SALMI BIBLICI: “BONUM EST CONFITERI DOMINO” (XCI)

SALMO 91: Bonum est confiteri Domino

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 91

Psalmus cantici, in die sabbati.

     [1] Bonum est confiteri Domino,

et psallere nomini tuo, Altissime.

[2] Ad annuntiandum mane misericordiam tuam, et veritatem tuam per noctem;

[3] in decachordo, psalterio, cum cantico, in cithara.

[4] Quia delectasti me, Domine, in factura tua; et in operibus manuum tuarum exsultabo.

[5] Quam magnificata sunt opera tua, Domine! nimis profundae factae sunt cogitationes tuae.

[6] Vir insipiens non cognoscet, et stultus non intelliget haec.

[7] Cum exorti fuerint peccatores sicut fœnum, et apparuerint omnes qui operantur iniquitatem, ut intereant in sæculum sæculi;

[8] tu autem Altissimus in æternum, Domine.

[9] Quoniam ecce inimici tui, Domine, quoniam ecce inimici tui peribunt; et dispergentur omnes qui operantur iniquitatem.

[10] Et exaltabitur sicut unicornis cornu meum, et senectus mea in misericordia uberi.

[11] Et despexit oculus meus inimicos meos, et in insurgentibus in me malignantibus audiet auris mea.

[12] Justus ut palma florebit; sicut cedrus Libani multiplicabitur.

[13] Plantati in domo Domini, in atriis domus Dei nostri florebunt.

[14] Adhuc multiplicabuntur in senecta uberi, et bene patientes erunt:

[15] ut annuntient quoniam rectus Dominus Deus noster, et non est iniquitas in eo.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XCI.

Salmo da cantare in sabbato (in festa), ad ammaestramento del popolo nelle opere di Dio, la creazione ed il governo del mondo.

Salmo, ovver cantico pel giorno di sabbato.

1. Buona cosa ell’è il dar gloria al Signore, e cantar inni al tuo nome, o Altissimo.

2. Per celebrare al mattino la tua misericordia e la tua verità nella notte;

3. Cantando sopra il saltero a dieci corde e sopra la cetra.

4. Perocché tu mi hai letificato, o Signore, colle cose fatte da te, e nelle opere delle tue mani io esulto.

5. Quanto sono magnifiche, o Signore, le opere tue! grandemente profondi sono i tuoi consigli.

6. L’uomo insensato non gl’intenderà, e lo stolto non capirà tali cose.

7. Allorché i peccatori saran venuti su come l’erba, ed avran fatta la loro comparsa tutti quelli che operano l’iniquità,

8. Essi periranno per tutti i secoli; ma tu, o Signore, tu sei eternamente l’Altissimo.

9. Imperocché ecco che i nemici tuoi, o Signore, ecco che i nemici tuoi periranno, e saranno spersi tutti quelli che operano l’iniquità.

10. E la mia forza sarà esaltata, come quella dell’unicorno; e la mia vecchiezza per la copiosa misericordia.

11. E il mio occhio guarderà con disprezzo i miei nemici, e le mie orecchie udiranno novella intorno a coloro che si levan su e malignano contro di me.

12. Fiorirà il giusto come la palma; s’innalzerà qual cedro del Libano.

13. Allorché son piantati nella casa del Signore, fioriranno nell’atrio della casa del nostro Dio.

14. Ringioveniranno di nuovo in pingue vecchiezza, e saranno ben forti per annunziare,

15. Come il Signore Dio nostro ègiusto, e non è in lui la minima iniquità.

Sommario analitico

In questo salmo, composto per essere cantato nel giorno del sabbat, Davide è in contemplazione davanti all’opera della Creazione, del governo della provvidenza divina (1).

I.- Dichiara che è giusto e buono lodare Dio:

1° con il cuore,

2° con la bocca, – a) per annunciare al mattino la misericordia di Dio, – b) o la sua verità nella notte (1, 2);

3° con il concorso degli strumenti (3).

II. – Egli motiva la dichiarazione che sta per fare, è a causa:

1° dell’opera della creazione; – a) è uno spettacolo meraviglioso e che riempie di gioia l’anima di coloro che  lo considerano con attenzione (4); – b) resta impenetrabile invece per coloro che lo considerano senza intelligenza (5, 6);

2° del governo dell’universo e della Provvidenza divina, che si manifesta – a) nella sorte riservata ai malvagi dopo la loro prosperità passeggera; – b) nel regno eterno di Dio e del suo Cristo, e nel suo trionfo sui suoi nemici (9); – c) nella protezione segnalata che Dio accorda a coloro che Gli sono fedeli: 1) Dio li solleva durante la loro vita, 2) li ricolma di beni fino alla loro estrema vecchiaia (10); 3) alla morte essi disprezzano i loro nemici (11); 4) essi fioriscono come palma e si moltiplicano come il cedro(12); 5) la ragione di questo splendore, di questa fecondità, è che essi sono piantati nella casa del Signore, e si moltiplicheranno in una vecchiaia feconda, per annunziare la giustizia e la sanità di Dio (13, 15). 

Spiegazioni e Considerazioni

I. 1-3.

ff- 1-3. – Prendete consiglio dagli uomini ed essi vi diranno come sia bene fare la corte ai grandi della terra, il lusingarli, cantare le loro lodi, elevare monumenti alla gloria del loro nome. Consigli frivoli e quasi sempre perniciosi. Il Profeta vede come un’unica occupazione sia veramente lodevole e necessaria, se non quella di rendere omaggio al Signore, celebrare il suo santo Nome; e non abbiamo la temerarietà – dice S. Agostino – di mescolare il nostro amor proprio, la nostra vanità, nel culto che rendiamo a Dio. Ci è stato detto che i nostri nomi sarebbero scritti nel cielo e nel libro della vita, ma a condizioni che non cerchiamo se non la gloria del Nome di Dio. Che sia santificato il vostro Nome, è la preghiera che ci viene raccomandata, e quale Nome può essere paragonato al Nome di Dio? (Berthier). – È molto giusto, utile, piacevole e glorioso lodare il Signore: questo è giustissimo perché questa lode gli è dovuta; è cosa molto utile perché per noi è la fonte di gran merito e mediante essa, di gran ricompensa; piacevolissima, perché nulla è più dolce che lodare ciò che si ama; molto gloriosa perché è le medesima funzione degli Angeli (Bellarm.). – « È buono confessare al Signore. » Ma cosa confessare al Signore? Nell’uno o nell’altro caso, confessate al Signore: se avete peccato, ché siete voi che l’avete fatto; se avete compiuto qualche bene, è Lui che lo ha fatto. Allora canterete sul salterio, in Nome del Dio Altissimo, cercando la sua gloria e non la vostra, il suo Nome e non il vostro. Se cercate il Nome di Dio, Egli cercherà il vostro; ma se voi cancellate il Nome di Dio, Egli cancellerà il vostro. (S. Agost.). – Il giorno e la notte sono egualmente capaci di far risuonare le lodi di Dio, le lodi della sua bontà e le lodi della sua verità. Anche Davide ci dice in un altro salmo, il XXXIII, che egli benedice il Signore in ogni tempo, che la sua lode è sempre sulla sua bocca. Tuttavia sembra che la luce che al mattino viene a rivelare all’uomo le innumerevoli meraviglie della creazione, ovvero il giorno, sia per eccellenza il tempo favorevole all’espressione dei sentimenti di ammirazione e di riconoscenza che eccita la vista di tanti benefici, dovuti unicamente alla bontà divina; mentre la notte, anch’essa sì ricca di tante meravigliose opere del Creatore, ne vela una gran parte, e che avvolge in un vasto silenzio le città e le campagne, le montagne ed i mari, sia maggiormente destinata ai gravi pensieri, alle meditazioni seriose, ai sentimenti di venerazione e di timore, a tutto ciò che ispira, in una parola, l’idea della verità, che nello stesso tempo è l’idea della giustizia. (Rendu). – Cosa significa ancora che bisogna annunziare la misericordia di Dio al mattino e la verità di Dio durante la notte? Il mattino rappresenta la felicità di cui possiamo gioire; la notte rappresenta la tristezza che ci causa il dolore. Cosa dunque ha espresso il Profeta in queste poche parole? Quando siete nella felicità, rallegratevi in Dio, perché questo stato felice è opera della sua misericordia. Ma – direte – se io mi rallegro in Dio quando sono nella felicità, perché questo stato felice è opera della sua misericordia, cosa farò quando sarò nella tristezza e nell’afflizione? La felicità mi viene dalla sua misericordia, l’infelicità mi verrebbe dal suo rigore? No: ma nella felicità, lodate la sua misericordia, e nell’infelicità, lodate la sua verità; se Egli punisce i vostri peccati, non per questo è ingiusto. Daniele era di notte che pregava, perché Gerusalemme era prigioniera, in potere dei nemici. Allora i Santi erano caricati di mille mali; allora Daniele stesso fu gettato nella fossa dei leoni; allora i tre giovani furono precipitati nella fornace. Era notte, e durante questa notte, Daniele glorificava il Signore: diceva nella sua preghiera: « noi abbiamo peccato, abbiamo agito da empi, abbiamo commesso l’iniquità; a Voi la gloria Signore, a noi la confusione. » (Dan. VI, 5-7). Egli annunciava la verità durante la notte. Che significa annunziare la verità durante la notte? Non accusare Dio del male che si soffre, ma attribuirlo ai vostri peccati ed all’emenda che Egli vuol promuovere in voi. Se voi annunciate la sua misericordia al mattino e la sua verità durante la notte, voi lodate Dio in ogni tempo, confessate Dio in tutti i tempi e celebrate il suo Nome sul salterio (S. Agost.). – Questi strumenti musicali che si toccavano con le mani, ed il canto che vi si univa, ci insegnano che bisogna lodare Dio con la bocca e con le opere. Se pronunciate soltanto le parole, cantate un cantico senza l’accompagnamento sulla cetra; se agite solo senza aggiungere le buone parole, non fate che suonare la sola arpa. Bisogna dunque ben fare e ben dire, se volete canta sull’arpa.    

II. — 4-15.

ff. 4, 5. – Davide non dice: la vista delle vostre creature mi ha riempito di gioia; ma Voi mi avete riempio di gioia alla vista delle vostre creature, perché non bisogna fermarsi alla gioia che danno le creature; è il Creatore che bisogna vedere in esse, è Lui che ci fa gioire: 1° perché è nascosto sotto le creature come sotto un velo; 2° perché non cessa di agire in tutte le creature; 3° perché è infinitamente più bello, più perfetto di tutti gli esseri che Egli ha creato. – Si ama nell’intendere Davide darsi a queste crisi di gioia alla vista delle bellezze della natura, e possiamo giustamente concluderne che lo studio delle scienze naturali sia ben lungi dall’essere contrario alla Religione. Queste scienze sono belle, quando se ne sa penetrare lo spirito; esse sono nocive quando le si prendono alla leggera. Un po’ di scienza allontana dallo spirito di Dio, molta scienza ve lo riconduce. Bisogna lavorare molto per stimare la materia, per comprendere ciò che essa abbia di bello, di regolarità matematiche, di obbedienza assoluta alle leggi; e poi bisogna lavorare ancora per comprendere quanto essa sia comunque poca cosa. –  Davide si eleva dalla contemplazione delle creature, fino al Creatore stesso, e in esse ama il Creatore. Innamorato di questa bellezza immortale, egli prende ad amarlo e a rallegrarsi in Dio. – È Dio stesso che deve riempirci di gioia manifestandoci le opere delle sua mani. Se le bellezze sensibili sparse nelle opere del Creatore fissano i nostri pensieri, se è in esse che noi concentriamo i nostri sentimenti, esse ci incantano, ci seducono e diventano per noi una rete in cui i piedi degli insensati sono presi. (Sap. XIV, 11). – Sant’Agostino ammirava le opera di Dio, ma aggiungeva: « Che cosa sono al vostro confronto, Signore? Alla vostra presenza, ogni bellezza, ogni bontà si eclissa. – E a cosa devono condurre le alte scienze. O filosofi dei giorni nostri, di qualunque livello voi siate, o osservatori degli astri, contemplatori della natura inferiore ed attaccati a ciò che si chiama fisica, o occupati nelle scienze astratte che si chiamano matematiche, in cui la verità sembra presiedere più che nelle altre, io non voglio dire che non abbiate oggetti degni dei vostri pensieri; perché di verità in verità, voi potete giungere fino a Dio, che è Verità delle verità, sorgente di verità, la Verità stessa, in cui sussistono le verità che voi definite eterne, verità eterne ed immutabili, che non possono non essere verità, e che tutti coloro che aprono gli occhi in esse, e non di meno al di sopra di esse, poiché esse regolano i loro ragionamenti come quelli degli altri e presiedono alle conoscenze di tutto ciò che vede ed intende, sia uomini, sia Angeli. È questa verità che dovete cercare nelle vostre scienze. Coltivate dunque queste scienze, ma non lasciatevene assorbire; non presumete e non crediate di essere qualcosa più degli altri, perché conoscete le proprietà e le ragioni delle grandezze e delle infimità, il vostro cibo di spiriti curiosi e deboli che dopo tutto non porta a nulla, che esiste ma non ha nulla di solido che, per quanto si abbia l’amore della verità e l’abitudine di conoscerla negli oggetti certi, fa cercare la vera ed utile certezza in Dio solo (Bossuet, Elév. XVII, S. m., E.). – Quanto magnifiche sono le vostre opere, Signore! I vostri pensieri sono di una profondità infinita. In verità non c’è un mare sì profondo che non sia questo pensiero di Dio, di lasciare i malvagi nella prosperità ed i buoni nella sofferenza; non c’è acqua sì profonda, così alta; è in questa altezza, in questa profondità che ogni incredulo fa naufragio. Volete uscire da questo abisso? Non lasciate la Croce del Cristo e non sarete sommerso; tenetevi attaccati al Cristo. Cosa significa ciò che dico: tenetevi attaccati al Cristo? È tale lo scopo della sofferenza che ha voluto sopportare sulla terra. Soffrite dunque e sopportate le afflizioni del mondo, per meritare questo fino che avete visto realizzato nel Cristo, e non lasciatevi scuotere dall’esempio di coloro che fanno il male e sono floridi in questo mondo. « I vostri pensieri sono di una profondità infinita. » Qual è il pensiero di Dio? Al presente, lascia cadere le redini, ma le serrerà più tardi. Non condividete la gioia del pesce che trionfa della preda che ha afferrato: il pescatore non ha ancora tirato l’amo, ma l’amo è già nella gola del pesce. Il tempo che vi sembra lungo, in realtà è breve; ogni cosa passa presto, che cos’è la più lunga vita dell’uomo in confronto all’eternità di Dio? Volete avere longanimità? Considerate l’eternità di Dio; altrimenti voi considerate i pochi giorni che vi rimangono, e voi vorreste che in questi pochi giorni si compiano tutte le cose. Ma quali cose dunque? Che tutti gli empi siano condannati e tutti i buoni coronati. Voi volete dunque vederli tutti compiuti nel breve spazio della vostra vita? Dio li compie alla loro ora. Perché risentirvene o annoiarvene? Dio è eterno; Egli differisce, mostra longanimità. Ma voi dite: è perché io non duro che un momento, perché io manco di longanimità. È in vostro potere l’essere come Dio: unite il vostro cuore all’eternità di Dio e sarete eterno come Lui. (S. Agost.).

ff. 6-9. – Chi sono questi insensati? Coloro dei quali san Paolo ha detto: « Avendo conosciuto Dio, essi non l’hanno glorificato come Dio, non gli hanno reso grazie, ma sono svaniti nei loro pensieri ed il loro cuore insensato è stato oscurato. Questi uomini, che si dicono saggi, son divenuti folli; » (Rom. I, 21, 22); ed ancora: « l’uomo animale non comprende le cose che sono dello Spirito di Dio: esse gli sembrano una follia, non può comprenderle, perché se ne giudica bene solo con lo Spirito. » (1 Cor. II, 14). – Quali sono le cose che lo stolto non comprenderà e che l’insensato non conoscerà? « Quando i peccatori si saranno elevati come il fieno … » Che vuol dire: « come il fieno? » Esso è verde fino all’estate, ma venuto l’inverno, si secca. Vedete il fiore del fieno. C’è cosa che passa più in fretta? C’è nulla di più fresco? Nulla di più verde, non vi compiacete della sua freschezza, ma temete la maniera in cui dissecca. (S. Agost.). – La saggezza divina appare soprattutto in ciò che si lascia elevare ed apparire un momento come malvagio per perderlo per sempre, mentre essa lascia disseccare un momento il giusto alla radice per farlo rifiorire nell’eternità. – I peccatori non periscono allo stesso modo in cui sono fioriti: essi fioriscono in mezzo ai falsi beni, periscono in mezzo ai veri tormenti. (S. Agost.., sul Ps. LIII). – Voi avete visto degli imperatori, avete visto dei prefetti, delle armate, avete visto vittorie, trionfi, tutto questo è passato ieri e non esiste oggi (S. Girol. Su questo Ps.). – Il salmista non vuol dire che Dio li fa nascere e li colma di beni perché  siano riprovati, egli espone solo il fatto, mostra qual sia il termine della loro grandezza passeggera… – « Ma Voi, Signore, Voi siete l’Altissimo per l’eternità. » Voi attendete dall’alto, nella calma della vostra eternità che il tempo degli ingiusti passi e venga il tempo dei giusti … Dio è pieno di longanimità e di pazienza; Egli soffre tutte le iniquità che vede commettere dai malvagi. Perché? Perché Egli è eterno e vede ciò che è a loro riservato. Volete ancor voi avere pazienza e longanimità? Unitevi all’eternità di Dio, attendete con Lui ciò che è sotto di voi. – L’accecamento e la stupidità della maggior parte degli uomini, in rapporto a Dio ed alle sue opere temporali o spirituali, non impedisce affatto che essi riescano in questo mondo. Essi crescono con la rapidità dell’erba, si coprono di fiori, producono frutti abbondanti, prosperano, si elevano, salgono sui pinnacoli; poi, tutto ad un colpo, cadono e periscono per l’eternità. (Rendu). – In opposizione ai malvagi, che gioiscono per qualche istante di prosperità e che sono poi precipitati in un abisso di miserie senza fine e senza limiti, il salmista fa apparire Dio con i suoi attributi più incomunicabili, Potenza al di sopra di ogni altra potenza, una esistenza eterna. Ora si spiega perfettamente sia l’intera sconfitta dei suoi nemici sia il trionfo dei giusti. Nel numero di questi giusti coronati di gloria, figurano coloro ai quali Dio ha fatto la grazia di servirli dai loro più giovani anni, e che Egli ricompensa in questo mondo, accordando loro una verde e florida vecchiaia. Favore, del resto, che è un bene minore per essi, di cui ritarda il ritorno nella patria celeste, che per la loro famiglia di cui sono il modello, per la società di cui sono l’ornamento e l’edificazione (Rendu).

ff. 10-15. – Ecco l’opposizione della sorte dell’uomo giusto nei confronti di quella degli empi. La forza del giusto non sarà simile a quella dell’erba disseccata che passerà rapidamente, ma a quella di questo corno elevato e potente che i liocorni portano sulla loro fronte, e la sua vecchiaia si rinnoverà con l’abbondante misericordia di Dio; questa forza, che nello stesso tempo è una potenza, una gloria ed una felicità, non sarà solamente grande, energica, ma ancora durevole e persevererà fino alla sua estrema vecchiaia, che sarà sempre attiva e feconda (Bellarm.). – Non bisogna credere che il Profeta, parlando della vecchiaia, supponga anche la morte, secondo il fatto che l’uomo non invecchia nella carne che per morire. La vecchiaia della Chiesa sarà bianca a causa della purezza delle sue azioni, ma non subirà la corruzione della morte. Tale è la testa di un vegliardo, tali saranno le nostre opere. Voi vedete come la sua testa diventi bianca e calva, man mano che la vecchiaia si avanzi. In un uomo vecchio nel suo tempo naturale, cercherete vanamente sulla sua testa un capello nero, non lo troverete; ugualmente, se la nostra vita è stata nel giusto, e cercando il nero del peccato, non lo si trova, la nostra vecchiaia sarà una vera giovinezza, una vecchiaia sempre verde. Il Profeta ci ha parlato del fieno dei peccatori, ecco ora la vecchiaia dei giusti: « la mia vecchiaia sarà colma di abbondante misericordia. » (S. Agost.). – Non c’è che colui che disprezza il suo nemico e che non ha nulla da temere nel guardarlo in viso, considerarlo; se lo teme fugge alla sua presenza (Bellarm.). – « Egli ha gettato un occhio di disprezzo sui miei nemici. » Chi sono coloro che egli chiama i suoi nemici? Tutti coloro che commettono l’iniquità. Non notate forse che il vostro amico è un uomo di iniquità? Che si prospetta un affare e voi lo disapprovate. Da come vi elevate contro la sua ingiustizia, voi vedrete che, nel lusingarvi, sarà vostro nemico; ma voi non avete ancora sondato il suo cuore, non per farlo divenire ciò che non era, ma per forzarlo a mostrare ciò che era. – « Ed io ho gettato un occhio di disprezzo sui miei nemici, e il mio orecchio ascolterà ciò che sarà detto al soggetto di coloro che vogliono nuocermi. » Quando questo? Nella mia vecchiaia. Cosa vuol dire: nella mia vecchiaia? Nell’ultimo giorno! E cosa ascolterà il nostro orecchio? Posti alla destra del Cristo, noi ascolteremo ciò che sarà detto a coloro che saranno posti alla sua sinistra: « Andate nel fuoco eterno che è stato preparato per il demonio e per i suoi angeli. » (Matt. XXV, 11). Il giusto non ha da temere l’ascolto di queste terribili parole. È detto in un altro Salmo: « … la memoria del giusto sarà eterna; egli non temerà di dovere intendere la parola cattiva. » (Ps. CX, 7) – (S Agost.). – « Il giusto fiorirà come una palma, si moltiplicherà come i cedri del Libano. » Bisogna comprendere questa moltiplicazione del giusto, come una crescita; è il senso del testi. Si sa che il cedro si eleva a grande altezza, che la palma porta dei fiori molto belli e frutti in abbondanza. Il profeta sceglie questi alberi come termini di paragone, per dare l’idea più esatta dell’uomo giusto. Si è detto qui sopra che gli empi sono come l’erba dei campi, che appare e appassisce molto presto. Egli oppone qui la bellezza, la fecondità del giusto che compara ai due alberi più rinomati della Giudea: le palme ed i cedri cominciano ad emettere delle radici profonde nel seno della terra, ed i giusti entrano nell’abisso del loro niente prima di produrre dei frutti degni di immortalità. Le loro radici, dice San Agostino, sembrano come quella della palma e del cedro, aggrovigliate, irregolari, disseminate di nodi, perché nel procedere della virtù, le prime sono più difficili; ma l’umiltà e la pazienza superano tutti gli ostacoli, e da lì esce il tronco magnifico che si leva fino al cielo. L’ardore del sole fa appassire il fiore dei campi; ma i grandi alberi del Libano resistono ai fuochi voraci dell’estate, come al gelo dell’inverno, e quando la collera divina si infiammerà come una fornace, nel giorno delle vendette, il giusto non sarà raggiunto dall’incendio che consumerà gli empi; Questo avverrà al contrario nei riguardi del servitore fedele. Il giudizio di Dio verrà, conclude S. Agostino, per divorare i peccatori e per coprire i giusti di un nuovo splendore (Berthier) – I Padri rimarcano nel cedro delle eccellenti qualità: innanzitutto, la sua altezza maestosa che domina le montagne; poi il profumo che diffonde; infine questa proprietà che possiede di essere meno soggetto alla corruzione. Il giusto che, con la speranza, si porta incessantemente verso i beni eterni, somiglia al cedro che si eleva maestoso sulla montagna; come esso esala dei profumi, se con le sue pere e le sue virtù, spande in ogni luogo il buon odore di Gesù-Cristo; come lui, infine, sfugge alla corruzione perché, fermamente fissato in Dio da un solido amore, non si lascia corrompere da alcuna affezione terrena. (Mgr. DE LA Bouillerie, Symbolismo, 417). – La ragione per la quale i giusti saranno come le palme ed i cedri del Libano, è che non saranno piantati nelle foreste o nelle montagne deserte, ma nella casa di Dio, uniti a Dio con le radici della vera fede, portando i frutti dei buoni costumi, fondati sulla carità, ornati di fiori di purezza (Bellarm.). – Poiché il giusto è piantato nella casa di Dio, le sue foglie, i suoi fiori, e i suoi frutti vi crescono e sono dedicati al servizio di sua Maestà. « Esso è come l’albero piantato lungo corsi d’acqua, che produce il suo frutto a suo tempo; anche le sue foglie non cadranno; tutto ciò che fa, prospererà. » (Ps. I, 2). Non solo i frutti della carità ed i fiori delle opere che produce, ma pure le foglie delle virtù morali e naturali traggono una speciale prosperità dall’amore del cuore che le produce (S. Franc. De Sales, T. de l’am.de Dieu, I, XI, c, I). – L’uomo giusto che è invecchiato nei santi esercizi della pietà raccoglie, sul ritorno dell’età tutti i frutti della sua fedeltà. Egli è più istruito che mai circa le verità divine e sulle vie divine, dice S. Girolamo:  « Ætate fit doctior, usu tritior, processu lempore sapientior, et veterum studiorum dulcissimos fructus metit (Epist. 2 ad Nep.); egli ne parla con tutta l’autorità che dà una lunga esperienza. Più si avvicina al termine, più i suoi sentimenti si sviluppano, più i suoi meriti si moltiplicano … oh! Se la giovinezza andasse a riposare all’ombra di questa palma carica di fiori e frutti; se si mettesse al riparo dalle bufere del mondo sotto questo cedro magnifico che porta la sua testa verso il cielo e le cui radici si approfondano fin nelle viscere della terra; se essa ascoltasse gli insegnamenti di questa vecchiaia pieno di forza e di vigore per annunciare a tutti i popoli l’equità della condotta di Dio, con i suoi discorsi, la sua pazienza e con l’umile sottomissione ai decreti divini. Questa pazienza, necessaria soprattutto ai predicatori, ai dottori, ai superiori. « La dottrina di un uomo si riconosce dalla sua pazienza. » (Prov. XIX, 11). « … Annunziate la parola, insistete in ogni occasione, opportuna e non opportuna; ammonite, rimproverate, esortate, minacciate con ogni magnanimità e ogni sorta di istruzione. » (II Tim. IV, 2). « Essi saranno pieni di vigore e di pazienza per annunziare che il Signore nostro Dio è pieno di equità, e che in Lui non c’è ingiustizia. » Come non c’è ingiustizia in Lui? Ecco un uomo che non conosce che il male; ebbene, egli gode di una buona salute, ha figli, la sua casa è piena di ricchezze, è coperto di gloria, ricolmo di onori, progetta vendette per i suoi nemici e commette anche ogni sorta di cattive azioni. Ed eccone un altro che conduce onestamente i suoi affari, che non prende i beni altrui, che non fa del male a nessuno, e soffre nelle prigioni e nelle catene, sospira e muore nell’indigenza. Com’è allora in Dio non c’è ingiustizia? Conservate la pace e comprenderete perché vi turbate, e nella vostra camera segreta vi aprirete alla luce da voi stessi. Il Dio eterno vuole illuminarvi con i suoi raggi, non oscuratelo con le nubi del vostro agitarvi. Conservate la vostra pace dento di voi ed ascoltate cosa ho da dirvi: Dio è eterno, risparmia attualmente i malvagi per portarli al pentimento, punisce i buoni per insegnar loro la via del regno dei cieli; « … Non c’è ingiustizia in Lui, » non temete nulla. Ma fino a qual punto non ho sofferto? È evidente, io ho peccato, lo confesso, non pretendo d’essere giusto; ecco ciò che dice il maggior numero di gente. Se vedete un uomo nell’infelicità, nelle sofferenze, entrate da lui per consolarlo, ed egli vi dice: io ho peccato, lo confesso; io ho volpa, lo riconosco; ma io ho peccato come costui? Io so quale peccato ha commesso, io so quali colpe ha fatto: per quanto mi riguarda io ne ho senza dubbio, lo riconosco davanti a Dio, ma quanto esse sono minori delle sue? Ed io invece non ho da soffrire come lui! Non vi turbate conservate la vostra pace così da sapere che « il Signore è retto e che in Lui non c’è ingiustizia. » (S. Agost.).   

