I SANTI MISTERI (7)

G. De SEGUR: I SANTI MISTERI (7 )

[Opere di Mgr. G. De Ségur, Tomo X, 3a Ed. – LIBRAIRIE SAINT- JOSEPH TOLRA, LIBRAIRE-ÉDITEUR, 112, RUE DE RENNES, 112 – 1887 PARIS, impr.]

XXV

Bella manifestazione della presenza reale del Salvatore.

La storia della Chiesa e la vita dei Santi sono piene di manifestazioni miracolose della presenza reale di GESÙ tra le mani dei Sacerdoti. (Si veda un riassunto di questi bei miracoli eucaristici nel mio trattato “Sulla presenza reale”. Io ho composto questo opuscolo per illuminare e fortificare la fede di tanti buoni Cristiani che sono poco istruiti nella Religione e che praticherebbero con maggiore zelo se vedessero più chiaramente la verità della loro fede, ed in particolare la verità del gran Mistero della pietà cristiana, cioè della Presenza reale di Nostro-Signore nel Santo Sacramento dell’altare – A questo titolo ne oso raccomandare la lettura innanzitutto, poi la diffusione a tutti coloro che amano GESÙ e che amano le anime). Ognuno sa come il nostro incomparabile San Luigi rifiutò un giorno, per squisita delicatezza di fede, di presentarsi alla santa Cappella dove il Divin Salvatore degnava di mostrarsi a tutti i fedeli sotto forma di un mirabile bambino. « E voi, disse il santo re, andateci e rallegratevi nel vederlo. Quanto a me mi è sufficiente la fede della santa Chiesa, e non ho alcun bisogno di vedere per credere. » Queste manifestazioni miracolose della presenza reale sono state senza dubbio accordate da Nostro-Signore, sia per ricompensare la fedeltà di alcune anime perfette, sia per raffermare la fede dei deboli. Tra mille altre, eccone una molto recente e la cui storia sembra proprio adatta a nutrire la pietà dei Sacerdoti e dei fedeli. Suor Marie Lataste, morta in odore di eminente santità al Sacré-Coeur di Rennes nel 1847, fu favorita dall’infanzia di meravigliose grazie. Per due anni consecutivi, dal 1840 al 1842, quando non era ancora che una povera ragazza di campagna, i veli dell’Eucarestia non esistevano per lei, e dopo la Consacrazione, GESÙ si mostrava ad ella pieno di grazia e di maestà. Ecco come elle stessa racconta due di queste sacre manifestazioni: « Al momento dell’Elevazione, allorché il Sacerdote faceva la genuflessione, dopo aver pronunciato le parole della Consacrazione, io vedevo un immenso chiarore diffondersi nel santuario e GESÙ apparire sull’altare, ove restava fino alla Comunione. Il suo viso era ordinariamente pieno di bontà e di dolcezza, ma talvolta pure serio e sembrava irritato. Il suo splendore oltrepassava quello del sole. La sua maestà non aveva nulla di paragonabile sulla terra. Il suo trono era d’oro brillante. La sua veste non era di stoffa, neanche la più fine; oppure, se stoffa era, io non ne ho mai visto una simile; sembrava tutta trasparente e gettava fuoco come un diamante o una pietra preziosa (Si tratta dei bei vestiti ed ornamenti celesti formati di luce, che si ritrovano sempre nei racconti che ne hanno lasciato i Santi in occasione delle apparizioni del Salvatore, della Santa Vergine o dei