IL SACRO CUORE (41)

IL SACRO CUORE (41)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi; LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE SECONDA.

CAPITOLO II.

I FONDAMENTI DELLA DIVOZIONE

I.

FONDAMENTI STORICI

Rapporto della divozione con le visioni di Margherita Maria; certezza storica di queste visioni. — Sino a qual punto vi sia interessata la teologia.

È un fatto che la divozione al sacro Cuore, tale come è stata accettata dalla Chiesa, ha ricevuto l’impulso dalla beata Margherita Maria e dalle sue rivelazioni. Vedremo che ai suoi tempi la divozione era già come nell’aria, che se ne aveva come un’intuizione, ma è pur sempre vero che l’impressione dei devoti è che la beata Margherita Maria è stata lo strumento provvidenziale scelto per sviluppare la divozione, propagare il culto e ottenere la festa. L a Chiesa, è vero, non si è appoggiata, per parlar propriamente, sulla verità delle visioni, per approvare il culto ed istituire la festa. Sono cose che si dimostrano da sé stesse, ma è sempre vero che la dipendenza storica ne è reale. Se dunque le rivelazioni fatte a Margherita Maria fossero state false, la festa, senza mancare d’appoggio, mancherebbe, però, di fondamento storico e si potrebbe dire che, in fondo, l’avremmo avuta per i sogni, di una visionaria. La Chiesa la intende così, tanto è vero che, in simili casi, si circonda di tutte le garanzie umane per assicurarsi della verità dei fatti. Le visioni della beata hanno queste garanzie; qualunque ne sia il come e la natura, che Gesù si sia servito di uno strumento di temperamento malaticcio o perfettamente sano poco importa; i fatti sono provati sufficientemente, come è provato sufficientemente il loro carattere soprannaturale, tanto da appoggiare la certezza umana per modo da potere agire e stabilire seguendo questa certezza. Fatti così ben constatati bastano nelle condizioni ordinarie; la Chiesa non ha creduto sin qui che il loro carattere soprannaturale sia ragione sufficiente per non agire in questo caso, come si agisce umanamente in casa, simile e va’ innanzi. Essa, la Chiesa, non v’impegna la sua infallibilità; ma v’impegna la sua fama di serietà, di prudenza e di discrezione. Le rivelazioni della beata, esaminate come dovevano esserlo da giudici competenti, sopportano la luce dell’indagine della verità; ese vi è negli storici qualche traccia di leggerezza, d’ignoranza e di pregiudizio, non è già nei giudici ecclesiastici che hanno ammesse le visioni e le loro realtà solo dopo maturo esame, ma invece in coloro che si rifiutano di ammetterli dopo un esame fatto in tali condizioni da non poter dare fondamento ad una seria decisione. Si leggano gli scritti della beata, la sua vita, i suoi processi di beatificazione e di santificazione, esi vedrà se le garanzie di serietà e di scienza sono con quelli che accettano o con quelli che negano.

II.

FONDAMENTI DOGMATICI

L’adorazione del sacro Cuore e l’adorazione di Gesù. La divozione all’amore.

