FESTA DI TUTTI I SANTI (2020)

FESTA DI TUTTI I SANTI (2020)

Santa MESSA

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di 1a classe con Ottava comune. – Paramenti bianchi.

Il tempio romano di Agrippa fu dedicato, sotto Augusto, a tutti i dei pagani, perciò fu detto Pantheon. Al tempo dell’imperatore Foca, tra il 608 e il 610, Bonifacio IV Papa, vi trasportò molte ossa di martiri tolte dalle catacombe. Il 13 maggio 610 egli dedicò questa nuova basilica cristiana a « S . Maria e ai Martiri». Più tardi la festa di questa dedicazione fu solennemente celebrata e si consacrò il tempio a « Santa Maria » e a « Tutti i Santi «. E siccome esisteva in precedenza una festa per la commemorazione di tutti i Santi, celebrata in tempi diversi dalle varie chiese e poi stabilita da Gregorio IV (827-844) il 1° novembre, papa Gregorio VII trasportò in questo giorno l’anniversario della dedicazione del Panteon. La festa di Ognissanti ci ricorda il trionfo che Cristo riportò sulle antiche divinità pagane. Nel Pantheon si tiene la Stazione nel venerdì nell’Ottava di Pasqua. – Santi che la Chiesa onorò nei primi tre secoli erano tutti Martiri, e il Pantheon fu dapprima ad essi destinato: per questo la Messa di oggi è tolta dalla liturgia dei Martiri. l’Introito è quello della Messa di S. Agata, più tardi usato anche per altre feste; il Vang., l’Off., e il Com., sono tratti dal Comune dei Martiri. La Chiesa oggi ci presenta la mirabile visione del Cielo, nel quale con S. Giovanni ci mostra il trionfo dei dodicimila eletti (dodici è considerato come un numero perfetto) per ogni tribù di Israele e una grande, innumerevole folla di ogni nazione, di ogni tribù, di ogni popolo e di ogni lingua prostrata dinanzi al trono ed all’Agnello, rivestiti di bianche stole e con palme fra le mani (Ep.). Intorno al Cristo, la Vergine, gli Angeli divisi in nove cori, gli Apostoli e i Profeti’, i Martiri, imporporati del loro sangue, i Confessori, rivestiti di bianchi abiti e il coro delle caste Vergini formano, canta l’Inno dei Vespri, questo maestoso corteo. Esso si compone di tutti coloro che, qui, hanno distaccato il loro cuori dai beni della terra, miti, afflitti, giusti, misericordiosi, puri, pacifici, di fronte alle persecuzioni, per il nome di Gesù. « Rallegratevi dunque perché la vostra ricompensa sarà grande nei Cieli» dice Gesù (Vang., Com.). Fra questi milioni di giusti, che sono stati discepoli fedeli di Gesù sulla terra, si trovano numerosi nostri parenti, amici, comparrocchiani, che adorano il Signore, re dei re e corona dei santi (invit. del Matt.) e ci ottengono l’implorata abbondanza delle sue misericordie (Or.). Il sacerdozio che Gesù esercita invisibilmente sui nostri altari, dove Egli si offre a Dio, si identifica con quello che Egli esercita visibilmente in Cielo. – Gli altari della terra, sui quali si trova «l’Agnello di Dio», e quello del Cielo, ov’è l’ «Agnello immolato », sono un solo altare.: perciò la Messa ci richiama continuamente alla patria celeste. Il Prefazio unisce i nostri canti alle lodi degli Angeli, e il Communicantes ci unisce strettamente alla Vergine e ai Santi.

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium: de quorum sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei [Godiamo tutti nel Signore, celebrando questa festa in onore di tutti i Santi, della cui solennità godono gli Angeli e lodano il Figlio di Dio.]
Ps XXXII:1.
Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate nel Signore, o giusti: ai retti si addice il lodarLo.]

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium: de quorum sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei

 [Godiamo tutti nel Signore, celebrando questa festa in onore di tutti i Santi, della cui solennità godono gli Angeli e lodano il Figlio di Dio.]

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui nos ómnium Sanctórum tuórum mérita sub una tribuísti celebritáte venerári: quǽsumus; ut desiderátam nobis tuæ propitiatiónis abundántiam, multiplicátis intercessóribus, largiáris.
 

[O Dio onnipotente ed eterno, che ci hai concesso di celebrare con unica solennità i meriti di tutti i tuoi Santi, Ti preghiamo di elargirci la bramata abbondanza della tua propiziazione, in grazia di tanti intercessori.]

Lectio

Léctio libri Apocalýpsis beáti Joánnis Apóstoli.
Apoc VII: 2-12
In diébus illis: Ecce, ego Joánnes vidi álterum Angelum ascendéntem ab ortu solis, habéntem signum Dei vivi: et clamávit voce magna quátuor Angelis, quibus datum est nocére terræ et mari, dicens: Nolíte nocére terræ et mari neque arbóribus, quoadúsque signémus servos Dei nostri in fróntibus eórum. Et audívi númerum signatórum, centum quadragínta quátuor mília signáti, ex omni tribu filiórum Israël, Ex tribu Juda duódecim mília signáti. Ex tribu Ruben duódecim mília signáti. Ex tribu Gad duódecim mília signati. Ex tribu Aser duódecim mília signáti. Ex tribu Néphthali duódecim mília signáti. Ex tribu Manásse duódecim mília signáti. Ex tribu Símeon duódecim mília signáti. Ex tribu Levi duódecim mília signáti. Ex tribu Issachar duódecim mília signati. Ex tribu Zábulon duódecim mília signáti. Ex tribu Joseph duódecim mília signati. Ex tribu Bénjamin duódecim mília signáti. Post hæc vidi turbam magnam, quam dinumeráre nemo póterat, ex ómnibus géntibus et tríbubus et pópulis et linguis: stantes ante thronum et in conspéctu Agni, amícti stolis albis, et palmæ in mánibus eórum: et clamábant voce magna, dicéntes: Salus Deo nostro, qui sedet super thronum, et Agno. Et omnes Angeli stabant in circúitu throni et seniórum et quátuor animálium: et cecidérunt in conspéctu throni in fácies suas et adoravérunt Deum, dicéntes: Amen. Benedíctio et cláritas et sapiéntia et gratiárum áctio, honor et virtus et fortitúdo Deo nostro in sǽcula sæculórum. Amen. – 

[In quei giorni: Ecco che io, Giovanni, vidi un altro Angelo salire dall’Oriente, recante il sigillo del Dio vivente: egli gridò ad alta voce ai quattro Angeli, cui era affidato l’incarico di nuocere alla terra e al mare, dicendo: Non nuocete alla terra e al mare, e alle piante, sino a che abbiamo segnato sulla fronte i servi del nostro Dio. Ed intesi che il numero dei segnati era di centoquarantaquattromila, appartenenti a tutte le tribú di Israele: della tribú di Giuda dodicimila segnati, della tribú di Ruben dodicimila segnati, della tribú di Gad dodicimila segnati, della tribú di Aser dodicimila segnati, della tribú di Nèftali dodicimila segnati, della tribú di Manasse dodicimila segnati, della tribú di Simeone dodicimila segnati, della tribú di Levi dodicimila segnati, della tribú di Issacar dodicimila segnati, della tribú di Zàbulon dodicimila segnati, della tribú di Giuseppe dodicimila segnati, della tribú di Beniamino dodicimila segnati. Dopo di questo vidi una grande moltitudine, che nessuno poteva contare, uomini di tutte le genti e tribú e popoli e lingue, che stavano davanti al trono e al cospetto dell’Agnello, vestiti con abiti bianchi e con nelle mani delle palme, che gridavano al alta voce: Salute al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello. E tutti gli Angeli che stavano intorno al trono e agli anziani e ai quattro animali, si prostrarono bocconi innanzi al trono ed adorarono Dio, dicendo: Amen. Benedizione e gloria e sapienza e rendimento di grazie, e onore e potenza e fortezza al nostro Dio per tutti i secoli dei secoli.]

Graduale

Ps XXXIII:10; 11
Timéte Dóminum, omnes Sancti ejus: quóniam nihil deest timéntibus eum.
V. Inquiréntes autem Dóminum, non defícient omni bono.

[Temete il Signore, o voi tutti suoi santi: perché nulla manca a quelli che lo temono.
V. Quelli che cercano il Signore non saranno privi di alcun bene.]

Alleluja

(Matt. XI:28)
Allelúja, allelúja – Veníte ad me, omnes, qui laborátis et oneráti estis: et ego refíciam vos. Allelúja.
[Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi: e io vi ristorerò. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt V: 1-12
“In illo témpore: Videns Jesus turbas, ascéndit in montem, et cum sedísset, accessérunt ad eum discípuli ejus, et apériens os suum, docébat eos, dicens: Beáti páuperes spíritu: quóniam ipsórum est regnum cœlórum. Beáti mites: quóniam ipsi possidébunt terram. Beáti, qui lugent: quóniam ipsi consolabúntur. Beáti, qui esúriunt et sítiunt justítiam: quóniam ipsi saturabúntur. Beáti misericórdes: quóniam ipsi misericórdiam consequéntur. Beáti mundo corde: quóniam ipsi Deum vidébunt. Beáti pacífici: quóniam fílii Dei vocabúntur. Beáti, qui persecutiónem patiúntur propter justítiam: quóniam ipsórum est regnum cælórum. Beáti estis, cum maledíxerint vobis, et persecúti vos fúerint, et díxerint omne malum advérsum vos, mentiéntes, propter me: gaudéte et exsultáte, quóniam merces vestra copiósa est in cœlis.”

[In quel tempo: Gesù, vedendo le turbe, salì sul monte, e postosi a sedere, gli si accostarono i suoi discepoli, ed Egli, aperta la bocca, gli ammaestrava dicendo: « Beati i poveri di spirito, perché loro è il regno de’ cieli. Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra. Beati coloro, che piangono, perché essi saranno consolati. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché  saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché  anch’essi troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati quelli che sono perseguitati per cagione della giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. Beati voi quando vi avranno vituperati e perseguitati e, mentendo, avranno detto ogni male di voi, per cagione mia. Rallegratevi e giubilate, perché grande è la mercede vostra in cielo ».]

Omelia

(Msg. G. Bonomelli: Misteri Cristiani, vol. IV,  Ed. Queriniana, Brescia 1896)

LE BEATITUDINI

Lo dissi più volte, o fratelli; i misteri della fede, tutte le grandi opere compiute da Gesù Cristo sulla terra, nella liturgia ecclesiastica sono con sapiente misura distribuite lungo il corso dell’anno e con apposite feste e rito speciale ricordate e celebrate. Questi misteri e queste opere, nelle quali si assomma la vita di Gesù Cristo e si concentra la fede nostra, si possono paragonare alle pietre miliari, dirò meglio, a monumenti superbi, che la Chiesa colloca lungo la via che dobbiamo percorrere dalla terra al cielo e ci tengono sempre viva nella mente la cara e benedetta immagine di Cristo, nostro unico Maestro e Salvatore. Questi misteri di Cristo cominciano col suo nascimento e si chiudono col suo memoriale per eccellenza, la S. Eucaristia, per la quale Egli è realmente sempre con noi. Perciò colla festa del Corpus Domini, o mistero eucaristico, parrebbe doversi chiudere la serie dei nostri Ragionamenti. Ma grand’opera di Cristo non è dessa la Chiesa? Non è forse per Lei, che Cristo ammaestra, governa e santifica gli uomini e per Lei dimora realmente in mezzo a loro? E la parte di essa più nobile, che ha compiuta l’opera sua gloriosamente, che ha toccata la meta, che già regna e si letizia con Cristo in cielo, voi lo sapete, è la sua avanguardia, è la Chiesa trionfante, è l’esercito de’ santi. Era dunque conveniente che la festa d’Ognissanti fosse l’appendice dei misteri di Cristo e la Chiesa nella sua sapienza oggi la rammenta a suoi figli. Dopo averci spiegato dinanzi la vita e il trionfo del suo Capo e Duce supremo, ci ricorda e ci mostra la vita e il trionfo di quelli tra i suoi membri e soldati, che più davvicino lo seguirono e più risplendono della sua luce e gloria in cielo. E certamente in tutto il Vangelo non poteva scegliere un tratto che meglio rispondesse al suo fine e allo spirito della festa odierna di quello che avete udito cantare nella Messa e ch’io vi ho pur ora riportato parola per parola. Sono le otto beatitudini, come si chiamano comunemente, che è quanto dire, sono le otto vie principali, vie di prova, vie di dolore, che mettono alla eterna beatitudine. Per queste camminarono animosamente sull’esempio di Cristo quelle innumerabili schiere di fratelli nostri, che oggi onoriamo e trionfano in cielo e per queste noi pure dobbiamo camminare se vogliamo giungere là dov’essi giunsero. Soggetto di questo mio primo Ragionamento sarà la chiosa breve e semplice dell’odierno Vangelo, ossia delle otto beatitudini. (….) – Videns turbas…. docebat eos – Si direbbe, che in questo discorso Gesù raccolse e condensò tutto quello che vi è di più nobile e di più elevato nella sua dottrina morale e la prima parte, che è quella delle Beatitudini, si può bene a ragione chiamare, come altri si piacque chiamarlo, il bando solenne della nuova società, lo statuto del regno di Cristo. Il mondo non aveva mai udito proclamate dottrine morali di tanta perfezione, con tanta semplicità e parsimonia di parole, con tanta sicurezza e, dirò, con tanta audacia come queste delle otto beatitudini. Nulla di più contrario al mondo giudaico e pagano e insieme nulla di più conforme ai bisogni veri delle aspirazioni generose, che hanno radice profonda nella natura umana: opposizione e conformità che sembrano una contraddizione manifesta, eppure noi sono per chi penetra bene addentro nelle viscere della natura nostra. Ma è da venire alla spiegazione dei singoli versetti del nostro Vangelo, che si possono definire gli articoli fondamentali del Codice di Gesù Cristo. Gesù, vedendo le turbe, salì sul monte, e, postosi a sedere, gli si accostarono i suoi discepoli; ed Egli, aperta la sua bocca, li ammaestrava. Gesù sale sopra di un colle prima di parlare, perché? Sembra certo che su quel monte Egli passasse la notte, pregando e al mattino le turbe cogli Apostoli si raccogliessero intorno a Lui per udire le sue parole. Sale sul monte per esser più facilmente udito e perché come l’antica legge fu bandita dalla vetta d’un monte, così da un monte fosse proclamata la nuova, compimento dell’antica. Ma quanta differenza tra la promulgazione dell’una e dell’altra! La prima legge è promulgata sul monte tra i lampi e tuoni, e solo Mosè vi sale e rimane; guai a chi si fosse avvicinato! La legge è data, ma scritta sulla pietra. La seconda è promulgata sopra un monte senza apparato di sorta, con una semplicità, che non ha l’uguale. Il legislatore siede, gli Apostoli ed il popolo gli stanno intorno pieni di rispetto, ma senz’ombra di timore, come figli intorno al padre. Gesù parla e non iscrive e la umana legge è scolpita, non sulla pietra, ma scritta nei cuori e affidatane la promulgazione ad alcuni poveri pescatori, ignari dell’altissima missione, alla quale sono chiamati. Codice più sublime, più universale e più duraturo di quello che ora da questo monte si promulga non fu, non sarà mai promulgato sulla terra, né mai nei secoli passati e ne’ futuri altro se ne promulgherà in forma più semplice, più modesta, più concisa e insieme più popolare. Di questo Codice, i tempi, gli uomini e le vicende dei popoli, il progresso e le scienze non ne cancelleranno mai una sillaba sola. Sarà immutabile come Dio e osservato da miliardi di uomini, non per il terrore incusso dalla forza materiale, ma per intima persuasione e per amore. « Beati i poveri di spirito, perché di loro è il regno de’ cieli ». È la prima sentenza, che esce dalla bocca del divino Legislatore. Indubbiamente la parola poveri in questo luogo è detta in opposizione alla parola ricchi, come se si dicesse: « Beati quelli che non sono ricchi ». Ma che dite mai, o Signore? Il mondo considera la povertà come una sventura, come un male, radice d’innumerevoli mali: la povertà trae seco la fame, la sete, una dimora disagiata, un misero vestito, un lavoro continuo e gravoso, le infermità, l’abbandono e il disprezzo degli uomini, una vita piena di privazioni e di dolori; e voi la chiamate beata? Ma dunque i ricchi non possono appartenere al vostro regno? Dunque per questo che sono ricchi sono anche perduti? Che regno sarà dunque il vostro? Chi vorrà seguirvi? Non i ricchi, perché ricchi; non i poveri, perché se non altro essi pure desiderano e fanno ogni opera per diventar ricchi. La vostra parola suonerà nel deserto o diventerà soggetto delle sterili lucubrazioni di alcuni noiosi e stravaganti filosofi. — Eppure non fu così. — Spieghiamo la sentenza, di Cristo. Allorché Egli con linguaggio sì reciso chiamò beati i poveri non intese già di indicare una condizione della vita, ma sì una disposizione dell’animo, che è chiaramente significata da quella parola spirito aggiunta alle parole beati i poveri. In altri termini Gesù Cristo disse: « Beati quelli che tengono i beni della terra e le ricchezze in quella stima, che si meritano cose sì basse, sì incerte e sì fuggevoli e che non possono appagare i bisogni troppo più alti e più nobili del cuore umano! Beati quelli che non legano alle ricchezze il loro cuore, che non pongono in esse il loro fine quasiché per esse fossero creati e collocati quaggiù sulla terra e tenendone staccato l’affetto, collo spirito si sollevano a Lui, che è ne’ cieli e che solo può essere la nostra verace felicità ». L’uman genere fu ed è diviso in due gran campi: l’uno assai ristretto di numero, il campo dei ricchi: l’altro vastissimo, quello dei poveri condannati alla fatica per un pane quasi sempre duro e scarso e tormentati da infinite privazioni. Quelli più o meno opprimono questi e questi guardano a quelli con invidia ed ira e li minacciano fieramente. È la perpetua e terribile lotta tra le due classi dei poveri e dei ricchi, che si combatte con varia fortuna attraverso ai secoli e che oggi è divenuta più feroce, perché più rabbiosa è divenuta l’avarizia e la durezza degli uni e più insofferente la povertà degli altri. Le nuove leggi e i frutti d’una civiltà certamente progredita possono forse temperare le asprezze della lotta, ma sono impotenti a farla cessare, anzi la rendono più vasta e più fiera, perché la ricchezza va sempre più accumulandosi in poche mani in forza dei progressi della scienza e l’ira dei poveri o diseredati cresce, perché in essi colla istruzione cresce il sentimento dei diritti, veri od esagerati che siano, noi cerchiamo. Cristo, rivolgendosi a tutti, ai ricchi, che abbondano e godono, ai poveri, che scarseggiano e soffrono, grida: « Beati tutti, se levando gli occhi della mente alla vita futura, al cielo, dove è la vera e stabile patria, scioglierete i vostri cuori dall’amore e dal desiderio sregolato dei beni della terra. Sciolti da questo amore sregolato voi, ricchi, smetterete la febbre di arricchire maggiormente e farete più larga, secondo giustizia e secondo carità, la parte dei poveri, e voi, poveri, limiterete i vostri desideri e le vostre esigenze e nella speranza della vera ricchezza comune troverete quella pace e quella felicità, che quaggiù è possibile ». – Il gran rimedio, che Cristo propone a tutti, ricchi e poveri, in eguale misura, è la povertà di spirito in vista della immanchevole e comune ricchezza preparata in cielo: è il recidere dagli animi tutti la malnata radice della concupiscenza, il renderci veramente liberi dall’amore soverchio, che tutti ci avvince ai beni caduchi della terra, rammentandoci, che dobbiamo esserne padroni, non servi; che sono mezzi, non fine: che possiamo usarne e non abusarne; che i ricchi possono salvarsi a patto di divenir poveri di spirito e i poveri a patto di non voler essere ricchi coi desideri smoderati. – Fratelli! Vi può essere dottrina più ragionevole e socialmente più utile e più bella di questa? Attuata nei ricchi e nei poveri, non per via di forza o di leggi, ma di persuasione, non scioglierebbe il tremendo problema, che ci affanna? Questa dottrina, rendendo tollerabile e felice la condizione nostra nella vita presente, non ci procaccerebbe la salvezza e la perfetta beatitudine nella vita futura? Non dimentichiamolo mai, o carissimi: la speranza del regno de’ cieli è il contrappeso dei mali presenti, e se perdiamo di vista quei beni lassù, ci tufferemo tutti in questi e per averli ci morderemo e sbraneremo tra noi: senza la fede e la speranza nel cielo la terra si. muterà in un campo di battaglia, dove il più forte opprimerà il più debole, e diventerà un vero inferno. – Passiamo alla seconda Beatitudine o secondo articolo del divino Statuto: « Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra ». S. Tommaso, acutamente ragionando, dimostra che tutte le passioni si riducono ad una sola, la concupiscenza: se questa cerca indebitamente la propria eccellenza, è superbia: se si getta al mangiare e al bere, è gola: se brama le ricchezze, è avarizia; se agogna i piaceri sensuali, è lussuria; se tende ai propri comodi, è accidia. Avviene talvolta che questi beni, sui quali la concupiscenza si getta come sul proprio pasto, le siano contesi e negati: allora la concupiscenza si irrita contro chi glieli contrasta e rifiuta, ed eccovi l’invidia e l’ira, che in sostanza non sono che la stessa concupiscenza considerata sotto un’altra forma e perciò a ragione essa va distinta in due modi, o parti, che la filosofia d’accordo colla teologia chiama l’una propriamente concupiscibile, l’altra irascibile: l’una che tira a sé l’oggetto amato, l’altra, che respinge chi gliene contende l’acquisto od il possesso. Gesù Cristo nella prima Beatitudine condanna la brama smodata delle ricchezze, che si vogliono come strumento o mezzo di avere tutti i piaceri e perciò rintuzza la parte concupiscibile nel suo punto capitale: nella seconda Beatitudine raffrena la irascibile, dicendo: « Beati i miti ». Chi è desso l’uomo mite? Mite è colui che ha tranquillo il cuore e dolce la parola: mite chi con dolce risposta placa l’iracondo: mite chi soffre senza lagnarsi le ingiurie e i danni ricevuti: e mite più ancora è chi si rallegra delle offese e dei danni ricevuti e coi benefici vince i malevoli e chiude la bocca ai nemici ed ai calunniatori: mite in una parola è chi perfettamente imita Colui che disse: « Imparate da me che sono mite ed umile di cuore ». La mitezza è il sommo grado della pazienza e della rassegnazione, è la compagna inseparabile dell’umiltà, è l’amica della mortificazione, la figlia della pace, è il fiore della modestia, è il sorriso della innocenza, è il frutto più saporoso della carità. Queste anime miti, dalla fronte sempre serena e ridente, dalla parola sempre amabile, dall’occhio sempre soave e pieno di letizia, dallo spirito sempre equanime, che sempre vincono, sempre cedendo, possederanno la terra: « Possidebunt terram ». Qual terra, o fratelli miei? La terra dei viventi, come dicono i Libri Santi; la terra che sempre verdeggia e fruttifica sotto i raggi del Sole eterno: la terra dell’ordine e della pace, che non conosce cosa siano le tempeste, il dolore ed il pianto; la terra della eredità promessa ai figli dal Padre celeste, di cui la terra promessa ai figli di Israele fu una figura, in una parola, il cielo. Possederanno la terra: « Possidebunt terram! » Qual terra ancora, o fratelli? Non v’è dubbio e la esperienza lo prova: le anime dolci, i caratteri miti, gli spiriti mansueti godono d’una pace ed una serenità di cuore, che rendono meno amare le vicende della vita: essi sono sempre tranquilli, cessano i litigi, sì frequenti tra le persone irose: la loro compagnia è cara a tutti e la loro parola è quasi sempre accolta anche dai nemici con istima e riverenza e. nelle famiglie, nel gruppo dei conoscenti, dovunque, esercitano sugli animi un impero tanto più bello ed efficace in quanto che è consentito e spesso invocato e non offende persona. Sì, sono i miti di cuore che regnano, non sui corpi, ma sugli animi e sanno volgere a lor posta le chiavi del cuore altrui: la loro parola amabile e insinuante, dice S. Giovanni Grisostomo, è come l’acqua che spegne il fuoco delle discordie ed estingue le fiamme dell’ira e dell’odio, e di loro si può dire meritamente, che posseggono la terra, hanno cioè quaggiù anticipata parte di quella mercede che piena sarà loro data in cielo: « Possidebunt terram ». Gesù prosegue e promulga il terzo articolo del suo Bando all’umanità e dice: « Beati coloro che piangono, perché saranno consolati ». Il pianto è effetto esterno e naturale del dolore per modo, che nel linguaggio comune pianto e dolore, lagrime e sofferenze hanno lo stesso significato e noi diciamo: – Quegli piange, quegli versa lagrime per dire: Quegli soffre e patisce -. È qui, se non erro, che l’insegnamento di Cristo tocca l’ultimo apice della contraddizione agli occhi della sapienza mondana. Qual cosa più contradditoria, che collocare la gioia nel dolore, la felicità nei patimenti, la beatitudine nelle pene? Sarebbe certamente manifesta contraddizione se la sentenza di Cristo si intendesse nel senso che il pianto e il dolore siano per sè stessi la gioia e la felicità: ma Gesù Cristo considera il pianto e il dolore quali mezzi per giungere alla gioia e alla felicità. Così noi possiamo dire che dolce èla medicina che ci ridona la salute, benché essa sia ostica ed amara e chiamiamo pietoso il ferro, che recide il membro cancrenoso, tuttoché cagioni acutissimo dolore. La beatitudine del patire sta, non nel patire, ma in quello che il patire a suo tempo germoglierà, cioè l’eterna mercede! Ma qui vuolsi porre ben mente ad una condizione, che Gesù Cristo non espresse in termini, ma necessariamente è sottintesa e che più innanzi sarà annunziata. Non ogni patire è seme di godere, ma sì il solo patire per la verità, per la giustizia, per amore di Dio. Quaggiù tutti soffrono in diversa misura, è vero, ma nessuno si sottrae alla tremenda legge del dolore: soffrono i buoni e soffrono i cattivi; soffre Antioco e soffrono i Maccabei: soffrono gli Imperatori Romani e soffrono gli Apostoli e i Cristiani martoriati: soffrono i nemici della Chiesa e soffre la Chiesa: soffrono gli schiavi del mondo e soffrono i figli di Dio. Forsechè di tutti egualmente possiamo dire: – Beati quelli che piangono perché saranno consolati? -. Non mai, non mai, fratelli miei. Beati sono soltanto quelli che piangono e soffrono per la virtù e per Iddio: beati sono quelli che hanno la fede e nella fede e per la fede fissano l’occhio della speranza nei beni della vita futura, premio e frutto del presente patire; beati sono quelli che soffrono con coraggio, con rassegnazione, con umiltà di cuore esolo da Dio attendono la mercede. Il vero e solo conforto di chi piange e geme sotto il fardello dei mali presenti è la promessa di Cristo, che in ragione del dolore avrà la gioia, a patto che soffra come Egli vuole e quanto Egli vuole. Togliete questa speranza sicurissima fondata sulla promessa di Cristo: chiudete sul capo degli uomini il cielo e sopprimete il di là della tomba, la seconda vita, e la terra si tramuta in un immenso tormentatorio, in un ergastolo spaventoso, perché tutti soffrirebbero senza speranza e il più saggio partito sarebbe il suicidio. Opera adunque scellerata e crudele fanno coloro, che tentano rapire al popolo la fede e colla fede la speranza d’una vita felice in cielo; essi, per quanto è da loro, lo spingono alla disperazione e renderebbero necessari e giusti tutti i più esecrandi delitti. Quanti soffriamo sulla terra, leviamo gli occhi e i cuori al cielo e teniamoci saldi come ad àncora alla promessa di Cristo: « Beati quelli che piangono, perché saranno consolati ». Passiamo al quarto articolo del nostro divino Codice: « Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati ». La giustizia! Chi non ama, chi non vuole la giustizia? Voi non troverete sulla terra un uomo solo, che non se ne professi osservatore esatto e al bisogno intrepido difensore finché se ne parla in genere e se ne ragiona in teoria: ma la cosa corre ben diversamente quando dalle regioni teoriche ed ideali si discende alla pratica e alla realtà dei fatti. Che è dunque la giustizia? La parola giustizia può significare quella virtù, che dicesi cardinale o fondamentale, per cui si rende a ciascuno ciò che gli è dovuto: può anche significare una certa equità o mitezza d’animo, che piega verso la benignità, od anche si può pigliare come il complesso di tutte le virtù. E invero assai volte nella santa Scrittura giustizia equivale a santità e giusto vuol dire uomo perfetto, uomo santo e credo che precisamente sia questo il senso della parola giustizia usato qui dal Salvatore. « Beati, egli disse, quelli che hanno fame e sete della giustizia » ; Beati cioè tutti quelli che hanno fame e sete, non del cibo e della bevanda, dei beni della terra, ma sì della virtù e della santità, che della virtù è il grado sommo! Non senza ragione Gesù Cristo adoperò questa forma di parlare sì energica: – Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia! – Non disse : beati quelli che desiderano, che amano, che cercano, che tendono, che vogliono la giustizia, ma quelli che ne hanno fame e sete per esprimere la brama e l’ardore, con cui dobbiamo volere e cercare la virtù e la santità. Il nostro non deve essere uno di quei desideri, che rimangono sterili e che si possono paragonare a quei fiori belli e vaghi a vedersi e cadono senza lasciare dietro a sé frutto alcuno: la nostra non debb’essere una di quelle volontà fiacche, che vengono meno alle prime difficoltà: che vogliono e non vogliono, che sono disposte a salire il Tabor, ma non il Calvario, che vorrebbero le rose senza le spine, che vagheggiano una virtù senza sacrifici, che amano camminare per una via piana, sparsa di fiori. No, no, grida Cristo: Bisogna aver fame e sete della giustizia. Vedete un uomo affamato dinanzi a lauta mensa, un assetato sull’orlo d’un fresco ruscello: essi non frappongono indugi: vedere quella mensa, quei cibi; vedere quell’acqua limpida che scorre a piedi, e gettarsi su quelle vivande e immergere le riarse labbra in quell’acqua per saziare la fame, che lo tormenta e spegnere la sete, che lo strugge, è la stessa cosa. Come divora quel pane e quei cibi! Come tracanna quell’acqua! Come se ne sbrama e se ne delizia! Il piacere gli apparisce tutto sul volto, sfavilla negli occhi e si comprende che null’altro vuole o desidera, che è sazio e contento ! La virtù è il banchetto per l’affamato, è il ruscello per l’assetato e la nostra vita tutta, come scrive S. Agostino, non dovrebbe essere che un incessante e cocente desiderio, uno sforzo supremo di sfamarci a quel banchetto e dissetarci a quella fonte della vita, dove ogni nostra brama sarà saziata (Tota vita boni Christiani sanctum desiderium est – Tract. 4 in Epist. S. Joannis). E di questo cibo e di questa bevanda che parlava Gesù Cristo nell’ultima cena, allorché diceva agli Apostoli: « Io vi dispongo il regno, acciocché voi mangiate e beviate alla mia mensa, nel mio regno ». (S. Luca, XXII, 29). Ma non dimentichiamo mai che l a mercede vera di questo affocato amore della giustizia, non lo dobbiamo aspettare quaggiù sulla terra, sebbene in cielo – Quoniam ipsi saturabuntur-: in cielo, dove non si avrà sete in eterno, come Gesù promise alla Samaritana – Non sitiet in æternum -. Siamo alla quinta Beatitudine : « Beati i misericordiosi, perché anch’essi troveranno misericordia ». Nella prima Beatitudine, Cristo sterpando dal cuore la maledetta radice della avarizia, che separa gli uomini e l’un l’altro li inimica, nella quinta li esorta a fondersi in una volontaria e santa eguaglianza: dopo la giustizia viene la misericordia. L’uomo ama avere più che dare fino ad agognare anche l’altrui: la giustizia segna i limiti del diritto e del dovere e la misericordia allarga anche questi a favore del poverello e Cristo fa udire queste due sentenze sublimi: « Più felice cosa è dare che ricevere » (Atti Apost. XX, 35). « Beati i misericordiosi! » La misericordia, come suona il vocabolo stesso, è un sentire in cuore la miseria altrui; è patire con chi patisce e far propria l’altrui miseria e siccome non v’è uomo che, soffrendo dolore nella propria persona, non si adoperi come meglio può a fine di rimuoverlo, così sentendo in sé il dolore altrui come proprio, è troppo naturale che s’ingegni di liberarsene e perciò la misericordia è la madre della beneficenza, è lo stimolo di tutte le opere di carità, tra le quali principalissima è la elemosina. « Beati i misericordiosi! » Beati cioè quelli, che hanno un cuor buono, tenero, pieno di compassione per chi soffre: ma non basta: e che mostrano il loro cuore compassionevole nelle opere a soccorso de’ fratelli sofferenti secondo le loro forze e le sì varie condizioni della vita. Sono ignoranti? Istruiteli o fateli istruire. Sono cattivi, perversi? Sopportateli e fraternamente correggeteli. Sono molesti? Tollerateli. Sono vacillanti, dubbiosi? Consigliateli. Sono infermi? Visitateli, assisteteli. Sono perseguitati da prepotenti? Difendeteli. Hanno fame? Nutriteli. Sono coperti di cenci, ignudi? Vestiteli. Ecco le opere della misericordia, che Gesù Cristo ricorda in altro luogo del Vangelo. E quali i motivi di queste opere della misericordia? Non uno di quelli che oggidì sono maggiormente in voga, motivi umani, che variano come variano gli uomini. L’unico recato è questo: « Quelli che useranno misericordia, a suo tempo otterranno anch’essi misericordia ». Da chi? Evidentemente da Dio, che è il padre delle misericordie, che ha per fatto a sè ciò che è fatto ai suoi minimi, che dà il cento per uno. Quale il motivo? Di ottenere tu stesso da Dio quella misericordia, che usi col fratel tuo: « Quoniam ipsi misericordiam consequentur ». « Vedi, grida S. Agostino, ciò che fa l’usuraio: egli certamente vuol dare il meno possibile e ricevere il più possibile. E questo fa tu pure. Dà poco e ricevi molto. Vedi come cresce a dismisura il tuo capitale. Dà le cose temporali e ricevi le eterne: dà la terra, ricevi il cielo » (in Ps. XXXVI). La mercede della tua misericordia operosa la devi attendere da Dio, che solo conosce l’opere e chi le fa e solo e sempre e a larghissima usura ricompensa. Ma forse si esclude che chi usa misericordia coi fratelli potrà ottenere anche qui misericordia dagli uomini? No, per fermo. Anzi, se non sempre, spesse volte vediamo che anche qui sulla terra i pietosi verso i loro simili ottengono pietà, sia perché la virtù e la bontà dell’animo guadagna i cuori anche de’ tristi, sia perché Iddio talora si compiace di premiarli anche in terra a loro conforto e ad incoraggiamento dei timidi e dei deboli. – Passiamo alla sesta Beatitudine: « Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio ». Quando, o fratelli miei, una cosa per noi è monda e pura? Quando essa è netta da qualsiasi alterazione e mischianza di cose estranee. Così pura è l’acqua, puro l’oro e l’argento quando non sono che acqua, oro ed argento. Per somiglianza si dice pura e monda l’anima, puro e mondo il cuore (che qui come in molti altri luoghi della Scrittura si piglia per la coscienza, mente e volontà), allorché è libero da colpe, è scevro da affetti estranei, che a guisa di materie eterogenee e di macchie lo imbrattano e deturpano.Fratel mio! La tua mente debb’essere simile ad un cielo limpido e sereno: allorché tu volontariamente accogli quei pensieri indegni e lasci condensarsi quei fantasmi brutti, il tuo cielo si abbuia: allora in fondo al tuo cuore fermentato affetti colpevoli e scoppia la tempesta: mente e cuore sono sossopra, tutto è turbato, come allorché sulla terra si scatena la procella. Allora il cuore, cioè la coscienza, non è più pura e l’occhio della mente, velato dalle nebbie, che si levano dal pantano dei sensi, non discerne più chiaramente la luce della verità. È dunque necessario tener sgombra la mente da queste nebbie,mondo il cuore da questi affetti terreni e sensuali, affinché possiamo sempre vedere la verità e Lui, che è fonte d’ogni verità, Iddio.« Questa beatitudine, dice S. Leone, è promessa ai puri di cuore, perché l’occhio imbrattato non può vedere il raggio della verità e ciò che rallegra l’occhio netto, tormenta l’occhio infermo e impuro. Si purghino adunque e si nettino gli occhi della mente da ogni ombra di cose terrene e da ogni immondezza della colpa affinché lo sguardo sereno si bei della sola vista di Dio » O beati, Iveramente beati i puri di cuore, i mondi d’ogni colpa, e sovra tutto le anime caste, perché  sopra di loro, come sopra specchi tersissimi, scenderà il raggio della verità e per esso risaliranno a Dio, da cui ogni verità deriva!« Beati i pacifici, è la sesta Beatitudine, perché saranno chiamati figliuoli di Dio ». Qui è da por mente alla parola greca eirenoposos che propriamente non significa gli uomini, che amano la pace e vivono in pace, ma sì quelli che procurano. la pace, pacieri e facitori di pace tra gli altri, fosse pure a costo di perderla essi stessi.La pace è la tranquillità dell’ordine e poiché Dio è lo stesso Ordine e la Causa produttrice stabile d’ogni ordine in tutti gli esseri mercé delle leggi per Lui poste, Egli è il principio della pace, anzi la stessa pace : « Deus pacis – Ipse est pax nostra ». Quelli pertanto che 1’amano e la serbano in sé, serbando l’ordine, e più quelli chela mantengono negli altri e, rotta per la ignoranza. o malizia altrui, fanno buona opera a ristabilirla, sono simili a Dio, e meritano l’onore d’essere chiamati suoi figli: « Filii Dei vocabuntur».Pur troppo questa tranquillità dell’ordine, questa pace vera e stabile raramente alberga sulla terra. Come i venti e le tempeste turbano la tranquillità dell’atmosfera, così le passioni degli individui, delle famiglie, delle società, delle nazioni rompono la pace negli individui, nelle famiglie, nelle società e nelle nazioni, e vi suscitano la guerra. Il nemico di ogni pace, il primo ribelle contro Dio, ruppe la pace tra Dio e l’uomo: il Figlio di Dio fatto uomo, col suo sangue la ristabilì e perciò Egli è salutato Principe della pace. Quelli pertanto che si adoperano, reprimendo le passioni, queste perpetue turbatrici dell’ ordine, a rimettere la pace negli individui, nelle famiglie, nella società, nelle nazioni, sono pacifici, facitori di pace e partecipano alla missione stessa di Gesù Cristo. – Ed eccoci all’ultima Beatitudine: « Beati quelli che soffrono persecuzione per la giustizia, perché di loro è il regno de’ cieli ». È egli possibile che gli uomini abbiano in odio e perseguitino la virtù e la giustizia per se stessa? Non credo. Come non si trova persona, che dica di odiare la verità, così penso che non si trovi chi dichiari di odiare e perseguitare la giustizia o la virtù, che ne è la pratica attuazione. D’altra parte la virtù e la santità per sé stessa è cosa astratta, che non si vede, né si tocca e perciò non è possibile combatterla e perseguitarla. Essa la si può odiare e perseguitare solamente in quanto si concreta e si attua e, dirò così, piglia corpo in una persona e in quanto è contraria alle passioni e come tale si presenta qual nostra nemica. Le verità sì teoriche che pratiche, che Cristo portò sulla terra, se mi è lecita la espressione, si impersonarono prima in Lui, poi negli Apostoli, poi nella Chiesa e in essa e per essa staranno fino alla fine de’ secoli. Il Verbo divino, che è la Verità sostanziale, si unì colla umana natura assunta in guisa, che con essa è una sola persona: la verità per Lui insegnata si unisce alla Chiesa per modo che ne è inseparabile; la Chiesa è come il corpo della verità e la verità ne è l’anima e come non è possibile avere comunicazione alcuna coll’anima se non per mezzo del corpo, così non possiamo afferrare la verità e per essa la vita di Cristo che per mezzo della Chiesa. Ma nell’uomo vi sono le passioni e come formidabili! Esse per natura sono nemiche della verità, come le tenebre son nemiche della luce ela morte è nemica della vita. La superbia, l’avarizia, la gola, la lussuria, l’ira, l’invidia odiano e combattono necessariamente l’umiltà, 1’ubbidienza, la fede, la carità, la temperanza, la continenza, la mortificazione, tutte le virtù, che formano la sostanza dell’insegnamento di Cristo e della sua Chiesa: la lotta adunque tra Cristo e la sua Chiesa da una parte e il mondo e i suoi seguaci dall’altra, è necessaria, è nella natura stessa delle cose. Essa cominciò in cielo tra gli Angeli fedeli e i ribelli, si portò sulla terra per opera di questi, riempirà lo spazio e i tempi e si chiuderà in quel dì, in cui Cristo compirà nella Chiesa la sua vittoria. Ecco perché Cristo predisse agli Apostoli ea tutti i seguaci suoi che sarebbero perseguitati. Né vuolsi credere che la predizione di Cristo si debba restringere ai primi secoli della Chiesa, come parve a taluni. Le parole di Cristo abbracciano tutta la vita della Chiesa, che è la continuazione della vita di Lui. Non vi è ragione, né indizio nei Libri Santi, che lo stato di guerra debba limitarsi ai primi secoli e la storia della Chiesa fino a noi ne è il commento irrefragabile: « Se hanno perseguitato me, perseguiteranno voi pure, disse Cristo ». « Tutti quelli che vogliono vivere piamente, soffriranno persecuzione » grida il suo Apostolo Paolo. Ma si rallegrino, continua Cristo : essi soffrono per la verità, per la giustizia e la mercede non può fallire. Quale mercede? Sempre la stessa: « Loro è il regno dei cieli ». Qual mercede più bella e più desiderabile? E qui Gesù Cristo, quasi compreso da un santo entusiasmo, muta la forma del suo linguaggio e lo rincalza con una forza, con una energia novella. Fin qui avea parlato in terza persona e colla sublime calma di Legislatore divino: ora rivolge il suo dire direttamente agli Apostoli e col linguaggio d’un duce supremo, che al momento della pugna si rivolge ai suoi soldati, prosegue: « Beati siete voi, quando vi avranno vituperati e perseguitati e, mentendo, avranno detto contro di voi ogni male, per cagion mia », Non dice già: Beati voi, perché sarete accolti con rispetto, ascoltati e ubbiditi come annunziatori della verità: perché sarete colmati di onori e di ricchezze e il nome vostro risuonerà glorioso dovunque: beati, perché maledetti, perseguitati, calunniati per me, per la difesa della verità e della giustizia. In tutta la storia antica cerco indarno un linguaggio simile a questo, indirizzato a poveri pescatori, ai figli del popolo! Ma vi è di più, o fratelli! Rallegratevi, giubilate, continua Cristo con una specie di santa voluttà, all’idea di patire ingiurie, calunnie e tormenti: rallegratevi e giubilate », cioè grande, senza misura sia la vostra gioia. E gli Apostoli, pochi anni dopo, ne diedero prova, allorché, come narra S. Luca, flagellati pubblicamente « se ne andavano lieti per essere fatti degni di soffrire ignominia pel nome di Gesù » (Atti Apost. V, 41). E prova ne diedero anche i semplici fedeli di Gerusalemme, che, come scrive S. Paolo, « spogliati dei loro beni, ne accettarono con gioia la rapina » (Epist. agli Ebrei, X , 34). Soffrire ingiurie, calunnie, spogliazioni, tormenti, la morte con rassegnazione e tranquillità d’animo, è d’anime generose: ma soffrire tutto questo con gioia e con tripudio, è proprio d’anime eroiche, più che umane, divine. Ma Gesù Cristo non dimentica mai che l’uomo, ancorché magnanimo e per la grazia elevato e quasi trasumanato, non può mai perdere interamente di vista se stesso e il proprio bene; la natura non consente. Egli è perciò che alle parole: « Rallegratevi, giubilate voi, che soffrite per me e per la giustizia, aggiunge: «Perché grande è la vostra mercede ne’ cieli ». Voi siete fatti per la felicità e per una felicità eterna: il dolore è inevitabile, è vero; ma non deve essere fine, sebbene mezzo alla felicità e come mezzo esso stesso diventa desiderabile, diventa un bene e nel dolore, come mezzo alla gioia, voi potete trovare la gioia. – Fratelli! Ho finito il breve commento degli otto articoli fondamentali del divino Statuto, che Cristo ha dettato alla società umana, Statuto veramente immutabile per tutta la terra, per tutti i popoli e per tutti i tempi. Una sola ed ultima osservazione, che merita tutta la vostra attenzione.  Quanti furono e quanti saranno legislatori nelle loro leggi non possono avere che due soli fini, scemare i mali, i dolori degli uomini, procurare, accrescere e assicurare loro i maggiori beni e così condurli a quella felicità, che è possibile. Ma l’opera loro è necessariamente circoscritta al tempo presente, ai mezzi materiali, ad una felicità temporaria e relativa, che può estendersi, se volete, al maggior numero, non a tutti e a ciascuno, perché troppe volte il bene di alcuni importa il male di altri. Nessuna legislazione umana, sia pure la più perfetta, può dare la vera, la piena felicità a tutti e a ciascun uomo, che la riceva. Cristo, perché Dio-Uomo, vuole che gli uomini tutti, senza eccettuarne un solo, pervengano alla vera, alla perfetta felicità, senza limiti di luoghi e di tempi. Quali i mezzi? Non la forza materiale, ma la morale: non una, partizione forzata di beni materiali eguale, che sarebbe impossibile e ingiusta, e fatta oggi, sarebbe disfatta domani: che, lasciando nel cuore degli uomini tutte le passioni, anzi solleticandole e inasprendole maggiormente, vi lascerebbe con esse il germe fatale di tutti i mali; ma, promulgando la gran legge di non amare disordinatamente questi beni, dei quali gli uomini sono sì ghiotti: intimando a tutti l’amore della giustizia, la purezza del cuore, la concordia degli animi, l’amore vicendevole, la carità operosa, la rassegnazione nelle privazioni e nella prova del dolore e a tutti quelli che osservano questo Codice l’immanchevole e adeguata retribuzione, Gesù Cristo scioglie il problema sociale, rende tollerabile e cara la vita presente, come mezzo e strumento all’acquisto della futura. Restringete tutte le speranze alla vita presente: gli uomini si gireranno tutti come affamati sulla scarsa mensa dei beni materiali e ben presto si volgeranno gli uni contro gli altri, si morderanno e si sbraneranno: dopo la presente mostrate un’altra vita, che ripara le ineguaglianze e le ingiustizie di questa e dove starà meglio e per sempre chi dei beni di quaggiù è stato più largo coi fratelli, e cesserà la lotta, e tutti gli occhi e tutti i cuori si leveranno in alto e nella speranza della futura felicità si leniranno i dolori della vita presente. Il cielo, o fratelli, è il contrappeso della terra e se togliete quello, questa si sprofonda nell’abisso. L’umana famiglia ha bisogno incessante e supremo che la voce di Cristo le ripeta la gran sentenza: « Rallegratevi e giubilate, perché grande è la vostra mercede in cielo ».