Beati). Egli era seduto su di un trono; la sua mano sinistra poggiava sul suo cuore, e la destra poggiava dolcemente sulle ginocchia. I suoi occhi erano d’ordinario fissati sul popolo; in certi momenti, ad esempio durante il Pater o l’Agnus Dei, sempre sul Sacerdote (Œuvres de Marie Lataste, 1° édit., t, III, lettera XII). »  Dopo la Comunione, ciò che aveva visto sull’altare, lo vedeva trasportato nel suo cuore; e nel suo santuario vivente, che ella soleva chiamare « il tabernacolo mirabile », restava con il suo Salvatore, lo adorava, lo ascoltava, e per suo amore, dimenticava ogni cosa. « Un giorno dell’ottava dell’Epifania – dice ancora – ero già venuta a rendere i miei doveri di adorazione a GESÙ nel Sacramento dell’altare. Assistevo alla santa Messa. All’Elevazione il Salvatore GESÙ mi apparve sull’altare. L’altare divenne simile ad un trono immenso di oro massiccio e tutto brillante di pietre preziose. In mezzo si trovava una sedia guarnita da una stoffa simile a del velluto bianco. Questo velluto non era intessuto; non saprei dire come fosse, e non posso meglio farmi comprendere che affermando che apparisse ai miei occhi come foglie di rose bianche saldate l’una all’altra, conservando inalterate la loro freschezza e la loro bellezza anche quando ci si sedeva sopra. Il Salvatore era su questa sedia che non poggiava sull’altare, ma era sospesa in aria dalle mani degli Angeli che circondavano GESÙ. La grande croce dell’altare mi sembrava tre volte più grande, come mai l’avevo vista in precedenza. Essa era tra le mani di GESÙ. Infine una magnifica corona cingeva la fronte di GESÙ; era una corona di spine, e queste spine somigliavano a del cristallo nel quale erano concentrati i raggi del sole. Io guardai per lungo tempo il Salvatore GESÙ; mi sembrava che stesse per parlarmi. Io lo desideravo molto, ma nondimeno rinunciai volentieri alla soddisfazione di questo desiderio e dissi a GESÙ:  Mio dolce Salvatore, sia fatta la vostra volontà e non la mia. » (Œuvres de Marie Lataste, I° édit,, t. II. libro II). » Sarebbe ben dolce e desiderabile ricevere da DIO dell’altare dei simili favori; ma oltre al fatto che il miracolo è essenzialmente una eccezione che non viene accordata che per motivi impenetrabili alla nostra piccola mente, bisogna, come San Luigi, preferire l’ordinario allo straordinario, la fede ai miracoli e fare così di necessità virtù. Dopo la consacrazione, adoriamo GESÙ eucaristico con una fede più fervida che se lo vedessimo con gli occhi, lo ascoltassimo con i nostri occhi e lo toccassimo con le nostre mani. Non dimentichiamo che attraverso il velo della sante specie, Egli ci osserva tutti, guarda ognuno di noi come lo vedeva Suor Marie Lataste. Noi altri Sacerdoti, in particolare, ricordiamoci dello sguardo di GESÙ al Pater e all’Agnus DEI. Guardiamolo come Egli ci guarda, e rendiamo amore per amore. Oh come diremmo bene la Messa, come l’ascolteremmo bene se non perdessimo mai di vista questo sguardo scrutatore, questo sguardo misericordioso, questo sguardo fecondante del nostro Salvatore. 

