TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (38): “LEONE XIII, 1887-1896”

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (38)

HENRICUS DENZINGER

ET QUID FUNDITUS RETRACTAVIT AUXIT ORNAVIT

ADOLFUS SCHÖNMATZER S. J.

ENCHIRIDION SYMBOLORUM DEFINITIONUM ET DECLARATIONUM

De rebus fidei et morum

HERDER – ROMÆ – MCMLXXVI

Imprim.: Barcelona, José M. Guix, obispo auxiliar

(LEONE XIII, 1887- 1896)

Decreto del Sant’Uffizio “Post obitum”, 14 dicembre 1887.

Errori di Antonio ROSMINI-SERBATI

3201. 1 – Nell’ordine delle cose create si manifesta immediatamente all’intelligenza umana qualcosa che sia divino in sé, in quanto appartiene alla natura divina.

3202. 2 – Quando parliamo del divino in natura, con questa parola “divino” non intendiamo un effetto non divino di una causa divina; e non è nostra intenzione parlare di qualcosa che sarebbe divino per partecipazione.

3203. 3 – Nella natura dell’universo, dunque, cioè nelle intelligenze che vi si trovano, c’è qualcosa a cui si addica la denominazione di divino, non in senso figurato, ma in senso letterale. – È una realtà che non si distingue dal resto della realtà divina.

3204. 4 – L’essere indeterminato, che è indubbiamente noto a tutte le intelligenze, è quel divino che si manifesta all’uomo nella natura.

3205. 5 – L’essere, oggetto dell’intuizione umana, è necessariamente qualcosa dell’essere necessario ed eterno, della causa creatrice, determinante e finale di tutti gli esseri contingenti, e questo è Dio.

3206. 6 – Nell’essere che prescinde dalle creature e da Dio, cioè l’essere indeterminato, e in Dio, l’essere che non è indeterminato ma assoluto, l’essenza è la stessa.

3207. 7 – L’essere indeterminato dell’intuizione, l’essere iniziale, è qualcosa del Verbo, che l’intelligenza del Padre distingue dal Verbo non realmente, ma secondo ragione.

3208. 8 – Gli esseri finiti di cui è composto il mondo risultano da due elementi, cioè dal termine finito reale e dall’essere iniziale che conferisce a questo termine la forma dell’essere.

3209. 9 – L’essere che è oggetto di intuizione è l’atto iniziale di tutti gli esseri. – L’essere iniziale è l’inizio sia di ciò che sia conoscibile, sia di ciò che sia sussistente: è anche l’inizio di Dio, come è concepito da noi, e delle creature.

3210. 10 – L’essere virtuale e illimitato è il primo e il più semplice di tutti gli enti, così che ogni altro ente ne è composto, e l’essere virtuale è sempre e necessariamente uno dei suoi componenti. – (L’essere iniziale) è la parte essenziale di tutti gli enti senza eccezione, per quanto possano essere divisi dal pensiero.

3211. 11 – La quiddità (ciò che una cosa è) dell’essere finito non è costituita da ciò che è positivo in esso, ma dai suoi limiti. La quiddità dell’essere infinito è costituita dall’ente, ed è positiva; la quiddità dell’essere finito, invece, è costituita dai limiti dell’ente, ed è negativa.

3212. 12 – La realtà finita non è, ma Dio la fa essere aggiungendo la limitazione alla realtà infinita. – L’essere iniziale diventa l’essenza di tutto l’essere reale. – L’essere che agisce le nature finite, essendo congiunto con esse, è preso da Dio.

3213. 13 – La differenza tra l’essere assoluto e l’essere relativo non è la differenza tra una sostanza e l’altra, ma una differenza molto più grande: l’una è assolutamente l’essere, l’altra assolutamente il non-essere. Ma quest’altro è relativo. Per questo l’essere assoluto e l’essere relativo non sono un’unica sostanza, ma un unico essere; e in questo senso non c’è diversità di essere, ma unità di essere.

3214. 14 – L’essere iniziale, il primo elemento degli esseri finiti, è prodotto dall’astrazione divina; ma la realtà finita, o tutte le realtà di cui è fatto il mondo, è prodotta dall’immaginazione divina.

3215. 15 – La terza operazione dell’essere assoluto nel creare il mondo è la sintesi divina, cioè l’unione dei due elementi, l’essere iniziale, il principio comune di tutti gli esseri finiti, e la realtà finita, o meglio: le varie realtà finite, i diversi termini dello stesso essere iniziale. È attraverso questa unione che si creano gli esseri finiti.

3216. 16 – L’essere iniziale, messo in relazione dall’intelligenza mediante la sintesi divina, non come intelligibile ma come pura essenza, con i termini finiti reali, fa sì che gli esseri finiti esistano soggettivamente e realmente.

3217. 17 – Tutto ciò che Dio fa nel creare è porre l’intero atto dell’esistenza delle creature; questo atto non è quindi propriamente fatto, ma posto.

3218. 18. – L’amore con cui Dio ama se stesso anche nelle creature, e che è la ragione per cui decide di creare, costituisce una necessità morale che, nell’essere più perfetto, produce sempre il suo effetto.

3219. 19 – Il Verbo è quella materia invisibile da cui, come dice Sap 11,18, sono state create tutte le cose dell’universo.

3220. 20 – Non è ripugnante che l’anima si moltiplichi per generazione, in modo da essere concepita come un progresso dall’imperfetto, cioè dal grado sensoriale, al perfetto, cioè al grado intellettivo.

3221. 21 – Quando un essere diventa oggetto di intuizione per il principio sensitivo, per questo solo contatto, per questa sola unione, questo principio, che prima sentiva soltanto e che ora comprende, viene elevato a uno stato più nobile, cambia natura e diventa intelligente, sussistente e immortale.

3222. 22. – Non è impossibile concepire che per potenza divina sia possibile che l’anima intellettiva si separi dal corpo animato e che quest’ultimo continui ad essere animale, perché il principio animale, che prima era in esso come appendice, rimarrebbe in esso come base dell’animale puro.

3223. 23 – Allo stato naturale, l’anima del defunto esiste come se non esistesse; poiché non può riflettere su se stessa, né essere cosciente di sé, si può dire che la sua condizione è simile allo stato di tenebra perpetua e di sonno eterno.

