LA FESTA DI CRISTO-RE (2)

LA FESTA DI CRISTO-RE (2)

R. P. Edouard HUGON, o. P.

MAESTRO DI TEOLOGIA PROFESSORE DI DOGMATICA AL COLLEGIO PONTIFICIO « ANGELICUS » DI ROMA E MEMBRO DELL’ACCADEMIA ROMANA DI S. TOMMASO D’AQUINO

LA FESTA SPECIALE di GESÙ-CRISTO RE

QUINTA EDIZIONE Rivista ed accresciuta.

PARIS (VIe) PIERRE TÉQUI, LIBRAIRE-ÉDITEUR 8a, RUE BONAPARTE, 83 1938

APPROVAZIONI

Visto ed approvato:

Roma, Angelico, il 10 aprile 1927. Fr. Ceslas PABAN-SEGOND, O. P. Maître en S. Théologie.

Fr. Réginald GARRIGOU-LAGRANGE, O. P. Maître en S. Théologie.

PERMESSO DI STAMPA:

17 aprile 1927. Bonaventura GARCIA DE PAREDES. Mag. Gen. Ord. Frnt. Prædic.

IMPRIMATUR:

Parisiis, die 5 a decembris 1927. V. DUPIN, v. g.

CAPITOLO III.

COME QUESTO POTERE REALE DI CRISTO SIA UNIVERSALE, SU TUTTI GLI UOMINI E SU TUTTE LE SOCIETÀ.

Il Salvatore è re su tutti coloro sui quali si irradia l’influenza della sua grazia capitale (Cf. S. THOM., III a , q. 8). Questa azione si manifesta nei beati, ai quali ha meritato grazia e gloria, e nei giusti, ai quali comunica grazia e carità. Si estende ai fedeli, anche ai peccatori, che da lui derivano le virtù soprannaturali della fede e della speranza; si estende anche agli scismatici, agli eretici, agli ebrei, ai pagani e agli infedeli, perché tutti ricevono da lui l’aiuto dell’illuminazione e dell’ispirazione per uscire dalla loro miseria e raggiungere la salvezza. Per questo Papa Alessandro VIII, il 7 dicembre, 1690 (Denzig. 1295), ha condannato questa proposizione: « I gentili, gli ebrei, gli eretici e gli altri che si trovano in tali condizioni non ricevono in alcun modo l’influenza di Cristo. » Egli è morto per tutti e per ciascuno; tutti sono una sua vera conquista. « Ci sono popoli che non hanno né l’Eucaristia, né il Battesimo, né i sacerdoti; ma non ce n’è nessuno del tutto estraneo all’influenza del Verbo fatto carne. Anche le nazioni più degradate, immerse nell’ignoranza e nel crimine, sono talvolta visitate dall’Uomo-Dio: perché, nonostante tutto, ricevono luci, bagliori soprannaturali illuminanti, grazie attuali, ed è questa l’attività strumentale della gloriosa Umanità che porta loro questo aiuto (La causalità strumentale). »  Gli Angeli stessi devono a Gesù Cristo certe grazie, certe nuove gioie o glorie accidentali, perché l’Incarnazione, elevando gli uomini al livello dei cori angelici, ripara le rovine che il peccato aveva fatto nelle gerarchie celesti, e perché la contemplazione di una così perfetta Umanità aggiunge stupore alla loro felicità.  Non comunica Egli più la vita soprannaturale ai dannati, ma regna ancora con la sua giustizia su tutti coloro che non hanno voluto lasciarlo regnare con misericordia ed amore.

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Da tutto ciò che abbiamo appena esposto risulta con assoluta ovvietà che la regalità di Gesù Cristo come eredità e in virtù dell’unione ipostatica si estende a tutte le creature senza eccezione, e che la sua regalità come conquista e per grazia capitale si estende a tutte le creature ragionevoli, specialmente agli uomini, redenti dal suo sangue.  E poiché Egli ha riparato tutta la nostra natura, corpo e anima e facoltà, deve regnare nel nostro interno, che Egli divinizza con la grazia santificante; nella nostra intelligenza, che deve accettare il suo dogma ed i suoi insegnamenti; nella nostra volontà, che deve piegarsi ai suoi precetti; nel nostro cuore e nei nostri affetti, perché non amiamo nulla e nessuno più di Lui, invece che Lui (Cf. S. THOM., lIa, IIæ, q. 184, a. 3, ad 3); nei nostri membri, che devono cooperare come strumenti all’opera della giustizia e della santità, per la sua gloria e il suo onore, arma justitiæ Deo (Rom. VI, 13). – Le stesse ragioni dimostrano che questa regalità deve essere universale, su tutta la società. Riuniti e raggruppati nella società, gli uomini non possono essere allontanati dall’impero del Salvatore, e i doveri che incombono agli individui vincolano la nazione, la patria, gli Stati, che sono assoggettati a Dio e al suo Cristo, ancor più che l’uomo privato. Il Cardinale Pie difendeva valorosamente questi diritti divini contro le negazioni dell’incredulità e del liberalismo; in questo senso citava la magnifica lettera di Sant’Agostino a Macedonio, alto funzionario dell’impero: « Sapendo che voi siete un uomo sinceramente desideroso della prosperità dello Stato, vi chiedo di osservare come sia certo, con l’insegnamento delle Sante Lettere, che le società pubbliche partecipano ai doveri dei privati e possono trovare la felicità solo dalla stessa fonte. » – « Benedetto – diceva il Re Profeta – il popolo il cui Dio è il Signore. » Questo è il voto che dobbiamo augurare nella nostra società di cui siamo cittadini; perché la patria non può essere in alcuna condizione diversa dal singolo cittadino, poiché la città non è altro che un certo numero di uomini ordinati secondo la stessa legge. E per stabilire che la società debba sottomettersi alla regalità di Cristo, il Vescovo di Poitiers dichiara: « Il regno visibile di Dio sulla terra è il regno del Figlio suo incarnato, e il regno visibile del Dio incarnato è il regno permanente della sua Chiesa…. Il dogma cattolico consiste interamente nella sequenza di queste tre verità: un Dio che abita in cielo; Gesù Cristo, il Figlio di Dio inviato agli uomini; la Chiesa come organo permanente e interprete di Gesù Cristo sulla terra. Ora queste tre verità collegate tra loro sono il triplo pacchetto che non può essere infranto (La regalità sociale del Cristo secondo il Cardinal Pie, p. 32 – S Aug. P. L. XXXII, 670). »

