IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (5)

G Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (5)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. Ex. Off.

Imprimi potest: t Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: Lutetiæ Parisiorum die II nov. 194

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Seconda Visione

LA CORTE CELESTE

TERZA PARTE

L’APERTURA DEI SIGILLI

Capitolo VI, (1-17)

“E vidi come l’Agnello aveva aperto uno dei sette sigilli, e sentii uno dei quattro animali che diceva con voce quasi di tuono: Vieni, e vedi. E mirai: ed ecco un cavai bianco, e colui che v’era sopra aveva un arco, e gli fu data una corona, e uscì vincitore per vincere. E avendo aperto il secondo sigillo, udii il secondo animale che diceva: Vieni, e vedi. E uscì un altro cavallo rosso: e a colui che v’era sopra fu dato di togliere dalla terra la pace, affinché si uccidano gli uni e gli altri, e gli fu data una grande spada. E avendo aperto il terzo sigillo, udii il terzo animale che diceva: Vieni, e vedi. Ed ecco un cavallo nero: e colui che v’era sopra aveva in mano una bilancia. E udii come una voce tra i quattro animali che diceva: Una misura di grano per un denaro, e tre misure d’orzo per un denaro, e non far male al vino, né all’olio. E avendo aperto il quarto sigillo, udii la voce del quarto animale che diceva: Vieni, e vedi. Ed ecco un cavallo pallido: e colui che vi era sopra ha nome la Morte, e le andava dietro l’inferno, e le fu data potestà sopra la quarta parte della terra per uccidere colla spada, colla fame, colla mortalità e colle fiere terrestri. E avendo aperto il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano, e gridavano ad alta voce, dicendo: Fino a quando. Signore santo e verace, non fai giudizio, e non vendichi il nostro sangue sopra coloro che abitano la terra? E fu data ad essi una stola bianca per uno: e fu detto loro che si dian pace ancor per un poco di tempo sino a tanto che sia compito il numero dei loro conservi e fratelli, i quali debbono essere com’essi trucidati. E vidi, aperto che ebbe il sesto sigillo: ed ecco si fece un gran terremoto, e il sole diventò nero, come un sacco di pelo: e la luna diventò tutta come sangue: e le stelle del cielo caddero sulla terra, come il fico lascia cadere i suoi fichi acerbi quand’è scosso da gran vento. E il cielo si ritirò come un libro che si ravvolge, e tutti i monti e le isole furono smosse dalla sede: e i re della terra, e i principi, e i tribuni, e i ricchi, e i potenti, e tutti quanti servi e liberi si nascosero nelle spelonche e nei massi delle montagne: e dicono alle montagne ed ai massi: Cadete sopra di noi, e nascondeteci dalla faccia di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello: perocchè è venuto il gran giorno della loro ira: e chi potrà reggervi?”

§ 1. — Il Cavallo bianco

Nel capitolo precedente, San Giovanni ha riportato la visione che ebbe di un libro sigillato contenente alcune profezie sul futuro del Cristianesimo. Ora l’Agnello aprirà il libro e rivelerà all’Apostolo qualcosa dei misteri in esso contenuti. Uno dopo l’altro i sette sigilli saranno aperti, e ognuno darà un’idea dello stato della Chiesa nei momenti più importanti del suo sviluppo: il primo la mostrerà alla sua nascita, e quando si lancia alla conquista del mondo; i tre successivi specificheranno le varie persecuzioni che l’assaliranno di volta in volta; il quinto manifesterà la gloria di cui godrà, fino al presente, nella persona dei suoi martiri; il sesto annuncerà il trionfo dell’Anticristo ed il settimo, l’inizio della beatitudine eterna. « E vidi – dice l’Apostolo – che l’Agnello aveva rotto uno dei sette sigilli, e sentii una dei quattro animali, cioè uno dei quattro Evangelisti, che diceva con voce simile il rumore del tuono, perché era impossibile non sentirla: « Vieni e vedi ». Vieni, cioè avvicinati, non fisicamente, ma in spirito; avvicinati ai misteri divini, invece di allontanarti da essi, come fa la maggior parte degli uomini, per occuparsi solo delle cose terrene; applicati a penetrarli e, illuminato dalla luce divina, vedrai, capirai ciò che è nascosto sotto questi simboli. » Ed io guardai, ed ecco, un cavallo bianco che avanzava. Questo primo cavallo, secondo l’opinione unanime dei commentatori, rappresenta i primi predicatori del Vangelo. Come quei nobili animali che sono stati compagni inseparabili dell’uomo in guerra per secoli, e che hanno messo tutta la loro velocità, tutta la loro forza, tutto il loro ardore al servizio del loro padrone con generosità smisurata, gli Apostoli ed i primi discepoli sono andati per il mondo, portando il Verbo alle nazioni, gettandosi a corpo morto, sotto la sua guida, nella lotta contro il male. Giobbe aveva già visto nel cavallo l’immagine del predicatore del Vangelo, quando diceva: « Il fiato orgoglioso delle sue narici sparge il terrore, egli colpisce la terra con il piede, si lancia in avanti con audacia, corre con ardore incontro agli uomini armati. Disprezza la paura e non ha paura delle spade. Le frecce gli fischiano intorno, le asce e gli scudi risuonano senza intimidirlo. Schiuma e trema, e sembra voler divorare la terra; è impavido al suono della tromba. Appena sente il suono della carica, dice: « Andiamo ». Sente la guerra da lontano, comprende l’incoraggiamento dei capi e le grida dei soldati » (XXXIX, 20-26). – Questo cavallo è bianco per evocare l’eccezionale purezza dei costumi di questi primi Cristiani, che avevano preso nelle fresche acque del Battesimo il candore della neve, e che conservavano, in mezzo ai pagani, una santità di vita immacolata. E colui che lo cavalcava, cioè il Cristo, che gli Apostoli portavano ai Gentili e che li dirigeva in tutte le loro imprese, teneva un arco in mano. Quest’arco non è altro che la Sacra Scrittura, le cui parole sono usate come frecce per mettere in fuga il diavolo, per confondere i nemici della Chiesa, o per trafiggere le anime sante con le ferite dell’amore che le fanno morire al mondo ed al peccato. Egli ha ricevuto la corona come segno del suo diritto al dominio universale. Questo diritto gli fu confermato dal Padre suo dopo la sua Resurrezione, anche se lo possedeva da tutta l’eternità a causa della sua natura divina. Ed uscì da quel popolo che, scelto da Dio per donare il Messia, era stato infedele alla sua missione, lo aveva rinnegato, disprezzato, crocifisso, e aveva fatto tutto ciò che poteva per soffocare la Chiesa nascente; esso uscì dalla Giudea, sconfiggendo il diavolo con la sua umiltà, il mondo con la sua povertà, la sensualità con il suo amore per la sofferenza.; uscì dunque per riportare altri trionfi, per conquistare gli uomini con la dolcezza penetrante dei suoi esempi, con la verità luminosa dei suoi insegnamenti, e così guadagnarli tutti al regno dei cieli.

