IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (4)

G Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico

dell’APOCALYSSE (4)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat Elie Maire Can. Cens. ex. off.

Imprimi potest: t Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: A. LECLERC. Lutetiæ Parisiorum die II nov. 194

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Seconda Visione

LA CORTE CELESTE

PRIMA PARTE

IL TRONO DI DIO

Capitolo IV- 1-11

“Dopo di ciò vidi, ed ecco una porta aperta nel cielo, e quella prima voce che udii come di tromba che parlava con me, dice: Sali qua, e ti farò vedere le cose che debbono accadere in appresso. E subito fui rapito in ispirito: ed ecco che un trono era alzato nel cielo, e sopra del trono uno stava a sedere. E colui che stava a sedere era nell’aspetto simile a una pietra di diaspro e di sardio e intorno al trono era un’iride, simile d’aspetto a uno smeraldo. E intorno al trono ventiquattro sedie: e sopra le sedie sedevano ventiquattro seniori, vestiti di bianche vesti, e sulle loro teste corone di oro: e dal trono partivano folgori, e voci, e tuoni: e dinanzi al trono sette lampade ardenti, le quali sono i sette spiriti di Dio. E in faccia al trono come un mare di vetro somigliante al cristallo: e in mezzo al trono, e d’intorno al trono, quattro animali pieni di occhi davanti e di dietro. E il primo animale (era) simile a un leone, e il secondo animale simile a un vitello, e il terzo animale aveva la faccia come di uomo, ed il quarto animale simile a un’aquila volante. E i quattro animali avevano ciascuno sei ale: e all’intorno e di dentro sono pieni d’occhi: e giorno e notte senza posa, dicono: Santo, santo, santo il Signore Dio onnipotente, che era, che è, e che sta per venire. E mentre quegli animali rendevano gloria, e onore, e grazia a colui che sedeva sul trono, e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro seniori si prostravano dinanzi a colui che sedeva sul trono, e adoravano colui, che vive nei secoli dei secoli, e gettavano le loro corone dinanzi al trono, dicendo: Degno sei, o Signore Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore, e la virtù: poiché tu creasti tutte le cose, e per tuo volere esse sussistono, e furono create.”

§ 1. — Dio è comparato ad una pietra preziosa.

