DOMENICA IX DOPO PENTECOSTE (2023)

DOMENICA IX DOPO PENTECOSTE (2023)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B.; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. • Paramenti verdi.

La liturgia di questo giorno insiste sui castighi terribili che la giustizia di Dio infliggerà a quelli che avranno rinnegato Cristo. Morranno tutti e nessuno entrerà nel regno dei cieli. Coloro invece che in mezzo a tutte le avversità di questa vita saranno rimasti fedeli a Gesù, saranno un giorno strappati alle mani dei loro nemici ed entreranno al suo seguito nel cielo, ove Egli entrò nel giorno della sua Ascensione, che la Chiesa ha celebrato nel Tempo Pasquale. Questi pensieri sulla giustizia divina sono conformi, in questa IX Domenica dopo Pentecoste, colla lettura che la liturgia fa della storia del profeta Elia nel Breviario. – Dopo la morte di Salomone, le dodici tribù di Israele si divisero in due grandi regni: quello di Giuda e quello d’Israele. Il primo formatosi con le due tribù di Giuda e di Beniamino, ebbe per capitale Gerusalemme: il secondo si compose di dieci tribù con capitale Sichem, poi Samaria. A questo secondo regno appartenne il profeta Elia, che abitava il deserto di Galaad in Samaria. Uomo virtuoso e austero, vestiva una tunica di peli di cammello con ai fianchi una cintura di cuoio: « pieno di zelo per il Dio degli eserciti », uscì tre volte dal deserto per minacciare Achab, VII re di Israele, e la regina Iezabele, che avevano trascinato il popolo all’idolatria; per mandare a morte i 450 profeti di Baal che confuse sul Monte Carmelo; e per annunciare al re, impossessatosi della vigna di Naboth, che sarebbe stato ucciso, e alla regina, che era stata il cattivo genio di Achab, che il suo sangue sarebbe scorso ove era scorso il sangue di Naboth e i cani avrebbero divorate le sue carni. Per tutti questi motivi, Elia fu perseguitato dagli Israeliti, da Achab e da lezabele e dovette fuggire sul monte Horeb per scampare alla morte. Quando più tardi Ochozia, figlio di Achab, divenne re, Elia gli fece dire di non consultare Belzebù, il dio di Accaron, come aveva intenzione, ma il Dio d’Israele. Ochozia allora gli mandò un capitano con cinquanta soldati per indurlo a scendere dalla montagna e rendergli conto delle sue parole. Elia rispose al capitano: « Se io sono un uomo di Dio, scenda dal cielo un fuoco che divori te e i tuoi cinquanta », E scese il fuoco e divorò lui e i suoi cinquanta uomini » (Breviario). Più tardi, Elia andò verso il Giordano con Eliseo e allorché ebbero attraversato il fiume, un carro di fuoco con cavalli di fuoco separò l’uno dall’altro ed Elia sali al cielo in un turbine. Eliseo allora si rivestì del mantello che Elia aveva lasciato cadere e ricevette doppiamente il suo spirito. E tutti i discepoli di Elia dissero: « lo spirito di Elia si è posato su Eliseo ». E mentre Eliseo andava verso Bethel, alcuni ragazzi lo schernirono dicendo: « Sali, sali, calvo! ». Ed Eliseo li maledisse nel nome di Dio che essi offendevano: due orsi uscirono dalla foresta e sbranarono 42 di quei fanciulli. — Per tutta la sua vita Elia, con la sua parola di  fuoco, difese i diritti di Dio. Più tardi Giovanni Battista, « pieno dello Spirito e della virtù di Elia », si presentò vestito come lui ed abitante come lui nel deserto, e difese allo stesso modo gli stessi diritti di Dio, annunziando la separazione che farà Cristo venturo della paglia dal buon grano »: raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia in un fuoco che non si estinguerà. –   « Elia, dice S. Agostino, rappresenta il Salvatore e Signore nostro. Come infatti Elia soffrì persecuzioni da parte dei Giudei; nostro Signore, il vero Elia, fu rigettato e disprezzato dal medesimo popolo. Elia lasciò il paese suo; Cristo abbandonò la sinagoga e accolse i Gentili (2° Nott.). « Dio liberò Elia dai suoi nemici elevandolo al cielo, Dio innalzò Cristo in mezzo ai suoi nemici e lo fece salire il giorno dell’Ascensione in cielo ». « Liberami, o Signore dai miei nemici, dice l’Alleluia, e allontanami da quelli che insorgono contro di me ». Elia, trasportato in un carro di fuoco è, secondo i Padri, la figura di Cristo, che sale al Cielo. Il Graduale è il versetto del Salmo VIII, che la liturgia usa nel giorno dell’Ascensione: « Signore, Dio nostro, come è ammirevole il tuo nome su tutta la terra: poiché la tua magnificenza si solleva al di sopra dei cieli. » E l’Introito aggiunge:« Ecco che Dio viene in mio aiuto e che il Signore accoglie la mia anima. Oh, Dio! salvami nel tuo nome e liberami nella tua potenza ». Questo trionfo di Gesù su quelli che lo odiano, figurato da quello di Elia su coloro che lo disprezzano, sarà anche il nostro se «non tenteremo Cristo », cioè se eviteremo l’idolatria, l’impurità, la mormorazione» (Ep.) rimanendo fedeli alla grazia Poiché « se Gesù continua a immolarsi sui nostri altari per applicarci i frutti della sua redenzione » (Secr.), e se « mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue,  noi dimoriamo in Lui e Lui in noi » (Com.), si è perché, « uniti a Lui », (Postcom.), osserviamo fedelmente i suoi comandamenti, che sono più dolci del miele » (Off.). S. Paolo ci dice infatti che « Dio, il quale è fedele, non permetterà che noi siamo tentati al di sopra delle nostre forze, ma con la tentazione ci darà anche il mezzo di uscirne affinché possiamo perseverare » (Ep.). Supplichiamo dunque il Signore d’accogliere benignamente le preghiere che noi gli indirizziamo e di fare in modo che gli chiediamo solo quanto gli sia gradito, affinché ci possa sempre esaudire (Oraz.). – Ma la Giustizia divina non si accontenta di proteggere il giusto contro i suoi nemici e di ricompensarlo per la sua fedeltà; essa punisce anche quelli che fanno il male. Elia minacciò il regno di Israele infedele e fece cadere il fuoco dal cielo sui suoi nemici (Brev.); « Gli Israeliti, che tentarono Iddio con le loro mormorazioni, perirono per mezzo dei serpenti di fuoco » (Ep.), e Gerusalemme sulla quale Gesù pianse, minacciandole castighi perché lo respingeva, fu distrutta dalla guerra e dall’incendio (Vang.). « Ventitremila Ebrei perirono in un sol giorno per la loro idolatria, e molti furono colpiti a morte dall’Angelo sterminatore per le loro mormorazioni ». Ma tutti questi avvenimenti, spiega S. Paolo, furono permessi da Dio, e narrati per servire di nostro ammaestramento » (Ep.). Più di un milione di Giudei perirono nella distruzione di Gerusalemme, perché avevano rifiutato il Messia e il Vangelo (Vedi I Domenica dell’Avvento e XXIV dopo Pentecoste). Gesù ha sempre paragonata questa fine tragica alle catastrofi che segneranno la fine del mondo, quando Dio verrà a giudicare il mondo col fuoco. Allora il Giudice divino opererà la separazione dei buoni dai cattivi e mentre ricompenserà i primi, allontanerà dal regno di Dio tutti quelli che lo avranno rinnegato per la loro incredulità e i loro peccati, come cacciò dal Tempio, che è la figura della Chiesa terrestre e celeste, tutti i venditori che avevano trasformato la casa di Dio in una spelonca di ladri (Vang.). « Il male ricada sui miei avversari, chiede il Salmista e, fedele alle tue promesse, distruggili, o Dio, mio protettore! » (Intr.). Allora, infatti il tempo della misericordia sarà passato e non vi sarà più che quello della giustizia ». « Frattanto colui che crede di essere in alto guardi di non cadere! », dice l’Apostolo (Ep.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confíteor

Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
S. Amen.

S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps LIII: 6-7.
Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine.

[Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’anima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.


Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine.

[Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’ànima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Páteant aures misericórdiæ tuæ, Dómine, précibus supplicántium: et, ut peténtibus desideráta concédas; fac eos quæ tibi sunt plácita, postuláre.

[Porgi pietoso orecchio, o Signore, alle preghiere di chi Ti supplica, e, al fine di poter concedere loro quanto desiderano, fa che Ti chiedano quanto Ti piace.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios.
1 Cor X: 6-13
Fatres: Non simus concupiscéntes malórum, sicut et illi concupiérunt. Neque idolólatræ efficiámini, sicut quidam ex ipsis: quemádmodum scriptum est: Sedit pópulus manducáre et bíbere, et surrexérunt lúdere. Neque fornicémur, sicut quidam ex ipsis fornicáti sunt, et cecidérunt una die vigínti tria mília. Neque tentémus Christum, sicut quidam eórum tentavérunt, et a serpéntibus periérunt. Neque murmuravéritis, sicut quidam eórum murmuravérunt, et periérunt ab exterminatóre. Hæc autem ómnia in figúra contingébant illis: scripta sunt autem ad correptiónem nostram, in quos fines sæculórum devenérunt. Itaque qui se exístimat stare, vídeat ne cadat. Tentátio vos non apprehéndat, nisi humána: fidélis autem Deus est, qui non patiétur vos tentári supra id, quod potéstis, sed fáciet étiam cum tentatióne provéntum, ut póssitis sustinére.

[“Fratelli: Non desideriamo cose cattive, come le desiderarono quelli. Non diventate idolatri, come furono alcuni di loro, secondo sta scritto: «Il popolo si sedette a mangiare e bere; poi si alzarono a tripudiare. Né fornichiamo, come fornicarono alcuni di loro, e caddero in un giorno 23 mila. Né tentiamo Cristo come lo tentarono alcuni di loro, e furono uccisi dai serpenti. Né mormorate come mormorarono alcuni di loro, ed ebbero morte dallo sterminatore. Or tutte queste cose accadevano loro in figura, e sono state scritte per ammaestramento di noi, che viviamo alla fine dei tempi. Colui, pertanto che si crede di stare in piedi, badi di non cadere. Nessuna tentazione vi ha sorpreso se non umana. Dio, poi, che è fedele, non permetterà che siate tentati sopra le vostre forze: ma con la tentazione preparerà anche lo scampo, dandovi il potere di sostenerla”.]

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1921]

IL TIMOR DI DIO

Essere Cristiani non vuol dire essere esenti dalla vigilanza, e da una attenta vigilanza. Nell’Epistola della Domenica di Settuagesima abbiam visto come l’Apostolo per incoraggiare i Corinti alla perseveranza, oltre il proprio esempio, portò l’esempio dei Giudei, i quali, quantunque usciti in gran numero dall’Egitto, dopo aver ricevuto grandi benefici dal Signore, solamente in numero di due poterono entrare nella terra promessa. L’Epistola di quest’oggi continua quel brano. Vi sono enumerate alcune prevaricazioni dei Giudei ed i castighi che ne seguirono, e si esortano i Corinti a non imitarne l’esempio; poiché quanto avvenne agli Israeliti sarà figura di quanto avverrà a noi Cristiani, se abuseremo delle grazie del Signore. – E noi non abuseremo certamente delle grazie del Signore, se avremo il timor di Dio, il quale:

1 Ci fa evitare il peccato,

2 Ci rende diffidenti di noi,

3 Ci lascia calmi e fiduciosi in Dio, durante le prove.

Graduale 

Ps VIII: 2
Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in universa terra!

[Signore, Signore nostro, quanto ammirabile è il tuo nome su tutta la terra!]


V. Quóniam eleváta est magnificéntia tua super cœlos. Allelúja, allelúja

[Poiché la tua magnificenza sorpassa i cieli. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps LVIII: 2
Alleluja, Alleluja

Eripe me de inimícis meis, Deus meus: et ab insurgéntibus in me líbera me. Allelúja.

 [Allontànami dai miei nemici, o mio Dio: e liberami da coloro che insorgono contro di me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntiasancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc XIX: 41-47
“In illo témpore: Cum appropinquáret Jesus Jerúsalem, videns civitátem, flevit super illam, dicens: Quia si cognovísses et tu, et quidem in hac die tua, quæ ad pacem tibi, nunc autem abscóndita sunt ab óculis tuis. Quia vénient dies in te: et circúmdabunt te inimíci tui vallo, et circúmdabunt te: et coangustábunt te úndique: et ad terram prostérnent te, et fílios tuos, qui in te sunt, et non relínquent in te lápidem super lápidem: eo quod non cognóveris tempus visitatiónis tuæ. Et ingréssus in templum, coepit ejícere vendéntes in illo et eméntes, dicens illis: Scriptum est: Quia domus mea domus oratiónis est. Vos autem fecístis illam speluncam latrónum. Et erat docens cotídie in templo”.

