DOMENICA II DOPO PASQUA (2020)

DOMENICA II DOPO PASQUA (2020)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

Questa Domenica è chiamata la Domenica del Buon Pastore (Questa parabola fu da Gesù pronunziata il terzo anno del suo ministero pubblico allorché, alla festa dei Tabernacoli, aveva guarito a Gerusalemme il cieco nato. Questi è dagli Ebrei cacciato dalla Sinagoga, ma Gesù gli offre la sua Chiesa come asilo e paragona i farisei ai falsi pastori che abbandonano il loro gregge). Infatti, San Pietro, che Gesù risuscitato ha costituito capo e pastore della sua Chiesa, ci dice nell’Epistola che Gesù Cristo è il pastore delle anime, che erano come pecore erranti. Egli è venuto per dare la propria vita per esse ed esse gli si sono strette intorno. Il Vangelo ci narra la parabola del Buon Pastore che difende le pecore contro gli assalti del lupo e le preserva dalla morte (Or.), e annunzia pure che i pagani si uniranno agli Ebrei dell’Antica Legge e formeranno una sola Chiesa e un solo gregge sotto un medesimo Pastore. Gesù le riconosce per sue pecorelle ed esse, come i discepoli di Emmaus « i cui occhi si aprirono alla frazione del pane » (Vang., 1° All., S. Leone, lezione V), riconoscono a loro volta, all’altare ove il Sacerdote consacra l’Ostia, memoriale della passione, che Gesù « il Buon Pastore che ha dato la sua vita per pascer le pecorelle col suo Corpo e col suo Sangue » (S. Gregorio, lezione VII). Levando allora il loro sguardo su Lui (Off.), esse gli esprimono la loro riconoscenza per la sua grande misericordia (Intr.). « In questi giorni, dice S. Leone, lo Spirito si è diffuso su tutti gli Apostoli per l’insufflazione del Signore e in questi giorni il Beato Apostolo Pietro, innalzato sopra tutti gli altri, si è sentito affidare, dopo le chiavi del regno, la cura del gregge del Signore » (2° Notturno). È questo il preludio alla fondazione della Chiesa. Stringiamoci dunque intorno al divino Pastore delle anime nostre, nascosto nell’Eucarestia, e di cui il Papa, Pastore della Chiesa universale, è il rappresentante visibile.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXXII: 5-6. Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúia: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Ps XXXII: 1. Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio. [Esultate, o giusti, nel Signore: ai buoni si addice il lodarlo.]

Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja. [Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúia: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui in Filii tui humilitate jacéntem mundum erexísti: fidelibus tuis perpétuam concéde lætítiam; ut, quos perpétuæ mortis eripuísti casibus, gaudiis fácias perfrui sempitérnis.

[O Dio, che per mezzo dell’umiltà del tuo Figlio rialzasti il mondo caduto, concedi ai tuoi fedeli perpetua letizia, e coloro che strappasti al pericolo di una morte eterna fa che fruiscano dei gàudii sempiterni].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. [1 Petri II: 21-25]

Caríssimi: Christus passus est pro nobis, vobis relínquens exémplum, ut sequámini vestígia ejus. Qui peccátum non fecit, nec invéntus est dolus in ore ejus: qui cum male dicerétur, non maledicébat: cum paterétur, non comminabátur: tradébat autem judicánti se injúste: qui peccáta nostra ipse pértulit in córpore suo super lignum: ut, peccátis mórtui, justítiæ vivámus: cujus livóre sanáti estis. Erátis enim sicut oves errántes, sed convérsi estis nunc ad pastórem et epíscopum animárum vestrárum. [Caríssimi: Cristo ha sofferto per noi, lasciandovi un esempio, affinché camminiate sulle sue tracce. Infatti Egli mai commise peccato e sulla sua bocca non fu trovata giammai frode: maledetto non malediceva, maltrattato non minacciava, ma si abbandonava nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava; Egli nel suo corpo ha portato sulla croce i nostri peccati, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia. Mediante le sue piaghe voi siete stati sanati. Poiché eravate come pecore disperse, ma adesso siete ritornati al Pastore, custode delle anime vostre].

Omelia I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

SEGUIAMO GESÙ CRISTO.

“Carissimi: Cristo patì per noi lasciandovi l’esempio, perché abbiate a seguire le sue orme. Egli non commise peccato, e sulle sue labbra non fu trovato inganno. Egli, maledetto, non rispondeva con maledizioni, e, maltrattato non minacciava, ma si rimetteva a chi lo giudicava ingiustamente. Portò egli stesso i nostri peccati nel suo corpo sul legno, affinché, morti al peccato viviamo per la giustizia: per le piaghe di Lui siete stati guariti. Infatti eravate come pecore sbandate, ma ora siete ritornate al pastore e al vescovo delle anime vostre”. (1 Piet. II, 21-25).I cristiani dispersi nell’Asia minore, e precisamente nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia proconsolare e nella Bitinia, erano esposti a varie e dure persecuzioni da parte dei Giudei e dei pagani. S. Pietro, venuto a conoscenza di questo, scrive loro una lettera da Roma, per consolarli nelle loro afflizioni, e renderli costanti nella fede, esposta a tanti pericoli. Da questa lettera è tratta l’Epistola di quest’oggi. Dopo aver parlato, precedentemente, dei doveri verso il potere civile, viene a parlare della soggezione dei servi ai loro padroni. Devono star loro soggetti volentieri, seguendo l’esempio di Gesù Cristo, che non malediva quelli che lo maledivano, non minacciava quelli che lo facevano soffrire, ma si rimetteva al Padre, giudice supremo. Egli si caricò dei nostri peccati per procurarci la giustificazione. E così, da pecore erranti quali eravamo, siamo stati condotti al Pastore delle anime nostre. L’imitazione di Gesù Cristo, inculcata da S. Pietro, è necessaria a ogni Cristiano.

1. Gesù Cristo è il nostro Pastore,

2 Che dobbiamo seguire sempre,

3 Anche sotto la croce.

1.

Cristo patì per noi lasciandovi l’esempio, perché abbiatea seguire le sue orme. Niente s’impara senza una guida, e nessuna istituzione si regge senza chi la governa. È necessario uno che guidi nello stato, nella famiglia, in una nave. È necessario un pastore che diriga e sorvegli il gregge. È facile immaginare che cosa avverrebbe d’un gregge, che abbandonasse le orme del pastore. Si sbanderebbe qua e là, prenderebbe sentieri pericolosi; e, nell’ora del pericolo, le povere pecore, rimaste senza guida, invece di ritrovare la via dell’ovile, andrebbero a finire nelle fauci di qualche fiera o nelle mani di qualche ladro. La famiglia cristiana, è, nella Sacra Scrittura, paragonata a un gregge. Chi ne è il pastore? «Io sono il buon Pastore», dice Gesù Cristo (Giov. X, 11). Un giorno vede due fratelli, Pietro ed Andrea, che gettano una rete, e dice loro: « Venite dietro me e vi farò pescatori d’uomini. Ed essi, tosto lasciate le reti lo seguirono » (Matt. IV, 19-20). Sono, a cosi dire, le primizie del gregge di Cristo. Più tardi rivolgerà il suo invito a un pubblicano. «Seguimi», dirà a Matteo, e questi; rizzatosi dal banco lo segue (Matt. IX, 9). Ripeterà questo invito ad altri, alle turbe, a tutti gli uomini di buona volontà. « Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi consolerò » (Matt. XI, 28). Quando gli Ebrei partono dall’Egitto, il Signore li guida in colonna di fumo di giorno, e in colonna di fuoco durante la notte, per illuminare il loro cammino. Gesù Cristo è la luce che guida il suo gregge nei sentieri di questa vita. Egli è «la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Giov. I, 9). Egli ci è luce con gli insegnamenti che uscirono dal suo labbro, Egli ci è luce con le sue azioni. « Poiché quando Egli fa qualche cosa in silenzio, si fa conoscere quello che noi dobbiam fare » ( S. Gregorio M. Hom. 17, 1). Ed è principalmente alle sue azioni che ci richiama S. Pietro, quando ci dice di seguire le sue orme. Della virtù si è parlato molto dai sapienti di questo mondo, anche prima che venisse sulla terra Gesù Cristo. Ma tutte le loro discussioni portarono ben poco frutto. Quegli insegnamenti, oltre non essere esenti da errori, non erano confortati dall’esempio. Non da loro, ma da Gesù s’impara l’umiltà, la pazienza, l’ubbidienza, il vero amor del prossimo, il perdono delle offese, la purità e tante altre virtù, che formano uno splendido ornamento e una irrefragabile apologia del Cristianesimo. Chi vuol sapere, sappia Cristo. Da lui solo impareremo a camminare nella via di ogni virtù.

2.

