CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: GIUGNO 2019

GIUGNO È IL MESE CHE LA CHIESA CATTOLICA DEDICA AL SACRO CUORE DI GESÙ

… In quel Cuore adorabile troveranno un luogo di rifugio nel tempo della loro vita, e molto più nell’ora della loro morte. Ah che dolce morire dopo avere avuta una costante divozione al Sacrosanto Cuore di chi dovrà giudicarci! – Ma che dico grazie? Ogni grazia si trova in questa devozione, lo ti prometto, son voci di Gesù alla sua serva, Io ti prometto che à chiunque professerà divozione al mio santissimo Cuore, verserò in seno ogni grazia, ma soprattutto a quelli che procureranno l’avanzamento della devozione al divin Cuore.Accostiamoci dunque con fiducia a quel divin Cuore, e troveremo la pace, la consolazione, il gaudio, ricordandoci che questo è un Cuore che ardentemente desidera ed efficacemente procura la nostra santificazione e salute.

Accedamus ergo ad te, et exultabimus, et lætabimur in te memores Cordis tui.

[p. Secondo Franco: “il Mese di Giugno”, Tip. Orat. di s. Franc. Di Sales, 1872]

Indulgenze per il mese di giugno:

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Mensis sacratissimo Cordi Iesu dicatus Fidelibus, qui mense iunio (vel alio, iuxta Rev.mi Ordinari prudens iudicium), pio exercitio in honorem Ssmi Cordis Iesu publice peracto devote interfuerint, conceditur:

Indulgentia decem annorum quolibet mensis die;

Indulgentia plenaria, si diebus saltem decem huiusmodi exercitio vacaverint et præterea peccatorum veniam obtinuerint, eucharisticam Mensam participaverint et ad Summi Pontificis mentem preces fuderint. Iis vero, qui præfato mense preces vel alia pietatis obsequia divino Cordi Iesu privatim praestiterint, conceditur:

Indulgentia septem annorum semel quolibet mensis die;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem idem obsequium peregerint; at ubi pium exercitium publice habetur, huiusmodi indulgentia ab iis tantum acquiri potest, qui legitimo detineantur impedimento quominus exercitio publico intersint (S. C. Indulg., 8 maii 1873 et 30 maii 1902; S. Pæn. Ap., 1 mart. 1933).

(A coloro che nel mese di giugno praticano un pio esercizio in onore del Sacro Cuore di Gesù in pubblico, si concedono 10 anni ed in privato 7 anni, e Indulgen. Plenaria se esso verrà praticato almeno per 10 giorni con le s. c.).

Altre indulgenze ove viene celebrato solennemente il Cuore Sacratissimo di Gesù con corso di predicazione.

Queste sono le feste del mese di GIUGNO

1 Giugno Sanctae Mariae Sabbato    Simplex

               I sabato

2 Giugno Dominica post Ascensionem    Semiduplex Dominica minor *I*

                   Ss. Marcellini, Petri, atque Erasmi Martyrum    Simplex

3 Giugno Feria II post Ascensionem    Semiduplex

4 Giugno S. Francisci Caracciolo Confessoris    Duplex

5 Giugno S. Bonifatii Episcopi et Martyris    Duplex

6 Giugno S. Norberti Episc. et Confessoris    Duplex

                I Venerdì

8 Giugno Sabbato in Vigilia Pentecostes    Semiduplex *I*

9 Giugno Dominica Pentecostes    Duplex I. classis

10 Giugno Die II infra octavam Pentecostes    Duplex I. classis

11 Giugno Die III infra octavam Pentecostes    Duplex I. classis

                          S. Barnabæ Apostoli    Duplex *L1*

12 Giugno Feria Quarta Quattuor Temporum Pentecostes    Semiduplex

                         S. Joannis a S. Facundo Confessóris    Duplex

13 Giugno Die Quinta infra octavam Pentecostes    Semiduplex

                          S. Antonii de Padua Confessóris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

14 Giugno Feria Sexta Quattuor Temporum Pentecostes    Semiduplex

                          S. Basilii Magni Confessóris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

15 Giugno Sabbato Quattuor Temporum Pentecostes    Semiduplex

16 Giugno Dominica Sanctissimæ Trinitatis    Duplex I. classis

18 Giugno S. Ephræm Syri Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

19 Giugno S. Julianæ de Falconeriis Virginis    Duplex

20 Giugno Festum Sanctissimi Corporis Christi    Duplex I. classis

                          S. Silverii Papæ et Martyri    Simplex

21 Giugno S. Aloisii Gonzagæ Confessoris    Duplex

22 Giugno S. Paulini Episcopi et Confessoris    Duplex

23 Giugno Dominica II Post Pentecosten    Semiduplex Dominica minor

24 Giugno In Nativitate S. Joannis Baptístæ    Duplex I. classis *L1*

25 Giugno S. Gulielmi Abbatis    Duplex

26 Giugno Ss. Joannis et Pauli Martyrum    Duplex

27 Giugno

28 Giugno Sanctissimi Cordis Domini Nostri Jesu Christi    Duplex I. classis

29 Giugno SS. Apostolorum Petri et Pauli    Duplex I. classis *L1*

30 Giugno Dominica III Post Pentecosten    Semiduplex Dominica minor

                    In Commemoratione S. Pauli Apostoli    Duplex

LA DEVOZIONE A MARIA, PEGNO DI PREDESTINAZIONE

La devozione a Maria pegno di predestinazione.

[A. Carmagnola: La porta del cielo; S. E. I. Torino, 1895]

Eccoci al termine del caro mese di Maggio, consacrato a Maria! Come è volato questo mese! Sembra ieri che gli dessimo principio ed oggi è già finito. E che cosa ce lo ha fatto trascorrere sì veloce? Che cosa ci ha reso così brevi i suoi giorni? L’amore e la gioia. Sì, è l’amore e la gioia, che fanno passare rapidamente le ore che si trascorrono in compagnia della persona amata. E noi amando Maria, trattenendoci con Lei, pensando a Lei, venendo dinnanzi al suo altare, considerando le sue grandezze, le sue virtù, i suoi titoli, cantando pieni di santo giubilo le sue lodi, non ci siamo avveduti che i giorni si sono rapidamente inseguiti l’ira l’altro fino a che è pur giunto questo che dei giorni di Maggio è l’ultimo. Ed ora che provavamo tanta delizia nelle pratiche devote di questo mese dobbiamo farne la chiusa. Farne la chiusa? Del mese, sì certo: ma della divozione praticata in esso, no. Anzi se in questo mese siamo riusciti a ben comprendere chi sia Maria, che cosa abbia fatto e faccia per noi. che cosa sia ancora disposta a fare, non solo dobbiamo menomamente desistere dall’amore e dalla devozione, che le abbiamo professato finora, ma dobbiamo per di più oggi rinnovare la nostra totale consacrazione a Lei e fare ai suoi piedi il santo proposito di crescere sempre più nella sua divozione e nel suo amore. E quale sarà la considerazione che varrà a farci fare oggi questa consacrazione e questo proposito? Sebbene dovrebbe prevalere in noi il sentimento dell’amore, tuttavia, miserabili come siamo, diamo sempre maggior ascolto al sentimento dell’interesse. E poiché nessun interesse maggiore possiamo noi avere che di celebrare poi l’eterno maggio in cielo, considereremo perciò come la consacrazione e divozione a Maria è pegno sicuro di eterna salute.

1° Come tale la dimostra Iddio.

Come tale la predica la Chiesa.

3° Come tale la conferma la ragione.

I . Allorché Iddio in sul principio dei secoli, creata la terra vi ebbe introdotto l’uomo a dominarla, non credette d’aver Egli perfettamente operato se non avesse dato allo stesso uomo una compagna, che a lui rassomigliando, con lui dividesse l’onore e la gloria di eseguire i divini disegni nell’accrescimento e nella moltiplicazione del genere umano. Non est bonum esse hominem solum. Epperò un’altra volta il labbro di Dio si apre al solenne faciamus, e, facciamo, disse Egli, un aiuto che all’uomo rassomigli: Faciamus ei adiutorium simile sibi. Or bene, non dissimili parole si dovettero pronunziare nell’angusto consesso della SS.Trinità, allorché propostosi il piano della redenzione del mondo fu stabilito di introdurvi ad operarla l’Unigenito Figliuolo di Dio, Gesù Cristo. Si, anche allora con infinito amore furono pronunziate queste parole: Facciamo un aiuto, che rassomigli al Redentore e Salvatore del mondo: diamo a Gesù Cristo una compagna, che con Lui divida l’onore e la gloria di redimere e salvare il genere umano: Faciamus ex adiutorium simile sibi. Ed in vero sin dai primordi del mondo Iddio, coll’annunzio di Maria, risollevò l’animo dei nostri progenitori, avviliti sotto il peso della colpa e punì l’infernale serpente, loro seduttore: Io porrò inimicizia tra te e la donna, disse, tra il seme tuo ed il seme di Lei, ed Ella ti schiaccerà il capo. Venuta poscia la pienezza dei tempi, di Maria si servì Iddio per adempiere le sue promesse, per dare al mondo il sospirato di tutti i secoli, il desiderato di tutte le genti, per spandere in sulla terra una pioggia non interrotta di benedizioni temporali ed eterne secondo la sua antica parola ad Abramo: Et benedicentur in te cunctæ tribus terræ. Di Maria, già sua Madre, si valse Gesù medesimo per comunicare la grazia di santificazione al suo eccelso Precursore Giovanni Battista, movendola a recarsi nella casadi Zaccaria e di Elisabetta ed a rimanervi per ben tre mesi. Da Maria aspettò Gesù di essere pregato per operare il suo primo miracolo a confortodegli sposi di Cana in Galilea, per il quale un gran numero di persone credettero in lui e si misero per la via della salute, onde fosse a tutti manifesta la benefica influenza, che Ella doveva esercitare presso di Lui a vantaggio dei suoi devoti. A Maria nella persona del discepolo prediletto Egli affidò la cura, la protezione, la difesa de’ suoi seguaci; ed affinché agli Apostoli ed ai primitivi Cristiani fosse guida, maestra, consigliera e salvezza, lasciolla per più anni ancora sulla terra, sebbene già matura pel cielo. E tutto questo non dimostra chiaramente che Gesù Cristo volle associarsi la sua cara Madre nell’opera di nostra salute e che la fiducia, la consacrazione e divozione a Lei è da Lui medesimo riguardata come un pegno sicuro della nostra predestinazione? Sì, come Iddio si vale del ministero degli Apostoli e dei loro successori per illuminare le nostre anime con la luce della verità, come si vale del ministero degli Angeli per assisterci e custodirci in mezzo a tanti pericoli, come si vale del mezzo dei Sacramenti per comunicarci la grazia ed accrescerla in noi, così si compiace valersi dell’opera della Madre sua, della sua potenza, del suo amore, della sua intercessione per compiere nelle anime l’opera dell’eterna salute, sicché ben a ragione dice s. Giovanni Damasceno che l’essere devoti di Maria è un’arma di salute che Iddio dona a coloro, che vuol salvare: Tibi, o Maria, devotum esse est arma quædam salutis, quæ Deus dat illis quos vult salvos fieri. Or che vorremmo di più per essere certi dell’efficacia della consacrazione e divozione nostra a Maria?

II. — Ma poiché si tratta qui di una verità così importante, affinché non ci accada di prendere abbaglio vediamo un poco che cosa ne pensa la Chiesa. I suoi santi Padri, per cominciare da essi, si può dire che ad una voce hanno riconosciuto ed insegnato, che come il non avere punto stima ed amore per la Santissima Vergine è un segno infallibile di riprovazione, così per contrario è un segno infallibile di predestinazione essere a Lei interamente consacrati e devoti. Così pensano fra gli altri S. Agostino, S. Efrem, S. Cirillo, S. Germano, S. Giovanni Damasceno, S. Anselmo, S. Bernardo, S. Bernardino, S. Tommaso, S. Bonaventura, il pio Suarez, S. Francesco di Sales e S. Alfonso de Liguori: e sono del tutto ammirabili i sentimenti, i discorsi, gli esempi coi quali essi provano invincibilmente una tale loro asserzione. I Pastori delle anime poi, i Vescovi, i Pontefici soprattutto furono mai sempre così persuasi dell’efficacia della devozione e consacrazione a Maria per ottenere l’eterna salute, che messi dallo Spirito Santo a reggere quella Chiesa nella quale soltanto si può trovar la salute, ogni qual volta si avvidero che satana e i suoi seguaci cercavano con nuovi mezzi di rapire ai fedeli o il tesoro della fede, o quello della morale cristiana, facevano pronto ricorso a Maria e di nulla si mostravano maggiormente solleciti che di richiamare e riaccendere i fedeli all’amore ed alla divozione per Lei. E ciò fecero e fanno tuttora riconoscendo come la divozione a Maria è il gran mezzo per vincere i nemici di nostra eterna salute ed ottenerla con sicurezza non ostante le loro insidie. Ma di ciò non contenta la Chiesa, quasi che il suo sentimento non fosse abbastanza palese, che cosa fa Essa ancora? Nelle Messe composte ad onor della Vergine, nelle varie officiature ordinate per le sue feste è in un continuo esaltare la Vergine, siccome Colei da cui ci è venuto ogni bene e ce ne verrà ancora ogni altro che possiamo aspettarci, nel cantare che Maria è la cagione di nostra allegrezza, è la fonte delle grazie tutte, la porta per cui entriamo nel cielo, nel riguardarla come l’arca benedetta che scampa dal diluvio d’inferno quelli che in Lei si ricoverano, come la scala di Giacobbe per la quale dalla terra si sale con sicurezza al cielo, come la celeste Giuditta che scampa dalla morte eterna quanti ripongono in Lei la loro speranza, e finalmente nel mettere in bocca a Maria quelle parole così chiare e precise del libro della Sapienza: Qui me invenerit inveniet vitam et hauriet salutem a Domino. Qui elucidant me vitam æternam habebunt. Chi ha trovato me, ha trovato la vita ed attingerà dal Signore la salute: Quelli che mi amano, mi onorano e mi sono devoti avranno lavita eterna. Oh! potrebbe più efficacemente la Chiesa farci comprendere come Essa pensi e ritenga che la divozione e consacrazione a Maria Santissima è un pegno dei più sicuri della nostra predestinazione? Potrebbe Essa con più ardore animare i suoi figli a gettarsi fidenti nelle braccia di Maria, e consacrarsi del tutto a Lei, a professarle la più tenera divozione?

III. Del resto, per poco che si rifletta, si vedrà dalla ragione istessa non dover essere altrimenti. Lo stesso divin Redentore nel santo Vangelo ci dice che questo è che vale ad ottenerci la vita eterna, la conoscenza efficace di Dio e di Gesù Cristo, quella conoscenza che di Lui ci innamora e facendoci vivere in Lui e per Lui ci fa produrre frutti di eterna vita: Hæc est vita æterna, ut cognoscant te solum Deum verum, et quem misisti Jesum Christum (Io., XVII, 3). Ciò posto, che cosa vi ha di meglio ad ottenere questa unione con Dio, della divozione a Maria Santissima? Questa divozione anzitutto facendoci studiare le grandezze di Maria ci fa studiare necessariamente le grandezze di Gesù, che di quelle di Maria sono la radice e la fonte. Facendoci conoscere Gesù Cristo ci eccita ad amarlo, poiché è come impossibile conoscere quanto Gesù sia amabile e quanto ci abbia amato e non ricambiarlo del nostro amore. Facendoci amare Gesù ci sprona ad osservare esattamente la sua santa legge, perché, come dice un Santo, próbatio amoris exibitio est operis, la prova dell’amore è l’esibizione dell’opera, né si può amare veramente una persona senza conformarsi alla sua volontà. La divozione a Maria in secondo luogo eccitandoci ad imitare le sue perfezioni e le sue virtù, non solo ci fa praticare la legge di Dio, ma suscita in noi il santo desiderio di renderci perfetti e santi e ci induce a prendere per ciò tutti i mezzi necessari. E poiché uno di questi mezzi più efficaci si è la frequenza dei Sacramenti, è di questa per l’appunto che ci invoglia. Oh! questa divozione non permette che passi solennità sacra a Maria senza che ci accostiamo a ricevere nella santa Comunione il suo caro Gesù, quel caro Gesù che ha promesso la vita eterna a chi mangia la sua carne e beve il suo sangue, anzi ci incoraggia a riceverlo più spesso, ogni quindici, ogni otto giorni, più volte alla settimana ed i più ferventi anche tutti quanti i giorni. Or che vi ha di più utile della Comunione frequente per accrescere in noi la vita della grazia, per ascendere nella via della perfezione, per operare la nostra santità? E finalmente la divozione a Maria ci fa pregare; poiché non potrebbe chiamarsi devoto di Maria, chi non le dimostrasse almeno il suo affetto, nell’invocarla sovente con l’indirizzarle le sue preghiere. Ora una tal pratica conduce appunto a conseguire, per mezzo di Lei, l’eterna salute. Donde viene che la conversione della maggior parte dei peccatori non è duratura? Donde viene che uno ricade sì facilmente nel peccato? E donde viene ancora che la maggior parte dei giusti, invece di avanzare di virtù invirtù e di acquistare nuove grazie, perdono spesso quel po’ di virtù e di grazie che avevano? Questa disgrazia viene ordinariamente da ciò, che l’uomo, essendo sì corrotto, sì debole e sì incostante, si fida di sé stesso, si appoggia sopra le proprie forze e si crede capace senza l’aiuto divino di custodire da sé il tesoro delle sue grazie, delle sue virtù e de’ suoi meriti. Ma non è così che opera colui che prega Maria. Con la sola preghiera che costantemente le indirizza riconosce il suo nulla, la sua debolezza e la sua miseria, il bisogno continuo che ha dell’aiuto celeste, e per questo appunto si diporta umilmente al cospetto di Dio, riceve con abbondanza le sue grazie e fra le altre quella della perseveranza finale. Poiché, come dice S. Agostino, la perseveranza si ottiene davvero col domandarla quotidianamente e non in altro modo, e quotidianamente la domanda colui, che, devoto di Maria, le ripete ogni giorno ed anche più volte al giorno: Ora prò nobis nunc et in hora mortis nostræ. Con somma gioia pertanto possiamo conchiudere con la sentenza consolantissima di Guerrico abate, riferita da S. Alfonso de Liguori nelle Glorie di Maria, con la quale si dà precisamente ai suoi devoti la sicurezza della loro eterna salute: QUI VIRGINI FAMULATUR ITA SECURUS EST DE PARADISO AC SI ESSET INPARADISO. Chi si dedica a servir Maria, chi si consacra a Lei, si tenga così certo di ottenere per mezzo suo la gloria eterna del cielo, come se già entrato in quella città, si trovasse al possesso di quei gaudi sempiterni. Oh sentenza! Oh parole! Perché non mi è dato di scriverle sulle mura di tutte le case, sugli angoli di tutte le vie, sui frontoni di tutte le chiese, e più ancora nel cuore di tutti gli uomini? Le stamperemo per lo meno in tutte le anime nostre, e con queste parole in cuore cominceremo oggi a consacrarci a Maria in un modo più perfetto che non abbiamo fatto per il passato, a Lei daremo il nostro corpo con i suoi sensi, la nostra anima con le sue potenze, il nostro cuore co’ suoi desideri ed affetti, a Lei tutto quel po’ di bene che abbiamo fatto per il passato e tutto quello che speriamo di fare per l’avvenire; e nel darci tutti interamente a Lei, prometteremo sinceramente di voler essere sempre per tutta la nostra vita suoi veri devoti, di amarla con tutta l’espansione del nostro cuore, di lodarla e di benedirla, di farla amare, lodare e benedire da quanti cuori e lingue ci sarà possibile, per poter poi al fine amarla, lodarla e benedirla per tutta la eternità.

FIORETTO.

Consacrare interamente e per sempre il nostro cuore a Maria.

GIACULATORIA.

O Maria, porta del cielo, pregate per noi.

Maria, Janua caeli, ora prò nobis.

Esempio e preghiera.

Oh quanto è bella e lodevole la pratica di quei genitori, che, non appena ebbero da Dio qualche figliuolo, lo consacrano a Lui ed alla SS. Vergine sua Madre! La madre di S. Andrea Corsini l’offerse a Maria prima ancora che nascesse. E ciò può riguardarsi come il motivo della sua santità. La notte innanzi alla sua nascita, a Pellegrina, madre di lui, parve in sogno che nascesse un lupo, il quale poi entrando in una chiesa tosto si tramutasse in agnello. Or bene il sogno non fu contrario alla realtà. Infatti Andrea, sebbene piamente educato, negli anni della gioventù urtò nello scoglio fatale delle vanità mondane, e messosi con cattivi compagni si abbandonò interamente ad una vita viziosa. La sua buona madre, in sull’esempio di Santa Monica, madre di S. Agostino, piangeva e pregava, non tralasciando di fare al figlio i più aspri rimproveri, ma sempre tralasciando di fare al figlio i più aspri rimproveri, ma sempre indarno. Un giorno lasciandosi trasportare dalla sua grande afflizione: figlio mio, gli disse con le lagrime agli occhi, tu sei veramente quel lupo, del quale io mi sognai. A che giova, che io ti abbia consacrato a Maria, se tu tanto la disonori e l’affliggi con la tua vita di scandalo? Queste parole pronunciate con una energia ed una pena insolita furono la spada, che trafisse a compunzione il cuor di Andrea. La notte seguente non poteva pigliar sonno, e tornandogli sempre in mente le parole di sua madre, andava seco ripetendo: Dunque io fui consacrato a Maria…? Maria è la mia Regina e la mia Madre…. ? Ed io non vorrò essere suo servo e suo figlio? Ah!…. sì, sì…. lo voglio, lo voglio. Appena spuntato il giorno si alzò e si portò subito alla chiesa dei Carmelitani e prostratosi dinnanzi all’altar di Maria, la supplicò ardentemente ad aiutarlo per potere da lupo rapace convertirsi sinceramente in mansueto agnello. Maria lo esaudì e d’allora in poi con una vita piena di fervore e di penitenza si fece santo. Ed ecco ciò, che con sicurezza possiamo fare anche noi, consacrandoci oggi a Maria e risolvendo di volere d’ora innanzi praticare costantemente e sinceramente la sua devozione. Vi può essere adunque chi si rifiuti per questo atto e per questa promessa? Ah! pensiamo e seriamente pensiamo, che alla fin fine una cosa sola importa: salvare eternamente l’anima nostra. Tutto il resto, piaceri, onori, ricchezze, a nulla giova e non è altro che vanità delle vanità ed afflizione di spirito. Se salviamo l’anima tutto è salvo, quando anche avessimo perduto ogni cosa in questo mondo; ma se perdiamo l’anima, tutto è perduto, quando anche avessimo guadagnato in questa vita il mondo intero. Ma questo affare così decisivo ed irreparabile dipende ora interamente da noi. È in nostro potere il procacciarci la eterna salute e lo scampare dalla eterna dannazione. Basta che noi ci consacriamo a Maria e sinceramente le siamo devoti. Questa sincera divozione per lei è veramente la nostra Porta del Cielo, quella porta, per la quale entreremo un giorno con tutta certezza nel bel paradiso ad essere felici in eterno. Oh! se è adunque così, non tardiamo più un istante. Tutti col più vivo slancio di amor filiale assecondiamo l’amoroso invito, che Maria istessa ci fa, di offrire e consacrare a Lei il nostro cuore per tutta la vita: Præbe, fili mi, cor tuum mihi. Con un atto vigoroso della nostra volontà mondiamolo da ogni affetto terreno, purifichiamolo e rendiamolo meno indegno che sia possibile della nostra cara Madre Maria; e prendendolo tutti nelle nostre mani, prostrati ai piedi di Lei, mettiamolo con grande fiducia nelle mani sue, recitando tutti insieme questo:

ATTO DI OFFERTA E DI CONSACRAZIONE

O Maria, Vergine Santissima, Madre di Dio e Madre nostra, nostra corredentrice, nostra avvocata e nostra salute, aiuto, consolazione e rifugio nostro, nostra vera porta del cielo, eccoci dinnanzi a Voi per offrirci al vostro servizio, per consacrarci interamente a Voi e per promettervi sinceramente di essere sempre tutti vostri. Nell’esaminare le vostre grandezze, nel considerare le vostre virtù, nel riconoscere la vostra bontà e la vostra potenza, noi ci siamo fermamente convinti, che è proprio per Voi, che passano tutte quante le grazie del vostro Figliuolo e che per conseguenza è per Voi, che noi abbiamo a conseguire la nostra eterna salvezza. A Voi adunque interamente ci affidiamo e ci appigliamo al vostro più vivo amore ed alla vostra più sincera devozione. E qual pegno di nostra solenne promessa, eccovi, o Maria, il nostro povero cuore. Sì, pur troppo, esso non è degno di Voi; ma Voi siete Madre e come Madre non lo respingerete, benché sì meschino e sì spoglio di meriti. Prendetelo adunque, e ponetelo, vi preghiamo, vicino al cuor vostro e non permettete che più mai si allontani da Voi. A Voi dappresso si infiammerà ognora più d’amore per Voi e pel vostro Figliuolo Gesù, e vi diventerà sempre più accetto. Ed ora, o Maria, con la vostra materna benedizione confermate questi nostri propositi e tutto quel bene, che vi siete degnata di operare in noi durante questo passato mese di Maggio. Benedite le nostre considerazioni, i nostri affetti e i nostri pensieri per Voi; benedite le nostre preghiere, i nostri ossequi, le nostre pratiche di pietà; benedite i consigli, le industrie, gli eccitamenti, di cui abbiamo fatto uso per animare altri ad amarvi; benedite tutto quel poco che abbiamo fatto per voi, affinché adorno della benedizione vostra tutto ascenda al trono di Dio come incenso gradito in odore di soavità. Benedite ancora, o Maria, il nostro corpo e l’anima nostra, i nostri interessi materiali e spirituali, benediteci nel tempo e nella eternità.

Nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.

FESTA DELL’ASCENSIONE (2019)

NELLA FESTA DELL’ASCENSIONE [2019]

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Acta I: 11.
Viri Galilæi, quid admirámini aspiciéntes in cœlum? allelúia: quemádmodum vidístis eum ascendéntem in coelum, ita véniet, allelúia, allelúia, allelúia.[Uomini di Galilea, perché ve ne state stupiti a mirare il cielo? allelúia: nello stesso modo che lo avete visto ascendere al cielo, così ritornerà, allelúia, allelúia, allelúia].

Ps XLVI: 2
Omnes gentes, pláudite mánibus: iubiláte Deo in voce exsultatiónis.
[Applaudite, o genti tutte: acclamate Dio con canti e giubilo.]

Viri Galilæi, quid admirámini aspiciéntes in cœlum? allelúia: quemádmodum vidístis eum ascendéntem in cœlum, ita véniet, allelúia, allelúia, allelúia.

[Uomini di Galilea, perché ve ne state stupiti a mirare il cielo? allelúia: nello stesso modo che lo avete visto ascendere al cielo, così ritornerà, allelúia, allelúia, allelúia].

Oratio

Orémus.
Concéde, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, qui hodiérna die Unigénitum tuum, Redemptórem nostrum, ad coelos ascendísse crédimus; ipsi quoque mente in coeléstibus habitémus. [Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che noi, che crediamo che oggi è salito al cielo il tuo Unigenito, nostro Redentore, abitiamo anche noi col nostro spirito in cielo].

Lectio

Léctio Actuum Apostólorum.Act 1:1-11
Primum quidem sermónem feci de ómnibus, o Theóphile, quæ coepit Iesus facere et docére usque in diem, qua, præcípiens Apóstolis per Spíritum Sanctum, quos elégit, assúmptus est: quibus et praebuit seípsum vivum post passiónem suam in multas arguméntis, per dies quadragínta appárens eis et loquens de regno Dei. Et convéscens, præcépit eis, ab Ierosólymis ne discéderent, sed exspectárent promissiónem Patris, quam audístis -inquit – per os meum: quia Ioánnes quidem baptizávit aqua, vos autem baptizabímini Spíritu Sancto non post multos hos dies. Igitur qui convénerant, interrogábant eum, dicéntes: Dómine, si in témpore hoc restítues regnum Israël? Dixit autem eis: Non est vestrum nosse témpora vel moménta, quæ Pater pósuit in sua potestáte: sed accipiétis virtútem superveniéntis Spíritus Sancti in vos, et éritis mihi testes in Ierúsalem et in omni Iudaea et Samaría et usque ad últimum terræ. Et cum hæc dixísset, vidéntibus illis, elevátus est, et nubes suscépit eum ab óculis eórum. Cumque intuerétur in coelum eúntem illum, ecce, duo viri astitérunt iuxta illos in véstibus albis, qui et dixérunt: Viri Galilaei, quid statis aspiciéntes in coelum? Hic Iesus, qui assúmptus est a vobis in coelum, sic véniet, quemádmodum vidístis eum eúntem in coelum.

OMELIA I

[Mons. G. Bonomelli: MISTERI CRISTIANI, Queriniana Brescia, 1896 vol. II, impr.]

“Io primieramente ho trattato, o Teofìlo, delle cose che Gesù prese a fare e ad insegnare in fino al dì, ch’Egli fu accolto in alto, dopo aver dato i suoi comandi per lo Spirito Santo agli Apostoli ch’Egli aveva eletti. Ai quali ancora, dopo aver sofferto, si presentò vivente, con molte e sicure prove, essendo da loro veduto per lo spazio di quaranta giorni e ragionando con essi delle cose del regno di Dio. E trovandosi con essi, comandò loro che non si partissero da Gerusalemme, ma aspettassero la promessa del Padre, che, diss’Egli, avete da me udita. Perocché Giovanni battezzò con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra pochi giorni. Essi adunque, stando con Lui, lo domandarono, dicendo: Signore, sarà egli in questo tempo, che tu restituirai il regno ad Israele? Ma Egli disse loro: Non spetta a voi conoscere i tempi e le stagioni, che il Padre serba in poter suo. Ma voi riceverete la virtù dello Spirito Santo, che verrà sopra di voi e mi sarete testimoni e in Gerusalemme e in tutta la Giudea e nella Samaria e fino alle estremità della terra. E dette queste cose, levossi a vista loro: e una nuvola lo ricevette e lo tolse agli occhi loro. E com’essi tenevano ancora fissi gli occhi in cielo, mentre se ne andava, ecco due uomini si presentarono loro in candide vesti e dissero loro: Uomini Galilei, perché state riguardando verso il cielo? Questo Gesù che è stato accolto in cielo d’appresso voi, verrà nella stessa maniera che l’avete veduto andarsene in cielo” -. (Atti Apostolici, 1. I, 11). –

