TUTTA LE MESSA (LA “VERA” UNICA CATTOLICA ROMANA) MOMENTO PER MOMENTO (6)

TUTTA LA MESSA MOMENTO PER MOMENTO (6)

[Aldéric BEAÜLAÇ, p. S. S.

Vicario & subdiacono (Montréal)

“TOUTE LA MESSE

Par questions et réponses”

TUTTA LA MESSA in Domande e risposte

(Nouvelle édition revue et corrigée)

3425, RUE ST-DENIS MONTREAL

Cum permissu Superioris,

EUGENE MOREAU, p.s.s.

Nihil obstat’.

AUGUSTE FERLAND, p.s.s.

censor deputatus

Marianopoli, die 28a martii 1943

Imprimi potest’.

ALBERT VALOIS, V. G.

Marianopoli, die 28a martii 1943

CAPITOLO V

CONSACRAZIONE

171 — Quale è la seconda parte della Messe dei fedeli?

La seconda parte della Messa dei fedeli si estende dal Prefazio al Pater: comprende le preghiere e gli atti che accompagnano la consacrazione.

I riti dell’offerta sono terminati: la materia del sacrificio viene preparata, offerta, santificata e, insieme all’Ostia, ci presentiamo anche noi a Dio per essere immolati con il suo Figlio Divino.

1 — Il Prefazio.

172 — Qual è il senso della parola prefazio?

Il termine “prefazio” è composta da due parole latine, præ-fatio, prefazione. La prefazione è un’introduzione e una preparazione all’atto del Sacrificio.

San Cipriano ( + 258) usa già questo termine, ma con questo nome si riferisce solo al dialogo introduttivo. Egli chiama il testo che segue “oratio”, preghiera. Oggi la parola prefazione, insieme a questo dialogo, indica la preghiera che termina al Sanctus.

173 — Quanti prefazi si contano nel Messale?

Il nostro Messale ha quindici prefazi: quelle del Natale, dell’Epifania, della Quaresima, della Santa Croce, della Pasqua, dell’Ascensione, del Sacro Cuore, di Gesù Cristo Re, della Pentecoste, della Santissima Trinità, della Vergine, di San Giuseppe, degli Apostoli, dei defunti ed il comune prefazio.

Immolando l’Agnello Pasquale, gli Ebrei ringraziavano Dio per tutte le benedizioni che aveva concesso al suo popolo: la creazione, la salvezza concessa a Noè, l’elezione di Abramo, la rivelazione fatta a Mosè, la liberazione dall’Egitto, ecc. Nostro Signore nell’Ultima Cena ha fatto lo stesso sostituendo il pane e il vino all’agnello. Gli Apostoli e i loro successori hanno reso grazie celebrando di nuovo la Cena del Signore, come il Maestro ha comandato. « Chi presiede – dice san Giustino nel II secolo – dopo aver ricevuto i doni (pane, vino), rende gloria a Dio per mezzo del Figlio e dello Spirito Santo, e procede con lunghe preghiere all’Eucaristia o azione di grazia ». La Chiesa ha sostituito la lunga nomenclatura dei benefici concessi da Dio nella Vecchia Legge, con il ricordo dei benefici che Dio ci ha concesso sotto la Nuova Legge nella persona di Gesù Cristo. Il comune prefazio, essendo una formula schematica piuttosto che regolare, menziona che  è degno … il rendere grazie; ognuna degli altri prefazi indica il particolare beneficio di cui la Chiesa ringrazia: a Natale, per esempio, « perché, attraverso il mistero del Verbo incarnato, una nuova luce della vostra chiarezza ha brillato nella nostra mente, così che ora, conoscendo Dio in modo visibile, attraverso di Lui ci rallegriamo nell’amore delle cose invisibili… ».

174 — Come si divide il prefazio?

Il prefazio si compone di tre parti: l’introduzione o dialogo, il corpo e la conclusione o  transizione al Sanctus,

175 — Di quanti versetti si compone il dialogo introduttivo?

L’introduzione si compone di tre versetti e della loro riposta:

v. — Dominus vobiscum.

Il Signore sia con voi.

r. — Et cum spiritu tuo.

E con il tuo spirito.

v. — Sursum corda!

In alto i cuori!

r. —. Habemus ad Dominum.

Li abbiamo verso il Signore.

v. — Gratias agamus Domino Deo nostro.

Rendiamo grazie a Dio.

r. — Dignum et justum est.