Egli non commise mai peccato, e sulle sue labbra non fu trovato inganno, ecc. Queste parole, che S. Pietro riporta da Isaia, c’insegnano quanto fosse perfetta la vita diGesù Cristo, alla quale, per quanto ci è possibile, dobbiamo conformare la nostra. Forse, non è tanto l’eroismo degli esempi datici da Gesù Cristo, che trattiene il Cristiano dall’imitarlo; quanto la forza che esercitano ancora su di lui gli esempi del mondo. Si seguirebbe Gesù Cristo, quando il mondo non seducesse più: si seguirebbe Gesù Cristo, se si potesse seguirlo di nascosto. Fin che si è fanciulli si sente parlar volentieri degli splendidi esempi di virtù che il Salvatore ci ha dato. Ci si accosta frequentemente al sacramento della Penitenza per poter ricevere Gesù nel proprio cuore, e chiedergli la grazia di seguire le sue orme. Ma quando si sono lasciati i banchi della scuola primaria, si trova già un po’ pesante il seguire Gesù. Quando si è avviati alla bottega, allo stabilimento, all’ufficio, invece di seguire Gesù, si seguono coloro che ci circondano, e si prendono le loro abitudini di vita, che, quasi sempre, non sono proprio conformi agli esempi datici da Gesù. Come una lampada brilla sempre meno al nostro sguardo man mano che il giorno si avanza; così, man mano che crescono gli anni, si affievolisce la luce che viene dagli esempi di Gesù, e ci lasciamo abbagliare da altre luci false e nocive. Dobbiamo seguir Gesù non solamente quando siamo soli, ma anche quando siamo in compagnia: non solamente nella vita domestica, ma anche nella vita pubblica. Quando uno è ascritto a una associazione, ma si accontenta di avervi dato solamente il nome, tutt’al più legge al proprio tavolo la relazione di qualche adunanza, a cui non ha partecipato, possiam chiamarlo un cattivo socio. Se tutti fossero come lui, l’associazione dovrebbe sciogliersi. Questo sistema è proprio quello di tanti Cristiani. Seguir Gesù, ma senza disturbarsi, senza dar nell’occhio, senza urtare i sentimenti di coloro che non vogliono sapere di seguirlo. Alla festa dei tabernacoli, i Giudei domandano alle turbe dove si trova Gesù. Tra le turbe è un gran sussurro. «Nessuno, però, parlava di Lui con libertà per paura dei Giudei» (Giov. VII, 13). Tanti Cristiani si trovano indecisi a seguir pubblicamente Gesù con franchezza, per paura di qualche opposizione o di qualche frase. Come sono lontani dalla generosità di S. Ignazio martire, che dichiarava a quei di Efeso: « Nulla vi sia conveniente senza Gesù Cristo, per Lui io porto in giro le mie catene, perle spirituali » (Ep. ad Eph.). Non pensano questi seguaci di Gesù Cristo a metà, che, rifiutandosi di seguirlo apertamente, si rifiutano di seguire un pastore che un giorno potrebbe rinnegarli a sua volta, ed escluderli dal celeste ovile? Se vogliamo seguire Gesù sul serio, non dobbiamo distinguere tra età ed età, tra vita pubblica e vita privata. Dobbiamo seguirlo ovunque, con fermo proponimento, facendo nostre le parole di Rut a Noemi: «Dovunque andrai tu andrò anch’io, e dove starai tu, ivi io pure starò » (Rut. 1, 16).

3.

Per le piaghe di lui siete stati guariti. Qui ci vengono ricordati i dolori di Gesù. I dolori furono il suo retaggio, dalla culla alla croce. E la sorte dei discepoli non dovrà esser diversa da quella del maestro. Le pecore docili seguono il pastore anche pei sentieri stretti e sassosi; e i buoni Cristiani seguono Gesù anche quando c’è da insanguinarsi i piedi. Sarebbe troppo comodo star con Gesù nei momenti della gloria, come durante la trasfigurazione sul Tabor; abbandonarlo nei momenti della tristezza, come durante l’agonia nell’orto. Che giudizio si dovrebbe dare di quei soldati che seguono il loro comandante, che è in testa, quando si tratta di passeggiate piacevoli, e si rifiutano di seguirlo quando si tratta di marce o, peggio ancora, quando si tratta di combattere? Il giudizio è presto dato: sono dei vili che disonorano la loro divisa. I Cristiani sono pure dei soldati. « Sopporta i travagli da buon soldato di Cristo » (2 Tim. II, 3), dice S. Paolo a Timoteo. Quando Gesù Cristo saliva il Calvario, non portava un manto, ma uno straccio di porpora: aveva una corona, ma di spine. Non saliva sopra un carro di trionfo, ma sotto il peso della croce. E la croce è divenuta la divisa del Cristiano. Non è cosa che si possa accettare o respingere a piacimento. Fu assegnata da Gesù Cristo stesso: « Chi vuol venire dietro a me… prenda ogni giorno la sua croce e mi segua » (Luc. IX, 23.). Chi rifiuta di seguir Gesù Cristo sotto la croce, è un soldato vile, che disonora la sua divisa. Il monaco benedettino Maria Gachet, durante la rivoluzione francese, è condotto innanzi alla Commissione rivoluzionaria di Lione. I giudici, che s’intendevano ben poco di carattere sacerdotale, gli chiesero che consegnasse loro gli attestati di sacerdozio. Alla domanda dei giudici repubblicani Gachet risponde francamente: «Che fareste d’un soldato repubblicano, che consegnasse la sua spada la vigilia d’una battaglia? Sarebbe un vile. Non proponetemi una viltà, poiché anch’io sono soldato, soldato di Gesù Cristo, capite?». E il tribunale lo trattò da soldato, condannandolo alla fucilazione, invece che alla ghigliottina (Franc. Rousseau, Moines Bénédictins martyrs et confesseurs de la foi pendant la Révoluction, Paris, 1926, p. 131). Siamo soldati di Gesù Cristo. Ci teniamo a non esser soldati vili? Seguiamolo sempre, seguiamolo ovunque. Seguiamolo se siamo fanciulli, se siamo giovani maturi, se siamo adulti, se siamo vecchi. Seguiamolo soprattutto nelle croci e nelle difficoltà. «Egli camminò per vie aspre — osserva S. Agostino — ma promise grandi cose. Seguilo. Non voler badar unicamente alla via che devi percorrere; ma bada anche al luogo cui devi arrivare; sopporterai gravezze temporali, ma perverrai ai godimenti eterni » (En. 2 in Ps. XXXVI, 16). Tutti abbiam bisogno della misericordia del Signore e « il Signore usa misericordia coi servi suoi, i quali con tutto il cuore seguono le sue vie » (In Paral. VI, 14).

Alleluja

Allelúja, allelúja Luc XXIV: 35.

Cognovérunt discípuli Dóminum Jesum in fractióne panis. Allelúja [I discepoli riconobbero il Signore Gesú alla frazione del pane. Allelúia].

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ. Allelúja. [Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.

Joann X: 11-16.

“In illo témpore: Dixit Jesus pharisæis: Ego sum pastor bonus. Bonus pastor ánimam suam dat pro óvibus suis. Mercennárius autem et qui non est pastor, cujus non sunt oves própriæ, videt lupum veniéntem, et dimíttit oves et fugit: et lupus rapit et dispérgit oves: mercennárius autem fugit, quia mercennárius est et non pértinet ad eum de óvibus. Ego sum pastor bonus: et cognósco meas et cognóscunt me meæ. Sicut novit me Pater, et ego agnósco Patrem, et ánimam meam pono pro óvibus meis. Et alias oves hábeo, quæ non sunt ex hoc ovili: et illas opórtet me addúcere, et vocem meam áudient, et fiet unum ovíle et unus pastor”.

(“In quel tempo Gesù disse ai Farisei: Io sono il buon Pastore. Il buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle. Il mercenario poi, o quei che non è pastore, di cui proprie non sono le pecorelle, vede venire il lupo, e lascia lo pecorelle, e fugge; e il lupo rapisce, e disperde le pecorelle: il mercenario fugge, perché è mercenario, e non gli cale delle pecorelle. Io sono il buon Pastore; e conosco le mie, e le mie conoscono me. Come il Padre conosce me, anch’io conosco il Padre: e do la mia vita per le mie pecorelle. E ho dell’altre pecorelle, le quali non sono di questa greggia: anche queste fa d’uopo che io raduni: e ascolteranno la mia voce, e sarà un solo gregge e un solo pastore”.)

OMELIA II

[M. Billot, Discorsi parrocchiali, II ediz. S. Cioffi ed. Napoli, 1840 – impr. ]

Omelìa sul buon pastore.

“Ego sum pastor bonus”. S. Joan.. c. X.