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Per dimostrare i diritti sovrani di Cristo sulle nazioni e sugli stati, è sufficiente ricordare che  Egli è come Dio, autore, conservatore, benefattore della società, e come il Verbo Incarnato il principio e la fonte da cui le società derivano, per le società come per gli individui, le energie indispensabili per la salvezza e la prosperità. Innanzitutto, è chiaro che Dio è l’autore della società, perché è da Lui, come ben spiega Leone XIII, che deriva da l’autorità, senza la quale non esiste un governo (Encyclic. Immortale Dei, 1 nov. 1885. LEONIS XIII PP. ACTA, VOL. V, p. 120). E, allo stesso modo che ogni creatura ha bisogno della continua influenza di Dio per sussistere e del suo soccorso immediato per agire e tendere al proprio fine, così la società ha bisogno dell’aiuto incessante di Dio per vivere, svilupparsi, progredire, per raggiungere la sua perfezione. Ecco perché, aggiunge Leone XIII, la società esteriore che riceve tali benefici dal suo Autore, è vincolato da un rigoroso dovere di onorare Dio con un culto pubblico, religione publica satisfacere. Ma, nelle attuali condizioni di caduta, la nostra povera umanità è come il viaggiatore di Gerico, spogliato, ferito, mprente (S. Luc, IX, v. interp. di Beda ven.P. L., XCIÏ, 468, 469), con il libero arbitrio indebolito, incline al male, infirmatum, viribns attenuatum et inclinatum, secondo l’espressione del Concilio di Orange (can. XIII) e del Concilio di Trent (Sess. VI, cap. 1). San Paolo, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, Sant’Agostino, San Tommaso, si dicono, con irresistibile eloquenza che l’uomo non è in grado di osservare la legge naturale senza la grazia del Mediatore (S. PAUL, Rom., VII, 17-25; S. AUGUSTIN, Serm., 248, P. L., XXXVIII, 1160; S. AMBROS., In ps. XLlII, 71, P. L., XIV, 1123; cf. THOM., Ia IIæ, q. 109. a. 4 et a. 8). Se gli individui non possono, senza tale aiuto, mantenere l’onestà fondamentale del Decalogo, come potrà esservi fedele la società intera, se non rigenerata dalla virtù divina? Ora, tutta l’energia divina, tutte gli aiuti soprannaturali, tutta la grazia, sono elargizione dell’Incarnazione, essendo Cristo l’unica fonte necessaria a cui rivolgersi per avere la vita. E’ per le società, non meno che per gli individui, che San Pietro ha detto: « Non c’è salvezza se non in Lui, e non c’è altro Nome che promette la salvezza alla razza. decaduta ( Act. IV, 12). – Inoltre, la storia è lì per dimostrare che la civiltà avanza o indietreggia nella stessa misura dove la società accetta o rifiuta il beato regno di Gesù-Cristo, che tutto ciò che è squisito nelle nazioni moderne viene a loro dal Vangelo, che i popoli, ingrati come sono, si abbeverano alla luce di Cristo e della Chiesa. Il nuovo Adamo, che è Cristo, spiega Leone XIII, ha istituito la vera fraternità umana, fraternità di individui tra di loro e tra le nazioni (12Leone XIII, lettera ai Vescovi del Brasile, 5 maggio 1888, Acr. LEONIS PAPA XIII, t. VIII, P. 175). Le nazioni, aggiunge Pio XI, hanno bisogno della pace di Cristo nel regno di Cristo (Act, Apost. Sed. Dic. 1922) . « La terra tremerà alla sua base ed inquieta nelle sue viscere – esclamava Mons. Pie, Vescovo di Poitiers – non troverà il suoi assetto fino a quando uno scossone favorevole avrà riparato la perturbazione ed i disordini portati all’equilibrio politico del mondo cristiano dalla scomparsa del suo capo (op. cit. p. 184). » Ma, se è vero che Nostro Signore è la fonte dei veri beni per gli individui, le famiglie, le nazioni, è ugualmente manifesto anche che tutti gli uomini e tutte le società hanno l’obbligo di riconoscere i suoi benefici, che le autorità pubbliche non saprebbero senza iniquità sottrarre al loro regno sociale. – Tale è la sostanza di questa dottrina indiscutibile: Gesù Cristo è il Re delle nazioni e delle società: come Dio allo stesso titolo come il Padre; come uomo in virtù dell’unione ipostatica, perché fornisce loro i mezzi e i soccorsi senza il quale non possono raggiungere la loro prosperità ed il loro fine completo (Quest’ultimo può essere riassunto come segue: Le nazioni e le società devono riconoscere come loro sovrano Colui dal quale ricevono come da una fonte costante l’aiuto di cui hanno bisogno per raggiungere il loro fine. Ora Cristo stesso come l’uomo è il principio secondo il quale le nazioni e le società ricevono questi indispensabili soccorsi. Così tutto il Cristo ed anche come uomo deve essere riconosciuto come il sovrano delle nazioni e delle società. – L’enciclica afferma espressamente che si tratterebbe di un errore grossolano contestare a Gesù-Cristo uomo l’impero assoluto su tutte le cose civili: « Turpiter, ceteroquin, erret
qui a Christo homine rerum civilium quarumlibet imperium abjudicet. » Act. Apost. Sedis,
XVII. 600. 

