CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: AGOSTO 2023

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: AGOSTO 2023

AGOSTO è il mese che la Chiesa cattolica dedica all’Assunzione in cielo della Vergine ed al Cuore Immacolato di Maria SS.

Surge! Jam terris fera bruma cessit,
Ridet in pratis decus omne florum,
Alma quæ Vitæ Génitrix fuísti,
Surge, María!

Lílium fulgens velut in rubéto,
Mortis auctórem teris una, carpens
Sóntibus fructum pátribus negátum
Arbore vitæ.

Arca non putri fabricáta ligno
Manna tu servas, fluit unde virtus,
Ipsa qua surgent animáta rursus
Ossa sepúlcris.

Prǽsidis mentis dócilis minístra,
Haud caro tabo pátitur resólvi;
Spíritus imo sine fine consors
Tendit ad astra.

Surge! Dilécto pete nixa cælum,
Sume consértum diadéma stellis,
Teque natórum récinens beátam
Excipe carmen.

Laus sit excélsæ Tríadi perénnis,
Quæ tibi, Virgo, tríbuit corónam,
Atque regínam statuítque nostram
Próvida matrem.
Amen.

[Inno  – dal Proprio dei Santi –
Sorgi! Cessi già in terra l’aspro inverno; rida nei prati ogni bellezza di fiori: tu, che fosti la divina Madre della Vita, sorgi, o Maria! / O giglio fulgente tra le spine, tu sola abbatti l’autore della morte, togliendo il frutto negato ai padri colpevoli con l’albero della vita. / Nell’arca fabbricata con legno non guasto conservi la manna, da cui fluisce la forza che dai sepolcri fa di nuovo risorgere, animate, le ossa. / Docile ministra della mente di Dio, la carne non si assoggetta alla corruzione; anzi per sempre consorte dello Spirito, sale al cielo, /Sorgi! Col tuo Diletto, vola in cielo, ricevi il diadema intrecciato di stelle ed accogli il carme dei figli, che ricanta, te beata. / Lode perenne alla Triade eccelsa, che a te, o Vergine, consegnò la corona
e provvide a stabilirti Regina e nostra Madre. Amen.]

Dagli Atti del Papa S. S. Pio XII

Poiché la Chiesa universale nel corso dei secoli ha manifestato la fede nell’Assunzione corporea della beata vergine Maria, e i Vescovi del mondo cattolico con quasi unanime consenso chiesero che questa verità, fondata sulla sacra Scrittura, insita profondamente nell’animo dei fedeli e sommamente consona con le altre verità rivelate, fosse definita come dogma di fede divina e cattolica, il sommo pontefice Pio XII, annuendo ai voti di tutta la Chiesa, stabilì di proclamare solennemente questo privilegio della beata vergine Maria. Perciò il primo novembre 1950, anno del massimo giubileo, a Roma, nella piazza della basilica di san Pietro, alla presenza di moltissimi Cardinali e Vescovi di santa romana Chiesa giunti anche dalle più remote regioni, dinanzi ad un’ingente moltitudine di fedeli, col plauso dell’universo mondo cattolico, con infallibile oracolo proclamò in questi termini l’assunzione corporea in cielo della beata vergine Maria: « Dopo aver innalzato ancora a Dio supplici istanze, ed aver invocato la luce dello Spirito di verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria la sua speciale benevolenza, ad onore del suo Figlio, re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre ed a gioia ed esultanza di tutta la Chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo esser dogma da Dio rivelato che l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo ».

Il Cuore Immacolato di Maria SS. — Giunta tant’alto là dove niun’altra semplice creatura mai giungerà — quale sarà il cuore di Maria SS. verso di noi — esuli figli di Eva – eredi miserabili di colpe e di sciagure? — Il dubbio sarebbe ragionevole, se si trattasse d’una donna qualsiasi: — è tanto difficile che un cuore in festa armonizzi nel suo palpito con cuori in lutto: — com’è difficile che le luminose ebbrezze della gloria làscino ancor un affettuoso interesse alle necessità degli umili, ormai troppo al di sotto … Ma non è così di Maria SS. — anche nella gloria celeste il suo Cuore non muta! — È sempre il bel core d’una volta!

Cuore di Vergine! — Immune assolutamente dal peccato originale — come pure da qualsiasi personale mancanza — esso fu ed è Cuore senza alcun naturale difetto: — tanto si doveva alla sua dignità di Madre di Dio! — Inoltre esso fu ed è un Cuore ripieno incredibilmente della divina grazia — e dei doni dello Spirito Santo — anche per la continua corrispondenza usata qui in terra ai divini favori: — quanto dunque non dovette quel Cuore divenire anche soprannaturalmente sempre più bello — più perfetto — più degno di tutte le nostre simpatie — e quindi pienamente meritevole di tutta la nostra fiducia!

È Cuor di Regina! — Destinata da Dio all’Impero dell’Universo, — Impero anche spiccatamente di misericordia — la SS. Vergine ebbe, appunto per questo, dalla Divina Provvidenza un Cuore magnanimo — che cioè si piace di moltiplicare sulla più larga scala i suoi benefici. — Possiamo dunque approfittarne amplissimamente — assiduamente — e per l’anima e per il corpo — e per l’eternità e per il tempo — e per noi personalmente e per i nostri cari — per i nostri amici e dipendenti — e per quanti siano oggetto della nostra sollecitudine!

È Cuore di Madre! — « Cuore di Madre! ». — Lo capiamo noi che cosa voglia dire? — Allora n’avremo basta, per confidarci interamente a Maria SS. in tutte le nostre miserie — e di corpo — e di spirito — in tutte le afflizioni — e persino in quei giorni, in cui il rimorso travagliasse la povera anima nostra. — E, su quel Cuore materno posando il nostro capo, nulla avremo a temere: — ché Maria SS. è onnipotente a nostro favore — essendo insieme e Madre di Dio e Madre nostra: — onnipotente per grazia, dacché il suo Divin Figlio è l’Onnipotente per natura! (G. Monetti S.J.: Sapienza cristiana vol. II, p. 2)

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Fidelibus, quolibet mensis augusti die, si ad honorem immaculati Cordis B. M. V. aliquas preces vel alia pietatis exercitia devote præstiterint, conceditur:

Indulgentia quinque annorum semel. dies vero, qui per integrum præfatum mensem eiderh exercitio quotidie vacaverint, conceditur: Indulgentia plenaria suetis conditionibus (S. C. S. Officii, 13 mart. 1913; S. Pæn. Ap., 2 iun. 1935).

Queste sono le feste del mese di AGOSTO 2023

1 Agosto S. Petri ad Vincula  Duplex majus *L1*

          Commemoratio: Ss. Mártyrum Machabæorum

2 Agosto S. Alfonsi Mariæ de Ligorio Episc. Conf. et Eccles. Doct.  Duplex m.t.v.

          Commemoratio: S. Stephani Papæ et Martyris

3 Agosto De Inventione S. Stephani Protomartyris  Semiduplex *L1*

4 Agosto S. Dominici Confessoris  Duplex majus m.t.v.

5 Agosto S. Mariæ Virginis ad Nives  Duplex majus

6 Agosto Dominica X Post Pentecosten II. Augusti    Semiduplex Dominica minor *I*

    In Transfiguratione Domini Nostri Jesu Christi  Duplex II. classis *L1*

7 Agosto S. Cajetani Confessoris  Duplex

            Commemoratio: S. Donati Episcopi et Martyris

8 Agosto Ss. Cyriaci, Largi et Smaragdi Martyrum  Semiduplex

9 Agosto S. Joannis Mariæ Vianney Confessoris  Duplex m.t.v.

             Commemoratio: S. Romani Martyris

10 Agosto S. Laurentii Martyris  Duplex II. classis *L1*

11 Agosto Ss. Tiburtii et Susannæ Virginis, Martyrum  Simplex

12 Agosto S. Claræ Virginis  Duplex

13 Agosto Dominica XI Post Pentecosten III. Augusti  Semiduplex Dominica minor *I*

    Ss. Hippolyti et Cassiani Martyrum    Simplex

14 Agosto In Vigilia Assumptionis B.M.V.  Simplex

               Commemoratio: S. Eusebii Confessoris

15 Agosto In Assumptione Beatæ Mariæ Virginis  Duplex I. classis *L1*

16 Agosto S. Joachim Confessoris, Patris B. M. V.  Duplex II. classis m.t.v.

17 Agosto S. Hyacinthi Confessoris  Duplex m.t.v.

18 Agosto S. Agapiti Martyris    Feria

19 Agosto S. Joannis Eudes Confessoris  Duplex

20 Agosto Dominica XII Post Pentecosten IV. Augusti  Semiduplex Dominica minor *I*

S. Bernardi Abbatis et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

21 Agosto S. Joannæ Franciscæ Frémiot de Chantal Viduæ  Duplex

22 Agosto Immaculati Cordis Beatæ Mariæ Virginis  Duplex II. classis

23 Agosto S. Philippi Benitii Confessoris  Duplex m.t.v.

24 Agosto S. Bartholomæi Apostoli  Duplex II. classis

25 Agosto S. Ludovici Confessoris  Semiduplex

26 Agosto S. Zephyrini Papæ et Martyris    Simplex

27 Agosto Dominica XIII Post Pentecosten V. Augusti  Semiduplex Dominica minor

S. Josephi Calasanctii Confessoris    Duplex

28 Agosto S. Augustini Episcopi et Confessoris et Ecclesiæ Doctoris  Duplex

             Commemoratio: S. Hermetis Martyris

29 Agosto In Decollatione S. Joannis Baptistæ  Duplex majus *L1*

              Commemoratio: S. Sabinæ Martyris

30 Agosto S. Rosæ a Sancta Maria Limanæ Virginis  Duplex

            Commemoratio: Ss. Felicis et Adaucti Martyrum

31 Agosto S. Raymundi Nonnati Confessoris  Duplex m.t.v.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (7)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (7)

FRANCESCO OLGIATI,

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA.

Soc. ed. Vita e Pensiero, XIV ed., Milano – 1956.

Imprim. In curia Arch. Med. Dic. 1956- + J. Schiavini Vic. Gen.

Capitolo terzo (2)

II. – L’AMORE DEL PROSSIMO

Al comandamento dell’amore di Dio Gesù soggiunge l’altro dell’amore del prossimo. È un « comandamento nuovo che vi dò, disse il Maestro divino, « d’amarvi scambievolmente. Amatevi l’un l’altro così come io vi ho amato. Da questo riconosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore l’uno per l’altro. Forse non vi sono in tutto il Vangelo parole più conosciute; ma fors’anche, non vi sono parole meno comprese e meno praticate. Molti obbiettano: un comandamento nuovo? Ma noi Prima di Gesù, il cuore umano, nelle antiche civiltà, già possedeva questo tesoro. Prendiamo, ad es., gli Egiziani: sugli epitaffi dei grandi signori d’Egitto leggiamo attestazioni di beneficenza di questo genere: « Ho dato del pane a chi aveva fame, delle vesti a chi era nudo, da bere a chi aveva sete.. « Entef… ha reso giustizia al pianto dei poveri; era il padre dei deboli, l’asilo dell’orfano ». E nel Libro dei morti troviamo massime come la seguente: « Se tu diventi ricco, non divieni se non l’amministratore dei beni di Dio; non porre dopo di te il prossimo, che è tuo simile; sii per lui come un compagno ». Sembra che non occorra aprire il Vangelo, per raccogliere il precetto dell’amore fraterno; anche gli Stoici, per tacere di altri, ci forniscono lo stesso insegnamento. Marco Aurelio s’allieta, perché — dice — « ogni volta che io volli soccorrere alcuno, o povero o bisognoso, non mi fu mai risposto che io non avessi denaro per farlo.. Egli nei suoi Ricordi concepisce « tutte le cose… reciprocamente collegate fra loro; sacro è il legame che le unisce, e niuna cosa può dirsi estranea ad un’altra. Esse sono tutte coordinate insieme. E, come Seneca, soggiunge che « la società umana somiglia ad una volta, ove le differenti pietre, tenendosi le une le altre, fanno la sicurezza dell’insieme… Quella relazione che hanno fra loro le membra del corpo nell’animale individuo hanno fra loro gli esseri intelligenti nel corpo collettivo della società; tutti sono fatti per cooperare insieme ad uno scopo comune. Noi, quindi, non dobbiamo odiare, perché chi odia cessa di essere un ramo unito alla grande pianta dell’umanità e diviene un ramo divelto. Dobbiamo perdonare le ingiurie, non solo perché « il miglior modo di vendicarsi d’un’ingiuria è il non rassomigliare a chi l’ha fatta », ma anche perché, come suona l’ammonimento di Antistene, « operare bene ed essere lacerato è opera da re ». – Orientati in questa direzione, molti hanno cercato il precetto dell’amore del prossimo presso gli antichi Ebrei, in India, ad Atene; ne sono sorti confronti fra la morale di Cristo e quella di Mosè, di Buddha, di Platone; e si è giunti, certe volte, a sostenere la superiorità delle altre religioni sull’etica cristiana. Altri hanno fatto ricorso a Schopenhauer, il quale, in nome stesso del suo pessimismo, ideò la morale della pietà e della simpatia e persino agli utilitaristi inglesi, che la morale volevano fondata sul bene sociale. Si è chiamata in questione anche la vita politica; ed il magico grido della « fratellanza », lanciato dalla Rivoluzione francese, parve dovesse avere efficacia maggiore del precetto cristiano dell’amore. Fu anzi dopo quella proclamazione di « fraternité », che si sono intensificati i tentativi di mettere a riposo la vecchia charitas, per sostituirla con la fresca e giovane filantropia, vestita all’ultima moda e trionfante fra balli di beneficenza ed i calici di uno champagne che spumeggia come i cuori teneri delle dame e dei loro cavalieri. – Un Sillabario non può muovere a battaglia contro teorie desunte dalla storia delle religioni, dalla storia della filosofia, dalla storia politica e sociale, antica, moderna e contemporanea. Noi vogliamo solo esporre la dottrina morale cristiana. La nuda enunciazione, che, ancora una volta, potrà persuadere certi illustri della loro ignoranza in fatto di Cristianesimo, sarà una implicita confutazione di tutte le obbiezioni e mostrerà come l’amore naturale di uomo ad uomo (omne animal diligit simile sibi) non è la carità inculcata da Cristo, ma solo l’amore filantropico degli etnici e dei pubblicani. L’amore cristiano del prossimo ha la stessa radice dell’amore di Dio e si stende anche là dove la filantropia non giunge, fino cioè alla dilezione dei nemici.

1. – Il vero concetto cristiano della carità del prossimo.

Precisiamo, innanzi tutto, il concetto vero dell’amore fraterno, secondo il Cristianesimo. Un individuo, ad esempio, un antico egiziano, vedeva un’altra persona sofferente; e, mosso a compassione, la soccorreva. Era questo un atto di carità cristiana? Non ancora: non abbiamo ancora in ciò nulla che si riferisce all’ordine soprannaturale. E’ un atto caritatevole umano, che nell’atto di carità cristiana è un elemento indispensabile, ma non sufficiente. Per capire l’amore cristiano del prossimo, occorre partire dalla nostra unione con Gesù Cristo. Noi, come vedemmo, non siamo separati da Lui; ma costituiamo con Gesù un unico organismo, di cui Egli è il capo, noi le membra, lo Spirito Santo è l’anima. Ora, come ogni tralcio, unito alla vite, vive della vita di questa, così in ogni Cristiano, unito a Cristo, è presente Cristo, il quale lo vivifica. Ogni Cristiano, perciò, è un altro Gesù —

Christianus alter Christus. E noi, col P. Plus — nel suo facile e bel volumetto: Gesù Cristo nei nostri fratelli — possiamo esclamare: « Ad ogni passo, o Signore, io ti incontro. In virtù di questa meraviglia della nostra divina incorporazione alla tua sacra persona, non posso fare un movimento senza essere alla tua presenza. Rivolgo gli occhi verso di me: Tu vi sei. Guardo il prossimo: Tu vi sei. Dovunque, se voglio vedere, sono circondato da tabernacoli viventi! ». È questa l’idea che tutto chiarisce. Nel discorso dopo l’ultima Cena, nel quale appunto spiegò il « comandamento nuovo », Gesù ebbe cura di indicarne la vera nota essenziale: « Che tutti quelli che crederanno in me, o Padre, siano tutti uno, come tu sei in me, Padre, ed io in te; siano anch’essi uno in noi… Io in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell’unità ». In altre parole: noi siamo figli adottivi di Dio, perché uniti a Cristo, Figlio naturale del Padre: appunto per questo siamo fratelli tra noi, perché partecipi di questa divina figliolanza, per la quale Cristo è il « primo tra i fratelli ». La nostra fratellanza, di conseguenza è a base soprattutto di divinità, non come quella della Rivoluzione francese, a base puramente di umanità. Noi amiamo Dio in Cristo, e amiamo il prossimo per amore di Dio, in quanto, amando il fratello, amiamo Cristo in lui. – « Come posso io amare il mio schiavo? », si chiedeva inorridito Petronio. Ed è vero: se nel mio prossimo io dovessi vedere solo l’individuo umano, ben poche persone io amerei e molte le detesterei; ma per me il prossimo è Gesù Cristo presente in lui; è un astuccio, più o meno bello, ricco anzi di difetti al pari di me, che racchiude un diamante, nasconde, cioè, nostro Signore. Che importa se l’astuccio mi mostra una persona antipatica, un avversario, un delinquente? Come nel tralcio io non amo un po’ di legno, così nel prossimo io non mi soffermo all’uomo, ma guardo a Cristo. E l’atto cristiano di carità consiste appunto nell’amare il prossimo riconoscendo in lui nostro Signore, presente o di fatto (con la grazia, se si tratta d’un giusto) ovvero di diritto (se si tratta d’un peccatore o d’un infedele). Io non soccorro Tizio, Caio o Sempronio; ma Gesù in Tizio, in Caio, in Sempronio. Ciò che faccio, lo faccio per amore di Gesù; ossia l’amore di Dio e l’amore del prossimo non sono due cose diverse o divisibili: ma « il secondo precetto è simile al primo . Fin quando non ho conquistato un simile punto di vista, non ho capito il precetto cristiano dell’amore. Chi lo raggiunge, ha una forza nuova immensa in sé: perché è d’intuitiva evidenza che, se noi sapessimo che Gesù è venuto ancora sulla terra visibilmente ed ha bisogno di essere aiutato da noi, ci sentiremmo felici nel toglierci anche il pane di bocca, per darlo a Lui; faremmo sforzi e prodigi, per soccorrerlo. Il Cristiano non ha bisogno di contemplare con gli occhi del corpo Gesù; ha lo sguardo, ben più profondo, della fede, e Gesù lo vede, come sotto le apparenze di un’Ostia, così sotto le sembianze dei suoi fratelli. Allora tutto il Vangelo ed il Nuovo Testamento divengono intelligibili. E’ proprio un comandamento nuovo, questo. E’ ridicolo cercarlo in Egitto e nell’India, nella Grecia, o a Roma, nelle tombe dei Faraoni, nella dottrina di Buddha, accanto alle ghigliottine della Rivoluzione francese, nei libri di Marco Aurelio o di Schopenhauer, ovvero nelle cosiddette feste di beneficenza: è Cristo solo che l’ha insegnato. In san Matteo, là dove si descrive il giudizio universale, Gesù annuncia che, nell’ultimo dei giorni, il Figlio dell’uomo, il Re dell’universo apparirà e dirà a quelli della sua destra: « Venite, benedetti del Padre mio, possedete il regno preparatovi fin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame, e mi rifocillaste; ebbi sete, e mi deste da bere; fui pellegrino, e mi ricettaste; ignudo, e mi copriste; infermo, e mi visitaste; carcerato, e veniste da me ». « Allora gli risponderanno i giusti: — Signore, quando mai t’abbiamo visto affamato e t’abbiamo rifocillato; assetato e ti demmo da bere? Quando t’abbiamo visto pellegrino, e ti abbiamo ricettato; ignudo, e t’abbiamo coperto? Quando mai t’abbiamo visto infermo e carcerato, e venimmo a visitarti? « E il Re risponderà loro così: In verità vi dico: quante volte avete fatto qualche cosa a uno di quelli de’ minimi miei fratelli, l’avete fatta a me ». Ed ai reprobi, dopo il rimprovero per non averlo soccorso, e dopo il loro stupore, « risponderà: In verità vi dico: quante volte non avete ciò fatto a uno di questi più piccoli, non l’avete fatto a me ». Il povero, il bisognoso, il sofferente, il prossimo nostro è Gesù Cristo. Ciò che si fa per il fratello, lo si fa per Gesù. Se si perseguita il fratello, Gesù si lamenta come con Paolo, sulla via di Damasco: « Perchè perseguiti Me? . Se noi possediamo dei beni, soggiunge san Giovanni, e, vedendo il fratello nella necessità, chiudiamo il nostro cuore, « come può rimanere in noi l’amore di Dio? »; chi non ama il prossimo, non ama Cristo, e perciò non ama il Padre. Da ciò è derivata tutta la predicazione di carità del Discepolo dell’amore e tutta la storia della carità cristiana nei secoli, dalle catene spezzate degli schiavi agli asili del dolore opposti ai circhi ed ai Colossei. E se noi ci interessassimo un pochino dell’anima grande dei Santi, faremmo forse una scoperta: Non ve n’è uno, il quale abbia concepito la carità verso il prossimo in modo diverso di quanto abbiamo esposto: tutti hanno amato nel loro prossimo Gesù Cristo. – Spesso, scrive san Girolamo nelle sue Lettere, Fabiola trasportava gli infelici e lavava loro le immonde piaghe vincendo ogni disgusto, poiché nelle piaghe dei poveri sapeva bene che medicava quelle del Salvatore ». San Benedetto, nella sua Regola comanda che a tutti gli ospiti che arrivano siano ricevuti tamquam Christus, come Gesù » e che sian salutati anche alla partenza con grande umiltà: « Cristo in loro sia adorato ». Soggiunge che è da avere, innanzi a ogni cosa e sopra tutte le cose, la cura degli infermi e che a loro, come a Cristo, sia reso servizio ». San Bernardo, rudemente, si esprime così: « Nelle vostre relazioni col prossimo, lasciate da parte l’uomo esteriore colnsuo involucro di fango; e non vi fermate se non all’uomo interiore, creato ad immagine di Dio, redento dal sangue di Gesù Cristo, tempio dello Spirito Santo, dimora di Gesù e destinato alla beatitudine eterna ». Cercate di veder Dio e Gesù Cristo nel prossimo », insiste sant’Ignazio. Il Vescovo san Martino, Angela da Foligno, Elisabetta d’Ungheria, Giuseppe Cottolengo, Federico Ozanam e Ludovico da Casoria non hanno mai parlato diversamente. Vincenzo de’ Paoli giunge persino, affinché non sia sottratto un tempo prezioso all’azione, a limitare le preghiere delle sue Figlie della Carità: « Che i poveri, prescrive loro, siano il vostro Uffizio, le vostre litanie. Bastano. Per loro lasciate tutto. Facendo così, è come abbandonare Dio per Dio ». – « Fratelli, ripeteva spesso Camillo de Lellis, il santo fondatore dei Camilliani, ai suoi compagni infermieri, pensate che gl’infermi sono pupilla e cuore di Dio e quello che fate a questi poveretti è fatto a Dio stesso ». « Non solo, affermava un testimonio del processo di canonizzazione, Camillo amava gli infermi, ma in certo modo li adorava, perché in ciascun povero adorava la persona di Cristo « Io l’ho visto molte volte piangere intorno a detti infermi, depone un altro, per la veemente considerazione che faceva che in quelli fosse Cristo ». Un giorno che il Priore di Santo Spirito lo mandò a cercare, Camillo stava tutto occupato a ripulire un infermo: « Dite che io sto occupato con Gesù Cristo; ma come avrò finita la carità, sarò da Sua Signoria Illustrissima ». Del resto, siamo sinceri, guai se la morale cristiana fosse diversa! Guai se nel prossimo dovessimo vedere solo l’uomo! Come potremmo sopportarci a vicenda, con tutti i difettacci del nostro più o meno amabile carattere? Come potremmo amarci? Come si potrebbe ottenere da una Suora di carità di passar tutta la sua esistenza, non per denaro, ma col voto di povertà, nelle corsie degli ospedali? E’ inutile: per capire le signore nei balli di beneficenza, basta la considerazione dell’uomo; ma una giovane Suora non sacrificherebbe mai nell’austera penitenza una vita severa e pura, se nell’ammalato — spesso brontolone ed incontentabile — non scorgesse Gesù Cristo. – Con questa semplice chiave nelle mani, voi potete entrare in quelle sale, che si chiamano i capi del Vangelo, o le meraviglie dei secoli cristiani. L’odio sarà riprovato, perché, come ben osserva san Giovanni nella sua prima Lettera, « chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre »; ancora non vede il Salvatore nel prossimo. Ed aveva insistito Gesù: « Io vi dico: amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi perseguitano e calunniano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli »; « perdonate e vi sarà perdonato ». Non fermatevi all’involucro esterno, non al fragile recipiente: rammentate il « tesoro » che ivi si nasconde.

2. – Amore umano e amore cristiano del prossimo.

Se ora volessimo confrontare la carità umana con la carità cristiana, potremmo venire alle seguenti conseguenze. Innanzi tutto, non intendiamo fare un processo alla carità, che di fatto si è avuta nel campo estraneo al Cristianesimo.

Ln sappiamo bene con quanta ragione san Paolo definisce i pagani: « Gentes sine affectione; — gente senza amore » e con quanta esattezza la definizione si può applicare al paganesimo odierno, col cacio della filantropia sui maccheroni delle feste di beneficenza. Sappiamo benissimo quali siano state le delizie della schiavitù e gli orrori verificatisi ogni volta che si è calpestato il Vangelo. Ed alla fraternité astrattista od agli eterni principi dell’89 noi crediamo press’a poco come al cuore dell’anticlericalissimo farmacista Homais — così artisticamente ritratto da Gustave Flaubert — il quale, imbattutosi in un povero cieco, gli consigliò di bere buon vino, buona birra, di mangiare carne arrostita e finalmente aprì la borsa: « Toh! ecco un soldo! rendimi due centesimi; e non dimenticare le mie raccomandazioni; te ne troverai bene ».- Prescindiamo da simili bazzecole e da fatti storici non troppo lontani, come quello avvenuto all’inizio di questo secolo in Francia, quando si soppressero le Congregazioni religiose e si rubarono i loro beni, per un motivo di… fratellanza umana, ossia per accumulare il miliardo occorrente alle pensioni operaie. Ahimè! il miliardo sfumò e dopo la “liquidazione” non restò nulla: l’amore del prossimo, fra le mani del massonismo francese e dei suoi alleati, — il socialismo ed il radicalismo, — si era mutato nell’amore del proprio portafoglio. Diciamo solo che nel confronto fra l’amore del prossimo, quale si può incontrare in un sistema di morale umana, ed il precetto cristiano, non bisogna mai fermarsi all’enunciazione della norma etica. Anche il buddhista può comandare il perdono ai nemici; in apparenza può sembrare talvolta che parli in modo eguale a Gesù; ma in realtà il suo ragionamento né questo: “Noi dobbiamo abolire il dolore. Abbandoniamo, quindi, l’attività e tutto ciò che può turbare la tranquillità nostra. Tuffiamoci nel Nirvana. Se tu ti vendichi del nemico, egli si vendicherà poi di te; avrai noie ed inquietudini ». In breve: l’enunciazione verbale della massima morale è identica: lo spirito è semplicemente opposto da un lato, dobbiamo perdonare per amore di noi stessi; dall’altro, per amore del prossimo! E scusate se è poco! Ma anche nelle forme più alte della morale filosofica, anche nello sviluppo più severo della ragione, noi non possiamo avere mai se non un amore dell’uomo per l’uomo. Questo — ripetiamolo fino alla noia — è un elemento prezioso, indispensabile. La morale cristiana lo prende, lo perfeziona, lo divinizza con la grazia e con l’unione a Cristo, in modo che ci fa amare Gesù Cristo in tutti i nostri fratelli. I giovani d’Italia hanno guardato con entusiasmo santo alla figura di Pier Giorgio Frassati, fulgido esempio di carità cristiana per il prossimo. La documentazione, che di recentenha pubblicato la sua buona sorella, può servire, più di qualsiasi elucubrazione, ad illustrare il comandamento di Cristo.

Quindici giorni prima di morire, Pier Giorgio andò a Valsalice a parlare con don Cojazzi d’una famiglia disgraziatane bisognosa. Venendo a discorrere del fondatore delle Conferenze di San Vincenzo, mirabile frutto di questa pianta dell’amor cristiano, il Sacerdote ricordò al giovane il modo col quale Ozanam soleva celebrare la Pasqua. Dopo la Comunione pasquale, prima di recarsi a casa, andava a trovare il più povero dei suoi protetti « per restituire la visita ricevuta a Gesù nella persona del povero ». Sul ciglio di Pier Giorgio Frassati brillò una lagrima, una di quelle lagrime buone, che vorremmo vedere negli occhi puri della gioventù nostra, chiamata ad asciugare il pianto, a sollevare il debole, a diffondere l’amore di Cristo.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (8)

UN’ENICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO X – “IL FERMO PROPOSITO”.

Enciclica importante, questa scritta in italiani da S.S. Pio X, che intendeva promuovere la diffusione dell’Azione Cattolica in Italia e nel mondo. Ciò su cui batteva il Sommo Pontefice era l’unità di intenti e di azione, ma soprattutto l’adesione al Magistero della Chiesa ed alla Cattedra di S. Pietro, elemento che ne garantiva l’immunità dottrinale ed il cadere in azioni sconsiderate o poco cristiane. Applichiamo anche a noi queste direttive, sia in gruppi, sia singolarmente per affrontare, come Corpo mistico di Cristo, le falangi infernali oggi scatenate e potenti come non mai. Solo uniti in questo Corpo mistico, che travalica i limiti territoriali di Stati e continenti, si può sperare nell’eterna salvezza dell’anima anche se questo dovesse costarci sacrifici, persecuzioni e martirio. Nel Corpo mistico e sotto la guida della Vergine Immacolata avremo sicura vittoria, … questa è la vera Azione Cattolica di questi giorni finali.