Questo è degno giusto.

Con le sue pressanti esortazioni, il Sacerdote vuol fissare l’attenzione dei fedeli, prepararli al rito centrale dell’oblazione eucaristica, renderli partecipi attivi del suo sacrificio che è anche il loro sacrificio.

176 — Perché il Sacerdote non si volta a salutare il popolo?

Il sacerdote si è congedato dal popolo con Orate Fratres. D’ora in poi, come Mosè sul Sinai, egli conversa con il Signore, la sua attenzione è tutta sulla sacra fazione del sacrificio.

Inoltre, in alcune chiese, come tra gli armeni, i russi, i copti e altri orientali, sarebbe stato superfluo rivolgersi al popolo; perché subito prima del prefatio le porte del santuario erano chiuse e le tende tirate, in modo che il Sacerdote non sia più visto dai presenti.

177 — Si spieghi l’esclamazione Sursum corda.

Il Sacerdote – dice S. Cipriano ( + 258) – prima di iniziare la preghiera (canone), prepara lo spirito dei fratelli con questa prefazione, Sursam corda, affinché il popolo sia avvertito dalla sua risposta, habemus ad Dominum, lo teniamo elevato al Signore, dell’obbligo di prendersi cura di Dio solo. Chiudiamo dunque il nostro cuore a tutti tranne che al Signore, e non lasciamo che il suo nemico si avvicini a noi, mentre gli chiediamo grazie ». – A sua volta, sant’Agostino ( + 430) spiega questa preghiera: « Ricordatevi bene – dice – dell’ordine della liturgia ». Prima di tutto, dopo l’orazione (la preghiera dei fedeli), siete invitati a tenere in alto i vostri cuori, cosa che è adatto alle membra di Cristo (che voi siete) … perché il nostro Capo è in cielo. Ecco perché quando si dice; Sursum corda, si risponde: Habemus ad Dominum“.  La nostra conversazione è in cielo (Filipp., III, 20): pensare e tendere a ciò che è in alto, tale è la filosofia cristiana. Il sursum corda, durante il santo Sacrificio, ce lo ricorda e ci dispone ad esso.

178 — Quale rubrica osserva il Sacerdote dicendo: Sursum corda?

Il sacerdote alza le mani per testimoniare, con questo gesto, il suo ardente desiderio di unirsi e donarsi totalmente a Dio. – Ai Vespri dell’Ascensione cantiamo: Sii, o Gesù, la meta a cui sono diretti i nostri cuori! E l’inno dell’ufficio festivo del mercoledì, al Mattutino, indica con questo slancio dell’anima, il gesto che significa: Alziamo gli animi e le mani, facendo eco all’invito del profeta Geremia: Alziamo i nostri cuori e le nostre mani al Signore nei cieli (Lam., III, 41).

Si solleva il cuore oltre che le mani – dice San Gregorio Magno – quando si dà forza alla preghiera attraverso le opere buone. Pregare senza fare buone azioni è alzare il cuore senza le mani, e agire senza preghiera è alzare le mani senza il cuore.

179 — Quale rubrica osserva il Sacerdote nel dire il versetto: “Rendiamo grazie al Signore”?

Mentre il Sacerdote pronuncia queste parole, unisce le mani sul petto, alza gli occhi, e poi china rispettosamente il capo davanti alla Croce dell’altare.

Più l’anima si eleva al di sopra di se stessa e di tutte le creature, più vede che Dio è carità eterna e fonte di ogni bene. Questa considerazione porta al ringraziamento. Questo sentimento si manifesta nel Sacerdote quando dice Rendiamo grazie a Dio, e nei fedeli quando rispondono, attraverso la bocca del servente della Messa o dei cantori: “Questo è degno e giusto”.

180 — Da cosa è composto il corpo del prefatio?

Il corpo del prefatio è composto da due parti: l’inizio e il proprio.

L’inizio è sempre lo stesso: è veramente degno e giusto, equo e salutare rendervi grazie in ogni momento e in ogni luogo, o Signore santo, Padre onnipotente, Dio onnipotente, per Cristo nostro Signore.

