I SANTI MISTERI (2)

G. De SEGUR: I SANTI MISTERI (2)

[Opere di Mgr. G. De Ségur, Tomo X, 3a Ed. – LIBRAIRIE SAINT- JOSEPH TOLRA, LIBRAIRE-ÉDITEUR, 112, RUE DE RENNES, 112 – 1887; PARIS, impr.]

IV

I ceri ed il loro bel significato

Nulla è trascurabile in pari materia. Nel culto cattolico, tutto ha un senso; le cose di minor importanza, hanno un significato spesso di profondo mistero. Così i ceri. Nella santa Messa, essi simbolizzano e rappresentano la Chiesa del cielo, la Chiesa degli Eletti e la Chiesa degli Angeli che si unisce nella gloria dei cieli alla Chiesa della terra ed alle sue adorazioni. Certo è che il cero pasquale è figura di Nostro Signore risuscitato glorioso e trionfante, per risalire al cielo il giorno dell’Ascensione: è per questo che lo si spegne in questo giorno dopo il canto del Vangelo. È ugualmente certo che nella scienza liturgica, il cero della Candelora rappresenti il Santo Bambino Gesù, Dio ed uomo, luce del mondo e gloria di Israele. La cera, sostanza purissima, prodotta dalle api con la polvere balsamica degli stami dei fiori, è un emblema suggestivo della carne verginale del Salvatore; la luce rappresenta la sua divinità. Si potrebbe dire altrettanto, fatte le debite proporzioni, degli Eletti, membri viventi di GESÙ-CRISTO. La cera dei ceri dell’altare, che li simbolizza, è il loro corpo resuscitato e glorificato; e la luce è non la loro divinità, ma la loro deificazione in GESÙ-CRISTO. Per il servizio dell’altare, i ceri devono essere di pura cera, e si devono accendere, almeno nelle chiese ove risieda il Santo Sacramento, alla luce della lampada liturgica, che non deve mai spegnersi (è assolutamente vietato conservare il Santo Sacramento senza accendere almeno una lampada sospesa sull’altare. Il Papa ha rifiutato diverse volte, anche a dei Vescovi, la dispensa della lampada eucaristica: « … nessuna lampada, nessuna dispensa ». Tale è stata la sua riserva invariabile. – Questa legge obbliga sub gravi. Lasciar per negligenza la lampada del santuario spenta per due o tre ore costituisce certamente, dice S. Alfonso Liguori, un peccato mortale per il curato o per colui che ha l’incarico di sorveglianza… torneremo in seguito su questo soggetto). La cera significa la purezza del Cristiano che deve brillare, davanti a Dio e davanti agli uomini, della luce divina di GESÙ-CRISTO, e bruciare del fuoco dell’amore divino. I ceri si accendono sul fuoco della lampada del santuario, che rappresenta GESÙ-CRISTO resuscitato e glorioso, sorgente di ogni luce e di ogni carità nella Chiesa. I ceri si consumano bruciando: i Cristiani devono consumarsi anche nella pratica fervente della fede e delle opere sante. È assolutamente proibito celebrare Messa senza ceri accesi. Nella Messa bassa bisogna che ce ne siano due: uno a destra del crocifisso, ed uno a sinistra. Il cero di sinistra, cioè dal lato dell’Epistola, rappresenta e simbolizza la fede, la santità, il fervore di tutti i fedeli e di tutti i Santi dell’antica Legge, da Adamo, fino a  GESÙ-CRISTO; il cero illuminato a destra, dal lato del Vangelo, rappresenta tutti i fedeli e tutti i Santi della Legge nuova, da dopo GESÙ-CRISTO fino alla fine del mondo. Il Crocifisso in mezzo all’altare, ricorda che GESÙ, il Figlio di DIO, crocifisso nel mezzo dei tempi per la salvezza degli uomini, è il DIO che tutti i secoli hanno dovuto e devono adorare, il Capo ed il centro della Religione, l’Autore della salvezza di tutti. Esso ricorda pure che il Sacrificio della Messa che si va a celebrare sull’altare, è lo stesso Sacrificio di quello della Croce. – Nella Grande Messa, si devono avere tre ceri accesi da ogni lato del Crocifisso, in tutto sei, né più, né meno. Ci sono di buoni curati che, « … perché questo sia più bello, » ne accendono trenta, quaranta, cinquanta. « … più ce ne sono, più è bello ». Se si osservano le regole esattamente, il Crocifisso deve levarsi al di sopra di tutti i ceri e dominarli. Questi sei ceri significano gli Eletti e i Santi delle sei ere della Chiesa militante. Da diversi passaggi della Sacra scrittura , spiegato in questo senso da un gran numero di Santi Padri: la Chiesa militante deve in effetti durare sei mila anni [questa dottrina, perfettamente tradizionale, è esposta in lungo ed in largo da Cornelio A Lapide, nei suoi Commentari sulla seconda lettera di San Pietro (cap. III, v. 8) e sull’Apocalisse (cap. XX, v. 5) ed