§ 2 – Gli altri tre cavalli.

Ma il diavolo non si accontentò di essere sconfitto: sulle orme del cavallo bianco, lanciò altri tre cavalli, tre cavalli propri, che rappresentano le tre forme principali della lotta condotta contro la Chiesa nel corso dei tempi: il cavallo rosso simboleggia le persecuzioni sanguinose; il cavallo nero, le grandi eresie; il cavallo pallido, le ipocrisie e i tradimenti dei cattivi Cristiani. Quando il secondo sigillo fu aperto, San Giovanni vide uscire un altro cavallo, che era rosso, il colore del sangue. E colui che lo cavalcava, cioè il diavolo, i cui agenti sono i persecutori, ricevette il potere di distruggere la pace della terra. Dio ha permesso al diavolo di sollevare violente tempeste contro la Chiesa, così come aveva permesso che esercitasse la sua furia contro Giobbe in passato, non per distruggerla, ma per far risplendere la sua virtù. Gli ha dato una spada di grandi dimensioni, quando gli ha permesso di usare il potere romano a proprio vantaggio, per colpire la Chiesa nella sua carne viva e cercare di tagliarla fuori dal mondo. Non appena si scatena una persecuzione, gli uomini danno libero sfogo ai loro peggiori istinti: si scatenano, si inseguono, si uccidono l’un l’altro con la massima crudeltà. E questa lotta fratricida penetra anche nel seno delle famiglie, come aveva annunciato Nostro Signore: Sarete consegnati alla morte dai vostri genitori, dai vostri fratelli, dai vostri parenti, dai vostri amici. Ecco perché San Giovanni ha visto qui che le persone si consegnavano alla morte una ad una. Ma quando il sangue scorreva liberamente, il diavolo, vedendo che era inutile per lui fare martiri, e che, al contrario, la Chiesa usciva ogni volta più forte e vivace dalle persecuzioni con cui la affliggeva, il diavolo, dico, si risolse a cambiare tattica, e cercò di allontanare gli uomini dalla vera fede fomentando le eresie. Questa nuova forma di guerra è annunciata dal cavallo nero, che uscì all’apertura del terzo sigillo, ed il cui cavaliere teneva in mano una bilancia. Questo cavallo è nero perché, tra tutti i colori, questo è il più refrattario alla luce: ora, gli eretici sono, tra tutti i peccatori, i più incapaci di riflettere la luce della verità, cioè Cristo stesso. Il profeta Geremia aveva scritto nello stesso senso: I loro volti sono più neri dei carboni. Santa Teresa ha notato bene questo punto nel suo racconto della visione in cui la sua anima le fu mostrata in forma di specchio, in cui apparve Gesù Cristo: « Con l’aiuto della luce che mi è stata data – scrive – ho visto come, appena l’anima commette un peccato mortale, questo specchio si copre di una grande nuvola e rimane estremamente nero, così che Nostro Signore non può rappresentarsi in esso o essere visto in esso, sebbene sia sempre presente, in quanto dà l’essere. Per quanto riguarda gli eretici, è come se lo specchio fosse rotto; una disgrazia incomparabilmente più terribile che se fosse solo oscurato. – E il cavaliere che lo cavalcava aveva una bilancia in mano: cioè, pesava le cose nella sua mano, e questa gli serviva da bilancia. Questa è un’immagine di ciò che fanno gli eretici quando pretendono di giudicare tutte le cose, e specialmente il significato delle Scritture, secondo il loro proprio modo di vedere, senza tener conto delle regole che la Chiesa ha stabilito. Lutero aveva in mano una bilancia quando, disprezzando un insegnamento vecchio di quindici secoli, inventò la teoria del libero esame; e Calvino lo imitò quando osò stabilire la società cristiana su nuove basi, o quando spiegò la presenza di Cristo nell’Ostia Sacra in un modo fino ad allora sconosciuto. I veri Dottori, invece, e gli autentici maestri della fede cattolica, incatenando con San Paolo la loro mente alla sequela di Cristo, pesano ogni cosa nella bilancia della Tradizione, stando attenti a non esercitare la minima pressione per alterare i dati. Essi si attengono fedelmente alle spiegazioni elaborate dai santi Padri e, riesprimendole in forme più adeguate alle esigenze del loro tempo, le mantengono tuttavia nel medesimo quadro, secondo il consiglio del sacro autore: « Non oltrepassate i venerabili confini che i vostri padri hanno posto » (Deut., XIX, 4). Gli eventi degli ultimi anni mostrano che il cavaliere sul cavallo rosso non ha perso nulla della sua crudeltà e che è ancora pronto, oggi come in passato, ad esercitare la più sanguinaria violenza contro la Chiesa. Ma anche il guerriero sul cavallo nero non si è arreso. Armato delle sue false bilance, lavora instancabilmente per minare la fede viziando l’interpretazione autentica della Sacra Scrittura. È lui che spinge i commentatori ad abbandonare il significato mistico dell’Apocalisse, troppo spesso i pesi esatti stabiliti dai Padri, per sostituirlo con il loro giudizio personale o quello di autori eterodossi. Di fronte a questa devastazione, la Chiesa sente il bisogno di rassicurare i suoi fedeli, che sono allarmati e temono che la fede sia presto sommersa sotto la marea montante dell’ipercritica e del razionalismo. Dal mezzo dei quattro animali, cioè solidamente appoggiata sulla dottrina del Vangelo, fa sentire la sua voce: « Non temere – essa dice – piccolo gregge: la verità non ha nulla da temere dal progresso dell’errore ». Se saprete rimanere semplici come bambini; se porterete a Dio il danaro di una fede pura, fiduciosa, senza riserve, otterrete sempre, in cambio, una doppia libbra di grano, o tre doppie libbre di orzo, cioè la doppia comprensione della Scrittura, pesata col suo vero peso, nel suo senso letterale e nel suo senso mistico. » Il grano rappresenta il Nuovo Testamento, che è il cibo perfetto per l’anima, come il grano lo è per il corpo. L’orzo, un cibo più ruvido, simboleggia l’Antico Testamento, e ne servono tre misure: perché invece di avere l’unità del Nuovo, è suddiviso in tre parti ben distinte: la Legge, i libri storici ed i Profeti. Oggi, come venti secoli fa, Dio continua a rivelare all’umile e ai piccoli ciò che nasconde ai dotti e ai sapienti di questo mondo. La verità può essere oscurata dai figli degli uomini, ma non sarà occultata. Dio vigila e non permetterà che il significato autentico della Sua parola sia alterato nella Sua Chiesa. Per questo la voce profetica continua: Non toccate né vino né olio, indicando così che al diavolo e a coloro che lavorano per lui è proibito togliere alla Scrittura qualcosa della sua forza o della sua dolcezza. Alle persecuzioni sanguinose, alle eresie dichiarate, il principe delle tenebre aggiunge ora un nuovo nemico: sono gli ipocriti, gli uomini che si danno l’aspetto esteriore della santità e che, grazie al prestigio così ottenuto, seducono gli ignoranti, portandoli alla loro rovina. Questi sono quelli che furono mostrati a San Giovanni, all’apertura del quarto sigillo, sotto la figura di un quarto cavaliere: E vidi un cavallo pallido che avanzava; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, cioè il diavolo. Perché è il padre della morte più terribile, la vera morte, quella che separa l’anima da Dio per sempre. E l’inferno camminava dietro di lui, perché ovunque egli vada, trascina con sé fuoco, disordine e sofferenza. Questo cavallo pallido è dunque la figura degli ipocriti, di coloro che, conducendo apparentemente una vita santa e senza macchia, generano con il loro orgoglio segreto quelle innumerevoli eresie subdole, che rinascono continuamente in nuove forme. Hanno potere sulle quattro parti della terra, cioè sulle quattro categorie di uomini che condividono la fede in Dio: Cristiani, ebrei, pagani ed eretici. Infatti, questi seduttori si trovano in tutte le sette religiose, ma soprattutto nel Cristianesimo. Essi hanno il potere di distruggere le anime con la carestia, privandole della parola di Dio e dei sacramenti; con la spada, trafiggendole con le loro perfide suggestioni; con la morte, separandole dalla vita della Chiesa; con le bestie della terra, scatenando segretamente i loro istinti malvagi, che poi provocano un terribile caos.