SALMI BIBLICI: “QUI HABITAT IN ADJUTORIO ALTISSIMI” (XC)

SALMO 90: “QUI HABITAT IN ADJUTORIO ALTISSIMI

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 90

[1] Laus cantici David.

     Qui habitat in adjutorio Altissimi,

in protectione Dei cœli commorabitur.

[2] Dicet Domino: Susceptor meus es tu et refugium meum; Deus meus, sperabo in eum.

[3] Quoniam ipse liberavit me de laqueo venantium, et a verbo aspero.

[4] Scapulis suis obumbrabit tibi, et sub pennis ejus sperabis.

[5] Scuto circumdabit te veritas ejus: non timebis a timore nocturno;

[6] a sagitta volante in die, a negotio perambulante in tenebris, ab incursu, et daemonio meridiano.

[7] Cadent a latere tuo mille, et decem millia a dextris tuis; ad te autem non appropinquabit.

[8] Verumtamen oculis tuis considerabis et retributionem peccatorum videbis.

[9] Quoniam tu es, Domine, spes mea; Altissimum posuisti refugium tuum.

[10] Non accedet ad te malum, et flagellum non appropinquabit tabernaculo tuo.

[11] Quoniam angelis suis mandavit de te, ut custodiant te in omnibus viis tuis.

[12] In manibus portabunt te, ne forte offendas ad lapidem pedem tuum.

[13] Super aspidem et basiliscum ambulabis, et conculcabis leonem et draconem.

[14] Quoniam in me speravit, liberabo eum; protegam eum, quoniam cognovit nomen meum.

[15] Clamabit ad me, et ego exaudiam eum; cum ipso sum in tribulatione; eripiam eum, et glorificabo eum.

[16] Longitudine dierum replebo eum, et ostendam illi salutare meum.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XC

Il titolo non leggesi nei codici ebraico e greco. Forse fu aggiunto per far intendere che il Salmo non di Mosè. Argomento è esortazione a porre in Dio ferma fiducia. Ora parla il profeta, ora il giusto, ora Dio a modo drammatico. Il Salmo è utile a for mare i costumi.

Lauda o cantico di David.

1. Colui che riposa nell’aiuto dell’Altissimo, viverà sotto la protezione del Dio del cielo.

2. Egli dirà al Signore: Mio difensore sei tu, e mio asilo; egli è il mio Dio, in lui spere

3. Imperocché egli dal laccio dei cacciatore e da dure cose mi ha liberato.

4. Dei suoi omeri farà ombra a te, e sotto le ali di lui avrai fidanza.

5. La sua verità ti coprirà come scudo per ogni parte: non temerai i notturni spaventi.

6. Non di giorno la saetta volante, non l’avversiere che va attorno nelle tenebre, non gli assalti del demonio del mezzogiorno.

7. Mille cadranno al tuo fianco, e diecimila alla tua destra; ma nissuna (saetta) a te si accosterà.

8. Ma tu coi tuoi propri occhi osserverai; e vedrai il contraccambio renduto ai peccatori.

9. ( E dirai): Tu sei, o Signore, la mia speranza; e che per tuo rifugio hai scelto l’Altissimo.

10. Non si accosterà a te il male, e alla tua casa non accosterassi il flagello.

11. Imperocché egli ha commessa di te la cura ai suoi Angeli; ed eglino in tutte le vie tue saran tuoi custodi.

12. Ti sosterranno colle lor mani, affinché sgraziatamente tu non urti col tuo piede nel sasso.

13 Camminerai sopra l’aspide e sopra il basilisco; e calpesterai il leone e il dragone.

14. Perché egli ha sperato in me, io lo libererò; lo proteggerò perché ha conosciuto il mio nome.

15. Alzerà a me la voce, e io lo esaudirò; con lui son io nella tribolazione, ne lo trarrò, e lo glorificherò.

16. Lo sazierò di lunghi giorni, e farogli vedere il Salvatore, che vien da me.

Sommario analitico

In questo Salmo in cui Davide espone la sicurezza e la tranquillità di cui gode, in mezzo ai pericoli così numerosi di questa vita, si vede l’uomo giusto che ripone tutta la sua fiducia in Dio (1).

(1) [Questo salmo sembra essere un dialogo a due voci, con una terza nel nome di Dio, senza il coro. I tre primi versetti sono detti per la prima voce, i versetti 5-8 per il coro, ed il versetto 9 per una seconda voce; i versetti 9-13 per il coro, ed i versetti 14-16 per una terza voce, nel nome di Dio. – Questo salmo enumera, con una grande poesia nel dettaglio, e sotto ricche metafore, tutti i vantaggi legati ai luoghi di asilo, e soprattutto a questo asilo posto in un luogo elevato che non è altri che l’Altissimo. Questo salmo è pieno di malinconia e di attraenti misteri, quando è recitato o cantato di sera, sotto le ombre maestose che cadono dalle volte delle nostre vecchie basiliche sull’assemblea raccolta dei fedeli, ché incoraggia ad essere intrepidi nella vita ed al riposo della forza, per la fiducia in Dio (Claude, Les Psaumes, etc.)].

I. – Considera Dio come una fortezza inespugnabile nella quale:

1° Dio riceve l’uomo giusto e gli offre un sicuro rifugio;

2° Egli si comunica a lui e lo fa entrare nella propria intimità (1);

3° L’uomo giusto che sfugge ai suoi nemici vi trova un asilo ed un rifugio contro i suoi persecutori (2, 3).

II. – Durante il soggiorno che fa il giusto in questa fortezza inespugnabile in cui Dio lo riceve:

1° Prima del combattimento: – a) Dio lo mette al riparo delle sue spalle: – b) lo copre sotto le ali come una chioccia copre i suoi piccoli (4);

2° Durante il combattimento: – a) lo protegge dai suoi nemici coprendolo con lo scudo della sua verità contro gli attacchi notturni (5-6); – b) gli dà ancora la forza di trionfare dei suoi nemici (7);

3° dopo il combattimento: – a) Dio gli procura la gioia di vedere la loro disfatta (8); – b) gli concede di gioire dall’alto di questa fortezza, di una sicurezza che nulla può turbare; – c) ricolma di questa gioia allontanando dalla sua dimora tutto ciò che è capace di nuocere.

III. – Quando il giusto esce da questa fortezza:

1° Dio gli dà degli Angeli per guida e per difesa: – a) essi lo custodiscono in tutte le sue vie (11); – b) lo portano nelle loro mani per garantirlo da tutti i pericoli della strada (12, 13);

2° Dio stesso si accompagna a lui nella strada e dichiara, per bocca del Profeta, ciò che debba fare in favore dei giusti: – a) Egli li libererà dai loro nemici coloro che sperano in Lui (14); – b) li assisterà nelle loro tribolazioni; – c) li libererà e farà volgere queste tribolazioni a loro gloria (15); – d) renderà questa gloria universale; 

e) ed al colmo, si manifesterà Egli stesso a loro (16).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-3.

ff. 1, 2. – È da questo salmo che il demonio ha tratto le parole di cui ha osato servirsi per tentare Nostro Signore Gesù-Cristo. Ascoltiamolo dunque, per istruirci e per poter resistere al tentatore, non mettendo la nostra fiducia in noi, ma in Colui che è stato tentato prima di noi, per assicurarci la vittoria nelle nostre tentazioni. In effetti, la tentazione non gli era necessaria, ma la tentazione del Cristo è un insegnamento per l’uomo. Ora, se prestiamo attenzione a ciò che il Cristo risponde al demonio, per rispondergli allo stesso modo, noi entriamo dalla porta. Che vuol dire entrare dalla porta? Entrare attraverso il Cristo, imitare i modi del Cristo (S. Agost.). – Ci sono tre tipi di persone che non dimorano nel segreto dell’Altissimo: 1° coloro che, in luogo di confidare in Dio, mettono la fiducia nella loro forza, nelle loro ricchezze, sia temporali che spirituali; 2° coloro che disperano della loro salvezza, soccombendo sotto il peso delle loro infermità, senza ricorrere a Dio; 3° coloro che si lusingano invano di ottenere il suo soccorso senza curare di correggersi. I primi dimorano nei propri meriti, i secondi nella diffidenza, i terzi nei loro vizi (S. Bern.). – Colui dunque che imita il Cristo sopportando tutte le pene di questo mondo, e mettendo in Dio la propria speranza per non essere sedotto dalla lussuria, né annientato dalla paura, costui è veramente colui che abita sotto l’aiuto dell’Altissimo, e che dimora sotto la protezione del Dio del cielo. – « Egli riposerà sotto la protezione del Dio del cielo, » vale a dire che, forte di questa protezione, non temerà nulla di ciò che esista o di ciò che possa accadere sotto il cielo. È il complemento di ciò che il salmista sta per dire nella prima parte di questo versetto: l’assistenza dell’Altissimo ha soprattutto come scopo di aiutarci a fare il bene; la sua protezione, di difenderci dal male. E si noti che non dice: egli dimorerà alla presenza del Dio del cielo, ma sotto la protezione del Dio del cielo. Gli Angeli trasaliscono di gioia alla sua presenza; per me, possa io riposare sotto la sua protezione! Gli Angeli sono felici di essere eternamente alla presenza di Dio, possa io – quanto a me – essere in sicurezza sotto questa divina protezione! (S. Bernardo). – Per abitare così nel segreto dell’Altissimo, non è sufficiente un atto passeggero di fede, di speranza, ma occorre una lunga abitudine, una perseveranza costante nel mettere la propria fiducia in Dio; bisogna per così dire, essersi costruito una casa, una dimora in Dio e portarla con sé. « Egli dimorerà sotto la protezione del Dio del cielo. » Qui non si tratta di un soggiorno transitorio, come una delle capanne erette nei cantieri o nelle vigne, come sotto la tenda del viaggiatore: è una dimora permanente. – Ora non ci sono che gli uomini di preghiera che abitano così in modo permanente nel segreto di Dio. Per elevarsi a questo segreto di Dio, bisogna fare ciò che san Gregorio spiegava con questa comparazione sensibile: voi vedete – egli diceva – l’acqua che zampilla da una tubazione, essa si pone a livello della riserva da dove è discesa; ma darà essa questo spettacolo che fa la delizia di coloro che ne sono testimoni, se essa non è costretta in questo canale stretto dal quale si slancia in aria? Non si spanderà nella campagna se la si lascia in libertà? Ne è lo stesso per i nostri spiriti ed i nostri cuori, tutte le volte che li abbandoniamo a se stessi, che li lasciamo errare nelle occupazioni frivole del mondo, essi si spandono e non risalgono alla sorgente di ogni bene. – Chi dice a Dio: « Voi siete il mio sostegno, il mio rifugio e il mio Dio? – Colui che abita sotto l’aiuto dell’Altissimo. Chi è colui che abita così sotto l’aiuto dell’Altissimo? Colui che non si mette al riparo da se stesso. Chi è colui che abita sotto l’aiuto dell’Altissimo? Colui che non è orgoglioso, come lo sono stati coloro che hanno mangiato il frutto proibito, al fine di essere come déi, che hanno perso il dono dell’immortalità che avevano ricevuto nella loro creazione, « Voi siete il mio protettore, il mio rifugio, il mio Dio. » Queste tre parole sembrano corrispondere ai tre grandi benefici di Dio: l’uno passato, l’altro presente, ed il terzo futuro. Il primo, è l’infinita misericordia di Dio che ritrae l’uomo dal peccato e dalla via che conduce alla perdizione. Il secondo, quando Dio diventa il rifugio del peccatore convertito contro le ricadute e le tentazioni che potrebbero rivoltarlo. Il terzo, che è il più grande di tutti, è compreso in queste parole « Mio Dio. » Dio è il mio Dio, cioè il sovrano Bene, ma lo sarà per noi veramente ed in una maniera personale, se non nel cielo quando lo vedremo così com’è. (S. Bernardo) – Egli dirà al Signore: « Voi siete il mio difensore, e il mio rifugio, ed il mio Dio. » Tutte le creature possono dire a Dio: Voi siete il mio Creatore; gli animali possono dire: Voi siete il mio pastore; tutti gli uomini possono dire. Voi siete il mio difensore, che dimora sotto l’assistenza dell’Altissimo. Egli aggiunge: « … e il mio Dio. » Perché non dice: Nostro Dio? Perché nella creazione, nella redenzione, in tutte la altre grazie comuni, Dio è Dio di tutti gli uomini; ma, nelle tentazioni, gli eletti lo considerano e lo invocano come loro Dio, a titolo particolare. In effetti, Egli è disposto a difendere colui che è prossimo a soccombere, coprendolo con la sua potente protezione, come se lasciasse tutte le altre creature e non fosse Dio che per lui solo … notate, egli non dice: io ho sperato, o io spero, ma « io spererò ». È l’augurio, la risoluzione, l’intenzione del mio cuore. Questa speranza riposa nel mio seno ed io persevererò. Io non mi lascerò andare né alla disperazione, né ad una vana speranza, perché maledetto è colui che pecca sperando il male e disperandone; io non voglio essere più di coloro che non sperano nel Signore: « io spererò in lui » (S. Bern.). –  « Egli mi ha liberato dal laccio dei cacciatori. » Siamo dunque degli animali? Ahimè! Si, questo è pur vero. L’uomo che è elevato agli onori, non lo ha affatto compreso: egli è stato comparato alle bestie irragionevoli ed è divenuto simile a loro (Ps. XLVIII, 15). Si, gli uomini sono come animali senza ragione, come pecore erranti senza pastore … Ma chi sono questi cacciatori? I cacciatori pieni di malizia, di inganno e di crudeltà; dei cacciatori che non suonano il corno per timore di essere sentiti, ma che lanciano le proprie frecce nel segreto contro l’anima innocente ed indifesa. Questi sono i principi delle tenebre, versato in tutti gli inganni del demonio, e ciò che è l’animale davanti al cacciatore abile, l’uomo più fine e più abile lo è davanti ad essi, a meno che essi non siano di coloro che, come gli Apostoli, conoscono il pensiero di satana, e a chi la saggezza di Dio ha dato il potere di scoprire i suoi disegni artificiosi e funesti. (S. Bernardo). –  Il demonio ed i suoi angeli tendono i loro tranelli, e gli uomini che camminano in Cristo camminano lontani da questi lacci. In effetti il demonio non osa tendere i suoi lacci nella via che è il Cristo; egli li pone attorno alla via, ma non sulla via stessa. Il Cristo sia sempre la nostra via, e noi non cadremo nelle insidie del demonio. Ma colui che erra fuori da questa via incontra l’insidia: a destra, a sinistra egli pone i suoi lacci; « … voi camminate in mezzo alle trappole » (S. Agostino). – Così come in mezzo ai pagani, colui che è Cristiano è esposto alle parole ingiuriose dei pagani, così in mezzo ai Cristiani, coloro che vogliono essere più vigilanti e migliori degli altri, sono esposti agli insulti degli stessi Cristiani … – In tutte le città, c’è un numero di cattivi Cristiani che vivono nel disordine, e coloro che voglio vivere bene tra di loro, coloro che vogliono essere sobri in mezzo ad uomini intemperanti, che vogliono restare casti in mezzo ad uomini dissoluti, che vogliono adorare Dio puramente in mezzo ad uomini che consultano gli astrologi e nulla chiedono ai loro vani calcoli; infine colui che vuole andare in Chiesa, in mezzo ad uomini amici degli spettacoli frivoli del teatro, costui è esposto agli insulti dei Cristiani stessi, che lo caricano di parole ingiuriose e che lo rimproverano dicendo: « Quanto a voi, voi siete un grande uomo, voi siete un santo »; essi lo insultano, e da qualunque parte si giri, a destra o a sinistra, si sentono parole oltraggiose. Ma se egli se ne duole, o si allontana dalla via del Cristo, cade nei lacci dei cacciatori (S. Agost.) -. – Qual è questa parola dura se non il grido dell’insaziabile inferno: eliminate, eliminate, colpite, distruggete, mettete a morte, impeditegli di dividere le spoglie? Qual è questa dura parola se non questa: « Che l’empio sia eliminato per non vedere la gloria di Dio? » (Isai. XXVI, 10). Allo stesso modo i cacciatori trionfano gioiosi quando, catturata la preda, gridano: Afferratela, legatela, ponetela sul braciere, afferratela e gettatela nella caldaia bollente, la stessa dura parola del popolo giudeo quando esclamò: « … via, via, crocifiggilo » (Giov. XIX, 15). Voi avete sopportato questa dura parola, Signore; perché? Se non per liberarci da una simile parola … gli uomini del mondo, quando consigliamo loro di fare penitenza, ci rispondono come fecero i Giudei a Nostro Signore: « Questa parola è dura. » (Giov. VI, 61). Ma come, sono una cosa dura « … queste afflizioni sì brevi e leggere della presente vita, che produrranno per noi il contrappeso eterno di una incomparabile gloria? » (II Cor. IV, 17) – Vi sembra duro riscattare con un lavoro sì breve e leggero queste sofferenze e queste torture che non vedranno mai termine, e che nessuno spirito può concepire? Vi sembra duro ascoltare questa parola: « … Fate penitenza? » voi siete nell’errore. Un giorno veramente sentirete una dura parola: « … andate via, maledetti, al fuoco eterno. » (Matt. XXV, 41). Ecco la parola che bisogna temere, la sola parola che deve apparirvi dura, e allora troverete che il giogo del Signore è dolce ed il suo peso leggero. (S. Bern.). 

II. — 4-8.

ff. 4-8. – « Ti metterà all’ombra sotto le sue spalle, e sotto le sue ali sarai pieno di speranza. » È evidente che questo riferimento delle due ali spiegate indica a sufficienza che voi siete come tra le spalle di Dio, in modo tale che le sue ali, in mezzo alle quali vi trovate, vi proteggano da ogni lato, e facciano in modo che non abbiate a temere nessuno. Badate solo di non lasciare un asilo ove alcun nemico osi penetrare. Se la chioccia protegge i suoi pulcini, quanto più sarete sicuri sotto le ali di Dio contro il demonio ed i suoi angeli! (S. Agost.) – Quattro benefici segnalati ci vengono accordati all’ombra delle spalle di Dio: Dio ci nasconde sotto le sue spalle; ci protegge contro gli attacchi degli uccelli predatori, che sono le potenze dell’aria; ci offre un’ombra salutare e rinfrescante, e ci mette al riparo degli ardori brucianti del sole; infine ci nutre e ci riscalda, come la chioccia riscalda i suoi pulcini che nasconde sotto le sue ali (S. Bern.). – Questo è lo scudo impenetrabile della verità di Dio, che rende invulnerabile coloro che sanno servirsene. Un elmetto copre soltanto la testa, una corazza non può difendere che una parte del corpo, ma lo scudo è una difesa generale che si può alzare, abbassare e girare intorno al corpo (Dug.). – Circondato da questo scudo della fede fondata sulla Verità di Dio, non si temono né le tentazioni di pusillanimità, figurate dai timori notturni di cui parla il Profeta, né le tentazioni di vanagloria e di orgoglio, significate dalla saetta che vola di giorno, né le tentazioni di avarizia ed il desiderio di ricchezze che risiedono nelle tenebre profonde nell’anima e l’accecano, né le tentazioni di impurità, significate dagli assalti del demonio del mezzogiorno, che cerca di abbracciarci con i fuochi della lussuria. – Dopo aver rassicurato l’uomo giusto e pieno di fiducia in Dio, il Profeta gli fa vedere la disfatta dei suoi nemici, e la protezione tutta particolare di cui sarà oggetto. Questa vittoria non sarà completa che nella vita futura, e lo spettacolo del castigo degli empi costituirà una parte della gloria dei giusti. – « Ma tuttavia voi considererete con i vostri occhi. » Perché queste parole: « … Ma ora? »  È stato permesso agli empi di ergersi arrogantemente contro i vostri servi; è stato permesso agli empi di perseguitare i vostri servitori. E questo impunemente? No, non sarà impunemente; perché, benché lo abbiate permesso, ed i vostri servi ne abbiano merito per la loro corona, « … tuttavia, essi considereranno con i loro occhi, e vedranno la punizione dei peccatori. » Ora, noi abbiamo bisogno di vedere, con gli occhi della fede, e la loro elevazione temporale e le lacrime che verseranno eternamente. Un potere passeggero è stato loro dato sui figli di Dio, ma sarà loro detto un giorno: « … andate nel fuoco eterno. » E chiunque ha occhi per vedere, considererà con i propri occhi; ed è questo un terribile spettacolo, il vedere l’empio florido in questo mondo, e fissare gli occhi su di lui per contemplare con la fede i supplizi che gli sono riservati alla fine, se non si corregge; perché coloro che pretendono di maneggiare il fulmine, più tardi saranno fulminati (S. Agost.). – I giusti troveranno, nella considerazione dei supplizi del peccatore, un soggetto di grazie e di gioia: 1° perché, grazie alla sola misericordia del Redentore, essi sono sfuggiti a questi supplizi eterni; 2° perché essi gioiranno di una perfetta sicurezza, vedendo i castighi dei peccatori, di cui non avranno più a temere né la malizia né gli attacchi diabolici, e che non vedranno non solo caduti alla loro destra e sinistra, ma caduti per sempre nell’inferno; 3° A causa della comparazione che faranno del loro stato con quello dei peccatori, paragone che farà risaltare la brillanza e lo splendore della gloria di cui saranno ricoperti; 4° perché vedranno nei supplizi dei malvagi il compimento dei disegni provvidenziali della saggezza e della giustizia divina (S. Bern.).

ff. 9, 10. – Gli uomini cercheranno sempre un asilo nei luoghi più elevati. Colui che si rifugia nel seno di Dio, stabilisce la sua dimora nell’asilo più elevato, il più forte, il più inaccessibile alle imprese degli uomini. Ce ne sono molti che vogliono farsi un rifugio in Dio, per sfuggire alle tempeste di questa vita. – Ora, il rifugio che Dio ci presenta e nel quale si può sfuggire alla collera ventura, è un luogo molto elevato e molto nascosto (S. Agost.). – « Voi avete posto il vostro rifugio in un luogo molto elevato. » Il tentatore non potrà avvicinarsi, il calunniatore non potrà salirvi, il maledetto accusatore dei suoi fratelli non potrà mai raggiungerlo …  « Voi avete posto il vostro rifugio in un luogo molto elevato; voi avete scelto l’Altissimo per vostro rifugio. » Fuggiamo spesso in questo rifugio, il luogo è fortificato, non c’è da temere alcun nemico. Piacesse a Dio che noi potessimo sempre dimorarvi! Ma questo non è possibile nella vita presente. Ciò che è ora per noi un rifugio, diventerà un giorno una dimora permanente per l’eternità. Ma nell’attesa, benché non ci sia concesso abitarvi sempre, ricorriamo spesso a questo rifugio. In tutte le nostre tentazioni, in tutte le nostre tribolazioni, in tutte le nostre necessità, di qualunque natura siano, questa città di rifugio ci è aperta, il seno della madre nostra ci attende, le viscere della misericordia sono pronte a riceverci.  (S. Bernar.) – Uno dei frutti di questa speranza che il giusto ripone nell’Altissimo, è che il male non gli si avvicinerà. Ora vi sono due tipi di male: il peccato e la pena dovuta al peccato; il peccato è il male propriamente detto, la pena non è che un male relativo, così è questa pena che bisogna intendere con il castigo o catastrofe di cui parla qui il Profeta. Che il peccato sia solo un male nel senso assoluto della parola, e che così non lo sia per la pena, è evidente: solo il peccato ci rende malvagi, mentre la pena non ci rende che infelici; nessuno può servirsi del peccato per il bene, mentre la pena può rendersi meritoria; il peccato non è mai utile, perché ci fa perdere più di quanto non ci dia; non si può mai dire che sia un bene, perché è sempre una iniquità, mentre la pena più esserci buona ed utile; non si può dire che Dio sia l’autore del peccato, perché tutto ciò che Egli fa, è buono, mentre la pena la si può ricondurre alla sua giustizia (S. Bernar.) – (Bellarmin.) – Quando il peccato sarà stato completamente distrutto, essendone stata eliminata la causa, l’effetto cesserà di esistere, e non potendo più il male avvicinarvi, le catastrofi non potranno raggiungere la vostra tenda, ed il castigo sarà allontanato dall’uomo esteriore e l’uomo interiore sarà puro e affrancato da ogni colpa.