Credo … 

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Sap III:1; 2; 3
Justórum ánimæ in manu Dei sunt, et non tanget illos torméntum malítiæ: visi sunt óculis insipiéntium mori: illi autem sunt in pace, allelúja.

[I giusti sono nelle mani di Dio e nessuna pena li tocca: parvero morire agli occhi degli stolti, ma invece essi sono nella pace.]

Secreta

Múnera tibi, Dómine, nostræ devotiónis offérimus: quæ et pro cunctórum tibi grata sint honóre Justórum, et nobis salutária, te miseránte, reddántur.

[Ti offriamo, o Signore, i doni della nostra devozione: Ti siano graditi in onore di tutti i Santi e tornino a noi salutari per tua misericordia.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt V: 8-10
Beáti mundo corde, quóniam ipsi Deum vidébunt; beáti pacífici, quóniam filii Dei vocabúntur: beáti, qui persecutiónem patiúntur propter justítiam, quóniam ipsórum est regnum cœlórum.

[Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio: beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio: beati i perseguitati per amore della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.]

Postcommunio

Orémus.
Da, quǽsumus, Dómine, fidélibus pópulis ómnium Sanctórum semper veneratióne lætári: et eórum perpétua supplicatióne muníri.

[Concedi ai tuoi popoli, Te ne preghiamo, o Signore, di allietarsi sempre nel culto di tutti Santi: e di essere muniti della loro incessante intercessione.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA DI NOVEMBRE (2020)

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA DEL MESE DI NOVEMBRE (2020)

Il mese di Novembre è il mese che la Chiesa Cattolica dedica al ricordo ed al culto dei defunti.

… Che cosa è adunque la Comunione dei Santi, per virtù della quale noi abbiamo il grande potere di soccorrere e liberare le anime del purgatorio? Udite. Ogni società si compone di individui uniti fra di loro mediante la partecipazione agli stessi interessi e l’obbedienza ad uno stesso potere. Così ad esempio noi italiani formiamo la società italiana, perché tutti abbiamo gli interessi propri della patria nostra ed obbediamo tutti allo stesso sovrano, che ci governa. Non importa, che gli uni parlino un dialetto od una lingua e gli altri ne parlino un’altra; non importa, che gli uni, ad esempio i Siciliani e i Sardi distino assai dai Liguri e dai Piemontesi, non importa, che qua da noi vi siano certi costumi, che altrove nella stessa Italia ve ne siano degli altri; sol perché tutti noi abbiamo comuni gli interessi della patria di tutti noi, che è l’Italia, perciò solo noi formiamo una vera società, la società italiana, che si distingue perciò dalla società francese, dall’inglese, dalla tedesca, e da altre, perché quelle società hanno altri interessi, che non sono i nostri, ed obbediscono ad altro capo, che non è il nostro. Così pure l’insieme di individui, che partecipano agli stessi interessi religiosi e obbedisco ad uno stesso potere religioso, per quanto appartengono a stati diversi e a diverse società civili, e per quanto siano lontanissimi tra di loro per abitazione, formano sempre tuttavia la stessa società religiosa. Così è appunto della Chiesa di Gesù Cristo, la quale è formata da tre grandi parti o famiglie. Vi ha la parte o famiglia che si vede qui in terra e che si chiama Chiesa militante, perché ancora combatte per conseguire l’eterna corona, vi ha la parte costituita dagli Angeli e dai Santi, che sono già beati in cielo, godendo il trionfo delle vittorie riportate, e chiamata perciò Chiesa trionfante, e poscia la parte costituita da quelle anime, che hanno già lasciata la terra, ma sono ancora nel purgatorio ed è chiamata Chiesa purgante.

(A. Carmagnola: IL PURGATORIO; Lib. Sales. Edit., TORINO, 1904)

QUESTE SONO LE FESTE DEL MESE DI NOVEMBRE (2020)

1 Novembre Dominica XXII Post Pentecosten I. Novembris    Semiduplex

Dominica minor *I*

                      Omnium Sanctorum    Duplex I. classis *L1*

2 Novembre Omnium Fidelium Defunctorum  –  Duplex I. classis *L1*

4 Novembre S. Caroli Episcopi et Confessoris    Duplex

6 Novembre –

I° Venerdì

7 Novembre –

I° Sabato

8 Novembre Dominica XXIII Post Pentecosten III. Novembris    Semiduplex  

                       Dominica minor *I*

                       Ss. Quatuor Coronatorum Martyrum   

9 Novembre

In Dedicatione Basilicæ Ss. Salvatoris    Duplex II. classis *L1*

10 Novembre S. Andreæ Avellini Confessoris    Duplex

11 Novembre S. Martini Episcopi et Confessoris    Duplex *L1*

12 Novembre S. Martini Papæ et Martyris    Semiduplex

13 Novembre S. Didaci Confessoris    Semiduplex

14 Novembre S. Josaphat Episcopi et Martyris    Duplex

15 Novembre Dominica VI Post Epiphaniam IV. Novembris    Semiduplex

                              Dominica minor *I*

                          S. Alberti Magni Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris  

16 Novembre S. Gertrudis Virginis    Duplex

17 Novembre S. Gregorii Thaumaturgi Episcopi et Confessoris    Duplex

18 Novembre In Dedicatione Basilicarum Ss. Apostolorum Petri et

Pauli    Duplex *L1*

19 Novembre S. Elisabeth Viduæ    Duplex

20 Novembre S. Felicis de Valois Confessoris    Duplex

21 Novembre In Præsentatione Beatæ Mariæ Virginis    Duplex

22 Novembre Dominica XXIV et Ultima Post Pentecosten V.

                           Novembris –  Semiduplex Dominica minor *I*

                                  S. Cæciliæ Virginis et Martyris    Duplex

23 Novembre S. Clementis I Papæ et Martyris    Duplex

24 Novembre S. Joannis a Cruce Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

25 Novembre S. Catharinæ Virginis et Martyris  Duplex

26 Novembre S. Silvestri Abbatis    Duplex

28 Novembre Dominica I Adventus    Semiduplex I. classis *I*

30 Novembre S. Andreæ Apostoli – Duplex II. classis *L1*

LO SCUDO DELLA FEDE (133)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

(Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884)

PARTE SECONDA

CAPO XII.

I martiri più moderni mostrano la verità della Chiesa Romana.

I. Quei ladri cui non riesce l’arte di fabbricare monete false, si riducono in fine a rubar le vere. Di tale schiatta appariscono i novatori. Questi, dappoi di avere tentato in vano d’incoronar come martiri uomini di vita infamissima, che per l’ostinazione mostrata in morte son degni di supplizio, non di trionfo; tentano di togliere alla Chiesa cattolica i veri martiri, con asserir bestemmiando, che quel sangue sì bello, sparso ne’ primi secoli in tanta copia, conferma la loro pretesa riformazione. – In udir ciò, mi sovviene di quella pazza bestialità di Caligola, che mandò a troncare il capo di Giove Olimpico, e collocarlo sul busto di una sua statua, per apparire un nume in terra chi folle non arrivava ad esservi neppur uomo. Anche i novatori, per dare alla loro perfidia qualche ombra di religione, osano di affermare, sé, e non i Cattolici, essere i successori di quegli antichi Cristiani i quali fiorirono ai primi secoli della Chiesa nascente con tanta gloria; e così ancora, sé essere i veri eredi del loro spirito e della loro santità. Parvi, che un capo d’oro di tanta carità, qual fu quella de’ sacri martiri, uomini per lo più sì mortificati, prima che morti, stia bene ad un tronco di vita epicurea, qual è quella dei novatori, uomini sì nemici della castità, dell’astinenza, dell’austerità, della penitenza cristiana, che per larva han la croce, e il ventre per idolo? Inimicos crucis Christi, quorum Deus venter est (Philip. III. 18).

II. Ma poniam da banda i rimproveri, a niuno discari più, che a chi più li merita; e se i traviati non vogliono lasciarsi ridur da noi sulla buona via, non ci lasciamo almanco noi deviare dai traviati. Avranno questi forse animo di affermare, che loro siano i martiri più moderni? E come dunque volersi arrogar gli antichi, se tra gli uni e gli altri non solamente non v’è differenza alcuna, ma v’è anzi una somma conformità? (Io non ho mai potuto comprendere il perché i novatori ed i riformati ci parlino di martirio essi, che hanno pronunciato bastare la fede essa sola senza lo opere. Se a salvarmi occorre sol questo, che io creda interiormente alla parola di Dio, non è egli un dar calci alla logica il sostenere, che il martirio è una virtù cristiana, che argomenta la divinità della Religione cristiana? 0 forsechè il martirio non è un atto religioso esteriore, anzi il più sublime tra gli atti Cristiani?).

III. Chi si ponesse a sostenere, che in Roma l’antica architettura sì sia perduta, non si potrebbe convincere in miglior guisa che con alzare le piante delle moderne fabbriche, e confrontarle alle regole dell’antiche: perché, mentre sì nell’une, sì nell’altre apparissero espressamente i medesimi ornamenti, le medesime proporzioni, converrebbe di necessità confessar, che regna oggi in Roma la medesima arte di piantar fabbriche che vi regnò anticamente. All’istessa forma, mentre quelle moli eccelsissime di virtù, quali sono i martiri, si veggono alzate con una simmetria somigliante, sì negli andati secoli, sì ne’ nostri, converrà dire, che nella Chiesa Cattolica v’è un artefice stesso che le lavora, cioè lo Spirito Santo; e v’è un’arte stessa di lavorarle, che è la sua grazia. Però a restrignerci discorriamo così.

IV. Due cose si richieggono a un vero martire: la pena da lui sopportata, e le virtù praticate nel sopportarla (S. Th. 2. 2. q. 123. a. 1). Ora, a cominciar dalla pena: se andiamo in quel teatro di crudeltà che a’ nostri giorni ha tenuto aperto il Giappone, e lo tiene ancora; troveremo che i martiri di quella chiesa cedono, è vero, in questo ai martiri antichi, che non tutti sono ancora riconosciuti autenticamente per tali dalla santa Chiesa Romana, a cui tocca ammetterli: onde sol si chiamano martiri per usanza, cioè secondo il modo comune di favellare che hanno i Cattolici, avvezzi, fino da’ primi tempi, a conferire l’onore di si gran titolo a tutti coloro, cui, se fu levata la vita, fu verisimilmente levata in odio della fede di Cristo da lor protetta: che sarà il senso qui ancor seguito da noi. Del rimanente, nell’acerbità de’ tormenti la novella cristianità giapponese, più che verun’altra nazione, è ita d’appresso a’ primi eroi della cristianità già nascente: senonchè, se della giapponese mi piace di ragionare, ancora più e delle altre, è perché di questa son testimoni in buona parte gli olandesi medesimi, cioè gli eretici odierni, ne’ diari di là trasmessi in Europa: onde non si potrà sospettare d’una verità che è confermata fin dagli stessi avversari su’ loro fogli volanti.

I .

V. Dirò pertanto che il pestare la vita con le mazze ai nuovi Cristiani, il viso co’ piedi, il decapitare, il dimembrare, l’immergere nelle carni ferri roventi, lo stirare sulle cataste, il sospendere sulle croci, come tormenti volgari furono quivi disusati ben tosto da quei crudeli, affin di sostituirne dei più tremendi, quali poi furono l’ardere a fuoco lento in più ore quei generosi confessori di Cristo, affinché si consumassero a poco a poco; strappare loro con tenaglie la pelle, le membrane, i muscoli, i nervi, e dipoi così spolpati reciderli a pezzo a pezzo con coltellacci male affilati; tenerli appesi per più giorni dai piedi legati in alto, e col capo pendente dentro una fossa; segare ogni dì loro il collo interrottamente con una canna, per lo spazio talor di una settimana; sommergerli a parte a parte nell’acque bollentissime del monte TJngen, e poi levarli, perché marcissero vivi, e poi tornare a sommergerli già marciti. E perché la morte, quantunque così stentata, parca pur troppo veloce all’insaziabile crudeltà di quei fieri persecutori, scacciarli alla campagna su ‘l cuor del verno, che là stride orrendissimo, in dì nevosi, e scacciarveli ignudi, o al più coperti di alcune lacere stuoie che loro talor lasciavano per decenza, senza altro cibo che di quelle radiche amare le quali si raccogliessero in tanto ghiaccio; senza fuoco, senza tetto, senza tugurio, mercé le guardie d’intorno, che loro divietavano ogni riparo; sicché le povere madri eran ridotte ad ammassare i lor teneri figliuoletti sopra il terreno, e coprirli d’ erbe, mentre bene spesso erano tanti, che non potevano stringerli tutti al seno. E v’ha chi rimembrasi di aver mai lette in altre istorie maniere di tormentare più ree di queste?

VI. Ecco però, che nella pena non sono i moderni eroi del Giappone inferiori agli eroi degli antichi secoli. Passiamo ora alle virtù, o cagioni, o compagne di tanta pena. La corona magnifica del martirio è composta di quattro gioie del paradiso, cioè di quattro segnalate virtù, di fortezza e di pazienza nell’atto che si chiama imperato, di carità e di fede nell’imperante (S. Th. 2. 2. q. 124. a.2. ad 2). Ora per conoscer più chiara la fortezza e la pazienza di simili giapponesi, sarà buon consiglio lasciare da parte gli uomini, e favellare sol delle femmine e de’ fanciulli, in cui tali virtù appariranno tanto più prodigiose, quanto più superiori alla lor natura. La fortezza naturale richiede in prima una robustezza di membra proporzionate, e così ancor la pazienza: onde il corpo ben formato in sé, e risentito ne’ muscoli; l’età di mezzo tra la gioventù e la vecchiaia; il temperamento misto di bile e di flemma, sogliono darsi per contrassegni di prode e di poderoso. Molto alla natura anche aggiunge l’educazione; molto anche l’abito; onde riescono più forti i soldati veterani, che i nuovi: e più pazienti quei che sono allevati sulle montagne ai rigori della stagione, di quei che al piano vissero lungamente tra gli agi e tra l’abbondanza delle loro coltivazioni domestiche.

VII. Pertanto chi più lontano dalla fortezza nell’incontrare i pericoli, che una debole femminella, la quale per nessuno di questi capi può mai sperare un’indole superiore al sesso donnesco? Mulierem fortem quis inveniet? E chi ancor più lontano dalla pazienza nel sostenerli  L’istesso dicasi a proporzione dei teneri pargoletti che per l’età appena sono abili a divisare altro bene che il dilettevole, non che a preferire l’onesto (che è un bene riposto di là da’ sensi) a qualunque bene sensibile, e a preferirvelo in faccia a mille spietate carneficine. E tuttavia, perché scorgasi, che la virtù de’ Cristiani perseguitati non nasce nelle miniere della natura, ma della grazia, le femmine ed i fanciulli hanno dati, come ne’ secoli primi, cosi anche in questi, esempi di costanza i più segnalati che mai si udissero al mondo. Non mi permette la brevità di far che accennare in poche parole fatti sì ampli, che soli meriterebbonsi un gran volume: e ben anche l’hanno, mentre v’è chi con pari e pietà di spirito e perizia di stile gli trasse a luce.

VIII. Vi ha memoria di una Tecla arsa viva, con cinque suoi fìgliuolini intorno di lei, ed uno dentro di lei, mentre ne era incinta (Bart. p. 2): v’è dico memoria, che giunta al luogo del supplizio, trasse fuori un bell’abito tutto nuovo, e se ne vesti in segno di festa, e acceso il fuoco, mentre cosi struggevasi lentamente, rasciugava le lagrime ad una sua bambina di tre anni che agonizzante tenevasi in sulle braccia, e la confortava con la speranza della gloria celeste già già vicina. Una povera donna vendé una cintola, per potere col prezzo d’essa comperarsi un palo, a cui legata ardesse viva per Cristo (P. 1). Un’altra si addestrava a star forte, col prendere spesso in mano ferri roventi, con che giunse in fine ad ottenerlo, morendo anch’ella lentamente nel fuoco (P. 2). Una madre scoperse a’ persecutori una piccola sua figliuolina, perché morisse seco qual cristiana ed un’altra avvisata della sentenza già data contro di lei, fe’ coi suoi di casa una piccola processione, cantando intorno intorno inni di lode al Signore per ringraziarlo (P. 2). Una scrisse frettolosamente al marito da sé lontano invitandolo a morir seco (P. 1). Un’ altra diede al tiranno una supplica, e in essa le ragioni del non dover venire esclusa sola lei dalla morte, che in fine ella consegui (P. 1): ed una, veggendosi ucciso a un tratto il marito, corse dietro ai carnefici, addimandando una simil grazia per sé che gli era consorte, come nel talamo, cosi, e ancora più, nella fede (P. 2. p. 59).

IX. Non differente dalla generosità delle madri fu quella dei pargoletti. Un fanciullo di nove anni, corse dove poteva essere decollato, e si levò da sé le vesti dal collo, per porgerlo nudo al taglio (P. 1). Una fanciulletta d’otto anni, non potendo andare da sé, come cieca affatto, si afferrò stretta alla madre, e con essa pervenne a morir bruciata (P. 2). Uno di anni tredici finse di averne quindici per entrare nel ruolo dei condannati (P. 2. p. 503). Due fanciulli, sentenziati a morire, si misero dolcemente a consolare la vecchia zia, che essi credevano piangere di tristezza, mentre piangeva d’invidia da lei portata a chi moriva per Cristo (P. 1). Un altro di dodici anni brillò di giubilo in sulla croce, né sol brillò, ma si commosse più che poté con le gambe, come se bramasse ballarvi (P. 1). E perché il coraggio più che mai si riconosce ai pericoli repentini, chiudiamo con questo solo quello che rimarrebbemi ancora a dir di meraviglioso. Uno di cinque anni svegliato (mentre egli più soavemente dormiva) perché venisse al supplizio; senza smarrirsi chiese di subito i suoi panni di festa, e vestitosi prestamente, fu sulle braccia del carnefice stesso portato al luogo della decollazione a lui destinata: dove inginocchiatosi vicino al padre, poco fa tagliato in più pezzi, con le mani giunte, e con gli occhi levati al cielo, aspettò il colpo con un atto si generoso che il manigoldo, vinto dalla pietà, rimise in fine la scimitarra nel fodero; e perché il figliuolo, che s’era da se stesso spogliato dal mezzo in su, stava pur tuttora aspettando chi il decollasse, ottenne al fine la grazia da uno, che mal esperto non seppe né anche farlo in un colpo solo, forse perché si ammirasse più la costanza di quel bambino che seppe quivi stare imperterrito fino al terzo che lo fini (P. 1).

X. Come poi ir fuoco interiore d’una fornace comprendesi agevolmente dalle vampe accese che l’escono dalla bocca; così dalla intrepidezza del volto, dalla generosità delle parole, dalla grandezza de’ portamenti, con cui furon usi di accompagnare il loro trionfo questi che abbiam rammentati, ed altri lor simili, agevol cosa ci sarà di comprendere ancora quello che lor bolliva nel profondo del seno, cioè la fede e la carità che servivan loro di anima ad una morte sì coraggiosa; onde non resti neppur minimo luogo da dubitare, se nella cristianità giapponese abbiano i suoi fedeli imitata assai da vicino la virtù di quei grandi martiri primitivi che diedero loro norma.

II.

XI. Che diran pertanto gli eretici a queste cose? Negheran forse qualunque credito ai fatti da me narrati? Ma come, se in parte ne furon essi medesimi spettatori? Ed oltre a ciò, sono tali fatti riferiti da altri uomini di virtù tanto singolari, che per tutto quell’oro che è mai venuto sulle flotte di Olanda non s’idurrebbono a mentir lievissimamente, non che a mentire sacrilegamente in materia di religione, con rendersi però degni del fuoco eterno. Diranno, che questa intrepidezza era per verità da natura indomita, qual da noi fu notata ne’ donatisti? Ma come, se tale intrepidezza trovavasi in donne, in donzellette, e in garzoncelli, tutti innocenti, né si era trovata mai prima che tra lor s’inoltrasse la fede romana? Se questi eroi giapponesi fossero stati di quella tempra, di cui era formato quel Fermo imperadore di Roma (Vopiscus in Firmo), che prosteso sopra il terreno poteva sostenere sul petto ignudo un’incudine martellata con braccia robustissime da due fabbri, confesserei, che la tara avrebbe qualche apparenza di verità. Ma qual apparenza può averne, dove sappiam che le femmine e che i fanciulli son si cascanti, che crollano a qualunque urto, e svengono alla vista dell’altrui sangue, non che del proprio? Quei cuori dunque che non sostengono di mirare senza orrore le piaghe di un ferito, benché trattate delicatissimamente da mano medica, avran poi potuto naturalmente esultare in faccia ai tiranni, e vincere con la fermezza della loro tolleranza, la ferocità de’ loro tormentatori?

XII. Diranno, che non tutti riuscirono di costanza sì prodigiosa: ma che, se molti ressero al furore di tante persecuzioni, molti anche caddero. Sì: ma questo parimente addivenne nei tempi antichi: tanto che il numero de’ caduti costrinse i concili a formare più canoni intorno ad essi, come specialmente apparisce da s. Cipriano (L. 1. ep. 2. et 1. 3. ep. 14. 15. 16. 17. 19). Senzachè ci viene ciò di vantaggio a manifestare, che la costanza ne’ martiri è dalla grazia: onde chi manchi alla medesima grazia, rimane in fine spogliato di tal costanza, data dall’alto a guisa di vestimento che si pone a un tratto e si leva: Donec induamini virtute ex alto (Luc. XXIV, 49). E a questo fine permette Iddio le cadute, perché non attribuiscasi alla natura ciò che appartiene alla grazia, qual suo favore. Se la luna fosse piena sempre ad un modo, potrebbe credersi, che ella avesse in sé la sorgente della sua luce: ma mentre mirasi ad ora ad ora mancante, si fa palese, che quel bellissimo argento di cui si veste, non è dalle miniere a lei nate in casa; è dono del sole, o è piuttosto un imprestito fatto a tempo.

XIII. Finalmente, come un vero prodigio, quantunque solo, basterebbe a provare la verità della Religione romana; così basterebbe a provarla anche un vero martire, come quegli che non è per certo un prodigio minor degli altri, anzi di gran lunga è maggiore (Potrebbe dirsi della divinità di nostra religione ciò stesso, che della verità in generale. In quella guisa che un Vero anche solo sarebbe sufficiente a dimostrare l’insussistenza dello scetticismo, così un martire, fosse pur solo, varrebbe contro l’incredulo, o l’eretico, che impugnano la divinità del Cattolicismo.). Ora chi si avviserà, che fra tanti, di cui la Chiesa medesima ne ha modernamente colmi i suoi fasti, non se ne trovi neppur uno di vero? Sarà dunque possibile che ai Cattolici solamente riesca di fingerne innumerabili, mentre alle sette non è riuscito di fingerne mai veruno che non soggiaccia alla sua eccezione evidente? Non accade però, per non confessare l’indubitato, concedere l’impossibile. Ma questo appunto è ciò che tanto vien da me detestato in questi protervi increduli; voler i miseri faticar più per mantenere la loro incredulità, di quel che faticherebbero per deporla.

XIV. Rendansi dunque tutti alla verità conosciuta, da che più glorioso è il cederle prontamente, che il contrariarla; e si concluda, che come la vera Chiesa è stata in tutti i secoli adorna di nuovi prodigi, così in tutti i secoli è stata parimente arricchita di nuovi martiri (V. Boz. 1. 7. sig. 27): la continuazione de’ quali è tanto illustre argomento di verità, che siccome non è mai restata interrotta fino a quest’ora, così né  anche dovrà restare interrotta d’ora innanzi, ma piuttosto accresciuta ove ciò fia d’uopo, conforme appunto si è veduto seguir questi ultimi tempi, quando avendo più che mai l’eresia procurato di porre a fondo la navicella di Pietro, è accorsa la provvidenza a sostenerla anche più, con possente braccio. Nel resto fra tanti i quali si leggono ne’ moderni annali aver data la loro vita animosamente per la fede cristiana, chi sono più? I Cattolici, o riformati? Che dissi più? Neppur uno de’ riformati potrà contarvisi. Vengano pur essi dunque, e si arroghino, se si può, quello che è sì chiaro esser nostro.

FINE DEL SECONDO VOLUME.

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (10)

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO [10]

[A. Rodriguez: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane; vol. II, ed. VII ster. TORINO, Marietti ed. 1917]

TRATTATO VIII.

CAPO XXIII.

D’un mezzo che ci aiuterà grandemente a sopportar bene e con molta conformità alla volontà di Dio i travagli che il Signore ci manda sì particolari, come universali, che è l’avere una vera cognizione e dolore de’ nostri peccati.

