IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (1)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (1)

[chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

PROLOGO

Molti sono i titoli di Padre Henry Ramière S.J. che meritano di essere oggetto della nostra conoscenza e del nostro riconoscimento: egli potrà essere a voi noto come insegnante, come predicatore, come scrittore, come pubblicista, come uomo d’azione. E in tutte queste sfaccettature merita di essere conosciuto dal popolo cristiano, perché il p. Ramière, le ha arricchite proclamando le bontà di Dio e spingendo ad amarle ed a viverle. – P. Henry Ramière nasce a Castres, in Francia, il 10 luglio 1821. Da piccolo ha già un vivo desiderio di diventare Sacerdote. I suoi genitori ferventi Cristiani, vedendo l’atmosfera laicista prevalente nelle scuole superiori francesi, lo inviarono, all’età di 11 anni, in una scuola che i Gesuiti gestivano a Pasajies, in Spagna. Ma l’anticlericalismo non era esclusivo della Francia. Nel luglio 1934, i Gesuiti furono costretti a chiudere la scuola per ordine del governo. Egli termina così i suoi studi nella cattolica Friburgo in Svizzera, fino al compimento del suo diciassettesimo anno. – Durante tutto questo tempo, si mantiene vivo il suo desiderio del Sacerdozio, tanto da realizzarlo diventando membro della Compagnia di Gesù. Per questo, prima dei 18 anni, entra nel noviziato che i Gesuiti tenevano ad Avignone. Enrico segue il programma di studi degli studenti della Compagnia dell’epoca, in varie città della Francia. – All’età di 26 anni viene ordinato sacerdote a Vals-près-le-Puy nel 1847. Non è da segnalare niente che sia degno di nota in questi anni di formazione, tranne due cose: in primo luogo, la brillantezza con cui ha sempre affrontato i vari studi: scienze umane, filosofia, teologia; in secondo luogo, che una buona parte di coloro che costituivano il corpo studentesco gesuita di Vals-près-le-Puy costituivano la culla dell’Apostolato della preghiera. – Infatti, è lì che è nato il suo culto, da una occasione provvidenziale, dovuta alla fervorosa pratica del p. Gautrelet, direttore spirituale: pratica illustrata agli studenti gesuiti il 2 dicembre 1844, durante il vespro di San Francesco Saverio, patrono delle Missioni. L’idea centrale di quella pratica era che non solo venivano salvate le anime nel predicare essi nelle missioni, ma offrendo la preghiera, con questa intenzione, e tutti gli atti della vita a Dio, in unione con Gesù Cristo Redentore,. L’idea era profondamente radicata in quella gioventù, tanto che da lì si divulgò ad altri seminari, studentati ed anche a diversi conventi religiosi. Questa era l’atmosfera che Ramière viveva e questo lo spirito che ha impregnato il suo cuore. Completati gli studi e ordinato Sacerdote nel 1847, Ramière viene delegato dai suoi superiori a compiti di natura intellettuale. Questo è logico, dato il talento che egli ha dimostrato già durante gli studi, il suo amore per la sapienza e la sua facilità nello scrivere: è così nominato professore di Teologia nel proprio studentato di Vals, poi passa a Tolosa per collaborare alla fondazione dell’Università Cattolica e collabora anche con la Rivista Estudes. – Partecipa al Concilio Vaticano in qualità di consigliere teologico di alcuni Vescovi francesi. Infine, torna alla cattedra di Vals, nella quale rimane fino a poco prima della sua morte, avvenuta nel 1884. – Si potrebbe dire però che il momento cruciale della sua vita sia l’anno 1860 quando viene nominato Direttore Generale dell’Apostolato della Preghiera. – Il p. Ramière congiunse nella sua persona due qualità che di solito non si trovano nello stesso uomo: quella di essere un intellettuale e nel contempo un uomo d’azione. L’apostolato della preghiera è stato il lavoro che gli ha permesso di sviluppare a suo vantaggio questi due elementi, queste due caratteristiche della sua personalità. Quando p. Ramière entra a dirigere l’Apostolato della Preghiera, questa era un’opera nascente. Era un movimento mosso da grande entusiasmo, ma di nicchia e, si potrebbe dire, elitario: dal 1844 si diffonde specialmente nei seminari, negli studentati dei religiosi e nei conventi. Quando p. Ramière muore nel 1884, lascia l’Apostolato della preghiera con sedi nella maggior parte delle nazioni dell’Europa e dell’America ed in molti Paesi delle missioni e, cosa più importante, i loro centri non annoverano solo seminari e conventi, ma una moltitudine di parrocchie, di scuole ed ogni altro tipo di centri secolari. Ramière è il grande organizzatore dell’Apostolato della Preghiera e il suo diffusore in tutto il mondo. Uno strumento decisivo di questa diffusione è stata la Rivista “Il Messaggero del Cuore di Gesù”. Egli fonda questa rivista che viene presto tradotta in altre lingue e si impianta in molti Paesi. L’Apostolato della Preghiera lo si deve non solo a p. Ramière, ma anche a p. Dehon, sia nell’enorme diffusione che nella sua organizzazione. Egli ne è stato anche il suo grande teologo: è il teologo che come nessun altro ha sviluppato le basi dottrinali su cui si fonda questo movimento. Spiegare in dettaglio le argomentazioni teologiche e spirituali con cui Padre Ramière fonda e motiva questo lavoro, supera i limiti di questa prefazione. Ma è proprio la lettura di questo libro, che le mostrerà al lettore. Qui possiamo solo affermare due idee assiali che P. Ramière pone come caratteristica dell’Apostolato della preghiera: la devozione