San Pio X
Il fermo proposito

Lettera Enciclica

Il fermo proposito, che fin dai primordi del Nostro Pontificato abbiamo concepito, di voler consacrare tutte le forze che la benignità del Signore si degna concederCi alla restaurazione di ogni cosa in Cristo, Ci risveglia nel cuore una grande fiducia nella potente grazia di Dio, senza la quale nulla di grande e di fecondo per la salute delle anime possiamo pensare od imprendere quaggiù. Nello stesso tempo però sentiamo più che mai vivo il bisogno di essere secondati unanimemente e costantemente nella nobile impresa da voi, Venerabili Fratelli, chiamati a parte dell’ufficio Nostro pastorale, da ognuno del Clero e dei singoli fedeli alle vostre cure commessi. Tutti in vero nella Chiesa di Dio siamo chiamati a formare quell’unico corpo, il cui capo è Cristo: corpo strettamente compaginato, come insegna l’Apostolo Paolo (Eph. IV, 16), e ben commesso in tutte le sue giunture comunicanti, e questo in virtù dell’operazione proporzionata di ogni singolo membro, onde il corpo stesso prende l’aumento suo proprio e di mano in mano si perfeziona nel vincolo della carità. E se in quest’opera di “edificazione Corpo di Cristo” (Eph. IV, 12) è Nostro primo ufficio d’insegnare, additare il retto modo da seguire e proporne i mezzi, di ammonire ed esortare paternamente, è altresì dovere di tutti i Nostri figliuoli dilettissimi, sparsi pel mondo, di accogliere le parole Nostre, di attuarle dapprima in se stessi e di concorrere efficacemente ad attuarle eziandio negli altri, ciascuno secondo la grazia da Dio ricevuta, secondo il suo stato ed ufficio, secondo lo zelo che ne infiamma il cuore. – Qui vogliamo soltanto ricordare quelle molteplici opere di zelo in bene della Chiesa, della società e degli individui particolari, comunemente designati col nome di azione cattolica, che fioriscono per grazia di Dio in ogni luogo e che abbondano altresì nella nostra Italia. Voi ben intendete, Venerabili Fratelli, quanto esse Ci debbano tornar care e quanto intimamente bramiamo di vederle rassodate e promosse. Non solo a più riprese ne abbiamo trattato a voce con parecchi almeno di voi, e col principali loro rappresentanti in Italia nell’occasione che essi Ci recavano in persona l’omaggio della loro devozione e del loro affetto filiale, ma altresì pubblicando Noi su questo argomento o facendo pubblicare con la Nostra Autorità vari Atti, che tutti già conoscete. Vero è che alcuni di questi, come richiedevano le circostanze per Noi dolorose, erano piuttosto diretti a rimuovere gli ostacoli al più spedito procedere dell’azione cattolica e a condannare certe tendenze indisciplinate, che con grave danno della causa comune si andavano insinuando. Però Ci tardava il cuore di rivolgere a tutti eziandio una parola di paterno conforto e di eccitamento acciocché sul terreno, per quanto è da Noi, sgombro dagli impedimenti, si continui ad edificare il bene e ad accrescerlo largamente. Ci è dunque ben grato di farlo ora con le presenti Nostre Lettere a comune consolazione, nella certezza che le parole Nostre saranno da tutti dolcemente ascoltate e seguite. – Vastissimo è il campo dell’azione cattolica, la quale per sé medesima non esclude assolutamente nulla di quanto, in qualsiasi modo, diretto od indiretto, appartiene alla divina missione della Chiesa. Di leggieri si riconosce la necessità del concorso individuale a tant’opera, non solo per la santificazione delle anime nostre, ma anche per diffondere e sempre meglio dilatare il Regno di Dio negli individui, nelle famiglie e nella società, procurando ciascuno, secondo le proprie forze, il bene del prossimo con la diffusione della verità rivelata, con l’esercizio delle virtù cristiane e con le opere di carità o di misericordia spirituale e corporale. Questo è il camminare degno di Dio, a che ci esorta San Paolo, così da piacergli in ogni cosa, producendo frutti di ogni opera buona e crescendo nella scienza di Dio: “Ut ambuletis digne Deo per omnia placentes: in omni opere bono fructificantes et crescentes in scentia Dei” (Coloss. I, 10). – Oltre a questi però v’è un gran numero di beni appartenenti all’ordine naturale a cui la missione della Chiesa non è direttamente ordinata, ma che pure sgorgano dalla medesima, quasi naturale sua conseguenza. Tanta è la luce della Rivelazione cattolica, che si diffonde vivissima su ogni scienza; tanta la forza delle massime evangeliche, che i precetti della legge naturale si radicano più sicuri ed ingagliardiscono; tanta infine l’efficacia della verità e della morale insegnate da Gesù Cristo, che lo stesso benessere materiale degli individui, della famiglia e della società umana si trova provvidenzialmente sostenuto e promosso. La Chiesa, pure predicando Gesù Cristo crocifisso, scandalo e stoltezza innanzi al mondo (I Cor. I, 23), è divenuta ispiratrice e fautrice primissima di civiltà; e la diffusione per tutto dove predicavano i suoi Apostoli, conservando e perfezionando gli elementi buoni delle antiche civiltà pagane, strappando dalla barbarie ed educando a civile consorzio i nuovi popoli che al suo seno materno si rifugiavano, diede all’intera società, bensì a poco a poco, ma con tratto sicuro e sempre più progressivo, quell’impronta tanto spiccata, che ancora oggi universalmente conserva. La civiltà del mondo è civiltà cristiana; tanto è più vera, più durevole, più feconda di frutti preziosi, quanto è più nettamente cristiana; tanto declina, con immenso danno del bene sociale, quanto all’idea cristiana si sottrae. Onde, per la forza intrinseca delle cose, la Chiesa divenne anche di fatto custode e vindice della civiltà cristiana. E tale fatto in altri secoli della storia fu riconosciuto e ammesso; formò anzi il fondamento inconcusso delle legislazioni civili. Su quel fatto poggiarono le relazioni tra la Chiesa e gli Stati, il pubblico riconoscimento dell’autorità della Chiesa nelle materie tutte che toccano in qualsivoglia modo la coscienza, la subordinazione di tutte le leggi dello Stato alle divine leggi del Vangelo, la concordia dei due poteri dello Stato e della Chiesa, nel procurare in tal modo il bene temporale dei popoli, che non ne abbia a soffrire l’eterno. – Non abbiamo bisogno di dirvi, o Venerabili Fratelli, quale prosperità e benessere, quale pace e concordia, quale rispettosa soggezione all’autorità e quale eccellente governo si otterrebbero e si manterrebbero nel mondo, se si potesse attuare ovunque il perfetto ideale della civiltà cristiana. Ma posta la lotta continua della carne contro lo spirito, delle tenebre contro la luce, di satana contro Dio, tanto non è da sperare, almeno nella sua piena misura. Onde continui strappi si vanno facendo alle pacifiche conquiste della Chiesa, tanto più dolorosi e funesti, quanto più la società umana tende a reggersi con principi avversi al concetto cristiano, anzi ad apostatare interamente da Dio. – Non per questo è da perdere punto il coraggio. La Chiesa sa che le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei; ma sa ancora che avrà nel mondo premura, che i suoi apostoli sono inviati come agnelli tra lupi, che i suoi seguaci saranno sempre coperti d’odio e di disprezzo, come d’odio e di disprezzo fu saturato il divino suo Fondatore. La Chiesa va quindi innanzi imperterrita, e mentre diffonde il Regno di Dio là dove non fu peranco pregiudicato, si studia per ogni maniera di riparare alle perdite nel Regno già conquistato. “Restaurare tutto in Cristo” è stata sempre la divisa della Chiesa, ed è particolarmente la Nostra nei trepidi momenti che traversiamo. Ristorare ogni cosa, non in qualsivoglia modo, ma in Cristo: “in Lui, tutte le cose che sono in Cielo ed in terra, soggiunse l’Apostolo (Eph. I, 10): ristorare in Cristo non solo ciò che appartiene propriamente alla divina missione della Chiesa di condurre le anime a Dio, ma anche ciò che, come abbiamo spiegato, da quella divina missione spontaneamente deriva, la civiltà cristiana nel complesso di tutti e singoli gli elementi che la costituiscono. – E poiché Ci fermiamo a quest’ultima sola parte della restaurazione desiderata, voi vedete, o Venerabili Fratelli, di quanto aiuto tornano alla Chiesa quelle schiere elette di Cattolici che si propongono appunto di riunire insieme tutte le forze vive, a fine di combattere con ogni mezzo giusto e legale la civiltà anticristiana, riparare per ogni modo i disordini gravissimi che da quella derivano; ricondurre Gesù Cristo nella famiglia, nella scuola, nella società; ristabilire il principio dell’autorità umana come rappresentante di quella di Dio; prendere sommamente a cuore gli interessi del popolo e particolarmente del ceto operaio ed agricolo, non solo istillando nel cuore di tutti il principio religioso, unico vero fonte di consolazione nelle angustie della vita, ma studiandosi di rasciugarne le lacrime, di raddolcirne le pene, di migliorare la condizione economica con ben condotti provvedimenti; adoperarsi quindi perché le pubbliche leggi siano informate a giustizia, e si correggano o vadano soppresse quelle che alla giustizia si oppongono: difendere infine e sostenere con animo veramente cattolico i diritti di Dio in ogni cosa e quelli non meno sacri della Chiesa. – Il complesso di tutte queste opere sostenute e promosse in gran parte dal laicato cattolico e variamente ideate a seconda dei bisogni propri di ogni nazione e delle circostanze particolari in cui versa ogni paese, è appunto quello che con termine più particolare e certo nobile assai suoi essere chiamato azione cattolica, ovvero azione dei Cattolici. Essa in tutti i tempi venne sempre in aiuto della Chiesa, e la Chiesa tale aiuto ha sempre accolto favorevolmente e benedetto, sebbene a seconda dei tempi si sia variamente esplicato. – Ed è infatti da notare qui subito, che non tutto ciò che potrà essere stato utile, anzi unicamente efficace nei secoli andati, torna oggi possibile restituire allo stesso modo: tanti sono i cangiamenti radicali che col correre dei tempi s’insinuano nella società o nella vita pubblica, e tanti i nuovi bisogni che le circostanze cambiate vanno di continuo suscitando. Ma la Chiesa nel lungo corso della sua storia ha sempre ed in ogni caso dimostrato luminosamente di possedere una meravigliosa virtù di adattamento alle variabili condizioni del consorzio civile, talché, salva sempre l’integrità e l’immutabilità della fede e della morale, e salvi egualmente i sacrosanti suoi diritti, facilmente si piega e si accomoda in tutto ciò che è contingente ed accidentale alle vicende dei tempi ed alle nuove esigenze della società. La pietà, dice San Paolo, a tutto si acconcia possedendo le promesse divine, così per i beni della vita presente, come per quelli della vita futura. “Pietas autem ad omnia utilis est, promissionem habens vitæ, quæ nunc est, et futuræ” (ITim. IV, 8). E però anche l’azione cattolica, se opportunamente cambia nelle sue forme esterne e nei mezzi che adopera, rimane sempre la stessa nei principi che la dirigono e nel fine nobilissimo che si propone. Perché poi nello stesso tempo torni veramente efficace, converrà diligentemente avvertire le condizioni che essa medesima impone, se ben si considerino la sua natura ed il suo fine. – Anzitutto dov’essere altamente radicato nel cuore che lo strumento vien meno, se non è acconcio all’opera che si vuol eseguire. L’azione cattolica (come si ritrae ad evidenza dalle cose anzidette) poiché si propone di ristorare ogni cosa in Cristo, costituisce un vero apostolato ad onore e gloria di Cristo stesso. Per bene compierlo ci vuole la grazia divina, e questa non si dà all’apostolo che non sia unito a Cristo. Solo quando avremo formato Gesù Cristo in noi, potremo più facilmente ridonarlo alle famiglie, alla società. E però quanti sono chiamati a dirigere o si dedicano a promuovere il movimento cattolico devono essere Cattolici a tutta prova, convinti della loro fede, sodamente istruiti nelle cose della Religione, sinceramente ossequienti alla Chiesa ed in particolare a questa suprema Cattedra Apostolica ed al Vicario di Gesù Cristo in terra; di pietà vera, di maschie virtù, di puri costumi e di vita così intemerata che tornino a tutti di esempio efficace. Se l’animo non è così temprato, non solo sarà difficile promuovere negli altri il bene, ma sarà quasi impossibile procedere con rettitudine d’intenzione e mancheranno le forze per sostenere con perseveranza le noie che reca seco ogni apostolato, le calunnie degli avversari, le freddezze e la poca corrispondenza degli uomini anche dabbene, talvolta perfino le gelosie degli amici e degli stessi compagni di azione, scusabili senza dubbio, posta la debolezza dell’umana natura, ma pure grandemente pregiudizievoli e causa di discordie, di attriti, di domestiche guerricciuole. Solo una virtù paziente e ferma nel bene, e nello stesso tempo soave e delicata, è capace di rimuovere o diminuire questa difficoltà, così che l’opera a cui sono dedicate le forze cattoliche non ne vada compromessa. Tale è la volontà di Dio, diceva San Pietro ai primitivi fedeli, che col ben fare chiudiate la bocca agli uomini stolti. “Sic est voluntas Dei, ut bene facientes obmutescere faciatis imprudentium hominum ignorantiam” (I Petr. II, 15). – Importa inoltre ben definire le opere intorno alle quali si devono spendere con ogni energia e costanza le forze cattoliche. Quelle opere devono essere di così evidente importanza, così rispondenti ai bisogni della società odierna, così acconce agli interessi morali e materiali, soprattutto del popolo e delle classi diseredate, che mentre infondono ogni migliore alacrità dei promotori dell’azione cattolica pel grande e sicuro frutto che da sé medesime promettono, siano insieme da tutti e facilmente comprese ed accolte volonterosamente. Appunto perché i gravi problemi della vita odierna sociale esigono una soluzione pronta e sicura, si desta in tutti il più vivo interesse di sapere e conoscere i vari modi onde quelle soluzioni si propongono in pratica. Le discussioni in un senso o nell’altro si moltiplicano ogni dì più e si propagano facilmente per mezzo della stampa. È quindi supremamente necessario che l’azione cattolica colga il momento opportuno, si faccia innanzi coraggiosa e proponga anch’essa la soluzione sua e la faccia valere con propaganda ferma, attiva, intelligente, disciplinata, tale che direttamente si opponga alla propaganda avversaria. La bontà e giustizia dei principi cristiani, la retta morale che professano i Cattolici, il pieno disinteresse delle cose proprie non altro apertamente e sinceramente bramando che il vero, il solo, il supremo bene altrui, infine l’evidente loro capacità di promuovere meglio degli altri anche i veri interessi economici del popolo, è impossibile non facciano breccia sulla mente e sul cuore di quanti ascoltano e non ne aumentino le file, fino a renderli un corpo forte e compatto, capace di resistere gagliardamente alla contraria corrente e di tenere in rispetto gli avversari. – Tale supremo bisogno avvertì pienamente il Nostro Antecessore di b. m. Leone XIII, additando soprattutto nella memoranda Enciclica “Rerum Novarum“ed in altri documenti posteriori, l’oggetto intorno al quale precipuamente doveva svolgersi l’azione cattolica, cioè “la pratica soluzione a seconda dei principi cristiani della questione sociale“. Noi pure, seguendo così sapienti norme, col Nostro Motu proprio del 18 Dicembre 1903 abbiamo dato all’azione popolare cristiana, che in sé comprende tutto il movimento cattolico sociale, un ordinamento fondamentale che fosse quasi la regola pratica del lavoro comune ed il vincolo della concordia e della carità. Qui dunque ed a questo scopo santissimo e necessarissimo devono anzitutto aggrupparsi e solidarsi le opere cattoliche, varie e molteplici nella forma, ma tutte egualmente intese a promuovere con efficacia il medesimo bene sociale.

Ma perché quest’azione sociale si mantenga e prosperi con la necessaria coesione delle varie opere che la compongono è soprammodo importante che i Cattolici procedano con esemplare concordia tra loro; la quale per altro non si otterrà mai, se non vi ha in tutti unità di intendimenti. Su tale necessità non può cadere dubbio di sorta alcuna; tanto chiari ed aperti sono gli insegnamenti dati da questa Cattedra Apostolica, tanta la viva luce che vi hanno sparso intorno coi loro scritti i più insigni tra’ cattolici d’ogni paese, tanto lodevole esempio che più volte, anche da Noi medesimi, si è proposto ai Cattolici di altre nazioni, i quali appunto per questa concordia ed unità di intendimenti, in breve tempo hanno ottenuto frutti fecondi e assai consolanti. – Ad assicurarne poi il conseguimento, tra le varie opere degne egualmente di lode, si è dimostrata altrove singolarmente efficace un’istituzione di carattere generale, che col nome di Unione popolare è destinata ad accogliere i Cattolici di tutte le classi sociali, ma specialmente le grandi moltitudini del popolo intorno ad un solo centro comune di dottrina, di propaganda e di organizzazione sociale. Essa infatti, poiché risponde ad un bisogno egualmente sentito quasi in ogni paese, e poiché la sua semplice costituzione risulta dalla natura stessa delle cose quali egualmente per tutto s’incontrano, non può dirsi che sia propria più di una nazione che di un’altra, ma di tutte, dove si manifestano gli stessi bisogni e sorgono i medesimi pericoli. La sua grande popolarità la rende facilmente cara ed accettevole e non disturba né impedisce alcun’altra istituzione ma piuttosto a tutte le istituzioni dà forza e compattezza poiché con la sua organizzazione strettamente personale sprona gli individui a entrare nelle istituzioni particolari, li addestra al lavoro pratico e veramente proficuo, ed unisce gli animi di tutti in un unico sentire e volere. – Stabilito così codesto centro sociale, tutte le altre istituzioni d’indole economica, destinate a risolvere praticamente e sotto i vari suoi aspetti il problema sociale, si trovano come spontaneamente raggruppate insieme nel fine generale che le unisce, mentre pure, a seconda dei vari bisogni a cui si applicano, prendono forme diverse e diversi mezzi adoperano, come richiede lo scopo particolare proprio di ciascuna. E qui Ci torna ben caro di esprimere la Nostra soddisfazione pel molto che in questa parte si è già fatto in Italia, con certa speranza che, posto l’aiuto divino, si faccia ancora assai più nell’avvenire, rassodando il bene ottenuto e dilatandolo con zelo sempre più crescente. Nel che si rese grandemente benemerita l’Opera dei Congressi e Comitati Cattolici, grazie all’attività intelligente degli uomini esimi che la dirigevano, e che a quelle particolari istituzioni furono preposti o le dirigono tuttora. E però tale centro od unione di opere d’indole economica, come fu da Noi espressamente conservata al cessare dell’anzidetta Opera dei Congressi, così dovrà continuare anche in seguito sotto la solerte direzione di coloro che le sono preposti. – Contuttociò, perché l’azione cattolica sia efficace sotto ogni rispetto, non basta che essa sia proporzionata ai bisogni sociali odierni; conviene ancora che si faccia valere con tutti quei mezzi pratici, che le mettono oggi in mano il progresso degli studi sociali ed economici, l’esperienza già fatta altrove, le condizioni del civile consorzio, la stessa vita pubblica degli Stati. Altrimenti si corre rischio di andare tentoni lungo tempo in cerca di cose nuove e mal sicure, mentre le buone e certe si hanno in mano ed hanno fatto già ottima prova; ovvero di proporre istituzioni e metodi propri forse di altri tempi, ma oggi non intesi dal popolo, ovvero infine di arrestarsi a mezza via non servendosi, nella misura pur concessa, di quei diritti cittadini che le odierne costituzioni civili offrono a tutti e quindi anche ai cattolici. E per fermarsi a quest’ultimo punto, certo è che l’odierno ordinamento degli Stati offre indistintamente a tutti la facoltà di influire sulla pubblica cosa, ed i Cattolici, salvo gli obblighi imposti dalla legge di Dio e dalle prescrizioni della Chiesa, possono con sicura coscienza giovarsene, per mostrarsi idonei al pari, anzi meglio degli altri, di cooperare al benessere materiale civile del popolo ed acquistarsi così quell’autorità e quel rispetto che rendano loro possibile eziandio di difendere e promuovere i beni più alti, che sono quelli dell’anima. – Quei diritti civili sono parecchi e di vario genere, fino a quello di partecipare direttamente alla vita politica del paese rappresentando il popolo nelle aule legislative. Ragioni gravissime Ci dissuadono, Venerabili Fratelli, dallo scostarsi da quella norma già decretata dal Nostro Antecessore di s. m. Pio IX e seguita poi dall’altro Nostro Antecessore di s. m. Leone XIII durante il diuturno suo Pontificato, secondo la quale rimane in genere vietata in Italia la partecipazione dei Cattolici al potere legislativo. Sennonché altre ragioni parimenti gravissime, tratte dal supremo bene della società, che ad ogni costo deve salvarsi, possono richiedere che nei casi particolari si dispensi dalla legge, specialmente quando voi, Venerabili Fratelli, ne riconosciate la stretta necessità pel bene delle anime e dei supremi interessi delle vostre Chiese e ne facciate dimanda. – Ora la possibilità di questa benigna concessione Nostra induce il dovere nei Cattolici tutti di prepararsi prudentemente e seriamente alla vita politica, quando vi fossero chiamati. Onde importa assai, che quella stessa attività, già lodevolmente spiegata dai Cattolici per prepararsi con una buona organizzazione elettorale alla vita amministrativa dei Comuni e dei Consigli provinciali, si estenda altresì a prepararsi convenientemente e ad organizzarsi per la vita politica, come fu opportunamente raccomandato con la circolare del 3 dicembre 1904 alla Presidenza generale delle Opere economiche in Italia. Nello stesso tempo dovranno inculcarsi e seguirsi in pratica gli altri principi che regolano la coscienza di ogni vero Cattolico. Deve egli ricordarsi sopra ogni cosa di essere in ogni circostanza e di apparire veramente Cattolico, accedendo agli offici pubblici ed esercitandoli col fermo e costante proposito di promuovere a tutto potere il bene sociale ed economico della Patria e particolarmente del popolo, secondo le massime della civiltà spiccatamente cristiana e di difendere insieme gli interessi della Chiesa, che sono quelli della Religione e della giustizia. – Tali sono, Venerabili Fratelli, i caratteri, l’oggetto e le condizioni dell’azione cattolica, considerata nella parte sua più importante, che è la soluzione della questione sociale, degna quindi che vi si applichino con la massima energia e costanza tutte le forze cattoliche. Il che però non esclude che si favoriscano e si promuovano anche altre opere di vario genere, di diversa organizzazione, ma tutte egualmente destinate a questo o quel bene particolare della società e del popolo ed a rifiorimento della civiltà cristiana sotto vari determinati aspetti. Sorgono esse per lo più grazie allo zelo di particolari persone e si diffondono nelle singole diocesi e talvolta si aggruppano in federazioni più estese. Ora, sempreché sia lodevole il fine che si propongono, siano fermi i principi cristiani che seguono e giusti i mezzi che adoperano, sono anch’esse da lodare e incoraggiare per ogni modo. E si dovrà lasciare loro una certa libertà di organizzazione, non essendo possibile, che dove più persone convengono insieme, si modellino tutte in medesimo stampo e si accentrino sotto un’unica direzione. L’organizzazione poi deve sorgere spontanea dalle opere stesse, altrimenti si avranno edifici bene architettati, ma privi di fondamento reale e perciò al tutto effimeri. Conviene pure tener conto dell’indole delle singole popolazioni. Altri usi, altre tendenze si manifestano in luoghi diversi. Quel che importa è che si lavori su buon fondamento, con sodezza di principi, con fervore e costanza, e se questo si ottiene, il modo e la forma che prendono le varie opere, sono e rimangono accidentali.

Per rinnovare ed infine accrescere in tutte indistintamente le opere cattoliche l’alacrità necessaria, e per offrire occasione ai promotori e ai membri delle medesime di vedersi e conoscersi scambievolmente, di stringere sempre meglio i vincoli della carità fraterna fra loro, d’animarsi l’un l’altro con zelo sempre più ardente all’azione efficace e di provvedere alla migliore solidità e diffusione delle opere stesse, gioverà mirabilmente il celebrare di tempo in tempo, secondo le norme già date da questa Santa Sede, i Congressi generali e parziali dei Cattolici italiani, che devono essere la solenne manifestazione della fede cattolica e la festa comune della concordia e della pace. – Ci resta a toccare, Venerabili Fratelli, di un altro punto di somma importanza, ed è la relazione che tutte le opere dell’azione cattolica devono avere rispetto all’Autorità ecclesiastica. Se bene si considerano le dottrine che siamo andati svolgendo nella prima parte di queste Nostre Lettere, si conchiuderà di leggieri, che tutte quelle opere che direttamente vengono in sussidio del ministero spirituale pastorale della Chiesa e che si propongono un fine religioso in bene diretto delle anime, devono in ogni menoma cosa essere subordinate all’autorità dei Vescovi, posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio nelle diocesi loro assegnate. Ma anche le altre opere, che, come abbiamo detto, sono precipuamente istituite a ristorare e promuovere in Cristo la vera civiltà cristiana e che costituiscono nel senso spiegato l’azione cattolica, non si possono per niun modo concepire indipendenti dal consiglio e dall’alta direzione dell’Autorità ecclesiastica, specialmente poi in quanto devono tutte informarsi ai principi della dottrina e della morale cristiana; molto meno è possibile concepirle in opposizione più o meno aperta con la medesima Autorità. Certo è che tali opere, posta la natura loro, si debbono muovere con la conveniente ragionevole libertà, ricadendo sopra di loro la responsabilità dell’azione, soprattutto poi negli affari temporali ed economici ed in quelli della vita pubblica amministrativa o politica, alieni dal ministero puramente spirituale. Ma poiché i Cattolici alzano sempre la bandiera di Cristo, per ciò stesso alzano la bandiera della Chiesa, ed è quindi conveniente che la ricevano dalle mani della Chiesa, che la Chiesa ne vigili l’onore immacolato e che a questa materna vigilanza i Cattolici si sottomettano, docili ed amorevoli figliuoli. – Per la qual cosa appare manifesto quanto fossero sconsigliati coloro, pochi invero, che qui in Italia e sotto i Nostri occhi vollero accingersi a una missione che non ebbero da Noi, né da alcun altro dei Nostri Fratelli nell’episcopato, e si fecero a promuoverla, non solo senza il debito ossequio all’Autorità, ma perfino apertamente contro il volere di lei, cercando di legittimare la loro disobbedienza con frivole distinzioni. Dicevano anch’essi di alzare in nome di Cristo un vessillo; ma tal vessillo non poteva essere di Cristo, perché non recava tra le sue pieghe la dottrina del divin Redentore, che anche qui ha la sua applicazione: “Chi ascolta voi, ascolta me; e chi disprezza voi, disprezza me” (Luc. X, 16);”Chi non è meco è contro di me; e chi meco non raccoglie, disperde” (Ib. XI, 23),dottrina dunque di umiltà, di sommissione, di filiale rispetto. Con estremo rammarico del Nostro cuore abbiamo dovuto condannare una simile tendenza ed arrestare autorevolmente il moto pernicioso che già si andava formando. E tanto maggiore era il dolor Nostro, perché vedevamo incautamente trascinati per così falsa via buon numero di giovani a Noi carissimi, molti dei quali di eletto ingegno, di fervido zelo, capaci di operare efficacemente il bene, ove siano rettamente guidati. – Mentre però additiamo a tutti la retta norma dell’azione cattolica, non possiamo dissimulare, Venerabili Fratelli, il pericolo non lieve al quale, per la condizione dei tempi, si trova oggi esposto il Clero; ed è di dare soverchia importanza agli interessi materiali del popolo, trascurando quelli ben più gravi del sacro suo ministero. Il Sacerdote, elevato sopra gli altri uomini per compiere la missione che tiene da Dio, deve mantenersi egualmente al disopra di tutti gli umani interessi, di tutti i conflitti, di tutte le classi della società. Il suo proprio campo è la Chiesa, dove ambasciatore di Dio predica la verità ed inculca col rispetto dei diritti di Dio il rispetto ai diritti di tutte le creature. Così operando, egli non va soggetto ad alcuna opposizione, non apparisce un uomo di parte, fautore degli uni, avversario degli altri, né per evitare l’urto di certe tendenze o per non irritare in molti argomenti gli animi inaspriti si mette nel pericolo di dissimulare la verità o di tacerla, mancando nell’uno o nell’altro caso ai suoi doveri; senza dire che dovendo trattare ben spesso di cose materiali, potrebbe trovarsi solidale in obbligazioni dannose alla sua persona, e alla dignità del suo ministero. Non dovrà dunque prender parte ad associazioni di questo genere, se non dopo matura considerazione, d’accordo col suo Vescovo, ed in quei casi soltanto, ne’ quali l’aiuto suo è immune da ogni pericolo e torna di evidente profitto. Né in tal maniera si raffrena punto il suo zelo. Il vero apostolo deve “farsi tutto a tutti, per tutti salvare” (I Cor. IX, 22); come già il divin Redentore, deve sentirsi muovere a pietà le viscere, “mirando le turbe così vessate, giacenti quasi pecore senza pastore” (Matth. IX, 36). Con la propaganda efficace degli scritti, con l’esortazione viva della parola, col concorso diretto nei casi anzidetti s’adoperi adunque a fine di migliorare eziandio, entro i limiti della giustizia e della carità, la condizione economica del popolo, favorendo e promovendo quelle istituzioni che a ciò conducono, quelle soprattutto che si propongono di ben disciplinare le moltitudini contro l’invadente predominio del socialismo e che ad un tempo le salvano e dalla rovina economica e dallo sfacelo morale e religioso. In questo modo l’assistenza del clero alle opere dell’azione cattolica mira ad un fine altamente religioso, né tornerà mai d’impedimento, sarà anzi di aiuto al suo ministero spirituale, allargandone il campo e moltiplicandone il frutto. – Ecco, o Venerabili Fratelli, quanto Ci premeva esporre ed inculcare intorno all’azione cattolica da sostenere e promuovere nella nostra Italia. —Additare il bene non basta; è necessario eseguirlo in pratica. Nel che tornerà di grandissimo aiuto l’esortazione vostra altresì ed il paterno vostro immediato eccitamento al ben fare. Siano pure umili i principi, purché veramente si cominci, la grazia divina li farà crescere in breve tempo e prosperare. E tutti i Nostri diletti figliuoli, che si dedicano all’azione cattolica, ascoltino di nuovo la parola che Ci sgorga tanto spontanea dal cuore. Nelle amarezze onde siamo tuttodì circondati, se vi ha alcuna consolazione in Cristo, se alcun conforto Ci vien dalla carità vostra, se vi ha comunione di spirito e viscere di compassione, diremo Noi pure con l’Apostolo Paolo (Phil. II, 1-5), rendete compiuto il Nostro gaudio con la concordia, con l’identica carità, col sentimento unanime, con l’umiltà e debita soggezione, cercando non il proprio comodo, ma il bene comune, e trasfondendo nei vostri cuori quei medesimi sentimenti, che in sé nutriva Gesù Cristo, Salvatore nostro. Sia Egli il principio di ogni vostra impresa: “Quanto voi dite o fate, sia tutto nel nome del Signore Gesù Cristo” (Coloss. III, 17); sia Egli il termine d’ogni vostra operazione: “Conciossiaché da Lui, e per Lui, ed a Lui sono tutte le cose; a Lui gloria nei secoli” (Rom. XI, 36).Ed in questo giorno faustissimo, che ricorda gli Apostoli, quando, ripieni di Spirito Santo, uscirono dal Cenacolo a predicare al mondo il Regno di Cristo, discenda eziandio su tutti voi la virtù del medesimo Spirito e pieghi ogni durezza, ritempri gli animi freddi, e quanto è sviato rimetta sul retto sentiero: “Flecte quod est rigidum, fove quod est frigidum, rege quod est devium“.

