UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO VI – “IN GRAVISSIMIS”.

In tempi funestissimi per la Chiesa francese, il S. Padre Pio VI, dà facoltà straordinarie a Vescovi e amministratori di Diocesi, onde concedere dispense, assolvere da censure riservate, in atti vari compiuti in forza di indulti, etc. etc. La situazione per quella Chiesa primogenita era allora particolarmente complicata ed aveva dovuto registrare numerose defezioni, alle quali si voleva rimediare procedendo in tal modo. Oggi siamo in una situazione per certi versi analoga, anche se più grave, perché le defezioni e lo scisma dalla vera Chiesa, sono praticamente totali, vista la adesione, cosciente (Dio non voglia) o meno alla falsa eretica antichiesa dell’uomo, parto distocico della sinagoga di satanasso, operante in modo sempre più violento ed oramai occupante usurpandoli, tutti i posti dell’orbe cattolico, in particolare il colle Vaticano. Quando il vero Pontefice tornerà – liberato per intervento del Cristo (2 Tess. II) dall’oppressione della setta di perdizione che lo tiene occultato ed impedito come all’epoca lo fu l’eroico Pio VI – ad occupare il posto al quale ha diritto per mandato divino, si troverà a gestire una situazione analoga, naturalmente centuplicata e planetaria, e dovrà servirsi dei pochi prelati rimasti a lui fedeli che ne hanno seguito tutte le disposizioni nonché i canoni della Sede Apostolica contenuti nel Codice di Diritto Canonico (quello vero cattolico del 1917) e che detengono legittimamente il proprio mandato e la giurisdizione validamente ottenuta dal Santo Padre regnante. Questa lettera, quindi, potrebbe costituire un precedente da prendere come modello, anche se probabilmente la situazione sarà molto diversa, come le Sacre Scritture ci profetizzano in Daniele, San Paolo, nel Vangelo e nell’Apocalisse. Ma noi del pusillus grex ci contenteremo per il momento di leggere e studiare questa breve lettera pregustando il momento gioioso in cui il nostro giusto Giudice, come baleno dall’Oriente, farà trionfare la vera Giustizia, anche se sappiamo di dovere attraversare momenti terribili di fughe, persecuzioni, martirio. Ma una certezza ci spinge a tutto sopportare con pazienza: la nostra fede in Gesù, il Cristo, vero Dio e vero Uomo, il trionfo certo della Chiesa Cattolica, del Corpo mistico di Cristo e del Cuore immacolato di Maria … et Ipsa conteret caput tuum

S. S. PIO VI

In gravissimis


Roma, 19 marzo 1792

1. Nelle gravissime e molteplici preoccupazioni che dobbiamo continuamente sostenere, per quella sollecitudine a favore di tutte le Chiese che Ci è stata affidata dal supremo Principe dei Pastori, Gesù Cristo, in questi tempi pericolosi, nei quali molti, anzi troppi, figurano nel numero di coloro di cui parla profeticamente l’Apostolo, di coloro cioè che “non sopportano più la sana dottrina e si circondano di maestri che corrispondano ai loro desideri, rifiutando di dare ascolto alla verità, Noi non troviamo maggiore e più dolce conforto che comunicare con i Nostri Fratelli Vescovi che, chiamati a far parte della Nostra stessa sollecitudine, si dedicano con animo alacre e coraggioso ad eseguire i doveri del loro ufficio e a provvedere alla salvezza del gregge loro affidato con grande diligenza e nel migliore modo possibile.

2. Abbiamo provato recentemente una grande consolazione quando abbiamo letto e riletto la lettera piena di zelo che Ci avete inviato il 16 dicembre dello scorso anno voi che vi trovate a Parigi, e quella che Ci hanno scritto l’8 gennaio del corrente anno i vostri Fratelli Vescovi che risiedono a Roma. Da queste lettere abbiamo appreso che Ci chiedevate di investire con un indulto generale tutti i singoli Vescovi del Regno di Francia e gli amministratori delle Diocesi (per il tempo in cui sono vacanti le Sedi Episcopali) di alcune più ampie facoltà, onde possano pascere e governare più facilmente il gregge affidato.

3. Non abbiamo trovato alcuna difficoltà a riconoscere quanto giusta fosse questa richiesta, così corrispondente alla malvagità dei nostri tempi e così degna dei sacri Presuli che riconoscono i doveri del loro ufficio e intendono compierli con tutte le loro forze.

Alla fine delle lettere di cui abbiamo parlato, essi testimoniano l’ossequio che le Chiese Gallicane professano verso l’autorità della Sede Apostolica mediante alcune dichiarazioni, due delle quali vogliamo riportare.

La prima dichiarazione è: “Non si deve esercitare nessuna facoltà proveniente dalla Santa Sede o in proprio o da usare attraverso delegati subalterni senza una previa dichiarazione da iscriversi nello stesso corpo dell’atto, cioè che si proceda in virtù del potere delegato dalla Sede Apostolica, annotando anche la data della concessione.

La seconda dichiarazione è: “Si osserveranno rigorosamente i decreti e le disposizioni dei Sommi Pontefici, dei Concilii, nonché le consuetudini della Chiesa di Roma verso la Chiesa Gallicana nel concedere dispense, nell’assolvere da censure e in tutti gli altri atti compiuti in forza di indulti.

4. Pertanto su consiglio di una speciale Congregazione di Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa tenuta in Nostra presenza il 19 gennaio scorso, concediamo alle vostre Fraternità e a voi diletti Figli amministratori delle Diocesi, per mezzo della presente lettera, per il tempo e nel modo precisati nel presente indulto, le facoltà qui descritte e delle quali devono valersi alcune Sedi Episcopali più di altre.

5. Pertanto confortatevi, Venerabili Fratelli nel Signore, e per la potenza del suo braccio, indossando l’armatura di Dio contro i dominatori di questo mondo di tenebre, combattete come già avete fatto, quali valorosi militi di Cristo. Più che mai in tempo di tribolazione è necessario che i sacri Presuli mostrino quella solida virtù cristiana e quella sacerdotale costanza della quale devono essere dotati, secondo le parole dell’Apostolo, “al fine di essere in grado di esortare i potenti nella sana dottrina e di richiamare coloro che la combattono.

Vi assicuriamo pertanto, sempre, ogni miglior difesa da parte della Nostra autorità pontificia, e la testimonianza della Nostra paterna benevolenza. Come pegno di entrambe impartiamo a voi, diletti Figli, Venerabili Fratelli, con tanto affetto la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 19 marzo 1792, anno diciottesimo del Nostro Pontificato.

* * *

FACOLTÀ CONCESSE DALLA SEDE APOSTOLICA

Ai singoli Arcivescovi e Vescovi e Amministratori delle Diocesi del Regno di Francia, che hanno comunione e grazia con la Sede Apostolica.

6. I. Facoltà di assolvere da tutti i casi in qualsiasi modo riservati alla Santa Sede, e particolarmente di assolvere da tutte le censure ecclesiastiche qualsiasi laico ed ecclesiastico, sia secolare, sia regolare, di ambedue i sessi; e anche coloro che aderirono allo scisma e prestarono giuramento civile e perseverarono in esso oltre i quaranta giorni stabiliti nella lettera apostolica del 13 aprile dello scorso anno per la sospensione a divinis, purché tuttavia abbiano ritrattato pubblicamente e palesemente tale giuramento, e abbiano riparato nel miglior modo possibile allo scandalo dato ai fedeli.

7. II. Facoltà di dispensare coloro che, già iniziati allo stato ecclesiastico, devono essere promossi agli Ordini minori o anche agli Ordini sacri, dalle irregolarità contratte in qualsiasi modo; anche da quella che hanno contratto i violatori della sospensione latae sententiae comminata con la stessa lettera del 13 aprile, purché essi, prima di essere dispensati, ritrattino il giuramento civile, prestato in modo puro e semplice, con una ritrattazione pubblica e palese. Si eccettuano tuttavia quelle irregolarità che provengono da bigamia accertata o da omicidio volontario: ma anche in questi due casi si concede la facoltà di dispensare se ci fu una precisa necessità o costrizione di lavoratori buoni e probi, purché, riguardo all’omicidio volontario, non sorga scandalo da una tale dispensa.

8. III. Facoltà di dispensare e commutare anche i voti semplici di castità, per una causa ragionevole, in altre pie opere; e questo per quelle Congregazioni di uomini e donne che sono stretti da questi vincoli, ma non dal voto (solenne e perpetuo) di religione.

9. IV. Facoltà di dispensare nei matrimoni già contratti o da celebrare sull’impedimento di pubblica onestà derivante da legittimi sponsali.

Di dispensare sull’impedimentum criminis se nessuno dei due coniugi ha collaborato, e di restituire il diritto di risarcimento del debito perduto in conseguenza dell’impedimento.

Di dispensare negli impedimenti di cognazione spirituale fuorché tra il padrino e il figlioccio.

Di dispensare nel terzo e quarto grado di consanguineità e di affinità semplice e anche mista, tanto nei matrimoni già contratti quanto in quelli da contrarsi, e non solo tra i poveri, ma anche tra i ricchi.

Di dispensare anche nel secondo grado di consanguineità semplice e mista, purché in nessun modo si tocchi il primo grado, sia nei matrimoni già contratti, sia in quelli da contrarsi, e non solo tra i poveri, ma anche tra i ricchi.

Tutte queste dispense matrimoniali non devono essere concesse se non con la clausola: “Purché la donna non sia stata rapita, e, qualora fosse stata rapita, finché resta in potere del suo rapitore.

Inoltre gli Arcivescovi, i Vescovi e anche gli Amministratori delle Diocesi (onerata con somma gravità la loro coscienza) sono tenuti a trascrivere tutte e singole le dispense matrimoniali concesse o da concedersi in un registro autenticato, che deve essere conservato presso di loro accuratamente e occultamente, con i nomi di tutti coloro che hanno ottenuto la dispensa.

10. V. La facoltà di dispensare, in caso di minore età, di tre mesi per ricevere gli Ordini sacri, salvi gli indulti di dispensare di tredici mesi, in caso di minore età, già concessi dalla Sede Apostolica ad alcuni Vescovi e Amministratori di Diocesi.