Dopo aver invitato i suoi ascoltatori a riformare la loro condotta, in modo da poter penetrare i segreti di Dio, San Giovanni inizia a rivelare loro i misteri ai quali è stato iniziato nella sua estasi a Patmos. Egli dice loro: « Ecco, una porta è stata aperta nel cielo. » Questa porta rappresenta la Passione di Gesù Cristo, attraverso di essa, e solo attraverso di essa, gli uomini possono di nuovo entrare nel recinto del regno dei cieli, dal quale il peccato di Adamo li aveva esclusi. Ma questa Passione divina è allo stesso tempo la chiave delle Scritture; è essa che dà il loro vero significato alle figure ed alle profezie dell’Antico Testamento, e che sola ce le rende intelligibili. Ecco perché, la sera della sua uscita dal sepolcro, Nostro Signore cominciò a spiegare ai discepoli sulla strada di Emmaus i libri di Mosè e dei Profeti (Lc, XXIV, 27). E quando, poche ore dopo, apparve ai fedeli riuniti nel Cenacolo, una delle sue prime cure fu quella di aprire le loro menti, ci dice San Luca, affinché comprendessero le Scritture (Id., 45.). Non c’è dunque contraddizione da ammettere con certi commentatori (Cfr. per esempio Riccardo di San Vittore, In Apoc. libri septem. L., II, cap. I. Pat. Lat. t. CXCVI, col. 744 C) che la porta aperta intravista da San Giovanni indica, contemporaneamente alla Passione del Salvatore, il significato spirituale dei Libri Santi, attraverso i quali è possibile per lo spirito umano intravedere qualcosa delle realtà celesti. – Mentre questo spettacolo era davanti a lui, San Giovanni sentì di nuovo la voce che aveva già risuonato nelle sue orecchie nella prima visione, dirgli: « Vieni su. Sali qui, cioè elevati alla comprensione delle cose divine – non si tratta di un movimento del corpo, ma di un’ascesa dello spirito – separati dalle cose della terra, rivolgiti alla vita contemplativa, e io ti mostrerò ciò che dovrà presto accadere, cioè le tribolazioni che la Chiesa dovrà affrontare alla fine del mondo, ma anche le consolazioni che riceverà ed i progressi che non cesserà di realizzare. » – La parola ben presto abbraccia tutta la durata del tempo che trascorrerà fino alla fine del mondo, e ne sottolinea la brevità, se la paragoniamo all’eternità che deve seguire. L’apostolo continua: « Subito fui rapito in spirito, ed ecco, un trono era posto nel cielo, e sul trono c’era uno seduto. E Colui che sedeva sul trono aveva uno splendore come lo splendore della pietra di diaspro e della cornalina. In senso anagogico, San Giovanni vuole, con questa immagine folgorante, designare Dio stesso. Poiché Dio non ha una figura o forma corporea, non lo paragona da un uomo o a qualsiasi altra creatura; ma dice, in termini meravigliosamente espressivi, che era come lo splendore che scaturisce da una gigantesca pietra preziosa, avendo sia il tono del diaspro che quello della cornalina (la corniola, sardix, o pietra di Sardis, è una varietà di calcedonio, che varia dal rosso sangue al rosso carne tenue). Il diaspro è verde, la cornalina è rossa. Attribuendo a Dio il colore verde, l’autore ci fa capire che Egli è il Vivente per eccellenza, perché questo è il segno della vita nella natura: quando la terra rinasce, alla fine dell’inverno, essa lo mostra adornandosene nei prati, nei campi, nei boschi, con tutta la gamma dei toni verdi. Ora Dio è la Vita da cui tutta la vita procede. «Tutta la vita, ogni movimento vitale – scrive San Dionigi – emana da questo focolare posto al di là di ogni vita e di ogni principio vitale… È da questa vita originale che gli animali e le piante ricevono la loro vita ed il loro sviluppo. Ogni vita, sia puramente intellettuale (come quella degli Angeli), razionale (come quella dell’uomo), animale o vegetativa; ogni principio di vita, ogni essere vivente, prende in prestito la sua vita e la sua attività da questa vita sovreminente e preesistente nella sua feconda semplicità. Essa è la vita suprema, primitiva, la causa potente che produce, perfeziona e distingue tutti i germi della vita. Ed a causa dei suoi molti e vivi effetti, può essere chiamata vita multipla ed universale, e può essere considerata e lodata in ogni vita particolare; perché non manca nulla ad Essa, anzi, possiede la pienezza della vita; vive di per se stessa e d’una vita trascendente, ha un sublime potere di vivificare, e possiede tutto ciò che l’uomo può dire di glorioso riguardo a questa vita inesprimibile (De divinis nominibus, cap. VI).  Questa verità fu in parte scoperta dai filosofi pagani. Aristotele, per esempio, ha scritto: l’atto dell’intelligenza è una vita. Ora Dio è questo stesso atto allo stato puro. Egli è dunque la sua stessa vita: questo atto sussistente in se stesso, tale è la sua vita eterna e sovrana. Per questo si dice che è un Vivente eterno e perfetto, perché la vita che dura eternamente, esiste in Dio, poiché Egli è questo: la vita stessa (Metafisica, I. XII, cap. IX.1). – Tuttavia, questi saggi erano arrivati solo ad una nozione molto incompleta di Dio; non conoscevano la grande verità rivelata dalla Parola, il Deus caritas est, di San Giovanni. Non avevano capito che Dio è carità. Ecco perché l’autore ha mescolato la brillantezza della cornalina con quella del diaspro: la cornalina è rossa, e come tale simboleggia la carità. In questo modo, vuole farci capire che Dio non è solo la Vita per eccellenza, ma che è anche, ed essenzialmente, l’Amore. In senso allegorico, Colui che siede sul trono è Cristo. Nostro Signore è paragonato ad una pietra preziosa, cioè ad una pietra brillante e durissima, a causa della brillantezza della sua divinità, e anche per l’invincibile fermezza che gli permise di sopportare senza vacillare le terribili torture della sua Passione. È nel Suo nome ed in questo senso che il profeta Isaia ha detto: Ho posto la mia faccia come una pietra durissima (L, 7). – Questa pietra è sia verde che rossa. Il verde simboleggia qui la vita divina, sempre fiorente in Lui, mentre il rosso evoca il ricordo di quel sangue di cui fu ricoperto da capo a piedi nell’ora della Sua Passione, e la cui vista suscitò negli Angeli questo grido di stupore: Perché la tua veste è rossa come quella dei vignaioli quando pigiano il torchio? (Is. LXIII, 2). I due colori brillano simultaneamente nella stessa pietra, come le due nature, quella divina e quella umana, nell’unica persona di Gesù Cristo. E un arcobaleno circondò il trono, come una visione di smeraldo. L’arcobaleno, che fu dato agli uomini dopo il diluvio come segno di pace, è il simbolo della misericordia di Dio, che avvolge la Chiesa, rappresentata dal trono. I sette colori di cui è formato, e che procedono dalla luce bianca del sole, sono una graziosa immagine dei sette sacramenti, che scompongono in varie sfumature il raggio del Sole di Giustizia, la virtù redentrice del Cristo. L’autore aggiunge che questo arcobaleno era simile ad una visione di smeraldo, il che può sembrare, a prima vista, molto strano. Ecco cosa intende: lo smeraldo era considerato dagli antichi la più bella di tutte le pietre verdi. La sua brillantezza ha qualcosa