3224. 24 – La forma sostanziale del corpo è piuttosto l’effetto dell’anima e il termine interno della sua operazione: per questo la forma sostanziale del corpo non è l’anima stessa. – L’unione dell’anima e del corpo consiste propriamente nella percezione immediata con cui il soggetto che ha l’intuizione di un’idea afferma il sensibile dopo aver avuto l’intuizione dell’essenza in esso.

3225. 25 – Una volta rivelato il mistero della Trinità, la sua esistenza può essere dimostrata con argomenti puramente speculativi, certo negativi e indiretti, ma comunque tali che con essi questa verità viene ricondotta alle discipline filosofiche e diventa una proposizione scientifica come le altre: perché se fosse negata, la dottrina filosofica della pura ragione non solo rimarrebbe incompleta, ma sarebbe annientata dalle oscurità che sorgerebbero da ogni parte.

3226. 26 – Le tre forme supreme dell’essere, cioè la soggettività, l’oggettività e la santità, o la realtà, l’idealità e la moralità, se le trasferiamo all’essere assoluto, non possono essere concepite altrimenti che come persone sussistenti e viventi, – Il Verbo, come oggetto amato e non come Verbo, cioè oggetto sussistente in sé conosciuto da sé, è la persona dello Spirito Santo.

3227. 27 – Nell’umanità di Cristo, la volontà umana fu talmente rapita dallo Spirito Santo ad aderire all’essere oggettivo, cioè al Verbo, che gli cedette interamente il governo dell’uomo, e che il Verbo assunse questo governo in modo personale unendosi così alla natura umana. Con ciò, la volontà umana ha cessato di essere personale nell’uomo, e mentre è persona negli altri uomini, rimane natura in Cristo.

3228. 28 – Secondo la dottrina cristiana, il Verbo, il carattere e il volto di Dio, è impresso nell’anima di chi riceve con fede il battesimo di Cristo. – Il Verbo, cioè il carattere impresso nell’anima, secondo la dottrina cristiana è l’essere reale (infinito) che si manifesta da sé, e che quindi riconosciamo essere la seconda persona della santissima Trinità.

3229. 29. – Non ci sembra una congettura estranea alla dottrina cattolica, che sola è verità, affermare che nel Sacramento eucaristico la sostanza del pane e del vino diventi la vera carne e il vero sangue di Cristo quando Cristo la fa diventare il termine del suo principio sensibile e la vivifica con la sua vita, quasi nel modo in cui il pane ed il vino sono transustanziati nella nostra carne e nel nostro sangue poiché diventano il termine del nostro principio sensibile.

3230. 30 – Una volta completata la transustanziazione, possiamo pensare che una parte del Corpo glorioso di Cristo sia incorporata a Lui, non separata da Lui e ugualmente gloriosa.

3231. 31 – Nel Sacramento dell’Eucaristia, in virtù delle parole, il Corpo ed il Sangue di Cristo sono presenti solo nella misura che corrisponde alla quantità (a quel tanto) della sostanza del pane e del vino che viene transustanziata: il resto del Corpo di Cristo vi è presente per concomitanza.

3232. 32 – Poiché chi “non mangia la carne del Figlio dell’uomo e non beve il suo sangue non ha vita in sé” (Gv VI,54), e tuttavia chi muore con il Battesimo di acqua, di sangue o di desiderio ottiene con certezza la vita eterna, si deve dire che a chi in questa vita non ha mangiato il corpo di Cristo, questo cibo celeste viene somministrato nella vita futura, nell’istante stesso della morte. – Per questo motivo, quando è sceso agli inferi, Cristo ha potuto comunicarsi anche sotto forma di corpo di Cristo. Pertanto anche i santi dell’Antico Testamento ha comunicato con le specie del pane e del vino per renderli idonei alla visione di Dio.

3233. 33 – Quando i demoni si impossessarono del frutto, pensarono di entrare nell’uomo se ne avessero mangiato; essendo il cibo mutato nel corpo animato dell’uomo, potevano liberamente entrare nell’animalità, cioè nella vita soggettiva di questo essere, e quindi disporne come si erano proposti.

3234. 34. – Per preservare la beata Vergine Maria dal peccato originale, era sufficiente che un minuscolo seme di uomo, forse trascurato dal diavolo, rimanesse incorrotto, e che da questo seme incorrotto, trasmesso di generazione in generazione, nascesse a suo tempo la Vergine Maria.

3235. 35 – Quanto più si presta attenzione all’ordine della giustificazione nell’uomo, tanto più preciso appare il linguaggio della Scrittura secondo cui Dio copre o meno certi peccati. – Secondo il Salmista, (Salmo XXXI,1), c’è differenza tra le iniquità che vengono perdonate e i peccati che vengono coperti: le prime sono colpe presenti e libere; i secondi, invece, sono i peccati non liberi di coloro che appartengono al popolo di Dio e che quindi non ricevono alcun danno.

3236. 36. – L’ordine soprannaturale è costituito dalla manifestazione dell’Essere nella pienezza della sua forma reale; l’effetto della sua comunicazione, o manifestazione, è il sentimento deformato che, a partire da questa vita, costituisce la luce della fede e della grazia, e che, completato nell’altra vita, costituisce la luce della gloria.

3237. 37 – La prima luce che rende l’anima intelligente è l’essere ideale; la seconda prima luce è anch’essa l’essere, non solo ideale, ma sussistente e vivente: questo nasconde la sua personalità e mostra solo la sua oggettività; ma chi vede la seconda (che è il Verbo), anche se come in uno specchio e in un enigma, vede Dio.

3238. 38 – Dio è oggetto della visione beatifica in quanto autore di opere ad extra.

3239. 39 – Le tracce di sapienza e di bontà che risplendono nelle creature sono necessarie a coloro che contemplano (il Cielo); riunite nell’esemplare eterno, sono quella parte di Lui che può essere vista da loro (che è loro accessibile), e costituiscono il soggetto delle lodi che i beati cantano a Dio per tutta l’eternità.

3240. 40 – Dal momento che Dio non può, neppure con la luce della gloria, comunicarsi completamente agli esseri, può solo rivelare e comunicare la sua essenza a coloro che contemplano (in cielo) secondo il modo che è appropriato alle intelligenze finite, cioè Dio si manifesta loro nella misura in cui sia in relazione con loro come loro Creatore, loro Provvidenza, loro Redentore e loro Santificatore.