III. — 11-16.

ff. 11-13. – 1° Provvidenza ammirevole di Dio, che deputa a guardia nostra uno degli Angeli che vedono la sua faccia in cielo. – Chi ha comandato, a chi ha comandato, nell’interesse di chi è stato comandato? Da ciò possiamo concludere l’amore di Dio per noi, l’amore che gli Angeli ci portano, e la dignità della nostra anima. (S. Gerol., S. Bern.) – Chi ha dato questo comando? Qual è il Padrone degli Angeli, da chi essi ricevono ordini da eseguire? Alla volontà di Chi essi obbediscono? È dunque la sovrana Maestà che ha comandato agli Angeli, ai suoi Angeli, cioè a queste intelligenze sublimi e felici che sono così vicini a Lui, che Gli sono uniti, che vivono nella sua familiarità, che sono veramente della casa di Dio, che ha comandato loro a vostro riguardo. Chi siete voi? Signore, che cos’è l’uomo, perché vi ricordiate di lui, o il Figlio dell’uomo perché ve ne diate pena? L’uomo non è che un ammasso di corruzione, ed il Figlio dell’uomo un verme di terra? E cosa pensate che abbia comandato agli Angeli a vostro riguardo? Ha forse scritto contro di voi cose aspre? Ha forse comandato loro di far risplendere la loro potenza contro una foglia portata dal vento? Ha loro comandato di far sparire l’empio, perché non veda la gloria di Dio? Ecco cosa avrebbe dovuto comandare, ma non sono questi gli oggetti del suo ordine: « Egli ha comandato ai suoi Angeli di custodirvi in tutte le sue vie ».  E come queste parole non devono ispirarci un profondo rispetto, penetrarvi di una tenera devozione, e mettere nel vostro cuore una fiducia senza limiti, un profondo rispetto per la presenza dei suoi Angeli, un sentimento di tenera affezione per la loro benevolenza nei vostri riguardi, una fiducia senza limiti in questi guardiani tanto fedeli! (S. Bern.). – 2° Ecco il fine per il quale gli Angeli sono posti a nostra guardia: per custodirci in tutte le nostre vie, cioè in tutti i nostri pensieri, in tutti i nostri affetti, in tutte le nostre parole, in tutte le nostre azioni, queste sono le vie attraverso le quali noi andiamo a Dio. Ora, gli Angeli ci conducono nella via del cielo (Exod. XXIII, 20); essi rianimano il nostro coraggio e ci danno le forze per entrare generosamente in questa via. – « Essi vi custodiranno in tutte le vostre vie. » Quali sono queste vie? Quelle nelle quali voi camminate evitando il male e fuggendo la collera futura. Ci sono tante vie, tanti tipi di vie, cosa che crea un danno molto grande al viaggiatore. Quanto è facile, in questo incrocio di strade multiple, prenderne una che inganni, se manchiamo di discernimento nella via che scegliamo; perché Dio non ha comandato ai suoi Angeli di custodirci in tutte le vie, ma in tutte le « nostre vie ». Ci sono delle vie che dobbiamo evitare, delle vie seminate di insidie, costeggiate da precipizi, vie ben differenti da quelle nelle quali abbiamo bisogno di essere custoditi. (S. Bern.) – Una volte fortificati, gli Angeli ci indicano chiaramente il cammino. Essi ci aiutano in mezzo alle difficoltà della strada; essi combattono per noi se il nemico ci attacca. – 3°  Ecco ancora l’amore con il quale gli Angeli assolvono a questa missione: essi ci portano nelle loro mani, figura questa improntata alla nutrice, alla madre che porta i suoi figli nelle sue braccia. Le mani degli Angeli sono l’intelletto e la volontà. – I nostri piedi sono le affezioni della nostra anima, e le due principali affezioni sono l’amore ed il timore. Ogni azione, ogni parla, ogni desiderio dell’uomo verso un oggetto qualunque, sono l’effetto dell’amore e del timore, l’amore di un bene che vogliamo acquisire o il timore di un male che temiamo di soffrire; e noi urtiamo i nostri piedi contro la pietra, quando all’occasione di un bene temporale che vogliamo acquisire o che temiamo di perdere, cadiamo nel peccato. (S. Agost.). – Santi Angeli, quanti siete, « … che vedete la faccia di Dio, » ed ai quali Egli ha comandato di custodirci in tutte e nostre vie, apportate alla nostra debolezza i soccorsi di ogni sorta che Dio ha messo nelle vostre mani per la salvezza dei suoi eletti, per i quali si è degnato di stabilirvi spiriti amministratori.  (Bossuet, Elév. IV, S. III, E.) – O Angeli del cielo, io vivo in mezzo al mondo ove gli scandali mi circondano; vegliate su di me e custoditemi, è il Signore stesso che ve lo ordina! Voi, i cui occhi contemplano la faccia dell’Altissimo, abbassate tuttavia i vostri sguardi fino ai miei piedi, e nello stesso tempo che sostenete il mondo, portatemi nelle vostre mani, perché i miei piedi non inciampino nella pietra di scandalo. – Il demonio, il primo e più pericoloso nemico del genere umano, è figurato sotto il nome di aspide, di basilisco, di leone, di dragone, secondo i diversi modi con cui cerca di attaccarci. Questi animali rappresentano anche i quattro vizi principali: l’aspide, le suggestioni segrete degli spiriti immondi (S. Greg.); il basilisco, la vanagloria e l’invidia (S. Bern.); il leone, l’orgoglio, ed il drago, la collera.

ff. 14-16. – La vera conoscenza di Dio è quella che è congiunta alla speranza e all’amore; conoscere Dio, altrimenti, è conoscerlo in maniera sterile. – Non temete, quando siete nell’afflizione, che Dio, per così dire, non sia con voi: che la fede sia con voi, e Dio è con voi nelle vostre tribolazioni. Il mare solleva i suoi flutti, e voi siete sballottati nella vostra barca perché il Cristo si è addormentato. Se la vostra fede dorme nel vostro cuore, è come se il Cristo, che abita in voi per la fede, dormisse con il vostro naviglio. Quando cominciate a sentire qualche agitazione, svegliate il Cristo che dorme! Eccitate la vostra fede, e sentirete che non vi abbandonerà! (S. Agost.). – Tutto il Vangelo non è, in qualche modo, che il commento di questa bella parola del Profeta : « … Io sono con lui nella tribolazione. » Dio è sempre stato con i giusti nella tribolazione, ma questa verità ha ricevuto una applicazione ben più sensibile e più generale dopo che il Verbo di Dio si è degnato di farsi simile a noi e passare Egli stesso in tutte le tribolazioni. – « Io lo salverò e lo glorificherò. » A chi non sarebbe sufficiente essere glorificato da Colui le cui opere sono perfette? Perché una sì grande immensità non può glorificare i suoi eletti che in maniera immensa. La glorificazione deve essere necessariamente grande, e discendente da una gloria tanto magnifica (II Piet. I, 17). La gloria del mondo è ingannevole, il suo splendore è vano, i giorni dell’uomo sono brevi. Il saggio non desidera questa gloria, egli dice dal fondo del cuore a Colui che vede il fondo dei cuori: « io non desidero il giorno dell’uomo, voi lo sapete. » (Ger. XVII, 16). Io desidero qualcosa di più prezioso. Io conosco colui che ha detto: « Io non ricevo la gloria che viene dall’uomo. » (Giov. V, 41) Quanto siamo miserabili nel cercare la gloria che viene dagli uomini, e non volere quella che viene da Dio solo! Quella gloria per la quale non abbiamo che indifferenza, è la sola che abbia durata, la sola che possa riempire i nostri desideri (S. Bern.). – Cos’è la lunghezza dei giorni? La vita eterna. Non pensiate che qui si tratti di una lunghezza analoga a quella dei giorni dell’estate che sono più lunghi di quelli dell’inverno. Sono questi i giorni che Dio deve darci? No, la lunghezza dei giorni, non ha fine, è la vita eterna (S. Agost.). – « Ed io gli farò vedere la salvezza che destino a lui, » vale a dire, gli mostrerò il Cristo stesso. Ma come? Non si è visto il Cristo sulla terra? Cosa ha dunque di straordinario da mostraci? Ma il Cristo non è stato visto allo stesso modo in cui lo vedremo. Non è stato visto che come lo hanno visto coloro che lo hanno crocifisso, e noi che non lo abbiamo visto, noi abbiamo creduto in Lui, essi avevano degli occhi, dunque non ne abbiamo noi? Noi ne abbiamo, e questi sono gli occhi del cuore; ma noi vediamo ancora per la fede e non in realtà. Quando arriverà la realtà? Quando lo vedremo faccia a faccia (I Cor. XIII, 12), secondo l’espressione dell’Apostolo, e secondo la promessa di Dio che ci ha fatto come la più grande ricompensa dei nostri travagli. Qualunque sia il vostro lavoro, voi lavorate per giungere a questa visione. Noi vedremo dunque, un nonsoché di grande, perché questa visione deve essere tutta la nostra ricompensa; ora, questa visione incomparabile è quella di Nostro Signore Gesù-Cristo. (S. Agost.). – Il salmista, dopo aver detto: « io lo colmerò di giorni, » sembra rispondere a questa domanda: donde verrà il giorno in questa città di cui leggiamo: « E la città non ha bisogno del sole, né della luna per essere illuminata, perché non ci sarà più notte »? (Apoc. XXI, 23). « Io gli farò vedere la mia salvezza, » egli dice, e così l’Agnello sarà la sua fiamma, la luce che la illuminerà. Non è più con la fede che lo istruirò, non lo eserciterò con la speranza, il tempo della prova è trascorso; io colmerò i suoi desideri con la visione chiara: « Io gli farò vedere la mia salvezza, » Io gli farò vedere il mio Gesù, affinché contempli eternamente Colui in cui ha creduto, che ha amato, che ha sempre desiderato. «  Mostrateci Signore, la vostra misericordia, e donateci la vostra salvezza; » mostrateci Colui che ci destinate come Salvatore, e questo ci è sufficiente; perché chi lo vede, vede anche Voi, perché Egli è in Voi e Voi siete in Lui. Ora, « la vita eterna consiste nel conoscervi, Voi, il solo vero Dio e Gesù-Cristo che Voi avete inviato. » (Giov., XVII, 3S. Bern.) – La Gloria riservata al giusto consiste dunque in una durata senza limiti e nella visione del Salvatore; è questa manifestazione piena ed intera di Se stesso che prometteva ai suoi Apostoli quando diceva: «  Colui che mi ama sarà amato dal Padre mio, Io l’amerò e mi manifesterò a lui. » (Giov. XIV, 21). « Le due promesse comprese in questo versetto non sono dunque niente meno che l’eternità e la visione di Gesù-Cristo; l’una senza l’altra non sazierebbe l’uomo giusto; l’eternità senza Gesù-Cristo non potrebbe essere che l’inferno, e la visione di Gesù-Cristo senza l’eternità non potrebbe essere che una beatitudine passeggera, di conseguenza soggetta al timore di perderla … e al rimpianto di averla perduta. (Berthier).  

SALMI BIBLICI: “DOMINE, REFUGIUM FACTUS ES NOBIS” (LXXXIX)

SALMO 89: “DOMINE, REFUGIUM FACTUS ES NOBIS”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS -LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 89

[1] Oratio Moysi, hominis Dei.

    Domine, refugium factus es nobis

a generatione in generationem.

[2] Priusquam montes fierent, aut formaretur terra et orbis, a sæculo et usque in sæculum tu es Deus.

[3] Ne avertas hominem in humilitatem; et dixisti: Convertimini, filii hominum.

[4] Quoniam mille anni ante oculos tuos tamquam dies hesterna quæ præteriit, et custodia in nocte;

[5] quæ pro nihilo habentur eorum anni erunt.

[6] Mane sicut herba transeat; mane floreat, et transeat; vespere decidat, induret, et arescat.

[7] Quia defecimus in ira tua, et in furore tuo turbati sumus.

[8] Posuisti iniquitates nostras in conspectu tuo, sæculum nostrum in illuminatione vultus tui.

[9] Quoniam omnes dies nostri defecerunt; et in ira tua defecimus. Anni nostri sicut aranea meditabuntur;

[10] dies annorum nostrorum in ipsis septuaginta anni. Si autem in potentatibus octoginta anni, et amplius eorum labor et dolor; quoniam supervenit mansuetudo, et corripiemur.

[11] Quis novit potestatem iræ tuæ,

[12] et præ timore tuo iram tuam dinumerare? Dexteram tuam sic notam fac, et eruditos corde in sapientia.

[13] Convertere, Domine; usquequo? et deprecabilis esto super servos tuos.

[14] Repleti sumus mane misericordia tua; et exsultavimus, et delectati sumus omnibus diebus nostris.

[15] Lætati sumus pro diebus quibus nos humiliasti, annis quibus vidimus mala.

[16] Respice in servos tuos et in opera tua, et dirige filios eorum.

[17] Et sit splendor Domini Dei nostri super nos; et opera manuum nostrarum dirige super nos, et opus manuum nostrarum dirige.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXIX

È il salmo intitolato da Mosè, non perché da Mosè composto; ma perché Mose prega Dio. Argomento è orazione a Dio pel genere umano, il quale pel peccato originale cadde nelle massime sciagure, ed è nella necessità del soccorso di Dio a portare con pazienza i mali della vita ed arrivare alla beatitudine celeste. (1)

Orazione di Mosè nomo di Dio.

1. Signore, tu sei stato nostro rifugio per tutte quante le età.

2. Prima che fossero fatti i monti, e formata la terra e il mondo da tutta l’eternità e per tutta l’eternità, o Dio, sei tu.

3. Non ridur l’uomo nell’abiezione, tu che dicesti: Convertitevi, o figliuoli degli uomini. (2)

4. Perocché mille anni dinanzi agli occhi tuoi son come il dì di ieri che è trapassato;

5. E come una vigilia notturna; i loro anni saran come cosa che nulla si stima.

6. In un giorno passa com’erba: al mattino fiorisce, e passa; sulla sera cade, e si indurisce, e si secca.

7. Siam venuti meno sotto il tuo sdegno, e pel tuo furore viviamo in turbamento.

8. Hai collocate davanti a te le nostre iniquità, e la nostra vita davanti alla luce della tua faccia.

9. Così tutti i giorni nostri sono mancati, e noi sotto il tuo sdegno siam consumati.

10. Come tela di ragno saran considerati gli anni nostri: pei giorni di nostra vita si hanno i settant’anni. E pei più robusti gli ottant’anni; e il di più è affanno e dolore. Dappoiché é venuta in aiuto la (tua) benignità, e noi sarem tosto rapiti. (3)

11. Chi sa conoscere la grandezza dell’ira tua? e chi sa comprender la tua indignazione, come tu sei formidabile?

12. Fa adunque conoscere (a noi) la tua destra, e dà a noi un cuore illuminato dalla sapienza. (4)

13. Volgiti a noi, o Signore; e fino a quando (sarai sdegnato)? placati coi servi tuoi.

14. Sarem ripieni al mattino di tua misericordia, e saremo nella esultazione e nel gaudio per tutti i giorni nostri.

15. Avrem letizia per ragione dei giorni nei quali tu ci affliggesti, e per gli anni nei quai vedemmo miserie.

16. Getta il tuo sguardo sopra i tuoi servi e sopra le opere tue; e reggi tu i loro figliuoli.

17. E la luce del Signore Dio nostro sia sopra di noi; e governa tu in noi le opera delle nostre mani; e l’opra delle mani nostre, governa tu.

(1) Diversi interpreti hanno attribuito questo salmo a Mosè, perché ne porta il nome; ma Sant’Agostino e, dopo di lui un gran numero di commentatori, respingono questa opinione per ragioni desunte dalla durata assegnata alla vita dell’uomo nel versetto 10, e pensano che il nome di Mosè sia stato attribuito a questo salmo per conferirgli maggiore autorità. – Questo salmo deve al nome di Mosè che porta, il posto che occupa nel breviario, nell’ufficio delle “laudes” del giovedì, ove è stato avvicinato al cantico di Mosè dopo il passaggio del mar rosso, che ebbe luogo, si dice, il giovedì.

(2) Nel testo ebraico, il Salmista oppone l’eternità di Dio alla brevità della vita degli uomini. Voi siete – egli dice – immortale ed immutabile, l’uomo passa sotto gli occhi vostri; Voi riducete allo stato più umile, alla distruzione, alla morte, e dite: andate e tornate, figli di Adamo nella polvere dalla quale siete stati tratti (Gen. III, 19).

(3) Le miserie che accompagnano la vita e ne accorciano il corso sono un effetto della giusta collera di Dio, ma la morte, che è il termine di queste miserie, può essere vista come un effetto della sua bontà, della sua compassione.

(4) Il senso di questo versetto, nella Vulgata, potrebbe essere la conseguenza di ciò che precede: Fate almeno che, riconoscendo la vostra mano in questi castighi, noi ne siamo istruiti in saggezza

Sommario analitico

Il Salmo CI, composto sulla fine della cattività di Babilonia, indica che i Salmi che compongono questo libro siano stati raccolti poco prima dell’epoca in cui, sotto Esdra, fu formato il canone dei Giudei (Le Hir.). – In questo salmo, in cui il profeta considera il genere umano dopo la caduta di Adamo e contempla le miserie di questa vita mortale e passeggera.

I. – Egli si volge a Dio:

1° Come verso il rifugio che gli è preparato dall’inizio del mondo (1);

2° come verso l’Autore eterno della salvezza dell’uomo;

3° Come verso la causa prima della sua conversione (2).

II. –  Deplora la brevità della vita:

1° Comparata con la primitiva immortalità (3);

2° considerata in se stessa e nei simboli della sua breve durata (5, 6);

3° Egli espone la causa di questa brevità della vita: la collera di Dio (7);

4° l’occasione di questa collera, il peccato (8, 9);

5° i lavori inutili che abbreviano ordinariamente la vita (10).

III. – Egli desidera che Dio:

1° che Dio, per un effetto della sua dolcezza, lo distolga dal male e gli faccia conoscere la grandezza della sua collera;

2° gli insegni la vera saggezza (10-12);

3° ponga su di lui degli sguardi di misericordia (13);

4° gli faccia provare i dolci e soavi effetti di questa misericordia, in cambio dei mali che egli ha sofferto (14-15);

5° diriga lui e tutta la sua vita con la sua luce divina, conduca e faccia prosperare tutte le sue opere (16, 17).

Spiegazioni e Considerazioni

1. – 1, 2.

ff. 1, 2. – Davide, prima di raccontare il triste destino dell’uomo, e deplorare le calamità del genere umano, comincia con il lodare Dio, affinché non si imputino alla durezza del Creatore le sventure e le prove di cui sta per parlare, ma alle colpe di colui che è stato creato (S. Girol., Epist. 139). – Dio è per noi un rifugio sicuro in tutte le nostre tribolazioni, qualunque esse siano; è un rifugio aperto a tutti, in ogni tempo e per l’eternità. « Signore, Voi siete stato il nostro rifugio di generazione in generazione, » per insegnarci come il Signore sia divenuto nostro rifugio, cominciando per noi ad essere ciò che non era in precedenza, benché sia sempre stato il nostro rifugio, il Profeta aggiunge: « prima che le montagne fossero fatte, e che la terra ed il pianeta non fosse formato, Voi siete fin dall’eternità, ed in tutti i secoli ». Voi dunque, che siete da sempre, Voi che siete da prima che noi fossimo e che il mondo fosse … Voi siete diventato il nostro rifugio dal giorno in cui ci siamo come convertiti a Voi (S. Agost.). –  « Prima che le montagne fossero fatte … Voi siete Dio. » Prima dell’esistenza di questi esseri che, nella vostra creazione, sono i più grandi ed i più elevati, prima che la terra fosse costituita perché vi fosse un essere che vi conoscesse e vi lodasse sulla terra; e non è esagerato dire che quasi tutti gli esseri abbiano cominciato sia nel tempo, sia con il tempo, ma piuttosto « … dal secolo fino al secoli Voi esistete. » La Scrittura non dice forse a ragione: Voi siete stato fin dai secoli, e sarete fino al secolo? essa pone il verbo al presente, per far comprendere che la sostanza di Dio è assolutamente immutabile, e che non si possa dire di Lui. Egli è, Egli è stato, Egli sarà, ma soltanto.: Egli è! Da ciò vengono queste parole: « Io sono Colui che sono » (Es. IV, 16) – « Voi siete sempre lo stesso, ed i vostri anni non verranno mai a mancare » (Ps. CI, 27, 28). Ecco che l’eternità è diventata vostro rifugio, ed è verso di essa che noi dobbiamo fuggire l’incostanza dei tempi, per restare sempre in essa (S. Agost.). – Fin tanto che noi siamo quaggiù, viviamo in mezzo a grandi e numerose tentazioni, ed è da temere che esse ci distacchino da questo rifugio. Così, cosa chiede l’uomo di Dio nella sua preghiera? « Non allontanate l’uomo nella sua bassezza », fate che l’uomo non si allontani dalle vostre eterne grandezze per desiderare ciò che passa, e prendere gusto a ciò che è terrestre, egli aggiunge poi: perché Voi avete detto: « convertitevi figli dell’uomo », come se dicesse: Io vi domando ciò che voi avete ordinato, glorificando così la grazia divina, affinché chi si glorifica, si glorifichi nel Signore, senza il cui soccorso noi non possiamo, con la nostra sola volontà, vincere le tentazioni di questa vita (S. Agost.). – Chiediamo spesso a Dio che non permetta che noi ci perdiamo nel fango dei nostri desideri e delle nostre passioni, e non ci seppelliamo interamente nella morte con l’oblio completo del sovrano Bene, perché Egli stesso ci ha chiamati a convertirci a Lui con la voce esterna delle Scritture, e con la voce interna della sua grazia.

II. — 3 – 9.

ff. 3-6. – Ecco il motivo per il quale noi dobbiamo allontanarci da tutto ciò che passa e scorre, al fine di arrivare al nostro rifugio, ove dimorare senza mai cambiare: e per quanto tempo si possa desiderare di vivere, « mille anni davanti ai vostri occhi, sono come il giorno di ieri che è passato. » Non è detto lo stesso per il giorno come il giorno di domani che deve ancora venire, perché tutto ciò che è limitato dal tempo che finisce, deve essere considerato come già passato (S Agost.). – « Il numero dei giorni dell’uomo, anche il più lungo, è di cento anni, e questi pochi anni sono come una goccia d’acqua nel mare, come un granello di sabbia nel giorno dell’eternità. Ecco perché il Signore è paziente verso gli uomini, e spande su di essi la sua misericordia » (Eccl. XVIII, 8, 7). Che sono cento anni, che sono mille anni, se un solo momento li cancella? Consideriamo allora come brevissimo, o piuttosto come un niente ciò che finisce, poiché infine, anche quanto si fossero moltiplicati gli anni oltre tutti i numeri conosciuti, visibilmente questo non sarà nulla quando saremo giunti a questo termine fatale. (Bossuet) – « I loro anni saranno come le cose che sono considerate un nulla. » Considerate un nulla, in effetti, sono le cose che non esistono prima di essere giunte e che, al loro arrivo, non saranno già più; perché esse non vengono per essere, ma per non essere. Il mattino, cioè l’inizio, che l’uomo trascorre come l’erba, il mattino, che fiorisce e che passa; la sera, cioè il poi, che cade, si dissecca e appassisce; cade nella morte e si dissecca nel suo cadavere, si dissecca nella polvere (S. Agost.). – La scrittura compara incessantemente la durata della nostra vita con ciò che vi è di più mobile, di più fuggitivo, di più leggero: è un’ombra, un sogno, un fiore che appare e appassisce ben presto, un fulmine che svanisce; ciò che è passato è ingoiato nel nulla, ciò che è futuro non è che in nostra potenza, quel che chiamiamo presente ci sfugge, e all’ultimo momento della nostra vita, di questa carriera non resta, per quanto lunga possiamo immaginarla, che il ricordo consegnato in parte alla nostra anima, ma ben più incisa nell’intelletto di Dio. È questo ricordo solo che ci deve interessare, e secondo il quale dobbiamo regolare tutti i nostri passaggi (Berthier).

ff. 7, 9. – L’uomo innocente non avrebbe provato la morte, ma è per l’invidia del demonio e a causa del peccato al quale egli ha condotto l’uomo, che la morte è entrata nel mondo. È dunque la collera di Dio, divampata per la malizia del peccato, che ha abbreviato la vita dell’uomo, e l’ha ridotta ad uno stato di debolezza. – È  lo stesso peccato che ha riempito di disturbi l’uomo, che godeva in principio di una pace profonda, nella conoscenza e nell’amore del suo Creatore (Duguet). – Nessuno deve essere persuaso che tutte le sue iniquità non siano presenti all’occhio di Dio, e che lo splendore di questa Maestà eterna rischiari finanche le pieghe più intime ed oscure della sua coscienza. Ciascuno di noi, al momento della morte, può dire: ecco il mio secolo finito; e con questo secolo, quale che sia la sua lunghezza o la sua brevità, tutti i secoli del mondo sono ugualmente assorbiti ed annientati. Non resta se non la luce di Dio, ed essa si stende su tutti i momenti della vita. Si saranno persi di vista gli smarrimenti dell’infanzia, le irruenze della giovinezza, gli intrighi dell’età matura, la debolezza della caducità, non ci si ricorderà né dei pensieri di frode, né dei desideri nascosti, né delle parole sconsiderate, né delle azioni momentanee, molto meno ancora delle circostanze che hanno cambiato o aggravato la specie dei peccati. Ma nulla sfugge alla conoscenza di Dio, come Egli tenga conto della minima azione fatta per compiacerlo, come raccolga tutti i dettagli della vita del peccatore per accusarglieli. (Berthier). – I suoi occhi eternamente aperti osservano tutte le direzioni, contano tutti i passi di un peccatore, e considerano i suoi peccati come sotto un sigillo, per presentarglieli nell’ultimo giorno … si nasconde agli uomini durante il momento così breve di questa vita, che passa come un’ombra, ma quando questa ombra sarà passata, la luce del volto di Dio, alla quale tutta la nostra vita sarà esposta, manifesterà tutto, metterà in evidenza le cose più nascoste nel fondo dei cuori. (Bossuet). – Anima cristiana, leva gli occhi, contempla in silenzio queste verità teologiche: che Dio, nella sua santità, conosce il tuo peccato, lo considera, lo esamina, e ne misura tutte le dimensioni; tanto che Egli vede nell’infinità delle bellezze e le grandezze delle sue perfezioni divine, sia che veda nelle bruttezze, le bassezze e gli obbrobri della vostra vita criminale. Egli compara il tuo stato al suo; trova che non c’è più né altezza né gloria nelle più sublimi elevazioni della tua saggezza e del tuo amore verso il suo Verbo, e che non c’è che il niente dove  sei caduta allontanandovi da Lui. Egli vede gli uni gli altri nella stessa visione. Che cos’è questo, gran Dio, esclama il Profeta tremante di orrore? (Ps. LXXXIX, 8). Occorre dunque che questo sia in un giorno così splendido nel quale contempliate le disgrazie e le onte della nostra vita miserabile e che, tra gli splendori del paradiso, il secolo della nostra ingratitudine, sia uno spettacolo della vostra eternità? Ecco come Dio conosce ciò che passa tra noi, ecco ciò che pensa di un solo e minimo peccato. (BOSSUET, liêflex. sur le triste état des pécheurs.)- Signore, Voi avete chiamato le nostre opere a comparire davanti alla vostra giustizia, avete posto il nostro secolo nello sguardo luminoso del vostro volto. Guardate la luce di questa fiamma, tutti i nostri giorni non sono stati che una sequela di cadute, e dovremo molto meditare per riempire i nostri anni di un lavorio che non ci sarà profittevole, un vero lavoro di ragnatela. – Riflessione, questa, tardiva che faranno alla morte tutti coloro che, per una lunga vita, avranno goduto della più grande prosperità. Essi diranno allora, vedendosi spogliati di tutti i loro beni: ahimè, tutti i nostri giorni si sono consumati, sono svaniti, e ci troviamo noi stessi consumati. Consideriamo allora il corso così precipitoso di una vita che tende alla morte in tutti i momenti, non attacchiamo il cuore ad un qualcosa che passa sì prontamente (Duguet). Perché rattristarci sulla rapidità dei destini dell’uomo? La vita è breve! E che importa! Che bisogno abbiamo di restare per tanto tempo sulla terra? Il cielo è nelle buone opere, non alle lunghe opere. Temete il viver male, non temete di vivere poco. Voi siete qui per lavorare. Se lavorate bene, avete paura di ricevere troppo presto la ricompensa? Al contrario, desideratela: Dio permette che voi la desideriate; ciò che Egli permette è giusto e saggio. Se lavorate male, di che si lamenta il vostro cuore, più virtuoso delle vostre opere? Convertitevi e desiderate di morire presto, per non ricadere nel peccato. « Colui che vuol vivere per raggiungere la perfezione – diceva un santo dottore – desideri morire, ed è perfetto. » Ma non crediate che la vita sia così breve: voi lasciate per tanto tempo dopo di voi, il bene o il male di cui avete riempito i vostri giorni. Non avete rovinato che un cuore, quanti ne rovineranno altri! Non avete preservato che un’anima, quante anime essa non preserverà (L. V., Rome et Lorette, n, 58.).

ff. 10, 11. – Nulla c’è di più preoccupante della ragnatela, niente di più fragile che il proprio lavoro. Esso si risolve nel tendere dei fili che sono distrutti in un momento. –  I nostri giorni trascorrono nei vani lavori simili a quelle tele che il ragno produce dalla sua sostanza e che lo affaticano. C’è molta arte nel lavoro di questo insetto, sembra quasi che esso rifletta per formare un tessuto così fine e ben  ordinato. È per questo che il Salmista si serve del termine “meditare”. Cosa facciamo durante la nostra vita? Riflessioni per ergere delle opere così frivole come le tele leggere del ragno, per intraprendere grandi lavori che terminano nel prendere delle mosche, per formare delle trame e tendere dei filamenti in cui siamo noi stessi avviluppati, e che si rompono tanto facilmente quanto più li abbiamo tessuti con difficoltà (Berthier, Duguet). – Qual è l’uomo la cui vita non si consumi tra vani progetti, tra vane meditazioni! Si fanno sogni che non si avverano; si formano dei desideri che non si realizzano o non soddisfano mai; si inseguono dei beni passeggeri, ci si agita, ci si sforza, ci si tormenta. E cosa ne viene all’uomo da tutto questo lavoro … domanda l’Ecclesiaste? (I, 3). Gli anni dell’uomo trascorrono nel meditare inutili pensieri; essi meditano, ci dice il Re-Profeta, come il ragno che tesse la sua tela. Ogni anno che passa è una tela nuova che si tesse e che si strappa. Le mosche frivole che si catturano nelle nostre trappole, valgono i nostri duri lavori? … così i nostri anni si succedono rapidamente e ci trascinano con esse; esse consumano lentamente la nostra vita. « Cosa viene all’uomo dal suo lavoro? » Ahimè, egli si consuma lavorando, tutte le cure che lo occupano lo divorano. Ogni nuovo affanno per il suo cuore, aggiunge una ruga nuova alla sua fronte. Simile al ragno tesse lui stesso i fili effimeri delle sue opere, e come esso, si dissecca, stendendo la tela. Tuttavia, ci affrettiamo a ridirlo, sono soprattutto i peccatori che si impegnano in pene superflue, perché a loro si applicano le parole di Davide: « allontanandosi da Dio, essi si sono resi inutili » (Ps. XXXVIII). E sempre è l’anima dei peccatori che lo stesso Profeta ha visto in questo versetto del Salmo: « Signore, avete punito l’uomo a causa delle sue iniquità, Voi avete fatto seccare la sua anima come il ragno » (Ps. XXXVIII, 13).  (Mgr. DE LA BOUILLERIE, Symb. II, p. 444, etc.).- Il Profeta aveva considerato l’eternità di Dio e vi oppone la durata sì breve della nostra vita, che è di settanta anni, o al più di ottanta anni, ma ancor circa la metà del genere umano perisce prima di raggiungere la giovinezza, e non c’è che la decima parte degli uomini fatti per giungere a settanta anni. (Berthier).

III. — 11-17.

ff. 12, 13. – Effetto della misericordia di Dio, è abbreviare il corso della nostra vita. Una vita breve, ma tutta impiegata al servizio di Dio, è ben lunga. Una vita lunga, ma che si consuma in bagattelle, è ben corta, ma quale lunghezza di mali produrrà (Dug.). – Dalla severità con cui Dio ha punito il peccato del primo uomo, il Profeta trae le conclusioni della divina severità in generale. Chi potrà temervi tanto da eguagliare il suo timore alla vostra giustizia e i mille mezzi che avete per punire i peccatori? – « Chi sa apprezzare la potenza della vostra collera e misurare la vostra collera sul timore che Voi ispirate? » – Non appartiene – dice il Profeta – che ad un piccolo numero di uomini il conoscere la potenza della vostra collera; perché nei riguardi della maggior parte degli uomini, più voi li risparmiate, più vi irritate contro di essi, di modo che è piuttosto alla vostra collera che alla vostra dolcezza che occorre attribuire la pena ed il dolore con i quali voi castigate ed istruite coloro che Voi amate, per paura che siano destinati alle pene eterne. Quanto è difficile trovare un uomo che sappia misurare la vostra collera sul timore che Voi ispirate, e considerare come un effetto della vostra collera la pazienza con la quale risparmiate coloro contro i quali vi irritate maggiormente, di modo tale che il peccatore prosperi nella sua via e riceva un castigo più severo nell’ultimo giorno. Non c’è che un piccolo numero di coloro che sono istruiti per comprendere che la vana ed ingannevole felicità degli empi è la prova di una collera più violenta da parte di Dio (S. Agost.). –  « Fate conoscere la vostra destra; » cioè fate conoscere il vostro Cristo, del quale è stato detto: « … A chi è stato rivelato il braccio del Signore. » (Isai. LIII, 1). Fatelo conoscere in modo tale che i suoi fedeli apprendano in Lui a sollecitare ed a sperare da Voi, di preferenza, le ricompense che non sono espresse nell’Antico Testamento, ma rivelate dal Nuovo. Fate che essi non pensino che bisogna stimare come gran prezzo la felicità che danno i beni terreni e temporali, bramarla e amarla con passione, per timore che i loro piedi non siano tremanti quando la vedranno posseduta da coloro che non vi adorano, e per timore che essi non scivolino e non cadano in errore nel calcolare la vostra collera (S. Agost.). –  C’è una saggezza di spirito ed una saggezza del cuore che San Paolo chiama la saggezza del mondo: questa conviene ai filosofi, ai politici e a tutti i falsi saggi del mondo. La vera saggezza del cuore, consiste nell’essere ben persuaso che tutta la falsa saggezza del mondo non è che una follia, secondo la qualifica stessa del grande Apostolo, e che non si può essere veramente saggio se non quando si riconosce che si ama e si preferisce Dio ad ogni cosa. – Dio si ritira talvolta e per qualche tempo dai suoi servi; ma quando i suoi fedeli sono in questo stato pietoso, Egli si lascia piegare in loro favore.

ff. 14, 15. – Il Profeta, anticipando per esperienza i beni a venire e considerandoli già come compiuti, esclama: « Noi siamo ricolmi fin dal mattino della vostra misericordia. » Questa profezia è dunque per noi, nel mattino dei lavori e dei dolori di questa notte, « … come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori » (II Piet. I, 19). – Fin tanto che questa promessa si compia, alcun bene ci è sufficiente e non deve farci soffrire, per timore che il nostro desiderio non resti in cammino, intendendosi cioè finché non sia soddisfatto. « Noi siamo nella gioia per tutta la durata dei nostri giorni. » Questo è il giorno che non ha fine. Tutti i giorni sono radunati in uno solo; ecco perché noi saremo saziati; perché non ci sarà un giorno che fa posto ad altri giorni, là dove non c’è nulla che non sia ancora da venire, e che non sia già venuto. Tutti i giorni sono riuniti insieme. Perché non c’è che un solo giorno che arriva e non passa mai, e questo giorno è l’eternità. (S. Agost.). – Rallegriamoci quaggiù in proporzione alle nostre sofferenze. Perché le gioie del cielo vi saranno proporzionate. Vedete i radiosi volti di questa folla di Santi che numerosi circondano, affollandosi, il trono dell’Altissimo, saziate le vostre anime con la contemplazione della loro grave ed intellettiva bellezza; ammirate questi fieri sguardi con cui si dipinge la loro purezza senza macchia, e la calma intensità del loro amore tutto celeste. Ebbene, per la maggior parte di essi, è il dolore che li ha condotti attraverso la tempesta fino a queste rive felici; è il dolore che ha confezionato le corone da cui la loro testa è ornata; il dolore profondo, acuto e prolungato che ha fatto contemplare ad essi, senza veli, la splendida ed eterna Maestà di Dio (FABER, Le Créât, et la créât., p. 217). – Non è vero che per molti tra noi, per misericordia di Dio, le più grandi dolcezze che abbiamo gustato nella nostra vita siano nate in queste grandi contraddizioni? E consultando il fondo della nostra anima, noi possiamo dire con il Salmista: « non ci resta che un sentimento di gioia al ricordo dei giorni nei quali siamo stati umiliati, e degli anni in cui abbiamo incontrato il male. »

ff. 16, 17. – « Gettate uno sguardo sui vostri servi. » 1° Lo sguardo di Dio è sovranamente desiderabile, essendo per noi la sorgente di vita e di ogni bene: « La grazia e la misericordia del Signore riposano sui suoi Santi, ed il suo sguardo sui suoi eletti. » (Sap. IV, 15). – 2° Noi abbiamo bisogno di Dio come guida nella via del cielo: « … e dirigete i loro figli. » – 3° Noi abbiamo bisogno in questa via, della luce divina: « … e che la luce del Signore si spanda su di noi. » – 4° L’uomo deve agire, ma deve dirigere tutte le sue opere verso Dio: « Conducete dall’alto le opere delle nostre mani. » – Tutte le nostre buone opere sono le opere delle mani di Dio, sulle quali Egli getta volentieri gli occhi. Guai a colui che le attribuisce a sé e le considera come opere delle sue mani. Se Dio le conduce e le dirige, non saranno più le opere delle nostre mani, ma delle mani di Dio (Dug.). – Tutte le nostre buone opere si riassumono in una sola opera buona, che è la carità; perché la carità è la pienezza della legge (Rom. XIII, 10). In effetti, dopo aver prima detto: « E rendete rette in noi le opere delle nostre mani, » il Profeta dice in un secondo luogo. « Rendete retta l’opera delle nostre mani, » come per mostrare che tutte le nostre opere non sono che un’opera unica, che cioè debbano tendere ad un’opera unica. Le nostre opere in effetti, sono rette quando tendono a quest’unico fine, perché la fine di ogni precetto, dice San Paolo (1 Tim. I, 5), è la carità che proviene da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera (S. Agost.).

SALMI BIBLICI: “MISERICORDIAS DOMINI, IN ÆTERNUM CANTABO” (LXXXVIII)

SALMO 88: MISERICORDIAS DOMINI in æternum cantabo

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 88

Intellectus Ethan Ezrahitæ.

[1] Misericordias Domini in æternum cantabo;

in generationem et generationem annuntiabo veritatem tuam in ore meo.

[2] Quoniam dixisti: In æternum misericordia ædificabitur in cœlis; praeparabitur veritas tua in eis.

[3] Disposui testamentum electis meis; juravi David, servo meo:

[4] usque in æternum præparabo semen tuum, et ædificabo in generationem et generationem sedem tuam.

[5] Confitebuntur cœli mirabilia tua, Domine; etenim veritatem tuam in ecclesia sanctorum.

[6] Quoniam quis in nubibus aequabitur Domino, similis erit Deo in filiis Dei?

[7] Deus, qui glorificatur in consilio sanctorum, magnus et terribilis super omnes qui in circuitu ejus sunt.

[8] Domine Deus virtutum, quis similis tibi? potens es, Domine, et veritas tua in circuitu tuo.

[9] Tu dominaris potestati maris, motum autem fluctuum ejus tu mitigas.

[10] Tu humiliasti, sicut vulneratum, superbum; in brachio virtutis tuae dispersisti inimicos tuos.

[11] Tui sunt cœli, et tua est terra; orbem terræ, et plenitudinem ejus tu fundasti;

[12] aquilonem et mare tu creasti. Thabor et Hermon in nomine tuo exsultabunt.

[13] Tuum brachium cum potentia; firmetur manus tua, et exaltetur dextera tua.

[14] Justitia et judicium praeparatio sedis tuae; misericordia et veritas praecedent faciem tuam.

[15] Beatus populus qui scit jubilationem: Domine, in lumine vultus tui ambulabunt;

[16] et in nomine tuo exsultabunt tota die; et in justitia tua exaltabuntur.

[17] Quoniam gloria virtutis eorum tu es, et in beneplacito tuo exaltabitur cornu nostrum.

[18] Quia Domini est assumptio nostra, et sancti Israel regis nostri.

[19] Tunc locutus es in visione sanctis tuis, et dixisti: Posui adjutorium in potente; et exaltavi electum de plebe mea.

[20] Inveni David, servum meum, oleo sancto meo unxi eum.

[21] Manus enim mea auxiliabitur ei, et brachium meum confortabit eum.

[22] Nihil proficiet inimicus in eo, et filius iniquitatis non apponet nocere ei.

[23] Et concidam a facie ipsius inimicos ejus, et odientes eum in fugam convertam.

[24] Et veritas mea et misericordia mea cum ipso; et in nomine meo exaltabitur cornu ejus.

[25] Et ponam in mari manum ejus, et in fluminibus dexteram ejus.

[26] Ipse invocabit me: Pater meus es tu, Deus meus, et susceptor salutis meae.

[27] Et ego primogenitum ponam illum, excelsum prae regibus terræ.

[28] In aeternum servabo illi misericordiam meam, et testamentum meum fidele ipsi.

[29] Et ponam in sœculum sœculi semen ejus, et thronum ejus sicut dies cæli.

[30] Si autem dereliquerint filii ejus legem meam, et in judiciis meis non ambulaverint;

[31] si justitias meas profanaverint, et mandata mea non custodierint:

[32] visitabo in virga iniquitates eorum, et in verberibus peccata eorum;

[33] misericordiam autem meam non dispergam ab eo, neque nocebo in veritate mea.

[34] Neque profanabo testamentum meum, et quae procedunt de labiis meis non faciam irrita.

[35] Semel juravi in sancto meo, si David mentiar:

[36] Semen ejus in œternum manebit. Et thronus ejus sicut sol in conspectu meo,

[37] et sicut luna perfecta in aeternum, et testis in caelo fidelis.

[38] Tu vero repulisti et despexisti; distulisti christum tuum.

[39] Evertisti testamentum servi tui; profanasti in terra sanctuarium ejus.

[40] Destruxisti omnes sepes ejus; posuisti firmamentum ejus formidinem.

[41] Diripuerunt eum omnes transeuntes viam; factus est opprobrium vicinis suis.

[42] Exaltasti dexteram deprimentium eum; laetificasti omnes inimicos ejus.

[43] Avertisti adjutorium gladii ejus, et non es auxiliatus ei in bello.

[44] Destruxisti eum ab emundatione, et sedem ejus in terram collisisti.

[45] Minorasti dies temporis ejus; perfudisti eum confusione.

[46] Usquequo, Domine, avertis in finem: exardescet sicut ignis ira tua?

[47] Memorare quae mea substantia; numquid enim vane constituisti omnes filios hominum?

[48] Quis est homo qui vivet et non videbit mortem? eruet animam suam de manu inferi?

[49] Ubi sunt misericordiœ tuœ antiquœ, Domine, sicut jurasti David in veritate tua?

[50] Memor esto, Domine, opprobrii servorum tuorum, quod continui in sinu meo, multarum gentium;

[51] quod exprobraverunt inimici tui, Domine, quod exprobraverunt commutation-nem christi tui.

[52] Benedictus Dominus in œternum. Fiat! fiat!

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXVIII

Ethan Ezraita era uomo sapientissimo (lib. 3, c. 4 dei Re): il Salmo è dato alla sua intelligenza; poiché argomento é preghiera a Dio di mandare presto il Cristo promesso in Davide, a liberare il popolo dalla schiavitù dei suoi mali.

Istruzione di Ethan Ezraita.

1. Le misericordie del Signore canterò io eternamente.

2. A tutte le generazioni annunzierò con la mia bocca la tua verità. (1)

3. Imperocché tu dicesti che la misericordia sarebbe stabilita per sempre nei cieli, e che sopra di essi poserebbe la tua verità.

4. Io ho fermata alleanza coi miei eletti, ho giurato a David mio servo: fino all’eternità serberò stabile il seme tuo.

5. Ed io per tutte le generazioni farò stabile il tuo trono.

6. I cieli predicheranno, o Signore, le tue meraviglie: e alla tua verità (darà laude) la chiesa dei Santi;

7. Imperocché, e chi sarà a Dio uguale nell’alto? qual dei figliuoli di Dio sarà simile a Dio?

8. Dio, che èglorificato nel concilio dei santi: grande e terribile a tutti quelli che a lui stanno d’intorno.

9. Signore, Dio degli eserciti, chi è simile a te? possente sei tu, o Signore, e intorno a te la tua verità.

10. Tu comandi all’orgoglio del mare, e il movimento dei flutti di lui tu ammansi.

11. Tu umiliasti il superbo, come un che è ferito a morte: col robusto tuo braccio tu sperdesti i tuoi nemici.

12. Tuoi sono i cieli e tua la terra; tu il mondo formasti e tutto quello ond’egli è ripieno; tu creasti l’aquilone e il mare.

13. Il Thabor e l’Hermon esulteranno nel nome tuo, potente cosa egli è il tuo braccio.

14. Sia robusta la mano tua, e celebrata sia la tua destra; la giustizia e l’equità sono la base del tuo trono.

15. La misericordia e la verità anderanno innanzi a te: beato il popolo, che sa in te rallegrarsi.

16. Signore, alla luce della tua faccia cammineranno, e nel nome tuo esulteranno tutto dì; e mediante la tua giustizia saranno esaltati.

17. Perocché gloria della loro fortezza se’ tu; e per la buona tua volontà il poter nostro sarà esaltato;

18. Imperocché protezione nostra egli è il Signore, e il Santo di Israele, che è nostro Re.

19. Tu parlasti allora in visione a’ tuoi santi, e dicesti: Ho preparato in un uomo potente l’aiuto; e ho esaltato quello che io elessi di mezzo al mio popolo.

20. Ho trovato David, mio servo: l’ho unto coll’olio mio santo.

21. Imperocché la mano mia lo assisterà; e farallo forte il mio braccio.

22. Non guadagnerà nulla sopra di lui. Il nemico, e il figliuolo d’iniquità non saprà fargli danno.

23. E distruggerò dinanzi e lui i suoi nemici; e metterò in fuga coloro che lo odiano.

24. E con lui sarà la mia verità e la mia misericordia: e nel nome mio crescerà egli in potenza.

25. E la mano di lui stenderò sopra il mare, e la sua destra sopra i fiumi. (2)

26. Egli a me griderà: Tu sei il Padre mio, mio Dio e principio di mia salute.

27. E io lo costituirò primogenito più eccelso dei re della terra.

28. A lui conserverò la mia misericordia in eterno, e la mia alleanza con lui sarà stabile.

29. E il seme di lui farò che sussista per tutti i secoli, e il trono di lui quanto i giorni del cielo.

30. Che se i figliuoli di lui abbandoneranno la mia legge, e non cammineranno secondo miei comandamenti,

31. Se violeranno i giusti miei documenti e non osserveranno i miei precetti:

32. Visiterò colla verga le loro iniquità, colla sferza i loro peccati.

33. Ma non torrò a lui la mia misericordia e non farò torto alla mia verità;

34. E non violerò il mio patto, e non tratterò le parole, che vengono dalla mia bocca.

35. Una volta per sempre giurai per la mia santità; non mancherò di parola a David: 36. seme di lui durerà eternamente.

37. E il trono di lui sarà in eterno dinanzi a me, come il sole e come la luna piena, come il testimone fedele nel cielo. (3)

38. Tu però hai rigettato, e messo in non cale, e allontanato da te il tuo Cristo. (4)

39. Hai rotta l’alleanza col tuo servo; hai conculcato per terra il suo sacro diadema.

40. Hai distrutti tutti i suoi ripari; nei luoghi forti di lui hai posto lo sbigottimento.

41. Tutti quei che passavan per via, lo hanno depredato: è divenuto lo scherno dei suoi vicini.

42. Hai dato gagliardia alla mano di coloro che lo insultano; rallegrasti tutti i suoi nemici.

43. Hai renduto ottuso il taglio della sua spada, e nella guerra non gli hai dato soccorso.

44. Hai annichilato il suo splendore; e hai spezzato in terra il suo trono.

45. Hai accorciati i giorni di sua bella età, lo hai ricoperto di ignominia.

46. Fino a quando, o Signore, ti terrai ascoso continuamente? e come fuoco divamperà il tuo sdegno?

47. Ricordati qual sia l’esser mio: perocché non hai tu soggettati alla vanità tutti i figliuoli degli uomini?

48. Qual è quell’uomo che avrà vita, senza veder mai la morte? chi trarrà l’anima sua dalle mani d’inferno?

49. Dove sono, o Signore, le antiche tue misericordie, cui tu giurasti a David per tua verità?

50. Ricordati, o Signore, dei rimproveri (che nel mio seno celati io tengo), che sono fatti ai tuoi servi da molte genti;

51. Dei rimproveri fatti, o Signore, dai tuoi nemici, i quali ci hanno rimproverato la mutazione del tuo Cristo. (5)

52. Benedetto il Signore in eterno: così sia, così sia.

(1) La misericordia di Dio è comparata ad un edificio ben strutturato, al quale si può sempre sopraggiungere.

(2) Vale a dire dal Mediterraneo all’Eufrate, nella persona di Salomone, e da un capo del mondo all’altro, nella persona del Messia.

(3) « E il testimone fedele che è in cielo ». – Il testimone è Dio stesso e manterrà di conseguenza ciò che promette nel giuramento. – Altri traducono: e come il testimone fedele che è in cielo, vale a dire la luna, o come l’arcobaleno, che è segno dell’alleanza di Dio con gli uomini.

(4) Il salmista oppone alle speranze concepite in virtù delle promesse, il triste stato del popolo e del suo re, quando Gerusalemme fu presa da Sesac, re d’Egitto, e Roboamo si assoggettò; o secondo altri, quando Nabuccodonosor venne per impadronirsi di Gerusalemme, e di Sedecia, che condusse in cattività.

(5) Il senso letterale è: « essi vi hanno rimproverato di aver cambiato le vostre promesse relativamente all’avvento del Cristo! »; o anche il cambiamento sopraggiunto nel suo stato, stato di umiliazione in cui si è ridotto.

Sommario analitico

Il Profeta Ethan, in questo salmo, parlando sia a nome suo che a nome del popolo tenuto in cattività, predice la venuta del Messi, sotto la figura di Davide, al quale conviene solo una parte di questo salmo nel senso letterale (V. 28-30, p. 38). Sembra che Ethan abbia composto questo salmo sotto Roboamo, che non solo aveva visto le dieci tribù separarsi da lui, ma sotto il regno ma sotto il regno del quale, una parte della tribù di Giuda fu condotto in cattività da Sosac, re d’Egitto, e fu obbligato a spogliare il tempio per pagare il tributo imposto dal vincitore.

I. – Egli comincia a lodare Dio Padre a causa della promessa fatta di inviare il Messia:

1° Egli è degno di ogni lode a causa della sua misericordia e della sua verità, tutte e due eterne (1, 2);

2° Egli è fedele: a) nei riguardi degli eletti, ai quali ha promesso il Messia; b) nei riguardi del Messia stesso, di cui conserverà eternamente i figli ed il trono reale (3, 4).

II. – Egli presenta il Messia stesso posto sul trono, che riceve adorazioni dagli Angeli e dagli uomini.

1° Si indirizza al Padre eterno che ha rivestito suo Figlio di questa gloria incomparabile e di cui i cieli lodano le meraviglie e la verità (5);

2° Proclama l’eccellenza del Messia: a) Egli brilla di uno splendore incomparabile in mezzo agli angeli e ai santi (6); b) è terribile nei suoi giudizi, al di sopra di tutti coloro che lo circondano (7); c) è il Signore onnipotente e giusto dispensatore dei castighi e delle ricompense (8);

 3° occorre far vedere la potenza data a Gesù-Cristo su tutto l’universo, a) sul mare di cui doma i flutti e calma la collera (9, 10); 6) nei cieli e su ogni parte della terra (11, 13);

4° Egli prega il Cristo seduto sul suo trono: – a) gli domanda di dispiegare la sua potenza per la difesa dei buoni ed il castigo dei malvagi (14); – b) descrive le virtù che sono l’appoggio del suo trono (14); – c) eccita il popolo oggetto della misericordia divina, alla lode di Dio;

5° Egli enumera i vantaggi di cui il Messia è sorgente per gli uomini, sia in questa vita, che nell’altra: – a) la luce nell’intelligenza (15); – b) la gioia nella volontà; – c) la loro elevazione all’ombra della giustizia di Dio (16); – d) egli da la ragione di queste grazie e di questi favori: Dio è l’onore della loro potenza, ed è alla sua bontà che è dovuta questa elevazione (17, 18).

III. – Il profeta introduce Dio stesso, descrivendo la potenza e la felicità di questo grande Re:

1° Considerato in se stesso, – a) egli ricorda la promessa che ha fatto ai patriarchi ed ai profeti di inviare il Messia al mondo (19); – b) la scelta particolare che ha fatto di lui nella persona di Davide, che ne era la figura (20); – c) l’unzione reale che gli ha conferito, ed il soccorso che gli ha prestato contro tutti i suoi nemici (21-23); – d) la sicurezza che la misericordia e la verità di Dio non cesseranno di circondarlo (24); – e) l’estensione del suo impero (25); – f) l’amore mutuo del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre (26); – g) la sua elevazione al di sopra di tutti i re della terra (27); – h) l’eternità del suo regno (28-30);

2° Nella sua posterità e nei suoi discendenti: a) Dio dichiara che li punirà paternamente con la sua giustizia, quando peccheranno contro di Lui (31, 32); b) che non ritirerà la sua misericordia (33); c) che sarà fedele alle promesse che ha fatto, soprattutto sulla durata eterna della razza del Messia (34-36); d) che Egli si stabilirà eternamente sul suo trono con la sua presenza. (37).

IV. – Egli prega Dio di inviare al più presto il Messia che ha promesso, a causa dell’estrema miseria alla quale è ridotto il suo popolo.

1° Enumera queste miserie: a) Dio sembra aver rigettato completamente il suo popolo (38); b) ha ribaltato l’alleanza fatta con Lui; c) la devastazione del tempio e la distruzione delle mura di Gerusalemme (39, 40); d) la spaventosa diffusione in tutte le sue fortezze; e) le sue ricchezze saccheggiate; f) Egli è divenuto l’obbrobrio dei suoi vicini (41); g) i suoi nemici si sono fortificati contro di lui (12); h) Dio gli ha tolto il suo soccorso (43); i) il suo re è spogliato degli attributi di dignità (44); j) il suo regno che doveva essere eterno è distrutto e coperto di confusione (45);

.2° Egli domanda a Dio di accelerare la venuta del Messia: – a) a causa della lunga attesa del suo popolo, – b) a causa della sua miseria e della breve durata della sua vita (47-48); – c) a causa della sua bontà e della sua misericordia divina (49); – d) a causa della malizia dei nemici del popolo di Dio (50, 51); – e) a causa  della gloria di Dio (52).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-4.

ff. 1-4. – « Signore, io canterò eternamente le vostre misericordie; di generazione in generazione, la mia bocca proclamerà la vostra verità ». Che le mie membra – egli dice – obbediscano al Signore; io parlerò ma dirò ciò che è in Voi. « La mia bocca proclamerà la vostra verità. » Se non obbedisco, io non sono vostro servo; se parlo da me, io sono un mentitore. Di conseguenza, che io dica ciò che è vostro, o che io parli, sono due cose distinte: l’una viene da Voi, l’altra da me; la vostra verità da una parte, la mia bocca dall’altra. Quale verità proclama, quale misericordia canta? « Io canterò le vostre misericordie. » (S. Agost.). – La misericordia essenziale in Dio è una, come tutti i suoi altri attributi; si può dire tuttavia che ve ne siano diversi, secondo i diversi effetti che produce in noi. Le principali misericordie di Dio riguardo all’uomo sono: la creazione, la redenzione, la giustificazione, la glorificazione. –  Io trovo in me – dice S. Bernardo – sette misericordie di Dio al mio riguardo; la prima è che Egli mi ha preservato da un gran numero di peccati, quando ero ancora nel secolo; la seconda misericordia è stata l’attendermi, il sopportarmi, perché Egli differiva la sua vendetta, perché Egli pensava a perdonarmi; la terza misericordia è stata il richiamarmi a penitenza, lacerando il mio cuore che sentiva il dolore dei suoi peccati; la quarta misericordia è stata l’accogliere con bontà la mia anima pentita; la quinta, di darmi la forza di praticare la continenza e tutte le virtù cristiane; la sesta, di accordarmi la grazia di meritare i beni eterni; la settima, di darmi la speranza di ottenerli (S. Bern. Serm. De sept mis.). – Perché voi avete detto: « La misericordia si eleverà come un edificio eterno nei cieli. » Io costruisco in modo tale da non distruggere; perché distruggete qualche volta per non costruire e talvolta distruggete per costruire (S. Agost.). – La fermezza della parola di Dio è fondata non sulla instabilità delle creature, né sulle volontà mutevoli degli uomini, ma solidamente stabilita come un edificio eterno nei cieli. – La misericordia precede sempre la verità, perché la verità non brillerebbe nel compimento delle promesse, se la misericordia non la precedesse nella remissione dei peccati (S. Agost.). –   « Io ho disposto un testamento per i miei eletti. » Quale testamento, se non quello per il quale siamo rinnovati per ricevere una nuova eredità? Quale testamento se non quello che ci assicura una eredità di cui l’amore ed il desiderio ci fanno cantare un cantico nuovo, … e ho fatto un giuramento. »  Se voi mi ispirate una sì grande sicurezza con la vostra semplice parola, che ne sarà del vostro giuramento? Il giuramento di Dio è vietato all’uomo, perché l’uomo è fallibile. Dio solo giura con sicurezza, perché non può ingannarsi (S. Agost.) – Queste parole. « io stabilirò la vostra discendenza fin nell’eternità, » si riferiscono non solo alla carne del Cristo nato dalla Vergine Maria, ma ancora a tutti coloro che crederanno nel Cristo, perché noi siamo membra di questo Capo. Il corpo non può esserne separato, e se la testa è glorificata eternamente, le membra saranno anch’esse glorificate, perché il Cristo resta eternamente intero. Cosa vuol dire « di generazione in generazione? » : in tutte le generazioni.