In questi primi undici versetti, che leggiamo nel principio del libro degli Atti Apostolici, che la Chiesa oggi fa recitare al sacerdote celebrante la Santa Messa e che ora vi ho riportato parola per parola nella nostra favella, S. Luca ci narra l’Ascensione di Gesù Cristo al Cielo. È il fatto strepitoso, è il mistero che la Chiesa festeggia in questo giorno, col quale si chiude la vita di Gesù Cristo quaggiù sulla terra. Mio compito è quello di ragionarvi di questo fatto: e qual miglior modo di sdebitarmene che quello di commentare la lezione sacra, che udiste? Eccovi il soggetto di questa, anziché Ragionamento, modesta Omelia, a cui vi piaccia porgere benigno l’orecchio. – S. Luca, nato nel gentilesimo, fornito di coltura greca più che comune, fu medico di professione. Abbandonò il paganesimo e abbracciò il Vangelo di Gesù Cristo per opera di S. Paolo, che seguì fedelmente ne’ suoi viaggi di terra e di mare fino a Roma, dove si trovava allorché l’Apostolo scrisse la sua seconda lettera a Timoteo, poco prima della morte. (II Tim. V. 11). S, Paolo si loda di lui e lo chiama carissimo. (Ai Coloss. IV, 12). Egli scrisse il suo Vangelo come l’aveva udito da S. Paolo e lo scrisse in lingua greca, allora abbastanza conosciuta in tutto l’Oriente e a Roma e lo scrisse per uso di quei Cristiani, che prima erano stati gentili. Dopo aver scritto il Vangelo pose mano a scrivere il libro, che porta il titolo Atti o Gesta degli Apostoli, particolarmente di S. Paolo, giacché la seconda metà del libro si restringe esclusivamente a narrare le opere di lui: cosa affatto naturale, essendo egli stato suo discepolo e compagno e testimonio di ciò che narra. Cominciando questo libro, lo lega col Vangelo, che prima aveva scritto e che racchiude per sommi capi la storia di circa trent’anni. Questo libro fa seguito al Vangelo e ci descrive l’origine della Chiesa e, come voleva la natura delle cose, si apre col racconto della Ascensione di Gesù Cristo, accennata appena nell’ultimo capo del Vangelo. Uditene il prologo: Primieramente, o Teofilo, ho ragionato di tutte le cose, che Gesù prese a fare e ad insegnare fino al giorno, nel quale, dati per lo Spirito Santo i suoi comandi agli Apostoli, da Lui eletti, levossi al cielo. S. Luca rivolge la parola a Teofilo. Chi è desso codesto Teofilo, al quale S. Luca si indirizza eziandio a principio nel suo Vangelo? Sembra fuori di dubbio che fosse un personaggio distinto, che aveva dato il suo nome a Gesù Cristo e la cui vita doveva rispondere al nome che portava, e che in nostra lingua significa Amatore di Dio. Gli ricorda il libro del Vangelo, che gli aveva mandato e nel quale aveva compendiato le opere e la dottrina di Gesù Cristo. – Quæ cœpit Jesus facere et docere. Ecco che cosa è il Vangelo: il compendio delle cose fatte e insegnate da Gesù Cristo; dal che è facile inferire che nel Vangelo le opere e la dottrina di Gesù Cristo non sono riferite tutte, ma le principali e per sommi capi. A ragione poi gli interpreti fanno osservare che S. Luca, compendiando la vita di Gesù Cristo nel Vangelo, alle parole di Lui manda innanzi le opere: – Cœpit facere et docere -. Prima fece e poi insegnò! E in vero: le opere sono assai più eloquenti delle parole e gli uomini apprendono più assai da quelle, che da queste: le parole non costano gran sacrificio, ma lo impongono spesso assai grave le opere. E poi, a che valgono le parole se non sono accompagnate dalle opere? Ciò che valgono le frondi senza i frutti; ed è per questo che di Gesù si dice che cominciò a fare e dopo ad insegnare. Imitiamolo, affinché gli uomini vedano le opere nostre e vedendole sollevino la mente a Dio e gli rendano lode. – Io, scrive S. Luca, vi ho narrata nel mio Vangelo la vita di Gesù dal suo miracoloso concepimento fino alla sua dipartita dalla terra, fino a quel dì nel quale, andandosene al Cielo, lasciò i suoi comandi agli Apostoli e li costituì esecutori dei suoi voleri. Quali siano questi comandi e quali i voleri di Gesù Cristo si fa manifesto dal Vangelo istesso, dove sono determinati. E badate bene, soggiunge S. Luca, che questi comandi sono dati da Lui, che come fu concepito per virtù dello Spirito Santo, cosi tutto fa e dice per virtù dello stesso Spirito Santo, di cui possiede la pienezza. I quali comandi e voleri manifestò a quegli Apostoli che elesse Egli medesimo e ammaestrò di sua bocca. Non è senza ragione e profonda che S. Luca, nominati gli Apostoli, volle tosto soggiungere quelle due parole: – Quos elegit – I quali egli elesse -. Scopo del libro è di far conoscere le opere compiute dagli Apostoli e singolarmente da San Paolo e quindi di mettere in rilievo l’organismo della Chiesa primitiva. Importava adunque che si facesse conoscere in chi risiedeva il potere di reggere quella Chiesa e da chi era dato; e S. Luca ce lo mostra negli Apostoli e qui ci dice ch’essi l’ebbero da Cristo, che li elesse. È questa, o cari, una verità che vuolsi spesso ricordare e inculcare in questi tempi, nei quali si tende a collocare la radice del potere nella moltitudine. Checché sia del potere civile, di cui non parlo, il potere della Chiesa viene dall’alto, deriva di Cristo e da Lui passa negli Apostoli e dagli Apostoli nei suoi successori fino al termine dei tempi, perché Egli li elesse ed eleggendoli li investì di quel potere, che non riceve da chicchessia,, ma trae da se medesimo. – Fino al giorno nel quale fu assunto in Cielo – E da chi fu assunto Egli, Gesù Cristo? Non da altri fuorché dalla sua stessa onnipotenza, perché Egli era Dio eguale in ogni cosa al Padre; il perché la frase – Egli fu assunto in Cielo – vuolsi riferire alla natura umana, che aveva assunto, non alla sua divina Persona, che essendo immensa e onnipotente non può né salire, né discendere e per agire non ha bisogno di qualsiasi forza a sé estranea. Il sacro scrittore prosegue e in un versetto solo riassume la vita di Gesù Cristo, dalla sua Risurrezione alla sua Ascensione così: – Ai quali Apostoli, dopo la Passione, si era eziandio mostrato redivivo per lo spazio di quaranta giorni in molte maniere, parlando loro del regno di Dio -. Il punto capitale della vita di Gesù Cristo e la prova massima della sua divina missione, era senza dubbio il fatto della sua Risurrezione e questa, dice S. Luca, non poteva essere più certa e più splendida. Per il periodo di quaranta giorni si mostrò redivivo ai suoi Apostoli e nei modi più svariati per dileguare ogni ombra di dubbio. Si mostrò alle donne, a Pietro, a Giacomo separatamente, a due discepoli lungo la via di Emmaus, a sette sulle rive del lago di Tiberiade, a dieci e poi ad undici insieme raccolti nel Cenacolo di Gerusalemme; poi finalmente allorché salì al Cielo fu visto da circa cento e venti persone [S. Luca, narrata la Ascensione di Gesù Cristo, dice che gli Apostoli (e dà il nome di tutti undici) insieme con Maria e le donne si raccolsero nel Cenacolo in Gerusalemme, e tra parentesi aggiunge: – Che erano circa 120 -. Dal contesto sembra chiaro che questi 120 furono sul colle degli Olivi spettatori della Ascensione di Cristo. Si noti poi che gli Ebrei, allorché danno il numero delle persone, non comprendono mai le donne, ed altra volta, che San Paolo afferma in modo solenne senza specificare il luogo e il modo, mostrossi insieme a cinquecento fratelli (I. Cor. XV. 6). Con loro parlò, con loro mangiò; volle che gli toccassero le mani e il costato perché si accertassero essere ben Egli il loro Maestro risuscitato, non ombra o spirito. La sua Risurrezione, considerata la lunghezza del tempo, la varietà delle apparizioni e delle prove e tenuto conto del numero dei testimoni, poteva ella essere più manifesta e più accertata? Mi appello a voi. – In tutte codeste apparizioni Gesù Cristo più o meno lungamente si trattenne e naturalmente parlò con gli Apostoli e con quanti erano presenti. E di quali cose parlò Egli con essi? Se noi scorriamo i quattro Evangeli e questo primo capo degli Atti Apostolici, troviamo alcuni cenni intorno alle cose che Gesù disse loro; ma ogni ragione vuole ch’Egli parlasse loro e ampiamente di tutto ciò che loro importava conoscere nell’esercizio dell’altissima missione loro affidata. S. Luca, con due sole parole, accenna il soggetto di queste istruzioni, che Gesù dava agli Apostoli e che dovevano essere la regola della loro condotta privata e specialmente pubblica, dicendo: – Loquens de regno Dei – Parlando del regno di Dio -. Qual regno di Dio? Certamente il regno di Dio sulla terra, cioè la Chiesa, che è la preparazione e il mezzo necessario per entrare nel regno di Dio, il Cielo e la vita beata. Ma se lo Scrittor sacro con estremo laconismo indicò l’argomento dei discorsi di Cristo con gli Apostoli in genere, non li significò in particolare, rimettendosi in questo alla tradizione orale. E qui riceve nuova e gagliarda prova la Dottrina Cattolica, che professa la Scrittura santa non contenere tutto l’insegnamento di Gesù Cristo, ma questo aversi pieno e perfetto nella tradizione orale. Dicano i fratelli nostri protestanti quante e quali furono le cose dette da Gesù Cristo agli Apostoli e comprese in quelle tre parole – Loquens de regno Dei? – E dovevano essere cose d’alto momento e perché venivano da tanto Maestro e perché riguardavano l’opera di Lui per eccellenza, la Chiesa, e perché  erano gli ultimi ricordi che loro lasciava. L’insegnamento orale adunque degli Apostoli e della Chiesa devesi considerare come il complemento non solo utile, ma necessario di. quello che abbiamo nei Libri Santi. – S. Luca nel versetto che segue ci fa sapere qual fu uno degli argomenti di queste conversazioni od istruzioni di Gesù Cristo, scrivendo: – Stando insieme a mensa, comandò loro non si dipartissero da Gerusalemme, ma vi aspettassero la promessa del Padre, che voi avete udito (disse) dalla mia bocca -. Dovevano fermarsi in Gerusalemme finché fosse adempiuta la promessa che Egli stesso aveva fatta a nome suo e del Padre – di mandare loro lo Spirito Santo. E perché  fermarsi in Gerusalemme? Perché là e non altrove, Gesù Cristo vuole che ricevano lo Spirito Santo? Perché là dove Gesù Cristo patì e morì, là se ne vedesse il primo frutto: perché là dove sul vertice della sua croce fu posta per ischerno la scritta: – Questi è il Re dei Giudei -, là cominciasse il suo regno, regno di tutti i secoli. Perché là dove Gesù Cristo lasciava i suoi Apostoli, là ricevessero lo Spirito consolatore, che doveva tenerne il luogo e continuarne l’opera. Perché là dove Gesù Cristo con la sua morte aveva posto fine alla legge mosaica, lo Spirito Santo proclamasse la nuova legge e dal centro della Sinagoga uscisse la Chiesa, che ne era la meta ed il termine. Accennata la promessa dello Spirito Santo che sarebbe disceso sugli Apostoli, Gesù ne tocca gli effetti, chiamando quella comunicazione miracolosa: Battesimo e altrove Battesimo di fuoco – Giovanni battezzò con l’acqua, dice Cristo, e voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra pochi giorni -. – Giovanni, così il divin Salvatore, battezzava il popolo sulle rive del Giordano, e voi ed Io con voi vi andammo. Che Battesimo era quello? Battesimo con acqua: esso, per sé, non mondava l’anima, ma solo il corpo. Per esso voi vi riconoscevate peccatori, bisognevoli di purificazione: esso non infondeva grazia alcuna nelle anime vostre; vi eccitava soltanto a desiderarla, destandovi la fede in Lui, che Giovanni annunziava e che ora vi parla. Voi ora siete mondi in virtù della mia parola: nell’anima vostra alberga la mia grazia e con essa il germe della vita divina. Ma la missione, che siete per cominciare domanda una forza più gagliarda, una vita più potente, un novello Battesimo, non di acqua, ma di fuoco e l’avrete tra pochi giorni -. È chiaro che Gesù Cristo in questo luogo col nome di Battesimo nello Spirito Santo designa la venuta dello Spirito Santo e la trasformazione operata negli Apostoli il giorno delle Pentecoste e la designa con questo nome perché vi è una certa somiglianza col Battesimo di acqua. Questo si riceve una sola volta e una sola volta in modo sensibile lo Spirito Santo discese sugli Apostoli: questo depose nell’anima una vita nuova, che si svolse nella vita cristiana, stampando in essi un segno incancellabile: e lo Spiritò Santo depose in essi una nuova energia, che si svolse nelle opere tutte dell’Apostolato. – Ma ritorniamo alla narrazione di S. Luca, il quale riporta una domanda degli Apostoli a Gesù, la quale se da una parte dimostra la semplicità e, diciamolo pure, la ignoranza degli Apostoli, dall’altra mette in piena luce la divinità del divino Maestro verso di loro e prova insieme l’ammirabile sincerità del sacro scrittore. Uditela: – Intanto i convenuti colà lo interrogarono dicendo: Signore, restituirai tu forse in questo tempo il regno ad Israele? – Per comprendere questa domanda, che sembra a noi molto strana, conviene conoscere le idee che allora fermentavano nel popolo giudaico non meno che nei suoi capi, alle quali naturalmente gli Apostoli non potevano essere estranei. E tanto più conviene conoscere queste idee, delle quali gli Apostoli si fanno interpreti presso del Maestro in quanto che esse ci danno la chiave per spiegare la terribile apostasia della nazione e la catastrofe che ne seguì. Scorrete i libri dell’antico Testamento e particolarmente i Salmi ed i Profeti: in moltissimi luoghi si promette il Messia e sotto le più svariate forme lo si presenta e si descrive. Si predicano, è vero, le sue umiliazioni, i suoi dolori, la sua morte in modo che sembrano una storia piuttostoché una profezia; ma lo si dipinge pure come un re potentissimo, un gran duce vincitore, un conquistatore glorioso, che strapperà il suo popolo dalle mani dei nemici, che lo rivendicherà a libertà e stenderà il suo scettro pacifico su tutta la terra. Che ne avvenne? Ciò che doveva avvenire in un popolo sì fiero della propria indipendenza, orgoglioso, tenacissimo e che dopo le terribili prove, da cui era uscito contro i Babilonesi e contro i re Siri, al tempo dei Maccabei, fremevano sotto il giogo romano. Come gli individui e più degli individui i popoli hanno il loro amor proprio, il loro egoismo nazionale, che può toccare i gradi estremi. Gli Ebrei tenevano salda la speranza del futuro Liberatore, del quale parlavano i profeti, i riti ed i simboli in tante forme rappresentavano; l’aspettavano, lo desideravano ardentemente. Ma la loro natura grossolana, il desiderio ardentissimo di scuotersi dal collo l’abbominata signoria straniera e l’orgoglio nazionale fecero sì che nel Messia promesso, nel Liberatore annunziato dai Patriarchi e dai Profeti, più che il Liberatore delle anime vedessero il liberatore dei corpi, più che il Redentore del mondo aspettassero il vindice della nazione, un Davide glorioso, un Maccabeo restauratore di Israele. Foggiatasi questa idea bizzarra e falsissima del Messia, che accarezzava il loro orgoglio e rispondeva alle condizioni politiche sì dolorose ed umilianti della nazione, è facile immaginare come i Giudei dovessero accogliere Gesù Cristo, che annunziava un regno spirituale, che voleva si rendesse a Cesare ciò che era di Cesare e che mandava in fumo le speranze di libertà e grandezza temporale, che si aspettavano. È questa la causa precipua della cecità de’ Giudei e del ripudio di Cristo e che trasse in rovina la nazione intera. Terribile lezione. che troviamo ripetuta sventuratamente anche in alcuni popoli cristiani! Perché l’Oriente ai tempi di Fozio e poi di Michele Cerulario si separò da Roma e cadde nello scisma e nella eresia, in cui giace ancora? La causa principale fu l’orgoglio nazionale dei Greci, ai quali pareva una umiliazione ubbidire al Pontefice di Roma e sottostare ai Latini. Perché la maggior parte della Germania consumò la sua separazione dal centro dell’unità cattolica, che risiede in Roma? Vuolsi ascriverne la causa principale alla gelosia nazionale: ai fieri Germani mal sapeva ricevere la legge da Roma, a loro, figli di Arminio. Perché l’Inghilterra ruppe i vincoli, che da secoli la tenevano unita a Roma? Perché le parve a torto minacciata la sua indipendenza nazionale. Se bene si guarda quasi tutti gli scismi e quasi tutte le grandi eresie, che desolarono la Chiesa, ebbero la loro funesta radice nel sentimento esagerato e male inteso della dignità e grandezza nazionale. È una prova tremenda per un popolo il sospetto, il solo timore, che gli interessi religiosi possano offendere il sentimento patriottico: nella lotta vera o immaginaria che sia v’è un grande pericolo, che il popolo agli interessi del Cielo anteponga i terreni e respinga una Chiesa od una Religione che gli sembra domandare il sacrificio della patria e tanto più grande è il pericolo quanto più ardente è l’amore della patria stessa. Ma guai a quel popolo che si lascia accecare! L’esempio d’Israele è là sotto gli occhi del mondo intero. Torniamo al sacro testo. – Gli Apostoli, benché poveri figli del popolo, rozzi pescatori, nati e cresciuti sugli estremi confini della nazione, ai piedi del Libano e lontani dal centro d’Israele, Gerusalemme, dove batteva il cuore della nazione e ardeva il focolare del patriottismo, non erano estranei alle speranze comuni, né insensibili al fremito del popolo. L’uomo nasce e vive patriota e tutto ciò che suona onore, libertà e grandezza della patria, trova sempre aperta la via del suo cuore e se vi è uomo, in cui l’amore della patria non trova eco, dite pure che è un miserabile, un essere degradato. Era dunque naturale che gli Apostoli, anime rette, forti e generose, ancorché prive d’ogni coltura, sentissero vivo l’amore della patria e partecipassero al sentimento comune, spingendolo fino al pregiudizio fatale di assegnare al Messia, e per conseguenza a Gesù Cristo, la missione di liberatore dal giogo straniero. E che gli Apostoli tutti fossero vittima di questo pregiudizio comune, figlio d’un patriottismo male inteso, e ciò fino alla Ascensione di Gesù Cristo al Cielo, apparisce in modo indubitato dalla domanda che ingenuamente e non senza qualche peritanza, gli mossero: – Signore, restituirai tu forse in questo tempo il regno ad Israele? – La domanda è fatta in modo, che sembra deliberata in comune, riserbata in sull’ultimo come cosa gravissima, nella speranza che il Maestro ne parlasse anche non richiesto e concepita in termini che esprimono l’angustia e l’incertezza dell’animo loro. Qual fu la risposta di Gesù? È semplicissima e l’avete udita. Egli, il divino Maestro, li lascia dire e li ascolta. Non una parola di stupore, non un accento solo di rimprovero per tanta ignoranza, dopo sì lungo tempo di scuola avuta da Lui, e tanta ignoranza sopra un punto capitale, che riguardava il fine della divina sua missione. Quanta benignità! Quanta carità con questi suoi cari Apostoli! Egli, vedendo le loro menti ingombre di sì gravi pregiudizi, tace e dissimula e non si prova nemmeno a dissiparli, perché non l’avrebbero compreso. Aspetta che il tempo e la luce che tra breve getterà nelle loro menti lo Spirito Santo, li rischiarino e mettano fine ai loro dubbi. Grande e sublime lezione per tutti e particolarmente per quanti hanno l’ufficio di ammaestrare il popolo! Quante volte accade di trovare persone piene di errori, che non si arrendono alle dimostrazioni più evidenti, che non sanno spogliarsi di certi pregiudizi succhiati col latte, che chiudono gli occhi della mente a verità chiarissime! Che fare? Talvolta sono vittime della educazione, dell’ambiente, come si dice, delle correnti popolari, di passioni per sé non sempre spregevoli. Combatterle risolutamente a viso aperto sarebbe forse cosa vana e talora anche nociva, perché ecciterebbe più vive le passioni facendosi l’amor proprio offeso loro patrocinatore. In molti casi giova tacere, dissimulare, attendere che le passioni sbolliscano, che il tempo ammaestri, e non è raro il caso che le menti si aprano da se stesse alla luce di quelle verità che prima si erano fieramente rigettate. L’esempio di Cristo lo prova. Egli lasciò cadere la domanda; non negò, né affermò; ma, riconducendo la mente dei suoi diletti Apostoli a ciò che maggiormente importava e dalle cose temporali richiamandoli, come sempre soleva fare, alle celesti, rispose: – Non spetta a voi conoscere i tempi e le congiunture, che il Padre ha serbato in sua balìa. – Che fu un dire: a che fermate il vostro pensiero sulle sorti future del regno d’Israele? Voi non potete mutarle; esse sono nelle mani di Dio, che solo le conosce e le regola nella sua sapienza. Ad altra impresa e troppo più alta e importante voi siete chiamati: di questa vi occupate, che è vostra, e quell’altra rimettete al divino volere. – Del resto qual era la sorte riserbata alla nazione giudaica e nominatamente alla sua capitale, Gerusalemme, cinquanta giorni innanzi l’aveva detto e descritto coi colori più vivi e la memoria doveva essere ancor fresca negli Apostoli. Non aveva lor detto, pochi giorni prima della sua passione, che sarebbe scoppiata una guerra sterminatrice con rivolte e tumulti? Non aveva chiaramente annunziato un assedio terribile, la presa della città, la distruzione del tempio, sì che non ne sarebbe rimasta pietra sopra pietra e ammonitili che fuggissero ai monti per non essere involti nella catastrofe? In quella profezia sì chiara e particolareggiata, che non potevano aver dimenticata, perché recentissima, si conteneva la risposta alla domanda: – È questo il tempo, nel quale restituirai il regno ad Israele? – Ma non è inutile il ripeterlo, quando un pregiudizio è profondamente abbarbicato nell’animo non valgono le ragioni più evidenti a svellerlo, ed è saggezza aspettare il beneficio del tempo e della esperienza, come fece Cristo, il quale, messo da banda questo argomento affatto umano e che allora non interessava, continuò, dicendo: – Piuttosto voi riceverete la potenza dello Spirito Santo, il quale verrà sopra di voi -. Ben altro regno che quello temporale d’Israele, del quale mi fate domanda, si deve fondare e tosto e per opera vostra. E come e quando? Appena avrete ricevuto lo Spirito Santo, che vi riempirà della sua forza divina tra pochi giorni e trasformandovi in altri uomini, vi renderà strumenti atti all’ardua impresa; e allora, da Lui supernamente illustrati, comprenderete qual sia il regno, ch’Io sono venuto a stabilire, regno della verità, regno dell’anime, che comincerà qui in Gerusalemme, si allargherà in tutta la Giudea e nella Samaria, che sono i confini del regno d’Israele, di cui parlate, e poi si distenderà fino agli estremi della terra. In tal modo Gesù Cristo accenna alla differenza immensa, che corre tra l’angusto e temporal regno sognato dagli Apostoli e quello senza confini e spirituale, ch’Egli per opera loro avrebbe fondato e implicitamente risponde alla domanda, che gli avevano fatta: – In questo tempo restituirai tu il regno ad Israele? – E qui cade in acconcio toccare alcune verità, che non sono senza importanza. E primieramente osservate tracciato agli Apostoli l’ordine della loro predicazione: essi dovevano cominciare la loro missione in Gerusalemme, poi spandersi nella Giudea, poi portarla in Samaria, che è quanto dire annunziare prima la buona novella ai figli di Abramo disseminati sul territorio delle dodici tribù, pigliando le mosse dalle due rimaste fedeli. Compiuta questa missione presso i figli d’Israele, il muro, che fino allora aveva separato il popolo eletto da tutti gli altri doveva cadere e aprirsi a tutti indistintamente la porta del novello regno, regno universale e duraturo fino al termine dei tempi. Disegno più audace di questo e umanamente di questo più impossibile non s’era mai visto, né mai era caduto in mente d’uomo e direttamente feriva l’orgoglio del popolo ebraico, sì tenace e sì geloso del suo più assoluto isolamento. Il carattere della più vasta universalità per ragione dello spazio e del tempo, che Cristo in questo luogo imprime al suo regno, siffattamente ripugna alle idee del mondo pagano e più ancora del mondo ebraico, che anche solo basta d’avvantaggio a mostrarli in Chi lo concepì e sì chiaramente l’annunzi la coscienza della propria forza al tutto sovra umana e divina. Osservate in secondo luogo che Cristo costituisce gli Apostoli testimoni – Eritis mihi testes – Testimoni di che? Dei fatti e dei miracoli (e per conseguenza della dottrina dai fatti e dai miracoli provata), che avevano veduto coi loro occhi. Ufficio adunque degli Apostoli e dei loro successori è quello di attestare e affermare costantemente e dovunque l’insegnamento di Cristo, la cui certezza poggia sui miracoli da Lui operati. Essi non sono che testimoni e perciò loro ufficio è quello di conservare pura e intatta la Dottrina di Cristo, quale uscì dalle sue labbra, senza aggiungere o levare ad essa pure un apice. Perciò il ponetevelo bene nell’animo, o dilettissimi, la Chiesa, continuatrice dell’opera degli Apostoli non crea una sola verità nuova, non altera, né dimentica, né omette una sola delle verità caduta dalle labbra di Cristo e degli Apostoli: tutte le conserva e le trasmette fedelmente, come un cristallo tersissimo trasmette i raggi del sole, benché le svolga più largamente e di nuove e più ampie prove secondo i tempi e i luoghi le avvalori. Finalmente non dimenticate mai, o dilettissimi, che questo doppio ufficio di propagatrice e conservatrice infallibile della Dottrina di Cristo la Chiesa lo adempì e adempirà sempre, non per virtù propria, ma sì unicamente per virtù di quello Spirito Santo, che Cristo promise agli Apostoli e che rimarrà nella Chiesa fino all’ultimo giorno de’ secoli, secondo la sua promessa solenne. È bene a credere che Cristo, trattenendosi con gli Apostoli a lungo e più volte per lo spazio di quaranta giorni, altre cose disse loro, che non sono registrate da S. Luca, ma che si conservarono religiosamente nell’insegnamento orale degli Apostoli stessi e della Chiesa. S. Luca, compendiate queste cose, narra che Gesù condusse gli Apostoli fuori, in Betania, il castello di Marta, Maria e Lazzaro, presso Gerusalemme (S. Luca, XXIV, 51) e benedicendoli amorosamente – sotto i loro occhi levossi in alto – Videntibus illis, elevatus est –  Cristo levossi da terra per virtù della sua divina persona e sembra che ciò facesse a poco a poco, volti sempre gli sguardi sorridenti e stese le braccia verso i suoi cari Apostoli e discepoli e sopra tutto verso la Madre sua, che indubitatamente era colà, come si rileva dal versetto quattordicesimo di questo primo capo degli Atti Apostolici. Levossi in alto – Elevatus est – cioè levossi al Cielo. Che vi sia un luogo dove Iddio si manifesta svelatamente nella sua gloria a quelli, che hanno meritato di vederlo e bearsi in Lui e che si dice cielo, non vi può essere dubbio alcuno e la natura stessa degli Angeli e particolarmente degli uomini, che vi sono chiamati, lo esige. Ma dove sia questo luogo e questo Cielo a noi è perfettamente ignoto. – L’idea cristiana del Cielo, elevandosi ai sublimi concetti di Dio, della sua immensità, degli spiriti, delle anime e dei corpi gloriosi, conserva pur sempre l’idea d’un luogo particolare, dove Dio mostra la sua presenza e la sua gloria, ma non determinò mai precisamente in qual regione sia posto questo luogo, se sopra o sotto di noi, se ad Oriente od Occidente, a tramontana o mezzogiorno. I Libri Santi tacciono, la tradizione è muta e la Chiesa, che n’è l’interprete, insegna che il Cielo de’ beati, il paradiso vi è, ma dove sia noi disse mai. E perché non potrebb’essere sulla terra istessa? Là dove è Dio svelato alle anime, là può essere il Cielo; e non potrebbe Iddio mostrarsi loro qual è qui sulla terra, campo dei loro combattimenti e delle loro vittorie e perciò anche luogo del loro trionfo? Che importa che noi non vediamo nulla? Chi può vedere Iddio, i puri spiriti, i corpi gloriosi? Cristo non vive sulla terra nel sacramento dell’altare invisibile? E certo dove è Cristo ivi è altresì il Cielo, di cui è il Re. Disse profondamente il poeta teologo che ogni dove è paradiso ed è questo il vero concetto del Cielo secondo la ragione e secondo la fede e questo teniamo. Ma voi direte: E pur sempre vero che il testo sacro, narrando l’ascensione di Cristo, ce lo descrisse in atto di salire in alto – Elevatus est -; e noi stessi, allorché accenniamo il Cielo, leviamo in alto le mani quasi fosse lassù sopra dei nostri capi. È vero: Cristo, salendo in Cielo, montò in alto, per mostrare che la sua presenza visibile cessava sulla terra e cominciava un’altra maniera differentissima di vita; e poiché le cose più nobili e più eccellenti per noi si dicono metaforicamente alte e ce le rappresentiamo, non in basso, ma in alto; così Cristo per farci conoscere il suo nuovo modo di esistere in Cielo, salì in alto. Per la stessa ragione, allorché noi parliamo del Cielo, leviamo in alto le mani e gli occhi come se il Cielo fosse sopra de’ nostri capi Poiché Gesù fu levato in alto, una nube, dice il sacro scrittore, lo tolse ai loro occhi. Qual nube? Porse fu vera nube, o come inclino a credere e mi sembra più conforme al fatto e alla maestà di Cristo, quella fu uno splendore di luce meravigliosa, che a guisa di nube lo circonfuse e lo rese invisibile agli occhi degli Apostoli, che lo seguivano con ansia amorosa, con gioia ineffabile e dolore vivissimo, come potete immaginare. – Allorché gli Apostoli stavano pur con gli occhi fissi in alto cercando di vedere il Maestro, che si era dileguato in mezzo a quei fulgori celesti, ecco ad un tratto due personaggi bianco vestiti stettero presso di loro, quasi inosservati, perché gli occhi loro erano fermi lassù in alto. S. Luca non dice che fossero Angeli, ma non è a dubitarne dal contesto. Li chiama personaggi (viri), non Angeli, perché apparvero con forme umane e certo non è questo il primo luogo, in cui gli Angeli si chiamano uomini. Essi, riscossi gli Apostoli da quella loro estasi, volsero loro la parola, dicendo: – 0 Galilei, che state a riguardare in Cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi fu assunto in Cielo, verrà al modo istesso, onde lo vedeste andarsene -. Quegli Angeli rammentarono agli Apostoli una verità, che più volte avevano udita dalla bocca di Cristo, cioè la sua venuta gloriosa al termine dei tempi. Vedete somiglianza tra i due fatti della salita di Cristo al Cielo e della futura sua venuta, toccata dal sacro Autore. E sempre sopra una nube, che Gesù si mostra, sia che parta dalla terra, sia che vi ritorni, per indicare la sua maestà e la piena signoria ch’Egli ha sopra ogni cosa. Nella stessa trasfigurazione la voce celeste si fa udire dal seno d’una nube e attraverso ad una nube Mosè intravvede Dio. Con la mente e col cuore abbiamo seguito Cristo, che sale al Cielo: prepariamoci con la mente e col cuore ad accoglierlo nella finale sua venuta per essergli compagni nel suo rientrare nella gloria celeste e vivere beati con Lui per tutti i secoli dei secoli.

Alleluia

Allelúia, allelúia.
Ps XLVI:6.
Ascéndit Deus in iubilatióne, et Dóminus in voce tubæ. Allelúia.
[Iddio è asceso nel giubilo e il Signore al suono delle trombe. Allelúia.]

Ps LXVII:18-19.
V. Dóminus in Sina in sancto, ascéndens in altum, captívam duxit captivitátem.
Allelúia.  [Il Signore dal Sinai viene nel santuario, salendo in alto, trascina schiava la schiavitú. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Marcum.
Marc. XVI: 14-20
In illo témpore: Recumbéntibus úndecim discípulis, appáruit illis Iesus: et exprobrávit incredulitátem eórum et durítiam cordis: quia iis, qui víderant eum resurrexísse, non credidérunt. Et dixit eis: Eúntes in mundum univérsum, prædicáte Evangélium omni creatúræ. Qui credíderit et baptizátus fúerit, salvus erit: qui vero non credíderit, condemnábitur. Signa autem eos, qui credíderint, hæc sequéntur: In nómine meo dæmónia eiícient: linguis loquantur novis: serpentes tollent: et si mortíferum quid bíberint, non eis nocébit: super ægros manus impónent, et bene habébunt.
Et Dóminus quidem Iesus, postquam locútus est eis, assúmptus est in cœlum, et sedet a dextris Dei. Illi autem profécti, prædicavérunt ubíque, Dómino cooperánte et sermónem confirmánte, sequéntibus signis.

OMELIA II

[Ut supra: Perché Gesù Cristo sali al Cieloe che vuol dire: Siede alla destra del Padre?]

– “Mentre (gli undici Apostoli) stavano a mensa, Gesù apparve loro e rampognò la loro incredulità e durezza di cuore, perché a quelli, lo avevano veduto risorto, non avevano creduto, e disse loro: Andando per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura; chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvo; ma chi non avrà creduto, sarà condannato. I segni poi che accompagneranno quelli, che avranno creduto, sono questi: Nel mio nome scacceranno demoni, parleranno nuovi linguaggi, torranno via serpenti e se alcun che di mortifero avranno bevuto, non ne avranno nocumento: porranno le mani sopra gli infermi e guariranno. E poiché il Signore ebbe parlato loro, fu accolto in Cielo e siede alla destra di Dio. Gli Apostoli intanto usciti, predicarono per tutto, cooperando il Signore e confermando la parola coi segni che seguitavano”. (S. Marco, XVI, 14, 20) –