3241. (Censura confermata dal Sommo Pontefice: (il Sant’Uffizio) ha giudicato che le proposizioni… sono da proscrivere e riprovare nel senso dell’autore, e con questo decreto generale le riprova, le condanna e le proscrive…

Lettera Enciclica “Libertas præstantissimus”, 20 Giu. 1888

Dignità dell’uomo in quanto libero.

3245. La libertà, nobilissimo dono di natura, proprio unicamente di creature dotate d’intelletto e di ragione, attribuisce all’uomo la dignità di essere “in mano del proprio arbitrio” e di essere padrone delle proprie azioni. Tuttavia è molto importante stabilire in che modo tale dignità debba manifestarsi, poiché dall’uso della libertà possono derivare grandi vantaggi ma anche grandi mali. Infatti è facoltà dell’uomo ubbidire alla ragione, seguire il bene morale, tendere direttamente al suo fine ultimo. Ma egli può anche deviare verso tutt’altri scopi e, perseguendo false immagini del bene, può turbare l’ordine prestabilito e precipitare in volontaria rovina.

3246. Nessuno predica più altamente né con più costanza asserisce la Chiesa che tiene per dogma. Né solo questo, ma contraddicendo agli eretici, la Chiesa recepisce il patrocinio della libertà e la rivendica per l’uomo come un grande bene da difendere.

La legge naturale.

3247. Perciò la causa prima della necessità della legge va ricercata, come in radice, nello stesso libero arbitrio dell’uomo, ossia nel fatto che le nostre volontà non siano in disaccordo con la retta ragione. Nulla si potrebbe dire o pensare di più perverso e assurdo che il considerare l’uomo esente da legge in quanto libero per natura: se così fosse, ne conseguirebbe che per essere libero dovrebbe sottrarsi alla ragione; invece è assai evidente che deve sottostare alla legge proprio perché libero per natura. Dunque la legge è guida all’uomo nell’azione, e con premi e castighi lo induce al ben fare e lo allontana dal peccato. Sovrana su tutto: tale è la legge naturale, scritta e scolpita nell’anima di ogni uomo, poiché essa non è altro che l’umana ragione che ci ordina di agire rettamente e ci vieta di peccare. Invero questa norma della ragione umana non può avere forza di legge se non perché è voce ed interprete di una ragione più alta, a cui devono essere soggette la nostra mente e la nostra libertà. La forza della legge infatti consiste nell’imporre doveri e nel sancire diritti; perciò si fonda tutta sull’autorità, ossia sul potere di stabilire i doveri e di fissare i diritti, nonché di sanzionare tali disposizioni con premi e castighi; è chiaro che tutto ciò non potrebbe esistere nell’uomo, se, legislatore sommo di se stesso, prescrivesse a sé la norma delle proprie azioni. Dunque ne consegue che la legge di natura sia la stessa legge eterna, insita in coloro che hanno uso di ragione, e che per essa inclinano all’azione e al fine dovuto: essa è la medesima eterna ragione di Dio creatore e reggitore dell’intero universo.

La legge umana.

3248. Quanto si è detto circa la libertà dei singoli uomini può essere facilmente riferito agli uomini tra loro uniti in civile consorzio. Infatti, ciò che la ragione e la legge naturale operano nei singoli uomini, del pari agisce nella società la legge umana promulgata per il bene comune dei cittadini. Tra le leggi degli uomini alcune riguardano ciò che per natura è bene o male; esse, corredate dalla debita sanzione, insegnano a seguire l’uno e a fuggire l’altro. Ma siffatte disposizioni non traggono origine dalla società umana, poiché come la stessa società non ha generato la natura umana, così del pari non crea il bene che conviene alla natura, né il male che ripugna alla natura; piuttosto precorrono la stessa società civile e sono assolutamente da ricondurre alla legge naturale e perciò alla legge eterna. Dunque i precetti di diritto naturale contenuti nelle leggi umane, non hanno solo la forza di legge umana ma soprattutto comprendono quell’autorità molto più alta e molto più augusta che proviene dalla stessa legge di natura e dalla legge eterna. In questo genere di leggi, il dovere del legislatore civile è comunemente quello di condurre all’obbedienza i cittadini, dopo aver adottato una comune disciplina, reprimendo i malvagi inclini ai vizi, affinché, distolti dal male, perseguano la rettitudine o almeno non siano d’impedimento e danno alla società.  – Invero, altre ordinanze del potere civile non derivano subito e direttamente dal diritto naturale, ma da più lontano e in modo obliquo, e definiscono varie questioni che la natura non ha definito se non in generale e in modo indeterminato. Così la natura comanda che i cittadini contribuiscano alla tranquillità e alla prosperità pubblica: ma quanto, come, in quali occasioni non è stabilito da natura, bensì dalla saggezza degli uomini. Ora, in queste particolari regole di vita suggerite dalla prudenza della ragione e introdotte dal legittimo potere, consiste la legge umana propriamente detta. Questa legge impone a tutti i cittadini di concorrere al fine indicato dalla società e vieta di abbandonarlo; la stessa legge, finché segue dolcemente e consenziente i dettami di natura, conduce alla rettitudine e distoglie dal male. Da quanto detto si comprende che sono tutte riposte nella eterna legge di Dio la norma e la regola della libertà dei singoli individui, non solo, ma anche della comunità e delle relazioni umane.

3249. Dunque nella società umana la libertà nel vero senso della parola, non è riposta nel fare ciò che piace, nel qual caso subentrerebbe il maggior disordine che si risolverebbe nella oppressione della cittadinanza, ma consiste nel vivere agevolmente in virtù di leggi civili ispirate ai dettami della legge eterna. D’altra parte la libertà di coloro che governano non risiede nel poter comandare in modo sconsiderato e capriccioso, il che sarebbe parimenti dannoso e deleterio per lo Stato: per contro, la forza delle leggi umane deve derivare dalla legge eterna e non deve sancire alcuna norma che sia estranea ad essa, fonte del diritto universale.

Libertà di coscienza e tolleranza.