11. VI. La facoltà di conferire gli Ordini al di fuori dei tempi stabiliti in caso di utilità o di necessità, se si tratta di Vescovi; e di dispensare a favore di chi deve ricevere gli Ordini fuori dei tempi stabiliti, se si tratta di Amministratori delle Diocesi vacanti.

12. VII. Facoltà di disporre dei benefici parrocchiali e di altri titoli ecclesiastici ai quali è connessa la cura d’anime, in favore di sacerdoti secolari oppure di regolari, di qualsiasi Istituto, senza tener conto della secolarità o della appartenenza religiosa di tali titoli, in mancanza di sacerdoti secolari ai quali conferire i predetti benefici secolari, o in mancanza di sacerdoti religiosi ai quali conferire i benefici degli Ordini religiosi. Si concede pure facoltà di conferire questi benefici, nonostante la regola dei mesi e l’usanza di alternare, per quelle Diocesi nelle quali si osservano la predetta regola dei mesi e l’usanza di alternare.

13. VIII. Facoltà di concedere ai religiosi di qualsiasi Ordine o Congregazione la possibilità di passare in altro Istituto, anche se la regola vigente in quest’ultimo fosse meno austera di quella dell’Istituto nel quale fecero la loro prima professione.

14. IX. La facoltà di concedere ai religiosi regolari esenti e anche non esenti, di qualsiasi Ordine o Istituto, che furono costretti a vivere fuori del convento e a deporre l’abito religioso, di indossare abiti secolari, purché convenienti ad un ecclesiastico; e di continuare a vestire tali abiti sotto l’obbedienza del Vescovo, qualora manchino i relativi Superiori regolari oppure non siano in grado di esercitare qualsiasi giurisdizione sui loro sussidi, fermo sempre restando l’obbligo di osservare i voti solenni.

15. X. La facoltà di presiedere alle elezioni e di confermarle e di dare le obbedienze e di esercitare tutti gli uffici dei superiori immediati nelle case delle fanciulle soggette alla direzione di religiosi, ogni qualvolta questi siano assenti o impediti o negligenti nell’esercizio del loro ufficio. I Vescovi possono procedere come delegati della Sede Apostolica, salvo tuttavia i diritti notoriamente esistenti per qualsiasi titolo nei confronti delle stesse case e delle persone, a norma di speciali clausole canoniche. Parimenti ai medesimi, come delegati della Sede Apostolica, è data facoltà di concedere ai religiosi di ambedue i sessi, anche esenti, sia a tutti collettivamente, sia in particolare ai singoli, la dispensa dall’osservare quella parte di regole e costituzioni che nella presente situazione non può essere osservata senza grave pregiudizio.

16. XI. Facoltà di impartire l’indulgenza plenaria in articulo mortis nella forma prescritta dal Sommo Pontefice Pio VI nella sua costituzione del 7 aprile 1747.

17. XII. Facoltà di rinnovare e prorogare le indulgenze concesse ad tempus dai Sommi Pontefici alle case religiose e alle congregazioni, secondo che sarà richiesto dalle necessità dei tempi e delle circostanze. Inoltre, la facoltà di trasferire tutte le indulgenze (concesse e assegnate per qualsiasi titolo alle Chiese cattedrali o parrocchiali che sono state invase e occupate da pseudo-pastori) a quelle Chiese nelle quali i cattolici possono convenire per celebrare i divini misteri.

18. XIII. Facoltà di estendere e comunicare tali facoltà – eccetto quelle che richiedono l’Ordine episcopale – in toto o in parte, come la loro coscienza avrà suggerito, anche ai sacerdoti idonei, sia per tutti i luoghi, sia per alcuni delle loro Diocesi, per il tempo che riterranno più opportuno, come meglio giudicheranno in Domino; non solo, ma anche facoltà di revocare tali concessioni e anche di moderarne l’uso, sia in relazione al luogo, sia al tempo di esercitarle.

19. XIV. Concediamo il potere di subdelegare ai singoli presbiteri quelle facoltà che non richiedono la consacrazione episcopale e che furono concesse agli Arcivescovi e ai Vescovi di Francia in forza dell’indulto generale del 10 maggio dello scorso anno. Agli Arcivescovi e Vescovi di Parigi e di Lione, e ai Vescovi delle Diocesi più antiche di ogni provincia del regno di Francia, concediamo il potere di subdelegare anche quelle facoltà che in forza delle risoluzioni del 18 agosto furono concesse loro in modo speciale in data 26 settembre dello scorso anno. Queste facoltà vengono prorogate per tutto il tempo di questo indulto.

20. Tutte le predette facoltà vengono concesse per un anno, cominciando da questo giorno, se così a lungo durerà la calamità di questi tempi. Vengono concesse pertanto a condizione che per nessuna ragione si possa usarne fuori delle Diocesi di competenza e neppure nei luoghi non soggetti al Re cristianissimo.

Infine, vengono concesse sotto la precisa condizione che gli Arcivescovi, i Vescovi e gli Amministratori delle Diocesi, nell’esercizio di tali facoltà, espressamente dichiarino che le stesse vengono concesse da loro come delegati dalla Sede Apostolica; tale dichiarazione deve essere inserita nel corpo stesso dell’Atto.


DOMENICA PRIMA DOPO PASQUA (2021)

DOMENICA PRIMA DOPO PASQUA (2021)

DOMENICA IN ALBIS o OTTAVA DI PASQUA.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Pancrazio.

Privilegiata di 1 classe. – Doppio maggiore. – Paramenti bianchi.

Questa Domenica è detta Quasimodo (dalle prime parole dell’Introito) o in Albis (anticamente anche post Albas), perché i neofiti avevano appena la sera precedente deposte le vesti bianche, oppure anche Pasqua chiusa, poiché in questo giorno termina l’ottava di Pasqua (Or.). Per insegnare ai neofiti (Intr.) con quale generosità debbano rendere testimonianza a Gesù, la Chiesa li conduceva alla Basilica di S. Pancrazio, che all’età di quattordici anni rese a Gesù Cristo la testimonianza dei sangue. Così devono fare i battezzati davanti alla persecuzione a colpi di spillo cui sono continuamente fatti segno; devono cioè resistere, appoggiandosi sulla fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, risorto. In questa fede, dice S. Giovanni, vinciamo il mondo, poiché per essa resistiamo a tutti i tentativi di farci cadere (Ep.). È quindi di somma importanza che questa fede abbia una solida base e la Chiesa ce la dà nella Messa di questo giorno. Base di questa fede è, secondo quanto dice S. Giovanni nell’Epistola, la testimonianza del Padre, che, al Battesimo del Cristo (acqua), lo ha proclamato Suo Figliuolo, del Figlio che sulla croce (sangue) si è rivelato Figlio di Dio, dello Spirito Santo che, scendendo sugli Apostoli nel giorno della Pentecoste, secondo la promessa di Gesù, ha confermato quello che il Redentore aveva detto della propria risurrezione e della propria divinità. Nel Vangelo vediamo infatti come Gesù Cristo, apparendo due volte nel Cenacolo, dissipa l’incredulità di San Tommaso e loda quelli che han creduto in Lui senza averlo veduto.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

1 Pet II, 2. Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja.

[Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia,]

Ps LXXX: 2. Exsultáte Deo, adjutóri nostro: jubiláte Deo Jacob. [Inneggiate a Dio nostro aiuto; acclamate il Dio di Giacobbe.]

– Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja.

[Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia.]

Oratio

Orémus.

Præsta, quaesumus, omnípotens Deus: ut, qui paschália festa perégimus, hæc, te largiénte, móribus et vita teneámus.

[Concedi, Dio onnipotente, che, terminate le feste pasquali, noi, con la tua grazia, ne conserviamo il frutto nella vita e nella condotta.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Joannis Apóstoli. – 1 Giov. V: 4-10.

“Caríssimi: Omne, quod natum est ex Deo, vincit mundum: et hæc est victoria, quæ vincit mundum, fides nostra. Quis est, qui vincit mundum, nisi qui credit, quóniam Jesus est Fílius Dei? Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Jesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine. Et Spíritus est, qui testificátur, quóniam Christus est véritas. Quóniam tres sunt, qui testimónium dant in coelo: Pater, Verbum, et Spíritus Sanctus: et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, et aqua, et sanguis: et hi tres unum sunt. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei majus est: quóniam hoc est testimónium Dei, quod majus est: quóniam testificátus est de Fílio suo. Qui credit in Fílium Dei, habet testimónium Dei in se”.  – Deo gratias.

“Carissimi: Tutto quello che è nato da Dio vince il mondo: e questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede. Chi è che vince il mondo, se non colui che crede che, Gesù Cristo è figlio di Dio? Questi è Colui che è venuto coll’acqua e col sangue, Gesù Cristo: non con l’acqua solamente, ma con l’acqua e col sangue. E lo Spirito è quello che attesta che Cristo è verità. Poiché sono tre che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo: e questi tre sono una cosa sola. E sono tre che rendono testimonianza in terra: lo spirito, l’acqua e il sangue: e questi tre sono una cosa sola. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore. Ora, la testimonianza di Dio che è maggiore è questa, che egli ha reso al Figlio suo. Chi crede al Figlio di Dio, ha in sé la testimonianza di Dio” (1 Giov. V, 4-10).