Auspice intanto del divino favore e pegno del Nostro specialissimo affetto sia l’Apostolica Benedizione, che dall’intimo del cuore impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, al vostro Clero e al popolo italiano.

Dato a Roma, presso San Pietro, nella Festa della Pentecoste, 11 Giugno 1905, del Nostro Pontificato anno II.

DOMENICA IX DOPO PENTECOSTE (2023)

DOMENICA IX DOPO PENTECOSTE (2023)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B.; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. • Paramenti verdi.

La liturgia di questo giorno insiste sui castighi terribili che la giustizia di Dio infliggerà a quelli che avranno rinnegato Cristo. Morranno tutti e nessuno entrerà nel regno dei cieli. Coloro invece che in mezzo a tutte le avversità di questa vita saranno rimasti fedeli a Gesù, saranno un giorno strappati alle mani dei loro nemici ed entreranno al suo seguito nel cielo, ove Egli entrò nel giorno della sua Ascensione, che la Chiesa ha celebrato nel Tempo Pasquale. Questi pensieri sulla giustizia divina sono conformi, in questa IX Domenica dopo Pentecoste, colla lettura che la liturgia fa della storia del profeta Elia nel Breviario. – Dopo la morte di Salomone, le dodici tribù di Israele si divisero in due grandi regni: quello di Giuda e quello d’Israele. Il primo formatosi con le due tribù di Giuda e di Beniamino, ebbe per capitale Gerusalemme: il secondo si compose di dieci tribù con capitale Sichem, poi Samaria. A questo secondo regno appartenne il profeta Elia, che abitava il deserto di Galaad in Samaria. Uomo virtuoso e austero, vestiva una tunica di peli di cammello con ai fianchi una cintura di cuoio: « pieno di zelo per il Dio degli eserciti », uscì tre volte dal deserto per minacciare Achab, VII re di Israele, e la regina Iezabele, che avevano trascinato il popolo all’idolatria; per mandare a morte i 450 profeti di Baal che confuse sul Monte Carmelo; e per annunciare al re, impossessatosi della vigna di Naboth, che sarebbe stato ucciso, e alla regina, che era stata il cattivo genio di Achab, che il suo sangue sarebbe scorso ove era scorso il sangue di Naboth e i cani avrebbero divorate le sue carni. Per tutti questi motivi, Elia fu perseguitato dagli Israeliti, da Achab e da lezabele e dovette fuggire sul monte Horeb per scampare alla morte. Quando più tardi Ochozia, figlio di Achab, divenne re, Elia gli fece dire di non consultare Belzebù, il dio di Accaron, come aveva intenzione, ma il Dio d’Israele. Ochozia allora gli mandò un capitano con cinquanta soldati per indurlo a scendere dalla montagna e rendergli conto delle sue parole. Elia rispose al capitano: « Se io sono un uomo di Dio, scenda dal cielo un fuoco che divori te e i tuoi cinquanta », E scese il fuoco e divorò lui e i suoi cinquanta uomini » (Breviario). Più tardi, Elia andò verso il Giordano con Eliseo e allorché ebbero attraversato il fiume, un carro di fuoco con cavalli di fuoco separò l’uno dall’altro ed Elia sali al cielo in un turbine. Eliseo allora si rivestì del mantello che Elia aveva lasciato cadere e ricevette doppiamente il suo spirito. E tutti i discepoli di Elia dissero: « lo spirito di Elia si è posato su Eliseo ». E mentre Eliseo andava verso Bethel, alcuni ragazzi lo schernirono dicendo: « Sali, sali, calvo! ». Ed Eliseo li maledisse nel nome di Dio che essi offendevano: due orsi uscirono dalla foresta e sbranarono 42 di quei fanciulli. — Per tutta la sua vita Elia, con la sua parola di  fuoco, difese i diritti di Dio. Più tardi Giovanni Battista, « pieno dello Spirito e della virtù di Elia », si presentò vestito come lui ed abitante come lui nel deserto, e difese allo stesso modo gli stessi diritti di Dio, annunziando la separazione che farà Cristo venturo della paglia dal buon grano »: raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia in un fuoco che non si estinguerà. –   « Elia, dice S. Agostino, rappresenta il Salvatore e Signore nostro. Come infatti Elia soffrì persecuzioni da parte dei Giudei; nostro Signore, il vero Elia, fu rigettato e disprezzato dal medesimo popolo. Elia lasciò il paese suo; Cristo abbandonò la sinagoga e accolse i Gentili (2° Nott.). « Dio liberò Elia dai suoi nemici elevandolo al cielo, Dio innalzò Cristo in mezzo ai suoi nemici e lo fece salire il giorno dell’Ascensione in cielo ». « Liberami, o Signore dai miei nemici, dice l’Alleluia, e allontanami da quelli che insorgono contro di me ». Elia, trasportato in un carro di fuoco è, secondo i Padri, la figura di Cristo, che sale al Cielo. Il Graduale è il versetto del Salmo VIII, che la liturgia usa nel giorno dell’Ascensione: « Signore, Dio nostro, come è ammirevole il tuo nome su tutta la terra: poiché la tua magnificenza si solleva al di sopra dei cieli. » E l’Introito aggiunge:« Ecco che Dio viene in mio aiuto e che il Signore accoglie la mia anima. Oh, Dio! salvami nel tuo nome e liberami nella tua potenza ». Questo trionfo di Gesù su quelli che lo odiano, figurato da quello di Elia su coloro che lo disprezzano, sarà anche il nostro se «non tenteremo Cristo », cioè se eviteremo l’idolatria, l’impurità, la mormorazione» (Ep.) rimanendo fedeli alla grazia Poiché « se Gesù continua a immolarsi sui nostri altari per applicarci i frutti della sua redenzione » (Secr.), e se « mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue,  noi dimoriamo in Lui e Lui in noi » (Com.), si è perché, « uniti a Lui », (Postcom.), osserviamo fedelmente i suoi comandamenti, che sono più dolci del miele » (Off.). S. Paolo ci dice infatti che « Dio, il quale è fedele, non permetterà che noi siamo tentati al di sopra delle nostre forze, ma con la tentazione ci darà anche il mezzo di uscirne affinché possiamo perseverare » (Ep.). Supplichiamo dunque il Signore d’accogliere benignamente le preghiere che noi gli indirizziamo e di fare in modo che gli chiediamo solo quanto gli sia gradito, affinché ci possa sempre esaudire (Oraz.). – Ma la Giustizia divina non si accontenta di proteggere il giusto contro i suoi nemici e di ricompensarlo per la sua fedeltà; essa punisce anche quelli che fanno il male. Elia minacciò il regno di Israele infedele e fece cadere il fuoco dal cielo sui suoi nemici (Brev.); « Gli Israeliti, che tentarono Iddio con le loro mormorazioni, perirono per mezzo dei serpenti di fuoco » (Ep.), e Gerusalemme sulla quale Gesù pianse, minacciandole castighi perché lo respingeva, fu distrutta dalla guerra e dall’incendio (Vang.). « Ventitremila Ebrei perirono in un sol giorno per la loro idolatria, e molti furono colpiti a morte dall’Angelo sterminatore per le loro mormorazioni ». Ma tutti questi avvenimenti, spiega S. Paolo, furono permessi da Dio, e narrati per servire di nostro ammaestramento » (Ep.). Più di un milione di Giudei perirono nella distruzione di Gerusalemme, perché avevano rifiutato il Messia e il Vangelo (Vedi I Domenica dell’Avvento e XXIV dopo Pentecoste). Gesù ha sempre paragonata questa fine tragica alle catastrofi che segneranno la fine del mondo, quando Dio verrà a giudicare il mondo col fuoco. Allora il Giudice divino opererà la separazione dei buoni dai cattivi e mentre ricompenserà i primi, allontanerà dal regno di Dio tutti quelli che lo avranno rinnegato per la loro incredulità e i loro peccati, come cacciò dal Tempio, che è la figura della Chiesa terrestre e celeste, tutti i venditori che avevano trasformato la casa di Dio in una spelonca di ladri (Vang.). « Il male ricada sui miei avversari, chiede il Salmista e, fedele alle tue promesse, distruggili, o Dio, mio protettore! » (Intr.). Allora, infatti il tempo della misericordia sarà passato e non vi sarà più che quello della giustizia ». « Frattanto colui che crede di essere in alto guardi di non cadere! », dice l’Apostolo (Ep.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confíteor

Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
S. Amen.

S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps LIII: 6-7.
Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine.

[Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’anima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.


Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine.

[Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’ànima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Páteant aures misericórdiæ tuæ, Dómine, précibus supplicántium: et, ut peténtibus desideráta concédas; fac eos quæ tibi sunt plácita, postuláre.

[Porgi pietoso orecchio, o Signore, alle preghiere di chi Ti supplica, e, al fine di poter concedere loro quanto desiderano, fa che Ti chiedano quanto Ti piace.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios.
1 Cor X: 6-13
Fatres: Non simus concupiscéntes malórum, sicut et illi concupiérunt. Neque idolólatræ efficiámini, sicut quidam ex ipsis: quemádmodum scriptum est: Sedit pópulus manducáre et bíbere, et surrexérunt lúdere. Neque fornicémur, sicut quidam ex ipsis fornicáti sunt, et cecidérunt una die vigínti tria mília. Neque tentémus Christum, sicut quidam eórum tentavérunt, et a serpéntibus periérunt. Neque murmuravéritis, sicut quidam eórum murmuravérunt, et periérunt ab exterminatóre. Hæc autem ómnia in figúra contingébant illis: scripta sunt autem ad correptiónem nostram, in quos fines sæculórum devenérunt. Itaque qui se exístimat stare, vídeat ne cadat. Tentátio vos non apprehéndat, nisi humána: fidélis autem Deus est, qui non patiétur vos tentári supra id, quod potéstis, sed fáciet étiam cum tentatióne provéntum, ut póssitis sustinére.

[“Fratelli: Non desideriamo cose cattive, come le desiderarono quelli. Non diventate idolatri, come furono alcuni di loro, secondo sta scritto: «Il popolo si sedette a mangiare e bere; poi si alzarono a tripudiare. Né fornichiamo, come fornicarono alcuni di loro, e caddero in un giorno 23 mila. Né tentiamo Cristo come lo tentarono alcuni di loro, e furono uccisi dai serpenti. Né mormorate come mormorarono alcuni di loro, ed ebbero morte dallo sterminatore. Or tutte queste cose accadevano loro in figura, e sono state scritte per ammaestramento di noi, che viviamo alla fine dei tempi. Colui, pertanto che si crede di stare in piedi, badi di non cadere. Nessuna tentazione vi ha sorpreso se non umana. Dio, poi, che è fedele, non permetterà che siate tentati sopra le vostre forze: ma con la tentazione preparerà anche lo scampo, dandovi il potere di sostenerla”.]

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1921]

IL TIMOR DI DIO

Essere Cristiani non vuol dire essere esenti dalla vigilanza, e da una attenta vigilanza. Nell’Epistola della Domenica di Settuagesima abbiam visto come l’Apostolo per incoraggiare i Corinti alla perseveranza, oltre il proprio esempio, portò l’esempio dei Giudei, i quali, quantunque usciti in gran numero dall’Egitto, dopo aver ricevuto grandi benefici dal Signore, solamente in numero di due poterono entrare nella terra promessa. L’Epistola di quest’oggi continua quel brano. Vi sono enumerate alcune prevaricazioni dei Giudei ed i castighi che ne seguirono, e si esortano i Corinti a non imitarne l’esempio; poiché quanto avvenne agli Israeliti sarà figura di quanto avverrà a noi Cristiani, se abuseremo delle grazie del Signore. – E noi non abuseremo certamente delle grazie del Signore, se avremo il timor di Dio, il quale:

1 Ci fa evitare il peccato,

2 Ci rende diffidenti di noi,

3 Ci lascia calmi e fiduciosi in Dio, durante le prove.

Graduale 

Ps VIII: 2
Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in universa terra!

[Signore, Signore nostro, quanto ammirabile è il tuo nome su tutta la terra!]


V. Quóniam eleváta est magnificéntia tua super cœlos. Allelúja, allelúja

[Poiché la tua magnificenza sorpassa i cieli. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps LVIII: 2
Alleluja, Alleluja

Eripe me de inimícis meis, Deus meus: et ab insurgéntibus in me líbera me. Allelúja.

 [Allontànami dai miei nemici, o mio Dio: e liberami da coloro che insorgono contro di me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntiasancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc XIX: 41-47
“In illo témpore: Cum appropinquáret Jesus Jerúsalem, videns civitátem, flevit super illam, dicens: Quia si cognovísses et tu, et quidem in hac die tua, quæ ad pacem tibi, nunc autem abscóndita sunt ab óculis tuis. Quia vénient dies in te: et circúmdabunt te inimíci tui vallo, et circúmdabunt te: et coangustábunt te úndique: et ad terram prostérnent te, et fílios tuos, qui in te sunt, et non relínquent in te lápidem super lápidem: eo quod non cognóveris tempus visitatiónis tuæ. Et ingréssus in templum, coepit ejícere vendéntes in illo et eméntes, dicens illis: Scriptum est: Quia domus mea domus oratiónis est. Vos autem fecístis illam speluncam latrónum. Et erat docens cotídie in templo”.

[“In quel tempo avvicinandosi Gesù a Gerusalemme, rimirandola, pianse sopra di lei, e disse: Oh? se conoscessi anche tu, e in questo tuo giorno, quello che importa al tuo bene! ma ora questo è a’ tuoi occhi celato. Conciossiachè verrà per te il tempo, quando i tuoi nemici ti circonderanno di trincea, e ti serreranno all’intorno, e ti stringeranno per ogni parte. E ti cacceranno per terra te e i tuoi figliuoli con te, e non lasceranno in te pietra sopra pietra; perché non hai conosciuto il tempo della visita a te fatta. Ed entrato nel tempio, cominciò a scacciare coloro che in esso vendevano e comperavano, dicendo loro: Sta scritto: La casa mia è casa di orazione; e voi l’avete cangiata in spelonca di ladri. E insegnava ogni giorno nel tempio”].

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano)

« DELLA CASA DI DIO NON FATE SPELONCA »

C’è un punto sul monte degli Olivi, da dove tutta si svela agli occhi la sottostante città. Fu là che Gesù, arrivando per l’ultima Pasqua, indugiò a contemplarla. Come vide, in una nebbia d’oro, le mura, le torri, il tempio biancheggiante di contro il sole, gli venne su dal cuore un amaro lamento: « Gerusalemme! ah se conoscessi anche tu, in quest’ora, quello che giova per la tua pace… » singhiozzò. Quando poi fu in città, si recò al tempio. Che scandalo! Nei cortili sacri; sotto ai portici austeri, sulle gradinate, i cambiamonete avevano posto i loro tavolini ed i venditori di colombe le loro gabbie: tutt’intorno la folla vagolava schiamazzante come sulla piazza del mercato. Gesù s’accese d’ira, ed impugnando un flagello, scacciava i profanatori che fuggivano davanti a lui come foglie secche davanti al vento autunnale, e senza neppure volgersi indietro l’udivano gridare: « La mia casa è per la preghiera, e voi l’avete ridotta una spelonca di ladri ». Vos autem fecisti illam speluncam latronum. Se Gesù, ancora umidi gli occhi per le lagrime versate sui peccati di Gerusalemme e del mondo, entrasse anche in questa chiesa, in questa sua casa fatta per l’orazione, dite: non impugnerebbe più il suo flagello? non ripeterebbe più quelle terribili parole: « La mia casa è per la preghiera e voi l’avete ridotta una spelonca di ladri? ». Ogni chiesa è la casa di Dio. I cieli, e i cieli dei cieli sono troppo piccoli per Lui eppure si degna di abitare in queste mura costrutte dalle piccole mani e dalla piccola arte degli uomini (III Re, VIII, 27). Ogni chiesa è il rifugio dei bisognosi. Oh quanto sono amabili e cari i vostri padiglioni, o Signore delle virtù! Il passero ha un nido, la tortora ha una gronda ove rifugiarsi: per me, 0 Dio, o Sovrano, sono gronda e nido i vostri altari (Salmo LXXXIII, 1-4). Quando Giacobbe vide in sogno la prodigiosa scala piena d’Angeli ascendenti e discendenti, svegliatosi esclamò: « Veramente il Signore è in questo luogo, ed io non lo sapevo. Veramente terribile è questo luogo: altro non è che la casa di Dio e la porta del Cielo » (Gen., XXVIII, 16). Queste parole con più verità le possiamo dire della nostra chiesa: da essa non si eleva forse una prodigiosa scala che attinge il cielo donde calano gli Angeli a prendere le nostre suppliche, e dove salgono a riportarle? Ecco perché le preghiere più efficaci sono quelle fatte in chiesa. « Se la peste, l’epidemia, la ruggine, le locuste desoleranno la terra; se il nemico affliggerà il popolo assediando le città, tu, o Signore, esaudirai coloro che ti pregheranno in questo luogo santo (III Re, VIII, 37). Se la Chiesa è tutto questo, meditiamo allora il sacrilegio che è l’avvicinarsi ad essa senza rispetto esterno od interno. – 1. MANCANZA DI RISPETTO ESTERIORE. Una compagnia di allegroni amava radunarsi sul piazzale della basilica milanese ad inscenare giochi clamorosi e talvolta indecenti. Ebbene, è tradizione che S. Ambrogio, sdegnato, una volta sia uscito, coi sacri paramenti, lanciando parole di fuoco contro i profanatori. Poi si curvò, prese un pugno di terra e lo strinse in alto: tutti videro che grondava sangue. « È il sangue dei martiri — esclamò S. Ambrogio — che su questo luogo offrirono a Dio la loro giovinezza; è il sangue dei martiri a cui la chiesa e la piazza intorno è consacrata ». Da allora non osarono più quei giovani mancar di rispetto a quel luogo santo. – Io quando vedo della gente che passa davanti alla chiesa col berretto in testa, senza un cenno di religioso saluto; quando vedo nei giorni festivi molte persone indugiare sulla soglia del tempio in chiacchiere e sorrisi, mentre pretendono di ascoltare la Messa del precetto; quando vedo delle donne avanzarsi fin sotto l’altare vestite senza cristiana delicatezza, io invoco S. Ambrogio perché ritorni anche tra noi e ripeta il suo miracolo. – Nella Sacra Storia si legge che Eliodoro entrò nel tempio di Gerusalemme con propositi sacrileghi; ma subito apparvero due giovani di vigoroso aspetto, splendidi di bellezza essi e le loro vesti, i quali, preso in mezzo il profanatore, lo flagellarono senza posa con ripetuti colpi. Cadde tramortito Eliodoro, e tutto il popolo lo spinse fuori del tempio maledicendolo (II Macc., III). Quanti anche tra noi meriterebbero d’essere fustigati a sangue dagli Angeli che custodiscono la casa di Dio!… Tra gli altri quelli che chiacchierano inutilmente; che tengono un contegno annoiato o senza raccoglimento; quelli che alla domenica mattina vengono in chiesa vestiti ancora con gli abiti sporchi di una settimana di lavoro, mentre al pomeriggio si adornano squisitamente per recarsi a passeggio, ai ritrovi, con gli amici. – 2. MANCANZA DI RISPETTO INTERIORE. Lunghe carovane di devoti passavano da Alessandria per recarsi in pellegrinaggio al Sepolcro di Cristo. Una donna corrotta e corrompitrice li guardava passare e le balenò in mente un proposito diabolico: « Anch’io — disse — mi farò pellegrina, e seminerò una bella strage di anime nella stessa terra del Salvatore; negli stessi templi ove entreranno a pregare, anch’io entrerò e li adescherò nelle mie reti sensuali ». E partì. Ma quando fu nel paese di Gesù, quando fu in quelle contrade che lo videro camminare e l’udirono parlare, qualcosa già si era cambiato nel suo spirito. Ancora immonda com’era tentò di entrare nel tempio di Santa Croce: appena si trovò nell’atrio uno sgomento la prese. Si sforzò di avanzare e non poteva: una forza misteriosa la respingeva indietro, e non valeva a superarla. Maria Egiziaca comprese, tremò tutta come una foglia di pioppo e pianse. Nel levare al cielo gli occhi gonfi di lacrime, vide appesa nell’atrio un’immagine della Madonna. Si ricordò che bambina l’aveva udita chiamare Madre di misericordia. S’inginocchiò e fece una preghiera a Lei. Quando si alzò, era pentita in cuore: poté entrare nel tempio ove confessò i suoi peccati e poi divenne santa. Più importante del rispetto esterno è il rispetto interno che noi dobbiamo portare alla casa di Dio. Pavete ad santuarium Meum: ego Dominus (Lev. XXVI,) « Nell’avvicinarvi al mio santuario tremate: io sono il Signore! » — Eppure quante volte si entra in Chiesa con l’anima lorda di colpe e senza nessun dolore di esse, senza nemmeno il proposito di una buona confessione! Iddio non sempre vi respingerà sensibilmente come ha fatto con Maria Egiziaca, ma i suoi occhi, che scoprono le macchie negli Angeli, si chiuderanno con ribrezzo davanti a voi. Non vi siete accorti come ogni cosa nella Chiesa v’invita a santità interiore? Voi entrate, ed ecco prendete l’acqua benedetta. Che cosa vi dice? « Monda la tua anima come aspergi il tuo corpo ». Avanzate un passo: ecco il battistero. Che vi dice? « Dov’è la veste candida della tua innocenza che un giorno ti fu imposta? Che ne hai fatto dei giuramento che i tuoi padrini per te pronunciarono? ». Avanzate ancora: ecco le panche e le sedie delle preghiere. Qui si sono inginocchiati i tuoi genitori, i tuoi nonni, che vissero e morirono nell’onestà e nella fede; qui hanno pregato e pianto generazioni e generazioni, che dalla Religione attinsero la forza di una santa vita. « Perché tu non preghi? — dicono. — Perché così raramente sopra di esse ti raccogli? ». Ed ecco il pulpito. Quante parole furono dette per te, ed invano! « La parola di Dio — dice il pulpito — è preziosa più che oro: guai a quelli che non la trafficano ». Ed ecco la croce grande dell’altar maggiore. Dio vi è confitto e Vi sanguina ogni ora. « Crocifiggi la tua carne e i tuoi vizi! ». Ma tu hai sfrenato ogni tuo desiderio, ti sei abbandonato a tutti i piaceri. E così, senza un rimpianto, senza un proposito, vieni in Chiesa. Ma guarda la sacra mensa, coperta d’una bianca tovaglia. Da quanti mesi più non ti assidi? Da quanti anni, forse? Se proprio è così, cerca il confessionale, prendi nelle tue mani la tua anime morta e piagata e presentala al ministro di Dio. Egli ha potestà di risuscitarla e guarirla. A che vale tenere in Chiesa lampade d’oro, vasi preziosi, stoffe finissime, quando le anime sono lampade spente che non vogliono essere riaccese, quando il cuore è un vaso contaminato che non vuole la purificazione, quando la veste interiore della grazia è perduta né si brama di riacquistarla? A che vale che ogni cosa nella Chiesa v’inviti a santità, se voi non udite il richiamo e, quel che è peggio, si viene nella casa di Dio a pascere gli occhi di vanità e il cuore di desideri illeciti? Voglia il Signore che non accada ora proprio l’opposto di quel che avvenne allora, quando Gesù compiva i miracoli nel tempio. Entravano ciechi, storpi e infermi e ne uscivano sani. Nelle nostre chiese entrano sani e n’escono infermi; entrano per pregare e ne escono acciecati da qualche peccato. – Narrano antiche cronache (SIGONIO, Annali d’Italia) che nella primavera del 589 l’Adige gonfiato dalle piogge e dallo scioglimento delle nevi, si rovesciò fuori degli argini ed invase Verona. Ogni via era un canale, ed ogni casa veniva colmata d’acqua. Eppure, quantunque tutto in giro l’inondazione oltrepassasse l’altezza delle finestre, nella chiesa di S. Zenone nemmeno una goccia penetrò. Pare proprio che ai nostri tempi il fiume della corruzione sia cresciuto fuor dì misura quasi a sommergere ogni città. Che almeno le chiese siano salve! I Vescovi e i parroci fanno affiggere alle porte avvisi e minacce; ma Dio vi ponga i suoi Angeli perché più nessuno osi, né esternamente né internamente, profanare la sua casa che è casa d’orazione e non una spelonca di ladri.LE LACRIME DI GESÙ. Piansero i Profeti della Legge Antica. Dio usò i loro occhi per versare lacrime sul suo popolo. Amos, fuggendo la luce del sole splendente sulle colpe umane, scende nel luogo delle tenebre, grida al vento d’oriente e d’occidente il castigo di Dio: e quando attorno a lui vede molti figli d’Israele, con un tremito nella voce e col dolore che sale acuto dal cuore, così a loro parla: « Figli miei, sapete che faccio il dì? sapete che faccio la notte? Sono fissi nella mia mente i vostri peccati e sono piene le mie pupille di pianto. E quando m’assopisco subito mi sveglio ed ho gli occhi bagnati da lacrime ed ho il cuore spezzato dal dolore ». Poi parla al Signore e gli dice: « Jahvé, che debbo fare per la tua gente? ». « Profeta, risponde Iddio, va sulle piazze, corri nelle vie, entra nelle case: e piangi; entra nelle botteghe degli artigiani, penetra nel palazzo di giustizia e dì a tutti costoro: piangete con me i vostri peccati, piangete fino alla tomba ». Anche Geremia pianse sopra le iniquità degli uomini, e diceva: « Ah! mio Dio, ah! mio Dio: m’avete dato la cura di un popolo ribelle, che dirò a lui? ». E Dio gli rispose così: « Mostra quello che io soffro e fa così: afferra a ciocche i tuoi capelli, strappali di colpo, gettali nell’abisso; perché il peccato di questo popolo ha acceso il mio furore » – « Ma, Signore, e la tua ira quando cesserà? ». « Vestiti di sacco, mettiti la cenere sulla testa e piangi: piangi così che dì e notte il tuo volto sia bagnato, sì che i peccati del popolo siano lavati ». Anche al profeta Gioele Dio impose di piangere per i peccati, con queste parole: « Piangi la perdita delle anime, come lo sposo che ha perduto la sposa, e da quel dì è inconsolabile e cerca con i deserti di Siria e i colli di Palestina; e non hanno tregua le sue lacrime ». Piansero dunque i profeti della Legge Antica, l’uno dopo l’altro: ma il loro pianto era un preannunzio e una figura del pianto del Figlio di Dio, che sarebbe venuto a salvare l’umanità; le loro lacrime non avevano valore se non perché si univano misteriosamente a quelle che il Redentore avrebbe versato. Bisognava che il Redentore venisse e bisognava che piangesse sui nostri peccati ed ottenerci il perdono divino. Venne finalmente Gesù; ed il Vangelo odierno ci narra il suo pianto. Cavalcava tra le acclamazioni del popolo ed il suo viaggio verso Gerusalemme, pareva un trionfo e invece era un martirio. Tanto è vero che quando dall’alto dell’oliveto la capitale apparve distesa sotto il suo sguardo, Gesù si fermò a mirarla tristemente e pianse. Pianse vedendo i palazzi e il tempio che sarebbero stati rasi al suolo, ma soprattutto pianse vedendo il cuore di tanti uomini colmo come un sepolcro di corruzione e di miseria. « Gerusalemme, ah, se in questo giorno avessi conosciuto anche tu quello che occorreva per la tua pace, ma ormai ciò è nascosto ai tuoi occhi. Eppure verranno giorni sopra di te, quando i tuoi nemici scaveranno trincee, ti premeranno d’ogni parte, spezzeranno i tuoi figliuoli contro il suolo, non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai conosciuto il tempo della tua visita ». Noi siamo commossi assai delle lacrime divine e spontaneamente ci vengono dal cuore queste due riflessioni: perché piange Gesù e che cosa ottengono le sue lagrime. – 1. PERCHÉ GESÙ PIANGE. Se qualcuno avesse osato interrogare Gesù perché piangesse, indubbiamente si sarebbe sentito rispondere: « Piango perché gli uomini hanno peccato; piango perché  gli uomini non vogliono accogliere il mio amore ». Ma davanti agli sguardi divini di Gesù non era distesa appena Gerusalemme, ma tutta la storia del mondo. Il suo pianto non si fermò appena sui Giudei dalla dura cervice, ma discese anche su di noi che abbiamo peccato e che non vogliamo accogliere il suo amore. Pianse dunque anche su noi: vide le nostre povere anime ingrate e le sue pupille si riempirono di lacrime. Pianse sulla nostra gioventù che cresce lontana da Lui; che non sa più pregare ma sa bestemmiare, non conosce più il sorriso innocente degli occhi divini, ma ha gli occhi pieni di cupi desideri e il cuore pieno di fango. E pianse sugli uomini che hanno perso la via della Chiesa e conoscono solo quella delle sale di divertimento, ed hanno sul labbro il motto equivoco ed hanno nell’anima l’odio feroce e la discordia. E pianse sulle donne che l’hanno dimenticato, che si ribellano alla loro missione materna e non sanno più portare la croce senza l’imprecazione contro la Provvidenza. Pianse sul nostro orgoglio, sulla nostra smania di piaceri e di onori. Ed Egli s’è umiliato tanto ed ha sofferto acerbamente! Pianse sulle nostre vendette, ed Egli morì con la parola del perdono. Pianse sui nostri sguardi cattivi, sui nostri discorsi osceni, sui nostri atti bassi e vergognosi: ed Egli era così santo, innocente, sopra ogni peccato!… Almeno avessimo udito il suo lamento e l’avessimo meditato; invece il nostro cuore è rimasto, rimane duro da non conoscere mai il tempo della visita dei Salvatore. Ci visita spesso Gesù, ci passa vicino; e noi siamo così distratti dal rumore delle terra che non ce ne accorgiamo. Ci visita con le carezze, quando benedice il lavoro della terra e la fatica dell’officina; e noi non siamo neanche un po’ riconoscenti. Ci visita col rimorso di coscienza, con una buona parola d’un amico, con la frase acerba del predicatore: e noi abusiamo. Non ancora oggi ci siamo convertiti a Lui, oggi in cui grida di più all’anima nostra con angoscia rotta e con amore desolato: « Gerusalemme, mia città, getta lontano il tuo manto d’ignominia, abbandona le orge che ti hanno sedotta: e ritorna al tuo Signore ». Convertere ad Dominum Deum tuum. – 2. L’EFFICACIA DEL PIANTO DI GESÙ. S. Vincenzo de’ Paoli amava con tutta l’anima un giovane che era cresciuto bene, come un giglio in una serra; ma che poi s’era abbandonato al vizio. Il Santo; ogni volta che lo vedeva, non riusciva a trattenere il pianto. « Ebbene, gli disse un giorno S. Vincenzo, non posso più esortarti a lasciare la strada cattiva, perché vedo che delle mie parole e delle mie lagrime non tieni conto. Ti chiedo però una cosa ancora ». « Quale? », domandò il giovane. « Prendi questa immagine e guardala, ogni sera, prima di addormentarti ». Il giovane accontentò la stranezza del Santo e promise. La sera vide quell’immagine per la prima volta: e fu scosso e prese il sonno solo dopo un’ora: lo sguardo dolorante del Maestro Divino lo fissava, incatenava i suoi occhi, l’anima sua. E la sera dopo, ebbe paura a guardare, a stento riuscì a mantenere la parola. Ma Gesù sofferente lo guardava, sempre, tutta la notte, così che non poté dormire. Ed al mattino si recò da S. Vincenzo. « Padre, non ne posso più: le lacrime di Gesù hanno vinto ». Questo non è che un piccolo episodio in cui il pianto di Gesù ha ottenuto una la conversione: ma voi capite subito quanto valgono le lacrime divine, il pianto che ha fatto la seconda Persona della Santissima Trinità, il Figlio di Dio. Lacrime di valore infinito ci hanno meritato una cosa divina, la grazia, la partecipazione della vita divina, l’essere figli adottivi di Dio. – O Angeli santi, grida Nieremberg, ditemi dunque: che cosa è la grazia? Cherubini, voi così pieni di scienza, ditemi: che cosa è la grazia che è costata tanto al nostro Dio? ». Che ha fatto il digiuno di Gesù? il suo lavoro, i suoi sudori? Che hanno fatto i suoi flagelli, le sue spine, il suo pianto? Hanno meritato la grazia santificante all’anima nostra. E voi sapete che cosa è un’anima in grazia? Quando Giovanni la vide in cielo, era così bella che pareva Dio e si prostrò ad adorarla; ma ella gridò: « che fai? son tua sorella ». Quando a S. Caterina la mostrò il Signore, la Santa fu così meravigliata da dire: se io non sapessi che v’ha un Dio solo, crederei questa esserne uno ». Quando Bossuet meditò sulla sua bellezza, scrisse così: « Chi vedesse un’anima dove Dio regna con la sua grazia, crederebbe vedere Dio stesso, come si vede un secondo sole in un terso cristallo dov’esso si rifletta con tutti i suoi raggi ». Quando il S. Curato d’Ars ne parlava faceva dire così al Signore: « Io l’ho fatta sì grande che io solo posso bastarle: io l’ho fatta sì pura che solo il mio corpo le può servire di alimento ». Lacrime di valore infinito, hanno meritato tante e tante conversioni; così che per i lamenti del Buon Pastore quante pecorelle sono ritornate all’ovile; così che per le lacrime del Buon Pastore quanti figli prodighi sono venuti ancora alla casa paterna; così che per le premure amorose, come quelle della donna di casa, quante dramme si trovano ancora con l’impronta dell’immagine di Dio! Lacrime di valore infinito, ci hanno ottenuto di conservare la grazia. Volete sapere quanto costa l’anima nostra? Domandatelo al demonio che ogni dì vi tenta, anche quando meno pensate all’anima, anche quando pregate. Così potrete anche misurare quanto valgono le lacrime di Gesù. Invece noi stimiamo tanto poco la grazia e l’anima nostra e stiamo in peccato; un orgoglioso la vende per un pensiero di orgoglio, un avaro per un po’ di terra, un lussurioso per un attimo di piacere, un ubriaco per un bicchiere di vino, un vendicativo per un pensiero di vendetta… Invece noi lasciamo di nutrirla col SS. Sacramento, con la S. Comunione, lasciamo aperta la porta e lasciamo entrare il ladro di giorno, di notte, la lasciamo assalire, ferire, morire… Quanto poco stimiamo l’anima in grazia, quanto poco stimiamo le lacrime di Gesù!. – « Gettate uno sguardo, esclama commosso Bossuet, contemplate Gesù lacrimoso, doloroso: voi siete nati da quelle lacrime, voi siete stati generati da quei dolori: e la grazia che vi santifica si riversa su voi assieme alle sue lacrime. Figli di dolore, figli di pianto… ». « Ecco l’Uomo »: fu detto ai Giudei nel dì del dolore. Era l’Uomo nuovo che sostituiva l’uomo vecchio, era l’Uomo nuovo che veniva a piangere sui peccati dell’uomo, a darci la grazia, a farci figli di Dio. Da allora cessò il pianto dei profeti: e come ci fu poi un solo Sacrificio a cui partecipano i figli della grazia, così ci fu un sol pianto a cui parteciparono i figli redenti nel dolore. Tanto valsero le lacrime di Gesù.