La vita di Gesù Cristo sulla terra quale è narrata nei Vangeli è un continuo alternare di grandezze e di debolezze, di glorie e di umiliazioni, che tra loro mirabilmente si intrecciano, e così conveniva che fosse. Egli era insieme Dio e uomo, e se le grandezze e le glorie a Lui si convenivano come a Dio, le debolezze e le umiliazioni convenivano pure a Lui come uomo, fattosi nostro mallevadore e nostro modello: e poiché Dio tutto vince e signoreggia, così le grandezze e le glorie in Lui dovevano finalmente soverchiare e assorbire le debolezze, le umiliazioni e tutto doveva finire nello splendore del suo trionfo senza eguale. E in questo giorno, o carissimi, come sapete, è il finale trionfo di Gesù Cristo che celebriamo, la sua gloriosa Ascensione. Quel Bambino che le mani virginali di Maria, nel cuore d’una notte invernale, deponevano sulla paglia di una mangiatoia: quell’Uomo che scorreva le contrade della Giudea, della Galilea e della Samaria, seminando sui suoi passi i miracoli e spargendo dovunque parole di vita, ora salutato come figliuolo di Davide e aspettato Salvatore ed ora insultato e bestemmiato come seduttore e falso profeta: quell’Uomo che spirava sul patibolo della croce e calato nel sepolcro dopo tre dì risorgeva sfolgoreggiante di gloria, oggi, ammaestrati in ogni cosa gli Apostoli, lascia la terra, entra in Cielo e corona l’opera, per la quale era venuto. – Tutti i misteri della vita di Gesù Cristo sono fecondi di alti insegnamenti per chi li contempla e li medita alla luce della fede: tale senza dubbio è altresì l’odierno mistero della Ascensione, che chiude la vita di Cristo sulla terra. Con animo docile meditiamolo per pochi istanti e per non ismarrirci nel nostro cammino, seguitiamo una guida sicura e sia l’Angelo della scuola, e con Lui cerchiamo perché Gesù Cristo salì al Cielo e che cosa significa sedere alla destra del Padre. Nella risposta a queste due domande voi avete il soggetto delle mie parole e delle vostre considerazioni. – S’io interrogassi qualcuno tra di voi che mi ascoltate e dicessi: – Fratel mio, dimmi: A tuo giudizio sarebbe stata miglior cosa, che Gesù Cristo dopo la sua risurrezione fosse rimasto sempre sulla terra fino al termine de’ secoli, o se ne fosse dipartito, come veramente se ne dipartì? – Io penso che mi risponderebbe tosto: Oh! era meglio che fosse rimasto quaggiù stabilmente. Se noi lo vedessimo, l’udissimo, come gli Apostoli! Se tutti potessero andare a Lui, parlargli, pregarlo, adorarlo, qual gioia! Tutti crederebbero in Lui, tutti l’amerebbero, tutti vivrebbero santamente! La miscredenza sarebbe sbandita dalla terra, il trionfo della fede pronto e sicuro e Gesù Cristo regnerebbe pacificamente su tutti i cuori, su tutte le menti -. Ecco la risposta che mi farebbe: e non dubito che se interrogassi ad uno ad uno voi tutti e tutti i Cristiani sparsi sulla terra, tutti risponderebbero allo stesso modo e stimerebbero la loro risposta ispirata dall’amore più puro verso di Gesù Cristo e dal vero bene delle anime. Tant’è vero, o carissimi, che assai volte noi siamo ingannati dalle apparenze! Gesù Cristo, che è la stessa sapienza, che tutto dispone e vuole alla maggior gloria sua e al maggior bene delle anime, dopo la risurrezione non rimase sulla terra e andossene al Cielo. Da ciò ch’Egli fece è forza conchiudere, che i nostri desideri, ancorché buoni e santi, non sono quelli che consuonano alla infinita sua sapienza e che meglio rispondano al vero nostro bene. Ragioniamo seguendo il grande dottore e maestro S. Tommaso. – La terra è il luogo di prova, la palestra, l’arena del combattimento, il luogo d’esilio; è il campo, il deserto, che devono attraversare i pellegrini, che ritornano in patria; è l’oceano, che devono valicare tutti quelli che vanno in cerca d’un porto, in cui gettare l’ancora e riposare tranquilli. Il Cielo è il termine ultimo dei combattimenti, la meta suprema dei viaggiatori, il porto dei naviganti: se la terra è la dimora dei mortali, il Cielo è la dimora degli immortali: chi dunque ha compiuto il suo cammino quaggiù deve lasciare la terra, come chi ha compiuta la sua giornata di lavoro, si riduce sotto il suo tetto e gode il meritato riposo. Cristo con la morte ha compiuto il suo cammino e giunto al termine del suo stadio mortale, ha valicato l’oceano tempestoso della vita terrena: deve entrare in un’altra dimora, deve cominciare un’altra vita ed entrare in un altro luogo, che ad esso sia conforme: è il luogo degli immortali, dei risorti, dei gloriosi, è il Cielo. Entri adunque nel suo regno, ascenda al Cielo, che solo è sua degna dimora (p. III, q. 57, a. 1). – Ma se Cristo lascia la terra e sale al Cielo, lascia i suoi fratelli, pei quali venne, patì e morì: li lascia mentre sono alle prese col nemico, mentre grande è il bisogno della sua presenza e della sua parola. Perché abbandonarli nel dolore? Perché sottrarre loro il conforto ineffabile della sua vista? S’Egli li ama sì teneramente come disse e provò coi fatti, rimanga con loro: l’amore domanda la presenza della persona amata e la presenza alimenta e accresce l’amore. Sì, tutto questo è vero; ma è vero altresì che se Gesù sottrae ai suoi cari la presenza corporale con l’Assunzione, non sottrae loro la presenza e il conforto della sua divinità: anzi lascia loro anche la sua presenza corporale nascosta sotto le specie eucaristiche, sovrano conforto nelle prove sì amare della vita. Ma è pur sempre utile e necessario che Gesù se ne vada, com’Egli stesso protestò: – È utile per voi ch’Io me ne vada – Expedit vobis ut ego vadam Come ciò, o dilettissimi? Porgiamo ancora attento l’orecchio alle parole del Maestro. La fede è la base e il fondamento primo dell’edificio della nostra santificazione; per la fede la nostra mente, che è il vertice e la punta del nostro spirito, è illuminata dalla luce della verità divina, ad essa si unisce, e per essa si unisce a Dio. La fede è la radice, da cui germoglia l’albero, che poi ci darà i fiori della speranza e i frutti della carità. Senza la fede è impossibile piacere a Dio; a chi ha la fede, la fede viva, tutto è possibile; egli può trasportare i monti, ed ha Cristo che abita nel suo cuore. Voi sapete come i Libri santi, siano pieni degli elogi della fede e come ad essa Cristo attribuisca i miracoli per lui operati e la salvezza – Fides tua te salvum fecit. – È l’espressione che più spesso esce dalla sua bocca. Ora la fede, dice egregiamente S. Tommaso,  non può aversi di quelle cose o verità che si veggono e si toccano. Dove tu vedi chiaro con la tua ragione e ne hai sicura esperienza, la cessa la tua fede e con essa l’omaggio che presti a Dio e per conseguenza cessa il merito della fede: là è il regno della ragione e della scienza, non quello della fede. Ora ponete, o carissimi, che Cristo dopo la sua risurrezione, fosse rimasto nella sua forma visibile in mezzo a noi: ponete che dopo venti, cento, mille, mille ottocento anni vivesse qui sulla terra: che tutti lo potessero vedere ed udire; dite, la nostra fede in Lui, e nella sua dottrina sarebbe essa fede? No, sicuramente. Essa cesserebbe al tutto, perché al suo luogo sottentrerebbe la evidenza della verità dinnanzi a questo miracolo, che soggiogherebbe la intelligenza e toglierebbe ogni libertà di negarlo e perciò toglierebbe ogni merito dell’assenso. Perché dunque rimanesse intatta la fede e pieno il merito della fede istessa: perché l’amor nostro per Gesù Cristo fosse figlio della fede e camminassimo per la via della verità, fermi in essa per la sola sua parola, offrendogli il sacrificio della nostra ragione sì piena di sé, era necessario che Cristo ci togliesse la vista della sua umanità gloriosa e abbandonasse la terra. Se fosse rimasto quaggiù con noi visibile com’era agli Apostoli, la terra era portata in Cielo e il Cielo sulla terra, l’ordine presente confuso col futuro, il mezzo tramutato col fine e questa dimora passeggera sarebbe divenuta la città permanente. Cristo un giorno disse agli Apostoli: Beati quelli che non videro e credettero. Beati per ragione del merito e dell’onore che rendono a Dio! E perché fossimo nel numero di questi beati era necessario che non vedessimo Cristo e Cristo salì per questo al cielo. La sua Ascensione pertanto è un immenso beneficio, perché dopo avere confermata la nostra fede con la Risurrezione nelle tante apparizioni dei quaranta giorni, ce la lasciò intera allorché cominciava a cessare sotto la luce dell’evidenza, entrando in Cielo. Nuova e splendida prova della sua bontà e di quella provvidenza paterna, con cui Gesù Cristo veglia sopra di noi (III p. ar. 1, ad tertiam). – Se la fede esigeva la partenza di Cristo dalla terra e la sua Ascensione in Cielo, non lo esigeva meno la speranza. E sempre il Dottore angelico che ragiona. Udiamolo: La speranza s’appunta necessariamente nelle cose invisibili e future, giacché nessuno spera ciò che vede e possiede e perciò il grande Apostolo congiunge la speranza alla fede, scrivendo: La fede è la sussistenza o il fondamento delle cose che si sperano, cioè la fede addita i beni che Dio ci ha preparati e la speranza ci mette l’ali per tendere e volare ad essi. Quali sono questi beni, dei quali è fondamento la fede e a cui ci porta sull’ali sue la speranza? La grazia nel tempo che ci fa figli adottivi di Dio e la felicità piena nella eternità, dove saremo beati della sua stessa beatitudine: ecco l’oggetto della nostra speranza. Ora l’Ascensione di Gesù Cristo avvalora e compie questa nostra speranza. Essa ci mostra Gesù Cristo, il nostro capo, che oggi dischiude le porte dei Cieli e vi entra pel primo. – Egli oggi piglia possesso di quel regno, che ha conquistato a prezzo del suo sangue, ci segna la via, su cui possiamo e dobbiamo seguirlo e tacitamente di là ci grida: Dove son Io voi pure sarete: Io vi preparo il luogo e poi verrò a voi e vi condurrò meco. (S. Giov. XIV) . Sì, in Cristo, nostro Capo supremo, che oggi entra trionfante in Cielo, noi pure in qualche modo entriamo in Cielo. Oggi quella beata dimora vede per la prima volta in Cristo la misera nostra natura assunta nella gloria e collocata al di sopra di tutti gli spiriti angelici. Questo fatto non conferma ed avviva la nostra speranza, che anela a quel luogo di sempiterne delizie, non ci assicura che pari alla meta, cui aspiriamo, saranno i mezzi per raggiungerla? Come potrà essere scarso de’ suoi aiuti con noi Colui, che patì e morì per noi e che oggi ci precede nel regno dei Cieli e ci invita a seguirlo affine di compire in noi l’opera sua?  L’Ascensione di Cristo eleva e conserva la fede, nutre e rafforza la speranza; l’abbiamo veduto. Essa solleva in alto e purifica eziandio la carità: lo insegna il Maestro. Il nostro cuore è fatto per amare come i nostri polmoni per respirare e la lingua per favellare. L’amore è come una fune, che il cuore getta fuori di sé, con cui lega le cose e le trae a sé, facendole sue e formando con esse quasi un solo tutto. Con questo amore l’uomo può legarsi a sé e alle cose tutte, che lo circondano, visibili o invisibili. È naturale che più facilmente leghi il suo cuore alle cose visibili, che alle invisibili, perché quelle più di queste gagliardamente scuotono lo spirito e lo traggono a sé, e perché l’uomo è siffatto che ai sensi ubbidisce più che alla ragione. Dio è l’invisibile per eccellenza e perciò l’uomo non può sollevarsi sino a Lui con la mente e col cuore senza uno sforzo sopra se stesso, sciogliendosi dal mondo sensibile, che lo ingombra e d’ogni parte a sé lo avvince. Cristo, che in modo visibile lascia la terra ed entra in Cielo, entra cioè nel mondo invisibile, il mondo degli spiriti, ci insegna a staccare il nostro cuore, a liberare il nostro spirito dagli affetti delle cose tutte terrene e a portarli in alto, là dove Egli è salito e vive. Oggi più che mai contemplando l’Ascensione di Gesù Cristo ci risuonano all’orecchio le parole dell’Apostolo: « Cercate le cose che sono in alto, dove Cristo è a sedere alla destra di Dio: pensate alle cose di sopra, non a quelle che sono sopra la terra ». (Coloss. I. 1, 2). L’uomo vive ed è là dove sta l’oggetto del suo amore: ora l’oggetto sovrano dell’amor nostro è Gesù Cristo e Gesù Cristo è salito e regna in Cielo; in Cielo adunque debbono essere i nostri pensieri e i nostri affetti; in cielo dobbiamo vivere al presente con lo spirito se vogliamo un giorno vivere colà per tutti i secoli con Lui, che è la nostra vita. A chi vive lassù con la mente e col cuore diventa misera e spregevole la terra, la tocca appena con la punta de’ piedi e gli tarda di lasciarla per sempre. Mi direte: ma come, relegati, su questa terra, costretti ad occuparci senza tregua di queste cose fugaci, possiamo vivere in Cielo con Cristo? Ascoltate: Noi abbiamo o piuttosto portiamo questo corpo, simili a quel misero insetto che striscia sulla terra, portando sempre seco la sua casa: ma noi abbiamo anche lo spirito, che sulle due ali del pensiero e dell’amore spazia liberamente dove vuole. Pel corpo siamo confinati e costretti a vivere su quei due miserabili palmi di terra che occupiamo: ma chi può tarpare le ali dello spirito? Voi, che mi udite, ora col vostro corpo siete lì ciascuno nell’angusto spazio che occupate: ma non è egli vero che col vostro pensiero in questo stesso momento potete essere sulla vetta d’un monte, sulla riva del mare, in un deserto, nel sole, e nell’astro che si muove sull’estremo lembo dell’universo? Non vi è forza né sulla terra, né giù all’inferno, né su nel Cielo, che possa incatenare il vostro spirito e dirgli: Io voglio che tu rimanga li dov’è il tuo corpo. – Volete voi sapere, o carissimi, dove sta più spesso e più a lungo il vostro spirito? Là dove lo tira e lo tiene più gagliardo l’amore. E l’oro che maggiormente amate? Lo troverete maggiormente nella vostra mente e nel vostro cuore. Sono gli onori e le dignità e le grandezze mondane che vi allettano? Troverete che i vostri pensieri e i vostri affetti senza posa inseguono queste ombre fuggevoli. Sono i bassi piaceri della gola e quelli più bassi del senso, che vi signoreggiano? Troverete che questi vi stanno sempre a lato e vi seguono dovunque, come l’ombra segue il corpo. O spose, o madri, spesse volte voi rientrate nel fondo della vostra anima, spiate e sorprendete i vostri pensieri ed affetti: dove sono essi? Là dove gli sposi dimorano e invisibili conversate con loro: là presso la culla de’ vostri bambini, che forse dormono; li vedete, li contemplate, li baciate, vi beate di loro. Perché? Perché l’anima vostra è là dove sono i vostri amori anche quando i vostri corpi sono lontani. Ah! come è vero che noi con lo spirito viviamo là dove è l’oggetto del nostro amore, come disse il divino Maestro: « Dov’è il tuo tesoro, ivi è pure il tuo cuore ». Se è così, come ci insegnano la ragione e la fede, perché, o carissimi, perché il nostro spirito co’ suoi pensieri ed affetti si aggira sempre su questa bassa ragione? Perché a guisa di uccello palustre va errando su questi stagni pestilenziali, dove regna la morte del corpo e dello spirito? In alto la mente e il cuore! Gesù ha lasciato la terra; Gesù, la nostra vita e il nostro amore, ha valicato la soglia del cielo, ha immerso tutta la sua umanità nell’oceano di luce e di amore purissimo dell’Essere divino: dietro a Lui corrano le nostre menti e i nostri cuori; l’amore è più puro allorché l’oggetto non si vede, né si ode con gli occhi, né con gli orecchi del corpo, ma con quelli dell’anima: è per questo che Gesù diceva: s’Io non me ne andrò, lo Spirito Santo non verrà a voi; perché, spiega S. Agostino, non potete comprendere lo Spirito allorché vi ostinate a veder Cristo con gli occhi della carne. Seguitiamo dunque Cristo lassù nel mondo degli spiriti, restiamo con Lui, come oggi la Madre nostra, la Chiesa, canta pregando: « O Signore onnipotente, te ne supplichiamo, fa che pur noi, i quali crediamo l’Unigenito Figliuol tuo, Redentor nostro, oggi essere salito al Cielo, con la mente dimoriamo nelle cose celesti. ». Voi vedete, o cari, quali sublimi documenti si racchiudono nell’odierno mistero e come per esso, benché pellegrini ancora sulla terra, siamo iniziati alla vita e alle gioie del Cielo. –

Ma è tempo di passare alla seconda parte del mio assunto e vedere che cosa significhi sedere alla destra del Padre e lo faremo seguendo sempre la fida scorta, che fin qui ci ha guidati. Gesù Cristo salì al Cielo e siede alla destra del Padre: è la formula precisa e solenne, che troviamo in tutti i simboli e in moltissimi luoghi dei Libri santi, dirò meglio, in tutti i luoghi dove si accenna al fatto della Ascensione. Sedere alla destra del Padre!Dio, e Dio Padre ed ognuna delle tre auguste Persone della Santa Trinità, non ha, né può avere né destra, né sinistra, come non ha né piedi, né braccia, né petto, né capo. E come avrebbe destra o sinistra quell’Essere Sommo, che è purissimo spirito? E dunque forza intendere quella frase – Sedere alla destra del Padre – nel senso improprio e metaforico, che diamo a tante altre frasi bibliche, che si riferiscono alla Divinità e che prese nel senso rigorosamente letterale ripugnano alla sua natura. La ragione di questo linguaggio comune, biblico ed ecclesiastico allorché si parla di Dio e delle cose tutte spirituali e che dobbiamo sempre correggere mentalmente, lo dicemmo tante volte, lo si deve trovare nella nostra natura. Composti di spirito e corpo, non possiamo formarci mai un solo concetto, una sola idea puramente spirituale: l’elemento corporeo, l’ombra del fantasma sensibile si frammischia sempre all’idea di spirito e perciò ragionando di Dio, dell’anima e delle cose tutte spirituali, il nostro linguaggio è sempre imperfetto e si deve continuamente correggere. Che significa dunque sedere alla destra di Dio Padre? La parola sedere, così S. Tommaso, può avere due sensi: essa può significare il riposare d’una persona, o la sua dignità di giudice o monarca, che esercita pacificamente il suo potere e nell’uno e nell’altro senso compete a Cristo in Cielo. Gli compete nel primo senso in quanto Egli è immortale e eternamente vive beato col Padre e il suo riposo e la sua felicità non saranno mai soggetti a turbamento, né mai scemeranno. Allorché dite che Gesù siede alla destra del Padre, intendete, soggiunge Agostino, che Gesù abita o dimora con Lui, come diciamo d’un uomo, egli siede nella patria sua. Gli compete nell’altro senso, perché regna con Dio Padre e col Santo Spirito e perché dal Padre suo con la generazione eterna riceve ogni potere e ciò in quanto Dio; e in quanto uomo in modo speciale riceve pieno potere di giudice e re dell’umanità tutta, avendola riscattata a prezzo del suo sangue. Ed è in questo senso che Cristo dice nel Vangelo, il Padre avergli dato ogni potere in Cielo ed in terra e nominatamente quello di re e giudice supremo del mondo. Sedere pertanto a destra del Padre è proprio di Cristo come Dio e più particolarmente come uomo: come Dio, distinto dal Padre perché siede alla destra ed eguale al Padre perché siede con Lui ed ha con Lui comune la gloria (loc. cit. art. 4); come uomo, perché soltanto come uomo poté meritare l’onore d’essere Re e giudice dell’umanità da Lui ricomperata. Nessun uomo, nessun Angelo, nessuna creatura, quale che sia può sedere alla destra del Padre: è onore riservato al solo Cristo perché Dio e uomo e perciò di Lui solo si dice: Salì al Cielo e siede alla destra del Padre. Carissimi! Leviamo i nostri sguardi dietro a Cristo: contempliamolo nel seno del Padre: l’umana natura assunta, in cui siamo eguali a Lui, oggi per la prima volta è rivestita della gloria divina, tutta sfolgoreggiante di luce. Oggi per la prima volta le sterminate schiere degli spiriti celesti veggono meravigliando dentro la essenza divina … « Del suo colore istesso…. pinta della nostra effige » (Dante), e chinando la fronte l’adorano. Quale onore, qual gloria per noi, figli della polvere, veder lassù collocata sopra tutte le creature la natura nostra! Contemplarla immersa nella Divinità! E lassù il termine del nostro doloroso pellegrinaggio; lassù ci attende il nostro Capo e lassù saremo noi pure un giorno per sempre se ora porremo lassù i nostri pensieri e tutto l’amor nostro, giacché è nel tempo che si prepara la eternità e in Cielo fiorisce il buon grano che seminiamo sulla terra. Il sole che splende nell’alto del firmamento trae a sé tutti i semi, che la terra nasconde nel suo seno: essi si aprono, germogliano e drizzano verso di esso la loro cima: e noi pure verso il sole di giustizia, Gesù Cristo, che oggi è accolto nel più alto dei Cieli, drizziamo la punta del nostro spirito, inviamogli la soave fragranza dei nostri pensieri e dei nostri affetti finché venga il dì, nel quale dalla terra saremo trapiantati in Cielo, dove, belli della sua bellezza, felici della sua felicità, con Lui vivremo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Credo

Offertorium

Orémus
Ps XLVI: 6.
Ascéndit Deus in iubilatióne, et Dóminus in voce tubæ, allelúia. [Iddio è asceso nel giubilo e il Signore al suono delle trombe. Allelúia.]

Secreta

Súscipe, Dómine, múnera, quæ pro Fílii tui gloriósa censióne deférimus: et concéde propítius; ut a præséntibus perículis liberémur, et ad vitam per veniámus ætérnam. [Accetta, o Signore, i doni che Ti offriamo in onore della gloriosa Ascensione del tuo Figlio: e concedi propizio che, liberi dai pericoli presenti, giungiamo alla vita eterna.]

Communio

Ps LXVII: 33-34
Psállite Dómino, qui ascéndit super coelos coelórum ad Oriéntem, allelúia.

[Salmodiate al Signore che ascende al di sopra di tutti i cieli a Oriente, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.
Præsta nobis, quǽsumus, omnípotens et miséricors Deus: ut, quæ visibílibus mystériis suménda percépimus, invisíbili consequámur efféctu.
[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente e misericordioso, che di quanto abbiamo ricevuto mediante i visibili misteri, ne conseguiamo l’invisibile effetto].

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (3)

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (3)

IL DOGMA CATTOLICO:

Extra Ecclesiam Nullus Omnino Salvatur

[Michael Müller C. SS. R., 1875]

CAPITOLO I.

Introduzione.

[Uno scrittore anonimo scrive contro fr. Müller a proposito della dottrina di Extra Eccesiam nulla salus]

Nel 1874 abbiamo scritto un piccolo volume dal titolo “Familar Explanation of Christian Doctrine”. La Nostra Madre, la santa Chiesa Cattolica, ha saggiamente decretato che nessun libro che tratti la fede e la morale sia stampato senza l’approvazione del Vescovo della diocesi, e che nessun Vescovo debba dare la sua approvazione prima che il manoscritto sia stato sottoposto al vaglio di un teologo istruito e devoto, in modo che il lettore del libro possa sapere che esso non contenga nulla di contrario alla fede e alla morale. (Vedi Terzo Concilio Plenario di Baltimora, p.100, n. 220.) La Regola dei Padri Redentoristi, inoltre, richiede che un libro scritto da uno di loro debba essere esaminato da due teologi istruiti, prima che sia dato alle stampe. Noi abbiamo sottoposto il nostro piccolo volume al parere del molto istruito Rev. A. Konings, C. SS. R., Professore di teologia morale e di diritto canonico al Collegio Redentorista, Ilchester, Maryland, al defunto Dottore Francis J. Freel, allora amato Pastore della Chiesa di San Carlo Borromeo; Brooklyn, LI, al defunto Rev. Padre M. Sheehan, un dotto prete d’Irlanda, e a James A. McMaster, l’ultimo erudito direttore del New York Freeman’s Journal. Poiché il piccolo libro fu valutato con molto favore, ricevette l’Imprimatur del Rev. J. Roosevelt Bailey, Arcivescovo di Baltimora, e del Reverendo Jos. Helmpraecht, Provinciale della Società Redentorista negli Stati Uniti, e fu pubblicato nel 1875. Il piccolo volume ha avuto un’ampia diffusione durante questi quindici anni. L’anno scorso abbiamo pubblicato, per i tipi della “Benziger Brothers”, una nuova edizione di questo piccolo volume, notevolmente migliorato ed ampliato. – Nel piccolo volume (prima edizione) abbiamo mostrato, da pagina 10 a pagina 86, che solo la Chiesa Cattolica Romana è la vera Chiesa di Cristo sulla terra, istituita per la salvezza dell’umanità, che Essa è l’unica interprete infallibile della Parola di Dio scritta e non scritta, e che di conseguenza tutti coloro che desiderano essere salvati devono morire uniti a questa Chiesa. – Da pagina 87 a pagina 104, (cap. XII) abbiamo dato diversi motivi popolari per cui la salvezza dalla Chiesa Cattolica Romana sia impossibile per coloro che vivono secondo i principi e lo spirito del protestantesimo. Nella seconda parte di questo breve trattato abbiamo parlato di quei protestanti che non sono colpevoli dello spirito del protestantesimo o del “peccato di eresia”. – Il giornale “The Catholic Union and Times of Buffalo”, pubblicato il 26 gennaio 1888, conteneva un articolo anonimo, intitolato “Una strana spiegazione della dottrina cristiana“. Lo scrittore dell’articolo si sforza di provare, estrapolando alcune domande e risposte dalla nostra “Familiar Explanation” che noi abbiamo travisato la Dottrina Cattolica: … “Non c’è salvezza che nella Chiesa Cattolica Romana “, « … dal modo in cui l’articolo è scritto, è evidente che non sia stato scritto da un prete irlandese educato in Irlanda; perché se l’intero articolo fosse posto sotto forma di domande, qualsiasi uomo o donna irlandese confonderebbe lo scrittore di quell’articolo nel modo di rispondere a quelle domande. Lo scrittore è probabilmente un convertito dalla cosiddetta Chiesa episcopaliana, che è stata accolta nella Chiesa, ma senza il dono della fede divina, e di conseguenza non ha compreso né lo spirito della Fede Cattolica né quello del protestantesimo. Se non è questo veramente un tale convertito, allora siatene sicuri: si tratta di un Sacerdote liberale. Egli non fornisce alcuna prova della veridicità delle proprie affermazioni fatte in virtù di una autorità, e questo appare chiaramente dal fatto che non abbia firmato l’articolo, per cui solo per questo, non merita più credito di un libro delle favole. Il fatto che il Rev. Editor della Buffalo Catholic Union and Times (B. U. &T) chiami lo scrittore dell’articolo “il più eminente Sacerdote degli Stati Uniti dimostra la sua mancanza di prudenza, perché nessun uomo ragionevole lo avrebbe definito così; avrebbe potuto dire, ad esempio, “un prete eminente degli Stati Uniti”! Ma ecco l’editoriale: « Il Sacerdote più eminente negli Stati Uniti questa settimana ha onorato le nostre colonne con un articolo su una questione molto importante. La riconosciuta capacità dello scrittore e la recente pubblicità data ai punti in discussione, meritano lo spazio editoriale riservato a questa comunicazione magistrale. Speriamo che i nostri lettori – ed in particolare i nostri stimati lettori protestanti – riservino a questo articolo un’attenta lettura. Noi approviamo ogni sua affermazione e ringraziamo vivamente l’autore per la sua polemica abile e tempestiva ».  – Sembra molto strano definire un prete: … il “Sacerdote più eminente degli Stati Uniti”, senza che se ne riveli al pubblico il suo nome. Il Cardinale Arcivescovo, e tutti gli altri Arcivescovi, i Vescovi e tutti i Sacerdoti, così come pure tutti i Cattolici degli Stati Uniti, lo avrebbero ringraziato per aver fatto loro sapere chi, a suo parere, non solo sia un personaggio importante, ma addirittura il PIU’ EMINENTE Sacerdote negli Stati Uniti. Per brevità, noi lo chiameremo “Signor Oracolo” (S. O.).

Il Rev. Editor e il suo fratello-sacerdote, lo scrittore dell’ “Una strana spiegazione … “, sono perentori e autoreferenziali nel proclamare le loro opinioni errate, come se non avessero nulla da imparare dalla Chiesa ed apprendere dai suoi santi Dottori. A loro si può applicare ciò che san Francesco Saverio scrisse un giorno ad uno dei padri Gesuiti; vale a dire: “Tu, come tanti altri che ti assomigliano, ti sbagli di grosso se pensi di poter seguire le tue opinioni e il tuo giudizio, per il semplice fatto che sei membro della Compagnia”. (Vita di S. Padre Fr. Xav.)  –

“Hai letto per caso nel Buffalo Union and Times, l’articolo “Una strana Spiegazione”? – ho chiesto a un Prete amico – Sì,  l’ho fatto “, egli mi ha risposto. – “E cosa ne pensi?” – “Ho pensato che lo scrittore fosse un propagatore di quanto il cardinale Manning definisce nella sua opera “Il Concilio Vaticano”: « Una scuola di errori sorta in Germania e in parte in Inghilterra, favorita dal contatto con il protestantesimo, nata dall’opinione di coloro che, essendo nati nel protestantesimo, sono entrati nella Chiesa Cattolica, ma non sono in realtà mai stati liberati da certe errate abitudini di pensiero ». – « Che cosa mi consiglia di fare, Reverendo, al proposito? Potrebbe essere bene per me riportare al Signor Oracolo “… gli elogi fatti all’autore di” Familiar Explanation of Christian Doctrine?” – « Sì, infatti – mi dice il Prete amico, non solo questo è un bene, ma penso anche che sia  un dovere per voi farlo a beneficio dei lettori della Buffalo U. & T., alcuni dei quali potrebbero aver acquisito false impressioni, e specialmente i Cattolici liberali, che non hanno mai imparato a sufficienza le ragioni della fede che essi hanno. Quindi, se voi rimanete in silenzio, e omettete di fornire prove forti ed evidenti a favore della dottrina cattolica in questione, i Cattolici, e persino i protestanti che hanno letto l’articolo “La strana Spiegazione… “, in effetti, inizierebbero a dubitare della dottrina da voi esposta, e quello scrittore potrebbe affermare trionfalmente che siete stato messo a tacere dalle asserzioni anonime da lui proposte e pubblicate dal Rev. Editor della “Buffalo U. & T.”, che egli ha condiviso completamente in quell’articolo, sostenendolo spensieratamente in ogni sua affermazione. Dovete quindi, esporre al pubblico la sua teologia contraffatta, contrapponendola ad una teologia solida, spiegata in modo talmente chiaro che anche il più ignorante possa capirla. »  – « Queste osservazioni, secondo voi, dovrebbero essere comunicate al medesimo giornale, al Buffalo U. & T.?” in modo tale che il Buffalo. U. & T. sia obbligato a presentarle a tutti i suoi lettori? ».- « Vedi, io penso che poiché le istruzioni trasmesse mediante un giornale sono facilmente dimenticate e finiscono spesso nel cestino dei rifiuti, vi consiglierei di farle stampare e pubblicare sotto forma di opuscolo, affidandone la diffusione ai ben noti editori della “Publishers, Benziger Brothers”. Se scriverete queste osservazioni e, come tutti i tuoi altri lavori, li farete pubblicare ad un prezzo economico, esse avranno un’ampia diffusione e migliaia di cattolici e di non cattolici li divoreranno e ne trarranno beneficio. Ne potrebbero trarre beneficio anche certi Sacerdoti che sono purtroppo molto spesso ignoranti in questioni di grande importanza, come ignoranti sono coloro che non hanno mai avuto l’opportunità di apprendere una solida teologia cattolica che riguardi certe verità dogmatiche ».  – « Che ci sia questa carenza anche nel clero tedesco è evidente dal fatto che, nel 1886, il Rev. A. Klug aveva pubblicato, in Germania, un nuovo catechismo, in cui asseriva che “i protestanti sono salvati per quelle verità che hanno con noi in comune. Il cardinale Manning dice, sempre nel suo lavoro, “il Concilio Vaticano”, che molti tra il clero sono stati educati a pericolosi errori tradizionali nel corso di duecento anni, fino al tempo del Concilio Vaticano, e che i loro errori erano dovuti al fatto che non avevano mai concepito un’idea chiara e precisa della Chiesa, proprio perché non avevano mai avuto una conoscenza chiara e precisa del potere supremo del suo Capo, per cui, finché ciò non sia chiaramente compreso, la dottrina della Chiesa sarà sempre proporzionalmente oscura; infatti: « … la dottrina della Chiesa non determina la dottrina del Primato, ma la dottrina del Primato determina precisamente la dottrina della Chiesa ».  – « Molti sono ancora impregnati da quegli errori e conservano opinioni errate su certe dottrine cattoliche: sapete, non è un compito facile sbarazzarsi degli errori dell’intelletto e delle opinioni spurie dello spirito. Se voi, quindi, mostrate chiaramente gli errori di questi uomini, otterrete i ringraziamenti della maggior parte del clero e dei laici americani, e anche di molti protestanti onesti, che sono desiderosi di conoscere la vera Religione ».  – « Queste osservazioni dell’amico Sacerdote devoto sono realmente molto corrette. – L’età attuale è completamente assorbita da speculazioni di ogni tipo: politiche, commerciali, letterarie, scientifiche e persino religiose; così che la fonte dalla quale le nuove generazioni dovrebbe trarre una maggiore conoscenza dei propri doveri morali e religiosi è contaminata da un orgoglio invincibile, dal lusso smodato, da una moda ridicola, dall’interesse personale e dall’ignoranza generale circa la dottrina della salvezza. Da qui la tendenza dominante della generazione attuale, che è quella di godere della vita materiale, indulgere alle passioni, gratificare i poteri sensibili e appetitivi e trascurare completamente la cultura religiosa dell’intelletto, del cuore e dell’anima. È, quindi, un dovere indispensabile dei Sacerdoti, dei genitori e di tutti coloro che hanno la direzione spirituale dei giovani e delle famiglie cristiane, comunicare a tutti la sana dottrina cattolica come il grande mezzo per opporsi e curare la lebbra morale dell’età nostra. Questo era l’unico obiettivo che avevamo in mente nel pubblicare i nostri catechismi e le altre opere più impegnative per ogni classe sociale. I dottori ciarlatani in tutte le scienze, i pedanti speculatori nella letteratura, i monopolisti di ogni tipo e gli ipocriti nella Religione e nella politica, sono stati sempre spregevoli in ogni epoca e in ogni nazione e meritano un biasimo universale. Questa linguaggio può solleticare e agitare alcune persone. L’esposizione della Dottrina Cattolica nelle nostre opere più piccole, così come nelle nostre opere più grandi, è “troppo” Cattolica per le coscienze di certi uomini, i quali, a questo proposito, non mancheranno di addossarci le loro critiche rancorose e vendicative con un linguaggio farisaico. Un giorno Sant’Alfonso disse che egli avrebbe potuto sopportare in silenzio ogni offesa fattagli, tranne una sola: quella di essere chiamato “eretico”! Anche noi siamo pronti a sopportare in silenzio tutti gli insulti personali, tranne uno: quello di aver travisato la Dottrina Cattolica in una qualsiasi delle nostre opere. Anche dalla nostra infanzia lo studio della nostra Religione è stato il nostro più grande piacere: lo abbiamo sempre molto amato per travisarne qualsiasi verità. Abbiamo sopportato dolori inenarrabili per renderla chiara ed attraente per tutte le classi sociali, ed anche per i più piccoli. Non abbiamo mai pubblicato una riga che non sia stata letta da eccellenti teologi prima che finisse nelle mani della tipografia. Ecco perché abbiamo sentito il nostro dovere di vendicare, con un linguaggio forte, l’insulto che ci è stato fatto pubblicamente nel “Buffalo U. & T. Ora abbiamo già un piede nella tomba e l’altro lo seguirà presto: Pertanto, non abbiamo alcun motivo per essere vigliacchi nel pubblicare le verità della Religione Cattolica e nell’opporci a princîpi errati. Sarebbe davvero una grande vergogna per noi restarcene in silenzio in una questione della massima importanza. Se ci sono Sacerdoti abbastanza audaci da fare delle affermazioni false e fallaci riguardo alla nostra santa Religione, senza il dovuto rispetto per i Prelati e i Preti colti e devoti, nonché per la stampa cattolica in generale, che, tutti, hanno elogiato le nostre opere, per i loro solidi insegnamenti ortodossi, noi non dobbiamo essere meno audaci nel mostrare al pubblico l’ignoranza di quei Sacerdoti in questioni in cui è in gioco la salvezza delle anime.  – Circa quanto abbiamo scritto sopra, ecco che abbiamo ricevuto anche un’altra copia del “Buffalo Catholic Union and Times”, edita il 22 marzo 1888, in cui è pubblicato un altro articolo intitolato “Have Protestants Divine Faith? (= hanno i protestanti la divina fede?)“. Lo scrittore, questa volta, è il reverendo Alfred Young, un padre paolista di New York. Il nuovo articolo è scritto per corroborare e sostenere almeno una parte di quell’altro scritto e pibblicato in predenza dal “Prete più eminente degli Stati Uniti”. Egli loda il Rev. Padre Cronin per aver pubblicato quell’articolo “La Strana spiegazione… “. Siamo molto dispiaciuti per i gravi errori che questi sacerdoti hanno insegnato al pubblico, non certo intenzionalmente, ma perché non sapevano quello che stavano facendo, esponendo la loro errata dottrina sulla Fede Cattolica e su quella protestante in Cristo, ecc.. Noi seguiremo principalmente la dottrina di San Tommaso d’Aquino e di altri dottori ed eminenti teologi della Chiesa.  – « Quel metodo di insegnamento – dice Papa Leone XIII – che si basa sull’autorità e sul giudizio dei singoli professori, ha una base mutevole, e quindi nascono opinioni diverse e conflittuali che non possono presentare la mente del santo Dottore (Tommaso d’Aquino) e favoriscono i dissidi e le polemiche che hanno agitato le scuole cattoliche per lungo tempo e non senza grave detrimento per la scienza cristiana ». (Breve, 19 giugno 1886). « San Tommaso, infatti, è un dottore saggio, che cammina entro i confini della verità, che non solo non disputa mai con Dio, il Capo e la fonte di ogni verità, ma è sempre strettamente in pieno accordo con Lui, ed è sempre docile a Lui quando svela i suoi segreti in qualsiasi modo; … chi non meno devotamente ascolta il Romano Pontefice quando parla, riverisce in lui l’autorità divina, e sostiene pienamente che la sottomissione al Romano Pontefice è necessaria per la salvezza. (Opusc. Contra errores Græcorum). Seguendo San Tommaso d’Aquino come nostro autore e maestro, insegniamo, senza alcun pericolo di oltrepassare i confini della verità. Ma il raccogliere e spargere opinioni secondo la nostra volontà e a nostro capriccio,   è reputato come la licenziosità più vile, scienza falsa e menzognera, disonore e schiavitù della mente. ” (Encyc., Dic. 21., 1887.)

CAPITOLO II.

L’unica ed infallibile vera guida al cielo.

[La fede esplicita nel Mistero della Santissima Trinità,e nell’Incarnazione del Figlio di Dio,è necessaria per la salvezza, secondol’opinione più comune e vera dei teologi.]