3250. Inoltre si predica assiduamente quella che viene chiamata libertà di coscienza; la quale, se interpretata nel senso che a ciascuno è giustamente lecito, a piacer suo, di venerare o di non onorare Dio, trova la sua smentita negli argomenti svolti in precedenza. Ma può avere anche questo significato: all’uomo è lecito, nel civile consorzio, seguire la volontà e i comandamenti di Dio secondo coscienza e senza impedimento alcuno. Questa vera libertà, degna dei figli di Dio, che assai giustamente tutela la dignità della persona umana, è più forte di qualunque violenza e offesa, ed è sempre desiderata e soprattutto amata dalla Chiesa. Con costanza, gli Apostoli rivendicarono per sé una siffatta libertà…

3251. Tuttavia la Chiesa, con intelligenza materna, considera il grave peso della umana fragilità e non ignora quale sia il corso degli animi e delle vicende da cui è trascinata la nostra età. Per queste ragioni, senza attribuire diritti se non alla verità e alla rettitudine, la Chiesa non vieta che il pubblico potere tolleri qualcosa non conforme alla verità e alla giustizia, o per evitare un male maggiore o per conseguire e preservare un bene. Dio stesso provvidentissimo, infinitamente buono e potente, consentì tuttavia che nel mondo esistesse il male, in parte perché non siano esclusi beni più rilevanti, in parte perché non si conseguano mali maggiori. Nel governo delle nazioni è giusto imitare il Reggitore del mondo: anzi, non potendo l’umana autorità impedire ogni male, deve “concedere e lasciare impunite molte cose che invece sono punite giustamente dalla divina Provvidenza” . Tuttavia, come complemento a quanto detto, se a causa del bene comune e soltanto per questo motivo la legge degli uomini può o anche deve tollerare il male, non può né deve approvarlo o volerlo in quanto tale: infatti il male, essendo di per sé privazione di bene, ripugna al bene comune che il legislatore, per quanto gli è possibile, deve volere e tutelare. E anche in questo caso è necessario che la legge umana si proponga di imitare Dio il quale, nel consentire che il male esista nel mondo “non vuole che il male si faccia, né vuole che il male non si faccia, ma vuole permettere che il male si faccia, e questo è bene” . Questa affermazione del dottore Angelico contiene in sintesi tutta la dottrina sulla tolleranza del male.

3252. Da quanto si è detto consegue che non è assolutamente lecito invocare, difendere, concedere una ibrida libertà di pensiero, di stampa, di parola, d’insegnamento o di culto, come fossero altrettanti diritti che la natura ha attribuito all’uomo. Infatti, se veramente la natura li avesse concessi, sarebbe lecito ricusare il dominio di Dio, e la libertà umana non potrebbe essere limitata da alcuna legge. Ne consegue del pari che queste varie libertà possono essere tollerate se vi sia un giusto motivo, ma entro certi limiti di moderazione, in modo che non degenerino nell’arbitrio e nell’arroganza.

3253. Dove la tirannide opprima o sovrasti in modo tale da sottomettere la cittadinanza con iniqua violenza, o costringa la Chiesa ad essere priva della dovuta libertà, è lecito chiedere una diversa organizzazione dello Stato, in cui siaconcesso agire liberamente; i n questo caso non si rivendica quella smodata e colpevole libertà, ma qualche sollievo a vantaggio di tutti e si agisce così solamente perché non sia impedita la facoltà di comportarsi onestamente là dove si concede licenza al malaffare.

3254. Inoltre, non è vietato preferire un tipo di Stato regolato dalla partecipazione popolare, fatta salva la dottrina cattolica circa l’origine e l’esercizio del pubblico potere. Tra i vari tipi di Stato, purché siano di per se stessi in grado di provvedere al benessere dei cittadini, nessuno è riprovato dalla Chiesa; essa pretende tuttavia ciò che anche la natura comanda: che i singoli Stati si reggano senza recare danno ad alcuno, e soprattutto rispettino i diritti della Chiesa.

3255. La Chiesa non condanna una nazione che voglia essere indipendente dallo straniero o da un tiranno, purché sia salva la giustizia. Infine non rimprovera neppure coloro che propugnano uno Stato retto da proprie leggi, e una cittadinanza dotata della più ampia facoltà di accrescere il proprio benessere.

Res. S. Officio all’Arcivescovo di Cambrai, 14 (19) Ago., 1889.

Craniotomia.

3258. Le scuole cattoliche non possono insegnare con certezza che l’operazione chirurgica chiamata “craniotomia” sia lecita, come è stato dichiarato il 28 maggio 1884, così come qualsiasi altra operazione chirurgica che uccida direttamente il feto o la madre incinta.

Enciclica “Quamquam pluries“, 15 agosto 1889.

Il posto di San Giuseppe nell’economia della salvezza.

3260. Le ragioni e i motivi particolari per cui il Beato Giuseppe è comunemente ritenuto patrono della Chiesa, e che fanno sì che la Chiesa, da parte sua, si aspetti molto dalla sua protezione e dal suo patrocinio, sono il fatto che egli era lo sposo di Maria ed era ritenuto il padre di Gesù Cristo. Da questo derivavano tutta la sua dignità, la sua grazia, la sua santità ed il suo onore. Naturalmente, la dignità della Madre di Dio è così alta che nulla potrebbe essere più grande. Ma poiché tra Giuseppe e la Beata Vergine esisteva il vincolo del matrimonio, non c’è dubbio che più di ogni altro egli si avvicinasse a quella dignità suprema con cui la Madre di Dio supera di gran lunga tutte le nature create. Il Matrimonio è infatti la società e la relazione più intima di tutte, che per sua natura include la reciproca comunità dei beni. Perciò, dando Giuseppe alla Vergine come suo sposo, Dio non le ha certo dato solo un compagno per la vita, un testimone della sua verginità ed un custode del suo onore, ma anche, in virtù del patto matrimoniale stesso, una partecipazione alla sua eminente dignità. Allo stesso modo, egli è eminente tra tutti gli uomini per la sua altissima dignità perché è stato, per volontà divina, il custode del Figlio di Dio, considerato dagli uomini come il padre. Ne consegue che il Verbo di Dio era modestamente sottomesso a Giuseppe, che Egli obbediva alla sua parola e che gli tributava l’onore che i figli debbano tributare ai genitori.

3261. Ma da questa doppia dignità derivavano i doveri che la natura impone ai padri di famiglia, cosicché Giuseppe era il custode oltre che l’amministratore ed il legittimo e naturale difensore della casa divina di cui era il capo. Egli esercitò certamente questi uffici e funzioni per tutta la sua vita mortale. …

3262. Ora, la casa divina, che Giuseppe governava come con l’autorità del padre, conteneva le primizie della Chiesa nascente. Come la Vergine santissima è colei che ha dato alla luce Gesù Cristo, così è la Madre di tutti i Cristiani, che ha partorito sul monte del Calvario in mezzo alle supreme sofferenze del Redentore; e allo stesso modo Gesù Cristo è come il primogenito dei Cristiani, che per adozione e redenzione sono suoi fratelli.