Credo …

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps XVIII: 9-12
Justítiæ Dómini rectæ, lætificántes corda, et judícia ejus dulcióra super mel et favum: nam et servus tuus custódit ea.

[La legge del Signore è retta e rallegra i cuori, i suoi giudizii sono piú dolci del miele e del favo: e il servo li custodisce.]

Secreta

Concéde nobis, quǽsumus, Dómine, hæc digne frequentáre mystéria: quia, quóties hujus hóstiæ commemorátio celebrátur, opus nostræ redemptiónis exercétur.

[Concedici, o Signore, Te ne preghiamo, di frequentare degnamente questi misteri, perché quante volte si celebra la commemorazione di questo sacrificio, altrettante si compie l’opera della nostra redenzione.]

Præfatio


V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et
sanabitur anima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joann VI: 57
Qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in eo, dicit Dóminus.

[Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me, ed io in lui, dice il Signore.]

Postcommunio

Orémus.
Tui nobis, quǽsumus, Dómine, commúnio sacraménti, et purificatiónem cónferat, et tríbuat unitátem.

[O Signore, Te ne preghiamo, la partecipazione del tuo sacramento serva a purificarci e a creare in noi un’unione perfetta.]

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

https://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (262)

LO SCUDO DELLA FEDE (262)

P. Secondo FRANCO, D.C.D.G.,

Risposte popolari alle OBIEZIONI PIU’ COMUNI contro la RELIGIONE (5)

4° Ediz., ROMA coi tipi della CIVILTA’ CATTOLICA, 1864

-CAPO V.

RELIGIONE (2)

I. I Cattolici sono intolleranti. II. Mancano di carità.

Quel che abbiano discorso nel capo antecedente somministra ad alcuni l’occasione di tacciare i Cattolici d’intolleranza: e siccome quest’accusa ai nostri giorni, in cui sono di moda la discrezione, la prudenza e l’umanità, riesce pungentissima, così tutti cercano di declinarla. Tuttavia, non vi commovete di soverchio, piuttosto cercate di comprendere quel che sia l’intolleranza dei Cattolici, che forse potreste trovare in essa piuttosto materia di vanto e di onore, che di torto e di confusione.

A. I Cattolici sono intolleranti, dicono in primo luogo, quando si tratta di religione. Ora avvertite che quei che muovono questa accusa sono i protestanti, o grandi ammiratori della tolleranza protestantica, che vorrebbero vedere trapiantata fra di noi. Epperò prima di ogni altra cosa interrogateli con tutto segreto e tutta confidenza, come stiano a casa loro in fatto di tolleranza; che vi dicano, per esempio, come l’intesero i tollerantissimi Inglesi per lo spazio di tre secoli coi Cattolici dell’Inghilterra, della Scozia e soprattutto dell’Irlanda; come l’hanno mantenuta nelle parole, nelle leggi, nella libertà. Sentite un poco da loro, se per caso non abbiano mai fatta nessuna legge che riguardi i medesimi. Dite pur loro che per la nostra edificazione vi parlino a fidanza… Ipocriti (Hanno coraggio di parlare di tolleranza con un codice che spira oppressioni, taglie, multe, soprusi, carneficine d’ogni fatta contro un popolo che ebbe la gran colpa di volersi mantener fedele alla Religione dei suoi padrine di tutto il mondo incivilito; con una storia che ricorda i fatti di Arrigo VIII, di Edoardo VI, di Lisabetta, di Cromwello di Inox, ecc. ecc. Vi dicano come abbiano inteso la tolleranza gli Svizzeri di Berna e dei Cantoni protestanti con i Cantoni cattolici fino a questi ultimi anni. Vi dicano come la intendano in questi giorni i luterani nella Svezia, nella Danimarca, nella Norvegia.- Se dopo d’aver isterminata la religione cattolica col ferro e col fuoco, non hanno poi stabilito il loro culto con leggi affatto draconiane contro il Cattolicismo, allora levino pure la testa e parlino di intolleranza, che ascolteremo le loro accuse. Ma se la cosa va tuttonì altrimenti, ed essi non riescono a cancellare tre secoli intieri di storia ed a nasconderci tutti i giornali, allora hanno mal garbo a parlare d’intolleranza. – Ma venendo a rispondere direttamente, osservate che in due maniere si può intendere che altri sia intollerante in fatto di religione: o che perseguiti chi non pensa come lui, o che disapprovi con la voce e colla voce si opponga a chi insegna diversamente da lui. Quanto al primo modo d’intolleranza ne dirò più sotto ed a luogo opportuno qualche cosa, quanto al secondo ne dirò qui una parola. – I Cattolici non possono patire che altri si opponga alla loro Religione e disapprovano tutte le sètte che sono da lor divise. Evoi, lettore, sareste così soro da farne le maraviglie? Comprendereste ben poco, non dico l’indole della Religione Cattolica, ma neppure la natura dell’uomo, se poteste credere o possibile o doveroso il contrario. Niuno v’ha al mondo che non sia intollerante, quando creda di possedere una qualche verità, e se voi volete convincervene io mi impegno a farvene fare la confessione solenne di bocca del più fervente patrocinatore dell’universale tolleranza. Io lo interrogherò pertanto alla vostra presenza. Di grazia, signore, se alcuno venisse ad impiantare nella vostra città un nuovo culto, che richiedesse il sacrifizio di vittime umane, lo tollerereste voi? risponderà: No certo. E perché? Perché è un delitto, ed un delitto non si può tollerare. Ma dunque voi siete intollerante, voi fate violenza alla coscienza altrui, proscrivendo come delitto quello che è un ossequio degno della divinità, secondoché ne pensarono tanti popoli dell’antichità e secondoché ne pensano anche tanti popoli ai dì nostri. Con qual diritto volete dunque che la vostra coscienza prevalga sopra la loro? La risposta unica che potrebbe dare è, che la sua intolleranza sarebbe per bene dell’umanità. Sia pure, ma non negate più adunque che possa darsi tal caso, in cui l’intolleranza, rispetto ad un culto, vi paia un dovere ed un diritto. Che se proscrivete questo culto atroce, permettereste almeno che si proclamasse nell’insegnamento come santa e salutare la pratica de’ sacrifici di umane vittime? Tolgalo Iddio, poiché sarebbe un insegnare l’assassinio. Ebbene eccovi di bel nuovo una dottrina che voi non potete tollerare. Andiamo oltre, voi conoscete senza dubbio i sacrifici che offrivansi un tempo alla Dea di amore, e l’infame culto che le si offriva in Babilonia ed a Corinto: ora se un culto simile rinascesse fra di noi, parrebbevi da tollerare? No certo, poiché sarebbe contrario alle leggi del pudore. Ma permettereste almeno che s’insegnasse la dottrina sopra cui quel culto è fondato? Neppure, e per la stessa ragione. Eccovi dunque un altro caso, in cui voi vi credete in diritto ed in dovere di essere intollerante, di far violenza alla coscienza altrui, e ciò perché così ve lo impone la vostra coscienza. Più ancora: immaginate che qualche testa fervida, riscaldata anche più dalla lettura della Bibbia, volesse fondare un nuovo Cristianesimo, sulla foggia di quello già vagheggiato da Mattia Harlem o Giovanni di Leyden, e già cominciasse a spargere la sua dottrina, fare attruppamenti e si trascinasse dietro una parte del popolo, parrebbevi da tollerare questa nuova religione? No certo, poiché questi infelici potrebbero rinnovare le tragedie del secolo XVI, quando in Allemagna gli anabattisti, conculcata ogni proprietà, per ordine dell’Altissimo abbattevano le podestà costituite, trucidavano i signori e spargevano dappertutto la desolazione e la morte. Benissimo, e l’infrenarli sarebbe giustizia non meno che carità e prudenza. Ma adunque che cosa diventa quel principio sì chiaro, sì evidente, sì giusto nell’universale tolleranza, se ad ogni tratto siete costretto dalla forza delle cose a rinnegarlo? Direste per ventura che la sicurezza dello Stato, il buon ordine della società, la pubblica morale vi ci costringono? Ma allora, io ripeto, che sorta di principio è quello che si trova sì spesso in lotta colla morale, coll’ordine, colla pubblica sicurezza? (Balmes).È dunque evidentissimo che quel principio è una assurdità, checché si dica e si ripeta in contrario da gran baccalari. – Applichiamolo adesso al nostro caso. Che cosa crediamo noi Cattolici? Noi crediamo di possedere in fatto di religione la verità; crediamo che siano per sovrastarci mali gravissimi nel tempo ed ancora più nell’eternità, dove lasciamo corrompere in noi questo vero; noi crediamo che tutti gli altri culti tanto più si distinguano dal vero, quanto più si allontanano dalle nostre credenze: e crediamo tutto ciò appoggiati ai fondamenti più incontrastabili di ragione, di autorità, di fede: sicché siamo disposti a dare tutto il sangue delle nostre vene in mezzo a tormenti più spietati, piuttostoché rinunziare ad una sola delle nostre credenze: e con questa persuasione nel cuore, protremmo mai tollerare che altri assalisse od in noi o ne’ nostri prossimi o nella nostra patria la verità cattolica? Per tollerare tranquillamente l’errore, bisogna non esser uomo, od esser la feccia più vile degli uomini; ma per tollerarlo in materia così rilevante come la Religione, bisogna esser caduto sotto la condizione dei bruti ed accostarsi a quella dei demoni. – La natura d’uomo, anche sola, esige che chiunque possiede la Verità non la lasci oscurar dall’errore. Niun matematico consentirà mai ad alcuno che non sia vera quella proposizione, di cui la sua scienza ha fornita la dimostrazione: niun naturalista consentirà che sia negabile quella sperienza, che egli ha fatta e ripetuta le mille volte: niun legale consentirà che si rechi in dubbio l’esistenza d’una legge, la quale è registrata nel codice. Anzi niun artigiano accorderà anche all’uomo più dotto del mondo che non siano vere quelle regole, che egli esercita tuttodì nella sua officina. Ed il Cattolicismo, che possiede verità che ha ricevute da Dio stesso, le prostituirà ad ogni umana fantasia, come si fa d’una favola o d’una finzione? – All’assurdità si aggiungerebbe l’empietà: perocché sapendo di certo il Cattolico che quelle credenze sono anche mezzo, ed unico mezzo per la salvezza sua e dei suoi prossimi, col rinunziarvi, col lasciarle recare in dubbio, farebbe non solo un danno a sé, ma un tradimento nerissimo a’ suoi prossimi. Che direste di chi si lagnasse e strepitasse perchè non si lasciano impunemente spacciare pugnali, pistole, veleni, e gridasse che è violata l’umana libertà, e che è una tirannia, e che ornai nol si può più sopportare? Voi cadreste dalle nuvole per la maraviglia. Ebbene, e non vi meravigliate di chi strepita perché non si tollera che si rubino alle anime le verità della fede, i mezzi della salute, gli eccitamenti al ben vivere, i conforti al ben morire, gli aiuti della grazia, le speranze del paradiso e l’eternità? Se chi chiama i Cattolici intolleranti, dicesse chiaro che non crede né a Dio, né alla religione, né a vita avvenire, né a Paradiso, né ad inferno, si potrebbe comprendere quel che dice; ma che il faccia un Cristiano, un Cattolico, che professa di credere alla rivelazione di Gesù Cristo, è al tutto inesplicabile.

II. Ma la carità almeno non esigerebbe un poco di tolleranza? Orsù adunque che cosa è la carità? Carità è senza dubbio voler bene al prossimo, qualunque sia il motivo per cui si vuole un tal bene, poiché non è qui il luogo d’investigarlo. Ora se la Religione è il massimo bene dell’uomo, e per converso l’irreligione è il più grave suo male, in qual modo si chiama carità il tollerare che l’uomo sia spogliato della Religione e traboccato nel baratro dell’irreligione? Bisogna aver perduto il senno sino a scambiare la luce colle tenebre, la verità coll’errore per portare siffatti giudizi. Disapproviamo l’errore, lo allontaniamo: dunque non abbiamo carità. Gli è anzi tutto l’opposto. Disapproviamo l’errore: dunque abbiamo la maggior carità che possiamo avere. Abbiamo carità verso gli erranti, poiché essendo avvertiti in tempo del loro inganno, possano ritrarsene. Chi avverte un cieco che sta per traboccare in un fosso, con quell’avviso, quanto è da sé, lo salva; così il Cattolico che avvisa chi dà in errore, quanto è da sé, lo mette in salvo. – Abbiamo carità eziandio verso quelli che ancora sono sulla strada della verità; conciossiaché chi grida in tempo al fuoco, fa che tutti se ne preservino i vicini. La carità non deve aversi soltanto verso i disseminatori di false massime, la carità non ci obbliga, per non contristare essi, a soffrire noi qualunque danno; vuole anzi la carità ben ordinata dimostrarsi non con parole soltanto, ma coi fatti, preservandoli, quanto è da noi, dal male orribile, che sarebbe l’irreligione; male più Spaventoso d’ogni male, perché male eterno. – Aggiungete. a ciò, che quando si tratta d’errori in Religione, tutti ad una voce i Santi, i Dottori, i Padri della Chiesa raccomandano, che non si dissimuli né punto né poco la verità. E la ragione di ciò è molteplice. Abbiamo obbligo stretto di professare la fede e professarla pura quale ce la rappresenta la santa Chiesa. Il tollerare che dinanzi a noi tacenti, si parli contro di essa, è una specie di apostasia. Abbiamo obbligo di onorare Iddio con tutto il cuore, e dove sarebbe l’onor suo, se sopportassimo con pazienza chi dinanzi a noi lo bestemmiasse, rinnegando la sua fede? Abbiamo obbligo di amare il prossimo come noi stessi, e dove sarebbe il nostro amore, se soffrissimo che gli fosse propinato il veleno micidiale della infedeltà, senza pure una nostra protesta in contrario? – Che se per ottenere questo bene del prossimo è necessario contristare con l’opposizione i nostri fratelli perversi, di chi è la colpa? Perché essi vi ci obbligano e vi ci conducono? Finalmente, postoché tanto predicano la carità e la tolleranza, non farebbero male a darcene un poco d’esempio. Perché invece si cacciano tra di noi per fas et nefas, mentre noi non li cerchiamo? Perché spargono nelle nostre città e nelle nostre famiglie la discordia religiosa? Gridano all’intolleranza, al mancamento di carità, e poi diffondono libri e fascicoli che ci rubano la pace e la quiete dello spirito, declamano giorno e notte contro tutte le nostre istituzioni, spirano veleno contro il Capo della nostra Chiesa, sputano fiele contro il corpo venerando de’ nostri Sacerdoti, bestemmiano tutto il giorno i nostri Sacramenti, beffeggiano i nostri Santi avvocati e protettori, motteggiano tutte le nostre pratiche di pietà e divozione: fanno tutto ciò con un dispetto, una rabbia, un livore che paiono invasati da mille demoni; e poi, se qualcuno vuol rispondere e difendere le sue credenze, se il fa con qualche ardore e risentimento, allora torcono il collo, giungono le mani, e, compostisi a divozione, gridano all’intolleranza, e rammentano la carità. Pur cari cotesti nuovi apostoli della tolleranza e dell’amore! Se noi dicessimo. di loro che cantan bene e razzolano male, non ne avremmo qualche ragione? Eh via! se ne stiano a casa loro una volta e vadano a predicare altrove queste generose virtù. E voi, o lettore, non siate mai così dolce di sale di ammetterle e da riconoscerle; e l’iniqua massima che ogni religione è buona, rigettatela prontamente, ancorché vi si presenti dinanzi camuffata sotto la maschera della carità.

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (45): “INDICE DEGLI ARGOMENTI -IV-“

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (45)

HENRICUS DENZINGER

ET QUID FUNDITUS RETRACTAVIT AUXIT ORNAVIT

ADOLFUS SCHÖNMATZER S. J.

ENCHIRIDION SYMBOLORUM DEFINITIONUM ET DECLARATIONUM

De rebus fidei et morum

HERDER – ROMÆ – MCMLXXVI

Imprim.: Barcelona, José M. Guix, obispo auxiliar

INDICE DEGLI ARGOMENTI -IV-

C. — DIO CREATORE ED ELEVANTE

1. Origine del mondo

C1a a. — PRINCIPIO EFFICIENTE DEL MONDO.

1aa. Dio creatore di ogni cosa, sia del cielo che della terra, delle cose visibili ed invisibili, dei secoli 19 21s 27-30 36 40/151 55 60 125 150 188 191 287 800 3001s 3004 3025 3538 3955; tranne che la SS. Trinità non c’è nulla che non sia creato 285.

1ab. Dio Creatore unico. Non esiste un doppio principio efficiente del mondo, ovvero due dii, a un dio visibile, l’altro invisibile, b l’uno della Vecchia, l’altro della nuova Legge b198 a199 b325 (b685) b790 b854 b1334 a1336 (b1501): anche il diavolo è una creatura di Dio, non quindi un principio increato (del male) 286 457s 800 (1078); al diavolo non va a. attribuita alcuna forza creatrice a2170s 458.

Atto della creazione (ossia dell’onnipotenza) non è comunicabile ad alcuna creatura a2170s 3624.

b. — MODO DI PRODURRE IL MONDO.

C 1b Produzione dal nulla: le cose (a cioè ogni sostanza) sono prodotte dal nulla 285 790 800 1333 a3025; si riprova asserto contrario del panteismo e dell’ontologismo 2846s 3024 3214-3219.

Creazione libera da ogni necessità 1333 2828 3002 3025 3218 93890.

Creazione non dall’eternità, ma quando Dio volle a similmente dall’inizio del tempo (b ctr. gli asserenti il mondo eterno senza inizio) b410 (b565) b951-953 1333 a3202 b3890.

Concetto del “creare” : si riprova la suo riforma postulata dal modernismo 3464; uso insolito (a il Padre “creò” il Figlio; b Gesù “creato” da Maria) a114 b536.

2. Constituzione del mondo.

C 2a a. – DIFFERENZA TRA CREATORE E CREATURA.

Dio è eccelso sopra ogni cosa creata 3001; è trascendente la natura umana e niente esiste tra le cose fatte della stessa natura di Dio 285.

Dio è distinto dal mondo (a come cosa ed essenza) 2901 a3001.

Tra Creatore e creatura vi è maggior dissomiglianza che similitudine 806; tesi tomistiche circa l’essenza metafisica e la composizione dell’ente creato, differenza dal Creatore, analogia dell’ente potenz ed atto p3601- 3604 3608 3622 3624; l’uomo dipende totalmente da Dio Creatore 3008.

Riprov. gli errori del panteismo e dell’ontologismo circa la discriminazione tra Dio e la creatura e285 e722 f976e9771043d2843 a2901a.3023 3221-3216.

C 2b b. – AMBITO E DIVERSITÀ DELLE CREATURE.

Ambito: Riprov.: [Dio fece quanto poté comprendere] 410.

Diversità: si distinguono due generi principali (a entrambe “creatura”) di creatura, cioè: spirituali (invisibili, cielo) e corporali

(visibili, terra) 19 27-30 36 40//51 4.25 150 a800 a3002 3021; tra materia e spirito vi è differenza essenziale (non a identità) a2901 3891.

C2c. c- BONTÀ DELLE CREATURE ED ORIGINE DEL MALE.

2ca. Bontà delle creature. Tutte le creature sono formate buone da Dio 285 287 470 685 1333 1350; si riprova tuttavia l’asserzione ottimistica 1044s 1047.

L’origine del male. Il male di per sé è la privazione del bene 3251; il male non è altra sostanza o natura, ma a penuria di sostanza a286 1333.

Si riprov. gli errori (dei Manichei e Priscill.) circa l’origine del male [principio e sostanza del male è il diavolo] 286 457 874; add. C 1ab; il diavolo (demonio) da Dio fu creato buono (angelo) 286 457 800 1078; il diavolo non per condizione ma per suo arbitrio divenne male 325 797 800, nè tuttavia passò nella sostanza contraria 286.

Le opere del male falsamente sono attribuite al diavolo: – la formazione del corpo 462s; – l’opera coniugale 461 718 802 1012; di cui si nega l’onestà 206 321 461-463 761 794; – : il cibarsi di carni 464; se ne difende la liceità 207 325 795 1350.

C3. 3. Causa esemplare del mondo.

Il Figlio di Dio, immagine di Dio, è la causa esemplare, per cui tutte le cose imitano la forma, la bellezza, l’ordine 3326; anche l’uomo nelle azioni sociali deve conoscere l’immagine della perfezione divina 3772 (3978): le impronte della potenza e della sapienza divina appaiono pure nell’uomo reprobo, le impronte della carità nel giusto. 3331.

4. Causa finale del mondo.

Dio è il fine di ogni cosa. 3004 3538.

Il mondo è fatto per la gloria di Dio. 3025; le opere ad i meriti degli uomini (dei Santi) sono da riferire alla gloria di Dio 243 (675 1824s.) 3325 3743; si riprova: [la gloria di Dio si manifesta egualmente nell’opera buona e nell’opera cattiva, anche nella bestemmia] 954-956. Dio creò il mondo non per aumentare la sua beatitudine o per acquisire perfezione, ma per manifestare la sua perfezione 3002.

C 5. Governo del mondo.

Dio è il dominatore, ossia il governatore dell’universo 1790 3003 3875 è il re dei secoli 21s; governa il mondo con la sua provvidenza 629 290 3003 3251 3875.

Si riprova il deismo che nega ogni azione di Dio presso l’uomo ed il mondo 2902; è riprov. l’affermazione fatalistica [l’anima ed i corpi degli uomini, anche di a Cristo sono guidati dal b fato ossia c dalle stelle, da d necessità assoluta] c283 bc459s d1177 ac1364.