§ 3 – Il quinto e sesto sigillo.

Questo è un riassunto dei nemici che devono perseguitare la Chiesa durante la sua esistenza sulla terra. Per incoraggiarci nell’attenderli, San Giovanni ci darà ora un assaggio delle consolazioni riservate a coloro che avranno sofferto per Gesù Cristo: E quando ebbe rotto il quinto sigillo, vidi l’altare, cioè, strettamente unite al Sacrificio del Salvatore, le anime di coloro che furono messi a morte per aver dato testimonianza alla Parola di Dio, ed esse gridarono per il pressante desiderio di ritrovare i loro corpi. Ma il desiderio di cui si parla qui, notiamo, non comporta nessuna impazienza, nessuna ansia: esso è solo quello di vedere il regno di Dio prendere la sua forma completa e perfetta il più presto possibile. Gridavano a gran voce: « Quanto tempo aspetterete, o Signore, Voi che siete santo in tutte le vostre opere e fedele nelle vostre promesse, per pronunciare il vostro giudizio e vendicare il vostro sangue? Quando punirete i nostri persecutori, che vivono in pace sulla terra, perfettamente felici, come se non avessero nulla da rimproverarsi, e che godono di tutti i beni passeggeri, senza desiderare altro? » Anche qui, guardiamoci dall’attribuire ai Santi pensieri di vendetta: il castigo che essi invocano sui loro persecutori non è una riprovazione definitiva, ma una prova temporale che porti questi sventurati a fare penitenza e ad evitare così la morte eterna.

