare solo Dio, e di mostrare le spaventose punizioni che attendono i seguaci dell’Anticristo. Il primo Angelo apparve dunque, portando con sé il Vangelo eterno, che nessun errore può oscurare, che nessuna persecuzione può distruggere; volò in mezzo al cielo, perché nulla può fermare la diffusione della dottrina cristiana; e si fece sentire, se non da tutti gli uomini, almeno da coloro che sono capaci di desiderare i beni eterni e quindi di vivere come sopra la terra, superiori a tutte le distinzioni di razza, tribù, lingua e popolo: infatti sanno che queste separazioni tra gli esseri umani hanno valore solo per il mondo presente, e che in cielo non ci sarà che un solo gregge e un solo Pastore. Notiamo, di passaggio, che questo testo contiene una condanna formale delle dottrine razziste. E questo Angelo gridò a gran voce: “Temete il Signore, o uomini, e non l’ira della bestia“.È a Lui, e a Lui solo, che dovete rendere l’omaggio che gli spetta, perché ecco, l’ora del suo giudizio sta arrivando: presto, se non vi affrettate, sarà troppo tardi. E adoratelo con tutta la vigilanza, tutto il rispetto, tutto il raccoglimento di cui siete capaci, perché è Lui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e le sorgenti delle acque. “Infatti, Dio ha creato tutte queste cose in senso letterale. Inteso nel suo senso morale, questo passaggio ci ricorda anche la nostra totale dipendenza da Lui: il cielo designa la parte superiore della nostra anima, fatta per vivere la vita degli Angeli; la terra, il nostro corpo di carne, con i suoi istinti più bassi; il mare, le tribolazioni che la vita presente ci porta. Ma accanto ad esse ci sono le sorgenti d’acqua, cioè le grazie che la misericordia divina ha posto ovunque, per lavare la nostra anima dalle sue contaminazioni, per spegnere l’ardore della concupiscenza, per placare la sete del nostro cuore.E un altro Angelo seguì il primo, dicendo: “Non lasciatevi sedurre dalla Bestia, non correte verso la città del male, che è la sua metropoli. Anche se vi appare in tutto il suo splendore, essa è così vicino alla rovina che si può già dire che sia caduta. È caduta, questa grande Babilonia, con i suoi vizi, i suoi idoli, le sue vanità di ogni genere. È già caduta sotto l’azione della sua stessa putredine, e sprofonderà nell’abisso dell’inferno nel giorno del giudizio, essa che ha fatto bere a tutte le nazioni il vino dell’ira della sua fornicazione. “Il vino designa qui la concupiscenza, che, infiammandosi, inebria l’uomo, gli fa perdere l’uso della ragione e lo spinge a tutti i peccati. Ora, il peccato costituisce una fornicazione dell’anima: questa, commettendolo, abbandona il suo legittimo Sposo per correre dietro alla creatura e provoca così l’irritazione di Colui che tradisce. Ecco perché questo vino è chiamato il vino dell’ira della sua fornicazione. Ora viene il terzo Angelo, e questo è ciò che dice: « Se qualcuno adora la Bestia o la sua immagine, se ha ricevuto il suo carattere sulla fronte o sulla mano, cioè se ha confessato pubblicamente la sua fede in lui, o se lo ha imitato nei suoi crimini, anch’egli berrà del vino dell’ira di Dio, che è mescolato con vino puro nel calice della sua ira. » Questo passaggio è molto difficile da capire. La migliore interpretazione sembra essere la seguente: quaggiù, i castighi che Dio ci manda sono strettamente misurati nel calice che prepara per ognuno di noi, in proporzione alle nostre colpe, sotto l’azione dell’ira che i nostri peccati gli ispirano; e la feccia, cioè l’amarezza della sofferenza che questi castighi provocano, si mescola al vino puro, cioè alla forza vivificante che una correzione salutare procura. Ma nell’eternità, i dannati non avranno che la feccia di questo vino; troveranno, quando lo berranno, solo una terribile amarezza, senza nulla che li riscaldi o li conforti. Inoltre, saranno tormentati da un fuoco la cui violenza oltrepassa ogni descrizione, e dall’insopportabile odore di zolfo che regnerà in questa prigione senza aria e senza uscita, dove si ammasserà tutta la corruzione dell’universo. Ma ciò che renderà la loro situazione più crudele sarà l’essere torturati in questo modo in presenza dei santi Angeli ed in presenza dell’Agnello. Queste ultime parole sono rivolte a quegli uomini, così numerosi ai nostri giorni, anche tra i Cristiani, che, preferendo il proprio giudizio alle verità insegnate dalla Chiesa, rifiutano di ammettere sia il carattere spaventoso, che la durata eterna dei tormenti dell’inferno, dichiarandoli incompatibili con la misericordia di Dio. Senza dubbio la ragione umana, lasciata a se stessa, si stupisce di un tale rigore; e la sua nozione di giustizia si adatterebbe volentieri a una punizione finita; ma deve inchinarsi davanti ad un mistero che la supera; deve adorare, con l’Apostolo, la profondità dei tesori della sapienza e della conoscenza di Dio, i cui giudizi sono incomprensibili e le cui vie sono imperscrutabili (Rom., XI, 33.). Se sapessimo cos’è Dio, se avessimo intravisto lo splendore della Sua Maestà e la violenza del Suo amore per l’uomo; se capissimo quale male e ingratitudine rappresenta l’ostinazione nel peccato, vedremmo subito la necessità di un inferno eterno. Non dobbiamo dubitarne: coloro sui quali è stata pronunciata la sentenza di riprovazione non hanno più nulla da aspettarsi dalla misericordia di Dio, né dall’intercessione dei Santi, né dalla carità degli Angeli, né dalla tenerezza di Colui che è morto per loro: essi soffriranno alla presenza dei Santi Angeli e alla presenza dell’Agnello, e questa presenza non sarà loro di alcun aiuto! Infine, l’orrore di questi tormenti è aggravato dal fatto che sono eterni: il fumo di questo fuoco salirà per sempre. E non ci sarà riposo per coloro che hanno adorato la Bestia e la sua immagine, e che si sono permessi di essere marchiati con il carattere del suo nome. Badiamo di non allontanarci o dal disprezzare queste verità, non è senza motivo che la Scrittura ce le pone costantemente davanti agli occhi: esse sono vivificanti e fruttuose: in esse sta il fondamento della pazienza dei Santi, ed è dalla loro considerazione che essi traggono la forza di osservare, nonostante tutte le prove, i comandamenti di Dio, rimanendo fedeli alla legge di Gesù Cristo.

§ 3 – Beati quelli che muoiono nel Signore.

Dopo questa fosca immagine del destino che attende i seguaci della Bestia, ecco ora un raggio di pace di cui godono gli eletti. E udii una voce dal cielo che mi diceva: “Scrivi“. Come se dicesse: “Non accontentatevi di annunciare quello che state per sentire, perché le parole si dimenticano presto; ma scrivetelo, perché rimanga e si tramandi di generazione in generazione. Beati i morti che muoiono nel Signore. Beati coloro che sono morti al mondo, al peccato, a se stessi, alla propria volontà, ai propri attaccamenti sregolati, alla vanità delle cose passeggere! Beati coloro che possono dire con l’Apostolo: “Io vivo, ma non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me“. (Gal. II, 20). Questi sono coloro che sono veramente morti, che sono padroni dei loro appetiti e delle loro passioni, che odiano il peccato per amore della virtù e che desiderano soprattutto piacere a Dio. Quando l’altra morte, quella che è il risultato del peccato originale, e il cui avvicinarsi riempie gli uomini di paura, quando quest’altra morte viene a coglierli, essi si addormentano solo dolcemente nel Signore, e subito, appena le loro anime sono separate dai loro corpi – (Qui abbiamo seguito, come sempre, la lezione della Vulgata. Il testo greco ha una puntualizza diversamente. Dice: Beati i morti che muoiono nel Signore adesso, come per significare: senza aspettare la risurrezione generale. Già lo Spirito dice: ecc. Il significato è lo stesso.), – Lo Spirito, cioè il Dio dell’amore, comanda che entrino nella beatitudine eterna, e che godano senza fine del riposo che hanno meritato con le loro opere. Perché gli uomini, quando lasciano questo mondo, non portano con sé nulla delle ricchezze, degli onori o dei piaceri di questo mondo; ma il merito o il demerito di tutte le loro azioni rimane con loro, e questo per l’eternità.

§ 4 – Visione del Giudizio Universale.

Dopo la visione dell’Agnello sul monte, dopo l’annuncio dei castighi riservati agli empi, San Giovanni, sempre con l’intenzione di confortare coloro che dovranno combattere contro l’Anticristo, dà loro una breve descrizione del Giudizio Universale, dove i buoni e i cattivi riceveranno il giusto castigo per la loro condotta. Io guardai – egli dice – ed ecco, apparve una nuvola bianca, e seduto su di essa c’era uno simile al Figlio dell’Uomo. Questa nuvola bianca è il simbolo della carne immacolata di Cristo. Dio, infatti, ha nascosto la sua maestà e lo splendore della sua gloria dietro questa santa Umanità, come fa il sole quando, posto dietro una nuvola, manda sulla terra il suo calore e la sua luce, ma attenuato, e senza mostrarsi nella sua propria forma. – Nel giorno del giudizio, la natura umana di Cristo servirà da trono per la divinità: per questo San Giovanni vide uno seduto su di essa che era come il Figlio dell’Uomo. Era Gesù, e lo riconobbe senza difficoltà, perché lo aveva visto con i suoi occhi ogni giorno per tre anni e lo aveva toccato con le sue mani (1 Jo., I, 1), quando aveva aiutato a portarlo giù dalla croce. Ma era questo, Gesù liberato da tutte le infermità umane, Gesù che irradiava una tale gloria, una tale bellezza, un tale fascino che sembrava non essere più lo stesso: Aveva sul suo capo una corona d’oro, come simbolo del potere regale che aveva ricevuto su tutto il genere umano; e aveva in mano una falce affilata, come segno del suo potere giudiziario, che gli avrebbe permesso di punire i malvagi con la stessa facilità con cui il mietitore abbatte le spighe di grano. E un Angelo uscì dal tempio, gridandogli a gran voce: “Getta la tua falce e mieti, perché è giunta l’ora della mietitura, perché la messe della terra è matura“. Questo Angelo rappresenta l’assemblea dei Santi, che usciranno dalla dimora celeste dove già regnano, per supplicare il Signore di affrettare l’ora del giudizio, perché la perversione del mondo ha raggiunto il suo apice, perché la terra non produce più virtù. Ed il Salvatore, in risposta alla loro preghiera, gettò la sua falce sulla terra, ed essa fu mietuta: sia i buoni che i cattivi perirono e comparvero davanti al giudizio di Dio. Poi un altro Angelo uscì dal tempio, ma questo portava una falce affilata come il Salvatore: egli personifica il gruppo di Santi che occupano le più alte dimore del cielo, e che parteciperanno al potere giudiziario di Cristo; quelli di cui la Sapienza dice che giudicheranno le nazioni (III, 8), e ai quali il Signore ha promesso, nella persona degli Apostoli, di farli sedere vicino a Lui, per giudicare le dodici tribù d’Israele (Matth. XIX, 18). Gli assistenti del Giudice sovrano sono al loro posto. Un altro Angelo appare in mezzo a loro: questo viene dall’altare, cioè dal cuore stesso del tempio, dal seno della divinità; esso rappresenta Nostro Signore in persona. Egli invita i Santi ad usare il potere che ha dato loro, a gettare la loro falce e a raccogliere i grappoli prodotti dalla vigna della terra, perché le sue uve sono mature; cioè a separare i buoni dai malvagi, perché i primi sono maturi per il cielo, mentre la cattiveria dei secondi è ormai senza rimedio. E l’Angelo lanciò la sua falce e vendemmiò la vigna. Questo non significa che i Santi eserciteranno realmente la giustizia suprema al tribunale dell’ultimo giorno, ma l’esempio della loro vita pura, retta e penitente, che si manifesterà improvvisamente nel grande giorno delle assise del mondo, sarà una condanna implacabile della vita degli empi e li coprirà della più amara confusione. L’autore della Sapienza aveva già raffigurato profeticamente questa scena quando raccontava le lamentele disperate dei dannati posti di fronte alla gloria degli eletti. (V) E quello che era stato vendemmiato cadde nel grande lago dell’ira di Dio, cioè nell’inferno. (Abbiamo tradotto le parole lacum… magnum, del verso 19, con: il grande lago, come la maggior parte dei commentatori. Tuttavia, alcuni di loro, tra i quali dobbiamo citare San Girolamo, fanno di magnum un complemento diretto di misit, e leggono: ha mandato il grande, cioè il superbo, l’anticristo, nel lago dell’ira di Dio. Le versioni greche, variando su questo punto, permettono entrambe le interpretazioni). E il lago fu calpestato fuori dalla città di Dio:  tutta la massa dei dannati sarà messa sotto l’oppressione del rimorso e della sofferenza eterna. Ma perché l’autore sottolinea qui che sono calpestati fuori della città? – Per farci sentire la disperazione della punizione dei dannati. Quando i Santi soffrono su questa terra, quando sono messi sotto quella pressione di prove e persecuzioni a cui alludono i titoli di certi salmi, le loro anime senza dubbio sanguinano, sopportano tormenti che li fanno gridare di dolore: ma almeno il loro sangue scorre nella città:  va ad unirsi a quello di Cristo nel calice che egli offre al Padre suo, producendo frutti inestimabili, e si trasforma in un vino delizioso che gli Angeli portano nelle cantine del Paradiso, acquistando per sé in eterno quel peso di gloria di cui parla San Paolo. Lo stesso vale per i Cristiani che fanno penitenza, per le anime che gemono in Purgatorio; le loro pene, per quanto dolorose, non sono perdute: ottengono la remissione dei loro peccati e aprono per essi le porte del cielo. Ma ciò che è terribile per i dannati è soffrire fuori della città, essere tagliati fuori per sempre dalla comunione dei Santi, separati dal Corpo Mistico di Gesù Cristo, e dover sopportare tormenti indicibili senza ottenerne alcun merito. La loro sofferenza, privata di quella fecondazione che solo la partecipazione a quella di Cristo poteva darle, è sterile, spietatamente sterile. Non farà mai nascere il più piccolo germoglio di compunzione, né il più piccolo fiore di pazienza; servirà solo ad alimentare il loro rimorso, il loro odio per Dio, la loro disperazione, a strappare loro quegli ululati dell’inferno, uno solo dei quali, secondo i Santi, ci raggelerebbe di terrore se ci fosse data la possibilità di sentirlo quaggiù.  E il sangue uscì dal lago e salì all’altezza delle mascelle dei cavalli per una distanza di milleseicento stadi. – Il cavallo è spesso preso, nella Scrittura, come simbolo delle passioni umane. Nel suo stato naturale è un animale fiero, lascivo e selvaggio; ma, domato dall’uomo, diventa il suo compagno più nobile e utile. Allo stesso modo, le nostre passioni, lasciate libere, corrono dietro a tutte le soddisfazioni dei sensi; sottomesse al contrario dalla volontà, aiutano potentemente quest’ultima ad andare verso Dio. Dicendo che il sangue uscì dal lago e salì fino ai morsi dei cavalli, San Giovanni vuole farci capire che la punizione dell’Inferno, attualmente nascosta in fondo all’abisso, diventerà manifesta a tutti gli occhi al momento del Giudizio; essa si diffonderà come una marea su tutte le attività umane che non hanno accettato il morso, o briglia, della ragione. Solo coloro che hanno acconsentito a frenare i loro appetiti e a vivere secondo la legge di Dio scamperanno. – (L’interpretazione che diamo di questo passo si ispira al commento di Andrea di Cesarea (Pat. Gr. de Migne, t. 106, col. 351). Non è tuttavia la più comune: la grande maggioranza degli interpreti autorizzati dell’Apocalisse vede nei cavalli gli uomini abbandonati alle loro passioni; nel morso, i demoni che regolano tutti i loro movimenti, come la briglia dirige quelli del cavallo. La confusione dei dannati si riverserà sui demoni, che saranno crudelmente puniti per ognuno dei peccati che hanno fatto commettere agli uomini) –  Lo stadio è un’arena in cui si giocano i giochi più diversi: gli uomini impiegano tutta la loro abilità e la loro forza per ottenere una futile ricompensa ed una gloria momentanea. In questo senso, è l’immagine del mondo, con le sue vanità e inconsistenze, dove l’uomo spreca tutta l’energia che ha dal suo Creatore. E l’autore parla di milleseicento stadi per mostrare il carattere universale di questa inondazione o castigo che abbraccerà tutto lo spazio, rappresentato qui dal numero mille, e tutto il tempo, rappresentato dal numero seicento a causa delle sei età del mondo.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (9)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. PIO IX – “PRÆDECESSORES NOSTROS”