Il fondamento ben stabilito della divozione è rischiarato dalla teologia e risulta di già da quello che è stato già detto. Il cuore di Gesù è degno d’adorazione, come tutto quello che appartiene alla persona di Gesù; ma non già considerato come separato dalla sua persona quasi non avendo nessun rapporto con essa. Non è così che vien da noi considerato. Alle accuse dei Giansenisti si era sempre risposto che si riguardava il sacro Cuore come unito alla persona del Verbo; Pio VI l’ha spiegato autenticamente nella bolla Auctorem fidei. Così cadono tutte le accuse di Nestorianismo, di idolatria, ecc. – Ma la divozione al sacro Cuore non è solo il culto del Cuore di Gesù; è il culto dell’amore. E certo, per questo capo, sarebbe una invenzione del genio, se non fosse l’azione dello Spirito Santo, sempre vivente e operante nella Chiesa. Che ammirabile idea è quella di far scaturire così l’amore di Gesù, da ogni atto della sua vita, da ogni sua parola, da tutta la sua persona adorabile! Come ben conviene, questa divozione, all’idea di Dio. che è amore e bontà, con l’idea di Gesù, apparizione vivente della benignità di Dio e del suo amore paterno, con l’idea stessa del Cristianesimo che si presenta, nel suo fondo, come una grande effusione dell’amor divino per noi! Avremo occasione di ritornare su questi pensieri; ma come non notare qui, per coloro che ricercano l’essenza del Cristianesimo, che questa essenza non è altro che l’amore di Dio per l’uomo, amore manifestato in Gesù? Ora la divozione al sacro Cuore va appunto a cercare questo amore in Gesù stesso, per accenderne il nostro amore. Nulla vi ha di più efficace per aiutarci a realizzare il voto che san Paolo formava per i fedeli. « Io, dic’egli, piego i ginocchi dinanzi al Padre da cui ritrae il nome ogni paternità (trad. dalla Vulgata), in cielo e in terra, affinché ci conceda, secondo le ricchezze della sua gloria, di esser investiti dalla fortezza del suo Spirito, in vista dell’uomo interiore; e che il Cristo abiti per la fede, nei vostri cuori, in maniera che, radicati e fondati nella carità, possiate comprendere con tutti i santi tutto quel che ha di larghezza, d’altezza, di profondità; conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ripieni della pienezza di Dio » (Eph. III, 14-20). Da questo lato, dunque, la divozione al sacro Cuore merita tutti gli entusiasmi e tutti gli elogi e Dio sa se essa ha avuto il pregio di svegliare gli entusiasmi e di attirare gli elogi. Ma la divozione al sacro Cuore, non è solo il culto del cuor di Gesù, né il solo culto dell’amore che ci ha amato sino a non vivere che per noi, sino a morire per noi, sino a darsi a noi nell’Eucaristia. Ma è il culto dell’amore, nel culto del cuore; è il culto del cuore per onorare l’amore. In questa relazione stabilita tra il cuore e l’amore sta la difficoltà principale sollevata contro la divozione. Questa relazione non è forse un errore dei vecchi tempi? Tutto ciò ci conduce alla terza questione.

III.

FONDAMENTI FILOSOFICI (1)

Il cuore organo, e il cuore simbolo. Storia della questione. — Controversie. — Situazione attuale. — Vi è pertanto un punto di relazione che ha dato origine al simbolismo. — Fatto d’esperienza la cui spiegazione deve esser lasciata al fisiologo.

(1) Su questa questione si può indicare, oltre Benedetto XIV e s. Alfonso, che saranno citati al loro luogo: J . JUNGMANN,  P. H. DE BIGAULT,  P. RAMIÈRE, ibid., t. XXXI, p. 481-801.  Soprattutto di CLAUDE BERNARD, M. RICHE, VALLET, La téte et le coeur, Parigi, 1891; LA BÉGASSIÈRE, art. cit., II col., 567-570).