CAPITOLO IV

NECESSITÀ DI PROCLAMARE SOLENNEMENTE QUESTA REGALITÀ NEL NOSTRO TEMPO.

Se mai ci fosse mai un momento per affermare e vendicare i diritti di Dio, è sovranamente necessario proclamarli ora, nella nostra epoca in cui il crimine è l’apostasia della società, come se questa potesse impunemente fare a meno di Dio. «Il crimine principale che il mondo sta espiando in questo momento – scriveva il cardinale Mercier nella sua Pastorale del 1918 – è l’apostasia ufficiale degli Stati. Non esito a proclamare che questa indifferenza religiosa, che mette sullo stesso piano la Religione divina e le religioni di umana invenzione così da avvilupparle tutte nel medesimo scetticismo, è una blasfemia che ancor più che i crimini degli individui e delle famiglie, richiama sulla società il castigo di Dio. » Il cardinale Pie aveva detto la stessa cosa: “Al presente Gesù Cristo è cacciato dalla società con la secolarizzazione assoluta delle leggi, dell’educazione, del regime, amministrative, delle relazioni internazionali e dell’intera economia sociale (Op. cit., p. 47- Vedi questa seconda parte: Apostasia delle nazioni moderne e sue conseguenze) ». – Per riparare questo crimine della lesa-divinità, dobbiamo esaltare Gesù Cristo come Re universale, degli individui, delle famiglie, delle società. Questo sarà la confutazione pratica del laicismo, che è una delle più grandi calamità del nostro tempo. Ci sono tre forme principali che bisogna combattere. Il laicismo sostiene innanzitutto che la religione sia una questione puramente privata, di cui le autorità pubbliche non debbano occuparsi, che la sua nozione lo escluda persino dai doveri della società. – Se viene proclamata la regalità universale di Cristo, se viene riconosciuto il suo regno sociale, l’errore immediatamente è colpito nella sua radice e ugualmente così trionfa la verità che esprimeva Leone XIII: « È evidente che la società è legata a Dio da numerosi doveri di primaria importanza, ai quali debba soddisfare rendendo a Dio un culto pubblico. La natura e la ragione, che prescrivono agli individui di onorare Dio perché sono nelle sue mani, vengono da Lui e devono tornare da Lui, dicono anche che la stessa legge obbliga la società civile (Leone XIII, Encyclic. Immortale Dei, Acta, vol. V, p. 123). » – In secondo luogo, il laicismo insegna che se si deve seguire una religione, si possa seguire, si possa scegliere quella che più piace, e che la società è assolutamente libera … di rimanere neutrale. – La solenne proclamazione del regno universale di Gesù Cristo colpisce questa nuova forma di errore e dice al mondo che l’unica vera religione è quella che il Figlio di Dio si è degnato di portarci. « Nel culto che dobbiamo alla divinità – continua Leone XIII – dobbiamo assolutamente seguire quello che Dio stesso ha determinato in modo manifesto. » Ora non è difficile capire quale sia la vera religione, se si considerano, con prudente e sincero giudizio, i numerosi ed eclatanti argomenti che lo stabiliscono: la verità delle profezie, l’abbondanza miracoli, la rapida diffusione della fede in mezzo a nemici ed ostacoli di ogni tipo, la testimonianza dei martiri. Queste ed altre prove simili dimostrano che esiste una sola vera religione, quella che Gesù Cristo ha istituito e della quale ha incaricato la sua Chiesa di diffondere e propagare (Ibid., p. 123, 124). » Infine, ciò che caratterizza il laicismo è l’odio e l’orrore che ha del soprannaturale. Il diavolo ha peccato fin dall’inizio (Cf. S. THOM., Ia, q. 63, a. 3), rifiutando il soprannaturale propriamente detto, e allo stesso modo il laicismo, che è lo spirito satanico, si fa un dogma ed una religione nel combattere il soprannaturale con ogni mezzo possibile e per escluderlo dall’umanità. Si può dire che tutta la lotta attuale non sia, in ultima analisi, che una lotta contro il soprannaturale. – Ora il soprannaturale si manifesta efficacemente nel Verbo incarnato per la nostra redenzione. Quindi, dal momento che Gesù Cristo viene riconosciuto Re universale, e si promulga così la necessità e la verità del soprannaturale, il laicismo è rifiutato mentre nel contempo si afferma la missione divina della Chiesa. « Il Figlio unico di Dio – dice Leone XIII nello stesso