Il Vangelo ci presenta la storia come una grande lotta del bene contro il male, della verità contro l’errore, e viceversa. A chi la vittoria? Ai figli di Dio, risponde la Epistola di quest’oggi, dovuta a San Giovanni, l’autore del quarto Vangelo. L’insieme delle forze del male, le negative forze dell’errore, delle tenebre e del gelo, ha un nome classico: si chiama il mondo; l’antitesi, l’antagonista di Dio, l’anti-Dio. Un anti-Dio in carne ed ossa, realissimo a suo modo, d’una realtà empirica e grossolana. Gente che c’è, che parla, che si agita, che si dà delle grandi arie e del gran daffare, che assume volentieri pose trionfatrici. Apparenza e menzogna nota, proclama l’Apostolo. La Vittoria non è del mondo, il mondo è l’eterno sconfitto. Vince Dio e chi nasce da Dio: i figli di Dio. Un altro termine prediletto del quarto Vangelo, che qui riappare: i nati di Dio. E chi è che nasce da Dio? A chi è perciò riservata la vittoria? Potremmo adoperare una frase del quarto Vangelo: « Hi qui credunt in nomine eius: » i credenti in Lui. C’è la frase precisa anch’essa nella nostra Epistola: « gli uomini di fede ». La Vittoria che vince, abbatte, schiaccia il mondo, è la nostra fede: « Hæc est Victoria quæ vincit mundum, fides nostra! – La nostra fede! Fede, badate, non credulità. C’è l’abisso fra le due cose, per quanto molti le scambino. La credulità è una debolezza di mente. Il credenzone è un vinto, vinto dalle illusioni a cui (stolto!) egli dà una consistenza che non hanno. Perché anche senza essere credenzoni o troppo creduli, si può avere una fede non, davvero religiosa o punto religiosa. Si può aver fede in un uomo; si può aver fede in un’idea, non divina. La fede di cui parla il Vangelo è sempre e sola fede religiosa, sanamente, profondamente religiosa: la fede, grazie alla quale noi siamo i figli di Dio, è qualcosa che viene da Lui e va a Lui. Fede buona nella Bontà; una fede, certezza immota, assoluta, profonda. – Il mondo non ha questa fede. Il mondo è scettico. Ha della fede, non la fede; degli idoli; non Iddio, il mondo. Non crede nella bontà amorosa e trionfatrice. Crede alle passioni, non alla ragionevolezza. Crede ai ciarlatani, non agli Apostoli. Crede all’astuzia, non alla verità. Noi siamo invece uomini di fede, gli uomini della fede, noi Cristiani. Noi crediamo alla carità, alla bontà di Dio, della Realtà più profonda, più vera, più alta: Dio! È la formula che adopera per altre volte lo stesso Apostolo: « nos credidimus charitati. » Sono tutte formule che si equivalgono: siamo figli di Dio, crediamo nel Suo nome, abbiamo fede nella Sua bontà. Questa fede è la nostra forza. Chi crede davvero alla Bontà sovrana, dominatrice, divina, è buono; comincia dall’essere o per essere buono. Egli stesso combatte, lotta per bontà, lotta fiduciosamente, colla fiducia della vittoria. Perché sa di essere dalla parte di Dio e di avere Iddio dalla parte propria. « Si Deus prò nobis quies contra nos? » Credere alla vittoria è il segreto per conseguirla. E infatti nella storia, chi l’abbracci nel suo meraviglioso complesso, trionfa la bontà, trionfa Dio. Lo scettico ha dei trionfi apparenti e momentanei… ì minuti. La fede ha per sé i secoli: trionfa con infinito stupore di chi credeva superbamente di aver potuto costruire un edificio sulla mobile arena dello scetticismo. Teniamo alta come segnacolo di vittoria la bandiera della nostra fede.

(P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Alleluja

Alleluia, alleluia – Matt XXVIII: 7. In die resurrectiónis meæ, dicit Dóminus, præcédam vos in Galilæam.

[Il giorno della mia risurrezione, dice il Signore, mi seguirete in Galilea.]

Joannes XX:26. Post dies octo, jánuis clausis, stetit Jesus in médio discipulórum suórum, et dixit: Pax vobis. Allelúja.

[Otto giorni dopo, a porte chiuse, Gesù si fece vedere in mezzo ai suoi discepoli, e disse: pace a voi.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XX: 19-31.

“In illo témpore: Cum sero esset die illo, una sabbatórum, et fores essent clausæ, ubi erant discípuli congregáti propter metum Judæórum: venit Jesus, et stetit in médio, et dixit eis: Pax vobis. Et cum hoc dixísset, osténdit eis manus et latus. Gavísi sunt ergo discípuli, viso Dómino. Dixit ergo eis íterum: Pax vobis. Sicut misit me Pater, et ego mitto vos. Hæc cum dixísset, insufflávit, et dixit eis: Accípite Spíritum Sanctum: quorum remiseritis peccáta, remittúntur eis; et quorum retinuéritis, reténta sunt. Thomas autem unus ex duódecim, qui dícitur Dídymus, non erat cum eis, quando venit Jesus. Dixérunt ergo ei alii discípuli: Vídimus Dóminum. Ille autem dixit eis: Nisi vídero in mánibus ejus fixúram clavórum, et mittam dígitum meum in locum clavórum, et mittam manum meam in latus ejus, non credam. Et post dies octo, íterum erant discípuli ejus intus, et Thomas cum eis. Venit Jesus, jánuis clausis, et stetit in médio, et dixit: Pax vobis. Deinde dicit Thomæ: Infer dígitum tuum huc et vide manus meas, et affer manum tuam et mitte in latus meum: et noli esse incrédulus, sed fidélis. Respóndit Thomas et dixit ei: Dóminus meus et Deus meus. Dixit ei Jesus: Quia vidísti me, Thoma, credidísti: beáti, qui non vidérunt, et credidérunt. Multa quidem et alia signa fecit Jesus in conspéctu discipulórum suórum, quæ non sunt scripta in libro hoc. Hæc autem scripta sunt, ut credátis, quia Jesus est Christus, Fílius Dei: et ut credéntes vitam habeátis in nómine ejus.” – 

 “In quel tempo giunta la sera di quel giorno, il primo della settimana, ed essendo chiuse le porte, dove erano congregati i discepoli per paura de’ Giudei, venne Gesù, e si stette in mezzo, e disse loro: Pace a voi. E detto questo, mostrò loro le sue mani e il costato. Si rallegrarono pertanto i discepoli al vedere il Signore. Disse loro di nuovo Gesù: Pace a voi: come mandò me il Padre, anch’io mando voi. E detto questo, soffiò sopra di essi, e disse: Ricevete lo Spirito Santo: saran rimessi i peccati a chi li rimetterete, e saran ritenuti a chi li riterrete. Ma Tommaso, uno dei dodici, soprannominato Didimo, non si trovò con essi al venire di Gesù. Gli dissero però gli altri discepoli: Abbiam veduto il Signore. Ma egli disse loro: se non veggo nelle mani di lui la fessura de’ chiodi, e non metto il mio dito nel luogo de’ chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo. Otto giorni dopo, di nuovo erano i discepoli in casa, e Tommaso con essi. Viene Gesù, essendo chiuse le porte, e si pose in mezzo, o disse loro: Pace a voi. Quindi dice a Tommaso: Metti qua il dito, e osserva le mani mie, e accosta la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma fedele. Rispose Tommaso, e dissegli: Signor mio, o Dio mio. Gli disse Gesù: Perché  hai veduto, o Tommaso, hai creduto: beati coloro che non hanno veduto, e hanno creduto. Vi sono anche molti altri segni fatti da Gesù in presenza de’ suoi discepoli, che non sono registrati in questo libro. Questi poi sono stati registrati, affinché crediate che Gesù ò il Cristo Figliuolo di Dio, ed affinché credendo otteniate la vita nel nome di Lui” (Jov. XX, 19-31). »

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. II, 4° ed. Torino, Roma; C. Ed. Marietti, 1933)

Sulla Confessione pasquale.

“Erat autem proximum

Pascha, dies festus Judæorum”.

(JOAN. VI, 4).

Sì, Fratelli miei, ecco giunto e trascorso questo tempo fortunato in cui tanti Cristiani hanno abbandonato il peccato, ed hanno strappate le loro povere anime dagli artigli del demonio per rimettersi sotto l’amabile giogo del Salvatore. Ah! avesse Iddio voluto che fossimo nati nel bel tempo dei primitivi Cristiani, che con santa allegrezza vedevano giungere questo momento! O giorno beato! Giorno di salute e di grazia, che cosa sei diventato ora? Dove sono quelle gioie sante e celesti che formano la felicità dei figli di Dio? Sì, M. F., questo tempo di grazia riuscirà a noi di vantaggio o di danno: sarà la causa della nostra felicità, se corrispondiamo alle grazie che ci vengono prodigate in questo prezioso momento; oppure sarà la nostra perdita, se non ne approfittiamo o ne abusiamo. — Ma, mi direte, che vuol dire questa parola Pasqua? — Non lo sapete? Ebbene! Ascoltate e lo saprete. Pasqua significa passaggio, cioè il passaggio dalla morte del peccato alla vita della grazia. Vedrete poi se le vostre Pasque sono buone, e se potete star tranquilli, massime voi, brava gente, che vi accontentate di adempiere il precetto della Chiesa, cioè di fare una sola confessione e comunione per Pasqua.