Il Santo Padre Pio IX scrive questa lettera in favore dei fedeli di Irlanda provati da luttuose avversità e da una feroce carestia… « Noi concediamo un’indulgenza di sette anni a coloro che in qualsiasi modo interverranno con quelle preghiere; a coloro poi che parteciperanno a tutto il triduo recitando le stesse preci, e durante la settimana del triduo, dopo essersi purificati col sacramento della penitenza, si accosteranno al Santissimo sacramento dell’Eucaristia, con la Nostra autorità apostolica concediamo l’Indulgenza plenaria. » Questo è il modo in cui la Chiesa cattolica ha sempre affrontato le difficoltà di ogni genere che hanno afflitto popoli fedeli, nazioni cristiane e non in ogni tempo, chiedendo prima l’aiuto di Dio con preghiere e suppliche fervorose, e poi sovvenendo ai bisogni spirituali con elemosine ed interventi atti ad alleviare le necessità corporali. Qui addirittura ci sono le indulgenze plenarie per chi collabora all’azione spirituale con preghiere, suppliche, tridui. Inutile sottolineare le differenze tra l’operato dei veri Pontefici e prelati cattolici, ed i buffoni finti religiosi apostati e falsi rintanati negli edifici usurpati che temono raffreddori e febbricole impedendo anche le più elementari pratiche religiose, per quanto già  di per sé sacrileghe ed invalide, fino a cancellare nella mente delle gente ignara ed ingannata anche il ricordo dei principi e pratiche cristiane, come i sacramenti, il culto divino, finanche le preghiere più popolari … ma si deve obbedire al padrone e padre loro … al diavolo! Attenti raccoglierete quel che seminate, è un assioma banale … la zizzania verrà legata …e bruciata nel fuoco eterno … et Ipsa conteret caput tuum …


Pio IX


Praedecessores Nostros

Voi che avete studiato e approfondito la storia della Chiesa, certamente sapete che i Romani Pontefici Nostri Predecessori hanno sempre dedicato ogni assidua e coscienziosa cura alle Genti Cristiane, al fine di recar loro giovamento in qualunque modo. E neppure ignorate che quell’impegno salutare e nobilissimo non ha compreso soltanto i vantaggi spirituali nei confronti del Popolo Cristiano, ma fu indirizzato anche ad alleviare le pubbliche calamità che talvolta percossero la Gente Cristiana. Tale asserto trova conferma nei documenti di antichi e più recenti tempi, e nella memoria nostra e dei nostri padri. Infatti, a chi poteva o doveva meglio convenire l’esercizio di questa paterna sollecitudine dell’animo, diretta a risollevare tutti i Cristiani, se non a coloro ai quali la fede cattolica insegna “ad essere Padri e Maestri di tutti i Cristiani“? Presso chi era più logico che gli sventurati si rifugiassero, se non presso coloro che, posti al vertice della Chiesa, dimostrarono da lungo tempo e alla prova dei fatti “di essere sospinti dall’amore di Cristo“? – Commossi da codesto luminoso esempio dei Nostri Predecessori e dalla propensione della Nostra volontà, non appena venimmo a sapere che il Regno d’Irlanda soffriva di una gravissima carestia di cereali e si affidava alla carità per quanto riguarda il rifornimento di altri alimenti, e che quella gente era afflitta da una terribile pestilenza provocata dalla penuria di cibo, dedicammo subito ogni sforzo – per quanto era a Noi concesso – per soccorrere quel popolo in pericolo. Pertanto, in questa Nostra Urbe abbiamo indetto pubbliche preghiere da innalzare a Dio e abbiamo esortato il Clero, il Popolo Romano e tutti gli altri residenti a Roma a recare aiuto all’Irlanda. Conseguentemente, la parte del denaro da Noi volentieri offerta e la parte raccolta a Roma, compatibilmente con le ristrettezze dei tempi, sono state mandate quale aiuto, ai Nostri Venerabili Fratelli Arcivescovi d’Irlanda perché le distribuissero secondo la condizione dei luoghi e dei loro cittadini indigenti. – In verità, finora Ci giungono dall’Irlanda preoccupanti lettere con le quali vengono riferite notizie sulle calamità sopra ricordate: calamità che in quell’isola perdurano tuttora ed anzi si aggravano ulteriormente; tali informazioni affliggono il Nostro animo con incredibile dolore e Ci spingono ad accorrere nuovamente in soccorso di quella gente. Che cosa infatti non dobbiamo tentare per rianimare quella popolazione che si dibatte fra tanti pericoli, dal momento che conosciamo quanta sia sempre stata la devozione del Clero e del Popolo d’Irlanda verso la Sede Apostolica; quanto in tempi difficilissimi sia rifulsa la tenacia di quella gente nel professare la religione cattolica; con quante fatiche il Clero d’Irlanda si sia adoperato per la diffusione della Religione Cattolica anche in remotissime regioni della terra, e infine con quanta devozione e zelo religioso, presso la gente irlandese, nella Nostra umile persona “sia onorato e compreso San Pietro, la cui dignità (per usare le parole di Leone Magno) non viene a mancare in un indegno erede“? – Pertanto, dopo aver seriamente riflettuto su così grave questione ed aver ascoltato il parere di non pochi Venerabili Fratelli Nostri Cardinali di Santa Romana Chiesa, abbiamo deciso di scrivervi, Venerabili Fratelli, questa lettera per esaminare insieme con voi le urgenti necessità del popolo d’Irlanda. Naturalmente, a voi tutti suggeriamo che nelle diocesi o nelle regioni sottoposte alla vostra giurisdizione prescriviate (come è stato fatto in passato nell’Urbe Roma) per tre giorni pubbliche preci da recitare nelle chiese, e in altri luoghi sacri determinati, per pregare Dio, Padre di misericordia, di liberare la gente d’Irlanda da così grande calamità e di allontanare una tale e così grande sventura anche dagli altri Regni e Regioni d’Europa. E perché questo avvenga più celermente e più vantaggiosamente, Noi concediamo un’indulgenza di sette anni a coloro che in qualsiasi modo interverranno con quelle preghiere; a coloro poi che parteciperanno a tutto il triduo recitando le stesse preci, e durante la settimana del triduo, dopo essersi purificati col sacramento della penitenza, si accosteranno al Santissimo sacramento dell’Eucaristia, con la Nostra autorità apostolica concediamo l’Indulgenza plenaria. Peraltro, Venerabili Fratelli, raccomandiamo soprattutto al vostro amore di sollecitare con le vostre esortazioni il popolo soggetto alla vostra giurisdizione ad alleviare con l’elargizione di elemosine la gente irlandese. Sappiamo anche che non avete bisogno che si spieghino a voi il valore dell’elemosina e i copiosi frutti che da essa derivano al fine di ottenere la clemenza di Dio Ottimo Massimo. Conoscete le lodi tributate all’elemosina, dottamente e sapientemente, dai Santissimi Padri della Chiesa e particolarmente da San Leone Magno in parecchi suoi sermoni. Avete anche a disposizione la famosa lettera scritta da San Cipriano Martire, Vescovo di Cartagine, ai Vescovi della Numidia: essa contiene una perspicua testimonianza del singolare impegno con cui il popolo affidato alla sua cura pastorale venne in soccorso dei Cristiani bisognosi d’aiuto, con copiosa elargizione di elemosine. Potete inoltre ricordare le parole di Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano: “La nobiltà delle ricchezze non sta nella vita mondana dei ricchi, ma nel cibo dato ai poveri; in questi, infermi e bisognosi, la ricchezza splende meglio; i Cristiani devono imparare a procurarsi, col denaro, non beni propri, ma quelli che sono di Cristo, affinché anche Cristo cerchi di loro“. Ricordando queste ed altre cose per accrescere la vostra benignità, speriamo che in futuro ai poveri, di cui stiamo parlando, possiate essere di grande aiuto. – Potremmo a questo punto porre fine al presente scritto. Ma poiché, assecondando la Nostra volontà, Venerabili Fratelli, state per indire pubbliche preghiere, non vogliamo tralasciare ciò che giorno e notte sollecita “la nostra quotidiana perseveranza, l’amore per tutte le Chiese” (2 Cor XI, 28). Certamente sta davanti ai Nostri occhi l’atroce e crudele tempesta che già da tempo si è scatenata contro la Chiesa universale; atterrisce l’animo ricordare “con quanta malvagità abbia agito il nemico nel Santo” (Sal LXXIV, 3) e quanto disonesta sia la congiura “contro il Signore e contro Cristo suo Figlio” (Sal II, 2). Perciò caldamente vi raccomandiamo che, colta l’occasione di indire pubbliche preghiere per l’Irlanda, esortiate contemporaneamente il popolo affidato al vostro governo a pregare Dio per la Chiesa universale.

Frattanto a Voi, Venerabili Fratelli, affettuosamente impartiamo l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 25 marzo 1847, anno primo del Nostro Pontificato.

DOMENICA III DOPO PASQUA (2021)

DOMENICA III DOPO PASQUA (2021)

Semidoppio. • Paramenti bianchi.

La Chiesa è nella gioia perché Gesù è risuscitato e ci ha fatti liberi (All.). Essa dà quindi gloria a Dio (Intr.) e ne canta le lodi (Off.). «Ancora un poco di tempo e non mi vedrete più, aveva detto Gesù nel Cenacolo, allora piangerete e vi lamenterete; ancora un poco di tempo e mi rivedrete e il vostro cuore si rallegrerà» (Vang.). Gli Apostoli, vedendo Gesù risuscitato, provarono quella gioia che risuona ancora nella liturgia pasquale; e come la Pasqua è un’immagine della Pasqua eterna, questa gioia è la stessa che avrà la Chiesa quando, dopo aver, nel dolore, generato anime a Dio, vedrà Gesù apparire trionfante nel cielo alla fine dei secoli, tempo assai breve, se paragonato all’eternità (Mattutino). « Egli allora cambierà la nostra afflizione in un gaudio che nessuno potrà più rapirci » (Vang.). Questo gaudio santo comincia già su questa terra, poiché Gesù non ci lascia orfani, ma viene a noi per mezzo dello Spirito Santo; e nella grazia sua siamo colmati di gioia nella speranza di una felicità avvenire. Non attacchiamoci ai vari piaceri del mondo, dice San Pietro, noi che siamo stranieri e viandanti avviati verso il cielo al seguito del divino Risuscitato, ma osserviamo i precetti tanto positivi, quanto negativi del Vangelo (Ep.), affinché, facendo professione di Cristianesimo, possiamo evitare quello che disonora questo nome e praticare quanto vi è conforme (Or.) e giungere cosi alla celeste Gerusalemme. «uno dei sette Angeli mi disse: Vieni e ti mostrerò la novella sposa, la sposa dell’Agnello. E vidi Gerusalemme che scendeva dal cielo, ornata dei suoi monili, alleluia. Come è bella la sposa che viene dal Libano, alleluia » (Respons.). L’eucaristico e divino alimento delle anime nostre protegga i nostri corpi (Postcomm.), affinché mitigando in noi l’ardore dei desideri terrestri, ci faccia amare i beni celesti (Secr.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXV: 1-2. Jubiláte Deo, omnis terra, allelúja: psalmum dícite nómini ejus, allelúja: date glóriam laudi ejus, allelúja, allelúja, allelúja.