Adattato ai Misteri o alle Feste, il proprio sviluppa il perché del Ringraziamento: a Natale, perché attraverso il mistero della Iincarnazione conosciamo Dio in forma visibile; all’Epifania, perché il suo Figlio unigenito, vedendosi rivestito della nostra carne mortale, ha riparato la nostra natura comunicandogli il nuovo splendore della sua immortalità; durante la Quaresima, perché attraverso il digiuno corporeo reprime i vizi ed eleva l’Anima; alla Passione, perché ha posto la salvezza del mondo sull’albero della Croce, dove Gesù ha sconfitto nel legno colui che una volta aveva trionfato nel legnoo dell’albero (del paradiso terrestre); a Pasqua, perché Cristo è il vero Agnello che è stato immolato per togliere i nostri peccati dal mondo e risorto per restituirci la nostra vita; e così via…

181 — Mostrate che è degno rendere grazie a Dio:

È degno in relazione a Dio e in relazione a noi stessi:

a) Nel ringraziare Dio, lo riconosciamo come l’Autore di tutti i nostri beni; esaltiamo la sua maestà, l’amore paterno, la grandezza e la bontà, e così diamo a Dio ciò che la sua dignità esige.

b) La gratitudine è il segno di un cuore sollevato. Il fervido ringraziamento appartiene alla perfezione cristiana: perciò i Santi non si stancano mai di ringraziare Dio in terra, e il loro infinito ringraziamento è la loro occupazione più dolce dell’eternità.

182 — Mostrate che è giusto rendere grazie a Dio.

Dio esige da noi il ringraziamento come tributo obbligatorio. San Paolo ricorda ai suoi Cristiani questo dovere: Rendiamo grazie a Dio in tutte le cose: questa è la volontà di Dio in Gesù Cristo (1 Tess. v, 18).

183 — Mostrate che è equo rendere grazie a Dio.

Se consideriamo l’immensità della bontà di Dio e l’abbondanza delle sue misericordie riversate su di noi ogni giorno, il nostro cuore traboccerà di amore e gratitudine, la nostra bocca proclamerà le meraviglie della sua bontà divina, daremo a Dio più di quanto siamo vincolati da una legge severa e rigorosa.

184 — Mostrate che è salutare rendere grazie a Dio.

Ascoltiamo l’autore dell’Imitazione di Gesù Cristo: « Se la grazia non scorre abbondantemente su di noi, è perché siamo ingrati verso il suo Autore e non risaliamo alla sua fonte originaria: perché la grazia non è mai negata a chi la riceve con gratitudine….. Siate grati, dunque, per le più piccole grazie, e meriterete di riceverne di più grandi. (De Imit. Ch., 1. II. c. X, n. 2, 5).

185 — Mostrate che bisogna rendere grazie a Dio in ogni tempo.

Benedirò Dio in ogni tempo – canta il Salmista – la sua lode sarà sempre sulla mia bocca (Sal XXXIII). E altrove: È bene lodare il Signore e cantare a gloria del tuo nome, o Altissimo, per proclamare la tua misericordia al mattino e la tua verità nella notte (Sal. XCI, 1 e 2).

Sant’Agostino commenta così questi ultimi versetti: « Noi non siamo Cristiani che per la vita futura; nessuno si prometta il bene di questa vita e la felicità del mondo perché è Cristiano; che usi la felicità di questo mondo come può, quando può e quanto può. Quando la possiede, ringrazi Dio che lo consola; quando ne è privato, renda grazie per la sua giustizia; sia sempre grato, mai ingrato; riceva con gratitudine i favori di un Padre che lo consola e riceva con la stessa gratitudine le punizioni di un Padre che lo sottomette al giogo della disciplina, perché è sempre per amore che Dio ci elargisce i suoi favori o le sue minacce, e il Cristiano ripeta queste parole del Salmista: « È bene benedire il Signore e cantare i suoi inni nel vostro nome, o Dio Altissimo. » (S. Aug., Dnar. in ps. XCI, n. 1).

186 — Come termina il Prefatio?

Il Prefatio termina con la menzione che in cielo tutti i cori degli Angeli rendono grazie a Dio per mezzo di Cristo e la domanda che sulla terra possiamo unire le nostre voci alle loro per annunciare la gloria dell’augusta Trinità e del nostro Salvatore, dicendo il Sanctus con profonda umiltà.

2 — Il Sanctus

187 — Di quante parti ci compone il Sanctus?

Il Sanctus è composto da due parti: la prima

Santo, santo, santo è il Signore, il Dio degli eserciti. I cieli e la terra sono pieni della vostra gloria.