E a ciascuno di loro fu data una veste bianca. Questa veste rappresenta la beatitudine che i teologi chiamano essenziale, e che le anime degli eletti godono fin d’ora,  attraverso la contemplazione dell’Essere di Dio, in attesa della gioia completa che risulterà loro dalla riunione con i loro corpi glorificati. E fu detto loro di pazientare ancora un po’: un po’, perché il tempo che ci separa dal Giudizio è poca cosa, se paragonato all’eternità; finché sia completato il numero di coloro che servono Dio con essi (cioè i confessori) e dei loro fratelli, che devono essere messi a morte come loro (cioè i martiri). Poi, quando gli eletti avranno raggiunto il loro numero finale, recupereranno i loro corpi; il male scomparirà dalla terra ed il regno di Dio sarà stabilito per l’eternità. Non siamo ancora arrivati a questo punto, e dopo questo sguardo verso il cielo, San Giovanni ci riporta al mondo presente: qui arriva l’ultima persecuzione, la più terribile di tutte, quella dell’Anticristo, segnata dall’apertura del sesto sigillo. Il terremoto che lo annuncia rappresenta lo sconvolgimento generale che deve preludere a questi giorni terribili. Il sole diventerà nero come tela di sacco; vale a dire, Cristo, il Sole di giustizia, sarà oltraggiato in mille modi; sembrerà ritirarsi dalla terra, mentre l’Anticristo moltiplicherà i suoi prodigi. Allora, secondo la parola di Nostro Signore, sorgeranno falsi profeti, capaci di ingannare, se si potesse, gli stessi eletti (Matth., XXIV, 24). Allora tutta la luna diventerà come sangue: la Chiesa sarà insanguinata dalla persecuzione più crudele. Le stelle cadranno dal cielo sulla terra: i prelati che dovrebbero servire da luce e guida agli altri uomini apostateranno, sedotti dai falsi miracoli dell’Anticristo, o scossi dalla violenza dei tormenti di cui saranno minacciati. E verranno a mancare in gran numero, e cadranno come cadono i primi fichi quando la ficaia viene scosso da un forte vento. – E il cielo è scomparso come un libro, cioè: la Scrittura diventerà un libro chiuso per la stragrande maggioranza degli uomini; nessun predicatore svilupperà più il senso della parola di Dio; e lo stesso culto della Chiesa, quel culto che, con i suoi canti, la sua pompa, i suoi riti, evoca la liturgia del cielo, scomparirà dalla faccia della terra: la persecuzione sarà così generale che il Santo Sacrificio non potrà più essere celebrato pubblicamente in nessun luogo; la vita cristiana non sussisterà che nascondendosi nel segreto. Un panico indescrivibile si impadronirà dell’umanità all’avanzare del giorno del giudizio: montagne e isole saranno scosse dai loro posti, perché coloro che sembravano fermi come una montagna, indipendenti di spirito come un’isola in mezzo al mare, fuggiranno o apostateranno davanti alla persecuzione dell’Anticristo. E quelli che si credevano padroni della terra: re, principi, tribuni, la cui eloquenza manipolava le folle a volontà, i ricchi e i potenti; e quelli che vivevano come se non avessero nulla da temere: gli schiavi del peccato e gli uomini che si sono liberati dalla legge di Dio, tutti loro si nasconderanno nelle grotte e nelle rocce dei monti. E diranno ai monti e alle rocce: « Cadeteci addosso e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello ». Poiché ecco, viene il gran giorno della loro ira, e chi potrà resistere? Perché tutti i tormenti, non eccetto quelli dell’Inferno, saranno, secondo i teologi, preferibili agli scoppi dell’indignazione del Giudice Sovrano. Giobbe aveva già detto nello stesso senso: a malapena avremo sentito una piccola goccia delle sue parole, chi potrà allora considerare il tuono della sua grandezza? (XXVI, 12).

QUARTA PARTE

LA CHIESA TRIONFANTE

Capitolo VII – (1- 17)

“Dopo queste cose vidi quattro Angeli che stavano sui quattro angoli della terra, e ritenevano i quattro venti della terra, affinché non soffiassero sopra la terra, né sopra il mare, né sopra alcuna pianta. E vidi un altro Angelo che saliva da levante, e aveva il sigillo di Dio vivo: e gridò ad alta voce ai quattro Angeli, ai quali fu dato di far del male alla terra e al mare, dicendo: Non fate male alla terra e al mare, né alle piante, fino a tanto che abbiamo segnati nella loro fronte i servi del nostro Dio. E udii il numero dei segnati, cento quaranta quattro mila segnati, di tutte le tribù dei figliuoli d’Israele. Della tribù dì Giuda dodici mila segnati:

della tribù di Ruben dodici mila segnati:

della tribù di Gad dodici mila segnati:

della tribù di Aser dodici mila segnati:

della tribù di Neftalì dodici mila segnati:

della tribù di Manasse dodicimila segnati:

della tribù di Simeone dodici mila segnati:

della tribù di Levi dodici mila segnati:

della tribù di Issacar dodici mila segnati:

della tribù di Zàbulon dodici mila segnati:

della tribù di Giuseppe dodici mila segnati:

della tribù di Beniamino dodici mila segnati.

Dopo questo vidi una turba grande che niuno poteva noverare, di tutte le genti, e tribù, e popoli, e lingue, che stavano dinanzi al trono e dinanzi all’Agnello, vestiti di bianche stole con palme nelle loro mani: e gridavano ad alta voce, dicendo: La salute al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello. E tutti gli Angeli stavano d’intorno al trono, e ai seniori, e ai quattro animali: e si prostrarono bocconi dinanzi al trono, e adorarono Dio, dicendo: Amen. Benedizione, e gloria, e sapienza, e rendimento di grazie, e onore, e virtù, e fortezza al nostro Dio pei secoli dei secoli, così sia. E uno dei seniori mi disse: Questi, che sono vestiti di bianche stole, chi sono? e donde vennero? E io gli risposi: Signor mio, tu lo sai. Ed egli mi disse: Questi sono quelli che sono venuti dalla grande tribolazione, e hanno lavato le loro stole, e le hanno imbiancate nel sangue dell’Agnello. Perciò sono dinnanzi al trono di Dio, e lo servono dì e notte nel suo tempio: e colui che siede sul trono abiterà sopra di essi: non avranno più fame, né sete, né darà loro addosso il sole, né calore alcuno: poiché l’Agnello, che é nel mezzo del trono, li governerà, e li guiderà alle fontane delle acque della vita, e Dio asciugherà tutte le lacrime dagli occhi loro.”