Non si può negare che fra i teologi del sacro Cuore non vi è stato sempre accordo su questo punto e che non han saputo trarsi tutti, con onore, dalle difficoltà sollevate su questo punto contro la cara devozione. Qualcuno ha anche dato delle cattive spiegazioni alle quali bisogna francamente rinunziare. Ma altri, mi sembra, rinunziano un po’ troppo facilmente a dare delle spiegazioni, oppure sostituiscono alle vecchie spiegazioni delle spiegazioni nuove che mettono, forse, in cattiva luce la devozione tradizionale. Queste difficoltà non son nate oggi e non hanno aspettato il magnifico progredire della fisiologia moderna per venir fuori. Nel 1726 il P. Galliffet, « postulò » perché la festa fosse istituita, e rimise ai Cardinali e ai consultori della Sacra Congregazione dei Riti, prima il suo bel libro : De culla sacrosancti cordis Dei ac Domini nostri Jesu Christi, e poi l’opera: Excerpta dello stesso libro, ad pleniorem cognitionem causæ necessaria. Si trovò il suo lavoro, ci dice Benedetto XIV, in ogni parte eccellente, omnibus numeris absolutæ (Dei servotum Dei beatificatione, t. IV, parte 2.» , c. XXXI, n. 20, Prato, 1831, t. IV, p. 702). Il promotore della fede, che era Prospero Lambertini stesso, il futuro Papa Benedetto XIV, quantunque personalmente favorevole alla causa, fece coscienziosamente le sue obbiezioni, dice il P. Galliffet, di « avvocato del diavolo ». Una di queste obbiezioni, non fu proposta che a viva voce, e sembra che fosse quella che più commosse la Sacra Congregazione: « Aggiunsi di viva voce, scrive il Papa, che i postulatori presentavano come verità acquisita che il cuore è, come si dice, il comprincipio sensibile di tutte le virtù e affezioni e come il centro di tutta le gioie e pene intime; ma s’incontrava in ciò un problema filosofico, poiché i filosofi moderni mettono l’amore, l’odio e gli altri affetti dell’anima (animi), non già nel cuore come nella loro sede propria, ma bensì nel cervello ». E rimanda a consultare Muratori. » E perciò, continua il Papa, siccome la Chiesa non ha ancor dato nessuna decisione, sulla verità di questa o quell’altra opinione, e siccome la Chiesa si è sempre prudentemente astenuta e si astiene ancora dal pronunziarsi su queste questioni, insinuai rispettosamente che non bisognava acconsentire a una domanda fondata soprattutto sulle opinioni degli antichi filosofi, in contradizione coi moderni » (Loc, cit,. p.705). In conseguenza (his cohœrenter) la risposta fu aggiornata, ciò che, infine, equivaleva a risparmiare un rifiuto (1727). Ma, avendo i postulatori insistito nel loro punto di vista, il rifiuto non tardò a venire (1729). Sant’Alfonso de’ Liguori vede in questo, egli pure, la principale causa della sconfitta (« Secondo la mia umile maniera di vedere, il buon Padre non raggiunse il suo scopo perché, nella sua supplica, si appoggiò su di un punto dubbio, dandolo per certo ». Novena del Cuor di Gesù. Vedi: Opere complete di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, t. III, p. 457, Parigi, 1835). Si constata, infatti, che il P. Galliffet faceva molto largamente parte al cuore nella produzione stessa degli affetti. In seguito acquistò una maggior prudenza. Si distinsero i fatti tenuti per certi dalle spiegazioni incerte (Si veda in NILLES, t. I, part. c. II, § 4, n. 4, pag. 73; c. III, § 2, p. 150). Però, anche nell’esposizione di questi fatti dati per certi, si venivano a mescolare, senza pur rendersene conto, delle asserzioni erronee; ma era ormai solidamente basato il principio che la Chiesa poteva pronunziarsi sulla divozione senza farlo sulle opinioni contestate. Ed è questo che Essa ha fatto. – Era ben difficile, non pertanto, che nei considerando che la Chiesa unisce ai grandi atti della sua autorità, non venisse qualcosa a tradire il flusso e riflusso dell’opinione scientifica in questa materia. Se ne può, infatti, afferrare qualche traccia leggera in una parola, nella preferenza data a una espressione. In generale, Essa ha evitato le espressioni contrastate, come coprincipium, come pure, io credo, organum; l’abbiamo veduta sostituire, in un caso, la parola symbolum alle parole fons e origo, che le si erano proposte; ha usato la parola sedes, per esprimere un fatto d’esperienza, il contraccolpo  dei nostri affetti nel cuore (Veggasi più sopra, c. I , § 6). Grazie a questa prudenza, le nuove opinioni dei fisiologi si sono sostituite, a poco a poco, alle antiche opinioni, senza che la divozione al sacro Cuore se ne sia trovata punto compromessa. Si sono lasciati gli scienziati ricorrere, per la spiegazione della sensibilità, non più al cuore, ma al cervello e al sistema nervoso, l’uno facente funzione di ricevere e dì trasmettere, l’altro servendo di filo di trasmissione; e si è continuato a parlare, come altra volta, del cuore che soffre e che ama, che si commuove palpitando più forte, che si agghiaccia restringendosi, perché il linguaggio abituale non pretende dare spiegazioni scientifiche, ma esprimere, in modo da esser compreso, un fatto d’esperienza. Così la scienza e la divozione andavano ciascuna per la sua via senza quasi conoscersi; e se, qualche volta, s’incontravano non si urtavano però quasi mai. Qualche medico materialista lanciava bensì, di tratto in tratto, qualche ingiuria grossolana contro la divozione, ma si era così abituati all’ingiuria e all’ignoranza da quella parte che non ci si faceva attenzione.