documento, istituì sulla terra una società, la Chiesa, alla quale affidò l’alta e divina missione di trasmettere fino alla fine dei secoli ciò che Egli stesso ha ricevuto dal Padre: come il Padre ha inviato me, così Io mando voi. » Colpendo il laicismo questa proclamazione affretterebbe il completamento del magnifico programma di Pio IX: « La pace del Cristo nel regno del Cristo ». La pace, secondo una famosa definizione di Sant’Agostino, è la tranquillità dell’ordine: tranquillitas ordinis (S.AUGUSTIN, De Civit. Det, lib. XV, c. XIII; P. L., XLI, 640.). E l’ordine chiede che, ovunque ci sia pluralità, disuguaglianza, diversità, ogni cosa sia al suo posto: Parium dispariumque rerum sua cuique loca tribuens dispositio. Così, al fine di garantire la pace, è necessario stabilire l’ordine, e per stabilire l’ordine bisogna mettere ogni cosa al proprio posto. – Nell’individuo, la pace richiede che il corpo sia sottomesso all’anima, gli appetiti inferiori alla ragione, e la ragione a Dio; nell’universo intero, la pace richiede che tutte le società, la famiglia, la patria, le nazioni, siano soggette a Cristo Re come Cristo è soggetto al Padre. Proclamare Gesù Re universale ed espandere il suo regno, significa preparare e garantire la pace, e allo stesso tempo il trionfo della Chiesa, “No –  esclama Bossuet, no, Gesù Cristo non regna se la sua Chiesa non è autorizzata; i pii monarchi lo hanno ben riconosciuto; e la loro autorità, oso dirlo, non è non è stata più cara che l’autorità della Chiesa (BOSSUET, Terzo sermone per la domenica delle Palme). ». Pio XI aveva perfettamente ragione a dire nella sua prima enciclica: « Non possiamo lavorare più efficacemente per la pace che restaurando il regno di Cristo (Act. Apost. Sed., XIV, 690). » Gli eventi attuali aggiungono a questo linguaggio una brillante e dolorosa conferma. Il movimento Bolscevico che, dopo aver devastato la Russia, si sta diffondendo in Oriente e minaccia di invadere il mondo musulmano, e a poco a poco anche l’Europa, dovrebbe farci comprendere chiaro che lo spirito del male regna dove il Cristo non regna più,  « Quando la religione non è più la mediatrice tra i re ed i popoli, il mondo è alternativamente vittima degli eccessi degli uni e degli altri. Il potere, libero da ogni freno morale, si erge in tirannia, fino a quando la tirannia – divenuta intollerabile – non porta al trionfo della ribellione. Poi dalla ribellione esce qualche nuova dittatura, ancor più odiosa” delle precedenti (Cardinal Pie, nell’opera citata, p. 68) ». Il mezzo dunque per scongiurare l’immenso pericolo dei nuovi tempi è quello di proclamare e stabilire il regno di Gesù-Cristo, così come quello della sua Chiesa, perfetta società spirituale, con i suoi dogmi immutabili, la sua morale intangibile, i suoi diritti imprescrittibili. – Un’altra utilità di questa proclamazione, sarà il temprare i caratteri. Ciì che troppo spesso è mancato ai Cristiani del nostro tempo è questa energia, questo valore, questa costanza alle quali sono riservate le grandi vittorie. Ma se essi avessero davanti ai loro occhi il Cristo Re, che li invita a lottare per la sua causa, si sentirebbero attratti da lui, applicando le parole dell’Apostolo: Lavorate come il buon soldato di Cristo Gesù (II Tim. III). – Per riassumere il tutto in poche parole: dichiarare autenticamente la regalità universale di Nostro Signore è quindi proclamare per gli individui, le famiglie, le nazioni, tutte le società, l’obbligo di sottomettere a Cristo tutte le intelligenze attraverso la fede nella sua dottrina, tutte le volontà, tutte le leggi e la vita intera, con la completa obbedienza ai suoi comandamenti ed un efficace riconoscimento della sua Chiesa.

LA FESTA DI CRISTO-RE (3)

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (7)

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO [7]

[A. Rodriguez: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane; vol. II, ed. VII ster. TORINO, Marietti ed. 1917]

TRATTATO VIII.

CAPO XVII.

Che non abbiamo da mettere la nostra confidenza ne’ medici né nelle medicine, ma in Dio, e che dobbiamo conformarci alla volontà sua non solo in ordine all’infermità, ma anche in ordine a tutte le altre cose che sogliono accadere in essa.