II. — 5-8.

ff. 5, 6. – Stimarsi incapace di rendere a Dio delle azioni degne di grazie per i suoi benefici, e di proclamare le sue meraviglie, è dare questa commissione ai cieli, cioè ai Santi abitanti dei cieli (Bellarm.). – Per conoscere quali cieli celebreranno queste meraviglie vedete dove esse sono celebrate: « Nella Chiesa dei Santi. »  È fuor di dubbio che per cieli, non si sbaglia nell’intendere i predicatori della parola di verità. Che la Chiesa dunque raccolga la rugiada dei cieli; che i cieli facciano cadere sulla terra arida, una pioggia benedetta, e che la terra, ricevendo questa pioggia, produca dei germi preziosi di buone opere (S. Agost.). –  Ora, cosa predicano i cieli nella Chiesa dei Santi? Chi sarà tra le nuvole simile al Signore? I predicatori sono nel contempo dei cieli e delle nuvole: dei cieli, a causa del bagliore della verità; delle nuvole a causa delle oscurità della carne; esse vengono e passano. È nella Chiesa ove è l’assemblea dei Santi, che si trova la verità. La verità della fede è esclusivamente nella Chiesa che, secondo l’espressione dell’Apostolo, è la colonna ed il fondamento della verità (1 Tim. III, 15). – Ora, nessuno è simile al Figlio di Dio, anche tra i figli di Dio; Egli è unico, noi siamo numerosi; Egli è uno, noi siamo in Lui; Egli è generato, noi siamo adottati; Egli è per natura il Figlio generato fin dall’eternità, noi siamo stati fatti figli di Dio nel tempo per grazia; Egli è senza peccato, noi siamo stati liberati dal peccato da Lui (S. Agost.).

ff. 7, 8. – Poiché è Dio che deve essere glorificato nell’assemblea dei giusti, perché le nuvole e il figlio di Dio non possono essere suoi eguali, resta loro il prendere la risoluzione che conviene alla fragilità umana: « Chi si glorifica, si glorifichi nel Signore ». (1 Cor. I, 31). – Il pensiero della grandezza, della potenza e della verità di Dio, vivamente impressa in un cuore, è sufficiente per cancellarne tutte le illusioni, tutte le menzogne opposte alla verità di Colui che esiste perché sussiste per Se stesso, senza aver bisogno di alcuna creatura (Dug.). – Ciò che sarà per noi più spaventoso nel giudizio di Dio, non sarà né la maestà del Giudice, né la sua potenza, né la sua grandezza, ma la sua verità, questa verità che si ergerà contro di noi, questa verità che ci accuserà, che ci convincerà, che ci condannerà, che ci confonderà; non questa fragile verità degli uomini, ma questa invincibile Verità di Dio, questa immutabile Verità di Dio, questa inconfutabile Verità di Dio; questa Verità che non può essere né rinnegata, né contestata, né elusa; in una parola, o mio Dio! Questa Verità che circonda il vostro trono e che la Scrittura chiama per questo la vostra Verità (S. Girol.). – « La vostra verità è intorno a Voi » Ma quando essa si è diffusa senza persecuzione? Quando senza contraddizione? Il popolo in mezzo al quale vi è piaciuto nascere e vivere, era come una terra separata dai flutti della gentilità, che appariva arida, per essere irrorata dalla pioggia, mentre le altre nazioni erano come un mare abbandonato all’amarezza che le rendeva sterili. (S. Agost.).

ff. 9-13. – Che faranno dunque i vostri predicatori, allorché i flutti di questo mare ruggiscono contro di essi? È vero, il mare si gonfia, il mare si oppone al loro passaggio, il mare spinge i suoi ruggiti; ma, « Voi comandate alla potenza del mare, e calmate la violenza dei flutti » (S. Agost.). – Gesù-Cristo, durante la sua vita mortale, ha pure dominato sul mare ed ha calmato i flutti. Ma Egli ha fatto di più, portando la pace al mondo, che è un mare più furioso che l’elemento di cui la terra è circondata. Ma – dice Sant’Agostino – come riceveremo questa pace? Come navigheremo su questo mare senza far naufragio? Guardiamoci: il vento è impetuoso, la tempesta è terribile. Ciascuno fa la sua esperienza, perché ognuno è agitato dalle sue passioni. Ora, chi ci preserverà dal pericolo: amate Dio e camminerete sulle acque, sentirete sotto i vostri piedi tutto l’orgoglio del secolo, e non affonderete. Al contrario se amate il secolo, sarete inghiottiti; perché il secolo non fa che assorbire tutti coloro che lo amano, e non sa sostenerli (Berthier). – Non siete Voi che avete colpito il superbo e ferito il dragone? Non siete Voi che avete seccato il mare e la profondità dell’abisso, e che avete aperto al vostro popolo, in mezzo alle acque, la via della salvezza? Voi vi siete umiliato  ed avete umiliato il superbo, siete stato ferito ed avete ferito; perché il demonio non poteva non essere ferito dal vostro sangue sparso per strappare il contratto che aveva condannato i peccatori. Da dove veniva in effetti il suo orgoglio se non da colui che aveva un titolo contro di noi? Questo titolo, questa cambiale, voi l’avete strappato nel vostro sangue (Coloss. II, 14); voi avete dunque colpito colui al quale avete strappato tante vittime (S. Agost.). – L’uomo lascia volentieri i cieli a Dio, ma pretende di essere padrone della terra che gli appartiene. Egli ne possiede più che può, e desidera possederla interamente. Disgraziato e cieco nel non vedere e nel non sentire che questo possesso della terra, anche se si realizzasse, sarebbe di poca durata, mentre il possesso del cielo sarà eterno (Dug.). – Il Tabor e l’Hermon, figurano le montagne più alte, sia per la loro nascita, sia per la loro dignità. Esse trasaliranno di gioia, non per i propri meriti, ma nel vostro nome, e ne faranno risentire le lodi con una sottomissione intera a tutte le vostre volontà. – « La potenza è con il vostro braccio ». Che nessuno si arroghi alcuna potenza, « … la potenza è con il vostro braccio. » Noi siamo stati creati per Voi, noi siamo stati difesi da Voi. (S. Agost.).

ff. 14. – Quattro attributi principali in Dio, sono marcati in quasi tutte le pagine della santa Scrittura: la sua potenza e la sua bontà, la sua giustizia e la sua misericordia, affinché il timore della sua potenza e della sua giustizia porti gli uomini ad implorare la sua misericordia e la sua bontà. Due sono le basi sulle quali il trono di Dio è appoggiato, essendo tutti i giudizi che rende, temperati dalla fusione di questa giustizia e di questa misericordia (Dug.). – « La giustizia ed il giudizio sono le basi del vostro trono. » Alla fine appariranno la vostra giustizia ed il vostro giudizio, attualmente essi sono nascosti. E che ne è ora? « La misericordia e la giustizia camminano davanti al vostro volto. » Io sarò spaventato alla vista delle basi del vostro trono, io sarò atterrito alla vista delle basi del vostro trono, io temerò la vostra giustizia ed il vostro giudizio avvenire, se la vostra misericordia e la vostra verità non cammineranno davanti a Voi. Perché temerò dunque il vostro giudizio dell’ultimo giorno se per la vostra misericordia, che precede questo giudizio, voi cancellate i miei peccati, e voi compite le vostre promesse manifestandomi la verità? (S. Agost.). –  « Felice il popolo che sa lodarvi nella gioia del suo cuore, che comprende l’esultanza. » Che cos’è comprendere l’esultanza? È sapere da dove viene una gioia che mille parole non sanno spiegare, perché la vostra gioia non viene da Voi. L’orgoglio non causa i vostri trasporti, ma soltanto la grazia di Dio (Idem). Colui che non loda Dio che con le labbra, e che, non sentendo quanto tutte le lodi siano al di sotto di ciò che merita il Signore, non raggiunge l’esultanza ed il sentimento del suo cuore al canto delle sue labbra, non è felice. (Bellarm.).

ff. 15-18. Vedete se questa esultanza non viene dalla grazia, non viene da Dio e non da voi: « Signore, essi cammineranno alla luce del vostro volto, al chiarore di questa luce che brilla nell’intelligenza, che illumina la volontà e che infiamma il cuore. » (S. Agost.). – Noi dobbiamo camminare alla luce del volto di Dio, luce che è il Vangelo, la luce dello Spirito Santo (S. Girol.), Gesù-Cristo stesso, Luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Giov. I, 9). – Non c’è nulla che Davide ripeta più spesso, e niente che gli uomini dimentichino con più facilità, che questa verità così importante di non attribuirsi ciò che essi hanno ricevuto da Dio, e di rinviargli tutta la gloria della loro virtù, della loro forza, perché Egli li ha più che elevati e non perché essi ne siano degni (S. Agost.). – Scelta di Dio è puramente gratuita, e senza meriti precedenti, per i quali Egli sceglie e prende chi Gli piace, non perché è il suo popolo, ma affinché lo sia. Come Santo, bisogna vedere la giustizia in questa scelta, e come Re, la sua autorità (Dug.). 

III. — 19-37.

ff. 19-29. – Vedere l’analisi per la sequela delle idee. 1° la mano di Dio viene in nostro soccorso, « perché la mia mano l’assisterà; » 2° tutta la nostra forza viene da Lui, « e il mio braccio lo fortificherà; » 3° nessuno potrà nuocere a colui di cui Dio si dichiara il protettore, « il nemico non guadagnerà nulla nell’attaccarlo; » 4°  non soltanto i suoi nemici saranno ridotti all’impotenza, ma completamente distrutti, « ed io ridurrò a pezzi sotto i suoi occhi i suoi nemici. » – L’uomo mette volentieri la speranza del suo soccorso in un uomo che è potente, ma è Dio che dà il suo soccorso a quest’uomo non perché egli è, ma affinché egli sia potente. – Ricorrere al principio stesso della potenza, che non è altri che Dio (Dug.). – Essere veramente il servitore di Dio, è una qualità infinitamente preferibile a tutta la grandezza, la potenza e l’indipendenza pretesa dei re della terra. – L’unzione santa e divina di Gesù-Cristo, il vero Davide, non è fatta con un olio esteriore, ma per l’infusione e l’unione sostanziale della divinità stessa alla santa umanità mediante l’Incarnazione del Verbo (Dug.). – Chi può contrastare o resistere contro la mano di Dio, contro il braccio dell’Onnipotente, e temere colui che sostengono? –  Il nemico eserciterà la sua rabbia su di Lui, ma non avrà vantaggi su di Lui; egli è abituato a nuocere, ma non potrà nuocergli; lo impegnerà ma non gli nuocerà. Anche i suoi furori gli saranno utili, perché coloro contro i quali si scatena sono coronati dalla vittoria che riportano su di lui. Come sarà in effetti vinto, se non ci attaccasse mai? Dove Dio sarebbe il nostro soccorso se non avessimo mai da combattere? Il nemico farà dunque il suo mestiere, ma il nemico non avrà vantaggi su di lui.  (S. Agost.). – È sovranamente pericoloso essere nemico degli amici di Dio. Odiare Lui è odiare coloro che Egli ama. Egli li conserva come la pupilla dell’occhio, poiché Egli stermina prima o poi tutti coloro che li odiano (Dug.).- La verità di Dio, vale a dire la fedeltà con la quale Egli compie le sue promesse, è un potente scudo che circonda il giusto da ogni lato. « La misericordia di Dio sempre con lui, » quale soggetto di gioia e di consolazione! La virtù del Nome di Dio, vale a dire Dio stesso, che sarà il principio della sua elevazione, quale motivo di speranza e di riconoscenza! (Id.). Ricordatevi, finché lo potete, quanto spesso queste due cose – la misericordia e la verità – ci sono ricordate perché le ridiciamo a Dio. E mentre Egli fa splendere su di noi la sua misericordia, cancellando i nostri peccati, e la sua verità, nel compiere le sue promesse, allo stesso modo anche noi, camminando nella sua via, dobbiamo rendergli la misericordia e la verità: la misericordia avendo pietà dei miserabili; la verità, astenendoci dal giudicare ingiustamente. Che l’amore della verità non rimuova da noi la misericordia, e la misericordia non faccia ostacolo alla verità (S. Agost.). – Questa potenza spirituale, è l’impero universale di Gesù-Cristo sul cielo, sul mare, sui fiumi, eccetto che sul cuore dell’uomo che Gli è così spesso ribelle (Dug.). – Invocare Dio come nostro Padre, cosa può Egli rifiutare a colui che ha per Lui l’amore di un figlio? – Dio in effetti è nostro Padre, non c’è verità più certa di questa; e tutto ciò che la paternità terrestre offre di più tenero e di più amabile, non è che una pallida immagine della soavità e della dolcezza ineffabile del nostro Padre che è nei cieli. La parola non saprebbe esprimere ciò che questa idea offre di bello e di consolante; noi cessiamo di sentirci isolati in mezzo al mondo, ed i castighi e le afflizioni ci appaiono sotto una luce nuova. La consolazione esce per noi dal sentimento stesso della nostra debolezza, noi riponiamo in Dio i problemi che non possiamo risolvere, questa pia idea entra più avanti nel nostro cuore e diviene il movente di tutti i nostri atti spirituali. Nel peccato  ce ne ricordiamo, nei Sacramenti la gustiamo, nei nostri sforzi verso la perfezione, noi ci appoggiamo su di essa; nelle tentazioni, noi vi poggiamo le forze; nelle sofferenze vi troviamo la gioia. Dio è nostro Padre fin nelle circostanze ordinarie della vita: Egli ci protegge contro i mille pericoli di cui non permette che noi neanche ci accorgiamo; esaudisce le nostre preghiere, benedice coloro che noi amiamo e ci supporta fin in questi brividi e queste ricadute che sembrano incredibili, e di cui siamo noi stupiti per primi (Fab. Progrès de l’âme, p. 72). È a causa di Gesù-Cristo che il testamento di Dio con noi sarà inviolabile, è da Lui che questo testamento è stato reso familiare; Egli è il Mediatore di questo testamento, la firma di questo testamento, la cauzione di questo testamento, il testimone di questo testamento, l’eredità promessa da questo testamento ed il Coerede di questo testamento (S. Agost.). – Non è mai dalla parte di Dio che questa alleanza è primariamente violata, ma è sempre da parte dell’uomo, sul quale ricade tutto il male, tutta la perfidia di questa infedeltà. – La razza dei peccatori ben presto è estinta; non c’è che quella dei giusti, cioè coloro che sono nati alla grazia, sia per i loro discorsi, sia per l’esempio della loro vita, che sussiste in tutti i secoli (Dug.). – « Il suo trono durerà per tutti i giorni del cielo. » I giorni della terra sono spinti dai giorni che succedono; quelli passati non più sussistono, quelli che seguono non durano, essi non vengono che per andarsene, e sono quasi spariti prima di giungere. I giorni del cielo, al contrario, come gli anni che non passano, non hanno avuto un inizio e non avranno un termine; là nessun giorno è racchiuso tra una veglia ed un domani. Nessuno vi attende l’avvenire, nessuno perde il passato; ma i giorni del cielo sono sempre presenti, è là che il trono del Signore starà per l’eternità (S. Agost.).

ff. 31-34. – « Se i miei figli abbandonano la mia legge, io visiterò le loro iniquità, ma non rigetterò la mia misericordia da lui, e non gli nuocerò nella mia verità. » La misericordia di Dio non nuoce nella mia verità. La misericordia di Dio non brillerà solo nel suo richiamo alla grazia, ma anche nei castighi e nei suoi colpi. Che la sua mano paterna sia dunque su di noi, e se sarete buoni figli, badate di non respingere la sua disciplina; perché quale figlio c’è, a cui il padre non imponga una disciplina? Che vi imponga dunque la sua disciplina, dal momento che non vi toglie la sua misericordia; che Egli percuota il figlio ribelle, dal momento che gli conserva la sua eredità. Quanto a voi, se avete ben compreso le promesse di vostro Padre, non temete se Egli vi punisca, ma piuttosto che vi rigetti, perché Dio corregge colui che Egli ama; Egli batte con la verga ogni figlio che accoglie (Ebr. XIII, 5-7). Il figlio coperto di peccato può respingere la verga, quando vede il Figlio unico, esente da peccato, colpito da questa verga? « … io visiterò le loro iniquità con la verga nella mano. » L’Apostolo faceva la stessa minaccia quando diceva: « cosa volete da me, che io venga a voi con la verga in mano? » (1 Cor. IV, 21). A Dio non piace che dei figli pii dicano: può venire anche con la verga, io non verrò mai. È meglio essere istruito dalla verga di un padre, che perire negli inganni di un ladro (S. Agost.). – Dio non ritira dal suo Cristo la sua misericordia, dal momento che non la ritira dalle sue membra, dal suo Corpo, nel quale soffrirebbe sulla terra (S. Agost.). – Non c’è nulla tuttavia che possa farci commettere peccato con sicurezza e convincerci, con sentimento perverso, che commettendo qualche cattiva azione, noi non periremo giammai. Lasciamo da parte certi peccati, certe iniquità che si trovano in tutti gli uomini, e gli attirano certamente i castighi di Dio; perché se quest’uomo è Cristiano, la misericordia divina non si ritira da lui per questo. Al contrario, se giungete fino a commettere tali iniquità rigettando lontano la verga che vi colpisce, e respingete la mano che vi flagella, vi indignate contro la disciplina di Dio, fuggite dal Padre che vi castiga, e non vogliate più Lui per padre, perché vi risparmi quando peccate; in questo caso siete voi a rendervi estraneo all’eredità, non è Dio che vi ha castigato; perché, se foste rimasto sotto il castigo,  avreste conservato i vostri diritti all’eredità: « Io non ritirerò da lui la mia misericordia, e non gli nuocerò nella mia verità; » alfine la verità del vendicatore non gli nuoce, e la misericordia del liberatore non gli è ritirata (S. Agost.) – « Io non violerò affatto la mia alleanza e non revocherò le parole uscite dalle mie labbra ». Se i figli del Cristo sono bugiardi, non è questa per me una ragione per mentire; Io ho promesso, ho realizzato … diversi Cristiani peccano in maniera perdonabile; il più delle volte il castigo corregge il peccato, si emendano e guariscono; ma ci sono alcuni altri che si allontanano assolutamente da Dio, e che lottano, con tutta la durezza della loro testa, contro la disciplina del Padre. Questa paternità di Dio, essi la rigettano interamente, perché portino il sigillo del Cristo, e cadono in tali iniquità che non si possono non ricordare queste parole dell’Apostolo: « coloro che commettono tali crimini non possiederanno il regno di Dio. » (Gal. V, 21). Tuttavia il Cristo non resterà a causa loro senza eredi; i grani non periranno a causa della paglia. Dio conosce i suoi (II Tim. II, 9). Egli ha promesso con assicurazione, perché ci ha predestinato prima che noi non fossimo; « … perché coloro che ha predestinato, li ha chiamati; coloro che ha chiamati, li ha giustificati; coloro che ha giustificato, li ha glorificati. » (Rom. VIII, 30), i colpevoli disperati pecchino finché vogliono, sta ai membri del Cristo rispondere loro: « se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (S. Agost.).

ff. 35-37. Il trono eterno di Gesù-Cristo è comparato, nella sua Chiesa, al sole ed alla luna nella sua pienezza, che prende in prestito tutta la sua luce dal sole. – La Chiesa passa, quaggiù, come l’astro delle notti, con fasi diverse, e sarà così finché resterà sulla terra; ma il giorno arriverà quando sarà in cielo, suo glorioso termine. Sant’Agostino applica a questo trionfo finale della Chiesa queste parole del salmista: « Il suo trono sarà come il sole alla mia presenza, e come la luna eternamente nella sua pienezza, per essere in cielo un testimone fedele. »  Se le nostre anime dovessero arrivare sole all’eterna perfezione, Dio – ci dice questo Padre – Dio avrebbe comparato al sole solamente la razza di Davide, che è la Chiesa degli eletti, poiché è scritto che i giusti brilleranno come il sole alla presenza di Dio (Matt. XIII, 43); ma poiché i nostri corpi devono resuscitare, la Chiesa trionfante è ugualmente comparata alla luna, che è l’emblema della nostra umanità carnale, e questo astro, eternamente nella sua pienezza, sarà nello stesso tempo il simbolo ed il testimone fedele della resurrezione per l’intera eternità. (Berthier). 

IV. 38-52.

ff. 38-45. (Vedere l’analisi) – Quadro vivo delle devastazioni che il peccato produce in un’anima. – Lamenti rispettosi di un’anima umile che Dio sembra talvolta rigettare. – Dio differisce spesso il compimento delle sue promesse, alfine di farle desiderare con più ardore, ricevere con più riconoscenza e conservare con più cura. – « Voi avete differito il vostro Cristo. » È così che traduce Sant’Agostino, che continua in questi termini: benché il Profeta ci abbia qui fatto una triste enumerazione, tuttavia, con questa sola parola, egli ci riconforta. Ciò che Voi avete promesso, o Dio, sussiste completamente; perché Voi avete allevato il vostro Cristo, ma l’avete differito: « Voi avete rovesciato l’alleanza del vostro servo. » Dov’è in effetti l’antico Testamento dei Giudei? Dov’è questa terra promessa nella quale essi hanno peccato quando vi abitavano e dalla quale sono stati cacciati dopo che è stata distrutta? Voi cercate il regno dei Giudei, … non esiste più; voi cercate l’altare dei Giudei, … non esiste più; voi cercate il sacerdote dei Giudei … non esiste più: « voi avete profanato la sua santità sulla terra; » voi avete mostrato che tutta la sua santità era terrena. (S. Agost.). – Dio non rompe l’alleanza che ha pattuito con gli uomini, se gli uomini non l’abbiano rotta per primi. – Egli calpesta le dignità più eclatanti quando se ne abusa, le cose più sacre divengono profane al suo sguardo, quando si è cominciato a profanarle da sé (Duguet). L’amore della virtù, l’orrore del vizio, l’onestà, il pudore, la vergogna, il timore di Dio, il rispetto degli uomini, sono tante siepi che circondano un’anima affinché il peccato non le si avvicini. Una volta che esse siano distrutte, tutto è perduto. –  Le diverse passioni passano, per così dire, nel cammino della vita dell’uomo, quando si susseguono e si succedono le une alle altre. Ci si è appena liberato dalla servitù dell’una, che si ricade in quella di un’altra. – Dio si serve spesso della potenza e della malizia dei peccatori per punire altri peccatori o anche i suoi servi. –  Nulla c’è di più bello e più eclatante agli occhi della fede che un’anima nella grazia di Dio; nulla di più orrendo di quest’anima spogliata di tutto il suo splendore. –  In questo salmo, come in molti altri in cui il Profeta tratta lo stesso soggetto, noi vediamo tutt’insieme la causa, la natura, il rimedio delle calamità delle nazioni che Dio punisce nella sua giustizia senza volerle perdere, e che vuole al contrario rigenerare alla dura e severa scuola del dolore. « Io gli conserverò sempre la mia misericordia e la mia alleanza con lui sarà immutabile. » È là il privilegio dei popoli che hanno la loro radice in Gesù-Cristo, che lo scisma o l’eresia non hanno distaccato da questo tronco divino. Finché questo popolo resterà radicato nella fede, non perirà; ma se la sua vita cessa di essere conforme alla sua fede, se profana con costumi anticristiani il carattere augusto del popolo diletto del Cristo, se abbandona Dio, questi giorni di abbandono saranno necessariamente seguiti da dolorosi castighi e da prove crudeli. 

ff. 45-52. – Noi dobbiamo temere infinitamente che Dio si allontani da noi per sempre, e che la sua collera non divampi come un fuoco, per punire eternamente i nostri crimini. – Noi ricorderemo a Dio che la nostra vita è poca cosa: perché non ricordarlo spesso a noi stessi? Pensiamo a cosa siamo e a ciò che è il tempo; pensiamo ai disegni della Provvidenza nel metterci sulla terra. Chi sono io? Cos’è la durata della mia vita? Cosa si è proposto il Creatore nel mettermi in essa? – Ricordatevi qual è la mia sostanza, perché Voi non avete creato invano tutti i figli degli uomini. » Ecco che tutti i figli degli uomini sono andati verso la vanità, e tuttavia Voi non li avete creati invano. Se dunque essi sono andati verso la vanità, essi, che Voi non avete creato invano, non vi siete Voi riservato alcun mezzo per purificarli della vanità? Ciò che vi siete riservato per purificare gli uomini dalla vanità, è il vostro Santo, e la mia sostanza è in Lui. In effetti è da Lui che sono purificati dalla loro vanità personale tutti coloro che non avete creato invano … Cos’è dunque ciò che avete riservato per essi? « Qual è l’uomo che vivrà e non vedrà la morte? » Questo stesso uomo purificherà gli uomini dalla vanità; perché Dio non ha creato invano tutti i figli degli uomini, e non può, Egli – loro Creatore – disprezzarli al punto da rifiutare di convertirli e purificarli. Non c’è dunque alcun uomo assolutamente « che vivrà e non vedrà la morte, » se questi non è Colui che è già morto per i mortali … come dunque vivrà e non vedrà la morte? « Egli strapperà la sua anima alle potenze dell’inferno. » Ecco dunque Colui che veramente solo, assolutamente solo, diverso da tutti gli altri, « … vivrà e non vedrà la morte, e strapperà la sua anima alle potenze dell’inferno; » perché se è vero che gli altri uomini, divenuti fedeli, resusciteranno tra i morti e vivranno eternamente, tuttavia essi non strapperanno da se stessi la loro anima alle potenze dell’inferno. Colui che ha strappato la sua anima alle potenze dell’inferno, ne strapperà anche le anime dei suoi fedeli, che non possono liberarsi da se stessi (S. Agost.). – Se non c’era altra via che questa, invano Dio avrebbe creato tutti i figli degli uomini, perché a considerarla solo, essa non ha rapporto né con la grandezza di Colui che la dona, né con le aspirazioni ed i desideri di colui che la riceve. – Ci sono due verità terribile alle quali tuttavia la maggior parte dei Cristiani non fa alcuna attenzione: – 1° essi sono certi di morire un giorno, e vivono come se dovessero vivere sempre; essi sanno che la morte tutto sottrae, e non cessano di accumulare ricchezze su ricchezze. – 2° Essi non possono ignorare che l’anima, una volta all’inferno, alcuna forza possa ritrarla, e tuttavia non prendono alcuna precauzione per impedire di cadervi. – È una pena molto sensibile per un servo di Dio pieno del suo amore, ascoltare gli empi accusare Dio di infedeltà alle sue promesse. – Dio, al quale tutte le cose sono sempre presenti, non può dimenticare. – Occorre aspettare il suo tempo, e aspettando chiudere nel proprio seno i lamenti che talvolta si presentano, senza farli affiorare all’esterno. – « Ricordatevi, Signore, di ciò che ci hanno rimproverato i vostri nemici. » Quali nemici? I Giudei ed i pagani. Cosa hanno rimproverato? « il cambiamento del vostro Cristo. » Ecco ciò che ci hanno rimproverato e ci rimproverano ancora: « il cambiamento del vostro Cristo. » Essi in effetti ci hanno rimproverato che il Cristo è morto, che il Cristo è stato crocifisso. Quali rimproveri fate, o insensati, se resta ancora qualche uomo che ci rivolge questi rimproveri, cosa obiettate? La morte del Cristo? Egli non era distrutto, ma solo mutato. Si dice che Egli sia morto, a causa dei tre giorni di sepoltura. Ecco ciò che i vostri nemici ci hanno rimproverato; non la perdita, non la distruzione ma « il cambiamento del vostro Cristo. » Egli è stato cambiato in effetti, e trasferito da questa vita temporale alla vita eterna, trasferito dai Giudei ai Gentili, trasferito dalla terra al cielo. Che vengano dunque questi vani nemici, e ci rimproverino ancora il cambiamento del vostro Cristo; tentino essi di cambiare se stessi e non ci rimproverino più il cambiamento del vostro Cristo. Ma il cambiamento del Cristo dispiace a loro perché essi non vogliono cambiar se stessi, « perché non c’è cambiamento per essi: essi non hanno il timore di Dio » (Ps. LIV, 20) – (S Agost.).

