DOMENICA I DOPO PASQUA (2020)

DOMENICA IN ALBIS (2020)

DOMENICA IN ALBIS o OTTAVA DI PASQUA.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Pancrazio.

Privilegiata di 1 classe. – Doppio maggiore. – Paramenti bianchi.

Questa Domenica è detta Quasimodo (dalle prime parole dell’Introito) o in Albis (anticamente anche post Albas), perché i neofiti avevano appena la sera precedente deposte le vesti bianche, oppure anche Pasqua chiusa, poiché in questo giorno termina l’ottava di Pasqua (Or.). Per insegnare ai neofiti (Intr.) con quale generosità debbano rendere testimonianza a Gesù, la Chiesa li conduceva alla Basilica di S. Pancrazio, che all’età di quattordici anni rese a Gesù Cristo la testimonianza dei sangue. Cosi devono fare i  battezzati davanti alla persecuzione a colpi di spillo cui sono continuamente fatti segno; devono cioè resistere, appoggiandosi sulla fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, risorto. In questa fede, dice S. Giovanni, vinciamo il mondo, poiché per essa resistiamo a tutti i tentativi  di farci cadere (Ep.). È quindi di somma importanza che questa fede abbia una solida base e la Chiesa ce la dà nella Messa di questo giorno. Base di questa fede è, secondo quanto dice S. Giovanni nell’Epistola, la testimonianza del Padre che, al Battesimo del Cristo (acqua), lo ha proclamato Suo Figliuolo, del Figlio che sulla croce (sangue) si è rivelato Figlio di Dio, dello Spirito Santo che, scendendo sugli Apostoli nel giorno della Pentecoste, secondo la promessa di Gesù, ha confermato quello che il Redentore aveva detto della propria risurrezione e della propria divinità. Nel Vangelo vediamo infatti come Gesù Cristo, apparendo due volte nel Cenacolo, dissipa l’incredulità di San Tommaso e loda quelli che han creduto in Lui senza averlo veduto.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

1 Pet II, 2. Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja.

[Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia,]

Ps LXXX: 2. Exsultáte Deo, adjutóri nostro: jubiláte Deo Jacob. [Inneggiate a Dio nostro aiuto; acclamate il Dio di Giacobbe.]

– Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja.

[Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia.]

Oratio

Orémus.

Præsta, quaesumus, omnípotens Deus: ut, qui paschália festa perégimus, hæc, te largiénte, móribus et vita teneámus.

[Concedi, Dio onnipotente, che, terminate le feste pasquali, noi, con la tua grazia, ne conserviamo il frutto nella vita e nella condotta.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Joannis Apóstoli. – 1 Giov. V: 4-10.

“Caríssimi: Omne, quod natum est ex Deo, vincit mundum: et hæc est victoria, quæ vincit mundum, fides nostra. Quis est, qui vincit mundum, nisi qui credit, quóniam Jesus est Fílius Dei? Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Jesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine. Et Spíritus est, qui testificátur, quóniam Christus est véritas. Quóniam tres sunt, qui testimónium dant in coelo: Pater, Verbum, et Spíritus Sanctus: et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, et aqua, et sanguis: et hi tres unum sunt. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei majus est: quóniam hoc est testimónium Dei, quod majus est: quóniam testificátus est de Fílio suo. Qui credit in Fílium Dei, habet testimónium Dei in se”.  – Deo gratias.

Omelia I.

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA FEDE

“Carissimi: Tutto quello che è nato da Dio vince il mondo: e questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede. Chi è che vince il mondo, se non colui che crede che, Gesù Cristo è figlio di Dio? Questi è Colui che coll’acqua e col sangue, Gesù Cristo: non con l’acqua solamente, ma con l’acqua e col sangue. E lo Spirito è quello che attesta che Cristo è verità. Poiché sono tre che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo: e questi tre sono una cosa sola. E sono tre che rendono testimonianza in terra: lo spirito, l’acqua e il sangue: e questi tre sono una cosa sola. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore. Ora, la testimonianza di Dio che è maggiore è questa, che egli ha reso al Figlio suo. Chi crede al Figlio di Dio, ha in sé la testimonianza di Dio” (1 Giov. V, 4-10).

S. Giovanni, oltre il Vangelo e l’Apocalisse, scrisse tre lettere. La prima di queste è indirizzata ai fedeli dell’Asia minore, di cui Efeso, ove l’Apostolo dimorava, erane la capitale. Si potrebbe chiamare lettera accompagnatoria o introduzione del quarto Vangelo. Vi si fa risaltare la divinità di Gesù Cristo, e vi si danno prescrizioni per la pratica della vita cristiana, specialmente in relazione all’amor di Dio e all’amor del prossimo. L’epistola odierna è tolta da questa lettera. Per vincere il mondo con le sue concupiscenze, con i suoi errori, con le sue lusinghe, con le sue persecuzioni bisogna essere appoggiati a una fede viva nella divinità di Gesù Cristo. Fede che ha una base incrollabile, perché fondata sulla testimonianza del Padre, che proclama Gesù Cristo suo Figlio, quando è battezzato nelle acque del Giordano; dalla testimonianza del Figlio, che dimostra la sua divinità quando versa il sangue sulla croce; dalla testimonianza dello Spirito Santo, che, discendendo sopra gli Apostoli il giorno di Pentecoste, conferma la predizione di Gesù Cristo e quanto egli aveva insegnato sulla propria divinità. Accogliendo la testimonianza di Dio relativamente a Gesù Cristo, abbiam ben di più che la testimonianza degli uomini. Questo celebre passo di S. Giovanni ci suggerisce di parlar della Fede. Essa:

1. Ci fa trionfare delle passioni,

2. Ci preserva dall’errore,

3. Ci fa rendere il dovuto omaggio a Dio.

1.

Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede. Chi crede che Gesù Cristo è Dio, e vive in conformità di questa credenza, trova la forza necessaria per trionfare del mondo. Le lusinghe, l’esempio del male che dilaga, la concupiscenza esercitano sull’uomo una forza a cui ben difficilmente si resiste con considerazioni umane. Ci vuole una forza superiore, e questa forza è la fede. I due discepoli che il giorno di Pasqua ritornano scoraggiati al castello di Emaus, sono accompagnati, nel cammino, da uno sconosciuto, che spiega loro parecchi luoghi della Sacra Scrittura. Rimasti soli, si dichiarano a vicenda: «Non ci ardeva forse il cuore in petto mentre per istrada ci parlava e ci interpretava le Scritture?» (Luc. XXIV, 32). Quella parola accendeva i loro cuori, perché chi parlava era Gesù. La parola di Dio avvince i cuori con le sublimi verità che rivela, e gli infiamma a compiere con entusiasmo i più grandi sacrifici, con l’assicurazione che non mancherà mai l’aiuto della grazia divina. La fede parla di Dio e dei suoi attributi. Credere che Dio è santo, e illudersi che non abbiano a dispiacergli i peccati, è cosa impossibile. Credere che è sapientissimo, e lusingarsi che gli sfuggano le azioni degli uomini, è inconciliabile. Credere che è giusto, e aspettarsi che non punisca le colpe e non premi la virtù è pretesa assurda. L’uomo che crede con fede viva nella parola di Dio, cerca di conformare a essa la propria vita, e con la grazia che viene da Dio, vi riesce. « I precetti di lui non sono gravosi, — dice l’Evangelista — perché tutto ciò che viene da Dio vince il mondo » (I Giov. V, 3-4). I beni che ci offre il mondo perdono ogni attrattiva quando consideriamo seriamente l’ammonimento di Gesù Cristo: « Che giova mai all’uomo guadagnar tutto il mondo se poi perde l’anima? » (Matt. XVI, 26). Nessuno potrà mai arrivare a contare il numero di coloro, che, meditando questa massima della nostra fede, si son guardati dal commettere ingiustizie a danno degli altri, hanno moderato il loro desiderio di possedere, hanno, magari, rinunciato alle ricchezze, ottenendo una vittoria completa sulla cupidigia dei beni di questa terra, « radice di tutti i mali » (I Tim. VI, 10). Contro chi possiede una fede viva perdono la loro forza anche le minacce del mondo. «Non temete — leggiamo nel Vangelo — coloro che uccidono il corpo e non possono uccider l’anima; temete piuttosto chi può mandare in perdizione all’inferno e l’anima e il corpo» (Matt. X, 28). Queste parole, ricordate nel tempo della prova, producono i forti, che disprezzano qualunque tormento, piuttosto che venir meno alla voce della coscienza. E fanno sorgere i martiri che accettano la morte più straziante, ma non si stancano di dare a Dio l’onore e l’omaggio che gli si deve. « L’operaio è degno della sua mercede » (I Tim. V, 18.). E la fede ci dice che chi lavora nel combattimento contro il mondo avrà la sua mercede. Una gloria, in confronto della quale « le sofferenze del tempo presente non hanno proporzione » (Rom. VIII, 18). In vista di questa gloria, chi non è spinto a combattere costantemente il mondo fino alla vittoria, dicendo col Poverello d’Assisi: « Tanto è il bene che m’aspetto che ogni pena mi è diletto »?

2.

E lo Spirito è quello che attesta che Cristo è verità. La testimonianza dello Spirito Santo esclude ogni dubbio, perché è proprio di Lui il dire la verità. E quanto c’insegna la fede è appunto testimonianza dello Spirito Santo. Felice l’uomo che ha la fede, perché egli trova la luce vera fra le tenebre che coprono la faccia della terra. Ci sono delle verità che anche l’intelletto dell’uomo può scoprire: come, l’esistenza di Dio, la sua unità, la sua provvidenza, la spiritualità e immortalità dell’anima, la distinzione tra il bene e il male ecc. Abbandonato però l’uomo alla sola ragione, non può venire alla conoscenza di queste verità e alle conseguenze che ne derivano, senza molta riflessione e ragionamento. Ma la gran massa degli uomini non è portata al ragionamento. Basa le sue convinzioni non sul ragionamento, ma sulla fede. E anche coloro che, dotati di ingegno superiore agli altri, cercano di penetrare le verità naturali, non sempre arrivano a conoscerle come si deve; e, frequentemente, arrivano a conclusioni diverse. Che dire poi se c’entrano le passioni? Quanti errori intorno a Dio e ad altre verità fondamentali, anche tra i popoli più colti, come quelli della Grecia e di Roma! Se conobbero Dio, non ne conobbero bene né la natura né gli attribuiti. Si formarono molti dei, e si crearono degli idoli. Se conobbero Dio non gli prestarono il culto dovuto. Accecati dalla loro superbia, e seguendo le inclinazioni della corrotta natura, precipitarono in errori d’ogni sorta. « S’invanirono nei loro ragionamenti, e fu avvolto di tenebre il loro stolto cuore. Dicendo di essere sapienti divennero stolti, e scambiarono la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine, rappresentante l’uomo corruttibile e uccelli e quadrupedi e rettili » (Rom. I, 21-23). Questa constatazione che l’Apostolo fa parlando del mondo greco-romano, ci dice di quanta importanza può essere la rivelazione, anche rispetto a quelle verità, che l’intelletto umano può conoscere da sé. Io mi avvio lungo una strada maestra, al valico d’una catena di monti. Ma le ore passano e il valico è ancor lontano. Quel continuo serpeggiar della strada comincia ad annoiarmi; il continuo salire, per quanto lento, mi fa sudare e mi stanca. Sarei ben felice se una veloce vettura si fermasse al mio fianco, e io fossi invitato a salirvi. In brevissimo tempo, senza sudore e logorio di forze, arriverei alla meta. La fede, anche nel campo delle verità naturali, mi porta con prontezza, senza fatica, là dove con le sole forze della ragione non si potrebbe arrivare che tardi, a stento, e non sempre felicemente. Se poi veniamo a parlare delle verità soprannaturali, come sono i misteri della nostra Religione, sarebbe da insensati pretendere di conoscerle con le forze della nostra ragione. «Non può esserci alcun dubbio che nella cognizione delle cose divine dobbiamo usare dell’insegnamento divino » (S. Ilario: De Trinitate L. 4, 14.). Noi che non conosciamo bene questa terra sulla quale siamo nati, abitiamo, ci nutriamo; che non siamo capaci di contare le arene del mare, né le gocce dell’oceano, né i giorni del mondo, non possiamo pretendere di arrivare con la nostra ragione a penetrare la profondità di Dio, a comprender cose che sono tanto al di sopra di noi, senza esservi guidati dal lume della fede.

3.