[“In quel tempo avvicinandosi Gesù a Gerusalemme, rimirandola, pianse sopra di lei, e disse: Oh? se conoscessi anche tu, e in questo tuo giorno, quello che importa al tuo bene! ma ora questo è a’ tuoi occhi celato. Conciossiachè verrà per te il tempo, quando i tuoi nemici ti circonderanno di trincea, e ti serreranno all’intorno, e ti stringeranno per ogni parte. E ti cacceranno per terra te e i tuoi figliuoli con te, e non lasceranno in te pietra sopra pietra; perché non hai conosciuto il tempo della visita a te fatta. Ed entrato nel tempio, cominciò a scacciare coloro che in esso vendevano e comperavano, dicendo loro: Sta scritto: La casa mia è casa di orazione; e voi l’avete cangiata in spelonca di ladri. E insegnava ogni giorno nel tempio”].

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano)

« DELLA CASA DI DIO NON FATE SPELONCA »

C’è un punto sul monte degli Olivi, da dove tutta si svela agli occhi la sottostante città. Fu là che Gesù, arrivando per l’ultima Pasqua, indugiò a contemplarla. Come vide, in una nebbia d’oro, le mura, le torri, il tempio biancheggiante di contro il sole, gli venne su dal cuore un amaro lamento: « Gerusalemme! ah se conoscessi anche tu, in quest’ora, quello che giova per la tua pace… » singhiozzò. Quando poi fu in città, si recò al tempio. Che scandalo! Nei cortili sacri; sotto ai portici austeri, sulle gradinate, i cambiamonete avevano posto i loro tavolini ed i venditori di colombe le loro gabbie: tutt’intorno la folla vagolava schiamazzante come sulla piazza del mercato. Gesù s’accese d’ira, ed impugnando un flagello, scacciava i profanatori che fuggivano davanti a lui come foglie secche davanti al vento autunnale, e senza neppure volgersi indietro l’udivano gridare: « La mia casa è per la preghiera, e voi l’avete ridotta una spelonca di ladri ». Vos autem fecisti illam speluncam latronum. Se Gesù, ancora umidi gli occhi per le lagrime versate sui peccati di Gerusalemme e del mondo, entrasse anche in questa chiesa, in questa sua casa fatta per l’orazione, dite: non impugnerebbe più il suo flagello? non ripeterebbe più quelle terribili parole: « La mia casa è per la preghiera e voi l’avete ridotta una spelonca di ladri? ». Ogni chiesa è la casa di Dio. I cieli, e i cieli dei cieli sono troppo piccoli per Lui eppure si degna di abitare in queste mura costrutte dalle piccole mani e dalla piccola arte degli uomini (III Re, VIII, 27). Ogni chiesa è il rifugio dei bisognosi. Oh quanto sono amabili e cari i vostri padiglioni, o Signore delle virtù! Il passero ha un nido, la tortora ha una gronda ove rifugiarsi: per me, 0 Dio, o Sovrano, sono gronda e nido i vostri altari (Salmo LXXXIII, 1-4). Quando Giacobbe vide in sogno la prodigiosa scala piena d’Angeli ascendenti e discendenti, svegliatosi esclamò: « Veramente il Signore è in questo luogo, ed io non lo sapevo. Veramente terribile è questo luogo: altro non è che la casa di Dio e la porta del Cielo » (Gen., XXVIII, 16). Queste parole con più verità le possiamo dire della nostra chiesa: da essa non si eleva forse una prodigiosa scala che attinge il cielo donde calano gli Angeli a prendere le nostre suppliche, e dove salgono a riportarle? Ecco perché le preghiere più efficaci sono quelle fatte in chiesa. « Se la peste, l’epidemia, la ruggine, le locuste desoleranno la terra; se il nemico affliggerà il popolo assediando le città, tu, o Signore, esaudirai coloro che ti pregheranno in questo luogo santo (III Re, VIII, 37). Se la Chiesa è tutto questo, meditiamo allora il sacrilegio che è l’avvicinarsi ad essa senza rispetto esterno od interno. – 1. MANCANZA DI RISPETTO ESTERIORE. Una compagnia di allegroni amava radunarsi sul piazzale della basilica milanese ad inscenare giochi clamorosi e talvolta indecenti. Ebbene, è tradizione che S. Ambrogio, sdegnato, una volta sia uscito, coi sacri paramenti, lanciando parole di fuoco contro i profanatori. Poi si curvò, prese un pugno di terra e lo strinse in alto: tutti videro che grondava sangue. « È il sangue dei martiri — esclamò S. Ambrogio — che su questo luogo offrirono a Dio la loro giovinezza; è il sangue dei martiri a cui la chiesa e la piazza intorno è consacrata ». Da allora non osarono più quei giovani mancar di rispetto a quel luogo santo. – Io quando vedo della gente che passa davanti alla chiesa col berretto in testa, senza un cenno di religioso saluto; quando vedo nei giorni festivi molte persone indugiare sulla soglia del tempio in chiacchiere e sorrisi, mentre pretendono di ascoltare la Messa del precetto; quando vedo delle donne avanzarsi fin sotto l’altare vestite senza cristiana delicatezza, io invoco S. Ambrogio perché ritorni anche tra noi e ripeta il suo miracolo. – Nella Sacra Storia si legge che Eliodoro entrò nel tempio di Gerusalemme con propositi sacrileghi; ma subito apparvero due giovani di vigoroso aspetto, splendidi di bellezza essi e le loro vesti, i quali, preso in mezzo il profanatore, lo flagellarono senza posa con ripetuti colpi. Cadde tramortito Eliodoro, e tutto il popolo lo spinse fuori del tempio maledicendolo (II Macc., III). Quanti anche tra noi meriterebbero d’essere fustigati a sangue dagli Angeli che custodiscono la casa di Dio!… Tra gli altri quelli che chiacchierano inutilmente; che tengono un contegno annoiato o senza raccoglimento; quelli che alla domenica mattina vengono in chiesa vestiti ancora con gli abiti sporchi di una settimana di lavoro, mentre al pomeriggio si adornano squisitamente per recarsi a passeggio, ai ritrovi, con gli amici. – 2. MANCANZA DI RISPETTO INTERIORE. Lunghe carovane di devoti passavano da Alessandria per recarsi in pellegrinaggio al Sepolcro di Cristo. Una donna corrotta e corrompitrice li guardava passare e le balenò in mente un proposito diabolico: « Anch’io — disse — mi farò pellegrina, e seminerò una bella strage di anime nella stessa terra del Salvatore; negli stessi templi ove entreranno a pregare, anch’io entrerò e li adescherò nelle mie reti sensuali ». E partì. Ma quando fu nel paese di Gesù, quando fu in quelle contrade che lo videro camminare e l’udirono parlare, qualcosa già si era cambiato nel suo spirito. Ancora immonda com’era tentò di entrare nel tempio di Santa Croce: appena si trovò nell’atrio uno sgomento la prese. Si sforzò di avanzare e non poteva: una forza misteriosa la respingeva indietro, e non valeva a superarla. Maria Egiziaca comprese, tremò tutta come una foglia di pioppo e pianse. Nel levare al cielo gli occhi gonfi di lacrime, vide appesa nell’atrio un’immagine della Madonna. Si ricordò che bambina l’aveva udita chiamare Madre di misericordia. S’inginocchiò e fece una preghiera a Lei. Quando si alzò, era pentita in cuore: poté entrare nel tempio ove confessò i suoi peccati e poi divenne santa. Più importante del rispetto esterno è il rispetto interno che noi dobbiamo portare alla