3263. Queste sono le ragioni per cui il beato Patriarca considera particolarmente affidata a lui la moltitudine dei Cristiani di cui si compone la Chiesa, cioè questa immensa famiglia diffusa su tutta la terra sulla quale, in quanto sposo di Maria e padre di Gesù Cristo, possiede per così dire un’autorità paterna. È quindi molto naturale e degno del Beato Giuseppe che, come un tempo provvedeva a tutte le necessità della famiglia di Nazareth e la circondava con la sua protezione, ora copra e protegga la Chiesa di Cristo con il suo celeste patrocinio.

Risposta del Sant’Uffizio al Vescovo di Marsiglia, 30 luglio 1890.

Vino da Messa.

3264. In molte parti della Francia, specialmente nel Sud, il vino bianco usato per il Sacrificio incruento è così debole e senza forza che non può essere conservato a lungo, a meno che non vi si mescoli una certa quantità di spirito di vino (all).

Domande: 1. È consentita tale mistura? 2. E se sì, quanta di questa sostanza esterna può essere aggiunta al vino? 3. Se sì, deve essere spirito estratto dal vino puro o dal frutto della vite?

Risposta (confermata dal Sommo Pontefice il 31 luglio):

A condizione che l’acquavite (alcool) sia estratta dal prodotto della vite, e che la quantità di alcool aggiunta a quella contenuta per natura nel vino in questione non superi la proporzione del dodici per cento, e che la miscela sia fatta quando il vino è ancora giovane, non c’è nulla che impedisca di usare questo vino nel Sacrificio della Messa.

Lettera “pastoralis officii” ai Vescovi della Germania e dell’Austria. – 12 settembre 1890.

Duello.

3272. Le due leggi divine, sia quella che è stata proclamata dalla luce della ragione naturale, sia quella che è stata proclamata dalle Scritture composte sotto l’ispirazione divina, proibiscono formalmente che qualcuno, se non per una causa pubblica, ferisca o uccida un uomo, a meno che non sia costretto a farlo dalla necessità di difendere la propria vita. Ma chi chiede un combattimento privato o, se gli viene offerto, lo accetta, lo fa con lo scopo ed il tentativo, senza essere costretto da alcuna necessità, di strappare la vita all’avversario o almeno di ferirlo. Le due leggi divine vietano anche di esporre sconsideratamente la propria vita di fronte ad un pericolo grave e manifesto, quando nessun motivo di dovere o di carità magnanima inviti a farlo; e questa cieca temerarietà, con disprezzo per la vita, è chiaramente nella natura del duello. Ecco perché non può essere oscurità o dubbio per nessuno che chi si impegna privatamente in un combattimento singolo incorra nel crimine del sangue altrui ed esponga volontariamente la propria vita. Infine, non c’è flagello più contrario alla disciplina della vita sociale e più distruttivo dell’ordine pubblico di questa licenza concessa ai cittadini di farsi, di propria autorità e con le proprie mani, difensori del proprio diritto e vendicatori dell’onore che ritengono offeso.

3273. Anche per coloro che accettano un combattimento che viene loro offerto, la paura non è una scusa sufficiente, quando temono che se si rifiutano di combattere saranno comunemente considerati dei vigliacchi. Infatti, se i doveri degli uomini dovessero essere misurati in base alle false opinioni della folla, e non in base al criterio eterno di ciò che sia giusto e corretto, non ci sarebbe alcuna differenza naturale e genuina tra le azioni oneste e le azioni vergognose. Gli stessi saggi pagani sapevano e insegnavano che l’uomo forte e coraggioso dovrebbe disprezzare i giudizi fuorvianti della folla. Al contrario, è un giusto e santo timore che allontana l’uomo dall’omicidio iniquo, che lo spinge a preoccuparsi della propria vita e di quella dei suoi fratelli. Inoltre, colui che disprezza i vani giudizi della folla, che preferisce subire il colpo dell’insulto piuttosto che essere mai infedele al suo dovere, quest’uomo possiede chiaramente un’anima più grande e più elevata dell’altro che corre alle armi spinto dall’insulto. Per di più, se giudicato correttamente, egli è anche l’unico in cui risplende un solido coraggio, questo coraggio, dico, che è giustamente chiamato virtù, e che è accompagnato da una gloria che non è né fallace né ingannevole. Perché la virtù consiste nel fare il bene secondo ragione, e se non è basata sull’approvazione di Dio, ogni gloria è stolta.

EnciclicaOctobri mense“, 22 settembre 1891.

Maria mediatrice di grazie.

3274. Quando il Figlio eterno di Dio volle, per la redenzione e l’onore dell’uomo, assumere una natura umana ed a tal fine realizzare, per così dire, un’unione mistica con l’intero genere umano, non lo fece prima che la Madre prescelta avesse dato il suo libero consenso; Ella agiva, per così dire, nella persona del genere umano stesso, secondo la famosissima e verissima opinione dell’Aquinate: “Attraverso l’Annunciazione si attendeva il consenso della Vergine in nome dell’intera natura umana”. Per questo è lecito affermare con non minore verità e precisione che nulla di questo immenso tesoro di ogni grazia portato dal Signore – poiché “la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17) – viene distribuito a noi, per volontà di Dio, se non attraverso Maria, così che, come nessuno possa giungere al Padre se non attraverso il Figlio, così, per così dire, nessuno possa giungere a Cristo se non attraverso la Madre….

3275. Dio ce l’ha donata come Colei alla quale, scegliendola come Madre di suo Figlio, abbia ispirato sentimenti veramente materni che non sono altro che amore e perdono; Gesù Cristo ce l’ha mostrata con la sua azione, volendo liberamente essere sottomesso a Maria e obbedirle come un figlio a sua madre. Così l’ha proclamata sulla croce, quando ha affidato l’intero genere umano alle sue cure e alla sua protezione nella persona del discepolo Giovanni (Gv XIX, 26ss; e così si è presentata, quando ha accettato con tutto il cuore l’eredità dell’immenso lavoro lasciato dal Figlio morente, e si è messa subito all’opera per compiere il suo dovere materno verso tutti.