Se ammettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore. S. Giovanni intende parlare della testimonianza, che le tre Persone della SS. Trinità hanno fatto della divinità di Gesù Cristo; e si può applicare, in generale, a qualsiasi verità da Dio rivelata. Si dice: Chi crede facilmente, è facilmente ingannato. D’accordo; ma quando si crede con la testa nel sacco. Se io credo facilmente a un uomo che è degno di fede, non mi passa neppur per la mente il dubbio di essere ingannato. E questa mia sicurezza non è affatto irragionevole. « L’autorità — osserva S. Agostino — non è destituita di ragione quando si osserva a chi si presta fede » (De Vera Relig. c. 24, 45). È quello che possiamo constatare continuamente. In fatto di scienza, di arte, di cognizioni in genere, noi ci affidiamo alla autorità degli altri, e nessuno per questo ci accusa di essere irragionevoli. Gli ammalati credono alla parola del medico, perché sono persuasi che egli, che ha studio e pratica in proposito, conosce la malattia e i rimedi, e non vuole ingannarli. Gli scolari credono al maestro che ha l’ufficio e l’obbligo di insegnar loro la verità. Lo studioso di geografia conosce il nome dei continenti e dei vari Stati, in cui si dividono, e molto probabilmente in questi luoghi egli non è mai stato. Conosce l’altezza e l’estensione delle più importanti catene di monti, e forse non le ha mai valicate, né viste da lontano. Sa quali sono i fiumi principali, vi dice dove hanno la sorgente e dove la foce, vi annuncia esattamente la lunghezza del loro percorso; eppure non li ha mai visti né misurati. Egli crede a coloro che si occupano di questa materia. Si conoscono tanti fatti della storia antica e moderna; si precisa il tempo e il luogo dove avvennero, il nome delle persone che vi presero parte; eppure questa conoscenza non è diretta. Si crede alla parola di chi ne fu testimonio o agli scrittori che narrarono gli avvenimenti. Se è ragionevole che si creda alla testimonianza dei maestri e degli scrittori, perché li stimiamo seri e degni di fede, è molto più ragionevole che si creda alla testimonianza di Dio il quale, dopo aver parlato ai nostri padri per mezzo dei Profeti, « parlò a noi per mezzo del suo Figliuolo » (Ebr. 1, 2). Sarebbe inesplicabile credere agli uomini, che possono andar soggetti a errori, e non credere a Dio, che non può né errare, né ingannare. « Egli sa tutto lo scibile… annunzia le cose passate e quelle che accadranno, e segue la traccia di quelle occulte » (Eccl. XLII: 19). Se si considera l’indiscussa autorità di Dio, bisogna conchiudere con S. Gregorio Nazianzeno: « Per noi la fede è la perfezione del ragionare » (Or. theol. 3, 21). In fondo, noi rendiamo omaggio all’uomo, quando, sulla sua autorità, crediamo quanto egli dice. E credendo alla parola di Dio, gli rendiamo l’omaggio che ogni uomo è tenuto a rendergli. Per richiamare il popolo d’Israele, ritornato dalla schiavitù, a una vita più fervorosa, il Sacerdote Esdra legge il volume che contiene la parola di Dio. Egli legge in una piazza di Gerusalemme dall’alto di una tribuna. Appena apre il libro tutto il popolo si alza in piedi in segno di rispetto alla parola del Signore, e in piedi e in silenzio ascolta la lunga lettura (2 Esdrea VIII, 2-7). Piace certamente al Signore questo omaggio esterno reso alla sua parola, ma indubbiamente gli piace di più l’omaggio interno, l’omaggio della intelligenza, che gli si rende quando si crede fermamente alle verità da Lui rivelate.

Alleluja

Alleluia, alleluia – Matt XXVIII: 7. In die resurrectiónis meæ, dicit Dóminus, præcédam vos in Galilæam. [Il giorno della mia risurrezione, dice il Signore, mi seguirete in Galilea.]

Joannes XX:26. Post dies octo, jánuis clausis, stetit Jesus in médio discipulórum suórum, et dixit: Pax vobis. Allelúja. [Otto giorni dopo, a porte chiuse, Gesù si fece vedere in mezzo ai suoi discepoli, e disse: pace a voi.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XX: 19-31.

“In illo témpore: Cum sero esset die illo, una sabbatórum, et fores essent clausæ, ubi erant discípuli congregáti propter metum Judæórum: venit Jesus, et stetit in médio, et dixit eis: Pax vobis. Et cum hoc dixísset, osténdit eis manus et latus. Gavísi sunt ergo discípuli, viso Dómino. Dixit ergo eis íterum: Pax vobis. Sicut misit me Pater, et ego mitto vos. Hæc cum dixísset, insufflávit, et dixit eis: Accípite Spíritum Sanctum: quorum remiseritis peccáta, remittúntur eis; et quorum retinuéritis, reténta sunt. Thomas autem unus ex duódecim, qui dícitur Dídymus, non erat cum eis, quando venit Jesus. Dixérunt ergo ei alii discípuli: Vídimus Dóminum. Ille autem dixit eis: Nisi vídero in mánibus ejus fixúram clavórum, et mittam dígitum meum in locum clavórum, et mittam manum meam in latus ejus, non credam. Et post dies octo, íterum erant discípuli ejus intus, et Thomas cum eis. Venit Jesus, jánuis clausis, et stetit in médio, et dixit: Pax vobis. Deinde dicit Thomæ: Infer dígitum tuum huc et vide manus meas, et affer manum tuam et mitte in latus meum: et noli esse incrédulus, sed fidélis. Respóndit Thomas et dixit ei: Dóminus meus et Deus meus. Dixit ei Jesus: Quia vidísti me, Thoma, credidísti: beáti, qui non vidérunt, et credidérunt. Multa quidem et alia signa fecit Jesus in conspéctu discipulórum suórum, quæ non sunt scripta in libro hoc. Hæc autem scripta sunt, ut credátis, quia Jesus est Christus, Fílius Dei: et ut credéntes vitam habeátis in nómine ejus.” – 

OMELIA II

 “In quel tempo giunta la sera di quel giorno, il primo della settimana, ed essendo chiuso le porte, dove erano congregati i discepoli per paura de’ Giudei, venne Gesù, e si stette in mezzo, e disse loro: Pace a voi. E detto questo, mostrò loro le sue mani e il costato. Si rallegrarono pertanto i discepoli al vedere il Signore. Disse loro di nuovo Gesù: Pace a voi: come mandò me il Padre, anch’io mando voi. E detto questo, soffiò sopra di essi, e disse: Ricevete lo Spirito Santo: saran rimessi i peccati a chi li rimetterete, e saran ritenuti a chi li riterrete. Ma Tommaso, uno dei dodici, soprannominato Didimo, non si trovò con essi al venire di Gesù. Gli dissero però gli altri discepoli: Abbiam veduto il Signore. Ma egli disse loro: se non veggo nello mani di lui la fessura de’ chiodi, e non metto il mio dito nel luogo de’ chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo. Otto giorni dopo, di nuovo erano i discepoli in casa, e Tommaso con essi. Viene Gesù, essendo chiuse le porte, e si pose in mezzo, o disse loro: Pace a voi. Quindi dice a Tommaso: Metti qua il dito, e osserva le mani mie, e accosta la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma fedele. Rispose Tommaso, e dissegli: Signor mio, o Dio mio. Gli disse Gesù: Perché  hai veduto, o Tommaso, hai creduto: beati coloro che non hanno veduto, e hanno creduto. Vi sono anche molti altri segni fatti da Gesù in presenza de’ suoi discepoli, che non sono registrati in questo libro. Questi poi sono stati registrati, affinché crediate che Gesù ò il Cristo Figliuolo di Dio, ed affinché credendo otteniate la vita nel nome di Lui” (Jov. XX, 19-31).

[Billot: “Discorsi parrocchiali” IIa Ed. S. Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra la perseveranza.

Pax vobis. Jo. XX.

Quanto queste parole, fratelli miei, che Gesù Cristo indirizza ai suoi Apostoli dopo la sua Resurrezione, sono consolanti per essi e per noi! Esse ci annunziano il più gran bene che l’uomo possa desiderare sulla terra, la pace cioè del Signore, dono prezioso ed inestimabile che supera, dice l’Apostolo, tutto ciò che si può immaginare. Si è questa pace ineffabile che vengo in quest’oggi, fratelli miei, a desiderarvi con tanto più di ragione quanto che avete voi fatto ogni vostro potere per procurarvela in questo santo tempo della Pasqua, con la premura che vi siete presa di riconciliarvi con Dio, accostandovi ai sacramenti della penitenza e dell’Eucaristia. Come il figliuol prodigo, voi avevate abbandonata la casa del migliore di tutti i padri, ma con un sincero pentimento siete rientrati in grazia con lui, avete lasciato il vecchio uomo per rivestirvi del nuovo e diventare nuove creature in Gesù Cristo. Liberati dalla schiavitù del peccato, voi siete ristabiliti nei diritti che avevate perduti. La pace del Signore, ripeto, sia dunque con voi! Possiate voi gustarla lungo tempo questa beata pace che fa la felicità dell’uomo in questo mondo, e non perderla giammai! Questo tesoro è adesso nelle vostre mani, e da voi dipende il sempre conservarlo: non v’è che il peccato il qual possa rapirvelo: avvertite dunque a non ricadere nel peccato, mentre se voi fate di nuovo la guerra al vostro Dio, non avete a sperare pace alcuna con Lui. Non v’ha pace per gli empi, dice lo Spirito Santo: non est pax impiis (Isai. XXVIII). La pace del Signore non è che per le anime che sono a Lui unite per la santità della loro vita. Ah! se voi conosceste bene, fratelli miei, il dono di Dio, il prezzo inestimabile della pace di cui godono le anime sante, quali precauzioni non prendereste voi per conservarla? Con qual diligenza non evitereste tutto ciò che può farvela perdere? Per indurvi dunque a conservare questa beata pace del Signore voglio quest’oggi esortarvi alla perseveranza nelle buone risoluzioni che avete prese in questo santo tempo di evitare il peccato e di servire fedelmente il Signore Dio vostro. Io potrei persuadervela pei motivi di riconoscenza e di fedeltà che dovete a Dio; ma voglio prendervi per li vostri propri interessi e farvi riguardare i vantaggi della perseveranza, come altrettanti potenti motivi per animarvi ad attendervi seriamente; voglio istruirvi sopra i mezzi i più efficaci che dovete impiegare: il che mi fornisce le due seguenti riflessioni. Egli è importante per voi perseverare nella grazia: primo punto. Quali sono i mezzi di cui dovete servirvi per perseverare? secondo punto.