altri ancora. « È – egli dice – l’opinione di molti Padri e Dottori: multorum Patrum ed Doctorum; dunque essa è probabile e non può essere tacciata di temerarietà. È il sentimento di un gran numero, aggiunge: consent multi, che il mondo debba durare sei mila anni; cioè, quattromila anni prima del Cristo, e due mila anni dopo di Lui. Non bisogna aspettarsi però questo in maniera assoluta, ma approssimativa. – Su questo punto le tradizioni cristiana, ebraica, pagana greca e latina, sono pienamente d’accordo. » Tra i Padri ed i Dottori che hanno sostenuto questa opinione, troviamo San Giustino, San Ireneo, Sant’Ilario, Lattanzio, Sant’Agostino, San Girolamo, San Cirillo di Alessandria, San Giovanni Crisostomo, San Atanasio sinaita, San Gaudenzio, San Germano di Costantinopoli, etc.; Rabano-Mauro, Bellarmino, Suarez, etc. citiamo solo San Girolamo che dice: « Quanto a me, secondo le parole di San Pietro: «un giorno è mille anni, e mille anni sono un giorno, » io penso che il mondo, che è stato creato in sei giorni, debba durare sei mila anni; in seguito verranno il settimo e l’ottavo giorno che saranno l’epoca del vero riposo. » E San Gaudenzio, Vescovo di Brescia, dice egualmente: « Noi viviamo nell’attesa di questo santo giorno del settimo millenario, che verrà dopo il sesto giorno. Quando saranno terminati, allora ci sarà il riposo della vera santità e di tutti coloro che hanno creduto alla Resurrezione di Cristo. allora in effetti non ci saranno più lotte da sostenere contro il diavolo, secondo ogni probabilità, e solamente allora si potrà realizzare la profezia del Signore: non ci sarà che un solo gregge ed un unico Pastore. » Il dotto Cornelio aggiunge che « essendo questo sentimento l’opinione più diffusa e più probabile: communis ed probabilis … non ha nulla in comune con l’errore dei millenaristi. » Noi insistiamo su questo punto di dottrina perché, secondo noi, è la chiave di diversi riti importanti della liturgia della Messa, in ciascuna di queste età, Gesù e la sua Chiesa contano numerosi fedeli figli della luce, infiammati dalla fede e brucianti di amore, GESÙ-CRISTO, GESÙ-CRISTO crocifisso, è in mezzo, come sempre, perché Egli è la « luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo, » e che è da Lui che tutti gli eletti di tutti i tempi ricevono la luce della vita. Nelle Messe basse, ci devono essere dunque due ceri accesi sull’altare; nei giorni di festa i Vescovi hanno il privilegio di averne altri, nelle Grandi Messe, per qualunque solennità, ce ne voglio sei e sei soltanto, per i motivo che stiamo dicendovi. Questa è la regola. Nelle solennità è permesso accendere intorno all’altare delle girandole di luci: questo conferisce agli Uffici maggiore pompa e splendore, ma questa illuminazione è estranea alla liturgia, cioè alle regole del culto divino; esse non fanno parte della illuminazione simbolica dell’altare, e non si devono porre sull’altare queste luci non liturgiche. Queste poi, devono essere tutte di pura cera, non di stearina, come tutte le luci liturgiche; è la decisione formale della Santa congregazione dei Riti (7 sett. 1850 e 24 maggio 1861). Nella Gran Messa Pontificale, cioè nella Messa solenne celebrate dal Vescovo o dal Papa, si accende un settimo cero dietro al Crocifisso o, se non sia possibile, dal lato del Vangelo: questo settimo cero rappresenta allo stesso tempo, e la pienezza del Sacerdozio, e la pienezza dei Doni dello Spirito Santo che possiede il Vescovo; ed anche la gloria degli Eletti che nel giorno settimo della settimana, nella settima era del mondo, resusciteranno per trionfare con GESÙ-CRISTO e per regnare eternamente con Lui. Così come il cero pasquale simbolizza Gesù resuscitato, anche il cero pontificale rappresenta la Chiesa resuscitata, o per meglio dire, Gesù resuscitato con tutti i suoi membri, regnante eternamente con quelli della terra e quelli del cielo. – Auguriamo a tutti di essere così fedeli alla grazia del nostro Battesimo, così come questi bei ceri, bianchi e puri siano l’immagine della nostra vita. Ma ahimè, tra i battezzati ci sono dei poveri ceri spenti! – Io ho conosciuto un curato così negligente che talvolta non si dava la pena di accendere nemmeno un cero durante la celebrazione della Messa. Ad una persona pia che l’aveva notato, avendogli espresso la sua meraviglia, rispose con serenità: « Non avevo l’accendino sottomano. » Sfortunatamente!