[Giubila in Dio, o terra tutta, allelúia: innalza inni al suo Nome, allelúia: dà a Lui gloria con le tue lodi, allelúia, allelúia, allelúia.]

Ps LXV: 3 Dícite Deo, quam terribília sunt ópera tua, Dómine! in multitúdine virtútis tuæ mentiéntur tibi inimíci tui.

[Dite a Dio: quanto sono terribili le tue òpere, o Signore. Con la tua immensa potenza rendi a Te ossequenti i tuoi stessi nemici.]

Jubiláte Deo, omnis terra, allelúja: psalmum dícite nómini ejus, allelúja: date glóriam laudi ejus, allelúja, allelúja, allelúja.

[Giubila in Dio, o terra tutta, allelúia: innalza inni al suo Nome, allelúia: dà a Lui gloria con le tue lodi, allelúia, allelúia, allelúia.]

Oratio 

Orémus. – Deus, qui errántibus, ut in viam possint redíre justítiæ, veritátis tuæ lumen osténdis: da cunctis, qui christiána professióne censéntur, et illa respúere, quæ huic inimíca sunt nómini; et ea, quæ sunt apta, sectári.

[O Dio, che agli erranti mostri la luce della tua verità, affinché possano tornare sulla via della giustizia, concedi a quanti si professano cristiani, di ripudiare ciò che è contrario a questo nome, ed abbracciare quanto gli è conforme.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli: 1 Pet II: 11-19

“Caríssimi: Obsecro vos tamquam ádvenas et peregrínos abstinére vos a carnálibus desidériis, quæ mílitant advérsus ánimam, conversatiónem vestram inter gentes habéntes bonam: ut in eo, quod detréctant de vobis tamquam de malefactóribus, ex bonis opéribus vos considerántes, gloríficent Deum in die visitatiónis. Subjécti ígitur estóte omni humánæ creatúræ propter Deum: sive regi, quasi præcellénti: sive dúcibus, tamquam ab eo missis ad vindíctam malefactórum, laudem vero bonórum: quia sic est volúntas Dei, ut benefaciéntes obmutéscere faciátis imprudéntium hóminum ignorántiam: quasi líberi, et non quasi velámen habéntes malítiæ libertátem, sed sicut servi Dei. Omnes honoráte: fraternitátem dilígite: Deum timéte: regem honorificáte. Servi, súbditi estóte in omni timóre dóminis, non tantum bonis et modéstis, sed étiam dýscolis. Hæc est enim grátia: in Christo Jesu, Dómino nostro.”

(“Carissimi: Io vi scongiuro che da stranieri e pellegrini vi asteniate dai desideri sensuali, che fanno guerra all’anima. Tenete una buona condotta fra i gentili, affinché, mentre sparlano di voi quasi foste malfattori, considerando le vostre buone opere, diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà. Per amor di Dio siate, dunque, sottomessi a ogni autorità umana; sia al re, che è sopra di tutti, sia ai governatori come da lui mandati a far giustizia dei malfattori e a premiare i buoni. Poiché questa è la volontà di Dio, che, operando il bene, chiudiate la bocca all’ignoranza degli uomini stolti. Diportatevi da uomini liberi, che non fate della libertà un mantello per coprire la nequizia, ma quali servi di Dio. Onorate tutti, amate la fratellanza, temete Dio, rendete onore al re. Servi, siate con ogni rispetto sottomessi ai padroni, e non soltanto ai buoni e benevoli, ma anche agli indiscreti; poiché questa è cosa di merito; in Gesù Cristo Signor nostro”).

L’obbedienza e l’autorità come principio

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Tutta l’Epistola di questa domenica, terza domenica di Pasqua, è degna del suo autore umano e delle circostanze storiche in cui gli accadde di scrivere. San Pietro, apostolo dell’autorità tratta precisamente dell’autorità per garantirne i diritti. Ma non si circoscrive nel suo mondo religioso, non chiede obbedienza solo ai pastori d’anime, va oltre ei direbbe guardi di preferenza, almeno a momenti, l’autorità civile. Certo egli pensa a quel mondo romano che dopo essere stato il mondo della violenza, volle essere il mondo della legge. E si preoccupa, il Pontefice, ormai romano anch’esso, di quel mondo in cui vive, se nme preoccupa in due modi, per due ragioni. Intanto quel mondo ha un suo valore spirituale, morale, vero e proprio in quanto non è pio e non vuol essere il mondo della violenza bruta e dell’arbitrio personale, quel mondo non bisogna guastarlo per pretesa, neppur per pretesi interessi spirituali superiori come certi fanatici sarebbero pronti a fare; bisogna conservarlo. Il Cristianesimo assume il suo ufficio di conservatore della civiltà. Conservarlo per se stesso, conservarlo anche per creare uno scandalo civile alle coscienze di fronte all’invito religioso del Vangelo. – Ma per conservare quel mondo civile bisogna custodire, rafforzare il principio, uno dei principi su cui regge, che è proprio l’autorità col suo correlativo: l’obbedienza. L’autorità principio unificatore, l’autorità rappresentanza dell’intere collettivo di fronte alla somma degli interessi individuali, somma concorrente. – Il Cristianesimo per bocca dei suoi primi propagandisti più autorevoli, Pietro e Paolo, vi apporta il suggello di una vera e propria consacrazione, il paganesimo, in fondo, ha avuto – se è limitato al concetto di autorità per forza, o delle autorità entusiasmo – nell’un caso e nell’altro, un concetto personale dell’autorità, la persona del monarca (comunque poi si chiami chi comanda). Nel paganesimo, e dovunque il paganesimo, il laicismo civile risorge, comanda il più forte, in ragione ed in nome della sua forza. Il monarca è il potente, uomo o classe. – Che se poi si esce da questa situazione così precaria e avvilente, vuoi per chi comanda, vuoi per chi obbedisce, è per il rotto della cuffia dell’entusiasmo, il mito, il feticcio. Il monarca è Cesare, tutti lo acclamano e lo adulano. Di fronte alla sua autorità personale e mitologizzata l’obbedienza è servilità, una schiavitù dorata, schiavitù sempre. Il monarca nei due casi comanda, s’impone perché è lui. Il padrone sono me. Si fabbrica sull’arena mobile. Se la forza vien meno? Se l’entusiasmo si sgonfia? Che cosa succede? Dove va a finire la società di cui l’autorità è anima, vita, forza stabile, è verso la spersonalizzazione dell’autorità. L’autorità principio sostituita dall’autorità persona. E noi abbiamo di questo sforzo una formula magica nell’epistola di oggi. – « Obbedite ai vostri capi legittimi anche quando, anche se essi sono cattivi ». È l’ipotesi più terribile. La bontà e la qualità che sembra essenziale in chi comanda. Passi pure la mancanza di genio, d’ingegno, ma la bontà! La funzione del comando è proprio una funzione morale e moralizzatrice. E l’Apostolo è ben lontano dal negare in chi comanda l’utilità, la preziosità della bontà. Un buon monarca è il piu grande dono di Dio a un popolo. Ma non bisogna edificare lì; neppur lì, su questa facoltà preziosissima. Guai! Si tornerebbe al personalismo; l’obbedienza è alla discrezione dei sudditi e possono giudicare le qualità personali. E perciò obbedite ai vostri capi sempre, perché sono capi, qualunque siano le loro qualità o i loro difetti… anche ai (personalmente cattivi. Purché non comandino il male, purché non si erigano comandando né contro Dio, né contro la coscienza. – I Cristiani sono così i sudditi migliori, i più fidati dell’impero … d’ogni impero, d’ogni stato civile, diremmo oggi in linguaggio moderno. E perciò sono ciechi i governi che combattono il Cristianesimo; si danno la zappa sui piedi. Sono miopi i governi che accarezzano la religione per secondi fini, sono savi oltreché onesti, i governi che favoriscono senza ipocrisie, equivoci e sottintesi il Cristianesimo: lavorando in apparenza per la religione, lavorano in realtà abilmente ed efficacemente per sé.

Alleluja

Allelúja, allelúja. Ps CX: 9

Redemptiónem misit Dóminus pópulo suo: alleluja.

[Il Signore mandò la redenzione al suo pòpolo. Allelúia.]

Luc XXIV: 46 Oportebat pati Christum, et resúrgere a mórtuis: et ita intráre in glóriam suam. Allelúja.

[Bisognava che Cristo soffrisse e risorgesse dalla morte, ed entrasse così nella sua gloria. Allelúia.]

Evangelium

Joannes XVI: 16; 22

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Módicum, et jam non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me: quia vado ad Patrem. Dixérunt ergo ex discípulis ejus ad ínvicem: Quid est hoc, quod dicit nobis: Módicum, et non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me, et quia vado ad Patrem? Dicébant ergo: Quid est hoc, quod dicit: Modicum? nescímus, quid lóquitur. Cognóvit autem Jesus, quia volébant eum interrogáre, et dixit eis: De hoc quaeritis inter vos, quia dixi: Modicum, et non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me. Amen, amen, dico vobis: quia plorábitis et flébitis vos, mundus autem gaudébit: vos autem contristabímini, sed tristítia vestra vertétur in gáudium. Múlier cum parit, tristítiam habet, quia venit hora ejus: cum autem pepérerit púerum, jam non méminit pressúræ propter gáudium, quia natus est homo in mundum. Et vos igitur nunc quidem tristítiam habétis, íterum autem vidébo vos, et gaudébit cor vestrum: et gáudium vestrum nemo tollet a vobis.”

[In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete, perché io vado al Padre. Dissero perciò tra loro alcuni dei suoi discepoli: Che significa ciò che dice: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete, perché io vado al Padre? Cos’è questo poco di cui parla? Non comprendiamo quel che dice. E conobbe Gesù che volevano interrogarlo, e disse loro: Vi chiedete tra voi perché abbia detto: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete. In verità, in verità vi dico che voi piangerete e gemerete, laddove il mondo godrà, sarete oppressi dalla tristezza, ma questa si muterà in gioia. La donna, allorché partorisce, è triste perché è giunto il suo tempo: quando poi ha dato alla luce il bambino non si ricorda più dell’affanno, a motivo della gioia perché è nato al mondo un uomo. Anche voi siete adesso nella tristezza, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore gioirà, e nessuno vi toglierà il vostro gàudio.]

OMELIA

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. II, 4° ed. Torino, Roma; C. Ed. Marietti, 1933)

Sulle afflizioni.

Amen, amen dico vobis,

Quia plorabitis et flebitis  vos:

mundus autem gaudebit.”

(JOAN. XVI, 20) .

Chi potrebbe ascoltare senza stupire, Fratelli miei, il linguaggio che il Salvatore tiene ai discepoli prima di salire al cielo, quando predice che la loro vita non sarebbe stata che un succedersi di lagrime, di croci e di sofferenze; mentre i seguaci del mondo si abbandonerebbero ad una gioia insensata, ridendo come frenetici? « Non già – ci dice S. Agostino – che i seguaci del mondo, cioè i malvagi, non abbiano anch’essi le loro pene; i dolori e gli affanni sono le conseguenze di una vita peccaminosa, un cuore sregolato trova il suo supplizio nella propria sregolatezza. „ Essi sono travolti nella maledizione che Gesù Cristo pronuncia contro coloro i quali non pensano che ad abbandonarsi ai piaceri ed alla gioia. La sorte dei buoni Cristiani è ben differente: bisogna ch’essi si rassegnino a passare la vita nella sofferenza e nel pianto; ma poi, dalle lagrime e dai dolori passeranno ad una gioia e ad un piacere infinito nella sua grandezza e nella sua durata; mentre i seguaci del mondo, dopo qualche momento di gioia, mescolata ad amarezze, passeranno la loro eternità nelle fiamme. « Guai a voi, dice loro Gesù Cristo, guai a voi che non pensate che a godervela, poiché i vostri piaceri davanti alla mia giustizia vi saranno causa di danni senza fine. Ah! fortunati, dice poi ai buoni Cristiani, ah! fortunati voi, che passate i vostri giorni nelle lagrime, poiché verrà un giorno in cui Io stesso vi consolerò. » Vi mostrerò dunque, F . M., che le croci, i dolori, la povertà ed il disprezzo sono l’eredità di un Cristiano che cerca di salvare la propria anima e di piacere a Dio. O bisogna soffrire in questo mondo, o non sperar mai più di vedere Iddio lassù in cielo. Esaminiamo tutto questo un po’ davvicino.