È comune dottrina de’ Santi, che Dio S. N. suol mandare questi travagli e gastighi generali ordinariamente per i peccati commessi, come consta dalla sacra Scrittura che di ciò è piena: Induxisti omnia hæc propter peccata nostra; peccavimus enim, et inique egìmus… Et præcepta tua non audivimus… Omnia ergo, quos induxisti super nos, et universa, quee fecisti nobis, in vero judicio fecisti (Dan. III, 28 et seq.). E così veggiamo che Dio castigava il popol suo e lo dava in potere de’ suoi nemici quando l’offendeva; e lo liberava quando pentito de’ suoi peccati faceva penitenza e si convertiva a lui. E per questo Alchiore, capitano e principe de’ figliuoli di Amon, avendo dichiarato ad Oloferne, come Dio teneva sotto della sua protezione il popolo d’Israele, e che lo castigava quando si scostava dalla sua ubbidienza; dopo di ciò gli soggiunse, che prima però di assalirlo procurasse di sapere, se per allora si trovava in istato di aver offeso il suo Dio; perché essendo così, poteva esser certo della vittoria: quando no, che lasciasse quell’impresa, perché non gli sarebbe riuscita, né da essa avrebbe riportato altro che vituperio e confusione: perché Iddio avrebbe combattuto pel suo popolo, contra il quale nessuno avrebbe potuto prevalere (Judith v, 5). E notano particolarmente questa cosa i Santi sopra quelle parole che Cristo nostro Redentore disse a quell’infermo di trentotto anni che stava a canto alla probatìca Piscina, dopo d’averlo risanato: Ecce sanus factus es: jam noli peccare, ne deterius tibi aliquid contingat (Jo. v, 14): Guardati dal più peccare per l’avvenire; acciocché non t’avvenga qualche cosa di peggio. Secondo questo dunque uno de’ mezzi che ne’ travagli e nelle calamità sì generali come particolari ci aiuterà grandemente a conformarci alla volontà di Dio e a sopportarli con molta pazienza, sarà l’entrar subito dentro di noi stessi, e il considerare i nostri peccati, e quanto abbiamo meritato quel castigo: perché in questo modo qualsivoglia cosa avversa che accada sarà da noi sopportata bene, e la giudicheremo per minore di quello che dovrebbe essere in riguardo alle nostre colpe. S. Bernardo e S. Gregorio trattano molto bene questo punto. S. Bernardo dice: Culpa vero ipsa, si intus sentitur perfecte, utique exterior pæna parum, aut nihil sentitur: Se la colpa interiormente si sente come dev’esser sentita, poco o niente sentirassi la pena esteriore: Sicut sanctus David non sentit injuriam servi conviciantis, memor fìlii persequentis (D. Bern. serm, de altit. et bassit. cordis): Siccome il santo re David non sentiva le maledicenze di Semei, veggendo la guerra che gli faceva il proprio figliuolo: Ecce fllius meus, qui egressus est de utero meo, quærit animam meam; quanto magis nunc filius Jemini (1(1) II. Reg. XVI, 11)? Mi sta perseguitando, diceva, il mio proprio figliuolo; che gran cosa è, che faccia questo uno straniero? S. Gregorio sopra quelle parole di Giob, Et intelligens, quod multo minora exigaris ab eo, quam meretur iniquitas tua (Greg. lib. 10 mor. o. 8 in Job XI, 6), dichiara questo con una buona similitudine: Siccome quando l’infermo sente la postema malignatasi e la carne infracidita, si mette di buona voglia nelle mani del chirurgo, acciocché apra e tagli ove e come gli pare; e quanto più malignata e infracidita è la piaga, di tanto miglior voglia comporta il ferro e il bottone di fuoco; così quando uno sente da vero la piaga e l’infermità che il peccato ha cagionata nella sua anima, riceve di buona voglia il cauterio del travaglio e della mortificazione e umiliazione con che Dio vuol medicar quella piaga e cavarne la marcia. Dolor quippe flagelli temperatur, cum culpa cognoscitur: Si mitiga, dice S. Gregorio, il dolor del flagello quando si conosce la colpa. E se tu non pigli di buona voglia la mortificazione e il travaglio che ti si porge, è perché non conosci l’infermità delle tue colpe; non senti il marciume che è dentro, e così non puoi tollerar il fuoco e il rasoio. Gli uomini santi e i veri servi di Dio non solamente accettavano queste cose di buona voglia, ma le desideravano e le domandavano ben da vero a Dio. E così il santo Giob diceva: Quis det, ut veniat petilio mea… Et qui cæpit, ipse me conterat: solvat manum suam, et succidat me? Et hæc mihi sit consolatio, ut affligens me dolore, non parcat (Job VI, 8,9, 10). E il profeta David: Proba me, Domine, et tenta me: — Quoniam ego in flagella paratus sum: — Bonum mihi, quia umiliasti me (Psal. XXV, 2; Ibid. XXXVII, 18; Ibid. CXVIII, 71). Talmente desiderano i servi di Dio, che la Maestà Sua li castighi e umilii in questa vita, dice il citato Santo (D. Greg. lib. 7 mor. c. 7, 8.), che più tosto s’attristano, quando da un canto considerano le loro colpe e dall’altro veggono che Dio non gli ha castigati per esse: perché sospettano e temono, che ciò sia per voler differir loro il castigo nell’altra vita ove sarà tanto più rigoroso. E questo è quello che soggiunge Giob: Et hæc mihi sit consolatio, ut affligens me dolore, non parcat (Job VI, 10.): come se avesse detto: Dappoiché ad alcuni Dio perdona in questa vita, per gastigarli poi eternamente nell’altra; non perdoni Dio a me in questa maniera nella presente vita, acciocché mi perdoni dipoi in eterno: castighimi qui Dio, come pietoso padre, acciocché non mi castighi poi eternamente come giudice rigoroso; che non mi lamenterò né mormorerò de’ suoi flagelli: Nec contradicum sermonibus Sancti (Jo. VI, 19): che anzi questa sarà la mia consolazione. Questo ancora è quello che diceva S. Agostino: Hic ure, hic seca, Me nihil mihi parcas; ut in æternum parcas: Signore, abbruciate e tagliate di qua, e non mi perdonate cosa alcuna in questa vita; acciocché poi mi abbiate a perdonare per sempre nell’altra. E grande ignoranza e cecità nostra il sentir tanto amaramente i travagli corporali e tanto poco gli spirituali. Non debbono essere sentiti tanto i travagli quanto i peccati. Se conoscessimo e ponderassimo bene la gravezza delle nostre colpe, ogni castigo ci parrebbe piccolo: e diremmo quello che diceva Giob : Peccavi, et vere deliqui, et, ut eram dignus, non recepì (Job XXXIII, 27); parole che avremmo da portar sempre scritte nel cuore e da spesso averle su la lingua. Ho peccato, Signore, e veramente ho delinquito ed ho offesa la Divina Maestà Vostra, e non m’avete castigato come io meritava. Tutto ciò che possiamo patire in questa vita è un niente in comparazione di quello che merita un solo peccato: Intelligeres, quod multo minora exigaris ab eo, quam meretur iniquitas tua (Job XI, 6). Chi considererà, che ha offesa la Maestà di Dio, e che perciò ha meritato di star nell’inferno eternamente, che affronti, che ingiurie, che dispregi non riceverà di buona voglia, in ricompensa e soddisfazione di tante e tali offese? Si forte respiciat Dominus afflictionem meam, et reddat mihi Dominus bonum prò malediction hac hodierna, diceva David quando Semei lo ingiuriava con tante maldicenze (II. Reg. XVI, 12). Lasciatelo stare, dicami pur quanto male mi può dire, mi vituperi, e mi carichi d’ingiurie e d’improperi quanto sa e può; che forse con questo il Signore si terrà per contento, pagato e soddisfatto per i miei peccati, ed avrà misericordia di me; il che sarà grande felicità mia. In questa maniera abbiamo noi altri da abbracciare i disonori e i travagli che ci verranno. Vengano pur alla buon’ ora, che forse il Signore si degnerà di ricever questo per compenso e soddisfazione de’ nostri peccati: e questa sarebbe gran felicità nostra. Se quel che spendiamo in lamentarci e in sentir con dispiacere i travagli, lo spendessimo in rivoltarci a questo modo contro di noi stessi, faremmo cosa più grata a Dio e rimedieremmo meglio a’ casi nostri. Si valevano tanto i Santi di questo mezzo in simili occasioni, e vi si esercitavano talmente, che leggiamo di alcuni di essi, come di S. Caterina da Siena e di altri, che i travagli e flagelli che Dio mandava alla Chiesa gli attribuivano essi ai peccati e difetti lor propri; e dicevano: Io son la cagione di queste guerre; i miei peccati sono la cagione di questa peste e di questi travagli che Dio manda; parendo loro, che i lor peccati meritassero quello, e più. In confermazione di ciò s’aggiunge, che molte volte per lo peccato d’un solo castiga Dio tutto il popolo: siccome per lo peccato di David mandò Dio la peste in tutto il popolo d’Israele; e dice la Scrittura, che ne morirono settanta mila uomini in tre giorni (II. Reg. XXIV, 15). Ma mi dirai: David era Re, e per i peccati del capo Dio castiga il popolo. Per lo peccato d’Acan, ch’era uomo privato, il quale aveva rubate in Jerico certe coserelle, Dio castigò tutto il popolo in questo modo, che tre mila soldati de’ più valorosi dell’esercito voltaron le spalle al nemico, essendo per quel peccato costretti a fuggire (Jos. VII, 6.). Non solamente per lo peccato del capo, ma anche per lo peccato d’un particolare suole Iddio gastigar altri. E in questa maniera dichiarano i Santi quello che tante volte replica la sacra Scrittura, che Dio Castiga i peccati de’ padri ne’ figliuoli sino alla terza e quarta generazione (2 (Exod. XX, 5, et c. XXXIV, 7; Num. XIV, 18). La colpa del padre sì, che dice, che non sarà trasferita nel figliuolo, né quella del figliuolo nel padre: Anima, quæ peccaverit, ipsa morietur: Filius non portabìt iniquitatem patris, et pater non portabit iniquitatem filli (Ezech, XVIII, 20): ma quanto alla pena, è solito Dio castigar alle volte uno per i peccati d’un altro: e così forse per i miei peccati a per i tuoi Castigherà Dio tutta la Casa e tutta la Religione. Abbiamo dunque sempre avanti gli occhi da una banda questa considerazione, e dall’altra il beneplacito di Dio; e così ci conformeremo facilmente alla volontà sua ne’ travagli che ci manderà, e diremo col sacerdote Eli: Dominus est; quod bonum est in oculis suis, faciat (I . Reg. III, 18); e con quei santi Maccabei: Sicut fuerit voluntas in cœlo, sic fiat (I . Mach, III, 60). Egli è il Signore, il padrone e il governatore di ogni cosa: come piacerà a lui, e come egli l’ordinerà, così si faccia: e col profeta David: Obmutui, et non aperui os meum, quoniam tu fecisti (Psal. XXXVIII, 10.): Non mi son lamentato, Signore, de’ travagli che m’hai mandato; anzi, come s’io fossi stato muto, ho taciuto, e gli ho sopportati con molta pazienza e con molta conformità alla volontà tua, perché so che tu li mandi. Questa ha da essere sempre la nostra consolazione in tutte le cose, Dio lo vuole, Dio lo comanda, Dio è quegli che lo manda; venga in buon’ora. Non vi bisogna altra ragione per sopportare di buona voglia tutte le cose. Sopra quelle parole del Salmo 28: Et ditecius, quemadmodum fllius unicornium (Psal. XXVIII), notano i Santi, che Dio si va paragonando all’alicorno, perché quest’animale ha il corno più giù degli occhi, di maniera che vede molto bene ove percuote, a differenza del toro che gli ha sopra gli occhi e non vede ove dà. E di più l’alicorno col medesimo corno col quale percuote guarisce; così fa Dio, con quella istessa cosa colla quale percuote risana. E piace tanto a Dio questa conformità ed umile sommessione al Castigo, che alle volte ella è mezzo per lo quale il Signore si plachi e lasci di castigarci. Nelle Istorie Ecclesiastiche si racconta di Attila, re degli Unni, il quale rovinò tante provincie e si chiamò Metus orbis, et flagellum Dei, spavento del mondo, e flagello di Dio; si racconta, dico, di lui, che avvicinandosi alla città di Troia di Sciampagna in Francia, S. Lupo vescovo di essa gli uscì incontro vestito pontificalmente, con tutto il suo Clero, e gli disse: Chi sei tu, che turbi la terra, e la distruggi? rispose egli: Io sono il flagello di Dio. Allora il santo Vescovo gli fece aprir le porte, e disse: Sia molto bene venuto il flagello di Dio. Entrati poi i soldati nella città, il Signore li accecò talmente, che passarono per essa senza far danno alcuno: perché sebbene Attila era flagello di Dio, non volle però Dio che fosse flagello per quelli che lo ricevevano come flagello suo con tanta sommessione (Naucl. 2 vol.).

CAPO XXIV.

Della conformità alla volontà di Dio che dobbiamo avere nelle aridità e nelle tristezze dell’orazione; e che cosa intendiamo qui sotto nome di aridità e di tristezza.

Non solo abbiamo da conformarci alla volontà di Dio nelle cose esteriori, naturali ed umane; ma ancora in quel che a molti pare che sia santità il sommamente desiderarle, cioè nei beni spirituali e soprannaturali, come nelle consolazioni divine, nelle virtù istesse, nell’istesso dono d’orazione, nella pace, nella quiete e tranquillità interiore dell’anima nostra, e nelle altre prerogative spirituali. Ma mi domanderà alcuno: Può forse cadere in queste cose propria volontà e amore disordinato di se stesso, sicché sia necessario il moderarlo ancora in queste cose? Dico di sì. E qui si vedrà quanta sia la malizia dell’amor proprio; poiché in cose tanto buone non teme d’introdurvi la sua malvagità. Sono buone le consolazioni e i gusti spirituali, perché con essi facilmente l’anima ributta e ha in odio tutti i piaceri e gusti  delle cose terrene, che sono l’esca e il nutrimento de’ vizi, e con essi pure si anima e si rinvigorisce per camminare a gran passi nella via del divino servigio, secondo quello che dice il Profeta: Viam mandatorum tuorum cucurri, cum dilatasti cor meum (Psal. CXVIII, 32): Io correva e camminava molto speditamente per la via de’ vostri comandamenti, o Signore, quando voi slargavate il mio cuore. Coll’allegrezza e consolazione spirituale si distende e si slarga il cuore siccome colla tristezza si rinserra e si strigne. Ora il profeta David dice, che quando Dio gli mandava delle consolazioni spirituali queste gli servivano come d’ale che lo facevano correre e volare per la via della virtù e dei comandamenti suoi. Aiutano anche assai l’uomo queste spirituali consolazioni a sprezzare la propria volontà, a vincere i propri appetiti, a mortificare la propria carne e a portare con forze maggiori la croce e i travagli che gli avvengano. E così suol Iddio comunicare consolazioni e gusti a quegli a’ quali ha da mandare travagli e tribolazioni, acciocché con essi si preparino e dispongano a sopportarli bene e con frutto. Siccome veggiamo, cheCristo nostro Redentore volle prima consolare i suoi discepoli nel monte Tabor con la sua gloriosa Trasfigurazione, acciocché di poi non si turbassero veggendolo patire e morire su una croce: e così ancora veggiamo, che ai principianti suol Iddio molto ordinariamente comunicare queste consolazioni spirituali per indurli con efficacia a lasciare i gusti della terra per quei del cielo, e dopo averli legati col suo amore, veduto, che hanno gittate salde radici nella virtù, li suole provare con certe aridità, acciocché quindi facciano maggior acquisto delle più sode virtù dell’umiltà e della pazienza, e meritino maggior aumento di grazia e di gloria, servendo Dio puramente senza consolazioni. Questa è la cagione per la quale alcuni nel principio, quando entrarono nella Religione, e anche forse fuori, quando stavano co’ desideri d’entrarvi, sentivano più consolazioni e gusti spirituali che dipoi. Ciò era, perché Dio li trattava allora proporzionatamente all’età loro, nutrendoli da bambini con latte, per staccarli e slattarli dal mondo, e far che l’odiassero e abbonassero le cose di esso: ma perché posson di poi mangiar pane con crosta, Dio dà loro cibo da grandi. Per questi e altri simili fini suole il Signore dar loro consolazioni e gusti spirituali: e cosi i Santi comunemente ci consigliano di prepararci nel tempo della consolazione per quello della tribolazione: siccome nel tempo della pace si sogliono fare le preparazioni e provvisioni per la guerra; perché le consolazioni sogliono essere le vigilie delle tentazioni e delle tribolazioni. Di maniera che i gusti spirituali sono molto buoni e di gran giovamento; se ce ne sappiamo servir bene; e perciò quando il Signore ce li dà, si hanno da ricevere con rendimento di grazie. Ma se la persona si fermasse in queste consolazioni, e le desiderasse solamente per contentezza sua, e per lo gusto e diletto che l’anima sente in esse, questo sarebbe vizio e amor proprio disordinato. Siccome quando nelle cose necessarie per la vita, come sono il mangiare, il bere, il dormire ele altre, se l’uomo avesse per fine di queste azioni il diletto, sarebbe colpa; così quando nell’orazione uno avesse per fine questi gusti e consolazioni sarebbe vizio di gola spirituale. Non si hanno da desiderare né da ricevere queste cose per contentezza e gusto nostro; ma come mezzo che ci aiuta per i fini che abbiamo detti. Siccome l’infermo che abborrisce il cibo del quale ha necessità, si rallegra di trovar in esso qualche sapore, non per lo sapore, che niente lo cura, ma perché gli eccita l’appetito per poter mangiare e quindi conservare la vita; così il servo di Dio non ha da volere la consolazione spirituale per fermarsi in essa, ma perché con questo celeste conforto l’anima sua viene rinvigorita è animata a faticare nella via della virtù e ad avere stabilità in essa. In questo modo non si desiderano i diletti per i diletti, ma per la maggior gloria di Dio, e in quanto ridondano a maggior onore e gloria sua. Ma dico di più, che quantunque uno desideri queste consolazioni spirituali in questo modo e per i fini che si sono detti, i quali sono santi e buoni; può nondimeno accadere, che con tutto questo in tali desiderii vi sia qualche eccesso e mescolanza d’amor proprio disordinato, come se le desidera smoderatamente e con soverchia brama ed affanno; di maniera tale che se gli mancano, non rimane tanto contento, né tanto conforme alla volontà di Dio, ma più tosto inquieto, querulo e con dispiacere. Questa è affezione e cupidigia spirituale disordinata; perché non dee la persona stare attaccata con tanta ansia e disordine ai gusti ealle consolazioni spirituali, che questo le impedisca la pace e quiete dell’anima, ela conformità alla volontà di Dio, quando a lui non piaccia di dargliele: perché è molto migliore la volontà di Dio che tutto questo; e importa molto più che si contenti e si conformi a quel che vuole il Signore. Quel che dico dei gusti e delle consolazioni spirituali, intendo anche del dono d’orazione e dell’introduzione che desideriamo d’aver in essa, edella pace e quiete interiore dell’anima nostra, e delle altre prerogative spirituali. Perché nel desiderio di tutte queste cose può esser che vi sia ancora affezione e cupidità disordinata, quando si desiderano con tanta ansia ed angoscia, che se uno non conseguisce quel che desidera, si lamenta, sta disgustato, e non conforme alla volontà di Dio. Onde per gusti e consolazioni spirituali intenderemo ora non solo la divozione e i gusti e le consolazioni sensibili, ma anche l’istessa sostanza eil dono dell’orazione, e l’introdursi elo stare in essa con quella quiete e riposo che vorremmo. Anzi di questo tratteremo adesso principalmente, dimostrando some dobbiamo conformarci in questo alla volontà di Dio, e non lasciarci spingere né muovere in ciò da soverchia brama ed angoscia. Che quel che tocca i gusti, le consolazioni e le divozioni sensibili, lo rinunzierebbe chi che siasi, se gli dessero quello che è sostanziale dell’orazione, e mentisse in sé il frutto di essa: perché tutti sanno, che l’orazione non consiste in questi gusti, né in queste divozioni e tenerezze; onde per questo poca virtù fa di bisogno. Ma quando uno va all’orazione, e sta in essa come un sasso, con una aridità tanto grande, che gli pare di non trovare introduzione ad essa, ma che se gli sia chiuso affatto il cielo, e nascosto Iddio, e che sia venuta sopra di lui quella maledizione medesima con cui lo stesso Dio minacciava già il suo popolo, ove diceva: Daboque vobis cœlum desuper sicut ferrum, et terram œneam (Lev. XXVI, 19; Deut. XVIII, 23): per questo sì, che fa di bisogno maggior virtù e maggiore fortezza. Pare a costoro, che il cielo sia divenuto loro di ferro e la terra di bronzo; perché non piove sopra di essi gocciola d’acqua che mollifichi loro il cuore e dia loro frutto con che si mantengano; ma hanno una sterilità e aridità continua: e anche non solo hanno aridità, ma alle volte ancora una tanto gran distrazione e varietà di pensieri, e questi pure talvolta tanto cattivi e brutti, che pare, che non vadano là, se non ad essere tentati e molestati da ogni sorta di tentazioni. Or va tu a dire a costoro, che allora pensino alla morte, o a Cristo crocifisso, il che suole esser molto buon rimedio; ti diranno: Questo lo so ancor io: se potessi far questo, che cosa mi mancherebbe? Alcune volte è uno ridotto a tal termine nell’orazione, che né  anche può pensare a questo; ovvero, quantunque vi pensi e procuri di ridurselo alla memoria, questo non lo muove, né lo raccoglie punto, né fa in esso impressione veruna. Questo è quello che qui chiamiamo tristezze, aridità e abbandonamento spirituale. E in questo è necessario che ci conformiamo similmente alla volontà di Dio. Questo è un punto di grande importanza; perché è uno dei maggiori lamenti ed uno dei maggiori contrasti che abbiano quelli che attendono all’orazione; essendo che tutti gemono e piangono quando si trovano in questo termine. Come sentono dire da una banda tanto bene dell’orazione, e lodarla tanto, eche all’istesso passo che cammina essa cammina anche l’uomo tutto il giorno e tutta la vita, e che questo è uno dei principali mezzi che abbiamo, sì pel profittoproprio come per quello dei prossimi; e dall’altra banda si veggono, al parer loro, tanto lontani dal far vera orazione; sentono di ciò gran fastidio, e par loro, che Dio gli abbia abbandonati e che si sia dimenticato affatto di loro, e concepiscono timore l’aver perduta l’amicizia sua e di stare in sua disgrazia, parendo loro di non trovare in lui accoglienza. E accresce a questi tali la tentazione il vedere, che altre persone in pochi giorni fanno tanto progresso nell’orazione, quasi senza fatica; e che essi, affaticandosi e struggendosi, non fanno acquisto alcuno. Dal che nascono in essDELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (11)i altre tentazioni peggiori, com’è il lamentarsi alle volte del Signore che li tratti in quel modo; il voler lasciare l’esercizio dell’orazione, parendo loro, che non sia cosa per essi, poiché non ci fanno bene. E a tutto ciò dà aumento grande, e ad essi gran rammarico, quando il demonio riduce loro a memoria, che di tutto ciò sono cagione essi stessi, e che per colpa loro Dio li tratta così: e con questo vivono alcuni molto sconsolati, ed escono dall’orazione come da un tormento, afflitti, malinconici e insopportabili a se medesimi e a quei che trattano con essi. Andremo dunque rispondendo e soddisfacendo a questa tentazione e a questo lamento colla grazia del Signore.

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (11)

IL CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (8)

CATECHISMO CATTOLICO A CURA DEL CARDINAL PIETRO GASPARRI (8)

PRIMA VERSIONE ITALIANA APPROVATA DALL’AUTORE 1932 COI TIPI DELLA SOC. ED. (LA SCUOLA) BRESCIA

Brixiæ, die 15 octobris 1931.

IMPRIMATUR

+ AEM. BONGIORNI, Vie. Gen

III.

CATECHISMO PER GLI ADULTI DESIDEROSI DI APPROFONDIRSI NELLA CONOSCENZA DELLA DOTTRINA CATTOLICA.

CAPO III.

SEZIONE 3a. — Degli altri cinque articoli del Simbolo che contengono la dottrina circa la terza Persona della Santissima Trinità e l’opera della nostra santificazione, iniziata sulla terra mediante la grazia, da consumarsi in cielo mediante la gloria.

Art. 1. — DELLO SPIRITO SANTO E DEI SUOI DONI LARGITI AI FEDELI E ALLA CHIESA.

D. 117. Che cosa crediamo nell’ottavo articolo del Simbolo: Credo nello Spirito Santo?

R. Nell’ottavo articolo del Simbolo: Credo nello Spirito Santo noi crediamo che lo Spirito Santo è la terza Persona della Santissima Trinità, procedente dal Padree dal Figliuolo (Matt., XXVII, 19; 1 di Giov., XV, 26; XVI, 13-15).

D. 118. Perché crediamo nello Spirito Santo, come nel Padre e nel Figliuolo?

R. Noi crediamo nello Spirito Santo come nel Padre e nel Figliuolo, perché lo Spirito Santo è vero Dio come il Padre e il Figliuolo, e assieme al Padre e al Figliuolo un unico Dio (Matt., XXVIII, 19; 1.» di Giov., V, 7).

D. 119. Perchè l’appellativo di Spirito Santo suol essere riservato nelle sacre Lettere alla terza Persona della santissima Trinità?

R. L’appellativo di Spirito Santo suol essere riservato nelle sacre Lettere alla terza Persona della santissima Trinità, perché essa, con unica spirazione, procede per modo di amore dal Padre mediante il Figliuolo, ed è il primo e sommo Amore per cui vengon mosse e condotte le anime a quella santità che in ultima analisi consiste nell’amore verso Dio (Conc. di Lione, II, 1. c; Leone XIII: Encicl. Divinum illud munus, 9 maggio 1897; S. Agost.: De civ. Dei, II, 24; S.Tom., p. l. a, q. 36, a. I).

D. 120. Quando fu che lo Spirito Santo discese visibilmente sugli Apostoli e che cosa operò in essi?

R. Lo Spirito Santo discese visibilmente sugli Apostoli il giorno della Pentecoste, li confermò nella fede e li riempì dell’abbondanza di tutti i doni, affinché predicassero il Vangelo e propagassero la Chiesa nel mondo intero (Atti, 1-4).

D. 121. Che cosa opera lo Spirito Santo nei fedeli?

R. Lo Spirito Santo, mediante la grazia santificante, le virtù infuse, i suoi doni e le sue grazie attuali di ogni genere, santifica i fedeli, li illumina e li muove affinché essi, corrispondendo alla grazia, raggiungano il possesso della vita eterna (Giov., XIV, 16, 17; Paolo: ad Rom., VIII, 26; Ia ad Cor., III, 16; S. Basilio: Epist., 38, 4. — Si tratta della grazia alla domanda 278 e segg.; delle virtù e degli altri doni dello Spirito Santo alla dom. 507 e segg.).

D. 122. Che cosa è e che cosa opera lo Spirito Santo nella Chiesa?

R. Lo Spirito Santo è della stessa Chiesa quasi l’anima, in quanto col suo aiuto ognor presente perennemente la vivifica, a sé l’unisce e per mezzo dei suoi doni infallibilmente la guida nelle vie della verità e della santità. (Giov., XIV, 16, 26; XVI, 13; Leone XIII, 1. e; S. Tom., p. III q. 9, a. I, ad 3um).

Art. 2. — DELLA VERA CHIESA DI GESÙ CRISTO.

D. 123. Che cosa crediamo nella prima parte del nono articolo del Simbolo: La Santa Chiesa Cattolica?

R. Nella prima parte del nono articolo: La Santa Chiesa Cattolica, noi crediamo esservi una società soprannaturale,visibile, santa ed universale, istituita da Gesù Cristo mentre viveva la sua vita terrestre e da Lui chiamata la sua Chiesa.

Il Catechismo pei Parroci, p. I, c. X, n. 22, nota con precisione: « Ora, con mutata forma di espressione, professiamo di credere la Santa e non nella Santa Chiesa, onde ancora una volta, con questa formula diversa, Dio, creatore dell’universo, venga distinto dalle cose create, e noi stessi riteniamo quali benefici ricevuti dalla divina bontà tutte quelle meraviglie di cui la Chiesa fu arricchita. Per una maggiore comprensione di questo articolo gioverà ricordare come i teologi distinguano nella Chiesa tre parti: la trionfante, la militante e la purgante, le quali tuttavia costituiscono un’unica Chiesa di Cristo, poiché uno è il capo Gesù Cristo, uno lo Spirito che le vivifica e le cementa, uno il fine, cioè la vita eterna di cui gli uni già godono, e gli altri sperano di godere. Nel Simbolo si tratta della Chiesa militante.

D. 124. In qual modo la prima parte dell’articolo nono dipende dall’articolo ottavo?

R. La prima parte dell’articolo nono dipende dall’articolo ottavo, perché la Chiesa, pur avendo perennemente presente in se stessa Gesù Cristo suo fondatore, tuttavia, dallo Spirito Santo, come dal fonte elargitore di ogni santità, ricevette il dono di esser santa.(Cat. p. parr., p. I, c. X, n. 1).

A Dell’istituzione e costituzione della Chiesa.

D. 125. Perché Gesù Cristo istituì la Chiesa?

R. Gesù Cristo istituì la Chiesa per continuare sulla terra la sua missione, al fine cioè che in essa e mediante essa, il frutto della Redenzione, consumata sulla Croce, venisse applicato agli uomini sino alla fine dei secoli (Matt., XXVIII, 18-20; Conc. Vat.: Const. Pastor Æternus, dal principio.).

D. 126. In qual modo Gesù Cristo volle che fosse retta la Chiesa?

R. Gesù Cristo volle che la Chiesa fosse retta dall’autorità degli Apostoli, con a capo Pietro e i suoi legittimi successori.

Conc. di Efeso: Ex actibus Concilii, Act. III; Conc. Vat., 1. c. cap. I; Innocenzo X, Ex decrelis S. Officii, 24 genn. 1647; S. Efrem: In Hebdomadam sanctam, IV, 1. — Gesù Cristo (Matt., XVI, 18, 19) prima della sua passione aveva promesso al beato Pietro il primato nella sua Chiesa: « Tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. E a te darò le chiavi del regno dei cieli. E quanto avrai legato sulla terra, sarà legato anche nei cieli; e quanto avrai disciolto sulla terra, sarà disciolto anche nei cieli ». Parole che Egli confermò dopo la risurrezione (Giov., XXI, 15, 17) nel conferire al beato Pietro il primato: « Pasci i miei agnelli,…. pasci le « mie » pecore », vale a dire: reggi l’universo mio gregge, tutta la mia Chiesa. Ora, coll’istituire la Chiesa, perennemente duratura nel suo capo (Matt., XXVIII, 19, 20), il primato del beato Pietro dové passare ai suoi legittimi successori. Quanto alla missione degli Apostoli con Pietro a capo, la S. Scrittura ce la fa conoscere; per es.: Matt., XXVIII, 19, 20; Marco, XVI, 14, 15; Atti, I, 8; XV, 6, 7; XX, 28; Paolo, ad Tit., I, 5; I ad Cor., XII, 28.

D. 127. Chi è il legittimo successor di Pietro nel reggimento della Chiesa universale?

R. Il legittimo successore di Pietro nel reggimento della Chiesa universale è il Vescovo della città di Roma, ossia il Romano Pontefice e, in altri termini, il Papa, poiché nel primato di giurisdizione il Papa succede a Pietro, il quale fu e morì Vescovo della Città di Roma.

Conc. Efes., 1. e; Conc. Vat., 1. c. cap. 2°. — Non v’è sulla terra autorità più grande, non più santo magistero, non più alta ed estesa paternità di quella del Romano Pontefice, il quale, in nome e in vece di Cristo, governa gli uomini per condurli all’eterna salvezza, e con infallibile certezza insegna loro ciò che divinamente fu rilevato. Memori del suo santissimo ufficio, ci stia dunque a cuore di prestargli ubbidienza, riverenza ed amore; di ottemperare non solo ai suoi ordini, ma d’inchinarci persino ai suoi consigli e ai suoi desideri; e infine di rivolgere a Dio frequenti le nostre preghiere per lui secondo le sue intenzioni.

D. 128. Chi è il vero capo della Chiesa?

R. Il vero capo della Chiesa è Gesù Cristo in persona, che invisibilmente in essa dimora e la regge e riunisce intorno a sé i suoi membri (Matt., XXVIII, 18 e segg.; Giov., I , 33; Paolo, l. a ad Cor., IV, 1; ad Eph., I, 22; ad Coloss., I , 18: « Egli stesso è ilcapo del corpo della Chiesa »; Cat. p. parr., p. I c. X, n. 13).

D. 129. Perché il Romano Pontefice vien detto ed è il capo visibile della Chiesa e il Vicario di Gesù Cristo sulla terra?

R. Il Romano Pontefice vien detto ed è il capo visibile della Chiesa e il Vicario di Gesù Cristo sulla terra, perché, una società visibile abbisognando di un capo visibile, Gesù Cristo costituì Pietro e il suo successore sino alla fine del mondo, capo visibile di essa e vicario della sua potestà (Matt., XVI, 18; Luca, XXII, 32; Giov., XXI, 15, 17; Paolo, ad Eph., I , 22; Cat. p. parr., p. I c. X, n. 13).

D. 130. Di qual natura è dunque la potestà del Romano Pontefice nella Chiesa?

R. Il Romano Pontefice ha nella Chiesa, di diritto divino, non solo il primato di onore, ma anche quello di giurisdizione, tanto nel campo della fede e dei costumi, quanto in quello della disciplina e del governo.

D. 131. Qual è la potestà del Romano Pontefice?

R. La potestà del Romano Pontefice è suprema. piena, ordinaria e immediata, tanto su tutte e singole le Chiese, quanto su tutti e singoli i pastori e i fedeli.

(Conc. II di Lione; Prof, fidei Mich. Palæologi; Conc. di Firenze: Decret. prò Græcis; Conc. Vat.: Const. Pastor æternus, c. 3; S. Leone IX: Epist. In terra pax, 2 sett. 1053; Bonifacio VIII: Bulla Unam sanctam, 18 nov. 1302. — La potestà del Romano Pontefice vien detta ordinaria, perché non delegata da altri, ma inerente al suo stesso primato, e perché sempre e dovunque esercitabile; essa viene così ad opporsi alla potestà straordinaria, esercitata solo in certi casi, p. es. quando un qualsiasi pastore inferiore manca al suo ufficio).

D. 132. Chi sono i legittimi successori degli Apostoli?

R. I legittimi successori degli Apostoli sono per divina istituzione i Vescovi, i quali, preposti dal Romano Pontefice alle Chiese particolari, le reggono con ordinaria potestà sotto l’autorità di Lui (Atti, XX, 28; S. Ign. Mart.: Epist. ad Smyrnæos, VIII, 1; S. Ireneo, Adv. hæreses, III, I, 1. — I Patriarchi, invece, gli Arcivescovi e gli altri Prelati sono d’istituzione ecclesiastica.).

D. 133. Che cos’è dunque la Chiesa istituita da Gesù Cristo?

R. La Chiesa istituita da Gesù Cristo èla società visibile degli uomini battezzati, i quali, congiunti tra loro mediante la professione della medesima fede e il vincolo della mutua comunione, perseguono lo stesso fine spirituale, sotto l’autorità del Romano Pontefice e quella dei Vescovi aventi comunione con lui (Pio XI: Encicl. Mortalium animos, 6 genn. 1928).

D. 134. Che cosa s’intende per corpo della Chiesa?

R. Per corpo della Chiesas’intende l’elemento che è in essa visibile e rende visibile la stessa Chiesa, vale a dire gli stessi fedeli in quanto sono aggregati, il regime esterno, l’esterno magistero, la professione esterna della fede, l’amministrazione dei Sacramenti, il rito, ecc.

D. 135. Che cosa s’intende per anima della Chiesa?

R. Per anima della Chiesa s’intende ciò che è il principio invisibile della vita spirituale e soprannaturale della Chiesa, cioè il perenne aiuto dello Spirito Santo, il principio di autorità, l’interna obbedienza al governo, la grazia abituale con le virtù infuse, ecc. (Paolo: ad Rom., X I I , 4, 5; ad Eph., IV, 16).

