I SANTI MISTERI (4)

G. De SEGUR: I SANTI MISTERI (4)

[Opere di Mgr. G. De Ségur, Tomo X, 3a Ed. – LIBRAIRIE SAINT- JOSEPH TOLRA, LIBRAIRE-ÉDITEUR, 112, RUE DE RENNES, 112 – 1887 PARIS, impr.]

XIII

Perché il Sacerdote saluta sette volte il popolo dei fedeli durante la Messa.

Il Sacerdote dice per sette volte, durante la Messa, rivolgendosi al popolo: « Dominus vobiscum », vale a dire: “Che il Signore sia con voi!” Ed i fedeli, per bocca del servente Messa, gli rispondono: « Et cum spiritu tuo, cioè: e con il vostro spirito. » – Questi saluti del celebrante fanno parte di questi riti apostolici, pieni di misteri ed ispirati alla Scrittura. Il Sacerdote deve dirli o cantarli intimamente unito al Re del cielo,  GESÙ-CRISTO, e ai santi Angeli, principalmente ai sette grandi Arcangeli che stanno davanti al trono del Signore. Tutte le volte che nel nome del Sacerdote eterno GESÙ-CRISTO, il Sacerdote deve pregare in un unico e medesimo spirito con il popolo, egli rinnova l’unione che lo Spirito Santo ha stabilito tra il popolo fedele e lui; e questa unione è in GESÙ-CRISTO, solo che deve ravvivarsi incessantemente. Ecco perché prima del Dominus vobiscum, egli bacia ordinariamente il santo altare e si unisce più ardentemente al Cristo celeste, simbolizzato dall’altare. Aspirando così allo spirito di GESÙ, e sempre in società con gli Angeli, egli si volge verso il popolo, stende le mani verso di esso e lo saluta con le medesime parole con cui l’Arcangelo Gabriele salutò la Santa-Vergine. Ciò che Gabriele fece per la Vergine Maria, il Sacerdote lo fa per la Chiesa: egli è per essa l’organo, il canale del Santo Spirito, ed effonde su ciascuno dei fedeli lo spirito di Cristo: egli dà loro spiritualmente GESÙ-CRISTO, il Signore stesso. Rispetto alla Chiesa, che egli santifica con il suo saluto, il Sacerdote è come il sole di grazia che invia lo splendore dei suoi raggi in un puro specchio: ricevendoli, lo specchio li riflette e li rimanda al sole. Così fa il Sacerdote, dando alla Chiesa GESÙ-CRISTO nello Spirito-Santo, ricevendolo da questa stessa Chiesa che glielo rende, nel conservarlo con amore. Nel rispondere al Sacerdote: “et cum spiritu tuo”, la Chiesa si unisce a lui in GESÙ-CRISTO e nello Spirito-Santo; e così che, non facendo che uno, il Sacerdote ed i fedeli pregano insieme il Padre celeste, nel nome di GESÙ-CRISTO ed in GESÙ-CRISTO. – I sette Dominus vobiscum della Messa, sembrano ancora significare i sette Doni dello Spirito-Santo effusi da GESÙ-CRISTO, dal Sacerdote eterno di DIO, su tutti coloro che credono e sperano in Lui, dall’inizio fino alla fine del mondo. 1° Il primo, che si dice ai piedi dell’altare, dopo la confessione pubblica dei peccati, esprime ed effonde sugli astanti, il dono del Timore, con il quale lo Spirito-Santo ci conferma nell’orrore del peccato e nei sentimenti di penitenza di GESÙ-CRISTO. È questo spirito di timore religioso che deve riempire il cuore del Sacerdote così come quello degli astanti, nel momento in cui comincia il divin Sacrificio. 2° Il secondo Dominus vobiscum di dice dopo il Gloria e corona, per così dire, questo sublime inno. Esso esprime ed effonde il Dono della Pietà filiale che dal cuore di GESÙ si spande nei cuori di tutti i suoi fedeli. Tutti coloro che sono di GESÙ-CRISTO, Angeli o uomini, sono i figli di DIO; essi devono, come GESÙ e CON GESÙ, amare il loro Padre celeste con amore filiale con un amore in cui la fiducia e la tenerezza di uniscono al rispetto più profondo. Tutti, cioè tutti gli eletti delle sei ere del mondo che si ricordano nel Gloria, avranno così amato il buon DIO. È così che pure noi dobbiamo amarlo, riverirlo, servirlo ed è in questo spirito di pietà che il Sacerdote, a nome della fedele assemblea, reciterà le preghiere chiamate Collectes.  