V

I ceri e l’altare in un altro senso più profondo e più mistico.

La liturgia è per eccellenza una scienza mistica; questo non vuol dire una scienza di immaginazione o di fantasia, bensì una scienza piena di misteri, la scienza dei misteri della fede. Misteri, mistica: queste due parole sono correlate; ed è unicamente il disprezzo dell’incredulità voltairiana per i santissimi Misteri della fede che è giunta a falsare in un gran numero di spiriti, per non dire in tutti, il vero senso di questa grande parola della lingua cristiana: mistica. La scienza mistica è l’anima della teologia, la linfa della vera pietà cristiana e sacerdotale, la più reale, la più profonda, la più divina di tutte le scienze. La liturgia, e soprattutto la liturgia della Messa è essenzialmente mistica, perché essa esprime il Mistero dei misteri, cioè il Mistero universale del Cristo, dei suoi Angeli e dei suoi eletti. Oltre al significato mistico delle luci, dell’altare, relativo agli Eletti e che abbiamo esposto nel capitolo precedente, ce n’è un altro ancora più profondo, più segreto, più mistico, più celeste. Esso è relativo agli Angeli, e che tra l’altro non concerne che gli Eletti. Esso ce li fa contemplare gli uni e gli altri nella gloria del cielo, nella luce di GESÙ-CRISTO, ove gli Angeli ed i Santi saranno eternamente uniti in uno stesso amore, in una stessa adorazione, perfetta, deifica, ineffabile. Essa appartiene a questo simbolismo apostolico al quale fa spesso allusione San Dionigi l’Aeropagita nel suo libro della “Gerarchia celeste ed ecclesiastica” ed in una delle sue Epistole.La luce è una creatura misteriosa, la più perfetta, la più sublime di tutte. Essa simbolizza per noi il mondo celeste, che è tutto luce nel Signore; essa simbolizza GESÙ-CRISTO, Re del cielo; essa simbolizza anche gli Angeli, irradiazione celeste e vivente di GESÙ. La luce è, nell’ordine dei sensi, come una copertura della terra sui cieli. La Scrittura ed i Padri sono pieni di questo pensiero. I ceri accesi per il Santo Sacrificio significano dunque, esprimendo e rendendo per così dire presenti gli Angeli che assistono allo straordinario sacrificio di Colui che è il loro ed il nostro Signore. La lampada che contiene la sostanza dell’olio, rappresenta più sensibilmente la Chiesa della terra, sempre presente, che adora quaggiù GESÙ-CRISTO, per mezzo di quest’olio che produce la terra, ma che si illumina e brucia di un fuoco tutto celeste. Il cero, al contrario, che producono le api e che esse raccolgono sui fiori; la cera purificata e vergine, è una sostanza superiore, più in rapporto con la perfezione degli Eletti, e degli Angeli, con la luce celeste degli Angeli. Ecco perché la luce dell’altare consiste nei ceri e non nelle lampade d’olio. – E non si pensi che tutto ciò sia arbitrario, la Scrittura Sacra chiama gli Angeli: luce e fuoco; tra gli altri, questo passaggio del salmo, ripetuto da San Paolo (Psal. CIII; ad Hebr. I): « Qui facit Angelos suos spiritus ed ministros suos flammam ignis » e la tradizione antica li chiama spesso « lumina, sacra lumina, lumi. » Al secondo capitolo dell’Apocalisse, San Giovanni vede sette candelabri accesi  (Vidi septem candelabra