FONDAMENTI FILOSOFICI

Qualche volta, ancora, qualche teologo cercava di spiegare il culto del sacro Cuore secondo qualche nuovo dato della scienza. Così il P. Jungmann, professore all’università di Innsbruck, nei suoi Fiinf Sàtse. Così suo fratello, l’abate Bernardo Jungmann, professore all’Università di Louvain, nelle sue tesi sul sacro Cuore. Questi ritocchi alle vecchie spiegazioni, pertanto, erano fatte con mano leggera e discreta, e l’insieme dei teologi ne profittava per evitare qualche errore d’espressione, per delineare con maggior precisione il senso e l’importanza del culto. Nel febbraio 1870 il P. Bigault esponeva negli Études le idee del P. Jungmann, e nessuno vi trovò da ridire. L’urto, nondimeno, avvenne fra la scienza e la pietà. La condizione d’un accordo durevole si è che ciascuno impari a conoscere i limiti del suo dominio e vi si fortifichi, per lasciare il vicino a spaziare nel suo a suo piacere. Sino dal 1874 il P. Ramière, negli Études, si preoccupava di certe opinioni di Claudio Bernard sulla fisiologia del cuore (Citato da RICHE, Les jonctions de l’organe cardìaque, Paris). Fu peggio assai quando Riche, prete di san Sulplizio, pubblicò Les Merveilles du coeur (Paris 1877), e Le coeur de l’homme et le sacre coeur de Jesus (Paris 1878). Riche faceva sue le nuove spiegazioni dei fisiologi e demoliva così quelle che erano pur state accettate, in molti libri, sul sacro Cuore. È possibile, d’altronde, che le sue spiegazioni fossero insufficienti e che non lasciasse più al cuore la parte che gli spetta. Il P. Ramière credé compromessa la sua cara divozione ed entrò in lotta contro Riche. La polemica ebbe, come accade sempre, degli scatti riprovevoli; le anime devote ne furon turbate, e Pio IX intervenne « perché si cessasse ogni polemica sul sacro Cuore, giudicando il momento inopportuno per fare, fra i Cattolici, delle discussioni su questo soggetto ». In ogni modo la polemica però, come sempre, non mancò di portare buoni risultati. Nessuno, io penso, scriverà più « che il Cuore di Gesù è l’organo principale degli affetti sensibili del Verbo incarnato; che è il principio delle sue virtù, il focolare e la sorgente della sua carità », che « la funzione eterna del cuore è di ricevere le impressioni di questo amore e di produrne gli atti »; che « nello stesso modo che l’anima pensa e giudica per mezzo del cervello, è pur essa che sente, che ama, che si commuove per il cuore, come è essa stessa che vede per gli occhi ». Nessuno, soprattutto, potrà pretendere che la divozione al sacro Cuore sia essenzialmente interessata a questa questione, né che « la divergenza delle opinioni, su questo punto, non abbia servito che a ritardare sino al giorno d’oggi il trionfo della beata Margherita Maria e l’inaugurarsi del regno sociale del sacro Cuore di Gesù », e neppure che sostenere questa opinione sia « vendicare la tradizione, la Chiesa e i suoi dottori, Gesù Cristo medesimo e la beata, Pio IX e i teologi che hanno insegnato questa verità » (Testi citati da TERRIEN, p. 53-54). – A questa affermazione poco illuminata basta opporre i testi. È come simbolo d’amore, non come organo d’amore, che la divozione è stata approvata e ha progredito, Il Cardinale Gerdil, che già combatteva le spiegazioni del P. Feller, sul senso puramente metaforico da darsi alla parola cuore, nella divozione, approvava volentieri questa frase di Mons. Albergotti: « L’unica ragione, per la quale la sacra Congregazione ha creduto dovere accordare l’ufficio e