R. La Chiesa di Gesù Cristo vien detta ed è la via, oppure il mezzo necessario per la salvezza perché Gesù Cristo istituì la Chiesa affinché in essa e per essa venissero applicati agli uomini i frutti della Redenzione; perciò nessuno di quelli che ne stanno fuori può raggiungere l’eterna salvezza, secondo l’assioma: «Fuor della Chiesa non c’è salvezza »

(Marco, XVI, 15, 16; Conc. Lat., IV: Contra Albigenses, 1. c. ; Conc. di Fir.: Decretum prò Jacobitis; Inn. III: Epist. ad Archiep. Tarracon, 18 die. 1208; Bonif. VIII: Bulla Unam Sanctam, 18 nov. 1302; Pio IX: Alloc. Singulari quadam, 9 dic. 1854; Leone XIII: Encicl. Satis cognitum, 29 giugno1896; S. Cipriano: De unitate Ecclesiæ, 6; S. Gerol., Epist., 15, 2; S. Agost. : Sermo ad Cæsar Eccl. plebeem, 6. —Quell’assiona vien meglio illustrato alla dom. 162 e segg.).

D. 137. In qual maniera la Chiesa da Gesù Cristo istituita si distingue dalle altre Chiese che pur si vantano del nome Cristiano?

R. La Chiesa istituita da Gesù Cristo si distingue dalle altre Chiese che si vantano del nome cristiano a mezzo di note — cioè l’unità, la santità, la cattolicità e l’apostolicità — note che assegnate da Gesù Cristo alla sua Chiesa, trovansi esclusivamente nella Chiesa Cattolica, cui sta a capo il Romano Pontefice.

(Sotto questo nome di Note della Chiesa vanno intese le visibili e stabili proprietà della Chiesa istituita da Gesù Cristo; parecchie ve ne sono, ma il Simbolo di Costantinopoli enumera solo le quattro citate. Così dunque la Chiesa di Cristo, per volontà del suo divin Fondatore, deve essere una, d’unità di fede, di regime e di comunione, per cui tutti i suoi membri formano un corpo sociale, vale a dire il corpo mistico di Gesù Cristo, senza che a ciò si opponga benché minimamente la differenza dei riti (Giov., X, 16; Paolo: ad Rom., XII, 5, 6; 1a ad Cor., I, 10; XII, 12, 13; ad Eph., IV, 2-16); santa, per santità di fine (la salvezza delle anime) e di dottrina sia teoretica che pratica; donde consegue la santità di molti suoi membri, spesso anche eroica, comprovata dai miracoli, (Giov., XVII, 17-19; Paolo: ad Eph., V, 25-27; ad Tit., II, 14); cattolica, ossia universale, per la sua destinazione o missione, estendentesi a tutti gli uomini in tutti i luoghi della terra, missione integrata dall’attuale mirabile diffusione, che, iniziatasi sin dai tempi apostolici, non cessò mai a traverso difficoltà d’ogni genere; per quanto la diffusione attuale dipenda, sempre sotto l’assistenza di Dio, dai mezzi umani della propaganda e quindi ammetta un incremento successivo (Matt., XXVIII, 19; Luca, XXIV, 47; Atti, I, 8; Pio XI: Encicl. Rerum Ecclesiæ, 28 febb. 1926); apostolica, per la sua origine, in quanto, fondata sul fondamento degli Apostoli, e innanzi tutto di Pietro, con perenne continuità vien retta e governata dai loro legittimi successori (Paolo: ad Eph., II, 20; Apoc, XXI, 14). Ora, una cosa è certa: che mentre tali proprietà convengono alla Chiesa Cattolica cui sta a capo il Romano Pontefice, mancano invece a tutte le false religioni che si vantano del nome Cristiano (S. Agost.: Contra epist. Manichæi, 5, e De Symbolo, sermo ad Cathech., 14; Cat. p. parr., p. I, n. 11 e segg).

D. 138. C’è un’altra via più breve e più semplice per distinguere la vera Chiesa di Cristo dalle altre Chiese?

R. Per distinguere la vera Chiesa di Cristo dalle altre Chiese c’è una via più breve e più semplice, riferendosi cioè all’essenziale e visibile capo di quella stessa Chiesa, secondo l’antico principio dei Padri: Dov’è Pietro ivi è la Chiesa (1 S. Cipriano: Epist. 40, 5; S. Abr.: In Psalm. XI, 30.)

D. 139. In qual modo ciò si può dedurre dal detto principio?

R. Facilmente ciò si può dedurre dal detto principio, perché, avendo Gesù Cristo edificato su Pietro la sua Chiesa perennemente duratura, ne consegue necessariamente che la vera Chiesa di Gesù Cristo è quella soltanto che vien retta e governata dal legittimo successore di Pietro: e questi è il Romano Pontefice.

B) – Della podestà della Chiesa.

D. 140. Di qual potestà Nostro Signor Gesù Cristo investì la sua Chiesa per farle raggiungere il fine per cui venne istituita?

R. Nostro Signor Gesù Cristo, per far raggiungere alla sua Chiesa il fine per cui venne istituita, la investì della potestà di giurisdizione e della potestà di ordine; nella potestà di giurisdizione viene inclusa la potestà d’insegnare.

(Di  insegnare: Matt., XXVIII, 19, 20; Marco, XVI, 15, 16; — di giurisdizione: Matt., XVI, 19; XXVIII, 18, 19; Giov., XXI, 15, 17; Atti, XX, 28; — d’ordine: Giov., XX, 22, 23; Matt., VIII, 18; Marco, XVI, 16; Atti, VIII, 15, 17. — Da ciò consegue che la Chiesa è una società non omogenea.).

D. 141. Che cos’è la potestà d’insegnare?

R. La potestà d’insegnare è il diritto e il dovere della Chiesa di custodire la dottrina di Gesù Cristo, di tramandarla, di difenderla e di predicarla infine ad ogni creatura, indipendentemente da qualsiasi umano potere. (Matt., 1. c.; Marc, 1. c. ; Codice D. C, can. 1322).

D. 142. Nell’esercizio della potestà d’insegnare c’è una differenza fra battezzati e non battezzati?

R. Nell’esercizio della potestà d’insegnare c’è una differenza tra battezzati e non battezzati:

1° ai battezzati la Chiesa propone ed impone la sua dottrina; essi quindi devono ammetterla, non solo in forza dalla legge divina, ma anche in forza dalla potestà che la Chiesa ha su di essi in quanto sudditi;

2° ai non battezzati, invece, questa sua dottrina la Chiesa la propone, in nome dì Dio; e costoro son tenuti ad apprenderla e ad abbracciarla non per ordine della Chiesa ma in forza della legge divina.

D. 143. Chi sono quelli che nella Chiesa hanno la potestà d’insegnare?

R. Hanno nella Chiesa la potestà d’insegnare, il Romano Pontefice e i vescovi aventi comunione con lui; perciò si dice che essi costituiscono la Chiesa docente.

(Diritto e dovere dei Pastori della Chiesa è quello di predicare il Vangelo ad ogni creatura: ai figli devoti della Chiesa il compito di aiutarli nell’esercizio di una missione così santa e salutare. Contribuisci, quindi o Cristiano, secondo le tue forze, all’azione missionaria cattolica, offrendo le tue preghiere, le tue elemosine, la tua operosa energia. Così facendo, compirai un’opera lodevolissima di misericordia tanto corporale quanto spirituale a vantaggio di tuoi fratelli che sono ancora nelle tenebre e nell’ombra della morte, servirai alla gloria di Dio e farai cosa assai raccomandata dalla Chiesa e dai Romani Pontefici.)

D. 144. E’ infallibile la Chiesa nella sua funzione d’insegnare?

R. Nella sua funzione d’insegnare e grazie alla perenne assistenza dello Spirito Santo promessa da Gesù Cristo, la Chiesa è infallibile, ogni qual volta, con ordinario ed universale magistero, oppure con solenne giudizio della suprema autorità, propone doversi da tutti ritenere le verità concernenti la fede o i costumi, siano esse in sé rivelate o connesse con le rivelate (Matt., XVI, 18; XXVIII, 19, 20; Luca, XXII, 32; Giov., XIV, 16, 26; XVI, 13; Atti, XV, 28; Adamantio, Dialog., V, 28: S. Cipr., Inter S. Cornelii Epist., Ep. 12, 14; S. Pietro Crisol.: Epist. ad Eutychen, 2.).

D. 145. A chi appartiene di pronunciare questo solenne giudizio?

R. Il pronunciare questo solenne giudizio appartiene, tanto al Romano Pontefice, quanto ai Vescovi radunati col Romano Pontefice, soprattutto nel Concilio ecumenico.

D. 146. Che cos’è il Concilio ecumenico?

R. Il Concilio ecumenico, ossia universale, è la riunione dei Vescovi di tutta la Chiesa Cattolica convocati e presieduti — direttamente o a mezzo dei suoi Legati — dal Romano Pontefice, cui spetta con la sua autorità di confermare i decreti del Concilio (Codice Dir. Can., Can. 222.).

D. 147. Quand’è che il Romano Pontefice usa della prerogativa dell’infallibilità personale?

R. Il Romano Pontefice usa della prerogativa dell’infallibilità personale quando parla ex cathedra, quando cioè, esercitando le sue funzioni di pastore e dottore di tutti i Cristiani, definisce che una data dottrina in materia di fede e di costumi deve essere ritenuta dalla Chiesa intera (Conc. Vat., Const. Pastor aeternus, cap. 4. — Questo carisma dell’infallibilità Gesù Cristo lo promise apertamente a Pietro e ai suoi successori nel primato (Luca, XXII, 32), dicendo a Simon Pietro: « Io ho pregato per te perché la tua fede non venga meno, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli ».).

D. 148. Qual è il nostro obbligo circa le verità in materia di fede e di costumi che la Chiesa a tutti propone da credersi come divinamente rivelate?

R. Quelle verità in materia di fede e di costumi che, o per ordinario ed universale magistero o per solenne giudizio, la Chiesa a tutti propone da credersi come divinamente rivelate, noi le dobbiamo credere di fede divina e Cattolica (Conc. Vat., Const. Dei Filius, cap. 3 ).

D. 149. Come si chiama una verità così definita?

R. Una verità così definita chiamasi dogma di fede, cui direttamente viene ad opporsi l’eresia.

D. 150. Quali sono le verità in sé non rivelate, ma connesse con le rivelate?

R. Le verità in sé non rivelate, ma connesse con le rivelate, sono in primo luogo i fatti dogmatici, e le censure di quelle proposizioni che la Chiesa ha proscritte e proibite.

(Sotto questo nome di fatti dogmatici vanno intesi quei fatti definiti dalla Chiesa, i quali in sé non rivelati, pure hanno qualche nesso col dogma, ove trattisi di custodirlo, di applicarlo o di rettamente proporlo. I più importanti tra i fatti dogmatici sono: il contenere o non contenere un dato libro, proposizioni opposte al deposito della fede; l’essere veramente santi e in possesso dell’eterna gloria quegl’individui che la Chiesa canonizza con sentenza definitiva; l’essere o non essere legittimo un dato Concilio; l’essere o non essere una data edizione o versione conforme al testo della Sacra Scrittura, ecc.).

D. 151. Dobbiamo noi ammettere anche quelle verità in sé non rivelate, ma connesse con le rivelate, che la Chiesa, similmente, a tutti propone da credersi?

R. Noi dobbiamo ammettere con la bocca e col cuore anche quelle verità in sé non rivelate, ma connesse con le rivelate, che la Chiesa, similmente, a tutti propone da credersi; e ciò a causa dell’infallibilità della Chiesa, che si estende anche a queste verità (Conv. Vat., 1. c. , cap. 4°, in fine; Aless. VII: Const. Regiminis Apostolici, 15 Febbr. 1664; Clem. XI: Const. Vineam Domini Sabaoth, 16 Lug. 1705; Pio X: Decr. Lamartabili, 3Lugl. 1907, prop. 7 inter damnatas. — Ne consegue che la Chiesaha il diritto di proibire i libri, cioè d’interdire ai fedeli dileggerli o tenerli presso di loro.).

D. 152. Come dobbiamo comportarci di fronte agli altri decreti dottrinali che la Sede Apostolica, sia direttamente, sia per mezzo delle Romane Congregazioni, pubblica in materia di fede e di costumi?

R. Gli altri decreti dottrinali che la Sede Apostolica, sia direttamente, sia per mezzo delle Congregazioni Romane, pubblica in materia di fede e di costumi, noi dobbiamo accoglierli per dovere di coscienza e in ossequio alla Sede Apostolica, la quale anche in questo modo esercita il magistero commessole da Cristo Signore (Pio IX: Epist. ad Archiep. Monacen-Frisingen, 21 Die. 1863 ; Pio X, 1. c. : prop. 8 inter damnatas.).

D. 153. Che cosa possono e debbono i Vescovi, ciascuno nella propria diocesi, in forza della potestà d’insegnare?

R. Ciascuno nella propria diocesi e in forza della potestà d’insegnare, i Vescovi possono e debbono, per sé o per mezzo di altri, proporre ed inculcare ai loro sudditi, secondo i bisogni, le verità concernenti la fede e i costumi ricevute dalla Chiesa, reprimere le pericolose novità nel campo della dottrina e, se sia il caso, deferirle alla suprema autorità della Chiesa (Cod. Dir. Can., can. 336, 343).

D. 154. Che cosa significa nella Chiesa la potestà di giurisdizione?

R. Potestà di giurisdizione nella Chiesa significa che il Romano Pontefice e i Vescovi, il primo nella Chiesa intera, i secondi nelle rispettive diocesi, posseggono la potestà di reggere, vale a dire la potestà legislativa, giudiziaria, coattiva e amministrativa, e questo per poter raggiungere il fine stesso della Chiesa (Cod. Dir. Can., can. 335).

D. 155. Che cos’è la potestà di ordine?

R. La potestà di ordine è quella di compiere le sacre funzioni, soprattutto nel ministero dell’altare, potestà che commessa alla Sacra Gerarchia, e massime ai Vescovi col sacramento dell’Ordine, tende direttamente a procurare la santificazione delle anime mediante l’esercizio del culto divino e l’amministrazione dei sacramenti e dei sacramentali; il che chiamasi cura delle anime(La potestà di ordine, rispetto al suo lecito esercizio, è subordinata alla potestà di giurisdizione.)

D. 156. Quali sono i coadiutori dei Vescovi nella cura delle anime?

R. I coadiutori dei Vescovi nella cura delle anime sono i sacerdoti, e massime i parroci soggetti ai Vescovi a norma dei sacri canoni (Gli stessi fedeli cristiani d’ambo i sessi possono efficacemente coadiuvare il ministero della Chiesa, sia con la loro azione personale intesa al bene spirituale del prossimo, sia per mezzo dell’azione Cattolica propriamente detta, tanto caldamente raccomandata dal Sommo Pontefice e alla quale lo stesso S. Paolo apertamente allude nella Lettera ai Filippesi. I fedeli Cristiani s’iscrivano quindi a quest’azione Cattolica ogni qualvolta lo possano; in tal modo, col prestare ai Vescovi la loro obbedienza, coll’osservare religiosamente le superiori norme emanate dall’Apostolica Sede, essi contribuiranno efficacemente al raggiungimento del fine della Chiesa, cioè al trionfo di Gesù Cristo sulla terra per la salvezza del genere umano.).

C) – Dei membri della Chiesa.

D. 157. Quali sono i membri della Chiesa istituita da Gesù Cristo?

R. I membri della Chiesa istituita da Gesù Cristo sono i battezzati, fra loro congiunti mediante il vincolo dell’unità della fede e della comunione cattolica.

D. 158. Chi sta fuori della Chiesa istituita da Gesù Cristo?

R. Stanno fuori della Chiesa istituita da Gesù Cristo:

i non battezzati;

gli apostati dichiarati, gli eretici, gli scismatici e gli scomunicati vitandi (S. Agost.: De fide et symbolo, 21; Cod. Dir. Can., can. 87; Cat. p. parr., p. I, c. IX, n. 9. — Il non battezzato è semplicemente fuori della Chiesa, per quanto, mercé l’aiuto della grazia, e per mezzo della carità, possa appartenere all’anima di essa. Il battezzato, invece, per il fatto di aver ricevuto validamente il Battesimo, viene aggregato al corpo mistico di Cristo, cioè alla Chiesa. Tale aggregazione è perpetua, e l’indelebile Carattere del Battesimo lo indica; da ciò segue che il battezzato appartiene sempre alla Chiesa in qualche modo. Ma egli può da sé separarsi dalla Chiesa, spezzando l’unione di fede e di comunione, con l’apostasia, l’eresia, lo scisma: può d’altra parte la suprema autorità ecclesiastica privarlo per gravissimo peccato di tutti i diritti dei fedeli ed escluderlo in tal modo dalla loro comunione. Costui allora vien realmente posto fuori della Chiesa, ma sempre con l’obbligo stretto di tornarvi, ottenendone la riconciliazione, quando abbia rinunziato alla sua contumacia e rimanendo intanto sottoposto alla Chiesa; così. come il transfuga o disertore, il quale, pur essendo realmente fuori dall’esercito, deve rientrare nei ranghi, e, pur privato dei privilegi degli altri soldati, rimane tuttavia soggetto ai capi della milizia, e passibile delle loro punizioni.)

D. 159. Chi sono gli apostati, gli eretici, gli scismatici, gli scomunicati vitandi?

R. Gli apostati sono quei battezzati che si sono del tutto allontanati dalla fede cristiana; gli eretici, coloro che pertinacemente negano qualche dogma della fede, o di esso dubitano; gli scismaticicoloro che ricusano di sottostare al Romano Pontefice, o di comunicare coi membri della Chiesa a Lui soggetti; gli scomunicati vitandi, coloro che a norma dei sacri canoni sono colpiti da questa censura (Cod. Dir. Can.: can. 2257 e segg.; can. 1325, § 2).

D. 160. Tutti costoro rimangono tenuti alle leggi della Chiesa?

R. Tutti costoro rimangono tenuti alle leggi della Chiesa in qualità di suoi sudditi, anche se ribelli, a meno che la Chiesa, espressamente o tacitamente, li ritenga esenti dalla sua legge.

D. 161. Gli scomunicati tollerati sono essi membri della Chiesa?

R. Gli scomunicati tollerati sono membri della Chiesa; vengono però esclusi da quegli effetti della comunione dei fedeli che i sacri canoni enumerano, né possono ricuperarli a meno di recedere dalla loro ostinazione e di essere assolti da tale gravissima pena.

D. 162. L’adulto che muore senza il sacramento del Battésimo, può esso salvarsi?

R. L’adulto che muore senza il sacramento del Battesimo può salvarsi, non solo se abbia la fede nelle verità che sono necessariamente da credersi di necessità di mezzo e la carità che supplisce al Battesimo stesso, ma anche se, per l’operante virtù della luce e della grazia divina, nell’ignoranza invincibile della vera religione e pronto ad obbedire a Dio, avrà fedelmente osservato la legge naturale.

(S. Tom.: De verit., q. 14, a. II, ad I.um, così insegna trattando il caso di coloro che cresciuti, ad esempio, in mezzo alle foreste, mai giunsero a conoscere la vera Chiesa, esclusa naturalmente ogni colpa da parte loro: « Spetta alla divina « Provvidenza di fornire a ciascun uomo i mezzi necessari per « salvarsi, purché ciò stesso non venga dall’uomo impedito. Se « infatti un uomo cresciuto in mezzo alle foreste, seguisse, nel « desiderio del bene e nella fuga dal male, la guida della ragione naturale, è da ritenersi con assoluta certezza che Dio, o « gli rivelerebbe mediante un’ispirazione interna le cose necessarie da credersi, o metterebbe sul suo cammino un predicatore della fede, come fece per Cornelio spedendogli Pietro » — Inn. II: Epist. Apostolicam Sedem, ad Episc. Cremon,; Pio IX: Epist. Quando conficiamur, ad Episcopos Italiæ, 10 ag. 1863.).

D. 163. Un adulto validamente battezzato, ascritto senza sua colpa ad una setta eretica o scismatica, può salvarsi?

R. Un adulto validamente battezzato, ascritto senza sua colpa ad una setta eretica o scismatica, può ugualmente salvarsi, qualora non abbia perduto la grazia ricevute nel Battesimo, o, perdutala peccando, la recuperi mediante la debita penitenza.(Pio IX, 1. c. -— Tale penitenza sarà, o la contrizione perfetta, assieme al voto — in questa contenuto — di venir alla Chiesa di Cristo e di ricevere il Sacramento della Penitenza, oppure la contrizione imperfetta e quello stesso Sacramento realmente ricevuto.)

D. 164. Che dire di coloro che, pur avendo conosciuta la verità della Chiesa di Gesù Cristo, volontariamente ne stanno fuori?

R. Coloro che, pur avendo conosciuta la verità della Chiesa di Gesù Cristo, volontariamente ne stanno fuori, peccano gravemente e non possono quindi salvarsi qualora perseverino in questo loro stato.

D. 165. Coloro che stanno fuori della Chiesa di Gesù Cristo, e ne hanno però qualche conoscenza, a che cosa sono tenuti?

R. Coloro che stanno fuori della Chiesa di Gesù Cristo, e ne hanno però qualche conoscenza, sono tenuti a cercare sinceramente la verità nel Signore, ad ammaestrarsi secondo le loro possibilità nella dottrina di Cristo quale gli vien proposta, e ad entrare nella Chiesa di Cristo quando l’abbiano riconosciuta per vera.

D) – Della distinzione che passa fra la Chiesa e lo Stato e della competenza dell’una e dell’altra società.

D. 166. La Chiesa istituita da Gesù Cristo è distinta dallo Stato?

R. La Chiesa istituita da Gesù Cristo è distinta dallo Stato; non può tuttavia lo Stato né essere, né venir costituito separato di diritto dalla Chiesa, benché, in speciali e gravi circostanze, possa tale separazione venir talvolta tollerata od anche preferita. – (Spieghiamo qui brevemente la dottrina circa le mutue relazioni fra Chiesa e Stato in base ai numerosi documenti pontifici, soprattutto di Leone XIII, Encicl. Immortale Dei, 1 nov. 1885; Encicl. Au milieu, 16 febb. 1892; Epist. Longiqua oceani, 1895. Mentre la Chiesa si prefigge come suo prossimo fine la santificazione soprannaturale delle anime, condizione necessaria e misura dell’eterna felicità da raggiungersi in cielo, lo Stato invece ha per fine prossimo il comune bene temporale, anche d’ordine morale, coll’osservanza dell’ordine giuridico e supplendo all’insufficienza dei singoli uomini e delle famiglie.Ora, per quanto il compito diretto ed essenziale della Chiesa sia quello di curare la santificazione soprannaturale delle anime, pur tuttavia essa promuove anche il bene comune sia pubblico che privato, e in maniera così reale, così efficace che più non potrebbe se quello fosse il suo compito diretto, per esempio quando ai singoli potentemente inculca l’obbligo di compiere il proprio dovere qualunque esso sia; così pure lo Stato il quale, mentre direttamente procura il bene comune temporale, nello stesso tempo indirettamente coopera alla soprannaturale santificazione delle anime. Atteso dunque che le società si distinguono per il loro fine prossimo, e che il fine della Chiesa è distinto da quello dello Stato, ne viene di conseguenza che sono società fra sé distinte: la prima è una società spirituale e soprannaturale; la seconda una società naturale e temporale; ciascuna nel suo genere è una società perfetta col massimo della potestà correlativa, poiché tanto l’una quanto l’altra possiede in sé e per sé i mezzi necessari a conseguire il rispettivo fine. Questa distinzione tuttavia non va intesa nel senso che lo Stato possa comportarsi quasi fosse del tutto separato dalla Chiesa, come se Dio non esistesse, e trascurare la religione come cosa del tutto estranea e senza interesse alcuno, oppure tra le varie religioni sceglierne una a piacere; deve infatti anche lo Stato, non meno dei singoli cittadini, onorare Dio a mezzo di quella religione che, voluta da Lui, offre certi indubitabili indizi di essere fra tutte l’unica e sola vera; e questa è esclusivamente la vera Chiesa di Gesù Cristo. Una separazione giuridica fra Chiesa e Stato può tollerarsi solo in speciali e gravi contingenze, quando cioè tale separazione serva ad evitare mali maggiori, sempre che alla Chiesa venga assicurata la libertà di vivere e di agire. Pertanto, poiché la società spirituale e soprannaturale, per ragionedel fine superiore a cui tende, sorpassa in eccellenza e nobiltà la società temporale, lo Stato, nato per l’utile comune, deve procurare il bene temporale dei cittadini non creando mai impedimenti al fine della Chiesa, anzi facilitandone in ogni modo il conseguimento.)

D. 167. Quali sono i principi che definiscono la competenza delle due Società?

R. I principi che definiscono la competenza delle due Società sono i seguenti:

1° quanto spetta alla salute delle anime e al culto di Dio appartiene alla potestà della Chiesa.

2° Tutto il resto, nel campo civile e politico, appartiene alla potestà dello Stato.

3° Ove i due diritti s’incontrano, natura vuole, ed esige il divino volere, che fra l’una e l’altra potestà regni la concordia, mercé la quale vengono evitate contese funeste ad ambedue. (Leone XIII: Encicl. Diuturnum illud, 29 giug. 1881, e Encicl. Immortale Dei, 1 nov. 1885 Pio X: Encicl. Vehementer, 16 feb. 1906).

D. 168. E’ la Chiesa competente anche negli affari di natura civile e politica?

R. Anche negli affari di natura civile e politica la Chiesa è competente, qualora tali affari presentino qualche nesso con la regola della fede e dei costumi e quindi con la salute delle anime.

D. 169. A chi appartiene di giudicare se esiste o no il detto nesso?

R. Il giudicare se esiste o no il detto nesso appartiene alla Chiesa, al cui magistero e governo non è lecito ai Cattolici di rifiutare ossequio (Pio IX: Epist. Gravissimas inter, 11 dic. 1862; Leone XIII: Encicl. Immortale Dei, 1 nov. 1885).

Art. 3. — DELLA COMUNIONE DEI SANTI.

D. 170. In qual modo la seconda parte dell’articolo nono: la Comunione dei Santi si riconnette alla prima?

R. La seconda parte dell’articolo nono: la Comunione dei Santisi riconnette alla prima in quanto ne è unaspiegazione: vi s’insegna infatti quali vantaggi ricavanoi membri della Chiesa dalla santificazione in essa e a mezzodi essa ottenuta (Cat. p. parr., p. I, a. IX, n. 23, 24).

D. 171. Che cosa crediamo in questa seconda parte dell’articolo nono?

R. In questa seconda parte dell’articolo nono noi crediamo che fra i membri della Chiesa e in forza dell’intima unione che li congiunge fra loro sotto l’unico Capo Cristo, esiste una comunicazione di beni spirituali (Paolo: ad Rom., XII, 4, 5; I.a ad Cor., XII, 11-31; ad Eph., IV, 4-13; Cat. p. parr., p. I, c. X , n. 24, 25. — I comunibeni spirituali della Chiesa sono: gl’infiniti meriti di Gesù Cristo,i meriti sovrabbondanti della beata Vergine Maria e deiSanti, le indulgenze, le preghiere e le opere buone che si fannonella Chiesa, i Sacramenti, il sacrificio della Messa, le pubblichepreci e i riti esterni: tutte cose che stabiliscono come unsacro vincolo di unione tra i fedeli e Cristo e i fedeli tra loro.).

D. 172. Tutti i membri della Chiesa godono di questa comunione?

R. Non tutti i membri della Chiesa godono pienamente di questa comunione ma quelli soli che trovansi in istato di grazia: ecco perché la detta comunione si chiama Comunione dei Santi.

D. 173. Chi è in peccato mortale è privato di detta comunione?

R. Chi è in peccato mortale non è del tutto privato di detta comunione, in quanto può essere aiutato a ricuperare la grazia e dalle pubbliche preci della Chiesa e dalle preci e opere buone di chi sta in grazia di Dio.

D. 174. V’è comunione con quelli che sono in possesso della gloria del Paradiso?

R. V’è comunione con quelli che sono in possesso della gloria del Paradiso in quanto, mentre noi li onoriamo e li invochiamo con supplice cuore, essi intercedono per noi presso Dio (Tob., XII, 12; Eccl., XLIV, 1; Dan., III, 35; II Macc, XV, 14; Apoc, V, 8; VIII, 3; Conc. di Tr., sess. XXV: De invoc. Vener… Sanctorum; S. Gerol.: Contra Vigilantium, 6).

D. 175. V’è comunione anche con le anime trattenute in Purgatorio?

R. V’è comunione anche con le anime trattenute in Purgatorio, in quanto noi possiamo aiutarle coi nostri suffragi, cioè con il sacrificio della Santa Messa, indulgenze, orazioni, elemosine ed altre opere di pietà e di penitenza; esse ci aiutano presso Dio con le proprie orazioni (S. Cirill. Geros.: Cathecheses, V, 8; S. Agost.: De Civitate Dei, XX, 9, 2. )

D. 176. Quali sono le orazioni che i fedeli sogliono più di frequente recitare per le anime trattenute in Purgatorio?

R. Le orazioni che i fedeli sogliono più di frequente recitare per le anime trattenute in Purgatorio sono il salmo De profundise quest’altra breve orazione: « L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Così sia ». (« Santo…. e salutare è il pensiero di pregare per i defunti »; II Machab., XII, 46. — Santissimo ufficio di carità quello di aiutare coi nostri suffragi le anime del Purgatorio, specie quando si tratti di coloro cui ci unì qualche vincolo di parentela o l’obbligo della gratitudine. E oltre che santissimo, saluberrimo, in quanto con questa nostra carità verso anime a Dio tanto care, ci conciliamo la benevolenza di Dio e l’attiva riconoscenza di quelle stesse anime sante.).

Art. 4. — DELLA REMISSIONE DEI PECCATI.

D. 177. Che cosa crediamo nel decimo articolo del Simbolo: La remissione dei peccati?

R. Nel decimo articolo del Simbolo: La remissione dei peccati, noi crediamo esservi nella Chiesa la verapotestà di rimettere i peccati in virtù dei meriti di GesùCristo (Matt., XVI, 19; XVIII, 18; Giov., XX, 23; Conc. Lat. IV, c. I ; Conc. di Tr., sess. XIV, c. 1 e can; S. Leone IX: Symbolum fidei.).

D. 178. Con quali mezzi otteniamo noi nella Chiesa la remissione dei peccati?

R. Noi otteniamo nella Chiesa la remissione dei peccati mortali a mezzo dei Sacramenti a questo scopo istituiti da Nostro Signor Gesù Cristo, oppure mediante un atto di contrizione perfetta unitamente al proposito di ricevere i detti Sacramenti; possiamo poi ottenere la remissione dei peccati veniali anche a mezzo di altri atti di religione, sempre rimanendo il debito della pena temporale da saldarsi da ognuno in questa vita o nell’altra, vale a dire in Purgatorio (Ad ottenere la remissione dei peccati veniali basta nell’uomo giusto un atto qualsiasi compiuto col soccorso della divina grazia, purché in tale atto sia contenuta, per lo meno implicita, la detestazione della colpa. Il perdono quindi dei peccati leggeri può venir impetrato non solo a mezzo dei Sacramenti che conferiscono la grazia, ma anche a mezzo di atti cui vada congiunta una qualche detestazione della colpa, quale, per esempio: il recitare il Pater Noster o il Confiteor, il percuotersi il petto, ecc.; o ancora a mezzo di atti con cui si esprima la riverenza verso Dio e le cose divine: per esempio: la benedizione del sacerdote, l’aspersione dell’acqua benedetta, una qualsiasi unzione sacramentale, un’orazione in una Chiesa dedicata…. (S. Tom., Suppl., p. III q. 87, a. 3).

Art. 5. — DELLA RISURREZIONE DEI MORTI E DELLA VITA ETERNA.

D. 179. Che cosa crediamo nell’undecimo articolo del Simbolo: la risurrezione della carne?

R. Nell’undecimo articolo del Simbolo: la risurrezione della carne, noi crediamo che alla fine del mondotuti i morti verranno richiamati alla vita e risorgerannoper il giudizio universale, ogni anima venendo a riprendere,per non più separarsene, quel corpo stesso cui erastata congiunta nella vita presente (Giobbe, XIX, 25-27; Matt., X III, 40-43; Giov., V, 28,29; VI, 39, 40; Atti, XXIV, 15; Paolo, J . a ad Cor., XV, 12 e segg.; Conc. Lat., IV, cap. I; S. Leone IX, 1. e ; Inn. III: Profess. fidei Waldensibus præscripta; S. Cirillo Aless., In Joan, VIII, 51; S. Giov. Cris.: De resurect. mortuorum, 8; Cat. p. parr., p. I, c. XII, n. 6 e segg.).

D. 180. Per qual virtù avverrà la risurrezione della carne?

R. La risurrezione della carne avverrà per la divina virtù di Gesù Cristo, il quale, come suscitò dai morti il proprio corpo, così pure susciterà alla fine del mondo i corpi di coloro che dovrà giudicare (Giov., V , 28, 29; S. Giov. Cris., 1. c, 7; S. Tom., p. 3, q. 56, a. I.)

D. 181. Per qual ragione Iddio ha voluto che i corpi dei morti risuscitassero?

R. Dio ha voluto che i corpi dei morti risuscitassero affinché tutto l’uomo raggiungesse eternamente, a seconda dei suoi meriti, o il premio in Paradiso o la pena nell’Inferno.

D. 182. I corpi dei morti risorgeranno tutti allo stesso modo?

R. I corpi dei morti risorgeranno tutti immortali, ma solo i corpi degli eletti, a somiglianza di quello di Cristo, risorgeranno muniti delle doti del corpo glorioso (Paolo, I ad Cor., XV, 52; ad Philipp., III, 21; Apoc, XX, 12, 13; S. Cirillo Ger.: Cathecheses, XVIII, 18-19).

D. 183. Quali sono le doti del corpo glorioso?

R. Quattro doti si enumerano di solito del corpo glorioso: l’impassibilità, la chiarezza, l’agilità e la sottigliezza.

(Paolo, I ad Cor., XV, 42-44. — Il Catechismo dei parroci, p. I, c. XII, n. 13, chiarisce l’argomento come segue: « La impassibilità farà sì che il corpo glorioso non potrà più assolutamente patire, né essere afflitto dal benché minimo dolore o disagio. All’impassibilità segue la chiarezza, che è un fulgore ridondante nel corpo come conseguenza della somma felicità dell’anima, così che può dirsi che la chiarezza sia un comunicarsi al corpo della beatitudine di cui l’anima gode. Alla chiarezza va congiunta l’agilità, grazie alla quale il corpo potrà muoversi con la massima facilità in qualunque senso l’anima vorrà. Aggiungesi infine la sottigliezza, in virtù della quale il corpo verrà assoggettato all’impero dell’anima, pronto a servirla, ad ogni suo comando ». S. Tom.: Suppl., q. 82 e segg.)

D. 184. Che cosa crediamo nell’ultimo articolo del Simbolo: La vita eterna?

R. Nell’ultimo articolo del Simbolo: la vita eterna, noi crediamo che dopo la morte è preparato agli elettiin Paradiso una felicità perfetta e senza mai fine, mentreinvece le pene eterne dell’Inferno attendono i reprobi.

(Matt., XXV, 46; S. Pietro Canisio, De fide et symbolo fidei, n. XXI: « Quando trattisi di raggiungere quella vita, nessun’operadi pietà è troppo ardua per il vero credente, nessuntravaglio troppo grave, nessun dolore troppo acerbo, nessuntempo troppo lungo e molesto all’agire e al patire. Che se nullariteniamo di più dolce, di più desiderabile della vita presente,piena d’altronde di calamità, che cosa dunque dovremopensare di quell’altra donde è bandito il più lontano timore ol’eco più lontana del male, ove senza fine celesti ed ineffabiligioie, delizie e godimenti d’ogni sorta per sempre abbonderanno?»).

D. 185. Che cosa significa la parola Amen alla fine del Simbolo?

R. La porla Amen alla fine del Simbolo significa che ogni e singola cosa contenuta nel Simbolo, è vera, e che noi la crediamo e professiamo senza il benché minimo dubbio.

D. 186. Per conseguire la vita eterna basta credere quel che è da credersi?

R. Per conseguire la vita eterna non basta credere quel che è da credersi; ma bisogna inoltre osservare quanto Dio stesso e la Chiesa hanno comandato di operare (Matt., V, 16; VII, 26, 27; IX, 15; XXV, 35 e segg.; Giac, II, 14 e segg.).

IL CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (9)

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (9)

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO [9]

[A. Rodriguez: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane; vol. II, ed. VII ster. TORINO, Marietti ed. 1917]

TRATTATO VIII.