Molti anni fa un famoso architetto ha costruito un magnifico palazzo. Completato il magnifico edificio, lo ha dato ad alcuni amici come loro abitazione. Ma questi si sono presto comportati male e sono diventati uno scandalo per tutto il vicinato. La gente diceva spesso: “Come mai è stato eretto un palazzo così splendido per tali malvagi facinorosi?” Alla fine è arrivato il re che ha preso possesso del palazzo. Ha perdonato ai servi e ha cercato di renderli di nuovo buoni. Allora il popolo disse: “Ora capiamo perché sia stato costruito questo magnifico palazzo, esso era per il re”.  – L’architetto in questa parabola è Dio Padre. Ha costruito un magnifico palazzo: il mondo. Ha posto in esso i suoi amici: Adamo ed Eva. Ben presto questi si sono comportati male; e gli Angeli allora chiesero: “Perché un palazzo così splendido – il mondo – è stato creato per questa gente tanto malvagia?” Finalmente è arrivato il Re, Gesù Cristo. Egli ha perdonato ai servi e ha cercato di renderli di nuovo buoni, e gli Angeli hanno esclamato: “Ora capiamo perché questo grande palazzo – il mondo – sia stato fatto: esso era per Gesù Cristo, il Re del mondo”. Dio ha decretato fin dall’eternità la creazione il mondo come dimora per gli uomini, che, con una vita santa, dovrebbero ottenere una ricompensa eterna. Egli previde sin dall’eternità che gli uomini non sarebbero sopravvissuti fino alla fine della loro creazione. Dio allora sarebbe stato frustrato nel suo disegno, se non avesse decretato già dall’eternità l’Incarnazione per la Redenzione della razza umana. Pertanto, il mondo fu creato principalmente per il bene dell’Uomo-Dio che doveva venire per la giustificazione e la glorificazione dell’uomo.  – Ecco perché san Tommaso d’Aquino dice: Ordo naturæ creatus est et institutus propter ordinem gratiæ. Il fine principale della creazione dell’universo è, in primo luogo, Gesù Cristo, e, in secondo luogo, per gli eletti che possono ricevere così la grazia di Dio attraverso Cristo. Anche se è vero che il mondo esisteva già prima che il Figlio di Dio diventasse uomo, tuttavia, nel piano della creazione e della redenzione, Gesù Cristo era già prima del mondo. Su questo racconto san Paolo chiama Gesù Cristo: il principio, il primogenito dai morti, che, in tutte le cose tiene il primato: perché in Lui è piaciuto al Padre far abitare ogni cosa, e per mezzo di Lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di Lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli. (Coloss, I. 18-20).  – Esiste quindi una certa unione intima tra la creazione del mondo e la natività di Cristo. Dio non ha voluto che Cristo fosse nato fuori da questo mondo; e ancora, Egli non desiderava che questo mondo dovesse esistere senza Gesù Cristo. No, è stato principalmente per Lui, come abbiamo detto, che Dio ha creato il mondo e per suo beneficio l’ha preservato e continuerà a preservarlo fino alla fine dei tempi. – Dio aveva decretato di istituire attraverso di Lui l’ordine della grazia, cioè l’ordine della giustificazione e della glorificazione degli eletti. Come l’artista produce la sua opera secondo la sua concezione e conoscenza, così, anche Dio ha creato l’uomo a sua immagine, poiché è il Figlio suo, la sua eterna Sapienza, il prototipo di tutte le cose. Ora, quando un’opera d’arte viene deteriorata dal tempo o da un incidente, essa viene riportata dalla mano abile dell’artista, al suo stato originale; così, allo stesso modo, sfigurata in Adamo l’immagine di Dio nell’uomo, la sua stessa fonte, il Figlio di Dio, si è fatto uomo per riparare la sua immagine. « … poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’Egli ne è divenuto partecipe, … perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. » (Ebrei II, 14, 17). – Così riceviamo la nostra figliolanza o adozione di figli di Dio da Colui che è il Figlio di Dio per sua natura. « … e se figli, siamo eredi anche di Dio e coeredi con Cristo ». (Rom. VIII 17) Quindi è sempre stato, sin dall’inizio, assolutamente necessario per la salvezza, riconoscere, mediante la fede divina, Dio come Creatore del cielo e della terra e come l’eterno Remuneratore del bene e del male, e l’Incarnazione del Figlio di Dio, di conseguenza: il mistero della Santissima Trinità; « Poiché Colui che viene a Dio – dice San Paolo – deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano ». (Ebr. XI, 6.) Su queste parole del grande Apostolo, Cornelius a Lapide commenta come segue:  « La conoscenza di Dio acquisita dalla contemplazione del mondo, insegna che Dio solo è l’Autore del mondo e di tutte le benedizioni naturali, e che questi beni naturali possano essere ottenuti e chiesti solo a Lui. Ma Dio vuole essere onorato e amato dagli uomini, non solo come l’Autore di beni naturali, ma anche come l’Autore dei beni soprannaturali ed eterni nel mondo a venire, e nessuno può, in nessun altro modo, venire a Lui e alla sua amicizia, piacere a Lui, ed essere a Lui accetto. Quindi è necessaria, la vera fede divina, perché è solo dalla luce della fede divina che noi conosciamo Dio. non solo come l’Autore della natura, ma anche come l’Autore della Grazia e della gloria eterna; pertanto l’Apostolo dice che per sapere che c’è un Dio che premia il bene e punisce i malvagi, bisogna conoscerlo come tale, non solo con la conoscenza e la fede naturali, ma anche con la conoscenza soprannaturale e mediante la fede divina.  – « Ma se San Paolo parla qui solo di queste due grandi verità, non ne segue affatto, che egli desideri insegnare che la conoscenza soprannaturale di queste due sole verità e la fede divina in esse, siano sufficienti per ottenere la giustificazione, cioè, per ottenere la grazia di diventare figli di Dio, ma è necessario, per essere fortemente animati dalla speranza, nel sopportare le dure fatiche e le lotte per la virtù ed ottenere quindi la grazia della giustificazione, credere anche ad altre verità soprannaturali, specialmente al mistero dell’Incarnazione di Cristo e a quello della Santissima Trinità. » (Comm. In Ep. Ad Heb., Ix. 6.)  – « Alcuni teologi – dice Sant’Alfonso – sostengono che il credere degli altri due articoli – l’Incarnazione del Figlio di Dio e la Trinità delle Persone – sia strettamente comandata ma non necessaria, come mezzo senza il quale la salvezza sia impossibile, in modo che una persona incolpevolmente ignorante di queste verità, possa essere salvata; ma secondo l’opinione più comune e più vera, è che la convinzione esplicita di questi articoli sia necessaria come mezzo senza il quale nessun adulto possa essere salvato ». (Primo comand., n. 8.) Secondo Sant’Agostino (De Prædest, Sanctorum C. 15) ed altri teologi, la predestinazione, l’elezione e l’Incarnazione di Cristo erano dovute non al merito previsto di qualcuno, nemmeno a quello di Cristo stesso, ma solo al buon piacere di Dio. Tuttavia, la predestinazione di tutti gli uomini in generale, o l’elezione di alcuni a preferenza degli altri, è dovuta ai meriti di Cristo, a causa del quale Dio ha chiamato tutti gli uomini alla vita eterna e dà loro la grazia sufficiente per ottenerla, se fanno un uso appropriato della sua grazia, e specialmente quella della preghiera.  « … Quella fede – dice lo stesso grande Dottore della Chiesa – solida, con la quale crediamo che né un adulto né un bambino possano essere liberati dal peccato e dalla morte dell’anima, se non da Gesù Cristo, l’unico Mediatore tra Dio e l’uomo. » (Ep. 190, ohm 157, parum a principio.). Quindi san Tommaso dice: « Dio Onnipotente decretò da tutta l’eternità il mistero dell’Incarnazione, affinché gli uomini potessero ottenere la salvezza attraverso Cristo. Era quindi necessario in ogni momento che questo mistero dell’Incarnazione dovesse, in qualche modo, essere esplicitamente creduto. Indubbiamente, questo significa necessariamente che è mediante una verità di fede che l’uomo ottenga la salvezza. Ora gli uomini ottengono la salvezza dal mistero dell’Incarnazione e dalla Passione di Cristo; poiché nella Sacra Scrittura si dice: “Non c’è nessun altro Nome sotto il cielo dato agli uomini per mezzo del quale dobbiamo essere salvati”. (Atti, IV, 10). Quindi era necessario in ogni momento che il mistero dell’Incarnazione di Cristo dovesse essere creduto da tutti gli uomini in qualche modo (aliqualiter, sia implicitamente che esplicitamente), tuttavia, in un modo diverso, secondo le circostanze dei tempi e delle persone. – Prima della caduta, l’uomo credeva esplicitamente all’Incarnazione di Cristo. Ante statum peccati homo habuit esplicitamente fidem de Christi incarnatione, secundum quod ordinabatur ad consummationem gloriæ, non autem secundum quod ordinabatur ad liberationem a peccato per passionem e resurrectionem, quia homo non fuit præscius peccati futuri. E che avesse la conoscenza dell’incarnazione di Cristo sembra derivare dalle sue parole: “Pertanto l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie”. (Gen. XI. 24) E san Paolo chiama questo un grande sacramento in Cristo e nella Chiesa; (Eph. V. 32.) e quindi non si può credere che il primo uomo ignorasse questo Sacramento.  Dopo la caduta dell’uomo, il mistero dell’Incarnazione di Cristo fu creduto esplicitamente, cioè non solo l’Incarnazione stessa, ma anche la Passione e la Risurrezione di Cristo, mediante la quale l’umanità è liberata dal peccato e dalla morte; perché altrimenti non avrebbero potuto prefigurare la Passione di Cristo mediante certi sacrifici offerti prima, così come anche dopo, la Legge Scritta, il cui significato era ben noto a coloro che avevano il dovere di insegnare la Religione di Dio; ma per quanto riguardava il resto del popolo, che credeva che quei sacrifici fossero stati ordinati da Dio per prefigurare Cristo a venire, essi avevano così una fede implicita in Cristo. Come il mistero dell’Incarnazione doveva essere creduto fin dal principio, così anche era necessario credere al mistero della Santissima Trinità; poiché il mistero dell’Incarnazione non può essere creduto esplicitamente senza la fede nella Santissima Trinità, in quanto il mistero dell’Incarnazione insegna che il Figlio di Dio ha preso per sé un corpo e un’anima umana mediante il potere dello Spirito Santo. Quindi, siccome il mistero dell’Incarnazione era esplicitamente creduto dagli insegnanti la Religione, ed implicitamente dal resto del popolo, così, anche, il mistero della Santissima Trinità era esplicitamente creduto dagli insegnanti la Religione e implicitamente dal resto delle persone. Ma nella Nuova Legge deve essere esplicitamente creduto da tutti. » (De Fide, Q II., Art. VII. E VIII.)  – Dio ha rivelato queste grandi verità della salvezza ai nostri progenitori subito dopo la caduta. Conservò la loro conoscenza attraverso i santi Patriarchi e Profeti che, con un linguaggio chiaro, predissero che sarebbe venuto il Redentore, e « sarebbe stato un sacerdote sul suo trono » (Zach. VI. 13), « un sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech » (Psal. XIV, 4), e che Lui stesso sarebbe stata la vittima offerta per i peccati dell’umanità. Da queste grandi verità fondamentali della Religione, comprendiamo facilmente perché San Paolo scrivesse agli Ebrei: « Gesù Cristo ieri, oggi, è lo stesso per sempre » (Ebrei XIII, 8), e « per mezzo di Lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di Lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli. » (Coloss, I. 20).  Il grande Apostolo vuol dire: O Ebrei, Gesù Cristo, l’Uomo-Dio e i Sommi Sacerdoti, erano ieri, cioè, erano nel tempo, prima di voi, dall’inizio. Gesù era la vittima e il Sacerdote prima della Legge, non in persona, ma in figura. Egli era la vittima in figura nell’agnello e degli altri animali che sacerdoti e patriarchi offrivano nei sacrifici. I fedeli adoratori vedevano Cristo in quei sacrifici sia esplicitamente che implicitamente; ed hanno creduto in Lui. Credevano che sarebbe venuto e riscattare il mondo. Con questa conoscenza spirituale condussero le loro vite: così i loro peccati furono perdonati sia per la loro colpa sia per la loro punizione. Il sacrificio di Abele era gradito a Dio, perché nell’agnello che aveva sacrificato non vedeva solo l’agnello, ma invero una vittima migliore – cioè il Salvatore – e credeva in Lui, e quindi Dio aveva riguardo per Abele e la sua offerta; e « Dio Padre – dice sant’Agostino – riconcilia a se stesso, attraverso Cristo, le cose sulla terra e le cose nei cieli, offrendo il perdono a tutti gli uomini, a causa di Cristo, e dando a quelli che si rendono degni di Lui, le sedi di gloria che gli angeli caduti hanno perso ». (Vedi Cornel. A Lap., Epist. Ad Ephes., C. I, da v. 1-10.)  Impariamo anche da Cristo e dalla sua Chiesa, che, come mezzo necessario per la salvezza, è richiesta anche la fede esplicita nei misteri della Santa Trinità e dell’incarnazione del Figlio di Dio.  « Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo » (Giovanni, XVII, 3), perché, dice, « Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me ». Giovanni, XIV, 6.). Ma se un uomo agisce secondo i dettami della sua coscienza e segue esattamente la luce della ragione che Dio ha impiantato in lui a sua guida, non è sufficiente questo a portarlo alla salvezza?  – « Questo è, invero, – dice il vescovo Hay – una proposta speciosa, ma sotto di esso si annida un errore: quando l’uomo fu creato, la sua ragione era una ragione illuminata, illuminata dalla grazia della rettitudine originale, con cui la sua anima era adornata, la ragione e la coscienza erano delle guide sicure per condurlo sulla via della salvezza, ma col peccato questa luce era stata miseramente oscurata e la sua ragione offuscata dall’ignoranza e dall’errore: non era, però, completamente estinta, egli infatti conosce chiaramente molte grandi verità, ma al momento è così influenzato dall’orgoglio, dalle passioni, dai pregiudizi e da altri motivi di corruzione, che in molti casi questo serve solo a confermarlo nell’errore, dando un’apparenza di ragione ai suggerimenti dell’amor proprio e delle passioni. Questo è molto comune anche nelle cose naturali, ma nel soprannaturale, nelle cose relative a Dio e all’eternità, la nostra ragione, se lasciata a se stessa, è miseramente cieca. Per rimediare a ciò, Dio ci ha dato la luce della fede come guida sicura e certa per condurci alla salvezza, nominando la sua santa Chiesa custode e depositaria di questa luce celeste; di conseguenza, sebbene un uomo possa credere di agire secondo ragione e coscienza, e anche illudere se stesso che lo faccia, tuttavia la ragione e la coscienza, se non illuminate e guidate dalla vera fede, non potranno mai portarlo alla salvezza. Nulla può essere più sorprendente delle parole della Sacra Scrittura su questo argomento. « C’è una via – dice l’uomo saggio – che sembra dritta a qualcuno, ma i suoi fini portano alla morte. ” (Prov. XIV. 12.). Nulla può essere più semplice di questo per dimostrare che un uomo possa agire secondo ciò che pensa alla luce della ragione e della coscienza, ben persuaso che stia facendo bene, e tuttavia, in realtà, sta correndo solo sulla via della perdizione! E non è così per tutti quelli che sono sedotti dai falsi profeti e da falsi maestri, pensando di essere nel giusto? Non sono essi sedotti forse con il pretesto di agire secondo coscienza? La bocca della verità stessa ha dichiarato che « … se un cieco guida un altro cieco, entrambi cadranno nella fossa ». (Matteo XIV, 14). Per mostrarci a quale eccesso di malvagità l’uomo possa giungere con la pretesa di seguire la sua coscienza, la stessa Verità Eterna dice ai suoi apostoli: « Viene l’ora, in cui chiunque vi ucciderà penserà di servire Dio; » (Giovanni XXVI, 2), ma osserva ciò che aggiunge subito dopo: « E queste cose faranno perché non hanno conosciuto né il Padre né me ». (Ib. 3.). Questo dimostra che, se non si ha la vera conoscenza di Dio e di Gesù Cristo, che può essere ottenuta solo attraverso la vera fede nella Chiesa, non c’è enormità di cui non si sia capaci. pensando invece di agire secondo ragione e coscienza: se avessimo solo la luce della ragione a guidarci, saremmo giustificati nel seguirla, ma siccome Dio ci ha dato una guida esterna nella sua santa Chiesa, onde assistere e correggere la nostra ragione cieca alla luce di fede, la nostra sola ragione, non assistita da questa guida, non può mai essere mezzo sufficiente per la salvezza.  – « Niente lo renderà più chiaro di alcuni esempi: la coscienza dice a un pagano che non è solo lecito, ma è un dovere, adorare e offrire sacrifici agli idoli, lavoro delle mani degli uomini: potrà, questo agire secondo la sua coscienza, forse salvarlo? o questa serie di idolatrie saranno innocenti e gradevoli agli occhi di Dio, solo perché sono eseguite secondo coscienza? « … maledetto l’idolo opera di mani e chi lo ha fatto; questi perché lo ha lavorato, quello perché, corruttibile, è detto Dio. Perché sono ugualmente in odio a Dio l’empio e la sua empietà; l’opera e l’artefice saranno ugualmente puniti ». (Sapienza XIV, 8, 10). Inoltre, « … Colui che offre un sacrificio agli dei, oltre al solo Signore, sarà votato allo sterminio ». (Esodo XXII, 20). Allo stesso modo, la coscienza di un ebreo gli dice che può legittimamente e meritoriamente bestemmiare Gesù Cristo e approvare la condotta dei suoi antenati nel metterlo a morte su di un legno. Una simile bestemmia forse lo salverà, perché è secondo i dettami della sua coscienza? Lo Spirito Santo, per bocca di San Paolo, dice: « Se qualcuno non ama nostro Signore Gesù Cristo, sia anatema », cioè “maledetto”. (I. Cor. XVI, 22.) Un maomettano viene edotto dalla sua coscienza che sarebbe un crimine credere in Gesù Cristo e non credere in Maometto, … questa coscienza empia lo salverà? La Scrittura ci assicura che « non c’è nessun altro Nome dato agli uomini sotto il cielo per mezzo del quale possiamo essere salvati, ma solo il Nome di Gesù »; e « … colui che non crede al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimarrà su di lui. » Tutte le varie sette che sono state separate dalla vera Chiesa, in ogni epoca, l’hanno ugualmente calunniata e diffamata, parlando male della verità professata da Essa, credendo nella loro coscienza che questo non fosse solo lecito, ma altamente meritevole: le calunnie contro la Chiesa di Gesù Cristo li salvano a causa dell’approvazione della loro coscienza? La Parola di Dio dichiara: « Che la nazione e il regno che non la serviranno periranno; » e « … ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose, rinnegando il Signore che li ha riscattati e attirandosi una pronta rovina. Molti seguiranno le loro dissolutezze e per colpa loro la via della verità sarà coperta di improperi ». (II Pet. II. 1.) In tutti questi casi, e simili, la coscienza è per essi, il crimine più grande, e si dimostra a quale altezza di empietà ci possano condurre la coscienza e la ragione, quando sono sotto l’influenza dell’orgoglio, delle passioni, del pregiudizio e dell’amor proprio. La coscienza e la ragione, quindi, non possono mai essere delle guide sicure per la salvezza, a meno che non siano dirette dalla sacra luce della verità rivelata. » – « Un effetto – dice San Tommaso – non è mai più grande della sua causa, né alcun atto più efficace del potere attivo che lo produce, pertanto il godimento della beatitudine eterna non è nella potenza delle nostre facoltà naturali. Lasciate ai propri poteri, esse possono solo produrre atti conformi alla propria natura e alla propria esistenza, come acquisire l’arte e la scienza, lavorare in qualsiasi occupazione e godere della felicità privata e sociale, ma non possono mai giungere a Dio e possederlo senza l’assistenza soprannaturale: è inutile accordare le corde di un’arpa o di una cetra, esse restano mute fino a quando non vengano messe in movimento dalla mano di un musicista. Una nave viene allestita con i suoi alberi, i cavi e le vele, ed è pronta per navigare, ma necessita di una brezza giusta per poter navigare al largo. nelle profondità. Allo stesso modo le persone, per essere salvate, necessitano che la potente mano di Dio diriga il loro corso verso un altro mondo, onde essere assistite e illuminate nel loro pellegrinaggio. È evidente che il primo passo verso Dio e la salvezza è la conoscenza soprannaturale di Dio e la fede divina nelle quattro grandi verità della salvezza come mezzo preparatorio necessario per ottenere la Grazia della Giustificazione; che né l’ignoranza invincibile delle necessarie verità di salvezza, né la semplice conoscenza di queste verità possa essere un mezzo per trasmettere la Grazia Santificante all’anima: alla conoscenza di quelle verità deve essere unita la Fede Divina Soprannaturale, la speranza fiduciosa nel Redentore, e la Carità Perfetta, che include la perfetta contrizione del peccato ed il desiderio implicito di conformarsi alla volontà di Dio in tutto ciò che Egli richiede all’anima, per essere salvata. – Queste disposizioni dell’anima sono gli effetti della grazia di Dio e non di qualsiasi altra cosa; e l’infusione della grazia santificante nell’anima, che è così preparata, è il dono gratuito concesso dall’infinita misericordia di Dio a causa dei meriti del Redentore.  – San Tommaso pone la domanda: « Gesù Cristo, quando discese nel Limbo, liberò le anime dei bambini che morirono nel peccato originale? » Per capire questo, dobbiamo ricordare un certo principio ed una certa dottrina, vale a dire: non c’è salvezza possibile per nessuno senza essere uniti a Gesù Cristo crocifisso. Quindi il grande apostolo San Paolo dice: «… è Gesù Cristo che Dio ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue » (Rm III, 25.). Ora, quei bambini non erano uniti a Cristo dalla loro stessa fede perché non avevano l’uso della ragione, che è il fondamento della fede; né erano uniti a Cristo dalla fede dei loro genitori, perché la fede dei loro genitori non era sufficiente per la salvezza dei loro figli; né quei figli si unirono a Cristo per mezzo di un Sacramento, perché non c’era alcun Sacramento sotto l’antica legge che avesse di per sé la virtù di conferire o la grazia o la giustificazione. Inoltre, la vita eterna è concessa solo a coloro che sono in stato di grazia santificante. « La grazia di Dio è la vita eterna in Gesù Cristo nostro Signore ». (Rom, VI. 23.) Tutti coloro, dunque, che morirono a qualsiasi età senza Perfetta Carità e Fede nel Redentore venturo, così come coloro che muoiono senza il Sacramento della generazione spirituale dopo la Passione e la Morte di Gesù Cristo, non sono purificati dalla macchia mortale del peccato originale e sono, di conseguenza, esclusi dal regno della gloria eterna ». (De Incarn., Q. III., Art. VII.). Tutto questo è certo anche da ciò che il Concilio di Trento ha definito (Sess. VI, can. 3.) cioè che, senza la conoscenza e la fede soprannaturali, è impossibile adempiere alla Legge di Dio, essere giustificati e diventare accetti a Lui. (Vedi Cornel. A Lap., Comment. in Ep. Ad Rom., C. II.). Quindi la nota a pié pagina, trovata a pagina 230 di “fede cattolica” non è corretta, vale a dire: « Un credente in Dio che, senza alcuna colpa da parte sua, non sa e crede che in Dio ci siano tre Persone divine, è, ciò nonostante, in uno stato di salvezza, secondo l’opinione della maggior parte dei teologi cattolici ». Nessun buon teologo ha mai fatto una simile affermazione. Tutti i buoni teologi non attribuiscono la giustificazione né all’ignoranza incolpevole,  né alla conoscenza delle necessarie verità di salvezza; essi la attribuiscono all’infinita misericordia di Dio, che si unisce all’anima solo quando questa è preparata dagli atti soprannaturali della Fede, della Speranza e della Carità divina. Pertanto, solo un teologo come “Signor Oracolo” (S. O.) potrebbe facilmente appoggiare la suddetta affermazione. – « Le tre virtù teologali – dice san Tommaso – inclinano e preparano l’uomo alla felicità soprannaturale: la ragione riceve le luci soprannaturali mediante la fede, che ci dà una preveggenza della gloria eterna, la volontà tende verso la speranza possibile e raggiungibile; la carità ci unisce a Dio, l’eterna fonte di ogni gioia e felicità ». – « È impossibile – dice O. A. Brownson – fare in modo che Cattolici e non Cattolici capiscano questa grande verità e possano concepire una corretta idea dello spirito e dell’essenza della Religione, a meno che non sia chiaramente dimostrato che la nostra Religione si basi sulla rivelazione divina e sulla tutela di un corpo di uomini divinamente incaricati di insegnare al mondo, autorevolmente e infallibilmente, tutte le sue verità sacre ed immutabili, – verità che tutti gli uomini sono quindi vincolati in coscienza a ricevere senza esitazione. Questo è lo standard fisso della Fede Cattolica. È questa la base su cui poggiano tutti i dogmi. Se questa importantissima verità è ben compresa dai Cattolici, le insidie ​​per intrappolarli possono sì essere molto astutamente disposte, ma essi non saranno facilmente catturati nelle maglie della rete ».  – Né può essere di grande utilità una discussione dei punti dottrinali per chi non è completamente convinto dell’autorità divina della Chiesa: una volta accettata questa, tutto il resto segue logicamente, naturalmente. Quindi nessuno dovrebbe essere ammesso nell’unico ovile di Cristo se non sostenga fermamente e dichiari che la Chiesa Cattolica Romana, governata dai successori di San Pietro, sia l’integra ed unica maestra del Vangelo sulla terra. Per quanto familiari possano essere con le nostre dottrine, o per quanto possano credere ai nostri dogmi, senza professare nel complesso le fondamentali verità della Fede Cattolica, questi non dovrebbero essere autorizzati ad unirsi alla Chiesa. Poiché queste siano comprese e credute fermamente, c’è bisogno di un piccolo ritardo nell’abiura.  La stessa Chiesa ci insegna questa lezione nella sua professione di fede per i convertiti e nel suo rituale. Nella professione di fede che la Chiesa richiede che i convertiti facciano prima di essere ricevuti nella Chiesa, il primo articolo di fede recita come segue: « Io, N. N., avendo davanti ai miei occhi i santi Vangeli che tengo con la mia mano, e sapendo che nessuno possa essere salvato senza quella fede che la santa, cattolica, apostolica, romana Chiesa detiene, crede e insegna, contro cui mi rattristo di aver commesso un grave errore … , etc. » – Quando un bambino viene portato in chiesa per il Battesimo, la prima domanda rivolta al bambino è: “Che cosa chiedi della Chiesa di Dio? ” E la risposta è: “La Fede”. Ciò che dobbiamo credere, etc., è insegnato solo dalla Chiesa Cattolica. Quindi si è un Cattolico, ben istruito, quando alla domanda: « Perché ci credi? » si risponde: « Perché la Chiesa, nostra Madre, crede ed insegna questo ». E .. « da chi la madre tua ha imparato questo?» – « Da Dio. » La Chiesa, quindi, è non un corpo religioso tra i molti; bensì è l’unico corpo religioso, inerente all’ordine divino della creazione e che rappresenta ciò che abbiamo detto sopra. Ciò su cui qui si insiste particolarmente è che, trattando nella Chiesa, le ragioni per le quali la salvezza al di fuori di essa sia impossibile dovrebbero essere chiaramente affermate, specialmente nella nostra epoca, in cui le società segrete stanno facendo tutto il possibile per minare l’autorità divina dell’insegnamento della Chiesa. La lezione, quindi, sulla Chiesa deve essere chiara, solida e profondamente impressa in tutti coloro che desiderano essere salvati; tutti devono imparare e capire che solo la Chiesa Cattolica è Maestra di Dio, e comprendere le ragioni per cui la salvezza fuori da Essa sia impossibile.  – Questa dottrina è chiaramente espressa nelle seguenti parole del Credo atanasiano: « Perciò, chi vuole essere salvato, deve quindi professare la Trinità », cioè deve credere alla dottrina della Santissima Trinità come spiegato in questo Credo. « Inoltre è necessario per la salvezza eterna che si creda pure giustamente all’Incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo ». Quindi san Pietro dice: « Sia noto a te, che non c’è salvezza in nessun altro nome oltre a quello di Gesù Cristo; poiché non c’è nessun altro Nome sotto il cielo dato agli uomini per mezzo del quale dobbiamo essere salvati. » (Atti, IV, 10,). « Così, – dice S. Alfonso, – non c’è speranza di salvezza se non nei meriti di Gesù Cristo ». Quindi San Tommaso e tutti i teologi concludono che « … dalla promulgazione del Vangelo, ciò sia necessario non solo come materia di precetto, ma anche come mezzo di salvezza (necessitade medii, senza il quale nessun adulto può essere salvato), a credere esplicitamente che possiamo essere salvati solo attraverso il nostro Redentore. » (Riflessioni sulla Passione di Gesù Cristo, Cap. I, n. 19). L’esplicita fede nei misteri della Santa Trinità e dell’Incarnazione del Figlio di Dio è quindi della massima importanza: questa credenza insegna l’origine del mondo, la sua creazione da parte di Dio Padre, ci insegna il fine soprannaturale dell’uomo, la sua caduta e la redenzione dell’umanità da parte di Dio Figlio, insegna la santificazione delle anime per mezzo dei doni dello Spirito Santo. L’opera che il Redentore ha iniziato nella sua Incarnazione e completata nella sua Passione non è stata ancora stabilita e assicurata; il suo regno non doveva venire tutto in una volta, né il suo dominio stabilirsi immediatamente sulle rovine dell’impero del male. Il numero degli eletti deve essere raccolto da tutte le nazioni e generazioni degli uomini. I meriti della sua Passione devono essere applicati alle anime che Egli ha riscattato attraverso tutte le epoche successive. Questa grande missione è portata avanti attraverso la sua Chiesa, che a Pentecoste, è emersa nella potenza dello Spirito Santo. Attraverso di Essa, nostro Signore continua ad agire nel realizzare i suoi progetti. « La Chiesa, quindi, – come dice il dottor O. A. Brownson, – è inerente all’ordine divino della creazione e della grazia: Dio decretò la sua costituzione e la sua indefettibilità quando decretò l’ordine della creazione e della grazia. » Qualunque cosa sia incompatibile con il suo insegnamento, è incompatibile con il suo ordine divino, sì, con il Divino Essere Stesso. Come senza Dio non c’è nulla, così senza la Chiesa, o al di fuori di Essa, non c’è nessuna Religione, nessuna vita spirituale. Nel migliore dei casi le false religioni non hanno fondamento, non sostengono nulla e non sono nulla, e non possono dare né vita né sostegno all’anima, ma la lasciano fuori dall’ordine divino per farla cadere nell’inferno.  « I Cattolici hanno bisogno di sapere questo e devono essere armati di princîpi e argomentazioni che permettano loro di dimostrarlo contro tutti i detrattori, o, almeno, di consentire loro di difendersi, e di essere sempre in guardia contro le contaminazioni ed i sofismi dei protestanti. ”

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (2)

IL DOGMA CATTOLICO (2)

Extra Ecclesiam Nullus Omnino Salvatur

[Michael Müller C. SS. R., 1875]

PREFAZIONE

(di lettura indispensabile)

[Qualsiasi dogma non ammette interpretazioni contrarie a quelle che ha ricevuto fin dalle origini]