Quel che s’è detto dell’infermità si ha da intendere ancora delle altre cose che sogliono occorrere nel tempo di essa. S. Basilio dà una dottrina molto buona per quando siamo infermi (D. Basil, in reg. fusius disp. 55). Dice, che talmente abbiamo da valerci dei medici e delle medicine, che non mettiamo in ciò tutta la nostra fiducia; il che non avendo fatto il re Assa, per ciò la sacra Scrittura ne lo riprende: Nec in infirmitate sua quæsivit Dominum, sed magis in medicorum arte confìsus est (II. Paralip. XVI, 12). Non abbiamo d’attribuire a questo tutta la cagione del guarire, o non guarire dall’infermità; ma abbiamo da mettere tutta la nostra fiducia in Dio, il quale alcune volte vorrà darci la sanità col mezzo di queste medicine, ed altre volte no. E così quando ci mancherà il medico e la medicina, dice S. Basilio, che né anche abbiamo perciò da sconfidarci della sanità; perché, siccome leggiamo nel sacro Evangelio, che Cristo nostro Redentore alcune volte risanava colla sola volontà (nel qual modo risanò quel lebbroso che gli disse: Domine, si vis, potes me mundare (Matth. VIII, 8.): Signore, se tu vuoi, mi puoi mondare; ed Egli rispose: Volo: mundare (ibid. 3): Voglio: sii mondo, altre volte risanava applicando qualche cosa come quando fece il loto collo sputo, ed unse gli occhi del cieco, e gli comandò che andasse a lavarsi nella natatoria, o fontana di Siloe (Joan IX, 2), ed altre volte lasciava gli infermi nelle loro infermità, e non voleva che guarissero, ancorché spendessero tutte le facoltà loro in medici e medicine (Marc, V, 26); così anche adesso, alcune volte Dio dà la sanità senza medici e senza medicine, per mezzo della sola volontà sua; alcune altre le dà col mezzo delle medicine; e alcune altre, benché uno chiami e consulti con molti medici, e gli siano applicati grandi rimedi, Dio non gli vuol dare la sanità; acciocché con questo impariamo a non metter la nostra fiducia ne’ mezzi umani, ma solamente in Dio. Siccome il re Ezechia non attribuì la sua guarigione a quella massa di fichi che Isaia pose sopra la sua piaga (IV. Reg. XX, 7), ma a Dio, così tu quando guarirai dall’infermità, non hai da attribuirlo ai medici né alle medicine, ma a Dio, che è quegli che risana tutte le nostre infermità. Etenim neque herba, neque malagma sanavit eos: sed tuus. Domine, sermo, qui sanat omnia (Sap. XVI, 12): Che non sono le erbe né gl’impiastri quei che guariscono, ma Dio. E quando non guarirai, né anche ti hai da lamentare de’ medici né delle medicine; ma hai da attribuire ogni cosa a Dio, il quale non vuol darti la sanità, ma vuole che stia infermo. Similmente quando il medico non ha conosciuta l’infermità, ovvero ha fatto errore nel medicare (cosa che accade assai spesso anche a gran medici e in gran personaggi), hai da pigliar quell’errore per un effetto e adempimento della volontà di Dio, e così ancora la trascuraggine e negligenza e il mancamento dell’infermiere: onde non hai da dire, che per lo tal mancamento fatto teco ti sia tornata la febbre; ma ogni cosa hai da pigliare come venuta dalla mano di Dio, e dire: È piaciuto al Signore che mi sia cresciuta la febbre e che mi sia venuto il tale accidente. Perciocché è cosa certa, che quantunque relativamente a quei che ti governano questo sia stato errore; nondimeno relativamente a Dio è stato effetto e adempimento della sua volontà, atteso che rispetto a Dio non succede cosa alcuna a caso. Pensi tu, che il passare delle rondinelle e l’acciecare col loro sterco il santo Tobia fosse a caso? non fu a caso, ma una molto particolare disposizione e volontà di Dio per darci in questo santo uomo un raro esempio di pazienza, come nel santo Giob: e così lo dice la divina Scrittura: hanc autem tentationem permisit Dominus evenire illi, ut posteris daretur exemplum patientiæ ejus, sicul et sancti Job (Tob. I, 12.). E l’Angelo gli disse poi: Quia acceptus eras Deo, necesse fuit, ut tentatio probaret te (Ibid. XII, 13): Per provarti, Dio ti ha permesso questa tribolazione. – Nelle Vite dei Padri si racconta dell’abbate Stefano (De abb. Steph. refert etiam D. Dor. doctr. 