CAPO XXI.

Si conferma quel che s’è detto con alcuni esempi.

Racconta Simone Metafraste nella Vita di S. Giovanni Limosiniero, Arcivescovo d’Alessandria, che un uomo ricco aveva un figliuolo da lui grandemente amato: e per impetrare da Dio, che gli conservasse la vita e la sanità pregò il Santo, che facesse orazione per lui, dandogli gran quantità d’oro da distribuire per limosina ai poveri secondo questa intenzione. Il Santo lo fece, e a capo di trenta giorni quel figliuolo morì. Il padre ne restò afflittissimo, parendogli, che l’orazione e la limosina fatta per esso fossero state fatte in vano. E avendo notizia il Patriarca della sua afflizione, fece orazione per lui, chiedendo a Dio che lo consolasse. Esaudì il Signore la sua orazione, e una notte mandò un Angelo santo dal cielo, il quale apparve a quell’uomo, gli disse, che dovesse sapere, che l’orazione che s’era fatta pel suo figliuolo era stata esaudita, e che per essa il fanciullo era in cielo vivo e salvo, e che era stato per lui espediente il morire in quel tempo in cui era morto, per salvarsi; perché se fosse vissuto, sarebbe stato cattivo, e si sarebbe renduto indegno della gloria di Dio: e gli disse di più, che sapesse, che nessuna cosa, di quante ne accadono in questa vita, accade senza giusto giudizio di Dio, sebbene le ragioni de’ suoi giudizi sono occulte agli uomini; e che perciò non dee l’uomo lasciarsi prendere da tristezza disordinata, ma ricevere con animo paziente e grato le cose che Dio ordina. Con questo celeste avviso il padre del morto fanciullo rimase consolato e ben inanimato a servir Dio. – Nell’Istoria Tebea (Hist. Theo. lib. 2, c. 10) si narra una grazia singolare che S. Maurizio, capitano che fu della Legione Tebea, fece ad una gentildonna molto sua devota. Aveva costei un solo figliuolino, e acciocché s’allevasse a buon’ora in religiosi costumi, nel fine della sua tenera età la madre lo consacrò nel monastero di S. Maurizio, sotto la cura e il governo de’ Monaci, come in quei tempi si costumava di fare; e come lo fecero il padre e la madre con Mauro e Placido, e alcuni altri nobilissimi Romani in tempo di S. Benedetto, e molti anni dopo lo fecero con S. Tommaso d’Aquino nel monastero di Monte Cassino la sua madre Teodora e i Conti d’Aquino suoi fratelli. S’allevò in quel monastero l’unico figliuolo di detta gentildonna in lettere, e costumi, e nella disciplina monastica, molto bene; e già aveva cominciato a cantare soavissimamente in Coro in compagnia de’ Monaci, quando sopraggiuntagli una febbretta se ne morì. Andò la sconsolata madre alla chiesa, e con infinite lagrime accompagnò il morto sino alla sepoltura: ma non bastarono le tante lagrime per temperare il dolore della madre, né per ritenerla dall’andar ogni giorno a quella sepoltura a piangerlo senza misura; il che molto più faceva, quando mentre si dicevano gli Uffici divini si ricordava di esser priva d’udir la voce del figliuolo. Perseverando la gentildonna in questo sì mesto esercizio, non solo di giorno in chiesa, ma anche di notte in casa, senza potere pigliar riposo, vinta una volta dalla stanchezza se ne restò addormentata, e in quel sonno le apparve il santo capitano Maurizio, che disse: Perché, o donna, stai continuamente piangendo la morte del tuo figliuolo, senza poter dar fine a tante lagrime? Rispose ella: Non potranno mai tutti i giorni della mia vita por fine a questo mio pianto: e perciò fin che vivrò piangerò sempre il mio unico figliuolo, né cesseranno questi miei occhi di spargere continue lagrime, fin a tanto che la morte non li chiuda, e separi da questo corpo questa sconsolata anima. E il Santo replicò: Ti dico, donna, che non t’affligga, né stii più a piangere il tuo figliuolo per morto, perché in realtà non è egli morto, ma vivo, e se ne sta in gaudio con noi altri nell’eterna vita: e per contrassegno di questa verità che io ti dico, levati su di mattina al Mattutino, e udrai la voce del tuo figliuolo fra quelle dei Monaci che canteranno l’Ufficio divino; e non solamente lo godrai domattina, ma anche tutte le altre volte che ti troverai presente alle divine Lodi in cotesta chiesa: cessa dunque e metti fine alle tue lagrime, poiché hai più tosto occasione di grande allegrezza che di tristezza. Svegliata la donna, aspettava con desiderio l’ora del Mattutino, per chiarirsi affatto della verità, restando tuttavia con .qualche dubbio, che questo fosse stato un mero sogno. Giunta l’ora, ed entrata ella in chiesa, riconobbe nel canto dell’Antifona la soavissima voce del beato suo figliuolo; e assicurata già della sua gloria in cielo, scacciato da sé tutto il dolore, rendette infinite grazie a Dio, godendo ella ogni giorno quella gratissima voce negli Uffici divini di quella chiesa, consolandola Dio in questa occasione e facendola ricca con questo dono. – Racconta un Autore (Flor, de Enriq. Gran. lib. 4, c. 63. ), che andando un giorno un cavaliere a caccia gli sbucò davanti una fiera, e la seguitò egli solo, senza alcun servidore, perché gli altri erano occupati intorno ad altre fiere: e seguitandola con grande ansietà si allontanò assai, e arrivò ad una selva ove udì una voce umana assai soave. Maravigliossi egli di udir in un deserto una voce tale, parendogli, che non potesse essere de’ suoi servidori, né meno d’altra persona di quel paese; e desiderando pur di sapere che cosa fosse quella voce, entrò più dentro nella selva, e vi trovò un lebbroso spaventevole in vista e molto stomachevole, il quale aveva talmente maltrattata la sua carne, che s’andava consumando in ciascuna parte e in ciascun membro del suo corpo. Il cavaliere a quella vista restò perplesso e come spaventato; nondimeno, sforzandosi e facendosi animo, se gli accostò, lo salutò con parole molto dolci, e gli domandò, se era quegli che cantava e donde gli era venuta voce sì dolce. Rispose il lebbroso: Io, signore, sono quel desso che cantava e questa è voce mia propria. Come ti puoi rallegrare, disse il cavaliere, avendo tanti dolori? Rispose il povero: Fra Dio Signor mio, e me, non v’è altra cosa di mezzo che questo muro di fango che è questo mio corpo: fracassato questo, e tolto via questo impedimento, andrò a godere la visione della sua eterna maestà: e vedendo io, che ogni giorno mi si va disfacendo a pezzi a pezzi, mi rallegro e canto con una incredibile allegrezza del mio cuore, aspettando, come aspetto la separazione da questo corpo, dappoiché per fin a tanto che io non lo lascio, non posso andare a goder Dio, fonte viva ove si trovano quelle inesauste vene di vero gaudio che dureranno per sempre. – S. Cipriano racconta d’un Vescovo (D. Cypr. lib. de mort.) il quale trovandosi per una grave infermità molto vicino a morte, affannato e sollecito per la presenza di essa, supplicò il Signore che gli allungasse la vita. Gli apparve un Angelo in forma di un giovine molto bello e risplendente, il quale con voce grave e severa gli disse: Pati timetis, exire non vultis, quid faciam vobis? Da un canto temete il patire in questa vita, e dall’altro non volete uscir da essa; che cosa volete che io vi faccia? dimostrandogli, che non piaceva a Dio questa ripugnanza nell’uscire da questa vita. E dice S. Cipriano, che l’Angelo gli disse queste parole, acciocché nella sua agonia le dicesse e le insegnasse agli altri. – Narra Simeone Metafraste, e l’apporta il Surio (Sarius tom. 1, fol. 237), del santo abbate Teodosio, che sapendo il Santo quanto utile sia la memoria della morte, e volendo con questo dar occasione a’ suoi discepoli di far profitto, fece aprir una sepoltura, e aperta che fu, si pose co’ suoi discepoli intorno a quella, e disse loro: Già è aperta la sepoltura; ma chi di voi sarà il primo a cui abbiamo da celebrar qui i funerali? Allora uno di que’ discepoli, chiamato Basilio, il quale era Sacerdote euomo di gran virtù, e così era molto disposto e preparato ad eleggersi la morte con molta allegrezza, lo prese per la mano, e inginocchiatosi gli disse: Benedicimi, o Padre, che io sarò il primo a cui s’hanno qui afare gli Uffici de’ defunti. Egli lo chiede, eil Santo glielo concedette. Comanda il santo abbate Teodosio, che se gli facciano subito in vita tutti gli Uffici soliti a farsi per i morti, il primo giorno, il terzo, il nono, e indi gli altri, che si fanno a capo di quaranta giorni. Cosa meravigliosa! finite le esequie e l’ufficio a capo de’ quaranta giorni, stando il monaco Basilio sano e salvo senza febbre, senza doglia di capo, e senza alcun altro male, come chi è preso da un dolce e soave sonno, se ne passa al Signore a ricever il premio della sua virtù e della prontezza e allegrezza colla quale aveva desiderato di vedersi con Cristo. E acciocché si vedesse quanto era piaciuta a Dio questa Prontezza e allegrezza colla quale il santo Monaco desidero uscire di questa vita, dietro aquesto miracolo ne succede un altro. Dice Simeone Metafraste, che per quaranta altri giorni dopo la sua morte lo vide l’abbate Teodosio venir ogni giorno al Vespro e cantar in Coro cogli altri discepoli: sebbene gli altri non lo vedevano né lo sentivano cantare, se non un solo che fra gli altri era insigne in virtù, chiamato Aecio, il quale lo sentiva cantare, ma non lo vedeva. Questi andò a trovare l’abbate Teodosio, e gli disse: Padre, non senti cantar con noi altri il nostro fratello Basilio? E l’Abbate rispose: Lo sento e lo veggo; e se vuoi, farò, che tu ancora lo vegga. E radunandosi il giorno seguente in Coro pel consueto Ufficio, vide l’abbate Teodosio, come soleva, il santo monaco Basilio che cantava cogli altri al solito, e lo mostrò col dito ad Aecio, facendo insieme orazione, e pregando Dio, che aprisse gli occhi di quell’altro Monaco, acciocché ancor esso lo potesse vedere. E avendolo veduto e riconosciuto, andò subito correndo da lui con grand’allegrezza per abbracciarlo; ma non lo potè prendere, che sparì subito, dicendo con voce che da tutti fu udito: Restatevene con Dio, Padri e Fratelli miei, restatevene con Dio, che da qui avanti non mi vedrete più. – Nella Cronaca dell’ Ordine di S. Agostino (Chron. Ord. S. Aug. cent. 3) si narra di Colombano il giovine, nipote e discepolo del santo abbate Colombano, che avendo grandissime febbri e trovandosi vicino a morte, è come pieno di grande speranza desiderando di morire, gli apparve un giovine risplendente il quale gli disse: Sappi, che le orazioni del tuo Abbate e le lagrime ch’egli sparge per la  tua salute impediscono la tua uscita da questa vita. Allora il Santo si lamentò amorevolmente col suo Abbate, e piangendo gli disse: Perché mi violenti tu a vivere una vita tanto piena di tristezza, quanto è questa, e m’impedisci l’andare all’eterna? Con questo l’Abbate cessò dal piangere e dal fare orazione per lui; e così radunatisi i Religiosi, e presi egli i santi Sacramenti, abbracciandolo tutti, morì nel Signore. – S. Ambrogio riferisce de’ popoli della Tracia (D. Ambr. de fide resurr.), che quando nascevano gli uomini, piangevano; e quando morivano, facevano gran festa. Piangevano il nascimento, e celebravano e festeggiavano il giorno della morte, parendo loro, e con molta ragione, dice S. Ambrogio, che quei che venivano in questo mondo miserabile, pieno di tanti travagli, erano degni d’esser compianti, eche quando uscivano da quest’esilio, era ragionevole far festa e allegrezza, perché si liberavano da tante miserie. Or se coloro essendo Gentili e Pagani, e non avendo cognizione della gloria che noi speriamo e aspettiamo, facevan questo; che cosa vorrà la ragione che sentiamo e facciamo noi altri i quali illuminati col lume della Fede abbiamo notizia de’ beni che vanno a godere quei che muoiono nel Signore? E così con molto maggior ragione disse il Savio, che è migliore il giorno della morte che quello della nascita: Melior est dies mortis die nativitatis (Eccle. VII, 2). S. Girolamo dice (D. Hieron. ep. ad Tir.), che per questo Cristo nostro Redentore, volendo partirsi da questo mondo per andare al Padre, disse a’ suoi discepoli i quali se n’attristavano: Si diligeretis me, gauderetis utique, quia vado ad Patrem (Jo. XIV, 23): Non sapete quel che fate: se m’amaste, più tosto vi dovreste rallegrare, perché vo al mio Padre: e per lo contrario, quando si risolvette di risuscitar Lazzaro, pianse. Non pianse, dice S. Girolamo, perché Lazzaro fosse morto (Ibid. XI, 35), poiché subito l’aveva da risuscitare; ma pianse, perché aveva da ritornare a questa vita miserabile: piangeva, perché quegli che Egli aveva amato e amava tanto, doveva ritornare a’ travagli di quest’esilio.

CAPO XXII.

Della conformità alla volontà di Dio che dobbiamo avere ne’ travagli e nelle calamità universali ch’Egli manda.

Non solo abbiamo d’avere conformità alla volontà di Dio ne’ travagli e avvenimenti nostri propri e particolari; ma anche dobbiamo averla ne’ travagli e nelle calamità pubbliche e universali, di carestie, di guerre, d’infermità, di morti, di peste e altre simili, che il Signore manda alla sua Chiesa. Per quest’effetto bisogna supporre, che quantunque da un canto sentiamo queste calamità e Castighi, e ci dispiaccia il male e il travaglio de’ nostri prossimi, come la ragion vuole; nondimeno dall’altro canto, considerandoli in quanto sono volontà di Dio, e ordinati dai suoi giusti giudizi, per cavare da quegli i beni e frutti di sua maggior gloria ch’Egli sa, ci possiamo conformare in essi alla sua santissima e divina volontà; in quella maniera che lo veggiamo in un Giudice che sentenzia uno a morte, al quale sebbene da una parte dispiace che quell’uomo muoia, e di ciò ne provi gran pena per la compassion naturale, o per essere colui suo amico; nondimeno dall’altra parte dà la sentenza, e vuole che muoia, perché così conviene al ben comune della Repubblica. E ancorché sia vero, che Dio non volle obbligarci a conformarci alla volontà sua in tutte queste cose in tal modo, onde giungessimo a volerle ed amarle positivamente, ma si contentò, che le sopportassimo con pazienza, non contraddicendo né ripugnando alla sua divina giustizia, né mormorando di essa; dicono nondimeno i Teologi e i Santi (D. Bonav. 1 sent. d. 48, r. 2, et alii.), che sarà opera di maggior perfezione e merito, e più perfetta ed intera rassegnazione, se l’uomo non solo sopporterà con pazienza queste cose, ma anche le amerà e le vorrà in quanto sono volontà e beneplacito di Dio, e ordinazioni della sua divina giustizia, e servono per maggior sua gloria. Così fanno i Beati in cielo, i quali in tutte le cose si conformano alla volontà di Dio, siccome lo dice S. Tommaso (D. Thom. 2. 2, q. 9, art. 10 ad 1) e lo dichiara S. Anselmo (D. Ans. lib. similitudinum, c. 63) con questa similitudine, che nella gloria la nostra volontà e quella di Dio saranno così concordi, come sono di qua i due occhi di un medesimo corpo, che non può l’uno di essi guardare una cosa senza che la guardi l’altro ancora: e perciò benché la cosa si vegga con due occhi, sempre pare una medesima. Siccome dunque tutti i Santi colà in cielo si formano alla volontà di Dio in tutte le cose, perché in tutte esse veggono l’ordinazione della sua giustizia e il fine della sua maggior gloria a cui vanno indirizzate; così sarà gran perfezione, che noi altri imitiamo in questo i Beati, volendo che si faccia la volontà di Dio qui in terra come si fa in cielo. Il voler quello che Dio vuole, per la medesima ragione e fine per cui Dio lo vuole, non può non essere cosa molto buona. Possidonio riferisce di S. Agostino nella sua Vita, che essendo la città d’Ippona, ov’egli risedeva, assediata da’ Vandali, e veggendo esso tanta rovina e mortalità, si consolava con quella sentenza d’un Savio: Non erit magnus magnum putans, quod cadunt ligna et lapides, et moriuntur mortales: Non sarà grand’uomo quegli che penserà, che sia una gran cosa che le pietre e gli edifici cadano, e che muoiano i mortali. Con maggior ragione dobbiamo noi altri consolarci, considerando, che tutte queste cose vengono dalla mano di Dio, e che questa è la volontà sua, e che quantunque la cagione per la quale Egli manda questi travagli e calamità sia occulta, non può essere che sia ingiusta. I giudicii di Dio sono molto profondi ed occulti; sono un abisso senza fondo, come dice il Profeta: Judicia tua abyssus multa (Psal. XXXV, 7): e non dobbiamo noi altri andargli investigando col nostro basso, corto e difettoso intelletto; che questa sarebbe gran temerità. Quis enim cognovit sensum Domini? aut quis consiliarius ejus fuit ((2) Ad Rom. XI, 34, et Isa. XI. Ì3)? Chi t’ha fatto del consiglio di Dio, per volerti intromettere in questo? Abbiamo però da venerare con umiltà i suoi profondi giudizi, e credere, che da Sapienza infinita non viene né può venire se non cosa molto buona, e tanto buona, che il fine di essa sia il nostro maggior bene e utilità (Supra c. 9). Abbiamo da camminare sempre con questo fondamento, credendo di quella infinita bontà e misericordia di Dio, che non manderebbe né proietterebbe simili mali e travagli, se non fosse per cavarne da essi beni maggiori. Vuole Iddio per questa strada guidare molti al cielo, i quali d’altra maniera andrebbero in perdizione. Quanti sono quelli che con questi travagli ritornano di cuore a Dio e morendo con vero pentimento de’ loro peccati si salvano, e altrimenti si sarebbero dannati? E cosi quel che pare castigo e flagello, è misericordia e beneficio grande. Nel secondo Libro de’ Maccabei dopo di aver l’Autore raccontata quell’orribile e crudelissima persecuzione dell’empio re Antioco, e il sangue che sparse senza perdonare a fanciullo né a vecchio, né a donna maritata né a vergine, e come spogliò e profanò il Tempio, e le abominazioni che in esso si commettevano per comandamento suo; aggiunge e dice: Obsecro autem eos, qui hunc librum lecturi sunt, ne abhorrescant propter adversos casus, sed reputent ea, quæ acciderunt, non ad interitum, sed ad correptionem esse generis nostri (II. Mach, VI, 12): Io prego tutti quelli che leggeranno questo libro, che non si perdano d’animo per questi sinistri avvenimenti; ma si persuadano, che Dio ha permessi e mandati tutti questi travagli non per distruzione, ma per emendazione e correzione della nostra gente. S. Gregorio (D. Greg. lib. 2 mor. c. 32) a questo proposito dice molto bene: La sanguisuga succhia il sangue dell’infermo, e quel che pretende, è saziarsi di esso e beverselo tutto se potesse; ma il medico pretende cavar con essa il sangue cattivo edar sanità all’infermo. Or questo è quello che pretende Dio per mezzo del travaglio e della tribolazione che ci manda: e siccome l’infermo sarebbe imprudente, se non si lasciasse cavare il sangue cattivo, avendo più riguardo a quel che pretende la sanguisuga, che a quello che pretende il medico; così noi altri in qualsivoglia travaglio che ci venga, sia per mezzo degli uomini, o sia per mezzo di qualsivoglia altra creatura, non abbiamo da riguardare ad esse, ma al sapientissimo medico Iddio, perciocché tutte esse servono a Lui di sanguisughe e di mezzi per evacuar il sangue cattivo e per darci intera sanità. E così abbiamo da persuaderci e credere, che ogni cosa Egli ci manda per maggior bene e utilità nostra. E ancorché non vi fosse altro che volerci il Signore gastigare in questa vita come figliuoli, e non differirci il castigo nell’altra; sarà questa una grazia e un beneficio molto grande. Si narra di S. Caterina da Siena (lu Vita S. Cath. de Sen. p. 2, e. 4), che trovandosi molto afflitta per una falsa accusa data contro di lei, toccante la sua onestà, le apparve Cristo nostro Redentore il quale teneva nella sua man dritta una corona d’oro, ornata di molte gioie e pietre preziose, e nella mano manca teneva un’altra corona, ma di spine, e le disse: Figliuola mia diletta, sappi, che è necessario che sii coronata con queste due corone in diverse volte e tempi; però eleggi tu quel che vuoi più tosto: o esser coronata in questa vita presente con questa corona di spine, e che quest’altra preziosa ti sia riservata per la vita che ti ha da durar in eterno, ovvero che ti sia data in questa vita questa corona preziosa, e per l’altra ti sia riservata questa di spine: e la santa vergine rispose: Signore, è già molto tempo ch’io rinunziai la mia volontà per seguir la vostra; perciò non tocca a me l’eleggere: tuttavia se voi, Signore, volete ch’io risponda, dico, che io sempre in questa vita eleggo l’esser conforme alla vostra santissima passione, e per amor vostro voglio abbracciar sempre pene per mio refrigerio: e detto questo prese la corona di spine colle proprie mani dalla sinistra del Salvatore, e se la pose sul capo con quanto poté di forza e con tanta violenza, che le spine glielo forarono tutto all’intorno talmente, che da quell’ora innanzi sentì per molti giorni un grave dolore nel capo per esservi entrate le spine.

DOMENICA XXI DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA XXI DOPO PENTECOSTE (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Le letture dell’Ufficio divino che si fanno in questa Domenica sono spesso quelle dei Maccabei (vedi Dom. precedente, pag. 1002). « Antioco, soprannominato Epifane, avendo invaso la Giudea e devastato tutto, dice S. Giovanni Crisostomo, aveva obbligato molti Ebrei a rinunziare alle sante pratiche dei padri loro, ma i Maccabei rimasero costanti e puri in queste prove. Percorrendo tutto il paese, essi riunivano tutti i membri ancora fedeli e integri che incontravano; e di quelli che si erano lasciati abbattere o corrompere, ne riconducevano molti al loro primo stato, esortandoli a ritornare alla fede dei padri loro e rammentando loro che Dio è pieno di indulgenza e di misericordia e che mai rifiuta di accordare la salvezza al pentimento, che ne è il principio. E questa esortazioni facevano sorgere un esercito di uomini più valorosi, che combattevano non tanto per le loro donne, i loro figli, i loro servitori, o per risparmiare al paese la rovina e la schiavitù, quanto per la legge dei padri loro e 1 diritti della nazione. Dio stesso era il loro capo, e perciò, quando in battaglia serravano le file e prodigavano la loro vita, il nemico era messo in fuga: essi stessi fidavano meno nelle loro armi che nella causa che li armava e pensavano che essa sarebbe sufficiente per vincere anche in mancanza di qualunque armatura. Andando al combattimento, non empivano l’aria di vociferazioni e di canti profani come usano fare alcuni popoli: non si trovavano tra loro suonatori di flauto come negli altri campi; ma essi pregavano invece Iddio di mandar loro il suo aiuto dall’alto, di assisterli, di sostenerli, di dar loro man forte, poiché per Lui facevano guerra e combattevano per la sua gloria » (4a Domenica di ottobre Notturno). Dio non considera nel mondo che il suo popolo, Gesù Cristo e la sua Chiesa che sono una cosa sola. Tutto il resto è subordinato a questo. « Dio, che esiste ab æterno e che esisterà per tutti i secoli, è stato per noi, dice il Salmo del Graduale, un rifugio di generazione in generazione» (Introito). «Allorché Israele usci dall’Egitto e la casa di Giacobbe da un popolo barbaro » continua il Salmo dell’Alleluia, Dio consacrò Giuda al suo servizio e stabilì il suo impero in Israele ». Dopo aver mostrato tutti i prodigi, che Dio fece per preservare il suo popolo, il salmista aggiunge: « Il nostro Dio è in cielo, tutto quello che ha voluto, Egli lo ha fatto. La casa di Israele ha sperato nel Signore; Egli è il loro soccorso ed il loro protettore ». Il Salmo del Communio e del Versetto dell’Introito, dice il grido di speranza che le anime giuste innalzano al cielo: « L’anima mia è nell’attesa della tua salvezza, quando farai giustizia dei miei persecutori? Gli empi mi perseguitano, aiutami, Signore mio Dio». «Signore, aggiunge l’Introito, ogni cosa è sottomessa alla tua volontà, poiché tu sei il Creatore e il padrone dell’Universo ». – « Signore, dice ugualmente la Chiesa nell’Orazione di questo giorno, veglia sempre misericordiosamente sulla tua famiglia, affinché essa sia, per mezzo della tua protezione, liberata da ogni avversità e attenda, con la pratica delle opere buone, a glorificare il tuo nome ». Il popolo antico e il popolo nuovo hanno un medesimo scopo, che è la glorificazione di Dio e l’affermazione dei suoi diritti. Tutti e due hanno anche gli stessi avversari, che sono satana e i suoi ministri. La Chiesa, ispirandosi alle Letture del Breviario delle Domeniche precedenti, ricorda oggi gli assalti che Giobbe ebbe da sostenere da parte di satana (Offertorio) e Mardocheo da parte di Aman, che fu calunniatore come il demonio (Introito). Dio liberò questi due giusti, come pure liberò il suo popolo dalla cattività d’Egitto, come venne in aiuto ai Maccabei che combattevano per difendere la sua causa. Cosi pure i Cristiani devono subire gli assalti degli spiriti maligni, poiché i persecutori della Chiesa sono suscitati dal demonio, come quelli del popolo d’Israele nell’antica legge. «Abbiamo da combattere, dice San Paolo, non contro esseri di carne e di sangue, ma contro i principi di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male sparsi nell’aria (Epistola). Come per i Maccabei che, per quanto valorosi, fidavano più in Dio che nelle loro armi, così i mezzi di difesa che devono adoperare i Cristiani sono anzitutto di ordine soprannaturale. « Fortificatevi nel Signore, dice l’Apostolo, e nella sua virtù onnipotente. Rivestitevi dell’armatura di Dio per difendervi dal demonio ». – I soldati romani, servono di esempio al grande Apostolo nella descrizione minuziosa che ci dà della panoplia mistica dei soldati di Cristo. Come armi difensive la Chiesa ha ricevuto nel giorno della Pentecoste, la rettitudine, la giustizia, la pace e la fede; come armi offensive le parole divinamente ispirate dallo Spirito Santo. Ora la parabola che Gesù ci dice nell’Evangelo di questo giorno, riassume tutta la vita cristiana nella pratica della carità, che ci fa agire verso il prossimo come Dio ha agito verso di noi. Egli ci ha perdonato delle gravi colpe: sappiamo a nostra volta perdonare ai nostri fratelli le offese che essi ci fanno e che sono molto meno importanti. Il demonio geloso porta gli uomini ad agire come quel servitore cattivo che prese per la gola il compagno, che gli doveva una somma minima e lo fece mettere in prigione perché non poteva pagare immediatamente. Se anche noi agiremo così, nel giorno del giudizio, cui ci prepara la liturgia di questa Domenica, dicendo: « Il regno dei cieli è simile ad un re che volle farsi rendere i conti dai suoi servi », Dio sarà verso di noi, quali noi saremo stati verso il prossimo. – L’Apostolo parla di una lotta accanita contro i nemici invisibili che ci lanciano dardi infiammati. Il combattimento è terribile e dobbiamo armarci fortemente per poter restare in piedi dopo aver riportata una vittoria completa. Come il soldato, il Cristiano deve avere un largo cinturone, una corazza, dei calzari, uno scudo, un elmo ed una spada.

Mostrarci implacabili per una ingiuria ricevuta, dice s. Girolamo, e rifiutare ogni riconciliazione per una parola amara, non è forse giudicare noi stessi degni della prigione? Iddio ci tratterà secondo le intime disposizioni del nostro cuore: se non perdoniamo, Dio non ci perdonerà. Egli è nostro giudice e non vuole un semplice perdono puramente esteriore. Ognuno deve perdonare a suo fratello « di tutto cuore », se vuol esser perdonato nell’ultimo giorno » (Mattutino).

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Esth. XIII: 9; 10-11
In voluntáte tua, Dómine, univérsa sunt pósita, et non est, qui possit resístere voluntáti tuæ: tu enim fecísti ómnia, cœlum et terram et univérsa, quæ cœli ámbitu continéntur: Dominus universórum tu es.

[Nel tuo dominio, o Signore, sono tutte le cose, e non vi è chi possa resistere al tuo volere: Tu facesti tutto, il cielo, la terra e tutto quello che è contenuto nel giro dei cieli: Tu sei il Signore di tutte le cose.]

Ps CXVIII: 1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.

[Beati gli uomini di condotta íntegra: che procedono secondo la legge del Signore.]

In voluntáte tua, Dómine, univérsa sunt pósita, et non est, qui possit resístere voluntáti tuæ: tu enim fecísti ómnia, coelum et terram et univérsa, quæ coeli ámbitu continéntur: Dominus universórum tu es.

[Nel tuo dominio, o Signore, sono tutte le cose, e non vi è chi possa resistere al tuo volere: Tu facesti tutto, il cielo, la terra e tutto quello che è contenuto nel giro dei cieli: Tu sei il Signore di tutte le cose.]

Oratio

Orémus.

Famíliam tuam, quǽsumus, Dómine, contínua pietáte custódi: ut a cunctis adversitátibus, te protegénte, sit líbera, et in bonis áctibus tuo nómini sit devóta.

[Custodisci, Te ne preghiamo, o Signore, con incessante pietà, la tua famiglia: affinché, mediante la tua protezione, sia libera da ogni avversità, e nella pratica delle buone opere sia devota al tuo nome.]

Lectio

Lectio Epistolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes VI: 10-17
Fratres: Confortámini in Dómino et in poténtia virtútis ejus. Indúite vos armatúram Dei, ut póssitis stare advérsus insídias diáboli. Quóniam non est nobis colluctátio advérsus carnem et sánguinem: sed advérsus príncipes et potestátes, advérsus mundi rectóres tenebrárum harum, contra spirituália nequítiae, in coeléstibus. Proptérea accípite armatúram Dei, ut póssitis resístere in die malo et in ómnibus perfécti stare. State ergo succíncti lumbos vestros in veritáte, et indúti lorícam justítiæ, et calceáti pedes in præparatióne Evangélii pacis: in ómnibus suméntes scutum fídei, in quo póssitis ómnia tela nequíssimi ígnea exstínguere: et gáleam salútis assúmite: et gládium spíritus, quod est verbum Dei.

“Fratelli, fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza. Vestite tutta l’armatura di Dio, perché possiate tener fronte alle insidie del demonio; poiché noi non abbiamo a combattere contro la carne ed il sangue, ma sì contro i principati, contro le podestà, contro i reggitori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti malvagi, per i beni celesti. Per questo pigliate l’intera armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio e in ogni cosa trovarvi ritti in piedi. Presentatevi adunque al combattimento cinti di verità i lombi, coperti dell’usbergo della giustizia, calzati i piedi in preparazione dell’Evangelo della pace. Sopra tutto prendete lo scudo della fede, col quale possiate spegnere tutti i dardi infuocati del maligno. Pigliate anche l’elmo della salute e la spada dello spirito, che è la parola di Dio „.

OMELIA I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

LE PASSIONI.

L’Apostolo, riepilogando la sua lettera agli Efesini, viene a parlare della lotta spirituale che devono sostenere contro il demonio. Non è un nemico comune; è un nemico invisibile, e che attacca con insidie. Un motivo di più per armarsi fortemente e star in guardia chi non vuol essere sorpreso e vinto. Le armi non mancano. Come il soldato ha le sue armi per difendersi contro i nemici corporali; così il Cristiano ha le sue armi per difendersi contro i nemici spirituali. Son soprattutto le armi che ci porge la fede. Tutti dobbiamo combattere la nostra battaglia spirituale fin che siamo su questa terra. La lotta contro le passioni, delle quali il demonio si serve per trarci al suo servaggio, è una lotta continua che noi potremo superare,

1. Fortificandoci nel Signore,

2. Stando sempre preparati,

3. Usando le armi che ci porge la fede.

1.

Cercate la forza nel Signore e nella sua potente virtù.

Noi possiamo essere eccellentemente istruiti nella legge del Signore, e con tutto questo non conseguire la vita eterna, data la nostra incapacità a praticare da soli, senza l’aiuto di Dio, quanto dalla legge del Signore è prescritto. Il demonio, che cerca di impedirci il conseguimento della nostra beatitudine eterna, è un nemico che conosce tutte le arti, tutte le astuzie, tutte le insidie. Bisogna che ci affidiamo a chi può rendere vane tutte le arti del demonio, bisogna che ci affidiamo al Signore, cercando la forza in lui. – Se noi potessimo resistere al demonio con le sole nostre forze, sarebbe inutile rivolgerci ogni giorno al Signore con la preghiera che egli stesso ci ha insegnato: «Non c’indurre nella tentazione», cioè, come spiega Sant’Agostino «non permettete che, sottraendoci voi il vostro aiuto, noi cadiamo in essa» (Lett. 157, 5). Noi possiamo fare tutti i proponimenti immaginabili, ma, senza l’aiuto che vien dall’alto, non riusciremo a metterne in pratica alcuno. S. Pietro protesta a Gesù: «Quand’anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò». E lo stesso dicevan tutti gli altri. Qualche ora dopo, al momento della cattura di Gesù «tutti i suoi discepoli lo abbandonarono e fuggirono». S. Pietro, poi, arriva «a imprecare e a giurare di non conoscere Gesù » (Marc. XIV, 31, 50, 71). Poveri proponimenti degli uomini, se non sono avvalorati da Dio. Una nave senza timone e senza timoniere tra cavalloni che s’innalzano, e nulla più, è l’uomo che conta sulle sole proprie forze. Ma se di fianco a noi c’è Dio, tutto il potere dei nemici dell’anima nostra si infrange contro la volontà di Lui. «Alla tua volontà — dice Mardocheo rivolto al Signore — tutte le cose sono sottomesse, e non c’è chi possa resistere alla tua volontà» (Est. XIII, 9). Anche il demonio è sottomesso alla volontà di Dio. e le sue astuzie e le sue insidie non possono passare oltre il confine da Lui segnato. – Se tu sei posto sotto la tutela di Dio. Sfuggirai i lacci che il nemico tende per farti cadere, sarai liberato dalle insidie che il demonio prepara attorno a te per uccidere l’anima tua. «Procederai sopra aspidi e basilischi, e calpesterai leoni e draghi» (Ps. XC, 13), come dice il salmista. Egli che può renderti innocui gli animali più feroci e velenosi, al punto che tu potresti passare incolume sul loro capo, può liberarti anche dagli assalti delle passioni, che cercano farti loro preda, può rendere innocuo il serpente infernale che non cessa un momento dal tentativo di avvelenare, con il suo alito pestifero, le anime redente. «Quegli che un giorno ha vinto la morte per noi, vince sempre in noi» (S. Cipriano Epist. 8, 3. ad Mart. et Conf.).

2.