I . — Dico primieramente che da quando siamo annoverati tra i figli di Dio, prendiamo una croce, la quale non deve abbandonarci che alla morte. Dovunque Gesù Cristo ci parla del cielo non manca di dirci che noi non possiamo meritarlo se non colle croci e colle sofferenze: « Prendete la vostra croce, ci dice Gesù Cristo, e seguitemi, non per un giorno, non per un mese, non per un anno, ma per tutta la vostra vita. » S. Agostino ci dice: « Lasciate le gioie ed i piaceri alla gente del mondo; ma voi che siete figli di Dio, piangete coi figli di Dio. » Le sofferenze e le persecuzioni ci sono vantaggiosissime sotto due rapporti. Primo, perché vi troviamo mezzi assai efficaci di espiare i nostri peccati passati, poiché, o in questo mondo, o nell’altro bisogna subirne la pena. In questo mondo le pene non sono infinite sia nella durata che nel rigore: siamo in mano di un Dio misericordioso che ci castiga perché ha grandi disegni di misericordia su di noi; Egli ci fa soffrire un momento per renderci felici durante tutta una eternità. Per quanto sieno grandi le nostre pene, Egli non ci tocca ora che col suo dito mignolo; mentre, nell’altra vita, i dolori ed i tormenti che sopporteremo saranno generati dalla sua potenza e dal suo furore. Sembrerà ch’Egli cerchi esaminare le sue forze per farci soffrire. In questo mondo le nostre pene sono ancora addolcite dalle consolazioni e dai conforti che troviamo nella nostra santa Religione; ma nell’altro mondo non avremo né consolazioni né sollievo; tutto sarà per noi motivo di disperazione. Oh! felice il Cristiano che passa la sua vita nelle lacrime e nei dolori, poiché eviterà tanti mali e si procurerà tanti piaceri e gioie eterne! – Il santo Giobbe ci dice che la vita dell’uomo non è che un “succedersi di miserie.„ Entriamo in qualche particolarità. Invero, se andiamo di casa in casa, vi troviamo dappertutto la croce di Gesù Cristo; qui, una perdita di beni, un’ingiustizia che riduce alla miseria una povera famiglia; là una malattia che inchioda quel povero uomo su un letto di dolore, affinché passi la sua vita nei patimenti; altrove una povera donna che bagna il suo pane di lagrime, per i dispiaceri che le fa provare un marito irreligioso e brutale. Se mi volgo ad un’altra, vedo la tristezza dipinta sul suo volto: se gliene domando il perché mi risponderà ch’è accusata di cose, cui non ha mai neppur pensato. Da una parte sono poveri vecchi rigettati e disprezzati dai loro figli e ridotti a morire di affanno e di miseria. Finalmente, da un’altra parte, sento una casa risuonare di pianti causati dalla perdita del padre, della madre, d’un figlio. Ecco in generale. F . M., ciò che rende la vita dell’uomo sì triste e miserabile, se consideriamo tutte queste cose solo umanamente; ma se ci volgiamo dalla parte della Religione, vedremo che siamo grandemente sventurati desolandoci e piangendo come facciamo.

II. — Vi dirò poi che quello che vi rende così disgraziati, si è il guardare sempre a quelli che stanno meglio di voi. Un povero, nelle miserie della sua povertà, invece di pensare ai delinquenti carichi di catene, condannati a passare i loro giorni nelle prigioni, o a perdere la loro misera vita su di un patibolo, porterà il suo pensiero nella casa d’un grande del mondo, che sovrabbonda di beni e di piaceri. Un ammalato, invece di pensare ai tormenti che soffrono gli infelici dannati, i quali urlano nelle fiamme, sono schiacciati dalla collera di Dio, mentre un’eternità di tormenti non potrà mai cancellare il minimo loro peccato; getterà gli occhi su quelli che mai non furon tocchi da malattia e dalla povertà. Ecco, F . M., ciò che rende i nostri mali insopportabili. E che cosa ne deriva da questo, se non lamenti e pianti, che ci fanno perdere ogni merito pel cielo? Poiché, da una parte noi soffriamo senza consolazione e senza speranza d’esserne ricompensati, dall’altra, invece di servircene per espiare i nostri peccati, non facciamo che aumentarli colle mormorazioni e colla mancanza di pazienza. Eccone la prova: da quando parlate male di quella persona che ha tentato farvi del male, che guadagno avete ottenuto? Il vostro odio s’è mitigato? No, F. M., no. Dopo tanti anni che non cessate di gridare contro quel marito, che colla sua ubriachezza, coi suoi stravizzi e colle sue folli spese vi addolora, è egli diventato più ragionevole? No, sorella, no. Quando accasciato da malattie e da dissesti finanziari vi siete abbandonato alla disperazione fin a volervi uccidere, fino a maledire coloro che vi hanno dato la vita, i vostri mali sono cessati, le vostre pene diventarono meno dolorose? No, F. M., no. Quel figlio che v’ha fatto versare tante lacrime è risuscitato? No, F. M., no. Così le vostre impazienze, la vostra mancanza di sottomissione alla volontà di Dio e la vostra disperazione non hanno servito che a rendervi più infelici, non avete fatto altro, dunque, che aggiungere nuovi peccati agli antichi. Ecco, F. M., la sorte infelice e sconfortante d’una persona che ha perduto di vista il fine per cui Iddio le manda le croci. Ma, mi direte voi, abbiamo già sentito cento volte questo linguaggio: queste sono parole e non consolazioni; anche noi parliamo così a quelli che soffrono. — Ah! amico mio, guarda, guarda in alto; togli il tuo cuore dal fango della terra in cui lo tieni immerso, togli quelle nebbie che ti nascondono i beni che ti possono procurare le tue pene. Ah! guarda in alto, osserva la mano d’un buon padre che ti prepara un posto beato nel suo regno; un Dio ti colpisce, per guarire le piaghe arrecate dal peccato alla tua povera anima; un Dio ti fa soffrire per coronarti di gloria immortale. Volete sapere, F. M., come dobbiamo ricevere le croci che ci vengono o dalla mano di Dio o da quella delle creature? Ecco. Come il santo Giobbe che, dopo aver perduto immense ricchezze ed una numerosa famiglia, non se la prese, né con la folgore che aveva distrutto una parte dei suoi armenti, né coi ladri che avevano rubato il resto, né col vento impetuoso che, fatta crollare la sua casa aveva schiacciato i suoi poveri figli: ma s’accontentò di dire: “Ahimè! la mano del Signore s’è aggravata su di me.„ Quando steso per un anno sul letamaio, coperto di ulceri, senza ristoro e consolazione, disprezzato dagli uni ed abbandonato dagli altri, perseguitato fin dalla moglie che, invece di consolarlo, si burlava di lui, dicendogli: “Domanda a Dio la morte affinché finiscano questi mali. Vedi come ti tratta il tuo Dio, che tu servi con tanta fedeltà? — Taci, le rispose, se abbiamo ricevuto con ringraziamenti la prosperità dalle sue mani, perché non dobbiamo ricevere i mali di cui ci affligge?„ Ma, voi pensate, non posso spiegarmi come sia Dio che ci affligge, Dio, che è la stessa bontà, che ci ama infinitamente. Domandatemi allora anche se è possibile che un padre castighi il figlio suo, che un medico dia un rimedio amaro ai suoi ammalati. Pensereste voi forse che sarebbe meglio lasciar vivere quel figliuolo nel suo libertinaggio, piuttosto che castigarlo, per farlo camminare sulla via della salute e condurlo al cielo? Vi pare che un medico farebbe meglio a lasciar morire il suo ammalato, per tema di dargli medicine amare? Oh! quanto siamo ciechi se ragioniamo così! Bisogna che Dio ci castighi, altrimenti non saremmo nel numero dei suoi figli, poiché Gesù Cristo stesso ci dice che il cielo non sarà dato che a coloro che soffrono e che combattono fino alla morte. Credete, F. M., che Gesù Cristo non dica la verità? Ebbene, esaminate la vita che hanno condotto i santi, vedete la via ch’essi hanno presa: quando non soffrono si credono perduti ed abbandonati da Dio. “Dio mio, Dio mio – esclamava piangendo S. Agostino – non risparmiatemi in questo mondo, fatemi soffrire molto; purché mi usiate misericordia nell’altro io sono contento.„ — “O quanto sono felice – diceva S. Francesco di Sales nelle sue Malattie – di aver trovato un mezzo così facile per espiare i miei falli. Oh! quant’è più dolce e consolante soddisfare la giustizia di Dio su di un letto di dolore che andarla a soddisfare nelle fiamme! „ Ed io dico, dopo tutti i santi, che i dolori, le persecuzioni e le altre miserie sono i mezzi più efficaci per attirare un’anima a Dio. Infatti, vediamo che i più gran Santi son quelli che hanno sofferto di più: Dio distingue i suoi amici soltanto colle croci. Vedete S. Alessio che restò per quattordici anni coricato su di un fianco tutto scorticato e, in quella crudele posizione, si accontentava di dire: ” Dio mio, voi siete giusto, mi castigate perché sono peccatore e m’amate.„ Vedete ancora santa Lidwina, giovane di straordinaria bellezza, domandare a Dio, se la sua beltà poteva essere motivo della caduta e della rovina della propria anima, di farle la grazia di perderla. Sull’istante fu coperta di lebbra, che la rese a tutti oggetto d’orrore, e questo per trentotto anni, cioè fino alla sua morte. E durante questo tempo ella non si lasciò sfuggire nemmeno una parola di lamento. Quanti, che. ora sono nell’inferno sarebbero in cielo, se Iddio avesse lor fatto la grazia di restar lungo tempo ammalati. Ascoltate S. Agostino: “Figli miei – ci dice – negli affanni, consolatevi col pensiero della ricompensa che vi è preparata.„ Si racconta nella storia che una povera donna era da molti anni stesa su di un letto di dolore; le si domandò che cosa poteva darle tanto coraggio per soffrire con tanta pazienza. “Eh! disse, sono così contenta d’essere come Dio mi vuole, che non cambierei con tutti i regni del mondo. Quando penso che Dio vuol ch’io soffra, mi consolo tutta.„ S. Teresa ci riferisce che un giorno Gesù Cristo apparendole le disse: « Figlia mia, non ti stupire di quanto vedi; i miei servi fedeli passano la loro vita nelle croci, nel disprezzo ; più il Padre mio ama qualcheduno e più lo fa soffrire.„ S. Bernardo accettava le sue croci con tanta riconoscenza, che un giorno diceva piangendo a Dio: “Ah! Signore, quanto sarei felice di aver la forza di tutti gli uomini, per poter soffrire tutte le croci dell’universo!„ S. Elisabetta, regina d’Ungheria, cacciata dal suo palazzo dai propri sudditi e trascinata nel fango, invece di pensare a punirli, corse alla chiesa a far cantare il Te Deum di ringraziamento. S. Giovanni Crisostomo, quel grande amante della croce, diceva che preferiva soffrire con Gesù Cristo che regnare in cielo con Lui. S. Giovanni della Croce, dopo aver provata tutta la crudeltà dei suoi fratelli, che lo misero in prigione e lo batterono sì barbaramente ch’egli era tutto coperto di sangue, che cosa rispose a coloro che erano testimoni dei suoi dolori? – E che, amici miei, voi piangete perché io soffro? Ma se non ho passato mai momenti così felici!„ Gesù Cristo, apparsogli, gli disse: “Giovanni, che cosa vuoi che ti dia per ricompensarti di quanto soffri per me ? — Ah! Signore, esclamò, fate ch’io soffra ancor più! „ Conveniamo dunque, F. M., che i Santi comprendevano meglio di noi la fortuna di soffrire per Dio. Si sente dire da molti tra voi quando hanno dei dolori: Ma che ho fatto a Dio perché mi mandi tante disgrazie? — Che male avete fatto, perché il buon Dio vi affligga così?… Prendete tutti i comandamenti della legge di Dio e vedete se ve ne ha uno contro cui non abbiate peccato. Che male avete fatto? Percorrete tutti gli anni della vostra giovinezza, passate nella memoria tutti i giorni della vostra miserabile vita; e poi domandate che male avete fatto perché il buon Dio vi affligga così. Contate dunque per nulla tutte le abitudini vergognose, in cui avete marcito sì lungo tempo? Contate dunque per nulla quella superbia la quale vi fa credere che debbono tutti inchinarsi davanti a voi per qualche pezzo di terra più degli altri che possedete e che, forse, sarà la causa della vostra dannazione? Contate dunque per nulla quell’ambizione che non vi lascia mai contenti, quell’amor proprio, quella vanità che vi occupa continuamente, quelle vivacità, quei risentimenti, quelle intemperanze, quelle gelosie? Contate dunque per nulla quella detestevole negligenza per i Sacramenti e per tutto ciò che riguarda la vostra povera anima: tutto questo voi l’avete dimenticato; ma siete perciò meno colpevole? Ebbene! amico, se siete colpevole, non è giusto che il buon Dio vi castighi? Ditemi, amico, che penitenze avete fatto per espiare tanti peccati? Dove sono i vostri digiuni, le vostre mortificazioni e le vostre buone opere? Se dopo tanti peccati non avete versato una lagrima; se dopo tanta avarizia vi siete accontentato solo di fare qualche leggera elemosina; se dopo tanta superbia non volete subire la minima umiliazione; se dopo aver fatto servire tante volte il vostro corpo al peccato, non volete sentir parlare di penitenza, bisogna che il cielo faccia giustizia poiché voi non volete farvela. Ahimè! quanto siamo ciechi! Vorremmo fare il male senza esser puniti, o meglio, vorremmo che Dio non fosse giusto. Ebbene! Signore, lasciate vivere tranquillo questo peccatore, non aggravate la vostra mano su di lui, lasciatelo impinguare come una vittima destinata alle vendette eterne, ed in quel fuoco, avrete tempo di fargli soddisfare la vostra giustizia; risparmiatelo in questo mondo, poiché egli lo vuole; nelle fiamme gli farete fare una penitenza inutile, senza fine. Dio mio! che questa disgrazia non ci tocchi mai! « Oh! – esclama S. Agostino – moltiplicate le mie afflizioni e le mie sofferenze fin che vorrete, purché mi usiate misericordia nell’altra vita!„ Ma, mi dirà un altro, tutto questo è per quelli che hanno commesso gravi peccati; non per me, che, grazie a Dio, non ho fatto gran male. — Eh! voi dunque credete che perché non avete fatto molto male non dovete soffrire? ed io vi dirò: appunto perché avete cercato di far bene il buon Dio vi affligge e permette che siate schernito e disprezzato e che si getti in ridicolo la vostra divozione; è Dio stesso che vi fa provare dispiaceri e malattie. E ne stupite? Date uno sguardo a Gesù Cristo, vostro vero modello, vedete se ha passato un solo istante senza soffrire pene che uomo alcuno non potrà comprendere. Ditemi, perché i farisei lo perseguitavano, e cercavano continuamente di poterlo sorprendere per condannarlo a morte? Era forse colpevole? No, senza dubbio; ma eccone la ragione. Perché  i suoi miracoli ed i suoi esempi d’umiltà e di povertà erano la condanna del loro orgoglio e delle loro cattive azioni. Diciamo meglio, F. M.; se percorressimo la sacra Scrittura, vedremmo che fin dal principio del mondo, le sofferenze, il disprezzo e gli scherni sono sempre stati il retaggio dei figli di Dio; cioè di quelli che hanno pensato di piacere a Dio. Infatti chi può disprezzare e burlarsi d’una persona che adempie i suoi doveri di Religione, se non un infelice dannato che l’inferno ha vomitato sulla terra per far soffrire i buoni, o per cercare di trascinarli negli abissi, dove egli è già per sempre? Ne volete la prova? Eccola. Perché Caino uccise suo fratello Abele? Non forse perché era più buono di lui? Non gli tolse forse la vita perché non poté indurlo al male? Perché i figli di Giacobbe gettarono il loro fratello Giuseppe in una cisterna? non forse perché la sua vita santa condannava la loro condotta libertina? Che cosa attirò tante persecuzioni sugli Apostoli che, ad ogni momento erano gettati in prigione, battuti, torturati; e la cui esistenza, dopo la morte di Gesù Cristo, non fu che un martirio continuo, giacché quasi tutti hanno finito i loro giorni nel modo più crudele e doloroso? Ora, che male facevano essi, i quali non cercavano che la gloria di Dio e la salute delle anime? Siete disprezzati, derisi, perseguitati quantunque non diciate né facciate male ad alcuno? Tanto meglio se vi si disprezza, e vi si deride. Se non aveste nulla da soffrire che cosa avreste da offrire a Dio nell’ora di morte? Ma, direte, essi offendono Dio, si perdono facendo soffrire gli altri; se Dio volesse, potrebbe impedirneli. — Certo che se lo volesse impedirebbe. Perché Iddio tollerava i tiranni? Gli era egualmente facile punirli come conservarli; ma si serviva dei loro cattivi intenti per provare i buoni ed affrettare la loro felicità. Non v’ha dubbio che dobbiate compiangerli e pregare per essi, non perché vi disprezzanoe vi deridono, ma per il male ch’essi fanno a se stessi. Bisogna infatti convenire che si deve essere ben ciechi disprezzando uno perché serve Dio meglio di noi, cerca con più diligenza la via del cielo, e fa maggior numero di buone opere e di penitenze. È questo un mistero veramente incomprensibile. Se vuoi dannarti: ebbene! fallo. Perché ti inquieti se, io vado dove tu non vuoi andare? Io voglio andare in cielo; se tu non ci vai, è perché nonlo vuoi. Apri gli occhi, amico, riconosci il tuo accecamento: quando m’avrai impedito di servire il buon Dio, o sarai la causa della mia dannazione, che ne ricaverai? Ancora una volta, apri gli occhi, esci dal tuo errore. Cerca d’imitare quelli ch’hai disprezzato fino ad ora, e troverai la felicità in questo mondo e nell’altro. Ma, mi direte, io non faccio loro alcun male; perché essi vogliono fame a me? — Tanto meglio, amico, buon segno; siete sicuro di essere sulla via che conduce al cielo. Ascoltate nostro Signore: « Prendete la vostra croce e seguitemi; se perseguitano me perseguiteranno anche voi; io sono disprezzato e voi pure lo sarete: ma. lungi dallo scoraggiarvi, rallegratevi, perché una grande ricompensa vi è promessa in cielo. Chi non è pronto a soffrir tutto, fino a perdere la vita por amor mio, non è degno di me. » Perché il santo Tobia diventò cieco? Non era egli forse un uomo dabbene? Ascoltate ciò che dice Gesù Cristo parlando a S. Pietro martire, che si lagnava di un oltraggio fattogli senza ch’egli vi avesse dato motivo. « Ed io, Pietro, disse Gesù Cristo, che male avevo fatto quando mi si fece morire? » Riconosciamolo tutti, F. M., noi facciamo belle promesse a Dio finché nessuno ci dice nulla, e tutto va a seconda dei nostri desideri; ma al primo piccolo scherno, disprezzo od anche alla minima burla di un empio, il quale non ha il coraggio di fare ciò che voi fate, arrossite, ed abbandonate il servizio di Dio. Ah! ingrato, non ricordi quanto Iddio ha sofferto per amor tuo? Non è forse, o amico, perché vi è stato detto che fate l’uomo dabbene, che non siete che un ipocrita, e che siete più cattivo di quelli che non si confessano mai, che avete abbandonato Dio, per mettervi dalla parte di quelli che saranno dannati? Fermatevi, amico, non andate più oltre; riconoscete la vostra pazzia, e non gettatevi nell’inferno.