di morbido e caldo allo stesso tempo, penetrante e calmante, che incanta l’occhio. Ecco perché Nerone, si dice, amava osservare gli spettacoli che lo interessavano attraverso uno smeraldo (S. Isidoro di Siviglia, Originum Lib., XVI, VII,1). Dicendo che l’arcobaleno era come una visione di smeraldo, San Giovanni lascia intendere che nulla è così dolce e così riposante da vedere, per gli occhi della nostra anima, come la misericordia di Dio che si manifesta a noi attraverso l’opera redentrice di Cristo. E tutto intorno al trono c’erano ventiquattro posti. E sui sedili sedevano ventiquattro anziani. Questi anziani rappresentano tutti i Santi che assisteranno Cristo al Giudizio Universale. Nostro Signore, infatti, ha promesso ai Suoi Apostoli di farli sedere su dodici seggi intorno a Lui in quel giorno. Ma questo numero non può, naturalmente, essere preso alla lettera, perché allora, secondo l’osservazione di Sant’Agostino, non ci sarebbe posto nemmeno per San Paolo, che non è annoverato nel collegio dei Dodici (Enarrat super Ps. LXXXVI, 4). Le parole del Maestro Divino indicano chiaramente che tutti coloro che hanno seguito Cristo, ad imitazione degli Apostoli, avranno una parte in questo privilegio e verranno al Giudizio, non come accusati, ma come assessori. Se San Giovanni ha raddoppiato il numero dato nel Vangelo, è per farci capire che i giusti dell’Antico Testamento non saranno esclusi da questo favore, e che siederanno davanti al Giudice Sovrano con i dodici Profeti, come i Santi del Nuovo Testamento con i dodici Apostoli. – Questi uomini sono chiamati vegliardi, perché i Santi sono pieni di prudenza e di saggezza; sono seduti, perché godono del riposo e della stabilità eterna; le loro vesti bianche segnano l’innocenza di cui sono adornati, e le corone d’oro che portano sul capo sono la ricompensa che hanno ricevuto da Cristo per le loro fatiche e lotte. – L’autore descrive poi l’apparato terrificante di questo trono, dal quale provenivano, dice, lampi, voci e tuoni. Cosa significa questo? Il trono, come abbiamo appena detto, è la figura della Chiesa, in mezzo alla quale Dio siede sulla terra. I lampi sono i miracoli con cui questa Chiesa non cessa di proclamare al mondo il suo carattere divino. Come è impossibile, a meno che uno non sia cieco, non vedere il fulmine che taglia improvvisamente l’ombra della notte, così non è possibile, a meno che uno non sia murato nei suoi pregiudizi, non vedere il carattere trascendente della Chiesa e lo splendore luminoso che essa proietta in mezzo alle tenebre del mondo presente. Le voci sono gli appelli che essa fa costantemente attraverso i suoi Pontefici, Dottori, Santi e predicatori, invitando gli uomini a seguire Cristo. I tuoni sono gli avvertimenti che essa dà ai peccatori e gli anatemi che pronuncia senza paura, senza temere alcun potere umano, contro tutti coloro che mettono in pericolo la salvezza delle anime. Quanto alle sette lampade che brillano davanti al trono, San Giovanni stesso spiega il loro simbolismo, dicendo che sono i sette spiriti di Dio, cioè i sette doni dello Spirito Santo, che illuminano la Chiesa, e aggiunge che sono ardenti, perché questi doni hanno l’effetto non solo di dare luce alle anime, ma anche di infiammarle con il fuoco dell’amore. Il narratore continua: Alla presenza del trono c’era un mare di vetro come cristallo, e intorno al trono c’erano quattro bestie piene di occhi davanti e dietro. In senso allegorico, il mare di vetro rappresenta il sacramento del Battesimo e, per estensione, le anime purificate in questo sacramento. Il Battesimo è paragonato ad un mare perché distrugge la massa dei nostri peccati, senza lasciarne uno solo, come il Mar Rosso inghiottì l’ultimo soldato dell’esercito di Faraone. Si dice: di vetro, perché rende l’anima trasparente, permettendo così alla luce divina di raggiungerla e penetrarla; e si dice ancora: come il cristallo, per la purezza e la limpidezza che le dà. Le anime così lavate nel sangue di Cristo sono alla presenza del trono, perché sono l’oggetto costante della sollecitudine della Chiesa, che non perde di vista per un momento gli interessi della loro salvezza. I quattro animali designano i quattro Evangelisti, e con loro l’insieme dei Santi, che sono tutti, in un certo senso, “evangelisti”, perché tutti hanno lavorato per far conoscere Gesù Cristo e la sua dottrina. La posizione occupata da questi animali, sia al centro che intorno al trono, è straordinaria: è abbastanza inutile scervellarsi per cercare di tradurla sulla carta, come cercano di fare alcuni commentatori. Come abbiamo già detto, San Giovanni usa deliberatamente immagini irrealizzabili affinché, andando oltre il significato letterale delle parole, possiamo cercare il loro significato misterioso. I quattro Evangelisti sono allo stesso tempo al centro del trono, cioè della Chiesa, come torce per illuminarla; e tutto intorno, come un muro per difenderla. Sono pieni di occhi davanti e dietro, perché le insegnano a guardare attentamente sia il passato che il futuro, per regolare la sua condotta. Il primo assomiglia ad un leone, il secondo ad un bue, il terzo ad un uomo, l’ultimo ad un’aquila. Il leone è solitamente attribuito a San Marco, per aver sottolineato, più degli altri, la vittoria riportata da Gesù sui suoi nemici e sulla morte. Il bue, figura del sacrificio, è attribuito a San Luca, che pose particolare enfasi sulle sofferenze del Salvatore; l’uomo, a San Matteo, per aver redatto la genealogia umana di Cristo; e l’aquila, a San Giovanni, che rivelò i più alti misteri della sua divinità. Queste attribuzioni, tuttavia, non sono né assolute né esclusive: come ciascuno dei quattro Vangeli contiene in sé la dottrina degli altri tre, così si può dire qui che ciascuno dei quattro animali possiede sia la propria forma, sia quella degli altri tre (Questa considerazione ci farà capire perché troviamo talvolta delle variazioni nell’attribuzione dei quattro animali ai diversi Evangelisti: Così, per esempio, Sant’Agostino e San Beda attribuiscono il leone a San Matteo, l’uomo a San Marco. Ma la distribuzione fatta sopra è di gran lunga la più comune). Ciò diventa chiaro se confrontiamo questo passo con quello in cui il profeta Ezechiele descrive i quattro animali fantastici che gli furono mostrati, e ognuno dei quali ricordava insieme il volto dell’uomo, il volto del leone, il volto del bue e il volto dell’aquila (Ez. I, 6, 10). Ma prima di essere quelli degli Evangelisti, questi attributi sono quelli di Cristo stesso, che è nato come un vero uomo, che ha combattuto come un leone, che si è lasciato offrire come vittima come un bue, e che è salito al cielo più alto come un’aquila. A sua volta, ogni Cristiano deve cercare di farli suoi: sarà un uomo obbedendo alla sua ragione piuttosto che alle sue passioni, e mostrandosi “umano” verso i suoi simili; un leone, attaccando risolutamente i nemici della sua salvezza; un bue, accettando l’immolazione; un’aquila, vivendo in cielo piuttosto che in terra, con la costanza della sua preghiera.