Questo è il titolo amabile che prende Gesù Cristo per farci conoscere la sua bontà verso gli uomini e principalmente verso gli uomini peccatori. Non fa più udir la sua voce sotto i nomi di Dio di maestà, di Dio di grandezza; non più come altre volte ad un popolo che governava colle minacce, a noi si mostra fra tuoni e folgori, ama Egli piuttosto di guadagnare il nostro cuore con tratti d’amore che il nostro rispetto coi segni di sua possanza; Egli si manifesta sotto le tenere immagini consolanti or di padre affettuoso che ci riguarda come suoi figliuoli, ora di pastore sollecito che ha cura delle sue pecorelle, e a tal segno le ama che la sua vita vuol dare per esse: Ego sum pastor bonus; bonus pastor animam suam dat prò ovìbus suis. Sì, fratelli miei, Egli è il nostro buon pastore, e noi siamo le sue pecorelle; Egli ha fatto per noi ciò che mai non fece altro pastore per la sua greggia, poiché ha sacrificato per nostra salute se stesso; Egli veglia continuamente su di noi, ci porta nel cuore, ci alimenta, ci sostiene in questa misera vita, e apertaci con la sua morte la strada alla gloria, al beato soggiorno ci conduce. Quanta gratitudine e quanto amore esigono da noi questi tratti di bontà dalla parte d’un Dio! Quanto debbono impegnarci ad essere docili pecorelle a Lui fedeli! Perché poco ci gioverebbe il sapere ch’Egli è il buon Pastore, e che fece quanto ad un buon pastore appartiene; anzi questa conoscenza servirebbe piuttosto alla nostra condannazione, se fossimo ingrati e non meritassimo con la docilità di pecorelle fedeli l’affetto di sì buon Pastore. Vediamo dunque in che maniera Gesù Cristo ha adempiuti tutti doveri d’un buon pastore, e sarà il primo punto: vediamo ancora quel che dobbiamo far noi per essere pecore fedeli: secondo punto. Quel che Egli ha fatto per noi quel che noi dobbiamo fare per Lui, ecco quanto ho intenzione di dimostrarvi.

I. Punto. Conoscere le sue pecore, guidarle ad abbondanti pascoli, vegliar su d’esse per difenderle dal furore dei lupi, metter cura che alcuna dal gregge non si allontani, ricondurre le traviate e finalmente non perdonare a fatica veruna e dare ancora per esse la vita sono per testimonianza di Gesù Cristo medesimo, le qualità d’un buon pastore, qualità ch’Egli ha messe in pratica per noi in maniera da renderci certissimi del suo pastorale affetto per l’uomo. Infatti chi conosce meglio le sue pecore che Gesù Cristo? Chi ha dato più generosamente la vita per esse? Chi meglio le alimenta? Chi finalmente quelle che traviavano ha ricercato con maggiore ardore di Lui? Ben può dunque giustamente attribuirsi la qualità di buon Pastore: ego sum pastor bonus. – La conoscenza che Gesù Cristo ha delle sue pecore non l’ha acquistata della esperienza, ma è propria della sua natura; imperciocché essendo il Verbo di Dio, generato ab eterno per via di cognizione nel seno di Dio, Dio Egli stesso, non solamente conosce tutto ciò che è, ma tutto ciò che sarà, ogni cosa è a Lui presente anche prima ch’ella sia, Egli vede con egual chiarezza quel che ha da essere come ciò che è presentemente. Può dunque dirsi con ragione ch’Egli conosce le sue pecore, che ne sa il numero e le discerne le une dalle altre e per nome le chiama. Egli vi ha conosciuti, fratelli miei, prima che foste; ha pensato a voi sin dalla eternità e, a voi mirando, aveva disegni di pace e di salute: affidatevi a questo divino Pastore: a Lui son note le vostre necessità, la debolezza della vostra natura, le tenebre della vostra mente, L’incostanza del vostro cuore, la violenza delle passioni e i pericoli che vi circondano, ed è sempre pronto a stendervi il braccio, a soccorrervi; imperciocché la conoscenza che Gesù Cristo ha avuto ed ha delle sue pecore non è una conoscenza sterile e speculativa, che altro non fa fuorché vederne il numero, il che può farsi ancora da un pastore malvagio; ma è una conoscenza di amore e di compiacenza, da lui paragonata alla conoscenza che Egli ha del Padre, e che il Padre ha di Lui: Sicut novit me Pater, et ego agnosco Patrem, et animam meam pono prò ovibus meis (Jo. X). Ora dall’amore che passa tra Dio Padre e il Figliuolo che ne proviene? L’amore più perfetto, più vivo, più efficace che immaginar si possa. Amore così perfetto e fecondo che produce una Persona simile al Padre e al Figliuolo, cioè lo Spirito Santo, ch’è il termine di questo amore. Noi siamo dunque l’oggetto eziandio di questa conoscenza di questo amore che passa tra le tre Persone della Trinità sacrosanta! E di questo amore ci fa sentire il divin pastore la profusione e la tenerezza. E in fatti non è egli questo amore che l’ha spinto a discendere dal cielo in terra per venire al soccorso di quelle sfortunate pecorelle che erano divenute preda del lupo infernale? E per liberarci dalle fauci di quello, non si è Egli rivestito pur anche delle spoglie di pecorella, avendo assunta la nostra natura nel mistero dell’incarnazione per essere immolato a nostra salute? Questa innocente Vittima è stata piuttosto dal suo amore immolata che dalle mani dei suoi crocifissori. Ha sparso questo divin Pastore il suo sangue sulle nostre piaghe per guarirle, è morto per darci la vita, è risuscitato per la nostra giustificazione, ci ha aperta l’entrata alla celeste eredità che avevamo perduta. O carità veramente pastorale! Andò Egli mai tant’oltre amor di verun pastore che per le sue pecorelle, come Gesù Cristo ha fatto per noi, desse la vita? Animam meam pono prò ovibus meis (Jo.X). – Non contento questo buon Pastore di aver sacrificata per le sue pecore la propria vita, procura loro ogni giorno per conservarle vegete, sane, i necessari sussidi, le guida a grassi e fecondi pascoli che le sostengono, le nutriscono, le ingrassano. Quali sono, fratelli miei, questi sì buoni pascoli? Sono la dottrina di Gesù Cristo, le sue grazie, i suoi Sacramenti. Con la dottrina c’istruisce, con i Sacramenti ci santifica. Dottrina santa e salutevole che dall’errore ci preserva e dalla menzogna, grazie abbondanti che ci ritraggono dal male, e a ben operare ci spingono; sacramenti augusti che sono la sorgente di quell’acqua salutare che scaturisce per la vita eterna, Sacramenti che i mezzi ci somministrano di conservare la vita della grazia e ricuperarla qualora la perdiamo. Onde possiamo dire con il profeta che sotto la condotta di sì buon Pastore nulla ci manca. Dominus regit me, et nihil mihi deerit (Psal. XXII). Dopo averci liberati dal naufragio e fatti nascere alla vita della grazia con le acque salutevoli del Battesimo, che la macchia dell’originale peccato in noi cancellarono, super aquam refectionis educavit me (Ibid.). Ci conduce nei sentieri della giustizia, rischiarando la nostra mente con vivi lumi e infiammando la nostra volontà con santi ardori, istruendoci con la voce degli altri pastori che ha stabiliti e lasciati sulla terra per aver cura della sua greggia, deduxit me super semitas iustitiæ (Ibid.). Rompe ogni ostacolo che potrebbe dal nostro ultimo fine allontanarci; ci difende con la possanza della sua croce dagli artigli del drago infernale che ognor s’aggira intorno a noi per divorarci, e sorregge la nostra debolezza e ci consola nell’afflizione. Sempre accanto di noi si sta per impedirci di cadere negli orrori d’una eterna morte: Si ambulavero in medio umbræ mortis, non timebo mala quoniam tu mecum (Ibid). Siamo noi per avventura stimolati dalla fame, abbiam noi bisogno di nutrimento per non svenire nel penoso viaggio che dobbiam fare per giungere al porto della salute? Egli ci ha preparato un alimento il più squisito che mai pastore abbia procacciato al suo gregge: Parasti in conspectu meo mensam adversus eos qui tribulant me (Ibid). E qual è questo alimento fratelli miei? Il suo corpo adorabile, il suo prezioso sangue, che Egli presenta per cibo nell’augusto Sacramento dell’altare. Oh meraviglia da fare stupire il cielo e la terra! Qual è quel pastore, osserva a questo proposito s. Giovanni Crisostomo, che nutrisca le sue pecore della propria sostanza? E non vediamo noi per lo contrario gli altri pastori nutrirsi delle proprie pecore e delle loro lane rivestirsi? E Gesù Cristo, il supremo Pastore, alle sue pecore dà in cibo se stesso; della sua propria sostanza lo ingrassa, e tutto al lor profitto e al volere s’abbandona; e non è questo spingere l’amore all’eccesso? Che poteva far egli di più per guadagnare il rostro cuore? E quanto questo divino Pastore ha operato non sarà capace di  ispirarci un ardente desiderio per questo celeste cibo che nella sacra mensa ci offre e che dee servirci di difesa contro gli assalti dei nostri nemici? Parasti in conspectu meo mensam adversus eos cui tribulant me. Terminiamo di rappresentare col re profeta le cure del buon Pastore per le sue pecore. Dopo di averle guidate nel tempo della vita loro, in morte ancor le accompagna, tempo in cui hanno maggior bisogno della sua assistenza, perché hanno da combattere allora col nemico della salute, che raddoppia i suoi sforzi per perderle; allora Egli le fortifica con le sante unzioni della sua grazia e dei suoi Sacramenti per disporle a pugnare come generosi atleti e metterle in stato di riportar vittoria sulle potenze infernali: Impinguasti, in oleo caput meum (Ibid.). Finalmente, dopo di averle condotte e fortificate in quegli estremi istanti, mette il colmo alle sue misericordie e le fa passare con una santa morte nei suoi tabernacoli per goder la soavità d’un eterno riposo: et ut inhabitem in domo Domini in longitudinem dierum (Ibid.). Fortunate dunque e mille volte fortunate quelle pecore che sono sotto la condotta del buon pastore! Ma infelici quelle che se ne allontanano! Elle divengono ben presto la preda del lupo infernale, se il buon Pastore non viene in loro aiuto per ricondurle all’ovile! E in questo appunto ci prova ancora più specialmente Gesù Cristo la sua pastorale carità per gli uomini; le pecore traviate, al par che le fedeli, sono oggetto della sua vigilanza e delle sue cure; Egli conserva le altre, e le richiama. È veramente il buon Pastore: Ego sum etc. – Io ho, dice Gesù Cristo, altre pecore che non sono in quest’ovile; bisogna ch’Io le adduca e non facciano che un solo ovile, ciò vuol dire che Gesù Cristo è venuto non solamente per il popolo ebreo, ma pei gentili ancora; che oltre le pecore della sua nazione le quali per origine a Lui già appartenevano, altre ve n’aveva che si sarebbero convertite, e un solo popolo avrebbero formato nel seno della medesima Chiesa sotto lo stesso Pastore. Noi siamo, fratelli miei, del numero di queste pecore conquistate e convertite. Noi eravamo in prima pecore erranti, camminavamo nelle tenebre, giacevamo nelle ombre di morte: eratis sicut oves errantes (1 Petr. 2). Ma il supremo Pastore delle anime nostre, toccato dalla nostra miseria, ha gettato sopra di noi uno sguardo di compassione e ci ha chiamati alla luce del suo Vangelo. Grazie dunque gli siano rese eternamente! Eccovi ora un popolo santo, popolo di acquisizione: gens sancta, populus acquisitionis (ibid.). Felici noi, se, fedeli alla grazia della nostra vocazione, profittiamo del dono di Dio. Ma egli accade, ahi quanto soventi volte! Che indocili alla voce del buon Pastore, abbandoniamo l’ovile e le pure sorgenti d’acqua viva per bere nelle avvelenate cisterne di questo secolo sciagurato. Pur troppo noi abbandoniamo spesso, come il figliuol prodigo un ottimo padre per dissipare in lontan paese i beni da lui datici, e vivere a grado delle nostre passioni. Che fa allora il buon Pastore? Ogni altro fuori di Lui si disgusterebbe alla vista della nostra capricciosa infedeltà; se non fosse buono come Egli è, ci abbandonerebbe alla nostra trista sorte. Ma no, questo affettuoso Pastore, che non ha voluto rattenere violentemente questa pecora perché a Lui non piace servitù forzata, non può soffrirla lontana. Geme al vederla esposta alla voracità delle bestie feroci. Ama piuttosto di lasciar le pecore fedeli per andare in cerca di quella che sì è smarrita. Ma quanto gli costa per ricondurla, quante corse, quante fatiche ha dovuto soffrire! Io qui lo vedo alla sponda del pozzo di Giacobbe, stanco dal viaggio, aspettar premuroso che una donna peccatrice venga a ricevere il perdono delle sue colpe e gli chieda l’acqua che sorge per la vita eterna. Là io lo miro ricevere benignamente e prender anche la difesa di un’altra peccatrice, che era dall’orgoglioso fariseo con eccessiva severità disprezzata e condannata spietatamente. Dappertutto io l’ascolto chiamare i peccatori a penitenza, e invitarli a sé per deporre l’enorme peso delle colpe loro: Venite ad me omnes (Matth. XI). Non contento di chiamarli, Egli va loro incontro, come se avesse bisogno del peccatore; lo cerca e lo segue per tutto: qui lo illumina con una viva luce, là con una buona inspirazione lo sollecita; e se inutil vede la sua clemenza, si serve della forza della sua grazia; fa udire a questo peccatore quella voce al cui suono vivi sorgono dal sepolcro i morti, lo percuote con qualche terribile colpo non per sua rovina, ma per ricondurlo all’ovile; e se finalmente questa traviata pecorella, questo peccatore tante volte da Lui sollecitato, alla sua voce si arrende, quanto amorosamente viene accolto dal suo Pastore! Non solamente non lo maltratta, come avrebbe meritato, ma lo accarezza e lo conforta; e non contento di accogliere questa errante pecora, vuole ancora sulle proprie spalle riportarla, affinché per la via non si stanchi; e come se avesse riacquistato un prezioso tesoro, invita gli amici a seco rallegrarsi: Congratulamini mihi, quia inveni ovem quæ perierat ( Luc. XV). – Per nulla conta gli affanni, la fatica, la fame, la sete, i rigori delle stagioni, le sofferenze e la morte; purché riabbia la sua pecorella, ben ricompensato si stima; pare che in qualche maniera dimentichi l’affetto che ha per le pecore fedeli, e solo pensi al piacere che prova nel possedere di nuovo quella che si era smarrita. Vi sarà in cielo, dice Egli, allegrezza maggiore per la conversione d’un peccatore che non per la perseveranza di novantanove giusti. Poteva forse Gesù Cristo mostrarci più chiaramente la sua pastorale sollecitudine per la pecorella perduta? Potrassi egli dire che se alcuna si perde, ciò sia per colpa di Lui? Non ha Egli fatto tutto ciò che ha potuto per conservare quelle che dal Padre celeste aveva ricevute, e recuperare quelle che si erano sviate? A sé stesso dovrà dunque imputare il peccatore la sua riprovazione se non si converte. Per non incorrere in questa disgrazia, vediamo ciò che abbiamo a fare per essere pecorelle fedeli.