L’Apostolo, dopo averci indicato il primo mezzo, mezzo assolutamente indispensabile, per vincere gli assalti del demonio e delle passioni, il ricorso a Dio; passa a parlare degli altri mezzi spirituali, che egli paragona alle parti dell’armatura del soldato romano. Rivestitevi dell’armatura di Dio. Armatevi da capo a piedi delle armi spirituali, affinché non siate presi all’improvviso dagli assalti del nemico. – I colpi improvvisi, se ben preparati, sono quelli che riescono meglio. I posti militari, presi all’improvviso dagli assalti di schiere ben guidate, finiscono quasi sempre col venire abbandonati dai difensori. Se non vogliamo venir travolti da qualche assalto, che le passioni ci facciano di sorpresa, bisogna stare continuamente all’erta, essere sempre pronti a respingere il primo attacco. In guerra si contrappone arma ad arma, sistema a sistema. Sistema del demonio è non dormire mai per poter cogliere il momento più propizio di muovere all’assalto. Sistema di difesa è quello di non lasciarsi cogliere nel sonno. Perciò S. Pietro, parlando appunto del demonio, che non si prende un momento solo di requie, esorta: «State raccolti, vigilate» (I Piet.: V, 8). Se ci dimentichiamo che le tentazioni possono svegliarsi quando meno lo pensiamo, verremo colti certamente di sorpresa; ci troveremo come disorientati, e difficilmente resisteremo. Non bisogna meravigliarsi, di nessun assalto. Furono tentati santi e sante di ogni età e condizione; non vorremo aver la pretesa d’esser solamente noi a sfuggire agli assalti delle passioni. Se ci meravigliamo, e, conseguentemente, ci turbiamo, le passioni non tarderanno a scuoterci, e a farci perdere terreno. Forti e sereni nella fiducia in Dio non titubiamo un momento, non cediamo in nulla. Se tu non rintuzzi con energia i primi attacchi, la passione diventerà più gagliarda, e a te verran meno a poco a poco le forze per resistere. In breve ti troverai lontano da Dio e assoggettato a satana, del quale prima avevi tanto orrore. Guardati dal primo errore. E primo errore, seguito da altri più gravi, è appunto il non combattere con energia e risolutezza la tentazione ai primi assalti. – Non bisogna neppur meravigliarsi se si risvegliano passioni che si credevano assopite. «Credetemi — dice S. Bernardo — tagliate, rigermogliano; scacciate, ritornano; estinte, si riaccendono; sopite si risvegliano… In tale cimento si può consigliar una cosa sola: osservare attentamente, e con pronta severità tagliare il capo delle rinascenti passioni appena spuntano» (In Cant. Cant. Serm. 58, 10). Stiam sempre preparati anche nei momenti di tregua, «poiché — osserva il Crisostomo — chi si preoccupa di combattimento durante la pace, in tempo di combattimento sarà terribile » (In Ep. 1 ad Tess. Hom. 3, 4).

3.

Soprattutto prendete lo scudo della fede.

Lo scudo della fede, con cui S. Paolo vuole che ci armiamo nel combattimento spirituale, è difesa efficacissima contro gli assalti delle passioni di qualunque genere. La fede p. e. insegna che i Cristiani sono «concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ephes. II, 19). La loro vita deve, necessariamente, essere una vita di santità, che ha nulla a che fare con la vita di coloro che vivono lontani dal Signore. Il Cristiano, entrando con il Battesimo a far parte della famiglia di Dio, «l’ha fatta finita con il peccato per non servire alle umane passioni, ma alla volontà di Dio quel tempo che gli resta a vivere nella carne. (I Piet. IV, 2). Se nel momento della tentazione il Cristiano si ricordasse della sua dignità, degli obblighi che essa importa, della rinuncia fatta al peccato, non resterebbe facilmente vittima delle arti dello spirito maligno. – Il Beato Giuseppe Chang, martire cinese, viene esortato dai suoi nipoti a rinnegare la fede cattolica. Per smuoverlo dalla sua fermezza gli offrono una rilevante somma di danaro. «Ti offriamo mille taels d’argento — gli dicono — affinché possa vivere onestamente gli anni che ti restano». — «Perché, rispose il martire, accetterò io questo danaro? Che vantaggio me ne viene?» (C. Salotti: “I nuovi martiri annamiti e cinesi”. Roma, 1909). È la domanda che dovrebbe farsi ciascuno, quando si sente lusingare dalle passioni: Che vantaggio me ne viene? Il piacere che se ne spera è più immaginario che reale. Nulla è più certo delle pene che i piaceri ci fanno soffrire, e nulla è più incostante e misero del godimento che ci fanno sperare. Così potrebbe rispondere l’esperienza. La fede aggiunge un’altra risposta: Il vantaggio che ne avrai sono gli eterni tormenti. E «Chi di voi potrà abitare con un fuoco divoratore? Chi di voi abiterà tra gli ardori sempiterni?» (Isa. XXXIII, 14). – La fede c’insegna che Dio è dappertutto. Nessuno può dire : Mi nasconderò all’occhio di Dio, ed egli non conoscerà le mie opere. «Gli occhi di Dio sono molto più luminosi del sole; sorvegliano d’intorno tutte le vie degli uomini e la profondità degli abissi e penetrano nel cuor dell’uomo fino nei luoghi più riposti» (Eccli. XXIII, 28). Gli occhi di Dio vedono e contemplano il tuo contegno nella lotta contro le passioni, e intanto le sue mani intessono per te una corona.,, se sarai costante. In parecchi monumenti che si innalzano in memoria dei caduti in guerra è rappresentata la vittoria in atto di porgere la corona, o altro simbolo di gloria, a coloro che hanno lottato fino al trionfo. La corona che Dio prepara a quei che vincono nelle lotte spirituali val ben di più che un semplice simbolo. Dio, con la sua presenza, incoraggia chi lotta additandogli la corona del paradiso: «Al vincitore io darò la manna nascosta», (Apoc. II, 17) cioè il cibo dell’eterna beatitudine. Non dimentichiamo mai che Dio è sempre presente. «Solo così persevereremo senza cadere, se terremo sempre in mente che ci è vicino Dio».

Graduale

Ps LXXXIX: 1-2
Dómine, refúgium factus es nobis, a generatióne et progénie.
V. Priúsquam montes fíerent aut formarétur terra et orbis: a saeculo et usque in sæculum tu es, Deus.

[O Signore, Tu sei il nostro rifugio: di generazione in generazione.
V. Prima che i monti fossero, o che si formasse il mondo e la terra: da tutta l’eternità e sino alla fine]

ALLELUJA

Allelúja, allelúja Ps 113: 1
In éxitu Israël de Ægýpto, domus Jacob de pópulo bárbaro. Allelúja.

[Quando Israele uscí dall’Egitto, e la casa di Giacobbe dal popolo straniero. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt XVIII: 23-35
In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis parábolam hanc: Assimilátum est regnum cœlórum hómini regi, qui vóluit ratiónem pónere cum servis suis. Et cum cœpísset ratiónem pónere, oblátus est ei unus, qui debébat ei decem mília talénta. Cum autem non habéret, unde rédderet, jussit eum dóminus ejus venúmdari et uxórem ejus et fílios et ómnia, quæ habébat, et reddi. Prócidens autem servus ille, orábat eum, dicens: Patiéntiam habe in me, et ómnia reddam tibi. Misértus autem dóminus servi illíus, dimísit eum et débitum dimísit ei. Egréssus autem servus ille, invénit unum de consérvis suis, qui debébat ei centum denários: et tenens suffocábat eum, dicens: Redde, quod debes. Et prócidens consérvus ejus, rogábat eum, dicens: Patiéntiam habe in me, et ómnia reddam tibi. Ille autem nóluit: sed ábiit, et misit eum in cárcerem, donec rédderet débitum. Vidéntes autem consérvi ejus, quæ fiébant, contristáti sunt valde: et venérunt et narravérunt dómino suo ómnia, quæ facta fúerant. Tunc vocávit illum dóminus suus: et ait illi: Serve nequam, omne débitum dimísi tibi, quóniam rogásti me: nonne ergo opórtuit et te miseréri consérvi tui, sicut et ego tui misértus sum? Et irátus dóminus ejus, trádidit eum tortóribus, quoadúsque rédderet univérsum débitum. Sic et Pater meus cœléstis fáciet vobis, si non remiséritis unusquísque fratri suo de córdibus vestris.

“Il regno dei cieli è assomigliato ad un re il quale volle trarre i conti con i suoi servi. E avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. E non avendo egli da pagare, il suo padrone comandò ch’egli, la sua moglie e i suoi figliuoli e tutto quanto aveva fosse venduto, e così fosse pagato. Allora quel servo cadendo a terra, si buttò davanti a lui, dicendo: Deh! abbi pazienza verso di me, e ti pagherò tutto. E il padrone impietosito di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Ora quel servo, uscito fuori, trovò uno de’ suoi conservi, il quale gli  doveva cento danari, ed afferratolo, lo strangolava, dicendo: Pagami ciò che mi devi! E quel suo conservo, cadendo in terra, lo pregava, dicendo: Abbi pazienza verso di me, ed io ti pagherò tutto. Ma colui non volle; anzi andò e lo cacciò in prigione finché avesse pagato il suo debito. Ora i conservi di lui, veduto il fatto, ne furono grandemente rattristati, e vennero al padrone e gli narrarono tutto il fatto. Allora Il signore lo chiamò a sé e gli disse: Servo malvagio! io ti condonai tutto quel debito, perché tu me ne avevi pregato. E non era dunque giusto che tu avessi pietà del tuo conservo, com’io ancora aveva avuto pietà di te? E adirato il suo padrone, lo diede in mano ai carcerieri infino a tanto che avesse pagato tutto il debito. Così farà ancora il Padre mio celeste con voi, se non rimetterete di cuore ciascuno al proprio fratello i falli suoi „

OMELIA II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra l’amor de’ nemici.

Sic pater meus cœlestis faciet vobis, si non remiseritis unusquisque fratri suo de cordibus vestris. Matth. XVIII.

Non è dunque, fratelli miei, un semplice consiglio che Gesù Cristo ci dà di perdonare le ingiurie; ma un precetto che obbliga con tutto il rigore; del che è facile convincersi coll’applicazione della parabola riferita nell’odierno Vangelo. Un re che voleva far render conto ai suoi servi ne ritrovò uno che gli doveva diecimila talenti. E siccome quest’uomo non aveva onde pagare, il re comandò che fosse venduto con la moglie, con i figliuoli e tutti i suoi beni per soddisfare quel debito: si getta questo servo a’ piedi del suo padrone, gli chiede tempo e gli promette di fare quanto potrà per soddisfarlo. Mosso da compassione, il padrone gli accorda di più della sua domanda e gli rimette interamente il suo debito. Tanta carità doveva senza dubbio istruire questo servo infedele; ma no; trova egli uno di coloro che con lui servivano, il quale gli doveva cento danari ed afferrandolo gli chiede con estremo rigore quello che gli è dovuto. Si getta questi ai suoi piedi per domandargli tempo, ma l’altro gliene ricusa e lo fa mettere in prigione sinché l’abbia pagato. In formato il padrone della condotta di quel ribaldo servo, lo chiamò a sé e gli disse: Commosso dalle tue preghiere, ti ho rimesso lutto il tuo debito: non conveniva egli che tu pure avessi pietà del tuo compagno, siccome io l’ho di te avuta? Ciò detto, lo consegnò ai carnefici per tormentarlo sintantoché avesse pagato quanto gli doveva. – Niuno è tra voi, fratelli miei, il quale sdegnato non sia della condotta di quell’uomo, e che non approvi la sentenza di condannazione contro di lui portata: ma non riconoscete voi in questo il vostro ritratto, e non dovete rivolgere contro voi medesimi tutto il vostro sdegno? Non siete voi forse infatti quel servo ingrato che con un’infinità di peccati avete contratto col Re dei re un debito che non potreste giammai esattamente pagare? Voi gli avete domandata grazia, ed Egli ve l’ha infinite volte accordata; e voi non volete perdonare un’offesa leggiera che un vostro fratello vi ha fatta? Ma che dice Gesù Cristo al fine della sua parabola: Voi avete veduto come questo ribaldo servo è stato trattato dal suo padrone, ed in simil guisa vi tratterà il mio Padre celeste, se voi non perdonate al vostro fratello con tutto il vostro cuore: Sic Pater meus cœlestis faciet vobis, si non remiseritis unusquisque fratri suo de cordibus vestris. Non solamente dunque è nostro dovere di perdonar le ingiurie, ma è ancora nostro interesse. Con tutto ciò si può dire che questa legge è una delle più mal osservate tra gli uomini. Nulla di più importante che l’obbligo di perdonar le ingiurie, di amare i suoi nemici, primo punto; nulla di più vano che i pretesti che si allegano per esentarsene, secondo punto.

1. Punto. Un obbligo fondato sopra un comando che Dio ci fa, sopra l’esempio che ci dà Gesù Cristo e sul nostro proprio interesse, deve senza dubbio essere riguardato come un obbligo molto importante: tale è quello di perdonar le ingiurie, di amare i suoi nemici. Sì, fratelli miei, Dio ci fa un comando di amare i nostri nemici, comando il più giusto ed il più utile al bene della società: Ego autem dico vobis; diligite inimicos vestros (Matt.V). Sono queste parole di Gesù Cristo medesimo: quanto a me Io vi dico, amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano: Benefacite his qui oderunt vos. Voi avete creduto sino al presente, diceva ai Giudei questo divin Salvatore, per una falsa tradizione che viene dai vostri padri, che bastava amar coloro che vi amavano e che potevate odiare quelli che vi odiavano; ma Io vi dico, Io vi comando di amare i vostri nemici: Ego autem etc. Pesate ben bene, fratelli miei, la forza di queste parole: Ego , cioè Io che sono vostro Signore vostro re, vostro Dio, Io da cui dipendete in tutte le cose; Io da cui voi avete tutto a sperare e tutto a temere: Io non vi prego, non vi consiglio solamente, ma vi comando di volere e di fare del bene ai vostri nemici: Ego autem. Se fosse un grande del mondo, un re della terra, che v’intimasse su di ciò i suoi ordini, voi potreste dire che non si estende sin là il suo potere; ma potete voi ricusare di ubbidire a me, che sono vostro Dio, da cui avete ricevuto l’essere, che ha diritto su tutti i movimenti del vostro cuore, che può non solamente perdere il vostro corpo ma ancora la vostr’anima per sempre? Ego autem, etc. Iddio, fratelli miei, ha talmente a cuore l’osservanza di questo precetto che rigetta qualunque sacrificio, se non si rinuncia alla vendetta; mentre se voi offrite il vostro dono all’altare, dice Gesù Cristo, e vi sovvenga che vostro fratello ha qualche cosa contro di voi, lasciate ivi la vostr’offerta ed andate prima a riconciliarvi con lui, perché io preferisco la misericordia a questo sacrifizio: Vade prius reconciliari fratri tuo (Matth. 5). Vale a dire, invano vi risolvereste a far tutto il bene possibile, facendo tutte le buone opere che dipendono da voi, pregare, digiunare, mortificarvi con tutti i rigori della penitenza, arricchire gli altari con le vostre offerte, sovvenire i poveri con le vostre limosine, abbandonar i vostri corpi sino a soffrire il martirio: se voi conservate nel vostro cuore qualche rancore contro il vostro prossimo, se non vi riconciliate con quella persona con cui siete sdegnati, tutte le vostre mortificazioni, il martirio medesimo a nulla si servirebbe: e perché mai? Perché mancate ad un punto essenziale della legge, non avete la carità, che d’essa è la pienezza e senza di cui tutto il restante è un nulla: Si charitatem non habuero, nihil sum (1 Cor. XIII). Si può, fratelli miei, non deplorare a questo proposito la sorte di un’infinità di Cristiani che menano peraltro una vita assai regolata, che fanno molte buone opere, s’accostano ai sacramenti, frequentano le chiese, sono aggregati a pie società, e che conservano, contro il loro prossimo dei risentimenti che non vogliono soffocare, che perseverano ostinatamente in una rea indifferenza per certe persone che han fatto loro qualche scortesia o che loro dispiacciono? Oh quante preghiere inutili! Quante buone opere perdute! Quanti sacramenti profanati! Oh quanto resteranno ingannati all’ora della morte, dopo aver tanto faticato, di non ricevere alcuna ricompensa dei loro pretesi meriti, perché non avranno soddisfatto ad un comando il cui adempimento fa la perfezione del Cristianesimo ed uno dei caratteri più distintivi del Cristiano. – Infatti, fratelli miei, siccome non apparteneva che a Dio il farci un simile comando, così non apparteneva che all’uomo cristiano l’eseguirlo; mentre limitare la sua virtù ad amar coloro che ci amano, a far del bene a coloro che ce ne fanno, che cosa è fare di più, dice Gesù Cristo, di quel che fanno i pagani? Converrebbe non esser uomo per esser insensibile all’amicizia ed ai benefizi; voi siete Cristiano ed in questa qualità siete i figliuoli del Padre celeste, che fa nascere il suo sole anche sopra i malvagi; affinché dunque voi siate perfetti, come perfetto è il vostro Padre celeste, non dovete contentarvi di amar coloro che vi amano, di far del bene a coloro che ve ne fanno; voi dovete ancora amar coloro che vi odiano, far del bene a quelli che vi fan del male: Benefacite his qui oderunt vos. Nulla di più giusto, fratelli miei, che questo comandamento, poiché egli viene da un Dio che ha ogni autorità su di voi e che può disporre di voi; ma nulla altresì che meglio provi la saviezza della provvidenza. Dall’osservanza di questa legge dipende la pace ed il buon ordine che deve regnare nel mondo; mentre se la vendetta fosse permessa, che diverrebbe la società? Sensibili come noi siamo e ripieni dell’amore di noi medesimi, il mondo non sarebbe più che un teatro sanguinoso di guerre, di stragi e di uccisioni; chiunque si crede offeso, fulminerebbe egli medesimo i suoi decreti contro il colpevole; ed a quali estremi non si porterebbe mai il furore dei vendicativi contro quei medesimi che li avrebbero senza intenzione offesi? Chi può lusingarsi di non dare giammai il suo prossimo motivo di dispiacere? Converrebbe per conseguenza rinunciare ad ogni commercio con gli uomini ed abitare con le bestie nei deserti: dunque con altrettanta sapienza che equità, Dio col comando che ci fa di perdonar le ingiurie, di amare i nostri nemici, ha voluto opporre un argine alle passioni del cuore umano. Possiamo dopo questo, o mio Dio, lamentarci di una legge così saggia e così giusta, che procura la pubblica tranquillità, principalmente se facciamo attenzione che voi ne avete spianate le difficoltà coll’esempio, che ci avete dato di fare quel che ci comandate? No, fratelli miei, non solamente con le parole, ma ancora coll’esempio, Gesù Cristo ci ha insegnato il perdono delle ingiurie, l’amore dei nemici: per poco di cognizione che voi abbiate della vita che questo Dio salvatore ha menata sulla terza, potete voi ignorare con qual dispregio egli è stato trattato, quali atroci affronti ha sofferti, di quanti obbrobri è stato satollato? Come si è vendicato degli oltraggi dei suoi nemici? Sempre coi benefizi: Egli ha renduta la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la parola ai muti, Egli guariva gl’infermi di una nazione la quale non cercava che di distruggerlo. Che rispondeva Egli alle accuse che facevansi contro di Lui avanti ai tribunali, ove era trattato da malfattore, da scellerato? Egli osservava il silenzio, dice il Vangelo: Jesus autem tacebat (Matth. XXVI). Oh quanto è mai eloquente, fratelli miei, il silenzio di Gesù Cristo! Che bella istruzione si è per voi! Quando vi trattano con dispregio, quando vi opprimono d’ingiurie, ricordatevi allora del silenzio di quest’uomo di dolore ed osservatelo al par di Lui: Jesus autem tacebat. Con qual pazienza ricevette Egli nella casa del pontefice l’oltraggio più umiliante con uno schiaffo onde fu percossa l’adorabile sua faccia? Qual fu allora il suo contegno? Egli non aveva che a parlare, ed il perfido autore di un’azione sì detestabile sarebbe precipitato nel profondo dell’abisso: ma si contenta di dirgli: Se io ho parlato male rendete testimonianza del male che ho detto; ma se ho parlato bene, perché mi battete? Oh pazienza di un Dio! Quanto siete capace di confondere, di arrestare i trasporti della vendetta! Che avreste voi fatto in simile occasione, o vendicativi, se aveste avuto il potere di Gesù Cristo, voi che vi date tanto movimento per aver soddisfazione di un insulto molto meno considerabile di quello che Egli ricevette? Ma per confondervi ancora di più, trasportatevi in ispirito sul Calvario per udire le ultime parole di un Dio agonizzante su d’una croce. Di già è Egli spossato affatto di forze per l’effusione del suo sangue. Egli non ha più che un momento a vivere, ed impiega questo momento e fa l’ultimo sforzo per indirizzare a suo Padre una preghiera. Ma qual preghiera! Ella è forse per sollecitare la condanna de’ suoi carnefici? No, fratelli miei, ma per domandar grazia in loro favore. Eterno Padre, dice Egli, esaudite i voti di un Figlio moribondo che vi prega di perdonar ai suoi nemici. Benché degni siano questi scellerati di provare tutto il rigore dell’ira vostra pel deicidio di cui si rendono colpevoli, dimenticate i loro misfatti e fate loro sentire soltanto le dolcezze della vostra misericordia: Pater ignosce illis (Jo. XXIII). Che dite a questo esempio, vendicativi? Non sarà egli capace di calmare le vostre amarezze, di reprimere i movimenti della vostra vendetta? Nel mentre che un Dio onnipotente, che può in un istante schiacciare coloro che lo perseguitano, diventa loro protettore, voi vermi di terra, cenere e polvere, peccatori sciagurati, voi volete vendicarvi? Ah! meritate voi forse il nome di Cristiani e di discepoli del Dio delle misericordie? Invano direte voi che Gesù Cristo era Dio e che poteva benissimo soffrire gli oltraggi de’ suoi nemici; ma Egli era uomo, ed in questa qualità eravi tanto più sensibile, quanto che non li aveva in alcun modo meritati. – Ma volete voi degli esempi più proporzionati alla vostra debolezza? Mirate un s. Stefano, il primo de’ martiri, assalito da una tempesta di pietre che i suoi nemici gettano su di lui; egli piega le ginocchia per chieder a Dio di non imputar loro questo peccato: Domine, ne statuas illis hoc peccatum. Mirate innumerabili martiri, che abbracciano i loro carnefici, loro perdonano la propria morte e pregano per essi; si è con questa eroica carità che fanno conoscere agli idolatri la verità della nostra santa religione e che li attirano nel suo seno; perciocché non vi è che una Religione del tutto divina, per testimonianza dei pagani medesimi, la quale possa persuadere un’azione cosi eroica come il perdono delle ingiurie. È forse per questo mezzo, fratelli miei, che voi rendereste al giorno d’oggi testimonianza alla vostra Religione? Oimè! i vostri odi, le vostre vendette, le vostre dissensioni non sarebbero esse piuttosto capaci di allontanarne coloro che vorrebbero abbracciarla? Ma che risponderete voi avanti a Dio all’esempio dei santi? Potete voi scusare la vostra vendetta, come pretendete adesso, sull’atrocità dell’ingiuria che avete ricevuta? Ma avete voi resistito come essi, sino a spargere il vostro sangue? Paragonate i malvagi trattamenti di cui vi lamentate con quelli che essi hanno tollerati; imponete silenzio ad una natura troppo sensibile, di cui voi ascoltate la voce piuttosto che quella della vostra Religione. Ma, miei cari uditori, io ho qualche cosa di più convincente ancora a proporvi: la salute è di tutti gli affari quello che più merita le nostre sollecitudini: or la fede c’insegna che la nostra riprovazione è inseparabile dall’odio che noi conserviamo per li nostri nemici. Per esser salvo, bisogna ottenere il perdono dei propri peccati; ora il perdonare ai nemici è l’unica via che ci può far trovar grazia presso di Dio. Il Vangelo è chiaro su di ciò: perdonate, dice egli, e vi si perdonerà: Dimettite, et dimittemini (Luc. VI). Volete voi esser trattati con misericordia? Trattate gli altri nello stesso modo, perché sarete misurati con la medesima misura con cui avrete misurati gli altri; sono questi gli oracoli di Gesù Cristo; la stessa verità, che non ammette alcun dubbio e che non può mancare del suo adempimento. Voi avete, fratelli miei, infinite volte offeso, oltraggiato il vostro Dio; voi gliene domandate ogni giorno perdono; Egli ve l’accorderà, ma a condizione che perdonerete voi medesimi a chi vi ha offeso. A voi tocca decidere della vostra sorte: perdonate e siete sicuri di ottenere il vostro perdono. Poiché, quando voi avrete perdonato, potrete dire a Dio: Signore, io ho fatto quel che mi avete domandato; io ho adempiuta la condizione cui avete annesso il mio perdono; permettetemi di esigere il mantenimento della vostra parola: voi avete detto che fareste misericordia a chi la farebbe; io son certo della sincerità, delle vostre promesse, dunque io posso riguardare la mia riconciliazione come certa e sicura. Qual motivo di consolazione, poter esser certi, quanto possiamo esserlo in questa vita, che siamo in grazia con Dio, che portiamo un segno di predestinazione che ci dà diritto al suo regno! Ecco, fratelli miei, il gran vantaggio che si trova nel perdonar le ingiurie. A che pensate voi dunque, vendicativi, che ricusateci seguire una massima sì saggia in sé stessa e vantaggiosa nei suoi effetti? Voi sapete che non otterrete misericordia se non in quanto voi l’avrete fatta agli altri, e non volete esercitare questa virtù verso colui che vi ha offeso? Rinunciate dunque ad ogni speranza di perdono o di salute eterna: simili al servo del Vangelo, i debiti che il prossimo ha contratti con voi non possono paragonarsi a quello di cui voi siete debitori alla giustizia di Dio. Tuttavia, sebbene numerose e gravi siano le vostre offese, sebbene abbiate voi contratto un gran numero di debiti, Dio vuole benissimo cedere i suoi diritti, purché voi cediate i vostri riguardo al vostro prossimo; ma voi ricusate simili proposizioni, voi volete profittare della superiorità che avete su di lui per appagare il vostro odio ed il vostro furore? E bene, vendicatevi, fate sentire al vostro nemico tutta la vivacità del vostro sdegno; ma sappiate che Dio vi tratterà senza misericordia, come voi avete trattato il vostro fratello: Sic Pater meus cœlestis faciet vobis (Matth. XVIII). Non recitate dunque più una preghiera, che non potete dire senza pronunciare la sentenza di vostra condannazione. Iddio esaudendovi per vostra disgrazia, vi dirà: Voi m’avete domandato di perdonarvi, come voi perdonavate a coloro che vi avevano offeso; Io vi giudico da voi medesimi: voi medesimi mi avete dettata la sentenza che proferisco: giacché non avete fatta misericordia, non avete a sperarne da me: De ore tuo te indico (Luc. XIX). Vale dunque a dire che quando fate a Dio questa preghiera, voi gli dite: Signore, io rinuncio alla vostr’amicizia, alla mia felicità eterna, io eleggo l’inferno per mia porzione. Oh crudele vendetta! molto più nocevole all’uomo che tutte le disgrazie, le calamità della vita, che tutti i cattivi trattamenti dei suoi nemici! Tutti gli uomini insieme potrebbero forse portargli colpi cosi funesti come porta egli a sé stesso, poiché perde la sua anima per sempre, e durante l’eternità porterà il peso delle vendette del Signore? Ah! fratelli miei, se voi volete vendicarvi d’un nemico, si è contro la vostra vendetta ed il vostro sdegno che dovete armarvi, dice s. Agostino; egli è il più gran nemico che voi abbiate; vendicatevi di questo nemico con la clemenza e con la mansuetudine; questa vittoria vi guadagnerà il cuore di Dio e sarà coronata d’una gloria eterna.

SECONDO PUNTO PER UN SECONDO DISCORSO

Sopra l’amore dei nemici.

Ego autem dico vobis, diligite inimicos vestros.

– Matth. V-

Io vi ho fatto vedere, fratelli miei, nella precedente istruzione l’obbligo indispensabile che noi abbiamo di perdonar le ingiurie di amare i nostri nemici. Obbligo fondato sul comando che ce ne fa Iddio, sull’esempi o che ce ne dà Gesù Cristo e sul nostro proprio interesse. Contuttociò, benché forti siano questi motivi per ogni uomo cristiano, benché questo precetto sia uno dei più positivi e dei più precisi che siano nel Vangelo, può dirsi che non ve n’è alcuno più combattuto dall’amor proprio e contro di cui si trovino più pretesti. Gli uni, e sono i vendicativi, cercano di scuotere interamente il giogo della fede, non vogliono perdonare, ma render male per male, e non allegano per giustificare le loro vendette che ragioni le quali ne provano piuttosto l’ingiustizia. Gli altri, e sono gli indifferenti, vorrebbero raddolcire il giogo della legge, conciliarla con le loro passioni, perdonare ai loro nemici, ma si persuadono che non sono obbligati né di amarli né di far loro del bene: ragioni vane, di cui noi dimostreremo la frivolezza in due riflessioni che divideranno questo discorso. Quali sono i precetti su cui i vendicativi appoggiano la loro vendetta? 1. Si è la difficoltà di perdonare un’ingiuria, principalmente quando è atroce; il che è impossibile alla natura: 2. Si è un punto d’onore che convien sostenere o vendicare: 3. E lo zelo che bisogna avere per reprimere il vizio, a fine di correggere i malvagi: 4. La facilità che dassi ad un nemico di fare nuovi insulti: 5. Siamo stati offesi i primi, non dobbiamo accordar il perdono se non ci è domandato.

Primo pretesto: La difficoltà di perdonar un’ingiuria principalmente quando è atroce. Come, dice taluno, si può amar colui che ci odia e ci perseguita, che s’impadronisce dei nostri beni, lacera la nostra riputazione, ci minaccia della morte; ah! questo è molto duro: Durus est hic sermo. Chi mai, chi può riportare su di sé una simil vittoria? Bisogna essere insensibile, non essere uomo, per non vendicarsi. No, fratelli miei, Dio non vi comanda di esser insensibili; la religione non distrugge i sentimenti della natura, ma li reprime e li corregge. Essa vi permette le sensibilità, ma vi proibisce di seguirne i moti. Iddio nulla chiede d’impossibile: Egli vi comanda di soffocare ogni sentimento di vendetta e di perdonare al vostro nemico. Questo è dunque in vostro potere; la pratica è difficile, lo confesso; ma evvi forse del merito dove non v’è violenza a farsi? Tutte le virtù cristiane non hanno forse la loro difficoltà? Questa è una delle più grandi, lo so, perché le ripugnanze dell’amor proprio non vi sono punto ascoltate, e bisogna esser animato da un grande amor di Dio per fare un simil sacrificio; ma voi lo sapete, fratelli miei, il cielo non si guadagna che con violenza, e coloro che riportano la corona non l’ottengono che a questo titolo; egli è duro di perdonare, ma sarà molto più duro essere dannato: funesta alternativa, di cui nulladimeno voi dovete esser certi. Inoltre, fratelli miei, la cosa non è già sì diffìcile, come voi ve l’immaginate ; egli è sovente più difficile il vendicarsi che il perdonare: per perdonare, basta volerlo; e quanto non costa mai per soddisfare la sua vendetta? A che noi non ci esponiamo? Quale incertezza sull’esito dei mezzi che per un tal fine si prendono! Qual timore di trovare della resistenza in un nemico che trova sempre l’occasione di nuocere ad un avversario che si vendica! laddove perdonando ci procuriamo la pace dell’anima; pace soave che sola sulla terra è il principio e l’origine della nostra felicità. Egli è dunque molto più dolce il perdonare che il vendicarsi d’un’ingiuria, per quanto possa ella essere atroce.

Secondo pretesto. Ma vi va del mio onore, dice il vendicativo. Per chi sarò io tenuto nel mondo? Mi prenderanno per un vile e codardo, e diverrei l’oggetto del dispregio e dei motteggi degli uomini, se altri mi offendesse impunemente; inoltre il mio onore è offeso nell’ingiuria ch’egli mi ha fatta; egli ha oscurata la mia riputazione con nere calunnie: non sono io dunque in diritto di procurare con una vendetta proporzionata la restituzione di un bene di cui Dio mi ha confidata la cura? Così parla il mondo, ed il suo linguaggio è pur troppo sovente ascoltato, con dispregio di quello che ci tiene la Religione. Ma qual dei due deve vincerla sull’altro, la passione che chiede la vendetta, o la Religione che comanda il perdono? Chi dobbiamo più ascoltare, il mondo, da cui nulla abbiamo ad aspettare, o Dio, da cui abbiamo tutto a temere e tutto a sperare? Il mondo dice: convien vendicarsi, e Dio prescrive di perdonare. Amate voi Meglio incorrere la disgrazia di Dio, piacere al mondo che dispiacere al mondo per aver l’amicizia di Dio? Se è il mondo che dee rendervi felici, ascoltatelo pure, ve lo permetto; ma se è Dio solo da cui dipendete in ogni cosa e che deve fare la vostra felicità eterna, potete voi esistere di ubbidirgli? Dica il mondo quel che verrà. Dio vuole che voi perdoniate ; non vi è intelletto umano che non debba cedere ad una sì rispettabile autorità: ci va della vostra salute nel perdono che dovete accordare ad un nemico; la salute non deve forse vincerla sopra una pretesa perdita d’onore e su tutto ciò che può d’altra parte interessarvi? Questa sola ragione basta per distruggere ogni pretesto che possiate allegare per giustificar la vendetta. – Ma io voglio prendervi per lo stesso principio d’onore a cui voi siete sì sensibili. In che consiste, fratelli miei, il vero onore? Non consiste forse in fare la volontà di Dio, in adempiere il dovere di Cristiano? Non è forse questo che vi attirerà la stima delle persone dabbene? E di chi dovete voi cercare la stima? Non è forse degli uomini di probità? Se la vostra indulgenza nel perdonare vi attira qualche dispregio, ciò sarà al più da qualcheduno senza religione, di cui voi dovete dispregiare i giudizi e sacrificare la stima a quella di Dio. Ma credete voi ancora che lo stesso mondo profano vi dispregerà per avere sacrificato un risentimento contro un nemico? No si ode spesso dire dagli uomini più perversi che nulla vi è di più grande, nulla di più eroico che il perdonare? Davide non fu egli più degno di lode perdonando a Saul, la cui vita era nelle sue mani nella spelonca ove lo ritrovò addormentato, che per la vittoria che riportò sul gigante Golia? V’è maggior gloria, dice il Savio, nel trionfare delle sue passioni che nel riportare vittorie, guadagnar battaglie, conquistarvi imperi. Non bisogna dunque spaventarvi d’un’ombra d’ignominia che non esiste che nella vostra fantasia, poiché egli è più glorioso il perdonare che il vendicarsi. – Ma, dite voi, il mio onore è offeso, quel nemico mi ha diffamato nel mondo, ha talmente denigrato la mia riputazione che non oso più comparirvi. Non posso io forse e non deggio cancellare le malvage impressioni che i suoi discorsi han lasciate nello spirito degli altri? Sì, fratelli miei, voi potete cancellare questa macchia onde siete stati infamati. Ma come? sarà forse con la vendetta? No, perché ella vi è vietata. Voi avete altri mezzi di rendere alla vostra riputazione lo splendore che le è stato tolto. Mentre, o voi avete data occasione ai discorsi che si sono tenuti sul fatto vostro, o questi discorsi sono il frutto della calunnia. Se voi vi avete dato motivo, correggetevi e chiudete la bocca ai vostri nemici. Se la vostra coscienza vi dichiara innocente al suo tribunale, il mondo vi conoscerà e prenderà il vostro partito. La vergogna, e l’ignominia, onde il vostro nemico ha voluto ricoprirvi , ricadrà su di lui. – Ma non posso io forse, dite voi, servirmi delle vie della giustizia per avere la riparazione del mio onore? Voi lo potete, è vero, se esse sono necessarie per riparare e conservare il vostro onore. Ma badar dovete che la passione non guidi giammai i vostri passi, e che, sotto pretesto di farvi rendere giustizia, non cerchiate di soddisfar la vendetta. Conservate sempre alla carità i suoi diritti legittimi e non ricorrete ai privilegi delle leggi che dopo aver provati inutilmente gli altri mezzi; perché è ben raro che nel punire un’ingiuria non si oltrepassino i limiti di un’esatta moderazione. Inoltre quanto costa per avere una soddisfazione per giustizia! A che non conviene esporsi? Un nemico per giustificarsi commetterà nuove ingiurie, esaminerà la vita del suo accusatore, andrà a ricercare sino nelle ceneri dei suoi antenati per scoprire e rivelare cose infamanti, che non si erano giammai sapute o erano già sepolte nelle ombre della tomba. Così accade spesso che più un vendicativo fa sforzi per procurarsi una riparazione, più si disonora; laddove la clemenza procura il riposo, e si trova la tranquillità nella dimenticanza delle ingiurie. Tutto si cancella col tempo; siate sempre uomo dabbene, e la vostra riputazione che è stata oscurata riprenderà il suo primiero splendore, e sarà sempre al coperto dai colpi dei vostri nemici.