Risposta del Sant’Uffizio all’Arcivescovo di Friburgo, 27 luglio 1892.

Cremazione dei cadaveri.

3276. Domande: 1. È lecito amministrare gli ultimi Sacramenti a fedeli che certamente non appartengano alla setta massonica e non siano guidati dai suoi principi, ma che, mossi da altri motivi, abbiano ordinato che i loro corpi siano bruciati dopo la loro morte, se non vogliono ritirare questo ordine?

3277. 2 È lecito offrire pubblicamente il Sacrificio della Messa, o anche applicarlo privatamente, per i fedeli che senza colpa siano stati bruciati, e anche accettare fondazioni a questo scopo?

3278. 3 È lecito collaborare alla cremazione dei corpi, sia dando ordini o consigli, sia assistendovi, come nel caso di medici, funzionari od operai che prestano il loro servizio in un crematorio? O questo è lecito almeno se viene fatto in caso di necessità e per evitare un grave pericolo?

4. È lecito dare i Sacramenti a coloro che collaborano in questo modo se non vogliono cessare la loro collaborazione o se dichiarino di non poterlo fare?

3279. Risposte: Per 1: Se dopo l’ammonizione rifiutano: no. Per stabilire se ci debba essere o meno un’ammonizione, si devono osservare le regole tramandate da autori collaudati, facendo attenzione soprattutto ad evitare lo scandalo.

Per 2. Per quanto riguarda l’applicazione pubblica della Messa: no. Per quanto riguarda l’applicazione privata: sì.

Per 3. non è mai permesso collaborare formalmente con un ordine od un consiglio. Tuttavia, la cooperazione materiale può essere tollerata di tanto in tanto, purché – 1. la cremazione non sia considerata come un segno di espressione della setta massonica, – 2. non vi sia contenuto nulla che esprima direttamente e unicamente il rifiuto della dottrina cattolica e l’approvazione della setta, e – 3. non sia stabilito che i funzionari e gli operai cattolici siano richiesti o chiamati a questo lavoro per disprezzare la Religione Cattolica. Anche se in questi casi devono essere considerati in buona fede, devono comunque essere sempre esortati a non cercare di collaborare alla cremazione. Per 4 – È stato chiarito in precedenza. E daremo il decreto del 15/12/1886.

Enciclica “Providentissimus Deus“, 18 novembre 1893.

Autorità per l’interpretazione della Sacra Scrittura.

3280. (Nel suo insegnamento, l’insegnante) farà riferimento alla traduzione della Vulgata, a proposito della quale il Concilio di Trento ha decretato che “nelle lezioni pubbliche, nelle discussioni, nella predicazione e nelle spiegazioni” debba essere ritenuta “autentica” (cf. 1506), e che sia raccomandata anche dalla prassi quotidiana della Chiesa. Tuttavia, si terranno in debito conto anche altre traduzioni che l’antichità cristiana abbia riconosciuto ed utilizzato, in particolare i primi manoscritti. Infatti, se il modo in cui la Vulgata esprime il fatto principale rivela chiaramente il significato ebraico e greco, quando qualcosa sia espresso in modo ambiguo, o meno preciso, sarà utile, come consiglia Agostino, “considerare le lingue precedenti”.

3281. .. Il Concilio Vaticano ha ripreso la dottrina dei Padri quando ha rinnovato il decreto del Concilio di Trento sull’interpretazione della Parola divina scritta e ha dichiarato che la sua volontà è che “nelle questioni di fede e di morale che riguardino lo sviluppo della dottrina cristiana, il vero significato della Sacra Scrittura debba essere assunto come quello che è stato ed è tenuto dalla nostra Madre, la Santa Chiesa, il cui compito è quello di giudicare il vero significato e l’interpretazione della Sacra Scrittura …”; e che, di conseguenza, a nessuno sia permesso di interpretare la Sacra Scrittura in modo contrario a questo significato, né all’unanime consenso dei Padri” (cf. 1507, 3007).

3282. Con questa saggia legge, la Chiesa non ostacola od intralcia in alcun modo l’erudizione biblica; al contrario, la protegge dall’errore e contribuisce potentemente al suo vero progresso. Infatti, ogni dottore privato vede aperto davanti a sé un vasto campo in cui, seguendo una direzione sicura, potrà, nel suo lavoro di interpretazione, lottare in modo notevole e con profitto per la Chiesa. Nei passi della Sacra Scrittura che attendono ancora una spiegazione certa e ben definita, può accadere, grazie ad un benevolo disegno della Divina Provvidenza, che il giudizio della Chiesa venga maturato, per così dire, da uno studio preparatorio; ma per i passi già definiti, il dottore privato potrà svolgere un ruolo altrettanto utile, sia spiegandoli in modo più chiaro alla folla dei fedeli o in modo più ingegnoso ai dotti, sia difendendoli con più forza contro gli avversari. …

3283. In altre materie si seguirà l’analogia della fede e si assumerà come norma suprema la Dottrina cattolica ricevuta dall’Autorità della Chiesa. …

3284 I santi Padri, che “dopo gli Apostoli hanno piantato, irrigato, edificato, nutrito e alimentato la santa Chiesa, che attraverso di loro si è sviluppata”, hanno la massima autorità ogni volta che tutti spieghino, in un modo, un testo della Bibbia riguardante la dottrina della fede e dei costumi: il loro accordo infatti sottolinea chiaramente che si tratti di una tradizione proveniente dagli Apostoli, secondo la fede cattolica. … (L’esegeta) non deve però pensare che la strada gli sia preclusa e che non possa, in presenza di una giusta causa, andare oltre nella sua ricerca e nelle sue spiegazioni, purché segua religiosamente il saggio precetto dato da Agostino di non discostarsi in alcun modo dal significato letterale ed evidente, a meno che non vi sia qualche motivo che gli impedisca di aderirvi o che renda necessario abbandonarlo. …

Risposta del Sant’Uffizio al Vescovo di Srinagar (India), 18 luglio 1894.

Battesimo dei figli di genitori infedeli.

3296. Domande (28 agosto 1886): 1 . I figli di infedeli possono essere battezzati se sono in pericolo (di morte), ma non in punto di morte?

2 . Si possono almeno battezzare questi bambini se non ci sia speranza di rivederli?

