DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (10)

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO [10]

[A. Rodriguez: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane; vol. II, ed. VII ster. TORINO, Marietti ed. 1917]

TRATTATO VIII.

CAPO XXIII.

D’un mezzo che ci aiuterà grandemente a sopportar bene e con molta conformità alla volontà di Dio i travagli che il Signore ci manda sì particolari, come universali, che è l’avere una vera cognizione e dolore de’ nostri peccati.

È comune dottrina de’ Santi, che Dio S. N. suol mandare questi travagli e gastighi generali ordinariamente per i peccati commessi, come consta dalla sacra Scrittura che di ciò è piena: Induxisti omnia hæc propter peccata nostra; peccavimus enim, et inique egìmus… Et præcepta tua non audivimus… Omnia ergo, quos induxisti super nos, et universa, quee fecisti nobis, in vero judicio fecisti (Dan. III, 28 et seq.). E così veggiamo che Dio castigava il popol suo e lo dava in potere de’ suoi nemici quando l’offendeva; e lo liberava quando pentito de’ suoi peccati faceva penitenza e si convertiva a lui. E per questo Alchiore, capitano e principe de’ figliuoli di Amon, avendo dichiarato ad Oloferne, come Dio teneva sotto della sua protezione il popolo d’Israele, e che lo castigava quando si scostava dalla sua ubbidienza; dopo di ciò gli soggiunse, che prima però di assalirlo procurasse di sapere, se per allora si trovava in istato di aver offeso il suo Dio; perché essendo così, poteva esser certo della vittoria: quando no, che lasciasse quell’impresa, perché non gli sarebbe riuscita, né da essa avrebbe riportato altro che vituperio e confusione: perché Iddio avrebbe combattuto pel suo popolo, contra il quale nessuno avrebbe potuto prevalere (Judith v, 5). E notano particolarmente questa cosa i Santi sopra quelle parole che Cristo nostro Redentore disse a quell’infermo di trentotto anni che stava a canto alla probatìca Piscina, dopo d’averlo risanato: Ecce sanus factus es: jam noli peccare, ne deterius tibi aliquid contingat (Jo. v, 14): Guardati dal più peccare per l’avvenire; acciocché non t’avvenga qualche cosa di peggio. Secondo questo dunque uno de’ mezzi che ne’ travagli e nelle calamità sì generali come particolari ci aiuterà grandemente a conformarci alla volontà di Dio e a sopportarli con molta pazienza, sarà l’entrar subito dentro di noi stessi, e il considerare i nostri peccati, e quanto abbiamo meritato quel castigo: perché in questo modo qualsivoglia cosa avversa che accada sarà da noi sopportata bene, e la giudicheremo per minore di quello che dovrebbe essere in riguardo alle nostre colpe. S. Bernardo e S. Gregorio trattano molto bene questo punto. S. Bernardo dice: Culpa vero ipsa, si intus sentitur perfecte, utique exterior pæna parum, aut nihil sentitur: Se la colpa interiormente si sente come dev’esser sentita, poco o niente sentirassi la pena esteriore: Sicut sanctus David non sentit injuriam servi conviciantis, memor fìlii persequentis (D. Bern. serm, de altit. et bassit. cordis): Siccome il santo re David non sentiva le maledicenze di Semei, veggendo la guerra che gli faceva il proprio figliuolo: Ecce fllius meus, qui egressus est de utero meo, quærit animam meam; quanto magis nunc filius Jemini (1(1) II. Reg. XVI, 11)? Mi sta perseguitando, diceva, il mio proprio figliuolo; che gran cosa è, che faccia questo uno straniero? S. Gregorio sopra quelle parole di Giob, Et intelligens, quod multo minora exigaris ab eo, quam meretur iniquitas tua (Greg. lib. 10 mor. o. 8 in Job XI, 6), dichiara questo con una buona similitudine: Siccome quando l’infermo sente la postema malignatasi e la carne infracidita, si mette di buona voglia nelle mani del chirurgo, acciocché apra e tagli ove e come gli pare; e quanto più malignata e infracidita è la piaga, di tanto miglior voglia comporta il ferro e il bottone di fuoco; così