§ 1. — Il segno del Dio vivente

Dopo averci mostrato, nel capitolo precedente, qualcosa dei rigori del giudizio di Dio, l’autore, per ristabilire la nostra fiducia, solleverà ora un angolo del velo che nasconde alla terra la beatitudine degli eletti: « Vidi allora – ci dice – quattro Angeli ai quattro angoli della terra, che tenevano a freno i quattro venti della terra, per impedire che soffiassero sulla terra, sul mare e su qualsiasi albero. Questi quattro Angeli sono in realtà quattro demoni: il demone infatti, cadendo dal Paradiso, non ha perso la sua natura angelica. Continua persino, come gli spiriti beati, a servire Dio, anche se contro la sua volontà: la sua gelosia e il suo malcostume sono utilizzati dalla Sapienza divina a prova dei giusti. I quattro venti che si impedisce di soffiare sulla terra, rappresentano la predicazione della Chiesa, che diffonde la dottrina dei quattro Vangeli nel mondo. Egli sa bene che nulla è così utile alle anime come la conoscenza della parola di Dio: per questo cerca di ostacolarla con ogni mezzo. L’autore del Cantico dei Cantici usa la stessa immagine quando chiama questi venti sulla sposa per darle tutta la sua bellezza: « Alzati, Aquilone – dice – vieni, vento del sud, e soffia nel mio giardino, perché dia tutta la sua fragranza » (IV, 16.) Come la rosa dei venti, cioè tutta la varietà delle correnti atmosferiche che fecondano la terra, è determinata da quattro punti cardinali, così la predicazione che porta il seme divino alle anime è ordinata interamente intorno a quattro punti fondamentali: il cielo, l’inferno, la fuga dal peccato e la pratica della virtù. – Il diavolo cerca di impedire che questi venti benefici soffino sulla terra, sul mare e sugli alberi, cioè sugli uomini di tutte le condizioni; la terra rappresenta le anime di buona volontà, che sono capaci di lasciarsi solcare dal vomere della predicazione e di far fruttificare la parola ricevuta; il mare è l’immagine dei peccatori instabili ed inquieti; infine, gli alberi sono l’immagine dei giusti, perché, come loro, portano frutto, cioè le loro buone opere; lavorano continuamente per elevarsi verso il cielo, stendono intorno a loro i rami della loro carità, e riparano gli altri uomini all’ombra dei loro buoni esempi, dei loro consigli e delle loro consolazioni. Mentre i demoni cercavano di ostacolare la diffusione del Vangelo sulla terra, San Giovanni vide un altro Angelo apparire in direzione del Sol Levante. Questo era l’Angelo del Gran Consiglio, cioè Cristo in persona. È salito dall’Oriente, cioè è uscito dal seno della luce eterna, ed ha portato con sé, per imprimerlo nel suo popolo, il sigillo del Dio vivente, il segno che dà ogni potere sulla terra, nel cielo e negli inferi, il segno della croce. Allo stesso modo, vediamo nel profeta Ezechiele, un messaggero celeste che imprime il marchio del Tau, cioè della croce, sulla fronte dei giusti di Gerusalemme. Ma questo segno del Dio vivente è anche, in un senso più generale, la potenza che Cristo possedette quando viveva sulla terra, e con il quale manifestava chiaramente che Egli stesso era il Dio vivente, il vero Dio, uguale in tutto al Padre suo. San Pietro, che assisteva ogni giorno ai suoi miracoli, non si sbagliava: fu il primo a confessarlo pubblicamente a Cesarea: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. » E fu questo segno che il centurione aveva riconosciuto nei prodigi che seguirono la crocifissione e che gli fece gridare: « Veramente, questo era il Figlio di Dio. » Questa apparizione di Cristo, nella visione che stiamo analizzando, si riferisce più particolarmente al miracolo della risurrezione e a tutto ciò che seguì: fu allora, infatti, che Nostro Signore si manifestò ai suoi con tutta la sua potenza. – E gridò forte quando la predicazione dei suoi Apostoli si diffuse su tutta la terra. E fece sapere ai quattro angeli, ai quali era stato dato il permesso di perseguitare la terra e il mare, cioè i demoni, che i loro sforzi sarebbero stati vani, che non avrebbero ostacolato il progresso della nuova Religione, che non avrebbero impedito a Dio Onnipotente di realizzare i suoi piani di chiamare, giustificare, glorificare coloro che Egli ha predestinato a diventare conformi all’immagine di Suo Figlio (Rom. VIII, 29-30). È in questo senso che dobbiamo comprendere le seguenti parole: Non distruggete la terra, il mare e gli alberi, finché non segniamo sulla loro fronte i servi del nostro Dio. I servi di Dio sono segnati sulla loro fronte quando non arrossiscono per la loro fede o per la croce del loro Maestro. – Questo marchio non li esime dagli attacchi del diavolo e dalle persecuzioni dei peccatori, al contrario: dà loro solo la forza di superare tutte queste prove e di volgerle a loro vantaggio spirituale.

§2. — Gli eletti di Israele.