§ 3. — Liturgia celeste.

E ognuno dei sei animali aveva sei ali. Le ali, che sollevano l’uccello sopra la terra, sono la figura delle virtù, che sollevano l’anima sopra le contingenze del mondo presente. Il numero sei è quello dei gradi successivi che si devono attraversare per raggiungere il possesso della pace. Forse nessuno ha espresso il simbolismo meglio di San Bonaventura nel meraviglioso trattato intitolato Itinerario dall’anima a Dio. Come Dio dedicò sei giorni alla creazione dell’universo e si riposò nel settimo, così il mondo inferiore deve essere condotto al riposo perfetto della contemplazione passando attraverso sei gradi successivi di illuminazione. Questo ordine era rappresentato dai sei gradi che portavano al trono di Salomone. Allo stesso modo, i Serafini che Isaia vide avevano sei ali; allo stesso modo, Dio non chiamò Mosè dal mezzo della nuvola se non dopo sei giorni; e fu anche sei giorni dopo averli avvertiti che Gesù Cristo condusse i suoi discepoli sul monte, dove fu trasfigurato in loro presenza. Secondo questi sei gradi di elevazione a Dio, la nostra anima possiede sei gradi o poteri per ascendere dalle cose più basse a quelle più alte, dalle cose esterne a quelle interne, dalle cose temporali a quelle della eternità. Questi sono: i sensi, l’immaginazione, la ragione, l’intelletto, l’intelligenza, il vertice dello spirito… Chi vuole ascendere a Dio deve, dopo aver rinunciato al peccato che sfigura la sua natura, esercitare le potenze di cui abbiamo appena parlato, per acquisire con la preghiera la grazia che riforma, con una vita santa la giustizia che purifica, con la meditazione la conoscenza che illumina e con la contemplazione la sapienza che rende perfetti. (Op. cit. c. 1). Dicendo che ognuno degli animali aveva sei ali, l’autore implica che in ogni Vangelo o anche nelle opere di ogni Santo, si trova tutto ciò che è necessario sapere per elevarsi alla più alta virtù. Questo è il pensiero espresso da San Benedetto alla fine della sua Regola, quando dice: Quale pagina, o quale parola dell’autorità divina, nell’Antico o nel Nuovo Testamento, non è una regola rettissima per la vita umana? O qual è il libro dei santi Padri ortodossi che non ci insegna a raggiungere il nostro Creatore con un percorso retto? (Cap. LXXIII). Gli animali sono pieni di occhi sia fuori che dentro, perché i Santi si osservano con grande attenzione, sia nelle loro azioni esterne che nei loro pensieri. Non si riposano giorno e notte, perché la loro vita è una lode continua al loro Creatore. Tutto ciò che fanno, ed anche il riposo che si concedono di notte, lo ordinano alla gloria di Dio, penetrati come sono dal desiderio di compiere la sua volontà e di piacergli in ogni cosa. Ecco perché la sposa del Cantico diceva: Io dormo, ma il mio cuore veglia (V. 2.), mostrando così che anche durante il tempo del sonno non cessava di cercare Dio. In senso mistico, la notte rappresenta le prove e le sofferenze, in opposizione al giorno, che simboleggia la prosperità. I Santi, dunque, non cessano di lodare Dio né di giorno né di notte, perché cantano la sua gloria nella buona e nella cattiva sorte. Come Giobbe, ringraziano per tutto quello che loro succede, sia buono che cattivo. Proclamano la sua infinita perfezione, la sua sovrana bontà, ripetendo il canto dei Serafini, già ascoltato da Isaia: Santo, santo, santo è il Signore, il Dio onnipotente, che era da tutta l’eternità, che rimane sempre uguale a se stesso, e che verrà a giudicare i vivi e i morti. E mentre gli animali, cioè la moltitudine dei Santi, davano così gloria a Dio, i ventiquattro anziani, che rappresentavano i dottori dei due Testamenti, si prostrarono in umiltà; e adorando Colui che sedeva sul trono, deposero ai suoi piedi le loro corone, cioè i meriti delle loro opere, dicendo: « La gloria non è nostra, ma solo tua, Signore nostro Dio…. ». Notate che essi dicono: il nostro Dio. Sebbene Dio sia il padrone di tutte le creature, Egli è in modo speciale il padrone di coloro che si sono dati a Lui con la rinuncia, e che fanno di Lui l’unico oggetto del loro amore: « A Te solo, dunque – cantavano – è giusto attribuire gloria, onore e potenza, poiché Voi avete creato tutte le cose. È per la Vostra volontà che sono esistiti nella vostra intelligenza prima di essere realizzati in atto, così come un’opera esiste nella mente dell’artigiano prima di essere portata alla luce nella materia. È dunque liberamente, volontariamente, senza essere pressato da alcuna necessità, che li avete concepiti, ed è ancora volontariamente che li avete creati, cioè: che li avete fatti passare da questo essere ideale alla loro esistenza materiale. Così è giusto che tutto ciò che c’è di bello e di buono sulla terra sia attribuito a Voi e rivolto alla vostra gloria, poiché tutte le cose sono uscite da Voi, e Voi siete allo stesso tempo il Principio e la Fine di tutto ciò che esiste. »