7), che essendo infermo volle il compagno fargli una frittatella, e pensandosi di farla con olio buono, la fece con olio di seme di lino, che è molto amaro, egliela diede. Stefano, tosto che l’ebbe sentita, ne mangiò un poco, e tacque. Un’altra volta gliene fece un’altra nel medesimo modo, e gustandola e non volendola mangiare, il compagno gli disse: Mangia, Padre, che è molto buona: e fattosi ad assaggiarla egli stesso per indurlo a mangiare, sentita l’amarezza, cominciò ad affannarsi e a dire: Io sono omicida. Allora gli disse Stefano: Non ti turbare, figliuolo, che se Dio avesse voluto, che tu non errassi in pigliar un olio per un altro, non l’avresti fatto. E di molti altri Santi leggiamo, che pigliavano con grande conformità e pazienza i rimedi che si facevano loro, ancorché fossero contrari a quello che ricercava la loro infermità. Ora in questa maniera abbiamo noi altri da pigliar gli errori, le trascuraggini e le negligenze sì del medico, come dell’infermiere, senza lamentarci dell’uno né incolpar l’altro. Questa è una cosa nella quale si scopre e si dimostra grandemente la virtù di un uomo: onde edifica grandemente un Religioso infermo il quale piglia con tranquillità d’animo e con allegrezza ogni cosa come venuta dalla mano di Dio, e si lascia guidare e governare dai Superiori e dagli infermieri, dimenticandosi, e deponendo totalmente ogni cura e sollecitudine di se stesso. Dice S. Basilio: Se hai confidata l’anima tua al Superiore, perché, non gli confidi ancora il tuo corpo? Se hai posta nelle mani di lui la salute eterna, perché non v’hai da mettere ancora la temporale (D. Basil, in reg. fusius disp. reg. 48)? E poiché la Regola ci dà licenza di deporre allora ogni pensiero del nostro corpo, e ce lo comanda (3 p. Const. c. 2, litt. G); dovremmo stimar grandemente questa cosa e valerci di così giovevole licenza. Al contrario dà molto mala edificazione il Religioso infermo, quando ha gran cura di sé, e di quel che gli hanno da dare, e come glielo hanno da dare, e se lo servono a puntino; e quando no, sa molto ben lamentarsi, e ancora mormorare. Dice molto bene Cassiano: L’infermità del corpo non è impedimento alla purità del cuore, anzi le serve d’aiuto, se si sa pigliare come dee essere pigliata. Ma guardati, dice (Cass. lib. 5, de inst. renun. c.7), che l’infermità del corpo non passi all’anima: che se uno s’inferma in questa maniera, e piglia occasione dall’infermità di far la volontà sua, e di non essere ubbidiente e rassegnato; allora l’infermità passerà all’anima, e farà che l’infermità spirituale dia più da pensare al Superiore, che la corporale. Non per esser uno infermo che lasciar di mostrarsi Religioso, né  pensare, che non vi sia più Regola per esso, e che può mettere ogni sollecitudine per pensare alla sua sanità e al buon governo del suo corpo, e dimenticarsi di quel che concerne il suo profitto. – L’infermo, dice il nostro S. Padre, dimostrando la sua umiltà e pazienza, non meno procuri di dare edificazione nel tempo dell’infermità a coloro che lo visiteranno, e seco converseranno e tratteranno, che quando era sano, per maggior gloria di Dio (Reg. 50 Summa). S. Gio. Crisostomo sopra quelle parole del Profeta, Domine, ut scuto bonæ voluntatis tuæ coronasti nos, trattando, come finché dura questa nostra vita, sempre v’è battaglia: Sempre, dice, abbiamo d’andar armati per essa; et ægroti, et sani: morbi enim tempore hujus maximæ pugnæ tempus est; quando dolores undique conturbant animam; quando tristitiæ obsident; quando adest diabolus incitans, ut acerbum aliquod verbum dicamus (D. Chrys. in Psal. V, 13): Il tempo dell’infermità è tempo molto proprio da star bene armati e ben preparati per combattere, quando da una banda i dolori ci turbano, la tristezza ci assedia, e il demonio, presa da ciò l’occasione, c’incita e stimola a parlare con impazienza e a lamentarci soverchiamente: e così allora è tempo di esercitare e mostrar la virtù. Per fin Seneca disse colà (Sen. ep. 78), che l’uomo forte ha occasione di esercitare la sua fortezza non meno nel letto mentre patisce infermità, che nella guerra combattendo contro i nemici; perché la principal parte della fortezza consiste più nel soffrire che nell’assalire: e così il Savio disse, che è migliore l’uomo paziente che il forte: Melior est patiens viro forti, et qui dominatur animo suo, expugnatore urbium (Prov. XVI, 32).