II. Punto. Conoscere il buon Pastore, ascoltare la sua voce, camminare sulle sue tracce, sono doveri, come c’insegna Gesù Cristo medesimo, d’una pecora buona e fedele. Io conosco, dice Egli, le mie pecore, ed esse conoscono me; cognoscunt me meæ. Le pecore ascoltano la voce del pastore: vocem eius audiunt: lo seguitano in ogni luogo: illum sequuntur (Jo. X). – La prima cosa necessaria per entrare nell’ovile di Gesù Cristo si è il conoscerlo. In questa conoscenza consiste la vita eterna, come Egli ce ne assicura. Hæc est vita æterna, ut cognoscunt te solum Deum rerum et quem misisti Jesum Christum. Ogni altra scienza, ogni altra cognizione, senza di questa non potrà scorgerci al porto di salute giammai. A che ci servirebbe l’aver penetrato tutti i segreti della natura, il conoscer come i filosofi il moto degli astri, il possedere tutte le umane scienze, se non avessimo la scienza della salute che è la conoscenza di Gesù Cristo? Che han giovata agli antichi sapienti e che giovano oggigiorno ai nostri pretesi saggi le scoperte che han fatto, le scienze che hanno acquistato, se ignorano la dottrina di Gesù Cristo e son ribelli al Vangelo? Tutti i loro lumi non son che tenebre, la loro scienza vanità ed errore. L’uomo più semplice, più rozzo che conosca la religione di Gesù-Cristo e ne adempia i doveri, che abbia il timore di Dio e lo serva fedelmente, è molto più da pregiarsi (dice l’autore dell’imitazione di Gesù Cristo) che quei superbi filosofi, che tutti quei saggi i quali a tutt’altro attendono fuorché alla scienza della salute. Applichiamoci dunque, fratelli miei, a ben conoscere Gesù-Cristo e il suo Vangelo, all’esempio del grande Apostolo, che altro non si gloriava di sapere fuorché Gesù Cristo crocifisso. Ma in che consiste il conoscere Gesù Cristo come Egli vuole essere conosciuto? Sarà egli il sapere ciò che Egli è, ciò che può e ciò ha fatto per la nostra salute? Sarà il sapere ch’Egli è insieme Dio generato fin dalla eternità nel seno del Padre, ed uomo nato nel tempo da una Vergine; che questo Dio fatto uomo è morto per darci la vita, ch’Egli è assoluto padrone della nostra eterna sorte? Tutto questo è necessario a sapersi, ma pur non basta. In questa maniera lo conoscono i reprobi, lo conoscono i demoni, che hanno pure renduta testimonianza alla sua divinità, ma questa conoscenza ad altro loro non serve che a farli tremare sotto i colpi della sua giustizia: Dæmones credunt et contremiscunt (Ja. 2). Noi dobbiamo dunque conoscere Gesù Cristo. Ma non sia sterile e infruttuosa la nostra conoscenza; ella sia pratica, sia conoscenza d’amore; come Gesù Cristo conosce le sue pecore per beneficarle, così la conoscenza di Gesù Cristo deve produrre nei nostri cuori un amore sincero, un inviolabile affetto. Amore sincero che a Lui consacri tutti i moti del nostro cuore, che ne sbandisca ogni oggetto il quale possa contendergliene il possesso, amore che ci porti ad osservare i suoi divini comandamenti esattamente; affetto inviolabile che, come il grande Apostolo faceva ci porti a sfidare le creature tutte, a separarci da Gesù Cristo. Quis ergo nos separabit a charitate Christi (Rom. VIII). Chi avrà forza di separarci dall’amore di Gesù Cristo? Non la morte, non la vita, non la grandezza, non l’umiliazione o la povertà, non le ricchezze, non altra creatura veruna: Neque mors neque vita neque creatura alia poterit nos separare a charitate Dei (Ibid). Questi sono i sentimenti, questa è la condotta che deve avere una pecora fedele che conosce il suo pastore, ella deve esser pronta a tutto sacrificare per Lui, da tutto staccarsi per suo amore, a tutto fare, tutto soffrire per Lui, talmenteché niente vi sia sulla terra il cui desiderio, timore o passione possa farlo incorrere nella disgrazia del suo Dio. Ecco, fratelli miei, che cosa è conoscere Gesù Cristo come Egli vuole esser conosciuto. Ecco quel che Egli Esige da una pecora fedele, in contraccambio di quanto Egli ha fatto per sua salute; se Egli non chiede vita per vita, vuole per certo almeno amore per amore. Se voi siete, fratelli miei, in queste diposizioni, sarete docili alla voce del buon Pastore: vocem eius audiunt (Jo.X). – Seconda qualità d’una pecora fedele. Gesù Cristo, il buon Pastore, fa udire la sua voce agli uomini in varie maniere; ora per mezzo di grazie interne che lor dà per guadagnarli, ora con la voce dei suoi ministri che lor manda per istruirli; qui con la lettura di un buon libro che fa lor cadere nelle mani; là per mezzo di buoni esempi che lor mette innanzi agli occhi; ora ricolmandoli di benefizi, ora affliggendoli con disgrazie per farli ravvedere. Testimonio me ne sia ascoltatori, la vostra propria esperienza. Quante volte avete intesa ed intendete eziandio ogni giorno la voce di Dio che vi chiama, vi esorta caldamente e vi sollecita a ritornare a Lui e a servirlo con maggior fervore! Quante Volte una viva illustrazione nell’animo vi ha fatto conoscere la vanità e il nulla delle cose create! Quante salutevoli compunzioni vi hanno toccato il cuore per staccarvi dal mondo e dai suoi piaceri! E malgrado le tenere cure di questo affettuoso Pastore non vi saran forse qui molti che indurito serbano alla voce di Lui il loro cuore? Ah! pecorelle infedeli, e sino a quando resisterete voi alle finezze della divina misericordia che batte alla porta del vostro cuore, che vi cerca, che vi segue in mezzo ai vostri disordini? Non è egli vostro vantaggio l’arrendervi alle sue istanze? Imperciocché se voi resistete, qual sarà la sorte vostra? Con lo sviarvi cotanto nei sentieri dell’iniquità, diverrete finalmente preda delle fiere voraci e cadrete in un abisso di mali. Se il buon Pastore vi cerca, se la sua misericordia vi stende le braccia ed è sempre pronta a ricevervi, non dovete voi corrispondere alle sue mire e fare ogni sforzo per uscire dal fango onde vuol trarvi? Imperciocché voler credere che Iddio farà tutto dal canto suo per salvarvi, mentre voi nulla volete fare dal vostro; voler credere che il buon pastore porterà la pecora all’ovile a malgrado di lei e senza ch’ella faccia alcun passo per ritornarvi, questo sarebbe, o peccatori, un oltraggiare la misericordia di Dio e farla servire alle vostre iniquità. No, peccatori, non è così che si deve pensare della misericordia di Dio; quando la sua bontà non serve a nulla, quando la sua pazienza nello aspettare il peccatore altro non ha fatto che renderlo più colpevole ancora, allora questa pazienza si cangia in furore e domanda vendetta. Allora il peccatore che ha sprezzate le istanze del suo Dio e ha resistito alle sue grazie sarà disprezzato egli pure, sarà abbandonato; quanto grande è stato l’affetto con cui lo cercava, tanto maggiore sarà il rigore con cui lo punirà. Evitate, fratelli miei, sì gran disgrazia colla vostra docilità ad ascoltar la voce del buon Pastore che vi chiama. Aprite la porta dei vostri cuori ai raggi della grazia che v’illumina per farvi uscire dai vostri disordini. Profittate del tempo della misericordia del Signore, e ditegli col re profeta: Sì, ho risoluto, Signore, in questo giorno, in questo istante, voglio far ritorno a voi, Dixi: Nunc cœpi (Psal. LXXVI). Già troppo lungamente mi chiamaste, non voglio più oltre stancarvi col mio fuggirvi, e col resistere alla vostra grazia. Traviai qual pecora errante e vagabonda: Erravi sicut ovis (Psal. CXVIII), ma se nel tempo ancora che vi fuggiva, tanta bontà aveste per questa pecorella, che non farete Voi allorché a Voi ritornerà? Si, questo è il partito che io prendo; risoluto di non dipartirmi mai più dal servizio di sì buon padrone come Voi siete, sarò docile alla vostra voce, in qualunque maniera me la facciate sentire;parliate Voi medesimo, parlino i vostri ministri, seguirò fedele la via che mi additerete. Tali, sono, fratelli miei, i sentimenti di un’anima che riconosce i suoi falli. Come un altro Saule, ella è pronta a fare in tutto la volontà di Dio; per esser istruito va a trovare Anania, vale a dire, essa ascolta la voce dei pastori che Gesù Cristo ha posti per istruirla. E di fatti per mezzo loro la ora intendere Iddio la voce alle sue pecore; siccome non è più con noi sulla terra per istruirci Egli stesso, ha posti altri in sua vece per aver cura del suo gregge; Pascite qui in vobis est gregem Dei(1 Petr. 5). Ascoltar la voce dei Pastori che governano la Chiesa è lo stesso che ascoltare Gesù Cristo medesimo; il disprezzarli è lo stesso che disprezzar Gesù Cristo: Qui vos audit, me audit; qui vos spernit, me spernit [Luc. X). Siate dunque, fratelli miei, ubbidienti alla voce dei pastori che Dio ha inviati come ambasciatori per farvi conoscere i suoi voleri; siate assidui alle istruzioni ch’essi vi faranno nella chiesa, principalmente alla messa parrocchiale: ivi imparerete molte cose che non udireste altrove; forse la vostra salute dipende da una istruzione che vi riguarda particolarmente e che non udirete più se la perdete. – Ascoltate eziandio la voce dei vostri confessori, che tengono il luogo di Gesù Cristo per intimarvi i suoi comandi. Il vostro spirituale direttore vi fa intendere che quella vita dissipata che menate è pregiudizievole all’anima vostra, e che non basta, per salvarsi, evitare il male, ma che è necessario ancora di praticare il bene; e conseguentemente vi dà un regolamento di vita per procacciare alle vostre azioni il merito dell’ubbidienza! Sottomettetevi ed ubbidite senza ragionare; questo è il carattere della pecorella; essa va per tutto ove il suo pastore vuol condurla, e tale deve essere la disposizione di un’anima verso chi la dirige nella via della salute. Ascoltate, figliuoli, la voce dei vostri genitori; essi sono altrettanti pastori nelle loro case, che debbono vegliare sul gregge che Dio ha loro affidato, che debbono con le istruzioni nutrirlo e col buon esempio. – Finalmente per essere pecore fedeli, fa d’uopo seguir le tracce del buon Pastore, cioè imitarlo: oves ìllum sequuntur (Jo. X). Lontana dal pastore la pecora è esposta a mille pericoli: ella deve essere sempre intorno lui e mai non lasciarlo per essere difesa dal furore delle bestie feroci. Seguitiamo noi pure nella stessa guisa Gesù Cristo, fratelli miei, non ci allontaniamo dalla sua compagnia, camminiamo fedelmente sulle sue pedate, e saremo sicuri di non perire. Egli è la via che dobbiamo seguire, è la vita che dobbiamo ricercare; non possiamo giungere a questa vita che con l’imitazione delle sue virtù e dei suoi esempi. Chiunque segue un’altra via è sicuro di errare. Or quale strada ci ha additata Gesù-Cristo? Quali esempi ci ha dati? Una strada difficile, piena di triboli e di spine; povertà volontaria, annegazione della propria volontà, mortificazione dei sensi e delle passioni, distacco dai piaceri, pazienza nei travagli; ecco la via che ci mostra. Ora ciò che deve muoverci a seguirlo si è che Egli l’ha calcata avanti di noi per darcene esempio: ante eos vadit (ibid.). Egli ne ha spianate le difficoltà e nulla da noi chiede che non abbia praticato egli stesso. Gesù Cristo ha sofferto per noi, dice s. Pietro, ci ha lasciato l’esempio affinché seguitiamo le sue tracce: Christus passus est prò nobis etc. (1 Petr. 2). Sarebbe egli giusto che l’innocente fosse entrato nella gloria per mezzo delle tribolazioni e per una strada difficile, e che i colpevoli vi entrassero per una strada fiorita e tra i piaceri? No, non vi saranno altri predestinati, fuorché coloro che dal celeste Padre saranno trovati conformi all’immagine del suo Figliuolo.