la Messa propria del sacro Cuore, si è che esso è il simbolo dell’amore di Gesù Cristo » (Risposta p. 419). Quelli stessi che son più attaccati alle vecchie opinioni ne convengono; così il P. Emanuele Marquez, nella sua Defensio cultus SS. Cordis, scrive: « La festa del sacro Cuore ce lo presenta come un simbolo d’amore; essa non è un’altra cosa che una festa in cui la carità di Cristo è onorata sotto il simbolo del suo cuore. Ora una siffatta festa non suppone nulla di falso o d’incerto. Infatti che cosa ci abbisogna per provarlo? Una cosa sola, e cioè che questo cuore simbolizza realmente la carità di Gesù ». E, rispondendo direttamente all’obbiezione che il cuore potrebbe non essere l’organo dell’amore sensibile, scrive: « La risposta è facile. Né la festa, né la divozione del Cuore di Gesù riposano sull’opinione che assegna al cuore la parte di organo nella produzione dei nostri sentimenti. E infatti e la festa e il culto suppongono come unica condizione il simbolismo del Cuore di Gesù. E ciò non è punto contrastabile per qualunque opinione si voglia abbracciare sulla missione del cuore. Che questi sia o no l’organo dell’amore, ne è pure sempre il simbolo naturale grazie alla stretta affinità che vi si collega » (Testi citati da TERRIEN, p. 61-62). – E non si parli qui di una ritirata davanti alla scienza. La Chiesa ha tenuto conto così bene sin dal principio delle ipotesi della scienza (non erano che delle ipotesi, e anche poco esatte, al tempo di Gallifet e di Lambertini), che non ha voluto pronunziarsi in favore del culto che quando si è ben persuasa che poteva farlo senza farsi ligia a opinioni variabili e incerte. Che i primi teologi della divozione (e parecchi fra loro, come il P. Croiset, siano stati molto riservati su questo punto), abbiano riferito troppo al cuore, sia; ma lo hanno fatto più nello sviluppare l’eccellenza della divozione, che nella spiegazione del suo oggetto. Riman fermo che la divozione al sacro Cuore è bastantemente ben fondata, se il cuore è veramente l’emblema dell’amore. E chi può negare che lo sia, almeno nel nostro mondo e nella nostra civilizzazione? Temo, nondimeno, che qualcuno possa essere indotto da questa idea dell’emblema o a sacrificare ogni relazione reale del cuore di carne all’amore, relazione che è il fondamento del simbolismo, o a non dare più alla divozione tutta la sua ampiezza e la sua importanza, restringendo troppo il campo del simbolismo e il valore rappresentativo del cuore. Non dimentichiamo mai che la divozione al sacro Cuore non sarebbe più quello che è, se perdesse il suo contatto col cuore reale, e se il cuore di Gesù non fosse più concepito come in reale rapporto con la vita affettiva e per tal modo con tutto l’essere intimo di Gesù. – Ecco, dunque, se non mi inganno, come a poco a poco si possono orientare i rapporti della divozione al sacro Cuore con la scienza del cuore. Il cuore di Gesù è un cuore umano perfetto; il cuore è in lui quello che è normalmente in noi. Ora noi sentiamo il nostro cuore immedesimato nel nostro stato affettivo e persino nelle nostre disposizioni morali; noi sentiamo il nostro stato affettivo, e anche le nostre disposizioni morali in stretto rapporto con certi stati e certi movimenti del nostro cuore. Non è solo per metafora che diciamo: Il cuore mi batteva fortemente; avevo il cuore grosso; ne ho ancora il cuore stretto; il mio cuore si dilatava; era come liquefatto; cuore freddo, cuore caldo, ecc. Queste espressioni traducono una realtà fisiologica