I. — Perché, F. M., la Chiesa ha stabilito il santo tempo della Quaresima? — Per prepararci a degnamente celebrare la santa Pasqua, mi rispondete; la Pasqua è il tempo in cui Dio sembra raddoppiare le sue grazie, ed eccitare i rimorsi delle nostre coscienze per farci uscire dal peccato. — Va benissimo, è ciò che vi insegna il Catechismo; ma se domandassi ad un fanciullo, qual è il peccato di coloro che non fanno Pasqua? mi risponderebbe semplicemente che è un grave peccato mortale; e se gli chiedessi: Quanti peccati mortali bastano per andare all’inferno? Mi soggiungerebbe: Basta un solo; se si muore senza averne ottenuto il perdono. Ebbene! che ne dite? Non avete fatto Pasqua? — No! mi rispondete. — Ma, poiché non avete fatto Pasqua, ed il non farla è un peccato mortale, dunque vi dannerete. Che ne pensate? Ciò non v’importa nulla? — Ah! avete ragione, dite tra voi, ma se io son dannato, non sarò solo. — Evvia! se ciò non v’importa, se v’è indifferente il salvarvi ed il perdervi, bisognerà proprio che vi consoliate, sperando che nella vostra disgrazia non sarete solo; e perciò non vi importuno più a lungo. Povera anima! che ne dite del linguaggio che tiene questo vostro corpo di peccato in cui avete la disgrazia di abitare? Oh! quante lagrime spargerete per tutta l’eternità! Oh! quanti lamenti! Oh! quanti urli manderete, là in mezzo alle fiamme senza speranza di uscirne! Oh! quanto siete disgraziata d’essere tanto costata a Gesù Cristo e d’essere da Lui separata per sempre! Perché, F. M., non avete fatto Pasqua? — Perché non l’ho voluto, mi direte. — Ma se morite in questo stato vi dannerete. — Tanto peggio! — Ebbene! ditemi, credete d’aver un’anima? — Ah! so bene che ho un’anima. — Ma, forse, credete che dopo la morte tutto sarà finito? — Ah! pensate tra voi: so che la nostra anima sarà felice od infelice, secondoché avrà fatto bene o male. — E che cosa può renderla infelice? — Il peccato, mi direte. — Vi sentite colpevole di peccato, dunque concludo che siete dannato. Non è vero, amico? Siete venuto una volta o due a confessarvi; ma siete sempre stato lo stesso. Perché? Perché non avete voluto correggervi, e vi è indifferente tanto il vivere nel peccato e dannarvi, quanto l’abbandonarlo per salvarvi. Volete dannarvi? Ebbene! non inquietatevi, lo sarete. — Non è vero, sorella mia, che avete lasciato passare Pasqua senza confessarvi? avete vissuto la Quaresima e la Pasqua, in peccato; e perché? Eccone la ragione: perché non avete più religione, avete perduta la fede, non pensate che a divertirvi un poco nel mondo, aspettando di esser gettata tra le fiamme. Vi vedremo, sorella mia, sì, un giorno vi vedremo; vedremo le vostre lagrime, la vostra disperazione; vi riconoscerò, almeno, lo credo; voi vi sarete dannata e ne eravate padrona. Ma tiriamo un velo; lasciamo nascoste nelle tenebre tutte queste sozzure fino al giorno del giudizio. Esaminiamo ora qual è la confessione e la comunione di coloro che si accontentano di accostarvisi una volta all’anno, e vedremo se essi possono esser tranquilli o no. Se per fare una buona confessione, bastasse domandar perdono a Dio, accusare i propri peccati e far qualche penitenza, il peccato, che la religione ci dipinge come una mostruosità, non avrebbe nulla di spaventevole; nulla sarebbe più facile che riparare la perdita della grazia di Dio e seguire la via che conduce al cielo, la quale invece, secondo Gesù Cristo stesso, è così difficile. Sentite ciò che Egli disse ad un giovane che gli domandava se sarebbero stati molti gli eletti, e se la via che conduce al cielo è difficile a seguirsi: Oh! come è stretta questa via! Quanto pochi sono quelli che la seguono! Oh! come sono pochi coloro che la cominciano e giungono alla fine (Matt. VII, 14)! Infatti, F. M., dopo aver vissuto per un anno intero senza fastidi, senza noie, non occupandovi che dei vostri affari temporali, delle vostre ricchezze od anche dei vostri piaceri, senza darvi pensiero di correggervi, né di lavorare per acquistare le virtù che vi mancano; verrete solo nella quindicina di Pasqua, più tardi che potrete, a raccontare i vostri peccati, come narrereste una storia: leggerete in un libro qualche preghiera, o ne farete qualche altra per un certo tempo. E con questo, tutto sarà fatto, e seguirete la vostra vita ordinaria; farete ciò che avete sempre fatto, vivrete come il solito; siete stati veduti ai giuochi e nelle osterie e vi ci si rivedrà: siete stato trovato nei balli e nei festini e vi sarete ritrovato: e così si dica del resto. Alla prossima Pasqua vi ripentirete della stessa cosa. E continuerete così fino alla morte: cioè il sacramento della Penitenza, in cui Dio sembra dimenticare la sua giustizia per non manifestare che la sua misericordia, non sarà più per voi che un gioco od un passatempo! Capite benissimo, che se nelle vostre confessioni non vi è nulla di meglio, potete giustamente concludere che esse non valgono nulla, per non dir di peggio.

II. — Ma per meglio convincervi, esaminiamo la cosa più davvicino. Per fare una buona confessione che possa riconciliarci con Dio, dobbiamo detestare i nostri peccati con tutto il nostro cuore; non perché siamo obbligati a dire al prete cose che vorremmo poter nascondere a noi stessi; ma bisogna pentirsi d’aver offeso un Dio così buono, d’esser restati sì lungo tempo nel peccato, d’aver disprezzato tutte le grazie colle quali ci sollecitava ad uscirne. Ecco, F. M., ciò che deve fare scorrere le nostre lagrime e spezzare il nostro cuore. Ditemi, se aveste questo vero dolore, non vi affrettereste a riparare il male che ne è la causa e a mettervi subito in grazia di Dio? Che direste di un uomo che guastatosi ingiustamente col suo amico e che poi, riconoscendo il suo torto se ne pente e non cerea il modo di riconciliarsi? Se l’amico suo fa qualche passo in proposito, non approfitterà egli dell’occasione? Ma se invece, non facesse conto di tutto ciò, non avreste ragione di dire che gli è indifferente d’essere in buona o cattiva relazione con quella persona? Il paragone è giusto. Chi ha la disgrazia di cadere nel peccato, o per debolezza od inavvertenza od anche per malizia, se ne ha un vero dolore, potrà restare lungamente in questo stato? Non ricorrerà subito al sacramento della Penitenza? Ma, se resta un anno nel peccato e vede con fastidio avvicinarsi il tempo della Pasqua, perché bisogna confessarsi; se, invece di presentarsi in principio di Quaresima al tribunale di Penitenza, per aver qualche tempo in cui potersi mortificare e non passare subito dal peccato alla sacra Mensa; se non vuol sentire parlare che a Pasqua della confessione, che cerca di ritardare per quanto gli è possibile presentandosi poi colle disposizioni di un condannato che vien condotto al supplizio; che cosa significa tutto questo? Eccovelo, che se la Pasqua fosse prolungata fino a Pentecoste, voi non vi confessereste che a Pentecoste: o se non venisse che ogni dieci anni, non vi confessereste che ogni dieci anni; e finalmente, se la Chiesa non ve lo comandasse, vi confessereste soltanto all’ora della morte. Che ne dite? Non è vero, che non è né il rimorso d’aver offeso Dio ciò che vi fa confessare; né l’amor di Dio, ciò che vi fa fare la Pasqua? — Ah! mi soggiungerete, è già qualche cosa, fare la S. Pasqua; e poi noi non la facciamo senza sapere il perché. — Ah! voi non sapete nulla; fate Pasqua per abitudine, per dire che l’avete fatta e, se voleste dire la verità, direste che ai vostri antichi peccati ne avete aggiunto uno nuovo. Non è dunque l’amor di Dio, né il rimorso di averlo offeso, che vi fa confessare e fare la Pasqua, e nemmeno il desiderio di condurre una vita più cristiana. Eccone la prova: se amaste il buon Dio, potreste acconsentire a commettere il peccato con tanta facilità, anzi con tanto piacere? Se aveste orrore del peccato, come dovreste averlo, potreste conservarlo per un anno intero sulla coscienza? Se aveste un vero desiderio di condurre una vita più cristiana, non si vedrebbe almeno qualche piccolo cambiamento nel vostro modo di vivere? No, M. F., non voglio parlarvi oggi di quei disgraziati, i quali non accusano che a metà i loro peccati per timore di non poter fare la Pasqua o d’essere rimandati; o forse per coprire col velo della virtù la loro vita vergognosa; e che, in questo stato s’avvicinano alla sacra Mensa e consumano la loro riprovazione, abbandonano il loro Dio al demonio, per esalare la loro anima dannata nell’inferno. No, voglio sperare che questo non vi riguardi; ma pure continuerò a dirvi che le vostre confessioni annuali non hanno nulla che possa tranquillizzare. — Ma, mi direte, che cosa bisogna fare perché la confessione sia buona? — Se volete saperlo, eccovelo: ascoltate bene, e vedrete se potete star sicuri. Affinché la vostra confessione meriti il perdono, bisogna ch’essa sia umile e sincera, accompagnata da un vero dolore causato dal rimorso d’aver offeso Dio, e non per i castighi che merita il peccato, ed un fermo proposito di non più peccare per l’avvenire. Ciò premesso, dico che è ben difficile che tutte queste disposizioni si trovino in coloro che non si confessano che una volta all’anno: lo vedrete. Cos’è un cristiano ai piedi del prete, al quale fa la confessione dei suoi peccati? È un peccatore che viene col dolore nel cuore, e si getta ai piedi del suo Dio come un reo davanti al giudice, per accusarsi lui stesso e domandare la grazia. Come s’accuserà? Ecco: Io sono un colpevole indegno del nome di figlio: ho vissuto finora in un modo tutto opposto a ciò che mi comandava la mia religione; non ho avuto che disgusto per ciò che si riferisce al servizio di Dio; i santi giorni della domenica e quelli di festa non sono stati per me che giorni di piaceri e di gozzoviglie; o, per dir meglio, non ho fatto nulla di bene fino ad ora; sono perduto e dannato se Dio non ha pietà di me. Ecco, F. M., i sentimenti di un Cristiano che ha in orrore il peccato. Ma, ditemi, si accusano così quelli che trovano non essere abbastanza il restare dodici mesi nel peccato, e trovano che le Pasque si avvicinano troppo veloci? Ahimè! Dio mio! voi vedete le confessioni annue che fanno questi poveri disgraziati, e vedete che le fanno con una noia mortale. Oh! no, no, costui, non è più un reo, coperto di vergogna e penetrato di dolore d’aver offeso Dio, che s’umilia, s’accusa lui stesso, e domanda un perdono di cui si riconosce infinitamente indegno: ma ahimè! oserò dirlo? è un uomo che sembra raccontare una storia, e la racconta male, cerca di mascherarsi e di comparire colpevole il meno che può. Ascoltatelo: non è lui che ha commesso quel peccato d’impurità, è un altro che ve l’ha sollecitato, come se non fosse stato padrone di non seguire quel consigliere. Non è lui che s’è incollerito: è colpa del suo vicino che gli ha detto una parola pungente. Ha mancato alla Messa, sì, ma la compagnia ne fu la causa. Una volta mangiò di grasso in un giorno proibito; se non vi fosse stato spinto non l’avrebbe fatto. Egli ha parlato male, ma fu quello ch’era vicino a lui che l’ha fatto peccare. Diciamo meglio: il marito accusa la moglie, la moglie accusa il marito; il fratello la sorella e la sorella il fratello; il padrone il servo ed il servo cerca, per quanto può, di scaricarsi sul suo padrone. Dicendo il Confiteor, accusano se stessi, dicendo: E mia colpa: due minuti dopo si scusano ed accusano gli altri. Niente umiltà, niente sincerità, niente dolore: ecco le disposizioni di quelli che non si confessano che una volta all’anno. Un parroco dal modo con cui s’accusano, s’accorgerà ch’essi non hanno affatto le disposizioni necessarie per ricevere l’assoluzione. Se dà loro un po’ di tempo per non far loro commettere un sacrilegio, che cosa fanno essi? Ascoltateli: mormorano dicendo che non hanno il tempo di ritornare e che un’altra volta non saranno meglio disposti; e finiscono col dirvi che se non si vuol riceverli, andranno da un altro, che non sarà così scrupoloso, e che li assolverà… Come se Dio non potesse vivere senza di essi! Poveri ciechi!… Vedete da questo quali siano le loro disposizioni. Il sacerdote, dal modo con cui s’accusano, vede ch’essi non dicono tutto; è obbligato di far loro mille domande; essi non dicono né il numero, né le circostanze che cambiano la specie. Vi sono certi peccati ch’essi non vorrebbero dire e neppur nascondere. Che fanno? Li dicono per metà, come se il prete potesse sapere ciò che avviene nel loro cuore. Si accontentano di raccontare in blocco i peccati, senza nemmeno distinguerne i pensieri dai desideri. Il sacerdote chiederà: Non avete mai avuto pensieri di superbia, di vanità, di vendetta o d’impurità? Sapete che quando ci si fermiamo su volontariamente essi sono peccato. Avete commesso qualcheduna di queste mancanze? — Può darsi, risponderà, ma non me ne ricordo. — Ma bisogna dire approssimativamente il numero, altrimenti le confessioni non valgono nulla. — Ah! reverendo, come volete che mi ricordi di tutti i pensieri che ho avuti in un anno? ciò m’è impossibile. — Ah! Dio mio, che confessioni, o piuttosto che sacrilegi! … E neppure, F. M., si occupano delle circostanze che aggravano il peccato e che possono renderlo mortale. Ascoltate come si confessano: mi sono ubbriacato, ho calunniato il mio prossimo, ho peccato contro la santa virtù della purità, ho altercato, mi sono vendicato; e se il confessore non fa domande, basta. — Ma, gli dirà il confessore, quante volte avete fatto questo? Avete commesso di questi peccati in chiesa? Era un giorno di domenica? L’avete fatto in presenza dei vostri figli, dei vostri servi? V’era molta gente? L’onore del vostro prossimo ha sofferto qualche danno? Questi pensieri di superbia vi sono venuti in chiesa, durante la santa Messa? Vi ci siete fermati su per molto tempo? Questi pensieri, contrari alla santa virtù della purità, sono stati accompagnati da cattivi desideri? Quest’altro peccato è stato per inavvertenza o per malizia? Non avete aggiunto peccato a peccato, pensando che vi costerebbe lo stesso confessarvi di molti come di pochi? Vi sono di quelli che escludono affatto il dovere di farvi alcun dettaglio dei loro peccati e vi dicono francamente che essi non hanno nulla da rimproverarsi, che non hanno tempo, che bisogna che se ne vadano. Non avete tempo, ebbene! andatevene. Andare o restare per voi è la stessa cosa. Dio mio! che disposizioni! Dio mio! Sono questi peccatori che vengono a piangere i loro peccati? Bisogna però convenire che vi sono alcuni i quali fanno il possibile per ben esaminarsi, e che dicono i loro peccati meglio che possono; ma con tale indifferenza, freddezza ed insensibilità che strazia il cuore d’un povero sacerdote. Non sospiri, non gemiti, non lagrime! non un segno che annunci il dolore dei loro peccati. Bisogna che il prete, per dar loro l’assoluzione, sia persuaso che essi hanno migliori disposizioni di quelle che mostrano. So bene che le lacrime ed i sospiri non sono segni infallibili di conversione né di contrizione. Succede troppo spesso che quelli che piangono non sono per questo più Cristiani degli altri. Ma è pure cosa impressionante sentir raccontare con tanta freddezza ed indifferenza ciò che deve necessariamente attristarci ed eccitare le nostre lagrime. Se un reo fosse sicuro che, confessando i suoi delitti, riceverà la grazia; vi lascio immaginare se potrebbe manifestarli senza lagrime, nella speranza di commuovere il cuore del giudice e meritarsi il perdono. Osservate un ammalato quando scopre le sue piaghe al medico; udite i suoi sospiri e vedete le sue lagrime. Vedete un amico che vi racconta le sue pene: i suoi atti, il tono della sua voce, il suo modo d’esprimersi, tutto in luì vi rivela il suo affanno ed il suo dolore. Perché, F. M., nulla appare di tutto questo, quando confessiamo i nostri peccati? Non lo sapete? Ebbene! ve l’insegnerò: il vostro cuore non è più commosso delle vostre parole, ed il vostro interno è simile al vostro esterno: i vostri peccati non vi danno più dolore di quello che ne dimostrate. Ecco perché, dopo le vostre Pasque, siete sì poco Cristiano, e non siete né più buono né meno peccatore di prima.