3. Se si può prudentemente ipotizzare di battezzare i figli di infedeli. E se si può prudentemente supporre che non sopravviveranno ad una malattia di cui sono attualmente affetti e che moriranno prima dell’età della discrezione?

4 . Possiamo battezzare i figli di non credenti che siano in pericolo (di morte) o in punto di morte, di cui dubitiamo che abbiano raggiunto l’età della discrezione e che non ci sia la possibilità di istruirli nelle realtà della fede?

Risposta: Per 1-3: sì; per 4: i missionari cercheranno di istruirli nel miglior modo possibile, altrimenti devono essere battezzati condizionatamente.

Risposta del Sant’Uffizio all’Arcivescovo di Cambrai, 24 luglio 1895.

Aborto.

3298. Spiegazione: Quando il medico Tizio fu chiamato da una donna incinta che versava in gravi condizioni, scoprì che la malattia che la metteva in pericolo di vita non avesse altra causa che la gravidanza stessa, cioè la presenza del feto nell’utero. Gli venne subito in mente che il modo per salvare la madre da una morte certa era quello di indurre un aborto, cioè di rimuovere il feto dall’utero. Questa era la strada che seguiva abitualmente, utilizzando mezzi e operazioni che non erano di per sé direttamente finalizzati all’uccisione del feto nel grembo materno, ma solo a far sì che, se possibile, il feto venisse al mondo vivo, anche se dovesse morire subito perché ancora totalmente immaturo. Ma dopo aver letto ciò che la Santa Sede ha risposto il 19 agosto 1988 all’Arcivescovo di Cambrai, “e cioè che non si possa insegnare con certezza” che un’operazione che uccide direttamente il feto sia lecita, anche se fosse necessaria per salvare la madre, Tizio ha dei dubbi sulla liceità delle operazioni chirurgiche con cui egli stesso ha talvolta indotto un aborto per salvare donne incinte gravemente malate. Domanda: Tizio chiede se possa tranquillamente eseguire di nuovo le suddette operazioni se si ripetono le circostanze di cui sopra.

Risposta (confermata dal Sommo Pontefice il 25 luglio): No, in base ad altri decreti, cioè quelli del 28 maggio 1884 e del 19 agosto 1889.

Risposta del Sant’Uffizio ad un Vescovo del Brasile, 5 agosto 1896.

Vino da messa.

3312. Presentazione … In questa regione l’uva è così debole e acquosa che per ottenere un vino passabile è necessario mescolare al mosto un po’ di zucchero preso da una pianta chiamata nella lingua locale canna de assugar (canna da zucchero). … Avendo letto… la risposta della Santa Romana e Universale Inquisizione del 25 giugno 1891, mi sono sorti alcuni dubbi:

Domanda: Il vino così prodotto può essere usato con sicurezza per il Santo Sacrificio della Messa?

Risposta (confermata dal Sommo Pontefice il 7 agosto): Al posto dello zucchero estratto dalla canna da zucchero, detta in lingua locale canna de assugar, si può aggiungere l’alcool, purché sia tratto dal frutto della vite e la sua quantità, aggiunta a quella che il vino in questione contiene naturalmente, non superi la proporzione del dodici per cento; questa miscela, tuttavia, deve essere fatta quando la cosiddetta fermentazione tumultuosa abbia cominciato a calmarsi.

Risposta del Sant’Uffizio all’Arcivescovo di Tarragona, 5 agosto 1896.

Vino da Messa.

3313. Domanda: 1. Il vino (da esportare), e in particolare il vino dolce, può essere conservato con l’aggiunta di acquavite di vino o di alcool, senza per questo cessare di essere un materiale adatto al Santo Sacrificio della Messa? 2. È lecito, per celebrare il Santo Sacrificio della Messa, usare vino ricavato da mosto che, prima della fermentazione del vino, sia stato concentrato mediante evaporazione sul fuoco?

Risposta (confermata dal Sommo Pontefice il 7 agosto): 1. purché… l’acquavite di vino sia stata estratta dal frutto della vite, e la quantità di alcool da aggiungere, insieme a quella che il vino in questione contiene naturalmente, non superi la proporzione del diciassette o diciotto per cento, e quando la miscela venga fatta quando la cosiddetta fermentazione tumultuosa abbia cominciato a placarsi, nulla impedisce che questo vino venga usato nel Sacrificio della Messa. Per 2. Questo è permesso a condizione che tale decozione non escluda la fermentazione alcolica e che la fermentazione stessa possa essere e sia ottenuta naturalmente.

Lettera “Apostolicae curae et caritatis“, 13 settembre 1896.

Ordinazioni anglicane.

3315. Nel rito di creazione e amministrazione di ogni Sacramento si distingue giustamente tra la parte cerimoniale e la parte essenziale, che siamo soliti chiamare materia e forma. Tutti sanno che i Sacramenti della Nuova Legge, in quanto segni sensibili ed efficaci di una grazia invisibile, devono significare la grazia che producono e produrre la grazia che significano (cf. 1310; 1606). Anche se questo significato deve essere trovato in tutto il rito essenziale, cioè nella materia e nella forma, esso attiene in particolare alla forma, poiché la materia è in parte indeterminata da sé, ed è la forma che la determina. E questo è ancora più evidente nel Sacramento dell’Ordine, dove, quando viene conferito, la materia, come appare in quel luogo, è l’imposizione delle mani; questa, naturalmente, non significa di per sé nulla di definito, ed è usata per alcuni ordini come per la Cresima.

3316. Ora, le parole che vengono usate ancora oggi dagli anglicani come forma propria dell’ordinazione presbiterale, cioè “Ricevi lo Spirito Santo”, sono ben lontane dal significare in modo definito l’ordinazione al sacerdozio o la sua grazia, e il potere che è principalmente il potere di “consacrare e offrire il vero corpo e sangue del Signore” (cf. 1771) in questo Sacrificio, che non è “la semplice commemorazione del sacrificio fatto sulla croce” (cf. 1753). È vero che a questa forma sisno state aggiunte in seguito le parole “per l’ufficio e la carica di presbitero”; ma ciò suggerisce piuttosto che gli anglicani stessi si siano accorti che questa forma precedente fosse difettosa e non adatta alla materia. Ma questa stessa aggiunta, supponendo che potesse dare alla forma il significato richiesto, fu introdotta troppo tardi, poiché era già passato un secolo dall’adozione dell’Ordinale Eduardianum, in quanto, essendosi estinta la gerarchia, non c’era più alcun potere di ordinare. …

3317. (Questo numero è suddiviso in 3 parti: 3317, 3317a, 3317b).