e, insieme una realtà psichica. In che cosa consista questa realtà fisiologica non sapremmo dirlo, e lasciamo ai fisiologi la cura di spiegarlo. Ma questa corrispondenza pertanto è per noi un fatto di esperienza, ed è su questo fatto che si appoggia il simbolismo del cuore, come tutta la divozione. (Sii questo fatto d’ esperienza si fondano tutti gli autori che hanno scritto sulla divozione. Mons. D E – PRESSY, per esempio, si esprime così : « Questa verità è confermata dall’esperienza generale. Chiunque ha cuore ed ha amato qualcosa un po’ vivamente, non ha bisogno che della testimonianza dei suoi propri sentimenti per convincersi della realtà delle impressioni che l’amore produce sul cuore. Non sta a noi descrivere queste impressioni – nelle linee omesse si tratta di effetti straordinari prodotti dall’amore sul cuore- ; ma sulla testimonianza che ne fanno coloro che li provano non temiamo di essere smentiti quando affermiamo come verità incontrastabile che il cuore ha molta parte nell’amore. lstruction su la divozione al sacro-Cuore di Gesù, c. II. Oeuvres très complètes de M.gr De Pressy, Parigi 1842, t. II, col. 1056-1057edizione Migne). – Per renderci conto delle cose in sé stesse, ricorriamo ai filosofi e ai sapienti. I filosofi ci dicono che il cuore non potrebbe essere l’organo d’un amore spirituale; e aggiungono che un amore pienamente umano ha, naturalmente, qualcosa di sensibile e di spirituale insieme, perché essendo l’Uomo e un animale ragionevole e un amore sensibile deve essere in rapporto con un organo corporeo. Qui interviene il fisiologo, e, pur dicendo che l’organo proprio delle nostre emozioni sensibili non è il cuore, riconosce che il cuore, organo principale della circolazione del sangue, è ancora un centro ove vengono a ripercuotersi tutte le impressioni nervose sensitive (CLAUDE BERNARD, citato da TERRIEN, p. 137. Vedi RICHE, Les fonctions de l’organe cardiaque, c. I V , p. 98 sq.). Certo è interessante sentir gli scienziati darci spiegazioni di quel che proviamo e ridirci quello che del resto sappiamo molto bene, che « l’amore che fa palpitare il cuore non è… solo una forma poetica, ma anche una realtà fisiologica ». (CLAUDE BERNARD, citato da RICHE, op. cit., p. 105. Vedi altri testi più recenti, raccolti da M. DE LA BÉGASSIÈRE art. cit. I I , col. 567-569).

Li ascolteremo con lo stesso interesse quando ci spiegheranno le funzioni capitali del cuore nella nostra vita, e come il cuore sia l’organo centrale che sembra entrare il primo in attività, che sembra morire l’ultimo, che distribuisce da per tutto la vita, distribuendo il sangue; e quando ci diranno che la vita vegetativa, e specialmente la circolazione del sangue, di cui il cuore è l’organo principale, è in stretta relazione di causa e d’aspetto con la vita affettiva. Ma non dimenticheremo già che la nostra divozione riposa su esperienze immediate, anteriori alla scienza, e che non è, perciò, solidale con le scoperte della scienza e tanto meno con tutte le incerte prove delle sue ipotesi variabili. La divozione del resto si muove, vive in un altro dominio. Qualche fatto di giornaliera esperienza basta per fondare la teoria del simbolismo del Cuore e per stabilire che è in reale rapporto con la nostra vita affettiva. – Con questo la devozione al sacro Cuore è bastantemente d’accordo con la fisiologia. La scienza vien dopo, e tace una questione collaterale. I teologi del sacro Cuore l’hanno dimenticato qualche volta, speriamo non la dimentichino più.