al Cuore di Gesù e il suo Regno sociale. – La devozione al Sacro Cuore era stata ereditata da P. Ramière dalla Compagnia di Gesù. Ricordiamo che nel diciassettesimo secolo Santa Margherita aveva detto che il Cuore di Gesù affidava ai Padri della Compagnia il compito di diffondere questa devozione e la sua pratica. I Gesuiti erano oramai decisi ad assumersi questo “munus suavissimum“, questa missione molto delicata. Inizialmente vi si dedicarono particolarmente alcuni Gesuiti, poi furono i superiori stessi della Compagnia ad assumersene l’impegno. Sia P. Juan Roothaan che P. Pedro Beckx, entrambi Generali della Compagnia di Gesù ai tempi di P. Ramière, scrissero numerose lettere a tutta la Compagnia, esortandola alla pratica ed alla propagazione della Devozione al Cuore di Gesù. Infine, l’autorità suprema e unica della Congregazione Generale (con potere legislativo per l’intero Ordine), riunitasi nel 1883 per scegliere il successore di P. Beckx, emanò questo decreto: « La Compagnia di Gesù accetta e riceve con grande coraggio, traboccante di gioia e di gratitudine, l’incarico soavissimo che le è stato affidato dallo stesso N. S. Gesù Cristo di praticare, incoraggiare e diffondere la Devozione al suo Divinissimo Cuore ». Qui culminava un processo di impegno progressivo della Compagnia verso la devozione al Cuore di Gesù, quando essa assunse appunto questo « soavissimo incarico », con carattere vincolante ed ufficiale. Enrico Ramière si immerge in questo processo e non lo vive passivamente, bensì come uno dei suoi protagonisti più importanti. Egli comprende che lo stesso Apostolato della Preghiera deve praticare questa devozione e diffonderla. E, attraverso il suo duro e fecondo lavoro in tutto il periodo della sua direzione, cerca e riesce a radicare al centro della spiritualità dell’Apostolato della Preghiera, la devozione al Sacro Cuore di Gesù. La seconda idea che P. Ramière propone come cardine dell’Apostolato della Preghiera, è quella del Regno sociale del Cuore di Gesù. P. Ramière è ben consapevole che l’uomo ha un pensiero intrinseco secondo il quale non riesce a concepire questa dimensione sociale se non sia saldamente radicata nel cuore umano. Questo accade pure nelle cose puramente umane. I valori umani non si radicano negli uomini se non mettono radici nella società. Il paese, la famiglia, l’arte, la scienza e tanti altri valori umani, se mettono radici nel cuore degli uomini, avranno “ipso facto” una proiezione sociale. Ora, se è così nell’ordine puramente umano, questo ancor più avviene particolarmente nell’ordine soprannaturale. Perché in questo ordine tutto dipende dal mistero di Cristo, e Cristo forma un’unità, non solo con ognuno di quelli che ricevono la sua grazia, ma con tutto l’insieme di essi: è il mistero del Corpo mistico o del Cristo integrale. P. Ramière ha catturato e vive profondamente questo mistero. Questo è il motivo per cui P. Ramière si impegna nei suoi scritti a diffondere la dottrina del Corpo mistico di Gesù Cristo, un Corpo il cui unico centro motore è il Sacro Cuore di Gesù. È significativo che abbia messo come intestazione delle sue lezioni su « Il regno di Gesù Cristo nella storia » il noto motto: « Ricapitolare tutte le cose in Cristo ». Si può dire che l’enorme lavoro apostolico di P. Ramière nel suo inquadramento teologico, come direttore generale dell’Apostolato della preghiera, sia tutto diretto a compiere questa “ricapitolazione” delle persone e dei popoli in Cristo e nel suo Sacro Cuore. – Anche qui devo ripetere che la prova di quanto detto non compete all’autore del prologo, ma all’autore del libro: il lettore infatti ve la troverà esposta nella lettura. – Questo libro è un florilegio, una selezione di articoli che P. Ramière ha pubblicato nel corso dei suoi anni come Direttore dell’Apostolato della Preghiera. La maggior parte di questi articoli. egli li aveva pubblicati su “Il Messaggero del Cuore di Gesù” che, come sappiamo, era la rivista da lui creata quale organo dell’Apostolato della Preghiera. Potrebbe sembrare che questa concezione del libro, nella sua stesura, debba nuocere alla sua unità, poiché il suo contenuto è stato diluito nel corso degli anni e raccolto in circostanze diverse. Ma non è così! E così non è, perché precisamente, come detto, l’attività apostolica di P. Ramière, attraverso lo spazio e il tempo, ha una sua unità: proclamare che il Cuore di Gesù è venuto per salvare il mondo ricapitolando tutte le cose nel suo amore. Questo è il “leitmotiv” del libro che avete tra le mani: « Il Cuore di Gesù e la Divinizzazione del Cristiano ». Si può dire che il coronamento di questo enorme sforzo di P. Henrie Ramière nella diffusione del Regno particolale e sociale del Cuore di Gesù, sia stata la consacrazione del genere umano a questo Cuore divino, realizzata da Papa Leone XIII nel 1899. P. Ramière, che aveva lavorato così duramente per promuoverlo (anche prima che il Pontefice precedente, Pio IX, vi aveva lavorato a sua volta), lo vide dal cielo. Egli era morto nel 1884. Una settimana prima di morire, aveva scritto nel diario spirituale: « Più che mai devo sforzarmi di santificarle [le malattie] attraverso l’unione, la più costante possibile, al Cuore di Gesù ». Questa è la bella conclusione di una vita preziosa, una vita trascorsa per una grande causa. Di questa causa del Cuore di Gesù, caro lettore, padre H. Ramière parla in questo libro. [Prefazione dell’edizione spagnola di P. Pedro Suñer S. J.]