III. — Ditemi, F. M., che cosa risponderemo quando Dio confronterà la nostra vita con quella di tanti martiri, dei quali gli uni sono stati fatti a pezzi dai carnefici, gli altri sono marciti nelle prigioni, piuttosto di tradire la propria fede? No, F. M., se siamo buoni Cristiani, non ci lamenteremo degli scherni che ci si fanno: invece, più ci si disprezza, più saremo contenti e più pregheremo Dio per quelli che ci perseguitano; rimetteremo ogni vendetta nelle mani di Dio, e, se egli lo trova conveniente per la sua gloria e per la nostra salute, lo farà. Vedete Mosè coperto ingiurie dal fratello e dalla sorella: a tutto questo disprezzo, oppone una bontà ed una carità sì grandi che Dio ne fu commosso. Lo Spirito Santo dice ch’egli era il più mite degli uomini che vivevano allora sulla terra.„ Il Signore colpì la sorella con un’orribile lebbra per punirla di aver mormorato contro il fratello. Mose, vedendola punita, lungi dall’esterne contento, disse al Signore: “Ah! Signore, perché punite mia sorella? Sapete ch’io non ho mai domandato vendetta; guarite, ve ne prego, mia sorella. „ Dio non poté resistere alla sua bontà; e la guarì. Oquale felicità per noi, F. M., se nel disprezzo e negli scherni che ci si fanno, ci comportassimo così! Quanti tesori pel cielo! No, F. M., fin che non vi si vedrà far del bene a quelli che vi disprezzano, preferirli anche agli stessi amici e non opporre alle loro ingiurie che bontà e carità, non sarete del numero di quelli che Dio ha destinato pel cielo, direte che cosa siamo noi? Eccolo. Noi facciamo come quei soldati che, finché non vi è pericolo, sembrano invincibili e che, al primo pericolo prendono la fuga; così finché siamo adulati pel nostro modo di vivere, e si lodano le nostre azioni, crediamo che nulla potrà farci cadere; ed invece un nonnulla ci fa precipitare, ed abbandonare tutto. Dio mio, come è cieco l’uomo quando si crede capace di qualche cosa, mentre non è capace che di tradirvi e di perdervi! E d io dico, F. M., che nulla è più adatto a convertire quelli che lacerano la nostra riputazione quanto la dolcezza e la carità. Essi non possono resistervi. Se sono troppo induriti ed hanno già messo il sigillo alla loro riprovazione, si confonderanno, e se n’andranno come disperati: eccone la prova. Si racconta che S. Martino aveva con sé un chierico giovanetto. Sebbene avesse fatto ogni possibile per ben allevarlo nel servizio di Dio, il chierico divenne un vero libertino, uno scandaloso: non v’era sorta d’ingiurie e d’oltraggi ch’egli non lanciasse contro il suo santo vescovo. Ma S. Martino invece di cacciarlo da sé, come meritava, lo trattava con sì grande bontà che sembrava moltiplicare le sue cure in proporzione degli insulti che riceveva. Ad ogni momento spargeva lacrime ai piedi del crocifisso, per sollecitare la sua conversione. Ad un tratto il giovane aprì gli occhi; considerando, da una parte, la carità del Vescovo, dall’altra le ingiurie di cui l’aveva coperto, corse a gettarsi ai suoi piedi per domandargli perdono. Il Vescovo l’abbraccia e benedice Dio d’aver avuto pietà di quella povera anima. Quel giovane fu. per tutta la vita, un modello di virtù e considerato come un santo. Prima di morire ripeté più volte che la pazienza e la carità di Martino, gli avevano valso la grazia della conversione. – Si, F. M.. ecco a che riusciremmo se, invece di rendere ingiuria per ingiuria, avessimo la fortuna di non opporre che dolcezza e carità. Ahimè! quando i santi non avevano occasione d’esser disprezzati, essi stessi la cercavano: eccone la prova.Leggiamo nella vita di sant’Atanasio che una dama, desiderando lavorare per guadagnarsi il cielo, andò dal vescovo e gli domandò uno dei poveri che veniva nutrito d’elemosina, por averne cura essa stessa: perché, diceva, vorrei esercitare un po’ la pazienza. Il santo Vescovo le mandò una donna estremamente umile e che non sapeva tollerare d’esser servita da quella dama. Ogni volta che le rendeva un servizio ella si profondeva in mille ringraziamenti. Malcontenta di tutti questi ringraziamenti, la dama, tutta triste, va dal Vescovo dicendogli: “Monsignore, voi non m’avete servita com’io desideravo; m’avete dato una persona che colla sua umiltà mi copre di confusione. Al minimo servizio ch’io le rendo, s’inchina fino a terra; datemene un’altra.„ Il vescovo, vedendo la sua voglia di soffrire, gliene diede una che era superba, collerica, disprezzatrice. Ogni volta che la dama la serviva, la copriva d’ingiurie, rinfacciandole ch’essa l’aveva domandata, non per averne cura, ma per farla soffrire. E giunse perfino a batterla; ed essa che fece? Eccolo: più la povera disprezzava la dama, più questa la serviva senza stancarsi e con maggior sollecitudine. Che avvenne? Commossa da tanta carità la donna si convertì e morì da santa. Oh! F. M., quante anime, nel giorno del giudizio ci rimprovereranno, perché se non avessimo opposte alle loro ingiurie che bontà e carità, sarebbero in cielo; mentre invece bruceranno nell’inferno eternamente! Se abbiamo detto in principio, F. M., che le croci, come tutte le miserie della vita, ci erano date da Dio per soddisfare la sua giustizia per i nostri peccati, possiamo dire anche ch’esse sono un preservativo contro il peccato. Perché Dio ha permesso che uno vi recasse danno, che un altro v’ingannasse? Eccone la ragione. Perché Dio, che vede l’avvenire, ha previsto che il vostro cuore s’attaccherebbe troppo alle cose della terra e che perdereste di vista il cielo. Egli permette che si laceri il vostro onore, che vi si calunni: e perché? Perché siete troppo superbi, troppo gelosi della vostra riputazione; per questo ha permesso che foste umiliati; altrimenti vi sareste dannati. Finendo dunque, F. M., io dico che non vi è alcuno più disgraziato nelle croci che l’uomo senza Religione. Ora accusa se stesso dicendo: Se avessi preso quelle misure, questa disgrazia non mi sarebbe toccata. Ora accusa gli altri: Fu quella persona la causa dei miei mali; non le perdonerò mai più. Egli si augura la morte e la augura agli altri. Maledice il giorno della sua nascita; commetterà mille viltà, che crederà lecite, per togliersi d’impaccio; ma no, la sua croce, o meglio il suo inferno, l’accompagnerà. Tale è la fine disgraziata di colui che soffre senza rivolgersi a Dio, che solo può consolarlo e sollevarlo. Ma guardate invece una persona che ama Dio e che desidera d’andarlo a vedere in cielo: Dio mio, dice, quanto sono poca cosa i miei dolori in confronto di ciò che i miei peccati meritano che io soffra nell’all’altra vita! Voi mi fate soffrire un piccolo momento in questo mondo per rendermi felice per tutta l’eternità. Quanto siete buono, mio Dio! fatemi soffrire; ch’io sia oggetto di disprezzo ed’orrore davanti al mondo; purché abbia la fortuna di piacervi, non voglio altro. Concludiamo dunque che chi ama Dio è felice anche in mezzo a tutte le tempeste del mondo. Dio mio, fate che noi soffriamo sempre, affinché dopo avervi imitato quaggiù, veniamo a regnare con voi in cielo!

Credo…

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps CXLV: 2 Lauda, anima mea, Dóminum: laudábo Dóminum in vita mea: psallam Deo meo, quámdiu ero, allelúja.

[Loda, ànima mia, il Signore: loderò il Signore per tutta la vita, inneggerò al mio Dio finché vivrò, allelúia.]

Secreta

His nobis, Dómine, mystériis conferátur, quo, terréna desidéria mitigántes, discámus amáre coeléstia.

[In virtú di questi misteri, concédici, o Signore, la grazia con la quale, mitigando i desiderii terreni, impariamo ad amare i beni celesti.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joannes XVI: 16 Módicum, et non vidébitis me, allelúja: íterum módicum, et vidébitis me, quia vado ad Patrem, allelúja, allelúja.