III. Ho detto che il rimorso d’aver offeso Dio, se è vero, deve necessariamente rinchiudere una sincera volontà di non voler più peccare: che se questa volontà è sincera ci porterà altresì a stare in guardia; a cacciare tutti i pensieri cattivi di vendetta, d’impurità, non appena ce ne accorgiamo; a fuggire le occasioni che ci avevan portato al peccato; a nulla trascurare per correggerci delle nostre cattive abitudini. Ebbene! amico, il vostro proposito di non più offendere il buon Dio non è dunque stato sincero, poiché vi si vedeva nelle osterie e vi ci si vede ancora; eravate stato visto in quella compagnia dove avete commesso quel peccato e vi comparite ancor oggi. Converrete con me che non avete fatto alcuno sforzo per viver meglio, che nel corso dell’anno passato. Perché questo, amico mio? Perché? Ecco: perché non desiderate affatto di correggervi, la vostra confessione non è stata che una menzogna e la vostra contrizione una larva di penitenza. Ne volete una seconda prova? Eccola. Di che vi accusavate l’anno scorso? Di ubriachezza, d’impurità, di superbia, di collera, di negligenza nel servizio di Dio? E di che vi accusate quest’anno? Delle stesse cose. E di che vi accuserete l’anno venturo se sarete ancora in vita? Ancora delle stesse cose. E perché, F. M., perché non desiderate affatto di condurre una vita più cristiana; ma vi confessate solo per sdebitarvi e per dire che avete fatto Pasqua; o, se voleste attestare la verità, direste che vi confessate ogni anno per aggiungere un nuovo peccato agli antichi; dicendo così, direste quello che veramente fate. Voi, dunque, non vi accorgete che il demonio vi inganna. S’egli a voi proponesse di abbandonar tutto, a voi che avete l’abitudine di confessarvi una volta l’anno, ne avreste orrore, non vorreste crederlo. Ma egli per avervi un giorno in suo potere, si accontenta di tenervi sempre nelle vostre cattive abitudini. Dubitate di quello che dico? Esaminate la vostra condotta, e vedete se vi siete corretto di qualche peccato dopo tanti anni che vi confessate solo a Pasqua; o per meglio dire, se ogni anno non vi affondate sempre più nell’abisso del peccato.  Ma, mi direte, tutto questo non ci spinge troppo a farci fare la Pasqua. — È vero, ma perché ingannarvi? Vi inganna già abbastanza il demonio; non c’è bisogno che anch’io mi unisca a lui. Io vi dico la pura verità; voi poi farete ciò che più vi aggrada. Io mi comporto in mezzo a voi come un medico in mezzo ad un gran numero di ammalati: egli propone a ciascuno i rimedi convenienti per ristabilirsi in salute; di quelli che disprezzano questi rimedi, egli non si cura; ma a quelli che vogliono usarne dice il gran bene che ne avranno stando alle prescrizioni, e nel medesimo tempo ricorda il male che ne verrà loro se non osserveranno i suoi ordini. Sì, F. M., io faccio lo stesso: vi faccio considerare quanto sono grandi i vantaggi che ci promettono i Sacramenti: o per dir meglio, che se non frequentiamo i Sacramenti, non vedremo mai la faccia di Dio, e siamo sicuri d’esser dannati. Quanto a quelli che, o per ignoranza, o per empietà, disprezzano questi salutari rimedi, i quali soli possono riconciliarli con Dio, faccio come quel medico che lascia da una parte coloro che non vogliono i suoi rimedi. Ma a quelli che mostrano desiderio di prenderli, bisogna assolutamente far conoscere le disposizioni che bisogna portarvi. Io penso, F. M., che forse tutto quello che vi ho detto, vi darà qualche inquietudine sulle vostre confessioni passate; lo desidero con tutto il mio cuore, affinché tocchi dalla grazia del buon Dio e dai rimorsi della coscienza usiate i mezzi che Dio vi offre oggi per uscire dal peccato. Ma, mi direte, cosa bisogna fare per riparare a tutto? — Volete saperlo e farlo? Ecco. Dovete ricominciare le vostre confessioni da quando credete d’averle fatte senza dolore; accuserete il numero delle confessioni e delle comunioni; e direte anche se avete taciuto qualche peccato, e se avete fatto qualche sforzo per non più ricadervi. Bisogna, perché le vostre confessioni possano consolarvi, che ogni confessione abbia operato in voi qualche cambiamento; bisogna che facciate, come dice S. Paolo parlando di Gesù Cristo, che uscì dalla tomba per non rientrarvi mai più (Rom. VI, 9); così voi, confessati i vostri peccati, non dovete tornare a commetterli mai più. Dovete nel vostro cuore, al posto di quella collera, di quell’aria di disprezzo che traspariva ad ogni menoma ingiuria che vi si faceva, far nascere la dolcezza, la bontà e la carità. Voi alla mattina ed alla sera mancavate di recitare le vostre orazioni, vi si vedeva farle senza attenzione e senza rispetto; ora, se siete veramente usciti dal peccato, vi si vedrà ogni mattina e sera fare le vostre preghiere con quel rispetto ed attenzione che il pensiero della presenza di Dio deve ispirarvi. Nei santi giorni di domenica vi si vedeva spesso entrare in chiesa quando le funzioni eran già molto avanzate; ora se avete ben fatto la Pasqua vi si vedrà di buon’ora prepararvi per santamente assistere a questa grande azione. Si vedrà quella madre, invece di correre di casa in casa ad osservare la condotta dell’una e dell’altra, la si vedrà occupata nelle sue faccende, ad istruire i suoi figli o, per meglio dire, la virtù trasparirà da ogni sua azione. Essa farà come quella giovane che da qualche tempo s’era data ai piaceri, anche ai più vergognosi; ma avendo riflesso sul suo spaventevole stato, e sentendo orrore di se stessa, si convertì. Qualche tempo dopo incontrò un giovane col quale spesso aveva trescato: questi cominciò a tenerle il solito linguaggio. Essa lo guardò con un’aria di disprezzo e d’indignazione, ricordandosi che questo disgraziato era stato la causa ch’ella offendesse il buon Dio. Stupito, le disse ch’essa senza dubbio non lo conosceva più. “Ah! disgraziato, t’ho conosciuto troppo! Vedo che tu sei sempre lo stesso, sepolto nel fango della colpa; ma, quanto a me, grazie a Dio, non son più la medesima; ho abbandonato quel maledetto peccato che aveva tanto sfigurata la povera anima mia. Ah! no, mille volte morire piuttosto che ricadere negli antichi peccati! „ Oh! bel modello per un Cristiano che ha avuto la disgrazia di peccare! Che dobbiamo dunque concludere? Eccolo, F. M.. Se non volete dannarvi, non dovete accontentarvi di confessarvi una volta all’anno; perché, ogni volta che vi trovate in peccato, correrete rischio di morirvi e di perdervi per tutta l’eternità. Se siete stati così disgraziati d’aver taciuto qualche peccato, o per timore o per vergogna, o se li avete confessati senza dolore, senza il desiderio di correggervene; od anche, se dopo tanti anni che vi confessate, non avete conosciuto alcun cambiamento nella vostra vita: concludete che tutte le vostre confessioni non valgono nulla e, per conseguenza, non sono state che sacrilegi ed abbominazioni che vi getteranno nell’inferno. Per quelli che non fanno Pasqua non ho nulla da dire; giacché vogliono assolutamente dannarsi, essi ne sono i padroni. Piangiamo la loro disgrazia, preghiamo per essi: la scambievole carità che dobbiamo avere vi ci obbliga. Domandiamo a Dio di non mai cadere in tale accecamento! Resistiamo coraggiosamente al mondo ed al demonio! Sospiriamo incessantemente la nostra vera patria che è il cielo, nostra gloria, nostra ricompensa e nostra felicità. È ciò che vi auguro…