I. Punto. Quantunque il peccatore giustificato sia libero dai legami del peccato ed abbia ricevuto nella grazia della giustificazione un pegno della vita eterna, non è però ancora giunto al porto della salute; il gran numero dei nemici che ha a combattere, le occasioni di peccato da cui è attorniato, il mondo che cerca di sedurlo; i cattivi esempi che lo strascinano, le fragilità cui egli è soggetto, tutto cospira a dargli giusti timori sul pericolo in cui è di far naufragio perdendo la grazia di Dio.  – Il demonio, nostro nemico comune, ben lungi di essere indebolito e disanimato dalle sue prime sconfitte, ci assale con nuove forze, contro i giusti principalmente se la prende, perché riguarda il peccatore come una piazza di cui si tien sicuro. Gira continuamente intorno di noi, come un leone che rugge, che cerca divorarci; non avvi  né astuzia né artifizio che non impieghi per ritornare nella casa donde è uscito – revertar in domum meam [Matth. XII]. Ecco, ripeto, ciò che deve far tremare l’uomo, benché potesse esser assicurato in questa vita del perdono de’ suoi peccati. Or il mezzo di rassicurarsi in questo timore si è di perseverare, fino al fine: è la perseveranza dice s. Bernardo, che sostiene i nostri meriti: nutriæ ad meritum. Essa è che assicura la nostra corona: mediatrix ad præmium. Due qualità che ce ne fanno conoscere il prezzo. – Felice, mille volte felice l’anima che possiede la grazia del suo Dio! Essa è l’oggetto delle sue compiacenze; erede del regno, ha un diritto incontrastabile su questa celeste eredità, e le sue pretensioni sono sì certe che all’uscir da questa vita glien’è assicurato il possesso. Tutto, ciò ch’ella fa in questo avventuroso stato le serve pel cielo.  Un bicchier d’acqua dato nel nome di Gesù Cristo, una parola di compassione detta ad un afflitto, una breve orazione, tutto sarà ricompensato nel cielo; e perciò, fratelli miei, può dirsi con verità che ad ogni momento noi possiamo meritare un’eternità di gloria. E come questo? Eccolo: ella è una verità di fede, fondata sulla testimonianza dei libri santi, che Dio ricompenserà i giusti secondo i loro meriti; che la gloria di cui godranno nel cielo, sarà proporzionata alla grazia che avranno all’uscire da questa vita, secondo l’oracolo di Gesù Cristo, il quale ci assicura che nella, la casa di suo Padre vi sono molte dimore; In domo Patris mei mansiones multæ sunt (Jo. XIV); vale a dire che le ricompense saranno più o meno grandi nel cielo, secondo i gradi dei meriti dei santi. Or ad ogni momento che voi possedete la grazia di Dio durante questa vita, voi potete, fratelli miei, accrescere i vostri meriti con altrettante buone azioni. Oh se voi conosceste, giusti che mi ascoltate, il ricco fondo di meriti che possedete nella grazia di Dio, qual cura non avreste voi di conservare, di far fruttificare questo fondo con la vostra perseveranza nella pratica del bene? Voi rassomigliate, dice il profeta, a quegli alberi che piantati lungo le acque, portano sempre frutti nella stagione, e conservano la loro verzura e la loro bellezza; Erit tamquam lignum secus decursus aquarum, quod fructum suum dabit in tempore suo (Ps. 1) Tutto ciò che voi fate, tutto ciò che soffrite, ritorna a vostro vantaggio: Omnia quæcumque faciet prosperabuntur. E per servirmi del paragone di Gesù Cristo medesimo, voi siete come il tralcio, che, essendo unito alla vite, dà sempre del frutto; sintantoché voi sarete uniti a Gesù Cristo, che è la vera vite, sarete fertili in buone opere, andrete di virtù in virtù, e tutti i vostri giorni al fine saranno ritrovati pieni avanti a Dio: Dies pieni invenientur in eis ( Psal. LXVII.) Ma se per disgrazia venite a separarvi col peccato da questa divina vite, voi non sarete più che un tralcio secco ed arido; tutte le opere che farete dopo la vostra caduta, benché buone sieno d’altra parte per il loro motivo, saranno opere morte, che non saranno di alcun valore pel cielo; perché esse non saranno animate dal principio di vita, che è la grazia santificante, senza la quale, dice l’Apostolo, noi non siamo che una campana che risuona, ed un cembalo che fa strepito: velut aes sonans aut cymbalum tinniens (1 Cor. XIII). E se voi morite nel peccato, qual sarà la vostra sorte? La stessa che quella del tralcio separato dalla vite, che si getta nel fuoco senza aver riguardo all’abbondanza dei frutti che ha portati. Vale a dire, che le buone opere ancora che voi avete fatte in stato di grazia, sebbene praticate ne aveste altrettante che tutti i Santi, saranno contati per nulla né vi preserveranno dagli orrori della morte eterna. Mentre in quella guisa che il Signore, siccome lo dice per un dei suoi profeti, dimentica tutto le iniquità del peccatore che ritorna a Lui con la penitenza, così dimentica tutte le virtù del giusto che se ne separa col peccato: Si averterti se iustus a via sua, omnes iustitiae eius non recordabuntur (Ezech. XVIII). Qual perdita! Qual disgrazia! la comprendete voi? E se la comprendete, come il timore di provarla non v’impegnerà a mantenere a Dio una fedeltà inviolabile? – Ma l’avete compreso, o peccatori, voi che con la vostra incostanza avete di già perduto il dono prezioso dello Spirito Santo, di cui siete stati fatti partecipi alcuni giorni sono; che dopo essere stati illuminati dalla luce della grazia, siete già rientrati nelle tenebre del peccato? A che paragonare si può lo stato miserabile cui siete ridotti? Voi rassomigliate ad un albero che era carico di frutti, di cui altri ha scosso i rami per farli cadere a terra, e che non ha più che foglie. Allorché eravate in grazia di Dio, voi eravate fertili in buone opere; ma da poi che il peccato ha fatto cadere questi frutti, non vi resta più che foglie, cioè apparenza di meriti, che possono bensì far credere a coloro che giudicano sol dall’esteriore che voi siete del numero dei viventi, ma che non vi tolgono dal numero dei morti: nomen habes quod vivas, et mortuus es (Apoc. III). – Poveri agricoltori, voi avevate gettata molta semente nel terreno che avete innaffiato coi vostri sudori, coltivato a forza di fatica: ma è venuta una tempesta che ha rovinata tutta la vostra messe, voi non farete alcun raccolto. – Voi peccatori, avevate fatti molti passi per rientrare in grazia con Dio; un serio esame dei vostri peccati, il dolore che avete concepito, le lagrime che avete versate, la violenza a superare il rossore di dichiararli, ecco le fatiche che vi promettevano una messe abbondante; voi avete anche già prodotto frutti di buone opere durante il tempo che eravate in grazia di Dio: ma, come fragile canna, avete ceduto al vento della tentazione, non avete avuta la fermezza di resistere alla lusinga di un sozzo piacere, di un vile interesse: invano dunque voi avete tanto faticato, tanto sofferto, poiché avete perduti tutti i frutti di benedizione che avevate accumulati. Ed in vero chi è colui che sarà salvo? È quegli, dice Gesù Cristo, che persevererà sino al fine: qui perseveraverit usque in finem, hic salvus erit (Matth. XXIV) Non basta dunque, fratelli miei, cominciar bene; ma bisogna ben finire. Non basta passare qualche giorno, qualche anno, nè anche la più gran parte di nostra vita negli esercizi della vita cristiana; bisogna essere fedele sino alla morte per meritare la corona d’immortalità; bisogna che la morte ci trovi coll’arme alla mano, senza di che tutti i nostri combattimenti a nulla ci serviranno. Molti corrono alla lizza; ma non ve ne è che un solo, dice l’Apostolo, che riporti il premio: unas accipit bravium (1. Cor. IX); ed è colui che va diritto al segno: correte dunque in tal maniera, conchiude l’Apostolo, che voi lo vogliate ancora: sic currite ut comprehendatis. – Quand’anche aveste terminata con successo una parte di vostra carriera, ed aveste avuto bastante coraggio per superare tutti gli ostacoli che s’incontrano nella via della salute, se vi arrestate in questa via e non andate sino al termine, voi non ottenete la corona di giustizia. Invano avrete combattuto durante qualche tempo le vostre passioni; invano avrete trionfato della vostra superbia con l’umiltà, dell’avarizia con la liberalità, dell’ira con la mansuetudine e colla pazienza; invano avrete domata la vostra carne coi rigori della mortificazione cristiana. Tutte queste virtù sono per verità molto stimabili, ma non saranno giammai ricompensate senza la perseveranza; è la perseveranza che deve coronarle: qui perseveraverit etc. Qualunque progresso abbiate dunque fatto nella virtù, guardate ben dall’arrestarvi: se dopo aver messa la mano all’aratro voi riguardate all’indietro, non siete più degni del regno di Dio, dice Gesù Cristo. “se siete usciti da Sodoma, non rimirate più da quella parte, dice s. Girolamo, per tema di essere infetti dalla contagione, mentre se aveste tanta debolezza da riguardare indietro per ritornare su i vostri passi, voi vedreste non una, città abbruciata dal fuoco del cielo, non case ridotte in cenere: ma vedreste l’edificio spirituale di vostra salute, che avete innalzato con tanta diligenza e fatica, rovesciato e distrutto; vedreste tutti i vostri stenti senza profitto, tutte le vostre preghiere, le vostre limosine, le vostre mortificazioni, le vostre buone opere, le vostre virtù, i vostri meriti senza ricompensa. Da qual dolore sareste voi colpiti alla vista di un tale spettacolo! Giudicatene, fratelli miei, dice s. Basilio, da quella di un mercante che, dopo una lunga navigazione, dove ha evitati i rischi e gli scogli del mare, viene sgraziatamente a far naufragio nel porto con una nave carica di preziose merci. Tale e mille volte più trista sarebbe ancora la vostra sorte, se, dopo aver camminato per qualche tempo nei sentieri della salute, dopo essere scampato ai pericoli che s’incontrano sul mare procelloso del mondo, voi veniste miseramente a rompere il vostro vascello contro lo scoglio di una tentazione, cui soccombeste; ahi voi perdereste in quel momento, come già vi ho detto, tutti i tesori di meriti e di virtù che avreste acquistati; e se la morte vi sorprende in questo stato, eccovi privati della corona immortale che vi era preparata nel cielo. – Quanti reprobi son nell’inferno che sarebbero stati gran santi se avessero finito come avevano incominciato! Ce ne dà il Vangelo un esempio ben chiaro nella persona del perfido Giuda. Quest’uomo, eletto da Gesù Cristo medesimo, per essere del numero dei suoi Apostoli, aveva avuto felici principi; testimonio delle meraviglie che il Salvatore operava, ne aveva egli provato tutte le finezze; beato se, come gli altri Apostoli, avesse corrisposto alla grazia di sua vocazione! Ma perché fu ad essa infedele, e si lasciò accecare della passione del danaro, egli è riprovato: laddove Paolo, che aveva cominciato col perseguitare i Cristiani, è un gran santo, tanto è vero fratelli miei, la perseveranza esser quella che dà la corona. – Chi è in piedi, badi adunque di non cadere, dice l’Apostolo. Temete, chiunque voi siate, che non vi accada questa disgrazia; conservate con diligenza il tesoro che possedete, per tema che un altro non ve lo rapisca. Forse nel momento ch’io vi parlo voi vi sentite spinti, sollecitati a ritornare al mondo, alle vostre partite di piaceri, alle vostre ree passioni; forse credete aver fatto abbastanza per la vostra salute, e contenti di voi medesimi, rimirate di già la vostra ricompensa del tutto pronta nel cielo; forse vi perdete di coraggio per qualche violenza che convien farsi per arrivarvi; ma ricordatevi che non basta di avere bene incominciato, bisogna finir bene; qualunque progresso abbiate fatto nella virtù convien sempre avanzare senza giammai disanimarsi per gli ostacoli che si presentano; ricordatevi che la conversione più sincera, la penitenza più esatta, le virtù più eroiche a nulla vi serviranno senza la perseveranza: voi ne avete veduta la necessità, vediamone i mezzi.