INTRODUZIONE

La divinizzazione dei figli degli uomini per mezzo del Figlio di Dio fatto uomo.

« Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta » (1 Giov. I, 1-4). Con queste parole San Giovanni, l’evangelista del Cuore di Gesù, inizia la sua prima lettera. Queste parole sono collegate a quelle che l’Apostolo stesso mette all’inizio del suo Vangelo: « In principio era il Verbo, e il Verbo era in Dio, e il Verbo era Dio. In Lui era la vita » (Giov. I, 5). Questi due inizi, uno complementare all’altro, pongono davanti ai nostri occhi i due grandi atti del dramma divino. Il primo ha per teatro il seno di Dio. Nel suo Vangelo, l’Aquila di Patmos ci eleva ad un’altezza sublime per farci contemplare l’origine della gloria e della felicità che siamo destinati a possedere durante la vita futura. Ma, nella sua lettera, ci mostra come trasferita sulla terra la stessa vita e la stessa gloria che in cielo sfugge al nostro sguardo. Sì, la vita eterna che esisteva nel seno del Padre si è manifestata ai nostri sensi. Con i nostri occhi l’abbiamo vista e toccata. Eppure si è data a noi e sta a noi condividere le sue ricchezze con Dio Padre e con il suo Figlio Gesù Cristo. Unendoci a questo Figlio unigenito (1 Gv., V 20), possiamo diventare, non solo di nome, sin da ora, figli di Dio (1 Gio. III, 1). Il messaggio che gli Apostoli dovevano annunciare a tutti i popoli della terra è la divinizzazione dei figli degli uomini attraverso il Figlio di Dio fatto uomo. Ecco il segreto comunicato all’amato Discepolo mentre questi riposava con la testa nel cuore del Salvatore. Non c’è da stupirsi che, ammesso al santuario dove il mistero ha avuto luogo, fosse a lui rivelato più chiaramente che agli altri Evangelisti. Con maggior verità più degli altri egli può dire: « La vita eterna che era nel seno di Dio, noi l’abbiamo vista e toccata e veniamo, come testimoni, a mostrarvi il suo splendore ».