E sentii il numero di coloro che erano stati segnati: centoquarantaquattromila di tutti i figli d’Israele. – Dio mostra ora all’amato Apostolo l’immenso esercito di coloro che, grazie a questo segno misterioso, saranno sfuggiti al dominio del diavolo. Sebbene in questa moltitudine non ci sia più alcuna distinzione, secondo San Paolo, tra Giudeo e Gentile, Barbaro e Scita, schiavo e uomo libero (Col. III, 11), San Giovanni separa nella sua descrizione i figli di Israele dalla massa degli eletti. Egli propone un doppio insegnamento. Da un lato, vuole far capire ai primi che non basta appartenere al popolo eletto e discendere da Abramo secondo la carne per essere salvati: bisogna ancora essere annoverati tra i segnati, bisogna essere stati segnati da Cristo con il segno della vita. – D’altra parte, vuole mettere in evidenza la gerarchia che esisterà in cielo tra i Cristiani che avranno seguito la via stretta dei consigli evangelici e quelli che si saranno accontentati della via più ampia e facile dei Comandamenti di Dio. I Giudei rappresentano qui i primi, cioè coloro che hanno praticato la circoncisione spirituale su se stessi, sul loro cuore, sui loro occhi, sulla loro lingua, attraverso l’abitudine alla mortificazione. Sono centoquarantaquattromila, come i vergini di cui si parlerà più avanti, che seguono l’Agnello ovunque vada. Questo numero ha ovviamente solo un valore simbolico. Senza cercare di seguire i Padri nelle spiegazioni che danno, che confondono un po’ le nostre nozioni moderne di aritmetica, riassumeremo solo il loro pensiero dicendo che, se lo analizziamo semplicemente secondo la sua enunciazione, contiene al suo interno la perfezione della carità (mille), quella delle opere (cento), quella della penitenza (quaranta), quella delle virtù evangeliche (quattro), indicando così gli elementi essenziali di ogni santità. Inoltre, questi beati sono raggruppati in dodici tribù, per mostrare prima di tutto che si ricollegano ai dodici Apostoli, come il popolo d’Israele discende dai dodici figli di Giacobbe; ma anche per farci capire che tutti i Santi non hanno seguito lo stesso cammino. Alcuni sono stati santificati nella vita attiva, altri nella vita contemplativa. Alcuni erano ammirevoli per le loro austerità, altri per il loro spirito di sacrificio, altri per la loro obbedienza, altri per la loro carità. I nomi delle dodici tribù, intesi secondo il loro significato mistico, specificheranno dodici punti la cui pratica diligente può condurci alla perfezione. – Notiamo subito che la tribù di Dan non appare nell’enumerazione che segue. La tradizione ha sempre attribuito questa omissione, certamente volontaria, al fatto che l’Anticristo debba provenire da questa tribù. Sant’Ireneo ce lo insegna con le sue stesse parole: « Geremia – scrive – ha mostrato non solo l’avvento improvviso dell’Anticristo, ma anche la tribù da cui verrà, quando dice: … Il rumore dei suoi cavalli si sente da Dan, e alla voce dei nitriti dei suoi soldati tutta la terra è scossa; ed essi sono venuti ed hanno divorato la terra e tutto ciò che è in essa, la città e coloro che vi abitano. Ecco perché questa tribù non è nominata nell’Apocalisse, insieme a coloro che saranno salvati. (Contra Hæreses, Lib. V, cap. 30, 2. – Pat. Pat. VII. – Jerem. VIII, 16.2). Questa opinione è anche dovuta al passo della Genesi, dove Giacobbe paragona questo figlio ad un serpente (XLIX, 17). Eliminata così la tribù di Dan, San Giovanni, per rimanere fedele al numero di dodici, divide quella di Giuseppe; ma, invece di nominare i due figli di questo patriarca, Efraim e Manasse, come ci si aspetterebbe, cita Giuseppe stesso, e poi Manasse: è perché gli ripugna menzionare Efraim tra i santi, perché fu un discendente di costui, Geroboamo, che commise l’orribile crimine di introdurre l’idolatria nel popolo di Dio, facendo fare due vitelli d’oro e stabilendo il culto sacrilego che sarebbe stato dato loro (III Re, XII). – Da questa doppia esclusione, non dobbiamo concludere che nessuno dei discendenti di Dan o di Efraim sarà salvato: il pensiero dell’autore non si limita, ripetiamo, al popolo giudaico; esso abbraccia tutta l’umanità; egli vuole farci capire che nessuno di coloro che avranno aderito al partito dell’Anticristo, così come nessuno di coloro che avranno condotto i Cristiani all’idolatria, potrà prendere posto tra i beati. – Torniamo ora all’enumerazione delle dodici tribù ed al loro significato mistico: 12.000 segnati della tribù di Giuda. Giuda è nominato per primo, anche se è solo il quarto dei figli di Giacobbe. L’autore vuole mostrarci, con questa apparente illogicità, che si tratta qui di generazione spirituale piuttosto che di discendenza naturale. Il nome di Giuda, infatti, significa “confessione”, e la confessione dei peccati è il primo atto da compiere nell’ordine della perfezione. È lì che si acquisisce la vera conoscenza di sé, che è la base indispensabile per l’ascesa in Dio. I dodicimila segnati della tribù di Giuda rappresentano dunque tutti coloro che, con l’umile confessione delle loro colpe, sono saliti, come il Santo Re Davide, Santa Maria Maddalena, Santa Thais e tanti altri, alla beatitudine eterna. 12.000 della tribù di Ruben. Dopo la conoscenza di sé, che è il fondamento dell’edificio spirituale, vedremo le tre virtù teologali. Ed ecco prima di tutto la fede, che San Paolo ci dice essere la sostanza delle cose (Ebr. XI). Essa è rappresentata da Ruben il cui nome significa: figlio della visione. Designa misticamente coloro che, vedendo Dio nell’oscurità della fede, si fanno figli di questa visione, cioè ne traggono il principio della loro vita. Ma, poiché la fede è l’oggetto principale degli attacchi del nemico delle anime, Ruben è seguito da Gad, che significa: cinto, equipaggiato, armato, perché chi abbraccia la fede deve allo stesso tempo – ci dice l’Apostolo – rivestirsi dell’armatura di Dio, per essere in grado di resistere agli agguati del diavolo (Efesini VI, 2). – La tentazione sopportata con coraggio dà origine alla fiducia ed alla gioia, come ci insegna San Giacomo: « Beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché quando sarà stato messo alla prova, riceverà la corona della vita » (I, 12). E ancora: Considerate una perfetta gioia, fratelli miei, cadere in varie tentazioni (I, 1). Ecco perché Gad è seguito da Aser, che significa « felice », felice della gioia che porta la speranza. Ed ora ecco la carità: 12.000 dalla tribù di Neftali. Naphtali significa esteso, dilatato, e rappresenta coloro il cui amore abbraccia l’universalità del genere umano, e che vogliono il bene anche per i loro nemici. Ma la carità, una volta accesa nel cuore, lo riempie gradualmente del pensiero di Dio, fino a fargli dimenticare tutto il resto. Alla tribù di Neftali succede quella di Manasse. Questo nome viene interpretato come dimenticato, e raggruppa sotto il suo significato spirituale tutti coloro che, lasciandosi alle spalle le vanità del mondo presente, si applicano alla continua meditazione delle cose celesti. Sotto l’azione di questa meditazione, la durezza naturale del loro cuore si ammorbidisce impercettibilmente; un vero dolore li penetra al pensiero delle sofferenze sopportate da Gesù Cristo, della disgrazia eterna in cui sono precipitate le anime dei malvagi e, soprattutto, del male fatto a Dio dai nostri peccati. – Si passa così alla tribù di Simeone, il cui nome significa: Colui che avverte il dolore. Segue la tribù di Levi, cioè coloro che aggiungono, perché sotto la pressione di questo dolore, moltiplicano le opere buone, aggiungendo alla pratica dei precetti della Legge quella dei consigli evangelici, per raggiungere la perfezione della carità. – Dopo le virtù teologali vengono le virtù cardinali. La giustizia è rappresentata dalla tribù di Issachar. Questo nome è interpretato come ricompensa ed è adatto a tutti coloro che compiono coscienziosamente i loro doveri, per ottenere un giorno la ricompensa eterna. Poi viene la tribù di Zabulon, cioè coloro in cui risiede la forza – questo è il significato della parola – e che sono pronti a sopportare qualsiasi cosa per amore di Dio. La tribù di Giuseppe rappresenta la prudenza, in ricordo della condotta esemplare di questo patriarca in Egitto. E quella di Beniamino, la temperanza, perché questo nome, che significa figlio della mano destra, designa misticamente tutti coloro che sono figli della mano destra, cioè che si governano saggiamente e si lasciano guidare dalla loro ragione, a differenza di coloro che, come figli della mano sinistra, si abbandonano al capriccio dei loro istinti. (Spiegazioni molto più dettagliate del significato mistico delle Dodici Tribù si trovano nei Padri e nei Commentari del Medio Evo. Ci siamo limitati qui a quelle considerazioni che ci sono sembrate le più semplici, le più pratiche, le più adatte ad essere colte dalle menti moderne.)