SALMI BIBLICI: “DOMINE, DEUS SALUTIS MEÆ” (LXXXVII)

SALMO 87: DOMINE, DEUS SALUTIS MEÆ

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 87

Canticum Psalmi, filiis Core, in finem, pro Maheleth ad rispondedum. Intellectus Eman Ezrahitæ.

 [1] Domine, Deus salutis meæ,

in die clamavi et nocte coram te.

[2] Intret in conspectu tuo oratio mea, inclina aurem tuam ad precem meam.

[3] Quia repleta est malis anima mea, et vita mea inferno appropinquavit.

[4] Æstimatus sum cum descendentibus in lacum, factus sum sicut homo sine adjutorio,

[5] inter mortuos liber; sicut vulnerati dormientes in sepulchris, quorum non es memor amplius, et ipsi de manu tua repulsi sunt.

[6] Posuerunt me in lacu inferiori, in tenebrosis, et in umbra mortis.

[7] Super me confirmatus est furor tuus, et omnes fluctus tuos induxisti super me.

[8] Longe fecisti notos meos a me, posuerunt me abominationem sibi. Traditus sum, et non egrediebar;

[9] oculi mei languerunt præ inopia. Clamavi ad te, Domine, tota die; expandi ad te manus meas.

[10] Numquid mortuis facies mirabilia? aut medici suscitabunt, et confitebuntur tibi?

[11] Numquid narrabit aliquis in sepulchro misericordiam tuam, et veritatem tuam in perditione?

[12] Numquid cognoscentur in tenebris mirabilia tua? et justitia tua in terra oblivionis?

[13] Et ego ad te, Domine, clamavi, et mane oratio mea præveniet te.

[14] Ut quid, Domine, repellis orationem meam, avertis faciem tuam a me?

[15] Pauper sum ego, et in laboribus a juventute mea; exaltatus autem, humiliatus sum et conturbatus.

[16] In me transierunt iræ tuæ, et terrores tui conturbaverunt me:

[17] circumdederunt me sicut aqua tota die; circumdederunt me simul.

[18] Elongasti a me amicum et proximum, et notos meos a miseria.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXVII

Orazione di un uomo afflitto abbandonato dagli amici, e da’ prossimi. Conviene a Cristo.

Cantico, ovvero salmo a figliuoli di Core: per la fine: sul Maeleth: da cantarsi alternativamente. Istruzione dì Heman Ezraita.

1. Signore, Dio di mia salute, di giorno e di notte alzai le mie grida dinanzi a te.

2. Giunga al tuo cospetto la mia orazione, porgi le tue orecchio alla mia preghiera.

3. Imperocché l’anima mia è ripiena di mali, e la mia vita si avvicina al sepolcro.  

4. Sono riputato come un di quelli che scendono nella fossa, son divenuto come uomo senza soccorso, io che tra i morti son libero.

5. Come gli uccisi che dormono nei sepolcri, dei quali tu non hai più memoria, ed essi sono esclusi dalla tua cura.

6. Mi posero in una fossa profonda, in luoghi tenebrosi, e nell’ombra di morte.

7. Sopra di me si aggravò il tuo furore, e tutte le tue procelle scaricasti contro di me.

8. Allontanasti da me i miei conoscenti: mi riputaron come oggetto di abominazione.

9. Fui dato in potere altrui, ed io non avea scampo; gli occhi miei si seccarono per l’afflizione.

10. Alzai a te tutto dì le mia grida, o Signore, verso di te io stendo le mani mie.

11. Farai tu miracoli a pro dei morti? E i medici rendono loro la vita?  Perch’essi a te dieno lode?

12. Vi sarà egli forse chi nel sepolcro racconti la tua misericordia, e la tua verità nell’inferno?

13. Nelle tenebre si conoscono forse i tuoi prodigi, la tua giustizia nel paese dell’oblio?

13. Saran’elleno conosciute nelle tenebre le tue meraviglie, e la tua giustizia nella terra della dimenticanza?

14. Ma io alzai a te le grida, o Signore , e la mia orazione al mattino ti preverrà.

15. E perché, o Signore, rigetti tu la mia orazione, e rivolgi da me la tua faccia?

16. Povero son io, e in affanni fin dalla mia prima età: cresciuto poi fui umiliato, e depresso.

17. I tuoi sdegni son caduti sopra di me: e i terrori tuoi mi conturbano.

18. Tutto dì com’acqua mi inondano: tutt’insieme mi hanno sommerso.

Sommario analitico

Il Profeta, organo del Salvatore nella sua passione e sulla croce, allontanato da ogni giusto, carico di sofferenze, meno simile ad un vivente che ad un morto, effonde la sua anima davanti a Dio:

I. Descrive i tormenti della sua passione:

1° Eleva la sua anima a Dio, – a) nella speranza, indirizzandosi a Dio, della sua salvezza (1); – b) con la carità, desiderando che la sua preghiera entri alla presenza di Dio; – c) con l’umiltà, pregandolo di inclinare la sua maestà verso la sua miseria (2).

2° Enumera le sue sofferenze: – a) prima della croce: 1) la sua anima è stata ripiena di mali nell’orto degli ulivi; 2) il suo corpo, coperto di piaghe e di ferite da Caifa, Pilato ed Erode, è stato vicino alla morte (3); – b) sulla croce, 1) è stato posto dai sui nemici al rango degli scellerati; 2) è stato abbandonato e lasciato senza soccorso dai suoi amici (4); – c) nella tomba 1) è stato libero per la sua divinità tra i morti; 2) nella sua umanità, è stato come coloro che sono colpiti a morte e dormono nei sepolcri, abbandonati da Dio (5); – d) nel limbo, 1) Egli è disceso in questo lago e in questi luoghi tenebrosi coperti dall’ombra della morte (6); è stato in tutte queste circostanze, in balia della collera di Dio, ed oggetto di orrore per tutti i suoi amici ed i suoi vicini (7, 8).

II. – Chiede a Dio la sua resurrezione

1° Egli espone il modo in cui prega: con gli occhi, la voce, le sue mani tese.

2° Espone i motivi per i quali debba essere esaudito: – a) la gloria di Dio, 1) che non fa ordinariamente miracoli in favore dei morti (9); 2) che non è lodato da coloro che scendono nella tomba (10), 3) i cui divini attributi non sono né conosciuti, né lodati nel luogo della distruzione (11, 12); – b) la sua preghiera: 1) è fervente per cui innalza le sue grida verso Dio, 2) comincia con la sua passione (13), 3) è stata perseverante (14); – c) la sua miseria: 1) la miseria passata: a) è stato sempre privo di beni di fortuna; b) si è esercitato fin dall’infanzia nei lavori corporali; 2) la miseria presente: – a) è stato elevato sulla croce, – b) umiliato davanti ai suoi nemici, – c) turbato nel suo spirito (15), – d) agitato dalla tempesta (16, 17); – e) abbandonato dai suoi amici e dai suoi prossimi (18).  

Spiegazioni e Considerazioni

I. – 1-8.

ff. 1, 2. – Il salmista ci offre qui il modello di una fervente preghiera, testimonianza di una piena fiducia in Dio, che egli riconosce come Autore della sua salvezza; preghiera assidua e continua che non deve essere interrotta né di giorno né di notte quanto all’abitudine, al gusto, al desiderio di pregare. La preghiera è come un ambasciatore che noi inviamo a Dio a nome nostro. « Che la mia preghiera penetri fino a Voi. »

ff. 3-8. – Sull’esempio di Gesù-Cristo, i veri Cristiani sulla terra, sono sovraccarichi di mali e la loro vita è sempre vicino alla tomba. Oltre alle traversie che provano la santità,  oltre alle tempeste che eccitano le passioni, essi sentono che il loro soggiorno quaggiù è un esilio, e che devono sempre temere di essere esclusi per sempre dalla felice patria. Non c’è bisogno di prove per convincere un Cristiano che la sua vita è una morte continua. « Ah – esclamava Sant’Ambrogio – la nostra vita è tutta coperta di trappole: io ne vedo nel nostro corpo, nei nostri doveri, nella nostra scienza, nelle nostre passioni, in ciò che possediamo, in ciò che noi crediamo. Fuggiamo dunque da qui, aggiungeva, per passare dai malanni ai beni, dalle incertezze alla verità piena, dalla morte alla vita. » (Berthier). –  Quando commettiamo un peccato mortale, noi diamo talmente la nostra anima alla morte, ancorché Dio ci possa guarire, non di meno dal canto nostro rendiamo sia il nostro peccato che la nostra dannazione eterna, perché noi spegniamo la vita fino alla radice. Bisogna osservare ciò che fa il peccato, non ciò che fa l’Onnipotente. Chi rinuncia una volta a Dio, vi rinuncia eternamente, perché è la natura del peccato a fare, con quel che può, una separazione eterna. Ecco perché il Profeta-Re, ritenendosi in colpa, si considera come nell’inferno, a causa di questa spaventosa separazione: « Io sono – egli dice – annoverato tra coloro che discendono nella tomba; » e subito dopo: « essi mi hanno messo in un lago profondo, nelle tenebre e nell’ombra della morte. » –  E da lì viene che egli, nella sua penitenza, gridi: « Signore, io grido a voi da luoghi profondi; » e rendendo grazie per la sua liberazione continua: « Voi avete – egli dice – ritirato la mia anima dall’inferno inferiore. » Questo santo uomo aveva ben compreso che il peccato è un abisso ed una prigione, una profondità, un carcere, un inferno (Bossuet, Serm. Sur la gloire de Dieu). – Stato funesto è questo, ma troppo comune, nel quale, essendo stato ferito a morte dal peccato, si dorme piacevolmente nei sepolcri delle proprie cattive abitudini. –  Ed è allora che Dio non si ricorda più di questo peccatore, che lo rigetta dalla sua mano, che lo colma anche di una prosperità maledetta, e che gli dice queste parole spaventose: « Io ho giurato di non mettermi più in collera contro di voi. » (Duguet). – I morti, considerati come tali, dormono nel sepolcro: « Il Signore non se ne ricorda più, ed essi non sono più sotto la sua mano. Ma non è più così per le anime sante, per le anime amiche di Dio; perché se quelli sono morti allo sguardo degli uomini, « essi sono viventi per Dio, essi sono vivi sotto i suoi occhi e davanti a Lui; » ed ancora: « essi sono viventi per Lui ». Se essi hanno perso il rapporto che avevano con il loro corpo e con gli altri uomini, essi avevano un altro rapporto con Dio, che li ha fatti a sua immagine e per essere lodato. Questo rapporto non si perde; perché se il corpo si dissolve e non è più animato dall’anima, Dio, dal Quale l’anima è stata fatta e che porta la sua impronta, dimora sempre (Bossuet, Méd. D. Sem. XLI° j.). –  L’afflizione, fossa profonda è piena di tenebre e di oscurità. – La collera del Signore, nel linguaggio figurato della Scrittura, è un fuoco divoratore e  nello stesso tempo, un mare in tempesta. È nell’inferno che questo fuoco e questo mare dispiegano tutta la loro potenza, e non c’è risorsa contro questo giudizio senza misericordia. Non è da meno sulla terra: « Dio – dice Sant’Agostino – getta nella fornace la tribolazione, non per bruciare il vaso, ma per formarlo. » Egli ci inonda di flutti di tribolazione, non per sommergerci, ma per purificarci (Berthier). – Ogni genere di afflizione è annunciato in questi versetti: lontananza dagli amici e dai vicini, umiliazione profonda, privazione della libertà, gemiti continui, preghiere costanti e non esaudite. – Tale fu lo stato in cui si trovò Gesù-Cristo nella sua passione, e tale fu, sul suo esempio, la situazione di una moltitudine di Cristiani perseguitati, respinti ed abbandonati in qualche modo dal Signore stesso, che non darà loro nessuna consolazione esterna. Ma essi avevano Gesù-Cristo sotto gli occhi, e questo divino modello rendeva le sofferenze infinitamente preziose, la morte stessa sembrava loro deliziosa, perché sapevano che Gesù-Cristo aveva battuto questa strada che aveva come termine la corona meritata da Gesù-Cristo. « Bisogna – dice Sant’Ambrogio – che la morte lavori su di noi, affinché la vita consumi in noi l’opera di salvezza. » (Berthier). – L’abbandono degli amici, l’allontanamento dei prossimi, in mezzo a sì spaventose calamità, sono gli ultimi colpi che il Signore batte. La misura è colma e si resta ammirati come la testa non scoppi più, come la disperazione non si impossessi di una creatura così debole e così infelice. Una piena ed intera sottomissione alla volontà di Dio, proveniente dal fondo del cuore: non c’è altra risorsa! Si sono visti degli esempi di queste terribili prove prolungarsi fino agli ultimi giorni della vita, che sembravano raddoppiare di intensità; poi tutto ad un colpo, o bontà infinita, o saggezza adorabile, o impenetrabile provvidenza! … si vede risplendere la fede, rinascere la speranza, la riconoscenza più sentita illuminare il volto di questo eletto, infine liberato dalla sofferenza della vita (Rendu). 

II. — 9-17.

ff. 9-12. – Queste parole: « per i morti forse farete miracoli?» si applicano a coloro che erano talmente morti nel loro cuore e che i miracoli del Cristo non hanno potuto richiamare in vita. Così il Profeta non dice che i miracoli non siano stati fatti per essi, nel senso che essi non li hanno visti, non ne hanno approfittato. (S. Agost.). – Tuttavia è nei riguardi di questi morti spirituali che hanno perso la vita di grazia, che Dio fa i suoi miracoli più grandi, Egli impiega i suoi dottori, i pastori, i confessori, i predicatori per resuscitarli. Ma questi grandi dottori non possono resuscitare e guarire questi morti per virtù propria; benché i predicatori della parola siano eccellenti, con qualche miracolo che operano per insinuare la verità, nella maniera con cui trattano gli uomini i grandi medici, se questi uomini sono morti, la grazia di Dio può solo richiamarli in vita, perché possano ricevere da qualcuno dei suoi ministri le lezioni di salvezza (S. Agost.). – « Conoscerà le vostre meraviglie nelle tenebre e la vostra giustizia nella terra dell’oblio? Le tenebre significano lo stesso che la terra dell’oblio; perché gli infedeli sono designati con il termine di tenebre, ciò che fa dire all’Apostolo: « Voi un tempo eravate tenebre » (Efes. V, 8). Ugualmente la terra dell’oblio, è l’uomo che ha dimenticato Dio; perché l’anima infedele può spingersi nelle tenebre più oscure, per giungere alla follia di dire in se stessa: «Non c’è Dio. » (Ps. XIII, 1). Ecco dunque come stabilire la sequela ed il legame delle idee. « Io ho gridato a Voi, Signore, » in mezzo alle mie sofferenze; « tutto il giorno, io ho teso la mano a Voi, » cioè io non ho cessato di produrre le mie opere per glorificarvi. Perché dunque gli empi dilagano contro di me, se non perché Voi non farete miracoli per i morti? Vale a dire i miracoli non chiameranno alla fede ed i medici non resusciteranno, per glorificarvi, coloro che non sperimenteranno la segreta azione della vostra grazia, e che non saranno attirati da essa alla fede; perché nessuno può venire a me se Voi non lo attirate. Chi annunzierà in effetti la vostra misericordia nella tomba, cioè nell’anima dei morti? Chi annuncerà la vostra verità là dove si è periti, cioè in questo morto che non può né credere né sentire la misericordia, né la verità? In effetti, le vostre meraviglie e la vostra giustizia, saranno forse conosciute nelle tenebre di questa morte, cioè dall’uomo che ha perso, dimenticandovi, la luce della sua vita? (S. Agost.). Tutta la vita deve essere consacrata al servizio di Dio. Concludiamo da ciò che tutti coloro che abusano della vita per oltraggiare il Signore sono già morti. « Io vedo dei morti che ancora camminano – diceva Sant’Agostino – essi sembrano vivere, perché conversano con gli uomini; ma essi sono morti, perché Dio, che è la vita, si è separato dalla loro anima » (Berthier). –  L’occupazione degli uomini sulla terra deve essere pensare alla misericordia, alla verità, alle meraviglie ed alla giustizia di Dio. – Sarebbe sufficiente agli uomini affascinati dalle false gioie del mondo, pensare talvolta « alla terra di oblio », di cui parla il Profeta, per trovare ridicoli i desideri che agitano la loro anima. Accade a tutti i mondani l’essere dimenticati dopo la loro morte, e quando ci si ricordasse di essi, anche per vantare le loro qualità naturali o le loro grandi azioni, quale soddisfazione può questo dare loro? – Dormite il vostro sonno, ricchi della terra, e dimorate nella vostra polvere. Ah, se dopo qualche generazione, anzi dopo qualche anno voi ritornaste, uomini obliati, in mezzo al mondo, voi desiderereste rientrare nelle vostre tombe … per non vedere il vostro nome offuscato, la vostra memoria abolita, le vostre previsioni ingannate nei vostri amici, nelle vostre creature, o ancor più nei vostri eredi o nei vostri figli (Bossuet, Or. fun. de M. Le Tel.). – L’uomo giusto che muore deve contare anche sull’oblio di coloro che lascia ancora sulla terra, ma va in una regione dove non sarà più dimenticato (Berthier).

ff. 13, 14. – Quando Dio – dice S. Agostino – sembra rigettare la preghiera dei santi, è come un vento che respinge la fiamma e che illumina il fuoco sempre più: i rigori apparenti di Dio, inducono l’anima fedele a fare nuovi sforzi per avvicinarsi a Lui, per giungere a gustare le dolcezze della sua divina presenza. Non ci sono che i cuori toccati dalla bellezza di Dio che dicono, come il Profeta: Ah Signore, perché distogliete i vostri sguardi, perché rigettate la mia preghiera? Le anime che sono dedite al peccato o alla tiepidezza, sono insensibili all’allontanarsi di Dio, e quale miseria – esclamava ancora Sant’Agostino – essere lontano da Colui che è dappertutto. Ma come Colui che è dappertutto, si trova dunque lontano da noi? È – rispondeva il santo dottore – che ci manca il sentimento, è che noi siamo al suo sguardo come ciechi davanti al sole; questo astro spande dappertutto i suoi raggi, ma coloro che sono privi della vista, non ne profittano. Apriamo gli occhi della fede, lasciamoci illuminare dalla carità, e troveremo ben presto che Dio è vicino a noi. (Berthier).

ff. 15. – Queste parole – che convengono chiaramente a Gesù-Cristo – devono pure convenire ai suoi discepoli. La povertà ed i travagli devono essere la loro parte. Coloro che sono elevati alla qualità di figli di Dio e sono coeredi della gloria di suo Figlio, devono aspettarsi di avere parte alle sue umiliazioni ed alle sue sofferenze, poiché non si arriva all’elevazione se non con l’abbassarsi, ed alla pace sovrana se non con la guerra e le agitazioni. L’umiliazione non è mai più sensibile, né allo stesso tempo più necessaria, che quando essa segua ad una grande elevazione. (Duguet).

ff. 16, 17. –  Lo stato che dipinge qui il Profeta è molto doloroso, ma egli vi trova una consolazione, perché non ha parlato che di una collera di Dio « che passa », e non di quella di cui è scritto: « che dimora ». Che cos’è dunque questa collera i cui flutti sono passeggeri? Sono i mali di questa vita, è la rivolta involontaria delle passioni, è l’oscurità che si leva di tanto in tanto nell’anima di coloro che vogliono unirsi strettamente a Dio. Al contrario, la collera di Dio permanente è la riprovazione finale e definitiva; malanno senza risorse, castigo senza lenimento, vendetta di Dio senza misericordia (Berthier). –

ff. 18. – Ah! L’amicizia delle creature è ingannevole nelle sue apparenze, corrotta nelle sue adulazioni, amara nei suoi cambiamenti, travolgente nei suoi soccorsi in contro-tempo, e nei suoi inizi di costanza che rendono l’infedeltà più insopportabile. Gesù ha sofferto tutte le miserie, per farci odiare tanto i crimini che ci fa commettere l’amicizia degli uomini, con le nostre cieche compiacenze. Odiamoli, o Cristiani, questi crimini, e non abbiamo né amicizia, né fiducia di cui Dio non sia il motivo, di cui la carità non sia il principio. (Bossuet, III Serm. p. le Vendredi-Saint.) – Queste tribolazioni non hanno colpito solo la testa, esse si sono realizzate e si realizzano ancora nelle membra del Corpo di Cristo. E Dio volge il suo sguardo da coloro che Lo pregano, rifiutando di accordare loro ciò che vogliono, quando essi ignorano che l’oggetto della loro domanda non conviene loro. E la Chiesa è indigente quando, nel suo esilio, ha fame e sete di ciò che la sazierà in patria. Essa è nelle sofferenze fin dalla giovinezza; perché il Corpo stesso di Cristo dice in un altro salmo: « Essi mi hanno spesso attaccato fin dalla mia gioventù. » (Ps. CXXVIII, 1). Qualcuno dei suoi membri si sono elevati in questo mondo, ma affinché la loro umiltà divenga più profonda. E la collera di Dio scuota la debolezza dei fedeli, perché la prudenza tema tutto ciò che può arrivare, benché non sempre arrivi il dolore. E talvolta questi terrori turbano così fortemente lo spirito di colui che esamina i mali sospesi attorno a lui, che sembrano circondare da ogni lato come torrenti colui che è nel terrore e coinvolgerlo tutti insieme. E poiché i dolori non mancano mai alla Chiesa, pellegrina in questo mondo, ma le arrivano incessantemente, tanto in taluni dei suoi membri e tanto in altri, il Profeta dice: « … tutto il giorno, » volendo così esprimere la continuità del tempo fino alla fine del mondo. E spesso il terrore è causa che i santi siano abbandonati dai loro amici e dai loro prossimi, a motivo del pericolo che essi andrebbero a correre. Ma perché tutte queste tribolazioni, se non perché la preghiera di questo santo Corpo pervenga al Signore dal mattino, cioè alla luce della fede, all’uscire dalla note dell’incredulità, finché venga la salvezza che ci è già data, non ancora in realtà, ma in speranza, e che noi aspettiamo con pazienza? (Rom. VIII, 24). Quando noi vi saremo arrivati, il Signore non respingerà la nostra preghiera, perché allora non avremo più nulla da chiedere, ma da ottenere tutto quello che avremo convenientemente chiesto; Egli non volgerà da noi il suo sguardo, perché Lo vedremo così com’è (1 Giov. III, 2); noi non saremo più nell’indigenza, perché la nostra ricchezza sarà Dio stesso, tutto in tutti (I Cor. XV, 27); noi non soffriremo, perché non ci assalirà alcuna infermità; dopo essere stati elevati, non saremo né abbassati né turbati, perché in cielo non c’è più avversità; noi non dovremo più sostenere il peso della collera di Dio, anche passeggera, perché dimoreremo nella sua dolcezza permanente; i suoi terrori non ci scuotono più, perché il compiersi delle sue promesse ci renderà felici, e il terrore non allontanerà né amici, né prossimi, perché là non ci sarà più alcun nemico da temere (S. Agost.).  

SALMI BIBLICI: “FUMDAMENTA EJUS IN MONTIBUS SANCTIS” (LXXXVI)

SALMO 86: “FUNDAMENTA EJUS IN MONTIBUS SANCTIS”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS -LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 86

Filiis Core. Psalmus cantici.

[1] Fundamenta ejus in montibus sanctis; (1)

[2] diligit Dominus portas Sion super omnia tabernacula Jacob.

[3] Gloriosa dicta sunt de te, civitas Dei!

[4] Memor ero Rahab et Babylonis, scientium me; ecce alienigenæ, et Tyrus, et populus Æthiopum, hi fuerunt illic.

[5] Numquid Sion dicet: Homo et homo natus est in ea, et ipse fundavit eam Altissimus?

[6] Dominus narrabit in scripturis populorum et principum, horum qui fuerunt in ea.

[7] Sicut lætantium omnium habitatio est in te.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXVI

Sionne, vale a dire la Chiesa, sommamente gloriosa. Il numero de suoi cittadini sarà innumerabile, e questi saranno felici

A figliuoli di Core. Salmo, ovver cantico:

  1. Le fondamenta di lei sopra i monti santi, ama il Signore, le porte di Sion più che tutti i tabernacoli di Giacobbe. (1)

2. Grandi cose sono state dette di te, o citta di Dio.

3. Io mi ricorderò di Rahab e di Babilonia, genti che mi conoscono.

4 Ecco, che li stranieri, e Tiro, e il popolo degli Etiopi, tutti questi vi avran loro stanza.

5. Non sarà egli detto rìguardo a Sionne: uomini, e uomini in lei son noti, e lo stesso Altissimo è quegli, che ha fondata?

6. Il Signore nella lista dei popoli e de’ principi dirà di quelli, che in lei sono stati,

7. E come quelli, che abitano in te sono tutti nell’allegrezza. (2)

(1). Il pronome ejus è maschile nell’ebraico e nei Settanta. Se dunque si riferisce a Dio, occorre, come esige l’insieme del Salmo, che il senso di questo versetto sia: Fundamenta quæ posuit Deus sunt in montibus sanctis.

(2). Gerusalemme era costruita su tre montagne, gli appoggi della Chiesa sono gli Apostoli ed i loro successori. Dio scriverà sul registro dei popoli, cioè sul grande libro ove Egli scrive i popoli e tutti ciò che li riguarda.  

Sommario analitico

Il Profeta, contemplando la Chiesa della terra e del cielo sotto la figura di Sion, descrive:

I. – I suoi fondamenti stabiliti sulle sante montagne, sulla dottrina degli Apostoli (1);

II. – Le sue porte, vale a dire i Sacramenti, oggetto particolare dell’amore di Dio (2);

III. – Le sue mura, le sue case, i suoi palazzi degni di ogni lode (3);

IV. – La moltitudine dei suoi abitanti, radunati da tutte le nazioni (4);

V. – Il suo Re e suo fondatore, Gesù-Cristo (5);

VI. – Il numero e la dignità dei suoi proseliti (6);

VII. – La gioia eterna dei suoi abitanti (7).

Spiegazioni e Considerazioni

I. e II.— 1, 2.

ff. 1, 2. – Questo Salmo è breve per numero di versetti, ma considerevole per il peso dei pensieri che racchiude … Il Profeta canta e celebra una città di cui noi siamo i cittadini, nella nostra qualità di Cristiani; lontano da essa noi siamo esiliati fin quando restiamo in questa vita mortale, e verso la quale tendiamo per una via che si trova interamente ostruita da rovi e spine, fino al momento in cui il Re di questa città si è fatto Egli stesso nostra via, affinché potessimo giungere in questa città (S. Agost.). – Il salmista non ha ancora parlato di questa città; tuttavia egli comincia in questi termini: « i suoi fondamenti sono sulle sante montagne ». I fondamenti di cosa? Non c’è dubbio che i fondamenti, soprattutto sopra delle montagne, non siano quelle di qualche città. Pieno di Spirito-Santo, il cittadino di questa città rivolta nel suo spirito tutti i suoi pensieri d’amore e di desiderio di essa, e uscendo in qualche modo da una meditazione più estesa, esclama subito: « … I suoi fondamenti sono sulle sante montagne », come se avesse detto già qualcosa di questa città. E come in effetti, non avrebbe detto ancora niente, lui che non ne ha mai cessato di parlarne nel suo cuore? (S. Agost.). – Questa città è la Chiesa, la vera Gerusalemme, fondata sulle alte montagne da cui è esposta alla vista di tutta la terra, e sulla Pietra angolare che è Gesù-Cristo. « Nessun altro fondamento che questo » (I Cor. III, 11). Ogni edificio elevato su di un altro, sarà distrutto. – Dio ama più di ogni altra cosa la porta di questo edificio, che è ancora Gesù-Cristo, il solo per il Quale si possa entrare; o piuttosto Egli non ama che Gesù-Cristo e la Chiesa stessa, e coloro che essa racchiude non sono anime di Dio se non in rapporto a Gesù-Cristo (Duguet). – La Chiesa è in questo mondo tutto ciò che i Profeti avevano annunziato che essa fosse: « un segno posto in mezzo alla nazioni; (Isai. XI, 12); la montagna preparata sulla sommità dei monti può essere il convegno dei popoli (ibid. II, 2); la città di Dio ha i suoi fondamenti sulle montagne sante; la saggezza che si fa intendere da lontano su tutte le sommità, lungo tutti i sentieri, parlando vicino alle porte della città e alle soglie stesse delle case » (Prov. I, 21, VIII, 1, 2, 3). Essa invita, chiama a sé coloro che non hanno ancora la felicità di credere; essa conferma e consolida la fede dei sensi; essa testimonia, afferma, dimostra, spiega; essa offre delle garanzie, fornisce dei salari, fonda delle certezze, pone nelle anime dei principi assoluti, e pone a sedere le stesse anime sui fondamenti che nessuna potenza umana o infernale possiede il segreto per distruggerli (Mons. Pie, Discours, etc. t. VII, p. 235). – Se si trattasse qui unicamente – dice S. Agostino – della Sion terrestre, non si potrebbe dire che Dio la preferisca a tutti i padiglioni di Giacobbe, perché infine questa città era uno dei bastioni di Giacobbe, perché abitato dai discendenti di questo Patriarca. – Tutto ciò che si opera nella Chiesa, sia per il suo stabilirsi, sia per la sua costruzione, sia per il suo consumo, deve così operarsi in un’anima fedele. Essa è poggiata su Gesù-Cristo, che unicamente essa ama; essa è pure fondata sugli Apostoli, i cui insegnamenti servono a formarla ed istruirla, a farle mostrare il rango che deve tenere nella celeste Gerusalemme. Essa è l’oggetto delle compiacenze del Signore, quando è attenta nell’ascoltarlo e nel piacergli (Berthier). – Perché gli Apostoli ed i Profeti sono i fondamenti di questa città che è la Chiesa? Perché la loro autorità sostiene la nostra debolezza. Perché sono pure gli Apostoli di Sion? Perché noi entriamo grazie ad essi nel regno di Dio; essi sono per noi i predicatori della salvezza; e quando noi entriamo attraverso di essi nelle città, vi entriamo grazie al Cristo, perché Egli stesso è la porta (S. Agost.).  