[Ancora un poco e non mi vedrete più, allelúia: ancora un poco e mi vedrete, perché vado al Padre, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Sacramenta quæ súmpsimus, quæsumus, Dómine: et spirituálibus nos instáurent aliméntis, et corporálibus tueántur auxíliis.

[Fai, Te ne preghiamo, o Signore, che i sacramenti che abbiamo ricevuto ci ristòrino di spirituale alimento e ci siano di tutela per il corpo.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLE AFFLIZIONI

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLE AFFLIZIONI

Amen, amen dico vobis,

Quia plorabitis et flebitis  vos: mundus autem gaudebit.”

(JOAN. XVI, 20).

Chi potrebbe ascoltare senza stupire, Fratelli miei, il linguaggio che il Salvatore tiene ai discepoli prima di salire al cielo, quando predice che la loro vita non sarebbe stata che un succedersi di lagrime, di croci e di sofferenze; mentre i seguaci del mondo si abbandonerebbero ad una gioia insensata, ridendo come frenetici? « Non già – ci dice S. Agostino – che i seguaci del mondo, cioè i malvagi, non abbiano anch’essi le loro pene; i dolori e gli affanni sono le conseguenze di una vita peccaminosa, un cuore sregolato trova il suo supplizio nella propria sregolatezza. „ Essi sono travolti nella maledizione che Gesù Cristo pronuncia contro coloro i quali non pensano che ad abbandonarsi ai piaceri ed alla gioia. La sorte dei buoni Cristiani è ben differente: bisogna ch’essi si rassegnino a passare la vita nella sofferenza e nel pianto; ma poi, dalle lagrime e dai dolori passeranno ad una gioia e ad un piacere infinito nella sua grandezza e nella sua durata; mentre i seguaci del mondo, dopo qualche momento di gioia, mescolata ad amarezze, passeranno la loro eternità nelle fiamme. « Guai a voi, dice loro Gesù Cristo, guai a voi che non pensate che a godervela, poiché i vostri piaceri davanti alla mia giustizia vi saranno causa di danni senza fine. Ah! fortunati, dice poi ai buoni Cristiani, ah! fortunati voi, che passate i vostri giorni nelle lagrime, poiché verrà un giorno in cui Io stesso vi consolerò. » Vi mostrerò dunque, F . M., che le croci, i dolori, la povertà ed il disprezzo sono l’eredità di un Cristiano che cerca di salvare la propria anima e di piacere a Dio. O bisogna soffrire in questo mondo, o non sperar mai più di vedere Iddio lassù in cielo. Esaminiamo tutto questo un po’ davvicino.

I . — Dico primieramente che da quando siamo annoverati tra i figli di Dio, prendiamo una croce, la quale non deve abbandonarci che alla morte. Dovunque Gesù Cristo ci parla del cielo non manca di dirci che noi non possiamo meritarlo se non colle croci e colle sofferenze: « Prendete la vostra croce, ci dice Gesù Cristo, e seguitemi, non per un giorno, non per un mese, non per un anno, ma per tutta la vostra vita. » S. Agostino ci dice: « Lasciate le gioie ed i piaceri alla gente del mondo; ma voi che siete figli di Dio, piangete coi figli di Dio. » Le sofferenze e le persecuzioni ci sono vantaggiosissime sotto due rapporti. Primo, perché vi troviamo mezzi assai efficaci di espiare i nostri peccati passati, poiché, o in questo mondo o nell’altro bisogna subirne la pena. In questo mondo le pene non sono infinite sia nella durata che nel rigore: siamo in mano di un Dio misericordioso che ci castiga perché ha grandi disegni di misericordia su di noi; Egli ci fa soffrire un momento per renderci felici durante tutta una eternità. Per quanto sieno grandi le nostre pene, Egli non ci tocca ora che col suo dito mignolo; mentre, nell’altra vita, i dolori ed i tormenti che sopporteremo saranno generati dalla sua potenza e dal suo furore. Sembrerà ch’Egli cerchi esaminare le sue forze per farci soffrire. In questo mondo le nostre pene sono ancora addolcite dalle consolazioni e dai conforti che troviamo nella nostra santa Religione; ma nell’altro mondo non avremo né consolazioni né sollievo; tutto sarà per noi motivo di disperazione. Oh! felice il Cristiano che passa la sua vita nelle lacrime e nei dolori, poiché eviterà tanti mali e si procurerà tanti piaceri e gioie eterne! – Il santo Giobbe ci dice che la vita dell’uomo non è che un “succedersi di miserie.„ Entriamo in qualche particolarità. Invero, se andiamo di casa in casa, vi troviamo dappertutto la croce di Gesù Cristo; qui, una perdita di beni, un’ingiustizia che riduce alla miseria una povera famiglia; là una malattia che inchioda quel povero uomo su un letto di dolore, affinché passi la sua vita nei patimenti; altrove una povera donna che bagna il suo pane di lagrime, per i dispiaceri che le fa provare un marito irreligioso e brutale. Se mi volgo ad un’altra, vedo la tristezza dipinta sul suo volto: se gliene domando il perché mi risponderà ch’è accusata di cose, cui non ha mai neppur pensato. Da una parte sono poveri vecchi rigettati e disprezzati dai loro figli e ridotti a morire di affanno e di miseria. Finalmente, da un’altra parte, sento una casa risuonare di pianti causati dalla perdita del padre, della madre, d’un figlio. Ecco in generale. F. M., ciò che rende la vita dell’uomo sì triste e miserabile, se consideriamo tutte queste cose solo umanamente; ma se ci volgiamo dalla parte della Religione, vedremo che siamo grandemente sventurati desolandoci e piangendo come facciamo.