§ 3. — Gli eletti venuti dalla Gentilità.

Dopo questo ho visto una folla enorme che nessuno poteva contare. Nessuno, cioè nessun uomo vivente su questa terra. Perché va da sé che Dio conosce ogni individuo uno per uno. Essa era composta da tutte le razze, da tutti le tribù, da tutti i popoli e da tutte le lingue. Questa enumerazione ha lo scopo di farci capire che Nostro Signore ha cancellato tutte le divisioni che separavano gli uomini: ha ristabilito l’unità del genere umano intorno alla Sua sacra Persona. Tutti questi eletti così raggruppati stavano in piedi, al contrario dei reprobi di cui il profeta Amos ci dice che cadranno, schiacciati dalla sentenza di dannazione, e non si rialzeranno (VIII, 14). Stavano così alla presenza di Dio, godendo dell’ineffabile felicità di vederLo, e alla presenza dell’Agnello: poiché la contemplazione della santissima umanità del Salvatore è per i beati la fonte di una gioia speciale. Essi erano vestiti con vesti bianche e tenevano le palme nelle mani: alcuni commentatori moderni si sono basati su questo doppio segno per sostenere che questo si riferisce solo ai martiri. Ma questa restrizione non è giustificata: la veste bianca è il simbolo della purezza recuperata nel sacramento del Battesimo, poi in quello della Penitenza. Le palme che più tardi, è vero, divennero l’emblema iconografico del martirio designano semplicemente le vittorie che gli eletti ottennero su se stessi, sul mondo, sul demonio; che ottennero non con belle parole, ma con le loro opere: per questo si specifica che le tenevano in mano, essendo queste il simbolo della loro attività. – E gridavano ad alta voce con voce piena di gioia e di amore: Ave al nostro Dio, cioè: « Se siamo stati salvati dal disastro in cui ci ha portato il peccato del nostro primo padre, è a Dio che lo dobbiamo; a Lui che siede sul trono e all’Agnello, che ha voluto pagare il nostro debito a prezzo del suo sangue. » Così i fedeli attribuiscono a Dio e all’Agnello, indivisibilmente, l’opera della loro salvezza. E tutti gli Angeli, quelli delle più alte gerarchie come quelli delle più basse, stavano in piedi intorno al trono ed ai vegliardi ed ai quattro animali, formando con loro una sola Chiesa; stavano come servi pronti a obbedire, come guardiani pronti a intervenire, come schiere che accolgono i viaggiatori alla fine del loro viaggio. E si prostrarono con la faccia a terra alla presenza del trono e adorarono Dio, celebrando il mistero della Redenzione. – Lungi dal provare la minima gelosia contro gli uomini, per la tenerezza che Dio mostra nei loro confronti, si rallegravano della loro felicità, mettendo in pratica il consiglio dato dal Vangelo al fratello maggiore del figlio prodigo: « Figlio mio, tu sei sempre con me, e tutto ciò che ho è tuo; avresti dovuto rallegrarti che tuo fratello, che era morto, è tornato in vita; era perduto, ed è stato ritrovato  » (Luca. XV, 32).  Essi dicevano: Amen, cioè, « è bene così, è da Dio solo che viene la salvezza; noi lo confessiamo con voi. A Lui dobbiamo ogni benedizione, gloria, sapienza, azione di grazia, onore, virtù e forza nei secoli. Così sia. » Sette parole, per esprimere l’universalità – poiché questo è il valore simbolico del numero sette – della gloria di Dio, e della lode che vogliono rendergli. Per benedizione, essi intendono lo stato di beatitudine in cui essi, che sono al vertice della gerarchia delle creature, sono stabiliti; per gloria, lo splendore di cui sono rivestiti e i beni di cui sono pieni; per sapienza, la conoscenza della verità di cui sono pieni; per azione di grazia, i sentimenti di gratitudine che li animano. Tutto questo lo devono a Dio, così come l’onore di appartenere alla sua corte, la virtù che permette loro di resistere al male, la forza che trovano nella grazia in cui sono confermati. Ma queste parole si applicano ugualmente agli eletti. A Dio devono anche la benedizione, cioè tutti i beni di cui godono nell’ordine temporale e spirituale; la gloria, cioè lo splendore di una vita pura; la sapienza, o conoscenza di Dio e di se stessi; il ringraziamento, invece del solito stato di ingratitudine in cui vive la maggior parte degli uomini e che deriva dai loro primi genitori; l’onore che rendono al loro prossimo con le loro buone azioni; la forza per resistere alle tentazioni e sopportare le prove.