Questo è un argomento di particolare attualità nei nostri tempi bui.

Abbiamo appena sentito San Giovanni promettere ai Cristiani la gioia senza misura. Per meglio comprendere il messaggio che stiamo per ripetere dobbiamo domandarci: In quali circostanze egli parlava? Nei giorni peggiori della tirannia romana, durante le persecuzioni di Nerone e Domiziano, quando il mondo non offriva ai discepoli di Gesù Cristo, altro che  roghi e bestie selvagge. A questi candidati al martirio l’Apostolo prometteva la pura gioia. Da noi altri dipende il godere della stessa gioia, se vogliamo cercarla nella perfetta unione con Dio. Cosa importa che le nazioni ruggiscano di nuovo e complottino vane congiure? Che differenza fa che le società moderne crollino per essere state fondate fuori dalla pietra angolare di Gesù Cristo? Tutto è permesso da Dio; ed Egli lo permette perché ci si incammini verso la realizzazione dei suoi piani e verso l’opera della nostra divinizzazione. Volgiamo i nostri occhi e la nostra speranza al Cuore di Gesù, la vera vita di ogni Cristiano. È Lui che riversa incessantemente in tutte le nostre membra la linfa vitale che impedisce loro di marcire. Candidati fin dalla nostra nascita alla morte, non potremmo resistere ai suoi continui attacchi se il nostro cuore non combattesse senza sosta. Gli altri organi hanno i loro momenti di riposo. Solo il cuore è sempre in movimento. Se mentre dormiamo egli si addormentasse, noi passeremmo dalle braccia del sonno a quelle della morte. La funzione propria del cuore è quella di conservare la vita. Pertanto, non vi è alcun dubbio che il nostro Salvatore, esortandoci ad onorarlo sotto l’emblema del suo Cuore Divino, voleva farci capire che Egli è l’inizio della nostra vita soprannaturale. Questo è il vero senso di devozione al Sacro Cuore. Ecco perché questa devozione deriva dall’essenza stessa della Religione cristiana. Cosa ci insegna essa? Che, in virtù dell’Incarnazione del Figlio di Dio, tutti gli uomini e tutte le donne sono chiamati a vivere una vita che sia veramente divina, il cui principio è l’Uomo-Dio. Questo, dopo averli santificati sulla terra, li farà godere in cielo della felicità di Dio: dogma capitale, compendio di tutti gli articoli della nostra fede su cui si fonda l’intera morale cristiana, la cui realizzazione deve compiersi attraverso le pratiche del culto. Peccato che questa sublime dottrina sia compresa da molti Cristiani solo in parte.

Dogma sublime, capitale, consolante, incoraggiante.