CAPO XVIII.

Si conferma quel che s’è detto con alcuni esempì.

Si legge della santa vergine Gertrude, che una volta le apparve Cristo nostro Redentore, il quale nella mano destra portava la sanità e nella sinistra l’infermità, e le disse, che s’eleggesse quel che voleva: al che ella rispose: Signore, quel che io desidero di tutto cuore, è, che voi non guardiate alla volontà mia, ma che facciate in me quello che sia per risultare a maggior gloria e gusto vostro ((3) Blos. c. 11 monil. spir.). Si racconta di un uomo devoto di san Tommaso Cantuariense (Marulus lib. 5, c. 4, et Jacob de Varagine), che essendo infermo andò al sepolcro del Santo a chiedergli, che pregasse Dio per la sua sanità; e la conseguì. Ritornando poi sano alla sua patria, si pose a pensar fra se stesso, che se l’infermità gli era conveniente per salvarsi, a che effetto desiderava la sanità? E gli fece tanta forza questa ragione, che ritornato al sepolcro, pregò il Santo, che chiedesse per lui a Dio quello che gli era più spediente per salvarsi; e così Dio gli rimandò l’infermità; ed esso se ne stette molto consolato con essa, conoscendo che quello era ciò che più gli conveniva. Il Surio nella vita di S. Bedasto Vescovo mette un altro esempio simile d’un uomo cieco, il quale nel giorno della transazione del Corpo di questo santo Vescovo desiderò grandemente vedere le sue sante Reliquie, e conseguentemente d’avere la vista per tal effetto. La conseguì dal Signore, e vide quello che egli desiderava; e ritrovandosi colla vista, tornò a far orazione, che se quella vista non gli era conveniente pel bene dell’anima sua, gli fosse restituita la cecità: e fatta questa orazione, ritornò cieco come prima. Narra S. Girolamo (D. Hieron. ep. ad Castr. cæcum), che essendo santo Antonio abbate chiamato da S. Atanasio vescovo alla città d’Alessandria, per aiutarlo a confutare e ad estirpar le eresie che ivi regnavano, Didimo, il quale era un uomo eruditissimo, ma cieco degli occhi corporali, trattò con sant’Antonio molte cose delle sacre Scritture, di maniera tale che il Santo restava ammirato dell’ingegno e della sapienza sua. E dopo aver trattato seco di queste cose, gli domandò, se si attristava per esser cieco; ma egli taceva, non bastandogli l’animo di rispondere per vergogna: finalmente domandato la seconda e la terza volta, confessò ingenuamente, che ne sentiva tristezza: allora il Santo gli disse: Mi meraviglio, che un uomo tanto prudente e saggio quanto tu sei, s’attristi e si dolga di non aver quello che hanno le mosche, le formiche e i vermicciuoli della terra; e non si rallegri d’avere quello che solo i Santi e gli Apostoli meritarono d’avere. Dal che si vede, dice S. Girolamo, che è molto meglio aver gli occhi spirituali che corporali. – Nell’Istoria dell’Ordine di S. Domenico racconta il P. F. Ferdinando del Castiglio (Chron. Ord. Praìd. 1 p. 1. 1, c. 49), che stando S. Domenico in Roma, visitava una donna inferma, afflitta, e gran serva di Dio, la quale s’era ritirata in una torre alla porta di S. Giovanni Laterano, e soleva il benedetto Padre confessarla molte volte e amministrarle il santissimo Sacramento. Questa donna si chiamava Bona, ed era la vita sua tanto conforme al nome, che come buona Dio l’ammaestrava in aver allegrezza ne’ travagli e quiete nella morte. Pativa un’infermità gravissima nelle mammelle che erano già incancherite e piene di vermi; di maniera tale che per qualsivoglia altra persona sarebbe stato tormento intollerabile, eccetto per essa che lo sopportava con pazienza mirabile e con rendimento di grazie. Per vederla S. Domenico tanto inferma e tanto approfittata nella virtù, l’amava grandemente: e un giorno dopo averla confessata e comunicata, così inspirato dal Signore, volle vedere quella sì stomacosa e terribil piaga; il che ottenne da lei, sebbene con qualche difficoltà. Quando Bona si scoprì e il Santo vide la marcia, il canchero e i vermi che bollivano, e la sua pazienza ed allegrezza, ebbe compassione di lei; ma più desiderio delle sue piaghe che de’ tesori della terra; e la pregò istantemente, che gli desse uno di quei vermi come per reliquia: non volle però la Serva di Dio darglielo, se prima non le prometteva di restituirglielo; perché  già era arrivata a gustar tanto di vedersi mangiar viva, che se alcuno di quei vermi le cadeva in terra, lo rimetteva nel suo luogo; e così su la sua parola glie ne diede uno che era ben grandicello e con un capo nero. Appena il Santo l’ebbe nelle mani, che si convertì in una bellissima perla, e. i Frati ammirati dicevano al lor Padre, che non gliela restituisse; l’inferma all’incontro domandando il suo verme diceva, che le restituissero la sua perla: e subito che le fu data, tornò alla prima forma di verme, e la donna lo ripose nelle mammelle ove s’era generato e si nutriva: e S. Domenico fatta orazione per essa, e datale la sua benedizione col segno della Croce, la lasciò, e si partì: ma calando giù per la scala della torre, caddero alla donna le mammelle incancherite coi vermi, e a poco a poco andò crescendo la carne, e fra pochi giorni fu sana affatto; raccontando a tutti le cose meravigliose che Dio operava per mezzo del suo Servo. – Nella medesima Istoria si narra (Chron. Ora. Præd. 1 p. lib. 1, c. 83), che trattando fra Reginaldo con S. Domenico di pigliare l’abito della sua Religione, ed essendo già deliberato di farlo, cadde infermo d’una febbre continua a giudicio dei medici mortale. Il Padre S. Domenico prese molto a cuore la sua sanità, e faceva per esso continua orazione a Dio Signor nostro, e così l’infermo, come lui, chiamavano la Madonna santissima in suo aiuto con molta divozione e sentimento. Stando