II. — Vi dirò poi che quello che vi rende così disgraziati, si è il guardare sempre a quelli che stanno meglio di voi. Un povero, nelle miserie della sua povertà, invece di pensare ai delinquenti carichi di catene, condannati a passare i loro giorni nelle prigioni, o a perdere la loro misera vita su di un patibolo, porterà il suo pensiero nella casa d’un grande del mondo, che sovrabbonda di beni e di piaceri. Un ammalato, invece di pensare ai tormenti che soffrono gli infelici dannati, i quali urlano nelle fiamme, sono schiacciati dalla collera di Dio, mentre un’eternità di tormenti non potrà mai cancellare il minimo loro peccato; getterà gli occhi su quelli che mai non furon tocchi da malattia e dalla povertà. Ecco, F . M., ciò che rende i nostri mali insopportabili. E che cosa ne deriva da questo, se non lamenti e pianti, che ci fanno perdere ogni merito pel cielo? Poiché, da una parte noi soffriamo senza consolazione e senza speranza d’esserne ricompensati, dall’altra, invece di servircene per espiare i nostri peccati, non facciamo che aumentarli colle mormorazioni e colla mancanza di pazienza. Eccone la prova: da quando parlate male di quella persona che ha tentato farvi del male, che guadagno avete ottenuto? Il vostro odio s’è mitigato? No, F. M., no. Dopo tanti anni che non cessate di gridare contro quel marito, che colla sua ubriachezza, coi suoi stravizzi e colle sue folli spese vi addolora, è egli diventato più ragionevole? No, sorella, no. Quando accasciato da malattie e da dissesti finanziari vi siete abbandonato alla disperazione fin a volervi uccidere, fino a maledire coloro che vi hanno dato la vita, i vostri mali sono cessati, le vostre pene diventarono meno dolorose? No, F. M., no. Quel figlio che v’ha fatto versare tante lacrime è risuscitato? No, F. M., no. Così le vostre impazienze, la vostra mancanza di sottomissione alla volontà di Dio e la vostra disperazione non hanno servito che a rendervi più infelici, non avete fatto altro, dunque, che aggiungere nuovi peccati agli antichi. Ecco, F. M., la sorte infelice e sconfortante d’una persona che ha perduto di vista il fine per cui Iddio le manda le croci. Ma, mi direte voi, abbiamo già sentito cento volte questo linguaggio: queste sono parole e non consolazioni; anche noi parliamo così a quelli che soffrono. — Ah! amico mio, guarda, guarda in alto; togli il tuo cuore dal fango della terra in cui lo tieni immerso, togli quelle nebbie che ti nascondono i beni che ti possono procurare le tue pene. Ah! guarda in alto, osserva la mano d’un buon padre che ti prepara un posto beato nel suo regno; un Dio ti colpisce, per guarire le piaghe arrecate dal peccato alla tua povera anima; un Dio ti fa soffrire per coronarti di gloria immortale. Volete sapere, F. M., come dobbiamo ricevere le croci che ci vengono o dalla mano di Dio o da quella delle creature? Ecco. Come il santo Giobbe che, dopo aver perduto immense ricchezze ed una numerosa famiglia, non se la prese, né con la folgore che aveva distrutto una parte dei suoi armenti, né coi ladri che avevano rubato il resto, né col vento impetuoso che, fatta crollare la sua casa aveva schiacciato i suoi poveri figli: ma s’accontentò di dire: “Ahimè! la mano del Signore s’è aggravata su di me.„ Quando steso per un anno sul letamaio, coperto di ulceri, senza ristoro e consolazione, disprezzato dagli uni ed abbandonato dagli altri, perseguitato fin dalla moglie che, invece di consolarlo, si burlava di lui, dicendogli: “Domanda a Dio la morte affinché finiscano questi mali. Vedi come ti tratta il tuo Dio, che tu servi con tanta fedeltà? — Taci, le rispose, se abbiamo ricevuto con ringraziamenti la prosperità dalle sue mani, perché non dobbiamo ricevere i mali di cui ci affligge?„ Ma, voi pensate, non posso spiegarmi come sia Dio che ci affligge, Dio, che è la stessa bontà, che ci ama infinitamente. Domandatemi allora anche se è possibile che un padre castighi il figlio suo, che un medico dia un rimedio amaro ai suoi ammalati. Pensereste voi forse che sarebbe meglio lasciar vivere quel figliuolo nel suo libertinaggio, piuttosto che castigarlo, per farlo camminare sulla via della salute e condurlo al cielo? Vi pare che un medico farebbe meglio a lasciar morire il suo ammalato, per tema di dargli medicine amare? Oh! quanto siamo ciechi se ragioniamo così! Bisogna che Dio ci castighi, altrimenti non saremmo nel numero dei suoi figli, poiché Gesù Cristo stesso ci dice che il cielo non sarà dato che a coloro che soffrono e che combattono fino alla morte. Credete, F. M., che Gesù Cristo non dica la verità? Ebbene, esaminate la vita che hanno condotto i santi, vedete la via ch’essi hanno presa: quando non soffrono si credono perduti ed abbandonati da Dio. “Dio mio, Dio mio – esclamava piangendo S. Agostino – non risparmiatemi in questo mondo, fatemi soffrire molto; purché mi usiate misericordia nell’altro io sono contento.„ — “O quanto sono felice – diceva S. Francesco di Sales nelle sue Malattie – di aver trovato un mezzo così facile per espiare i miei falli. Oh! quant’è più dolce e consolante soddisfare la giustizia di Dio su di un letto di dolore che andarla a soddisfare nelle fiamme! „ Ed io dico, dopo tutti i santi, che i dolori, le persecuzioni e le altre miserie sono i mezzi più efficaci per attirare un’anima a Dio. Infatti, vediamo che i più gran Santi son quelli che hanno sofferto di più: Dio distingue i suoi amici soltanto colle croci. Vedete S. Alessio che restò per quattordici anni coricato su di un fianco tutto scorticato e, in quella crudele posizione, si accontentava di dire: ” Dio mio, voi siete giusto, mi castigate perché sono peccatore e m’amate.„ Vedete ancora santa Lidwina, giovane di straordinaria bellezza, domandare a Dio, se la sua beltà poteva essere motivo della caduta e della rovina della propria anima, di farle la grazia di perderla. Sull’istante fu coperta di lebbra, che la rese a tutti oggetto d’orrore, e questo per trentotto anni, cioè fino alla sua morte. E durante questo tempo ella non si lasciò sfuggire nemmeno una parola di lamento. Quanti, che ora sono nell’inferno sarebbero in cielo, se Iddio avesse lor fatto la grazia di restar lungo tempo ammalati. Ascoltate S. Agostino: “Figli miei – ci dice – negli affanni, consolatevi col pensiero della ricompensa che vi è preparata.„ Si racconta nella storia che una povera donna era da molti anni stesa su di un letto di dolore; le si domandò che cosa poteva darle tanto coraggio per soffrire con tanta pazienza. “Eh! disse, sono così contenta d’essere come Dio mi vuole, che non cambierei con tutti i regni del mondo. Quando penso che Dio vuol ch’io soffra, mi consolo tutta.„ S. Teresa ci riferisce che un giorno Gesù Cristo apparendole le disse: « Figlia mia, non ti stupire di quanto vedi; i miei servi fedeli passano la loro vita nelle croci, nel disprezzo ; più il Padre mio ama qualcheduno e più lo fa soffrire.„ S. Bernardo accettava le sue croci con tanta riconoscenza, che un giorno diceva piangendo a Dio: “Ah! Signore, quanto sarei felice di aver la forza di tutti gli uomini, per poter soffrire tutte le croci dell’universo!„ S. Elisabetta, regina d’Ungheria, cacciata dal suo palazzo dai propri sudditi e trascinata nel fango, invece di pensare a punirli, corse alla chiesa a far cantare il Te Deum di ringraziamento. S. Giovanni Crisostomo, quel grande amante della croce, diceva che preferiva soffrire con Gesù Cristo che regnare in cielo con Lui. S. Giovanni della Croce, dopo aver provata tutta la crudeltà dei suoi fratelli, che lo misero in prigione e lo batterono sì barbaramente ch’egli era tutto coperto di sangue, che cosa rispose a coloro che erano testimoni dei suoi dolori? – E che, amici miei, voi piangete perché io soffro? Ma se non ho passato mai momenti così felici!„ Gesù Cristo, apparsogli, gli disse: “Giovanni, che cosa vuoi che ti dia per ricompensarti di quanto soffri per me? — Ah! Signore, esclamò, fate ch’io soffra ancor più! „ Conveniamo dunque, F. M., che i Santi comprendevano meglio di noi la fortuna di soffrire per Dio. Si sente dire da molti tra voi quando hanno dei dolori: Ma che ho fatto a Dio perché mi mandi tante disgrazie? — Che male avete fatto, perché il buon Dio vi affligga così?… Prendete tutti i comandamenti della legge di Dio e vedete se ve ne ha uno contro cui non abbiate peccato. Che male avete fatto? Percorrete tutti gli anni della vostra giovinezza, passate nella memoria tutti i giorni della vostra miserabile vita; e poi domandate che male avete fatto perché il buon Dio vi affligga così. Contate dunque per nulla tutte le abitudini vergognose, in cui avete marcito sì lungo tempo? Contate dunque per nulla quella superbia, la quale vi fa credere che debbono tutti inchinarsi davanti a voi per qualche pezzo di terra più degli altri che possedete e che, forse, sarà la causa della vostra dannazione? Contate dunque per nulla quell’ambizione che non vi lascia mai contenti, quell’amor proprio, quella vanità che vi occupa continuamente, quelle vivacità, quei risentimenti, quelle intemperanze, quelle gelosie? Contate dunque per nulla quella detestevole negligenza per i Sacramenti e per tutto ciò che riguarda la vostra povera anima: tutto questo voi l’avete dimenticato; ma siete perciò meno colpevole? Ebbene! amico, se siete colpevole, non è giusto che il buon Dio vi castighi? Ditemi, amico, che penitenze avete fatto per espiare tanti peccati? Dove sono i vostri digiuni, le vostre mortificazioni e le vostre buone opere? Se dopo tanti peccati non avete versato una lagrima; se dopo tanta avarizia vi siete accontentato solo di fare qualche leggera elemosina; se dopo tanta superbia non volete subire la minima umiliazione; se dopo aver fatto servire tante volte il vostro corpo al peccato, non volete sentir parlare di penitenza, bisogna che il cielo faccia giustizia poiché voi non volete farvela. Ahimè! quanto siamo ciechi! Vorremmo fare il male senza esser puniti, o meglio, vorremmo che Dio non fosse giusto. Ebbene! Signore, lasciate vivere tranquillo questo peccatore, non aggravate la vostra mano su di lui, lasciatelo impinguare come una vittima destinata alle vendette eterne, ed in quel fuoco, avrete tempo di fargli soddisfare la vostra giustizia; risparmiatelo in questo mondo, poiché egli lo vuole; nelle fiamme gli farete fare una penitenza inutile, senza fine. Dio mio! che questa disgrazia non ci tocchi mai! « Oh! – esclama S. Agostino – moltiplicate le mie afflizioni e le mie sofferenze fin che vorrete, purché mi usiate misericordia nell’altra vita!„ Ma, mi dirà un altro, tutto questo è per quelli che hanno commesso gravi peccati; non per me, che, grazie a Dio, non ho fatto gran male. — Eh! voi dunque credete che perché non avete fatto molto male non dovete soffrire? ed io vi dirò: appunto perché avete cercato di far bene il buon Dio vi affligge e permette che siate schernito e disprezzato e che si getti in ridicolo la vostra divozione; è Dio stesso che vi fa provare dispiaceri e malattie. E ne stupite? Date uno sguardo a Gesù Cristo, vostro vero modello, vedete se ha passato un solo istante senza soffrire pene che uomo alcuno non potrà comprendere. Ditemi, perché i farisei lo perseguitavano, e cercavano continuamente di poterlo sorprendere per condannarlo a morte? Era forse colpevole? No, senza dubbio; ma eccone la ragione. Perché  i suoi miracoli ed i suoi esempi d’umiltà e di povertà erano la condanna del loro orgoglio e delle loro cattive azioni. Diciamo meglio, F. M.; se percorressimo la sacra Scrittura, vedremmo che fin dal principio del mondo, le sofferenze, il disprezzo e gli scherni sono sempre stati il retaggio dei figli di Dio; cioè di quelli che hanno pensato di piacere a Dio. Infatti chi può disprezzare e burlarsi d’una persona che adempie i suoi doveri di Religione, se non un infelice dannato che l’inferno ha vomitato sulla terra per far soffrire i buoni, o per cercare di trascinarli negli abissi, dove egli è già per sempre? Ne volete la prova? Eccola. Perché Caino uccise suo fratello Abele? Non forse perché era più buono di lui? Non gli tolse forse la vita perché non poté indurlo al male? Perché i figli di Giacobbe gettarono il loro fratello Giuseppe in una cisterna? non forse perché la sua vita santa condannava la loro condotta libertina? Che cosa attirò tante persecuzioni sugli Apostoli che, ad ogni momento erano gettati in prigione, battuti, torturati; e la cui esistenza, dopo la morte di Gesù Cristo, non fu che un martirio continuo, giacché quasi tutti hanno finito i loro giorni nel modo più crudele e doloroso? Ora, che male facevano essi, i quali non cercavano che la gloria di Dio e la salute delle anime? Siete disprezzati, derisi, perseguitati quantunque non diciate né facciate male ad alcuno? Tanto meglio se vi si disprezza, e vi si deride. Se non aveste nulla da soffrire che cosa avreste da offrire a Dio nell’ora di morte? Ma, direte, essi offendono Dio, si perdono facendo soffrire gli altri; se Dio volesse, potrebbe impedirneli. — Certo che se lo volesse impedirebbe. Perché Iddio tollerava i tiranni? Gli era egualmente facile punirli come conservarli; ma si serviva dei loro cattivi intenti per provare i buoni ed affrettare la loro felicità. Non v’ha dubbio che dobbiate compiangerli e pregare per essi, non perché vi disprezzanoe vi deridono, ma per il male ch’essi fanno a se stessi. Bisogna infatti convenire che si deve essere ben ciechi disprezzando uno perché serve Dio meglio di noi, cerca con più diligenza la via del cielo, e fa maggior numero di buone opere e di penitenze. È questo un mistero veramente incomprensibile. Se vuoi dannarti: ebbene! fallo. Perché ti inquieti se, io vado dove tu non vuoi andare? Io voglio andare in cielo; se tu non ci vai, è perché nonlo vuoi. Apri gli occhi, amico, riconosci il tuo accecamento: quando m’avrai impedito di servire il buon Dio, o sarai la causa della mia dannazione, che ne ricaverai? Ancora una volta, apri gli occhi, esci dal tuo errore. Cerca d’imitare quelli ch’hai disprezzato fino ad ora, e troverai la felicità in questo mondo e nell’altro. Ma, mi direte, io non faccio loro alcun male; perché essi vogliono fame a me? — Tanto meglio, amico, buon segno; siete sicuro di essere sulla via che conduce al cielo. Ascoltate nostro Signore: « Prendete la vostra croce e seguitemi; se perseguitano me perseguiteranno anche voi; io sono disprezzato e voi pure lo sarete: ma. lungi dallo scoraggiarvi, rallegratevi, perché una grande ricompensa vi è promessa in cielo. Chi non è pronto a soffrir tutto, fino a perdere la vita por amor mio, non è degno di me. » Perché il santo Tobia diventò cieco? Non era egli forse un uomo dabbene? Ascoltate ciò che dice Gesù Cristo parlando a S. Pietro martire, che si lagnava di un oltraggio fattogli senza ch’egli vi avesse dato motivo. « Ed io, Pietro, disse Gesù Cristo, che male avevo fatto quando mi si fece morire? » Riconosciamolo tutti, F. M., noi facciamo belle promesse a Dio finché nessuno ci dice nulla, e tutto va a seconda dei nostri desideri; ma al primo piccolo scherno, disprezzo od anche alla minima burla di un empio, il quale non ha il coraggio di fare ciò che voi fate, arrossite, ed abbandonate il servizio di Dio. Ah! ingrato, non ricordi quanto Iddio ha sofferto per amor tuo? Non è forse, o amico, perché vi è stato detto che fate l’uomo dabbene, che non siete che un ipocrita, e che siete più cattivo di quelli che non si confessano mai, che avete abbandonato Dio, per mettervi dalla parte di quelli che saranno dannati? Fermatevi, amico, non andate più oltre; riconoscete la vostra pazzia, e non gettatevi nell’inferno.

III. — Ditemi, F. M., che cosa risponderemo quando Dio confronterà la nostra vita con quella di tanti martiri, dei quali gli uni sono stati fatti a pezzi dai carnefici, gli altri sono marciti nelle prigioni, piuttosto di tradire la propria fede? No, F. M., se siamo buoni Cristiani, non ci lamenteremo degli scherni che ci si fanno: invece, più ci si disprezza, più saremo contenti e più pregheremo Dio per quelli che ci perseguitano; rimetteremo ogni vendetta nelle mani di Dio, e, se egli lo trova conveniente per la sua gloria e per la nostra salute, lo farà. Vedete Mosè coperto ingiurie dal fratello e dalla sorella: a tutto questo disprezzo, oppone una bontà ed una carità sì grandi che Dio ne fu commosso. Lo Spirito Santo dice ch’egli era il più mite degli uomini che vivevano allora sulla terra.„ Il Signore colpì la sorella con un’orribile lebbra per punirla di aver mormorato contro il fratello. Mose, vedendola punita, lungi dall’esterne contento, disse al Signore: “Ah! Signore, perché punite mia sorella? Sapete ch’io non ho mai domandato vendetta; guarite, ve ne prego, mia sorella. „ Dio non poté resistere alla sua bontà; e la guarì. O. quale felicità per noi, F. M., se nel disprezzo e negli scherni che ci si fanno, ci comportassimo così! Quanti tesori pel cielo! No, F. M., fin che non vi si vedrà far del bene a quelli che vi disprezzano, preferirli anche agli stessi amici e non opporre alle loro ingiurie che bontà e carità, non sarete del numero di quelli che Dio ha destinato pel cielo, direte che cosa siamo noi? Eccolo. Noi facciamo come quei soldati che, finché non vi è pericolo, sembrano invincibili e che, al primo pericolo prendono la fuga; così finché siamo adulati pel nostro modo di vivere, e si lodano le nostre azioni, crediamo che nulla potrà farci cadere; ed invece un nonnulla ci fa precipitare, ed abbandonare tutto. Dio mio, come è cieco l’uomo quando si crede capace di qualche cosa, mentre non è capace che di tradirvi e di perdervi! E d io dico, F. M., che nulla è più adatto a convertire quelli che lacerano la nostra riputazione quanto la dolcezza e la carità. Essi non possono resistervi. Se sono troppo induriti ed hanno già messo il sigillo alla loro riprovazione, si confonderanno, e se n’andranno come disperati: eccone la prova. Si racconta che S. Martino aveva con sé un chierico giovanetto. Sebbene avesse fatto ogni possibile per ben allevarlo nel servizio di Dio, il chierico divenne un vero libertino, uno scandaloso: non v’era sorta d’ingiurie e d’oltraggi ch’egli non lanciasse contro il suo santo vescovo. Ma S. Martino invece di cacciarlo da sé, come meritava, lo trattava con sì grande bontà che sembrava moltiplicare le sue cure in proporzione degli insulti che riceveva. Ad ogni momento spargeva lacrime ai piedi del crocifisso, per sollecitare la sua conversione. Ad un tratto il giovane aprì gli occhi; considerando, da una parte, la carità del Vescovo, dall’altra le ingiurie di cui l’aveva coperto, corse a gettarsi ai suoi piedi per domandargli perdono. Il Vescovo l’abbraccia e benedice Dio d’aver avuto pietà di quella povera anima. Quel giovane fu. per tutta la vita, un modello di virtù e considerato come un santo. Prima di morire ripeté più volte che la pazienza e la carità di Martino, gli avevano valso la grazia della conversione. – Si, F. M.. ecco a che riusciremmo se, invece di rendere ingiuria per ingiuria, avessimo la fortuna di non opporre che dolcezza e carità. Ahimè! quando i santi non avevano occasione d’esser disprezzati, essi stessi la cercavano: eccone la prova.Leggiamo nella vita di sant’Atanasio che una dama, desiderando lavorare per guadagnarsi il cielo, andò dal vescovo e gli domandò uno dei poveri che veniva nutrito d’elemosina, per averne cura essa stessa: perché, diceva, vorrei esercitare un po’ la pazienza. Il santo Vescovo le mandò una donna estremamente umile e che non sapeva tollerare d’esser servita da quella dama. Ogni volta che le rendeva un servizio ella si profondeva in mille ringraziamenti. Malcontenta di tutti questi ringraziamenti, la dama, tutta triste, va dal Vescovo dicendogli: “Monsignore, voi non m’avete servita com’io desideravo; m’avete dato una persona che colla sua umiltà mi copre di confusione. Al minimo servizio ch’io le rendo, s’inchina fino a terra; datemene un’altra.„ Il vescovo, vedendo la sua voglia di soffrire, gliene diede una che era superba, collerica, disprezzatrice. Ogni volta che la dama la serviva, la copriva d’ingiurie, rinfacciandole ch’essa l’aveva domandata, non per averne cura, ma per farla soffrire. E giunse perfino a batterla; ed essa che fece? Eccolo: più la povera disprezzava la dama, più questa la serviva senza stancarsi e con maggior sollecitudine. Che avvenne? Commossa da tanta carità la donna si convertì e morì da santa. Oh! F. M., quante anime, nel giorno del giudizio ci rimprovereranno, perché se non avessimo opposte alle loro ingiurie che bontà e carità, sarebbero in cielo; mentre invece bruceranno nell’inferno eternamente! Se abbiamo detto in principio, F. M., che le croci, come tutte le miserie della vita, ci erano date da Dio per soddisfare la sua giustizia per i nostri peccati, possiamo dire anche ch’esse sono un preservativo contro il peccato. Perché Dio ha permesso che uno vi recasse danno, che un altro v’ingannasse? Eccone la ragione. Perché Dio, che vede l’avvenire, ha previsto che il vostro cuore s’attaccherebbe troppo alle cose della terra e che perdereste di vista il cielo. Egli permette che si laceri il vostro onore, che vi si calunni: e perché? Perché siete troppo superbi, troppo gelosi della vostra riputazione; per questo ha permesso che foste umiliati; altrimenti vi sareste dannati. Finendo dunque, F. M., io dico che non vi è alcuno più disgraziato nelle croci che l’uomo senza Religione. Ora accusa se stesso dicendo: Se avessi preso quelle misure, questa disgrazia non mi sarebbe toccata. Ora accusa gli altri: Fu quella persona la causa dei miei mali; non le perdonerò mai più. Egli si augura la morte e la augura agli altri. Maledice il giorno della sua nascita; commetterà mille viltà, che crederà lecite, per togliersi d’impaccio; ma no, la sua croce, o meglio il suo inferno, l’accompagnerà. Tale è la fine disgraziata di colui che soffre senza rivolgersi a Dio, che solo può consolarlo e sollevarlo. Ma guardate invece una persona che ama Dio e che desidera d’andarlo a vedere in cielo: Dio mio, dice, quanto sono poca cosa i miei dolori in confronto di ciò che i miei peccati meritano che io soffra nell’altra vita! Voi mi fate soffrire un piccolo momento in questo mondo per rendermi felice per tutta l’eternità. Quanto siete buono, mio Dio! fatemi soffrire; ch’io sia oggetto di disprezzo ed orrore davanti al mondo; purché abbia la fortuna di piacervi, non voglio altro. Concludiamo dunque che chi ama Dio è felice anche in mezzo a tutte le tempeste del mondo. Dio mio, fate che noi soffriamo sempre, affinché dopo avervi imitato quaggiù, veniamo a regnare con voi in cielo!