XXVI

Le sante cerimonie che seguono alla Consacrazione.

A partire dalla consacrazione, quello che si può chiamare il dramma liturgico della Messa, cambia di aspetto completamente; non è più la preparazione, non sono più i rapporti dell’antica e della nuova Alleanza; è il primo ed il secondo Avvento del Figlio di DIO, che sono l’anima, il segreto delle mistiche cerimonie compiute sull’altare. Già questo duplice avvenimento, che forma il mistero completo dell’Incarnazione e della Redenzione, è simbolizzato dalla duplice Consacrazione dell’Ostia e del Calice. GESÙ-CRISTO è interamente nell’Ostia santa, e tuttavia il Mistero eucaristico non è completo se non dopo la consacrazione del calice; questa seconda consacrazione è anche talmente indispensabile al Sacrificio, che senza di essa c’è il Santo Sacramento, ma non c’è Sacrificio: il Sacrificio dell’Eucarestia consiste essenzialmente nella consacrazione del pane e del vino. Questo perché? Perché la consacrazione del Calie è essenziale al Sacrificio? Innanzitutto perché Nostro-Signore ha unito le due consacrazioni, il Giovedì santo, al Cenacolo; poi, poiché il rito del Sacrificio eucaristico è la rappresentazione fedele del grande Mistero di GESÙ-CRISTO, cominciato solamente nel primo Avvento e consumato con il secondo. Fino al secondo Avvento, GESÙ, che non è che uno con la sua Chiesa, combatte con Essa ed in Essa; e la sua opera di salvezza non è che abbozzata. In secondo luogo, Egli raccoglierà pienamente e la sua Chiesa raccoglierà con Lui il frutto dei suoi lavori, delle sue sofferenze, del suo sacrificio. I due Avventi del Salvatore sono anche distinti e dipendenti l’uno dall’altro, come lo sono sull’altare la consacrazione dell’Ostia e quella del santo Calice. Il disegno di DIO  resta sospeso se lo si divide. Questa unione delle due Consacrazioni è talmente indivisibile che la liturgia (la liturgia romana, che sola fu autorizzata in maniera assoluta) ordina che se, in seguito ad un qualsiasi incidente, si fosse obbligati a consacrare di nuovo il Calice, dopo la Comunione, si consacra una nuova Ostia prima di consacrare il Calice, benché la Consacrazione della prima Ostia sia stata certamente valida – (Questo può succedere quando, per errore, si versa all’Offertorio, l’acqua a posto del vino. Questo incidente è da temere quando si dice la Messa prima del giorno, o quando ci si serve di ampolline di metallo – privilegio riservato ai Prelati).- Noi abbiamo notato che nella prima parte del Santo Sacrificio, destinato a ricordare i rapporti e l’unione dell’antica Alleanza e della nuova, il pane restava al coperto sotto il Corporale, mentre il vino era nascosto nel Calice dalla Palla; dopo la Consacrazione lo stesso rito continua, ma ne cambia il significato: l’Ostia santa, posta sul Corporale e visibile allo sguardo del celebrante, significa il mistero del primo Avvento che la Chiesa conosce, vede ed adora; mentre il vino consacrato, velato agli sguardi dalla Palla, significa il secondo Avvento al quale noi crediamo ma non vediamo ancora. Per GESÙ-CRISTO, questo secondo Avvento è già consumato nel mondo celeste ed eterno; ma per noi è ancora da venire. Subito dopo la Consacrazione, il Sacerdote ricorda che il Mistero che si sta per compiere è, sotto forma di Sacramento, lo stesso mistero, lo stesso sacrificio che si è già consumato nella Passione, nella Resurrezione e nell’Ascensione dello stesso Signore GESÙ presente sull’altare; e per significarlo al meglio, egli traccia tre segni di Croce sull’Ostia ed il Calice, sul Corpo ed il Sangue di questo stesso Redentore che è stato sulla Croce: « Ostia pura »; alla sua Resurrezione « Ostia santa »; all’Ascensione al cielo « Ostia immacolata »; e che è ormai nell’Eucaristia, « il pane sacro della vita eterna ed il Calice della eterna salvezza. » Dicendo queste due ultime parole, il Sacerdote fa un segno di Croce prima sull’Ostia santa, poi sul Calice, per mostrare come l’Eucaristia, che riassume il Mistero intero di GESÙ-CRISTO, con i suoi combattimenti e il suo trionfo, sia il legame che unisce insieme il primo con il secondo Avvento del Salvatore. Questa triplice benedizione rinnova, dopo