casa di Dio. Pavete ad santuarium Meum: ego Dominus (Lev. XXVI,) « Nell’avvicinarvi al mio santuario tremate: io sono il Signore! » — Eppure quante volte si entra in Chiesa con l’anima lorda di colpe e senza nessun dolore di esse, senza nemmeno il proposito di una buona confessione! Iddio non sempre vi respingerà sensibilmente come ha fatto con Maria Egiziaca, ma i suoi occhi, che scoprono le macchie negli Angeli, si chiuderanno con ribrezzo davanti a voi. Non vi siete accorti come ogni cosa nella Chiesa v’invita a santità interiore? Voi entrate, ed ecco prendete l’acqua benedetta. Che cosa vi dice? « Monda la tua anima come aspergi il tuo corpo ». Avanzate un passo: ecco il battistero. Che vi dice? « Dov’è la veste candida della tua innocenza che un giorno ti fu imposta? Che ne hai fatto dei giuramento che i tuoi padrini per te pronunciarono? ». Avanzate ancora: ecco le panche e le sedie delle preghiere. Qui si sono inginocchiati i tuoi genitori, i tuoi nonni, che vissero e morirono nell’onestà e nella fede; qui hanno pregato e pianto generazioni e generazioni, che dalla Religione attinsero la forza di una santa vita. « Perché tu non preghi? — dicono. — Perché così raramente sopra di esse ti raccogli? ». Ed ecco il pulpito. Quante parole furono dette per te, ed invano! « La parola di Dio — dice il pulpito — è preziosa più che oro: guai a quelli che non la trafficano ». Ed ecco la croce grande dell’altar maggiore. Dio vi è confitto e Vi sanguina ogni ora. « Crocifiggi la tua carne e i tuoi vizi! ». Ma tu hai sfrenato ogni tuo desiderio, ti sei abbandonato a tutti i piaceri. E così, senza un rimpianto, senza un proposito, vieni in Chiesa. Ma guarda la sacra mensa, coperta d’una bianca tovaglia. Da quanti mesi più non ti assidi? Da quanti anni, forse? Se proprio è così, cerca il confessionale, prendi nelle tue mani la tua anime morta e piagata e presentala al ministro di Dio. Egli ha potestà di risuscitarla e guarirla. A che vale tenere in Chiesa lampade d’oro, vasi preziosi, stoffe finissime, quando le anime sono lampade spente che non vogliono essere riaccese, quando il cuore è un vaso contaminato che non vuole la purificazione, quando la veste interiore della grazia è perduta né si brama di riacquistarla? A che vale che ogni cosa nella Chiesa v’inviti a santità, se voi non udite il richiamo e, quel che è peggio, si viene nella casa di Dio a pascere gli occhi di vanità e il cuore di desideri illeciti? Voglia il Signore che non accada ora proprio l’opposto di quel che avvenne allora, quando Gesù compiva i miracoli nel tempio. Entravano ciechi, storpi e infermi e ne uscivano sani. Nelle nostre chiese entrano sani e n’escono infermi; entrano per pregare e ne escono acciecati da qualche peccato. – Narrano antiche cronache (SIGONIO, Annali d’Italia) che nella primavera del 589 l’Adige gonfiato dalle piogge e dallo scioglimento delle nevi, si rovesciò fuori degli argini ed invase Verona. Ogni via era un canale, ed ogni casa veniva colmata d’acqua. Eppure, quantunque tutto in giro l’inondazione oltrepassasse l’altezza delle finestre, nella chiesa di S. Zenone nemmeno una goccia penetrò. Pare proprio che ai nostri tempi il fiume della corruzione sia cresciuto fuor dì misura quasi a sommergere ogni città. Che almeno le chiese siano salve! I Vescovi e i parroci fanno affiggere alle porte avvisi e minacce; ma Dio vi ponga i suoi Angeli perché più nessuno osi, né esternamente né internamente, profanare la sua casa che è casa d’orazione e non una spelonca di ladri.LE LACRIME DI GESÙ. Piansero i Profeti della Legge Antica. Dio usò i loro occhi per versare lacrime sul suo popolo. Amos, fuggendo la luce del sole splendente sulle colpe umane, scende nel luogo delle tenebre, grida al vento d’oriente e d’occidente il castigo di Dio: e quando attorno a lui vede molti figli d’Israele, con un tremito nella voce e col dolore che sale acuto dal cuore, così a loro parla: « Figli miei, sapete che faccio il dì? sapete che faccio la notte? Sono fissi nella mia mente i vostri peccati e sono piene le mie pupille di pianto. E quando m’assopisco subito mi sveglio ed ho gli occhi bagnati da lacrime ed ho il cuore spezzato dal dolore ». Poi parla al Signore e gli dice: « Jahvé, che debbo fare per la tua gente? ». « Profeta, risponde Iddio, va sulle piazze, corri nelle vie, entra nelle case: e piangi; entra nelle botteghe degli artigiani, penetra nel palazzo di giustizia e dì a tutti costoro: piangete con me i vostri peccati, piangete fino alla tomba ». Anche Geremia pianse sopra le iniquità degli uomini, e diceva: « Ah! mio Dio, ah! mio Dio: m’avete dato la cura di un popolo ribelle, che dirò a lui? ». E Dio gli rispose così: « Mostra quello che io soffro e fa così: afferra a ciocche i tuoi capelli, strappali di colpo, gettali nell’abisso; perché il peccato di questo popolo ha acceso il mio furore » – « Ma, Signore, e la tua ira quando cesserà? ». « Vestiti di sacco, mettiti la cenere sulla testa e piangi: piangi così che dì e notte il tuo volto sia bagnato, sì che i peccati del popolo siano lavati ». Anche al profeta Gioele Dio impose di piangere per i peccati, con queste parole: « Piangi la perdita delle anime, come lo sposo che ha perduto la sposa, e da quel dì è inconsolabile e cerca con i deserti di Siria e i colli di Palestina; e non hanno tregua le sue lacrime ». Piansero dunque i profeti della Legge Antica, l’uno dopo l’altro: ma il loro pianto era un preannunzio e una figura del pianto del Figlio di Dio, che sarebbe venuto a salvare l’umanità; le loro lacrime non avevano valore se non perché si univano misteriosamente a quelle che il Redentore avrebbe versato. Bisognava che il Redentore venisse e bisognava che piangesse sui nostri peccati ed ottenerci il perdono divino. Venne finalmente Gesù; ed il Vangelo odierno ci narra il suo pianto. Cavalcava tra le acclamazioni del popolo ed il suo viaggio verso Gerusalemme, pareva un trionfo e invece era un martirio. Tanto è vero che quando dall’alto dell’oliveto la capitale apparve distesa sotto il suo sguardo, Gesù si fermò a mirarla tristemente e pianse. Pianse vedendo i palazzi e il tempio che sarebbero stati rasi al suolo, ma soprattutto pianse vedendo il cuore di tanti uomini colmo come un sepolcro di corruzione e di miseria. « Gerusalemme, ah, se in questo giorno avessi conosciuto anche tu quello che occorreva per la tua pace, ma ormai ciò è nascosto ai tuoi occhi. Eppure verranno giorni sopra di te, quando i tuoi nemici scaveranno trincee, ti premeranno d’ogni parte, spezzeranno i tuoi figliuoli contro il suolo, non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai conosciuto il tempo della tua visita ». Noi siamo commossi assai delle lacrime divine e spontaneamente ci vengono dal cuore queste due riflessioni: perché piange Gesù e che cosa ottengono le sue lagrime. – 1. PERCHÉ GESÙ PIANGE. Se qualcuno avesse osato interrogare Gesù perché piangesse, indubbiamente si sarebbe sentito rispondere: « Piango perché gli uomini hanno peccato; piango perché  gli uomini non vogliono accogliere il mio amore ». Ma davanti agli sguardi divini di Gesù non era distesa appena Gerusalemme, ma tutta la storia del mondo. Il suo pianto non si fermò appena sui Giudei dalla dura cervice, ma discese anche su di noi che abbiamo peccato e che non vogliamo accogliere il suo amore. Pianse dunque anche su noi: vide le nostre povere anime ingrate e le sue pupille si riempirono di lacrime. Pianse sulla nostra gioventù che cresce lontana da Lui; che non sa più pregare ma sa bestemmiare, non conosce più il sorriso innocente degli occhi divini, ma ha gli occhi pieni di cupi desideri e il cuore pieno di fango. E pianse sugli uomini che hanno perso la via della Chiesa e conoscono solo quella delle sale di divertimento, ed hanno sul labbro il motto equivoco ed hanno nell’anima l’odio feroce e la discordia. E pianse sulle donne che l’hanno dimenticato, che si ribellano alla loro missione materna e non sanno più portare la croce senza l’imprecazione contro la Provvidenza. Pianse sul nostro orgoglio, sulla nostra smania di piaceri e di onori. Ed Egli s’è umiliato tanto ed ha sofferto acerbamente! Pianse sulle nostre vendette, ed Egli morì con la parola del perdono. Pianse sui nostri sguardi cattivi, sui nostri discorsi osceni, sui nostri atti bassi e vergognosi: ed Egli era così santo, innocente, sopra ogni peccato!… Almeno avessimo udito il suo lamento e l’avessimo meditato; invece il nostro cuore è rimasto, rimane duro da non conoscere mai il tempo della visita dei Salvatore. Ci visita spesso Gesù, ci passa vicino; e noi siamo così distratti dal rumore delle terra che non ce ne accorgiamo. Ci visita con le carezze, quando benedice il lavoro della terra e la fatica dell’officina; e noi non siamo neanche un po’ riconoscenti. Ci visita col rimorso di coscienza, con una buona parola d’un amico, con la frase acerba del predicatore: e noi abusiamo. Non ancora oggi ci siamo convertiti a Lui, oggi in cui grida di più all’anima nostra con angoscia rotta e con amore desolato: « Gerusalemme, mia città, getta lontano il tuo manto d’ignominia, abbandona le orge che ti hanno sedotta: e ritorna al tuo Signore ». Convertere ad Dominum Deum tuum. – 2. L’EFFICACIA DEL PIANTO DI GESÙ. S. Vincenzo de’ Paoli amava con tutta l’anima un giovane che era cresciuto bene, come un giglio in una serra; ma che poi s’era abbandonato al vizio. Il Santo; ogni volta che lo vedeva, non riusciva a trattenere il pianto. « Ebbene, gli disse un giorno S. Vincenzo, non posso più esortarti a lasciare la strada cattiva, perché vedo che delle mie parole e delle mie lagrime non tieni conto. Ti chiedo però una cosa ancora ». « Quale? », domandò il giovane. « Prendi questa immagine e guardala, ogni sera, prima di addormentarti ». Il giovane accontentò la stranezza del Santo e promise. La sera vide quell’immagine per la prima volta: e fu scosso e prese il sonno solo dopo un’ora: lo sguardo dolorante del Maestro Divino lo fissava, incatenava i suoi occhi, l’anima sua. E la sera dopo, ebbe paura a guardare, a stento riuscì a mantenere la parola. Ma Gesù sofferente lo guardava, sempre, tutta la notte, così che non poté dormire. Ed al mattino si recò da S. Vincenzo. « Padre, non ne posso più: le lacrime di Gesù hanno vinto ». Questo non è che un piccolo episodio in cui il pianto di Gesù ha ottenuto una la conversione: ma voi capite subito quanto valgono le lacrime divine, il pianto che ha fatto la seconda Persona della Santissima Trinità, il Figlio di Dio. Lacrime di valore infinito ci hanno meritato una cosa divina, la grazia, la partecipazione della vita divina, l’essere figli adottivi di Dio. – O Angeli santi, grida Nieremberg, ditemi dunque: che cosa è la grazia? Cherubini, voi così pieni di scienza, ditemi: che cosa è la grazia che è costata tanto al nostro Dio? ». Che ha fatto il digiuno di Gesù? il suo lavoro, i suoi sudori? Che hanno fatto i suoi flagelli, le sue spine, il suo pianto? Hanno meritato la grazia santificante all’anima nostra. E voi sapete che cosa è un’anima in grazia? Quando Giovanni la vide in cielo, era così bella che pareva Dio e si prostrò ad adorarla; ma ella gridò: « che fai? son tua sorella ». Quando a S. Caterina la mostrò il Signore, la Santa fu così meravigliata da dire: se io non sapessi che v’ha un Dio solo, crederei questa esserne uno ». Quando Bossuet meditò sulla sua bellezza, scrisse così: « Chi vedesse un’anima dove Dio regna con la sua grazia, crederebbe vedere Dio stesso, come si vede un secondo sole in un terso cristallo dov’esso si rifletta con tutti i suoi raggi ». Quando il S. Curato d’Ars ne parlava faceva dire così al Signore: « Io l’ho fatta sì grande che io solo posso bastarle: io l’ho fatta sì pura che solo il mio corpo le può servire di alimento ». Lacrime di valore infinito, hanno meritato tante e tante conversioni; così che per i lamenti del Buon Pastore quante pecorelle sono ritornate all’ovile; così che per le lacrime del Buon Pastore quanti figli prodighi sono venuti ancora alla casa paterna; così che per le premure amorose, come quelle della donna di casa, quante dramme si trovano ancora con l’impronta dell’immagine di Dio! Lacrime di valore infinito, ci hanno ottenuto di conservare la grazia. Volete sapere quanto costa l’anima nostra? Domandatelo al demonio che ogni dì vi tenta, anche quando meno pensate all’anima, anche quando pregate. Così potrete anche misurare quanto valgono le lacrime di Gesù. Invece noi stimiamo tanto poco la grazia e l’anima nostra e stiamo in peccato; un orgoglioso la vende per un pensiero di orgoglio, un avaro per un po’ di terra, un lussurioso per un attimo di piacere, un ubriaco per un bicchiere di vino, un vendicativo per un pensiero di vendetta… Invece noi lasciamo di nutrirla col SS. Sacramento, con la S. Comunione, lasciamo aperta la porta e lasciamo entrare il ladro di giorno, di notte, la lasciamo assalire, ferire, morire… Quanto poco stimiamo l’anima in grazia, quanto poco stimiamo le lacrime di Gesù!. – « Gettate uno sguardo, esclama commosso Bossuet, contemplate Gesù lacrimoso, doloroso: voi siete nati da quelle lacrime, voi siete stati generati da quei dolori: e la grazia che vi santifica si riversa su voi assieme alle sue lacrime. Figli di dolore, figli di pianto… ». « Ecco l’Uomo »: fu detto ai Giudei nel dì del dolore. Era l’Uomo nuovo che sostituiva l’uomo vecchio, era l’Uomo nuovo che veniva a piangere sui peccati dell’uomo, a darci la grazia, a farci figli di Dio. Da allora cessò il pianto dei profeti: e come ci fu poi un solo Sacrificio a cui partecipano i figli della grazia, così ci fu un sol pianto a cui parteciparono i figli redenti nel dolore. Tanto valsero le lacrime di Gesù.