II. Punto. Benché la perseveranza finale nel felice stato della grazia sia un favore speciale che dipende dalla pura misericordia di Dio, possiamo nulla di meno domandarla ed ottenerla; come dice S. Agostino; ma i giusti medesimi non possono meritarla in rigore di giustizia: accade sempre, egli è vero, per colpa nostra che ne siamo privi; la nostra riprovazione è nostra unica opera, e non vi sarà alcun reprobo il quale non abbia potuto essere un predestinato. Ed in vero, siccome è proprio della bontà di Dio il rendersi favorevole ai nostri desideri e secondare i nostri sforzi, noi possiamo non solamente non renderci indegni del dono della perseveranza, ma ancor meritarla, di un merito che i teologi chiamano merito di congruenza; cioè impegnar Dio con la nostra fedeltà alle sue grazie ad accordarci quella che deve coronare tutte le altre: così si può dire che la grazia finale sebbene dipendente dalla misericordia di Dio del tutto gratuita, è in qualche modo a nostra disposizione. Imperciocché se noi siamo tanto fortunati di possedere la grazia di Dio, non dipende che da noi il perseverarvi con gli aiuti che Dio ci dà, e che non ci mancano al bisogno; e se perseveriamo sino alla morte, noi avremo la grazia finale che deve coronare tutte le  nostre opere. – Ma come lusingarvi, fratelli miei, di ottenere questo dono della perseveranza, questa grazia finale, se voi perdete con i vostri peccati la grazia che possedete, in vece di servirvene per mettere in pratica i mezzi che assicurar possono la vostra perseveranza? Quali sono questi mezzi? Eccone alcuni principali, che vi prego di ben ritenere a memoria: la fuga delle occasioni, la fedeltà nell’adempiere i vostri più piccoli doveri, la diffidenza di voi medesimi, la confidenza in Dio, un uso frequente dell’orazione e dei sacramenti, sono mezzi molto idonei per perseverare, e nello stesso tempo i segni più certi che si possono avere in questa vita della perseveranza: rinnovate la nostra attenzione per metterli in pratica. Si, fratelli miei, se voi siete risuscitati alla vita della grazia con una sincera conversione, uno dei mezzi più efficaci per conservarla è di fuggire le occasioni che ve l’hanno fatta perdere altre volte; la vittoria è annessa alla vostra fuga: fuge et vicisti. Mentre indarno pretendereste salvarvi del naufragio esponendovi ai medesimi scogli ove avete già naufragato: indarno vorreste conservare la sanità della vostr’anima in un’aria corrotta, che sì spesso vi ha infetti della sua contagione. Non sapete voi che chi ama il pericolo vi perirà? Qui amat periculum, in illo peribit [Eccl. III). Voi accusereste di temerità un convalescente che, uscendo da una pericolosa malattia vivesse senza circospezione, volesse usar cose che gli sono nocevoli, seguisse in tutto il suo appetito, si esponesse ad un’aria fredda e contagiosa: ora se v’è della temerità nello esporsi ai rischi di perdere la sanità del corpo, non ve ne ha forse altrettanta, quando altri si espone a perdere la grazia, che è la vita dell’anima? Si biasima con ragione l’imprudenza di un convalescente che non toglie le cagioni del suo male; e si scuserà la facilità del peccatore ad esporsi nelle occasioni in cui è mille volte caduto? No, no, fratelli miei, non vi lasciate sedurre; la medesima causa produce i medesimi effetti; se non evitate con diligenza ciò che è stato per voi una pietra d’inciampo, voi ricadrete infallibilmente nel vostro peccato. Invano mi direte voi che quando sarete nell’occasione del peccato, in quelle compagnie, in quelle case ove avete perduta la vostra innocenza, voi sarete più circospetti che non lo siete stati per il passato, voi veglierete sui vostri sensi, sarete più guardinghi e prenderete tutte le precauzioni possibili per non lasciarvi strascinare al male; ah! quanto andate errati con questa pretesa risoluzione, in cui credete essere! Pretendere di stare nell’occasione e non soccombervi, egli è voler dimorare tra le fiamme e non bruciarsi, cacciarsi un pugnale nel petto e non darsi la morte. – Mentre per non offender Dio nell’occasione si ricercan due cose: una dalla parte di Dio, e l’altra dalla parte dell’uomo. Dalla parte di Dio bisognerebbe un aiuto straordinario della sua grazia per sostenere la fragilità dell’uomo in un passo pericoloso, in cui è sì difficile il non cadere. Ora come potrete voi, fratelli miei, promettervi questo aiuto straordinario dalla parte di Dio, poiché la vostra temerità ed il vostro nessun timore di dispiacergli ve ne rendono cotanto indegni? Ma quand’anche Iddio per un effetto della sua gran misericordia vi accordasse questa grazia, essa non vi salverebbe dal pericolo che per quanto voi gli sareste fedeli. Or io pretendo che voi manchereste di questa fedeltà. Datemi la persona più regolata e meglio rassodata; la sua virtù, benché soda quanto possa esserlo, non si sosterrà nell’occasione. Gli oggetti fanno molto più impressione quando sono presenti che quando sono lontani. La loro presenza infiamma le passioni e fa svanire i migliori proponimenti, i tizzoni che ancora fumano, si riaccendono subito che si avvicinano al fuoco. Lo stesso è delle passioni; è cosa facile contenerle in assenza degli oggetti che le irritano: ma quando questi oggetti sono presenti, producono nell’anima temeraria incendi che è quasi impossibile di ammorzare: così si cade nel precipizio e vi si perisce senza quasi accorgersene. – Quanti esempi non potrei io addurre per confermare questa verità? Non si sono forse veduti i più grandi uomini, i Sansoni, i Davidi; i Salomoni e tanti altri perdere la loro forza e la loro virtù per essersi temerariamente esposti al pericolo? Ma senza ricorrere ad esempi stranieri, non avete voi medesimi che mi ascoltate fatta la trista esperienza di quel che dico, e non ne vediamo noi ogni giorno delle prove convincenti? Si domandi a quella giovine perché sia ricaduta in quei disordini che aveva detestati nel tribunale di penitenza. Si è, dirà essa la conversazione che ha avuta con quel libertino, cui ha permesso certe libertà vietate; laddove se non l’avesse frequentato, avrebbe conservata le grazie della sua riconciliazione. S’interroghi quel dissoluto perché siasi di bel nuovo abbandonato alla crapula. Si è, dirà egli, per essere stato nelle osterie con altri intemperanti che l’hanno indotto nelle loro dissolutezze. Non finirei mai. fratelli miei, se volessi rapportarvi tutti gli esempi i quali provano che è l’occasione che perverte i costumi più innocenti, che distrugge le migliori risoluzioni, che impedisce la conversione dei peccatori e che cagiona la caduta dei giusti. Finalmente voglio supporre ancora per un momento ciò che non accade quasi giammai, che chi si espone nell’occasione di commettere un peccato, effettivamente non lo commetta; per questo appunto che si mette nell’occasione prossima di offender Dio egli si rende reo di peccato, perché Dio gli proibisce di mettersi in pericolo di offenderlo. Or io vi domando, fratelli miei come lusingarsi di perseverare nella grazia e nell’amicizia di Dio con sì grandi ostacoli a questa perseveranza? –  Ah! se voi avete un pò di zelo per la salute della vostr’anima, prendete almeno le medesime precauzioni di cui vi servite per la sanità del corpo e per il buon successo dei vostri affari temporali. Quale attenzione non avete voi di allontanare tutto ciò che può alterare la vostra sanità o impedire la riuscita dei vostri affari? Perché non farete voi lo stesso per la vostr’anima allontanandovi da tutto ciò che può perderla eternamente? Osereste voi a bella posta esporvi in mezzo d’un incendio? E se vi foste, non ne uscireste ben preso, per tema di essere involti nel fuoco? Uscite nello stesso modo dall’occasione del peccato, allontanatevene come da un incendio, per tema di perdere la grazia di Dio, che è la vita della vostr’anima. Uscite da quella Babilonia avvelenata, ove non potete respirare che un’aria infetta, abbandonate quella casa che vi perde, qualunque diletto possiate voi trovarvi; benché cara vi sia quella persona il cui commercio è si fatale alla vostr’innocenza, benché lusinghiere sieno quelle partite di piacere, benché lucroso sia quell’impiego, quel giuoco che vi rende colpevoli di tanti peccati, allontanatevi da tutti questi oggetti. Mentre se il vostr’occhio, il vostro piede, la vostra mano vi scandalizzano, dice Gesù Cristo, voi dovete disfarvene e gettarli lungi da voi; perché è meglio entrare nella vita eterna con un occhio, un piede, una mano, che essere precipitati nell’abisso con tutti i vostri membri. Vale a dire, fratelli miei, che quando ciò che è per voi occasione di peccato vi fosse tanto caro, quanto uno di quei membri, è meglio rinunziarvi che rinunziare alla felicità eterna. Poiché, per arrivare a questa felicità, bisogna perseverare nella grazia; e voi non vi persevererete giammai, se non fuggite l’occasione del peccato. Ma alla fuga delle occasioni aggiungete una somma diffidenza di voi medesimi ed una gran confidenza in Dio. – Infatti, qualunque protesta abbiate voi fatta a Dio di servirlo costantemente, benché avanzati già siate nel sentiero della virtù, voi non dovete contare sulle vostre proprie forze: voi portate la grazia di Dio, dice l’Apostolo, in vaso fragile che può rompersi ad ogni passo che fate: dovete sempre temere, sempre star in guardia contro di voi medesimi; dovete ancora risentirvi dei colpi dei vostri nemici, e la trista esperienza sì spesso da voi fatta della vostra debolezza deve sempre farvi temere. State dunque in guardia, gettate gli occhi da ogni lato per osservare i luoghi per cui possono assalirvi; voi camminate tra i precipizi, voi siete attorniati da lacci che vi sono tesi da ogni parte, ed è tanto più pericoloso per voi di cadervi, quanto che voi non li vedete. Vegliate dunque continuamente su voi medesimi, vegliate sopra i vostri sentimenti: questi sono le porte per cui la morte può entrare in voi: mors ascendit per fenestras (Jerem. IX). Tenete con diligenza queste porte chiuse per tema che non vi si rapisca la grazia preziosa che dentro di voi possedete. Se aveste trovato un tesoro, voi lo custodireste attentamente, voi lo riporreste nel luogo più nascosto di vostra casa, ne chiudereste tutti gli aditi, affinché i ladri non potessero penetrarvi, fate voi nello stesso modo per conservare la grazia di Dio? Custoditela come la pupilla del vostr’occhio, per metterla al coperto da tutti i colpi dei vostri nemici. Diffidate ancora vieppiù di quelli che sono dentro di voi medesimi; questi sono le vostre passioni, nemici tanto più a temere, quanto che vi lusingano davvantaggio; reprimete, mortificate queste passioni, sempre pronte a sollevarsi contro la legge di Dio. – Temete specialmente le astuzie dell’amor proprio, che vi farà prendere sbaglio in mille occasioni, ricoprendo il vizio del nome di virtù, persuadendovi, se voi volete ascoltarlo, che non vi è alcun male a tenere certi discorsi, a fare certe azioni, perché sono autorizzate dal costume e dall’esempio degli altri. Guardatevi bene dal seguire queste guide cieche che vi condurrebbero infallibilmente al precipizio. Abbandonate piuttosto questa cura di vostra condotta ad un saggio ed illuminato direttore, il quale come un altro Raffaele, vi condurrà nelle vie della salute. Questo è un mezzo sicuro di premunirvi contro la vostra debolezza: ma quanto dovete voi diffidare di voi medesimi, altrettanto dovete mettere la vostra confidenza in Dio; Egli è che con la sua grazia ha cominciato l’opera della vostra predestinazione, egli è che la condurrà a fine: qui cœpit bonum opus ipse perficiet (Philip. 1). Possiamo noi, o mio Dio, cercar altrove che presso di Voi 1’aiuto che ci è necessario per riuscire in un affare di tanta importanza? Giacché la perseveranza finale è un dono, che dipende, dalla vostra misericordia, come non ve la chiederemo noi ogni giorno con le preghiere le più ferventi, quali appunto ve le indirizzava il reale profeta? Illuminatemi, Signore, per tema ch’io non m’addormenti nella morte del peccato: Illumina oculos meos, ne unquam obdormiam in mortem (Psal. XII). Sostenetemi nei miei combattimenti, affinché il nemico di mia salute non possa prevalere contro di me: ne quando dicat inimicus meus, prævalui adversus eum (ibid.). Non è già di me stesso che io spero trionfare, ma sulla forza del vostro braccio onnipotente; io non sono capace da me stesso che di tradirvi; ma appoggiato sulla vostra grazia nulla avvi di cui non possa venire a capo: io vi chiedo adunque, o mio Dio, questa santa grazia e soprattutto quella della perseveranza, grazia finale che deve coronare tutte quelle che voi mi avete di già fatte. Tale è, Cristiani l’orazione che far dovete a Dio; a tutte le grazie che domanderete, aggiungete sempre quella della perseveranza e quella d’una santa morte: non potremmo troppo chiederle, non sapremmo troppo fare per ottenere un favore da cui dipende la nostra felicità eterna; ma bisogna che la vostra orazione sia accompagnata da una condotta regolata e da una perseveranza attuale dal canto vostro nella pratica del bene. – Voi avete bisogno per questo dell’aiuto della grazia, ma essa non vi mancherà se la chiedete a Dio, e se avete cura d’andare ad attingere quest’acqua salutevole nei fonti del Salvatore, cioè nei Sacramenti; le stesse cause che vi han data la sanità dell’anima, ve la conserveranno. Se il profeta Elia ricevette altre fiate forza bastante da un pane miracoloso recatogli da un Angelo per continuare il suo viaggio sino al monte Oreb, quante non ne riceverete voi dal pane di vita, dal pane dei forti, che vi presentano nella santa Eucaristia, per giungere al santo monte di Sion, l’abitazione degli eletti? Prendete dunque e mangiate questo pane, posso io dirvi, come disse l’Angelo al Profeta; poiché vi resta ancora molta strada a fare: Surge, comede, grandis enim tibi restat via (III Reg. XIX).

Pratiche. Senza esaminare ciò che avete fatto per la vostra salute, non pensate che alla strada che vi resta, come se nulla ancora aveste fatto. Faticate sempre come se non faceste che cominciare a servir Dio. Mentre lo stesso è, fratelli miei, della salute dell’anima come di una vigna, di una terra, che si deve sempre coltivare per cavarne frutto. Dopo aver fatto la raccolta in quel campo, in quella vigna, bisogna, per farne delle nuove, lavorarvi di bel nuovo. Cosi è della salute; qualunque fatica abbiate voi sopportato per il cielo, non conviene mai riposarsi, conviene sempre lavorare, come se nulla ancora fatto si fosse, sempre avanzare nella strada che conduce all’eternità; poiché non avanzare si è ritornare indietro , dice S. Bernardo: non progredi regredì est. Ritenete bene questa massima per metterla in pratica; ella è un eccellente mezzo di perseveranza: servitevi di quelli che vi ho insegnati: temete il peccato, come il più gran male che possa accadervi; pensate sovente a quanto vi ho già detto, che il primo che voi commetterete sarà forse l’ultimo e che non avrete forse più il tempo di farne penitenza. Fuggitene le occasioni, diffidate di voi medesimi, mettete la vostra confidenza in Dio, ricorrete a Lui con l’orazione, frequentate i sacramenti. Confessatevi per lo meno una volta al mese; meditate le grandi verità della salute, riempitene la vostra mente leggendo spesso buoni libri; siate fedeli a seguire un regolamento di vita, e costanti nelle pratiche di pietà che vi sarete prescritte; tenetevi sempre pronti come le Vergini prudenti, abbiate sempre dell’olio nelle vostre lampade, cioè, occupatevi continuamente in buone opere, affinché all’arrivo dello sposo voi siate introdotti nel convito eterno che Dio prepara ai suoi eletti.

Credo …

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

V. Dóminus vobíscum. R. Et cum spíritu tuo. Orémus Matt XXVIII:2; XXVIII:5-6. Angelus Dómini descéndit de coelo, et dixit muliéribus: Quem quaeritis, surréxit, sicut dixit, allelúja. [Un Angelo del Signore discese dal cielo e disse alle donne: Quegli che voi cercate è risuscitato come aveva detto, alleluia.]

Secreta

Suscipe múnera, Dómine, quaesumus, exsultántis Ecclésiæ: et, cui causam tanti gáudii præstitísti, perpétuæ fructum concéde lætítiæ.

[Signore, ricevi i doni della Chiesa esultante; e, a chi hai dato causa di tanta gioia, concedi il frutto di eterna letizia.]

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

[Joannes XX: 27] Mitte manum tuam, et cognósce loca clavórum, allelúja: et noli esse incrédulus, sed fidélis, allelúja, allelúja.

[Metti la tua mano, e riconosci il posto dei chiodi, alleluia; e non essere incredulo, ma fedele, alleluia, alleluia.]

Postcommunio

Orémus.

 Quæsumus, Dómine, Deus noster: ut sacrosáncta mystéria, quæ pro reparatiónis nostræ munímine contulísti; et præsens nobis remédium esse fácias et futúrum. Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum.

[Ti preghiamo, Signore Dio nostro, che i sacrosanti misteri, che tu hai dato a presidio del nostro rinnovamento, ci siano rimedio nel presente e nell’avvenire]

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

https://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (2)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (2)

[chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa – 1891]

PRIMA PARTE

CONSIDERAZIONI GENERALI

Capitolo I.

DIO CHIEDE DI ESSER GLORIFICATO MEDIANTE LA DIVINIZZAZIONE DELL’UOMO

Dio vuol far felici gli uomini comunicandosi ad essi.

Dio ha fatto tutto per la sua gloria: è questala verità fondamentale che dobbiamo porre come base della dottrina che andremo ad esporre. Nessun’altra ragione avrebbe potuto far sì che Dio, infinitamente ricco e felice, lasciasse il suo riposo per creare il mondo. Chi esiste da solo deve avere in sé tutto ciò che è necessario per la sua perfezione e felicità. La sua infinita bontà, essenzialmente comunicativa, potrà creare dal nulla migliaia di creature, ma ciò che cercherà in esse e ciò che troverà in esse, sarà se stesso e sempre se stesso. La sua facoltà di amare è certamente infinita. Ma, per quanto infinita possa essere, è completamente soddisfatta della sua infinita amabilità. Egli aveva la libertà di creare o di non creare; ma, una volta determinatosi a produrre qualcosa di sé, non era in suo potere dargli un fine diverso da se stesso, poiché solo Lui può essere il fine delle sue azioni. Non poteva, senza distruggersi, che desiderare di condurre tutto a se stesso. È la legge del suo Essere; legge gloriosa imposta dalla sovrana perfezione della sua Essenza alla sua onnipotente volontà, per cui, essendo il primo inizio di tutte le cose, Egli ne è anche l’ultimo fine. Dal momento in cui ha creato il mondo, l’unico fine della sua saggezza poteva essere solo quello di compiacersi ed amarsi nelle sue opere. È impossibile respingere questa prima legge senza negare le prove e senza distruggere la nozione di Dio e la nozione di creatura. – Considerata questa verità, possiamo affermare che Dio vuole essere glorificato dalla divinizzazione dell’uomo. Le creature razionali, come gli Angeli e gli uomini, sono tra tutte, quelle che meglio rappresentano la perfezione divina. Sono i meglio disposti a ricevere la felicità di Dio. Pertanto, Dio si glorificherà specialmente in loro, realizzando i piani amorosi che lo hanno spinto a trarre le cose dal nulla. Dio realizzerà la gloria attraverso la creazione dell’anima, sostanza spirituale ed immortale, come Lui, la cui semplicità, immagine della sua ineffabile semplicità, racchiude in sé stessa una tanto meravigliosa fecondità di atti e di potenze. Ma questa gloria non è se non il principio che Egli intendeva darle ad essere, perché il suo fine è quello di essere glorificato principalmente attraverso la felicità della creatura razionale, attraverso lo sviluppo delle sue facoltà, attraverso l’amicizia che Egli desidera con essa.