Credo …

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Matt XXVIII:2; XXVIII:5-6.

Angelus Dómini descéndit de coelo, et dixit muliéribus: Quem quaeritis, surréxit, sicut dixit, allelúja.

[Un Angelo del Signore discese dal cielo e disse alle donne: Quegli che voi cercate è risuscitato come aveva detto, alleluia.]

Secreta

Suscipe múnera, Dómine, quaesumus, exsultántis Ecclésiæ: et, cui causam tanti gáudii præstitísti, perpétuæ fructum concéde lætítiæ.

[Signore, ricevi i doni della Chiesa esultante; e, a chi hai dato causa di tanta gioia, concedi il frutto di eterna letizia.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

[Joannes XX: 27] Mitte manum tuam, et cognósce loca clavórum, allelúja: et noli esse incrédulus, sed fidélis, allelúja, allelúja.

[Metti la tua mano, e riconosci il posto dei chiodi, alleluia; e non essere incredulo, ma fedele, alleluia, alleluia.]

Postcommunio

Orémus.

 Quæsumus, Dómine, Deus noster: ut sacrosáncta mystéria, quæ pro reparatiónis nostræ munímine contulísti; et præsens nobis remédium esse fácias et futúrum.

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLA CONFESSIONE PASQUALE

I SERMONI DEL CURATO D’ARS

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. II, 4° ed. Torino, Roma; C. Ed. Marietti, 1933)

Sulla Confessione pasquale.

“Erat autem proximum

Pascha, dies festus Judæorum”.

(JOAN. VI, 4).

Sì, Fratelli miei, ecco giunto e trascorso questo tempo fortunato in cui tanti Cristiani hanno abbandonato il peccato, ed hanno strappate le loro povere anime dagli artigli del demonio per rimettersi sotto l’amabile giogo del Salvatore. Ah! avesse Iddio voluto che fossimo nati nel bel tempo dei primitivi Cristiani, che con santa allegrezza vedevano giungere questo momento! O giorno beato! Giorno di salute e di grazia, che cosa sei diventato ora? Dove sono quelle gioie sante e celesti che formano la felicità dei figli di Dio? Sì, M. F., questo tempo di grazia riuscirà a noi di vantaggio o di danno: sarà la causa della nostra felicità, se corrispondiamo alle grazie che ci vengono prodigate in questo prezioso momento; oppure sarà la nostra perdita, se non ne approfittiamo o ne abusiamo.

— Ma, mi direte, che vuol dire questa parola Pasqua? — Non lo sapete? Ebbene! Ascoltate e lo saprete. Pasqua significa passaggio, cioè il passaggio dalla morte del peccato alla vita della grazia. Vedrete poi se le vostre Pasque sono buone, e se potete star tranquilli, massime voi, brava gente, che vi accontentate di adempiere il precetto della Chiesa, cioè di fare una sola confessione e comunione per Pasqua.

I. — Perché, F. M., la Chiesa ha stabilito il santo tempo della Quaresima? — Per prepararci a degnamente celebrare la santa Pasqua, mi rispondete; la Pasqua è il tempo in cui Dio sembra raddoppiare le sue grazie, ed eccitare i rimorsi delle nostre coscienze per farci uscire dal peccato. — Va benissimo, è ciò che vi insegna il Catechismo; ma se domandassi ad un fanciullo, qual è il peccato di coloro che non fanno Pasqua? mi risponderebbe semplicemente che è un grave peccato mortale; e se gli chiedessi: Quanti peccati mortali bastano per andare all’inferno? Mi soggiungerebbe: Basta un solo; se si muore senza averne ottenuto il perdono. Ebbene! che ne dite? Non avete fatto Pasqua? — No! mi rispondete. — Ma, poiché non avete fatto Pasqua, ed il non farla è un peccato mortale, dunque vi dannerete. Che ne pensate? Ciò non v’importa nulla? — Ah! avete ragione, dite tra voi, ma se io son dannato, non sarò solo. — Evvia! se ciò non v’importa, se v’è indifferente il salvarvi ed il perdervi, bisognerà proprio che vi consoliate, sperando che nella vostra disgrazia non sarete solo; e perciò non vi importuno più a lungo. Povera anima! che ne dite del linguaggio che tiene questo vostro corpo di peccato in cui avete la disgrazia di abitare? Oh! quante lagrime spargerete per tutta l’eternità! Oh! quanti lamenti! Oh! quanti urli manderete, là in mezzo alle fiamme senza speranza di uscirne! Oh! quanto siete disgraziata d’essere tanto costata a Gesù Cristo e d’essere da Lui separata per sempre! Perché, F. M., non avete fatto Pasqua? — Perché non l’ho voluto, mi direte. — Ma se morite in questo stato vi dannerete. — Tanto peggio! — Ebbene! ditemi, credete d’aver un’anima? — Ah! so bene che ho un’anima. — Ma, forse, credete che dopo la morte tutto sarà finito? — Ah! pensate tra voi: so che la nostra anima sarà felice od infelice, secondoché avrà fatto bene o male. — E che cosa può renderla infelice? — Il peccato, mi direte. — Vi sentite colpevole di peccato, dunque concludo che siete dannato. Non è vero, amico? Siete venuto una volta o due a confessarvi; ma siete sempre stato lo stesso. Perché? Perché non avete voluto correggervi, e vi è indifferente tanto il vivere nel peccato e dannarvi, quanto l’abbandonarlo per salvarvi. Volete dannarvi? Ebbene! non inquietatevi, lo sarete. — Non è vero, sorella mia, che avete lasciato passare Pasqua senza confessarvi? avete vissuto la Quaresima e la Pasqua, in peccato; e perché? Eccone la ragione: perché non avete più religione, avete perduta la fede, non pensate che a divertirvi un poco nel mondo, aspettando di esser gettata tra le fiamme. Vi vedremo, sorella mia, sì, un giorno vi vedremo; vedremo le vostre lagrime, la vostra disperazione; vi riconoscerò, almeno, lo credo; voi vi sarete dannata e ne eravate padrona. Ma tiriamo un velo; lasciamo nascoste nelle tenebre tutte queste sozzure fino al giorno del giudizio. Esaminiamo ora qual è la confessione e la comunione di coloro che si accontentano di accostarvisi una volta all’anno, e vedremo se essi possono esser tranquilli o no. Se per fare una buona confessione, bastasse domandar perdono a Dio, accusare i propri peccati e far qualche penitenza, il peccato, che la religione ci dipinge come una mostruosità, non avrebbe nulla di spaventevole; nulla sarebbe più facile che riparare la perdita della grazia di Dio e seguire la via che conduce al cielo, la quale invece, secondo Gesù Cristo stesso, è così difficile. Sentite ciò che Egli disse ad un giovane che gli domandava se sarebbero stati molti gli eletti, e se la via che conduce al cielo è difficile a seguirsi: Oh! come è stretta questa via! Quanto pochi sono quelli che la seguono! Oh! come sono pochi coloro che la cominciano e giungono alla fine (Matt. VII, 14)! Infatti, F. M., dopo aver vissuto per un anno intero senza fastidi, senza noie, non occupandovi che dei vostri affari temporali, delle vostre ricchezze od anche dei vostri piaceri, senza darvi pensiero di correggervi, né di lavorare per acquistare le virtù che vi mancano; verrete solo nella quindicina di Pasqua, più tardi che potrete, a raccontare i vostri peccati, come narrereste una storia: leggerete in un libro qualche preghiera, o ne farete qualche altra per un certo tempo. E con questo, tutto sarà fatto, e seguirete la vostra vita ordinaria; farete ciò che avete sempre fatto, vivrete come il solito; siete stati veduti ai giuochi e nelle osterie e vi ci si rivedrà: siete stato trovato nei balli e nei festini e vi sarete ritrovato: e così si dica del resto. Alla prossima Pasqua vi ripentirete della stessa cosa. E continuerete così fino alla morte: cioè il sacramento della Penitenza, in cui Dio sembra dimenticare la sua giustizia per non manifestare che la sua misericordia, non sarà più per voi che un gioco od un passatempo! Capite benissimo, che se nelle vostre confessioni non vi è nulla di meglio, potete giustamente concludere che esse non valgono nulla, per non dir di peggio.