3° Il terzo Dominus vobiscum si dice all’Evangelo. Esso esprime il terzo Dono dello Spirito Santo, il Dono della Scienza. Il Dono della scienza è quello che ci scopre le cose della grazia sotto la corteccia delle cose della natura, e che così eleva i nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre affezioni naturali per renderle soprannaturali, cioè cristiane. Il Vangelo che è la recita abbreviata delle azioni e delle parole di GESÙ-CRISTO, è la luce che ci rivela questa scienza divina; è per questo che la Chiesa, mediante l’organo del Sacerdote, richiede il Dono della scienza a tutti i Cristiani prima della recita o del canto dell’Evangelo. – 4° Il quarto Dominus vobiscum, corona il Credo e dà inizio all’offertorio. Esso esprime e diffonde il Dono della Fortezza, che GESÙ, con il suo divino Sacrificio e con i meriti della sua immolazione dà alla sua Chiesa, ai suoi Sacerdoti, a tutti i Cristiani. Esso è ben disposto dopo il Credo, essendo indispensabile la forza soprannaturale indispensabile a tutti per confessare la fede ed entrare nello spirito del Sacrificio che inizia, propriamente parlando, all’Offertorio. – 5° Il quinto saluto del Sacerdote vien dato all’inizio del Prefazio, preghiera solenne, tutta celeste, che apre quel che si chiama il Canone della Messa. Come preparazione immediata a riconoscere ed adorare  GESÙ-CRISTO, con i santi Angeli, sotto le apparenze del pane e del vino, la Chiesa ed il suo ministro chiedono per tutti i fedeli assistenti il Dono del Consiglio, che ci fa discernere, alla luce della fede, ciò che è di DIO, e ciò che non è da Lui, le impressioni della grazia e le illusioni del demonio. 6° Il Dono dell’Intelletto è invocato per i fedeli e significato dal sesto Dominus vobiscum, che il Sacerdote dice dopo la Comunione. Questo Dono eccellente ci fa penetrare fin nell’intimo del Mistero dei misteri, che non è altro che la Persona stessa del Verbo incarnato, presente al Sacramento dell’Eucaristia, Pan degli Angeli, vita e nutrimento delle nostre anime. Nella Comunione viene Egli stesso a noi, nella nostra carne mortale, alfine di farci dimorare più pienamente in Lui; in questo momento, più che in ogni altro, la Chiesa chiede per i suoi figli di ben comprendere l’inestimabile tesoro che ha loro portato il Battesimo e l’Eucaristia: la fede e l’amore. – 7° Infine il settimo Dominus vobiscum si dice alla fine del Santo Sacrificio prima dell’ultima benedizione: esso significa il Dono della Sapienza, il più sublime dei sette Doni dello Spirito-Santo, quello che ci fa gustare, nella contemplazione della pura luce di GESÙ e nell’unione intima di un purissimo amore, quanto il Signore sia dolce, quanto GESÙ ci ami; quello che ci fa comprendere con il cuore e l’esperienza quello che il Dono dell’Intelletto rivela al nostro spirito. È il dono della contemplazione e del puro amore per GESÙ-CRISTO, il più eccellente di tutti i frutti della grazia e della santa Comunione. Questa richiesta sì dolce è posta alla fine della Messa, come per indurre i fedeli a ritenerlo il più possibile. Tale è il senso, o almeno uno dei sensi di questi saluti ripetuti sette volte nel corso della Messa. Il Sacerdote, invero, dice un’ottava volta il Dominus vobiscum, dopo la benedizione e prima di recitare l’ultimo Vangelo; ma questo non fa parte, propriamente parlando, della Messa, la cui chiusura solenne è la benedizione del Sacerdote. Altra volta il celebrante diceva a bassa voce questa preghiera lasciando l’altare e tornando in sacrestia. È quanto si fa ancora alla Messa Solenne Pontificale. Il senso di questo ottavo Dominus vobiscum, che nella Messa Solenne Pontificale almeno, si indirizza direttamente al Diacono o al Suddiacono, esprime la beatitudine eterna di cui godono, con GESÙ-CRISTO e per GESÙ-CRISTO, tutti gli Angeli e tutti gli Eletti, tutti i fedeli dell’antica e della nuova Alleanza, rappresentati dal Suddiacono e dal Diacono quando il gran Sacrificio sarà terminato, e quando il tempo avrà fatto posto all’eternità. Il numero otto è il numero dell’ottava beatitudine, coronamento della grazia, che esprime specialmente il numero sette. Nei numeri c’è tutto un ordine di misteri, cioè di verità nascoste; la tradizione è unanime nell’attestarlo, e non vi è che la leggerezza superficiale dell’ignoranza che si permette di burlarsi di queste misteriose disposizioni della Provvidenza.