la Consacrazione, la benedizione del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, diffusa sulle oblazioni per prepararle immediatamente alla Santissima Consacrazione. Ora, questa benedizione che ha prodotto il suo effetto quanto al Capo, si applica direttamente a tutti i membri di questo Capo divino, a tutti i fedeli che, con la loro unione a GESÙ-CRISTO e con la Comunione Sacramentale del suo Corpo e del suo Sangue, sono chiamati a divenire, come dice San Paolo, « il corpo del Cristo: Corpus ejus, quod est Ecclesia. » Che cos’è in effetti la Chiesa se non l’umanità incorporata a GESÙ-CRISTO, vivente della sua vita divina, santificata, soprannaturalizzata, deificata, ed un giorno glorificata dallo Spirito-Santo che il divino Capo effonde in essa, come il suo sangue, come la sua vita? Ciascuno di noi deve lasciarsi trasformare e transustanziare spiritualmente in GESÙ-CRISTO, e divenire, per Lui, con Lui ed in Lui, un’Ostia, cioè una vittima pura, santa ed immacolata. È questo lo scopo de Sacrificio  e della Comunione e di tutta la Religione Cristiana. Il Sacerdote si inchina profondamente, scongiura GESÙ-CRISTO, l’Angelo del gran Consiglio, di supplire alla sua indegnità e presentare Egli stesso alla divina Maestà, nell’alto dei cieli, il Sacrificio che per le sue mani la Chiesa offre in questo momento sull’altare della terra, e degnarsi di riempire di tutte le benedizioni celesti tutti coloro che, i fedeli alla grazia del primo Avvento, trionferanno un giorno nella gloria del secondo. Come per spingere in GESÙ crocifisso dapprima e poi GESÙ glorificato, questa benedizione, egli traccia un segno di Croce sull’Ostia santa, poi sul Calice, poi infine su se stesso che rappresenta là tutti gli eletti. Egli prega poi per tutti coloro tra questi Eletti che soffrono le espiazioni del Purgatorio prima di entrare in cielo, supplicando la misericordia divina « di accordare loro il luogo del refrigerio, della luce e della pace a tutti coloro che riposano nel Cristo, » in questo medesimo Cristo, di cui il Corpo ed il Sangue sono la vittima del Sacrificio di propiziazione che egli celebra. E così si completa intorno a GESÙ, Re della grazia e della gloria, il grande Mistero della Comunione dei Santi, così poco meditato, compreso in questo secolo di naturalismo. La « Comunione dei Santi » è l’unione della Chiesa trionfante, della Chiesa militante e della Chiesa purificante in GESÙ-CRISTO. al Santissimo Sacrificio, questa mirabile comunione, di cui lo Spirito-Santo è l’anima, è manifestata con le invocazioni del Prefazio, del Sanctus e del Communicantes, prima della Consacrazione e, dopo la Consacrazione, con la commemorazione esplicita dei fedeli trapassati. Il Sacerdote, ministro e rappresentante della Chiesa militante, offre un Sacrificio in unione con la Beata Vergine, Regina del cielo, e con la Chiesa angelica, con la Chiesa trionfante dei Santi; ed egli l’offre per i fedeli che riposano « nel sonno della pace, » affinché essi entrino, senza ritardo alcuno, « nel luogo del refrigerio  e della luce. » La preghiera degli Angeli e dei Santi, unita all’altare, a quella del Sacerdote, ottiene alla Chiesa militante e alla Chiesa purgante una effusione sovrabbondante di grazie, di pace e di benedizione. Tutto questo è di insegnamento ed istituzione apostolica. – In mezzo al silenzio delle lunghe preghiere del Canone, il Sacerdote alza solo una volta la voce: è per proclamarsi peccatore ed umiliarsi con tutti i suoi fratelli nella santa presenza di DIO, dell’Eucaristia: « Nobis quoque peccatoribus, » dice battendosi il petto, come il buon pubblicano del Vangelo, come il buon ladrone del Calvario; « e anche a noi peccatori che speriamo nella moltitudine delle sue misericordie, degnatevi di accordare, Signore, un piccolo posto nella società dei vostri Santi e dei vostri Martiri. » Egli ne nomina pure alcuni, tutti dei primi secoli, ma non più, questa volta, tutti martiri a Roma. In questa seconda enumerazione di Santi, si trovano citate diverse Vergini martiri: Agata, Lucia, Agnese e Cecilia, Anastasia, ricordano graziosamente le Vergini sagge della parabola, figure di tutti le anime predestinate.