aurea: et in medio septem candelabrorum aureorum, similem Filio hominis. – II, 12 et 13.), e gli viene detto che queste sette luci sono sia i sette Angeli o Spiriti che stanno davanti al trono del Signore, sia i Vescovi delle sette Chiese dell’Asia Minore che l’Apostolo governava più direttamente. I Vescovi, in effetti, sono gli Angeli della loro Chiesa, e devono essere, quanto allo spirito che le anima, una sola ed una stessa cosa con gli Angeli custodi delle loro diocesi. GESÙ-CRISTO apparve a San Giovanni in mezzo a sette lumi, a questi sette Spiriti. Da qui l’uso antichissimo di accendere sette ceri sull’altare, quando è il Vescovo che deve celebrare pontificalmente; perché allora la perfetta santità del Vescovo deve pienamente manifestare Nostro-Signore, Re degli Angeli, Sommo eterno Sacerdote, adorato dagli Angeli. I sette ceri significano certamente questi sette grandi Arcangeli, questi sette Spiriti principali che, al dire di uno di essi, l’Arcangelo Raffaele, « … stanno davanti al Signore ». I sei ceri che si accendono nelle Messe solenni ordinarie, si ricollegano a questo stesso mistero, secondo la profezia del Profeta Ezechiele, ove dei personaggi misteriosi appaiono intorno ad un settimo, che aveva le somiglianze di un uomo. Quest’uomo era vestito di una bianca tunica di lino e attraversava la città, segnando sulla fronte tutti i suoi eletti. Il Pastore Harmas vede in quest’uomo il Principe, il Signore dei sei Angeli. È GESÙ, l’Angelo del gran Consiglio, l’Angelo dell’alleanza, Angelus Testamenti, come dice la Scrittura, l’Angelo degli Angeli, Angelus Angelorum, come dice S. Agostino. Quando il Vescovo celebra solennemente, quest’uomo, questo Principe, questo Angelo di DIO appare nella luce del settimo cero, per significare che il Vescovo debba essere la luce di tutta la sua Chiesa. – Quanto ai due ceri che devono sempre bruciare sull’altare alla Messa del Sacerdote semplice, a destra e a sinistra del Crocifisso, essi rappresentano senza dubbio alcuno i primi due grandi Arcangeli Serafini che si tengono ai lati del Cristo, secondo l’ordine del Signore; Mosè li aveva fatti rappresentare nel Santo dei Santi, ai due lati del Propiziatorio, ed il Profeta Isaia, rapito in spirito, li aveva contemplati in adorazione davanti al Signore stesso che per amor nostro si è incarnato ed è morto sulla croce; egli li aveva sentiti cantare nel cielo: « Sanctus, sanctus, sanctus, Dominus Deus Sabaoth. » Il primo, l’Angelo della destra e dell’onnipotenza del Signore, è l’Arcangelo Michele, simbolizzato dal cero di destra; il secondo, l’Angelo dell’Incarnazione e della misericordia, l’Angelo della Vergine Santa, è l’Arcangelo Gabriele, rappresentato dal cero del lato sinistro; il lato sinistro è il lato del cuore, e l’Incarnazione è ancor più l’opera dell’amore, che l’opera dell’onnipotenza del Signore. Tale è in sintesi il significato più intimo, e nello stesso tempo il più elevato, dei ceri del nostro altare. Essi simbolizzano intorno a GESÙ eucaristico, la Chiesa gloriosa degli Eletti e degli Angeli. Da questo si giudichi l’importanza e la santità delle prescrizioni liturgiche sul soggetto dei lumi del Santo Sacrificio!