XIV

Cosa significano le Orazioni, l’Epistola ed il Vangelo.

Questa parte della Messa è destinata a ricordare agli astanti due grandi verità generali, che determineranno ciò che si può chiamare la seconda parte della preparazione al Santo Sacrificio. La prima è che Nostro Signore è nell’Antica Alleanza con nella Nuova, il principio di vita, di salvezza e di santità di tutti i servi di DIO; ancora Egli è la fonte della loro preghiera e della loro Religione. È quel che esprime il Sacerdote adorando e lodando DIO, ringraziandolo, supplicandolo « Per Nostro Signore GESÙ-CRISTO, » nelle orazioni solenni chiamate Collette e recitate o cantate dal lato dell’Epistola. Così pregavano già i Patriarchi, i Profeti ed i fedeli della Legge antica, in nome di Colui che doveva venire e con cui lo Spirito li riempiva e li santificava in abbondanza. Sull’altare in effetti, dal lato dell’Epistola, il lato sinistro, rappresenta l’antica Alleanza; vi si leggono i Profeti non meno che le Epistole. È con esse che il Sacerdote inizia da questo lato, per passare poi di là al lato destro, all’Evangelo. Ed è la seconda verità espressa a questo punto della Messa: il passaggio dall’antica Alleanza alla nuova, la Legge evangelica che succede alla Legge di Mosè, dei Patriarchi, dei Profeti. Passando dal lato dell’Epistola a quello dell’Evangelo, il Sacerdote alza gli occhi verso il Crocifisso, poi si inchina profondamente per recitare due belle preghiere preparatorie: questo rito rappresenta l’annientamento della Redenzione, a cui ha degnato di sottomettersi il DIO dei Patriarchi e dei Profeti, degli Apostoli e dei Martiri, quando purificò la Chiesa con il suo sangue e la acquisì così come sua Sposa. GESÙ-CRISTO è il DIO, il Salvatore dell’una e dell’altra Alleanza; è Lui, Verbo o parola di DIO, che ha parlato ad Adamo ed ai Patriarchi, ha dettato la legge di Mosè, ha salvato il suo popolo, ha inviato il suo Spirito a tutti i Profeti; è Lui che ha ugualmente inviato ed ispirato gli Apostoli, fondato la sua santa Chiesa, con la quale resta tutti i giorni fino alla fine dei secoli. Così, alla Messa solenne è il Suddiacono il rappresentante della Legge antica, che legge in basso all’altare le Profezie, o le Epistole; mentre il Diacono solo, rappresentante della Legge nuova, canta solennemente il Vangelo, dall’altro lato. Il Suddiacono gli regge il libro dei Vangeli, senza poterlo leggere; come l’antica Alleanza che non era che il piedistallo della nuova, e che non penetrava i Misteri ed i tesori di grazia che portava nel suo seno. –  Durante la recita o il canto del Vangelo si sta in piedi. Questo canto liturgico è molto bello; esso è obbligatorio ed il Sacerdote, o il diacono, non deve permettersi di cambiare volontariamente alcuna nota. Nei tempi della fede, nel Medio Evo, tutti i cavalieri dovevano sfoderare la loro spada all’inizio del canto del Vangelo, per manifestare la loro ferma volontà di difendere la fede e la Chiesa a prezzo anche della loro vita, e dare così la loro vigilanza a GESÙ-CRISTO, loro Maestro sovrano e loro grande Re; a GESÙ, Re dei re, Signore dei signori, al quale tutte lo potenze della terra devono obbedienza, devozione, servizio ed amore.   

XV

Le mani distese del Sacerdote durante le orazioni.