– comprende la glorificazione dell’adorabile Trinità; la seconda – Osanna al più alto dei cieli. Benedetto sia Colui che viene nel nome del Signore. Osanna nel più alto dei cieli – è il saluto al Salvatore dai fedeli della terra.

L’enumerazione di tutti i benefici per i quali dobbiamo rendere grazie a Dio, dalla creazione, attraverso tutto l’Antico Testamento, fino al passaggio di Isaia (Is., VL 3), dove è fatta menzione degli Angeli, riporta al Sanctus: “I Serafini si rallegravano l’un l’altro e dicevano Santo, Santo, Santo è il Signore, il Dio degli eserciti; tutta la terra è piena della sua gloria….. La triplice ripetizione di questa parola santa non solo vuole insistere più fortemente sulla santità di Dio, ma indica la Trinità delle Persone in un unico Dio che è santo.

188 — Spiegate l’espressione: Benedetto colui che viene nel nome del Signore.

Questa espressione è mutuata dal canto del trionfo con cui il Salvatore, principe della pace e vincitore della morte, è stato accolto dalle folle al suo solenne ingresso a Gerusalemme. È una formula di omaggio e di lode al Salvatore, in questo momento in cui, come Agnello divino, si prepara ad apparire in mezzo a noi, come un tempo a Gerusalemme, per consumarvi il suo Sacrificio.

189 — Cosa significa la parola Osanna?

La parola Osanna è un’acclamazione ebraica; è presa a volte come un grido di angoscia, che significa aiuto o salvezza (Sal. CXVIII, 26), a volte come un grido di gioia e di trionfo, che significa: egli viva (Math. XXL 9). San Luca spiega questa parola già in questo senso (di gioia) con una circonlocuzione; invece di dire: “Osanna nell’alto, dice: “Pace nel cielo e gloria nell’alto”. (Luca, XIX, 38).

190 — Quali nomi si danno al Sanctus?

A causa della prima parte, questo canto è chiamato trisagio, inno serafico o angelico; per la seconda parte lo si chiama inno trionfale.

La parola “trisagion” – da due parole greche che significano tre e santo – indica un inno in cui la parola santo viene ripetuta tre volte.

191 — Quali regole osservano il Sacerdore ed il servente al Sanctus?

Al Sanctus, il Sacerdote si inchina e unisce le mani nel rispetto della santità dell’Altissimo e per le ultime parole del Prefatio: « vi diciamo umilmente »; si segna alle parole: « benedetto colui che viene…. » secondo l’antica usanza di segnarsi quando si recitano testi presi dal Vangelo. Il servente fa suonare la campanella all’inizio del Sanctus: questo suono « costituisce un segnale per attirare l’attenzione dei fedeli sulla prossima consacrazione, una manifestazione di gioia, una professione di fede nell’imminente presenza eucaristica del Cristo, un segno di unione con i cori angelici, nella lode e nell’adorazione comune », secondo l’espressione stessa di un decreto della Sacra Congregazione dei Riti (n. 4377) del 25 ottobre 1922.

https://www.exsurgatdeus.org/2020/04/21/tutta-la-messa-lunica-vera-messa-romana-momento-per-momento-7/

SALMI BIBLICI: “AD TE LEVAVI OCULOS MEOS” (CXXII)

SALMO 122: “AD TE LEVAVI OCULOS MEOS

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 122:

[1] Canticum graduum.

 [1] Ad te levavi oculos meos,

qui habitas in cœlis.

[2] Ecce sicut oculi servorum in manibus dominorum suorum; sicut oculi ancillae in manibus dominæ suæ: ita oculi nostri ad Dominum Deum nostrum, donec misereatur nostri.

[3] Miserere nostri, Domine, miserere nostri, quia multum repleti sumus despectione;

[4] quia multum repleta est anima nostra opprobrium abundantibus, et despectio superbis.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXXII.

Preghiera dell’uomo viatore, che nell’esilio soffre travaglio, principalmente per dispregio.

Cantico dei gradi.

1. Alzai gli occhi miei a te, che fai tuo soggiorno nei cieli. Ecco che, come gli occhi dei servi son fissamente rivolti alle mani dei padroni;

2. Come gli occhi dell’ancella son fissamente rivolti alle mani della padrona; così gli occhi nostri al Signore Dio nostro, in aspettando ch’egli abbia di noi pietà.