XXVII

I segni di Croce e le altre misteriose cerimonie che concludono il Canone.

Verso la fine delle preghiere del Canone, il Sacerdote congiunge le mani nel nome di GESÙ-CRISTO perché dice al Padre celeste, « Voi create, Signore, santificate, vivificate, benedite e ci date tutti questi beni. » – « Per Lui, con Lui ed in Lui, vi arriva ogni gloria ed onore, a Voi, DIO, Padre onnipotente, nell’unita dello Spirito-Santo, nei secoli dei secoli. » E dicendo: « Santificate, vivificate, benedite, » il Sacerdote traccia tre segni di croce sull’Ostia ed il Calice uniti; queste non sono benedizioni propriamente dette, ma dei segni destinati ad esprimere dei Misteri. Poi con la santa Ostia che egli tiene con la mano destra, mentre la sinistra mantiene il Calice, egli traccia tre altri segni di Croce all’interno del Calice, sopra il prezioso Sangue; poi due altri segni di Croce, sempre con l’Ostia santa, tra il suo petto ed il Calice; e riportando l’Ostia sopra del calice sul quale egli appoggia le sue due dita, eleva in poco sia il Calice che l’Ostia sul Corporale, ricopre il Calice e fa la genuflessione. È così che terminano le grandi, ineffabili preghiere del Canone. – Ecco in poche parole ciò che richiamano alla nostra fede questi riti pieni di misteri: innanzitutto ed essenzialmente essi ci ricordano la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, discesa, come diciamo subito in virtù del Sacrificio di GESÙ-CRISTO, su tutti gli Eletti, membri viventi di questo divino Capo, per consacrarli e renderli capaci di glorificare degnamente il Padre celeste, con GESÙ e come GESÙ, in tutti i secoli dei secoli. – Ogni benedizione, ogni vita, ogni santità arrivano alle creature da GESÙ, unico Mediatore di DIO e degli uomini; e GESÙ, Autore della natura, della grazia e della gloria, è là, sotto i veli del pane e del vino, con tutte le benedizioni, tutti i tesori di vita e di santità che, dopo il primo momento della creazione deli Angeli e degli uomini, sono stati diffusi nel mondo dal Padre celeste. Dopo aver richiamato questa grande verità con i tre primi segni di croce, il Sacerdote ne esprime un’altra, ancora più profonda. GESÙ-CRISTO, Capo della Chiesa e degli Eletti, compie la sua opera in tre combattimenti, nei quali trionfa di satana e dei peccatori; Egli trionfa dapprima al diluvio con l’acqua; poi sul Calvario con il Sangue; poi infine, Egli trionferà definitivamente ed eternamente quando, scendendo di nuovo sulla terra alla fine della sesta era del mondo, rinnoverà l’universo intero con il fuoco e lo Spirito-Santo. Questi tre trionfi del Cristo non ne fanno che uno, e compongono l’insieme del grande mistero della gloria di DIO e della salvezza delle creature. È questo il senso della parola di San Giovanni, nella sua prima epistola: « Tre sono quelli che rendono testimonianza sulla terra: lo Spirito, l’acqua ed il Sangue, e questi tre sono una sola cosa. » Gli esemplari antichi aggiungevano: « Nel Cristo GESÙ, nostro Signore. » I tre segni di croce che il Sacerdote forma con il Corpo del Signore all’interno del Calice, sul Sangue prezioso, esprimono il triplice trionfo del Figlio di DIO vivente nei suoi Eletti: da Adamo fino al diluvio, poi dal diluvio fino al Calvario, poi dal Calvario fino al secondo Avvento del Redentore. Il Calice rappresenta qui GESÙ trionfante nella gloria del cielo; l’Ostia santa, che contiene lo stesso GESÙ del GESÙ del Calice, lo rappresenta vivente e combattente quaggiù nella sua Chiesa militante, in questa Chiesa che San Paolo chiama « il Corpo del Cristo. » C’è unione intima tra la Chiesa militante e la Chiesa trionfante, tra il combattimento del Cristo ed il trionfo del Cristo, tra il primo Avvento, in cui il Capo della Chiesa universale, immolato sulla Croce, risuscita e sale al cielo, ed il secondo, in cui questo stesso Capo, Re di gloria eterna, chiama a sé, per la resurrezione, tutti i suoi membri umiliati con Lui e li rende partecipi del trionfo, dopo averli resi partecipi delle sue prove. Il doppio segno di Croce che di seguito il Sacerdote traccia con il Corpo sacro di GESÙ, tra il suo petto ed il Calice, raffigura la Chiesa cristiana, combattente in GESÙ-CRISTO, con GESÙ-CRISTO, durante le due ultime età del mondo che devono intercorrere tre il primo ed il secondo Avvento. Quando i tempi saranno compiuti, la Chiesa cesserà di combattere; essa entrerà nella gloria celeste di GESÙ resuscitato; ed allora per GESÙ, con GESÙ, ed in GESÙ, vivendo e trionfando nella sua Chiesa tutta intera, ogni onore e gloria saranno resi a Dio Padre, nell’unità dello Spirito-Santo. Ora il Sacrificio dell’Eucaristia, contiene tutti i misteri di Nostro Signore, quelli che ancora sono da venire e quelli che sono già passati, e ne risulta che la Messa dà a DIO questa gloria in anticipo. Quale Mistero divino è il ministero sacerdotale! E quanto il Sacerdote deve essere santo per toccare, contemplare così da vicino e per compiere Misteri così terrificanti! San Giovanni Crisostomo chiamava le mani consacrate del Sacerdote, « le portanti il Cristo “bajulans Christi”! Egli diceva che esse sono « più splendide dei raggi del sole: solari radio splendidiores », e Tertulliano proclamava che, se mai il peccato viene a profanarle, esse dovrebbero essere con mille ragioni in più, delle mani criminali che scandalizzano gli uomini; perché, queste « scandalizzano il Corpo stesso di Dio:  « O prœcidendæ manus quibus Corpus DEI scandalizatur! »