VI

I teli e gli ornamenti dell’altare.

Se non ci sono tre teli bianchi di filo o di lino sull’altare, è proibito dir Messa. Questi teli, che devono essere mantenuti sempre in uno stato di perfetta conservazione, coprono interamente dapprima la parte superiore dell’Altare, poi il lato destro ed il lato sinistro. Quello superiore almeno, deve pendere dai due lati, fino in basso. La parte anteriore dell’altare deve essere ugualmente coperto da un tendaggio o drappo dello stesso colore degli ornamenti del Sacerdote; se a Messa si dice in bianco esso deve essere bianco; se la Messa si dice in rosso, nero, deve essere rosso, nero, etc. in modo tale che l’altare stesso sia interamente coperto e velato agli sguardi (Si tollera una eccezione in favore degli altari preziosamente lavorati e che sono verosimilmente un oggetto d’arte. Lo stesso è per il tabernacolo che, salvo casi eccezionali, deve essere coperto e come avvolto da un velo bianco, – o del colore del giorno – segno della presenza del Santo Sacramento nel Tabernacolo. Ma vi ritorneremo più avanti). Così è Nostro-Signore che non possiamo più vedere, dopo che è risalito in cielo. I tre teli bianchi che coprono l’Altare, raffigurano le tre gerarchie celesti dei santi Angeli che l’adorano con tanto amore; ed i drappi che coprono il resto dell’altare significano i Santi, ed in particolare il Santo o la Santa in onore del quale si celebra la Messa. Gli Angeli ed i Santi sono, in effetti, come il bel vestito di Nostro Signore GESÙ-CRISTO. Noi siamo nei nostri vestiti, ci viviamo, ci muoviamo in essi; allo stesso modo il Figlio di DIO abita e vive nei suoi Santi; Egli parla con essi; fa con essi ed in essi le sue mirabili opere di carità e di santità; riempie il loro spirito ed il loro cuore; i Santi prendono, per così dire, tutte le sue forme e tutti i suoi sentimenti, tutte le sue virtù. – I nostri vestiti ci riscaldano e ci difendono; con l’ardore del loro amore, i Santi consolano GESÙ per la freddezza di tanti ingrati e tanti indifferenti; e con le meraviglie della loro vita, manifestano splendidamente agli occhi del mondo intero, l’onnipotenza della grazia di GESÙ che fa loro compiere sì grandi opere e praticare virtù sì eroiche. Nel cielo, i Santi sono il vestito di gloria del Re di gloria, dopo essere stati sulla terra, e il vestito di grazia dei Re della grazia. I santi Angeli pure, sono nel cielo i ministri, i servi di GESÙ-CRISTO, ed il loro magnifico vestito. Se Nostro Signore è ammirabile nei suoi Santi, come annuncia la Scrittura, non è meno ammirabile nei suoi Angeli. Ecco perché nell’Altare, in ogni ora, gli Angeli ed i Santi del cielo adorano GESÙ eucaristico faccia a faccia e senza velo, mentre adorandolo noi sotto i veli dell’Eucaristia, ecco che, io dico, l’altare della Messa è ricoperto da teli e drappi. I colori di questi drappi come quelli dei paramenti sacerdotali, variano a seconda delle feste. Il colore bianco, che è il colore perfetto, il colore dell’innocenza e della gloria, è comandato dalla Chiesa per tutte le feste di Nostro Signore (salvo quelle della Passione), per tutte le feste della Santa Vergine, degli Angeli e dei Santi non martiri. Il colore rosso, colore del sangue e del fuoco, è utilizzato per celebrare le feste della Passione, quelle dello Spirito-Santo e quelle dei Martiri. Il verde, colore della speranza, è impiegato per tutte le ferie e Domeniche dell’anno, fuori dal tempo dell’Avvento, del Tempo di Natale, della Quaresima e dei tempi pasquali. Il violetto è colore della penitenza; la Chiesa lo impiega nei suoi uffici delle domeniche dell’Avvento e della Quaresima, alle Rogazioni e in Quatempora. Infine il colore nero della morte e della tomba, è riservato alle Messe dei morti a agli uffici delle Tenebre.