San Paolo, nella sua epistola a San Timoteo, esclama: “O Timoteo, custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza”. (l. Tim. VI. 20.) – « Chi è attualmente questo Timoteo? – chiede S. Vincenzo di Lerino e risponde – … È il Corpo dei Pastori della Chiesa, e quindi ogni Pastore deve applicare a sé queste parole di San Paolo: O Timoteo, o Pastore, o Dottore, o Sacerdote, “custodisci il deposito” che è affidato alla tua fedeltà, “pura e incontaminata”, lotta sinceramente per la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte” (Giuda, v. 3); mai allontanarsi dalle sacre parole di Dio, « le parole che ti ho messo in bocca non si allontaneranno dalla tua bocca ». (Isai, LIX, 21). « Tu, dunque – dice il vescovo Hay – non devi mai intendere cosa significhi tergiversare nella Religione per compiacere gli uomini, né devi alterare nemmeno una virgola del Vangelo di Cristo. Devi dichiarare le sacre verità rivelate da Gesù Cristo nella loro originale semplicità, senza cercare di adornarle con parole persuasive di saggezza umana, e ancor meno devi mascherarle sotto un abito diverso dal loro: la verità, semplice e disadorna, è l’unica arma che devi impegnare contro i tuoi avversari, a prescindere dalla loro censura o dalla loro approvazione. “Questa è la verità – devi dire – rivelata da Dio, che devi abbracciare, o non potrai avere alcuna parte con Lui”. Se il mondo considera ciò che tu dici come follia, non devi sorprenderti, perché sai che « l’uomo sensuale non comprende le cose che sono dello spirito di Dio, perché è follia per lui e non può capire » (I. Cor. II. 14.); « ma che la follia di Dio è più saggia degli uomini; » e compatendo questa cecità devi pregare ardentemente Dio di illuminarli, « … sii dolce nel riprendere gli oppositori, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità » (II Tim. II. 25). – « Se mai vi è stato un momento in cui era particolarmente necessario che ogni Pastore della Chiesa vigilasse sulla purezza della fede e della morale che la Chiesa gli ha affidato, è il tempo e la situazione attuale, in cui, a spese della purezza della fede e della morale cattolica, sono ammesse e concesse tante condiscendenze e complimenti, e la via stretta che conduce alla vita è convertita, secondo l’opinione degli uomini, nella strada larga che porta alla perdizione. »  – « Questa osservazione vale soprattutto per quel principio latitudinario così comune ai giorni nostri, secondo il quale un uomo può essere salvato in qualsiasi religione, purché viva una buona vita morale, secondo la luce che ha, perché, con questo, la fede di Cristo è resa vana, e il Vangelo è inservibile, inutile: un ebreo, un turco, un ateo, sono tutti compresi in questo schema, per cui se vivono una buona vita morale hanno, a buon diritto, la salvezza dei Cristiani!  – « Non è più necessario essere un membro della Chiesa di Cristo, poiché, se conduciamo una buona vita morale, siamo nello stato di salvezza, che apparteniamo o meno a lei! Oh passioni di uomini! Che libertà per tutti i capricci della mente umana! È quindi della massima urgenza affermare e mostrare chiaramente la verità cattolica rivelata che: «non c’è salvezza se non dalla Chiesa cattolica».  – Va ricordato che ogni dogma cattolico è una verità rivelata che è sempre stata tenuta dai Padri della Chiesa sin dalle origini, e deve quindi essere interpretata, non secondo le opinioni moderne e i principi latitudinaristi, ma secondo la fede del Padri e dei dottori della Chiesa; a proposito S. Vincenzo di Lerino dice: « Un vero Cattolico è colui che ama la verità rivelata da Dio, che ama la Chiesa, il Corpo di Cristo, che stima la Religione, la Fede Cattolica, che è superiore a qualsiasi autorità umana, al talento, all’eloquenza, e alla filosofia, cose tutte che tiene in disprezzo, e rimane fermo e incrollabile nella fede che sa essere sempre stata fin dall’inizio professata dalla Chiesa Cattolica, e se si accorge che qualcuno, chiunque esso sia, interpreti un dogma in modo diverso da quello dei Padri della Chiesa, comprende che Dio permette che tale interpretazione sia fatta, non per il bene della Religione, ma come una tentazione, secondo le parole di San Paolo: « … È necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. » (I Corinzi XI. 19). « E infatti, non appena vengono proclamate nuove opinioni, diventa chiaro che tipo di Cattolico è un uomo: » (Commonit.) Quindi, come dice Sant’Agostino, « un teologo che è umile, non insegnerà mai nulla come vero dottrina cattolica, a meno che non sia perfettamente certo della verità che afferma, e lo provi con la Sacra Scrittura e con la Tradizione della Chiesa ». Coloro che hanno imparato bene la teologia, dice San Basilio, non permetteranno che si tradisca una virgola nei dogmi cattolici e, se necessario, subiranno volentieri qualsiasi tipo di morte per la loro difesa. »  – « Essi propongono ogni dogma, e in particolare il dogma fondamentale, “fuori dalla Chiesa non c’è salvezza, con le parole della Chiesa spiegandolo come Essa lo intende, sono molto attenti a non indebolire minimamente il significato di questo grande dogma, neanche a titolo di proposta o di spiegazione, perché non dice San Paolo che: « … se qualcuno ti predica un Vangelo contrario a quello che ti abbiamo predicato, sia anatema? – dice San Giovanni Crisostomo – è per mostrarci che è maledetto chi indebolisce anche indirettamente le verità minime del Vangelo ». (Cornelio a Lapide in Epist. Ad Gal. I. 8) – « Come, – dice Pio IX – vi è un solo Dio Padre, un solo Cristo Figlio di Lui, un solo Spirito Santo, così vi è una sola verità divinamente rivelata, una sola fede divina, principio d’umana salvezza, fondamento di ogni normativa per la quale il giusto vive, e senza la quale è impossibile piacere a Dio e pervenire alla comunione dei suoi figli (cf. Rm. I, 16-17; Eb. XI, 5); non vi è che una vera, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana Chiesa e una sola Cattedra fondata dalla voce del Signore su Pietro, e all’infuori di essa non si trova né la VERA FEDE né la SALUTE ETERNA, in quanto non può avere Dio come Padre chi non ha la Chiesa come madre e assurdamente confida di appartenere alla Chiesa colui che abbandona la Cattedra di Pietro sulla quale è fondata la Chiesa” (“Singulari quidem”, Lettera Enciclica, 17 marzo 1856.) – « Lo Spirito Santo – dice Sant’Agostino – è per il Corpo di Cristo, che è la Chiesa, ciò che l’anima umana è per il corpo umano: è per mezzo dell’anima che ogni membro del corpo vive ed agisce. Allo stesso modo, è per mezzo dello Spirito Santo che l’uomo giusto vive ed agisce; e poiché l’anima non segue un membro che sia tagliato fuori dal corpo, così, allo stesso modo, lo Spirito Santo non segue un membro che sia stato giustamente tagliato fuori dal Corpo di Cristo; colui, pertanto, che desidera ottenere la vita eterna, deve rimanere vivificato dallo Spirito Santo e, per rimanere vivificato dallo Spirito Santo, si deve conservare la carità, amare la verità e desiderare l’unità. » (Serm. 267). « Perciò nessuno può trovare la vita eterna tranne che nella Chiesa Cattolica”. (Serm. Ad Cæsarenses). – « Dove manca l’unità, non può esserci alcuna carità divina, e questo pertanto, è possibile solo nella Chiesa Cattolica ». (Contr. Lit. Petil., Lib. II, Cap. 77). Ora, siccome nessuno può ottenere la salvezza senza avere lo Spirito di Cristo, o la Carità divina, e siccome questo Spirito o virtù divina, che è chiamato l’Anima della Chiesa, è custodito solo nell’unità della Chiesa, è evidente che fuori dalla Chiesa non c’è positivamente alcuna salvezza.  – Va ricordato che ogni dogma è esclusivo e non ammette interpretazioni contrarie a quelle che ha ricevuto già sin dalle origini. Ad ogni dogma, quindi, si può aggiungere quello che Pio IX ha aggiunto nella definizione dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria [Ineffabilis Deus], vale a dire: « Se qualcuno dunque avrà la presunzione di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito (Dio non voglia!), sappia con certezza di aver pronunciato la propria condanna, di aver subito il naufragio nella fede, di essersi separato dall’unità della Chiesa … ».  – « È chiaro, dunque – dice S. Vincenzo di Lerino – che non hanno imparato bene la teologia, la imparino meglio, che provino quindi a capire ogni dogma per quanto possono e credano ciò che non sono in grado di capire … ricordino le parole di San Paolo: « Se qualcuno ti insegnerà qualunque oltre a ciò che hai ricevuto, sia anatema ». (Gal., I. 9.) Dediscant bene quod didicerant non bene et ex toto Ecclesiæ dogmate quod intellectu capi potest capiant, quod non potest credant!  O Timotæ, depositum custodi, devitan prophanas vocum novitates Si quis vobis annuntiaverit.. præterquam quod Acceptistis, anathema sit. (Commonit.). – « È secondo questo spirito cattolico e apostolico che ci siamo sforzati di spiegare la nostra Religione, e specialmente il grande dogma « Fuori dalla Chiesa Cattolica non c’è positivamente salvezza ». Ma la nostra spiegazione, a quanto pare, è “troppo cattolica” per alcune persone, perché noi non avremmo inserita in essa, alcuna opinione moderna né alcun principio latitudinarista. Credendo, quindi, che « avrebbero fatto un servizio a Dio » … e ai loro simili, specialmente ai loro “fratelli separati”, hanno reso noto, attraverso la “Buffalo Catholic Union and Times”, che noi avremmo distorto il Credo Cattolico riguardo al dogma “Fuori della Chiesa non c’è salvezza”.  – Il reverendo George Hay, vescovo di Edimburgo, in Scozia che, quando era ancora protestante, fece il voto di fare tutto il possibile per estirpare il Papismo, scrisse un trattato intitolato “Un’inchiesta se la salvezza possa essere vissuta senza la vera fede e al di fuori della comunione della Chiesa di Cristo. In questo trattato, il pio e molto istruito Prelato della Chiesa, dimostra chiaramente che « fuori dalla vera Chiesa nessuno può essere salvato », e aggiunge « che è solo di recente che questo modo di pensare e di parlare in modo sciolto dalla necessità della vera fede e dalla comunione con la Chiesa di Cristo, è apparso tra i membri della Chiesa, e questo è uno dei motivi più decisi della sua condanna: trattasi pertanto di una novità: questa è una nuova dottrina, inaudita fin dalle origini, anzi direttamente opposta alla dottrina univoca di tutte i grandi “lumi” della Chiesa, di tutte le epoche passate, ed è quindi sorprendente che qualcuno rimetta in questione questo punto dottrinale; ciò può essere giustificato solo dallo spirito generale di dissipazione e dal disprezzo per tutta la Religione che così universalmente prevale al giorno d’oggi, tant’è che i primi autori della cosiddetta riforma, e alcuni dei loro più sinceri seguaci, vedendo le forti prove dalla Scrittura su questo punto, e non trovando il più piccolo fondamento nelle Sacre Scritture che ne sostenesse il contrario, lo hanno solennemente riconosciuto, per quanto sia contro se stessi; nella confessione di fede della Chiesa protestante di Scozia, concordata dai teologi di Westminister, approvata dall’Assemblea generale nell’anno 1646  e ratificata dall’atto del Parlamento nel 1649, nel capitolo sulla Chiesa si dichiara in questi termini che « La Chiesa visibile, che è anche cattolica o universale sotto il Vangelo (non limitata a una nazione, come una volta secondo la legge), consiste di tutti coloro che in tutto il mondo professano la vera religione, e dei loro figli, ed è il regno del Signore Gesù Cristo, la casa e la famiglia di Dio, fuori dalla quale non esiste alcuna possibilità ordinaria di salvezza ». (Confession of Faith cap. XXV.). – “Ed i loro predecessori del secolo precedente, quando la religione presbiteriana iniziava inizialmente a muovere i primi passi in Scozia, parlavano non meno chiaramente sullo stesso argomento, perché nella loro Confessione di fede, autorizzata dal Parlamento nell’anno 1560, come una dottrina fondata sull’infallibile Parola di Dio,  si esprimono così, nell’Articolo XVI: « Come noi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, così crediamo costantemente, che fin dall’inizio ci sia stata, ed ora ci sia, e fino alla fine del mondo ci sarà una sola Chiesa, cioè una compagnia ed una moltitudine di uomini, scelti da Dio, che lo adorano con giustizia e lo abbracciano con la vera fede in Gesù Cristo; … questa Chiesa è Cattolica – cioè, universale, perché contiene gli eletti di tutte le età, ecc., e fuori dalla quale Chiesa non c’è né vita né felicità eterna: e quindi aborriamo completamente la bestemmia di coloro che affermano che gli uomini che vivono secondo equità e giustizia possano essere salvati, senza aver mai professato la vera Religione ». Questa confessione originale della Chiesa di Scozia, fu ristampata e pubblicata a Glasgow nell’anno 1771, e da essa è tratto questo passaggio: « … lo stesso Calvino confessa la stessa verità, con queste parole, parlando della Chiesa visibile: “Fuori dal suo seno – egli dice – non è da sperare nessuna remissione dei peccati, nessuna salvezza, secondo Isaia, Gioele ed Ezechiele … così che è sempre altamente pernicioso allontanarsi dalla Chiesa … “; e questo afferma nelle sue stesse istituzioni, B. IV., c: 1, § 4. – Aggiungeremo in più ancora una testimonianza, che è particolarmente forte; è del Dr. Pearson, un vescovo della Chiesa d’Inghilterra, nella sua esposizione del Credo modificata del 1669, dove dice: « La necessità di credere nella Chiesa Cattolica è apparsa in primo luogo, in questo, che Cristo cioè l’abbia nominata come l’unica via per la vita eterna. Leggiamo innanzitutto in Atti II. 47: “… Che il Signore ha aggiunto alla Chiesa quotidianamente quelli che avrebbero dovuto essere salvati:” e ciò che veniva poi fatto quotidianamente è stato fatto poi per sempre. Cristo non ha mai nominato due vie per il Paradiso; né ha costituito una Chiesa per salvarne alcuni, e fatta un’altra istituzione per la salvezza di altri uomini (Atti IV. 10): “… Non c’è nessun altro Nome sotto il cielo dato agli uomini, per mezzo del quale possiamo essere salvati, se non il Nome di Gesù”; e quel nome non è altrimenti dato, sotto il cielo, se non nella Chiesa. Così nessuno fu salvato dal diluvio che non si trovasse nell’arca di Noè, per aver accolto il comando di Dio; così non visse nessuno dei primogeniti egiziani, che non si trovasse in quelle abitazioni i cui stipiti fossero stati cosparsi di sangue, secondo la parola di Dio, per la loro conservazione; nessuno degli abitanti di Gerico poté sfuggire al fuoco o alla spada, se non fosse stato nella casa di Raab, per la cui protezione era stata stipulata un’alleanza; – così NESSUNO sfuggirà mai all’ira eterna di Dio che non appartenga alla Chiesa di Dio ». Guarda fino a che punto la forza della verità prevalse tra i membri più eminenti della Riforma, prima che i princîpi latitudinaristi si insinuassero in mezzo a loro!  – « È vero, infatti, che, sebbene i fondatori di queste Chiese, convinti dalle ripetute ed evidenti testimonianze della Parola di Dio, professassero questa verità e la inserissero nelle costituzioni pubbliche della loro religione, tuttavia la loro posterità ora la disconosce accusando la Chiesa Cattolica di essere poco caritatevole nell’averla conservata, e questo dimostra solo la loro incoerenza, e mostra come essi siano privi di ogni certezza in tutto ciò in cui credono, perché se fosse una verità divina, quando queste religioni furono fondate, quella proposizione “ … fuori della vera Chiesa, e senza la Fede Cattolica, non c’è salvezza”, doveva essere immutabile: e se i loro primi fondatori si sbagliavano su questo punto, quale sicurezza possono avere i loro seguaci circa qualsiasi altro insegnamento? – La Chiesa, sempre coerente ed uniforme nella sua dottrina, sempre conservando le parole che un tempo le sono state messe sulle labbra dal suo Maestro divino, in ogni momento e in ogni tempo ha creduto ed insegnato la stessa identica dottrina come verità rivelata da Dio, e cioè che: « … fuori dalla vera Chiesa di Cristo, e senza la sua vera Fede, non c’è alcuna possibilità di salvezza; » e la testimonianza pubblica più autentica dei suoi nemici, dimostra che questa è la dottrina di Gesù e del suo santo Vangelo, qualunque cosa le persone private, mosse da motivi egoistici e interessati, possano dire in contrario. Qual rimprovero devono ricevere prima del giudizio di Dio, quei membri della Chiesa di Cristo che chiamano in causa o cercano di invalidare questa grande e fondamentale verità, la stessa barriera e il baluardo della vera Religione, verità che è così ripetutamente dichiarata da Dio nelle sue Sacre Scritture, professata dalla Chiesa di Cristo in tutte le epoche, attestata nei termini più forti dai più eminenti “lumi” del Cristianesimo, e candidamente riconosciuta pure dai più famosi scrittori e teologi della Riforma! Ogni tentativo di indebolire l’importanza di questa divina verità, non tradirà il Dio grande, la sua causa e gli interessi della sua santa Fede? … e chi lo farà sarà in grado poi di invocare la ignoranza invincibile, già chiamata prima a propria difesa?  ». (From Sincere Christian, American Edition.). – Ma ascoltiamo un’Autorità superiore che si esprime su questo argomento così importante. Nelle sue lettere encicliche, datate: 8 dicembre 1849; 8 Dic. 1864; e 10 agosto 1863, e nella sua Allocuzione del 9 dicembre 1854, Papa Pio IX. dice:   « Non è senza dolore che abbiamo costatato un altro errore non meno pernicioso, che è stato diffuso in diverse parti dei Paesi Cattolici, ed è stato fatto proprio da molti Cattolici, che sono dell’opinione che tutti coloro che non sono affatto membri della vera Chiesa di Cristo, possano essere salvati: quindi discutono spesso la questione riguardante il futuro destino e la condizione di coloro che muoiono senza aver professato la Fede Cattolica, e danno le ragioni più futili a sostegno della loro cattiva opinione … » – « È davvero di fede che nessuno possa essere salvato al di fuori della Chiesa Apostolica Romana, e che questa sia l’unica arca della salvezza, e colui che non è entrato in essa, perirà nel diluvio … » – « Dobbiamo menzionare e condannare ancora una volta l’errore più pernicioso, che sia stato fatto proprio da alcuni Cattolici, i quali sono dell’opinione che quelle persone che vivono nell’errore e non hanno la vera fede, e siano separati dall’unità cattolica, possano ottenere la vita eterna. Questa opinione in vero, è molto contraria alla fede cattolica, come è evidente dalle semplici parole di Nostro Signore, (Matteo XVIII, 17; Marco XVI, 16; Luca X, 16 – Giovanni III, 18) come anche dalle parole di San Paolo, (II Tim. III. 11) e di San Pietro (II Pietro 1) L’intrattenere opinioni contrarie a questa fede cattolica è essere un empio malvagio. »  – « Pertanto, ripubblichiamo, proscriviamo e condanniamo tutto e tutte queste opinioni e dottrine perverse, ed è nostra assoluta volontà e comando che tutti i figli della Chiesa Cattolica li ritengano come riprovati, proscritti e condannati. È nostro ufficio apostolico risvegliare il vostro zelo episcopale e la vostra vigilanza nel fare tutto ciò che è in vostro potere per bandire dalle menti del popolo opinioni così empie e perniciose, che portano all’indifferenza della Religione e, nel diffondersi sempre di più, alla rovina delle anime Opponete tutta la vostra energia ed il vostro zelo contro questi errori, ed impiegate zelanti Sacerdoti che li mettano in discussione e li annientino, ed imprimano molto profondamente nella mente e nel cuore dei fedeli il grande dogma della nostra santissima religione, che la salvezza si può avere solo nel Fede cattolica. Esortate spesso il clero e i fedeli a rendere grazie a Dio per il grande dono della Fede Cattolica ». – Ora, non è qualcosa di molto scioccante vedere tali errori condannati, e delle opinioni perverse proclamate come dottrina Cattolica da un giornale Cattolico, e da libri scritti e recentemente pubblicati da Cattolici? Abbiamo quindi ritenuto nostro dovere fare una presentazione forte, vigorosa ed intransigente della grande e fondamentale verità, vero recinto e baluardo della vera Religione: “FUORI DELLA CHIESA NON C’È POSITIVAMENTE NESSUNA SALVEZZA”, contro quei Cattolici mollicci, deboli, timidi, liberalizzanti, che lavorano per ammorbidire tutti i punti della Fede Cattolica che sembrano offensivi per i non Cattolici, e per far sembrare che non esistano problemi di vita e di morte, di Paradiso e d’Inferno, e differenze tra noi e i protestanti. – Liberare il prossimo dagli errori religiosi, dice Papa Leone, quando è in tuo potere farlo, è dimostrare a te stesso di non essere in errore, e « quindi – dice Papa Gregorio I – chi ha il dovere di correggere il suo vicino quando si trovi nella colpa, e tuttavia omette di operare tale correzione, si rende colpevole delle colpe del suo prossimo. » – « Effettivamente – dice Papa Innocenzo III di coloro che hanno il dovere di mantenere il deposito della fede puro e incontaminato – … non opporsi ad una dottrina errata è come approvarla, e non difendere per nulla la vera dottrina è come sopprimerla ».

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMININO SALVATUR (1)

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (1)

IL DOGMA CATTOLICO: Extra Ecclesiam Nullus Omnino Salvatur

[Michael Müller C. SS. R., 1875]

Questa piccola ma preziosissima opera del Sacerdote Redentorista tedesco, stabilito negli Stati Uniti, nasce da una controversia seguita alla pubblicazione su un giornale di Buffalo, di un articolo che pretendeva di dimostrare come l’opera del nostro Redentorista, il compendio catechistico: Explanation of Christian Doctrine, adapted for the family and more advanced students in catholic schools and colleges, No. III; (Spiegazione della Dottrina Cristiana, adattata per la famiglia e gli studenti avanzati delle scuole e collegi cattolici) – [Kreuzur Brothers, 30 North st., Baltimre, MD. – 1874], fosse difettosa e contenesse errori dottrinali, in particolare nei riguardi del dogma cattolico fondamentale: “Nessuno si salva assolutamente fuori dalla Chiesa Cattolica”. Il nostro buon Redentorista, teologo fine formato alla scuola di S. Alfonso M. De’ Liguori, consigliato da un amico sacerdote, difende la sua opera e soprattutto difende, con lume dottrinale rigoroso e coerente, il dogma cattolico che proprio in quegli anni la Santa Sede ribadiva con assoluta fermezza. Abbiamo così ricevuto in eredità uno scritto veramente illuminante, pieno di dottrina e citazioni di passi scritturali, della Tradizione, dei Padri della Chiesa, dell’immancabile San Tommaso, del Magistero della Chiesa. Oggi poi, questo scritto è utile non solo per confutare e persuadere i protestanti “storici”, che all’epoca già infestavano gli Stati Uniti, circa l’assoluta certezza della loro eterna riprovazione e dannazione, ma soprattutto per chiarire ai settari neoprotestanti della “chiesa dell’uomo”, nata dal conciliabolo c. d. Vaticano II, ove sono state ribaltate molte delle definizioni dogmatiche della Chiesa Cattolica, e poste le basi per un totale sovvertimento dottrinale e liturgico operato nel post-concilio dagli antipapi usurpanti la Cattedra di S. Pietro, succeduti fino ad oggi, nonché agli eretici fallibilisti pseudo-tradizionalisti e agli scismatici eretici sedevacantisti, che la loro posizione e sorte nella via eterna, è esattamente identica a quella di chi si trova fuori dalla Chiesa Cattolica (come lo erano allora pagani e protestanti), magari inconsapevolmente, ma in ogni caso colpevoli di ignoranza vincibile, per non avere mai voluto né apprendere, né approfondire la conoscenza della dottrina cristiana. Quindi, aggiungendo ai protestanti ritenuti storici della c. d. riforma, i protestanti della satanica riforma conciliare-montiniana, con gli pseudo-tradizionalisti, ci imbattiamo in un’opera ancor più preziosa ora, inizio del terzo millennio, di quanto lo fosse già all’epoca in cui essa fu concepita e pubblicata. – Lo scritto scorre con chiarezza dottrinale inconfutabile, sostenuta da citazioni opportune – al momento giusto e al posto giusto – fin poi ad arrivare ai toni patetici e quasi comici nei confronti dello scrittore anonimo dell’articolo pubblicato (indicato come “Signor Oracolo, il Prete più eminente degli Stati Uniti”), e del direttore del giornale di Buffalo, oltre che per certi protestanti dell’epoca, autori di scritti simili. Per essere però ancora più esaustivi, abbiamo pensato di iniziare la pubblicazione riportando il capitolo XII dell’“Esplanation…” (opera tra l’altro molto importante, seppur relativamente breve, fatta da domande e risposte, che pensiamo di pubblicare completo nel tempo perché chiarissima ed esaustiva della dottrina cattolica), il capitolo incriminato dal giornale di Buffalo e che ha poi armato la mano e la penna del Reverendo M. Muller nella stesura del “Dogma Cattolico: Extra Ecclesiam nullus omnino salvatur”.

MICHAEL MULLER:

Familiar Explanation of Christian Doctrine adapted for the family and more advanced students in catholic schools and colleges. No. III;

[Published by Kreuzer Brothers, 30 North st., Baltimore, Md., Catholic publication Society, 9 Watrren street, Nez York. Fr. PUSTET, 52 Barclay st. New York. 204 Vine st. Cincinnati. – 1875]

LEZIONE XII

NON C’È SALVEZZA AL DI FUORI DELLA CHIESA CATTOLICA ROMANA.

D. Dal momento che la Chiesa Cattolica Romana è la sola vera Chiesa di Gesù Cristo, chi muore fuori della Chiesa può salvarsi?

R. No, non può.

D. Perché no?

R. Perché uno che non fa la volontà di Dio non può essere salvato.

D. È quindi per volontà di Dio che tutti gli uomini dovrebbero essere Cattolici?

R. Sì; perché è solo nella Chiesa Cattolica Romana che si può conoscere la volontà di Dio, cioè, la dottrina completa di Gesù Cristo, che sola può salvarli.

D. Gesù Cristo stesso ci ha assicurato nel modo più solenne e con parole semplici, che nessuno può essere salvato fuori dalla Chiesa Cattolica Romana?

R. Sì, lo fece quando disse ai suoi Apostoli:

“Andate ed ammaestrate tutte le nazioni, e insegnate loro ad osservare tutte le cose che Io ho comandato. Colui che non crede a tutte queste cose sarà condannato”.

D. Gesù Cristo ci ha assicurato, in altre parole, la dannazione di coloro che muoiono fuori dalla sua Chiesa?

R. Sì, lo ha fatto con queste parole: “Colui che non vuole ascoltare la Chiesa, sia per te come un pagano e un pubblicano. (Matt. XVIII, 17).

D. Puoi fornire ulteriori prove che dimostrino che nessuno possa essere salvato fuori dalla Chiesa Cattolica Romana?

R. Da queste parole di Gesù Cristo: « Vi sono altre pecore che non sono di questo gregge, Io devo portare anche loro, ed esse ascolteranno la mia voce e saranno un solo gregge ed un solo pastore. » (Giovanni X, 16).

D. Come puoi dimostrare da queste parole di nostro Signore, che tutti coloro che desiderano essere salvati devono essere Cattolici romani?

R. Perché in questo passo Egli dichiara chiaramente che tutte quelle pecore che non appartengono al suo gregge (cioè alla sua Chiesa) devono, come condizione necessaria alla loro salvezza, essere portate a quel gregge.

D. Cosa dicono i Padri della Chiesa circa la salvezza di coloro che muoiono fuori dalla Chiesa Cattolica romana?

R. Tutti, senza eccezioni, si pronunciano infallibilmente, che essi andranno persi per sempre.

D. Cosa fecero Sant’Agostino e gli altri Vescovi d’Africa, al Consiglio di Zirta, nel 412 d.C.? ci si parli di loro!

R. « Chiunque – essi dissero – è separato dalla Chiesa Cattolica, quantunque encomiabile possa essere la sua vita, per il fatto stesso di essere separato dall’unione con Cristo, non vedrà la vita, ma su di lui incomberà l’ira di Dio ». (Giovanni III).

D. Cosa ci dice san Cipriano sulla salvezza di quelli che muoiono fuori dalla Chiesa Cattolica?

R. Egli dice questo: « Colui che non ha la Chiesa per sua madre non può avere Dio per  suo Padre; » e con lui i Padri in generale dicono che « … come tutti coloro che non erano nell’arca di Noè sono periti nelle acque del diluvio, così periranno tutti coloro che sono fuori dalla vera Chiesa. »

D. Chi è fuori dall’ambito della Chiesa Cattolica Romana?

R. I non battezzati, i non credenti, gli apostati, gli scomunicati, e tutti gli eretici.

D. Come sappiamo che le persone non battezzate non saranno salvate?

R. Perché Gesù Cristo ha detto: « Se un uomo non rinasce dall’acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio. (Giovanni III, 5).

D. Come sappiamo che i non credenti non saranno salvi?

R. Perché si dice di loro, che essi non piacciono a Dio: « Senza fede è impossibile piacere a Dio. »

D. Come sappiamo che gli apostati non sono salvati?

A. Perché abbandonare la fede è un grande peccato, che fa perdere il regno del Paradiso.

D. Come sappiamo che le persone giustamente scomunicate, che non sono disposte a fare ciò che è richiesto loro prima di essere assolti, non sono salvati?

R. Perché il peccato di grande scandalo, per il quale erano come membri morti espulsi dalla comunione della Chiesa, li esclude dal regno dei cieli.

D. Qual è il significato della parola eretico?

R. Eretico è una parola greca e significa semplicemente un selezionatore, uno che sceglie.

D. Chi è dunque un eretico?

R. È un battezzato che sceglie tra le dottrine a lui proposte dalla Chiesa Cattolica Romana, quelle che gli sono più gradite, rifiutando le altre.

D. Come sappiamo che gli eretici non vengono salvati?

R. Perché ci assicura San Paolo Apostolo che un tale “selezionatore” o eretico è condannato: « Dopo una o due ammonizioni sta’ lontano da chi è eretico, ben sapendo che è gente ormai fuori strada e che continua a peccare condannandosi da se stessa. » (Tit III. 10, 11).

D. Ci sono ancora altri motivi che dimostrino che gli eretici o i protestanti che muoiono fuori dalla Chiesa cattolica Romana, non sono salvati?

R. Ce ne sono diversi, essi non possono essere salvati, perché:

1. Non hanno la fede divina.

2. Fanno di Gesù Cristo un bugiardo, così come pure dello Spirito Santo e degli Apostoli.

3. Non hanno fede in Cristo.

4. Hanno abbandonato la vera Chiesa di Cristo.

5. Sono troppo orgogliosi per sottomettersi al Papa, il Vicario di Cristo.

6. Non possono eseguire alcuna buona opera per cui possano ottenere il paradiso.

7. Non ricevono il Corpo ed il Sangue di Cristo.

8. Muoiono nei loro peccati.

9. Ridicolizzano e bestemmiano la Madre di Dio e dei suoi Santi.

10. Calunniano la sposa di Gesù Cristo, la Chiesa Cattolica.

D. Perché i protestanti non hanno la fede divina?

A. Perché non credono a Dio in coloro che ha Egli ha nominato per insegnare.

D. Chi è l’insegnante tra i protestanti?

A. Ciascuno di loro è insegnante, legislatore e giudice di se stesso in materia di religione.

D. C’è sempre stato un momento in cui Dio ha lasciato gli uomini a se stessi, per adattare a sé la propria religione, per inventare il loro credo personale e la stessa loro personale forma di culto?

A. No; fin dall’inizio del mondo Dio ha stabilito sulla terra per insegnamento, una autorità visibile, a cui era un dovere per ogni uomo sottomettersi.

D. Da questo cosa deriva?

A. Il protestante, rifiutando di prestare obbedienza a quella autorità istituita per l’insegnamento divino, non può avere la fede divina.

D. Qual è l’atto di fede di un protestante?

A. O mio Dio, io non credo a niente, tranne a quello che il mio giudizio privato mi dice di voler credere; quindi credo di poter interpretare la tua parola scritta: le Sacre Scritture; così come scelgo di credere che il Papa sia l’anticristo; che ogni uomo possa essere salvato, a condizione che sia un uomo onesto; credo che la sola fede sia sufficiente per la salvezza, mentre non siano necessarie le buone opere, né le pratiche di penitenza, né  la confessione dei peccati, ecc.

D. È questo un atto di fede divina?

R. È piuttosto una grande bestemmia contro Dio; è la lingua di Lutero, che, secondo la sua stessa confessione, l’ha appresa dal diavolo.

D. Ma se un protestante dovesse dire: “Io non ho niente a che fare con Lutero, o Calvino, o Enrico VIII, o John Knox, io attingo direttamente dalla Bibbia … » cosa gli si potrebbe rispondere?

R. In tal caso tu adotti e cadi nei principi e nello spirito di questi uomini, perché  cambiano la Parola di Dio scritta, nella parola d’uomo.

D. In che modo?

R. Perché ogni protestante interpreta la Sacra Scrittura a modo suo, dandole quel significato che ritiene opportuno darle, e quindi, invece di credere alla Parola di Dio, crede piuttosto alla interpretazione privata di essa, che è invece la parola d’uomo.

D. Ora, cos’è l’uomo senza la fede divina?

R. Un tale uomo è un profano e privo di tutta la Religione; e per aver rifiutato ogni obbedienza al suo Sovrano Signore, non godrà mai della sua presenza, né vedrà chiaramente ciò che non sia disposto a credere umilmente.

D. Come fanno i protestanti a fare di Gesù Cristo un bugiardo?

R. – Gesù Cristo dice: “Ascolta la Chiesa”.

No – dice Lutero e tutti i protestanti – Non ascoltare la Chiesa, ma protesta contro di Essa con tutta la tua forza.”

– Gesù Cristo dice: “Se qualcuno non vorrà ascoltare la Chiesa, consideralo come un pagano e un pubblicano.”

No – dice il protestantesimo – se qualcuno non ascolta la Chiesa, consideralo come un apostolo, come un ambasciatore di Dio “.

– Gesù Cristo dice: “Le porte dell’inferno non prevarranno contro la mia Chiesa” –

No – dice il Protestantesimo – Questo è falso, le porte dell’inferno hanno già prevalso contro la Chiesa già da mille anni e più!”

– Gesù Cristo ha dichiarato San Pietro e ogni successore di San Pietro – il Papa – essere il suo Vicario sulla terra. “

No – dice il protestantesimo – il papa è l’anti-Cristo”.

– Gesù Cristo dice: “Il mio giogo è dolce, e il mio carico leggero.” (Matt. XI. 30).”

No – dissero Lutero e Calvino – è impossibile osservare i comandamenti.”

– Gesù Cristo dice: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”. (Matt. XIX, 17). “

No – dissero Lutero e Calvino – la fede da sola, senza le buone opere, è sufficiente per entrare nella vita eterna.”

– Gesù Cristo dice: “Se non fate penitenza, morirete tutti allo stesso modo”. (Luca III, 3).”

No – dissero Lutero e Calvino – i digiuni e le altre opere di penitenza, non sono necessarie come soddisfazione per il peccato. “

– Gesù Cristo dice: “Questo è il mio corpo”.

No – disse Calvino – questa è solo la figura del Corpo di Cristo, che diventerà il suo Corpo non appena lo si riceverà.”

– Gesù Cristo dice: “Io vi dico che chiunque ripudia la propria moglie, e ne sposa un’altra, commette adulterio; e colui che sposerà colei che è stata ripudiata, commette  adulterio. “Matt. XIX. 9.”

No – dicono Lutero e tutti i protestanti a un uomo sposato – puoi ripudiare tua moglie, divorziare, e sposarne un’altra.”

– Gesù Cristo dice ad ogni uomo: “Non rubare.” – “No – dice Lutero ai principi secolari – vi do il diritto di appropriarvi di tutte le proprietà della Chiesa Cattolica Romana.”

D. Come fanno i protestanti a fare dello Spirito Santo un bugiardo?

R. Lo Spirito Santo dice nella Sacra Scrittura: “L’uomo non conosce né l’amore né l’odio;” (Eccles, IX 1); – “Chi può dire: Ho purificato il cuore, sono mondo dal mio peccato?” (Prov. XX, 9); e ” … opera la tua salvezza con timore e tremore” (Filipp., II, 12). –

No – dissero Lutero e Calvino, – chiunque crede in Gesù Cristo, è nello stato di grazia.”

D. Come fanno i protestanti a fare dei bugiardi gli Apostoli?

R. San Paolo dice: “Se avessi la fede, in modo da poter smuovere le montagne e non avessi la carità, non sono nulla. “1 ​​Cor. XIII.”

No – dissero Lutero e Calvino, – la sola fede è sufficiente a salvarci.”

– San Pietro dice che nelle Epistole di San Paolo ci sono molte cose “… difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina.” (2 Piet. III, 16).”

No – dissero Lutero e Calvino – le Scritture sono molto semplici e facili da capire.”

– San Giacomo dice: “C’è qualche malato tra voi? Lasciate che lo si porti ai preti della Chiesa, e che preghino su di lui, ungendolo con olio, nel nome del Signore.” (Giac., V, 14). “

No – dissero Lutero e Calvino – questa è una cerimonia inutile.”

D. Ora, pensi che Dio Padre ammetterà in Cielo coloro che credono bugiardi suo Figlio Gesù Cristo, lo Spirito Santo e gli Apostoli?

R. No; Egli lascerà che essi abbiano la loro parte e la sorte di Lucifero, che per primo si ribellò contro Cristo, egli che è il padre dei menzogneri.

D. I protestanti hanno una qualche fede in Cristo?

R. No, non ne hanno mai avuta.

D. Perché no?

R. Perché non è mai vissuto un Cristo simile a quello che essi immaginano e credono.

D. E in qual tipo di Cristo credono?

R. In un “tale” che essi possono considerare impunemente un bugiardo, di cui possono interpretare la dottrina come meglio credono, perché, secondo loro, non importa ciò che un uomo crede, purché appaia un uomo onesto in pubblico.

D. Tale fede in questo tipo di Cristo, salverà i Protestanti?

R. Nessun uomo ragionevole asserirà mai una simile assurdità.

D. Cosa dirà loro Cristo nel giorno del giudizio?

R. Io non ti conosco, perché tu non mi hai mai conosciuto.

D. Potrà mai essere salvato colui che ha lasciato la vera Chiesa di Cristo, cioè la Santa Chiesa Cattolica?

R. No; perché la Chiesa di Cristo è il Regno di Dio sulla terra e colui che la lascia, si chiude da sé  il regno di Cristo in cielo.

D. I protestanti hanno lasciato la vera Chiesa di Cristo?

R. Essi hanno, tra i loro fondatori, chi se ne andò dalla Chiesa Cattolica per orgoglio o a causa di passioni come la lussuria e la cupidigia.

D. Chi furono i primi protestanti?

R. – 1. Martin Lutero, un cattivo prete tedesco, che lasciò il suo convento, infranse i voti solenni di povertà, castità ed obbedienza, che egli aveva fatto a Dio, sposò una suora, e divenne il fondatore dei luterani.

2. – Enrico VIII, un cattivo re cattolico di Inghilterra, che uccise le sue mogli fondando la chiesa episcopale o anglicana.

3. – Giovanni Calvino, un cattivo cattolico francese, fondatore dei calvinisti.

4. – John Knox, un cattivo prete scozzese, che è il fondatore dei Presbiteriani o puritani.

D. Che grande crimine hanno commesso tutti questi uomini malvagi?

R. Essi si sono ribellati alla Chiesa di Gesù Cristo, e hanno condotto  un gran numero di loro connazionali Cattolici a seguire il loro cattivo esempio.

D. Quale sarà la punizione di coloro che si ribellano volontariamente alla Santa Chiesa Cattolica?

R. Quella di lucifero e degli l’altri angeli ribelli, essi cioè saranno gettati per l’eternità nelle fiamme dell’inferno.

D. Chi ci ha assicurato questo?

R. Gesù Cristo stesso, il Figlio di Dio.

D. Quali sono le sue parole?

R. “Colui che non ascolterà la Chiesa, sia per te come un pagano e un pubblicano.” (Matt. XVIII, 17).

D. Cosa ci dice Gesù Cristo in queste parole?

R. Ci dice chiaramente che chi è fuori dalla sua Chiesa, e non obbedisce, è da Lui stesso considerato come un pagano e un pubblicano.

D. Cosa ne consegue da questo?

R. Ne consegue che, siccome i pagani sono dannati, saranno dannati pure tutti coloro  che muoiono fuori dalla Chiesa di Gesù Cristo.

D. Si può salvare un uomo che sia troppo orgoglioso per presentarsi al Capo della Chiesa di Cristo, disprezzando Gesù Cristo nel suo rappresentante, il Papa?

R. No non può; perché Gesù Cristo dice: “Colui che disprezza te (gli Apostoli e i loro successori) disprezza me!

D. I protestanti disprezzano Gesù Cristo nella persona di San Pietro e dei suoi successori?

R. Si, essi lo fanno; perché Lutero insegnò loro che chi non si oppone all’autorità del Papa, non può essere salvato. (1 Vol. Germ. Edit. f. 353).

D. Pensi tu che Cristo possa ammettere in Paradiso colui dal quale sia disprezzato?

R. No, questo è impossibile, e di questa verità parla infatti San Paolo quando dice: ” … poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. E quelli che vi si oppongono si attireranno addosso la condanna.” (Rom. XIII, 1, 2).

D. Qualcuno può entrare nel Regno del Paradiso senza buone opere?

R. No.

D. Come lo sappiamo?

R. Perché l’ultimo giorno del giudizio, Cristo dirà ai malvagi: « Partitevi da me, maledetti, nel fuoco eterno. Perché avevo fame e non mi avete dato da mangiare, avevo sete e non mi avete dato da bere. » (Matt, XXV, 41- 42).

D. I protestanti non fanno buone opere? 

R. Si,  molti di loro le fanno.

D. Saranno salvati per queste loro buone opere?

R. In nessun modo; perché le opere, seppur buone di per sé, ma eseguite al di fuori della Chiesa fondata da Gesù Cristo, non sono accompagnate e vivificate dalla fede divina, senza la quale è impossibile piacere a Dio, e, quindi, poiché non sono dentro di Essa, non possono meritare le gioie eterne del Cielo. Come la fede senza le opere è morta, così pure le opere senza la fede sono morte e non possono salvare dalla dannazione colui che le compie.

D. Cosa dice Gesù Cristo di coloro che non ricevono il suo Corpo e il suo Sangue?

 R. Se non mangi la carne del Figlio dell’uomo e non bevi il suo Sangue, non avrai la vita in te (Giovanni VI, 54).

D. I protestanti ricevono il Corpo e il Sangue di nostro Signore?

R. No, perché i loro ministri non sono sacerdoti e di conseguenza non hanno alcun potere da Gesù Cristo per dire Messa, nella quale, mediante le parole della Consacrazione, il pane ed il vino vengono cambiati in Corpo e Sangue di Cristo.

D. Cosa ne deriva da questo?

R. Che essi non entreranno nella vita eterna, e meritatamente, perché hanno abolito il santo Sacrificio della Messa.

D. Qual è stata la conseguenza dell’abolizione della Messa?

A. Abolendo la Messa, (come ha fatto l’eresiarca G. B. Montini nei tempi moderni, sostituendola con il rito sacrilego del N. O. – ndt. -), essi hanno rubato a Dio Padre l’infinito onore che Gesù Cristo gli rende in essa, e a se stessi tutte le benedizioni che Gesù Cristo conferisce a coloro che assistono a questo santo Sacrificio con fede e devozione. « … Così il peccato di quei giovani (i figli di Eli) era molto grande davanti al Signore perché avevano allontanato gli uomini dal sacrificio del Signore.” (1 Re II. 17).

Q. Credi che Dio Padre ammetterà in cielo questi rapinatori del Suo infinito onore?

R. No certamente; perché se sono dannati coloro che rubano i beni temporali del loro prossimo, quanto più saranno dannati quelli che privano Dio del suo infinito onore ed i loro simili delle infinite benedizioni spirituali della Messa.

D. Può essere salvato un uomo che muore in uno stato di peccato mortale?

R. No, non può; perché Dio non può unire se stesso ad un’anima in cielo che, per il peccato mortale, è un suo nemico.

D. I protestanti commettono inoltre altri peccati mortali oltre a quelli sopra menzionati?

A. Si, moltissimi, altri.

D. Come lo provi?

R. Se è un peccato mortale per un Cattolico Romano dubitare intenzionalmente anche di un solo suo articolo di fede, è anche e più sicuramente, un peccato mortale per i protestanti, negare volontariamente non solo una verità, ma quasi tutte le verità rivelate da Gesù Cristo.

D. Muoiono nei peccati di apostasia, di blasfemia, calunnia, ecc.?

R. Si è così, tutti loro muoiono in peccato mortale perché, avendo offeso gravemente l’Onnipotente Dio, non sono disposti a confessare i loro peccati.