3. Abbi pietà di noi, o Signore, abbi di noi pietà; perocché siam satolli di disprezzo oltremodo;

4. Perché molto ne è satolla l’anima nostra: ella oggetto di obbrobrio ai facoltosi e di scherno ai superbi.

Sommario analitico

Il salmista, personificando in sé il popolo esiliato e prigioniero, gemente sotto il giogo dei loro nemici,

I. Indirizza a Dio la sua preghiera:

1° pia e sublime (1)

2° umile e perseverante (2).

II – Egli espone i motivi che devono portarlo ad aver pietà di loro:

1° essi sono nella estrema confusione (3);

2° non solo numerosi sono gli oltraggi dei quali sono oggetto, ma eccessivi e penetrano fino al fondo della loro anima;

3° sono un soggetto di obbrobrio per i ricchi e di disprezzo per i superbi (4).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1, 2.

ff. 1, 2. – C’è una gradazione in ciascuno di questi salmi, chiamati appunto graduali. Nel primo il salmista grida verso il Signore dal mezzo della tribolazione; nel secondo, alza gli occhi verso le alte montagne; nel terzo, di rallegra alla promessa che gli viene fatta di entrare ben presto nella casa del Signore. Qui, egli va più oltre, ed è verso Dio che eleva gli occhi (S. Girol.). – Non è più verso un oggetto creato, verso una delle creature intelligenti, chiunque sia, ma è verso Dio stesso che eleva, non solo gli occhi del corpo, ma soprattutto gli occhi interiori dell’anima, l’affezione e l’intenzione. (Hug. Card.). –  È durante il loro soggiorno presso i popoli barbari che i Giudei ricevettero le lezioni più sublimi e che furono, in questa privazione assoluta di tutte le risorse vitali. Essi imparano che Dio, in qualsiasi luogo invocato, esaudisce prontamente alle nostre preghiere. Le prime ragioni di una vita tutta nuova andranno ben presto ad illuminare i loro sguardi, e così il profeta prelude a questo grande cambiamento, e sotto il velo della comparazione, annunzia che l’osservanza dei luoghi prescritti per la legge, cesseranno di essere obbligatori (S. Cris.).- Tutta la scienza della salvezza è il saper alzare gli occhi verso Colui che abita nel cielo. Si esercita così una grandissima virtù della religione: la fede, la speranza e la carità … il Profeta non nomina Dio, lo caratterizza per la sua dimora che è il cielo; non più il cielo che noi vediamo – dice Sant’Agostino – non solo il cielo dove sono gli Angeli ed i Santi, ma il cielo che è in Dio stesso, il cielo che è l’essenza propria di Dio (Berthier). – « Come gli occhi dei servi sono attenti alle mani dei loro padroni. » Se fosse questione di servi e padroni terreni, il Profeta avrebbe dovuto dire che gli occhi dei servi erano fissi sugli occhi, sulle labbra dei loro padroni, perché è con la parola o con un segno degli occhi che i loro padroni intimano i loro ordini; ma nella Scrittura, le mani significano sovente le opere … il Profeta si esprime dunque in tal modo per farci conoscere che i desideri dei servi dei quali parla, sono interamente portati sulle opere. (S. Hilar.). –  Quanti Cristiani tengono sempre, per partito preso, gli occhi rivolti verso terra, (Ps. XVI, 11), e non hanno nulla da sperare da Dio! Colui che al contrario li alza verso il cielo, ha diritto di sperare tutto; nulla lo sorprende, nulla lo stupisce, perché egli ha sempre i suoi occhi fissati a Colui che sempre ha gli occhi aperti su di lui. Che significa questo paragone: « come i servi, etc. » Essi non sperano e non attendono altro soccorso e protezione; perché da chi, il servo e la serva attendono il nutrimento, il vestito e le altre cose necessarie alla vita? Dai loro padroni soltanto; essi anche non si ritirano, ma restano in loro presenza fino a quando non abbiano ricevuto ciò che sia loro necessario (S. Cris.). Orbene, il Profeta alza gli occhi verso il Signore, affinché fermando il suo sguardo su Dio, nel momento in cui esercita la sua giustizia, Dio, mosso a pietà sotto questo aspetto, ascolti la voce della sua misericordia e cessi di colpire. Supponete che un padrone abbia ordinato che si colpisca un servo; lo si batte, egli sente dolore del corpo, fissa uno sguardo doloroso sulla mano del suo padrone, fino a quando questi non faccia segno che si cessi. (S. Agost.). – « … Affinché abbia pietà di noi. » Egli non si stanca, non cessa di fissare i suoi occhi sul Signore, benché Dio, per provare la sua fede, differisca l’esercizio della sua misericordia, perché la fede fa attendere con piena fiducia ed una santa sicurezza l’effetto della sua preghiera. Egli non dubita della misericordia di Dio, perché i suoi occhi restano fissati su di Lui fino a che Dio abbia pietà di lui. A questa attesa perseverante, egli aggiunge la preghiera: «Abbiate pietà di noi, Signore, abbiate pietà di noi. » Egli parla fissando gli occhi su Dio, prega in questa attitudine con quella perseveranza che gli schiavi dei vizi mettono in opera nelle inclinazioni perverse che li dominano. Ma lui, pieno di una ferma speranza nei beni eterni, persevera nella fiducia che la misericordia di Dio avrà per lui il suo pieno effetto (S. Hil.). 