LO SCUDO DELLA FEDE (154)

P. F. GHERUBINO DA SERRAVEZZA Cappuccino Missionario Apostolico

IL PROTESTANTISMO GIUDICATO E CONDANNATO DALLA BIBBIA E DAI PROTESTANTI (23)

FIRENZE DALLA TIPOGRAFIA CALASANZIANA 1861

DISCUSSIONE XVIII

Il Purgatorio.

121. Prot, Pertanto la questione delle Indulgenze sarebbe ormai cosa finita, se il motivo per cui sono elargite, spinta non avesse la Chiesa Cattolica ad insopportabili errori. Essa dunque ci insegna, come dogma di fede, che se quella pena temporale, di cui si è parlato, come anche le colpe veniali, espiate non sono nella vita presente, espiare si debbano nella vita futura in un luogo di pena che appella PURGATORIO, dal quale nessuno può uscire per entrare nella eterna gloria, finché purgato non siasi da qualunque macchia. Ed affinché questo sognato PURGATORIO giovi, se non altro, ad ingrassare i Preti ed i Frati alle spalle de’ vivi e dei morti, insegna pure, come dogma di fede, che a liberar quelle anime penanti giovano, per modo di suffragio, le preghiere dei fedeli e dei Santi del cielo, le messe, le limosine, gli uffizi, le Indulgenze, ec, ec. Oh iniquità!… Questo PURGATORIO, altro none che un’esiziale invenzione di satanasso, la quale annienta la Croce di Cristo, irroga una insopportabile contumelia alla misericordia di Dio, rovescia, distrugge la nostra fede.8 » (Calvino, lib.3 Instit. cap, 5 §3).

Bibbia. È scritto: « Metti il tuo pane e il tuo vino sul sepolcro del giusto. » (Tob. IV, 18).

« Gli uomini di Jabes Galaad,… preser le ossa loro (di Saul e di Gionata) e le seppellirono nel bosco di Jades, e digiunarono per sette giorni. » (1.° de’ Re, XXXI, 13). Davidde prese le sue vesti, e stracciolle, e (così) tutti quelli eran con lui,… e digiunarono fino alla sera a causa di Saulle e di Gionata suo figliuolo, e del popolo del Signore; perché eran periti di spada. » (° Reg. I, 11-13). Dimmi adesso, di grazia, che significa porre il pane sul sepolcro de’ morti, digiunare per i morti, se non che suffragare colle limosine e colle penitenze le anime dei morti? Ogni altro senso di queste espressioni sarebbe ridicolo. Infatti, perché mai per la morte di Mosè, di Aronne, di Samuele, perdite tanto dolorose, è scritto bensì che tutto Israele pianse, ma non si fa menzione alcuna  di digiuni? Perché mai lo stesso Davidde che tanto aveva pianto e digiunato per ottener dal Signore la guarigione di un suo neonato bambino, a lui certamente più caro che Saulle e Gionata, appena ne intese la morte, si vestì a festa, dicendo: « Ora che è morto, perché ho da digiunare? » (Medes. XII, , 23). Di questo modo diverso di agire non potrà mai addursene altra ragione che questa, cioè, che Mosè, Aronne, Samuele, insomma i Santi, i bambini innocenti non hanno bisogno di suffragi, come l’hanno gli altri. – È scritto ancora: « Siam passati pel fuoco e per l’acqua, ma tu (o Signore ) ci hai quindi condotti in luogo di refrigerio. » (Ps. LXV, 11, 14).

« E tu (o Signore) mediante il sangue del tuo testamento hai fatto uscire i tuoi, ch’erano prigionieri, dalla fossa in cui non è acqua. » (Zacch. IX, 11). In questi due passi di che altro si parla, se non si parla del Purgatorio?

« Or sotto le vesti degli uccisi trovaron delle cose offerte agli idoli…. Tutti pertanto…. rivolti all’orazione supplicarono che il commesso delitto fosse posto in oblio. Ma il fortissimo Giuda, fatta una colletta, mandò a Gerusalemme dieci mila dramme di argento, perché offerto fosse un sacrifizio pei peccati dei morti…. Santo dunque e salubre è il pensiero di pregare per i morti, affinché SIANO SCIOLTI DAI LORO PECCATI.» (2° Macc. XII, 40 e segg.). – Ora negar non potrai che questo testo sia pienamente decisivo, quand’anche questo libro non fosse divino; perché se anche non avesse che l’autorità di una veridica istoria, chiaramente ti mostra che dal popol di Dio era creduto, come dogma di fede, l’articolo del Purgatorio. Mentre non solo ricorreva alle orazioni per suffragare le anime dei morti, ma offeriva sacrifizii nel tempio, e per conseguenza istituiti aveva per tale oggetto riti solenni che far non poteva, né avrebbe fatto, se ciò non avesse appreso per divina rivelazione. Nota di più che la conclusione del testo non riguarda la storia del fatto, ma è l’espressione della credenza dell’autore, ed essendo certo che questo libro fu scritto dalla stessa Sinagoga, come chiaro apparisce dal primo capitolo, è certo ancora che tal conclusione tiene il luogo di una solenne dogmatica decisione su questa materia.

Prot. Ma se vi è il Purgatorio, perché Gesù Cristo e gli Apostoli non ne hanno parlato?

122. Bibbia. Non ne hanno parlato?… Ascoltami: « Chiunque avrà sparlato contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonato né in questo secolo, né nel futuro. » (Matth. XII, 32).

« L’opera di ciascuno si farà manifesta, imperocché il dì Signore la porrà in chiaro; poiché sarà manifestata per mezzo del fuoco. Se l’opera di alcuno… arderà, ne soffrirà egli il danno, egli poi sarà salvo: così però come attraverso del fuoco. » (I Cor, III, 13, 14, 15).

« Spesso (Onesiforo) mi ristorò, e non si vergognò della mia catena…. Diagli il Signore di trovare misericordia presso il Signore in quel giorno. » (II Tim. I, 16-18).

« Chi sa che il proprio fratello pecca di peccato che non è a morte, chiegga e sarà data vita a quello che pecca non a morte. Havvi il peccato a morte: non dico che uno preghi per questo » (I Giov. I, 16).

Hai ben capito? Nel primo testo ti significa il Redentore esservi dei peccati che si perdonano nell’altra vita: nel secondo, dichiara S. Paolo, che il perdono di tali peccati non si ottiene che in un luogo di pena, scontandosi – come attraverso il fuoco: nel terzo, lo stesso S. Paolo prega pel riposo di Onesiforo già morto. Nell’ultimo S. Giovanni distingue quelli che hanno colpe veniali, da quelli che le hanno mortali: pei primi esorta a pregare, pei secondi non vuol che si preghi. La qual cosa non può riguardare che i passati all’altra vita; essendo di fede rapporto agli esistenti nella vita presente che si può, e si deve pregare per tutti.

123. Prot. « Nel vero, se si riguarda il maggior numero degli uomini, non sono eglino degni né del cielo, né dell’inferno. Per codeste ragioni la dogmatica cristiana si vede naturalmente condotta ad  ammettere uno stato mediano, in cui né si goda della beatitudine celeste, né si soffra il tormento dell’inferno; ma sia un luogo di purgazione, nel quale, per ciò stesso che si è detto, vi abbiano ad essere moltissimi nella non perduta speranza di giungere in processo di tempo, benché dopo tante pene, ad una sorte migliore. Quando i protestanti si pongono ad insegnare, di necessità son portati a discorrere per differenti gradi sì della beatitudine che della dannazione; e non sapendo fare altrimenti per trarsi d’impaccio, dichiarano esser piccol segno di beatitudine il minimo grado di pena, e toccarsi l’un l’altro scambievolmente; il che  importa che esista uno stato di mezzo. » (Koeppen, Opp. T, 2).

« La qual differenza per qual motivo non permetterà la Religione Cristiana che sia ricevuta? Forse che non è riconosciuta realmente dalla maggior parte de’ Cristiani? Certo i nostri Riformatori non dovevano rigettar del tutto questo stato mediano, giacché ad esso prestavasi ferma credenza nella Chiesa antichissima, ed oltre a ciò s’insegnava da ogni banda, tottochè molte fiate sia un buon destro per recare in mezzo ree e vergognoso usanze. » (Lessing, Opere varie di teologia, 1770).

« È inutile dire che la stessa autorità della Chiesa stia dalla parte di coloro che ammettono questo luogo , altrimenti chiamato PURGATORIO. »

« È manifesto dalla concorde testimonianza degli Ecclesiastici, che è stata pratica della Chiesa di pregare per tutti, nessuno eccettuato » (Rosenmuller, T . 2 lib. 13, cap. 3, § 18)-

« Il buon uso di pregare pei defunti cominciò nell’età degli Apostoli e continuossi a mettere in pratica sino al secolo XVI, nella Chiesa universa » (Collier, Giustificazione dei motivi a difesa della Rivelazione: T, I)

« Questa costumanza cristiana ringiovanisce, e ravviva la fede dell’immortalità dell’anima; alza, a così dire, un lembo del velo che ne cuopre la vista del sepolcro, ed appalesa per tal modo l’unione che bene ha luogo tra questo e l’altro mondo. Se noi (protestanti) avessimo tal costumanza mantenuta, non avremmo per disavventura a piangere in mezzo a noi tanto scetticismo e tanta miscredenza. Non trovo ragione alcuna, perché  una Chiesa particolare, la quale non può pretendere di avere in potestà sua doni soprumani, e che tanto si è dilungata DA’ TEMPI PRIMITIVI DEL CRISTIANESIMO, possa cosi facilmente e all’impazzata mettere giù un’usanza, che lungi dall’esser condannata, trovasi assai ragionevolmente, secondo la Scrittura, praticata di già fin da’ primi tempi. Nell’età Apostolica, ne’ giorni dei miracoli e delle rivelazioni essa era in uso. Negli articoli di fede non si lasciò da banda; nè da altri, se non dal solo eretico Ario, di poco o niun conto si dichiarò. La vediamo adoperata ai tempi di Agostino, e di là fino al secolo decimosesto. Che se ormai siam giunti a tale, che por noi non si faccia più cos’alcuna pei nostri trapassati, e che non paia più oltre convenevole di raccomandarli a Dio; se ne abbiam messa in non cale ogni memoria, e la trapassiam tacitamente, mentre ab antico si usava fare nella Santa Cena (nella Messa), non vi ha dubbio noi trasandiamo di effettuare quel fratellevole commercio che interviene nella comunanza de’ Santi, come con qualunque altra che sìa. Ciononostante si vorrà poi dire che noi restiamo nella comunione de’ Santi? E perseverando siffattamente a trattar da lontano colla Chiesa universale, non avrà poi altri a dire che noi guastiamo la fede, e che di un articolo di lei ributtiam la metà? » (Collier, Op. cit. p, 100).

« Io credo fermamente, oso dirlo; so che vi è il Purgatorio; resto facilmente persuaso che di esso si fa menzione nella Scrittura. ». (Lutero, Disp. Lipsica.)

« Quando la Chiesa Cattolica…. va raccomandando i trapassati nel Signore, si mostra chiaramente essere informata dalla più sublime ed universale idea religiosa » (Horst, Misteriosofia, p. 226).