D. Come lo sappiamo?

R. Perché Gesù Cristo ci assicura che quei peccati che non sono perdonati dai suoi Apostoli e dai loro successori, per mezzo della Confessione, non saranno perdonati. “Di chi riterrai i peccati, a questi sono ritenuti.” (Giovanni XX, 22, 23).

D. I protestanti sono disposti a confessare i loro peccati ad un Vescovo o ad un Sacerdote cattolico, che unicamente ha il potere da Cristo  di perdonare i peccati? “… a chi perdonerete i peccati, a questi saranno perdonati”.

R. No, perché generalmente essi hanno una totale avversione alla Confessione, e quindi i loro peccati non saranno perdonati per tutta l’eternità.

D. Cosa implica questo?

R. Che essi muoiono nei loro peccati, e pertanto sono dannati.

D. Se qualcuno ama Dio, amerà anche la Madre di Dio e tutti i suoi Santi?

R. Si, lo farà, senza dubbio.

D. I protestanti amano la Madre di Dio e i Santi?

R. No, essi non lo fanno, anzi ridicolizzano e bestemmiano la Madre di Dio e i Santi!

D. Da questo cosa ne scaturisce?

R. Che i protestanti non saranno mai ammessi alla compagnia dei Santi in cielo, che essi hanno ridicolizzato e bestemmiato in terra.

D. Un grande re di questo mondo punirebbe molto severamente qualcuno che calunni la regina?

A. Si, certo lo farebbe.

D. La Chiesa Cattolica è la sposa di Gesù Cristo, il Re del cielo e della terra?

A. Essa lo è, e San Paolo ci assicura che Gesù Cristo ama la sua Chiesa e che “ha dato se stesso per Essa, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata.” (Ef. V. 25-27).

D. I protestanti hanno mai cessato di calunniarla?

R. No, mai!

D. Come essi calunniano lo Sposa di Gesù Cristo?

R. Il libro protestante episcopaliano delle omelie, ad esempio, dice: “Laici e clero, dotti ed ignoranti, tutte le età e i gradi degli uomini, donne e bambini di tutta la cristianità, erano annegati in un’abominevole idolatria.”

D. L’idolatria è un peccato grave?

R. È uno dei peccati più gravi che possano essere commessi.

D. I protestanti potrebbero mai dimostrare che  la Chiesa Cattolica, la Sposa di Cristo, sia divenuta colpevole di questo peccato?

R. No mai; al contrario, tutti sanno che la Chiesa Cattolica ha abolito l’idolatria e l’ha sempre tenuta in abominio.

D. Cosa ne deriva da ciò?

A. Che i protestanti commettono un grande peccato di calunnia contro le Sposa di Cristo.

D. Possono commettere questo grande peccato senza accusare Gesù Cristo e nello stesso tempo abbandonando quella gloriosa Sposa, che Egli ama così ardentemente?

R. No, non lo possono.

D. Cosa ne consegue?

R. Che Gesù Cristo farà vendetta  prima o poi sui protestanti per avere essi commesso questi peccati di orrenda bestemmia e di calunnia.

D. Ma non è questa una dottrina molto poco caritatevole, il dire cioè che nessuno possa essere salvato fuori dalla Chiesa?

R. Al contrario, affermare questa dottrina nel modo più enfatico, è anzi un grande atto di carità 

D. Perché mai?

R. Perché Gesù Cristo stesso e i suoi Apostoli l’hanno insegnata con un linguaggio molto semplice.

D. Non è una grande carità avvertire il prossimo quando è in pericolo di cadere in un profondo abisso?

R. Certo lo è, davvero.

D. Non lo è per tutti quelli che, fuori dalla Chiesa, sono in grande pericolo di cadere nell’abisso dell’inferno?

R. Si, lo è!

D. Non è, quindi, una grande carità avvertirli di questo pericolo?

R. Anzi, sarebbe una grande crudeltà non farlo.

D. Quelli che sono fuori dalla Chiesa sono tutti allo stesso modo colpevoli e condannabili davanti a Dio?

R. No; alcuni sono più colpevoli di altri.

D. Chi sono i meno colpevoli e condannabili?

A. Coloro che, senza alcuna loro colpa, non conoscono affatto Gesù Cristo o la sua dottrina.

D. Chi sono invece i più colpevoli e quindi condannati?

A. Coloro che riconoscono che la Chiesa Cattolica sia l’unica vera Chiesa, ma non ne hanno abbracciato la fede, così come pure coloro che, pur potendo riconoscerla se l’avessero ricercata con sincerità, a causa dell’indifferenza ed altri colpevoli motivi, hanno trascurando di farlo.

D. Cosa dobbiamo pensare della salvezza di quelli che sono fuori dall’ovile della Chiesa senza nessuna loro colpa e di chi non ha mai avuto alcuna opportunità di conoscerla meglio?

R. La loro ignoranza incolpevole non li salverà; ma se temono Dio e vivono secondo la loro coscienza, Dio, nella sua infinita misericordia, fornirà loro i mezzi necessari alla salvezza, anche inviando loro, se necessario, un Angelo per istruirli nella fede cattolica, piuttosto che lasciarli perire a causa della loro ignoranza invincibile.

D. È giusto per noi dire che chi non sia entrato nella Chiesa prima della sua morte, sia dannato?

R. No.

D. Perché no?

R. Perché noi non possiamo sapere per certo ciò che avviene tra Dio e l’anima nel terribile momento della morte.

D. Cosa intendi dire con questo?

A. Intendo dire che Dio, nella Sua infinita misericordia, può illuminare, nell’ora della morte, colui che non è ancora Cattolico, in modo che possa vedere la verità della fede cattolica, e sia veramente contrito per i suoi peccati, desiderando sinceramente morire da buon Cattolico.

D. Cosa diciamo di coloro che ricevono tale grazia straordinaria, e muoiono in questo modo?

R. Diciamo di loro che muoiono uniti, almeno all’anima della Chiesa Cattolica, e quindi sono salvati.

D. Cosa attende quindi, tutti quelli che sono fuori dalla Chiesa Cattolica, e muoiono senza aver ricevuto una grazia così straordinaria nell’ora della morte?

A. La dannazione eterna, è cosa certa, come è certo che c’è Dio.

D. Ma non ci sono molti che perderebbero gli affetti dei loro amici, le loro case confortevoli, i loro beni temporali, le prospettive negli affari, diventando Cattolici? Gesù-Cristo non li scuserebbe in queste circostanze del non diventare Cattolici?

A. Per quanto riguarda gli affetti degli amici, Gesù Cristo ha dichiarato solennemente: “Colui che ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; e colui che ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me” (Matt., X. 37); e per quanto riguarda la perdita di guadagni temporali, Egli ha risposto: “Che cosa servirà ad un uomo guadagnare il mondo intero se soffrirà la perdita della sua anima?” (Marco VIII. 36).

D. Ma non sarebbe sufficiente per una persona essere Cattolico solo nel cuore, senza professare la sua Religione pubblicamente?

R. No; perché Gesù Cristo ha dichiarato solennemente questo: “… Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo, quando verrà nella gloria sua e del Padre e degli Angeli santi.” (Luca IX. 26).

D. Ma non si potrebbe rimandare in modo sicuro l’essere ricevuto nella Chiesa fino all’ora della morte?

R. Questo sarebbe abusare della misericordia di Dio.

D. Quale potrebbe essere la punizione per questo peccato?

R. Perdere la luce e la grazia della fede, e morire da riprovato.

D. Cos’altro impedisce a molti di diventare Cattolici?

R. Si tratta in verità di questo: essi sanno molto bene che, se diventano Cattolici, devono condurre una vita onesta e sobria, essere puri, evitare i loro peccati, dominare le passioni, e questo essi non lo vogliono fare. “Gli uomini amano le tenebre anziché la luce – dice Gesù Cristo – perché le loro azioni sono malvagie. E “… Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”.

D. Cosa consegue da ciò che è stato detto sulla salvezza che si ottiene solo nella Chiesa Cattolica Romana?

A. Che è molto empio pensare e dire che importa poco che un uomo creda, purché sia ​​un uomo onesto.

D. Quale risposta puoi dare a un uomo che parla così?

A. Gli chiederei se egli creda o no che la sua onestà e la sua giustizia siano più grandi di quelle degli scribi e dei farisei nel Vangelo!

D. In che cosa consisteva l’onestà e la giustizia che gli Scribi e Farisei praticavano?

R. Essi erano costanti nella preghiera, pagavano le decime secondo la legge, facevano grandi elemosine, digiunavano due volte a settimana, oltrepassavano mare e terra per fare un convertito e portarlo alla conoscenza del vero Dio.

D. Cosa disse Gesù Cristo di questa giustizia dei Farisei?

R. Egli disse: “Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli”. (Matt, V. 20).

Q. La giustizia dei Farisei era quindi, molto difettosa agli occhi di Dio?

R. In gran parte lo era, senza dubbio. La loro giustizia era tutta un’esibizione esteriore ed un’ostentazione. Facevano del bene solo per essere elogiati ed ammirati dagli uomini; ma dentro di loro, le anime erano piene di impurità e di cattiveria. Essi erano lascivi ipocriti, che nascondevano grandi vizi sotto la bella apparenza dell’amore per Dio, la carità verso i poveri e la severità verso se stessi. La loro devozione consisteva nelle apparenze esterne, e disprezzavano tutti quelli che non vivevano come loro; erano severi nelle osservanze religiose delle tradizioni umane, ma non scrupolosi nell’osservanza dei Comandamenti di Dio.

D. Cosa pensi allora di quegli uomini che dicono: “Poco importa quello che crede un uomo, a condizione che sia onesto”?

R. Che la loro onestà esteriore, come quella dei farisei, può essere sufficiente a tenerli fuori dal carcere, ma non dall’inferno.

D. Un non-Cattolico potrebbe dire: “Mi piacerebbe molto credere alla dottrina della Chiesa Cattolica, ma non posso”: come risponderesti?

A. Che, senza dubbio, è la volontà di Dio, che “… tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità.” (1 Tim. II 4); ma è, allo stesso tempo, volontà di Dio che si dovrebbero assumere seriamente tutto i mezzi adeguati per acquisirla. È perciò necessaria la conoscenza; altrimenti, si mostra chiaramente che non si desidera credere sinceramente.

D. Quali sono i mezzi di cui parli?

R. La sincerità di cuore che deve essere dimostrata:

1°. Con il desiderio più sincero di conoscere la vera Religione,

2°. Con una ricerca diligente e persistente di esse,

3°. Con la fervente e frequente preghiera a Dio per ottenere il dono della fede,

4°. E infine, con una risoluta decisione di eliminare ogni elemento che potrebbe costituire un ostacolo o un ritardo nell’abbracciare la verità conosciuta.

D. Ma non si perderà la propria libertà se si crede e si fa ciò che la Chiesa Cattolica Romana insegna?

R. No; al contrario, solo allora si godrà della vera libertà, perché è libero solo colui che la verità rende liberi.

D. Non può Dio fare tutte le cose che gli piacciono?

R. Si che lo può!

D. Perché?

R. Perché Egli è la stessa libertà suprema.

D. Ma Dio può peccare?

R. No, non può.

D. Non sono liberi gli Angeli e i Santi in paradiso?

R. Essi sono perfettamente liberi, perché prendono parte alla libertà di Dio.

D. Ma i Santi possono peccare?

R. No, non possono.

D. È quindi, è un segno di libertà essere sotto il potere del peccato, seguire le proprie passioni, e così via, andando alla perdizione?

R. Questo non è avere il potere o  l’inseguire di libertà per ogni cosa.

D. Cos’è, allora?

R. È piuttosto un segno di debolezza e di miseria.

D. Cosa implica il potere del peccato?

R. La possibilità di diventare schiavo del peccato e del diavolo.

D. Quelli che poi sono veramente liberi, sono forse coloro che si fanno grandi sotto il potere del peccato, e quindi vanno all’inferno?

R. Essi sono piuttosto gli schiavi miserabili del peccato e delle loro passioni.

D. Cosa diventano essi sicuramente se rimangono sotto questo potere del peccato e delle loro passioni?

R. Saranno gli schiavi del diavolo all’inferno per l’eternità.

D. Chi, quindi, può definirsi veramente libero?

R. Libero è colui che vuole e fa ciò che Dio desidera per lui: la sua eterna felicità!

D. Se Dio, quindi, come abbiamo visto, lo desidera, gli uomini possono essere salvati solo nella Chiesa santa Cattolica Romana, e un uomo perde o gode della libertà, quando crede e fa ciò che la Chiesa insegna?

A. Ecco come, in effetti, egli gode della vera libertà, e ne fa un corretto uso.

D. Cosa dici di un uomo il cui potere è molto grande e facilmente sperimenterà delle difficoltà nel seguire l’insegnamento della Chiesa?

R. Un tale uomo è veramente libero.

D. I Cattolici, quindi, che vivono fedelmente l’insegnamento della Chiesa, godono di una maggiore libertà rispetto ai protestanti e ai non credenti, che credono e fanno come vogliono?

R. Sì, essi la godono, perché sono figli della luce della verità, che li guida al cielo, mentre quelli che vivono fuori dalla Chiesa, sono i figli delle tenebre dell’errore, che li condurranno alfine nell’abisso dell’inferno.

D. Se nessuno può essere salvato tranne che nella Chiesa Cattolica Romana, tutti quelli che ne sono fuori, cosa sono destinati a fare?

A. Sono obbligati a diventare membri della Chiesa.

D. Il buon senso non lo dice a tutti i non Cattolici?

A. Sì, che lo dice.

D. In che modo?

A. Perché ogni non Cattolico crede che ogni membro praticante della Chiesa Cattolica sarà salvato.

D. Cosa segue da questo?

A. Ne consegue chiaramente che quando c’è il problema della salvezza eterna e dell’eterna dannazione, un uomo ragionevole prenderà la via più sicura per il Paradiso.

D. Tutti quelli che sono membri della Chiesa Cattolica si salveranno?

A. No; solo i membri praticanti saranno salvati; ma quelli che sono dei membri morti, cioè i cattivi Cattolici, saranno condannati all’inferno.

D. Chi è un membro praticante della Chiesa Cattolica?

R. Coloro che credono fermamente tutte le verità contenute nel Credo degli Apostoli, osservano i Comandamenti di Dio e i precetti della Chiesa, e usano i mezzi della grazia, che sono i Sacramenti e la preghiera.

D. Dove si impara tutto questo?

R. Nella dottrina cristiana.

D. Di chi è il dovere di insegnare la dottrina cristiana?

R. Questo è un dovere dei pastori della Chiesa Cattolica.

D. È molto gradito a Dio che si istruiscano gli uomini nella dottrina cristiana?

R. Sì; è una delle opere più sante e che più piacciono a Dio.

D. È dovere pure l’assistere alla spiegazione della dottrina cristiana?

R. Questo è il dovere di tutti, ma soprattutto di quelli che sono più o meno ignoranti della Religione Cristiana.

D. Dio è molto contento di coloro che con entusiasmo ascoltano la spiegazione della dottrina cristiana?

R. Dio è così contento di loro che spesso ha mostrato il suo piacere con miracoli.

D. Dio è anche molto scontento di coloro che non si interessano della dottrina cristiana?

R. Dio è così scontento di loro tanto che Egli spesso ha mostrato il suo dispiacere con spaventose punizioni.

D. Cosa dovremmo fare quando ascoltiamo un Cristiano spiegare la dottrina?

R. Dovremmo ascoltarlo con l’intenzione di profittarne.

D. Come si chiama il libro che contiene brevemente la dottrina cristiana sotto forma di domande e di risposte?

R. Il Catechismo!

D. Di che cosa tratta allora il Catechismo?

R. Il Catechismo tratta di ciò che dobbiamo conoscere e credere, di ciò che dobbiamo fare e dei mezzi della grazia che dobbiamo usare; cioè, i Sacramenti e la preghiera.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – UBI URBANIANO

Con questa lettera enciclica, S. S. Pio IX, denuncia i soprusi e la violenze perpetrate nella nobile e cattolica Polonia dalle autorità russe che opprimevano con ogni mezzo e pretesto la popolazione locale, ed in particolare i cittadini ed i prelati cattolici. Ancora una volta la Chiesa è oppressa, perseguitata, violata nelle sue prerogative, la fede irrisa ed orientata a seguire gli errori dello scisma di Fozio, il culto proibito o impedito, le Autorità episcopali cacciate, tormentate ed impedite nelle loro sacre funzioni, ostacolate nelle comunicazioni con la Santa Sede, i fedeli impossibilitati a rendere culto a Dio e a procacciarsi i beni spirituali loro necessari per la salvezza. Il Santo Padre, addolorato ed affranto per tanto ingiustificato accanimento, per tutti ha una parola di conforto e di esortazione a resistere citando, tra le altre, le parole dell’Apostolo Paolo ai Romani …”le sofferenze attuali non sono equiparabili alla futura gloria che si rivelerà in noi“. Un duro ammonimento viene rivolto ai governanti ed alle autorità civili che servono, attraverso le conventicole occulte, le potenze del male, citando le espressioni bibliche del libro della Sapienza « … Poiché vi fu dato dal Signore il potere, e vi fu data la virtù dall’Altissimo, che esaminerà la vostra opera e scruterà i vostri pensieri; poiché, essendo ministri di quel regno, non avete giudicato con rettitudine né custodito la legge di giustizia né avete camminato secondo la volontà di Dio, presto avrete una visione orrenda, poiché durissimo sarà il giudizio su coloro che comandano: all’umile si concede misericordia, i potenti invece subiranno crudeli tormenti” (Sap. VI, 4-7). Ma le espressioni più incisive, ammonimento adatto tuttora per i nostri giorni, sono le seguenti: « … i popoli, quando siano stati distolti dalla santissima nostra Religione e dalla sua benefica dottrina, dall’obbedienza dovuta a Dio, alla sua Chiesa e alle sue leggi, dalla libertà di comunicare con questa Santa Sede, si lasciano corrompere dai vizi e dagli errori più perniciosi e perciò, perduta la pietà e il timor di Dio, deposto il soave giogo della Religione e del tutto reietta l’obbedienza che si deve a Dio e alle leggi della sua Chiesa, si degradano miseramente in una vita e in un comportamento licenziosi: procedendo nell’empietà secondo i loro desideri, disprezzano il potere, bestemmiano la sovranità, insorgono contro i Principi e ad essi negano obbedienza. » Sono parole che non sono state seguite né allora né tanto meno ai giorni nostri, e le conseguenze funeste, profeticamente annunziate con largo anticipo dal Santo Padre, sono sotto gli occhi di tutti: vizi ed errori perniciosi di ogni genere, degradazione morale e nei costumi fino a giungere al livello delle bestie feroci ed immonde, libertinaggio sfrenato, licenziosità ed empietà in ogni ambito della vita sociale, disobbedienza alle leggi naturali, morali, civili con disprezzo di ogni autorità … in questo caso non ha funzionato il proverbio antico: “uomo avvisato, mezzo salvato!” E noi oltretutto rischiamo la perdita dell’anima e la dannazione eterna, guidati come siamo, non solo da governanti inetti e corrotti, burattini del potere satanico mondialista, ma soprattutto da lupi rapaci mascherati da agnelli, da finti pastori che aprono e spalancano l’ovile ad ogni bestia onnivora, da marrani indomiti strumenti del demonio che tutto vuol rovinare, distruggere e condurre con sé negli inferi. Ma per noi Cattolici che confidano in Dio, nel Cristo Redentore, nella felicità eterna, nulla ci può essere più dolce che la persecuzione per il nome di Dio e del suo Cristo, evento che spiana la via al cielo ed alla felicità eterna …  le sofferenze attuali non sono equiparabili alla futura gloria che si rivelerà in noi …

S. S. Pio IX

Ubi Urbaniano

Venerabili Fratelli, allorché nel Collegio Urbaniano per la propaganda della fede, in questa Nostra alma città, il 24 aprile scorso, sacro a San Fedele da Sigmaringa, invitto martire di Cristo, Ci siamo energicamente lamentati della infelice e non mai abbastanza deplorata condizione del Regno di Polonia e della inconsulta sommossa ivi sorta contro il potentissimo Principe, abbiamo anche reso noto che avevamo letto nei giornali che dal Governo Russo erano stati presi i più severi provvedimenti non solo per soffocare quella insurrezione, ma anche per estirpare gradatamente da quel Regno la Religione Cattolica. E ad un tempo abbiamo dichiarato che queste tristi notizie attendevano di essere confermate senza alcun margine di dubbio e con maggiore autorità, dato che non sempre si può dare credito ai giornali ufficiali. Ora però Ci sono state recate molte testimonianze degne di fede per cui, con inenarrabile dolore dell’animo Nostro, Venerabili Fratelli, abbiamo avuto conferma che sono proprio vere le vessazioni a cui il Governo Russo sottopone ogni giorno di più la Chiesa Cattolica, i suoi ministri e i suoi seguaci. – Ci è stato dato per certo, infatti, che quel Governo, già da molto tempo ostile alla Chiesa Cattolica, cercando di trascinare tutti nel più esiziale scisma, prende a pretesto la sollevazione per perseguitare crudelmente in tutti i modi la santissima nostra Religione e tutti i Cattolici. Perciò non è mai stata pienamente attuata la Convenzione stipulata con Noi e con questa Santa Sede; sono stati disattesi i pubblici accordi per la tutela della Religione Cattolica nel Regno di Polonia; sono stati emanati molti decreti e leggi assolutamente contrari agli interessi cattolici; lo stesso Governo inoltre non ha mai rinunciato a proibire gli scritti cattolici e a diffondere libri e giornali quanto mai contrari alla dottrina Cattolica, rivolti ad offendere il Vicario di Cristo in terra e questa Apostolica Sede, e soprattutto a corrompere il popolo polacco; non ha desistito dall’intralciare ogni comunicazione con Noi e con questa Sede Apostolica; dall’imporre un giuramento contrario alle leggi divine; dal sobillare il popolo contro i Sacerdoti cattolici; dal proibire che si predichi e si insegni la differenza che corre tra la verità cattolica e lo scisma; dall’impedire, minacciando gravissime pene, che qualcuno si sottragga allo sciagurato scisma e ritorni in seno alla Chiesa Cattolica. – Ne deriva che i Religiosi sono cacciati dai loro conventi; che i loro monasteri sono trasformati in alloggi militari; che i Vescovi Cattolici sono strappati alle loro Diocesi e mandati in esilio; si impedisce agli innumerevoli Cattolici di rito greco, già da tempo con subdole macchinazioni tratti a forza nello scisma, di ritornare in grembo alla Chiesa Cattolica, come vorrebbero. Anche molti Cattolici di rito latino sono strappati alla Chiesa Cattolica soprattutto mediante matrimoni misti, e i bambini orfani di genitori cattolici sono relegati in lontane regioni con il pretesto di proteggerli; sono sottratti al culto cattolico ed esposti al pericolo dello scisma; innumerevoli Cattolici di ogni ceto, età, sesso e condizione sono crudelmente oppressi e deportati in lontanissime terre; i templi dei Cattolici sono demoliti, profanati e adibiti al culto acattolico o a presidi militari; i Sacerdoti cattolici sono vessati in modo miserando, spogliati dei loro beni, ridotti a squallida povertà, cacciati in esilio o in carcere e perfino uccisi perché non hanno rinunciato a portare il soccorso e il conforto del sacro Ministero ai feriti in battaglia e ai moribondi. Inoltre, tanto i Preti che i laici esiliati sono privati di ogni conforto e aiuto della santissima nostra Religione, e ai Cattolici di Lituania non è consentita altra scelta che di andare esuli nelle più lontane regioni o di staccarsi dalla Religione Cattolica. Questi ed altri deplorevoli soprusi vengono continuamente perpetrati dal Governo Russo contro la Chiesa Cattolica. Perciò Noi, afflitti da immensa angoscia, non possiamo trattenere le lacrime vedendo Voi, Venerabili Fratelli, e i diletti figli Cattolici esposti a tutte le crudeli persecuzioni con le quali quel Governo cerca di trascinare in una crisi estrema la fede e la Religione Cattolica, sia nel Regno di Polonia, sia nelle altre regioni di quell’impero. – Inoltre, in questa ferocissima guerra condotta dal Governo Russo contro la Chiesa Cattolica, i suoi sacri diritti, i suoi ministri e i suoi interessi, siamo costretti a deplorare un altro atto temerario, prima d’ora inaudito negli annali della Chiesa: quel Governo non solo ha mandato in esilio in lontane regioni il Venerabile Fratello Sigismondo, insigne e lodato Arcivescovo di Varsavia, strappandolo al suo gregge, ma anche non ha esitato a privare quel Venerabile Fratello dell’autorità e della Giurisdizione Episcopale sulla Diocesi di Varsavia e a impedire che alcuno da quella Diocesi potesse comunicare con lui; e neppure si è fatto scrupolo di sostituirlo, come amministratore della Diocesi, con il diletto Figlio Paolo Rzewuski, suo Vicario generale, già da Noi eletto Vescovo di Prusa nel paese degli infedeli, e designato come suffraganeo del Vescovo di Varsavia. Non ci sono parole, Venerabili Fratelli, per riprovare e detestare simile azione. E chi non si meraviglierà sapendo che il Governo Russo è giunto al punto di affermare il falso, e di privare i Vescovi (che lo Spirito Santo pose a reggere la Chiesa di Dio) della sacra autorità che fu loro concessa da Dio e che in nessun modo dipende dal potere laico, e di allontanarli dal governo e dalla amministrazione delle loro Diocesi? Mentre riproviamo e condanniamo questi fatti, affermiamo apertamente e chiaramente che nessuno può obbedire a tale disposizione, e che tutti i fedeli della Diocesi di Varsavia devono totale obbedienza al Venerabile Fratello Sigismondo, vero e legittimo Presule di Varsavia. – Non dubitiamo che il diletto figlio Nostro Paolo Rzewuski, memore del proprio dovere, niente affatto ossequente agli ordini del Governo Russo, continuerà a esercitare la funzione di Vicario generale che gli è stata affidata dal Venerabile Fratello Sigismondo, Arcivescovo di Varsavia, suo superiore legittimo, e gli obbedirà puntualmente in tutto. Ma invero, Venerabili Fratelli, mentre chiamiamo a testimoni il cielo e la terra, chiediamo ragione di tutto ciò che si è compiuto e si compie nel Regno di Polonia e negli altri territori dell’impero russo contro la Chiesa Cattolica, i suoi Vescovi, ministri, patrimoni, diritti e contro i diletti figli della stessa Chiesa; con insistenza protestiamo contro la persecuzione che il Governo Russo non rinuncia a infliggere alla Chiesa, tuttavia non vogliamo in alcun modo approvare le inconsulte agitazioni purtroppo sorte in Polonia. Tutti sanno con quanto zelo la Chiesa Cattolica abbia sempre inculcato il principio secondo cui ogni anima è suddita delle più alte potestà e tutti sono sottomessi all’autorità civile, e si deve in tutto prestare la debita obbedienza a quelle disposizioni che non contrastano con le leggi di Dio e della sua Chiesa. Perciò è assai deplorevole che quelle rivolte abbiano offerto al Governo Russo l’appiglio di tormentare e opprimere ogni giorno la Chiesa, sempre di più. – Mentre poi disapproviamo e condanniamo tali funesti sconvolgimenti dello stato cristiano e civile, altro non possiamo fare che convincere tutti i più alti Principi di fare in modo che, per quanto possono, non cadano su di loro quelle severe parole rivolte dalla divina Sapienza ai Re: “Poiché vi fu dato dal Signore il potere, e vi fu data la virtù dall’Altissimo, che esaminerà la vostra opera e scruterà i vostri pensieri; poiché, essendo ministri di quel regno, non avete giudicato con rettitudine né custodito la legge di giustizia né avete camminato secondo la volontà di Dio, presto avrete una visione orrenda, poiché durissimo sarà il giudizio su coloro che comandano: all’umile si concede misericordia, i potenti invece subiranno crudeli tormenti” (Sap. VI, 4-7). – Inoltre, con il più grande trasporto dell’animo Nostro, esortiamo e preghiamo tutti i sommi Principi perché comprendano e si rendano conto che i popoli, quando siano stati distolti dalla santissima nostra Religione e dalla sua benefica dottrina, dall’obbedienza dovuta a Dio, alla sua Chiesa e alle sue leggi, dalla libertà di comunicare con questa Santa Sede, si lasciano corrompere dai vizi e dagli errori più perniciosi e perciò, perduta la pietà e il timor di Dio, deposto il soave giogo della Religione e del tutto reietta l’obbedienza che si deve a Dio e alle leggi della sua Chiesa, si degradano miseramente in una vita e in un comportamento licenziosi: procedendo nell’empietà secondo i loro desideri, disprezzano il potere, bestemmiano la sovranità, insorgono contro i Principi e ad essi negano obbedienza. Per la verità, nell’immensa tristezza del Nostro animo per l’enorme congerie di mali che affigge Voi, Venerabili Fratelli, e i fedeli a Voi affidati, non poco ci conforta e consola la vostra nobile, costante virtù nel tutelare la Chiesa e nel sopportare per la Fede Cattolica tanti affanni e tribolazioni. Sapete bene che sono beati coloro che sono perseguitati per la giustizia; che è molto bello e glorioso sopportare offese in nome di Gesù e che si salva colui che saprà perseverare fino alla fine; perciò non dubitiamo che Voi, Venerabili Fratelli, confortati dal Signore e dalla potenza della sua virtù, continuerete con animo invitto a combattere animosamente per la difesa di Dio e della sua santa Chiesa, per la salvezza delle anime, ricordando che “le sofferenze attuali non sono equiparabili alla futura gloria che si rivelerà in noi” (Rm VIII, 18). Perciò Vi scriviamo questa lettera, e vieppiù nel nome del Signore sollecitiamo la vostra forza di Pastori nel sopportare tante angustie, e la vostra vigilanza sul gregge a Voi affidato, affinché non vogliate risparmiare mai nessuna cura, nessuna decisione, nessuna fatica, in modo che i fedeli a Voi affidati si guardino da ogni male, non si lascino intimorire da alcun pericolo e rimangano ogni giorno più saldi e immoti nella professione della Religione e nella Fede Cattolica, e non si lascino mai ingannare e trarre in errore dai nemici della fede e della Religione. Ammoniamo, esortiamo e preghiamo anche i fedeli a Voi affidati e a Noi carissimi, con tutto l’affetto paterno del Nostro cuore, affinché professino con grande fermezza la Fede, la Religione e la Dottrina Cattolica che hanno ricevuto per singolare benevolenza di Dio; perché stimino inferiore ogni altro bene; perché camminino con sollecitudine lungo i sentieri indicati da Dio, e si dedichino a tutte quelle opere che rivelano la carità verso Dio e verso il prossimo, e che si addicono perfettamente ai figli della Chiesa Cattolica. – Siate poi del tutto persuasi che Noi, in piena umiltà di cuore, giorno e notte, senza sosta, innalziamo fervide preghiere al clementissimo Padre di misericordia e al Dio di ogni consolazione perché Vi infonda dall’alto la virtù, Vi protegga con la divina sua destra, Vi custodisca e Vi difenda, sorga a giudicare la sua causa e sottragga la sua Chiesa da tutte le calamità che l’affliggono, confonda la superbia dei suoi nemici, abbatta con la sua onnipotenza la loro caparbietà, e sempre propizio effonda i fecondi doni della sua bontà sopra di Voi e i fedeli a Voi affidati. – E come auspicio di questi doni e come pegno sicuro della particolare benevolenza con cui Vi abbracciamo nel Signore, dal più profondo del cuore impartiamo amorevolmente a Voi, Venerabili Fratelli e a tutti i fedeli, ecclesiastici e laici, affidati alla vostra vigilanza, l’Apostolica Benedizione.

Da Castel Gandolfo, il 30 luglio 1864, anno decimonono del Nostro Pontificato.

DOMENICA V DOPO PASQUA (2019)

DOMENICA V DOPO PASQUA (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Isa. XLVIII: 20

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiate usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja [Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

Ps LXV: 1-2 Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus. [Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: dà a Lui lode di gloria].

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiáte usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja [Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

 Orémus.

Deus, a quo bona cuncta procédunt, largíre supplícibus tuis: ut cogitémus, te inspiránte, quæ recta sunt; et, te gubernánte, éadem faciámus. [O Dio, da cui procede ogni bene, concedi a noi súpplici di pensare, per tua ispirazione, le cose che son giuste; e, sotto la tua direzione, di compierle.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli.

Jac. I: 22-27

Caríssimi: Estóte factóres verbi, et non auditóres tantum: falléntes vosmetípsos. Quia si quis audítor est verbi et non factor: hic comparábitur viro consideránti vultum nativitátis suæ in spéculo: considerávit enim se et ábiit, et statim oblítus est, qualis fúerit. Qui autem perspéxerit in legem perfectam libertátis et permánserit in ea, non audítor obliviósus factus, sed factor óperis: hic beátus in facto suo erit. Si quis autem putat se religiósum esse, non refrénans linguam suam, sed sedúcens cor suum, hujus vana est relígio. Relígio munda et immaculáta apud Deum et Patrem hæc est: Visitáre pupíllos et viduas in tribulatióne eórum, et immaculátum se custodíre ab hoc sæculo

Omelia I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

LE BUONE OPERE

“Carissimi: Siate osservanti della parola, e non uditori soltanto, che ingannereste voi stessi. Perché se uno ascolta la parola e non l’osserva, egli rassomiglia a un uomo che contempla nello specchio il suo volto naturale. Contemplato, se ne va, e subito dimentica come era. Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta della libertà, e persevera in essa, diventando non un uditore smemorato, ma un operatore di fatti, questi sarà felice nel suo operare. – Se alcuno crede d’essere religioso, e non frena la propria lingua, costui seduce il proprio cuore, e la sua religione è vana. Religione pura e senza macchia dinanzi a Dio e al Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni, e conservarsi incontaminati da questo mondo”. (Giac. 1, 22-27).

L’Epistola di quest’oggi è una continuazione di quella della domenica scorsa. S. Giacomo aveva insegnato che si deve accogliere con mansuetudine la parola di Dio. Ora insegna che questa parola bisogna metterla in pratica. Con il paragone di chi si presenta allo specchio, e se ne ritorna come prima, dice che chi conosce la dottrina cristiana e non la fa seguire dalle buone opere, fa cosa inutile: egli rimane come era prima che udisse la predicazione del Vangelo. Al contrario, sarà beato colui che, oltre considerare attentamente la dottrina del Vangelo, la fa seguire dalle buone opere. Indica, poi, alcune di queste buone opere, come: l’astenersi dalla mormorazione e l’esercizio della carità. Tutti dobbiamo essere persuasi della necessità delle buone opere, poiché, senza le buone opere:

1. Inganniamo noi stessi,

2. Ci burliamo della parola di Dio,

3. Non pratichiamo la vera religione.

1.

Siate osservanti della parola, e non uditori soltanto, che ingannereste voi stessi. Con queste parole San Giacomo vuol dire che s’inganna fortemente chi crede che ei possa andar salvi con la sola fede, senza darsi cura di conformare agli insegnamenti della fede la propria condotta. La fede è la base e il principio della nostra salvezza. Senza la fede non perverremo alla vita eterna; ma la Sacra Scrittura ci dice ripetutamente che non deve essere una fede morta; cioè, disgiunta dalle buone opere.S. Giovanni ci insegna che per arrivare alla vita eterna dobbiamo avere la cognizione del vero Dio e dell’unico Salvatore e Mediatore Gesù. « La vita eterna è questa, che conoscono te, solo vero Dio, e Gesù Cristo,mandato da te » (Giov. XVII, 13) ; ma ci insegna anche che « da questo sappiamo se lo abbiamo conosciuto, se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice che lo conosce e non osserva i suoi comandamenti è bugiardo » (1 Giov. II, 3-4). Chi non pratica le opere prescritte non ha, dunque, una conoscenza conveniente di Dio, e la sua fede, essendo una fede morta, non gli giova per la salute eterna. Gesù Cristo ci parla ancor più chiaramente: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matt. VII, 21). E continua: « Adunque, chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà paragonato a un uomo avveduto che si è fabbricata la casa sulla pietra … E chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica sarà paragonato allo stolto che si è fabbricata la casa sulla rena » (Matt. VII, 24 …26)). Come è destinata alla rovina una casa senza fondamento, così, non sfuggiranno alla rovina irreparabile coloro che, sul saldo fondamento che è la fede in Gesù Cristo, non costruiscono l’edificio delle loro opere; cioè, non adattano la loro vita agli insegnamenti che derivano dalla fede in Gesù Cristo. « Perché— dice Egli di costoro — mi chiamate, Signore, Signore, e poi non fate quello che vi dico? » (Luc. VI, 46). Del resto, basta un po’ di buon senso per capire come s’ingannino coloro che credono di arrivare alla vita eterna senza le buone opere, se si considera che l’eterna felicità è data da Dio in premio a quelli che qui sulla terra lo hanno servito. Nella parabola della vigna, venuta la sera, il padrone dice al suo procuratore: « Chiama i lavoratori e paga ad essi la mercede» (Matt. XX, 8). La mercede è data alla fine del giorno, come prescriveva la legge: ma è data a quei che hanno lavorato. Nessun di quei che hanno ricevuto la mercede si era rifiutato di seguire l’invito del padrone che lo chiamava al lavoro. Chi avesse preferito rimanere sulla piazza ozioso, non avrebbe ricevuto la mercede. Alla fine della nostra vita verrà data l’eterna ricompensa a coloro, che, assecondando la grazia di Dio, avranno lavorato a servirlo; ma dall’eterna ricompensa resteranno necessariamente esclusi quelli che si rifiutano di lavorare per il Signore. Il Paradiso non è per i poltroni.