Quanti Cristiani invece di comprendere che cosa sia questa vita divina, che emana il Cuore di Gesù, vedono in essa solo un modo di dire! E’ stato già due secoli or sono che Cornelius a Lapide deplorava questo oblio: « Sono in pochi a sapere quello che ho appena dimostrato di questo beneficio, per non parlare del modo di apprezzarlo nel suo giusto valore; non c’è nulla, tuttavia, che si debba ammirare e venerare in sé ogni Cristiano, né con più cura lo debbano inculcare i dottori e i predicatori, affinché i fedeli sappiano di portare Dio stesso nel proprio cuore e comprendano la necessità di agire sempre divinamente, in compagnia di Dio, dell’ “Ospite Divino” ». Questa vera unione delle nostre anime con Gesù Cristo per mezzo dello Spirito di Dio, questa sostanziale inabitazione dello Spirito Divino in noi, questa vita divina che ci è stata donata nel Battesimo ed accresciuta dagli altri Sacramenti, non è una vana verbosità. Al contrario, è la più reale delle realtà! Tra i dogmi, non ce n’è altri di più sublimi e degni di meditazione. Cosa c’è di più grande che avere veramente Dio in se stesso, essere cioè veri “teofori” (dal greco: « portatori di Dio »), e di più consolante che vivere della vita di Dio, che in cielo costituisce la felicità degli eletti? Cosa c’è di più incoraggiante che avere a propria disposizione lo Spirito di Dio, cosa questa che ha dato ai Santi la forza di praticare tante mirabili virtù, e con la quale Gesù Cristo stesso ha operato i suoi miracoli? Che satana si adoperi per farci dimenticare questa dignità incomparabile, lo si capisce. Ma non si riesce a comprendere come mai noi, che Dio ha chiamato a condividere la sua divinità, stimiamo così poco ciò che dovrebbe essere l’oggetto principale dei nostri pensieri e causa della nostra gioia.

Dogma insegnato dal Signore e dagli Apostoli.

Non possiamo attribuire questa dimenticanza a Dio, perché non c’è alcun dogma della nostra fede che il Signore ed i suoi Apostoli non ci abbiano insegnato e con tanta insistenza. Il mistero della nostra unione con Lui è il tema principale delle parole che il Maestro rivolge ai suoi discepoli durante l’ultima cena. Fino ad allora Egli non poteva parlare con loro se non in parabole; ora però li prepara, con la partecipazione al Sacramento del suo amore, perché ascoltino il grande segreto del suo amore; essi devono imparare che non sono che una cosa sola con Lui e che l’unione deve diventare così intima, da assomigliare a quella del Padre e del Figlio, in una sola natura. San Paolo, in tutte le sue epistole, espone questo mistero dell’amore divino. Lo presenta in tutti i suoi aspetti, stabilisce su di esso i suoi insegnamenti. Da questo principio egli deduce le sue istruzioni morali. Gesù Cristo è il nostro capo e noi siamo i suoi membri. Noi siamo, per la incorporazione nel Figlio unigenito del Padre celeste, i veri figli non fittizi di Dio. Il Salvatore ci ha dato il suo Spirito, che abita veramente in noi, ci insegna a pregare come Gesù Cristo, ci riempie dei sentimenti di Gesù Cristo, ci fa vivere della sua vita ed un giorno ci farà resuscitare, perché possiamo godere della sua eterna gloria. Perciò, dobbiamo essere imitatori di Gesù Cristo, fuggire dal peccato, amarci gli uni gli altri, glorificare in ogni cosa il Dio che portiamo sempre dentro di noi.

Come i primi Cristiani ben comprendevano questa dottrina.