II. — Ma per meglio convincervi, esaminiamo la cosa più davvicino. Per fare una buona confessione che possa riconciliarci con Dio, dobbiamo detestare i nostri peccati con tutto il nostro cuore; non perché siamo obbligati a dire al prete cose che vorremmo poter nascondere a noi stessi; ma bisogna pentirsi d’aver offeso un Dio così buono, d’esser restati sì lungo tempo nel peccato, d’aver disprezzato tutte le grazie colle quali ci sollecitava ad uscirne. Ecco, F. M., ciò che deve fare scorrere le nostre lagrime e spezzare il nostro cuore. Ditemi, se aveste questo vero dolore, non vi affrettereste a riparare il male che ne è la causa e a mettervi subito in grazia di Dio? Che direste di un uomo che guastatosi ingiustamente col suo amico e che poi, riconoscendo il suo torto se ne pente e non cerea il modo di riconciliarsi? Se l’amico suo fa qualche passo in proposito, non approfitterà egli dell’occasione? Ma se invece, non facesse conto di tutto ciò, non avreste ragione di dire che gli è indifferente d’essere in buona o cattiva relazione con quella persona? Il paragone è giusto. Chi ha la disgrazia di cadere nel peccato, o per debolezza od inavvertenza od anche per malizia, se ne ha un vero dolore, potrà restare lungamente in questo stato? Non ricorrerà subito al sacramento della Penitenza? Ma, se resta un anno nel peccato e vede con fastidio avvicinarsi il tempo della Pasqua, perché bisogna confessarsi; se, invece di presentarsi in principio di Quaresima al tribunale di Penitenza, per aver qualche tempo in cui potersi mortificare e non passare subito dal peccato alla sacra Mensa; se non vuol sentire parlare che a Pasqua della confessione, che cerca di ritardare per quanto gli è possibile presentandosi poi colle disposizioni di un condannato che vien condotto al supplizio; che cosa significa tutto questo? Eccovelo, che se la Pasqua fosse prolungata fino a Pentecoste, voi non vi confessereste che a Pentecoste: o se non venisse che ogni dieci anni, non vi confessereste che ogni dieci anni; e finalmente, se la Chiesa non ve lo comandasse, vi confessereste soltanto all’ora della morte. Che ne dite? Non è vero, che non è né il rimorso d’aver offeso Dio ciò che vi fa confessare; né l’amor di Dio, ciò che vi fa fare la Pasqua? — Ah! mi soggiungerete, è già qualche cosa, fare la S. Pasqua; e poi noi non la facciamo senza sapere il perché. — Ah! voi non sapete nulla; fate Pasqua per abitudine, per dire che l’avete fatta e, se voleste dire la verità, direste che ai vostri antichi peccati ne avete aggiunto uno nuovo. Non è dunque l’amor di Dio, né il rimorso di averlo offeso, che vi fa confessare e fare la Pasqua, e nemmeno il desiderio di condurre una vita più cristiana. Eccone la prova: se amaste il buon Dio, potreste acconsentire a commettere il peccato con tanta facilità, anzi con tanto piacere? Se aveste orrore del peccato, come dovreste averlo, potreste conservarlo per un anno intero sulla coscienza? Se aveste un vero desiderio di condurre una vita più cristiana, non si vedrebbe almeno qualche piccolo cambiamento nel vostro modo di vivere? No, M. F., non voglio parlarvi oggi di quei disgraziati, i quali non accusano che a metà i loro peccati per timore di non poter fare la Pasqua o d’essere rimandati; o forse per coprire col velo della virtù la loro vita vergognosa; e che, in questo stato s’avvicinano alla sacra Mensa e consumano la loro riprovazione, abbandonano il loro Dio al demonio, per esalare la loro anima dannata nell’inferno. No, voglio sperare che questo non vi riguardi; ma pure continuerò a dirvi che le vostre confessioni annuali non hanno nulla che possa tranquillizzare. — Ma, mi direte, che cosa bisogna fare perché la confessione sia buona? — Se volete saperlo, eccovelo: ascoltate bene, e vedrete se potete star sicuri. Affinché la vostra confessione meriti il perdono, bisogna ch’essa sia umile esincera, accompagnata da un vero dolore causato dal rimorso d’aver offeso Dio, e non per i castighi che merita il peccato, ed un fermo proposito di non più peccare per l’avvenire. Ciò premesso, dico che è ben difficile che tutte queste disposizioni si trovino in coloro che non si confessano che una volta all’anno: lo vedrete. Cos’è un cristiano ai piedi del prete, al quale fa la confessione dei suoi peccati? È un peccatore che viene col dolore nel cuore, e si getta ai piedi del suo Dio come un reo davanti al giudice, per accusarsi lui stesso e domandare la grazia. Come s’accuserà? Ecco: Io sono un colpevole indegno del nome di figlio: ho vissuto finora in un modo tutto opposto a ciò che mi comandava la mia religione; non ho avuto che disgusto per ciò che si riferisce al servizio di Dio; i santi giorni della domenica e quelli di festa non sono stati per me che giorni di piaceri edi gozzoviglie; o, per dir meglio, non ho fatto nulla di bene fino ad ora; sono perduto edannato se Dio non ha pietà di me. Ecco, F. M., i sentimenti di un Cristiano che ha in orroreil peccato. Ma, ditemi, si accusano così quelli che trovano non essere abbastanza il restare dodici mesi nel peccato, etrovano che le Pasque si avvicinano troppo veloci? Ahimè! Dio mio! voi vedete le confessioni annue che fanno questi poveri disgraziati, evedete che lefanno con una noia mortale. Oh! no, no, costui, non è più un reo, coperto di vergogna e penetrato di dolore d’aver offeso Dio, che s’umilia, s’accusa lui stesso, e domanda un perdono di cui si riconosce infinitamente indegno: ma ahimè! oserò dirlo? è un uomo che sembra raccontare una storia, e la racconta male, cerca di mascherarsi e di comparire colpevole il meno che può. Ascoltatelo: non è lui che ha commesso quel peccato d’impurità, è un altro che ve l’ha sollecitato, come se non fosse stato padrone di non seguire quel consigliere. Non è lui che s’è incollerito: è colpa del suo vicino che gli ha detto una parola pungente. Ha mancato alla Messa, sì, ma la compagnia ne fu la causa. Una volta mangiò di grasso in un giorno proibito; se non vi fosse stato spinto non l’avrebbe fatto. Egli ha parlato male, ma fu quello ch’era vicino a lui che l’ha fatto peccare. Diciamo meglio: il marito accusa la moglie, la moglie accusa il marito; il fratello la sorella e la sorella il fratello; il padrone il servo ed il servo cerca, per quanto può, di scaricarsi sul suo padrone. Dicendo il Confiteor, accusano se stessi, dicendo: E mia colpa: due minuti dopo si scusano ed accusano gli altri. Niente umiltà, niente sincerità, niente dolore: ecco le disposizioni di quelli che non si confessano che una volta all’anno. Un parroco dal modo con cui s’accusano, s’accorgerà ch’essi non hanno affatto le disposizioni necessarie per ricevere l’assoluzione. Se dà loro un po’ di tempo per non far loro commettere un sacrilegio, che cosa fanno essi? Ascoltateli: mormorano dicendo che non hanno il tempo di ritornare e che un’altra volta non saranno meglio disposti; e finiscono col dirvi che se non si vuol riceverli, andranno da un altro, che non sarà così scrupoloso, e che li assolverà… Come se Dio non potesse vivere senza di essi! Poveri ciechi!… Vedete da questo quali siano le loro disposizioni. Il sacerdote, dal modo con cui s’accusano, vede ch’essi non dicono tutto; è obbligato di far loro mille domande; essi non dicono né il numero, né le circostanze che cambiano la specie. Vi sono certi peccati ch’essi non vorrebbero dire e neppur nascondere. Che fanno? Li dicono per metà, come se il prete potesse sapere ciò che avviene nel loro cuore. Si accontentano di raccontare in blocco i peccati, senza nemmeno distinguerne i pensieri dai desideri. Il sacerdote chiederà: Non avete mai avuto pensieri di superbia, di vanità, di vendetta o d’impurità? Sapete che quando ci si fermiamo su volontariamente essi sono peccato. Avete commesso qualcheduna di queste mancanze? — Può darsi, risponderà, ma non me ne ricordo. — Ma bisogna dire approssimativamente il numero, altrimenti le confessioni non valgono nulla. — Ah! reverendo, come volete che mi ricordi di tutti i pensieri che ho avuti in un anno? ciò m’è impossibile. — Ah! Dio mio, che confessioni, o piuttosto che sacrilegi! … E neppure, F. M., si occupano delle circostanze che aggravano il peccato e che possono renderlo mortale. Ascoltate come si confessano: mi sono ubbriacato, ho calunniato il mio prossimo, ho peccato contro la santa virtù della purità, ho altercato, mi sono vendicato; e se il confessore non fa domande, basta. — Ma, gli dirà il confessore, quante volte avete fatto questo? Avete commesso di questi peccati in chiesa? Era un giorno di domenica? L’avete fatto in presenza dei vostri figli, dei vostri servi? V’era molta gente? L’onore del vostro prossimo ha sofferto qualche danno? Questi pensieri di superbia vi sono venuti in chiesa, durante la santa Messa? Vi ci siete fermati su per molto tempo? Questi pensieri, contrari alla santa virtù della purità, sono stati accompagnati da cattivi desideri? Quest’altro peccato è stato per inavvertenza o per malizia? Non avete aggiunto peccato a peccato, pensando che vi costerebbe lo stesso confessarvi di molti come di pochi? Vi sono di quelli che escludono affatto il dovere di farvi alcun dettaglio dei loro peccati e vi dicono francamente che essi non hanno nulla da rimproverarsi, che non hanno tempo, che bisogna che se ne vadano. Non avete tempo, ebbene! andatevene. Andare o restare per voi è la stessa cosa. Dio mio! che disposizioni! Dio mio! Sono questi peccatori che vengono a piangere i loro peccati? Bisogna però convenire che vi sono alcuni i quali fanno il possibile per ben esaminarsi, e che dicono i loro peccati meglio che possono; ma con tale indifferenza, freddezza ed insensibilità che strazia il cuore d’un povero sacerdote. Non sospiri, non gemiti, non lagrime! non un segno che annunci il dolore dei loro peccati. Bisogna che il prete, per dar loro l’assoluzione, sia persuaso che essi hanno migliori disposizioni di quelle che mostrano. So bene che le lacrime ed i sospiri non sono segni infallibili di conversione né di contrizione. Succede troppo spesso che quelli che piangono non sono per questo più Cristiani degli altri. Ma è pure cosa impressionante sentir raccontare con tanta freddezza ed indifferenza ciò che deve necessariamente attristarci ed eccitare le nostre lagrime. Se un reo fosse sicuro che, confessando i suoi delitti, riceverà la grazia; vi lascio immaginare se potrebbe manifestarli senza lagrime, nella speranza di commuovere il cuore del giudice e meritarsi il perdono. Osservate un ammalato quando scopre le sue piaghe al medico; udite i suoi sospiri e vedete le sue lagrime. Vedete un amico che vi racconta le sue pene: i suoi atti, il tono della sua voce, il suo modo d’esprimersi, tutto in luì vi rivela il suo affanno ed il suo dolore. Perché, F. M., nulla appare di tutto questo, quando confessiamo i nostri peccati? Non lo sapete? Ebbene! ve l’insegnerò: il vostro cuore non è più commosso delle vostre parole, ed il vostro interno è simile al vostro esterno: i vostri peccati non vi danno più dolore di quello che ne dimostrate. Ecco perché, dopo le vostre Pasque, siete sì poco Cristiano, e non siete né più buono né meno peccatore di prima.