SECONDA PARTE

IL LIBRO SIGILLATO

Capitolo V. (1-14)

“E vidi nella mano destra di colui, che sedeva sul trono, un libro scritto dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli. ‘E vidi un Angelo forte, che con gran voce gridava: Chi è degno di aprire il libro, e di sciogliere i suoi sigilli? E nessuno né in cielo, né in terra né sottoterra, poteva aprire il libro, né guardarlo. E io piangeva molto, perché non si trovò chi fosse degno di aprire il libro, né di guardarlo. ‘E uno dei seniori mi disse: Non piangere: ecco il leone della tribù di Giuda, la radice di David, ha vinto di aprire il libro, e sciogliere i suoi sette sigilli. E mirai: ed ecco in mezzo al trono, e ai quattro animali, e ai seniori, un Agnello sui suoi piedi, come scannato, che ha sette corna e sette occhi: che sono sette spiriti di Dio spediti per tutta la terra. E venne: e ricevette il libro dalla mano destra di colui che sedeva sul trono. E aperto che ebbe il libro, i quattro animali, e i ventiquattro seniori si prostrarono dinanzi all’Agnello, avendo ciascuno cetre e coppe d’oro piene di profumi, che sono le orazioni dei santi: E cantavano un nuovo cantico, dicendo: Degno sei tu, o Signore, di ricevere il libro, e di aprire i suoi sigilli: dappoiché sei stato scannato, e ci hai ricomperati a Dio col sangue tuo di tutte le tribù, e linguaggi, e popoli, e nazioni: E ci hai fatti pel nostro Dio re e sacerdoti: e regneremo sopra la terra. E mirai, e udii la voce di molti Angeli intorno al trono, e agli animali, e ai seniori: ed era il numero di essi migliaia di migliaia, I quali ad alta voce dicevano: È degno l’Agnello, che è stato scannato, di ricevere la virtù, e la divinità, e la sapienza, e la fortezza, e l’onore, e la gloria, e la benedizione. E tutte le creature che sono nel cielo, e sulla terra, e sotto la terra, e nel mare, e quante in questi (luoghi) si trovano: tutte le udii che dicevano: A colui che siede sul trono e all’Agnello la benedizione, e l’onore, e la gloria, e la potestà pei secoli dei secoli. E i quattro animali dicevano: Amen. E i ventiquattro seniori si prostrarono bocconi, e adorarono colui, che vive pei secoli dei secoli.”

§ 1. — Apparizione del libro.