I primi Cristiani avevano compreso molto bene questa dottrina. A questo consolante dogma ricorrevano quando dovevano confessare la loro fede o difenderla dai loro nemici. Non avevano paura di dare a se stessi, come faceva San Ignazio, il nome di Teòforo, o di dichiarare, come Sant’Agnese, che avevano Gesù Cristo veramente presente in se stessi. Questa presenza divina li rendeva più forti dei tormenti. – Gli scritti dei primi Padri sono pieni di questa dottrina. Ma nel quarto secolo essa è stata sviluppata con incomparabile chiarezza, quando si cercò si oscurare, con l’eresia di Macedonio, il dogma della divinità dello Spirito Santo. I dottori che Dio suscitò per combattere questa eresia: San Basilio, San Gregorio Nazianzeno, Didimo di Alessandria e soprattutto San Cirillo di Alessandria, traggono i loro argomenti principali dalla presenza reale nelle anime dello Spirito Santo, e degli effetti divini che Egli opera in esse. Come può, uno che non è Dio divinizzare le anime, farle vivere della vita divina, per quanto separate l’una dall’altra? Per dimostrare la divinizzazione che lo Spirito di Gesù Cristo produce in noi, essi si servirono delle comparazioni più vivide. Né l’unione del vino con l’acqua, né quella del profumo con il telo da esso penetrato, né quella del fuoco con l’ascia di ferro, né quella di due pezzi di cera fusi insieme, sembrava loro abbastanza intima da illustrare l’intimità e l’efficacia dell’unione dello Spirito Santo con l’anima del Cristiano (altri scritti nei quali la dottrina è sviluppata sono del Petau – in De Trinitate, l. VIII, del P. Tomassin, in De Incarnatione, l. VI, dello stesso P. Ramière in “le Speranze della Chiesa“, del P. De Segur e di tutta la scuola spirituale francese di San Sulpizio del XVII secolo, senza dimenticare i riferimenti espliciti di S. Agostino ed ovviamente di San Tommaso, così ben illustrati dal P. Froget in “Inabitazione dello Spirito Santo“, etc. – ndr.). – Questo insegnamento, radicato nella tradizione cristiana, è stato sempre perpetuato nella Chiesa, anche se non occupa nelle opere dei teologi più moderni il posto che gli è stato dato dagli antichi dottori. Il motivo è abbastanza chiaro: nell’antichità la teologia mistica non si distingueva dalla teologia dogmatica e dall’Apologetica, che solo in seguito si separarono. I teologi scolastici, si erano limitati a spiegare i dogmi della fede più esposti agli attacchi dell’errore. E così il dogma della vera unione di Gesù Cristo con i Cristiani venne riservato ai teologi ed ai Santi mistici. – Ma è giunto il momento in cui Gesù Cristo vuole riportare alla luce questo mistero d’amore e dargli nuovamente, nell’insegnamento dei sacerdoti e dei fedeli, l’importanza capitale che sembrava essere andata perduta.

Rinnovo dell’importanza di questo dogma a causa del Giansenismo.

All’inizio del XVII secolo, satana si  preparava ad un doppio attacco che doveva superare per violenza tutte gli attacchi del passato. Da un lato, con il Giansenismo, esso voleva distruggere la pietà, esagerandola, e rendere impossibile l’unione dell’anima con Dio, mutando l’umiltà cristiana in disperazione. Dall’altro lato, con il Razionalismo, cercava di distruggere la fede e di esaltare la ragione dell’uomo a tal punto da minare l’unione a cui Dio lo destinava. Ma Gesù Cristo ha rivelato a Santa Margherita Maria, la devozione al suo Cuore Divino, suscitando una coraggiosa falange di santi Sacerdoti ai quali dà la missione di manifestare il dogma della sua unione con i Cristiani. Sembrava che il mistero dell’amore divino dovesse irradiare i suoi raggi ardenti su tutto il clero francese, e attraverso il clero sui fedeli, poi attraverso la Francia su tutto il mondo cristiano. Ma l’eresia l’ha impedito. I fedeli, il clero e alcuni ordini religiosi si sono lasciati contaminare dai nuovi errori. La dottrina tanto cattolica della reale inabitazione dello Spirito Santo nelle anime è stata discreditata dall’abuso che il Giansenismo ne ha fatto. Il grande movimento di rinnovamento religioso sopravvisse a malapena ai suoi promotori. Alla fine di un secolo, la Francia non aveva quasi più influenza nel mondo se non quella della sua incredulità. – Tuttavia, il Cuore di Gesù non è stato sconfitto. Se la Francia ha fallito nella sua missione due secoli fa, essa riparerà al suo crimine. È giunto ora il momento in cui la rivelazione fatta alla beata figlia di San Francesco di Sales dia i suoi frutti. Nello stesso tempo in cui la devozione al Cuore di Gesù, come un germe da lungo nascosto nel terreno, esce sulla terra, la teologia del Cuore di Gesù appare e viene accolta calorosamente. Il Giansenismo è stato sconfitto, ed anche la falsa filosofia che ha messo le sue profonde radici in molte intelligenze, non può, che essere considerata se non un conglomerato di sistemi cervellotici e di sofismi. Solo noi altri scrittori cattolici, dobbiamo presentare alle anime una dottrina che è al tempo stesso nuova e antica, così piacevole per il cuore, e tanto luminosa nella sua comprensione. Abbracciamola con l’intelletto ed anche con il cuore. Amandola, più che studiandola, si arriverà a comprenderla. Amiamola ogni giorno di più. In questo modo capiremo ogni giorno meglio quanto realmente il Cuore di Gesù sia la nostra vita.

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