III. Ho detto che il rimorso d’aver offeso Dio, se è vero, deve necessariamente rinchiudere una sincera volontà di non voler più peccare: che se questa volontà è sincera ci porterà altresì a stare in guardia; a cacciare tutti i pensieri cattivi di vendetta, d’impurità, non appena ce ne accorgiamo; a fuggire le occasioni che ci avevan portato al peccato; a nulla trascurare per correggerci delle nostre cattive abitudini. Ebbene! amico, il vostro proposito di non più offendere il buon Dio non è dunque stato sincero, poiché vi si vedeva nelle osterie e vi ci si vede ancora; eravate stato visto in quella compagnia dove avete commesso quel peccato e vi comparite ancor oggi. Converrete con me che non avete fatto alcuno sforzo per viver meglio, che nel corso dell’anno passato. Perché questo, amico mio? Perché? Ecco: perché non desiderate affatto di correggervi, la vostra confessione non è stata che una menzogna e la vostra contrizione una larva di penitenza. Ne volete una seconda prova? Eccola. Di che vi accusavate l’anno scorso? Di ubriachezza, d’impurità, di superbia, di collera, di negligenza nel servizio di Dio? E di che vi accusate quest’anno? Delle stesse cose. E di che vi accuserete l’anno venturo se sarete ancora in vita? Ancora delle stesse cose. E perché, F. M., perché non desiderate affatto di condurre una vita più cristiana; ma vi confessate solo per sdebitarvi e per dire che avete fatto Pasqua; o, se voleste attestare la verità, direste che vi confessate ogni anno per aggiungere un nuovo peccato agli antichi; dicendo così, direste quello che veramente fate. Voi, dunque, non vi accorgete che il demonio vi inganna. S’egli a voi proponesse di abbandonar tutto, a voi che avete l’abitudine di confessarvi una volta l’anno, ne avreste orrore, non vorreste crederlo. Ma egli per avervi un giorno in suo potere, si accontenta di tenervi sempre nelle vostre cattive abitudini. Dubitate di quello che dico? Esaminate la vostra condotta, e vedete se vi siete corretto di qualche peccato dopo tanti anni che vi confessate solo a Pasqua; o per meglio dire, se ogni anno non vi affondate sempre più nell’abisso del peccato.  Ma, mi direte, tutto questo non ci spinge troppo a farci fare la Pasqua. — È vero, ma perché ingannarvi? Vi inganna già abbastanza il demonio; non c’è bisogno che anch’io mi unisca a lui. Io vi dico la pura verità; voi poi farete ciò che più vi aggrada. Io mi comporto in mezzo a voi come un medico in mezzo ad un gran numero di ammalati: egli propone a ciascuno i rimedi convenienti per ristabilirsi in salute; di quelli che disprezzano questi rimedi, egli non si cura; ma a quelli che vogliono usarne dice il gran bene che ne avranno stando alle prescrizioni, e nel medesimo tempo ricorda il male che ne verrà loro se non osserveranno i suoi ordini. Sì, F. M., io faccio lo stesso: vi faccio considerare quanto sono grandi i vantaggi che ci promettono i Sacramenti: o per dir meglio, che se non frequentiamo i Sacramenti, non vedremo mai la faccia di Dio, e siamo sicuri d’esser dannati. Quanto a quelli che, o per ignoranza, o per empietà, disprezzano questi salutari rimedi, i quali soli possono riconciliarli con Dio, faccio come quel medico che lascia da una parte coloro che non vogliono i suoi rimedi. Ma a quelli che mostrano desiderio di prenderli, bisogna assolutamente far conoscere le disposizioni che bisogna portarvi. Io penso, F. M., che forse tutto quello che vi ho detto, vi darà qualche inquietudine sulle vostre confessioni passate; lo desidero con tutto il mio cuore, affinché tocchi dalla grazia del buon Dio e dai rimorsi della coscienza usiate i mezzi che Dio vi offre oggi per uscire dal peccato. Ma, mi direte, cosa bisogna fare per riparare a tutto? — Volete saperlo e farlo? Ecco. Dovete ricominciare le vostre confessioni da quando credete d’averle fatte senza dolore; accuserete il numero delle confessioni e delle comunioni; e direte anche se avete taciuto qualche peccato, e se avete fatto qualche sforzo per non più ricadervi. Bisogna, perché le vostre confessioni possano consolarvi, che ogni confessione abbia operato in voi qualche cambiamento; bisogna che facciate, come dice S. Paolo parlando di Gesù Cristo, che uscì dalla tomba per non rientrarvi mai più (Rom. VI, 9); così voi, confessati i vostri peccati, non dovete tornare a commetterli mai più. Dovete nel vostro cuore, al posto di quella collera, di quell’aria di disprezzo che traspariva ad ogni menoma ingiuria che vi si faceva, far nascere la dolcezza, la bontà e la carità. Voi alla mattina ed alla sera mancavate di recitare le vostre orazioni, vi si vedeva farle senza attenzione e senza rispetto; ora, se siete veramente usciti dal peccato, vi si vedrà ogni mattina e sera fare le vostre preghiere con quel rispetto ed attenzione che il pensiero della presenza di Dio deve ispirarvi. Nei santi giorni di domenica vi si vedeva spesso entrare in chiesa quando le funzioni eran già molto avanzate; ora se avete ben fatto la Pasqua vi si vedrà di buon’ora prepararvi per santamente assistere a questa grande azione. Si vedrà quella madre, invece di correre di casa in casa ad osservare la condotta dell’una e dell’altra, la si vedrà occupata nelle sue faccende, ad istruire i suoi figli o, per meglio dire, la virtù trasparirà da ogni sua azione. Essa farà come quella giovane che da qualche tempo s’era data ai piaceri, anche ai più vergognosi; ma avendo riflesso sul suo spaventevole stato, e sentendo orrore di se stessa, si convertì. Qualche tempo dopo incontrò un giovane col quale spesso aveva trescato: questi cominciò a tenerle il solito linguaggio. Essa lo guardò con un’aria di disprezzo e d’indignazione, ricordandosi che questo disgraziato era stato la causa ch’ella offendesse il buon Dio. Stupito, le disse ch’essa senza dubbio non lo conosceva più. “Ah! disgraziato, t’ho conosciuto troppo! Vedo che tu sei sempre lo stesso, sepolto nel fango della colpa; ma, quanto a me, grazie a Dio, non son più la medesima; ho abbandonato quel maledetto peccato che aveva tanto sfigurata la povera anima mia. Ah! no, mille volte morire piuttosto che ricadere negli antichi peccati! „ Oh! bel modello per un Cristiano che ha avuto la disgrazia di peccare! Che dobbiamo dunque concludere? Eccolo, F. M.. Se non volete dannarvi, non dovete accontentarvi di confessarvi una volta all’anno; perché, ogni volta che vi trovate in peccato, correrete rischio di morirvi e di perdervi per tutta l’eternità. Se siete stati così disgraziati d’aver taciuto qualche peccato, o per timore o per vergogna, o se li avete confessati senza dolore, senza il desiderio di correggervene; od anche, se dopo tanti anni che vi confessate, non avete conosciuto alcun cambiamento nella vostra vita: concludete che tutte le vostre confessioni non valgono nulla e, per conseguenza, non sono state che sacrilegi ed abbominazioni che vi getteranno nell’inferno. Per quelli che non fanno Pasqua non ho nulla da dire; giacché vogliono assolutamente dannarsi, essi ne sono i padroni. Piangiamo la loro disgrazia, preghiamo per essi: la scambievole carità che dobbiamo avere vi ci obbliga. Domandiamo a Dio dinon mai cadere in tale accecamento! Resistiamo coraggiosamente al mondo ed al demonio! Sospiriamo incessantemente la nostra vera patria che è il cielo, nostra gloria, nostra ricompensa e nostra felicità. È ciò che vi auguro…