§ 4 – Dove uno dei vegliardi parla a San Giovanni.

E uno dei vegliardi, parlando a nome di tutti ed indovinando le domande che mi ponevo, mi disse: « Quelli che sono vestiti di bianco, sai chi sono e da dove sono venuti? Sai per quale strada sono passati, per arrivare dalla misera condizione degli uomini che vivono sulla terra, ad una tale gloria? » E io risposi: « Mio signore, io non ne so nulla, voi lo sapete. Volete dirmelo? » Con questo, San Giovanni ci mostra come dobbiamo interrogare i testimoni della Tradizione per avere una comprensione delle visioni della Scrittura. Inoltre, non c’è bisogno di consultarli tutti: l’opinione di uno, quando non è in contrasto con gli altri, è sufficiente per darci un’interpretazione esatta. Ecco perché il dialogo è limitato solo ad uno dei vegliardi. – E questi mi rispose: « Questi sono quelli che sono venuti dalla grande tribolazione ». « Sono venuti da essa, cioè sono usciti da essa, sono stati modellati da essa. È essa che li ha fatti ciò che essi sono. Questa « grande tribolazione » designa l’insieme delle prove che devono essere sopportate – da parte del mondo, della carne e del diavolo – da ogni anima che cerca di espiare i suoi peccati. È doloroso per la natura, eppure è poca cosa rispetto alle sofferenze del Purgatorio o a quelle dell’Inferno. Per questo l’autore si accontenta di dire che essa è grande (magna), parola che suggerisce la seguente progressione: magna in mundo, major in Purgatorio, maxima in inferno. – Essi hanno – continua il vegliardo – lavato le loro vesti e le hanno rese bianche nel sangue dell’Agnello. Notiamo che non dice: nel loro stesso sangue, perché, come abbiamo appena dimostrato, non ci si riferisce solo ai martiri, ma a tutti gli eletti. Le due espressioni “lavate” e “rese bianche” non sono assolutamente sinonimi: la prima indica che le macchie sono state rimosse dal Battesimo o dalla Penitenza; la seconda, che queste anime, imitando le virtù di Nostro Signore, hanno assunto un bel colore bianco. Ecco perché sono davanti al trono di Dio: è perché sono così purificati, che gli eletti meritano di godere della visione beatifica. Ed essi Lo servono giorno e notte nel Suo tempio, celebrano perpetuamente la grande liturgia nella patria celeste. E Colui che siede sul trono, Nostro Signore Gesù Cristo in persona, li possederà eternamente: li proteggerà, li governerà e dividerà con loro tutti i suoi beni. Essi non avranno mai più fame, perché saranno nutriti dal Pane supersustanziale (Matth. VI, 11); né sete, perché berranno a volontà alle sorgenti dell’acqua viva. Avranno a disposizione tutto ciò che desiderano e niente li disturberà più. Il sole non cadrà più su di loro, né alcuna intemperia, né dovranno temere alcuna persecuzione o difficoltà. Perché saranno sotto lo scettro dell’Agnello, che è in mezzo al trono, cioè del Cristo, pieno di innocenza e di misericordia. È Lui che li manterrà nel bene, senza che nessuna caduta o errore li possa portare fuori da esso, e li condurrà alle sorgenti delle acque vive, cioè ai tesori della Sapienza, della Potenza e della Bontà divine. Lì troveranno una gioia incontaminata, che nulla potrà ormai togliere loro. Più si attinge a queste sorgenti, più esse appaiono profonde; più si beve da queste acque, più aumenta il desiderio di berne altre. Ma per raggiungerle, dobbiamo prima andare alle cinque fontane che i Giudei hanno aperto nella carne del Salvatore, a quelle cinque sacre piaghe da cui sgorga l’acqua meravigliosa che purifica l’anima, spegne i suoi cattivi desideri e le dà gioia. È di loro che parlava misteriosamente il profeta Isaia quando diceva: Attingerete alle sorgenti del Salvatore le acque della gioia (XII, 3). – E Dio asciugherà tutte le lacrime dai loro occhi. Come spiegare la dolcezza di queste parole? San Giovanni ci dice che le consolazioni divine e la beatitudine eterna andranno a coloro che versano lacrime di compunzione quaggiù, secondo le parole di Nostro Signore stesso: Beati quelli che piangono, perché saranno consolati (Matth. V, 5). L’Apostolo dice: tutte le lacrime, cioè tutti i tipi di lacrime, per mostrare che le cause che fanno piangere i Santi sono diverse: a volte piangono per la perdita delle anime che hanno disprezzato il sangue di Gesù Cristo; a volte sono i loro stessi peccati, o la lunghezza del loro esilio quaggiù, o le persecuzioni che devono soffrire. Ma tutte queste lacrime saranno asciugate, tutti questi dolori diventeranno sorrisi di felicità eterna.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (6)