Pratiche. Mirate dunque, fratelli miei, l’esemplare che vi è presentato nella vita di Gesù Cristo per conformarvi la vostra. Considerate che cosa è stato questo uomo divino nel tempo di sua vita mortale sulla terra. Voi vedrete in Lui un uomo mansueto ed umile di cuore, sobrio, casto, paziente, un uomo sì staccato dai beni della terra e sì povero che non aveva luogo ove posare il capo; così misericordioso che pregava per i suoi crudeli nemici, così amante delle croci e dei patimenti che non solamente li soffriva con pazienza, ma li ricercava con ardore. Ecco il modello che dovete imitare: Inspice et fac secundum exemplar – (Guarda ed eseguisci secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte. – Exod. XXV 40). Alla vista di questo esemplare, arrossite della vita molle delicata che menate, della vostra sensualità ne’ banchetti, della vostra sensibilità sul punto d’onore, della vostra avversione ai patimenti, a tutto quello che può contrariare la natura; ma la confusione che proverete a questo confronto, vi faccia risolvere di riformare la vostra condotta, farvi una santa violenza, domar le vostre passioni, tenere in schiavitù i vostri sensi, privarvi dei piaceri vietati e moderar l’uso dei piaceri permessi. La vista degli esempi di Gesù-Cristo, vi renda più mansueti e più umili di prima, vi stacchi dai beni del mondo o dei suoi piaceri, vi renda più assidui alla preghiera, più compassionevoli verso dei poveri, più nemici delle massime del mondo, più regolati nella vostra condotta: Inspice et fac etc. Dopo aver seguito e imitato Gesù Cristo sulla terra come fedeli pecorelle, voi sarete poi uniti all’eletto gregge dei predestinati che godono della felicità di vederlo nel cielo. Cosi sia.