A proposito delle Orazioni, sottolineiamo qui un dettaglio liturgico che mostra quanto sia grande, anche nelle cose più piccole, il Culto cattolico. Il Sacerdote, figura di Nostro Signore, recita o canta le preghiere con le braccia aperte e le mani stese rivolte l’una contro l’altra. Questo rito esprime nuovamente quel che noi dicevamo appunto ora: l’unione delle due Alleanze nella persona di GESÙ-CRISTO! La mano destra del Sacerdote dignifica la Legge nuova, più potente, più perfetta dell’altra; la mano sinistra significa la Legge antica. Entrambe erano sante: le due mani del Sacerdote sono consacrate dal Vescovo. GESÙ è « tutto in ogni cosa, » diceva San Paolo; nelle cerimonie della Messa, più che altrove, questa grande verità trova la sua realizzazione. Là ancora come per i ceri, come per il cerimoniale del Gloria in excelsis, il Culto angelico è significato congiuntamente con il Culto della Chiesa sulla terra; e le due mani del Sacerdote levate, sante, rivolte l’una verso l’altra alla destra ed alla sinistra del ministro di GESÙ-CRISTO, sembrano significare la Religione e l’adorazione degli Angeli, principalmente di San Michele e San Gabriele, che riassumono in essi tutta la grazia del mondo angelico. Esse non devono mai levarsi più in alto delle spalle; e così, il capo, la testa del Celebrante, le domina sempre: in effetti, GESÙ, il Capo ed il Re degli Angeli, è al di sopra di tutti gli Angeli, così come è al di sopra di tutti gli uomini, di tutti gli Eletti; excelsior cœlis factus, dice San Paolo. Queste due mani ricordano i due Cherubini dell’arca, adoranti, con i Santi di Israele, il DIO  d’Israele, il Santo dei Santi, Colui che doveva venire. L’elevazione delle mani del Sacerdote, durante le Collette e le altre preghiere della Messa, ricorda infine che le preghiere della Chiesa della terra, si elevano fino al trono di DIO, portate « dal ministero degli Angeli, nostri fratelli in cielo, nostri amici e nostri servitori. » [Quando orabas cum lacrymis … ego (Rapaël) obtuli orationem tuam Domino (Tob. XII) – … et Angelus venit, et stetit ante altare. Habens thuribulum aureum: et data sunt illi incensa multa, ut daret de orationibus sanctorum de manu Angeli coram DEO – Apoc. VIII]. L’uso di tenere le braccia e le mani stese durante le preghiere della Messa, risale alla culla stessa della Chiesa. Sull’altare, in particolare, esso richiama il mistero della Croce, il divino Sacrificio che perpetua l’Eucaristia e che è, nella Chiesa, il centro, la fonte, il sole della Religione e della preghiera. Così pregò sulla Croce l’adorabile Redentore. Così pregavano i martiri nelle catacombe, con le braccia stese a forma di croce, le mani levate verso il cielo; così pregavano gli Apostoli; così pregava la Vergine Santissima e Nostro Signore stesso durante la sua vita mortale, come lo attestano gli affreschi cristiani dei primi tre secoli, recentemente scoperti nelle catacombe di Roma. Così pregavano i Profeti ed in particolare il più grande dei Profeti, il santissimo Mosè, quando salì sulla montagna (figura degli altari) e attirava la grazia e la vittoria su Israele che combatteva nella pianura. Più recentemente ancora di Mosè, il Sacerdote è, in GESÙ ed con GESÙ, il mediatore di DIO e degli uomini. La Liturgia cattolica ha conservato religiosamente questo costume; e la famiglia francescana, così profondamente evangelica ed apostolica, la pratica abitualmente anche al di fuori degli Offici liturgici. Nell’Antico Testamento, l’uso di pregare con le braccia in forma di croce, era abituale. Era una figura profetica dei misteri della Redenzione. 