Il libro che appare in primo piano in questa descrizione rappresenta prima di tutto, in senso letterale, la profezia che San Giovanni dettaglierà nelle scene seguenti, ed i cui sette sigilli saranno successivamente enumerati. Ma simboleggia anche, in un senso più ampio, la Bibbia, il « libro » per eccellenza, di cui Dio stesso è l’autore; un libro scritto fuori, perché tutti possono decifrare il suo significato letterale; un libro scritto dentro, perché gli occhi dei profani non possono discernere il suo significato mistico. I sette sigilli, che rinchiudono l’intelligenza di ogni mente non iniziata, sono i sette misteri fondamentali della missione redentrice di Cristo, che troviamo enumerati nel Credo: la concezione miracolosa del Salvatore, la sua nascita, la sua passione, la sua discesa agli inferi, la sua resurrezione, la sua ascensione, la sua venuta nell’ultimo giorno per giudicare i vivi e i morti. Nessuno può capire il vero significato della Scrittura se la fede non ha rotto i sigilli che Dio ha posto sul decreto della nostra redenzione e che lo rendono impenetrabile agli sforzi della ragione umana lasciata a se stessa. In senso allegorico, il « libro » designa la santa Umanità di Gesù Cristo Nostro Signore, che contiene in sé tutti i tesori della sapienza e della conoscenza divina. C’è forse un’opera più eloquente, più capace di farci conoscere Dio come è, del Salvatore sulla croce? San Tommaso d’Aquino, la cui erudizione era prodigiosa, diceva che aveva imparato più nella contemplazione del suo Crocifisso che in tutti i trattati che aveva letto. Questo libro è scritto all’esterno: tutti coloro che lo vedono non hanno difficoltà, se sono disposti a considerarlo per un momento, a decifrare la parola Amore, scritta a grandi lettere nelle ferite dei piedi e delle mani, nella testa teneramente inclinata, nella ferita aperta del fianco. Ma sarà un’altra cosa per coloro che, illuminati dalla sua grazia e guidati dallo Spirito settimo, saranno in grado di leggere dentro e penetrare i segreti del suo Cuore. – « E vidi – continua l’Apostolo – un Angelo potente che proclamava a gran voce: Chi è degno di aprire il libro e di romperne i sigilli? » – Questo Angelo, che alcuni autori hanno voluto identificare con San Gabriele, a causa del titolo di Angelum fortem, che la liturgia attribuisce a quest’ultimo, rappresenta in realtà tutti i Dottori della Legge antica. Questi sono chiamati “forti” perché hanno sopportato con coraggio la lunga attesa del Messia, invocando all’unanimità la sua venuta con tutti i loro desideri. « Chi dunque –  chiedevano – è degno di aprire il libro, cioè di renderlo intelligibile? Chi è degno di adempiere le misteriose promesse della Legge? Chi potrà offrire a Dio la vittima pura, la vittima santa, la vittima senza macchia che i Profeti hanno predetto, che i Patriarchi hanno sacrificato come figura nei loro sacrifici, e che sola potrà assicurare la salvezza del genere umano? » – Notiamo che l’autore dice: aprire il libro e rompere i sigilli, il che è contrario all’ordine naturale: perché è evidentemente necessario rompere i sigilli prima, per aprire il libro dopo. Ma la Scrittura eccelle nel moltiplicare le improbabilità apparenti in questo modo, per costringerci ad ascendere al significato spirituale che nasconde sotto la lettera. Cristo, infatti, ha aperto il libro prima, quando ha adempiuto nella sua Persona le profezie della vecchia Legge; poi ha rotto i sigilli, quando ha dato la comprensione di questi misteri ai suoi discepoli, inviando loro lo Spirito Santo. – Tuttavia, alla domanda angosciosa dell’umanità, che aspettava il suo liberatore, nessuno poteva rispondere finché non fosse venuto Lui stesso, né tra gli Angeli, né tra i vivi, né tra i morti, né tra i Patriarchi e i Profeti che erano scesi nel Limbo; Nessuno, nemmeno San Giovanni Battista, il più grande dei profeti; nemmeno la Beata Vergine, la più saggia di tutte le creature, che resterà meravigliata davanti all’annuncio dell’Incarnazione, non vedendo come questa si possa fare, poiché non conosce nessun uomo (Lc. I). Nessuno, come aveva dichiarato il profeta Isaia, potrà spiegare la sua generazione (LIII, 8) e scoprire i modi segreti in cui Dio aveva deciso di operare la salvezza del mondo! Nessuno poteva capire come Dio, che è uno Spirito, e uno spirito senza limiti, potesse racchiudersi interamente nel grembo di una Vergine. E di fronte a questo mistero inesorabilmente sigillato, di fronte a questi ritardi che si prolungavano senza mai realizzare la speranza del genere umano, San Giovanni cominciò a scoppiare in lacrime. Io piangevo abbondantemente, egli dice. Parla in prima persona, perché il suo cuore, pieno di carità, lo rende partecipe, immediatamente e profondamente, di tutte le sofferenze di cui è testimone. E lui conosceva il segreto del libro e la chiave del suo linguaggio misterioso; aveva visto il Salvatore morto, lo aveva visto risorto; aveva ricevuto, nella sua pienezza, nel giorno di Pentecoste, l’effusione dello Spirito. Ma, trasportato dalla sua estasi, San Giovanni dimentica se stesso; si incorpora a quella moltitudine di uomini che vissero e morirono prima che il Messia fosse venuto; si associa a quei re e profeti dell’Antico Testamento, che tanto desideravano vedere ciò che gli Apostoli vedevano, e che non lo vissero (Lc., X, 24); piange con Davide, che fece delle sue lacrime il suo pane quotidiano, gemendo giorno e notte per non vedere il suo Dio (Ps. XLI, 4). Davanti a questo dolore gli anziani si lasciarono toccare, ed uno di loro, parlando a nome di tutti, venne a ripetere a San Giovanni la promessa che ciascuno dei Profeti, in forma differente, aveva portato agli uomini in forma diversa: Non piangere. Ecco, il leone di Giuda viene come un conquistatore, per aprire il libro e rompere i suoi sigilli. Il leone è il simbolo del coraggio: tra gli altri segni della sua imtrepidezza, dà questo che, quando ha scelto la sua preda, le salta addosso e la porta via senza lasciarsi spaventare o fermare da nulla. È così che Cristo agirà con l’umanità: vuole strapparla al diavolo, vuole introdurla in cielo con sé, e niente potrà spezzare il suo slancio. Isaia aveva già usato questa immagine quando diceva: Come il leone e il leoncello, quando salta con un ruggito sulla sua preda e la moltitudine dei pastori gli corre incontro, non sono spaventati dalle loro grida, né intimiditi dal loro numero, così il Signore degli eserciti scenderà a combattere sul monte Sion e sul suo colle (Is. XXXI, 4).

§ 2 – Apparizione dell’Agnello.