Credo

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Offertorium

Orémus

Ps LXII:2; LXII:5  Deus, Deus meus, ad te de luce vígilo: et in nómine tuo levábo manus meas, allelúja.

Secreta

Benedictiónem nobis, Dómine, cónferat salutárem sacra semper oblátio: ut, quod agit mystério, virtúte perfíciat. [O Signore, questa sacra offerta ci ottenga sempre una salutare benedizione, affinché quanto essa misticamente compie, effettivamente lo produca].

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Communio

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus, allelúja: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ, allelúja, allelúja [Io sono il buon pastore, allelúia: conosco le mie pecore ed esse conoscono me, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Præsta nobis, quaesumus, omnípotens Deus: ut, vivificatiónis tuæ grátiam consequéntes, in tuo semper múnere gloriémur. [Concédici, o Dio onnipotente, che avendo noi conseguito la grazia del tuo alimento vivificante, ci gloriamo sempre del tuo dono.]

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LO SCUDO DELLA FEDE (109)

1Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

CAPO XIX.

Si dimostra che in Dio vi è provvidenzadelle opere umane.

I. L’esservi Dio nel mondo è una verità sì sonora, che penetra nelle orecchie della medesima ostinazione che sono le più ingrossate. Quante creature, tante voci, le quali, ora ciascuna da per sé, ora tutte in un coro pieno, ci fan palese quel maestro eminente che diede da principio le leggi di sì vaga armonia, e che ognora va sostenendole col suo braccio: Undique Ubi omnia resonant conditorem, dice Agostino (In Is. 26). Pertanto radi sono quegli aspidi che possano maliziosamente rendersi sordi da se medesimi a tante voci, sicché senza udire i richiami altissimi e assiduissimi che han d’intorno, pronunzino nella sala del loro cuore, col voto segreto di tutte le passioni ribelli, quella sentenza tante volte già da noi dichiarata per detestabile: Non est Deus. Quei medesimi che al cieco loro intelletto danno per guida la più cieca lor volontà, pare che ora mai non sappiano arrivare più avanti nella scelleratezza, che a negare al loro Dio. non più l’essere, ma sì bene la provvidenza: imitando quei malcontenti, che, per dare migliore aspetto a’ loro tumulti, protestano a piena bocca, che non impugnano l’armi contro del principe, ritirato nel gabinetto, ma contro del mal governo. Quid enim novit Deus? dicono essi: Nubes latibulum eius, et nostra non considerat (Le nubi gli fanno velo e non vede) (Iob. 22-14).

II. Qui dunque si fanno forti più gli ateisti. Consentono a Dio il trattenersi ozioso nella sua reggia, ma gli negano il pensiero delle cose umane: sicché, quando pur egli sia vago di governare, vogliono che a lui basti il governo naturale del mondo (quale appunto ad un principe saria quello de’ suoi giardini, o delle sue gallerie), purché il civile rimangasi tatto in mano della fortuna. Né mancano a questa divisione iniquissima i suoi colori. La virtù non aver più tra gli uomini pregio alcuno, se non quello della sua rarità: il vizio aver tutto il seguito universale: e nondimeno le pene e i premi distribuirsi così alla cieca, che sembra oltraggio, e non ossequio, figurarsene Dio per distributore. Quinci, dal governo avanzandosi al governante: Se presupponiamo, seguono a dire, Dio pago tanto altamente di se medesimo, a che finger poi, che gli piaccia o lordarsi la mente col pensiero delle nostre bassissime operazioni, o intorbidarsi la felicità colla cura degli operanti? Irridendum vero agere curam rerum fiumanarum istud, quicquid est, sumraum. Anne tam tristi atque multiplici ministerio, non pollui credamus, dubitemusve? (Plin. 1. 3. c. 3). Qual monarca degnò mai di applicarsi a ciò che succeda nelle capanne de’ pastori, anzi fin a ciò che si aggiri nelle cave delle talpe, o nelle conventicole de’ tafani? E noi, che in riguardo a Dio siamo tanto meno di quel che sieno quei miseri animaluzzi al confronto di un Alessandro, saremo poi o sì stolidi, o sì superbi che ci figuriamo questo gran nume sollecito a qualunque ora de’ fatti nostri? Scilicet is superis labor est : ea cura quietos sollicitat. Tanto più, che se in lui risiede la sorgente medesima di ogni bene, nulla gliene aggiungono i nostri ossequi, nulla gliene diminuiscono le nostre trasgressioni. Onde a che riputare che Egli sia vago delle nostre virtù, sia schivo de’ nostri vizi? Il sole non si altera né per nebbia di monti, né per nettezza; ma segue di qualunque tempo il suo corso tranquillissimamente su le lor cime.

III. Eccovi qua l’ultima ritirata degli ateisti. Convien pertanto scacciarli a forza ancor da questo recinto, fino a rapir loro di mano quella bandiera, in cui, come già quell’empio capitano, portano scritto un bel motto sotto un’abbominevole spiegazione: Cœlum cœli Domino, terram autem dedit filiis hominum. Il cielo resti al padrone del cielo, purché Egli a noilasci in arbitrio la terra.

IV. Ora, per cominciare da quelle opposizioni che assaltano il governante: Se, come tra gli antichi fenici vi fu chi giunse a tale stupidità, di adorare per Dio fino un sasso quadro (Arnob. contra gentes 1. 5), così ci fosse chi vi giungesse al presente, se gli potrebbe condonare tanta follia, di credere il suo Dio non curante de’ fatti umani. Ma mentre Dio è un essere perfettissimo, di cui non si può figurare il più commendabile, o il più compito, come se gli può mai negare la provvidenza, dote sì necessaria, senza annullarlo? (Hugo de s. Vict. 1. 1. de sacram. p . 5 . c. 13). Veggiamolo apertamente, discorrendo al solito per quei tre divini attributi, sotto cui si riducono tutti gli altri, di sommo potere, di sommo sapere, di somma bontà; giacche tutti e tre questi a Dio toglie subito chi gli toglie la provvidenza (La divina Provvidenza fu fra gli antichi negata dagli Epicurei e dagli Stoici, fra i moderni dai deisti ed in generale da coloro, che in mano alla cieca fortuna pongono le redini dell’universo.).

I.

V. E per ciò che attiensi al potere, quel che più si considera ne1 monarchi si è la giurisdizione, cioè a dire la forza di dar leggi ai popoli, guiderdonando chi le osservi tra loro più attentamente, castigando chi le travalichi. Or come dunque negare una tal possanza al monarca massimo, qual è quegli del cielo, dai cui decreti alla fine prendono ogni loro vigore tutte le leggi che si promulgano in terra? Il fingersi che questo Signor sovrano non provvegga, se non al mantenimento della natura, è farlo al più al più maestro di casa nel gran palagio dell’universo, ma non è giàfarlo principe, a cui propriamente spettasi il comandare ai magnati del suo reame. E diffatto noi proviamo dentro noi stessi che egli è veramente legislatore. Conciossiachè di quale altro sono voci i rimproveri della coscienza, da noi sentiti dopo ogni azione malfatta, se non di un intimo luogotenente di Dio, che comincia il giudizio dal dimostrare al reo che lo ha colto in fallo? onde quando anche tutte le leggi umane perdonino al delinquente, non gli perdona il cuor proprio, con fargli noto, che sono subito scritti in cielo i delitti da lui commessi.