XVI

La predica

Alla Messa solenne, si interrompono per un momento le preghiere liturgiche, dopo il canto dell’Evangelo, ed il Curato (o uno dei suoi vicari), sale sul pulpito, e là fa alcuni annunci che interessano il popolo dei fedeli; egli recita le preghiere e le pubbliche raccomandazioni ordinate dal Vescovo, legge ad alta voce il Vangelo del giorno in lingua volgare e termina le preci dal pulpito con una istruzione familiare chiamata “omelia”. Omelia viene da una parola greca che vuol dire conversazione. L’omelia deve essere innanzitutto istruttiva, alla portata di tutti gli uditori. È per eccellenza l’istruzione pastorale. La maggior parte dei Padri della Chiesa ci hanno lasciato al riguardo, dei modelli che non si studieranno mai abbastanza; le loro omelie sono di una semplicità, di una bellezza, di una profondità di dottrina e di una santità meravigliosa. L’omelia è destinata ad unire strettamente il pastore ai suoi agnelli; essa permette regolarmente al Curato di aprire il suo cuore ai suoi parrocchiani, di dar loro degli avvisi e dei consigli paterni, di far loro conoscere e gustare il servizio di DIO, dissipare i pregiudizi dell’ignoranza, eccitare i tiepidi, incoraggiare i buoni. L’omelia è una sorta di gran catechismo di perseveranza, ad uso della parrocchia; essa deve averne la solidità, tutta la semplicità ed il carattere. – Un santo Prete incanutito nei lavori del ministero, mi diceva che un’esperienza di più di trenta anni gli aveva fatto toccare con mano l’importanza straordinaria dell’omelia e del pulpito per la salvezza e la santificazione di una parrocchia. Egli aveva conosciuto diversi Curati che principalmente, se non unicamente con questo mezzo, avevano metamorfizzato le loro parrocchie in quattro o cinque anni; gli uffici abbandonati e negletti erano ora frequentati quasi unanimemente dagli abitanti, l’adorazione del Santissimo-Sacramento era organizzata in modo eccellente, le buone opere erano in onore; il confessionale, prima deserto, era preso d’assedio tutti i sabati e tutte le vigilie delle feste; non passava quasi ogni giorno senza Comunione; la domenica e le feste, la Tavola santa offriva uno spettacolo straordinario, e quasi nessuno mancava alla Pasqua. Oltre al catechismo, egli non vedeva nulla che meritasse maggiormente l’attenzione e tutte le cure del Prete. « Occorre innanzitutto che la predica sia breve, aggiungeva, un quarto d’ora o tutt’al più venti minuti. In venti minuti, si ha il tempo di dire tante cose! » – « Bisogna poi che sia ben preparata, e per questo è bene che vi si metta mano il lunedì, per non essere efficace nella domenica seguente. È meglio non impararla a memoria, affinché la parola sia più viva, semplice, interessante; ma bisogna possedere chiaramente la successione e la Concatenazione delle idee. » Egli era dell’avviso che la dottrina debba apparire quanto più è possibile appoggiata su esempi e posta in rilievo da comparazioni, e che il Sacerdote debba guardarsi dal parla con iracondia, con il pretesto dello zelo. Ogni Sacerdote, per questo solo fatto di essere incaricato delle anime, è capace di fare un’eccellente predica. Questo non vuol dire che ogni prete sia un oratore: no, certo, su mille uomini troverete appena un oratore. Ma la Chiesa, le anime non hanno bisogno di oratori; l’eloquenza che i fedeli attendono dal loro Prete, è l’umile, dolce e santa eloquenza del Vangelo; è una parola convincente e cordiale che espone puramente e semplicemente la verità, che la dimostra con prove facili da capire, che lascia da parte le frasi ad effetto ed i bei periodi