quando uno sente da vero la piaga e l’infermità che il peccato ha cagionata nella sua anima, riceve di buona voglia il cauterio del travaglio e della mortificazione e umiliazione con che Dio vuol medicar quella piaga e cavarne la marcia. Dolor quippe flagelli temperatur, cum culpa cognoscitur: Si mitiga, dice S. Gregorio, il dolor del flagello quando si conosce la colpa. E se tu non pigli di buona voglia la mortificazione e il travaglio che ti si porge, è perché non conosci l’infermità delle tue colpe; non senti il marciume che è dentro, e così non puoi tollerar il fuoco e il rasoio. Gli uomini santi e i veri servi di Dio non solamente accettavano queste cose di buona voglia, ma le desideravano e le domandavano ben da vero a Dio. E così il santo Giob diceva: Quis det, ut veniat petilio mea… Et qui cæpit, ipse me conterat: solvat manum suam, et succidat me? Et hæc mihi sit consolatio, ut affligens me dolore, non parcat (Job VI, 8,9, 10). E il profeta David: Proba me, Domine, et tenta me: — Quoniam ego in flagella paratus sum: — Bonum mihi, quia umiliasti me (Psal. XXV, 2; Ibid. XXXVII, 18; Ibid. CXVIII, 71). Talmente desiderano i servi di Dio, che la Maestà Sua li castighi e umilii in questa vita, dice il citato Santo (D. Greg. lib. 7 mor. c. 7, 8.), che più tosto s’attristano, quando da un canto considerano le loro colpe e dall’altro veggono che Dio non gli ha castigati per esse: perché sospettano e temono, che ciò sia per voler differir loro il castigo nell’altra vita ove sarà tanto più rigoroso. E questo è quello che soggiunge Giob: Et hæc mihi sit consolatio, ut affligens me dolore, non parcat (Job VI, 10.): come se avesse detto: Dappoiché ad alcuni Dio perdona in questa vita, per gastigarli poi eternamente nell’altra; non perdoni Dio a me in questa maniera nella presente vita, acciocché mi perdoni dipoi in eterno: castighimi qui Dio, come pietoso padre, acciocché non mi castighi poi eternamente come giudice rigoroso; che non mi lamenterò né mormorerò de’ suoi flagelli: Nec contradicum sermonibus Sancti (Jo. VI, 19): che anzi questa sarà la mia consolazione. Questo ancora è quello che diceva S. Agostino: Hic ure, hic seca, Me nihil mihi parcas; ut in æternum parcas: Signore, abbruciate e tagliate di qua, e non mi perdonate cosa alcuna in questa vita; acciocché poi mi abbiate a perdonare per sempre nell’altra. E grande ignoranza e cecità nostra il sentir tanto amaramente i travagli corporali e tanto poco gli spirituali. Non debbono essere sentiti tanto i travagli quanto i peccati. Se conoscessimo e ponderassimo bene la gravezza delle nostre colpe, ogni castigo ci parrebbe piccolo: e diremmo quello che diceva Giob : Peccavi, et vere deliqui, et, ut eram dignus, non recepì (Job XXXIII, 27); parole che avremmo da portar sempre scritte nel cuore e da spesso averle su la lingua. Ho peccato, Signore, e veramente ho delinquito ed ho offesa la Divina Maestà Vostra, e non m’avete castigato come io meritava. Tutto ciò che possiamo patire in questa vita è un niente in comparazione di quello che merita un solo peccato: Intelligeres, quod multo minora exigaris ab eo, quam meretur iniquitas tua (Job XI, 6). Chi considererà, che ha offesa la Maestà di Dio, e che perciò ha meritato di star nell’inferno eternamente, che affronti, che ingiurie, che dispregi non riceverà di buona voglia, in ricompensa e soddisfazione di tante e tali offese? Si forte respiciat Dominus afflictionem meam, et reddat mihi Dominus bonum prò malediction hac hodierna, diceva David quando Semei lo ingiuriava con tante maldicenze (II. Reg. XVI, 12). Lasciatelo stare, dicami pur quanto male mi può dire, mi vituperi, e mi carichi d’ingiurie e d’improperi quanto sa e può; che forse con questo il Signore si terrà per contento, pagato e soddisfatto per i miei peccati, ed avrà misericordia di me; il che sarà grande felicità mia. In questa maniera abbiamo noi