XXVIII

Il PATER

Il Sacerdote dice ad alta voce, e nella Messa solenne canta l’ultima parola del Canone: « Per omnia sæcula sæculorum » Ciò che ha fatto, durante il lungo silenzio del Canone della Messa, non è altro in effetti, che la rappresentazione sacramentale del Mistero del Re dell’eternità. Il popolo fedele risponde: Amen! … Aderendo così con tutto il cuore a tutto ciò che il Sacerdote ha appena fatto e detto sull’altare. Amen è un atto di fede, di speranza e di adorazione. Il Sacerdote recita il Pater, con gli occhi fissi sull’Ostia santa, non sul Calice; tiene le due mani sollevate ed estese, come al Prefatio (salvo l’indice ed il pollice che devono restare uniti, dopo che hanno toccato il Santo Sacramento). Il Sacerdote stendendo il braccio ricorda innanzitutto che questo è lo stesso Sacrificio, la stessa Vittima del Calvario; ed egli recita, a nome di GESÙ, e GESÙ recita per lui, la preghiera per eccellenza: l’Orazione domenicale, di cui tutte le parole sono un mondo di misteri. Le due mani del Sacerdote richiamano ancora, lo abbiamo detto, i due Serafini di oro puro che si stavano in adorazione a destra ed a sinistra dell’Arca dell’alleanza, ed in generale, tutta la Chiesa angelica che dall’inizio fino alla fine dei tempi, adora con GESÙ-CRISTO, il suo ed il nostro DIO. Esse esprimono anche la fede, la Religione, l’amore dell’Antico e del Nuovo Testamento verso il Figlio di DIO e di MARIA, presente sotto le specie del pane sul Corporale. Alla quarta domanda  del Pater: « Dacci oggi il nostro pane quotidiano, » il Suddiacono alla Messa solenne, risale all’altare, dà la Patena al Diacono che, alla fine della sesta domanda: « Non lasciateci soccombere nella tentazione, » fa la genuflessione e presenta la Patena al Sacerdote; questi, abbassando le due mani, la prende con la mano destra. Alla Messa bassa, la Patena, nascosta dopo l’Offertorio sotto il Purificatoio ed il Corporale, è estratta di là dal Sacerdote, in questo momento del Pater, al termine della sesta domanda, né prima né dopo. Il senso di tutta questa cerimonia è manifesto e molto bello. Le sei domande sacre della preghiera, corrispondono alle sei Età della Chiesa militante: nella quarta età, il Pane vivente è disceso dal cielo; ma il suo popolo non lo ha ricevuto; risalito al cielo, nel giorno della sua Ascensione, ne ridiscenderà alla fine della sesta età, e troverà Israele convertito; il Sacerdote vede oramai il Suddiacono a lato del Diacono sull’altare, ed entrambi lo servono fino alla fine della Messa. la tentazione, di cui è detto alla sesta domanda, è senza dubbio, in maniera generale, la guerra incessante ed accanita che ci porta satana; ma è soprattutto la tentazione suprema che riassume tutte le altre e che coronerà la lotta sacrilega di satana e del mondo contro il Cristo e la