La natura di questa felicità.

L’uomo non poteva che aspirare alla perfezione e alla felicità naturale. La pienezza della conoscenza, dell’amore, la gioia di Dio nelle creature, uniti all’assenza di dolore e alla certezza dell’immortalità, avrebbero formato lo sviluppo delle facoltà dell’uomo e la sua naturale beatitudine. Questa felicità gli sarebbe bastata. Dio non doveva più nulla alla sua creatura. Anche se non le avesse concesso nessun’altra perfezione, questo solo sarebbe stato sufficiente a costringerla a legarsi a Lui con i vincoli della riconoscenza. La sua giustizia sarebbe stata del tutto soddisfatta e nient’altro avrebbe preteso la sua saggezza. – Ma quello che sarebbe bastato alla sua saggezza e giustizia, non accontentava la sua bontà. La felicità naturale non poteva sembrare sufficiente al bisogno che Dio prova nel comunicarsi. Con un atto di grande comunicazione, Egli si è dato all’uomo. Lo ha reso partecipe della sua natura, della sua luce e del suo amore. Si è costituito oggetto della nostra felicità, ammettendoci alla visione della sua bellezza ed al godimento della sua infinita bontà. Guardate l’uomo, argilla viva, posto a perfezione della sua natura come capo della creazione, un tempo perso negli abissi del nulla, ora è elevato da Dio ad un’altezza incommensurabile, ad un mondo che è in cima della creazione. Per questo viene giustamente chiamato “ordine soprannaturale” il destino dato alla creatura razionale, quello di godere per tutta l’eternità della stessa felicità di Dio, dopo aver avuto a sua disposizione, sulla terra, i mezzi per raggiungere un fine tanto eccelso.

L’Ordine soprannaturale.

Questo ordine soprannaturale è al di sopra della natura malata e contaminata dell’uomo e della più pura natura angelica. Il minore degli atti che appartengono a quest’ordine è più eccellente dei più ammirevoli prodigi dell’ordine naturale! In verità, questi atti sono atti divini, Intendo atti divini per comunicazione, come gli atti di Dio. sono divini per natura. Preghiamo il Cuore di Gesù che ci dia la grazia di contemplare alcune delle sue magnifiche funzioni racchiuse nelle loro gloriose oscurità. Ma qual è il fine soprannaturale? Il fine naturale è la conoscenza, l’amore e il possesso di Dio, in quanto si manifesta a noi e dona Se stesso alle sue creature. Molto diverso e più alto è il fine il cui oggetto è la conoscenza di Dio contemplato in Se stesso e con la sua stessa luce; la gioia di Dio amato con il suo stesso amore; il possesso della sua stessa felicità. Il fine soprannaturale consiste nella comunicazione della propria felicità da parte di Dio. L’anima che ha raggiunto questo fine beato, non vede Dio nella creazione come in uno specchio, ma lo vede faccia a faccia; dirige i suoi sguardi al centro stesso della Luce eterna; annega nell’oceano che riempie di infinita pienezza l’infinita capacità di Dio stesso; entra nella gioia del suo Signore; si inebria nel torrente delle divine delizie. Come l’intelligenza riprodurrà in se stessa l’immagine degli oggetti a cui è applicata, l’anima, penetrata dai bagliori della chiarezza divina, e dagli ardori della carità divina, diventa interamente come Dio.  E si unisce a Lui con i legami di un amore così delizioso ed irresistibile, tanto che essa stessa diventa spirito. Il fine naturale dell’uomo è la sua divinizzazione. Il fine soprannaturale dell’uomo è la sua deificazione. Tuttavia, tra questa divinizzazione e il panteismo, c’è una distanza come quella che separa la divinità dal nulla. Il panteismo, cercando di assorbire l’anima nell’infinito, raggiunge invero solo il suo annientamento. Al contrario, nel fine soprannaturale, l’anima conserva il suo essere, la sua personalità, le sue facoltà, sa, ama e gode. Ma essa conosce mediante il Verbo  di Dio, ama per mezzo dello Spirito di Dio e gode della felicità di Dio. Tutte le cose rimangono distinte, anche se in Dio tutte le cose sono fatte per questa felicità. Essa [l’anima] è tutta in Lui, ed Egli è tutto in essa. Essa non è Dio, ma è divinizzata. Essa è davvero ammessa a partecipare della natura divina; di modo che unendosi intimamente all’anima, Dio la trasforma in Se stesso. – Tale dignità concessa alla creatura è soprannaturale. È soprannaturale per l’uomo, ma lo è anche per il più perfetto degli spiriti puri, per il più elevato dei serafini. Era per Adamo innocente, come lo è anche per i suoi discendenti decaduti. Era soprannaturale in quanto le nostre forze naturali non potevano ottenerla, né il nostro spirito concepirla se non in maniera molto vaga, né i desideri naturali potevano orientarsi verso di essa: « Perché né l’occhio vide – dice San Paolo – né l’orecchio udì, né il cuore umano poteva immaginare ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano ».  Dio non ci doveva l’elevazione a questo fine, né il farci assaporare questa felicità. Se lo ha fatto, è stato per il libero esercizio della sua bontà. Egli ha agito liberamente sia quando ci ha dato l’essere limitato e sia anche quando ci ha destinato, per mezzo della elevazione, all’ordine soprannaturale, a possedere il suo Essere infinito. Il secondo di questi doni è, se possibile, ancor più gratuiti del primo.

La grazia, principio e mezzo della nostra divinizzazione.

Il nostro destino verso il fine soprannaturale è gratuito, ma non la sua retribuzione. Non avevamo alcun diritto a che Dio ce lo proponesse; ma dal momento che Egli lo ha voluto, noi abbiamo l’obbligo di ottenerlo. La creatura libera deve essere, insieme a Dio, l’Autore della propria felicità: essa non può essere glorificata dal suo Creatore nell’eternità se essa stessa non lo glorifica nel tempo. Ma, qual è il mezzi per meritare la partecipazione della felicità di Dio? Se il merito deve essere proporzionato alla ricompensa, non dovrebbe l’uomo disporre di mezzi divini per meritare un fine divino? Certo che si! Questo spiega perché la divinizzazione dell’uomo, che deve avere il suo coronamento in cielo, inizi quaggiù per mezzo della grazia. La grazia è il seme della gloria. L’unione con Dio implica la visione di Dio nella sua luce propria, l’unione con Dio attraverso il suo proprio amore, e il godimento della felicità propria di Dio. Anche nella grazia troveremo questi tre tipi di unione: la fede ci farà conoscere Dio con la sua luce; la carità ci farà amare Dio con il suo stesso amore, e la speranza ci farà tendere alla felicità di Dio. Ma la luce della gloria è il sentire Dio presente, che si scopre a noi completamente, quella della fede è il sentire Dio assente e solo manifesto nel suo Verbo. La gioia del cielo deriva dalla sete sempre viva di un piacere che sazia sempre. La speranza della terra sospira per questa felicità, senza essere ancora in grado di raggiungerla. La carità del cielo abbraccia la bellezza infinita che ama, e quella della terra l’ama senza poterla ancora abbracciare.

La gloria, coronamento della nostra divinizzazione.

Gli atti delle virtù teologali, che sono le principali forme della grazia, non differiscono dagli atti con cui l’anima beata gode della gloria, se non nella misura in cui i primi hanno assente l’Oggetto che i secondi hanno presente. Per quanto riguarda l’anima, il movimento è lo stesso. Nel cielo essa si immerge nell’oceano della beatitudine divina in virtù dell’impulso che ha ricevuto quaggiù con l’esercizio della virtù. Lo stesso amore che spinge il martire sul patibolo, lo rende capace di gustare le delizie ineffabili, una volta che la morte gli ha aperto le porte della patria. Dio si dona a tutti gli eletti secondo le loro capacità, che sono maggiori o minori a seconda dello sviluppo ottenuto sulla terra dall’esercizio delle virtù. Più sono cresciuti nella loro anima, sulla terra, la fame e la sete di Dio, più essi saranno saziati in cielo. – La grazia non è solo il seme della gloria, ma anche il suo principio e la sua misura. Sia per grazia che per gloria, l’anima è comunicata alla divinità. Infatti, ci sono due relazioni distinte nella vita intima di Dio: l’una è insieme l’intelligenza infinita e la bontà infinita, l’attività assoluta e il completo riposo. Questi due elementi sono ugualmente necessari alla sua felicità. Non sarebbe essa infinita, se non consistesse nella soddisfazione infinita di un tendenza infinita. – La vita divina, depositata in principio nell’anima come un seme, si va sviluppando durante tutto il periodo della crescita, fino a quando, giunta a piena maturazione, non produca il suo frutto, che non è altro che la beatitudine del Paradiso. Se la grazia non fosse una vera partecipazione alla natura divina, ci sarebbe una sproporzione tra il fine ed i mezzi. Il merito soprannaturale non sarebbe in alcun modo merito, e nell’ordine soprannaturale sarebbe solo un disordine. – Le Sacre Scritture attribuiscono questa qualità alla grazia. Il giusto della terra, come il beato del cielo, è un essere divinizzato. La sua divinizzazione è così reale che i santi Dottori si affidano ad essa per dimostrare la divinità dello Spirito Santo, che ne è l’Autore: « Non è forse necessario – chiede San Cirillo agli ariani – avere un potere maggiore di quello di una creatura semplice per divinizzare gli esseri che non hanno nulla di divino nella loro natura? Si può mai concepire una creatura divinizzante? Solo Dio ha questo potere, e lo esercita, attraverso il suo Spirito, comunicandolo alle anime sante, Egli che solo possiede questa proprietà »; in virtù di questa comunicazione, l’uomo, che fino ad allora ha vissuto solo una vita animale e razionale, inizia a vivere una vita superiore, la vita divina. – Si tratta certamente di una seconda nascita! La prima esistenza risale al giorno in cui un’anima spirituale venne ad animare il suo corpo. si nasce la seconda volta, quando lo Spirito di Dio viene a vivificare la sua anima! Da quel momento ci sono in lui due uomini che si combattono, così come Giacobbe ed Esaù già si combattevano nel seno di Rebecca. Quello, il figlio dell’uomo – Esaù – è più vecchio d’età. L’altro – Giacobbe -, figlio di Dio, erede della promessa, si sforza di soppiantare suo fratello. Come tutti i figli di Adamo, il Cristiano trova in sé gli istinti carnali che lo inclinano alla terra. Queste ispirazioni sono combattute dalle ineffabili aspirazioni che lo allontanano nel mondo e gli fanno disprezzare tutto quello che lo circonda. L’uomo raccoglie in se stesso, con meravigliosa armonia, come in un piccolo cosmo, tutte le forze che muovono l’universo: le fisiche, le chimiche, le vitali, le spirituali. Dio completa il suo capolavoro donandogli, con il suo Spirito, le forze divine. Questo Spirito, nell’abitare l’anima del Cristiano, comunica all’intelligenza la mente di Dio! Diffonde nel suo cuore, la carità di Dio, che diventa il principio di tutte le sue tendenze ed il filo conduttore di tutte le sue azioni. L’animale è guidato dall’istinto, l’uomo è guidato dallo Spirito di Dio!

Dottrina della nostra divinizzazione.

Non dubitiamo che la vita soprannaturale sia una vita veramente divina. Vita che non risulta dall’identificazione dell’Essere creato con l’increato; che non suppone che l’uomo sussista per una personalità divina, ma solo che operi divinamente. Egli conserva in tutta la sua integrità il suo essere, la sua personalità, le sue facoltà. Ma a loro si aggiungono le virtù, che sono come delle facoltà soprannaturali. Con queste virtù Dio stesso si unisce sostanzialmente al Cristiano e lo rende parte della sua natura. – Nella grazia c’è qualcosa di creato e qualcosa di non creato. Come in cielo i più Beati, illuminati dalla luce della Parola di Dio, ricevono in se stessi una chiarezza che li rende simili a questo Sole divino e capaci di unirsi a Lui; così sulla terra, l’anima, unita dalla grazia allo Spirito Santo, riceve, sia con movimenti passeggeri, sia per mezzo di qualità permanenti, l’influenza dello Spirito Divino. Così come nel cielo il lumen gloriæ non impedisce che l’unione dell’anima con il Verbo di Dio sia immediato, così, sulla terra, la grazia creata non impedisce che l’anima sia unita allo Spirito Santo immediatamente.