VI. Quanto indegno però della divina natura è quel concetto che ne formano gli empi, quando essi dicono, che ella cadrebbe di grado, se si occupasse nel governare le creature, nell’attendere ai loro bisogni, nell’ascoltare le loro brame, o nell’esaminare i loro andamenti? Attesoché, se egli non cade dal suo grado, quando le cavò già dal nulla, come ne cadrà poi quando le governi? Si iniuria est regere, possiamo dir con Ambrogio, multo magis iniuria est fecisse(L. 1. off. c. 76). Se Dio fatorto alla sua maestà con dar leggi a noi sue creature, e con esigerne l’osservanza: come non le fe’ maggior torto con darci l’essere? Però,seil non aver bisogno di altrui non distolse quel supremo architetto dal produrre tante opere grandi epiccole di ogni guisa e dall’impiegare un’arte somma in ciascuna, per minima, che ella fosse, come potrà distoglierlo dal pensarvi, dappoiché le mira prodotte?

VII. Non avere in sé lui mancanza di bene alcuno, fa solo che Dio non possa operare con intenzione di provvedete a se parimenti, come fan gli agenti imperfetti, che dal giovare ad altri ricavano sempre mai qualche frutto ancor a se stessi di perfezione; ma non fa ch’egli assolutamente non operi in prò di altrui, tanto nell’ordine naturale a cui si riducono tutti gli effetti necessari, quanto nel morale, a cui si riducono tutti i liberi.

VIII. Né l’uomo, benché distante infinitamente dalla divina grandezza, è però indegno di essere oggetto speziale alla provvidenza di lei, mentre pure egli nel suo grado ha capacità di conoscere Dio, di aggradirgli, di amarlo, di tenere con esso lui commerzio di suppliche, di obbedienza, di ossequio, di adorazioni, come pur conobbe Aristotile (Eth. 1. 10. c. 8. n. 12): il quale però non temè dire, che se gli Dei avevano provvidenza, dovevano averla sopra di ogni altro dell’uomo, come di quello che più si avvicinava ad assomigliarli.

IX. Aggiungete, che Dio, creandoci, non ci creò come a caso, ma ci creò per un fine altissimo, quale appunto fu questo, di abilitarci alla somma felicità di cui siam capaci, che è piacere a Lui, glorificarlo, goderlo. Ditemi dunque: Che sarebbe di Dio, crearci tutti ad un fine, e ad un fine tale, e poi lasciarci, per dir così, in abbandono, quasi impotente a proseguir la grand’opera incominciata? Se ci die il fine, debbe anche porgerci i mezzi da conseguirlo, quali sono le leggi da lui prescritte, le ammonizioni, gli aiuti, e tuttociò che appartiene al vivere onesto. E tale è la provvidenza di cui parliamo: è la ragione di ordinare le cose al debito fine con mezzi acconci: Providentia est ars ordinans res ad suos finesper media convenientia (Boet. 1. 4. de consol. pros. 6). L’ordinare questi mezzi s’intitolaprovvedere: il somministrarli s’intitolagovernare: e l’uno e l’altro si dee concederea Dio, se non si vuole fare un altissimo tortoalla sua potenza infinita. Anzi se non si vuolepiù fare alla sua sapienza, di cui più propria si èl’una e l’altra cura (S. Th. p. q. art. 1. ad 2 ) .

II.

X. Volete voi per avventura negarmi, che Dio non conosca bene tutte le cose? Ma come può non conoscerle, se Egli le ha sempre tutte dinanzi agli occhi? Il re di Persia, risedendo nella città di Susa, per risapere quanto succedeva nell’imperio, aveva disposte frequenti sentinelle per ogni via, che colle fiamme di notte, econ le fumate di giorno, dessero segno degli avvenimenti di maggiore importanza dalle lor torri (Auctor. 1. de mundo c 7. apud Arist.). Non crediate però, che Dio sia necessitato fare altrettanto per risapere di subito tutto ciò che succeda nel nostro mondo. No, no; non ha Egli mestieri di messaggi veloci, i quali gliel rapportino sulle poste. Basta che fissi i guardi in se stesso. Quivi Egli, come in in un tersissimo specchio, rimira qualunque evento: onde, come non può Egli distogliersi un sol momento dal conoscere semedesimo, così non può distogliersi un sol momento dal conoscere ancor tutte l’altre cose. E sele conosce, perché volete voi che non le indirizzi tutte, come pur anzi io diceva, al debito fine? Può bene un savio principe, per motivi non penetrati dal volgo, restarsi di porre in mare un’armata; ma non può già, se ve la pose, lasciarla alla discrezione de’ venti, senza timoni, senz’antenne, senz’ancore, senza pilota, senza marinaresca, con intenzione che vada fluttuando qua e là con incerto corso, finché perisca, rimasta nelle secche, o rotta agli scogli. Questo sarebbe un operare da stolto, indegno della mente di un uomo, non che di un Dio.

XI. Né la viltà propria delle cose create trasfonde nulla della sua imperfezione nel divino intelletto, contemplandole Egli secondo l’essere perfettissimo che hanno dentro la sua increata virtù, per cui, quanto sono elleno basse in sé, tanto sono nobili in lui, che con arte sublime le divisò secondo i lor vari gradi. Quod factum est in ipso vita erat. Pertanto degno è di restar sepolto nella bocca di questi iniqui, quasi in un fetido avello, quel dir che Dio non cura le azioni umane, perché le azioni umane sono minuzie dianzi alla sua grandezza: non considerando i meschini, che in noi la cognizion delle cose minori talor si danna, perché non lascia luogo alla cognizion delle maggiori. Ma ciò, che ha a fare in Dio, che con un guardo semplice mira il tutto? Nel rimanente non fu già gloria somma di Salomone, l’essere lui sceso da’ cedri eccelsi del Libano a disputare fin dell’isopo più vile che spunti dalle pareti?

XII. Chi dirà poi, che conoscere il male sia mai lordarsi? Lordarsi è amarlo. Che se il male non è alfin altro, che privazione di bene, come le tenebre sono privazione di luce; basta a Dio che conosca sé, per sapere ciò che sia quel male che gli si oppone; come a noi basta che conosciamo la luce, por sapere ciò che sian tenebre.

XIII. Ne manco degna di restare ivi sepolta è l’altra non meno folle proposizione, che la numerosità degli umani affari possa a Dio turbare la quiete coll’imbarazzo, tristi atque multiplici ministeri. Costoro, dice Agostino (De Civit. Dei 1. 21. c. 27), vogliono ritrarre Dio da se stessi, semetipsos prò illo cogitantes. E come a toccare il fondo della loro mente basta uno scandaglio da fosso, tanto ella è corta; così figuransi, che basti parimente a toccarlo in Dio, che è quell’altissimo mare che non ha fondo. E se non ha fondo, come può soggiacere a sconvolgimento? Di Ciro racconta Plinio ( L . 7. c. 24 ) (quanto buono stimatore delle eccellenze umane, tanto mal saggiatore delle divine), che nel suo numerosissimo campo conosceva ciascun soldato di faccia, ciascun di nome. Eppure una tal vastità di memoria, come era per quel capitano un gran vanto, così nulla diminuiva a lui di sua quiete. Or quale giudizio dovrem noi dunque formare della sapienza divina, che non ha limite? Resterà ella sopraffatta da un numero di cose, che se a noi sembra un esercito smisurato, ad essa è meno che una pura decuria, che un povero drappelletto: Multi nobis videmur, dicea Minuzio (In Octav.), sed Deo pauci sumus. Paragonate, se aggradavi, il nulla al tutto; cioè a dire, paragonate una mente creata e carcerata tra gli organi corporei, inabili ad operare senza fantasmi, qual era quella di Ciro, con una mente increata e incircoscritta, che fa da sé; e poi sappiatemi dire, se a lei si adatti quel triste ministerium, con cui definiscono questi la Provvidenza, travestendo le bestemmie da ossequio, mentre sotto colore di formare un Dio di perfetta felicità, si fingono un Dio di benevole intendimento. Tanto più che Egli, nel tempo in cui contempla i disordini delle cose umane, e gli abborre, nel medesimo contempla la bellezza delle divine, e ne gode, suggendo da quella vena di contentezza, senza divertimento, infinito gaudio. Sicché quello sdegnarsi che fanno i grandi tra noi di pensare alle cose lievi e di favellarne; de minimis non curar Prætor; non è lode loro, se ben si guarda, è tumore, è tedio, è timore di non poter reggere a tutto senza annoiarsi: altrimenti qual dubbio vi è, che se lo recherebbero a gloria, come gloria è del mare l’accogliere tutti i rivi, e maggiori e minori, senza commuoversi?