2.

S. Giacomo con una bella similitudine dice che chi ascolta la parola del Signore e non la mette in pratica rassomiglia a un uomo che contempla nello specchio il suo volto naturale. Contemplatosi, se ne va, e subito dimentica come era». Colui che si porta davanti allo specchio per osservare com’è il suo volto, e poi non si cura di far scomparire le macchie che vi ha notato, fa opera per lo meno vana. Lo stesso fa colui che si accontenta di udire la parola del Vangelo, ma non si cura per nulla di metterla in pratica.« La misericordia del Signore — dice San Leone M.— nei suoi comandamenti ci ha dato un magnifico specchio nel quale l’uomo possa riflettere l’interno della sua mente» (Serm. 49, 4). Che serve aver davanti alla mente, come in uno specchio, i doveri cui il Cristiano deve attendere, e poi, di questi doveri non curarsi per nulla? E non puòneppur scusarsi il Cristiano che assicura di non compiere opere cattive nella sua vita. « Poiché non operare il bene è già un far male. Dimmi, infatti, se tu avessi un servo che non rubi, non offenda, non contraddica, si astenga dell’ubriachezza e da tutto il resto, e stia continuamente seduto in ozio, e non compia nulla di quello che un servo deve fare per il suo padrone, non lo puniresti? » (S. Giov. Cris. In Epist. ad Eph. Hom. 16, 1). Il meno che si possa dire di lui è che è un servo inutile, che si burla della volontà del padrone. Parimenti è inutile la vita del Cristiano, che non prende sul serio la parola di Dio, cercando di conformarvi la propria condotta. Ogni Cristiano è un albero piantato da Gesù Cristo nella sua vigna, la Chiesa. La grazia dei Sacramenti, la parola di Dio, le ispirazioni, tendono a rendere fruttifero questo albero. Ma, sgraziatamente, tante volte i frutti non si vedono. Troverai foglie, fronde; indarno, però, cercheresti qualche cosa di più sodo. Un po’ di apparenza, un po’ di religiosità superficiale; ma virtù soda, provata, non la trovi. Che giudizio dare di quest’albero? Quello che ha dato Gesù del fico infruttifero: albero che ingombra il terreno (Luc. XIII,7). La parola di Dio deve produrre qualche cosa di più che una apparenza esteriore e ingombrante. Qualche atto religioso, l’assistenza alla Messa festiva, l’intervento a qualche solennità fanno credere a certuni d’essere religiosi nel pieno senso della parola. Ma se chi si esercita in queste opere, trascura gli altri obblighi imposti dal Vangelo non sfugge alla condanna che dà San Giacomo: La sua religione è vana. Qualche atto religioso non vuol dir tutta la Religione. L’ascoltar la parola di Dio in qualche caso, e nel resto non curarla, è un disprezzarla tutta.

3.

Religione pura e senza macchia dinanzi a Dio e al Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni, è conservarsi incontaminati da questo mondo. San Giacomo nomina in particolare il soccorso che si deve dare ai pupilli e alle vedove, perché sono le due classi di persone, generalmente, più bisognose. Ma è chiaro che le sue parole vanno oltre queste due classi di persone, e si estendono a tutti i nostri fratelli, chiunque essi siano, che hanno bisogno dell’opera nostra. Come è chiaro che l’opera nostra non deve limitarsi alle visite, ma esplicarsi per mezzo di tutti gli aiuti spirituali e materiali di cui il prossimo ha bisogno. E qui abbiamo davanti un campo vastissimo in cui tutti possiam operare, ciascuno secondo le proprie condizioni. Se ci rifiutiamo, non facciamo certamente onore alla nostra religione. Se la religione importa doveri verso il prossimo, importa principalmente doveri verso Dio. Il Cristiano che non volesse compiere questi doveri non può piacere a Dio, e la sua religione non è senza macchia all’occhio di Lui. Al compimento dei propri doveri verso Dio si oppone il mondo; e i Cristiani che vogliono servire a Dio in una religione pura e senza macchia devono conservarsi incontaminati da questo mondo. Chi non segue il mondo segue necessariamente Dio. Chi odia il mondo ama il Signore, lo prega, celebra le sue lodi, venera il suo nome, santifica i suoi giorni, fa ammenda delle offese che gli ha recato, e si adopera, per quanto sta in lui, di farlo amare anche dagli altri. Chi non segue la volontà del mondo, segue la volontà di Dio. La segue quando prescrive il distacco da quanto ci è caro, la segue quando ci prescrive azioni a cui la nostra indolenza vorrebbe sottrarci. La segue, anche se il mondo disapprova e ostacola. Chi non si accontenta di sapere a mente gli insegnamenti della Religione, ma cerca di fare quanto ha imparato, accumulerà di giorno in giorno un tesoro di buone opere che lo faranno accetto a Dio, e gli renderanno calmo e sereno il passaggio da questa all’altra vita. La mattina del 27 Agosto 1942 il Beato Cafasso venne chiamato al letto d’una giovane signora, gravemente inferma. Vi si era già recato altre volte, ma n’era stato corrisposto in malo modo dall’ammalata. Questa, fuggita giovanissima dalla casa paterna, aveva corse tutte le vie del vizio, rimanendone vittima. E ora, a 33 anni, perduti onore, roba e sanità, stava per perdere la vita del corpo e quella dell’anima. Questa volta l’inferma, per la cui conversione si era celebrata la Messa all’altare del Sacro Cuore di Maria, riceve il Beato, e, con la più grande spontaneità, fa la sua confessione tra le lagrime. Nell’amaro rimpianto di aver speso così male i suoi begli anni, fu udita più volte esclamare con tono accorato e pietoso: « Oh, aver da morir così giovane! Povera figliuola sacrificata dal mondo! E morire, senza poter contare un giorno, anche solo, in tutti i miei anni di gioventù ! » (Il Beato Cafasso – Istituto della Consolata – Torino, 1925, p. 30 segg.). Se non ci scorderemo che è una vera pazzia affannarsi col mondo nel godimento di beni esterni, e rimaner digiuni dei beni interni; se terremo ben fisso nella mente che « non coloro che sentono parlare della legge sono giusti davanti a Dio, ma saranno riconosciuti giusti quelli che praticano la legge » (Rom. II, 13), quando sarà giunta l’ultima ora potremo contare tanti bei giorni; potremo contare al nostro attivo tutti quei giorni in cui avremo fatto del bene dinanzi a Dio. Chi si mette in viaggio per una lontana meta, porta con sé il suo bagaglio, o, meglio, lo manda innanzi. Noi siamo in viaggio per la beata eternità. Non vi potremo, però, entrare senza il bagaglio delle buone opere. « Nessuno — dice Agostino — si vanti di potervi abitare, se, mentre dice di essere servo di Dio, è privo di buone opere… Nessuno quivi abita se non mediante le sue opere… Le tue opere, dunque, ti precedano » (En. 2 in Ps. CI, 15).

Alleluja

Allelúja, allelúja.

Surréxit Christus, et illúxit nobis, quos rédemit sánguine suo. Allelúja, [Il Cristo è risuscitato e ha fatto sorgere la sua luce su di noi, che siamo redenti dal suo sangue. Allelúia.]

Joannes XVI: 28 Exívi a Patre, et veni in mundum: íterum relínquo mundum, et vado ad Patrem. Allelúja. [Uscii dal Padre e venni nel mondo: ora lascio il mondo e ritorno al Padre. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem. 

Joann XVI:23-30

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Amen, amen, dico vobis: si quid petiéritis Patrem in nómine meo, dabit vobis. Usque modo non petístis quidquam in nómine meo: Pétite, et accipiétis, ut gáudium vestrum sit plenum. Hæc in provérbiis locútus sum vobis. Venit hora, cum jam non in provérbiis loquar vobis, sed palam de Patre annuntiábo vobis. In illo die in nómine meo petétis: et non dico vobis, quia ego rogábo Patrem de vobis: ipse enim Pater amat vos, quia vos me amástis, et credidístis quia ego a Deo exívi. Exívi a Patre et veni in mundum: íterum relínquo mundum et vado ad Patrem. Dicunt ei discípuli ejus: Ecce, nunc palam loquéris et provérbium nullum dicis. Nunc scimus, quia scis ómnia et non opus est tibi, ut quis te intérroget: in hoc crédimus, quia a Deo exísti.

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXVI.

“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli. In verità in verità vi dico, che qualunque cosa domandiate al Padre nel nome mio, ve lo concederà. Fino adesso non avete chiesto cosa nel nome mio: chiedete, e otterrete, affinché il vostro gaudio sia compito. Ho detto a voi queste cose per via di proverbi. Ma viene il tempo che non vi parlerò più per via di proverbi, ma apertamente vi favellerò intorno al Padre. In quel giorno chiederete nel nome mio: e non vi dico che pregherò io il Padre per voi; imperocché lo stesso Padre vi ama, perché avete amato me, e avete creduto che sono uscito dal Padre. Uscii dal Padre, e venni al mondo: abbandono di nuovo il mondo, e vo al Padre. Gli dissero i suoi discepoli: Ecco che ora parli chiaramente, e non fai uso d’alcun proverbio. Adesso conosciamo che tu sai tutto, e non hai bisogno che alcuno t’interroghi: per questo noi crediamo che tu sei venuto da Dio” (Jo. XVI, 22-30).

In quell’ammirabile discorso, che nostro Signor Gesù Cristo rivolse ai suoi Apostoli dopo l’ultima cena, discorso che fu come il suo testamento, non poteva essere che lasciasse di raccomandare a loro ed a noi la più importante e indispensabile pratica di pietà, cioè la preghiera. Ed in vero in quel tratto di quel discorso, che la Chiesa ha scelto oggi per Vangelo della santa Messa, Gesù disse a’ suoi discepoli: In verità in verità vi dico, che qualunque cosa domandiate ai Padre nel nome mio, ve lo concederà. Fino adesso non avete chiesto nulla in mio nome: domandate e riceverete, affinché il vostro gaudio sia perfetto. Or ecco, o carissimi, in queste ultime espressioni compendiata tutta la dottrina, che riguarda la preghiera. Domandate: ecco il precetto e la necessità della preghiera. E riceverete: ecco l’efficacia e la virtù della stessa. Affinché il vostro gaudio sia perfetto: eccone il soavissimo frutto. E queste tre cose a riguardo della preghiera saranno appunto quelle, che vi dirò questa mattina, come spiegazione del santo Vangelo di oggi.

1. Iddio, essendo il nostro Creatore è anche il nostro padrone assoluto e come assoluto nostro padrone ha tutti i diritti di comandarci quel che gli piace, e noi abbiamo tutto il dovere di obbedirlo senza ricercare menomamente il perché de’ suoi comandi. Or bene, tra i vari comandi che il Signore ci ha fatto tiene pure un posto principalissimo quello della preghiera. Domandate, ci ha detto Gesù Cristo: questa è la legge, che Io vi impongo, se da me volete ricevere i miei benefici. E notate bene, o carissimi, che il divin Redentore non ci disse: Vi invito a pregare, vi consiglio di pregare, vi esorto a pregare; ma disse senz’altro: pregate, domandate: appunto perché intendessimo che questo era un comando formale ed assoluto, che noi avremmo avuto il dovere di praticare. Tuttavia per assicurarsi meglio dell’adempimento di questo dovere da parte nostra non si contentò di farcene il comando, ma volle ancora metterci in condizione tale che ne sentissimo il bisogno, affinché questo ci spingesse più facilmente a compire quello. Ed in vero che cosa siamo noi nell’ordine della salute? Siamo altrettanti poveri, soggetti ai più imperiosi bisogni, e ridotti ad una incredibile impotenza. Senza l’aiuto della grazia di Dio noi non possiamo neppure far nascere nel cuor nostro un buon movimento. Ora trovandoci in tale indigenza come non sentiremo la necessità di ricorrere a chi può e vuole aiutarci? E chi mai può e vuole aiutarci in tutti i nostri bisogni se non Iddio, il quale è infinitamente ricco ed infinitamente buono? Difatti, chi può dire i tesori infiniti di grazia, che Iddio tiene presso di sé, per dispensarli a coloro che glieli domandano? Contiamo pure, se ci è possibile, le stelle del cielo, le arene del mare, le gocce d’acqua dell’oceano, i fiori e le foglie delle piante… Tuttavia i tesori di grazia, che Iddio possiede superano di gran lunga tutte le cifre, che possiamo mettere insieme, perché tali tesori sono infiniti. Ma Iddio non è già come tanti ricchi del mondo, che pur possedendo ingenti ricchezze, le posseggono unicamente per sé, senza farne parte alcuna a quei poverelli, che pur ne avrebbero il diritto. Iddio invece, oltre all’essere infinitamente ricco, è pure infinitamente buono e vuole nella sua infinita bontà distribuirci i suoi tesori: Mirate come Egli li distribuisce a tutto il creato. È desso che invia incessantemente la sua benedizione ai fiori ed alle piante della terra, agli uccelli dell’aria, ai pesci dell’acqua, ed agli animali del bosco, persino ai più piccoli insetti, che non contano che l’esistenza di una qualche ora. Lo dice il re Davide: Aperis tu manum tuam et imples omne animal benedictione (Salm. CXLIV). Che se tanta è la bontà, che adopera verso le stesse creature irragionevoli, chi può dire la bontà con cui è pronto a trattar noi creature ragionevoli? Ma Egli vuole perciò assolutamente che noi lo preghiamo. Senza della preghiera, ordinariamente, Egli non ci dà le sue grazie, che ci sono così necessarie all’eterna salute. Epperciò disse il sacro Concilio di Trento, che Iddio non impone precetti impossibili ad osservarsi, poiché o ci dona la grazia prossima ed attuale per osservarli, oppure ci dà la grazia di chiedergli questa grazia attuale. E S. Agostino già aveva insegnato che, eccettuate le prime grazie, come sono la chiamata alla fede ed alla penitenza, tutte le altre e specialmente la perseveranza, Iddio non le concede se non a chi lo prega. Da ciò conchiudono i teologi con S. Basilio, S. Agostino, S. Giovanni Crisostomo, S. Clemente Alessandrino ed altri, che la preghiera agli adulti non è solo necessaria di necessità di precetto, cioè perché Dio ce l’ha comandata, ma ancora di necessità di mezzo, vale a dire perché senza pregare agli adulti è impossibile di salvarsi. Or bene, o carissimi, qual conto abbiamo fatto sinora di questo dovere e di questa necessità, in cui ci troviamo di pregare ? Ah! se mai ne avessimo fatto poco caso per il passato, facciamone quanto importa per l’avvenire. Preghiamo, sì preghiamo volentieri. Incominciamo e terminiamo ogni giornata con la preghiera; anche durante le nostre occupazioni solleviamo a Dio qualche sospiro: invochiamo soprattutto il suo aiuto nelle tentazioni e nei pericoli, e Dio ci esaudirà, perché Egli ce lo ha detto: Domandate e riceverete.

2. Ed eccomi a dirvi della virtù e dell’efficacia della preghiera. Le stesse preghiere che facciamo agli uomini riescono assai facilmente ad ottenere quel che loro domandiamo, massime quando son fatte coi debiti modi; quanto più riusciranno ad ottenere da Dio le grazie di cui abbisogniamo. Iddio è infinitamente giusto, ed inoltre Egli è Padre: due motivi che gli fanno porger orecchio alla voce di noi, suoi figli. Senza dubbio Egli ci deve niente, ma dacché ci ha promesso di esaudire la preghiera, questa divina promessa lo obbliga, e la giustizia esige che mantenga la sua parola; e questa parola è formale: Riceverete. E poi Dio è Padre. Ora qual padre vi è mai, il cui cuore rimanga chiuso ai bisogni ed alle preghiere dei suoi figliuoli? Del resto interrogate l’esperienza e facilmente vi convincerete della generosità, con la quale Iddio esaudisce la preghiera. Aprite i sacri Libri e risalite, se vi piace, ai primi tempi dell’umanità. Vedete Abramo, che perora la causa di Sodoma e delle altre città che hanno partecipato alle sue infamie. Contate le quante volte il santo Patriarca ritorna all’assalto: e Dio sempre gli accorda la sua domanda, e se le colpevoli città racchiudono il numero de’ giusti fissato da Abramo, saranno salve. Mirate Mosè che implora le mille volte il perdono del suo popolo, e che da Dio ottiene che non sia sterminato nel deserto, ad onta delle sue prevaricazioni. Più oltre vi è Davide, il quale si è abbandonato alle passioni del suo cuore. È divenuto grandemente reo; ma egli prega, ed il Signore perdona a questo re penitente. E nel santo Vangelo, quando percorriate la vita del Salvatore, trovate voi, o miei cari, una sola preghiera rigettata da Nostro Signor Gesù Cristo! Vedete voi un solo infelice che se ne vada con tristezza? No, non mai. Il buon Maestro accoglieva tutte le domande, esaudiva tutte le preghiere, sto per dire tutti i desideri. E sì, perciocché non era neppur necessario che la preghiera fosse formulata dagli accenti del labbro: l’emorroissa del Vangelo non osa alzar la voce, procura soltanto di toccar il lembo della veste del Salvatore, mute rimangon le sue labbra, ma parla il cuore: e Gesù l’intende, e la povera donna è salva. Il Vangelo tutto quanto è una prova incontrastabile della bontà, con cui Iddio ode ed esaudisce la preghiera. Quindi disse Teodoreto, che l’orazione è una, ma può ottenere tutte le cose. E S. Bernardo che, quando noi preghiamo, il Signore o ci darà la grazia richiesta, o un’altra per noi più utile. E S. Giacomo ci fa animo a pregare, dicendo, che quando il Signore è pregato, allarga le mani, dona più di ciò che gli si domanda, non rimproverandoci neppure i disgusti che gli abbiamo dati. Quando è pregato par che si dimentichi di tutte le offese che gli abbiamo fatte. S. Giovanni Climaco diceva che la preghiera in certo modo fa violenza a Dio a concederci quanto gli cerchiamo. Violenza sì, ma violenza che gli è cara, e che da noi desidera, come scrisse Tertulliano. Sì, perché, al dire di San Agostino, ha più desiderio Dio di far bene a noi che noi di riceverlo. E la ragione di ciò si è, perché Dio di sua natura è bontà infinita, e perciò ha un sommo desiderio di far parte a noi de’ suoi beni. Quindi diceva S. Maria Maddalena de’ Pazzi, che Dio resta quasi obbligato a quell’anima che lo prega, mentre così gli apre la via a contentare il suo desiderio di dispensare a noi le sue grazie. Conchiude perciò S. Teresa dicendo che, se non si ottengono grazie da Dio, non è per altra ragione se non perché non gli si domandano bene. – Ma alcuni di voi diranno forse, che non sempre hanno provata questa efficacia dell’orazione; bene spesso hanno domandato a Dio delle cose che non hanno ottenuto. Ciò sarà verissimo, ma sapete il perché? Per due principali ragioni: la prima perché non avrete pregato come si deve, la seconda perché non avrete chiesto cose utili alla vostra eterna salute. Anzitutto molti pregano e non ottengono, perché non pregano come si deve. Per ben pregare è necessaria primieramente una grande umiltà. Dio resiste ai superbi, e dà la sua grazia agli umili. Dio non esaudisce le preghiere dei superbi, ma all’incontro non lascia partire da sé le preghiere degli umili senza esaudirle. E ciò, benché per lo passato siano stati peccatori, essendo scritto: Signore, voi non disprezzerete un cuor contrito ed umiliato. Per secondo vi bisogna confidenza. Nessuno sperò nel Signore e restò confuso. A tal fine c’insegnò Gesù Cristo, che chiedendo le grazie a Dio, non lo chiamiamo con altro nome, che di Padre, « Pater noster » acciocché lo preghiamo con quella confidenza, con cui ricorre un figlio al proprio padre. Chi chiede dunque con confidenza, ottiene tutto: Qualunque cosa domanderete nell’orazione, abbiate fede di conseguirla, e l’otterrete. E chi può temere, dice S. Agostino, ch’abbia a mancargli ciò che gli viene promesso dalla stessa verità, ch’è Dio? Non è Dio come gli uomini, dice la Scrittura, che promettono, e poi mancano, o perché mentiscono allorché promettono, o pure perché poi mutano la volontà. E perché mai, soggiunge lo stesso S. Agostino, tanto ci esorterebbe il Signore a chieder le grazie se non ce le volesse concedere? Col promettere Egli si è obbligato a concederci le grazie che gli domandiamo. Ma soprattutto è necessaria la perseveranza. Dice Cornelio a Lapide, che il Signore vuole che siam perseveranti nell’orazione fino ad importunarlo. E ciò significano quelle Scritture: Bisogna sempre pregare — Vegliate in ogni tempo pregando — Pregate senza intermissione. Ciò significano ancora quelle parole replicate: Domandate e riceverete; cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto. — Bastava l’aver detto: Chiedete; ma no, volle il Signore farci intendere, che dobbiamo fare come i mendici, che non lasciano di chiedere, d’insistere e di bussare la porta, sin tanto che non han la limosina. Anzi ci mostrò questa verità col fatto della Cananea. Venuto Gesù nel paese di Sidone e di Tiro, gli corse dietro una povera madre pregando ad alta voce che volesse guarire la sua figliuola, che era malamente tormentata dal demonio. Ma Gesù benedetto fece le viste di non sentire e non lo rispose parola: sì che i discepoli, accostatisi a Lui, lo pregarono ad esaudirla, dicendo che si rendeva troppo molesta col suo gridare e piangere continuo. Ma Gesù anche agli Apostoli die’ ad intendere di non voler fare quella grazia. Or bene si ristette forse la Cananea dal più pregare? Anzi, fattasi coraggio, andò la Cananea innanzi al Divin Redentore, gli si gettò ai piedi, e gli andava ripetendo: Signore, aiutami, Signore, aiutami. E Gesù le rinnovò la sua ripulsa. Ma la donna ritornò da capo a supplicarlo. Allora il Divin Salvatore più non resse alla virtù che animava quella preghiera così perseverante, e rispose alla Cananea: O donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come desideri. E da quel punto fu sanata, la sua figliuola. Ecco adunque, come per lo più Iddio richiede di essere da noi pregato per esaudirci: vuole soprattutto che lo preghiamo con umiltà, con confidenza e con perseveranza. Ma vuole inoltre che gli domandiamo cose utili. Qualcuno dirà: Spesso mi parve d’aver pregato con tutte le disposizioni ond’io era capace; grande era il mio fervore, commosso era il mio cuore, i miei occhi erano molli di lagrime, ardenti erano i miei desideri, io parlava a Dio, come parla un figliuolo al suo padre, provava anche una certa felicità; ma avendo chiesto alcune grazie speciali, alcuni particolari favori, aspetto tuttora, e non ho ottenuto nulla. Anche questo è possibile, o miei cari, ma non pigliate da ciò occasione d’accusare la bontà di Dio della non efficacia della preghiera. Mirate quel fanciullo, che si trastulla sotto gli occhi di sua madre; vede una lama brillante che gli piace, il cui splendore lo sorprende; la desidera, la chiede alla madre. Questa naturalmente ricusa. Il fanciullo raddoppia le sue istanze, la scongiura a corrispondere ai suoi voti, versa copiose lagrime. Ma la madre è inesorabile. Direte ch’ella non ama il suo figlio? Oh! egli è appunto perché lo ama con una vera tenerezza, che ricusa ai suoi voti quella lama, che infallantemente lo ferirebbe. Così, o miei cari, alle volte noi domandiamo a Dio certi favori che ci sembrano buoni, eccellenti anche. Ma Iddio, la cui intelligenza è infinita, sa meglio di noi il risultato che potrebbero produrre, il danno che potrebbe derivarne all’anima nostra, i seri pericoli che avremmo a correre. Epperò Egli si rifiuta di esaudirci, ma in questo rifiuto vi ha un atto di misericordiosa paternità: e la nostra preghiera non è stata sterile, poiché Iddio mosso a pietà dell’anima nostra ce la conserva nei sentimenti della sua giustizia e del suo amore. Quindi siamo ben convinti, che ogni preghiera ben fatta è sempre esaudita; non sempre secondo il gusto che avremmo noi, ma sempre pel nostro maggior bene e per la gloria di Dio. Perciò il Salvatore dopo aver detto: Domandate e riceverete. aggiunse: Affinché il vostro gaudio sia perfetto. Ed ecco il frutto della preghiera.

3. E qui, o miei cari, chi può dire la dolcezza, la soavità, la santa allegrezza che emana dalla preghiera? Quando si è pregato bene, allora ci sembra di aver dilatato il nostro cuore nell’atmosfera celeste, di aver riempita di luce divina la nostra mente, di aver corroborata di una forza arcana la nostra volontà. Nella preghiera abbiamo affidato nelle mani di Dio i nostri più cari interessi, e dopo di essa noi andiamo innanzi tranquilli e lievi, contando sul divino aiuto, che certamente non ci mancherà. Se prima eravamo abbattuti, come ci sentiamo rinati alle speranze più vive dopo aver pregato! Se prima il dolore ci aveva oppressi, come ci sentiamo sollevati dopo aver pregato! Se prima eravamo titubanti, incerti nell’appigliarci al bene, da qual sicurezza e da qual coraggio ci sentiamo animati dopo aver pregato. Oh quand’anche fossero per sopravvenire le più dure tentazioni, le più sanguinose persecuzioni, dopo la preghiera non se ne ha più sgomento. – Il cuore che prega non teme le procelle;  nelle espansioni della preghiera ha inteso il suo Gesù rispondergli: Sono qui, non temere. E per quel cuore fervente la gioia rimane anche in mezzo ai più orribili patimenti. Ne fanno fede i martiri. Sugli eculei, dove erano slogate le loro membra, sui roghi, dove li divoravano le fiamme, sui patiboli dove erano crocifissi, mostravano sempre sulle labbra il sorriso della gioia, e come un saggio anticipato della beatitudine: Gaudium vestrum plenum. Ah! essi pregavano, e tutti i supplizi di quaggiù non potevano rapire loro la gioia del cuore. Quanto invece si soffre, quando più non si prega o pregando malamente è come non si pregasse! Come pel mancamento dell’aria non si può più respirare e in mezzo ai più atroci dolori si muore, così si può dire, che qualche cosa di simile per l’anima accade in chi non prega. Il coraggio, l’energia, gli slanci generosi, le forti risoluzioni di fare il bene, tutto scompare da un cuore che non prega. Ed in quella vece vi sottentrano dei languori, delle debolezze, anzi delle tristezze, delle irritabilità, dei disgusti della vita al tutto singolari. Sono sdegni inesplicabili contro Dio, contro le creature, contro se stessi. Ma no, che non sono inesplicabili. Queste angosce così cocenti, queste disperazioni così gravi si spiegano benissimo con l’assenza della preghiera. Massime in certi giorni, in cui la vita si fa sentire pesante, se non si curva il ginocchio davanti a Dio, se non si prega, allora con pazzo furore lo si bestemmia e lo si impreca. E come una macchina a vapore scoppierebbe, quando avendone condensato troppo, non avesse la valvola di sicurezza, così finisce per iscoppiare in qualche grave delitto, colui che, condensando nel suo cuore le tante miserie della vita, non dà loro l’uscita per mezzo della preghiera. Preghiamo adunque, o carissimi, preghiamo sovente e preghiamo bene. E Iddio che l’ha promesso ci esaudirà, e nell’esaudimento delle nostre preghiere troveremo la vera e perfetta allegrezza. Domandate e riceverete, affinché sia pieno il vostro gaudio.

Credo …

Offertorium

Orémus Ps LXV: 8-9; LXV: 20

Benedícite, gentes, Dóminum, Deum nostrum, et obœdíte vocem laudis ejus: qui pósuit ánimam meam ad vitam, et non dedit commovéri pedes meos: benedíctus Dóminus, qui non amóvit deprecatiónem meam et misericórdiam suam a me, allelúja. [Popoli, benedite il Signore Dio nostro, e fate risuonare le sue lodi: Egli che pose in salvo la mia vita e non ha permesso che il mio piede vacillasse. Benedetto sia il Signore che non ha respinto la mia preghiera, né ritirato da me la sua misericordia, allelúia].

Secreta

Súscipe, Dómine, fidélium preces cum oblatiónibus hostiárum: ut, per hæc piæ devotiónis offícia, ad coeléstem glóriam transeámus. [Accogli, o Signore, le preghiere dei fedeli, in uno con l’offerta delle ostie, affinché, mediante la pratica della nostra pia devozione, perveniamo alla gloria celeste].

Communio

Ps XCV: 2

Cantáte Dómino, allelúja: cantáte Dómino et benedícite nomen ejus: bene nuntiáte de die in diem salutáre ejus, allelúja, allelúja. [Cantate al Signore, allelúia: cantate al Signore e benedite il suo nome: di giorno in giorno proclamate la salvezza da Lui operata, allelúia, allelúia].

Postcommunio

Orémus.

Tríbue nobis, Dómine, cæléstis mensæ virtúte satiátis: et desideráre, quæ recta sunt, et desideráta percípere. [Concedici, o Signore, che, saziati dalla forza di questa mensa celeste, desideriamo le cose giuste e conseguiamo le desiderate.]

LO SCUDO DELLO FEDE (62)

LO SCUDO DELLA FEDE (62)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

SI CONVINCE FALSO IL PROTESTANTISMO PERCHÉ NON HA IL BENE DELLA S. COMUNIONE.

Dopo, la confessione, che ci purifica dai nostri peccati, il maggior bene dei Cristiani è la S. Eucaristia. Questo è il Sacramento che arreca il maggior conforto ai Cristiani e che è il loro più grande onore, poiché per esso sono fatti partecipi non solo delle grazie di Gesù, ma dello stesso Gesù. La S. Fede insegna adunque di questo mistero che per mezzo delle parole della Consacrazione pronunziate dal Sacerdote sul pane e sul vino, per virtù dell’Onnipotente cessa di esistere il pane ed il vino, passando per una vera transustanziazione quel pane e quel vino ad essere il corpo ed il sangue del nostro divino Redentore: tantoché sotto le specie del pane vi sta veramente Gesù Cristo e non in figura; vi sta realmente e non con una presenza immaginaria; vi sta sostanzialmente e non solo con la sua Divina virtù: e così chi riceve la S. Eucaristia riceve veramente il Corpo Divino di Gesù Cristo, il suo Sangue prezioso, la sua anima sacrosanta, la sua ineffabile divinità. Questa è una grazia tanto grande che non si potrebbe credere, se non fosse Gesù Cristo medesimo il quale ce ne fa certi. Ma viva Dio, che la verità eterna, Gesù Cristo, ce ne ha assicurati per modo, che non se ne potrà mai dubitare in eterno. Ecco quello che Egli si compiacque d’insegnarci in proposito la prima volta che entrò in discorso di questo argomento, che fu quando predicava nella Sinagoga di Cafarnao. In verità io vi dico, sono sue parole, che se non mangerete la carne del figliuolo dell’uomo, e non beverete il suo sangue, non avrete la vita in voi. Chi mangia la mio carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno. La mia carne è veramente cibo, il mio sangue è veramente bevanda (Ioan. VI. 54. 55). Fermiamoci qui. Potrebbe Gesù Cristo parlare più chiaramente per significarci che veramente ci voleva dare in cibo il suo corpo ed il suo sangue divino? Non dice chiaro … chi mangia la mia carne, chi beve il mio sangue? Non ripete che il suo corpo è cibo, il suosangue bevanda? Non aggiunge un significantissimo veramente, perché nessuno prenda in senso metaforico quelle espressioni? Si scandalizzano alcuni dei suoi discepoli di questa promessa, stimandola impossibile a mantenersi, e Gesù forse la ritratta? Tuttoal contrario la conferma con fortissimr espressioni, ripetendola, inculcandola in tuttele guise, ed in tutti i modi. Converrà dire che Gesù non sapeva farsi intendere, oppure che voleva ingannarci. Ma sarebbe una bestemmia il solo pensarlo.Eppure quasi ciò non bastasse, quandopoi giunse la grand’ora di fare questo preziosoregalo agli uomini, parla nello stesso modo. Egli prende il pane e lo benedice, e poi dopo di averlo benedetto, lo presentaai Santi Apostoli dicendo: Questo è il mio Corpo: benedice poi il calice e dandolo abevere ai medesimi dice: Questo è il mio sangue. Ma di qual corpo e di qual sangue parla Egli? Proprio del suo: di quel Corpoche sarà consegnato alla morte, di quel Sangue che sarà sparso per i peccatori (Luc. XXII, 17 –  1 Cor. XI. 25) aggiunge Egli. Se si possa parlare più chiaro di così, io non lo so. Epperò è che sopra queste parole divine fondati tutti gli Apostoli e tutta la Chiesa, sempre praticarono questo santo Mistero: però è che i primi Fedeli eranosoliti ad accostarsi a riceverlo spesso spesso,come ricordano gli Atti degli Apostoli: eperò è che perfino i Gentili, i quali non conoscevano bene questo Mistero, spargevano la voce che noi mangiavamo la carne dei bambinisacrificati: però è che tutta la S. Chiesaimpiega quasi tutto il suo culto in onoredel suo buon Dio Sacramentato. Aggiungete che ad autenticare questogrande Mistero Gesù adoperò tante altreprove di miracoli strepitosi, che avvennero nell’occasione delle ostie consacrate, e miracoli innegabili a tutta la perfidia degli eretici: facendo vedere ora quella S. Ostia contornata di splendori celesti, ora in essa un bambino di meravigliosa bellezza: altre volte col colpire di morte subitanea i profanatori del Sacramento, altre volte col fare grazie tutte speciali a quelli che lo adoravano riverentemente, e finalmente col dar molte volte prove chiarissime della sua presenza ai Fedeli, secondo che riferiscono tutte le vite dei Santi e tutte le ecclesiastiche storie. Il perché per lo spazio di dieci secoli mai nessuno osò neppure tra gli Eretici, per quanto fossero baldanzosi, mettere in dubbio questo divin Sacramento. E l’eresiarca Berengario che fu il primo si ebbe poi a ritrattare, e morì pentito del suo errore. Volete più? Lo stesso Martin Lutero, il padre di tutti i Protestanti, mai non osò negare la presenza reale di Gesù nel SS. Sacramento. Tanto essa è espressa chiaramente in tutte le Sante Scritture, in tutti i monumenti dell’antichità! Ora però, chi credesse a questi nuovi maestri, non è più così. Molti dei Protestanti moderni sono giunti a tanto di sacrilegio, che osano negare che vi sia Gesù nella S. Ostia, che giungono fino a chiamarla un pezzo di pane. Sì questi sciagurati arrivano fino a questo punto! Con che danno una mentita prima allo stesso Gesù Cristo, il quale afferma invece che è il suo vero Corpo, il suo vero Sangue, poi a tutta la S. Chiesa, la quale dopo d’avere impiegato tutto il suo Culto per adorare il suo buon Dio Sacramentato, sarebbe disposta a dare tutto il suo sangue per mantenerne la verità: danno una mentita anche allo stesso loro capo Lutero, il quale per quanto lo volesse mai non osò impugnare la reale presenza: insegnano un errore che è condannato uniformemente da tutta la S. Chiesa, da tutti i Santi Padri, anzi perfino da tutti gli eretici antichi, dalla maggior parte degli eretici anche moderni, e con una più che diabolica superbia pretendono di essere essi soli i veggenti, gl’illuminati a conoscere la verità! Oh presunzione! Oh temerità che non ha fine! Voi però nell’intendere bestemmie sì esecrande dette contro questo buon Dio d’amore, che si trattiene per noi giorno e notte sui nostri altari, fate così. Concepite prima un sommo orrore al Protestantismo il quale è senza la presenza del suo Gesù: inferiore in ciò agli stessi Giudei, i quali avevano almeno la figura del divin Sacramento nella Manna che conservavano nell’Arca; poi rinnovate sempre più la vostra Fede verso di esso e mostratela alla riverenza con cui gli state dinanzi.S. Luigi Re di Francia aveva una Fede così viva, che invitato una volta a recarsi in una Chiesa dove per gran miracolo Gesù si faceva vedere nell’ostia in forma di bambino, rispose che andasse pure chi volesse, che egli non si sarebbe mosso. Meravigliati di questa risposta: o perché, l’interrogarono, non voleva vedere Gesù? Ma il Santo replicò allora: Io per me ne sono tanto sicuro per Fede che non ho bisogno per crederlo, di vederlo con gli occhi. Inoltre andate a riceverlo più spesso che potete persuasi che in nessun altro modo sapreste contentare più e meglio l’amore che Egli ci porta, che con l’unirvi tutti a Lui in questo Mistero. Finalmente con ossequii specialissimidiretti al suo Cuor Sacrosanto compensate l’atrocità degl’insulti che riceve dagli Eretici che o non lo conoscono, o peggio ancora lo bestemmiano.