Mentre il vegliardo annunciava a San Giovanni l’arrivo prossimo dell’eroe, che sarebbe nato nella tribù di Giuda e nella famiglia di Davide, l’Apostolo, guardando in alto, vide un agnello in piedi in mezzo al gruppo che circondava il trono. In questo animale innocente non abbiamo difficoltà a riconoscere Cristo, pieno di dolcezza e di mitezza, in piedi in mezzo alla sua Chiesa. Ma anche qui, quale apparente incoerenza è presentata dalla narrazione ispirata: è annunciato un leone, ed è un agnello che appare! Ci viene promessa la bestia impavida come nostro Salvatore, che fa tremare tutti gli altri, e vediamo arrivare una bestiolina indifesa, destinata a finire sul banco di un macellaio! Perché? Perché queste incongruenze, se non sempre per farci pensare e condurci a verità più profonde? Se non per farci capire che Cristo, il leone di Giuda, ha sconfitto i suoi nemici, non con la forza e la violenza, ma con la pazienza e la dolcezza! I Giudei si aspettavano un Messia conquistatore, un monarca la cui gloria avrebbe eclissato quella di Davide e Salomone: e Dio mandò il figlio di un falegname, che fu condannato a morte e morì su un patibolo. Troppo spesso, come loro, è al genio, al potere, alla fortuna, che chiediamo il trionfo del Cristianesimo: e dimentichiamo l’Agnello che sta in piedi, come ucciso … Notate che l’antinomia continua tra queste due espressioni, perché non è usuale che coloro che vengono uccisi stiano in piedi. Ma se l’Agnello è visto in piedi, è per farci sapere che opera e combatte; e se sta in piedi come ucciso, è per farci capire che è con la sua morte che ha ottenuto la vittoria. Dicendo che è: “come ucciso”, e non: ucciso, l’autore non intende implicare che la morte di Cristo sia stata solo una morte apparente. Il nostro Salvatore è effettivamente morto sulla croce, e questo è uno degli articoli fondamentali della fede cattolica. Ma si dice “come ucciso” perché, nella sua morte, è rimasto padrone della morte: la morte non poteva tenerlo in pugno. Si è arreso ad essa quando ha voluto, ma è anche sfuggito quando ha voluto. Nessuno – aveva detto [Gesù] ai suoi Apostoli – può togliermi la vita: Io la depongo da me stesso e ho il potere di deporla e di riprenderla (Jo., X, 18). – L’Agnello aveva sette corna e sette occhi. San Giovanni aggiunge subito la spiegazione di questo fenomeno: Questi, dice, sono i sette spiriti di Dio inviati sulla terra, cioè i sette doni dello Spirito Santo, che l’Agnello ha meritato per il mondo con la sua morte. Questi doni sono paragonati a delle corna perché si drizzano sopra l’anima come armi formidabili contro i sette peccati capitali; ed essi rendono lo stesso servizio che gli occhi, perché permettono di discernere i sentieri che portano alle diverse virtù. – Ed egli venne – continua l’Apostolo – e ricevette il libro dalla mano destra di Colui che sedeva sul trono. Così l’Agnello predetto dai Profeti, atteso così a lungo dalla razza umana, finalmente venne. E prese carne nel grembo della Beata Vergine Maria, e la Sua Umanità ricevette da Dio la piena conoscenza del mistero della nostra salvezza. Egli ha aperto il Libro, adempiendo, con la sua sofferenza e morte, tutte le profezie riguardanti l’opera della redenzione. Questo è ciò che ha espresso sulla croce quando ha detto: Tutto è consumato. – Allora gli animali ed i ventiquattro anziani, che rappresentavano la moltitudine dei Santi, caddero ai suoi piedi e scoppiarono in azioni di grazia. Ognuno di loro gli offriva le cetre e le coppe d’oro piene di profumi, che tenevano in mano. Questo doppio simbolo rappresenta i due strumenti essenziali usati dai Santi per avanzare nella virtù, cioè: la mortificazione e la preghiera. I loro cuori, largamente aperti dalla carità, come le coppe d’oro a cui si fa riferimento qui, sono costantemente traboccanti di suppliche, adorazioni e ringraziamenti; e queste salgono verso Dio come profumi di un odore piacevole, come spiega San Giovanni stesso. Per quanto riguarda le cetre, non se ne dà il suo significato mistico, ma questa figura è così comune nei Libri Sacri che non ci possono essere dubbi sul pensiero dell’autore. Quando si mostra Davide che canta i salmi con uno strumento a corda, arpa, cetra o salterio, la tradizione cattolica vuole farci capire che l’anima che canta le lodi di Dio deve accompagnare i suoi canti con una vita mortificata. Le corde rigorosamente tese sul legno della cetra, e che vibrano armoniosamente sotto i colpi con cui vengono percosse, ricordano la carne del Verbo disteso sulla croce, e rispondono ai soprusi, agli affronti, agli insulti con cui lo si carica con le parole dell’amore più sublime. A sua immagine, il discepolo fedele deve cercare di inchiodare la sua sensibilità, i suoi desideri, i suoi affetti, le sue apprensioni sulla croce che la Volontà divina ha preparato per lui, e pronunciare, sotto la pressione della sofferenza, solo parole di gratitudine, sottomissione ed adorazione.

§ 3 – Il cantico nuovo.