XIV. E poi mirate sciocchezza! Quando anche nella mente divina potesse fingersi questa incapacità, che non è possibile, di tante cure ad un’ora; perché dunque volere piuttosto levare a lei la cura delle cose maggiori, assegnandole quella delle minori, che levarle la cura delle minori, assegnandole quella delle maggiori? Eppure così fanno questi empi, che dalla Provvidenza divina vogliono, più che altro, sottrarre le azioni umane, che sono le più eminenti. Le leggi tutte ( L’unica qui numero liberorum) scusano dal pigliare la tutela degli altrui figliuoli quel padre, il qual ne abbia cinque dei propri, mercecchè essendo la cura de’ propri parti il fine di un padre saggio, debbe una cura tal prevalere ad ogni altra cura non compossibile. Ora è certissimo, che il governo morale degli uomini è il fine del naturale, da che vediam, che gli effetti della natura tendono tutti a benefizio dell’uomo. E però, quando la provvidenza divina non fosse da tanto, che potesse saggiamente ordinare gli affari dell’umana felicità, se nel tempo medesimo pensi ad altro; dovrebbe porre in non cale gli affari della natura, per attendere a quelli della virtù, lasciando scorrere qualche difetto ne’ mezzi meno importanti, per tener saldo il fine, in grazia di cui furono amati que’ mezzi

XV. E però intollerabile la stolidità di chi confessa, che la natura nelle opere sue minute spende un incomparabile accorgimento: Natura nusquam magis quam in minimis tota est (Plin. 1. 11. c. 2), come un’altra volta fu ponderato; e poi nega un’attenzione, eziandio mediocre, della medesima natura, alle azioni buone, o ree, de’ mortali, quasi che queste non fossero sempre il fine a cui l’altre mirano. E il riputare diversamente è il tacciare Dio di milenso, o di mentecatto, e porre al reggimento del mondo un governatore, che non istarebbe né anche bene per padre di famiglia in una bottega. Quid absurdius, dice Agostino (L. 5. Gen. ad lit. c. 2), quid insulsius audiri potest, quam eam mundi partem totam esse vacuam nutu ac regimine Providentiæ, cuius extrema et exigua videat tanta dispositione formari? E però dalla sapienza che Dio mostra nella disposizion delle cose naturali, spettanti a’ bruti più vili, conviene argomentare quella che adopera nella disposizione delle morali, spettanti agli uomini, e persuadersi, che se egli vuole sì bella sino una chiocciola, molto più bello dovrà volere il cuore di ognun di noi. Chi vuole bello il convito delle sue nozze, bella la sala, belle le stanze, belli gli arazzi, belli i vasi, belle le vesti, molto più vorrà certamente bella la sposa, che è il fine di tutto il resto.

III.

XVI. Ed una tale considerazione medesima a vederci il torto parimente che arrecano alla divina bontà questi temerari che la spacciano priva di provvidenza. Imperocché ciò che è L’ottimo nell’universo, si è il bene dell’ordine, siccome quello che più contiene delle perfezioni divine, e più le notifica; onde conviene, che questo bene più ancor sia caro alla divina bontà, e più sia da lei sempre inteso, che qualunque altro. Pertanto può bene Iddio, senza diminuire la bontà sua, lasciar di comunicare alle creature la propria felicità, rattenendola tutta dentro se stesso; ma posto che egli risolvasi a diramarla punto in altrui, non può lasciar poi di volere in queste benevole comunicazioni ciò che è il loro fine, cioè mostrare l’ordine che evvi tra le creature e la divina bontà, come tra i rivi e la fonte; e però non può lasciar di esercitare verso tutti coloro, a cui si comunica, la sua provvidenza indefessa, non solo perché è potente, non solo perché è sapiente, ma perché è buono, che è quanto dire diffonditor di se stesso.

XVII. E per una pari ragione non può lasciare di provvedere con cura anche più speziale alle sostanze ragionevoli, che, come libere, più si avvicinano al fine inteso da lui, che è la sua glorificazione: onde queste si debbono regolare dalla provvidenza divina con cura tale, che al paragone di essa, la cura amministrata intorno agli effetti naturali abbia faccia di negligenza: Numquid de bobus cura est Deo?(forse Dio si prende cura dei buoi?)disse l’Apostolo (1. Cor. IX. 9). Non Perché Iddio non invigili ancora sui bisogni degli animali; ma perché a fronte dell’attenzione che pone al genere umano può dirsi, che li trascuri, se non da canto dell’atto di provvedere, che di certo è unico in tutti, almen da canto dei beni che somministra con un tal atto.

XVIII. Ma chi ne può dubitare? Non veggiam noi quanto ciascuna cagione mostri di amore al suo effetto (Natura commendat tigridi catulos suos, et immitem feram materno mollit affectu, disse un Ambrogio (Hexamer.16. c. 4). Or come Dio vorrebbe senza amoreesser padre, se non ha voluto che senza amoresia madre neppure la più cruda di tuttele fiere alpestri? Dall’altro lato, l’amore è incontanentecagione di provvidenza. E lo scornotuttora nell’amore stesso profano, il quale, quanto abbaglia gli occhi al conoscere giustamente i diletti della persona amata, tanto gli aguzza a vedere i bisogni in cui si ritrovi, ed a provvedervi, senza mai tenere in conto di lieve ciò che a lei spetti. Pertanto Iddio, che non solamente non ci ha prodotti alla cieca, come genera il padre la propria prole senza conoscerla, ma ci ha prodotti giusta l’idea della sua mente divina, conoscendoci appieno prima di farci; come potrà di poi, formati che ci abbia, dimenticarsi di noi, lasciandoci in mano al caso? Sono tacciate di poco amorevoli quelle madri che dopo avere generati i loro parti, li danno a balia, privandoli del vantaggio del proprio latte, quando loro diedero il sangue, quasi sdegnose di essere madri intere: Quod enìm est hoc contra, naturam imperfectum atque dimidiatum matris genus, peperisse, ac statim a se abiecisse (Favorinus apud Gell. 1. 13. c. 7)? Eppure tali madri cercano almen tra le balie la più opportuna a sostituirsi. Ora Dio, tenero inesplicabilmente di tutti noi, più che non fu madre alcuna dei suoi portati, non solo lascerà di assisterci Egli immediatamente poi che ci fece, ma ci darà in cura ad un caso stolto, capriccioso, insolente, cioè a dire ad una nutrice la più inetta di quante se ne divisino ad allevarci? Massimamente che i genitori potrebbero allegar qualche scusa della loro trascuratezza, fondata o nelle poche forze ch’essi posseggano, o nella minore capacità. Ma come potrebbe al pari scusarsi Dio, mentre la sua potenza infinita non gli permette stancarsi nel farci bene, e la sua infinita sapienza non gli permette ignorare di quale bene più ci sia d’uopo? Tutto il mancamento sarebbe nella bontà.

XIX. Che se pure alcuni stoltamente volessero recare in Dio, non a biasimo, ma a prodezza, questa non curanza spietata de’ propri parti; contuttociò l’amor che egli ebbe a sé, come a tanto buono, lo costringerebbe ad aver provvidenza delle azioni umane, se non in riguardo nostro, in riguardo suo. Di qual lode reputeremmo degno il cuore divino, se Egli non apprezzasse la virtù, e non abborrisse il vizio? Una tale divinità non sarebbe neppur di riputazione a un padron di villa in ordine a’ suoi garzoni. Giudicate poi se ella possa giammai convenire all’ottima di tutte le nature possibili, qual è Dio. Dall’altro lato, se Egli apprezza la virtù, se Egli abborre il vizio, come potremo noi persuaderci che egli non dichiarisi ben servito dalle azioni oneste, ed offeso dalle malvage? Stupidissimus est, qui non offenditur facto, quod non amat fieri (Tertull. in Marc. 1. 1. c. 19); specialmente che tutto ciò succede sugli occhi di lui medesimo, senza ch’Egli possa mai chiudergli un solo momento, o distorli altrove. Non sarebbe però come un Dio di stucco, quel che non si risentisse né di ciò che gli torna ad onore, né di ciò che gli torna ad onta; o che avendo in sua balìa pene e premi, patiboli e principati, procedesse nel ripartimento di ciò senza alcuna cura, non distinguendo né i buoni dai tristi, né i ben costumati dai turbolenti? Un tale Iddio sarebbe certamente più biasimevole di qualunque giudice iniquo, mentre egli verrebbe ad approvare in se medesimo quelle ingiustizie che dappertutto proibisce coll’universale consentimento di tutti i popoli, e biasima coll’universale condannamento.

XX. E dunque manifestissimo non potersi negare a Dio provvidenza, senza ferirlo altamente nel suo braccio, nella sua mente, nel suo cuore, cioè nella potenza, nella sapienza e nella bontà (Dio, come onnisciente, conosce il fine, cui tendono tutte e singole le creature, ed i mezzi necessari per arrivarlo; come onnipotente, ha in sua mano sicura tutti questi mezzi; come infinitamente buono, li fornisce alle creature tutte. Adunque nel concetto stesso di Dio, cioè di questi tre supremi suoi attributi, si rinviene il concetto della Provvidenza, la quale rimane così dimostrata a priori , e ben disse Lattanzio: « Si Deus est, utique providens est, alterum sine altero nec esse, nec intelligi potest. » Esiste Dio; dunque è provvido. O un Dio provvido, o nessun Dio.). Ingratissimi però noi, se, invece di adorare, pieni di fiducia, e di assecondare lo disposizioni di lui, lo calunniamo ogni tratto! In tal caso non è la Provvidenza che manchi a noi, siamo noi che manchiamo alla Provvidenza. Il sole è presente al cieco; eppure il cieco non è vicendevolmente presente al sole. Cæcus in sole præsentem habet solem, sed absens est ipse soli (S. Aug. in Ev. Io. tr. 3).