PERFEZIONE CRISTIANA (2)

PERFEZIONE CRISTIANA (2)

[G. B. Scaramelli S. J.: DIRETTORIO ASCETICO, vol. Primo, Tipogr. e libr. Speirani e Tortone – Torino, 1855

CAPO IV.

Acciocché i desiderii di perfezione conducano effettivamente il Cristiano alla bramata perfezione, è necessario ch’egli non si rallenti mai in essi, ma gli vada sempre distendendo all’acquisto di maggior perfezione.

60. Abbiamo già veduto che la pietra fondamentale, da cui ha da sorgere lo spirituale edificio della cristiana perfezione, sono i desideri di acquistarla, e abbiamo anche dato ai direttori il modo di muovere questa prima pietra e di gettarla nell’anima dei loro discepoli; voglio dire che gli abbiamo somministrato alcuni motivi atti a destare questi santi desideri! negli altrui cuori. Ora ci resta a vedere che questa pietra non forma buon fondamento abile a reggere la fabbrica della perfezione, se non sia sempre stabile, sempre ferma e sempre fissa nel cuor dell’uomo. E per parlare con tutta chiarezza dirò che ci rimane a dimostrare, che i detti desideri, acciocché ottengano il fine della perfezione a cui tendono coi loro ardori, bisogna che mai non cessino, mai non si rattiepidiscano, né si rallentino: ma acquistato un grado di perfezione, si distendano ad un altro grado di ulteriore perfezione; non facendosi questo, mina presto tutto il lavoro già fatto per l’acquisto della perfezione, e presto si ritorna a cadere nelle antiche freddezze.

61. Prima però di mostrare ciò con l’autorità voglio provarlo con la ragione, acciocché i detti dei santi padri e delle sacre scritture non sembrino al lettore esagerati. La perfezione del Cristiano non ha un certo termine che non si possa passare, né proceder più oltre; sicché solo quello possa dirsi perfetto che arrivi al detto termine, né possa dirsi tale chi non vi giunga. Hanno bensì questi limiti e questi confini le arti meccaniche e liberali: poiché il fabbro, l’architetto, il pittore, se arrivano a formare esattamente le loro manifatture secondo le regole che sono prescritte dalla loro facoltà, possono dirsi perfetti nella loro arte, e appena rimane loro altra perfezione ulteriore da conseguire. Ma non ha già questi confini la perfezione cristiana; mentre consistendo essa, come abbiamo di sopra mostrato, nella carità, può crescer tanto, quanto è il merito di quel gran Dio ch’ella ha per oggetto. E perché il merito, così dice l’Angelico, che ha Iddio di essere da noi amato, è infinito, così può sempre più in infinito dilatarsi la carità con le sue fiamme e coi suoi santi ardori (2, 2, quæst. 24, art. 7, in corp.). Ond’egli ne deduce ciò che noi andiamo dicendo, che in questa vita non può ella avere alcun termine. E conseguentemente né pure può aver termine la perfezione di nostra vita. Lo stesso dico della nostra perfezione istrumentale; perché o questa si consideri in quanto rimuove gl’impedimenti della carità, con le mortificazioni delle passioni e dei sensi; già né pur essa può aver termine, perché siccome non possono mai le nostre passioni pienamente estinguersi, così non deve cessarsi mai dal mortificarle e dal reprimerle; o si consideri in quanto una tal perfezione è positiva disposizione all’aumento della carità col perfetto esercizio delle virtù; e già non può aver fine, potendosi le virtù sempre più raffinare. Dunque se la nostra perfezione non può aver alcun limite, né può consumarsi in alcun termine, è necessario ch’ella stia in un continuo progresso di virtù morali e in un incessante accrescimento di carità. Onde non dovrà quello riputarsi perfetto, che giunto ad un certo grado di carità, ivi si fermi; ma quello bensì, che dopo aver superati bastevolmente gli ostacoli che fan guerra alla carità, sempre più si raffini in virtù e sempre più s’infiammi nel divino amore. Dunque, inferisco io, acciocché desideri di perfezione effettivamente ci portino alla perfezione, non devono mai illanguidirsi, ma dilatarsi sempre ed innalzarsi a maggior perfezione; poiché siccome non ha termine alcuno la perfezione a cui aneliamo, così non devono avere alcun limite le brame di conseguirla.

62. E a questo appunto volle alludere Salomone con quelle parole: la strada della perfezione, che è appunto la via per cui camminano i giusti, cresce sempre in splendore ed in lustro di maggiori virtù, finché giunga a quel giorno di perfetta chiarezza che solo in paradiso si gode (Prov. cap. IV, 18). Lo stesso dice il profeta reale: quello è beato che già ha risoluto nel suo cuore di andare sempre salendo in perfezione, finché dimora in questa valle di lagrime; giacché con la benedizione ed aiuto del divino legislatore andrà sollevandosi da una virtù in un’altra maggiore, finché giunga a vedere svelatamente la faccia di Dio nella beata Sionne del paradiso. (Ps. LXXXIII, 9). S’osservi in questo testo che il chiamarsi beato quello che con le brame del cuore aspira sempre a maggior perfezione, è lo stesso che dirlo perfetto; perché nella perfezione consiste la felicità terrena, e ne dipende l’eterna beatitudine. Chi è giusto, dice Iddio nell’Apocalisse, si faccia più giusto; e chi è santo, divenga santo ogni giorno più (Apoc. cap. XXII, 11). Tanto è vero che non ha termini la perfezione cristiana, e che quello è più perfettoche aspira a maggior perfezione.

63. Vediamo quanto ciò sia vero nel grande apostolo delle genti san Paolo. Non si può certamente rivocare in dubbio, ch’egli sia stato uno dei più gran santi e quasi una stella di prima grandezza nel cielo di s. Chiesa. Quante persecuzioni, quante pene, quanti travagli sofferti per Gesù Cristo! che carità accesa, che vampe d’amore, che zelo ardente del di lui onore! quante rivelazioni, quante visioni, quante estasi e rapimenti fino al terzo cielo! Eppure il santo apostolo, ricco di si grandi virtù e di eccelsi doni, non si reputa ancor perfetto, e se ne protesta (ad Philip, cap. III, 12). Confessa il santo d’essere stato lapidato, più volte flagellato, d’essere stato più volte naufrago in mezzo al mare, balzato notte e giorno dalle onde in questa parte e in quella (ad Corint. epist. 2, cap. 41). Confessa le sue molte vigilie, i suoi molti digiuni, la fame, la sete, la nudità ed i rigori del freddo tollerati per amor di Gesù. Palesa d’essere stato rapito in paradiso vivendo ancora in carne mortale. Arriva fino a dire, ch’egli non vive più in se stesso, ma vive solo in Gesù, trasformato in lui per amore. Ciò non ostante poi si dichiara che non gli pare d’essere ancora perfetto. Ma se tutte queste cose, o dottor delle genti, non vi bastano per essere perfetto, in qual cosa riponete voi l’acquisto della vostra perfezione? in qual cosa stabilite voi il colmo della vostra santità? Eccolo: Sequor autem, si comprehendam. L’andare avanti, quanto mi è più possibile nella via dell’istessa perfezione: distendermi sempre coi desideri e con le opere ad ulterior perfezione. Ed in fatti la glossa su queste parole così riflette al nostro proposito: nessun fedele ad esempio di questo gran santo, ancorché gli paia di aver fatto gran profitto nello spirito, dica mai: basta fin qui: perché parlando in questo modo esce dalla strada della perfezione, prima di giungere al fine della sua eterna beatitudine.

64. Né diversamente parla su questo punto s. Agostino: non è quello ottimo, cioè perfetto, che giunto a qualche grado di perfezione ivi si ferma, ma quello bensì è perfetto che sempre tende a Dio, nostra vita inalterabile, con le più fervide brame del suo cuore, e sempre più strettamente si unisce a lui (in lib. de doct. Christ.)  E più chiaramente s. Bernardo: una applicazione indefessa al proprio profitto e un conato continuo per conseguire la perfezione, si reputa essere l’istessa perfezione. Or se con lutte le forze del suo spirito l’attendere alla perfezione è lo stesso che essere perfetto, certamente il non volervisi seriamente applicare, sarà un mancare dalla perfezione. Dove sono ora quelli che dicono: ci basti il profitto ch’abbiamo finora fatto: non vogliamo già essere migliori dei nostri predecessori (epist. 253 ad Abat. Garivum)

65. il lettore forse mi taccerà d’incoerenza; perché avendo detto nel precedente articolo, che la perfezione cristiana consiste nella carità, par che ora mi ritratti riponendo con s. Paolo e coi precitati santi dottori tutti la sua sostanza in un progresso ed avanzamento continuo nelle virtù e in un desiderio indefesso del proprio profitto. Ma s’inganna egli certamente se ciò pensa; perché quello che ho detto prima, punto non discorda da ciò che vado presentemente dicendo. È vero che l’essenza della nostra perfezione è la carità, e gli instrumenti per conseguirla sono le virtù morali ed i consigli. Ma richiede ella, come condizione necessaria, senza cui non può lungamente sussistere, che la carità e tutte le altre virtù vadano sempre crescendo e si vadano ogni giorno più aumentando; perché non prendendo questo stato di consistenza, già tutta la perfezione va a terra, si distrugge e muore. E qui voglio alla ragione di sopra addotta aggiungerne un’altra che metta in chiaro la presente dottrina. Mostrai di sopra che per essere perfetto bisogna sempre distendere i desideri a maggior perfezione, perché la perfezione cristiana non ha termine; ora voglio persuadere con un’altra ragione lo stesso, ed è, che non solo la perfezione non ha limite che la ristringa, ma non può né pure avere stato di permanenza che la ritardi; acciocché perisca affatto, basta che si fermi e non vada più avanti.

66. Chi non sa, chi non prova la guerra atroce che abbiamo tutti entro noi stessi? Tanti sono i nemici interni che ci si ribellano contro, quante sono le passioni che si sollevano ne’ nostri animi, e coi loro moti sregolati ci spingono al peccato e ci portano all’eterna ruina. Né sapete decidere quali siano più veementi, quali siano più pericolose, se la limosina o l’avarizia; se l’amore o l’odio; se la presunzione o la disperazione; se l’ambizione o l’invidia. Questo solo è certo, che una sola tra tante passioni che ci predomini basta per trarci fuori dalla strada della perfezione e portarci per la via della perdizione al precipizio. Né men forti sono i nemici che abbiamo al di fuori in tanti demoni che per ogni parie ci circondano, in ogni luogo c’investono con le loro tentazioni e ad ogni passo ci tendono lacci al piede per farci cadere. Sicché siamo in una somma necessità di star sempre combattendo con le armi delle mortificazioni, delle virtù, e specialmente d’una fervente carità per reprimere gli assalti dei nemici che abbiamo dentro, e per rigettare gli attacchi dei nemici che abbiamo attorno. Or se mai accada che alcuno, parendogli d’aver fatto già gran profitto, voglia fermarsi in quel grado di perfezione in cui si trova, e però si rallenti nell’esercizio delle sante virtù e nel fervore della carità: chi non vede che rimarrà da tanti avversari in molte parti ferito e spinto fuori del sentiero della perfezione? Un esercito che vada generoso all’assedio d’una piazza risoluto d’impadronirsene, se incontri li nemici per istrada, può egli forse fermarsi senza andare avanti o senza tornare indietro? No certamente; perché ha a fronte chi lo respinge, chi l’urta; o bisogna che faccia forza al nemico, e con grande animo vada avanti all’impresa: o bisogna che si rivolga indietro e sidia bruttamente alla fuga. Così chi ha incominciato a salire il monte della perfezione non può fermarsi in mezzo alla strada, perché ha troppi nemici attorno che l’assaltano ed urlano in mille guise. E necessario che si vada sempre avanti, reso animoso dalla forza dei suoi desideri, o che illanguidito nelle sue brame, ceda ai nemici e torni indietro.

67. E però dice bene s. Bernardo: che il non procedere avanti nella perfezione è senza fallo un rivolgersi indietro; perciò niuno vi sia che dica: mi bastano i progressi che ho fatto, voglio rimanermene qui: sono contento di esser oggi qual fui ieri e nei giorni scorsi. (Ep. 342) E apporta in conferma di tal verità la scala di Giacobbe, vero simbolo della cristiana perfezione, mentre niuno v’era in quella che stesse fermo e fisso sullo stesso gradino; ma chiunque non saliva in alto, discendeva al basso. Quindi inferisce che volendo alcuno fermarsi in qualche grado di perfezione, tenta ciò che non è possibile ad ottenersi in questa mistica scala, onde gli converrà necessariamente cadere al basso. Ma più forzoso ed efficace è il discorso con cui il predetto mellifluo in un’altra sua lettera investe un monaco rattiepidito nei desideri di maggior perfezione; poiché venendo con esso lui a tu per tu, come suol dirsi, così gli parla: dunque, o monaco, tu non vuoi andare avanti, né brami maggior perfezione? dunque tu vuoi tornare indietro e perder ciò che hai acquistato. Oh questo no, non sia mai! Dunque che pretendi tu? Pretendo vivere così e restarmene in quello stato di perfezione a cui sono già arrivato; non voglio essere peggiore, né bramo divenir migliore. Dunque vuoi ciò che non può essere e non è stato giammai. E qual cosa v’è in questo mondo che stia sempre in uno stesso essere? E dell’uomo istesso non dice lo Spirito Santo che è fugace ed instabile come l’ombra, e che non rimane mai in un medesimo stalo? (Epist. 253 ad Abat. Garivum). E altrove assale il santo dottore queste persone tiepide e rimesse nei desideri della loro perfezione con la parità degli uomini mondani che mai non si saziano dei beni caduchi, a fine di farle in questo modo confondere e risvegliarle col loro esempio: quale ambizioso, dice loro, rinveniste mai che ottenuta una dignità non aspirasse ad un’altra maggiore (Ep. 341)? Che dirò degli avari che sempre sono avidi di maggiori ricchezze? che dei voluttuosi che non sono mai sazi dei loro piaceri? che dei vanagloriosi che vanno sempre in cerca di maggiori onori? Or se i desideri di questi verso i beni frali della terra sono insaziabili, che vergogna è la nostra, che siamo meno bramosi dei beni spirituali e meno avidi della nostra perfezione? Di queste forti ragioni e di questi giusti rimproveri si serva il direttore per risvegliare in sé e negli altri desideri di maggior perfezione, e per mantenerli sempre vivi; giacché raffreddandosi questi, la persona cessa dall’operare virtuosamente, non va avanti, si ferma nel cammino della perfezione, e fermandosi dà indietro, fino a cadere talvolta in precipizi, come abbiamo già chiaramente mostrato.

68. Confesso il vero, che mi hanno fatto sempre nell’animo grande impressione le industrie ammirabili che praticò Iddio per mantenere sempre accese nel cuore del celebre Pafnuzio le brame di maggiore e maggior perfezione, per cui aveva già stabilito di condurlo alle più alle cime della santità (Vitae PP., vita 16 s. Paphnutii). Viveva egli nei deserti della Tebaide, a niuno di quei santi solitari inferiore, e forse a tutti superiore nell’austerità della vita, nell’assiduità dell’ orare, nella illibatezza della coscienza e nello esercizio di tutte le virtù. Però vedendo Iddio che non v’era tra quei deserti chi potesse dargli con il suo esempio stimoli efficaci a maggior perfezione, si servì d’altri modi inusitati e strani per infiammarlo nei desideri di maggior profitto. Gli pose nel cuore una certa brama di sapere chi vi fosse nel mondo che lo pareggiasse in perfezione; quando poi stava già in atto di chiedere al Signore questa notizia, gli spedì un Angelo dal cielo con questa ambasciata: che andasse nella città vicina, ove avrebbe trovato un suonatore a lui eguale in meriti ed in santità. Rimase il santo attonito e stupefatto a queste parole, prese il suo bastone, corse veloce verso la città in cerca del suonatore, e ritrovatolo in una pubblica piazza in mezzo ad un circolo di gente sfaccendata, lo trasse in disparte e l’interrogò del tenore della sua vita. Io, gli rispose quello, sono un gran peccatore; già fui ladro di professione, ed ora col suono e col canto vado trattenendo il popolo, e in questo modo mi procaccio il vitto necessario per sostenere onestamente la vita. Con tutto ciò, esaminatolo il santo esattamente, trovò che nel progresso della sua vita aveva fatti vari atti di eroica virtù; posciachè, presa una volta dai ladroni suoi compagni una vergine consacrata a Dio, già stavano i scellerati per toglierle con la roba che seco aveva anche il prezioso tesoro della verginità; egli però, postosi di mezzo, la tolse a viva forza dalle loro mani e la ricondusse illibata ed intatta alla sua abitazione. Un’altra volta imbattutosi tra luoghi deserti in una donna di vago aspetto che riempiva di gemiti e di pianti tutta quella solitudine, interrogolla della cagione del suo dolore; quella rispose che si trovava disperata, perché eranle stati posti in prigione per debiti i figliuoli ed il marito, né aveva modo di ricuperare a quelli la libertà e di mantenere a se stessa la vita; egli in sentir questo non solo non fece alcun oltraggio alla di lei onestà, ma condottala nella sua grotta, ristorolla col cibo e poi donolle trecento scudi acciocché con essi liberasse i suoi congiunti dal carcere e se stessa da tante sciagure. Non è facile a dirsi quali desideri di perfezione accendesse nel cuore di Pafnuzio questo fatto; si vergognò di se stesso vedendo che in tanti anni di vita solitaria non era giunto ad eguagliare in santità un pubblico suonatore; si prefisse un esercizio più alto e più arduo di virtù; moltiplicò i digiuni, prolungò le vigilie, si diede ad uno studio più indefesso di orazioni, ad una mortificazione più esatta, ad una illibatezza di coscienza più fina, ed a procurare con maggior ardore di prima i suoi spirituali avanzamenti. Dopo alcuni anni d’una tal vita, tornò Iddio a risvegliargli nel cuore l’antica brama di sapere chi gli fosse simile in virtù, ed egli tornò a porgerne a Dio replicate preghiere. E questa volta parlandogli il Signore da se solo nell’intimo del cuore, gli disse che nella città vicina avrebbe trovato un ammogliato ne’ meriti simile a sé. Andò egli per chiarirsi del vero, e trovò un uomo secolare che da trent’anni indietro manteneva castità coniugale con la sua consorte, che era tutto dedito ad opere di carità verso i poveri e verso i pellegrini, e che praticava altre molte belle virtù. Questo esempio di rara bontà, come dice l’istoria, l’infiammò di maggiori desideri, e fece che tutto si consacrasse ad esercizi di perfezione maggiori di quelli che fin allora aveva praticati, nulla stimando le sue passate opere; mentre potevano stare al paragone delle virtù di chi viveva imbarazzato negli affari del secolo. Finalmente tornò dopo alcuni anni a fare a Dio la stessa domanda, e n’ebbe simile risposta, cioè che l’eguagliava nei meriti un certo mercatante, che già veniva verso la sua cella per visitarlo; e quindi seguirono desideri più accesi ed opere più eccellenti di perfezione. Finché consumato in tutte le virtù, tornò di nuovo a comparirgli l’Angelo del Signore in compagnia dei profeti ed altri spiriti beati, da cui accolto il di lui spirito fu portato alla celeste patria e collocato in alto posto, proporzionato alla sua gran santità. Insomma volendo Iddio innalzare Pafnuzio ad un sublimissimo grado di perfezione, altro non fece che risvegliare in lui con modi tanto più efficaci, quanto più insoliti, nuove brame e maggiori desideri di quella perfezione di cui volevalo arricchire. Dia dunque sempre il direttore ai suoi penitenti che vede disposti quel ricordo che s. Antonio andava sempre ripetendo alle orecchie dei suoi discepoli, come riferisce s. Atanasio: riputarsi sempre principiante e senza mai rattiepidirsi, andar sempre aspirando a maggiori progressi nello spirito (In vita s. Antonii) . Ma perché i mezzi praticati da Dio con s. Pafnuzio per accrescere in lui la brama di perfezione sono straordinari, né devono da noi praticarsi (non essendo lecito senza specialissima ispirazione fare a Dio quelle domande ch’egli replicate volte gli fece); perciò darò io ora mezzi ordinari, propri e connaturali per mantener sempre vivi e dilatare sempre più questi santi desiderii.

Capo V

Si propongono i mezzi per mantenere svegliati e per ampliarei desiderii della propria perfezione.

69. Primo mezzo sia l’uso frequente delle sante meditazioni. Nelle mie meditazioni, diceva il salmista, mi si accende nel cuore un santo ardore, che alla virtù mi stimola ed alla perfezione mi accende. E nella meditazione si ha da accendere anche ne’ nostri animi quel santo fuoco di desideri che ci svegli e ci sproni ad avvantaggiarci nel nostro spirituale profitto, perché nella meditazione si conosce il gran merito che ha Iddio di essere da noi amato; la grandezza dei suoi benefizi e del suo amore che ha tanta forza di provocare il nostro cuore alla corrispondenza d’un reciproco amore; l’obbligo d’imitar Gesù Cristo e renderci ogni giorno più perfetti con la di lui somiglianza. Nella meditazione si scorge il bello della virtù, e l’anima se ne invaghisce; si scopre l’orrido dei peccati, la deformità dei difetti, e l’anima ne concepisce orrore. Nella meditazione s’intende la grandezza dei beni che ci sono apparecchiati nella patria beata, e la grandezza dei mali che ci stanno preparati colaggiù negli abissi; onde l’anima per l’orrore di questi e per l’amore di quelli si accende in desiderio delle sante virtù. Insomma la meditazione è la fucina in cui il cuore umano depone ogni sua durezza s si ammollisce, si riscalda, s’infiamma di sante brame. Io non voglio trattenermi in questo punto, perché avrò in breve a parlare lungamente della meditazione in un intero articolo. Voglio solo raccontare un fatto in prova di tal verità, e sarà uno tra mille che a questo proposito potrei riferire (P. Greg. Rosig. not. memor. degli eserc. cap. 5, § 1). Si trovava ristretto nelle carceri di Castiglia un sacerdote, apostata da due religioni, profanatore dei sacramenti, oltraggiatore di cose sacre, reo di mille scelleratezze e degno di mille morti. Non isdegnò la divina misericordia di picchiare con le sue ispirazioni alle porte d’un cuore sì empio, e con battute sì forti, che quello venne a riscuotersi dal suo profondo letargo e vedere la sua perdizione. Chiamò subitamente un padre della mia compagnia, e palesandogli lo stato infelicissimo della sua anima, lo pregò di consiglio, di rimedio e di soccorso. Il padre vedendo le grandi e molte enormità in cui era colui precipitato, stimò che per ridurlo sulla strada della salute ed anche della perfezione, da cui aveva a poco a poco deviato, altro rimedio non vi fosse che porlo nella meditazione delle massime principali di nostra fede. E acciocché avessero queste forza maggiore di far breccia nel di lui cuore, volle proporgliene a meditare con quel bell’ordine con cui 1’espone s. Ignazio nei suoi esercizi. Né andò fallito il suo disegno, perché alle prime meditazioni che quello fece, diede subito in uno spirito di altissima penitenza; cominciò a digiunare frequentemente e tre volte la settimana in pane ed acqua; vestì sulle nude carni un orrido cilizio, e si cinse attorno al collo una ruvida fune; ogni notte per lo spazio d’una mezz’ora faceva con aspra disciplina un sanguinoso macello delle sue carni; nella confessione generale, che poi fece con gran profluvio di lagrime, si protestò che qualunque morte acerba e infame fossegli stata assegnata dalla giustizia umana, era inferiore alle sue scelleratezze, e che però non avrebbe adoperato alcun mezzo per ischivarla. Ma perché il fervore con lo studio del meditare si accendeva sempre più nel suo cuore, non contento del suo ravvedimento, si diede a predicare ai prigionieri; e sebbene ebbe sul principio a patire molti scherni ed irrisioni, contuttociò con la forza delle sue parole e con le elemosine che loro distribuiva di tutto ciò che gli era trasmesso per suo sostentamento e per suo uso, ottenne di convertirne molli, altri di migliorarli, e in altri d’introdurre con l’uso delle meditazioni, dei sacramenti e delle penitenze una qualche forma di perfezione. Sicché le carceri che prima sembravano un serraglio di fiere indomite, si videro cangiate in un oratorio di penitenti, in cui, invece di bestemmie, spergiuri e parole oscene, altro non si udiva risuonare che cantici spirituali, rosari, litanie e orazioni devote. Sparsa intanto la voce d’una conversione così ammirabile, e giunta alle orecchie dei giudici, pensarono questi di perdonargli la morte pur troppo da lui meritata. Ma egli porse tanti memoriali per esser trascinato al patibolo e condannato alla morte, quanti ne avrebbe dati ogni altro per isfuggirla. Quelli però contemperando la misericordia, non la giustizia, lo condannarono alla galera, acciocché forse risvegliasse in quelle navi la pietà che aveva sì felicemente introdotta nelle prigioni. La sentenza però non ebbe effetto, perché sorpreso da una cocentissima febbre, in breve si ridusse all’estremo; e tra’ sentimenti tenerissimi d’una gran contrizione e d’una viva confidenza in Dio spirò dolcemente l’anima, Or io su questo fatto la discorro così: se la meditazione delle verità cristiane ebbe forza di mutare un cuore il più perfido forse che allora fosse nel mondo, e da uno stato di vera dannazione ridurlo a perfezione di vita, non avranno poi simili meditazioni la virtù di tenere desto, svegliato, acceso un cuore ben disposto che già brama la sua perfezione, che già si esercita in quella, purché voglia però incessantemente praticarla? Non mi pare certamente che se ne possa dubitare. Questo dunque reputi il direttore il mezzo principale per mantener sempre vivi e per accrescere i desideri di perfezione nei suoi discepoli, l’esercizio stabile e frequente del meditare.

70. Secondo mezzo. Rinnovare sempre il proposito di tendere alla perfezione come se allora s’incominciasse. Queste risoluzioni e rinnovazioni di volontà tengono svegliata l’anima, acciocché non s’addormenti e non si stanchi di correre l’arringo della perfezione. Questo era il consiglio che dava l’Apostolo a quei novelli Cristiani della primitiva chiesa, che dal culto sacrilego de’ simulacri erano passati al vero culto di Gesù Cristo per mezzo del santo Battesimo: rinnovatevi con lo spirito della vostra mente (Renovamini spiritu mentis vestræ (ad Ephes. cap. IV, 45). E come si fa, direte voi, con la mente la rinnovazione dello spirito? Eccolo: replicare sempre con la sua mente e con la sua volontà la risoluzione di tendere alla perfezione, come se la persona non avesse mai incominciato, né mai posto mano ad un sì bel lavoro; e specialmente di scendere a quelle virtù e mortificazioni particolari di cui ciascuno si conosca bisognoso per il suo profitto, risolvendo frequentemente di volersi esercitare virilmente in quelle. Così faceva il santo David, come egli confessa di se stesso (Ps. LXXVI, 11). Quantunque il santo profeta camminasse già per le alle cime della perfezione, contuttociò, come se fosse un principiante imperfetto, diceva spesso seco stesso: oggi voglio incominciare a servire Iddio: oggi voglio dedicarmi interamente al divino servizio. Questo fu l’ultimo ricordo che s. Antonio diede ai suoi monaci, mentre gli facevano corona intorno al letto, stando egli vicino a morire, come racconta s. Atanasio: figliuoli miei, io già m’avvio per la strada che hanno battuta i miei predecessori: già Iddio mi chiama a sé, ed io stesso bramo già di trovarmi tra i celesti cori; ma ecco, viscere mie (così chiamava egli i suoi figliuoli spirituali), non vogliate perdere in un subito le fatiche che avete in tanti anni sofferte; e però figuratevi sempre, che ogni giorno della vostra vita religiosa sia il primo in cui intraprendiate la carriera della perfezione, acciocché con queste nuove risoluzioni cresca la fortezza delle vostre volontà in andare avanti e in profittare nelle sante virtù Questi ricordi applichi a sé e dia ai suoi discepoli il direttore, se vuol vederli avvantaggiati in perfezione, e soprattutto se non vuol vedere, come diceva quel gran santo ai suoi monaci, perdute prestamente le loro passate fatiche.

71. Terzo mezzo. Non pensar mai al bene che si è fatto, ma bensì al bene che resta da farsi ed alle virtù che rimangono da conseguirsi. Questo mezzo ce l’insegna s. Paolo e ci provoca a praticarlo col suo esempio: fratelli miei, io non istimo già di essere giunto al termine della mia perfezione e di essermene di già impossessato; dimenticandomi però di tutto il bene che ho fatto per il passato, mi distendo con tutte le forze del mio spirito al conseguimento di quel bene che mi resta da fare, e sieguo a correre con alacrità l’arringo della perfezione, per arrivare all’acquisto di quel pallio che Iddio chiamandomi a sé già mi ha destinato. E poi aggiunge queste parole: chiunque è perfetto, abbia questi stessi miei sentimenti (Phil. III, 13-14). S. Gio. Crisostomo spiega questo testo divinamente ed opportunamente al nostro proposito. Dic’egli che il ripensare al ben fatto partorisce due mali: primo, ingenera compiacenza vana e ci rende a poco a poco superbi ed arroganti; secondo, ci fa essere pigri al bene, perché rimirando con occhi di compiacenza il bene operato ne’ tempi scorsi, rimaniamo di noi stessi contenti e paghi, né aspiriamo più ad altro bene maggiore (hom. 11, in epist. ad Philippenses). Quindi deduce, che se l’Apostolo, dopo mille pericoli di perder la vita, a cui soggiacque; dopo tanti travagli e patimenti capaci di recargli mille volte la morte, si gettò il tutto dietro le spalle senza pensarci più; quanto più dobbiamo ciò fare anche noi che non siamo sì ricchi di meriti e di virtù.

72. Dopo esserci dimenticati del passato, seguita a dire il santo dottore, dobbiamo, ad esempio di s. Paolo, metter l’occhio nel futuro, come fanno quelli che corrono, che non guardano al viaggio che hanno fatto, ma a quello che loro resta da fare; e in questo modo prendono maggior lena. Tanto più che il pensare al ben fatto nulla giova, se questo non si rende compito e perfetto con l’aggiunta di ciò che resta a farsi

73. Né contento il Crisostomo di aver data una spiegazione tanto propria alle sopraccitate parole di s. Paolo, toma a farvi sopra nuove e più accurate riflessioni, acciocché ci s’imprima altamente nell’animo questo aforismo di spirito, che tanto giova ai progressi della nostra perfezione. Riflette dunque, che l’Apostolo non disse già: io non reputo degne di stima, io non faccio alcun conto, io non rammemoro le opere buone della mia vita passata; ma disse: io me ne sono affatto dimenticato, perché questa totale scordanza è appunto quella che ci rende diligenti e solleciti al bene, e aggiunge ai nostri animi una certa alacrità e prontezza all’esecuzione di quanto ci resta ad operare per l’acquisto della perfezione s . Inoltre riflette su quelle parole, extendens me ipsum, e dice che in quelle si esprime uno sforzo molto speciale che si faceva s. Paolo per giungere a gradi di più alta e più eminente perfezione. Perchè siccome un uomo che corre, per il desiderio che ha di arrivar presto al termine, si distende dalla parte anteriore con tutta la vita, e getta avanti i piedi, la fronte e le braccia per accelerare il suo corso; così il santo con uno sforzo continuo di desideri dilatava il suo spirito e lo distendeva ad opere di maggior perfezione; e in questo modo correva con grande alacrità e con gran fervore nella via del Signore. E cosi abbiamo a correre ancora noi, se davvero alla perfezione aspiriamo. Finalmente si rifletta, che questo dimenticarsi del bene operato, questo distendersi con tutto il vigore dello spirito al bene che ci resta da operare, non solo, secondo l’Apostolo, è mezzo per conseguire la perfezione, ma è la perfezione istessa (come notammo anche noi nel precedente capitolo), perché conclude dicendo: chiunque è perfetto procede in questo modo. E in questo senso appunto spiega tali parole s. Bernardo: chiunque brama dunque d’essere perfetto   cristiano, metta in totale dimenticanza quanto ha fatto di bene per lo passato; tenga sempre l’occhio della mente e tutto l’affetto del cuore fisso nel bene che gli rimane a fare nel tempo avvenire.

74. Quarto mezzo. Pensare spesso ai difetti presenti ed ai peccati passati. Ho detto nel numero precedente, che per mantener vivi i desideri di perfezione non bisogna andar considerando il bene fatto. Qui dico che è necessario pensare al male fatto e che giornalmente si va facendo, e insieme alle virtù di cui siam privi; perché tali pensieri ci riempiono di un santo interno rossore, ci destano nel cuore desideri della virtù di cui ci vediam privi, brame di mortificazione in tutto ciò in che ci conosciamo difettosi; e  però ci sono d’incitamento e di stimolo alla perfezione. Sentiamo ciò che dice s. Agostino su questo particolare: fratelli miei, se volete far gran profitto, esaminatevi spesso senza inganno, senza adulazione; giacché non v’è dentro di voi alcuno di cui abbiate a vergognarvi; in realtà vi è Dio, ma a lui piace l’umiltà e la bassa cognizione di te stesso; fa che sempre ti dispiaccia di essere quel che tu sei, se vuoi arrivare ad essere quel che non sei (de verbis Apost. Ser. 15); cioè, se tu vuoi conseguire la perfezione che non hai, è necessario che non sii mai di te contento, ma conosca i tuoi difetti, i tuoi peccati, i tuoi errori, la mancanza delle virtù, la ribellione delle tue passioni, e che te ne sti in una certa scontentezza di te stesso; ma però umile, quieta, pacifica e piena di confidenza in Dio: perché questa è quella che ti dà stimoli al cuore, che ti accende in desideri di migliorarti e di essere quel che ancora non sei E subito aggiunge: in alcuna cosa per mancanza di cognizione rimani soddisfatto di te stesso, è certo che ivi te ne rimarrai fermo, senza curarti di ascendere a maggior perfezione. Se poi mai t’inducessi a dire: mi basta la perfezione che ho acquistata, già sei perduto. E perché? perché non potrai rimanere (come ho di sopra provato) in quel grado di perfezione: ti converrà, voglia o non voglia, tornare indietro, e andare passo passo e senza avvedertene in perdizione. Dunque, conclude il santo, cammina sempre avanti, aggiungi sempre qualche cosa di più, fa sempre maggior profitto; non ti fermar mai nella via della perfezione, non voler deviare, né tornare indietro. E per ottener questo, altro modo non v’è che mantener sempre vivi, e distendere sempre i desiderii a maggior perfezione, per i mezzi che ho dati nel presente capo.