Lo stesso vale per la consacrazione episcopale. Non solo la formula “Ricevi lo Spirito Santo” è stata completata troppo tardi con le parole “per l’ufficio e la carica di vescovo”, ma, come diremo tra poco, anche queste parole devono essere intese diversamente dal rito cattolico. E non ha senso ricorrere alla preghiera del Prefazio Dio Onnipotente, poiché anche da essa sono state tolte le parole che designano il supremo sacerdozio. Naturalmente, non ha senso indagare qui se l’episcopato sia un complemento del sacerdozio o un ordine distinto da esso, o se quando venga conferito per saltum, cioè a un uomo che non è un sacerdote, abbia o meno un effetto. Ma è indubbio, come appare dalla stessa istituzione di Cristo, che (l’episcopato) è veramente parte del Sacramento dell’Ordine, e che è un sacerdozio in grado eminente; infatti, sia nel linguaggio dei Santi Padri che nel nostro uso liturgico, è chiamato il Supremo Sacerdozio, il vertice del sacro ministero. Ne consegue che poiché il Sacramento dell’Ordine e il vero Sacerdozio di Cristo sono stati completamente banditi dal rito anglicano, e di conseguenza nella consacrazione episcopale di quel rito il sacerdozio non venga in alcun modo conferito, nemmeno l’episcopato possa essere in alcun modo realmente e legittimamente conferito, tanto più che tra le funzioni primarie dell’episcopato c’è quella di ordinare i ministri per la Santa Eucaristia e il Sacrificio.

3317a. Per un giusto e pieno apprezzamento dell’Ordinale anglicano, al di là di ciò che sia stato criticato di alcuni suoi passaggi, non c’è nulla di più importante che considerare adeguatamente le circostanze in cui è stato composto e messo pubblicamente in vigore. Sarebbe troppo lungo passarle in rassegna tutte, né è necessario farlo: la storia di quel periodo mostra abbastanza chiaramente quale spirito animasse gli autori dell’Ordinario nei confronti della Chiesa Cattolica, quale sostegno cercassero dalle sette eterodosse e quale obiettivo perseguissero. Conoscendo bene il necessario legame tra fede e culto, tra la regola della fede e la regola della preghiera, essi distorsero in molti modi l’Ordinale della Liturgia in direzione degli errori dei novatori, con il pretesto di ripristinare la sua forma primitiva. Così, in tutto l’Ordinario, non solo non si parla espressamente di Sacrificio, di Consacrazione, di Sacerdozio, di potere di consacrare e di offrire sacrifici; ma anche le minime tracce di queste realtà, che ancora sussistevano nelle preghiere del rito cattolico non del tutto rigettate, sono state soppresse e cancellate con la cura di cui abbiamo parlato sopra.

3317b. Il carattere e lo spirito originario dell’Ordinario, come si dice, appaiono così di loro iniziativa. Ma poiché esso aveva compreso questo difetto fin dall’inizio, e non poteva in alcun modo essere valido per l’ordinazione, non poteva esserlo nemmeno nei tempi successivi, poiché rimaneva com’era. Invano hanno agito coloro che dal tempo di Carlo I si sono sforzati di ammettere qualcosa del Sacrificio e del Sacerdozio, ed hanno fatto un’aggiunta all’Ordinale; e altrettanto invano si sono sforzati alcuni anglicani che si sono riuniti ultimamente, e che pensano che lo stesso Ordinale possa essere giustamente compreso e ricondotto ad esso. Questi sforzi, diciamo, sono stati e sono vani, e anche per quest’altra ragione, che se nell’Ordinario anglicano, così com’è ora, certe espressioni contengono un doppio significato, non possono ancora assumere il significato che hanno nel Rito cattolico. Infatti, quando si adotta un Rito in cui, come abbiamo visto, il Sacramento dell’Ordine sia stato negato o distorto, e in cui sia stato ripudiato ogni riferimento alla Consacrazione e al Sacrificio, la formula “Ricevi lo Spirito Santo”, cioè lo Spirito che, con la grazia del Sacramento, viene infuso nell’anima, non ha più alcuna consistenza; e allo stesso modo le espressioni “per l’ufficio e la responsabilità di presbitero” o “di vescovo” e altre espressioni simili, non hanno più alcuna consistenza e rimangono come parole senza la realtà che Cristo ha istituito.

3318. A questo profondissimo difetto di forma è collegato un difetto di intenzione, anch’esso richiesto in modo necessario perché ci sia un Sacramento. La Chiesa non giudica il pensiero o l’intenzione, poiché si tratta di qualcosa di intrinsecamente interiore; ma nella misura in cui viene espressa, deve giudicarla. Quando, quindi, qualcuno, per conferire o amministrare un Sacramento, fa un uso serio e regolare del materiale e della forma richiesti, si ritiene, per questo stesso fatto, che abbia chiaramente inteso fare ciò che la Chiesa fa. È su questo principio che si basa la dottrina secondo cui si tratti di un vero Sacramento, anche quando sia stato conferito dal ministero di un eretico o di un non battezzato, purché sia stato conferito secondo il rito cattolico. Quando invece il rito viene modificato con l’intenzione nefasta di introdurne un altro non ricevuto dalla Chiesa, e di rifiutare ciò che la Chiesa fa e che, per istituzione di Cristo, fa parte della natura del Sacramento, allora è chiaro non solo che manca l’intenzione necessaria per il Sacramento, ma anche che ci sia qui un’intenzione contraria ed opposta al Sacramento.

3319. … (I consultori del Sant’Uffizio) furono unanimi nel riconoscere che la causa proposta era stata da tempo pienamente istruita e giudicata dalla Sede Apostolica… (Ma a Noi è sembrato bene) che ciò fosse nuovamente dichiarato in virtù della nostra Autorità… Perciò,… confermando e rinnovando (i decreti dei Pontefici nostri predecessori), pronunciamo e dichiariamo con la Nostra autorità, d’ufficio e con conoscenza certa, che le ordinazioni conferite secondo il rito anglicano sono state e sono assolutamente vane e del tutto nulle”.

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (39a.): “Da LEONE XIII A PIO X, 1907”