Dio permette il male nel mondo 3251; Dio conosce in anticipo, ma non per questo predestina al male 685; riprov.: [Dio propriamente e per sé opera il male nell’uomo] 1556; [Dio non può impedire il male] 727.

Interpretazioni del male riprovate: [Da Dio è concesso al diavolo fare il male come obbedienza od obbligo] 1156 1223; [le afflizioni degli uomini sono sempre punizioni del peccato, a anche in B. Maria Vg. e nei martiri: oppure sono b purificazioni del peccatore] a1972s b2470.

C6. Angeli.

Natura: gli Angeli sono creati da Dio 800 (1078); non sono da sostanza di Dio 455; sono creature personali 3891; godono di una naturale eccellenza 286; sono dotati di intelligenza (a superiore all’uomo) 475 a2856; tesi tomistiche circa la creatura spirituale 3607 3611; errore circa la propagazione degli Angeli 1007.

Elevazione all’ordine soprannaturale: Gli Angeli in quanto creature razionali godono dell grazia, dei carismi celesti, dell’inabitazione di Dio (633 2800 3815); i loro meriti rettamente sono chiamati grazia 1901 //1905; sono mediatori tra Dio e gli uomini. 3320. Culto degli Angeli: vd. in K 2dd.

7. Uomo

C7a. a. – ORIGINE DEL GENERE UMANO.

Dio creò l’uomo 800 3002 3008 3955; riprov.: [la natura umana non differisce dalla natura del Creatore] 285.

Adamo ed Eva sono i primi uomini, né prima di essi il mondo fu abitato da uomini 443 1363; si riprova il poligenismo: [l’esistenza di uomini, non traenti naturalmente origine da Adamo] 3897.

C 7b. b. – NATURA INDIVIDUALE DELL’UOMO.

7ba. Composto sostanziale dell’uomo. La creatura umana è costituita da un composto a comune di spirito ossia b anima razionale e e dal corpo 250 b272 a80o b900 a3002; add.: Costituzione umana di Cristo: E lb; l’uomo è homo un microcosmo 3771.

C7b. L’Anima umana. Costituzione: c’è un principio vitale dell’uomo 2833: la sostanza dell’anima a razionale è veramente di per sé e b essenzialmente ed c immediatamente la forma del corpo umana b900 a902 abl440 ac2828.

L’anima è a spirituale (b razionale, intellettuale) b657 b902 b1440 b2828 a3771; add.: l’Anima razionale di Cristo: E 1b: l’anima è immortale 1440 2766 3771 3998; è più preziosa del corpo 815.

Nell’uomo c’è solo un’anima, non due 657s; l’anima per la moltitudine dei corpi nei quali è infusa è singolarmente moltiplicabile: errore riprovato: [l’Anima è unica in tutti gli uomini] 1440.

Tesi tomistiche circa l’anima e le sue facoltà 3613-3622; si riprovano gli

errori circa la sua costituzione 977 3220-3224.

Origine dell’anima: è da Dio creata a immediatamente b dal nulla (190 360)

b685 a3896; l’anima non è generata materialmente dai genitori 360s 1007 3220; non si forma da un principio meramente sensitivo 3220; a non è costituita da sostanza divina o b parte di Dio ab190 ab 201 a285 a455 b685;

si riprova: [le anime umane preesistono in cielo e sono precipitate nei corpi perché siano puniti i peccati] 403 456.

7bc. Corpo umano. Su può liberamente disputare circa l’origine dalla materia vivente gia presistente 3896; si riprova l’errore dei Manichei: [La formazione del corpo è opera del diavolo. ] 462s

7bd. Persona umana. Ogni uomo indossa la proprietà della persona.: è di natura impacciato nell’intelligenza e libertà di volontà (3709)

La dignità della persona che possiede la ragione si trova nelle varie sezioni della vita sociale: cf. K 2ad 4ce 4fc 5a 5c; per proteggere tale dignità giova -: la legge di venerare Dio liberamente secondo la propria coscienza 3250.

C7c. c. – NATURA SOCIALE DELL’UOMO.

Destinazione dell’uomo alla vita sociale. L’uomo per natura, a per ordine di Dio, b non per la ibera volontà o c consenso degli uomini deve vivere in comunità ac3151 ab3165 (3168) a3170-3173 3743.

L’uomo fin dalla nascita partecipa alla società domestica, civile, a Ecclesiale 3165 a3685;

Dio provvede alla divisione del genere umano tra potestà ecclesiastica e civile 3168.

7cb. Il fine della società civile è -: suppeditare procurare una vita sufficientemente perfetta che l’uomo da solo non potrebbe ottenere 3165; -: provvedere alla naturale perfezione dell’uomo 3772 3782; -: provvedere al bene comune (a dirigendo le opere private dei singoli) 3772 a3782.

7cc. Bene comune: consiste nei doveri e debiti: vd. K 5ca.

7cd. Natura della società civile. La società civile è perfetta quanto al genere ed al diritto 3168 3170 3685; tuttavia l’uomo è più antico della repubblica, per cui esiste non l’uomo della città, ma la città dell’uomo (rigettata anche l’interpretazione più liberale nei principii) 3265 3728 a3772.

Tutti gli uomini sono uguali per dignità di natura 3130. Tuttavia gli uomini sono uguali per la vocazione alla dignità di figli di Dio, per la medesima legge di vita, e lo stesso giudizio di Dio 3130.

Disparità di diritti e potestà nella società procedono da Dio 3131; facoltà ed uffici civili vd. K 5a 5cb.

Il diritto delle genti è il diritto naturale delle origini divine 3783-3785; le genti possono chiedere per sé l’indipendenza politica 3255;

È necessaria un’Autorità imperante su ogni società 3150 3165; essa deriva a. non dalla volontà del popolo ma b. dalla natura stessa e quindi c. da Dio a3150s bc3165 ac3170. Qualsiasi forma di governo è indifferente alla Chiesa purché non sia di pregiudizio alcuno alla Chiesa. 2769 3150 3165 31733 3254 3982.

C7d. d. – FINE DELL’UOMO.

Fine naturale: perfezionare ed evolvere le facoltà dell’anima e del corpo, e con la sua vocazione donare fedelmente adempiendo al raggiungimento della felicità temporale 3743.

Fine soprannaturale: Supremo fine dell’uomo è unicamente Dio. 3771; Dio ha subordinato l’uomo ad un fine soprannaturale 3005; il cui fine consiste nella partecipazione ai beni divini 3005; cf.: Beatitudine e vita eterna: L 3 e 7e.

Questo ordine di Dio è libero e gratuito: riprov.: [Dio non può istituire nessuna entità razionale se non ordinandola ad una visione beatifica] 3891.

C7e. e. – STATO DELLA NATURA DELL’UOMO INTEGRO.

7ea. Doni naturali. Dio costituisce l’uomo integro, senza peccato 239 389 621; ad Adamo per bene era data una fede chiarissima di natura 396 (400);

Adamo godeva di libero arbitrio 239 (398) 621 (1521 1555).

7eb. Doni soprannaturali. L’uomo è costituito in santità di giustizia 621 (633) 1511; giustizia originale, santità giovanile, era per Adamo un beneficio gratuito (389) 2616 3891; riprov.. l’affermazione ass. contro la gratuità dello stato di integra natura: [la. le opere buone di Adamo furono per loro natura meritorie della vita eterna; b. i suoi meriti e la felicità non rettamente si chiamano grazia c. Dio non si propose all’inizio di creare l’uomo quale nasce ora, senza giustizia naturale] ab1901//1926 a1955 a1979 2434-2437.

7ec. Doni preternaturali. Adamo godeva di immortalità 222 (1511); questa fu per Adamo un beneficio gratuito, non una condizione naturale 1978 2617.

C8. 8. Mondo materiale

Dio ha costituito la creatura mondana 800 3002; non la creò il diavolo cf. C lab 2cb; tesi tomistiche circa la creatura corporale 3608-3613. Riprov. L’affermazione: [il Cielo e le stelle hanno l’anima e le virtù sono ostacolate dalla ragione] 408; [Essere corruttibile implica contraddizione] 1047.

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (46): “INDICE DEGLI ARGOMENTI – V”

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (6)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (6)

FRANCESCO OLGIATI,

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA.

Soc. ed. Vita e Pensiero, XIV ed., Milano – 1956.

Imprim. In curia Arch. Med. Dic. 1956- + J. Schiavini Vic. Gen.

Capitolo terzo (1)

LA LEGGE DELL’AMORE

È stato osservato che se è bene cogliere qualche rosa e deliziarsi della sua bellezza e del suo profumo, è meglio, però rivolgere le proprie cure al rosaio completo: le rose si moltiplicheranno ad ogni primavera e ci procureranno sorriso e fragranza. Avviene lo stesso nella morale: è tutt’altro che inutile esaminare le singole virtù, le singole norme, i singoli punti dell’etica cristiana; ma ciò che più importa è il rosaio dell’Amore, perché chi lo coltiva ha tutte le altre virtù. Quando noi possiamo dire con sincerità a noi stessi di amare Dio, possiamo soggiungere con sant’Agostino: « Ama e fa quello che vuoi ». L’amore è la perfezione della legge, avverte san Paolo; è la fonte di ogni precetto; dev’essere il soffio ispiratore di ogni atto; ed in esso sta tutta la morale cristiana. Lo ha insegnato Gesù nel Vangelo: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze: ecco il primo ed il massimo dei comandamenti… Il secondo è simile al primo: Ama il tuo prossimo come te stesso ». Per comprendere il significato di queste parole, dobbiamo esaminare l’amore che dobbiamo a Dio, al prossimo, a noi stessi.

I. – L’AMORE DI DIO

Vi è un grave errore, quanto mai diffuso, che giova subito liquidare. Si crede che l’amore di Dio, voluto da Gesù, consista in questo: l’individuo, con tutte le energie della sua anima umana, col suo affetto, con la sua intelligenza e con la sua azione, protesta a Dio il suo amore. Si tratterebbe, quindi, d’un amore individuale ed umano. È uno sbaglio. Se l’amore nostro per Dio dovesse consistere solo in questo, non erano necessari il Cristianesimo, l’ordine soprannaturale e la rivelazione. Bastava la ragione o la coscienza del puro uomo, che, risalendo mediante un semplice ragionamento dalle cose create al Creatore, doveva sentire il dovere di amar Dio sopra ogni cosa. Ogni filosofo pagano, come un Platone o un Epitteto, anzi ogni anima naturalmente onesta, poteva giungere a questo atto di amore naturale.

1. – L’amore soprannaturale di Dio

L’amore a Dio, del quale parla Gesù, è qualcosa di più grande. È bensì anche tutto ciò che abbiamo detto or ora, poichè l’ordine soprannaturale non distrugge mai l’ordine naturale, ma è un atto di amore fatto da noi in unione con Cristo. Incorporati a Lui, divinizzati dalla sua grazia, uniti al suo corpo mistico, noi siamo vivificati dall’Amore sostanziale che unisce il Padre al Figlio ed il Figlio al Padre. Noi, dunque, siamo figli di Dio, ed il nostro amore a Diobnon è il semplice amore d’una creatura, ma è l’atto d’amore soprannaturale, il cui principio ci è infuso dallo Spirito Santo, col quale amiamo Dio, come i figli amano il Padre. Non per nulla la prima parola della grande preghiera, insegnata da Gesù, è un atto di amore: « Padre nostro »; insieme con Gesù noi salutiamo ed amiamo il Padre, che in noi non vede solo i singoli individui (come nella pagina d’un libro io non vedo solo le singole lettere), ma in noi contempla il suo Gesù che ci unisce, ci eleva, ci divinizza (come io nella pagina, attraverso le singole lettere, vedo il pensiero), e da noi viene amato con un amore umano sì, perché libero, ma trasformato e sublimato dalla grazia soprannaturale del Paradiso. – Cos’è il piccolo nostro cuore di fronte a Dio? cos’è il palpito d’amor umano per l’Infinito? È nulla, se per la carità il nostro cuore non è unito al Cuore di Cristo. Se noi insieme con Lui amiamo il Padre, allora i due palpiti — l’umano ed il divino — divengono simili, pur nella loro infinita differenza, a due grani d’incenso, gettati in un unico turibolo. La nube che s’alza al Padre allora è gradita ed è fragranza degna di Lui. L’amore soprannaturale di Dio, base ed anima della morale cristiana, presuppone, quindi, la fede. Con la fede noi crediamo ai misteri della nostra divinizzazione ed a tutte le verità, che in rapporto ad essa ci furono rivelate; — in una parola crediamo all’amore di Dio per noi: nos credidimus Charitati! Ancora: l’amore soprannaturale per Dio implica la speranza, poiché, come vedremo, cos’è questa se non il protendersi dell’anima verso l’amore di Dio, che sarà un giorno la nostra gioia eterna? Ed è con questa nozione di un amore non puramente individuale, ma in unione con Cristo — e non semplicemente umano, ma elevato dalla grazia, che bisogna leggere il Vangelo ed il Nuovo Testamento. Quando san Giovanni dice: « Colui che rimane nell’Amore, rimane in Dio e Dio in Lui », dobbiamo scorgere in tale espressione l’unione nostra con Dio nell’abito e nell’atto di carità. Quando san Paolo parla del nostro « amore per Dio che è in Cristo Gesù., la sua frase non dev’essere più un enigma incompreso. E quando soggiunge che in cielo non vi sarà più la fede né la speranza, perché Dio lo vedremo e lo possederemo, ma solo la carità, dobbiamo capire come il paradiso è la visione ed il possesso di Dio, conquistato con la carità di quaggiù, la quale non vien meno, ma in cielo si continua e si perfeziona in un eterno atto di amore dei figli verso la Trinità sacrosanta.

2. – I « surrogati » dell’amore di Dio

Se si partisse sempre da un simile concetto esatto dell’amore di Dio, non si correrebbe il rischio di confonderlo con i surrogati pericolosi, che si trovano in commercio.

a) Il primo surrogato, quanto mai ingannatore, è quello che sostituisce l’amore soprannaturale di Dio con l’amore sensibile, con quel sentimentalismo che ha origine nel nostro organismo fisiologico, con una serie di oh e di ah, che somigliano — direbbe il padre Aubry — a sospiri colombini. Vi sono delle anime che temono di non amare il Signore e son persuase d’aver pregato male, se non hanno avuto il fervore sensibile, quasi che l’amore di Dio, che risiede nella volontà nostra, non dovesse essere spirituale, ma fisiologico!

b) Il secondo surrogato, contro il quale ci ha messo in guardia lo stesso Gesù, fa consistere l’amore a Dio in pure parole, in dolci proteste verbali. « Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio ». – Nella storia del Cristianesimo noi sappiamo come la Chiesa abbia condannato il quietismo, con non minore energia di quello che abbia riprovato il naturalismo-. Se il naturalismo riduceva la vita all’attività umana soltanto, senza amor di Dio, il quietismo avrebbe voluto togliere il nostro contributo e ridurre tutto all’azione divina. Sono due punti di vista unilaterali: sono il vero amore soprannaturale di Dio tagliato a metà, di modo che da un lato si ha l’attività dell’uomo e dall’altro la grazia di Dio, due cose che debbono essere ben unite insieme. – Perciò, chi crede d’amare Dio, perché frequenta la Chiesa, assiste alle funzioni, recita preghiere, e poi non pratica la legge morale nella sua vita, s’inganna grossolanamente: è un Cristiano di nome e d’apparenza, non un Cristiano vero e di fatto. Non si ama Dio, se non facendo la sua volontà. E non si fa la volontà del Padre senza la carità, che è forma d’ogni azione soprannaturale meritoria.

3. – Il vero amore di Dio.

Il vero amore di Dio l’abbiamo quando, uniti a Cristo e vivificati dallo Spirito Santo, noi amiamo il Padre « con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze ».

a) Con tutto il cuore, — vale a dire quando tutti gli affetti del cuore tendono a Lui come a fine e in Lui si riuniscono come a centro. Bisogna — commenta il padre Grou nelle sue Meditazioni sull’amor di Dio — che non vi sia divisione alcuna nel cuore nostro, ma che tutto sia per Dio; « bisogna, cioè, che Dio sia la sola cosa che io ami per se stessa, e che tutte le altre cose… io ami in rapporto a Dio ». – « Non è amare Te a sufficienza, esclamava sant’Agostino, l’amare con Te altra cosa che non si ami per Te ». In questo senso san Bernardo proseguiva: « La misura dell’amore che dobbiamo a Dio, è di amarlo senza misura ». Vedremo in seguito come in tal modo non è distrutto nè diminuito nessun valore umano, l’amore, ad es., a noi, agli altri simili, alle ricchezze, alla gloria e così via, ma tutto è unificato e subordinato all’amore di Dio.

b) Con tutta la mente, — ossia sempre l’intelligenza nostra deve contemplare la realtà alla luce di Dio e del suo Amore. Siccome tutto ciò che esiste è creazione di Dio e da Lui dipende, la mia mente non raggiungerà la vera cultura, se non coglierà il nesso fra le singole cose e Dio. Studino pure la natura il fisico, il chimico, il biologo, il naturalista; ma si ricordino che, se anche per le necessità dell’analisi occorre prescindere da Dio, non è però mai possibile la sintesi del sapere senza l’amore Suo per noi e nostro per Lui. Il biologo scruterà le leggi della vita; l’astronomo ammirerà l’armonia e l’ordine degli astri; il filosofo indagherà l’universo per giungere ai supremi principi dell’essere; ma tutte le scienze debbono ricondurmi al centro della realtà. Per continuare il paragone di prima, io potrò prescindere per un istante dal pensiero che ha originato una pagina e che da essa è espresso; potrò limitarmi ora a ricercare l’alfabeto usato, ora a studiare il metodo della punteggiatura, ora a fare un elenco di vocaboli, ora a scoprire le regole grammaticali e sintattiche di quella lingua, ma tutto questo è un mezzo per risalire al pensiero e per comprenderlo. Così nel gran libro dell’universo la mia mente, mediante gli innumerevoli rami delle scienze, condurrà indagini parziali, che non debbono essere fine a se stesse, ma debbono avere come principio e come termine quel Dio che, nella natura e nella storia, ci dà una delle manifestazioni del suo Amore. Ama Dio con tutta la mente colui, che dovunque lo sguardo gira, qualunque scienza coltivi, cerca Dio.

c) Con tutte le forze, — ossia con tutta la volontà e con l’azione nostra. L’amore per Dio esige che si viva per Lui, che si operi secondo la sua volontà, che Gli si sia praticamente fedeli, anche nelle piccole cose. – « Le piccole cose, ammoniva sant’Ambrogio, sono piccole cose; ma esser fedele nelle piccole cose, è una gran cosa ». E il Tissot commenta genialmente: « Nostro Signore non è forse tutt’intero, tanto grande, tanto vivo, tanto adorabile, in una piccola Ostia come in una grande, in una particella come in un’Ostia intera? Non ne raccolgo io forse i frammenti con la medesima adorazione che ho per l’Ostia grande? Così è della volontà di Dio »: essa è identica nel minimo dei precetti e nel massimo dei comandamenti. Ogni norma della legge morale è dettata dall’Amore e dev’essere eseguita per amore; perciò nelle piccole e nelle grandi imprese, nell’umile e nascosto adempimento del dovere quotidiano e nell’atto eventuale dell’eroismo, sempre v’è lo stesso amore.. Ogni nostra azione deve, quindi, essere un atto di amore per Dio. Per dirla col Rodriguez, nel Sancta Sanctorum, là nel tempio di Salomone, ogni cosa era oro e coperta d’oro; così in noi, ogni cosa ha da essere o amor di Dio, o fatta per amor di Dio. La preghiera, il lavoro, il dolore, il sacrificio, la vita, la morte, tutto deve tramutarsi in un cantico d’amore. Solo una distinzione è da farsi, secondo ciò che ci avverte Gesù nel Vangelo. Infatti:

a) C’è un amore comandato, ed è il campo del dovere, dei comandamenti, dei precetti. A questo amore nessuno può sottrarsi, senza rendersi ribelle. Qui abbiamo la volontà di Dio che impone.

b) E c’è un amore consigliato, ossia il campo dei consigli « Se vuoi essere perfetto, dice Gesù, posando il suo occhio di predilezione sopra un’anima, consacrati a Me col voto di castità, di povertà, di obbedienza ». Qui abbiamo la volontà di Dio, che non comanda, ma solo invita dolcemente. Ed ecco la duplice schiera dei Cristiani: vi sono coloronche viaggiano sulla strada comune della legge morale, ed altri che ascendono l’alta montagna. I primi ed i secondi amano Dio: la differenza consiste nel modo più diretto della pratica dell’amore, anche se non sta sempre nell’intensità di esso, la quale, in chi vive nel mondo, può anche pareggiare e superare quella di chi si trova nel chiostro.

4. – La rassegnazione cristiana e la « santa indifferenza di sant’Ignazio.

Siamo ora in grado di afferrare il vero senso della dottrina morale cristiana a proposito della rassegnazione nel dolore e del programma ignaziano circa la « santa indifferenza ». Abbiamo visto come l’amor di Dio implica essenzialmente che si faccia la sua volontà, ossia che si voglia ciò che vuole Lui. Se Egli ci vuole nella gioia, dobbiamo benedirlo con l’autore dell’Imitazione di Cristo; se ci vuole nel dolore, dobbiamo parimenti benedirlo. Cos’è la rassegnazione? Forse l’insensibilità o l’indifferenza? No, mille volte no! Anzi, quanto più si sente e si soffre, tanto più dobbiamo amare Dio, conformandoci ed uniformandoci al suo volere. Noi sappiamo che Egli è Padre e che, se permette il dolore, lo fa per il bene nostro; anche se non comprendiamo le sue segrete intenzioni, siamo certi di questo: che è il Padre Colui che ci manda la sofferenza. Perciò non ci ribelliamo, non ci disperiamo mai, ma proseguiamo sicuri il nostro cammino, con un grande atto di amore per Lui, anche se non riusciamo né possiamo ridurre la sofferenza ad una gioia. – « Dobbiamo farci indifferenti riguardo a tutte le cose create », continua sant’Ignazio, suscitando il coro delle recriminazioni di chi, in nome del « perinde ac cadaver », lo accusa d’esser fautore di apatia, di fatalismo musulmano, di inerzia buddhistica, di insensibilità stoica, e chi più ne ha più ne metta. Sciocchezze! Noi, secondo sant’Ignazio, dobbiamo amare Dio ed in questo non possiamo essere indifferenti. È il fine nostro, sul quale non si discute. Ma in qual modo dobbiamo amare Dio? E l’autore immortale degli Esercizi risponde: facendo ciò che Dio vuole, non ciò che voglio io. C’è qualcosa di più evidente? No. Ed allora ne consegue che noi non dobbiamo valutare le cose in se stesse, quasi fossero l’Assoluto, ma solo in rapporto alla volontà di Dio: le cose non hanno mai valore di fine, ma sono solo mezzi, variabili all’infinito, che possono condurre al fine. Se Dio mi vuole professore, lo amo facendo bene il professore; se Dio mi vuole contadino, lo amo coltivando bene i campi; se Dio mi vuole ammalato in un letto, lo amo soffrendo; se mi vuole soldato, lo amo combattendo e così via. Io debbo farmi indifferente di fronte alle cose umane: il che è tutt’altro che inerzia o insensibilità! È il contrario: è il massimo grado di attivismo a cui io posso aspirare e gli Esercizi ignaziani sono tutti pervasi di questo spirito di energico attivismo. Il facere nos indifferentes esige una lotta formidabile contro noi stessi, da affrontare per amore di Dio. La rassegnazione inerte del fatalista è negazione di attività ed è egoismo bell’e buono; egli dice: — Non voglio angustiarmi, e prendo le cose come vengono; tanto « che giova nelle fata dar di cozzo? ». — L’accettazione cristiana del beneplacito divino è la prova più bella di amore che possiamo dare a Dio, perché se è facile gridargli il nostro affetto nelle ore ridenti di felicità; non è così facile ripetergli l’attestazione del nostro amore quando Egli ci domanda il sacrificio, la lagrima, il martirio.

5. – Vita attiva e contemplativa.

Ecco, dunque, risolto anche l’altro problema se sia migliore la vita attiva o la contemplativa. Non basta discutere una simile questione in astratto, perché allora è evidente che la vita contemplativa è l’optima pars, in quanto l’anima si volge direttamente a Dio, mentre la vita attiva, volgendosi alle cose, sale a Dio solo indirettamente; ma bisogna discuterla in concreto. La vita migliore per ognuno di noi è quella che è voluta da Dio. Se una operaia dovesse ragionare così: « Io sono stanca di fare da Marta; voglio imitare Maria, che ha scelto l’ottima parte, e starò quindi in chiesa tutto il giorno, pregando dinanzi al Tabernacolo), la morale cristiana la riproverebbe, perché esser Cristiani vuol dire amare Dio, ossia fare la sua volontà; se Dio vuole che una persona lavori in un’officina, essa non ama Dio, ribellandosi al volere divino, stando cioè lunghe ore in chiesa. Se Dio vuole un figlio suo fra il febbrile agitarsi del commercio, è là che il figlio buono deve restare, senza sognare le estasi della contemplazione. Di modo che il Cristiano più perfetto, in linea pratica, è colui che compie meglio la volontà di Dio nello stato in cui la Provvidenza lo vuole. Il bene non è bene, se non è fatto quando conviene, come conviene, da chi conviene, secondo, cioè, tutte quelle circostanze concrete, che ci indicano il volere divino.

6. – Conclusione.

Non saprei come meglio chiudere questo paragrafo che col riferire alcuni versetti dell’Imitazione di Cristo (libro III, 5). « Io ti benedico, o Padre celeste, o Padre del mio Signor Gesù Cristo, perché ti sei degnato di ricordarti di me meschino. – « O Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione… sempre ti benedico e ti rendo gloria con l’Unigenito tuo e con lo Spirito Santo, ne’ secoli de’ secoli. « O Signore Iddio, divino oggetto del mio amore.., tu sei la gloria e la delizia del mio cuore… « Gran cosa è l’amore ed il maggiore di tutti i beni! L’amore rende leggero ogni peso ed i pesi differenti porta tutti con animo eguale. Porta il peso senza sentirlo; e cangia in dolce sapore ogni amarezza… Nulla vi è in cielo e sulla terra che sia più dolce, più forte, più sublime, più espansivo, più giocondo, più perfetto, più eccellente dell’amore; perché l’amore è nato da Dio e non può trovar pace e quiete, se non al di sopra di ogni cosa creata, in Dio. « Colui che ama corre, vola, esulta; è libero e nulla può trattenerlo. Dà tutto per tutto e trova il tutto in tutte le cose, perché si riposa nel sommo unico Bene, da cui ogni bene fluisce e procede… « Per l’amore l’impossibile non esiste… Stanco, non perde lena; avvinto dai lacci, si serba disciolto; minacciato, non si sgomenta; ma come viva fiamma e come fiaccola ardente si slancia in alto e procede oltre, sicuro… « Un altro grido è all’orecchio di Dio questo stesso fervido affetto dell’anima, che dice: — Mio Dio, amor mio, tu sei tutto mio ed io sono tutto tuo. Apri il mio cuore all’amore, perché io possa nell’intimo dell’animo pregustare quanto sia dolce amare, struggersi, nuotar nell’amore… Deh! che io canti il cantico dell’amore; che io ti segua, o mio Diletto, fino al cielo; che languisca l’anima mia nelle tue lodi, giubilando d’amore… « Senza dolore, però, non si vive nell’amore. « Chi non è preparato a soffrire tutto ed a conformarsi alla volontà del Diletto, non è degno del nome di amante di Dio. Chi ama, per amore dell’amato deve abbracciare volentieri tutto ciò che v’ha di duro e d’amaro, nè per qualsiasi contrarietà deve separarsi da lui ». – Dal Cantico dei Cantici a questa pagina, forse scritta in estasi, l’inno tante volte si è elevato. E forse il nostro povero cuore, ne ha percepito così raramente, o così debolmente, una eco…

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (7)

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (44): “INDICE DEGLI ARGOMENTI -III-“

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (44)

HENRICUS DENZINGER

ET QUID FUNDITUS RETRACTAVIT AUXIT ORNAVIT

ADOLFUS SCHÖNMATZER S. J.

ENCHIRIDION SYMBOLORUM DEFINITIONUM ET DECLARATIONUM

De rebus fidei et morum

HERDER – ROMÆ – MCMLXXVI

Imprim.: Barcelona, José M. Guix, obispo auxiliar

B. – DIO SUSSISTENTE UNO E TRINO

1. DIO “uno” secondo natura.

B1. a. – ESSENZA DIVINA

Si definisce l’Essenza metafisica di Dio (sec. i Tomisti), Essere sussistente, 3623; si spiega 3601-3604 3623s. Identità (reale) tra essenza e perfezioni di Dio. ogni perfezione di Dio ne è l’essenza: Dio è verità, sapienza etc., non una sola è participe 285; di Dio infatti è essere quanto volere, similmente volere quanto sapere 566; cf. e la semplicità di Dio, sotto B lbb. Riprov. asserzioni che peccano per eccesso 973s.

B 1b. b. – ATTRIBUTI DIVINI

1ba. AttributI trascendentali. Unità di Dio: Fedes in un solo Dio (per quanto in alcuni simboli, l’ “unum” omesso si riferisce a singole Persone divine) 3-5 42//50 71 108 125 150 800 3001 3021 3875; Dio è una sostanza singolare 3001; è similmente uno del Vecchio e del Nuovo Testamento 198 325 790 854 1334 1336.

Verità (ontologica) di Dio: Fede nel “vero” Dio 3 42/150 60 125 1800 1862 3001 3021 3026; Dio è la fonte di ogni verità 2811;

Bontà (ontologica) di Dio: Dio è il bene infinito, o il sommo bene (62) 240 285 .287 470 621 1333 (3002) 3004s .3251; ripov. l’asserzione che concepisce Dio come bene extra ragione 978.