Chiesa: l’apparizione dell’anticristo. Nel Vangelo, GESÙ ci predice che « … questa tribolazione sarà tale che non ce ne è stata una simile dall’inizio della creazione; » (Erit enim tunc tribulatio magna, qualis non fuit ab initio mundi, usque modo, neque fiet. – Ev. Matth., XXIV) e ci spinge a chiedere di non vivere in quei tempi. Egli ci fa dire nel Pater: « Ne nos inducas in tentationem », cioè “non conduceteci alla grande tentazione; non permettete che abbiamo ad attraversare questa prova”.  Il Sacerdote abbassando le due mani dopo questa sesta domanda, rappresenta alla nostra fede, alla nostra speranza ed al nostro amore, il Redentore discendente dai cieli, facendo cessare la lotta con il suo secondo Avvento. La settima domanda del Pater: « … Ma liberaci dal male », si riferisce al riposo della Chiesa dopo il lavoro delle sei Età, dopo la sua lotta di seimila anni contro satana ed il mondo. Nella creazione soprannaturale, che è la Chiesa, ci sono, come nella creazione naturale, sei giorni di lavoro, seguiti da un giorno di riposo. Il settimo giorno deve essere diverso dagli altri: questo è espresso dalla parola “sed”, che indica un cambiamento, una opposizione. Questa sarà la pace opposta alla guerra; il riposo, dopo il lavoro della lotta. Allora la Chiesa, resuscitata e glorificata con il suo Capo regnerà eternamente con Lui. – La questione è quella di sapere se questo regno sarà immediatamente la beatitudine eterna assoluta, oppure se, prima del cielo propriamente detto, ci sarà, per GESÙ-CRISTO e per la Chiesa, un’epoca di trionfo e di gloria sulla terra, un regno visibile benché tutto spirituale, di GESÙ-CRISTO e di tutti i suoi Eletti, una manifestazione terrena e temporale del loro trionfo celeste e della loro gloria eterna. In altri termini, la questione è di sapere se il secondo Avvento del Figlio di DIO non sarà un’epoca, come lo è stata la prima, e se, dopo la Resurrezione degli Eletti, non ci sarà per essi, fino alla loro Ascensione definitiva al cielo, un’età, un’epoca di trionfo, corrispondente ai quaranta giorni trascorsi tra la Resurrezione e l’Ascensione di GESÙ. Comunque sia, la settima domanda del Pater, che la Chiesa mette sulla bocca del servente, cioè il popolo cristiano è una preghiera di liberazione. È come se i fedeli dicessero al Signore: « Liberaci dal male, cioè da satana, dal peccato, dalle conseguenze del peccato e dall’inferno, per i meriti di Figlio vostro GESÙ, immolato su questo altare a gloria vostra e per la salvezza del mondo. » Amen, così sia, è il coronamento del Pater e della settima domanda; così come la beatitudine nel Paradiso sarà il coronamento e la consumazione del riposo trionfale della Chiesa. Il numero otto è, nel simbolismo cristiano, il numero della beatitudine e l’ottava è la perfezione, il fine ultimo raggiunto.