Credo …

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps XVIII: 9-12
Justítiæ Dómini rectæ, lætificántes corda, et judícia ejus dulcióra super mel et favum: nam et servus tuus custódit ea.

[La legge del Signore è retta e rallegra i cuori, i suoi giudizii sono piú dolci del miele e del favo: e il servo li custodisce.]

Secreta

Concéde nobis, quǽsumus, Dómine, hæc digne frequentáre mystéria: quia, quóties hujus hóstiæ commemorátio celebrátur, opus nostræ redemptiónis exercétur.

[Concedici, o Signore, Te ne preghiamo, di frequentare degnamente questi misteri, perché quante volte si celebra la commemorazione di questo sacrificio, altrettante si compie l’opera della nostra redenzione.]

Præfatio


V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et
sanabitur anima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joann VI: 57
Qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in eo, dicit Dóminus.

[Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me, ed io in lui, dice il Signore.]

Postcommunio

Orémus.
Tui nobis, quǽsumus, Dómine, commúnio sacraménti, et purificatiónem cónferat, et tríbuat unitátem.

[O Signore, Te ne preghiamo, la partecipazione del tuo sacramento serva a purificarci e a creare in noi un’unione perfetta.]

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

https://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (262)

LO SCUDO DELLA FEDE (262)

P. Secondo FRANCO, D.C.D.G.,

Risposte popolari alle OBIEZIONI PIU’ COMUNI contro la RELIGIONE (5)

4° Ediz., ROMA coi tipi della CIVILTA’ CATTOLICA, 1864

-CAPO V.

RELIGIONE (2)

I. I Cattolici sono intolleranti. II. Mancano di carità.

Quel che abbiano discorso nel capo antecedente somministra ad alcuni l’occasione di tacciare i Cattolici d’intolleranza: e siccome quest’accusa ai nostri giorni, in cui sono di moda la discrezione, la prudenza e l’umanità, riesce pungentissima, così tutti cercano di declinarla. Tuttavia, non vi commovete di soverchio, piuttosto cercate di comprendere quel che sia l’intolleranza dei Cattolici, che forse potreste trovare in essa piuttosto materia di vanto e di onore, che di torto e di confusione.