1bb. Attributi quiescenti. Dio è: increato, incomposto 75 501; -: infinitamente perfetto (in ogni perfezione) 2751 3001 3623; add. infinitamente buono: B lba; in Lui niente è imperfetto 569; non abbisogna di nessuna partecipazione 285 358; non si lascia vincere nel numero dalla ragione della sostanza 530 -: eccelso sopra ogni cosa 3001; Maestà 73 75 293 529 1331; add. C 2a.

– incomprensibile ed ineffabile 294501 525 800 804 3001

– semplice (non composto, indiviso) 297 800 b805 ab1880 3001

-: personale 3542 3875 3890; sussistente in tre persone: vd. B 2.

– immutabile 285 294 297 501 569 683 800 853 1330 2901 3001

inconvertibile 197 358 416; in Dio non c’è emanazione o evoluzione 3024; nulla aumenta o sminuuisce 285 569.

– sostanza spirituale 3001; infatti Dio (Padre: Dio) è invisibile a16 a21 a39 b293s 683 853 3001; non può esprimersi con colori o figure 1825.

— : immenso 75 800 1330 3001; non circoscritto ed incontenibile 504:

nulla si estende fuori da Dio 204; pertanto Dio è dappertutto ed onnipresente (per potenza, presenza, essenza) 2185 a3330.

– eterno (sempiterno) 27 71 74s 147 173 284s 291 293 441 683 800 853 1330 1337 2828 3001; è senza inizio 501: Deus (aPater; bFiglio di Dio) è immortale a21s b294 b297 b358 b681 b801 b852 b1337; Dio (Padre) è il re dei secoli 21s; errore dei Teopaschitari: [Dio Figlio che soffre sec. divinità mortale] 359; vd. et E la.

1bc. Attributi operativi. Vita di Dio in genere 40 (173) 3001.

Vita intellettiva: Dio è (infinitamente) sapiente 2901 3001 3004 3009 3781; onnisciente 164 169 3009 3646;

In specie: ha la scienza dei cuori e dei segreti 670 2866; conosce in anticipo (scienza della visione) le future libere scelte delle creature (333 419) 621 625-629 646 685 3003 a3646 3890; queste quindi hanno verità determinata 1391-1395;

Dio non può fallire 3008.

Vita volitiva: Dio è —: volontà infinita 3001;

— libero da necessità 526 3890;

— volontà razionale, non preveniente la sapienza 526;

— giusto 285 621 1547 1549 1672 2216 3781:

— buono e misericordioso verso gli uomini 62 236 248 309 1534 1548s 1562 1576 1668 1696;

— verace: non può fallire 3008; Dio è la fonte di ogni verità 2811:

— onnipotente (referendosi solo ai luoghi più importanti di Dio in quanto uno. 680 683 685 800 851 1330 1880 3001; le singole Persone si dicono “onnipotente” 29 75 164 169 173 441 490; massimamente nei simboli l’onnipotenza si attribuisce al Padre 2//64 71 115 125 150 191 290 297 441; alla volontà di Dio niente può resistere 647; si riprov. l’asserzione che restringe la potenza di Dio 410 721 726s.

Vita affettiva : Dio è (in e fuori da Sè) beato 415 441s a3001.

Dio è impassibile ed inviolabile (soprattutto affermato contro i Theopaschiti la passione del Figlio incarnato che ripugna all’essenza della stessa Trinità)

16 166 0196s 284 293s 297 0300 318 358 0359 0367 504 635s 681 801 852 2529; si può pure dire “Dio che soffre nella carne”: vd. E 2ba.

2. Dio trino secondo le Persone.

B 2a a. — ESISTENZA DELLA TRINITÀ DELLE PERSONE IN DIO.

2aa. Testimonianze della fede. Fede nelle singole Persone divine, nel Padre, Figlio, Spirito Santo 1//30 36 40//51 55 60-64 71 73 75 105 125 144s 150 188 300 325 367 421 441 451 470 485 490 501 525 542 546 680 790 851 1330; add. forma Battesimo: J 3a.

Fede nella Trinità divina come tale: 3s 6 71 73 75 112 115 177 188 325 367 421 525 528s 546 568s 680 790 800 851 1330 1880.

Sono esclusivamente le tre Persone: al di fuori di Esse nessun altro possiede la divina natura 188 851; si riprovano i Priscilliani introducenti altri nomi della divinità fuori dalla Trinità 452; questa Trinità non moltiplica di numero 367; queste tre Persone in sé non si ridimensionano o diminuiscono, permangono 144;

Il Verbo di Dio, pertanto non ha mai fine 160.

2ab. Applicazione della ragione umana alla rivelazione della Trinità divina: è mistero incomprensibile all’intelletto, ineffabile, inenarrabile 167 367 525 616 619 2669; nella Trinità è inesplicabile la generazione 114; riprov. dell’assunto circa la dimostrabilita’ della Ss. Trinità e della sua identificazione con la realtà, l’idealita’, la moralità 3225s.

B 2b. b. — PROCESSIONI DIVINE

Pater. Sue proprietà: è senza principio 1331; da nessun altro è fatto o creato o generato c60 abc075 e441 ac485 bc490 be525 bc527 569 c572 c683 800 1330s; ciò che ha lo ha da sé 1331.

È principio generante 71 284; è fonte ed origine o principio di ogni divinità a490 a525 a568 b3326; il Padre genera il Figlio non per volontà, non per necessità, ma per natura a71 526; il Padre genera da Sè, dalla sua sostanza 470 485 525s 571 617 805 1330; senza sua diminuzione trasferisce la sua sostanza al Figlio 805; pertanto non è solo che per il Padre (sec. Ario) che si debba dire “Dio” 176 1332.

Attributi (appropriati al Padre): onnipotente 21/64 71 115 125 150 191 290 297 441; riprov.: [al Padre propriamente appartiene l’onnipotenza, non anche la sapienza e la bonta] 734.

Il Creatore ossia il fondatore di ogni cosa 27-30 36 40//51 60 125 150; “dal quale viene ogni cosa” 60 421 680 (851) 3326; ogni cosa fece per mezzo del F. e dello Sp. Sancto 171; è il dominatore dell’universo 1 5.

Re dei secoli immortale 21s.

Invisibile 16 21s 29.

Riprov. del predicato: [Croce del Figlio è la passione del Padre] 284; [Al Padre si può attribuire l’avvento alla fine del mondo] 737.

2bb. Figlio. Sue Proprietà: è principio dal principio 1331; è (veramente e propriamente) generato o nato dal Padre 40//51 71 75 113 125 144 150 163 a168 188s 272 284 485 490 503 526s 547 554 564 568s 572 681 851 1830 1337 2526.

È della sostanza o natura del Padre (non da altra sostanza) c43 a44 c45 a48 c49 a76 a125 c126 c144 a163 ab441 c526 c900 a2526; ciò che il Figlio ha, lo ha dal Padre 1331; il Padre da al Figlio tutto il suo “essere Padre” (900) 01301 01986 3675; è al Padre consustanziale: vd. B 2cba.

Non è parte (particola) del Padre 526 805; non è estensione o continuazione del Padre 160.

Non è fatto o creato dal nulla 042//50 60 75 113s 125 a126 a130 150 155 209 485 490 a526 536 1332 a2526; nel senso sec. Prov. 8,22, Figlio si dice “creato” 114; non è sostantivo 160.

È unico (unus) Figlio (oltre il quale non ce n’è altro) 4s 12/130 36 62s 0105 502; pertanto unigenito 2s I I 25 27 40//51 60 125 150 178 258 266 272 291 300 302 318 357 538 683 900 2526 3350 3352; solo Figlio da solo Padre 75 800 1330.

È generato dal Padre non per volontà o necessità, ma per natura 71 526.

È generato senza inizio o principio 357 470 526 536 572 617 1331; eternamente (atemporalmente) a490 504 (611) a617 681 852 900 1300s 1331 (3274); è dal principio con il Patre 61; sussiste dall’eterno in eterno

(126) 147; fu prima di ogni secolo (prima di ogni principio, ab aeterno) 40-42 48 50s 60 76 b126 b147 150 a189 272 294 a297 301 357 427 a441

485 0490 503s 526 538 547 554 568 571 (611) 617 681; è primogenito di ogni creaturae 40 50s 60 (490); riprov. l’asserzione ctr. l’eternità del Figlio [avrà fine; è mortale] e futura mutazione 43 45 47 49 113 126 130 a160 b359 2526.

Appellativi (oltre al nome “Figlio Dei” il più frequente): “Verbo di Dio” (Logos) 40 55 113 144 147 178 250/1263 427 502s 852 3326; Che invero non è da concepire come Verbum parlato 144 147; disapprovato come termine principale il titolo “Verbum” 2698; “Sapientia” (113) 148 476; “Sermo” 148; “Virtus” 113.

Predicati (appropriati al Figlio): Figlio rapportato alla creazione come “per il quale tutte le cose” 40//51 60 125 150 421 680 3326; “per il quale sono compaginati i secoli” 50s; si dice “creator di ogni cosa” 485.

2bc Spirito Sancto. Sue Proprietà: non è né ingenito né generato ab71 ab75 b485 b490 b527 b617 ab683; procede d Padre e dal Figlio [“Filioque”] 42 44 a48° 51 64 (a64) 71 (a71°) a75 (147) 150 (gr.) a150 (lat.) 178 (188) a284 441 a470 a485 a490 a527 546 a568s a617 a682s a800 a850 a853 a1072 a1300 a1330 a1986 a3807; lo Spirito è del Padre e del Figlio 178 527s 441 490; “Filioque” razionalmente è aggiunto al simbolo (perché si può provare) 1302 1986 a3553.

Sp. S. Procede come da un tanto principio o spirazione, non da due principii a850 a1300 ab1331 1986; si può dire: Sp. S. Procede dal Padre per mezzo del Patre Figlio 1300; lo Sp. S. è concepito dal Figlio sec. i Greci per causa, sec. i Latini come principio di sussistenza 1301 1986; lo stesso procede in quanto Spirito S. dal Figlio, il Figlio stesso lo ha dal Padre 1301.

Un solo tanto Spirito, che solo procede 40s 51 71 108 a1330. Sp. S. è fin dall’inizio 568 800 1331; procede eternamente (atemporalmente) 441 617 850 1300 1331 1986; è sempre e senza fine 800.

È di sostanza divina 168; riprov.: [non è della sostanza del Padre] 722; si rivendica la sua divinità increata ctr. errori: [Sp. S. è servo, creatura fatta per mezzo del Figlio] 44-49 71 75 145 a152 155 a170 485 490 527 617 1332 2527.

Appellativi: Paraclito 1 41 44 46 60 64 188; Dono 570 1522 1529s 1561 1690 3330.

Predicati (appropriazione allo Spirito S.): Sp. S. riferito alla creazione come, “in quo tutte le cose” 421 680 3326; riprov.: [Sp. S. è l’anima del mondo] 722.

Amore, in particolare tra Padre e Figlio 3326 3331; volontà 573 nella storia della salvezza allo Spirito S. si attribuisce— : l’ispirazione o locuzione per mezzo della Legge, i Profeti, gli Apostoli 41//48 150 682 790; —: incarnazione del Verbo: vd. E 5ba; non veramente è da credere Padre del Figlio 533; —: disceso al battesimo di Cristo 44 46 48 – — : sacrificio di Cristi 3327; —: riposare in Cristo 178; in modo peculiare si dice “Spirito di Cristo” 3807.

Nella vita della Chiesa lo Sp. S. è concepito come —: anima della Chiesa 3328; abitante in essa 600; congiungente le membra 3808; —: assistente ai concili e nelle preghiere nelle decisioni circa la fede e gli ordini 102 265 444 631 1500s 1600 1635 1667 1726 1738 1820.

Nella vita della grazia dei fedeli è concepito come —: fonte della grazia creata 3807; per i suoi doni si dice Sp. settiforme, Sp. di sapienza etc. 178 183 1726; ad Esso si appropriano i carismi 3328 3342; —: vivificante 3s 42 51 62 150 62 150 546; —: purificante 62s; — cooperante alla giustificazione illuminando e muovendo 374-378 387 1525 1552 1678 3009s; è lo stesso dono (altissimo) delle giustificazioni 1527 1529s 1561 1690 a3330; agisce nei Santi dell’eternità 60; inabita nei Santi e giusti 44 46 48 1962 3329-3331 3814s; i loro corpi sono tempio dello Sp. S. 1822; —: cooperante ai sacramenti 123 183 320 793 1774; —: alla perfezione delle virtù 3343.

Il peccato contro lo Spirito Santo è facente parte della potestà della Chiesa di rimettere qualsiasi peccato 349.

B2c. c. — LE PERSONE DIVINE TRA DI LORO COMPARATE.

2ca. Distinzione delle Persone tra loro. Esistenza della distinzione (ctr. la posizione del modalismo): Dio è uno, ma tuttavia, no è solitario 71 451 490; la Trinità divina non è sussistente in tre nomi 284-546; le Persone non sono da identificare, pertanto come Dio si nomina in egual modo il Filio, lo Sp. S. 73 75 112 154 188 192-194 284 451 530 569 1330; non il Padre incarnato è morto 105; uno è il Padre, non tre, etc. 75 421.

Ragione della distinzione: Padre, Figlio, Sp. S. sono nomi relativi 528 532 570; per quanto attiene al relativo, discretamente sono da predicare le proprietà delle tre Persone 570 573 800; altro è il Padre, altro il F. etc., non tuttavia altro è il P., altro F. etc. 573 80; nel Nome relativo sono designate anche le altre Persone 532 570; al nome “Spirito S.” Per questa relatività non si può sostituire pienamente il nome “Dono” 570.

Proprietà delle Persone tra loro comparate: il Padre è dall’eternità senza nascita, il Figlio è dell’eternità con la natività, lo Sp. Santo e procedente senza natività con l’eternità 532; oppure: il Padre è generante, il Figlio è generato o nascente, lo Sp. S. procedente 71 188 284 367 470 (526) 800.

Conseguenze logiche della distinzione delle Persone: Non è trasferibile all’essenza divina, quello che è proprio delle Persone 367; non pertanto “la cosa ” (sostanza divina) è generante, generata, procedente, ma il Padre è generante, il Figlio generato etc. 803s.

2cb. Eguaglianza delle Persone tra loro. Comparazione del Figlio con il Padre: il Padre non è generato da nessuno, è da se stesso 525; al Figlio da tutto ciò che è suo (senza diminuzione) tranne l’ “essere Padre” a470 b526 a805 1301 1986; il Figlio pertanto è (co)eguale al Padre per tutto, in nulla dissimile 74(76) ab144 164 b290 441 470 485 a490 491 a526 536s 572 617 a681 a852 1337; è della stessa natura 144 297 470; è consustanziale al Padre 42/151 55 125 138 150 272 301 357 430 441s 504 526 547 554 617 619 681 852 1337 (1880) 2526 2529 3350 3675.

In particolare si predica di questa eguaglianza per la — divinità 74 144 149 168 295 318 357; il Figlio è infatti Dio da Dio 40/151 125 144 150 490 (525); luce da luce 40//48 125 144 150 525; vita de vita 40; —: onore, gloria, maestà 74 290 318; —: eternità (coeterno) 27 74 290s 297 357 441 526 (611) 617 1337; —: sapienza o scienza 164 169 566 573; —: volontà ed (onni)potentia 144 164 169 290 566 573 681n852; add.: Gesù Cristo perfetto Dio: E la.

Comparazione dello Spirito Santo col Padre e col Figlio: lo Sp.S. è veramente dal Padre come dal Figlio 168; è al Padre e al Figlio — : consustanziale 29 46 55 (152) 441 853; —: (co)eguale 71 175 441 527 569 853; e lo stesso in onore e maestà, quindi a da coadorare, b da conglorificare ab42 147 ab150 a174 ab546; —: coeterno (sempiterno) 71 441;

—: eguale in potenza e virtù (29) 145 147 152; è in ogni luogo come il P. ed il F. 169.

Comparizione simultanea delle tre Persone: P., F., Sp. S. sono di una medesima natura 297; quindi a consustanziale o b coessenziale a3 ab325 a415 421 a442 a501 502 a516 a542 b547 554 a616-618 ab680 b682 ab790 a800 a805 ab851; in sè coeguali 4 75 169 173 415 441 537 616-618 682 800; pertanto nella Trinità nulla è inferiore, superiore, maggiore, minore 75 569 618.

In particolare si equiparano P., F., Sp. S. —: in divinità (sono Dio a pieno, b perfetto) 4 73 75 176 a325 b441 a529 a790 ab851; —: in gloria, maestà 73 75 501 529 1331; — in eternità (nella Tr. nulla è primo o posteriore) a75 a144 162 173 284 a618 1331; sono tra sè coeterni 75 147 325 546 616-618 680 682 790 800s 853; nessuna esiste prima o dopo l’altra o senza l’altra 531; — immensità (sono ovunque, contengono ogni cosa) 75 169 173; —: potenza 75 173 325 529 680 790 800 853; non sono di diverso grado di diverso grado di potenza nella Tr. 144 721 1331.

Riprov. errori ctr. l’eguaglianza delle Persone e dello Sp. S. sono creature] a155 721s 734 a1332.

2cc. Esistenza mutua (circumincessione) della Persone. Il Figlio sempre è nel Padre (e viceversa) 113 115; il Verbo necessariamente è unito a Dio 112 115; lo Sp. S. rimane in Dio ed inabita 112; il Padre tutto è nel Figlio, tutto nello Sp. Santo, etc. 1331; questo stesso procede dal Figlio, lo stesso Figlio lo ha dal Padre 1301.

B 2d d. — PERSONE DIVINE COMPARATE CON L’ESSENZA DIVINA.

2da. Identità reale dell’essenza divina nelle tre Persone. Principi: le tre Persone sono un solo Dio 71 73 75 112 325 530 546 680 683 853 1330; il numero in Dio concerne solo la ragione delle Persone 530; unica divinità è il nome delle tre Persone 188 441; trina Unità— una Trinità 441 501 546.

Nelle tre Persone è una (a medesima, b comune, c singolare) la divina sostanza (o essenza, natura) 3 71 73 75 144s 147 153 172 177 188 a284 c367 415 421 441 451 b470 485 490 501 525 527-529 535 542 546 616 683 800 804s 806 1330 2527; lo stesso è il Padre come il Figlio, lo stesso il Padre ed il Figlio come lo Spiruto S., id est: di natura è uno Dio 573 805; Dio non solo in senso ablativo si dice di essenza divina, ma pure in senso nominativo 745.

La forza dell’essenza divina esclude in Dio una quaternità 804.

L’unità della sostanza nella Trinità è così forte, che non è minore nella singola quanto in tutte le Persone. (441) 490 529.

Nelle tre Persone c’è —: una gloria 73 172 542 546; —: una maestà 144s 172 177 490 525 542 618 680 851; —: una verità 172; —: una volontà.; 172 501 542 545s 572s 680 851; —: una virtù 73 144s 415 421 441 451 490 501 525 542; —: una potestà (potenza) 3 71 73 (144) 153 172 177 415 421 441 451 490 501 546 680 851; —: una operazione 415 441 501 531 542 545s; —: una dominazione, un regno 172 501 542 548 3350; —: una beatitudine 415 441.

Tutte le cose in Dio sono uno, ove non si trova opposizione di relazione 1330; la sola natura divina è principio dell’universo 804.

La Trinità è la divinità consustanziale 284s 415.

Nelle tre Persone divine c’è la a individuale, b indivisa (indivisibile) c inseparabile, d indistinta (indiscreta) essenza divina bc73 c144s b188 b284 b290 d318 d367 bd415 d490 c505 b529 c531s c538 c542 c545s c561 c571 c569 c616

a683 a800 d805 d2697 bc3326 b3815.

Sequele logiche dell’essenza identica una indivisibile in qualunque Persona divina: “Dio” non è un nome relativo o di proprietà, ma nome di potestà che si applica in modo speciale 71 528;

Quanto si dice essenzialmente della natura della Trinità, si può dire per il singolo numero che per le tre Persone 542; infatti per il singolare numero si dice:

Deus Pater, Deus Filius etc. 529; non “tre Dii” 71 73 75 176 529 546 683 853 1330; non: “tre onnipotenti, increati, immensi etc.” 75 529 (pecca ctr. questa regola 173: “omnipotenti”); non: Dio (deitas) è triplice, ma: trino (trina) 528; non: Dio distinto in tre Persone, ma: distinti (2696) 2697 2830; non: battezzato nei nomi del Padre etc., ma: nel nome del Padre etc. 415 441.

Conseguenze cultuali: la Sostanza della Trinità indistinta è distintamente adorabile 367; non conviene riferire il culto ad una singola Persona trinitaria, ma offrire un culto comune alla Trinità 3325; infatti non esiste una festa propria delle singole Persone 3325.

2db. Distinzione della ragione tra essenza divina e le Persone. Non è da stabilire la divisione tra la natura divina e le Persone 745 803; il Trideismo è riprovato il trideismo che separa la natura unica delle Persone, introducendo tre dii, volontà ed operazioni personali 112 115 367 545 1880 3325; tuttavia non è da negare ogni distinzione in Dio 973s.

e. — OPERAZIONE DI DIO TRINO AD EXTRA.

2ea. Unità delle operazioni delle Persone all’esterno. Pater. F. et Spirito S. sono di operazione unica (171 325) 415 441 501 531 542 545s; per forza di principio: tutto in Dio sono un unico, ove non lo contrasti opposizione di relazione 1330.

Le opere della Trinità sono inseparabilmente indivise, comuni 491 531 535 538 571 618 3326; nessuna Persona opera prima o dopo l’altra o senza l’altra 531; le Persone divine a non sono tre principi di creatura, ma uno solo, cioè. b una sola natura divina 800 b804 a1331.

Pertanto l’Incarnazione è operata in comune da tutta la Trinità 491 535 57 I 801 3327; Sp. Sanctus si inserisce nell’operazione e remissione dei peccati col Padre ed il F. 145; l’inabitazione e l’opera di salvezza nelle anime dei giusti, per quanto attribuita allo Spirito S. sono comuni alla Trinità 3331 3814.

2eb. Appropriazioni fatte alla singole Persone. Fondamento: una certa similitudine ed affinità tra l’opera e la proprietà della Persona divina 573 3326.

Quindi la creazione è riferita alle singole Persone sec. la formula: Padre, dal quale tutte le cose, Figlio per cui tutte le cose, lo Sp. S., in cui tutte le cose 421 680 (851) 3326; oppure: P. ha fatto tutte le cose per mezzo del Figlio e dello Sp. S. 171.

Facoltà dell’anima riferite alla Trinità: al Padre la memoria, al Figlio l’intelligenza, allo Sp. S. la volontà 573.

Al Padre sono appropriate le opere nelle quali eccelle la potenza 3326; creazione dell’universo. 171 3326; cf. Il predicato “onnipotente” è attribuito solo al Padre”: vd. B 2ba. Al Figlio sono appropriate le opere nelle quali eccelle la sapienza (causa esemplare delle cose) 3326; la riconciliazione degli uomini con Dio 3326; vd. anche B 2bb.

Allo Spirito Santo sono appropriate le opere nelle quali eccelle l’amore e la bontà divina 3326; l’incarnazione del Verbo: vd. E 5ba; le opere completanti la santificazione dell’anima, inabitazione nel giusto: vd. B 2bc.

2ec Missioni delle Persone divine. Missione di Gesù Cristo Figlio di Dio 101 145 527 538 1522 3806.

Missione dello Spirito Santo: è mandato dal Padre e dal Figlio 60 145 527 681 3325 3327s: la sua missione è doppia: manifesta nella Chiesa, segreta nell’anima del giusto. 3327; la festa della sua missione è il giorno di Pentecoste 3325.

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (45): “INDICE DEGLI ARGOMENTI -IV-“

25 LUGLIO: SAN GIACOMO IL MAGGIORE

SAN GIACOMO IL MAGGIORE

(OTTO HOPHAN: GLI APOSTOLI. Ed. Marietti. Torino, 1951)

Giacomo ha molto di comune con Andrea, che nel Collegio apostolico gli era vicino, precedendolo d’un unico posto; se però ci addentriamo nella loro anima, ci appariranno molto diversi l’uno dall’altro. Anche Giacomo era pescatore del lago di Galilea e quindi doveva essere certamente da anni collega di professione con Andrea e suo fratello Simone Pietro; si direbbe anzi, stando ad accenni del Vangelo, che le due famiglie di pescatori possedevano, secondo il costume diffuso nel paese, barche e arnesi in comune ed in comune esercitavano il mestiere; in occasione infatti della pesca miracolosa, quando Simone e Andrea non riuscivano a dominare il miracolo, « fecero segno ai loro compagni nell’altra barca, perché venissero e li aiutassero. E quelli vennero ». Parabola dell’avvenire! Quando un giorno Pietro, divenuto pescatore d’uomini, ritirerà sovraccariche le reti, i compagni d’un tempo divideranno con lui il peso ed il piacere del lavoro. Anche Giacomo aveva un fratello, che con lui fu chiamato all’ufficio apostolico, ed era Giovanni, quel Giovanni, che ha per proprio simbolo l’aquila: chè anche questi è volato più in alto del fratello Giacomo, che dunque, come Andrea, deve starsene nell’ombra o, meglio, nella luce di un fratello più grande. È possibile che tutti e due, Giacomo e Andrea, fossero debitori di qualche privilegio ai loro fratelli più grandi; Giacomo però era molto interessato — e in questo si differenzia sostanzialmente dall’umile Andrea — d’essere grande lui stesso.

GIACOMO L’AMBIZIOSO.