VII

Il Sacerdote che sta per celebrare la Messa.

Il Sacrificio della Messa è un solo e medesimo Sacrificio di quello della Croce, ed è diversa solo la forma esteriore: sulla Croce questa forma era cruenta; sull’altare è incruenta; « Il Sacrificio della Croce non differisce dal Sacrificio dell’altare, dice il Concilio di Trento, se non per la forma, sola offerendi ratione diversa ». Lo stesso è per il Prete che offre il Sacrificio: il Sacerdote, al Calvario come all’altare è  GESÙ-CRISTO, allo stesso tempo è Sacrificatore e vittima. È Lui che si offriva e si offre ancora in Sacrificio a gloria di Dio, suo Padre, e per la salvezza del mondo intero. Soltanto, all’altare si vela sotto l’aspetto dei suoi Sacerdoti, alfine di offrire attraverso le loro mani il suo Sacrificio divino. GESÙ e il Prete hanno un solo e medesimo sacerdozio:  GESÙ, Sacerdote eterno, comunica il suo Sacerdozio ai suoi Sacerdoti per mezzo del Sacramento dell’Ordine, ed il Sacerdote non ha altro Sacerdozio che quello di  GESÙ-CRISTO. Ecco perché i Sacerdoti, ed essi soli, possono offrire il Santo Sacrificio. – Il Sacerdote che sta per celebrare la Messa, deve prepararsi come meglio può; sarebbe superfluo insistere su questo punto. Se ci si prepara con cura ad un’udienza del Papa, o anche di un imperatore o di un re, cosa non si farà quando si tratta di salire all’altare del DIO vivente e di comparire, come Mosè sul Sinai, alla santa presenza del Re dei cieli, di cui il Papa non è che il Vicario, e da cui tutti i grandi della terra non fanno che derivare la loro maestà. La preparazione alla Messa è innanzitutto una preparazione di coscienza e di cuore, con la contrizione per i pur minimi peccati, mediante una unione molto intima ed ardente con GESÙ, il Sacerdote dei Sacerdoti, il Santo dei Santi, interiormente presente nel Sacerdote, nel voler trovare in lui uno strumento purissimo e fedelissimo del suo divino Sacerdozio; infine e soprattutto una fede viva, profonda, attuale, al mistero dell’Eucaristia, e con un amore sereno e fervente verso l’adorabile Signore  GESÙ. La buona preparazione alla Messa è il gran mezzo per evitare la routine e, da questa la negligenza, la tiepidezza e la divagazione dello spirito all’altare. Il Sacerdote che abitualmente trascura di prepararsi bene prima di salire all’altare, esporrebbe certamente la sua santificazione, per non dire la sua salvezza. Se si può dire in tutta verità: « a tal Messa, tale giorno! » si può pure dire:  « Tale preparazione, tal Messa! » Questa è dunque una cosa seria. la migliore di tutte le preparazioni: una buona preghiera, una preghiera di un’ora, di tre quarti d’ora o almeno di mezz’ora. San Vincenzo dei Paoli diceva un giorno ad un giovane Prete della Missione, che gli domandava una direzione per perseverare nel fervore: « Amico mio, tutto dipende dall’ora del vostro sonno.  » E siccome il giovane missionario sembrava sorpreso, aggiunse: « Senza dubbio, vedete: se vi addormentate ad un’ora fissa, potrete facilmente svegliarvi ad un’ora fissa di buon ora; se vi alzate così, potrete fare la vostra orazione ogni giorno; ora, dalla vostra preghiera dipenderà la celebrazione santa della Messa; e tutta la vita di un Sacerdote dipende dalla maniera in cui dice la Messa. Dunque, figlio mio, avevo ragione di dirvi che la vostra perseveranza e la vostra salvezza dipendono dall’ora del vostro