III. — 3.

ff. 3. – Si, certo, i Profeti e gli Apostoli hanno detto delle cose gloriose di questa città di Dio, della Chiesa di Dio sulla terra, ma soprattutto della Chiesa del cielo. Uno di essi ci ha detto tutto quando ha detto che non poteva dire niente: « … ciò che occhio non ha visto, ed orecchio ascoltato, ciò che il cuore dell’uomo non ha mai conosciuto ». (I Sap. II, 7). O divina patria! « mi si raccontava delle vostre felicità e delle vostre glorie; » la fede mi parlava delle vostre gioie, delle vostre ebbrezze, delle vostre estasi, di tutte queste cose che non mi lascia mai vedere, gustare, possedere; che hanno sempre lo stesso splendore, la stessa pienezza, e che per di più, sono immortali. Io ammiravo, non osavo sperare. Io sognavo di voi come di un’isola incantata che si intravvede dalla riva e che un fiume impraticabile separa da noi. Questo sogno era splendido ma doloroso! Io mi dicevo: tutto là è divino, ma niente di tutto ciò è per me. Ora io posso pensare a voi senza dolore: perché io so che non siete straniero. Santa patria delle anime, io ho gioito per ciò che mi è stato detto da un Dio. «… noi andremo nella casa del Signore » (De Place, Carême 2^  Dimanche).

IV. — 4 e 5.

ff. 4, 5. – Quando anche si trattasse degli abitanti di Rahab, di Babilonia, che rappresentano qui le nazioni pagane, io me ne ricorderei dal momento che mi conosceranno per la fede e la carità (S Girol.). La maggior gloria di Gerusalemme è di essere stata la fonte dalla quale è venuto il Messia. Gesù-Cristo non è nato in questa città, ma Bethléem era così vicina che si può ben dire che Gerusalemme fosse la patria di questo Uomo-Dio. – In un altro senso, è una felice nuova da pubblicare: che una moltitudine di uomini di ogni tipo di contrada, stato o condizione, prendono nascita nel seno della Chiesa. Ma per qual motivo esserne sorpresi poiché l’Altissimo stesso l’ha fondata? – « E tu dirai nel tuo cuore: chi mi ha dato questi figli, a me che ero sterile e non partorivo? Io ero cacciato dal mio paese e prigioniero: chi li ha nutriti? Io ero solo, abbandonato, da dove sono venuti? » (Isa. XLIX, 21). – Rahab è questa cortigiana di Gerico che ricevette le spie dei Giudei e le fece fuggire da una strada secondaria. Per questo ella fu salvata, e fu figura della Chiesa dei Gentili. Ecco perché il Salvatore dice ai Farisei che si inorgoglivano: « In verità, in verità io vi dico, i pubblicani e le donne di cattiva vita vi precederanno nel regno dei cieli » (S. Matth. XXI, 31). Essi vi entrano per primi perché se ne impossessano con l’aiuto della violenza; essi ne forzano l’entrata per la loro fede, tutto cede alla loro fede, e nessuno può resistervi, ed è così che coloro che fanno violenza al cielo lo rapiscono (S. Agost.).

ff. 6. – Le Scritture ci parlano spesso del registro della vita, del libro dove devono essere iscritti gli amici di Dio. Sulla terra, noi non abbiamo altro monumento che possa portare questo nome, se non la raccolta degli oracoli sacri di cui la Chiesa è depositaria. Nel cielo, questo libro è la conoscenza eterna di Dio; è tutto l’ordine dei suoi decreti sui figli degli uomini; è lo stato che questa Intelligenza superiore in tutti i tempi tiene di tutto ciò che arriva o arriverà nel succedersi dei secoli. Il primo di questi libri è la nostra guida, ed il secondo il nostro giudice, il primo sarà prodotto come testimone a favore o contro di noi, ed il secondo fisserà i nostri destini per l’eternità (Berthier). – Tutti i popoli e tutti gli individui che compongono questi popoli sono sempre ed in ogni istante presenti davanti a Dio. L’Intelligenza divina, eterna, immensa, infinita, è come un grande libro ove è scritto in anticipo tutto ciò che è passato, tutto ciò che passa, tutto ciò che passerà nell’ordine temporale e nell’ordine spirituale. Dio conosce tutti gli avvenimenti di tutti gli uomini con una conoscenza intima e completa. Egli vede tutto, ma guarda con attenzione particolare coloro che nascono, che vivono e che muoiono nella sua Chiesa, in questa Santa e gloriosa città che il suo Figlio prediletto ha conquistato al prezzo di tutto il suo sangue (Rendu).    

VII. – 7.

ff. 7. – La montagna di Sion è fondata con la gioia di tutta la terra (Ps. XLVII, 3). « Voi vi rallegrate e sarete nella gioia per l’eternità; io sto per rendere Gerusalemme una città di allegrezze, ed il suo popolo, un popolo di gioia.» (Isai. LXV, 18). – Durante il nostro pellegrinaggio su questa terra, noi siamo costantemente nell’oppressione; la nostra abitazione non sarà il soggiorno che della gioia. Non più pene, non più lamenti; le suppliche sono cessate, sono succeduti i canti di lode. La città di Dio sarà dunque l’abitazione di coloro che si rallegrano; non ci sarà più colà il gemito del desiderio, ma la gioia della felicità … « l’abitazione di tutti coloro che si trovano come nella gioia, è in voi ». cosa significa questo “come”? perché “come” nella gioia. Perché là ci sarà una gioia che noi qui non conosciamo. Io vedo qui delle gioie: Molti gioiscono nella vita del secolo, gli uni di una cosa, gli altri di  un’altra; ma io non ho una gioia che si possa comparare a questa gioia dell’eternità, che non sia che “come” una gioia; perché se dico che è una gioia, lo spirito dell’uomo lo rassomiglierà ben presto a qualche gioia che ha costume di provare tra i godimenti della terra … prepariamoci dunque ad un nuovo tipo di gioia, perché noi non troviamo quaggiù se non qualche cosa che ci sembra simile, ma non lo è (S. Agost.). – Questa città di Dio è, per così dire, interamente costituita di gioia e di felicità; la gioia è la base sulla quale essa è fondata. « la montagna di Sion è fondata sugli applausi di tutta la terra; » (Ps. XLVII, 3). Gli elementi che entrano nella sua struttura sono degli elementi di gioia: « rallegratevi, siate nella gioia per l’eternità, di ciò che sto per fare: Io voglio rendere Gerusalemme una città di allegrezza ed il suo popolo un popolo di gioia; » (Isa. LXV, 18); Tutte le sue piazze risuoneranno di grida di allegrezza, « … e si canterà in ognuno dei suoi luoghi. Alleluia ». Il Re dei cieli spanderà su di essa dei torrenti di gioia: « Il Signore consolerà Sion, riparerà le sue rovine … tutto vi respirerà la gioia e l’allegrezza; si sentiranno risuonare azioni di grazie e cantici di lode. » (Isai. LI, 3). La gioia brilla sul viso dei suoi abitanti e corona le loro fronti: « Coloro che sono stati riscattati ritorneranno al Signore, e verranno a Sion cantando i cantici di lode; una gioia eterna coronerà la loro testa; essi saranno pieni di gioia e di allegrezze, il dolore ed i lamenti si dilegueranno. » (Isai. LI, 11) Questa gioia non è solamente alla superficie del cuore, come le gioie della terra, essa lo penetra tutto intero. « E voi, ora, avete tristezza, ma io verrò di nuovo, ed il vostro cuore ne gioirà, e nessuno potrà rapire la vostra gioia.» (Giov. XVI, 22).  

SALMI BIBLICI: “INCLINA, DOMINE, AUREM TUAM” (LXXXV)

Salmo 85: “Inclina, Domine, aurem tuam”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 85

Oratio ipsi David.

[1] Inclina, Domine, aurem tuam

et exaudi me, quoniam inops et pauper sum ego.

[2] Custodi animam meam, quoniam sanctus sum; salvum fac servum tuum, Deus meus, sperantem in te.

[3] Miserere mei, Domine, quoniam ad te clamavi tota die;

[4] lætifica animam servi tui, quoniam ad te, Domine, animam meam levavi.

[5] Quoniam tu, Domine, suavis et mitis, et multæ misericordiæ omnibus invocantibus te.

[6] Auribus percipe, Domine, orationem meam, et intende voci deprecationis meæ .

[7] In die tribulationis meæ clamavi ad te, quia exaudisti me.

[8] Non est similis tui in diis, Domine, et non est secundum opera tua.

[9] Omnes gentes quascumque fecisti venient, et adorabunt coram te, Domine, et glorificabunt nomen tuum.

[10] Quoniam magnus es tu, et faciens mirabilia; tu es Deus solus.

[11] Deduc me, Domine, in via tua, et ingrediar in veritate tua; lætetur cor meum, ut timeat nomen tuum.

[12] Confitebor tibi, Domine Deus meus, in toto corde meo, et glorificabo nomen tuum in æternum;

[13] quia misericordia tua magna est super me, et eruisti animam meam ex inferno inferiori.

[14] Deus, iniqui insurrexerunt super me, et synagoga potentium quæsierunt animam meam, et non proposuerunt te in conspectu suo.

[15] Et tu, Domine Deus, miserator et misericors; patiens, et multae misericordiæ, et verax.

[16] Respice in me, et miserere mei; da imperium tuum puero tuo, et salvum fac filium ancillæ tuæ.

[17] Fac mecum signum in bonum, ut videant qui oderunt me, et confundantur, quoniam tu, Domine, adjuvisti me, et consolatus es me.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXV.

Davide nelle varie tribolazioni ricorre a Dio, fonte di vera consolazione, con umile preghiera.

Orazione dello stesso David.

1. Porgi, o Signore, le tue orecchie, ed esaudiscimi; perocché afflitto son io e in povertà.

2. Custodisci l’anima mia, perché io sono a te consacrata, salva il tuo servo, o Dio il quale in te spera.

3. Abbi pietà di me, o Signore, perché tutto il giorno ho alzate a te le mie grida:

4. consola l’anima del tuo servo, perché a te, o Signore, ho innalzata l’anima mia.

5. Perocchè soave se’ tu, o Signore, e benigno e di molti misericordia per quei che t’invocano.

6. Odi propizio, o Dio, la mia orazione, e presta attenzione alta voce delle mie suppliche.

7. A te alzai le mie grida nel giorno di mia tribolazione, perché tu mi esaudisci.

8. Niuno è simile a te tra gli dei, o Signore, e niuno, che imitar possa le opere tue.

9. Le nazioni tutte, quante ne sono state fatte da te,  varranno, e te adoreranno, o Signore, e daran gloria al nome tuo.

10. Perché tu se’ grande, e fai opere meravigliose; tu solo se’ Dio.

11. Conducimi nella tua via, o Signore, e io camminerò nella tua verità si rallegri il mio cuore in temendo il tuo nome.

12. A te io darò laude, o Signore Dio mio, con tutto il mio cuore: e in eterno glorificherò il nome tuo;

13. Perocchè grande ell’è la misericordia tua sopra di me, e l’anima mia hai tratta fuori dell’inferno profondo.

14. O Dio, gl’iniqui han cospirato contro di me, e una turba di potenti ha assalito l’anima mia, ed eglino non si figurano, che tu sii ad essi presente.

15. Ma tu, Signore Dio buono, e benefico, e paziente, e di molta misericordia, e verace.

16. Volgi il tuo sguardo a me, e abbi di me pietà, dà il tuo impero al tuo servo, e salva il figliuolo di tua ancella.

17. Fa un segno buono per me, affinché color che mi odiano, veggano per loro come tu, o Signore, mi hai dato aiuto, e mi hai consolato.

Sommario analitico

Davide, perseguitato da Saul, rappresenta qui Gesù-Cristo che parla tanto nel suo Nome, che a nome del suo Corpo mistico, il giusto che si mette sotto la protezione del cielo, soprattutto in tempi di avversità.

I. Egli domanda a Dio di esaudire la sua preghiera.

1° Il primo motivo è tratto da se stesso: a) egli è sprovvisto dei beni di fortuna (1); b) è compartecipe dei beni dell’anima, la grazia, una ferma speranza, il fervore e la costanza della preghiera, un’anima elevata al di sopra di tutte le cose della terra (2-4); 2° Il secondo motivo è tratto da Dio, a) la cui clemenza è piena di dolcezza e di bontà e la cui misericordia è grande su tutti coloro che Lo invocano nella tribolazione (5-7); b) la cui eccellenza è incomparabile. – Egli sorpassa tutti gli esseri con la sua essenza. – Nessuno può essere a Lui comparato per potenza. – Egli è mirabile per la conversione di tutte le nazioni, grande per maestà, incomparabile per potenza, ed è il sovrano Padrone e Signore dell’universo (8-10).

II. – Egli fa conoscere l’oggetto della sua preghiera; chiede a Dio:

1° di condurlo e dirigerlo nella sua via, dargli la gioia del cuore e il timore del suo nome; promette di rendere grazie a Dio con tutto il suo cuore, e di glorificare eternamente il suo Nome a causa della misericordia che gli ha fatto sentire in tutte le circostanze della sua vita e dopo la sua morte (12, 13);

2° di aiutarlo e sostenerlo nel momento della morte, a) a causa dei suoi nemici che si levano ingiustamente contro di lui cercando di togliergli la vita e nella loro malizia allontanarlo dagli occhi di Dio (14); b) a causa della misericordia e la veracità di Dio (15);

3° di glorificarlo dopo la sua morte, a) dandogli la potenza e l’impero (16); b) colpendo con il terrore i suoi nemici con lo spettacolo della sua resurrezione e confondendoli con il potente soccorso che gli ha dato (17). 

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-9.

ff. 1. – Il Profeta comincia la sua preghiera presentando la grandezza di Dio e la propria bassezza. È questa la migliore delle preghiera, « perché la preghiera di colui che si umilia, penetrerà i cieli » (Eccli. XXXIII). Dio abbasserà le sue orecchie se non alzate orgogliosamente la testa; perché Egli si avvicina a chi è nell’umiltà, e si allontana da chi è elevato. Dio abbassa dunque le sue orecchie verso di noi. In effetti, Egli è in alto e noi siamo in basso; Egli è al culmine della grandezza, noi siamo nella bassezza, ma non siamo destinati all’abbandono. Egli abbassa il suo orecchio verso il ricco; lo inclina verso il povero, verso colui che manca di tutto, vale a dire verso colui che è umile, che confessa i suoi peccati e che ha bisogno della misericordia divina; ma non si inclina verso colui che è sazio, che si eleva e si vanta come se non avesse bisogno di niente (S. Agost.).

ff. 2. – «Custodite l’anima mia, perché io sono santo ». Io non so chi potrebbe pronunciare queste parole: « … perché Io sono santo », se non chi era senza peccato nel mondo; … che non ha commesso nulla, ma che ha rimesso i peccati di tutti .. Ma se io qui riconosco la voce del Cristo, devo dunque separare la mia dalla sua? No, perché Egli parla senza che dovremmo separarla dal suo corpo, quando si esprime in questo modo. Io oserei dirvi anche: « Perché io sono santo ». Se io volessi dire santo, come potrei santificare me stesso non avendo bisogno di essere santificato, stante queste parole « … siate santo, perché Io sono santo » (Lev. XIX, 2), in questo senso il Corpo di Cristo osa dire con il suo Capo, ed alle dipendenze del suo Capo: « … perché io sono santo ». Questo Corpo ha ricevuto in effetti la grazia della santificazione, la grazia del Battesimo e della remissione dai peccati. « … Ecco ciò che siete stato », dice l’Apostolo, dopo avere enumerato diversi peccati, « ma voi siete stati lavati, siete stati santificati » (I Cor., VI, 11). Se dunque l’Apostolo dice che i fedeli sono stati santificati, ogni fedele può dire: « io sono santo ». Non è questo l’orgoglio di un uomo che si eleva, bensì la confessione di un uomo che non è ingrato (S. Agost.). 

ff. 3, 4. – Due sono le qualità principali della preghiera: l’ardore della preghiera, « Io ho gridato », e la sua perseveranza, « … tutto il giorno ». – Riempite di gioia l’anima del vostro servo, perché io l’ho elevata verso di Voi. In effetti, essa era sulla terra, e sulla terra non sentiva che amarezza. Poiché non venga a disseccarsi nella sua amarezza e perdere tutta la dolcezza della vostra grazia, rallegratevi in Voi stesso,  perché solo Voi siete gioia e dolcezza, il mondo è pieno di amarezza. Certo il Cristo ha buone ragioni nell’avvertire i suoi membri, nel tenere elevati i loro cuori. Che lo ascoltino dunque e gli obbediscano, che elevino verso di Lui tutto ciò che si soffre sulla terra; perché il cuore sulla terra non potrebbe marcire quando si elevasse verso Dio. Se avete del grano depositato a casa vostra, in qualche locale sotterraneo, per impedire che marcisca, lo farete mettere nei locali più elevati della casa. Voi cambiereste posto al vostro grano, e lascereste il vostro cuore marcire sulla terra?  Voi che mettereste il vostro grano nel locale più alto della vostra casa, elevate dunque ugualmente il vostro cuore al cielo. E come posso, vi chiederete? Quali corde, quali macchine, quali scale sarebbero sufficienti? I gradini sono i vostri sentimenti; il cammino è la vostra volontà. Con la carità voi salite, con la negligenza scendete. Restando sulla terra, voi siete in cielo se amate Dio: il cuore non si eleva allo stesso modo del corpo. Il corpo per elevarsi, cambia posto, il cuore per elevarsi, cambia volontà: « io ho elevato la mia anima a Voi ». (S. Agost.).

ff. 5. – « Perché Voi siete dolce e soave ». Oppresso dal disgusto, per così dire, in ragione dell’amarezza delle cose della terra, egli ha desiderato qualche raddolcimento, ha cercato la fonte della dolcezza e non l’ha trovata sulla terra, perché, da qualunque parte si volga, trova scandali, soggetti di terrore, afflizioni, tentazioni. – In quale uomo si può trovare una intera sicurezza? Da chi si può  ricevere una gioia certa? Ciò che non trovava in se stesso, come trovarlo in un altro? … Di conseguenza, ovunque si volga, l’uomo trova amarezza nelle cose della terra, e non c’è per lui alcun raddolcimento se non si eleva a Dio (S. Agost.). –  « Perché siete così misericordioso con coloro che vi invocano », cosa vuol dire ciò che noi leggiamo in diversi passi della Scrittura?  « … essi invocheranno ed Io non li esaudirò? » (Prov. I, 28) se non è qualcuno di coloro che invocano, ma non invocano Dio? Di essi è detto: « Essi non hanno invocato Dio » (Ps. LII, 6). Essi invocano, ma non invocano Dio. Voi invocate tutto ciò che amate; voi invocate tutto ciò che volete venga a voi. Ora, se invocate Dio perché vi arrivi una somma di denaro, una eredità, una dignità del mondo, invocate realmente questi beni che voi volete veder venire a voi, e si domanda a Dio, non di esaudire dei giusti desideri, ma di venire in aiuto alle vostre cupidigie (S. Agost.).

ff. 6. 7. – Quale ardente desiderio in questa preghiera: « Signore fate entrare profondamente la mia preghiera nelle vostre orecchie; » cioè che la preghiera mia non esca dalle vostra orecchie; fatela penetrare, sprofondatela nelle vostre orecchie. Come mai il profeta ha questo pensiero di far penetrare la sua preghiera nelle orecchie di Dio? Dio risponde e ci dica: volete che la vostra preghiera penetri nelle mie orecchie? Fate penetrare la mia legge nel vostro cuore! – La causa per la quale mi avete esaudito è che nel giorno della mia tribolazione io « ho gridato verso di voi ». Poco innanzi il profeta aveva detto: io ho gridato tutto il giorno, ho sofferto la tribolazione tutto il giorno. Che nessun Cristiano dica dunque che c’è un solo giorno nel quale non abbia subito alcuna tribolazione. « Tutto il giorno » vuol dire in ogni tempo. Tutto il giorno è nella tribolazione. Che dunque, si soffre la tribolazione anche quando tutto per noi va bene? Si, in ogni tempo, si soffre la tribolazione. Da dove viene la tribolazione? Perché « finché noi siamo sottomessi al nostro corpo, noi siamo esiliati lontano da Dio … » Colui al quale l’esilio è dolce, non ama la sua patria: se la patria gli è dolce, l’esilio gli è amaro, e se l’esilio gli è amaro, egli è tutto il giorno nella tribolazione (S. Agost.).

ff. 8. – Qualunque cosa l’uomo possa inventare, ciò che è stato fatto non è simile a colui che l’ha fatto. Ora, eccetto Io, tutto ciò che esiste in natura è stata fatta da Dio. E chi potrà mai concepire la distanza tra il Creatore e ciò che ha creato? Dio è ineffabile; noi diremmo più facilmente ciò che non è, che ciò che è … Voi domandate ciò che è? … E ciò che l’occhio non vede, ciò che l’orecchio non ha inteso, ciò che non è salito nel cuore dell’uomo (I Cor. II, 9), – (S. Agost.).

ff. 9, 10. – Questa è la predizione che annuncia la fondazione della Chiesa; tal predizione è in parte compiuta, e continua a compiersi tutti i giorni, con la conversione alla fede delle Nazioni più remote. – Le Nazioni convertite « renderanno grazie al nome di Dio » mentre Cristiani pervertiti disonorano questo santo nome con le loro empietà e bestemmie (Aug.).

II. — 11-17.

ff. 11, 12. – Il Profeta chiede di essere condotto nella via di Dio e non nella propria via, nella verità di Dio e non nelle illusioni del proprio spirito. – « Conducetemi Signore, nella vostra via. » Io già sono nella vostra via, ma ho bisogno di essere condotto da Voi. « Ed io camminerò nella vostra verità. » se Voi mi condurrete io non errerò più, se Voi mi abbandonerete a me stesso, io sarò indotto in errore. Pregatelo dunque di non abbandonarvi, ma al contrario, di condurvi al fine, avvertendovi costantemente e dandovi costantemente la mano. Perché Dio, dando il suo Cristo, dà la sua mano, e dando la sua mano, dà il suo Cristo. Egli conduce fino alla via che conduce al suo Cristo, Egli conduce alla sua via, conducendo al suo Cristo. Ora il Cristo è la verità. « Che il mio cuore sia colmo di gioia perché teme il vostro Nome. » Il timore è dunque compatibile con la gioia. E come v’è gioia se vi è timore? Il timore ordinariamente è qualcosa che si ama? Verrà un giorno in cui la gioia sarà esente dal timore, ma ora la gioia è mescolata al timore. In effetti sulla terra non c’è ancora piena sicurezza, né gioia perfetta. Se non abbiamo alcuna gioia, cadiamo nel fallimento; se la nostra sicurezza è intera, tutti ci diamo a funesti trasporti. Dio espanda dunque la sua gioia su di noi e ci ispiri il suo timore al fine di condurci con la dolcezza della gioia, al giorno della sicurezza. Dandoci il timore, preverrà ogni trasporto cattivo ed ogni allontanamento dalle via (S. Agost.). – « Il timore del Signore è la sua gloria, ed il trionfo, una fonte di gioia ed una corona di allegria. Il timore del Signore farà gioire il cuore, esso darà la gioia, l’allegria  e la lunghezza dei giorni » (Eccli, I, 12). Alla domanda si fa succedere l’azione di grazia, perché nulla è più utile per ottenere nuovi benefici, che si mostrino riconoscenti  coloro che li hanno ricevuti.

ff. 13. – Tale è la misericordia divina che noi dobbiamo misurare con la distesa dei mali dell’inferno dai quali essa ci libera, e con la grandezza dei beni eterni ai quali essa ci prepara. – Se un riprovato venisse tratto fuori dall’inferno e ristabilito nella via delle buone opere e del merito, con quel sentimento si occuperebbe di questo versetto, in cui il Profeta dice che la misericordia del Signore è infinita al suo riguardo, perché lo ha tratto dal fondo dell’inferno! Io non posso dire e neanche concepire ciò che farebbe per testimoniare a Dio la sua riconoscenza. È da presumere che la sua vita non sarebbe che un tessuto di azioni di grazie, e che niente potrebbe distrarlo da questo santo esercizio. Perché? Perché egli avrebbe sperimentato il più grande dei mali, che è la riprovazione; perché si ricorderebbe perpetuamente delle fiamme divoranti da cui sarebbe stato liberato. Quando l’uomo ha meritato l’inferno, e che, per effetto della misericordia divina, e stato ristabilito nella grazia, non dovrebbe dire anche come il Profeta: Signore, io vi renderò eterne azioni di grazie, perché la vostra misericordia mi ha liberato dall’abisso in cui i miei crimini mi avevano sprofondato? Occorre dunque che la nostra fede imperi nel nostro spirito più  di quanto non sarebbe con la prova della dannazione? Siamo sicuri dell’esistenza del luogo di tormenti più di quanto non lo fossero il ricco epulone o l’apostolo traditore? La parola di Gesù-Cristo non è sufficiente a convincerci? (Berthier).  

ff. 14, 15. – È sufficiente essere giusto per avere i malvagi contro di sé. Basta levarsi contro il vizio, perché coloro che lo amano si levano contro il giusto. – Ma soprattutto, attaccare il vizio nei potenti, è dar loro l’occasione di cercare di perderci. Di cosa non è capace colui che non ha il timore di Dio davanti agli occhi? In questo versetto, il salmista oppone gli attributi di Dio alla malvagità dei persecutori, per accelerare il soccorso di cui ha bisogno. Secondo la forza del testo, il primo di questi attributi è la tenerezza, il secondo la benevolenza, il terzo la lentezza nel punire, il quarto è la misericordia, il quinto è la fedeltà.

ff. 16. – La prova di questa dolcezza, di questa longanimità, è soprattutto la pazienza di Dio nel tollerare preghiere così imperfette come le nostre. San Agostino stabilisce qui un dialogo pieno di fiducia da una parte, ed una tenerezza misericordiosa dall’altra, tra l’anima ed il Signore. – « … Mio Dio, siate la mia gioia, perché mi sono elevato a Voi finché ho potuto, per quanto mi avete dato di forza, per quanto ho potuto conservare le mie fuggitive potenze. » – Ma voi avete dimenticato, riprende il Signore, quante volte nelle vostre preghiere, siete stato distratto da mille pensieri vani e superflui? Forse appena una volta la vostra preghiera è stata fissa e stabile. E l’anima continua: … è vero o mio Dio, ma Voi siete soave e dolce: la vostra dolcezza mi tollera. Io sono malato e fluisco come l’acqua, guaritemi, ed io sarò fermo e stabile; e nell’attesa, Voi mi tollerate perché siete soave e dolce, e pieno di misericordia. Voi non avete solo misericordia, ne siete pieno, i nostri peccati si moltiplicano, e le vostre misericordie si moltiplicano nello stesso tempo.

ff. 17. – Nessuno cerca consolazione se non è nella miseria. Voi non volete consolazione? Dite che siete felice. Allora voi ascolterete queste parole: « … il mio popolo, coloro che dicono che voi siete felici, vi inducono in errore e turbano i sentieri ove camminano i vostri piedi. » (Isaia III, 12). L’Apostolo S. Giacomo usa lo stesso linguaggio: « Gemete – egli dice – e piangete; che il vostro riso si muti in lutto » (Giac. IV, 9). Le Scrittore parlerebbero senza sicurezza? Ma questa regione è quella degli scandali, delle tentazioni e di tutte le miserie, affinché noi gemiamo quaggiù, mentre noi meritiamo di rallegrarci in cielo e dire: « Voi avete liberato i miei occhi dalle lacrime ed i miei piedi dalla caduta; camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi (Ps. CXIV, 8, 9). Questa regione è quella dei morti. La regione dei morti passa; la regione dei vivi arriva (S. Agost.).