La nostra divinizzazione consiste nel possesso della Persona stessa dello Spirito Santo.

La divinizzazione dell’uomo non è una metafora vana. È la più reale di tutte le realtà. I Santi Dottori che hanno ricevuto da Dio la missione speciale di combattere gli errori sullo Spirito Santo, sembrano non trovare un’espressione abbastanza energica per farci palpare l’intimità dell’unione, per mezzo della quale Esso viene a comunicarsi all’anima del giusto: una volta si esprimono con il paragonare l’unione del profumo con l’abito completamente penetrato del suo profumo (S. Cirillo di A. l. IX, in lo. MG: 74, 447); altra volta con l’unione dell’oro al metallo meno nobile, che assume per suo mezzo il medesimo splendore (S. Cirillo di A. Dial.. VIII, de Trinitate et l. V in lo. MG:75, 1075 e 73, 705) ; o ancora all’azione con cui il fuoco trasforma il ferro, comunicandogli tutte le sue proprietà ignificandolo in un certo modo, senza per questo sottrargli la propria natura o, in fine, alla comunicazione delle proprietà dal vino alla goccia d’acqua in esso introdotta (S. Bas. I. V.  adv. Eunomium Max. M.G.: 29, 700). Se questa unione non fosse sostanziale, non potrebbe produrre gli effetti che le vengono attribuiti: il liberarci dalla morte riempire di vita il nostro spirito; restaurare il nostro spirito; restaurare in noi l’immagine divina; cancellare il peccato, e fare di noi stessi dei figli adottivi di Dio. Questi santi Dottori, affermano che l’unione dello Spirito Santo con la nostra anima, produce in essa atti e abitudini inerenti all’anima, per il bene dell’anima stessa, e perché sia costituita in uno stato soprannaturale. Solo i luterani hanno osato dire che la giustificazione consistesse nella semplice applicazione della santità di Dio, e non in un dono insito nell’anima e creato come essa. I Dottori cattolici non hanno mai dubitato che ci sia nell’anima una luce soprannaturale creata, che è la fede, e un amore soprannaturale creato, che è la carità. Inoltre, ciò che insegnano i Santi Padri è che l’alta dignità e l’esaltazione della natura umana non consista tanto nella ricezione di questi doni creati, ma piuttosto nel possesso de della Persona dello stesso Spirito Santo, che si unisce ai suoi doni, e per mezzo di essi abita in noi, ci vivifica, ci adotta, ci divinizza e ci incita a compiere ogni sorta di buone azioni. (Corn. Alapide, in Oseam, l. 10). Abbiamo visto quindi il fine elevato a cui sono ordinati tutti i piani della Provvidenza: la divinizzazione dell’uomo e delle creature razionali. Per raggiungere l’anima, Dio per suo aiuto alla creazione malata, manda i suoi Angeli, il cui mistero più glorioso è quello di educare le anime per prepararle alla loro celeste eredità. Le creature materiali contribuiscono con tutta le loro forze a questa grande opera. « Gemono – dice San Paolo – e soffrono i dolori di un parto doloroso, e sono chiamate a collaborare alla produzione dei figli di Dio ». Qual giorno sì felice in cui culminerà di questa grande opera dell’Altissimo! Allora la creazione malata tornerà, attraverso l’uomo, all’inizio, donde proviene. L’Infinito, che in qualche modo è uscito da sé stesso per il desiderio della creazione, tornerà a se stesso per riposare, per l’eternità, con le anime che avranno collaborato ai suoi progetti. Il cerchio divino sarà così chiuso. Tutta la creazione spirituale vivrà della vita divina e la comunicherà alla creazione materiale, ad essa unita mediante l’uomo come un prezioso anello. Il Creatore, pienamente glorificato dalla sua creatura, rifletterà in essa la sua gloria: Dio sarà tutto in tutte le cose!

Capitolo II

DIO CHIEDE DI ESSERE GLORIFICATO PER MEZZO DI GESÙ CRISTO

Il Verbo incarnato, Mediatore tra Dio e gli uomini

Il principio fondamentale della Divina Provvidenza è che tutte le creature tendono alla gloria di Dio, riproducendo in misura finita le sue infinite perfezioni. Poiché Dio è una beltà assoluta, non può dare alle opere delle sue mani altro modello che non sia Se stesso. Il suo amore infinito non può creare delle volontà razionali, che non siano felici di possedere la sua infinita bontà. Corrisponde in Sé, come primo Principio di tutte le cose, per esserne l’ultimo fine. Un fine che l’uomo deve raggiungere non come egli vuole, ma che sia conforme al decreto di Dio, attraverso la sua divinizzazione. Dio potrebbe, senza alcun intermediario, comunicare all’uomo la sua grazia, elevarlo all’ordine soprannaturale e riportarne la gloria che ha il diritto di aspettarsi da lui. Ma Dio ha dato al suo lavoro una bellezza ed una perfezione che nessuna intelligenza creata avrebbe potuto immaginare. Per colmare la distanza che lo separava dall’uomo, Egli istituì un Mediatore, il Verbo incarnato, Gesù Cristo nostro Signore, nel quale sono raccolte, senza confusione, tutte le perfezioni della natura umana e della natura divina. Secondo un’opinione teologica, difesa da grandi teologi e i cui fondamenti si trovano in San Paolo, l’Incarnazione del Verbo fu decretata prima della caduta di Adamo (non parliamo della priorità temporis sed signi), come manifestazione suprema della gloria divina. Se è così, ci viene presentato Gesù Cristo come fine ultimo e Signore di tutta la creazione e come oggetto principale ed eterno nella mente del Creatore. Un’altra dottrina insegna che non solo la Redenzione, ma anche l’Incarnazione sia stata decretata come conseguenza in previsione del peccato originale. Questo la mette in evidenza molto meno è vero, perché forse fa pensare che la più grande opera di Dio sia un rimedio a cui, senza la colpa originale, non si sarebbe posto mano (Curci, La Nature et la Grâce). Anche i difensori di quest’ultima opinione sostengono però che il Verbo Incarnato sia davvero il fine di tutte le creature.

Il Verbo incarnato è il fine di tutta la creazione.

I teologi di entrambe le opinioni concordano nell’affermare che il Verbo incarnato è il fine di tutto ciò che esista, e questo è sufficiente per la presente questione: « Dio – dice l’erudito Ruperto, – si è comportato con il suo amatissimo Figlio, come un grande e potente monarca si comporta con l’erede alla sua corona. Costruì per lui un magnifico palazzo, riccamente arredato, e lo circondò di una corte che era in relazione alla sua dignità. Poi per lui creò la terra, per lui accese migliaia di fiaccole scintillanti, al suo servizio creò dal nulla una quantità innumerevole di angeli, e noi non siamo così schietti – dice il pio Dottore – da pensare che Egli non avesse alcuna intenzione di creare l’uomo prima della caduta degli Angeli. La verità è che non sono stati gli uomini ad essere creati per gli Angeli ma, sia gli Angeli che tutte le creature, abbiano ricevuto il loro essere in previsione di un uomo, che è Nostro Signore. Crediamo dunque e confessiamo con la bocca e con il cuore che tutto sia stato creato per formare come una corona di gloria al Verbo incarnato (lib. Lib. XIII in Math. Lib. III de Glorificatione Trinitatis). – Pure in questo senso, diversi Padri della Chiesa interpretano le parole del libro dei Proverbi: Il Signore mi ha posseduto, ha fatto di me l’inizio delle sue vie prima di ogni altra cosa. Le sue vie sono le creature che procedono verso Dio, come un sentiero conduce alla fine del cammino; ma, prima di tutte quelle creature, Dio mi ha visto e mi ha destinato già allora ad essere la fine di tutta la creazione. – Allo stesso modo, sono spiegate nell’Apocalisse, le parole di Nostro Signore: Ego sum alpha et omega, principium et finis. Io sono il principio, perché io do l’essere a tutte le cose della natura, della grazia e della gloria a titolo di causa prima, esemplare e meritoria. Io sono il fine, perché tutto è fatto per la mia gloria, affinché tutto venga da me come dal suo principio primo, e tutto ritorni a Me come all’ultimo fine. « L’intero universo – ci avverte San Bernardino da Siena – è come una sfera intellegibile, il cui centro è il Figlio di Dio ». Infatti, questo amabile Maestro è, per il mondo, ciò che il centro è per la circonferenza. Tutti i raggi, convien sapere, tutte le creature partono da quel punto e vi convergono contemporaneamente ».

Gesù Cristo è la causa dell’unità armonica della natura umana, della sua perfezione e felicità.

Al di fuori di Gesù Cristo, la natura non può trovare un’unità armoniosa che debba essere la sua perfezione e la sua felicità; fuori dal quale si trova solo divisione, lacerazione, lotta, debolezza, fiacchezza, irrequietezza, disperazione. In Gesù Cristo, le lotte si placano, le contraddizioni cessano, le parti opposte si riconciliano. Si ammira il volto del Divin Salvatore e si vedono i Santi che, come specchi viventi, hanno riflesso i suoi tratti benedetti. Nella serenità di quelle fronti, nel brillare di quegli occhi, nella dolcezza di quelle labbra, non si scoprono forse i sentimenti che costituiscono la grandezza dell’animo umano? Le potenze spirituali sono state trasformati in strumenti docili della ragione. Le passioni, dirette ai loro veri fini, collaborano affinché la virtù possa raggiungere una vera ricchezza, la vera grandezza, le vere gioie. L’intelligenza, trovando nella verità assoluta il sommo Bene, la sicurezza di possedere eternamente l’unico obiettivo di tutte le aspirazioni dell’anima e di godere di Esso, secondo i sacrifici fatti per lo stesso nel tempo, unisce indissolubilmente l’interesse e il dovere, e non permette di separare la felicità della vita presente da quella della futura. – Il Cuore di Gesù Cristo è l’unità divina del cuore umano che, al di fuori da Esso, rimane lacerato. In Lui e attraverso di Lui, l’umiltà, allontanandosi dalla ricerca della grandezza nel nulla, ce la fa trovare in Dio. In Lui la forza, appoggiata a Dio, e non avendo bisogno di sforzi violenti per sostenersi, si unisce alla dolcezza più ammaliante. In Lui il cuore affettuoso trova il nutrimento che gli evita di correre dietro a piaceri vergognosi e diventa tanto più capace di amare tutto ciò che è amabile, tanto più acquista padronanza dei suoi appetiti. In Lui, l’amore della verità incoraggia l’intelligenza a raggiungere il suo scopo, tanto più umile e docile è l’abbracciarla, quando più si lancia spontaneamente sulle ali della fede alla sua ricerca.

Cristo è il nostro fine perfezionante

Questo è l’uomo come lo ha fatto Gesù Cristo: uno, perfetto, sereno e immutabilmente pacifico. Prima di Gesù Cristo, l’uomo era un edificio crollato le cui pietre, violentemente separate l’una dall’altra, sembravano non riuscire mai a ricongiungersi. La pianta di quell’edificio era andata perduta e gli architetti che avevano cercato di ricostruirlo, l’avevano ancor più mutilato. Gesù Cristo è venuto e ci ha mostrato in sé l’edificio divino ricostruito con una grandezza che non aveva mai avuto. Sta a noi trovare in Lui l’unità che cercheremmo invano al di fuori di Lui. Gesù Cristo è l’uomo perfetto, l’uomo esemplare, l’uomo per eccellenza. Quando Dio Padre lo ha dato al mondo, ci ha detto: questo è l’ideale che ho concepito fin dall’eternità, e che invito tutti voi a realizzare al meglio delle vostre capacità. Lo scopo dei nostri sforzi deve essere quello di tendere verso Gesù Cristo. A proposito di ciò Sant’Agostino scrive: « Dovete mirare a Gesù Cristo, perché Egli è il vostro fine. Ma non un fine che consuma, ma un fine che conclude; perché consumare è distruggere; concludere è finire e perfezionare una cosa: Gesù Cristo è il nostro fine, perché siamo perfezionati in Lui e da Lui; la nostra perfezione è in Lui che giunge; e quando lo raggiungeremo, avremo trovato la felicità. »

Gesù Cristo è il nostro fine, perché glorifichiamo Dio Padre, glorificando suo Figlio.

Questa è la mirabile dottrina di San Paolo. Per l’Apostolo delle genti, Gesù: « è il primogenito di tutte le creature, perché tutte le cose del cielo e la terra sono state create in Lui: le cose visibili e invisibili, i troni, le dominazioni, i principati, le potenze, tutto è stato creato da Lui. Egli esiste prima di tutte le cose, e tutte le cose sussistono in Lui. Egli è la testa e il capo del corpo della Chiesa; è il principio assoluto ed il primogenito tra i morti; affinché Egli possa avere il dominio su tutto. » Dio ha fatto di Gesù Cristo il fine a cui l’umanità deve tendere, e ci fa capire che vuole che l’umanità lo glorifichi, glorificando il suo amato Figlio in cui ha posto tutto le sue compiacenze, ed in cui abita corporalmente la divinità. Gesù Cristo, venendo sulla terra, non aveva altro scopo se non quello di glorificare Dio Padre, restituendogli l’onore che il peccato gli aveva tolto: « Tutti hanno peccato – dice San Paolo – tutti hanno bisogno della gloria di Dio ». Il Verbo incarnato, dice San Cirillo, è la gloria di Dio che si manifesta agli uomini. Così capiamo perché, nella culla del Bambino di Betlemme, gli Angeli annunciano che la gloria di Dio si manifesta anche in cielo: Gloria in excelsis Deo. – Gesù Cristo, per glorificare Dio Padre, trascorre i primi trent’anni della sua vita in una oscura bottega, impegnato in un umile lavoro. Non c’è nessun altro motivo principale nelle sue azioni durante la sua vita pubblica. Al fine della sua stessa gloria, non dà alcuna importanza: Honorifico Patrem. Non quæro gloriam meam. Non sono da considerare – sembra dire – se non come vittima di espiazione del peccato. La mia gloria non è nulla, come un nulla è la gloria degli uomini: Gloria mea nihil est.