e che non si preoccupa se non di una cosa solamente: far del bene alle anime, far conoscere loro Gesù, farlo amare ogni giorno di più, eccitarli al pentimento dei loro peccati ed alla pratica di tutto quello che la Chiesa comanda e consiglia. – Così predicava il buon Curato d’Ars. Certo, egli non aveva un gran talento naturale; ma se non era un oratore, era però un Prete, era un santo, amava il buon DIO, amava ardentemente il Santissimo Sacramento, la Santa Vergine, la Chiesa; egli amava le anime; aveva sete della conversione e della salvezza dei poveri peccatori. Così, quando egli predicava, tutti piangevano, e si convertivano a dozzine, a centinaia. Ecco la vera predicazione sacerdotale; ecco l’omelia, ecco la predica di cui i Cristiani hanno bisogno. – Il Concilio di Trento e la Santa Sede, attribuiscono una tale importanza all’insegnamento regolare della predica, che hanno fatto comporre una regola di predicazione per i Curati, sotto il nome di: Catechismo Romano ai parroci. Questo mirabile libro, riassunto pratico e familiare della Summa di San Tommaso, è come la guida dei Curati nel compimento del gran dovere della predicazione pastorale. I Preti non possono fare a meno di seguirlo, tutto ciò che vi si trova è incredibile: è un tesoro, una miniera inesauribile. La dottrina del Catechismus Romanus ha un’autorità pressoché simile all’autorità degli stessi decreti del Concilio di Trento. – Nella diocesi di Besançon, l’autorità ecclesiastica ordina, da quasi due secoli, a tutti curati di insegnare e spiegare per intero il Catechiamus Romanus al loro gregge, sotto pena di censure incorse “ipso facto”; questo corso di istruzione religioso si fa alla Messa solenne, sotto forma di Catechismo a domande e risposte, e dura circa mezz’ora; tre o quattro bambini intelligenti sono scelti ad hoc, e l’assemblea ascolta sempre con interesse visibile questa sorta di piccola conferenza. Tutti comprendono e nessuno … dorme! Tutti i Curati della diocesi sono tenuti ad istruire così i loro parrocchiani in una Domenica su due. È a questo genere di istruzione religiosa che si attribuisce la solidità del Cristianesimo dei buoni abitanti della Francontea. Come sarebbe desiderabile che questa eccellente uso si diffondesse dappertutto. E seguendo questa regola così cattolica, il Prete ha il vantaggio immenso di non ripetersi e di non stancare i fedeli con il ritorno inevitabile dei luoghi comuni. È sicuro così di presentare sempre delle buone e belle verità, molto utili e pratiche. La negligenza di certi Curati relativamente alla predica della Domenica è veramente inesplicabile. Io ne ho conosciuto uno, molto istruito, gran lavoratore che, per pura negligenza, si è contentato per più di trenta anni di leggere, in modo di omelia, le prediche noiose di Cochin, che egli copiava, tagliava affinché non durassero più di dieci minuti; per trenta anni, ogni anno, leggeva sempre la stessa cosa. Tutti dormivano ed il povero parroco non se ne rendeva ancora conto. Uno dei suoi confratelli, che aveva copiato da lui questa comoda ma disastrosa abitudine, annunciava un giorno con aria eroica ai suoi parrocchiani, che la Domenica successiva avrebbe fatto un « sermone della memoria. » … l’ho sentito con le mie orecchie; fortunatamente ho potuto sfuggire al « sermone della memoria ». Alla predica, come sull’altare, come al confessionale, come in ogni dettaglio del nostro ministero e della nostra vita, il grande ed unico segreto per riuscire, cioè per fare del bene, è quello di essere GESÙ, di parlare come GESÙ, amare come GESÙ, imitare in tutto GESÙ.