altri da abbracciare i disonori e i travagli che ci verranno. Vengano pur alla buon’ ora, che forse il Signore si degnerà di ricever questo per compenso e soddisfazione de’ nostri peccati: e questa sarebbe gran felicità nostra. Se quel che spendiamo in lamentarci e in sentir con dispiacere i travagli, lo spendessimo in rivoltarci a questo modo contro di noi stessi, faremmo cosa più grata a Dio e rimedieremmo meglio a’ casi nostri. Si valevano tanto i Santi di questo mezzo in simili occasioni, e vi si esercitavano talmente, che leggiamo di alcuni di essi, come di S. Caterina da Siena e di altri, che i travagli e flagelli che Dio mandava alla Chiesa gli attribuivano essi ai peccati e difetti lor propri; e dicevano: Io son la cagione di queste guerre; i miei peccati sono la cagione di questa peste e di questi travagli che Dio manda; parendo loro, che i lor peccati meritassero quello, e più. In confermazione di ciò s’aggiunge, che molte volte per lo peccato d’un solo castiga Dio tutto il popolo: siccome per lo peccato di David mandò Dio la peste in tutto il popolo d’Israele; e dice la Scrittura, che ne morirono settanta mila uomini in tre giorni (II. Reg. XXIV, 15). Ma mi dirai: David era Re, e per i peccati del capo Dio castiga il popolo. Per lo peccato d’Acan, ch’era uomo privato, il quale aveva rubate in Jerico certe coserelle, Dio castigò tutto il popolo in questo modo, che tre mila soldati de’ più valorosi dell’esercito voltaron le spalle al nemico, essendo per quel peccato costretti a fuggire (Jos. VII, 6.). Non solamente per lo peccato del capo, ma anche per lo peccato d’un particolare suole Iddio gastigar altri. E in questa maniera dichiarano i Santi quello che tante volte replica la sacra Scrittura, che Dio Castiga i peccati de’ padri ne’ figliuoli sino alla terza e quarta generazione (2 (Exod. XX, 5, et c. XXXIV, 7; Num. XIV, 18). La colpa del padre sì, che dice, che non sarà trasferita nel figliuolo, né quella del figliuolo nel padre: Anima, quæ peccaverit, ipsa morietur: Filius non portabìt iniquitatem patris, et pater non portabit iniquitatem filli (Ezech, XVIII, 20): ma quanto alla pena, è solito Dio castigar alle volte uno per i peccati d’un altro: e così forse per i miei peccati a per i tuoi Castigherà Dio tutta la Casa e tutta la Religione. Abbiamo dunque sempre avanti gli occhi da una banda questa considerazione, e dall’altra il beneplacito di Dio; e così ci conformeremo facilmente alla volontà sua ne’ travagli che ci manderà, e diremo col sacerdote Eli: Dominus est; quod bonum est in oculis suis, faciat (I . Reg. III, 18); e con quei santi Maccabei: Sicut fuerit voluntas in cœlo, sic fiat (I . Mach, III, 60). Egli è il Signore, il padrone e il governatore di ogni cosa: come piacerà a lui, e come egli l’ordinerà, così si faccia: e col profeta David: Obmutui, et non aperui os meum, quoniam tu fecisti (Psal. XXXVIII, 10.): Non mi son lamentato, Signore, de’ travagli che m’hai mandato; anzi, come s’io fossi stato muto, ho taciuto, e gli ho sopportati con molta pazienza e con molta conformità alla volontà tua, perché so che tu li mandi. Questa ha da essere sempre la nostra consolazione in tutte le cose, Dio lo vuole, Dio lo comanda, Dio è quegli che lo manda; venga in buon’ora. Non vi bisogna altra ragione per sopportare di buona voglia tutte le cose. Sopra quelle parole del Salmo 28: Et ditecius, quemadmodum fllius unicornium (Psal. XXVIII), notano i Santi, che Dio si va paragonando all’alicorno, perché quest’animale ha il corno più giù degli occhi, di maniera che vede molto bene ove percuote, a differenza del toro che gli ha sopra gli occhi e non vede ove dà. E di più l’alicorno col medesimo corno col quale percuote guarisce; così fa Dio, con quella istessa cosa colla quale percuote risana. E piace tanto a Dio questa conformità ed umile sommessione al Castigo, che alle volte ella è mezzo per lo