II. — 3, 4.

3, 4. – « Noi siamo saturi di disprezzo e di obbrobrio. » Ecco ciò che deve attendersi quaggiù quella ferma speranza dei fedeli: gli oltraggi degli empi e la persecuzione da parte dei malvagi. In effetti, se predichiamo la giustizia, incorriamo nell’odio dell’uomo iniquo; se lodiamo la castità, l’impudico si irrita; l’intemperante ha in orrore le nostre mortificazioni e i nostri digiuni; se esortiamo i fedeli alla liberalità, l’avaro ci accusa di follia; se predichiamo Gesù-Cristo, Dio crocifisso, il Giudei si aggiungono ai pagani per perseguitare la nostra Religione e la nostra fede. Quando facciamo professione di attendere il giudizio di Dio, i re della terra si offendono, perché essi vogliono ad ogni costo togliere a Dio il potere di esaminare e giudicare la nostra vita. Se insegniamo la resurrezione dai morti, subiremo le contraddizioni degli infedeli, i cui corpi sono come già sepolti sotto tutti i vizi. Infine, la nostra fede, appoggiata sulla Legge, sui Profeti, sui Vangeli e sugli Apostoli, è attaccata e sfigurata da tutte le menzogne degli eretici. Noi siamo battuti, maledetti, esiliati, proscritti, messi a morte con il ferro, con le fiamme, o precipitati in mare; si sevizia la nostra timidezza, nel nostro corpo risentiamo un vivo dolore di tutte queste ingiustizie (S. Hilar.). – Perché, in effetti, in questa valle di lacrime, l’uomo giusto e santo, non è oggetto di disprezzo? Ma il disprezzo di cui parla qui il Profeta è soprattutto quello che soffrono i buoni da parte dei malvagi, i giusti da parte degli empi. Tutti coloro che vogliono vivere piamente secondo il Cristo, soffriranno inevitabilmente degli obbrobri, e saranno inevitabilmente disprezzati da coloro che non vogliono vivere piamente e il cui benessere è solo terreno. (I Tim. III). Si scherniscono coloro che chiamano felicità ciò che gli occhi non possono vedere, e si dice loro: cosa credi tu, cose insensate? Vedi forse ciò che credi? Qualcuno è mai ritornato dagli inferi per riferire cosa gli accade? Io ciò che amo, lo vedo e ne gioisco! Vi si disdegna, vi si disprezza, perché voi sperate delle cose che non vedete; e colui che vi disdegna si vanta di possedere ciò che vede (S. Agost.). – « La nostra anima è stata tutta ripiena di confusione. » Qui, per maggior chiarezza, il Profeta nomina l’anima; perché l’idea del disprezzo affligge soprattutto l’anima intelligente, gli esseri che sono privi di questo dono prezioso, possono conoscere il dolore, ma non il disprezzo … L’obbrobrio ed il disprezzo dicono la stessa cosa, tanto da poter confondere qui gli orgogliosi e gli uomini nell’abbondanza. L’abbondanza è, d’ordinario, seguita dall’orgoglio, ed infatti tutti gli uomini orgogliosi sono come rigonfi e di conseguenza, nell’abbondanza; ma questa è una cattiva abbondanza, una pienezza fittizia e non un bene reale; essi sono saturi di amor proprio e di autostima, si considerano come legittimi proprietari delle ricchezze terrestri che possiedono, e non sognano affatto che essi dovranno rendere severo conto a Dio dell’impiego che ne hanno fatto. (Bellarm.).