Terzo pretesto del vendicativo. Il vizio si autorizza coll’impunità, ed il pubblico bene chiede di arrestarne il progresso. Un nemico si prevarrà della mia indulgenza per farmi nuovi insulti. Non è forse una ragione legittima pretendere la riparazione dell’offesa che mi è stata fatta? Non bisogna tollerar il vizio, fa d’uopo arrestarne i progressi, è vero, ma non con un mezzo che Dio ci proibisce; ciò sarebbe cader in un altro vizio. Il Signore si è riserbata la vendetta: Mea est ultio (Deut. XXXII). Sarebbe un attentare ai suoi diritti il servirci di questo mezzo. Egli è un effetto dello zelo correggere il vizio, reprimere l’audacia dei malvagi; ma quanto è a temere che la vendetta non si copra del manto dello zelo e che sotto questo pretesto non si cerchi di contentare la sua passione. Sapete voi, fratelli miei, che un mezzo eccellente di correggere il vostro nemico è perdonargli e rendergli bene per male, perché questo nemico, se non ha soffocato in se stesso ogni sentimento di religione e di ragione, sarà commosso dalla vostra clemenza e si convertirà; quindi voi accumulerete carboni di fuoco sul suo capo, come dice s. Paolo: mentre se lo guadagnate con i vostri benefici, la carità, che è un fuoco, s’impadronirà del suo cuore, ed egli sarà forzato ad amarvi; se persiste nella sua durezza, diverrà la vittima delle vendette eterne, e voi meriterete le celesti ricompense.

Quarto pretesto. No, mi dite voi, il mio nemico non diventa migliore; io gli ho di già perdonato più volte, ed egli non lascia di offendermi e di perseguitarmi. Convien dunque sempre perdonare? Ella è cosa dura, nol nego, aver a fare con uomini d’un sì malvagio carattere; ma finalmente, fratelli miei, perché quell’uomo è cotanto ribaldo, volete esserlo voi ancora e perdervi com’egli, rendendovi disubbidienti ad una legge che Dio v’impone? Volete voi perdere un tesoro di meriti che potete acquistare col sacrificio dei vostri risentimenti? Voi siete Cristiani; dovete dunque riguardare le persecuzioni del vostro nemico come altrettante occasioni favorevoli di meritar il cielo,poiché non è che per mezzo delle tribolazioni che si può arrivare a quel beato soggiorno; non dovete voi al contrario rallegrarvi, come gli Apostoli e i martiri, che il Signore vi trovi degni di soffrire qualche cosa per la gloria del suo nome? Se ascoltate i sentimenti di vostra Religione, dovete fare maggior caso delle persecuzioni del vostro nemico che vi diffama, che delle adulazioni di chi applaude, perché quelle ci aprono la strada del cielo, laddove le lodi di un adulatore ci conducono alla perdizione. Voi avete perdonato più volte, e nulla avete potuto guadagnare sul cuore del vostro nemico; ma voi avete molto guadagnato sul cuore di Gesù Cristo, che vi dice di perdonare settanta volte sette, cioè ogniqualvolta voi siete offesi: Septuagies septies. – Ma quel nemico s’impadronisce ingiustamente dei miei beni, mi suscita cattivi affari; bisogna forse lasciar tutto, e la Religione ci toglie forse i mezzi di difenderci? No, fratelli miei, Dio non v’impedisce di opporvi alle ingiustizie che altri vuol farvi; ma non è già con render il male che dovete difendervi. Voi avete dei mezzi legittimi che le leggi v’accordano per mettervi al coperto dalle ingiustizie. Servitevene pure, se non potete dispensarvene: ma guardatevi bene dal seguire i movimenti della vostra passione; perdete tutto ciò che avete al mondo piuttosto che la carità, che fa lo spirito del Cristianesimo. Voi potete conservare questa virtù coi vostri beni e col vostro onore, purché non vi allontaniate giammai dai principi della Religione; operate sempre come vorreste aver fatto alla morte, e nulla vi perderete.

Quinto pretesto. Io consento volentieri a perdonare, direte voi, se il mio nemico riconosce il suo mancamento; se si sottomette e mi rende la soddisfazione che domando. Non sono stato io il primo ad offendere, non tocca dunque a me di fare i primi passi della riconciliazione. Io convengo, fratelli miei, che il vostro nemico deve darvi soddisfazione; che nel procedere ad una riconciliazione vi sono certe regole da osservare secondo le circostanze del tempo e la qualità delle persone offese, il che non prendo a qui discutere. Ma quantunque il vostro nemico non voglia darvi alcuna soddisfazione né sottomettersi a dimandarvi perdono, in qualunque stato voi siate, qualunque grado occupiate, voi non siete meno obbligati a perdonargli e ad amarlo. Il Signore non vi dice di perdonare quando altri vi chiederà perdono, vi dice semplicemente di perdonar l’offesa che vi è stata fatta, di amare chi vi odia, di far del bene a chi vi fa del male; voi lo dovete dunque indipendentemente dalle sommissioni, dalle riparazioni che esso vi deve. Benché elevato voi siate al di sopra di quel nemico per il vostro grado e per la vostra condizione, egli è vostro fratello cristiano; voi dovete in questa qualità accordargli la vostra benevolenza, ma d’altra parte, benché superiore voi siate a quel nemico, lo siete voi forse più a suo riguardo? Contuttociò non vi previene egli il primo ? Non vi ricerca egli forse dopo che voi l’avete offeso? Ecco l’esempio che dovete seguire. Siete stato, dite voi, offeso il primo: ecco il linguaggio ordinario di tutti coloro che non vogliono perdonare. Ascoltate due nemici: nessuno vuole riconoscere il suo torto, ciascuno pretende essere stato offeso; quindi ne viene che niuno vuol essere il primo a chiedere scusa; l’orgoglio che predomina la maggior parte degli uomini, li ritiene e li impedisce dall’eseguire un progetto che la grazia inspira. Crediamo essere cosa vile e bassa il chiedere scusa, e che tocca al nostro avversario cercar di rientrar in grazia con noi; quel nemico pensa lo stesso: così ciascuno rimane nel suo stato, cioè in uno stato di dannazione. Ah! se gli uomini avessero più umiltà, non vi sarebbero più inimicizie: colui che avesse offeso altrui riconoscerebbe il suo torto; colui, che fosse stato offeso s’abbasserebbe sino a ricercar il suo nemico per dargli segni della sua carità. Ma io temo, direte voi, di comparire avanti a quella persona; ella mi riceverà male, si farà beffe della mia semplicità, giungerà eziandio sino a conchiudere dal mio modo di procedere che mi stimo felice ancora di confessare con questo che ho torto e di poter riguadagnare la sua amicizia con questa pretesa confessione; tali sono, fratelli miei, le scuse dell’amor proprio schiavo d’un frivolo timore, il quale non è che l’effetto dell’orgoglio. Voi temete che quella persona vi riceva male: ma che ne sapete voi! Cominciate primieramente a fare i primi passi per mezzo di qualche amico comune, andate in appresso voi medesimo, e vedrete che il vostro timore era mal fondato. Ma io sono stato di già mal ricevuto, quella persona si è burlata di me ed ha pubblicato che io era stato ben contento di domandarle perdono; egli è vero che vi sono uomini fieri a tal segno nella loro inimicizia di condursi in siffatta maniera: ma guai a coloro che non corrispondono ai modi di procedere della carità; ben lungi dallo scusarli, qualunque ragione abbiano dal canto loro, essi sono in uno stato di dannazione, tosto che rigettano la pace che vien loro offerta. Quanto a voi, che avrete fatto il vostro dovere, facendo la volontà di Dio, voi guadagnerete il cielo; voi non risponderete a Dio dell’altrui volontà ma della vostra. Dio non esige che voi cangiate quel nemico, ma che vi cangiate voi a suo riguardo. Quanti mezzi una carità ingegnosa non sa ella trovare per disarmar l’ira d’un nemico ? Abbiate questa carità, fratelli miei, e voi verrete a capo di tutto. Ma forziamo l’orgoglio sino negli ultimi ripari, facendo vedere all’indifferente medesimo che il sacrificio, che egli fa dei suoi risentimenti è una trasgressione palliata del precetto della carità; seconda riflessione. Io perdono al mio nemico, dice l’indifferente; io rinunzio alla vendetta, non gli farò alcun male, neppure gliene desidero alcuno; son determinato a non più conservar odio per lui, consento a rinnovare con lui gli antichi uffizi che l’inimicizia aveva interrotti, e questo non basta forse per una perfetta riconciliazione, e Dio chiede forse di più? Ultima e fatale illusione dell’amor proprio, che, sotto pretesto d’indifferenza che si ha per un nemico, manda all’inferno più Cristiani che gli odi più dichiarati: di questi sovente uno si scorregge per via delle agitazioni e dei rimorsi che cagionano nelle coscienze; ma all’opposto egli sta tranquillo e si crede in sicuro all’ombra d’una riconciliazione apparente; vi si marcisce degli anni interi, vi si vive, si muore, e si diventa finalmente la vittima infelice d’una falsa e rea coscienza. Or sapete voi, fratelli miei, che cosa è quella falsa calma su cui vi rassicurate? Si è un fuoco nascosto sotto la cenere; si è, nel fondo, una vera inimicizia mantenuta sotto le apparenze della carità. Voi dite che non volete alcun male a quella persona, d’onde viene dunque che soffrir non potete che se ne dica bene, e siete molto contenti che se ne parli male? Donde viene quel piacere che provate nelle sue avversità, quella tristezza nelle sue prosperità? Voi la lasciate tale come è, voi non volete punto parlarle, voi fuggite il suo incontro: ma si fugge forse l’incontro di una persona che si ama? Non si vuol forse punto parlarle? Ella è dunque una prova che voi non l’amate. Or Dio non vi comanda forse di amare i vostri nemici, di volere e far bene a coloro che vi fanno del male? Invano vi lusingate voi di adempire il precetto con la indifferenza a riguardo del vostro nemico, contentandovi di non volergli e di non fargli alcun male: bisogna volergli e fargli del bene: Diligite et benefacite. Voi lasciate quel nemico per quel che è, non gli volete far alcun bene; ma sareste voi contenti che Dio vi lasciasse per quelli che siete e non vi facesse alcun bene? Eppure così vi tratterà se voi non avete migliori disposizioni a riguardo del vostro nemico. Orsù, dite voi, io gli farò del bene, giacche bisogna farlo, io lo vedrò, io gli parlerò, ma nol farò che per l’amor di Dio, mentre egli nol merita; io lo vedrò, gli parlerò per convenienza, per evitar lo scandalo che potrei dare evitando la sua compagnia. Voi fate bene ad operare per l’amor di Dio, questo è il solo motivo che deve animarvi; ma avvertite che, servendovi di queste restrizioni, voi non pregiudichiate la carità; avvertite bene che, operando per convenienza e per evitare lo scandalo, non sia una politica mondana che vi conduca. Voi potete bensì ingannare gli uomini, che non conoscono il fondo del cuore; ma non potete ingannar Dio che n’è lo scrutatore. Bisogna dunque operare con schiettezza e sincerità. Nessun inganno, nessuna simulazione, si è il cuore ed un cuore ripieno di carità che deve essere il principio di una vera riconciliazione, siccome Dio deve esserne il motivo. Perdonate di tutto cuore, dice Gesù Cristo, De cordibus vestris; mentre se voi non vi riconciliate col vostro nemico che per mire umane, perché un amico ve ne ha pregato, perché un personaggio per cui avete molta considerazione si è intromesso, o perché temete quel nemico e lo risparmiate per interesse, la vostra riconciliazione è ipocrita; resterà sempre nel cuore un lievito d’amarezza, tanto che non sarete animati dalle mire della carità cristiana. – Per venire alla pratica di questa carità, convien rinunciare ad ogni risentimento che può esservi inspirato dal male che vi è stato fatto: osservate su di ciò il silenzio per non rinnovare la piaga; non bisogna far attenzione a quel che fareste se Dio non vi avesse comandato di perdonare, ma operar a riguardo del vostro nemico come operavate prima che vi avesse offeso, come fareste a riguardo d’un altro che non vi fosse nemico, cioè amarlo, dargli dei segni di benevolenza, salutarlo, renderli i doveri della società civile e cristiana, e tutti i servigi che da voi dipendono; pregate per lui, principalmente nell’orazione domenicale, ripetendo più volte quelle parole: perdonateci le nostre offese ecc. Dimitte nobis debita nostra etc: ma guardatevi soprattutto dal differire la vostra riconciliazione, poiché voi più la differirete, più diverrà ella difficile: il che si vide pur troppo per esperienza. – Quelle grandi inimicizie non hanno cominciato che da una indifferenza, quell’indifferenza si è cangiata in avversione, e l’avversione in ostinazione; e tosto che il male è invecchiato, egli è molto più difficile a guarire che nel suo cominciamento: bisogna dunque apportarvi un pronto rimedio. Se l’odio che voi conservate contro il vostro prossimo è di già molto radicato nel vostro cuore, non gli lasciate gettare più profonde radici, ma sin dal giorno d’oggi tagliate, sradicate quel ceppo avvelenato; che il sole, dice l’Apostolo, non tramonti sull’ira vostra: Sol non occìdat super iracundiam vestram. Perciocché, o volete riconciliarvi col vostro nemico, o non volete. Non volerlo si è risolversi ad essere riprovato; ma se lo volete, perché aspettar domani e non farlo quest’oggi? Vi sarà forse più facile? Più aspetterete, più vi renderete colpevoli moltiplicando i vostri odi, profanando i sacramenti, dando scandalo a coloro che sono i testimoni della vostra condotta. Voi vi esponete anche a non riconciliarvi mai; mentre non potete voi forse essere sorpresi dalla morte; o se aspettate alla morte, non dovete voi forse temere che la vostra riconciliazione non sia fìnta e forzata, come accade a coloro che aspettano a farla in quegli ultimi momenti, in cui ella perde tutto il suo merito perché il cuore non vi ha parte alcuna? Se voi sentite ancora qualche ripugnanza a seguire questi avvisi, armatevi di coraggio, voi tutto potrete con la grazia di Dio: pregatelo dunque di aiutarvi per vincere una passione cosi ribelle come la vendetta: Accipite armaturam fidei, ut possitis resìstere in die malo. Ricordatevi del comando che Dio ve ne fa, dell’esempio che vi dà Gesù Cristo e dei grandi vantaggi che ve ne ridondano: la pace dell’anima ed il perdono dei vostri peccati. Andate dunque prontamente a riconciliarvi col vostro nemico all’uscire da questa istruzione o il più presto che potete; ma la vostra riconciliazione sia sincera ed efficace. Se non volete ascoltare la preghiera del vostro nemico che vi domanda grazia, ascoltate quella di Gesù Cristo che ve la domanda per lui, che si mette tra lui e voi per essere vostro mediatore; se non volete aver pietà di quel nemico, abbiate pietà della vostr’anima e non vogliate dannarla. Io ve ne scongiuro pel sangue che Gesù Cristo ha per essa versato; e per tutto lo zelo che m’inspira il desiderio di vederci riuniti un giorno in quel luogo di delizie che io vi desidero. Così sia.

Credo …

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Job I. 1
Vir erat in terra Hus, nómine Job: simplex et rectus ac timens Deum: quem Satan pétiit ut tentáret: et data est ei potéstas a Dómino in facultátes et in carnem ejus: perdidítque omnem substántiam ipsíus et fílios: carnem quoque ejus gravi úlcere vulnerávit.

[Vi era, nella terra di Hus, un uomo chiamato Giobbe, semplice, retto e timorato di Dio. Satana chiese di tentarlo e dal Signore gli fu dato il potere sui suoi beni e sul suo corpo. Egli perse tutti i suoi beni e i suoi figli, e il suo corpo fu colpito da gravi ulcere.]

Secreta

Suscipe, Dómine, propítius hóstias: quibus et te placári voluísti, et nobis salútem poténti pietáte restítui.

[Ricevi, propizio, o Signore, queste offerte con le quali volesti essere placato e con potente misericodia restituire a noi la salvezza.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps CXVIII: 81; 84; 86
In salutári tuo ánima mea, et in verbum tuum sperávi: quando fácies de persequéntibus me judícium? iníqui persecúti sunt me, ádjuva me, Dómine, Deus meus.

[L’ànima mia ha sperato nella tua salvezza e nella tua parola: quando farai giustizia di coloro che mi perseguitano? Gli iniqui mi hanno perseguitato, aiutami, o Signore, Dio mio.]

Postcommunio

Orémus.
Immortalitátis alimoniam consecúti, quǽsumus, Dómine: ut, quod ore percépimus, pura mente sectémur.

[Ricevuto il cibo dell’immortalità, Ti preghiamo, o Signore, affinché di ciò che abbiamo ricevuto con la bocca, conseguiamo l’effetto con animo puro]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

IL CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (7)

IL CATECHISMO CATTOLICO

A CURA DEL CARDINAL PIETRO GASPARRI (7)

PRIMA VERSIONE ITALIANA APPROVATA DALL’AUTORE 1932 COI TIPI DELLA SOC. ED. (LA SCUOLA) BRESCIA

Brixiæ, die 15 octobris 1931.

IMPRIMATUR

+ AEM. BONGIORNI, Vie. Gen

III.

CATECHISMO PER GLI ADULTI DESIDEROSI DI APPROFONDIRSI NELLA CONOSCENZA DELLA DOTTRINA CATTOLICA.

CAPO III.

SEZIONE 2a . — Degli altri sei articoli del Simbolo, che contengono la dottrina circa la seconda Persona della Santissima Trinità e l’opera della Redenzione.

Art. 1. — Dì GESÙ CRISTO E DELLA SUA DIVINITÀ.

D. 79. Che cosa crediamo nel secondo articolo del Simbolo: E in Gesù Cristo, suo unico Figliuolo, Signore nostro?

R. Nel secondo articolo del Simbolo: E in Gesù Cristo, suo unico Figliuolo, Signore nostro, noi crediamo che il Figliuol di Dio, quello stesso che fattosi uomo chiamasi Gesù Cristo, è l’unico Figliuolo del Padre, Signor nostro,vero Dio da vero Dio, nel quale noi crediamo come nel Padre. (Giov., I, 1, 14; Paolo: ad Eph., I , 20-23; ad Coloss., I, 13-20; la ad Tim., VI, 15, 16.)

D. 80. Perché crediamo in Gesù Cristo come in Dio Padre?

R. Crediamo in Gesù Cristo come in Dio Padre, perché Gesù Cristo è vero Dio come il Padre, unico Dio col Padre (Giov., I, 1; X, 30).

D. 81. In qual modo si prova che Gesù Cristo è il Messia, cioè il Redentore del genere umano, promesso da Dio nell’Antico Testamento?

R. Si prova che Gesù Cristo è il Messia, cioè il Redentore del genere umano, promesso da Dio nell’Antico Testamento, principalmente dalle profezie riguardanti il Redentore, che si compirono esattamente in Gesù Cristo; nonché dalla testimonianza di Gesù Cristo medesimo

(I profeti avevano predetto che il Messia sarebbe nato nella città di Betleem (Mich., V , 2), da una vergine (Is., VII, 14), dalla stirpe di Davide (Is., XI, 1); che sarebbe stato un gran dottore (Is., LXI, 1), avrebbe operato miracoli (Is. XXXV, 5-6), avrebbe sofferto i più atroci dolori (Is., L, 6; LIII, 11-12), sarebbe morto (Sal., XXI, 1 e segg.), risuscitato (Salm., XV, 10, LXVIII, 22), asceso in cielo (Sal., CIX, 1; Att., II, 24). Queste e tante altre cose ancora, predette dai profeti del Messia, si compirono perfettamente in Gesù Cristo. Inoltre ci sono le testimonianze dello stesso Gesù Cristo: ad esempio: Matt., XI, 3-6; XVI, 13-19; XXVI, 63, 64; Marco, XXIV, 26; Giov., IV, 25, 26; XI, 25; XIV, 9, 10; XVI, 15).

D. 82. Quali sono i principali argomenti che ci muovono ad ammettere la divinità di Gesù Cristo?

R. I principali argomenti che ci muovono ad ammettere la divinità di Gesù Cristo sono:

il costante magistero della Chiesa Cattolica;

le profezie dell’Antico Testamento, nelle quali viene preannunziato il promesso Redentore come vero Dio (Salmo II, 7; XLIV, 7; CIX, 3; Is., IX, 6, 7; XL, 3 11.);

3° la testimonianza di Dio Padre quando dice: « Questo è il mio Figliuolo diletto nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo!» (Matt., III, 17; XVII, 5; Marco, I, 11);

la testimonianza di Gesù Cristo medesimo comprovata dalla santità della sua risurrezione (Matt., XI, 25-27; XVI, 13-19; XXVI, 63-65; Luca, XXII, 66-71; Giov., V, 18, 19, 23; X, 30);

5 ° la dottrina degli Apostoli confermata dai miracoli. (4 Giov., XX, 31; la di Giov., I V , 15; V, 20; Paolo, ad Rom., IX, 5 ; ad Philipp., II, 6-7 ; ad Hebr., I, 2)

6 ° la confessione d’innumerevoli martiri;

la mirabile propagazione e conservazione della Chiesa di Cristo.

D. 83. Perché il Figliuolo di Dio, fattosi uomo, fu chiamato Gesù?

R. Il Figliuolo di Dio, fattosi uomo, per espressa volontà di Dio, fu chiamato Gesù, vale a dire Salvatore, perché con la sua passione e morte ci salvò dal peccato e dall’eterna dannazione (Matt., I, 21; Paolo: ad Philipp., II, 8-11; Catech. p. parr., p. I, c. III, n. 6).

D. 84. Perché Gesù è detto anche Cristo?

R. Gesù è detto in greco Cristo, in ebraico Messia, in latino Unctus, perché in antico, re, sacerdoti e profeti venivano unti; e Gesù è difatti re, sacerdote e profeta (Esodo, XXX, 30; 1.° dei Re, IX, 16; XVI, 3; 3.° dei Re,XIX, 16; Atti, X, 38; Paolo: ad Hebr., I, 9; Catech. p. parr., p. I, c. III, n. 7.

D. 85. Perché Gesù Cristo è detto Signore nostro?

R. Gesù è detto Signore nostro, perché, in quanto Dio, Egli è il creatore e il conservatore di tutte le creature, con assoluta potestà su di esse; in quanto Uomo-Dio, Egli è il Redentore di tutti gli uomini, sicché giustamente Lo si chiama e venera come: « Re dei re e Dominatore dei dominanti »

(Matt., XXV, 34; XXVIII, 18; Giov., XVIII, 37; Paolo: ad Philipp., II, 6 – 11; ad Coloss., I, 12 – 20; Ia ad Tim., VI, 15; Apoc, I, 5; XLX, 16; Pio XI: Encicl. Quas Primas, 11 dic. 1925; Cat. p. parr., p. I, c. III, n. 11).

D. 86. Perché la seconda Persona della santissima Trinità è chiamata Verbo del Padre?

R. La seconda Persona della santissima Trinità è chiamata Verbo del Padre, perché procede dal Padre come atto d’intelletto, quale concetto della mente, così come in noi l’interno concetto della mente chiamasi verbo(Giov., I , 1 e segg.; l a di Giov., I , 1; Apoc, XIX, 13; S. Tom., p. la, q. 34, a. I, 2).

Art. 2. — DELL’INCARNAZIONE E DELLA NATIVITÀ DEL FIGLIUOLO DI DIO.

D. 87. Che cosa crediamo nel terzo articolo del Simbolo: Il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine?

R. Nel terzo Articolo del Simbolo: II quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, noi crediamo che il Figliuolo di Dio, al disopra di qualsiasi ordine naturale e per virtù dello Spirito Santo, assunse l’umana natura, vale a dire corpo e anima, nel purissimo grembo della beata Vergine Maria e che da essa nacque.

 (Matt., I, 20, 21; Luca, I, 31, 35. — Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, volle nascere in Betlemme di Giuda; e poiché non vi era luogo per lui all’albergo, dalla beata Vergine Maria fu posto a giacere in una mangiatoia d’animali, per insegnare agli uomini con questo suo esempio, dato sin dalla nascita, l’umiltà e la fuga degli onori e dei piaceri di questo mondo.).

88. Come si chiama il mistero per cui il Figliuolo di Dio fecesi uomo?

R. Il mistero per cui il Figliuolo di Dio fecesi uomo si chiama la divina Incarnazione del Verbo.

D. 89. Il Figliuolo di Dio, fattosi uomo, cessò di essere Dio?

R. Il Figliuolo di Dio, fattosi uomo, non cessò di essere Dio, ma, pur rimanendo vero Dio, cominciò a essere anche vero uomo (S. Efrem: In Hebdom. sanctam, VI, 9).

D. 90. Quante Nature e quante Persone vi sono in Gesù Cristo?

R. In Gesù Cristo due sono le Nature: la divina e l’umana, ma una sola Persona, cioè la Persona del Figlio di Dio (Conc. di Calcedonia: Definitio de duabus naturis Christi; Conc. III di Costant.: De duabus voluntatibus Christi; Conc. Later., IV, c. I; S. Leo IX, Symbolum fidei. « Poiché, dice il Simbolo Atanasiano, allo stesso modo che anima razionale e carne come sono un sol uomo, così Dio ed uomo sono un sol Cristo».).

D. 91. Per qual ragione il Figliuolo di Dio si degnò di assumere l’umana natura?

R. Il Figliuolo di Dio si degnò di assumere l’umana natura « per noi uomini e per la nostra salvezza »; in altri termini: per offrire a Dio una degna soddisfazione dei peccati, per ammaestrare gli uomini nella via della salvezza mediante la predicazione e gli esempi, per riscattarli dalla schiavitù del peccato mediante la sua passione e morte, per ricostituirli nella grazia di Dio e così ricondurli alla gloria del Paradiso (Gesù Cristo, Redentore dell’uman genere, per merito 0della sua passione e morte, volle bensì che fosse restituita quella giustizia e santità in cui il primo uomo era stato costituito, non però l’integrità di natura. Per il Battesimo, dunque, vien distrutto quanto può aver carattere di peccato, ma rimane il fomite della concupiscenza, perché questa, rimasta per la lotta, non ha forza di nuocere a chi, non acconsentendovi, virilmente la respinge con la grazia di Gesù Cristo; non solo, ma chi giustamente avrà combattuto, verrà coronato (Conc. di Trento, Sess. V). Ancora: la Redenzione non restituì all’umana natura l’immunità dalla morte e dagli altri dolori della vita, cui vollero soggiacere lo stesso divin Redentore e la stessa sua Madre. (S. Epif., Ancoratus, 93).

D. 92, Fu necessaria l’incarnazione del Verbo per la condegna soddisfazione dei peccati?

R. Per la condegna soddisfazione dei peccati fu necessaria l’incarnazione del Verbo, perché non poteva una semplice creatura fornire una condegna, ossia adeguata, soddisfazione dei peccati.

D. 93. Perché una semplice creatura non poteva fornire condegna, ossia adeguata soddisfazione dei peccati?

R. Una semplice creatura non poteva fornire condegna, ossia adeguata, soddisfazione dei peccati, perché il peccato mortale è di una gravità in un certo senso infinita, se si guarda l’infinita Maestà da esso offesa.

(S. Tommaso, p. IIIa q. I , a. 2, ad 2um: « Il peccato commesso contro Dio ha certo carattere d’infinità per l’infinità stessa della maestà divina: l’offesa infatti tanto più è grave quanto più è grande Colui contro il quale si manca: per aver quindi una condegna soddisfazione fu necessario che l’atto di chi sodisfaceva avesse un valore infinito…. »).

D. 94. Perché l’opera dell’Incarnazione viene attribuita allo Spirito Santo?

R. Per quanto solo il Figliuolo di Dio abbia assunta l’umana natura e l’opera dell’Incarnazione — come d’altronde qualsiasi opera ad extra — sia di tutta la Trinità, tuttavia l’opera dell’Incarnazione viene, per titolo speciale, attribuita allo Spirito Santo, in quanto lo Spirito Santo è l’Amore del Padre e del Figliuolo; e l’opera dell’Incarnazione manifesta precisamente l’immenso e singolare amore di Dio verso di noi (Paolo, I. ad Tim., III, 16; Leone XIII, Encicl. Divinum illud munus, 9 maggio 1897; Cat. p. parr., p. I. a, c. IV, n. 3.)

D. 95. La beata Vergine Maria è vera Madre di Dio?

R. La beata Vergine Maria è vera Madre di Dio, perché concepì e partorì, secondo l’umana natura, Gesù Cristo Signor nostro, il quale è vero Dio e vero uomo.

 (Luca, I, 31, 35; II, 7; Conc. di Ef.: Anathematismi Cyrilli, can. I; Conc. II di Costant.: Tria capitala, can. 6; Conc.III di Costant.: Definitio de duabus voluntatibus Christi; S.Gregorio Naz.: Epist. 101; S. Giov. Dam.: Oratio prima de Virginis Mariæ nativitate. – I misteri della divina Incarnazione di Gesù Cristo e della divina Maternità della beata Vergine Maria vengono così esposti brevemente nel Catechismo per i parroci, p. I, c. IV, n. 4: Non appena la beata Vergine Maria, nel dare il suo assenso alle parole dell’Angelo, disse: Ecco l’ancella del Signore, sia fatto a me secondo la tua parola, immediatamente, cioè in quello stesso primissimo istante, per virtù dello Spirito Santo, dal purissimo seno della beata Maria Vergine, venne formato il santissimo Corpo di Cristo, congiunta al corpo la sua anima umana (creata dal nulla) e unita al corpo e all’anima la divinità. Perciò nel medesimo istante di tempo si ebbe un Dio perfetto e un uomo perfetto, e la beata Vergine Maria fu veracemente e propriamente chiamata Madre di Dio e dell’uomo, per aver concepito in quello stesso momento un uomo che era Dio.).

D. 96. S. Giuseppe fu padre di Gesù Cristo?

R. S. Giuseppe non fu, a titolo di generazione, padre di Gesù Cristo; tuttavia così vien chiamato, perché, vero sposo della beata Vergine Maria, esercitò ne’ riguardi di Lui i diritti e i doveri di un padre, come capo di quella società coniugale ch’era stata direttamente preordinata allo scopo di accogliere, difendere e nutrire Gesù Cristo (Luca, III, 23. — Andate a Giuseppe, dice la Chiesa ai fedeli bisognosi di grazie, come altre volte diceva il Faraone agli affamati Egiziani, quando li rimandava a quell’antico Giuseppe. Né è da dubitarsi che il santissimo Patriarca accolga ognora propizio le preghiere de’ suoi devoti, soprattutto nell’ora della loro morte; né è possibile che a lui rifiuti nulla la beatissima Vergine di cui fu l’amantissimo sposo, o Gesù Cristo di cui egli fu il fedele e provvido custode. Leone XIII: Encicl. Quanquam pluries, 10 ag. 1885.).

D. 97. La beata Vergine Maria fu sempre Vergine?

R. La beata Vergine Maria fu sempre vergine, e in modo altrettanto mirabile quanto singolare, la perpetua verginità andò in lei congiunta alla divina maternità (Is., VII, 14; Matt., I , 23; Luca, I , 27; S. Leone M.: Epist. ad Flavianum, Const. Episcopum; S. Efrem: Oratio ad SS. Dei Matrem; Didimo Aless.: De Trinitate, III, 4; S. Epif.: Adv. hæreses, 78, 6; S. Gerolamo: Adv. Helvidium, 19)

Art. 3. — DELL’OPERA DELLA REDENZIONE DEL GENERE UMANO.

D. 98. Che cosa crediamo nel quarto articolo del Simbolo: Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, mortoe seppellito?

R. Nel quarto articolo del Simbolo : Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morto e seppellito, noi crediamoche Gesù Cristo, al fine di redimere il genere umano col suo sangue prezioso, patì sotto Ponzio Pilato, Procuratoredella Giudea, fu inchiodato sulla croce, morì sopra di essa, indi, deposto dalla croce, venne sepolto.

D. 99. In che cosa consiste l’opera della redenzione compiuta da Gesù Cristo?

R. L’opera della redenzione compiuta da Gesù Cristo consiste in ciò ch’Egli, « mosso dalla sovrabbondante carità con la quale ci amò, mediante la sua santissima passione sul legno della Croce, ci meritò la giustificazione, sodisfacendo per noi al Padre ». (Conc. di Trento, Sess. VI, c. 7).

D. 100. Gesù Cristo patì e morì in quanto Dio o in quanto uomo?

R. Gesù Cristo patì e morì in quanto uomo, perché in quanto Dio non poteva né patire né morire; però la sua stessa incarnazione ed ogni suo ancorché minimo patimento per noi, fu di un prezzo infinito a causa della sua Persona divina (S. Atanasio: Epist. ad Epictetum, 6. — Il Catechismo pei parroci, p. I, c. IV, n. 6, aggiunge qui ben a proposito: « L’uomo muore quando l’anima si separa dal corpo; per cui, quando diciamo che Gesù morì, intendiamo dire che la sua anima si divise dal corpo; con ciò non diciamo che la sua divinità sia stata disgiunta dal corpo. Anzi costantemente crediamo e professiamo che, divisa che fu l’anima dal corpo, la sua divinità rimase sempre congiunta tanto al corpo nel sepolcro, quanto all’anima negl’inferi ».).

D. 101. Perché dunque Gesù Cristo volle subire una passione e una morte così acerba e obbrobriosa?

R. Gesù Cristo volle subire una passione e una morte così acerba e obbrobriosa per abbondantemente soddisfare alla divina giustizia, per dimostrarci più manifestamente il suo amore, per eccitare in noi un odio ancor più grande del peccato e per darci maggior forza nel sopportare i travagli e le asprezze della vita.

D. 102. Per chi patì e morì Gesù Cristo?

R. Gesù Cristo patì e morì indistintamente per tutti gli uomini.

(Is., LIII, 4-6; Paolo, 2a ai Cor., V, 15; la ad Tim., II, 6; IV, 10; Innocenzo X, 31 mag. 1653, Contro le propos. Di Giansenio, n. 5; S. Ambrogio: Epist. XLI, 7. — Una tal prova d’incomparabile amore non deve mai cancellarsi dalla memoria degli uomini; con tutto il cuore dobbiamo amare Colui che, né suo malgrado, né a ciò costretto, subì una morte amarissima, ma sol perché indottovi dall’amore che ci portava. Dice S. Agostino: De cathechìz. rudibus, 7: « Se l’amare poteva esserci di peso, almeno ora non ci sia di peso il riamare; non c’è infatti più potente invito all’amore, che prevenire amando, e troppo duro sarebbe l’animo di chi non volendo per il primo amare, si rifiuti anche di riamare ».).

D. 103. Allora tutti gli uomini vengono salvati?

R. Non tutti gli uomini vengono salvati, ma quelli solo, che mettono in opera i mezzi stabiliti dalla stesso Redentore per partecipare al merito della sua passione e morte (Conc. di Trento: Sess. V I , c. 3. — Vedasi l’enumerazione di tali mezzi alla domanda 178.).

D. 104. Gesù Cristo, morendo sulla croce, offrì se stesso a Dio in vero e proprio sacrificio?

R. Gesù Cristo, morendo sulla croce, offri se stesso a Dio in vero e proprio sacrificio di valore infinito per la redenzione degli uomini, offrendo in loro favore alla divina giustizia una soddisfazione d’infinito valore (Paolo: ad Hebr., IX, 11-28; Conc. di Trento, 1. c, cap. 7; Leone XIII: Encicl. Tametsi futura, 1 nov. 1900; S. Ignazio Mort.: Epist. ad Smyrnæos, 2; S. Giov. Cris. : In Epist. Ad Hebr., XVII, 2; Cat. p. parr., p. I, c. V, n. 9.).

D. 105. Che cosa crediamo nelle parole del quinto articolo del Simbolo: discese all’inferno?

R. Nelle parole del quinto articolo del Simbolo: Discese all’inferno, noi crediamo che l’anima di Gesù Cristo, separata dal corpo, sempre però congiunta con la divinità, discese all’inferno (1a di Pietro, III, 19; Cat. p. parr., p. I, c. VI, n. 2 e segg.).