Giacomo e Giovanni erano figli di Zebedeo, nome che letteralmente significa “dono di Dio”; i Vangeli notano espressamente il nome del padre per distinguere questo Giacomo da un altro Apostolo dello stesso nome, da Giacomo cioè figlio di Alfeo. Il figlio di Alfeo, dì cui ci occuperemo più tardi, è chiamato dagli Evangelisti « Minore », minore perchè il Signore lo chiamò a Sè più tardi e certo anche perchè doveva essere più giovane d’età del nostro Giacomo; per il figlio di Zebedeo quindi divenne usuale la designazione: «Il Maggiore ” e in

latino: « Major ». « Major » alla lettera vuol dire «più grande, il Grande »; ora questo appellativo aggiunto — il Signore ne aggiunse anche un altro a questo Apostolo — richiama l’intima natura di Giacomo; Giacomo Maggiore è di fatto « Giacomo il Grande », di alto sentire, di aspirazioni nobili, anche orgoglioso inizialmente, un uomo di carattere, portato all’autorità e al lavoro; come uomo di nerbo, pieno di espressione ed energia lo ha pensato anche il Rubens, e a buon diritto. Giacomo e Giovanni sortirono quest’indole distinta fin dalla nascita. Il loro padre Zebedeo, un vero « dono di Dio », doveva essere un uomo dall’anima grande e generosa, sebbene per professione fosse soltanto pescatore; quanto elevati fossero i suoi pensieri e a quali orizzonti si protendessero i suoi desideri, lo rivela l’ora della vocazione dei suoi figli. Il Signore glieli tolse letteralmente dalla barca e dalle reti, e non uno solo, ma tutti e due, e tutti e due in una sola volta: « essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con gli operai e Lo seguirono », ci riferisce chiaramente Marco; gli tolse i due giovani vigorosi quand’egli era ormai invecchiato e da tempo attendeva con impazienza l’ora, nella quale poter rimettere a loro il mestiere, poiché non si sentiva più le forze d’un tempo e anche gli occhi, nel rattoppare le reti, non lo servivano bene e le mani fallivano il colpo sempre più spesso; eppure Zebedeo non disse una parola di protesta contro la dolorosa chiamata di Gesù, non pose la sua mano sui figli, che pure erano suoi; essi erano ancor più del Signore! Dovevano andar con Lui; non si oppone alla loro volontà, non arresta la loro ascesa; con Gesù avrebbero realizzati maggiori progressi che non presso il loro padre ormai vecchio, nella barca, sul lago; e lui saprà accomodarsi anche senza i figli. Un gran padre Zebedeo! Solo pochi padri si comportano come Lui! – Anche la madre Salome era una donna dall’animo nobile. Per lei riuscì anche più difficile cedere i suoi due figli, perché se n’andassero lontani dalla famiglia, sulle vie sperdute dell’apostolato; ma pure lei accettò il sacrificio generosamente; anzi lei stessa si mise a seguire Gesù e con le altre pie donne Lo soccorreva con le proprie sostanze; perseverò accanto a Gesù persino sul Calvario e forse per il suo cuore materno riuscì di soddisfazione dolorosa vedere il proprio figlio Giovanni, l’unico fra i Dodici, fedele anche lui presso la Croce. Genitori simili sono veramente genitori « Zebedeo », veri doni di Dio. – Giacomo non è ricordato in occasione della vocazione dei primi discepoli presso le rive del Giordano; era ivi invece Giovanni, il fratello più giovane; uno dei duc dovette rimanere a casa per aiutare il padre. Chi di noi si sia trovato il più anziano, sa per esperienza quello che in analoghe contingenze tocca di solito al « maggiore » : il più giovane, come si può concludere anche dalla parabola evangelica del figlio prodigo, approfitta dei privilegi della sua età. Quando Giovanni fu di ritorno in famiglia, riferì con occhi raggianti di Gesù, « del Figlio di Dio, del Re d’Israele », ch’egli, con i figli di Giona, aveva incontrato laggiù al Giordano, e la sua relazione dovette procurare un profondo tormento a Giacomo, che in quella circostanza non s’era trovato presente: dev’egli passar tutta la sua vita solamente occupato a prender pesci e a lavar reti? Non si sente anche lui chiamato a uffici più elevati? Se quel Gesù gli passasse dinanzi, se n’andrebbe con Lui sull’istante! Passò forse un anno, e Gesù venne e, insieme a suo fratello Giovanni, chiamò anche Giacomo alla piena comunione di vita con Sè. Fu come un levarsi del sole sul mare: Gesù era già sorto per la coppia di fratelli Simone e Andrea; più avanti toccò con i suoi raggi anche Giacomo e Giovanni:《 Camminando, Egli vide due altri fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e suo fratello Giovanni, che con Zebedeo, padre loro, riparavano le loro reti nella barca. Ed Egli li chiamò. Essi lasciarono subito la barca e il padre loro e Lo seguirono… 》. Pochi mesi dopo questa chiamata seguì l’elezione dei dodici Apostoli; in quell’occasione Marco ha la breve ma significativa osservazione: « A Giacomo, figlio di Zebedeo, e a Giovanni, il fratello di Giacomo, Egli diede il soprannome di Boanerges, che significa figli del tuono ». Il Signore veramente aggiunse un soprannome anche a Simone e lo chiamò « Pietro », che vuol dire « roccia »; ma questo nome riguarda un ufficio, quello invece di « Boanerges » indica un carattere; Giacomo e Giovanni erano dotati d’un’indole così forte e ardente, d’una natura così impetuosa e violenta, che il Signore per ritrarli convenientemente creò una parola apposta, ed era a metà lode e a metà biasimo. Quest’indole violenta e presuntuosa dei figli di Zebedeo è documentata da due esempi conservatici dal Vangelo stesso. Il primo lo leggiamo in occasione d’un viaggio verso Gerusalemme attraverso la Samaria. « Gesù mandò innanzi a Sé dei messaggeri, i quali giunsero in un paese dei Samaritani per provvedere un albergo per Lui; ma non Lo si ricevette, perchè Egli si trovava in viaggio verso Gerusalemme »). Questo atteggiamento dei Samaritani verso Gesù, in questo suo passaggio per la loro terra, ci sorprende davvero, perchè ben diversamente s’erano comportati con Lui quando da Gerusalemme era disceso in Galilea e aveva sostato presso di loro per due giorni; allora L’avevano pregato di fermarsi; questa volta invece, poichè ha rivolto « la sua faccia》 alla Capitale, odiosa ai Samaritani, Gli rifiutarono ricetto. Anche gli altri Apostoli erano certamente urtati per questa violazione del sacro dovere dell’ospitalità; « quando però i discepoli Giacomo e Giovanni videro questo, domandarono: “Signore, dobbiamo invocare fuoco dal cielo perché li divori? ». Una richiesta tremenda! I due Apostoli avrebbero voluto fare della città di Samaria quello che la guerra inumana dei nostri anni ha fatto delle città moderne, seminandovi la rovina e il dolore. E saranno questi gli Apostoli della Nuova Alleanza?! Hanno ascoltato invano la predica sul monte: « Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori! »; forse l’inumana pretesa era stata suggerita ai due fratelli dal ricordo del castigo, che il profeta Elia aveva invocato sui messi dell’infedele re Ochozia. Ma Gesù non si fa la strada con fuoco e violenza, e per questo sdegnato « si voltò e li rimproverò ». In qualche antico manoscritto si legge anche la nobile aggiunta: « Non sapete di che spirito siete. Il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le anime, ma a salvarle! ». Boanerges! Come conviene bene questo nome ai due fratelli! È penoso anche il secondo episodio trasmessoci dal Vangelo. Nell’ultima ascesa a Gerusalemme, i due figli di Zebedeo non si peritarono di presentarGli la richiesta seguente: « Fa che nella tua gloria uno di noi sieda alla tua destra e l’altro alla tua sinistra ». Non potremmo misurare quanto d’inconcepibile e anzi di sfacciato ci sia in questa pretesa, senza leggerla nel suo contesto evangelico. Immediatamente prima, predicendo per la terza volta la sua passione, il Signore aveva dichiarato: « Noi adesso ascendiamo a Gerusalemme. Ivi il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai gentili, sarà deriso, maltrattato e sputacchiato. Lo si flagellerà e ucciderà. Ma il terzo giorno risorgerà». E precisamente in quel momento, in quell’ora gravissima della vita di Gesù, Giacomo e Giovanni misero innanzi la loro egoistica richiesta. Di tutta la profezia della passione essi non avevano colto che la parola circa la « risurrezione », e anche questa interpretavano secondo le loro idee, quasi fosse cioè l’inizio del glorioso regno messianico finale; era dunque quello il momento opportuno per muoversi. La loro richiesta era diretta evidentemente contro Simone Pietro, a cui il Signore aveva già promesso la preminenza su tutti i colleghi, e questo non li aveva soltanto sorpresi, ma anche amareggiati; quel Simone bisognava respingerlo indietro! Non è la prima volta che nella Sacra Scrittura leggiamo d’un Giacomo, che defrauda un altro della sua precedenza e dei suoi privilegi; lo fece già il patriarca Giacobbe a danno di suo fratello Esaù, che derubò del diritto di primogenitura e della benedizione paterna; in quell’occasione Esaù gridò amaramente: « Con ragione gli si è imposto il nome di Giacobbe; mi ha

ingannato già per la seconda volta》; e questa interpretazione di « urgente la pianta del piede, soppiantatore » viene data anche dell’Apostolo Giacomo in certi « Atti degli Apostoli» antichi dell’Etiopia. Un rimasuglio di pudore trattenne Giacomo e Giovanni dal proporre essi stessi la loro richiesta al Signore; secondo la relazione di Matteo, spinsero innanzi la loro madre. Che cosa non fanno le mamme per amore dei loro figli! Può essere.però che la buona donna Salome avvertisse quanto di vergognoso v’era nella loro richiesta, ma la logica femminile sa alla fine accomodare anche cose spiacevoli: non aveva lei dato al Signore due figli e mezza sostanza — ma quest’ultima cosa non la pensò sino in fondo —, i suoi figli non erano energici, bravi e più idonei degli altri ai primi posti nel regno dei Cieli.- L’ambiziosa aspirazione dei figli di Zebedeo provocò negli altri un profondo sconcerto: « Quando i Dieci sentirono questo, s’indignarono contro i due fratelli »; e non è escluso che l’indole violenta, intollerante e presuntuosa dei due abbia recato spesso delle molestie al Collegio apostolico. Un particolare, trasmessoci da Clemente di Alessandria, riguardante il martirio dell’Apostolo Giacomo, è una prova ancora del temperamento faticosamente domato di questo figlio del tuono: sulla via, che conduceva al luogo del supplizio, s’accostò a lui il suo delatore e lo pregò del perdono; Giacomo stette a riflettere un po’…! Solo dopo lo abbracciò dicendogli: « La pace sia con te », e insieme con colui, ch’era stato prima il suo nemico, ricevette il colpo di spada, che lo fece martire. Neppure Giovanni, come vedremo ancora, è in alcun modo un giovane fantasioso e mansueto, come troppo spesso lo si presenta; Giacomo e Giovanni erano e… restarono Boanerges. Chissà quanti autori d’ascetica ed educatori avrebbero consigliato insistentemente di trattenere con fermezza simili Boanerges nell’ombra, perchè, se le nature ambiziose non sono frenate, prendono il sopravvento l’orgoglio e la presunzione; gli spiriti quindi angusti e timorosi si meraviglieranno assai che il Signore abbia adottata con Giacomo e Giovanni una pedagogia diversa, che fu poi veramente chiaroveggente e magnanima. Percorrendo i Vangeli ci avvediamo che i figli di Zebedeo conseguono dovunque precedenze e privilegi: in tutti i cataloghi degli Apostoli essi fan parte del primo gruppo, Marco anzi pone Giacomo al secondo posto, immediatamente dopo Pietro; in casa di Giairo, quando Gesù gli risuscitò la figlia, « Egli non fece entrare con Sè nessuno all’infuori di Pietro, Giacomo e Giovanni》 ; anche come testi degli splendori del Tabor, Egli prese solo « Pietro, Giacomo e Giovanni》, e forse fu qui che sorsero nel loro animo il presentimento e il desiderio “della gloria” del Signore, nella quale ambivano di sedere ai primi posti; «Pietro, Giacomo e Giovanni Egli prese con Sè » anche quando, sul Monte degli Olivi, non passò il « calice », quel calice, che un giorno anch’essi avrebbero dovuto trangugiare. Oltre a questi privilegi ricordati espressamente nel Vangelo, altri ancora forse ne furono concessi ai tre primi Apostoli, dei quali però non ci fu trasmessa alcuna notizia. Questa condotta di Gesù ci fa intendere ch’Egli vuole come Apostoli degli uomini grandi in abbozzo; solo dei grandi nello spirito sono in grado di capire Lui, il Grande, e sono atti agli alti compiti, ch’Egli vuole loro assegnare; le indoli invece pieghevoli e fiacche, che con le loro aspirazioni non si spingono mai al di là dell loro comoda mediocrità e, soddisfatte di se stesse, gironzolano sempre nelle loro piccole barche né mai invocano il fuoco o guardano alle stelle del cielo, non saranno prime neppure nel regno dei Cieli. Il Signore non schiacciò la natura ardita di Giacomo, non lo lasciò neghittoso, ma profittò delle sue belle doti per fare proprio di lui uno dei primi. Giacomo, come pure suo fratello Giovanni, aveva ancora in sè, senza dubbio, tendenze ben poco nobili; non erano solamente mossi da ardenti desideri, ma anche da ambizione; non erano semplicemente inclini a grandi cose, ma anche orgogliosi; ma chi mai getta via l’oro, perché è misto a una massa di terra? Chi sradica un albero, perchè vi crescono sopra dei vischi? S’impone piuttosto una prudente separazione del nobile dal non nobile. A questa luce ci spiegheremo perché la risposta alla richiesta audace dei figli di Zebedeo, anelanti ai primi posti nel regno dei Cieli, fu tanto mite da sorprendere. Il Signore non tuonò contro i due fratelli e neppure rivolse loro un aspro rimprovero, perché di tanto s’erano allontanati dallo spirito del Vangelo; certo, smontò la loro temeraria pretesa, rinviandoli alla misteriosa predestinazione divina: «Non sapete quello che domandate. Il posto alla mia destra o alla mia sinistra non ho da conferirvelo Io; esso spetta a coloro, ai quali è preparato dal Padre mio》; non spense però le loro aspirazioni alle grandi cose, indicò invece ad esse un’altra meta: « Potete voi bere il calice », e allettando, « che Io berrò presto? »; in questo Giacomo deve dar prova della sua grandezza, nel « bere il calice », nel condividere la sorte e la passione di Gesù. Chi aspira a un primo posto « nella gloria del Signore », dev’esser anzitutto primo nel bere « il calice del Signore ». Seguì una lezione, con la quale il Signore istruì anche gli altri Apostoli sulla vera grandezza. L’indignazione dei Dieci verso i figli di Zebedeo aveva ben rivelato ch’essi pure erano stimolati dalla stessa sete di onori; ma Gesù non rintuzzò neppure le loro aspirazioni per sostituirvi soddisfazioni nel poco e contentezza di se stessi; anch’essi devono tener vivo l’anelito alla grandezza, dirigendolo però per altra via: « Sapete che coloro, i quali passano per i principi dei popoli, dominano su di essi, e i loro grandi esercitano su di essi il potere. Così non dev’essere fra voi; ma chi tra voi vuol divenire grande, sia vostro servo, e chi tra voi vuol essere il primo sia il servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la sua vita come riscatto per tutti ». Il primo compito nel regno di Dio è servire. E così l’orgogliosa richiesta di Giacomo e di suo fratello Giovanni diede al Signore occasione e motivo di stabilire una legge evangelica fondamentale, che per tutti i tempi è un capovolgimento dei valori: anche nel regno di Cristo ci sono dei primi, ma essi devono essere come gli ultimi. – Alla domanda del Signore: « Potete voi bere il calice? », Giacomo, sicuro di sè, rispose: « Lo possiamo! ». Gesù allora guardò profondo negli occhi ai suoi Boan erges…

GIACOMO IL MARTIRE

Nel tempo che seguì non avvenne nulla, che distinguesse Giacomo fra i colleghi d’apostolato. Dopo la risurrezione, andò con loro nuovamente a pescare; sul lago, quel giorno, tutto era come prima, e però tutto era diverso, come avviene a chi dall’estero giunga in patria l’ultima volta, prima di andarsene per sempre Nel dì di Pentecoste stava con gli altri nella sala e anche su di lui guizzò « fuoco dal cielo », ma il vero, il santo, il celeste fuoco, che purifica e illumina. Poi anch’egli partì da Gerusalemme col Vangelo; nelle lezioni della sua festa il Breviario lo esalta dicendo: « Dopo l’Ascensione, Giacomo predicò la divinità del Signore in Giudea e Samaria e condusse moltissimi alla fede cristiana »; questo però lo fecero anche tutti gli altri. Egli gustò pure alcune gocce del « calice del Signore »: nella prima persecuzione, mossa dall’autorità ecclesiastica giudaica, fu arrestato e gettato nelle carceri della nazione e flagellato; ma anche questo avvenne a tutti gli Apostoli e tutti « s’allontanarono dal Sinedrio rallegrandosi altamente, perché erano stati fatti degni di patire contumelia per il nome di Gesù». Rimarrà dunque senza uno speciale significato la parola, che un giorno Giacomo diede al Signore? Dopo la seconda persecuzione, che tenne dietro alla lapidazione di Stefano, infuriò sulla Chiesa apostolica anche la terza, voluta dal re Erode Agrippa I°, che fu pure la più pericolosa di tutte e tre. Sulla stirpe degli Erodi gravava la maledizione; abbiamo in quella famiglia una dimostrazione biblica di quanto possa l’ereditarietà della colpa Il nonno di Erode Agrippa I° era stato Erode I°, detto « il Grande », che aveva regnato dal 40 al 4 a. C.: splendido e forte nel suo governo, per carattere astuto e crudele, aveva tentato di soffocare il Cristianesimo nella culla, letteralmente, ordinando l’uccisione dei bimbi di Betlemme. Il padre di Agrippa, Aristobulo, era stato giustiziato, con un altro dei suoi fratelli, dal vecchio Erode, perché sospetto d’alto tradimento. Lo zio, Erode Antipa, tetrarca della Galilea e della Perea, aveva governato dal 4 prima al 39 dopo Cristo ed era stato il sovrano di Nostro Signore; principe indolente e tutto dedito alle gozzoviglie, adultero incestuoso, aveva ucciso Giovanni Battista e la mattina del Venerdì Santo aveva deriso. Gesù. Erode Agrippa, re dei Giudei dal 41 al 44, germogliò da radice tanto iniqua. Passata la giovinezza dissolutamente a Roma, ove per i debiti contratti compromise la sua posizione, riuscì ad ottenere, col favore dell’imperatore Caligola (37-41), suo amico e del suo livello, la tetrarchia rimasta senza capo per la morte di suo zio Filippo, poi quella di Lisania, in seguito, con una serie di intrighi, anche il territorio dello zio Erode Antipa, costretto ad andarsene in esilio; e finalmente dall’imperatore Claudio ottenne pure il dominio sull’Idumea, la Giudea e la Samaria; divenne così un potente dominatore, che riuniva sotto il suo scettr l’intero territorio una volta appartenuto al nonno suo, ma insieme fu pure un potente avversario della Chiesa; sembrò ch’egli potesse schiacciarla con un cenno della. sua volontà. – Gli Atti degli Apostoli indicano il motivo della persecuzione mossa da lui co brevità e semplicità: « Per piacere ai Giudei »; la maggior parte cioè dei Giudei era contraria al dominio di Agrippa; un rabbi aveva persino proposto di proibirgli il Tempio; il re però giocò di scaltrezza e condiscendenza, e così riuscì a disarmare i suoi nemici e a cattivarsi un po’ alla volta l’affetto del popolo. La persecuzione contro i Cristiani, ch’erano invisi ai Giudei, rientrava in questo programma: a quel modo che un giorno suo zio Erode Antipa, per calcolo politico-diplomatico, aveva rimandato Nostro Signore a Pilato per la condanna, così Erode Agrippa, per venale furberia, gettò in mano ai Giudei gli uomini più ragguardevoli della Chiesa apostolica: «In quel tempo re Erode cominciò una persecuzione contro alcuni membri della Chiesa. Fece giustiziare con la spada Giacomo, il fratello di Giovanni 》. Eravamo alla festa di Pasqua dell’anno 42. Dovette esserci certamente un motivo perché Erode, per una vittima qualificata, gettasse l’occhio su Giacomo; possiamo con ragione pensare che appunto il focoso «”figlio del tuonoo” si fosse reso, col suo zelo impetuoso per Cristo, quanto mai odioso ai Giudei; doveva quindi cadere prima di tutti gli altri. E così fu tolto di mezzo quest’uomo prezioso! Avrebbe forse lavorato per Cristo meno di Paolo? E invece eccolo, l’energico Apostolo, atterrato dalla potenza di un ribaldo, prima ancora che giungesse nei vasti campi della messe. Non sa provveder meglio Iddio agli uomini che si propongono di mandare ad effetto le sue santissime intenzioni? – E qui ci si presenta anche un’altra domanda, più molesta ancora: Erode « fece arrestare anche Pietro, quando s’avvide che questo piaceva ai Giudei. Voleva produrlo al popolo — darlo in pasto! — subito dopo Pasqua »; ma Pietro fu liberato miracolosamente dal carcere per mezzo d’un Angelo: perchè a Giacomo non fu mandato nessun Angelo? non sarebbe stato degno d’un miracolo anche lui? I disegni di Dio sono imperscrutabili! E nondimeno nella morte violenta di Giacomo possiamo scorgere un raggio della divina sapienza. Un giorno Giacomo, con occhio risplendente, aveva assicurato il Signore: « Possiamo bere il calice »; Iddio lo prese in parola; Egli permise questo martirio, che doveva essere per gli Apostoli il segnale della loro dispersione in tutto il mondo. Secondo informazioni molto antiche e sicure, gli Apostoli eran rimasti e avevano faticato circa dodici anni nell’angolo della Palestina, loro patria; la persecuzione di Erode Agrippa ebbe il compito di lanciarli al di là della terra di Giuda; Pietro « si portò in un altro luogo》 non appena fu liberato dal carcere, e la maggior parte degli altri Apostoli seguì il suo esempio. Giacomo però giacque a Gerusalemme, accanto al Tempio, nel proprio sangue; aveva ardentemente desiderato, fin da quando s’era trovato in Samaria, di disporre gli uomini ad accogliere il Signore, ma per la seconda volta questa sorte non gli era toccata; la sua morte servì alla Provvidenza, perchè allora fu posta mano finalmente alla grande opera della evangelizzazione del mondo. Per questo servizi Giacomo è divenuto il « Grande » e il « Primo »; il Vangelo ha la sua applicazione: « Chi fra di voi vuole divenite grande, dev’essere vostro servo; e chi fra di voi vuol essere il primo, dev’essere il vostro schiavo ». Quando gli altri Apostoli si trovarono lontani, nelle fatiche dell’apostolato, «in pene e vigilie, nella fame e nella sete, al freddo e nella nudità, in peregrinazioni, pericoli e affanni », dovettero ripensare con commozione al martirio del loro grande fratello Giacomo; egli aveva fatto per Cristo anche più di loro e dovette essere per loro un monit e un incoraggiamento continuo; un giorno li aveva feriti con la sua indole altezzosa; ma poi dimostrò con i fatti ch’egli era veramente un primo, non il Primo in potere, come Pietro, non il primo per lavoro, come Paolo, ma il Primo nel sangue. non fu il Primo e il più grande di tutti?

GIACOMO IL PELLEGRINO

La morte prematura dell’Apostolo — morì ancor prima del Concilio apostolico — non favorì il sorgere di leggende intorno a lui; gli apocrifi più antichi si limitano a colorire la sua attività a Gerusalemme e nelle terre vicine e la storia del suo martirio. Solo Teodomiro,Vescovo di Iria in Galizia verso l’anno 772, riferisce espressamente che Giacomo soffrì il martirio a Gerusalemme, dopo il suo ritorno dalla Spagna; i resti mortali sarebbero stati portati dai discepoli dell’Apostolo a Joppe e di là, per via di mare, a Iria in Spagna; Iria ebbe poi il nome di « Compostella ». Questo nome è interpretato da parecchi come un’abbreviazione di « Giacomo Postolo » — Giacomo Apostolo; in forma più lunga si dice: « San Jago di Compostella ». L’anno 1082 sopra il sepolcro dell’Apostolo si cominciò a costruire una splendida chiesa. Con Gerusalemme e Roma, Santiago di Compostella fa parte dei tre luoghi più celebri come mete di pellegrinaggio dell’intera cristianità. Così anche dopo la morte Giacomo è fra i tre primi! I pellegrinaggi al suo sepolcro, segnatamente dal secolo decimo al decimoquinto, furono celeberrimi; solo il Papa poteva dispensare dal voto d’un pellegrinaggio a Santiago; chiese e cappelle senza numero, erette in onore di San Giacomo, orlarono le vie, che da tutti i paesi conducevano a Santiago. Vi fu un tempo, in cui Giacomo Maggiore era il più popolare di tutti gli Apostoli. Egli è il patrono della Spagna e il patrono pure dei pellegrini. – Vorremmo concedere al cavalleresco popolo di Spagna l’onore di essere stato evangelizzato da questo Apostolo dall’animo nobile, col quale può sentirsi intimamente congiunto; ma la leggenda d’un’attività di Giacomo nella Spagna non è sostenibile. Essa è anche molto tardiva; la letteratura spagnola dal quinto all’ottavo secolo, ch’è pur così abbondante, tace assolutamente sul viaggio di Giacomo in Spagna; un passo invece della lettera dell’Apostolo Paolo ai Romani fa capire che in quel tempo, verso l’anno 58, la Spagna non era ancora una terra dischiusa al Cristianesimo: « Spero, quando andrò in Spagna, di vedervi nel viaggio e di esservi condotto da voi》 3°. Diversa è la questione del trasporto delle reliquie di Giacomo a Compostella. L’anno 1884 il Papa Leone XIII riconobbe la loro autenticità. Nella Chiesa antica la festa di Giacomo Maggiore — un’altra sentenza ritiene che si tratti di Giacomo Minore — fu celebrata, con quella di Pietro e Giovanni, il 27 dicembre, come festa che faceva corteggio a quella del Natale; il giorno della festa attuale, il 25 luglio, dev’essere il giorno del trasporto delle reliquie. Nell’uso del popolo è considerato come giorno della sorte, come giorno delle prime mele e giorno di fortuna per la messe — « giorno di Giacomo nella raccolta, giorno di Giacomo nella mietitura » —; sui monti è pure il giorno di cambiamento della servitù e giorno festivo per i pastori. – Dal secolo decimosecondo in poi Giacomo è rappresentato quasi sempre come pellegrino, con la conchiglia, la tasca e il bordone del pellegrino. Tutto questo un senso profondo, anche se la leggenda del suo viaggio nella Spagna lontana sia priva d’ogni fondamento storico: Giacomo è il primo Apostolo, che è pellegrinato presso il Signore, in patria, ed è divenuto il primo « nella gloria del Signore », perchè per primo ne ha bevuto « il calice ». Noi pellegriniamo lontani dal Signore, perchè quaggiù non abbiamo una stabile dimora, ma cerchiamo quella avvenire; se, come Giacomo, beviamo i nostri « calici », anche noi un giorno perverremo stanchi, ma felici e maturi nella lontana terra natale. « Sii dunque con noi, o Signore, giacchè te ne supplichiamo, e fa che il viaggio dei tuoi servi trascorra favorevolmente nella tua salvezza, affinché in tutte le vicende di questa via e di questa vita trovino continuamente presso di Te protezione e aiuto ». Ce lo concedi per l’intercession del tuo santo pellegrino e Apostolo Giacomo. Amen.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (5)

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (5)

FRANCESCO OLGIATI,

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA.

Soc. ed. Vita e Pensiero, XIV ed., Milano – 1956.

Imprim. In curia Arch. Med. Dic. 1956- + J. Schiavini Vic. Gen.

Capitolo secondo (2)

L’ATTIVITA’ MORALE

II. L’AZIONE BUONA

Si narra che, sulla tomba di un povero sciagurato, i parenti volevano porre una lapide con questa iscrizione: « Il male lo fece bene: ed il bene lo fece male ». Almeno la seconda parte di una iscrizione tanto feroce potremmo dedicarla spesso a noi ed alle azioni che reputiamo « buone ». Non basta che un atto nel suo oggetto e nelle sue circostanze sia secondo ragione; occorre anche che sia compiuto con un fine buono. È certo secondo la ragione partecipare generosamente ad una sottoscrizione in occasione d’un terremoto o d’una sciagura; ma se il donatore compie il suo gesto solo per poter ottenere una onorificenza da tanto tempo agognata e mai raggiunta, non fa un’azione buona: la sua non è generosità; è dell’egoismo puro e ributtante. Cosi ancora: è buona cosa in sè la preghiera; ma se essa si riducesse ad un puro movimento delle labbra, senza nessuno sforzo d’attenzione, non sarebbe preghiera se non di nome. In altre parole: dopo d’aver visto l’atto morale dal punto di vista oggettivo, dobbiamo ora analizzarlo dal punto di vista soggettivo, secondo l’intenzione e l’animo che ispira l’azione; ossia, come usano dire i filosofi, dopo la materia occorre scrutare la forma dell’atto, che costituisce insieme con la prima un unico tutto, come il corpo e l’anima in noi. Evidentemente, ciò che più importa nell’atto è l’anima, o l’intenzione del fine, che, come proprio oggetto della volontà, dà la forma all’azione morale; cosicchè, se l’atto fosse in sè materialmente cattivo, ma chi lo compie, in buona fede, lo ritenesse buono, non vi sarebbe colpa. Quando, ad esempio, san Crispino, se è vero ciò che di lui si narra, rubava il cuoio ai ricchi per far scarpe per i poveri, la sua azione era oggettivamente cattiva, ma soggettivamente buona, supposto che egli incolpevolmente ritenesse lecito il suo modo di procedere: e se una persona giudicasse erroneamente che un atto buono è peccato e lo facesse, sarebbe colpevole dinanzi a Dio. – Diciamo, dunque, una parola sull’anima dell’azione, ossia sul fine. In questo sta la nostra grandezza, ma anche la nostra responsabilità. È la libertà di scegliere fra il bene ed il male, è l’intenzione che è in nostro potere, ciò che conferisce un valore morale alla nostra attività. Un orologio che si guasta, una tegola che cade, un’inondazione non sono un bene o un male morale, né li definiamo con l’appellativo di cosa buona e di cattiva. Noi, invece, siamo buoni o cattivi, perché siamo i padroni dei nostri atti. Dio ci ha creati liberi, perché vuole che con la nostra volontaria adesione decidiamo di amarlo. Per questo, se è bello il canto degli uccelli, più bello è il canto delle anime virtuose che amano Dio. Lo sappiamo: dopo il peccato originale, una tale volontà buona è spesso ardua e difficile. Il primo disordine fu la fonte degli altri disordini, come avviene a colui al quale si abbuia la ragione e che continua a pronunciare parole sconnesse. Tale, purtroppo, è la storia dell’umanità: invece della subordinazione a Dio, al « Bene dei beni », come dice sant’Agostino, alla Ragione suprema, in una parola all’Amore divino, abbiamo il disordine, la irrazionalità, la ribellione all’Amore infinito. E non solo si sbaglia facendo il male, ma possiamo in due modi sciupare ciò che è bene in sè e non arrivare all’altezza dell’atto morale; o compiendo il bene con un’intenzione non buona, che lo guasta, oppure limitandoci a porre un’azione buona materialmente, meccanicamente, per pura abitudine, senza darle un fremito di vita.

1. – Il bene per il bene.

Innanzi tutto, perché si abbia un’azione normalmente buona, occorre voler fare il bene per il bene. E’ questa l’espressione precisa di san Tommaso, il quale non esita a dichiarare che « affinché la volontà sia buona, si richiede che voglia il bene e lo voglia per il bene. — Ad hoc quod voluntas sit bona, requiritur quod velit bonum et propter bonum (I, II, q. 19, a. 7 ad 3) ». Non basta, cioè, ad esempio, sfamare un povero o fare il proprio dovere, ma è necessario fare questo con un fine buono. Se aiutassi l’indigente per un motivo volgare, o se osservassi il mio dovere solo per farmi vedere dal superiore o dal padrone, io avrei compiuto un’azione che in sè è buona, ma ha un’anima ispiratrice che la guasta. E’ per questa ragione inoltre che il Vangelo ci intima di non giudicare mai gli altri: per giudicare un’azione non basta limitarsi alla superficie di essa, alle apparenze esteriori, ma bisogna scendere nella coscienza di chi la compie; e siccome solo Dio intuisce i cuori, soltanto Lui può valutare il valore morale di un atto. In altri termini, il bene perfetto — come abbiamo mostrato — è ciò che è voluto dall’Amore di Dio, è ciò che è richiesto dalla sua volontà d’amore; e noi, per fare una azione buona, dobbiamo non solo volere e fare ciò che Dio vuole ed ama, ma volerlo e farlo per amore di Dio, ossia per amore del Bene sommo. L’ascetica cristiana inculca caldamente il pensiero della presenza di Dio e la preghiera, appunto perché in tal modo riesce più facile il bene fatto per amor suo. Quando non le labbra, ma la vita intera d’un Francesco d’Assisi grida: Deus meus et omnia, o quando un Ignazio di Loyola ad ogni momento si propone di tutto fare alla maggior gloria di Dio, si evita il pericolo di sciupare il bene con un’intenzione ispiratrice non nobile ed alta. -:Nulla di più opposto al Cristianesimo di un’attività materialmente buona, ma viziata da un’anima malvagia. Il fariseismo è ciò che più dispiaceva a Gesù e quando noi scorriamo il Vangelo di san Matteo e leggiamo le fiere ed inesorabili condanne dei « sepolcri imbiancati », comprendiamo come il Maestro divino non può gradire un’azione che in apparenza sia bella come il marmo bianco d’un monumento, ma intimamente racchiuda il cadavere e la putrefazione di mire egoistiche. Si può digiunare e distribuire elemosine; si possono moltiplicare abluzioni e purificazioni; si può osservare un rigorismo esteriore perfetto; ma se tutte queste pratiche non sono vivificate dall’amore di Dio, ma da un fine ignobile, Cristo condanna con una terribile ed espressiva parola; « Ipocrita ». È la sincerità che Egli vuole. La morale dell’amore non può appagarsi di una bugiarda manifestazione esteriore, ma chiede ed esige il cuore, ossia la rettitudine d’intenzione.