ambedue occupati in questa domanda, entrò nella stanza di Reginaldo la sacratissima Regina del cielo con una chiarezza e splendore in estremo grado meraviglioso e celeste, accompagnata da due altre beate Vergini, che parevano santa Cecilia e santa Caterina martire, le quali s’accostarono insieme colla sovrana Signora al letto dell’infermo; il quale ella come Regina e Madre di pietà consolò, dicendogli: Che cosa vuoi che io faccia per te? ecco che io vengo a veder quel che domandi: dimmelo, e ti sarà dato. Restò sorpreso e confuso Reginaldo per così rara e celeste visione, e dubbioso di quello che gli convenisse fare, o dire; ma una di quelle Sante ch’erano in compagnia della Madonna, lo cavò presto presto da quella perplessità, dicendogli: Fratello, non chiedere cosa alcuna: mettiti totalmente nelle sue mani, che molto meglio saprà Ella dare che tu domandare. L’infermo s’appigliò a questo consiglio, come tanto prudente e accorto ch’egli era, e così rispose alla Vergine: Signora, io non domando cosa alcuna: non ho altra volontà che la tua; in essa e nelle tue mani mi metto. Le stese allora la sacra Vergine, e prendendo dell’olio che a questo effetto portavano quelle due Sante che le servivano di corteggio, unse Reginaldo nel modo che si suol dare l’Estrema Unzione, e fu di tanto grande efficacia il tatto di quelle sacre mani, che subito restò libero dalla febbre e sano, e così ristorato di forze corporali come se non fosse mai stato infermo. E quel che è più, insieme con quella sublime grazia gliene fu fatta un’altra maggiore nella virtù dell’anima, che da quell’ora innanzi non sentì mai più movimento sensuale né disonesto nella sua persona per tutta la vita sua in nessun tempo, luogo, né occasione. – Nell’Istoria Ecclesiastica si narra (Hist Eccl. p. 2, lib. 6, cap. 2), che fra le persone che fiorivano in quel tempo era molto illustre un tal Beniamino, il quale aveva dono da Dio di risanare gl’infermi senz’altra medicina che col solo tatto delle sue mani, ovvero ungendoli con un poco d’olio e facendo orazione sopra di essi. E con questa grazia di risanare altri, ebbe egli stesso una grave infermità d’idropisia per la quale si gonfiò tanto, che non poteva uscire dalla sua cella se non isgangheravan la porta; e così se ne stette dentro di essa per lo spazio di otto mesi, finché morì, sedendo in una sedia molto larga, ed ivi guarì molte infermità, senza lamentarsi né attristarsi di non poter rimediare alla sua propria; e a quei che gli avevano compassione recava conforto e diceva: Pregate Dio per l’anima mia, e non vi curate del corpo; che anche quando era sano non mi serviva per cosa alcuna. Nel Prato Spirituale (Prato spir. c. 10) si racconta d’un Monaco chiamato Bernabeo, al quale essendo accaduto, che per istrada se gli ficcò in un piede uno stecco, o scheggia di legno, non volle per alcuni giorni cavarsela, né esser medicato della ferita, per aver occasione di patire qualche dolore per amor di Dio. E si dice, che soleva dire a quei che lo visitavano, che quanto più patisce e si mortifica l’uomo esteriore, tanto più l’interiore si vivifica e fortifica. – Nella Vita di S. Pacomio il Surio racconta d’un Monaco chiamato Zaccheo, che con tutto che stesse infermo d’epilepsia, o malcaduco, non rimetteva punto del rigore della sua solita astinenza, ch’era in pane solo con sale; né meno cessava di far le orazioni che costumavano di fare gli altri Monaci sani, andando a Mattutino e alle altre Ore; il resto del tempo nel quale cessava dall’ orazione, si occupava in fare stuoie, sporte e corde; e per la ruvidezza di quell’erba, della quale le tesseva, aveva le mani tanto guaste e crepate, che sempre gli scorreva il sangue dalle crepature di esse; il che faceva per non istare ozioso; e la notte prima di dormire era solito di meditare qualche cosa della sacra Scrittura, e poi farsi il segno della Croce sopra tutto il corpo: fatto questo si riposava fin all’ora del Mattutino, al quale, come si è detto, si levava, durando in esso e in orazione fino a giorno. Cosi teneva distribuito il tempo questo santo infermo, e questi erano i suoi ordinari esercizi. Accadde una volta, che andò da lui un Monaco, il quale veggendogli le mani tanto guaste, gli disse, che se le ungesse con olio, che non avrebbe sentito tanto dolore delle crepature di esse. Lo fece Zaccheo, e non solo non se gli mitigò il dolore, ma se gli accrebbe molto più. Essendo poi andato a vederlo S. Pacomio, e raccontandogli egli quello che aveva fatto, il Santo gli disse: Pensi tu forse, o figliuolo, che Dio non veda tutte le nostre infermità, e che se gli piace, non le possa risanare? e quando non fa questo, ma permette che patiamo dolori sino a che piace a Lui, per qual fine credi tu che lo faccia? se non acciocché lasciamo a Lui tutta la cura di noi altri e in esso solo mettiamo ogni nostra fiducia? lo fa anche per bene e utilità delle anime nostre, acciocché possa dipoi accrescerci la mercede e il premio eterno per questi brevi travagli ch’Egli ci manda. Con questo si compunse grandemente Zaccheo, e gli disse: Perdonami, Padre, e prega Dio che mi perdoni anch’esso questo peccato di poca confidenza e conformità alla volontà sua e questo desiderio di guarire. E partitosi Pacomio, digiunò per penitenza di colpa così leggiera tutt’un anno, con tanto rigido digiuno, che non mangiava se non di due in due giorni, ed anche allora molto poco e piangendo. Soleva poi il gran Pacomio raccontare questo cosi notabile esempio a’ suoi Monaci, per esortarli alla perseveranza nel travaglio, alla fiducia in Dio, e a far conto de’ piccoli mancamenti.

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (8)