quale il Signore si plachi e lasci di castigarci. Nelle Istorie Ecclesiastiche si racconta di Attila, re degli Unni, il quale rovinò tante provincie e si chiamò Metus orbis, et flagellum Dei, spavento del mondo, e flagello di Dio; si racconta, dico, di lui, che avvicinandosi alla città di Troia di Sciampagna in Francia, S. Lupo vescovo di essa gli uscì incontro vestito pontificalmente, con tutto il suo Clero, e gli disse: Chi sei tu, che turbi la terra, e la distruggi? rispose egli: Io sono il flagello di Dio. Allora il santo Vescovo gli fece aprir le porte, e disse: Sia molto bene venuto il flagello di Dio. Entrati poi i soldati nella città, il Signore li accecò talmente, che passarono per essa senza far danno alcuno: perché sebbene Attila era flagello di Dio, non volle però Dio che fosse flagello per quelli che lo ricevevano come flagello suo con tanta sommessione (Naucl. 2 vol.).

CAPO XXIV.

Della conformità alla volontà di Dio che dobbiamo avere nelle aridità e nelle tristezze dell’orazione; e che cosa intendiamo qui sotto nome di aridità e di tristezza.

Non solo abbiamo da conformarci alla volontà di Dio nelle cose esteriori, naturali ed umane; ma ancora in quel che a molti pare che sia santità il sommamente desiderarle, cioè nei beni spirituali e soprannaturali, come nelle consolazioni divine, nelle virtù istesse, nell’istesso dono d’orazione, nella pace, nella quiete e tranquillità interiore dell’anima nostra, e nelle altre prerogative spirituali. Ma mi domanderà alcuno: Può forse cadere in queste cose propria volontà e amore disordinato di se stesso, sicché sia necessario il moderarlo ancora in queste cose? Dico di sì. E qui si vedrà quanta sia la malizia dell’amor proprio; poiché in cose tanto buone non teme d’introdurvi la sua malvagità. Sono buone le consolazioni e i gusti spirituali, perché con essi facilmente l’anima ributta e ha in odio tutti i piaceri e gusti  delle cose terrene, che sono l’esca e il nutrimento de’ vizi, e con essi pure si anima e si rinvigorisce per camminare a gran passi nella via del divino servigio, secondo quello che dice il Profeta: Viam mandatorum tuorum cucurri, cum dilatasti cor meum (Psal. CXVIII, 32): Io correva e camminava molto speditamente per la via de’ vostri comandamenti, o Signore, quando voi slargavate il mio cuore. Coll’allegrezza e consolazione spirituale si distende e si slarga il cuore siccome colla tristezza si rinserra e si strigne. Ora il profeta David dice, che quando Dio gli mandava delle consolazioni spirituali queste gli servivano come d’ale che lo facevano correre e volare per la via della virtù e dei comandamenti suoi. Aiutano anche assai l’uomo queste spirituali consolazioni a sprezzare la propria volontà, a vincere i propri appetiti, a mortificare la propria carne e a portare con forze maggiori la croce e i travagli che gli avvengano. E così suol Iddio comunicare consolazioni e gusti a quegli a’ quali ha da mandare travagli e tribolazioni, acciocché con essi si preparino e dispongano a sopportarli bene e con frutto. Siccome veggiamo, cheCristo nostro Redentore volle prima consolare i suoi discepoli nel monte Tabor con la sua gloriosa Trasfigurazione, acciocché di poi non si turbassero veggendolo patire e morire su una croce: e così ancora veggiamo, che ai principianti suol Iddio molto ordinariamente comunicare queste consolazioni spirituali per indurli con efficacia a lasciare i gusti della terra per quei del cielo, e dopo averli legati col suo amore, veduto, che hanno gittate salde radici nella virtù, li suole provare con certe aridità, acciocché quindi facciano maggior acquisto delle più sode virtù dell’umiltà e della pazienza, e meritino maggior aumento di grazia e di gloria, servendo Dio puramente senza consolazioni. Questa è la cagione per la quale alcuni nel principio, quando entrarono nella Religione, e anche forse fuori, quando stavano