2. spiritualizziamoci

In secondo luogo, c’è un altro pericolo da evitare. Composti di spirito e di materia, noi dobbiamo continuamente vincere l’accidia e sforzarci di volare in alto. La materia ci trascina al basso, come zavorra pesante. Ed è facile la stanchezza, è facile cadere nel precipizio del meccanismo e della materializzazione. La vita morale implica l’attivismo dello spirito e non già passività comoda ed inerte. Non è un vero ammiratore di Dante colui che si accontenta di imparare a memoria tutta la Divina Commedia senza approfondirne le bellezze; così pure, il bene è fatto male da chi lo compie meccanicamente, senza rinnovarsi ad ogni istante, senza suscitare in sé le energie che gli dànno un soffio di vita spirituale. Questo sforzo vigile dello spirito nostro è più che mai necessario per frenare le nostre passioni. Se esse non fossero dominate, ci trascinerebbero al precipizio, simili all’acqua impetuosa, che, invece d’essere incanalata nel letto d’un torrente, dilaga nei campi e tutto sommerge. Ma come quell’acqua, sapientemente utilizzata, può essere sorgente di forza elettrica, di luce e di calore per intere città, così le passioni nostre, ben indirizzate, costituiscono un potente aiuto. Anche un focoso destriero, esclama il Cathrein, guidato a dovere, serve a farci percorrere, nel più breve tempo possibile, il massimo spazio; non frenato, ci conduce a perdizione. « Un uomo apatico non è atto a nulla di grande e non riuscirà ad elevarsi al di sopra di una ben calcolata mediocrità. Anche nel puro lavoro intellettuale l’uomo dev’essere sostenuto da una certa misura di passione, se vuol compiere qualcosa di bello. Chi si dà allo studio con entusiasmo, lavora più energicamente e con maggiore costanza, e la sua intelligenza si fa più pronta ed acuta. Questo si verifica in ogni campo. Quante volte l’uomo apparisce, tutt’ad un tratto, quasi trasformato, se lo dominano potenti passioni! Allora diviene più geniale, più ricco d’idee, più eloquente ». Infelice colui che procede per moto d’inerzia e per mera abitudine! Certo: dobbiamo distinguere due generi d’abitudine. C’è un’abitudine che dice ripetizione amorfa e senza vita; e c’è l’abitudine che è prontezza, facilità, e agilità. Quest’ultima viene dall’abito acquisito di fare il bene. Sulla tomba di san Paolo, a Roma, si leggono le parole di una sua lettera ai fedeli di Filippi: « La mia vita è Cristo. Mihi vivere Christus est ». Non era Paolo che viveva; era il Cristo che viveva in Paolo: Io vivo, scriveva egli un giorno ai Galati, ma non sono io che vivo; è Cristo che vive in me ». Da questo programma bisogna prendere le mosse, se si vuol abbracciare con un’occhiata la differenza tra l’azione morale umana e l’azione morale cristiana, tra l’attività naturale e l’attività soprannaturale, tra l’uomo onesto e il discepolo di Gesù. Come già vedemmo nel Sillabario del Cristianesimo, noi possiamo vivere la vita in tre modi: da bruti, da uomini, da Cristiani. Possiamo, cioè, orientarci o verso la materializzazione e l’abbrutimento, calpestando la legge morale; o verso la spiritualizzazione, ispirata da un sistema filosofico e da un’etica puramente umana: ovvero verso la elevazione soprannaturale della vita umana. È quest’ultimo punto che occorre approfondire, alla luce del dogma, che ci insegna il mistero della nostra divinizzazione e dell’incorporazione nostra a Cristo. – Sarò elementarmente chiaro in questo capitolo, perché so benissimo che esso rivelerà un’idea sconosciuta a moltissimi lettori, che pur si ritengono credenti e non conoscono le basi del Cristianesimo. Mi si segua con attento raccoglimento, perché è un’enormità che il Cristiano non sappia qual è la caratteristica propria della sua attività e la fisionomia speciale della sua vita. La ignoranza religiosa dei nostri tempi è qualcosa, non dico di spaventoso, ma di mostruoso.

1. – L’incorporazione a Cristo.

Era la sera dell’Amore divino. Poche ore prima di una acerbissima passione, quale solo l’eccesso dell’amore per gli uomini poteva suggerire, Gesù istituì il Sacramento dell’Eucaristia,nvale a dire il Sacramento dell’amore. Poi, in termini espliciti, riprendendo un pensiero già altre volte insegnato nella sua predicazione, manifestò ai dodici la verità consolante della nostra incorporazione in Lui. « Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non può da sè dar frutto, se non rimane nella vite, così nemmeno voi, se non rimanete in me. Io sono la vite; voi i tralci. Se uno rimane in me, ed io in lui, questo porta molto frutto, perchè senza di me non potete far niente. Chi non rimarrà innme, sarà gettato via, a guisa di tralcio che si secca, si raccoglie e si butta sul fuoco ove brucia ». Il Cristiano, dunque, non deve considerarsi come una persona avulsa o separata da Cristo e dagli altri credenti. Comeni vari tralci sono uniti fra loro e con la vite, così i discepoli di Cristo costituiscono un unico tutto tra di loro e col loro Capo adorato. Tale unione tra i fratelli e con Dio, Gesù proseguì a spiegarla, soggiungendo: « Il comandamento mio è questo, che vi amiate scambievolmente, come io ho amato voi »; e poi si rivolse con una ineffabile preghiera al Padre, chiedendo che i suoi seguaci fossero tutti una cosa sola, come Egli ed il Padre erano un solo Dio nell’unità dell’Amore sostanziale, vale a dire dello Spirito Santo: « Padre, custodisci nel Nome tuo quelli che mi hai dato, acciò siano uno, come noi… Né soltanto prego per questi (Apostoli), ma anche per quelli i quali per la loro parola crederanno in me; che siano tutti uno, come tu sei in me, Padre, ed Io in te: siano anch’essi uno in noi ». San Paolo non fece altro, se non commentare simili parole rivelatrici e spiegarle con molteplicità di paragoni. Nella lettera ai Cristiani di Roma enunciò il dogma della nostra unione a Cristo, con la similitudine dell’innesto: « Noi siamo stati innestati in Cristo » e partecipiamo perciò della sua linfa, della sua vita divina; e con Cristo formiamo l’unica grande pianta della Chiesa, che si svolgerà sino alla fine del mondo e durerà immortale. Nella lettera ai fedeli di Corinto volle ricorrere al paragone del corpo umano: a Pur essendo molti, noi siamo un sol corpo ». 《 Come il corpo è uno ed ha molte membra, e come tutte le membra del corpo, benché siano molte, non formano che un unico corpo, così è anche di Cristo ». Noi tutti abbiamo ricevuto il Battesimo per formare un corpo unico… Voi siete il corpo di Cristo e membra di questo corpo ». Ognuno di noi, continuava l’Apostolo, non deve mai profanare se stesso, perché profanerebbe Cristo. E tutto l’intento della sua predicazione era di infondere negli animi questa idea dominante (che oggi esula dalla mente di moltissimi Cristiani); noi dobbiamo sentirci uniti a Cristo; siamo incorporati a Lui: non viviamo la vita nostra, ma la Sua. Il braccio è bensì braccio ed ha la sua attività, ma non dev’essere riguardato come avulso dall’organismo, poiché vive della vita dell’organismo; così noi: abbiamo, sì, la nostra attività umana, ma essa è elevata, potenziata, soprannaturalizzata da Cristo, il Capo del grande organismo che è la sua Chiesa. – Nella lettera ai credenti di Efeso san Paolo ha insistito su quest’ultimo concetto: Dio ha dato Cristo come capo alla Chiesa, la quale è il suo corpo ed il suo compimento, e tutti sono uniti in Cristo, in un corpo unico. Non contento di questo, prese l’altra immagine, dell’edificio, e soggiunse che Cristo è la pietra angolare: « In Lui sorge un edificio bene ordinato per formare un tempio santo nel Signore ». Se noi non giungiamo a questa convinzione, se ci riguardiamo come individui egoisticamente divisi, come atomi separati da Cristo, se la nostra attività è considerata solo come nostra e non come la vita di Cristo in noi, che cooperiamo con Lui, come il braccio coopera alla vita unica dell’organismo, noi potremo arrivare alla morale umana, ma non concepiremo mai cos’è la morale cristiana. È un errore del protestantesimo — essenzialmente individualistico e, di conseguenza, negazione assoluta del Cristianesimo, che è organismo sociale — quello di immaginare la giustificazione nostra come una attribuzione giuridica dei meriti di Cristo a noi. No, osserva egregiamente il P. Plus nel suo aureo volumetto: In Cristo Gesù: « Per salvarci, nostro Signore non si è sostituito a noi, lasciandoci separati da Lui. Egli ci ha fatti solidali con Lui, unendosi intimamente e vitalmente a noi, tanto che, ormai, quando il Padre guarda un redento, lo vede come qualche cosa di Gesù e quando guarda Gesù, lo scorge, con tutti i redenti innestati in Lui », incorporati a Lui, congiunti con Lui. È vero: non si tratta d’una unione fisica, come avviene fra le parti d’un corpo; e nemmeno d’un’unione puramente morale, come fra i membri d’una famiglia; ma non si tratta neppure d’una unione esclusivamente giuridica e di una attribuzione esterna di meriti. Con Cristo noi siamo realmente e misticamente uniti. – La vera realtà non è solo il Cristo storico che è nato a Betlemme ed è morto sul Calvario; è anche il Cristo mistico, ossia il Gesù che si è incarnato, che è nato, ha vissuto a questo mondo e via dicendo, e che ci unisce tutti a sé nel grande corpo che è la Chiesa militante, purgante e trionfante, — che non è lontano da ognuno di noi, ma vive in noi con la sua grazia divinizzante, con la sua vita divina. Noi conosciamo per rivelazione questo fatto; non sappiamo oggi — perché in ciò sta il mistero — spiegare come si verifica il fatto, a somiglianza di molti fenomeni naturali, che sappiamo essere reali, ma non riusciamo a scorgere la intima spiegazione. Ma non dobbiamo mai dimenticare una simile dolce e consolante verità, come non la scordavano mai i Padri nei primi secoli del Cristianesimo. Tutti i loro discorsi si ispiravano a questo supremo concetto, che mirava ad infondere in tutti la persuasione che il Cristiano è un altro Gesù Cristo: Christianus alter Christus; che i credenti sono piccoli Gesù in fiore, per dirla con sant’Ambrogio: Christi florentes; che noi non solo siamo di Cristo, ma siamo Cristo, come inculcava Agostino: Christi sumus et Christus sumus; Cristo ci ha incorporati a sé, perché in Lui fossimo Cristo: corporans nos sibi, ut in illo Christus essemus. Non sgraniamo, dunque, più gli occhi, quando negli Atti dei martiri ad ogni passo leggiamo frasi come queste: « Il corpo intero era tutto una piaga: ma Cristo che soffriva in lui dimostrava che nulla può incutere timore, quando v’è l’amore del Padre ». Finiamola una buona volta di celebrare, ad esempio, un centenario di Bossuet, con articolucci e con pubblicazioni vuote, che lasciano sfuggire questa grande idea, presente come soffio possente in ogni opera o discorso di quel grande oratore. Non stupiamoci se « l’Apostolo del Verbo Incarnato », il cardinale De Bérulle, quando incontrava un fanciullo che col suo stesso candore lo assicurava della vita di Cristo nell’anima innocente, gli prendeva la piccola mano, e accompagnandola, si faceva dare una benedizione, che egli riteneva non benedizione d’un bimbo,nma quella di Gesù vivente in lui. Non stupiamoci se nelle Mémoirs dell’Olier noi leggiamo che il padre de Condren —il grande e santo Oratoriano — « non era che un’apparenza ed una scorza di ciò che realmente era, perché « era piuttosto Gesù Cristo che viveva nel padre de Condren, che non il padre de Condren che vivesse in se stesso. Egli era come un’Ostia dei nostri altari; al di fuori, si vedono le apparenze del pane, ma, di dentro, è Gesù Cristo. Così avveniva anche per questo gran servo di nostro Signore tanto amato da Dio ». – Con tale idea tutto capiremo. Comprenderemo cosa significa la nostra elevazione allo stato soprannaturale e la grazia santificante, perchè, uniti a Cristo, la nostra vita è elevata, santificata e divinizzata. Comprenderemo il dogma della Chiesa e della Comunione dei Santi, ossia l’unione di tutti i fedeli con Cristo e fra di loro, in uno scambio mutuo ed in un mutuo influsso di vita soprannaturale. Comprenderemo il perchè della rivelazione del mistero della Trinità, in quanto diveniamo figli adottivi di Dio per la nostra unione a Cristo, figlio naturale del Padre: ed allora il Figlio, che è non solo se stesso, ma l’unione di tutti i figli, ci unisce al Padre nell’amore dello Spirito Santo. Comprenderemo l’importanza del Battesimo, il sacramento che ci incorpora a Cristo e ci innesta in Lui, per esprimerci con san Paolo, e non stimeremo più pazzo il missionario, che reputa compensati tutti i suoi sacrifici anche per un semplice battesimo, amministrato ad un bimbo pagano morente. Comprenderemo la Confessione, che, quando il peccato ci rende membra morte nel corpo di Cristo, ci ritorna la vita e la partecipazione ai meriti del Salvatore. Capiremo il vero culto alla Vergine e ai Santi, e lo concepiremo come un omaggio allo stesso Gesù, poiché i grappoli ed i pampini li lodiamo e li ammiriamo in relazione alla vite: chi onora il frutto, dà lode alla pianta, che l’ha prodotta: ben lungi dall’essere la nostra devozione alla Madonna od ai Santi un atto di idolatria, è un atto di amore a Gesù Cristo Dio. Ameremo soprattutto l’Eucaristia, mediante la quale Gesù Cristo si unisce sacramentalmente a noi, per intensificare sempre più in noi la sua vita divina, in quanto nell’ora soave della Comunione, noi e Lui, come dice Cirillo di Gerusalemme, siamo due cere fuse, gettate l’una sull’altra e compenetrantisi totalmente. E, quando assisteremo alla Messa, non ci lascerà più indifferente il gesto del Sacerdote, che nel calice infonde col vino da consacrarsi alcune gocce d’acqua: quelle gocce rappresentano noi stessi, che, uniti a Gesù, siamo da Gesù trasformati e diventiamo consorti della divinità di Colui che della nostra povera umanità si è degnato divenire partecipe. Com’è bello il Cristianesimo, quando è conosciuto e vissuto! Perché mai saremo così stolti, da dedicare tutto il nostro tempo alle verità umane e trascureremo la verità e la vita divina?

2. – L’azione cristianamente buona.

Vediamo ora l’applicazione pratica, le conseguenze necessarie del dogma nella vita morale. « Noi, scrive il card. De Bérulle, facciamo dunque parte di Gesù ed Egli è il nostro tutto. Il nostro bene è di essere in Lui, d’essere suoi, d’essere, di vivere e d’agire per mezzo suo, come il tralcio è e attinge vita e frutti dalla vite ». Il nostro io si sente incompleto ed imperfetto; ma non deve volgersi alle piccole cose o ai piccoli uomini per avere il suo complemento e la sua perfezione, ma a Cristo. Egli dev’essere « lo spirito del nostro spirito, la vita della nostra vita, la pienezza della nostra capacità… Di conseguenza, noi non dobbiamo agire se non come uniti a Lui, da Lui diretti, attingendo forza da Lui, per pensare, parlare, operare. Come meravigliosamente descrive san Giovanni Eudes nel suo libro: Le Royaume de Jésus, la vita cristiana non è altro se non la continuazione ed il compimento in ciascuno di noi della vita di Gesù, di modo che Gesù viva nelle sue membra. Ecco, del resto, la grande idea madre del sublime volumetto: De imitatione Christi: noi dobbiamo imitare Gesù Cristo divino; far nostri i suoi pensieri, le sue vedute, i suoi affetti, la sua volontà. Egli è l’esemplare che dobbiamo ricopiare; e, si noti bene, non è un modello fuori di noi, che dobbiamo guardare da lungi, per ritrarlo; per null’affatto; è unito a noi, ed è per questo che i « Cristiani », soggiunge san Giovanni Eudes, essendo suoi membri, fanno le sue veci sulla terra, rappresentano la sua persona e quindi debbono fare tutto quello che fanno… come Egli lo farebbe ». Agire cristianamente è agire con Gesù Cristo e secondo Gesù Cristo, con le medesime sue disposizioni, con le stesse sue intenzioni, col suo « spirito ». Dobbiamo armonizzare la nostra vita con la sua; i giudizi su noi, sulle cose e sugli avvenimenti coi suoi giudizi; i nostri sentimenti, i nostri discorsi, i nostri atti coi suoi. – Perchè, quindi, un’azione sia cristianamente buona, si richiede: che sia un atto morale, perchè altrimenti non sarebbe compiuto secondo lo spirito di Cristo e di conseguenza, che sia secondo la retta ragione, nel suo oggetto, nelle circostanze, nella intenzione e nel fine. Nulla v’è nell’atto naturalmente onesto che venga ripudiato dal Cristiano o che non occorra al Cristiano. Il soprannaturale non distrugge la natura, ma la suppone sempre; altrimenti che cosa verrebbe elevato e divinizzato?

2° che colui che agisce sia unito a Cristo con la grazia, sia, quindi, battezzato, almeno col battesimo di desiderio, e sia senza peccati mortali, perché altrimenti l’attività buona, pur restando umanamente buona, non sarebbe divinamente elevata e potenziata. Una grande differenza, dunque, esiste tra il galantuomo e il Cristiano, tra la virtù filosofica e la virtù cristiana, nella quale, essenzialmente, consiste la santità, perché — osserviamolo subito — la santità non sta nel far miracoli o nell’aver delle visioni, bensì nel santificare la nostra attività con la grazia di Cristo:

I) Per l’atto umanamente buono basta la luce e la guida della ragione; per l’atto cristianamente buono occorre anche la rivelazione, che ci porti la dolce novella dell’elevazione nostra allo stato soprannaturale. Nel primo caso potrebbe bastare la filosofia; nel secondo caso si richiede anche la fede, perché come mai si potrebbe concepire la morale cristiana, prescindendo dal dogma e dalla cognizione del fine soprannaturale, al quale dirigiamo le nostre azioni?

II) L’atto umanamente buono ha come principio il nostro io, le forze morali della nostra natura, sia pure confortate dall’assistenza e dall’aiuto del Creatore. L’azione cristianamente buona, invece, ha come principio il nostro io, divinizzato, per così dire, dalla grazia santificante; sono io che agisco, ma non sono solo; col mio piccolo io umano è Gesù Cristo che agisce in me, in quanto, unito a Lui, io agisco con Lui e per Lui.

III) L’atto che è solo umanamente buono è fatto per il bene, e non per un bene astratto, ma per amore naturale, almeno implicito, di Colui che è il « Bene dei beni », Dio. – L’atto cristianamente buono è fatto per Dio, nostro fine soprannaturale e per Gesù Cristo: uniti per la grazia con Lui, agiamo per amore del Padre, nel soffio vivificante dello Spirito Santo.

IV) L’atto onesto non può avere ricompense se non di ordine naturale. L’atto cristiano, compiuto in grazia, diventa meritorio di vita eterna ed ha come premio una felicità soprannaturale, della quale in seguito parleremo. Se ogni atto cristianamente buono è anche onesto, non ogni atto onesto è anche cristiano. E si capisce anche come tutte le virtù umane si possano e si debbano trovare nel credente; ma come altresì vi siano virtù cristiane, che non sarebbe possibile trovare in un ipotetico uomo puramente onesto. Ad esempio, la fede, la speranza e la carità soprannaturale, le virtù infuse ed i doni dello Spirito Santo solo li possiamo avere in chi crede a Cristo, alla unione con Lui, alla sua rivelazione.

3. – L’azione cristiana e l’amore

Svilupperemo in seguito il concetto che la morale cristiana è la morale dell’Amore. Ma già fin da questo momento possiamo intravvedere la profondità dell’insegnamento di san Paolo, quando nella lettera a quelli di Colossi raccomandava: « Sopra ogni cosa abbiate l’Amore, che è il vincolo della perfezione ». Nel Cristianesimo, infatti, la morale consiste essenzialmente nell’amore dei figli, uniti in Cristo, al Padre ed ai fratelli. È la grazia, è il dono dell’amore infinito di Dio per noi che ci divinizza; è il nostro amore per il Padre, in Cristo Gesù, che ci spinge ad agire moralmente. Amore di Dio per noi, da un lato, e amore nostro per Dio, dall’altro, sono i due elementi che concorrono nell’attività cristianamente buona. Il divino e l’umano si uniscono a formare un unico tutto, quantunque, per i bisogni dell’analisi, noi possiamo scrutare distintamente i due elementi della sintesi. – Quando, perciò, si parla di scuola ignaziana, di scuola oratoriana, e via dicendo, non si deve ritenere che si tratti di correnti opposte; finiamola di creare opposizioni inesistenti fra il cosiddetto Seneca cristiano, il p. Rodriguez, e un san Francesco di Sales! Secondo le necessità dei tempi, i pensatori sacri lumeggiano l’uno o l’altro dei due elementi dell’azione cristiana. Quando Pelagio tende al naturalismo o nega il soprannaturale, sant’Agostino svolge l’idea della grazia. Quando Lutero e Calvino negano il libero arbitrio e riducono l’atto morale alla sola imputazione estrinseca della grazia di Cristo, Ignazio di Loyola, seguito dal grande autore della Perfezione cristiana e da un teologo come il Molina, insiste sulla formazione della nostra volontà e sulla cooperazione nostra con l’aiuto divino. Quando, in seguito all’Umanesimo, il naturalismo cerca di prevalere, avremo la splendida fioritura dovuta al card. de Bérulle, a san Giovanni Eudes, al de Condren, all’Olier, a Grignion de Montfort, a Bossuet, a san Francesco di Sales, a san Vincenzo de’ Paoli, che sottolineeranno la vita di Gesù nelle anime cristiane, l’influsso divino nelle nostre azioni, il dovere che « Gesù sia tutto in ogni cosa », nelle parole, nei pensieri e nelle opere. Ma intendiamoci: il benedettino, che col vivo senso liturgico ci ricorda ad ogni istante l’incorporazione nostra a Cristo, col quale preghiamo e viviamo; — l’oratoriano, che con opere immortali insiste sul fatto che il soprannaturale ci bagna da ogni lato e ci penetra sino alle più profonde intimità dell’anima; — il gesuita, che con la meditazione, gli esami di coscienza e gli « Esercizi Spirituali », diventa maestro di energia, non sono in contrasto fra loro. Sant’Ignazio, che negli Esercitia spiritualia esamina in modo speciale l’elemento umano dell’atto morale, non trascura l’altro e nelle Costituzioni insisterà perché l’uomo non dimentichi mai di essere « uno strumento congiunto a Cristo, instrumentum Deo cojunctum »; come, d’altra parte, sant’Agostino e san Giovanni Eudes sono lontani mille miglia dal fare poco conto dell’umana attività, quantunque insistano sulla necessità del soprannaturale. Alcuni illustrano di preferenza l’amor di Dio per noi, gli altri l’amore nostro per Dio; la concretezza dell’atto morale è la sintesi di questi due elementi costitutivi di esso.

4. – Conclusioni

Dice Gesù nel Vangelo di san Giovanni: « Io non sono solo; è con me il Padre ». Ogni Cristiano che combatte le battaglie della vita può ripetere a sé: io non sono solo; è con me Gesù Cristo e con Lui sono con me il Padre e lo Spirito Santo. Alcuni filosofi hanno creduto che Dio e la sua grazia annientassero i valori umani, la volontà nostra, la nostra dignità. Follie! Non solo nulla dev’essere distrutto, eccetto le imperfezioni e le deficienze nostre: ma tutto è innalzato e potenziato. Nella concezione cristiana non abbiamo mai la debolezza dell’isolamento; uniti ai fratelli tutti, alla Chiesa di ieri e di oggi, alla storia passata e presente, uniti soprattutto a Cristo con la grazia santificante e coi suoi doni, sentiamo la forza divinamente grande che ci sospinge, ci sorregge, ci incoraggia; ed è per questo che i Santi hanno compiuto opere, le quali, anche dal punto di vista umano, sono gigantesche: essi agivano forti della potenza di Cristo. Vivere con Lui significa non l’annientamento, non la morte, ma la risurrezione e la vita. « Voi, filosofi, diremo anche noi con Auguste Cochin nel suo volume Espérances chrétiennes, voi non potete comprendere come noi amiamo Cristo e ciò che Egli è per noi. Egli è sempre là dinanzi ai nostri occhi, con la mano in qualche modo sulla nostra spalla, mentre lavoriamo e mentre riposiamo, alla tribuna ed all’ufficio, a tavola o al nostro capezzale. Ogni Cristiano, il quale sappia cosa crede, vive in presenza ed in compagnia di Gesù Cristo. Dopo questo, via via, o visioni di poeti, o divinità ispiratrici, o bellezze affascinanti della vita! Via anche voi, o santi affetti! Né poesia, né passione, né fascino potranno mai eguagliare l’amore reale e tenero, che ci ispira la persona di Cristo Gesù ». Cosa sono in confronto a Lui, tutti i personaggi della storia? Egli solo è il vero Vivente, che vive con noi, in noi, per noi, perché noi possiamo vivere con Lui, in Lui, per Lui.

Riepilogo.

L’attività morale cristiana può essere riguardata:

1) dal punto di vista oggettivo, ossia nella sua materialità esteriore;

2) dal punto di vista soggettivo, ossia nella forma, nel fine dell’azione;

3) nell’elemento soprannaturale che la divinizza.

Occorre, perciò, studiare:

1° il bene in se stesso;

2° l’azione buona;

3° l’azione cristiana.

I. – IL BENE. — Per poter giudicare ciò che in sè è bene e ciò che è male, ossia per conoscere qual è la norma della moralità, giova elaborare tre concetti:

a) Il concetto di essere. Dio è l’Essere supremo e da Lui sgorgano tutti quanti gli esseri, fra loro coordinati e tendenti a Dio, come a un ultimo fine. Questo grande principio della centralità divina è il punto di partenza anche in morale.

b) Il concetto di verità o dell’essere in quanto è conosciuto.

Quando noi, con la vostra ragione, cogliamo l’essere e le relazioni fra gli esseri, abbiamo la verità.

c) Il concetto di bene o dell’essere in quanto è voluto. Quando noi, con la nostra libera attività, agiamo rispettando praticamente la natura degli esseri, come sono da noi conosciuti, ed il loro ordine, abbiamo il bene.

La forma della moralità, di conseguenza, è questa: « Agisci in modo che il tuo atto sia secondo la retta ragione »; rispetta cioè l’Essere ed i rapporti fra gli esseri che la ragione ti manifesta. E’ buona l’azione che segue una tal regola e cattiva l’azione che la calpesta. – Ripensando questi concetti alla luce dell’Amore, si vede che ogni essere creato è un palpito dell’amore di Dio per noi; e così si dica dei rapporti che esistono fra gli esseri e dell’obbligo che abbiamo di agire moralmente. Se Dio è Amore, l’Essere e il Bene coincidono; e l’obbligazione morale è un frutto dell’Amore divino. Dio non amerebbe, se fosse indifferente all’ordine o al disordine, al bene o al male; anzi, non sarebbe più Dio, dato che l’ordine rispecchia la sua volontà.

II. – L’AZIONE BUONA. — Non basta, per avere l’atto morale, che l’azione in sè, oggettivamente considerata, sia un bene; è necessario altresì:

a) che sia compiuta con un fine od un’intenzione buona, ossia occorre che il bene sia fatto per il bene; e siccome il bene, in ultima analisi, è la volontà di Dio ed il suo Amore, per agire moralmente bisogna che noi facciamo il bene per amore di Dio, per amore cioè del Bene supremo;

b) che sia compiuta non meccanicamente, per pura abitudine, per moto d’inerzia. Per l’atto morale occorre l’attivismo dello spirito. Dobbiamo spiritualizzarci continuamente, servendoci dei meccanismi, che sono in sè utilissimi, quando sono mossi e ravvivati da un soffio di vita spirituale.

III. – L’AZIONE CRISTIANA. — L’atto onesto non è ancora l’atto cristiano, il quale implica bensì la nostra attività morale umana, ma la divinizza con la grazia divina. Innestati in Cristo, incorporati a Lui, vivendo una vita soprannaturale che ci permette di dire con san Paolo che Cristo vive in noi, le nostre energie umane sono divinamente sublimate e potenziate. Agire cristianamente è agire secondo la norma del Bene, ma in unione con Cristo, santificati dalla sua grazia, forti della sua forza divina, animati dal suo Spirito, che è lo Spirito Santo, Spirito d’amore.

IL SILLABARIO DELLA MORALE CRISTIANA (6)