A. I Cattolici sono intolleranti, dicono in primo luogo, quando si tratta di religione. Ora avvertite che quei che muovono questa accusa sono i protestanti, o grandi ammiratori della tolleranza protestantica, che vorrebbero vedere trapiantata fra di noi. Epperò prima di ogni altra cosa interrogateli con tutto segreto e tutta confidenza, come stiano a casa loro in fatto di tolleranza; che vi dicano, per esempio, come l’intesero i tollerantissimi Inglesi per lo spazio di tre secoli coi Cattolici dell’Inghilterra, della Scozia e soprattutto dell’Irlanda; come l’hanno mantenuta nelle parole, nelle leggi, nella libertà. Sentite un poco da loro, se per caso non abbiano mai fatta nessuna legge che riguardi i medesimi. Dite pur loro che per la nostra edificazione vi parlino a fidanza… Ipocriti (Hanno coraggio di parlare di tolleranza con un codice che spira oppressioni, taglie, multe, soprusi, carneficine d’ogni fatta contro un popolo che ebbe la gran colpa di volersi mantener fedele alla Religione dei suoi padrine di tutto il mondo incivilito; con una storia che ricorda i fatti di Arrigo VIII, di Edoardo VI, di Lisabetta, di Cromwello di Inox, ecc. ecc. Vi dicano come abbiano inteso la tolleranza gli Svizzeri di Berna e dei Cantoni protestanti con i Cantoni cattolici fino a questi ultimi anni. Vi dicano come la intendano in questi giorni i luterani nella Svezia, nella Danimarca, nella Norvegia.- Se dopo d’aver isterminata la religione cattolica col ferro e col fuoco, non hanno poi stabilito il loro culto con leggi affatto draconiane contro il Cattolicismo, allora levino pure la testa e parlino di intolleranza, che ascolteremo le loro accuse. Ma se la cosa va tuttonì altrimenti, ed essi non riescono a cancellare tre secoli intieri di storia ed a nasconderci tutti i giornali, allora hanno mal garbo a parlare d’intolleranza. – Ma venendo a rispondere direttamente, osservate che in due maniere si può intendere che altri sia intollerante in fatto di religione: o che perseguiti chi non pensa come lui, o che disapprovi con la voce e colla voce si opponga a chi insegna diversamente da lui. Quanto al primo modo d’intolleranza ne dirò più sotto ed a luogo opportuno qualche cosa, quanto al secondo ne dirò qui una parola. – I Cattolici non possono patire che altri si opponga alla loro Religione e disapprovano tutte le sètte che sono da lor divise. Evoi, lettore, sareste così soro da farne le maraviglie? Comprendereste ben poco, non dico l’indole della Religione Cattolica, ma neppure la natura dell’uomo, se poteste credere o possibile o doveroso il contrario. Niuno v’ha al mondo che non sia intollerante, quando creda di possedere una qualche verità, e se voi volete convincervene io mi impegno a farvene fare la confessione solenne di bocca del più fervente patrocinatore dell’universale tolleranza. Io lo interrogherò pertanto alla vostra presenza. Di grazia, signore, se alcuno venisse ad impiantare nella vostra città un nuovo culto, che richiedesse il sacrifizio di vittime umane, lo tollerereste voi? risponderà: No certo. E perché? Perché è un delitto, ed un delitto non si può tollerare. Ma dunque voi siete intollerante, voi fate violenza alla coscienza altrui, proscrivendo come delitto quello che è un ossequio degno della divinità, secondoché ne pensarono tanti popoli dell’antichità e secondoché ne pensano anche tanti popoli ai dì nostri. Con qual diritto volete dunque che la vostra coscienza prevalga sopra la loro? La risposta unica che potrebbe dare è, che la sua intolleranza sarebbe per bene dell’umanità. Sia pure, ma non negate più adunque che possa darsi tal caso, in cui l’intolleranza, rispetto ad un culto, vi paia un dovere ed un diritto. Che se proscrivete questo culto atroce, permettereste almeno che si proclamasse nell’insegnamento come santa e salutare la pratica de’ sacrifici di umane vittime? Tolgalo Iddio, poiché sarebbe un insegnare l’assassinio. Ebbene eccovi di bel nuovo una dottrina che voi non potete tollerare. Andiamo oltre, voi conoscete senza dubbio i sacrifici che offrivansi un tempo alla Dea di amore, e l’infame culto che le si offriva in Babilonia ed a Corinto: ora se un culto simile rinascesse fra di noi, parrebbevi da tollerare? No certo, poiché sarebbe contrario alle leggi del pudore. Ma permettereste almeno che s’insegnasse la dottrina sopra cui quel culto è fondato? Neppure, e per la stessa ragione. Eccovi dunque un altro caso, in cui voi vi credete in diritto ed in dovere di essere intollerante, di far violenza alla coscienza altrui, e ciò perché così ve lo impone la vostra coscienza. Più ancora: immaginate che qualche testa fervida, riscaldata anche più dalla lettura della Bibbia, volesse fondare un nuovo Cristianesimo, sulla foggia di quello già vagheggiato da Mattia Harlem o Giovanni di Leyden, e già cominciasse a spargere la sua dottrina, fare attruppamenti e si trascinasse dietro una parte del popolo, parrebbevi da tollerare questa nuova religione? No certo, poiché questi infelici potrebbero rinnovare le tragedie del secolo XVI, quando in Allemagna gli anabattisti, conculcata ogni proprietà, per ordine dell’Altissimo abbattevano le podestà costituite, trucidavano i signori e spargevano dappertutto la desolazione e la morte. Benissimo, e l’infrenarli sarebbe giustizia non meno che carità e prudenza. Ma adunque che cosa diventa quel principio sì chiaro, sì evidente, sì giusto nell’universale tolleranza, se ad ogni tratto siete costretto dalla forza delle cose a rinnegarlo? Direste per ventura che la sicurezza dello Stato, il buon ordine della società, la pubblica morale vi ci costringono? Ma allora, io ripeto, che sorta di principio è quello che si trova sì spesso in lotta colla morale, coll’ordine, colla pubblica sicurezza? (Balmes).È dunque evidentissimo che quel principio è una assurdità, checché si dica e si ripeta in contrario da gran baccalari. – Applichiamolo adesso al nostro caso. Che cosa crediamo noi Cattolici? Noi crediamo di possedere in fatto di religione la verità; crediamo che siano per sovrastarci mali gravissimi nel tempo ed ancora più nell’eternità, dove lasciamo corrompere in noi questo vero; noi crediamo che tutti gli altri culti tanto più si distinguano dal vero, quanto più si allontanano dalle nostre credenze: e crediamo tutto ciò appoggiati ai fondamenti più incontrastabili di ragione, di autorità, di fede: sicché siamo disposti a dare tutto il sangue delle nostre vene in mezzo a tormenti più spietati, piuttostoché rinunziare ad una sola delle nostre credenze: e con questa persuasione nel cuore, protremmo mai tollerare che altri assalisse od in noi o ne’ nostri prossimi o nella nostra patria la verità cattolica? Per tollerare tranquillamente l’errore, bisogna non esser uomo, od esser la feccia più vile degli uomini; ma per tollerarlo in materia così rilevante come la Religione, bisogna esser caduto sotto la condizione dei bruti ed accostarsi a quella dei demoni. – La natura d’uomo, anche sola, esige che chiunque possiede la Verità non la lasci oscurar dall’errore. Niun matematico consentirà mai ad alcuno che non sia vera quella proposizione, di cui la sua scienza ha fornita la dimostrazione: niun naturalista consentirà che sia negabile quella sperienza, che egli ha fatta e ripetuta le mille volte: niun legale consentirà che si rechi in dubbio l’esistenza d’una legge, la quale è registrata nel codice. Anzi niun artigiano accorderà anche all’uomo più dotto del mondo che non siano vere quelle regole, che egli esercita tuttodì nella sua officina. Ed il Cattolicismo, che possiede verità che ha ricevute da Dio stesso, le prostituirà ad ogni umana fantasia, come si fa d’una favola o d’una finzione? – All’assurdità si aggiungerebbe l’empietà: perocché sapendo di certo il Cattolico che quelle credenze sono anche mezzo, ed unico mezzo per la salvezza sua e dei suoi prossimi, col rinunziarvi, col lasciarle recare in dubbio, farebbe non solo un danno a sé, ma un tradimento nerissimo a’ suoi prossimi. Che direste di chi si lagnasse e strepitasse perchè non si lasciano impunemente spacciare pugnali, pistole, veleni, e gridasse che è violata l’umana libertà, e che è una tirannia, e che ornai nol si può più sopportare? Voi cadreste dalle nuvole per la maraviglia. Ebbene, e non vi meravigliate di chi strepita perché non si tollera che si rubino alle anime le verità della fede, i mezzi della salute, gli eccitamenti al ben vivere, i conforti al ben morire, gli aiuti della grazia, le speranze del paradiso e l’eternità? Se chi chiama i Cattolici intolleranti, dicesse chiaro che non crede né a Dio, né alla religione, né a vita avvenire, né a Paradiso, né ad inferno, si potrebbe comprendere quel che dice; ma che il faccia un Cristiano, un Cattolico, che professa di credere alla rivelazione di Gesù Cristo, è al tutto inesplicabile.