L’umiliazione e la croce furono i prodromi del Regno di Cristo

Così come Dio Padre ha accettato che Cristo soffrisse per entrare nel regno dei cieli, è giusto che sia vestito con la veste della vergogna prima di essere circondato dall’alone della gloria. Le umiliazioni e la croce sono i preamboli obbligatori del regno glorioso che suo Padre invita a condividere con Lui. Mentre la passione si avvicina, Nostro Signore parla più volentieri della propria gloria ai discepoli. Predice poi loro che, quando sarà inchiodato al legno, il suo potere cambierà questo luogo di ignominia in un trono di gloria, al quale attirerà ogni cosa: Cum exaltatus fuero, omnia traham ad me ipsum. Nel suo ultimo discorso, che è come il canto del cigno, il testamento dell’amore, ricorda a suo Padre che è arrivata l’ora di glorificarlo: « Ho compiuto la missione che mi hai affidato; ora, Padre mio, è tempo di glorificarmi, di far risplendere la gloria che avevo in te, prima ancora della creazione del mondo. » Dio Padre ha ascoltato la voce del Figlio suo: al torrente di umiliazioni fa seguito un’esuberante manifestazione di gloria. – Dio fa uscire trionfalmente suo Figlio dal sepolcro. Lo fa sedere alla sua destra in cielo, al di sopra di tutti i principati e di tutte le potenze. Pone tutto sotto i suoi piedi e fa di Lui il Capo della Chiesa. Egli ordina che nel suo Nome ogni ginocchio sia piegato in cielo, in terra e negli inferi. Gli Apostoli fanno risuonare il nome di Gesù in tutte le regioni e la potenza del suo Nome fa meraviglie ovunque. – Così Dio Padre ha glorificato e glorificherà il Figlio suo e, come predice l’Apostolo San Pietro, per la gloria di suo Figlio, sarà Egli stesso glorificato. Così il magnifico piano che l’Apostolo ci indica si realizzerà, quando ci annuncia che tutta la creazione è stata fatta per noi, noi per Cristo e Cristo per Dio! Ammirevole è questa Gerarchia, in cui l’Uomo-Dio, ricapitolando e riassumendo in sé le perfezioni degli spiriti e dei corpi, costituisce il Mediatore tra la creatura ed il Creatore! Non possiamo concludere meglio questo capitolo se non citando la magnifica conclusione dei decreti promulgati dal Consiglio provinciale di Le Puy nel 1873. – « Se cerchiamo l’origine comune degli errori che abbiamo appena condannato, sarà facile vedere che provengono tutti dalla stessa fonte, cioè l’ignoranza ed il disprezzo per l’ordine soprannaturale. Quanti di coloro che hanno indossato Cristo nel Battesimo non lo conoscono! Quanti dimenticano la nobiltà divina che Egli ha conferito loro! I ministri della Santa Chiesa devono quindi fare ogni sforzo affinché i fedeli abbiano una conoscenza esatta dell’ordine soprannaturale, in modo che possano ammirare la sua meravigliosa unità e assaporarne l’ineffabile soavità. Perché le testimonianze di Dio offrono alla nostra intelligenza le luci più vivide, e sono per il nostro cuore più dolci del miele e del nettare. – Infatti, la verità che dobbiamo credere di cuore e confessare con la bocca non è altro che Cristo, il Verbo del Padre, di quel Padre che, dopo aver posto tutti le sue compiacenze nel suo Figlio prediletto da tutta l’eternità, ce lo ha mostrato nella pienezza dei tempi, non solo per farcelo conoscere, ma anche per renderci partecipi della sua divinità. Il grande sacramento dell’amore, il piano della bontà divina, è infatti quello di restaurare in Cristo tutto ciò che è in cielo e sulla terra; di unire a Lui, come al suo comune Signore, il mondo materiale e quello spirituale; di fare degli Angeli e degli uomini un corpo unico che vive della vita di Cristo e gode eternamente della sua gloria. Cristo è tutto in tutte le cose, perché tutto è da Lui, per Lui ed in Lui. Egli è l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine. Solo Lui insegna Dio agli uomini, e li unisce a Dio, perché solo Lui è il mediatore tra Dio e l’uomo. Da Lui, come al suo principio, e in Lui, come suo fine, tutti sono stati creati. Esisteva prima della creazione, e nulla sussiste se non in Lui. Cristo è tutto in ogni uomo, a cui comunica la sua perfezione divina. Innestati in Lui mediante il Battesimo, gli uomini vengono elevati all’ordine soprannaturale, animati dallo Spirito di Cristo, che li rende figli di Dio, non solo in parole, ma anche in verità. Gesù non si vergogna di chiamarli suoi fratelli, perché è veramente unito a loro con un doppio vincolo: si è fatto partecipe della loro carne e del loro sangue, quando nel seno della Vergine Immacolata, che è insieme la Madre di Cristo e degli uomini tutti, è stato formato il corpo che a sua volta ha dato loro attraverso la santa Eucaristia, e volendo che partecipassero del suo Spirito, lo ha mandato alle loro anime, per mezzo del quale essi gridano: Abba Padre! Tale, dunque, è il destino della loro vita mortale: per crescere in Cristo, basta che, raggiunta l’età della maturità e raggiunto l’apice del merito, entrino a parte della gloria del loro divino Capo, così come saranno entrati in quella delle loro sofferenze. Cristo è tutto nella Chiesa, di cui è il corpo ed il suo complemento; vivendo dello Spirito di Gesù Cristo, si fanno opere simili alle sue, in proporzione ancora maggiore. Egli ha insegnato a tutte le nazioni la stessa dottrina che predicava in un altro tempo agli Ebrei; esercita ora la stessa autorità per mezzo del Vicario di Cristo e dei Vescovi, successori degli Apostoli; Egli non cessa di instillare che la stessa virtù; amministra la stessa grazia; cura le stesse malattie, e chiunque segue l’esempio di Gesù Cristo, suo Maestro, passando e facendo del bene, sarà oggetto di odio e di persecuzione. Ma la virtù del suo Capo divino lo rafforza; e nonostante sia continuamente combattuto, è sempre vittorioso, cura le nazioni con il sangue che sgorga dalle sue ferite e non cessa di vivificare il mondo, anche quando è permesso di godersi per un momento la vita. Cristo è tutto nelle famiglie e nella società. Infatti: se le famiglie devono dare a Cristo nuovo membri e proteggere la loro formazione, i popoli sono destinati ad unirsi al corpo di Cristo, che è la Chiesa, per promuovere la sua azione, per difendere la sua libertà, per contribuire al suo sviluppo. Solo realizzando questo fine, che si ha con la subordinazione a Cristo e alla Chiesa, i popoli e le famiglie possono trovare la loro stabilità, riposo e vera felicità. In effetti nessun altro Nome è stato dato agli uomini sotto il cielo nel quale possano trovare la salvezza; e nessuno può dare alla società altro fondamento di quello già stabilito: Gesù Cristo. – Infatti, Gesù Cristo è tutto in terra, alla quale ha fatto l’insigne beneficio di prendere in prestito il corpo che lo doveva trasportare molto presto verso le altezze del cielo. È il mondo il sublime laboratorio in cui lo scalpello del Salvatore scolpisce le pietre vive che saranno poste successivamente sulle mura del tempio divino. Citando quest’opera, in cui la saggezza di Dio opera da tutta l’eternità, cioè citando la produzione dei Santi per la formazione del Corpo di Gesù Cristo, se questi cessano di esistere, cessa la propagazione del genere umano, la cui unica ragione di esistenza è Cristo; e la natura che ora partorisce nel dolore e attende la manifestazione del Figlio di Dio, entrerà nella sua gloria alla completa rivelazione. Allora verrà la fine, perché tutto sarà stato sottomesso a Cristo e il Figlio stesso, con le sue membra, sarà completamente sottomesso a Colui che ha sottomesso tutto alla sua obbedienza; poi, entrambi, sia i suoi nemici, con i giusti supplizi che puniranno la loro ribellione, sia i suoi amici con la loro beatitudine, glorificheranno eternamente il suo potere, perché questo è eterno e non gli sarà portato via, e il suo  regno non cadrà mai in preda alla rovina. – Piacesse al cielo che tutti i maestri della dottrina cristiana, attraverso l’assidua contemplazione della sua magnifica unità, fossero bruciati nel suo amore e riempissero tutti i cuori cristiani di questo stesso amore! Piacesse al Cielo che i fedeli, fissando costantemente lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede, e vedendo in Lui la loro grandezza divina, si abituino a disprezzare il nulla delle cose visibili e temporali, ed a desiderare solo i tesori della gloria, che un giorno saranno la loro eredità in mezzo ai Santi! Piacesse al Cielo che gli occhi della loro anima, illuminati dalla luce, possano cogliere in un solo sguardo la longitudine, la latitudine, la sublimità e la profondità di questa eredità; per comprendere la carità di Gesù Cristo che è al di sopra di ogni scienza, ed essere pienamente ricolmi di Dio! »

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LO SCUDO DELLA FEDE (108)

1Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

CAPO XVIII.

S’inferisce, da quanto si è dimostrato l’unità di Dio, semplicissima in tanti suoi diversi attributi.

I . Due specie di cecità può temer l’occhio: l’una, per cui egli non vegga ciò che è delle cose: l’altra, per cui egli vegga ciò che non è. Ed eccovi ambedue questi morbi offuscar la mente dell’uomo. V’ha chi non vede il sole della divinità, e v’ha chi ne vede più d’uno, adorando quali sorgenti di luce quei che neppure sono pareli, ma nuvole affatto oscure. Pertanto noi, che finora abbiamo rimproverata agli ateisti la prima cecità, di non conoscere la divinità regnatrice, conviene che agli idolatri rimproveriamo ora l’altra, che è di riconoscerne molte: massimamente giudicandosi reo di fellonia non dissimile chi ardisce scacciare il suo monarca dal soglio, e chi ardisce nel soglio dargli collega. Né molto avremo a stancarci in dilucidare sì nobile verità: mentre quanto siamo certi di avere padrone in cielo, tanto siamo certi di non avervene parimente più d’uno. Deus, si non est unus, non est (Tert. in Marc. 1. 2. c. 13). Veggiamolo con provar tre proposizioni: che la grandezza di Dio richiede per se stessa tale unità; che questa in lui vogliono tutte le creature; e che questa tutte similmente ci predicano ad una voce.

I.

II. Saggiamente Tertulliano ci fè avvisati, che chiunque brami d’intendere se si truovi più di un Dio solo, chiegga innanzi, che cosa è Dio: Deum ut scias unum esse debere, quære quid sit Deus(Tert. ib.). Già di sopra vedemmo, come per Dio vien significato quel sommo bene, sufficiente a se stesso, che accoglie in sé qualunque bene possibile, con pienezza di perfezione: e posto ciò, non si può dubitare che non sia solo.

III. Conciossiachè rappresentatevi al pensiero questo impossibile, che si trovasser più Dei: per qual via dovrebbon distinguersi l’un dall’altro? Per via di qualche perfezione diversa che in loro fosse, o d’imperfezione. Per via d’imperfezione non è possibile, perché il bene sommo debbe essere bene esente d’ogni difetto. Dunque converrebbe che si distinguessero a forza di perfezioni. Ma come ciò, se il bene sommo non può non accorle tutte? Niun di loro in tal caso sarebbe Dio, mentre a ciascuno mancherebbe quel pregio che fosse il proprio e il preciso del suo consorte (Il ragionamento potrebbe assumere quest’altra forma. Gli Dei non possono essere molti, se non a condizione che si distinguano l’uno dall’altro, né possono distinguersi se non a patto che ciascuno possegga in proprio doti e prerogative, che mancano ad ogni altro. Adunque tutti e singoli sono limitati e finiti, perché manchevoli di qualche dote e nessuno perciò merita nome di Dio, il qual è di sua natura infinito). Dunque Iddio non può essere mai più d’ uno: Porro nihil summum bonum, nisi plenis viribus unum (Prudent.).

IV. Di poi chi non vede, che l’essere il supremo di tutti gli enti possibili, senza eguale, senza equivalente, è di sicuro un vanto il più riguardevole che si trovi? Adunque non si può contrastare a Dio, cui conviene ogni preminenza. Una gioia unica al mondo, quanto ha di stima! un fiore unico! un frutto unico! un libro unico! Anche i figliuoli restano commendati da una tal dote, più forse che da alcun’altra, perché li fa in loro genere senza pari.

V. Oltre a che: o questa pluralità sarebbe dispiacevole a ciascun Dio, e ne seguirebbe che ciascuno di loro fosse infelice mentre dovrebbe fra’ suoi contenti divorare questa amarezza di aver collega, senza poterla mai digerire: o non sarebbe dispiacevole punto, e ne seguirebbe, che ciascuno fosse insensato, mentre non sentirebbe un diletto, inevitabile al pari ed interminabile, che non potrebbe dargli altro che confusione: tanto più, che da quelle ingiurie che Dio riporta ogni giorno dai peccatori può cavar qualche gloria che le compensi. Ma quale gloria potrebbe un Dio ricavare da quei discapiti che riportasse dall’altro, di monarchia? Sarebbero di lor genere incompensabili. Adunque tanto è volere moltiplicar la divinità, quanto è volere annullarla.