co’ desideri d’entrarvi, sentivano più consolazioni e gusti spirituali che dipoi. Ciò era, perché Dio li trattava allora proporzionatamente all’età loro, nutrendoli da bambini con latte, per staccarli e slattarli dal mondo, e far che l’odiassero e abbonassero le cose di esso: ma perché posson di poi mangiar pane con crosta, Dio dà loro cibo da grandi. Per questi e altri simili fini suole il Signore dar loro consolazioni e gusti spirituali: e cosi i Santi comunemente ci consigliano di prepararci nel tempo della consolazione per quello della tribolazione: siccome nel tempo della pace si sogliono fare le preparazioni e provvisioni per la guerra; perché le consolazioni sogliono essere le vigilie delle tentazioni e delle tribolazioni. Di maniera che i gusti spirituali sono molto buoni e di gran giovamento; se ce ne sappiamo servir bene; e perciò quando il Signore ce li dà, si hanno da ricevere con rendimento di grazie. Ma se la persona si fermasse in queste consolazioni, e le desiderasse solamente per contentezza sua, e per lo gusto e diletto che l’anima sente in esse, questo sarebbe vizio e amor proprio disordinato. Siccome quando nelle cose necessarie per la vita, come sono il mangiare, il bere, il dormire ele altre, se l’uomo avesse per fine di queste azioni il diletto, sarebbe colpa; così quando nell’orazione uno avesse per fine questi gusti e consolazioni sarebbe vizio di gola spirituale. Non si hanno da desiderare né da ricevere queste cose per contentezza e gusto nostro; ma come mezzo che ci aiuta per i fini che abbiamo detti. Siccome l’infermo che abborrisce il cibo del quale ha necessità, si rallegra di trovar in esso qualche sapore, non per lo sapore, che niente lo cura, ma perché gli eccita l’appetito per poter mangiare e quindi conservare la vita; così il servo di Dio non ha da volere la consolazione spirituale per fermarsi in essa, ma perché con questo celeste conforto l’anima sua viene rinvigorita è animata a faticare nella via della virtù e ad avere stabilità in essa. In questo modo non si desiderano i diletti per i diletti, ma per la maggior gloria di Dio, e in quanto ridondano a maggior onore e gloria sua. Ma dico di più, che quantunque uno desideri queste consolazioni spirituali in questo modo e per i fini che si sono detti, i quali sono santi e buoni; può nondimeno accadere, che con tutto questo in tali desiderii vi sia qualche eccesso e mescolanza d’amor proprio disordinato, come se le desidera smoderatamente e con soverchia brama ed affanno; di maniera tale che se gli mancano, non rimane tanto contento, né tanto conforme alla volontà di Dio, ma più tosto inquieto, querulo e con dispiacere. Questa è affezione e cupidigia spirituale disordinata; perché non dee la persona stare attaccata con tanta ansia e disordine ai gusti ealle consolazioni spirituali, che questo le impedisca la pace e quiete dell’anima, ela conformità alla volontà di Dio, quando a lui non piaccia di dargliele: perché è molto migliore la volontà di Dio che tutto questo; e importa molto più che si contenti e si conformi a quel che vuole il Signore. Quel che dico dei gusti e delle consolazioni spirituali, intendo anche del dono d’orazione e dell’introduzione che desideriamo d’aver in essa, edella pace e quiete interiore dell’anima nostra, e delle altre prerogative spirituali. Perché nel desiderio di tutte queste cose può esser che vi sia ancora affezione e cupidità disordinata, quando si desiderano con tanta ansia ed angoscia, che se uno non conseguisce quel che desidera, si lamenta, sta disgustato, e non conforme alla volontà di Dio. Onde per gusti e consolazioni spirituali intenderemo ora non solo la divozione e i gusti e le consolazioni sensibili, ma anche l’istessa sostanza eil dono dell’orazione, e l’introdursi elo stare in essa con quella quiete e riposo che vorremmo. Anzi di questo tratteremo adesso principalmente, dimostrando