II. Ma la carità almeno non esigerebbe un poco di tolleranza? Orsù adunque che cosa è la carità? Carità è senza dubbio voler bene al prossimo, qualunque sia il motivo per cui si vuole un tal bene, poiché non è qui il luogo d’investigarlo. Ora se la Religione è il massimo bene dell’uomo, e per converso l’irreligione è il più grave suo male, in qual modo si chiama carità il tollerare che l’uomo sia spogliato della Religione e traboccato nel baratro dell’irreligione? Bisogna aver perduto il senno sino a scambiare la luce colle tenebre, la verità coll’errore per portare siffatti giudizi. Disapproviamo l’errore, lo allontaniamo: dunque non abbiamo carità. Gli è anzi tutto l’opposto. Disapproviamo l’errore: dunque abbiamo la maggior carità che possiamo avere. Abbiamo carità verso gli erranti, poiché essendo avvertiti in tempo del loro inganno, possano ritrarsene. Chi avverte un cieco che sta per traboccare in un fosso, con quell’avviso, quanto è da sé, lo salva; così il Cattolico che avvisa chi dà in errore, quanto è da sé, lo mette in salvo. – Abbiamo carità eziandio verso quelli che ancora sono sulla strada della verità; conciossiaché chi grida in tempo al fuoco, fa che tutti se ne preservino i vicini. La carità non deve aversi soltanto verso i disseminatori di false massime, la carità non ci obbliga, per non contristare essi, a soffrire noi qualunque danno; vuole anzi la carità ben ordinata dimostrarsi non con parole soltanto, ma coi fatti, preservandoli, quanto è da noi, dal male orribile, che sarebbe l’irreligione; male più Spaventoso d’ogni male, perché male eterno. – Aggiungete. a ciò, che quando si tratta d’errori in Religione, tutti ad una voce i Santi, i Dottori, i Padri della Chiesa raccomandano, che non si dissimuli né punto né poco la verità. E la ragione di ciò è molteplice. Abbiamo obbligo stretto di professare la fede e professarla pura quale ce la rappresenta la santa Chiesa. Il tollerare che dinanzi a noi tacenti, si parli contro di essa, è una specie di apostasia. Abbiamo obbligo di onorare Iddio con tutto il cuore, e dove sarebbe l’onor suo, se sopportassimo con pazienza chi dinanzi a noi lo bestemmiasse, rinnegando la sua fede? Abbiamo obbligo di amare il prossimo come noi stessi, e dove sarebbe il nostro amore, se soffrissimo che gli fosse propinato il veleno micidiale della infedeltà, senza pure una nostra protesta in contrario? – Che se per ottenere questo bene del prossimo è necessario contristare con l’opposizione i nostri fratelli perversi, di chi è la colpa? Perché essi vi ci obbligano e vi ci conducono? Finalmente, postoché tanto predicano la carità e la tolleranza, non farebbero male a darcene un poco d’esempio. Perché invece si cacciano tra di noi per fas et nefas, mentre noi non li cerchiamo? Perché spargono nelle nostre città e nelle nostre famiglie la discordia religiosa? Gridano all’intolleranza, al mancamento di carità, e poi diffondono libri e fascicoli che ci rubano la pace e la quiete dello spirito, declamano giorno e notte contro tutte le nostre istituzioni, spirano veleno contro il Capo della nostra Chiesa, sputano fiele contro il corpo venerando de’ nostri Sacerdoti, bestemmiano tutto il giorno i nostri Sacramenti, beffeggiano i nostri Santi avvocati e protettori, motteggiano tutte le nostre pratiche di pietà e divozione: fanno tutto ciò con un dispetto, una rabbia, un livore che paiono invasati da mille demoni; e poi, se qualcuno vuol rispondere e difendere le sue credenze, se il fa con qualche ardore e risentimento, allora torcono il collo, giungono le mani, e, compostisi a divozione, gridano all’intolleranza, e rammentano la carità. Pur cari cotesti nuovi apostoli della tolleranza e dell’amore! Se noi dicessimo. di loro che cantan bene e razzolano male, non ne avremmo qualche ragione? Eh via! se ne stiano a casa loro una volta e vadano a predicare altrove queste generose virtù. E voi, o lettore, non siate mai così dolce di sale di ammetterle e da riconoscerle; e l’iniqua massima che ogni religione è buona, rigettatela prontamente, ancorché vi si presenti dinanzi camuffata sotto la maschera della carità.