II.

VI. Questa unità poi del loro fattore desiderano di accordo tutte le cose. Che sarebbe mai del genere umano, se egli avesse per disgrazia più d’un padrone? Avremmo più di un principio da riconoscere, e più di un fine. E però ditemi: ove allor prima ci volgeremmo, ove poi? Quale ci eleggeremmo noi di servire? qual di disprezzare? qual di sopportare? Quale di scuotere? Come una nave, combattuta da più venti al pari gagliardi, non sa qual di loro assecondare, a quale si rompere; così il nostro cuore, combattuto da forze al pari possenti, non saprebbe a quale inchinarsi: ma incerto, fievole, fluttuante, agitato, riputerebbe migliore la condizione di chi non si dilungò mai dal lido, venendo a vivere. Ne ci varrebbe in un tal caso tenersela ben con tutti: conciossiachè lo volontà di quegli Dei, come libere, o sarebbero discordanti fra loro o potrebbero essere. E in tal discordia, quale sarebbe la confusione di noi, poveri di partito pari al bisogno? Senzachè, quando ancora fosse possibile tenersela ben con tutti, secondando i loro voleri; ad ogni modo il nostro cuore qual fiume diviso in vari ruscelli, correrebbe sempre più languido: né potrebbe con tutto l’impeto dello spirito portarsi, come pure è di necessità, ad amare l’ultimo fino sopra ogni cosa.

VII. I medesimi disordini succederebbero poi nel resto di tutto l’ordine naturale. Primieramente l’universo sarebbe in sé mostruoso, come mostruoso sarebbe ogni animale, il quale avesse più capi. Né potrebbero tali capi ordinarsi in una stabilita repubblica di ottimati, a governare di accordo, attesoché possono bene in una somigliante repubblica unirsi gli uomini, convenendo in un fin comune; ma più Dei non possono unirsi, avendo ciascun di loro per fine sé. Onde l’amministrazione della natura non si distinguerebbe da un caos di confusione, odioso in sommo alle cose da lei prodotte. Entia nolunt male gubernari, dice il filosofo (Arist. metaph. 12). Non est bona multitudo principium. Unus ergo princeps.

VIII. Dipoi chi non sa, che qualsisia moltitudine, quanto più va riducendosi all’unità, tanto più nel suo genere ha di perfetto? Un esercito, quanto sta più serrato, tanto è più forte. Un concerto, quanto è più consonante, tanto è più armonico. Una conversazione, quanto è più concorde, tanto è più allegra. Un remigamento, quanto è più di tutti i galeotti ad un’ora, tanto è più celere. Ma il ridurre la moltitudine all’unità, molto più è connaturale di uno che non di molti (S. Th. 1. p. q. 12. art. 3. in c.). Quale dubbio dunque, che il governo del mondo stia meglio in uno?

III.

IX. Per ultimi, non solo l’essere di Dio richiede questa unità di principio, non solo la desiderano tutte le creature, ma tutte le creature ancor ce la scoprono ad una voce: tanto quelle che muovonsi per arbitrio, quanto quelle che sono mosse. E a voler dire in prima delle seconde.

X. Quella bellezza ammirabile che fu da noi lungamente considerata nelle parti dell’universo, quella proporzione, quell’orditura, quell’ordine, quella costanza perpetua nell’operare, troppo altamente ci dichiarano al cuore, che non può si grande opera provenire da altri, che da una cagione infinitamente perfetta. Altrimenti, se storpiata in sé fosse la genitrice, come potrebbe dare ella sempre alla luce partì sì belli? Ora qual maggiore storpio potrebbesi figurare in questa prima cagione, che l’essere costituita in un modo stolto? E pure di siffatto modo sarebbe costituita, se ella consistesse in più Dei. Volete che io vel dimostri? Certo è, che ciascuno di tali Dei come sufficientissimo ad ogni bene, e per sé e per altri, renderebbe tutti i suoi colleghi affatto superflui. Onde l’unione di più divinità che sarebbe? Non sarebbe un collegamento di perfezioni, ma un mucchio casuale di parti non importanti, di cui è proprio l’essere disadatto, disordinato, e senza disegno (Anton. Perez, de Deo disp. 1. c. 4). Pertanto chi potrà giammai darsi a credere, che se il mondo (il quale finalmente ha un esser creato) sussiste nondimeno in una ragion perfettissima, l’Essere increato, che ha per ragion;, anzi per necessità, solamente se stesso, sussista sì pazzamente in ciò che è contra d’ogni regola di ragione, cioè nel superfluo, tanto abborrito dalla natura medesima, che dappertutto altro non fa, che respingerlo, e ributtarlo? Guardate pertanto ciò che succederebbe tra quei più Dei, se diffatto si ritrovassero. Ciascun sarebbe più contentibile all’altro di una formica, perché una formica è bensì inutile a Dio, ma non è superflua, mentre Dio può essere utile alla formica; ed infatti l’è, amandola però anche, come capace di riportare da Lui e vita e vitto e piaceri a lei convenevoli. Ma tra quegli Dei non così: né l’uno potrebbe recare all’altro alcun prò (mentre sarebbero tutti sufficienti a se stessi), né l’un dall’altro lo potrebbe ricevere: onde, se tra loro fosse possibile alcun commercio, altro non farebbero insieme, che vilipendersi come numi da soprappiù. E potete voi divisarvi maggior disordine? Sufficiens est et unum, dice Aristotile (8. phys.tex. 48). Girate per tutto l’ordine naturale, voi non vedrete, che ciò che nel suo genere è sufficiente, sia mai più di uno: che però all’uomo fu determinato un sol cuore, un sol cerebro, un sol collo, perché uno basta al suo fine. E poi volete che più di uno sia Dio, che è il sufficientissimo?

XI. Né state a oppormi, che all’inconveniente ora detto dobbiamo dunque rispondere ancora noi, i quali ammettiamo tre Persone divine, tutte sufficienti a se stesse (mentre nessuna è tra esse che non sia Dio), e pure non ammettiamo veruna superfluità che loro passi, né veruna indigenza. La disparità è manifesta. Le tre persone sono tre Persone si bene, ma un solo Dio: che però in esse la sufficienza è una sola, non essendo la sufficienza di beni ch’esse posseggono fondata nelle personalità, ma fondata nella natura, la quale è unica in tutte. Non così avverrebbe in più Dei. Questi sarebbero ciascun da sé Dio diverso, Dio differente (altrimenti è certo che non sarebbero più): onde, siccome ciascun da sé sarebbe sufficiente a formare un Dio, quando ancora mancassero tutti gli altri; così ciascuno di verità sarebbe agli altri superfluo, e superflui li renderebbe.

XII. E pure notate di peggio. Ciascuno con tutto ciò avrebbe a un’ora degli altri, benché cogli altri un bisogno estremo, mentre nessun potrebbe essere senza gli altri, benché cogli altri non fosse una essenza sola. Ed eccovi però fra più Dii questa più mostruosa contraddizione, che vicendevolmente fossero beni, insieme necessari, insieme superflui. Superflui, perché ciascuno basterebbe a sé da se solo; necessari, perché nessuno potrebbe discacciare via l’altro, qual Dio d’avanzo; onde avrebbesi questo eminente sproposito, che la somma superfluità possibile a figurarsi fosse insieme la somma necessità. Lungi da noi tali insanie. Noi Cristiani intendiamo ciò che sia Dio, e per questo siam paghi di uno. Gli idolatri non lo intendevano, e però ne ammettevano innumerabili: Deus, si non est unus, non est.

XIII. Senonchè gl’idolatri stessi ne’ casi subiti davano a divedere ciò che notò Tertulliano con acutezza, cioè che l’uomo di sua natura è Cristiano, non è idolatra. Quindi è, che non solo colti da un improvviso pericolo, invece di rivoltare i lor occhi in atto di supplichevoli al campidoglio, chiedendo scampo, li sollevavano al cielo, come fu da noi già notato: ma di più nell’istesso Panteon, domicilio di tutti gli Dei bugiardi, se avevano ad asseverare una cosa, a protestare, a promettere, a minacciare, dicevano: Dio sa, Dio vede, Dio vuole, Dio mi castighi, chiamando per loro giudice un solo Dio, nell’atto stesso che d’ogni intorno sacrificavasi a tanti: 0 testimonium animæ naturaliter Christiana, gridò però Tertulliano con gran ragione (In apol. c. 11):mercecchè tutte le creature anche libere, non che le regolate dal puro istinto, hanno in sé  viva questa gran verità, notatavi altresì da Lattanzio, da Atanasio, da Arnobio, da Cipriano, che la cagione prima è una sola (Lattan. 1. 1. c. 2. Athan. c. idolol. Arnob. 1.2.Cypr. de idol. vanit.). Né è meraviglia. Come ella è perfettissima nell’operare, così conviene,che perfettissima sia parimente nell’essere,che è la norma dell’operare: e se ella è perfettissima,dunque è una, perché è quale torna a lei meglio dì essere (Come in aritmetica l’unità precede i numeri, così nell’universo l’uno precede il molteplice, epperò l’unità è la grande, la suprema legge dell’umana ragione. Il pensiero non può dare un passo senza trovarsi di fronte ad un molteplice nell’uno; e come nel mondo ideale tutti i concetti si radicano in un concetto supremo ed in esso hanno la loro ragione ed unità, così nel mondo reale tutti gli esseri sussistenti puntano in un Essere unico dominatore).

XIV. Vero è, che quando di Dio si dice esser uno, non dovete mai divisare che Egli uno sia di quel modo che uno è il sole per verità, e che una stimasi la fenice per favola. Imperocché unico è il sole di fatto, ma pure potrebbe moltiplicarsi dal Creatore al par delle stelle, divenendo il cuore di altrettanti universi che gli fossero dati a vivificare. E così parimente, quando fosse anch’ella unica la fenice, si potrebbe tosto vedere moltiplicata al par di tutti i volatili, perché né il sole, né la fenice hanno l’unità per essenza, come l’ha Dio, il quale non può essere se non quell’uno che Egli è (S. Th. 1. 2. q. 11. art. 4): tanto che il volerlo moltiplicare è l’istesso, che volerlo distruggere, multitudo numinum, nullitas numinum (Athan. c. idolol.). Riman dunque fermo, che Dio non solamente è unico, ma è lo stesso uno, come fu pure conosciuto dal Trismegisto, ipsum unum: ed in questa sua propria, pura, ed unissima unicità, quasi in un abisso senza fondo, contiene in atto tutte le perfezioni possibili. Ma perché noi, a guisa di struzzoli, tanto battiamo l’ale per aria, quanto posiamo ad un’ora i pie sulla terra, cioè tanto conosciamo delle cose divine, quanto ce ne rappresentano le immagini tolte dagli oggetti corporei; però ci figuriamo l’infinito alla foggia delle cose finite, e senza avvedercene veniamo a ritrarre il sole con un tizzone. Quinci è il distinguere che facciamo in questa semplicissima essenza, un numero grande di attributi, di proprietà, e di prerogative che l’accompagnino, benché tutti gli attributi, tutte le proprietà, e tutte le prerogative non sian altro che un solo bene, contenitore di tutti per eminenza. Chiamiamo il mare ora oceano, ora maggiore, ora mediterraneo, ora adriatico, ora icario, ora ionio, ora caspio, ora boreale, ora baltico, ora britannico, ora pacifico, ora getico, ora gelato, ora rosso: eppure ell’è tutta un’acqua. Così, con qualche proporzione, noi possiam dire che nominiamo Dio, ora giusto, ora misericordioso, ora adirato, ora placato, ora avverso, ora propizio, ora operante, ora quieto: benché l’idea che ne dobbiamo formare, sia di un sommo Essere indivisibile, in cui per verità non si distingue una perfezione dall’altra; ma quella essenza medesima che è giustizia, quella è misericordia; quella che è potenza, quella è sapienza; quella che è provvidenza, quella è santità; quella, che è immensità per occupare tutti gli spazi possibili, quella è eternità per accogliere tutte le durazioni. E la ragione di tanta semplicità si è parimente, perché qualunque composto ha la sua cagione (S. Th. contra gentes l. 1 c. 48.n. 4): non potendo parti diverse adunarsi in un tutto, massimamente non casuale, ma saggio, senza cagione adunante, la quale intenda la convenienza che han quelle parti tra loro, a far lega insieme. Ma a Dio non può assegnarsi cagione di alcuna guisa, mentre Egli è la cagion prima. Dunque nemmeno in Dio può trovarsi composizione. Egli è da sé. Dunque Egli possiede anche un essere semplicissimo, che contiene ogni grado di perfezione, ma di perfezione non mista d’imperfezione: come la luce, la quale ha in sé qualunque grado possibile di, colore senza l’opaco (Sotto questo riguardo Iddio potrebbe venir definito l’Essere dotato di infiniti attributi infinitamente perfetti e ridotti a semplicissima unità).

XV. Che se è così, non dobbiam neanche meravigliarci, se sulla terra mai non possiamo conoscer Dio degnamente o almeno adeguatamente. A conoscer Dio di tal modo converrebbe conoscere il bene in sé. Ma ciò non fu mai possibile, dove ogni bene che mirisi, è limitato dentro qualche spezie di bene, non è il ben tutto: Bona domus, bona animalia, bonus aér, etc. (dicea il grande Agostino (De Trin. 8. c. 3) bonum hoc, et bonum illud. Tolle hoc et lolle illud, et vide ipsum bonum si potes: ita Deum videbis; non alio bono bonum, sed bonum omnis boni.