E cantavano un cantico nuovo, quello del rinnovamento del mondo per mezzo del Vangelo: « Voi siete degno – dicevano – Signore Gesù Cristo, Voi siete degno, per la vostra incomparabile innocenza, di ricevere il libro e di scioglierne i sigilli. Nessuno avrebbe potuto realizzare, come Voi, gli scopi segreti di Dio e assicurare l’adempimento delle profezie. Perché Voi avete mostrato una virtù incredibile: avete accettato di essere messo a morte a dispetto di ogni giustizia, di sopportare sofferenze indicibili, e così ci avete riscattato; Voi ci avete restituito a Dio a prezzo del vostro sangue, noi che il nostro peccato aveva reso schiavi del diavolo. E non avete posto limiti alla vostra generosità: avete pagato il prezzo della salvezza per tutti gli uomini, per tutte le razze, tutte le lingue, tutti i popoli, tutte le nazioni. Avete così permesso a Dio di regnare su di noi, fin d’ora per la sua grazia e più tardi, nell’eternità, per la sua gloria. Voi ci avete resi sacerdoti al suo servizio, capaci di offrirgli i sacrifici che Egli ama; e, grazie ai meriti che avete acquisito per noi, ci avete permesso di disprezzare i beni di questo mondo, di dominare le inclinazioni della carne, e così di regnare al di sopra di questo mondo. » A questo punto, una moltitudine di Angeli apparve intorno al trono e unì le sue voci a quelle dei Santi. Il loro numero era al di là di ogni stima: ce n’erano miriadi di miriadi. Poiché l’intelligenza umana non è in grado di contare tutti gli spiriti beati; cosa che Giobbe espresse in termini lapidari, quando disse: “C’è dunque un numero ai suoi soldati? (Giob. XXV, 3). Ce n’è, senza dubbio, per la Divina Intelligenza, che ha concepito ciascuno di questi spiriti distinti l’uno dagli altri, con la propria specie, il suo peso e la sua misura (Sap. XI, 21): ma questo numero supera la mente umana. Ce ne sono – scrive San Dionigi (Gerarchia Celeste, cap. XIV), – mille volte mille e diecimila volte diecimila », la Scrittura raddoppia e moltiplica così l’una per l’altra le cifre più alte che abbiamo, e fa così capire che è impossibile per noi esprimere il numero di queste creature beate. Perché le file delle schiere celesti sono foltissime, e sfuggono al debole e limitato apprezzamento dei nostri calcoli materiali; e l’enumerazione di esse può essere fatta abilmente solo in virtù di quella conoscenza sovrumana e trascendente che il Signore comunica loro così liberalmente, sapienza increata, conoscenza infinita, principio superessenziale e causa potente di tutte le cose, forza misteriosa che governa gli esseri e li limita abbracciandoli. – Tutti questi Angeli, dunque, cantando ora con i Santi, dicevano a gran voce: Egli è degno, l’Agnello che è stato messo a morte, di ricevere dagli uomini la lode, la virtù, la divinità, saggezza, forza, onore, gloria e benedizione. (Il testo greco riporta qui: ricchezza, invece di: divinità. Allo stesso modo alcuni manoscritti latini dicono: divitias. Dobbiamo seguire questa lezione se vogliamo tradurre, senza errore teologico, accipere, in: ricevere da Dio. Ma, se si vuole rimanere fedeli al testo della Vulgata, che riporta: divinità, bisogna seguire i commentatori che intendono: ricevere dalla lode degli uomini). Ora che il Suo sacrificio è stato compiuto e ne vediamo i meravigliosi effetti per l’umanità, l’odiosa ingiustizia di cui fu oggetto deve essere riparata. È Egli degno di far proclamare la sua virtù, Lui che fu messo a morte come bestemmiatore e rivoluzionario; la sua divinità, Lui che i Giudei condannarono per essersi chiamato Figlio di Dio; la sua sapienza, lui che fu vestito con la veste degli stolti; la sua forza, lui che si lasciò schiacciare come un verme. Egli è degno di onore, per gli insulti da cui fu investito, gli schiaffi e i colpi che ricevette, gli sputi di cui fu ricoperto; di gloria, per essere stato trascinato al patibolo come l’ultimo dei malfattori; di benedizione di tutti i popoli, per colui che i Giudei respinsero da loro come un essere maledetto. E tutte le creature, quelle del cielo, quelle della terra e quelle del sottosuolo, i flutti del mare e le creature che vi si trovano, le sentii dire: A Colui che siede sul trono (cioè a Dio Onnipotente, Uno e Trino) e all’Agnello (cioè all’Umanità di Cristo), benedizione, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli. (Queste ultime parole sono molto difficili da tradurre. La Vulgata dice: et quæ sunt in mari, et quæ sunt in eo, cioè letteralmente: le cose che sono nel mare, e quelle che sono in esso…. I migliori commentatori pensano che la prima espressione si riferisca al mare stesso; la seconda, agli esseri animati che contiene. Altre versioni dicono anche: mare, et quæ sunt in eo. – Il testo greco è appena più chiaro: ogni creatura che è nel cielo, e sulla terra, e sotto la terra, e sul mare, e tutti gli esseri che sono in esso, li ho sentiti, ecc. (R. P. Âllo.). – Così gli esseri privi di ragione, e quelli stessi che sono inanimati, benedicono il loro Creatore a modo loro. Non lo fanno con una voce articolata, come la nostra. Ma dalla loro bellezza, dalla loro varietà, dalla loro gerarchia, dall’ordine che presiede a tutti i loro movimenti, sorge un magnifico concerto che canta la gloria di Dio. Fu questa voce che Sant’Agostino percepì quando, spinto dal fuoco di cui era infiammato il suo cuore, andò a chiedere al sole, alla terra, alla luna, alle stelle e a tutti gli esseri che incontrava, a turno, di parlargli di Dio, e li sentì esclamare tutti insieme: « È lui che ci ha fatti (Solil. Cap. 3). » E i quattro animali dicevano: Amen, riconoscendo così la validità di questa lode universale. E i ventiquattro anziani caddero con la faccia a terra e adorarono Colui che vive nei secoli dei secoli.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (5)