some dobbiamo conformarci in questo alla volontà di Dio, e non lasciarci spingere né muovere in ciò da soverchia brama ed angoscia. Che quel che tocca i gusti, le consolazioni e le divozioni sensibili, lo rinunzierebbe chi che siasi, se gli dessero quello che è sostanziale dell’orazione, e mentisse in sé il frutto di essa: perché tutti sanno, che l’orazione non consiste in questi gusti, né in queste divozioni e tenerezze; onde per questo poca virtù fa di bisogno. Ma quando uno va all’orazione, e sta in essa come un sasso, con una aridità tanto grande, che gli pare di non trovare introduzione ad essa, ma che se gli sia chiuso affatto il cielo, e nascosto Iddio, e che sia venuta sopra di lui quella maledizione medesima con cui lo stesso Dio minacciava già il suo popolo, ove diceva: Daboque vobis cœlum desuper sicut ferrum, et terram œneam (Lev. XXVI, 19; Deut. XVIII, 23): per questo sì, che fa di bisogno maggior virtù e maggiore fortezza. Pare a costoro, che il cielo sia divenuto loro di ferro e la terra di bronzo; perché non piove sopra di essi gocciola d’acqua che mollifichi loro il cuore e dia loro frutto con che si mantengano; ma hanno una sterilità e aridità continua: e anche non solo hanno aridità, ma alle volte ancora una tanto gran distrazione e varietà di pensieri, e questi pure talvolta tanto cattivi e brutti, che pare, che non vadano là, se non ad essere tentati e molestati da ogni sorta di tentazioni. Or va tu a dire a costoro, che allora pensino alla morte, o a Cristo crocifisso, il che suole esser molto buon rimedio; ti diranno: Questo lo so ancor io: se potessi far questo, che cosa mi mancherebbe? Alcune volte è uno ridotto a tal termine nell’orazione, che né  anche può pensare a questo; ovvero, quantunque vi pensi e procuri di ridurselo alla memoria, questo non lo muove, né lo raccoglie punto, né fa in esso impressione veruna. Questo è quello che qui chiamiamo tristezze, aridità e abbandonamento spirituale. E in questo è necessario che ci conformiamo similmente alla volontà di Dio. Questo è un punto di grande importanza; perché è uno dei maggiori lamenti ed uno dei maggiori contrasti che abbiano quelli che attendono all’orazione; essendo che tutti gemono e piangono quando si trovano in questo termine. Come sentono dire da una banda tanto bene dell’orazione, e lodarla tanto, eche all’istesso passo che cammina essa cammina anche l’uomo tutto il giorno e tutta la vita, e che questo è uno dei principali mezzi che abbiamo, sì pel profittoproprio come per quello dei prossimi; e dall’altra banda si veggono, al parer loro, tanto lontani dal far vera orazione; sentono di ciò gran fastidio, e par loro, che Dio gli abbia abbandonati e che si sia dimenticato affatto di loro, e concepiscono timore l’aver perduta l’amicizia sua e di stare in sua disgrazia, parendo loro di non trovare in lui accoglienza. E accresce a questi tali la tentazione il vedere, che altre persone in pochi giorni fanno tanto progresso nell’orazione, quasi senza fatica; e che essi, affaticandosi e struggendosi, non fanno acquisto alcuno. Dal che nascono in essDELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (11)i altre tentazioni peggiori, com’è il lamentarsi alle volte del Signore che li tratti in quel modo; il voler lasciare l’esercizio dell’orazione, parendo loro, che non sia cosa per essi, poiché non ci fanno bene. E a tutto ciò dà aumento grande, e ad essi gran rammarico, quando il demonio riduce loro a memoria, che di tutto ciò sono cagione essi stessi, e che per colpa loro Dio li tratta così: e con questo vivono alcuni molto sconsolati, ed escono dall’orazione come da un tormento, afflitti, malinconici e insopportabili a se medesimi e a quei che trattano con essi. Andremo dunque rispondendo e soddisfacendo a questa tentazione e a questo lamento colla grazia del Signore.

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