addormentarvi. » Questo consiglio vale come l’oro. Quanta negligenza su questo punto! Non ho visto a volte un buon curato di campagna, entrando nella sua chiesa, contentarsi, come preparazione, di un povero Pater recitato in piedi, ai piedi dell’altare, toccando terra solo con il ginocchio e l’altro per aria per poter cominciare più presto? Quattro minuti prima ancora si faceva la barba a guisa di orazione; in sacrestia imprecava e spingeva; la sua Messa durava venti minuti, e questa era coronata da un’azione di grazie estatica, degna della preparazione, uno stesso Pater sacramentale, recitato in gran parte sullo stesso ginocchio. O misero, o misero! E questo curato era un bravo uomo, molto fondato nelle sue abitudini, studioso, buono per la povera gente. Quanto ai Preti che confessano molto è certo, e l’esperienza lo dimostra ogni giorno, che questo ministero santifica e non lo distoglie affatto dallo spirito interiore, dalla pietà, dal raccoglimento, che sono la vera preparazione alla celebrazione dei santi Misteri. Tuttavia, perché le confessioni li preparano così a salire all’altare, bisogna che siano ascoltate santamente e che il confessore abbia cura di restare unito a Gesù, Salvatore, che molto ama le anime. L’amore prepara all’amore; il santo tribunale al santo altare. È proibito dalla Sacra Congregazione dei Riti, organo ufficiale del Sovrano Pontefice per tuto ciò che riguarda il culto divino, dire Messa senza essere vestito di sottana. Una volta, all’altare sotterraneo della Confessione di San Pietro, a Roma, ho visto un prete francese che aveva mancato a questa regola e che aveva indossato l’alba sopra la sottanella; egli era molto grosso, l’alba molto corta; si vedevano uscire di là, delle lunghe gambe magre che somigliavano a  due trampoli. Era il colmo del ridicolo e, malgrado la santità del luogo, né io, né alcuni altri, potemmo astenerci dal sorridere. Notiamo di passaggio che le sottane a coda sono vietate ai semplici Sacerdoti, sia curati, Arcipreti, gran Vicari. La Congregazione dei riti lo ha formalmente decretato. La coda della sottana è un segno prelatizio, esclusivamente riservato ai Prelati, ai Vescovi ed ai Cardinali. Allora nulla è più strano che questa coda eterodossa che spazza la polvere, e talvolta anche gli sputi. « La coda suppone il caudato, come la proprietà suppone il proprietario, » dice un proverbio liturgico: « Cauda clamat caudatario, sicut res clamat domino. » Onde evitare questo spazzare, buon numero di preti francesi (perché questa pia coda non si vede che da loro) hanno un’abitudine singolarmente maestosa: dalla sagrestia all’altare, e dall’altare alla sagrestia, essi camminano pieni di modestia e di gravità, tenendo nella mano sinistra il calice, mentre la destra tiene rispettosamente la coda tre volte santa. Se questo rito non è segnato nella rubrica, esso non è che “più bello” e più toccante. È proibito ai semplici Preti, ed anche ai Prelati che non siano Vescovi, di conservare la loro berretta durante la Messa. I Vescovi possono tenerla fino al Sanctus, e riprenderla dopo la Comunione. Infine, per salire all’altare, bisogna avere delle scarpe convenienti e soprattutto delle scarpe appropriate. Mi sono state riferite inconcepibili negligenze al riguardo, perfino scarpe colorate, come se fossero all’angolo del loro focolare; un altro giungeva a salire all’altare con gli zoccoli!