XVII

Il Credo.

Dopo il Vangelo e la predica, il Sacerdote torna al centro dell’altare e là, con le mani giunte, recita il Credo. L’unione delle sue mani, così come il posto che occupa davanti alla Croce, tra l’Epistola e l’Evangelo, manifesta nuovamente l’unione di tutti gli Angeli e di tutti gli Eletti, l’unione dei fedeli di tutti i secoli in una sola e medesima fede: la fede in un DIO solo Creatore, Salvatore e Santificatore; in un solo DIO, Padre e Figlio e Spirito-Santo; in un solo Cristo, Signore e Redentore, in una sola Chiesa, santa ed universale; ed infine la fede nella resurrezione della carne e nella vita eterna. Tutto questo è racchiuso nei misteri e nel sacrificio di GESÙ-CRISTO; perché GESÙ-CRISTO solo è « l’autore ed il consumatore della fede, » la luce di tutti i fedeli e di tutti gli Angeli; per Lui solo noi abbiamo accesso presso DIO Padre; » in Lui noi troviamo il Padre, diceva Egli stesso, … Noi siamo uno; colui che vede me, vede il Padre. » Ed anche il Padre non viene a noi che per GESÙ, e in GESÙ, come anche lo Spirito-Santo non ci è dato se non per GESÙ, che è, per così dire, il serbatoio universale in mezzo alle creature. Così la Chiesa ci fa fare la genuflessione ad un certo momento del Credo, nel momento in cui si dice: « E il Verbo si fece carne. » È questo il punto centrale del Simbolo della fede cristiana, il dogma che riassume e illumina ogni altro. E così e con ciò che Essa ci fa terminare il Credo con il segno della Croce che è il segno del mistero dell’Incarnazione e della Redenzione. Secondo gli usi antichi, ogni astante doveva mettersi in piedi durante la recita del Credo non diversamente dal Vangelo, come per attestare lo zelo di ognuno nel camminare ove la fede lo avesse chiamato, o a combattere per essa. Il Dominus vobiscum che segue immediatamente il Credo e comincia l’Offertorio, desidera per i Cristiani, come già abbiamo visto, la forza di praticare la vera fede e di conseguenza, la forza di entrare risolutamente nello spirito del Sacrificio che si appresta, vale a dire nella via di ogni rinuncia, alla sequela di GESÙ-CRISTO, Redentore e Vittima. Nulla di più solenne che l’aspetto di una chiesa, almeno nei Paesi di fede, durante il canto del Credo. Là, tutti sono in piedi, tutti cantano; è mirabile e colpisce! A Notre –Dame di Parigi, alla celebre comunione generale degli uomini che corona le conferenze di Quaresima e della Settimana-Santa, si è tutti come muti, le lacrime salgono agli occhi quando si sentono tre o quattromila Cristiani, che si apprestano tutti a ricevere la Santissima Comunione, cantare come una voce sola ed un cuor solo questo grande Credo Cattolico che risuona sotto le volte delle nostre chiese dall’epoca dei Martiri. Ognuno sa, in effetti, che il Credo della Messa, che non fa che sviluppare su qualche punto il Credo degli Apostoli, sia stato formulato al primo Concilio generale di Nicea, nell’anno 325, qualche ano appena dopo la terribile persecuzione di Diocleziano. La Chiesa non cambia; essa è come la verità; la si può attaccare, la si può odiare, ma mai distruggerla, e neanche alterarla. Un giovane studente mi raccontava che essendo entrato, in un giorno di festa, nella chiesa di San Sulpizio a Parigi, nel momento in cui si cantava il Credo, si era sentito rimescolare fino al fondo delle viscere e s’era messo a piangere. « Io credevo, egli diceva, di essere trasportato in mezzo agli antichi Concili di Nicea o di Efeso, o del Laterano. Era meravigliosamente bello. Io avrei voluto che tutti gli increduli fossero là, vicino a me. » Non si raccomanderà mai abbastanza a tutti i fedeli, uomini, donne, bambini, ricchi e poveri, di cantare con tutto il loro cuore, non solo il Credo, ma tutte le preghiere della Messa Solenne che il popolo può cantare; il Kirye, il Gloria, il Credo, il Sanctus, l’Agnus Dei e la risposta a tutti i Dominus vobiscum. Non si dimentichi che è questo il modo più cattolico, più liturgico di seguire bene la Messa solenne. I cantori non hanno altro compito che sostenere, aiutare e guidare il canto del popolo, essi non sono dei musicisti che tengono un concerto. Così pure è affatto contrario allo spirito della liturgia lasciare i cantori allontanarsi dalla semplicità così maestosa e sì popolare del canto piano romano, per sostituirlo con noiose volute o invenzioni più o meno mondane, più o meno eccentriche. Ci sono dei Curati che proibiscono ai fedeli di cantare: essi sono come dei capitani che proibiscono ai loro soldati di fare il loro esercizio. E cosa ne risulta?! L’ufficio della Chiesa diviene mortalmente noioso e non vi si viene più. Quando si canta non ci si annoia mai in chiesa. – Ora si vanno a cominciare i preparativi immediati del Santo-Sacrificio. Dopo essersi dato ai fedeli come Verità e come Parola di vita, con la lettura dell’Antico e del nuovo Testamento e con la predicazione del Sacerdote, il Verbo di DIO, GESÙ-CRISTO, sta per darsi ad essi sacramentalmente e come pane di vita. – Ai proconsoli che li rimproveravano di violare gli ordini degli imperatori, riunendosi per ascoltare la lettura dei Libri santi ed assistere al Sacrificio, i nostri antichi Martiri rispondevano spesso: « Sì, è vero, noi non teniamo conto di questi editti dei vostri principi; ma noi obbediamo ai precetti degli Apostoli. Essi ci hanno insegnato da parte di DIO, che il Cristiano non può restare Cristiano se non si nutre del Verbo divino sotto le sue due forme, come noi facciamo. » E si lasciavano uccidere piuttosto che abbandonare GESÙ-CRISTO e mancare alle sante assemblee della Chiesa. Sul loro esempio nutriamoci allora, riempiamoci del Verbo, della parola di DIO; e GESÙ-CRISTO, abitando così con la fede nei nostri cuori, avanziamo con timore ed amore verso i Santi Misteri. Raddoppiamo il fervore nella preghiera: il celebrante ci invita dicendo ad alta voce: Oremus. Preghiamo con lui, preghiamo con gli Angeli, preghiamo con il nostro Mediatore celeste,  GESÙ-CRISTO, Sacrificatore e Vittima nel contempo.