D. 106. Che cosa s’intende quando si dice: all’inferno?

R. Quando si dice: all’inferno, s’intende non l’Inferno propriamente detto, non il Purgatorio, ma il Limbo dei Santi Padri, ove le anime dei giusti aspettavano la promessa e bramatissima redenzione (S. Ciril. Geros.: Catechesis, IV, 11).

D. 107. Perché Gesù Cristo discese nel Limbo?

R. Gesù Cristo discese nel Limbo per annunziare l’avvenuta redenzione alle anime dei giusti e colmarle quindi d’immensa gioia, nel mentre le faceva partecipi, prima ancora di condurle con sé in Cielo, della visione beatifica di Dio (Cat. p. parr., 1. c. n. 6. — Il Limbo dei Santi Padri, compiuta la redenzione, cessò.).

D. 108. Che cosa crediamo con le altre parole del quinto articolo del Simbolo: Il terzo giorno risuscitò da morte?

R. Con le altre parole del quinto articolo: Il terzo giorno risuscitò da morte, noi crediamo che Gesù Cristo, il terzo giorno dopo la sua morte, per virtù propria e secondo aveva predetto, ricongiunse di bel nuovo l’anima sua al suo corpo, venendo così a rivivere immortale e glorioso (Cat. p. parr., p. I, c. VI, n. 8.).

D. 109. Per quanto tempo e per qual ragione Gesù Cristo rimase sulla terra dopo la sua risurrezione?

R. Gesù Cristo rimase sulla terra dopo la sua risurrezione lo spazio di quaranta giorni al fine di confermare gli Apostoli nella fede della risurrezione stessa e dar compimento alla sua divina predicazione e all’istituzione della Chiesa. (Atti, I, 3.)

Art. 4. — DELL’ASCENSIONE IN CIELO DI GESÙ CRISTO E DEL SUO RITORNO ALLA FINE DEL MONDO PER L’UNIVERSALE GIUDIZIO.

D. 110. Che cosa crediamo con le parole del sesto articolo del Simbolo: salì al cielo?

R. Con le parole del sesto articolo del Simbolo: salì al cielo, noi crediamo che Gesù Cristo, dopo compiutaormai ed assolta l’opera della Redenzione, quarantagiorni dopo la sua risurrezione, per virtù propria, asceseal cielo, in anima e corpo (Conc. Lat. IV, c. I; S. Leone IX: Symbolum fidei; S. Leone Magno: Sermones 73 et 74 De Ascensione Domini; S. Ireneo: Adv. hæreses, I, 10, I.).

D. 111. Che cosa significano quelle altre parole del medesimo articolo: Siede alla destra di Dio Padre Onnipotente?

R. Quelle altre parole del medesimo articolo: Siede alla destra di Dio Padre Onnipotente, significano la gloria perpetua del Redentore in cielo, dove Gesù Cristo trovasi, in quanto Dio uguale al Padre, e in quanto uomo, nel possesso più alto, fra tutte le creature, dei beni divini.

(Dan., VII, 13, 14; Marco, XVII, 19; Giov., V, 27; Paolo: ad Rom., VIII, 34; ad Hebr., VIII, 1; S. Greg. Nazian.: Oratio 45; S. Tom., p. 3, q. 58, a. 4. — Il Catechismo pei Parroci, p. I, c. VII, n. 3 : « La parola sedere non significa qui sito o figura corporale, bensì chiarisce quel fermo e stabile possesso della regia e somma potestà e della gloria, che Gesù Cristo ha ricevuto dal Padre ».

D. 112. Che cosa crediamo nel settimo articolo del Simbolo: Di là ha da venire a giudicare i vivi e i morti?

R. Nel settimo articolo del Simbolo : Di là ha da venire a giudicare i vivi e i morti, noi crediamo che alla fine del mondo Gesù Cristo verrà dal Cielo assieme ai suoi angeli per giudicare gli uomini tutti, tanto quelli che il giorno del giudizio troverà vivi ancora, quanto quelli morti anteriormente, « e allora renderà a ciascuno secondo le sue opere » (Matt., XVI, 27; XXIV, 30; XXV, 31-46; Atti, X, 42; Paolo: ad Hebr., IX, 28; Conc. Lat. I V , S. Leone I X e Benedetto XII, 1. c.; S. Giov. Cris.: In Epist. Ia ad Cor., XLII, 3; S. Pietro Canisio: De fide et symbolo, n. 15; Cat. p. parr., p. I).

D. 113. Quale sarà la sentenza nell’universale giudizio?

R. Nell’universale giudizio la sentenza sarà, per gli eletti: « Venite, benedetti del Padre mio, possedete il regno a voi preparato sin dalla costituzione del mondo » ; per i reprobi invece: « Andate lungi da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato al diavolo ed ai suoi angeli » (Matt., XXV, 34, 41; San Bonav.: Soliloq., III, 5: « Anima mia, non si cancelli mai dalla tua memoria quell’« Andate, maledetti, nel fuoco eterno; venite, benedetti, possedete il regno ». Può pensarsi una cosa più lamentevole, più paurosa di quell’andate? Una più gradevole di questo « Venite! »? Due parole, di cui nessuna suona all’orecchio più orribile della prima, nessuna più dolce della seconda ».).

D. 114. Oltre l’universale giudizio alla fine del mondo, ve ne sarà un altro?

R. Oltre l’universale giudizio alla fine del mondo, vi sarà un giudizio particolare per ciascuno di noi, immediatamente dopo la morte (Paolo: ad Hebr., IX, 27. — Il catechista faccia notare che del giudizio particolare come degli altri Novissimi si tratterà nella dom. 583 e segg.).

D. 115. A quale intento ha voluto Iddio il giudizio universale dopo quello particolare?

R. Dio ha voluto il giudizio universale dopo quello particolare, per la propria gloria e per quella di Cristo e degli eletti, per la confusione dei reprobi e perché l’uomo ricevesse in anima e corpo e in presenza di tutti la sentenza che lo premia o lo condanna (Sap., V, 1 e segg.; Matt., XXV, 31-46; Il Catechismo pei parroci, p. I, c. VIII, n. 4. —

Dio è, invero, infinitamente giusto, ma non sempre durante questa vita temporale rende a ciascuno quel che gli spetta, bensì dopo la morte, nel giudizio tanto particolare, quanto universale. È quindi evidente quanto sia grossolano l’errore di coloro che nel constatare come di frequente i malvagi godono la prosperità e i buoni soffrono l’avversità, non arrossiscono di trattar Dio d’ingiusto. A dire il vero, come non è perfetta la felicità dei malvagi cui rimorde la coscienza del peccato e turba il terrore della divina vendetta, così non è priva di consolazioni l’afflitta condizione dei buoni, cui conforta la tranquillità della coscienza e la speranza delle eterne ricompense. Ma quando sarà sopravvenuta la morte, allora sì che nessun merito sarà lasciato senza mercede, come nessun peccato senza punizione.).

D. 116. Perché viene attribuita a Gesù Cristo la potestà di giudicare il genere umano?

R. Per quanto la potestà di giudicare sia comune a tutte le Persone della Santissima Trinità, viene a titolo speciale attribuita a Gesù Cristo, come Dio e come uomo, per la ragione ch’Egli è « Re dei re e Dominatore dei dominanti » ; infatti tra le potestà regali si annovera quella giudiziaria, tra le cui funzioni vien compresa anche quella di premiare o di punire ciascuno secondo i suoi meriti.

26 OTTOBRE 1958: HABEMUS PAPAM – QUELLO VERO

Al calar della notte per cinque minuti è uscito fumo bianco dal camino. Per quanto era possibile sapere al mondo esterno,

era stato eletto un NUOVO PONTEFICE

Nuvole di fumo sono state viste per mezzo di luci puntate sul camino della Cappella Sistina.”

(AP News 27/10/1958, Città del Vaticano – Reportage sull’inconfondibile fumo bianco, visto da tutti, dal camino della Cappella Sistina, la sera precedente.)

( FOTO IN ALTO) da S/R:

(1.) Il Cardinale, Giuseppe Siri di Genova, in Italia era noto per essere il successore designato con cura da S.S. Pio XII.

(2.) Conclave papale del 26 ottobre 1958, ore 18:00: il fumo sbuffa all’esterno della Cappella Sistina per ben cinque minuti, indicando che Siri è stato eletto Papa. Egli ha accettato l’incarico e ha scelto il nome

GREGORIO XVII.

Poi, all’interno del conclave stesso, fu attuato un colpo di stato massonico per cui il Papa appena eletto fu “bloccato” violentemente. (*)

(3.) L’inquietante realtà delle parole di Nostra Signora di La Salette secondo cui:

Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’Anticristo … La Chiesa sarà in eclissi …”,

si è ora tristemente realizzata proprio davanti ai nostri occhi.

(*) La persona così eletta [Papa] acquisisce la piena giurisdizione sulla Chiesa universale immediatamente dopo aver acconsentito, e diventa il Vicario di Cristo sulla terra. ” (“Elezioni canoniche” p. 107, 1917, Imprimatur)

DEO GRATIAS

LUNGA VITA AL PAPA

Nam mysterium jam operatur iniquitatis): tantum ut qui tenet nunc, teneat, donec de medio fiat. Et tunc revelabitur ille iniquus …

(2 Tess. II, 7-8)

Framea, suscitare super pastorem meum, et super virum cohærentem mihi, dicit Dominus exercituum: percute pastorem, et dispergentur oves: et convertam manum meam ad parvulos.

O spada, esci dal fodero contro il mio Pastore e contro l’uomo unito con me, dice il Signore degli eserciti:

percuoti il Pastore,

e le pecorelle della greggia saran disperse; ed io stenderò ai piccoli la mia mano…

(Zac. XIII, 7-8)

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (8)

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO [8]

[A. Rodriguez: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane; vol. II, ed. VII ster. TORINO, Marietti ed. 1917]

TRATTATO VIII.

CAPO XIX.

Della conformità che dobbiamo avere alla volontà di Dio sì nella morte come nella vita.

Abbiamo ancora da esser conformi alla volontà di Dio per quel che riguarda o il vivere, o il morire. E sebben questa cosa del morire di natura sua è molto difficile, perché, come dice il Filosofo, Omnium rerum nihil morte terribilius, nihil acerbius (Arist. 3 Æth. c. 6): la morte è la cosa più terribile di tutte le cose umane: nondimeno ne’ Religiosi è tolta via e spianata in gran parte questa difficoltà; perché già abbiamo fatta la metà di questo viaggio, ed anche quasi tutto. Primieramente una delle cagioni per le quali agli uomini del mondo suol riuscir duro il morire e dà loro gran dolore l’arrivo di quell’ora, è perché lasciano le ricchezze, gli onori, i diletti, i trattenimenti, le comodità che avevano in questa vita, gli amici e i parenti; quell’altro la moglie; quell’altro i figliuoli, i quali in quell’ora sogliono dare non poco fastidio, specialmente quando non restano accomodati e collocati. Tutte queste cose già le  ha lasciate a buon’ora il Religioso; e cosi non gli danno fastidio né dolore. Quando il dente è bene scarnato e staccato dalle gengive, allora si cava facilmente; ma se lo vuoi cavare senza scarnarlo, ti cagionerà gran dolore; così al Religioso che già è scarnato e staccato da tutte queste cose del mondo, non cagiona dolore nell’ora della morte l’averle a lasciare; perché le lasciò volontariamente, e con gran merito, fin da quando entrò nella Religione, e non aspettò a lasciarle nel punto della morte; come quei del mondo, che allora bisogna che le lascino per necessità, ancorché non vogliano, e con gran dolore e molte volte eziandio senza alcun merito; poiché più tosto sono le stesse cose che allora lasciano i lor possessori, che questi lascino esse. E questo, tra gli altri molti, è uno de’ frutti che si traggono dal lasciare il mondo e dall’entrare in Religione. S. Gio. Crisostomo nota molto bene (D. Crys. hom. 14 in I . ad Tim.), come a quei che stanno nel mondo molto attaccati alla roba, ai trattenimenti e alle comodità e delizie di questa vita, suol riuscire assai dolorosa la morte, secondo quello che disse il Savio: O mors, quam amara est memoria tua homini pacem habenti in substantiis suis (1(1) Eecli. XLI, 1)! Per fino la memoria della morte è loro amara; or che sarà la presenza di essa? Se questa solo immaginata è amara; che cosa sarà provata? Ma al Religioso il quale ha lasciate già tutte queste cose non è amara la morte, anzi gli è molto dolce e gustosa, come fine e termine di tutti i suoi travagli; e si considera in quel punto come uno che va a ricevere il premio e il guiderdone di tutto quello che ha lasciato per Dio. Un’altra cosa principale che suole cagionar grande angoscia e dolore in quell’ora agli uomini del mondo e render loro la morte terribile e tormentosa, dice S. Ambrogio (D Ambr., de bono mortis, c. 8) che è la mala coscienza e il mancamento di buona disposizione: il che né anche ha né deve aver luogo nel Religioso: poiché tutta la sua vita è una continua preparazione e disposizione al ben morire. Si narra di un santo Religioso, che dicendogli il medico che si preparasse per morire, egli rispose, che da che prese l’abito nella Religione non aveva fatto altro che prepararsi per la morte. Questo è l’esercizio del Religioso. Lo stato istesso della Religione c’instruisce nella disposizione che Cristo nostro Redentore vuole che abbiamo per la sua venuta: Sint lumbi vestri prœcincti, et lucernœ ardentes in manibus vestris (Luc. XII, 35): Tenete cinti i vostri lombi e candele accese nelle vostre mani. S. Gregorio (D. Greg. hom. 13 in Evang.) dice, che il cingere i lombi significa la castità, e il tener le candele accese nelle mani significa l’esercizio delle opere buone; le quali due cose risplendono principalmente nello stato della Religione; e così il buon Religioso non ha occasione di temere la morte. E notisi qui una cosa, già da noi altrove toccata (Vide supra tract.2, c. 5), la quale fa assai al nostro proposito; ed è, che uno de’ buoni contrassegni che vi siano d’aver una buona coscienza e di star bene con Dio, è 1’esser molto conforme alla sua divina volontà in ordine all’ora della sua morte, e lo starla aspettando con grande allegrezza, come chi aspetta il suo sposo, per celebrar con esso le nozze e gli sposalizi celesti : Et vos similes hominibus expectantibus dominum suum, quando revertatur a nuptiis (Luc. XII, 36). E  per lo contrario il dispiacere assai ad uno la morte e il non avere questa conformità, non è buon segno. Si sogliono apportare  alcune buone similitudini per dichiarar questa cosa. Non vedi con che pace e quiete va la pecora al macello, senza aprir bocca né far resistenza alcuna? Ch’è l’esempio che porta la sacra Scrittura per esprimere la mansuetudine con cui andò Cristo nostro Redentore alla morte: Tamquam ovis ad occisionem ductus est (Act. VIII, 32; Isa. LIII, 7). Ma l’animale immondo quanto grugnisce e quanta resistenza fa quando lo vogliono ammazzare? Or questa differenza vi è fra i buoni che sono figurati nelle pecore, e i cattivi e carnali che sono figurati in questi altri animali. Colui che è condannato a morte, ogni volta che sente aprir la prigione, s’attrista, pensando che vengano per cavarlo fuori e appiccarlo; ma l’innocente e quegli che è assoluto, si rallegra ogni volta che la sente aprire, pensando che vengano a liberarlo. Così l’uomo cattivo, quando sente scuotere le sue chiavi, la morte e l’infermità lo stringono, teme, e prova gran pena e affanno, perché come ha macchiata la coscienza, così pensa che presto avrà ad essere condannato alle fiamme dell’inferno per sempre. Ma quegli che ha buona coscienza più tosto si rallegra, perché conosce, che quindi sarà per passare alla libertà e al riposo eterno. Facciamo dunque noi altri quel che dobbiamo come buoni Religiosi: e non solamente non sentiremo difficoltà nel conformarci alla volontà di Dio nell’ora della morte; ma più tosto ci rallegreremo e pregheremo Dio col Profeta, che ci cavi da questo carcere: Educ de custodia (idest de carcere) animam meam (Ps. CXLI, 8). S. Gregorio sopra quelle parole di Giob, Et bestias terræ non formidabis, dice: Justis namque initium retributionis est ipsa plerumque in obitu securitas mentis (D. Greg. lib. 6 mor. o. 16 ; Job v, 22). L’aver nell’ora della morte quest’allegrezza e questa pace e sicurezza di coscienza, dice che è principio del guiderdone de’ giusti: già cominciano a godere una gocciola di quella pace che come fiume abbondante e fecondante ha da entrar subito nelle anime loro: già cominciano a sentire la loro beatitudine. E per lo contrario i cattivi cominciano a sentire il loro tormentO ed il loro inferno, con quel timore e rimorso che sentono in quell’ora. Di maniera che il desiderar la morte ed il rallegrarsi per essa è molto buon segno. – S. Giovanni Climaco dice così: È molto lodevole colui il quale aspetta ogni giorno la morte; ma colui il quale a tutte le ore la desidera, è santo (D. Clim. c. 6). E S. Ambrogio loda quelli che hanno desiderio di morire (D. Ambr. in Orat, funebri de obitu Valentin. Imp. tom. 5, et de fide resurr.). E cosi veggiamo, che quei santi Patriarchi antichi avevano questo desiderio, tenendosi per pellegrini e forestieri sopra la terra, e non per fermi abitatori: Confitentes, quia peregrini et hospites sunt super terram. E come nota molto bene l’apostolo S. Paolo, Qui hæc dicunt, significant se patriam inquirere (Ad Hebr. XI, 14.): Ben dimostravano in questo, che stavano desiderando di uscire da quest’esilio: e questa era la cosa per la quale sospirava il reale Profeta: Heu mihi, quia incolatus meus prolongatus est (Ps. CXIX, 5)! Oimè, che si è prolungato il mio esilio! E se ciò dicevano e desideravano quegli antichi Patriarchi, stando allora chiusa la porta del cielo, e non avendovi d’andar essi subito; che sarà adesso che sta aperta e che subito che l’anima è purgata va a goder Dio?

CAPO XX.

D’alcune ragioni e motivi, per i quali possiamo desiderare la morte lecitamente e santamente.

Acciocché possiamo meglio e con maggior perfezione conformarci alla volontà di Dio, sì nella morte come nella vita, porteremo qui alcuni motivi e ragioni per lequali si può desiderar di morire, affinché eleggiamo la migliore. La prima ragione per la quale si può desiderare la morte, è per fuggire i travagli che reca seco questa vita: perché, come dice il Savio: Melior est mors, quam vita amara (Eccli. XXX, 17); è migliore la morte che una vita amara e travagliosa. In questa maniera veggiamo che gli uomini del mondo desiderano molte volte la morte, e la chieggono a Dio, e lo possono fare senza peccato; poiché alla fine sono tanti e tali i travagli di questa vita, che è lecito desiderare la morte per fuggirli (D. Aug. lib. 2 contra 2 epis. Gaud. cap. 22, tom. 7). Una delle ragioni che allegano i Santi dell’aver dati Dio tanti travagli agli uomini è, perché non s’avessero ad attaccar tanto a questo mondo né ad amar tanto questa vita; ma mettessero il loro cuore e il loro amore nell’altra, e sospirassero per essa, ubi non erit luctus, neque clamor, neque dolor erit ultra (Apoc. XXI, 4), nella quale non vi sarà pianto né dolore. S. Agostino dice, che Dio Signor nostro per sua infinita bontà e misericordia volle che questa vita fosse breve e finisse presto, perché è travagliosa; e che l’altra che aspettiamo fosse eterna, acciocché il travaglio durasse poco, e il godimento e il riposo fosse eterno (D. Aug. sem. 37 de Sanctis, qui est sermo primus in testo omnium Sanctorum). Sant’Ambrogio dice: Tantis malis hæc vita repleta est, ut comparatione ejus mors remedium putetur esse, non pœna (D. Ambr. serm. sup. cit, c. 7 Jo. tom. 2.). È tanto piena di mali e di travagli questa vita, che se Dio non ci avesse data la morte per castigo, gliela avremmo domandata per misericordia e per rimedio, acciocché finissero tanti mali e travagli. Vero è, che molte volte gli uomini del mondo peccano in questo per l’impazienza colla quale pigliano i travagli e pel modo nel quale domandano a Dio la morte, usando termini di lamenti e d’impazienza; ma se gliela domandassero con pace e con sommessione, dicendo: Signore, se vi piace, cavatemi da questi travagli, mi basta quello che ho vissuto; ciò non sarebbe peccato. Secondariamente si può desiderar la morte con maggior perfezione, per non vedere i travagli della Chiesa e le continue offese che si fanno a Dio: come veggiamo che la desiderava il profeta Elia, il quale, veggendo la persecuzione d’Acab e di Jezabele che avevano distrutti gli Altari e uccisi tutti i Profeti di Dio, e che andavano in cerca di lui per lo medesimo effetto, ardendo di zelo dell’onore di Dio, e conoscendo che non vi poteva rimediare, se ne andò ramingo per i deserti della Giudea, e postosi quivi a seder sotto un albero, petivit animæ suæ, ut moreretur; et ait: Sufficit mihi, Domine: tolle animam meam; neque enim melior sum, quam patres mei (III. Reg. XIX, 4.): desiderò di morire; e disse: Mi basta, Signore, quello che sono vissuto: levatemi oramai da questa vita, acciocch’io non vegga tanti mali né tante vostre offese. E quel valoroso capitano del popolo di Dio, Giuda Maccabeo, diceva: Melius est mori in bello, quam videre mala gentis nostra;, et Sanctorum (I Mac. III, 59). Ci mette più conto il morire in guerra, che il veder tanti mali e tante offese di Dio: e con questo esortava ed animava i suoi a combattere. E del beato S. Agostino leggiamo nella sua Vita, che passando i Vandali dalla Spagna nell’Africa, distruggendola tutta, senza perdonare né ad uomo né a donna, né ad Ecclesiastici né a laici, né a fanciulli né a vecchi; arrivarono alla città d’Ippona della quale egli era Vescovo, e l’assediarono da ogni banda con molta gente: e vedendo S. Agostino tanto grande tribolazione, e le chiese senza Preti, e le città co’ suoi abitatori distrutte, piangeva amaramente nella sua vecchiaia, e radunato il suo Clero gli disse: Ho pregato il Signore, che, o ci liberasse da questi pericoli, o ci desse pazienza, o cavasse me da questa vita, per non farmi veder tanti mali; e il Signore m’ha conceduta questa terza cosa, e così subito al terzo mese dell’assedio si ammalò dell’infermità della quale morì. E del nostro S. P. Ignazio leggiamo nella Vita sua un altro esempio simile (Lib. 4, c. 16 Vita; F. N. S. Ign.). Questa è perfezione dei Santi, sentir tanto i travagli della Chiesa e le offese che si fanno alla, maestà di Dio, che non lo possono soffrire, e così desiderino la morte per non veder tanto gran male. – V’è ancora un altro motivo e un’altra ragione molto buona e di molta perfezione per desiderare e domandar a Dio la morte, ed è per vederci ormai liberi e sicuri dall’offenderlo. Perché è cosa certa, che mentre stiamo in questa vita non vi è sicurezza per questo; ma possiamo cadere in peccato mortale; e sappiamo, ch’altri da più di noi i quali avevano gran doni da Dio e che veramente erano Santi, e gran Santi, caddero. Questa è una delle cose che fa più temere i Servi di Dio e per la quale desiderano uscire da questa vita. Per non peccare può uno desiderare di non esser nato né di avere mai avuto essere; quanto più può desiderar di morire? Perciocché è maggior male il peccato, che il non essere: e meglio sarebbe stato il non essere, che l’aver peccato : Bonum erat et, si natus non fuisset homo Me (Matth. XXVI, 24), disse Cristo nostro Redentore di quel disgraziato di Giuda che l’aveva da vendere: Sarebbe stato meglio per lui non esser nato. E S. Ambrogio dichiara a questo proposito quelle parole dell’Ecclesiast (D. Ambr. 13 sup. Psal. CXVIII; Eccli. IV, 2, 3.): Et laudavi magis mortuos, quam viventes; et feliciorem utroque judicavi, qui necdum natus est! Ho lodato più i morti che i vivi, e per più felice di tutti questi ho riputato colui che non è mai nato. S. Ambrogio dice così: Mortuus præfertur viventi, quia peccare destitit: mortuo præfertur qui natus non est, quia peccare nescivit: Il morto è preferito al vivo, perché ha già lasciato di peccare: e al morto è preferito colui che non è nato, perché non ha mai potuto peccare. Onde sarà molto buono esercizio l’attuarci molte volte nell’orazione in questi atti, Domine, ne permittas me separarì a te: Signore, non permettete che io mi separi giammai da Voi. Signore, se vi ho da offendere, levatemi dal mondo prima ch’io vi offenda; che io non desidero la vita, se non per servirvi; e se non vi ho da servire con essa non la desidero (Supra tract. 5, c. 5). Questo è un esercizio molto grato a Dio e molto utile a noi altri, perché in sé contiene un esercizio di dolore e di odio e abborrimento del peccato, un esercizio di umiltà, un esercizio d’amor di Dio, e una domanda delle più grate a Dio che possiamo fargli. Si narra di S. Luigi re di Francia, che alle volte la sua santa madre, Donna Bianca Reina, gli diceva: Vorrei, figliuol mio, vederti piuttosto cader morto sotto a’ miei occhi, che vederti con un peccato mortale su l’anima. E piacque tanto a Dio questo desiderio e questa benedizione che ella gli dava, che si dice di lui che in tutta la sua vita non commise mai peccato mortale (In Vita S. Lud. Reg. Galliæ). Quest’ istesso effetto potrà essere che operi in te questo desiderio e questa domanda. Di più non solo per evitare i peccati mortali, ma ancora per evitare i veniali, de’ quali siamo pieni in questa vita, è cosa buona desiderare la morte. Perché il Servo di Dio ha da star molto risoluto e determinato non solo di morire più tosto che commettere un peccato mortale; ma eziandio di più tosto morire che dire una bugia, che è un peccato veniale: echi veramente morisse per questo, sarebbe martire: dappoiché è cosa certa, che se viviamo, commettiamo molti peccati veniali: Septies enim cadet justus (Prov. XXIV, 16): Sette volte cadrà l’uom giusto, che vuol dire molte volte: e quanto più vivrà, tante più volte cadrà (D. Thom. 2 2, q. 124, art. 5, ad 2). Né solamente per evitare i peccati veniali desiderano i servi di Dio di uscire da questa vita; ma lo desiderano ancora per vedersi liberi da tanti mancamenti e imperfezioni, e da tante tentazioni e miserie, quante ne proviamo ogni giorno: Dice molto bene quel Santo: O Signore, e quanto mai interiormente patisco, mentre pensando nell’orazione alle cose celesti, subito mi si rappresenta alla mente una gran turba di pensieri carnali! Oimè, che vita è questa, ove non mancano travagli e miserie; ove ogni cosa è piena di lacci e di nemici! Imperocché partendosi una tribolazione e tentazione, ne viene un’altra: e durando ancor la prima battaglia, ne sopravvengono molle altre non aspettate. Come può esser amata una vita piena di tanti guai e soggetta a tante calamità e miserie? come si può chiamar vita quella che genera tante morti e tante pesti (Thomas a Kempis, lib. 3, c. 48, n. 5)?Si legge d’una gran Santa che soleva dire,che se avesse potuto eleggere qualche cosa,non n’avrebbe eletta altra che la morte:perché l’anima per mezzo di essa si trovalibera d’ogni timore di far mai più cosache sia d’impedimento al puro amore. Èanche pur cosa di maggior perfezione ildesiderare d’uscire da questa vita, per evitari peccati veniali e i mancamenti e leimperfezioni, di quello che sia il ciò desiderareper evitare i peccati mortali; perchérispetto a questi può darsi che uno si muovaa concepire tal desiderio più per timor dell’inferno e per l’interesse e amor suo proprio,che per amor di Dio: ma l’aver eglitanto amore di Dio, che desideri la morteper non commettere peccati veniali, né mancamenti e imperfezioni, è gran purità d’intenzione e. cosa di gran perfezione. Ma potrebbe dire alcuno: io desidero di vivere per soddisfare per le mie colpe edifetti.A questo rispondo, che se vivendo più, scontassimo sempre le cose passate, e non aggiungessimo nuove colpe, questo sarebbe bene. Ma se non solamente non. I sconti, ma accresci i debiti, e quanto più vivi, tanto più hai di che render conto a Dio,non dirai bene. Dice benissimo S. Bernardo: Cur ergo tantopere vitam istam desideramus in qua quanto amplius vivimus, tanto plus peccamus; quanto est vita longior, tanto culpa numerosior (D. Bern. c. 2 medit.)? Perché desideriamo noi tanto questa vita nella quale quanto più viviamo, tanto più pecchiamo? E S. Girolamo dice: Che differenza pensi tu vi sia fra quello che muore giovine, e quello che muore vecchio, se non che il vecchio va all’altro mondo più carico di peccati che il giovane, e ha più di che rendere conto a Dio (D. Hieron. ep. ad Hel.)? E così S. Bernardo piglia in questo un’altra risoluzione migliore, e dice colla sua grande umiltà certe parole che noi altri possiamo dire con più verità: Vivere erubesco, quia parum pròficio: mori timeo, quia non sum paratus. Malo tamen mori, et misericordia; Dei me committere et commendare, quia benignus et misericors est; quam de mea mala conversatione alicui scandalum facere (D. Bern. de inter. domo, c. 35).Mi vergogno di vivere per lo poco profitto che io fo; e temo di morire perché non istò preparato: con tutto ciò voglio più tosto morire e pienamente abbandonarmi alla misericordia di Dio, poiché Egli è benigno e misericordioso, che proseguire a scandalizzare i miei fratelli colla mia vita tiepida e rimessa. Questo è un molto buon sentimento.Il P. Maestro Avila diceva, che chiunquesi sia il quale tanto solo che si trovi con mediocre disposizione, questo tale dovrebbe più tosto desiderar la morte che la vita, per ragione del pericolo in cui vive di offender Dio, e il quale cessa affatto colla morte. Quid est mors, nisi sepultura vitiorum, virtutum suscitatio? dice sant’Ambrogio.Che cosa è la morte, se non la sepoltura dei vizi e la resurrezione delle virtù (D. Ambros. de bono mortis, c. 4)? Tutte queste ragioni e motivi sono molto buoni per desiderar la morte; ma il motivo di maggior perfezione è quello che stimolava il cuore dell’apostolo Paolo, il quale desiderava di morire per brama di trovarsi col suo Cristo Gesù che tanto egli amava: Desiderium habens dissolvi, et esse cum Christo (Ad Philip, l, 23). Che dici S. Paolo? Perchè desideri di essere sciolto dal corpo? forse per fuggire i travagli? no per certo, che più tosto gloriamur in tribulationibus (Ad Rom. V, 3): questa è la gloria mia. Perché  dunque? per fuggir i peccati? Né anche: Certus sum enim, quia neque mors, neque vita… poterit nos separare a charitate Dei (Ibid. VIII, 38): era egli confermato in grazia, e sapeva, che non la poteva perdere; e così non aveva occasione di temer questo. Perché dunque desideri tanto la morte? Per vedermi una volta con Cristo. La desiderava per puro amore: Quia amore langueo (Cane, II, 5). Era infermo d’amore, e così sospirava pel suo diletto, e qualsivoglia piccola tardanza gli pareva lunga, per arrivar a godere della sua presenza. S. Bonaventura di tre gradi che distingue 1’amor di Dio, mette questo per ultimo (D. Bonav. process. 6 Relig. c. 11, 12 et 13). Il primo è, amar Dio sopra tutte le cose, amando talmente le cose del mondo, che per nessuna di esse facciamo un peccato mortale né trasgrediamo alcun comandamento di Dio: che è quello che disse Cristo nostro Redentore a quel giovinetto dell’Evangelio: Si vis ad vitam ingredi. serva mandata (Matth. XIX, 17.). Se vuoi conseguire la vita eterna, osserva i comandamenti: e a questo è tenuto ogni Cristiano. Il secondo grado di carità è, non contentarci della osservanza dei comandamenti di Dio, ma aggiungerci i consigli: il che è proprio dei Religiosi, i quali non solo cercano il bene, ma anche il meglio e il più perfetto, conformemente a quello che diceva S. Paolo: Ut probetis, quæ sit voluntas Dei bona, et beneplacens, et perfecta (Ad Rom. XII, 2). Il terzo grado di carità dice S. Bonaventura che è, tanto affectu ad Deum estuare, quod sine ipso quasi vivere non possis. Quando uno è tanto acceso e infiammato d’amor di Dio, che gli pare di non poter vivere senza di Lui: onde desidera vedersi libero e sciolto dal carcere di questo corpo per istarsene con Cristo, e sta desiderando d’essere richiamato da quest’esilio, e che si consumi e cada finalmente questo muro del corpo che sta di mezzo, e c’impedisce il vedere Dio. Questi tali, dice il Santo, hanno la vita in impazienza, o per dir meglio, in fastidio, e la morte in ardente desiderio. Del nostro S. Padre Ignazio leggiamo nella sua Vita (Lib. 5, c. 1 Vita P. N. S. Ignatii), che era ardentissimo il desiderio che aveva d’uscire da questo carcere del corpo, e che sospirava tanto l’anima sua per andar a trovarsi col suo Dio, che pensando alla sua morte non poteva ritener le lagrime che per pura allegrezza gli piovevan dagli occhi. Ma si dice ivi, che ardeva egli di questi accesissimi desideri non tanto per conseguir quel sommo bene per sé e per riposarsi egli in quella felice vista, quanto, e molto più, per veder la felicissima gloria dell’umanità sacrosantissima di Cristo che tanto egli amava. In quella maniera che suole di qua un amico rallegrarsi di veder ricolmo di onore e gloria quell’altro che egli ama cordialmente: nella stessa desiderava il nostro santo Padre di vedersi con Cristo, dimentico affatto del proprio interesse e riposo, e spinto da puro amore. Questo era l’unico suo desiderio, il protestarsi rallegrando e godendo della gloria di Cristo, e congratulandosi seco di essa, che è il più alto e perfetto atto d’amore a cui possiamo giungere (Infra c. 32). In questo modo non solo non ci sarà amara la memoria della morte, ma più tosto ci darà gran gusto ed allegrezza. Passa un poco più avanti, e considera, che da qui a pochi giorni starai in cielo godendo di quello che né occhio ha veduto, né orecchio ha udito, né può cader in umano intelletto, e che ogni cosa si convertirà in allegrezza e giocondità. Chi non si rallegra, che termini l’esilio e abbia fine il travaglio? chi non si rallegra di giungere a conseguire il suo ultimo fine per lo quale è stato creato? chi non si rallegra d’entrare in possesso della sua eredità, ed eredità tale? Ora per mezzo della morte entriamo a possedere l’eredità del cielo. Cum dederit dilectis suis somnum: ecce hæreditas Domini (Psal. CXXVI, 3). Non possiamo entrare in possesso di quei Beni eterni, se non per mezzo della morte. E così il Savio dice che l’uomo giusto spera nella sua morte: Sperat justus in morte sua (1 Prov. XIX, 32); perché questo è il mezzo e la scala per salire in cielo, e così questa è la consolazione del presente esilio. Psallam, et intelligam in vita immaculata, quando venies ad me (Psal. C, 2). S. Agostino dichiara così questo luogo (D. Aug. tract. 9 sup. Ep. Jo): Signore, la mia attenzione e il mio desiderio, è conservarmi senza macchia tutta la mia vita, e con questa cura e sollecitudine andrò sempre cantando, e l’argomento del mio canto sarà: Quando, Signore, si rivocherà quest’esilio? quando verrete per me? quando, Signore, verrò io a trovar voi? Quando veniam, et apparebo ante faciem Dei (Psal. XLI, 3)? Quando, Signore, mi vedrò avanti del vostro volto? Oh quanto mi viene ritardata quest’ora! Oh quanto sarà grande per me il gusto e l’allegrezza quando mi sarà detto, che ella è già vicina: Laitatus sum in his, qua; dicta sunt mihi: In domum Domini ibimus. Slantes erant pedes nostri in atriis tuis, Jerusalem (Ps. CXXI, 1-2): M’immagino d’aver già posti colà i piedi e di trovarmi in compagnia degli Angeli e di quei Beati, e di star godendo di voi, o Signore, per tutta l’eternità.