SALMI BIBLICI: “BENEDIXISTI, DOMINE, TERRAM TUAM” (LXXXIV)

SALMO 84: “Benedixisti, Domine, terram tuam”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 84

In finem, filiis Core. Psalmus.

[1] Benedixisti, Domine, terram tuam;

avertisti captivitatem Jacob.

[2] Remisisti iniquitatem plebis tuae, operuisti omnia peccata eorum.

[3] Mitigasti omnem iram tuam, avertisti ab ira indignationis tuae.

[4] Converte nos, Deus salutaris noster, et averte iram tuam a nobis.

[6] Numquid in aeternum irasceris nobis? aut extendes iram tuam a generatione in generationem?

[6] Deus, tu conversus vivificabis nos, et plebs tua laetabitur in te.

[7] Ostende nobis, Domine, misericordiam tuam, et salutare tuum da nobis.

[8] Audiam quid loquatur in me Dominus Deus, quoniam loquetur pacem in plebem suam,

[9] et super sanctos suos, et in eos qui convertuntur ad cor.

[10] Verumtamen prope timentes eum salutare ipsius, ut inhabitet gloria in terra nostra.

[11] Misericordia et veritas obviaverunt sibi; justitia et pax osculatae sunt.

[12] Veritas de terra orta est, et justitia de caelo prospexit.

[13] Etenim Dominus dabit benignitatem, et terra nostra dabit fructum suum.

[14] Justitia ante eum ambulabit, et ponet in via gressus suos.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXIV

Si predice la liberazione dalla schiavitù del demonio per Cristo; e poi si prega per il compimento della predizione.

Per la fine; a’ figliuoli di Core, salmo.

1. Signore tu hai voluto bene alla tua terra. Mi hai tolta la schiavitù di Giacobbe.

2. Tu hai rimessi i peccati del popol tuo; hai ricoperti tutti i loro peccati.

3. Hai raddolcito tutto il tuo sdegno; hai sedato il furore di tua indignazione.

4. Convertici, o Dio nostro Salvatore, e rimuovi da noi l’ira tua.

5. Sarai tu irato con noi in eterno? o prolungherai l’ira tua di generazione in generazione?

6. O Dio, tu volgendoti a noi ci renderai la vita; e il popol tuo in te si rallegrerà.

7. Fa’ vedere a noi, o Signore, la tua misericordia, e dà a noi la tua salute.

8. Fa ch’io ascolti quello che meco parlerà il Signore Dio, perocché egli parlerà di pace col popol suo,

9. E co’ suoi santi e con quelli che al cuor loro ritornano.

10. Certamente la salute di lui è vicina a color che lo temono; e abiterà nella nostra terra la gloria.

11. La misericordia e la verità si sono incontrate insieme; si son dato il bacio la giustizia e la pace.

12. La verità spuntò dalla terra; e dal cielo ci ha mirati la giustizia.

13. Perocché darà il Signore la sua benignità, e la nostra terra produrrà il suo frutto.

14. La giustizia camminerà dinanzi a lui, e porrà nella retta strada i suoi passi.

Sommario analitico

In questo salmo, il Profeta domanda a Dio con istanza il ritorno degli Israeliti e dei Giudei, condotti in cattività. E contempla in spirito la grande liberazione degli uomini dalla cattività del demonio, con l’incarnazione di Gesù-Cristo. È una preghiera eccellente per ottenere la grazia della santità, dopo essere stato liberati dalla schiavitù del peccato (1).

(1) Rosen-Muller e qualche altro con lui riconducono la composizione di questo salmo al tempo che seguì immediatamente il ritorno della cattività. Altri lo considerano come una preghiera, per il ritorno dei prigionieri condotti da Salmanasar e Sennacherib.

I. – Espone il decreto divino con il quale Dio si è resoluto:

1° a dare alla Chiesa la benedizione mediante il Cristo;

2° la liberazione degli eletti dalla cattività del demonio (1);

3° la remissione dell’offesa contratta con il peccato;

4° la distruzione del peccato nell’anima (2);

5° la moderazione della pena, dovuta al fatto che Dio si è degnato di moderare la sua collera ed arrestare gli effetti della sua indignazione (3). 

II. – le disposizione che gli uomini devono osservare perché siano loro applicati gli effetti dell’Incarnazione:

1° La conversione interiore del peccatore verso Dio Salvatore, conversione che viene da Dio come principio;

2° La preghiera fatta al giusto giudice, perché si allontani la sua collera da lui e dalle generazioni avvenire (4, 5).

III. Gli effetti prodotti negli uomini dall’incarnazione:

1° La vita delle anime;

2° la gioia che ne deriva (6);

3° La misericordia di dio;

4° La vita ed il possesso di Dio Salvatore (7);

5° L’intelligenza delle parole di Dio soprattutto nei santi ed in coloro che sono convertiti con il cuore (8);

6° La pace;

7° La gloria (9).

IV. Gli attributi di Dio che si sono manifestati nel compimento dell’incarnazione:

1° La misericordia e la verità si incontrano;

2° La giustizia e la pace si baciano (10).

3° Egli fa vedere da dove è uscita ciascuna di queste virtù: a) la verità è uscita dalla terra; b) la giustizia si mostra dal cielo; c) la misericordia è venuta da Dio, d) la pace è venuta dalla terra, nella Persona di Gesù-Cristo che ha soddisfatto alla giustizia di Dio (12, 13).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1 – 3.

ff. 1-3. – All’inizio di questo salmo, il Profeta ci fa conoscere il piano di liberazione del genere umano, e ce ne dice la causa ed il termine. La causa è l’amore divino: « Prerchè Iddio ha tanto amato il mondo da dargli il suo Figlio » (Giov. III), e benedirci con ogni specie di benedizioni (Ephes. I). Non si può dare altra ragione che la volontà divina, della sua benevolenza della sua misericordia. L’ultimo termine di questa misericordia divina è la nostra liberazione dal giogo del demonio, parziale in questa vita, ma completa e perfetta alla resurrezione generale, quando parteciperemo alla libertà della gloria dei figli di Dio (Rom. VIII, 21) – (Bellarm.). –  Come applicare al popolo giudeo queste parole del salmo: « Voi avete fatto cessare la cattività di Giacobbe? » Questo popolo dopo qualche tempo di schiavitù, recuperava la sua libertà, e più volte lo si vide successivamente ridotto in cattività e liberato; oggi esso è sotto il giogo, per punizione della mancanza commessa nel crocifiggere il suo Signore. Noi dobbiamo dunque intendere queste parole come riferite ad un’altra cattività, dalla quale tutti desideriamo essere liberati, perché noi tutti apparteniamo alla posterità di Giacobbe, se apparteniamo alla razza di Abramo, imitando la sua fede. Quale è dunque questa cattività da cui abbiamo il desiderio di essere liberati? Ecco che il beato Apostolo Paolo s’avanza e ce la indica: egli sia il nostro specchio, parli e ci vedremo nelle sue parole; poiché non c’è nessuno che non ci riconosca qui, egli dunque dice: « io mi compiaccio nella legge di Dio, secondo l’uomo interiore; » la legge di Dio riposa nel mio cuore; « … ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra » (Rom. VII, 23). Ecco qual è questa cattività; chi di noi non ne vorrebbe essere liberato? E come fare per esserne liberato? A chi il Profeta indirizza queste parole: « Voi avete fatto cessare la cattività di Giacobbe? » Al Cristo! Ascoltate ancora, come confessato dalla bocca di San Paolo, che sotto il peso di questa cattività esclama: « Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo di morte? » Egli lo cercava e ben presto si è presentato al suo spirito la grazia di Dio, con Nostro Signore Gesù-Cristo (Rom. VII, 20). È di questa stessa grazia di Dio che il Profeta dice allo stesso Signore Gesù-Cristo. « Voi avete fatto cessare la cattività di Giacobbe » (S. Agost.). – Come Dio fa cessare la cattività di Giacobbe? Rimettendo l’iniquità! L’iniquità vi teneva prigionieri; l’iniquità è rimessa, e voi siete liberati. Com’è in effetti che colui che non conosce il suo nemico invoca il suo liberatore? « Voi avete coperto tutti i miei peccati. »  Che vuol dire « Voi avete coperto? » Per non vederli. Che vuol dire: per non vederli? Per non doverli punire. Voi non avete voluto vedere i mei peccati, e non li avete visti, perché non avete voluto vederli (S. Agost.). Voi avete coperto i loro peccati con le virtù, come se dicesse: Voi avete coperto l’iniquità con la giustizia, l’impurità con la castità, l’oscurità del peccato con il candore dell’innocenza (S. Gerol.). – Ecco dunque l’ordine di questa redenzione divina dell’uomo: la benedizione o la buona volontà di Dio ci ha dato il Redentore, il Redentore ha soddisfatto per i nostri peccati, placando la collera di Dio; la giustizia ha soddisfatto per i nostri peccati, placando la collera di Dio; soddisfatta la giustizia Egli ce li ha perdonati; il perdono dei nostri peccati è stata la fine della nostra prigionia (Bellarm).     

II. — 4-5.

ff. 4-5. – Il primo effetto della collera di Dio pacificato, è l’inizio della nostra salvezza, cioè del nostro ritorno a Dio. Questo ritorno è possibile quando Dio si rivolge per primo a noi, come si rivolse a Pietro dopo che questi disconobbe il suo Maestro divino, per ispirargli lo spirito di penitenza e di lacrime. Anche voi, uomini, a cui è dato convertirvi a Dio, meriterete la sua misericordia, mentre coloro che non si convertiranno a Dio non otterranno misericordia e non troveranno che collera da parte di Dio? E cosa potreste voi per la vostra conversione se non foste chiamati? Colui che vi chiama nel momento in cui voi non avete che avversione per Lui, non è l’Autore della vostra conversione? Guardatevi bene dall’attribuirvi la vostra conversione, perché se Dio non vi avesse chiamato quando lo foste, voi non avreste potuto convertirvi. Ecco perché il Profeta, riconducendo a Dio il beneficio della sua conversione, lo prega in questi termini: « O Dio, convertendoci a Voi, Voi ci vivificherete » (S. Agost.). –  Questa collera di Dio, che il peccato del nostro primo padre aveva attirato su tutti gli uomini, sarebbe stata in effetti eterna; sarebbe durata nella sequenza delle età se Dio, con una misericordia che sorpassa tutto ciò che noi possiamo concepire, non ci avesse dato una potente diga per arrestarne il corso, cioè il proprio Figlio (Duguet).

III. – 6-9.

ff. 6-9. – « Il vostro popolo si rallegrerà in Voi » Cattiva sarà la gioia che prenderà da se stesso, buona la gioia che prenderà in Voi. Quando ha voluto in effetti cercare la gioia in se stesso, non ha trovato che una causa di gemiti. Ma ora che ogni nostra gioia è in Dio, colui che voglia gioire con certezza, gioisca in Lui che non può perire. Perché, ad esempio, quale gioia trovare nel denaro? Il denaro perisce ed anche voi, e nessuno sa quale dei due perirà per primo. Una cosa è certa: è che entrambi periranno: chi per primo? Ecco ciò che è incerto; perché né l’uomo può restare eternamente quaggiù, né il denaro può durare per sempre; lo stesso è dell’oro, degli abiti, delle casse, ed anche della fortuna stessa. Non mettete dunque la vostra gioia in tutte queste cose, ma riponetela in questa luce che non si spegne mai. Gioite in questa luce che non ha preceduto il giorno di ieri, e che non seguirà il giorno di domani. « Io sono, ha detto il Signore, la luce del mondo, vi chiamo a lui. Chiamandovi Egli vi converte; e convertendovi vi guarisce; quando vi avrà guarito, voi vedrete Colui che vi avrà convertito e a cui il Profeta dice: « … e il vostro popolo gioirà in Voi » (S. Agost.). – Il Profeta  ha già domandato che la collera di Dio faccia posto alla grazia che deve vivificarci, dopo aver cancellato i nostri peccati; ora, questa non è la misericordia ordinaria di Dio, è la sorgente di tutte le misericordie, è la rivelazione della misericordia incarnata, la manifestazione del Figlio suo, di cui S. Paolo ha detto: « la grazia di Dio è apparsa tra gli uomini; » (Tit. II) « è apparsa a noi la bontà e l’umanità del nostro Salvatore Gesù-Cristo; » (Tit. III); – « Mostrateci la vostra misericordia, e dateci la vostra salvezza. » Beato colui a cui Dio mostra la sua misericordia; egli non può inorgoglirsi, perché mostrando a lui la sua misericordia, lo persuade che tutto ciò che l’uomo possiede di bene non può venire che da Colui che è tutto il nostro Bene … « e dateci la vostra salvezza, il vostro Salvatore. » Dateci il vostro Cristo, è in Lui che risiede la vostra misericordia. Diciamogli anche noi: dateci il vostro Cristo. È vero che Egli ci ha già dato il suo Cristo, tuttavia, Gli diciamo ancora: dateci il vostro Cristo, perché Gli diciamo: « Dateci oggi il nostro pane quotidiano. » (Matth. VI, 2). E il nostro pane qual è? Se non Colui che ha detto: « Io sono il pane vivo disceso dal cielo » (Giov. VI, 41). Diciamogli: dateci il vostro Cristo; perché Egli ce lo ha dato, ma nella sua umanità; dopo avercelo dato nella sua umanità, ce lo darà nella sua divinità. In effetti Egli ha dato un Uomo agli uomini, perché lo ha donato agli uomini come gli uomini potevano comprendere. Nessun uomo era capace di comprendere il Cristo senza la sua divinità. Il Cristo si è fatto uomo per gli uomini; si è riservato Dio per gli dei … Egli stesso ha detto nel Vangelo: « colui che mi ama osserva i miei comandamenti, ed Io lo amerò e mi manifesterò a lui. » (Giov. XIV, 9, 21). Egli parlava agli Apostoli e diceva loro « Io mi manifesterò a lui. » Perché? Non era lui che parlava? Si, ma là lo vedeva la carne, il cuore non vedeva la divinità. Ora, la carne ha visto la carne, affinché il cuore fosse purificato dalla fede (Att. XV, 9) e meritasse di vedere la divinità. La luce che ci sarà mostrata, deve trovarci puri, ciò che fa in noi la fede. Ecco dunque ciò che noi diciamo con queste parole: « Dateci il vostro Salvatore, » dateci il vostro Cristo, che noi conosciamo il vostro Cristo, che vediamo il vostro Cristo, non come lo hanno visto i Giudei che lo hanno crocifisso, ma come Lo vedono gli Angeli che si rallegrano in Lui. (San. Agost.). – « Io ascolterò ciò che il Signore dirà dentro di me ». – Dio parla interiormente al Profeta, ed il mondo circostante lo importunava con i suoi rumori. Egli allontana allora un po’ questo brusio del mondo, se ne allontana per ritrovarsi con se stesso e passare da se stesso a Colui del quale ascolta interiormente la voce; egli si tappa in qualche modo le orecchie contro le agitazioni di questa vita, contro la sua anima appesantita dal corpo che si corrompe, contro il suo spirito represso dalla sua abitazione terrestre e preso da numerosi pensieri, e dice: « Io ascolterò ciò che il Signore dirà dentro di me » (S. Agost.). – C’è una voce che ci parla interiormente e come nel fondo dell’anima quando, chiudendo l’orecchio al rumore delle creature, noi non vogliamo più ascoltare che Dio solo, e Lo chiamiamo in noi con tutto l’ardore dei nostri desideri. È quella voce che, lontano dagli uomini, deliziava i Paolo, gli Antonio, i Pacomio, e rivelava loro, senza oscurità, i segreti della scienza divina; è questa voce che istruisce i Santi, li infiamma, li consola e li inebria, per così dire, della sua celeste dolcezza e di una pace che sorpassa ogni intelligenza. – Dio parla un linguaggio di pace, non agli empi, che vogliono sempre perseverare nella loro empietà, ma al suo popolo, ai suoi santi ed anche ai peccatori che rientrano nel proprio cuore per convertirsi. – « … perché Egli porgerà un linguaggio di pace al suo popolo ». La voce del Cristo, la voce di Dio è dunque la voce della pace; essa ci chiama alla pace. Andiamo – essa dice – voi che sapete di non avere ancora la pace: amate la pace. Cosa potreste ricevere da me che valga più della pace? Cos’è la pace? L’assenza di ogni guerra, cioè l’assenza di ogni contraddizione, di ogni resistenza, di ogni opposizione. Vedete se siamo già in questo stato; vedete se non abbiamo più conflitti con il demonio; vedete se tutti i santi e tutti i fedeli non lottano ancora contro il principe dei demoni, contro i loro piaceri, attraverso i quali suggerisce il peccato … Non c’è dunque la pace, perché c’è combattimento. Quale pace possono trovare quaggiù degli uomini obbligati a resistere costantemente a tante importunità, a tante cupidigie, a tanti bisogni, a tanti scoraggiamenti? Questa non è la vera pace, non è la pace perfetta. Quando dunque ci sarà la pace perfetta? Quando la morte sarà assorbita nella vittoria, tutte queste debolezze non esisteranno più, e la pace sarà completa ed eterna. Noi saremo allora gli abitanti di una città di cui io vorrei parlare senza fine, una volta nominata, soprattutto in un tempo in cui gli scandali divengono sempre più frequenti. Che non desidererebbe questa città, da cui non uscirà nessun amico, dove non entrerà alcun nemico, e non vi sarà né tentatore né sedizioso, ove nessuno dividerà il popolo di Dio … ci sarà dunque una pace purificata da ogni imperfezione per i figli di Dio che si ameranno tutti tra loro e vorranno riempirsi di Dio, mentre Dio sarà in tutti (1 Cor, XV, 28). Noi avremo Dio come comune spettacolo, avremo Dio in possesso comune, avremo Dio nella pace comune. Qualunque bene ci dia ora, allora ci sarà posto per tutto ciò che ci dà oggi: questa sarà la pace piena e perfetta. È questa pace che fa intendere al suo popolo e che voleva provare colui che diceva: « io ascolterò ciò che il Signore dirà in me ». Volete possedere questa pace di cui Dio fa intendere le parole? Rivolgete il vostro cuore verso di Lui, non lo girate né verso di me, né verso l’uomo, né verso chicchessia; perché ogni uomo che vuole attirare a sé i cuori degli uomini, cade con essi. Cosa val più il cadere con colui verso il quale vi sarete rivolti invece che a Dio? La nostra gioia, la nostra pace, il nostro riposo, la fine di tutte i nostri dolori è Dio e Dio solo: beati « coloro che si convertono e rivolgono il loro cuore a Lui » (S. Agost.). – Rientrare nel proprio cuore, significa cominciare a riflettere sulla vanità delle cose temporali, sulla breve durata e sulla falsità del piacere che si trova nel peccato; e d’altra parte quanto amabile è la virtù, e quanto grande la ricompensa che l’attende nel cielo. – Rientrare nel suo cuore è ancor più il non esporrsi al giudizio degli uomini né ai discorsi dei figli del secolo, bensì il consultare in tutte le cose la retta ragione, la fede e la verità stessa, che è Dio (Duguet). – « … Tuttavia la sua salvezza è vicina a coloro che lo temono ». Non è per la distanza dei luoghi che un uomo è lontano da Dio, ma per i sentimenti. Amate Dio, e siete a Lui vicino; odiate Dio, e voi siete da Lui lontano. Nello stesso luogo voi siete vicino o lontano da Lui. Da tutte le parti del pianeta verranno coloro che volgeranno il loro cuore a Lui; « ma senza dubbio, la salvezza che Egli dona è vicina a coloro che Lo temono, e questo affinché  la sua gloria abiti, con uno splendore particolare, nella terra ove è nato il Profeta. È là in effetti che il Cristo è stato dapprima predicato; è di là che provenivano gli Apostoli, ed è di là che furono primariamente inviati; là vi erano i Profeti; là fu costruito in un primo tempo il tempio; là venivano offerti i sacrifici a Dio; là vissero i Patriarchi; là il Cristo stesso è nato dalla razza di Abramo e si è manifestato; è là la terra che il Cristo ha calpestato con i suoi piedi, la terra in cui ha operato i suoi miracoli (S. Agost.). 

IV. — 10-13.

ff. 10-13. – Praticate la giustizia ed avrete la pace, affinché la giustizia e la pace si diano in voi un bacio scambievole; perché se non amate la giustizia, non avrete nemmeno la pace. La giustizia e la pace si amano e si abbracciano; di modo che colui che avrà praticato la giustizia troverà sempre la pace dando un bacio alla giustizia. Esse tra loro sono come due amiche; forse vorreste l’una senza praticare l’altra, perché non c’è nessuno che non voglia la pace, ma non tutti vogliono praticare la giustizia. Domandate a tutti gli uomini; volete la pace? Tutto il genere umano vi risponderà all’unisono: Sì, io la bramo, la  desidero, la voglio, io l’amo. Amate allora anche la giustizia, perché la giustizia e la pace sono due amiche; esse si danno uno scambievole bacio. Se non amate l’amica della pace, la pace non vi amerà e non verrà a voi. Cosa c’è in effetti di straordinario nell’amare la pace? Chiunque sia, anche il malvagio desidera la pace, perché la pace è una buona cosa. Ma praticate la giustizia, perché la giustizia e la pace si scambiano baci e non sono mai tra esse in lotta. Perché vi mettete in lotta con la giustizia? Ecco che la giustizia vi dice:  non rubate, … e voi non l’ascoltate; non commettete adulterio, … e vi rifiutate di ascoltare; non fate agli altri quel che non volete sia fatto a voi; non dite agli altri quel che non volete che si dica a voi. Voi siete il nemico della mia amica, vi dice la pace: perché mi cercate? Io sono l’amica della giustizia, se qualcuno è nemico della mia amica, io non mi avvicino a lui. Volete allora arrivare alla pace? Praticate la giustizia (S. Agost.). – Cos’è questa verità che è uscita dalla terra, se non il Figlio di Dio? E che cos’è la terra dalla quale è uscita, se non la carne della Santa Vergine? Perché la giustizia guardasse dall’alto del cielo, cioè perché gli uomini fossero giustificati dalla grazia divina, è stato necessario che la verità uscisse dalla terra, che il Cristo nascesse da Maria. E come in effetti. perché fossimo giustificati dei nostri peccati, non ha Egli offerto per noi il Sacrificio della sua passione e della sua croce? E come ha compiuto il suo Sacrificio se non con la morte? E come sarebbe morto se non avesse preso prima una carne simile alla nostra? E come infine si è rivestito di carne mortale se la verità non fosse uscita dalla terra? (S. Agost.). –  Noi possiamo ancora dare un altro senso a questo versetto: « … la verità è uscita dalla terra »; la confessione è uscita dall’uomo. In effetti voi non eravate che un uomo peccatore. O terra che al momento del tuo peccato, hai inteso queste parole: « Tu sei terra e nella terra tornerai, » (Gen. III, 19), la verità esca da te, affinché la giustizia ti guardi dall’alto del cielo. Ma come la verità può uscire da te, che non sei che peccato, che non sei che ingiustizia? Confessa i tuoi peccati e la verità uscirà da te (S. Agost.). – « Perché Dio darà la dolcezza e la nostra terra darà il suo frutto. » Voi potete avere in voi i vostri peccati, ma non potete portare dei buoni frutti, se colui che vi ha confessato  non lo produce in voi. È perché il peccato, dopo aver detto: « La verità è uscita dalla terra, e la giustizia ha guardato dall’alto del cielo, » risponde per così dire a questa questione che gli verrebbe fatta e continua così: « … perché il Signore darà la sua dolcezza e la nostra terra darà i suoi frutti. « Esaminiamoci dunque e se non troviamo in noi che peccati, detestiamoli, e desideriamo la giustizia; perché quando cominciamo ad odiare i nostri peccati, questo solo odio del peccato comincia già a renderci già simili a Dio, perché odiamo ciò che Dio odia. Quando voi avrete iniziato ad odiare i vostri peccati ed a confessarli a Dio, se qualche diletto colpevole vi coinvolge e vi conduce a cose funeste, indirizzate a Dio i vostri gemiti confessando a Lui i vostri peccati, e meriterete di ricevere la ripugnanza che viene da Lui e vi darà la dolcezza che accompagna le opere della giustizia, affinché la giustizia cominci ad affascinarvi, voi che amavate un tempo l’iniquità. Da dove vi è venuta questa nuova dolcezza, se non dal Signore, che darà la sua dolcezza affinché la nostra terra produca il suo frutto? – « La giustizia camminerà davanti a Lui, e metterà i suoi passi nella via ». Questa giustizia è quella che viene dalla confessione dei peccati, perché essa stessa è verità. In effetti, voi dovete essere giusto contro di voi, per punire voi stesso. La prima giustizia dell’uomo è che si punisca quando ancora è malvagio, affinché Dio lo renda buono. Se dunque v’è prima la giustizia dell’uomo, questa giustizia apre a Dio una via perché venga a voi; preparateGli allora la via nel vostro cuore con la confessione dei peccati. « Preparate la via al Signore » (Matth. III, 9); che questa giustizia  prenda il sopravvento, affinché confessiate i vostri peccati. Egli verrà, vi visiterà, « perché metterà i suoi passi  sulla retta via. » In effetti Egli avrà ora dove posare i suoi piedi, avrà un cammino per venire in voi, e per formar voi stessi con le tracce che lascerà in voi.  

SALMI BIBLICI: “QUAM DILECTA TABERNACULA TUA” (LXXXIII)

SALMO 83: “QUAM DILECTA TABERNACULA TUA”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 83

In finem, pro torcularibus filiis Core. Psalmus.

[1] Quam dilecta tabernacula tua, Domine virtutum!

[2] Concupiscit, et deficit anima mea in atria Domini; cor meum et caro mea exsultaverunt in Deum vivum.

[3] Etenim passer invenit sibi domum, et turtur nidum sibi, ubi ponat pullos suos. Altaria tua, Domine virtutum, rex meus, et Deus meus.

[4] Beati qui habitant in domo tua, Domine; in sæcula sæculorum laudabunt te.

[5] Beatus vir cujus est auxilium abs te, ascensiones in corde suo disposuit,

[6] in valle lacrimarum, in loco quem posuit.

[7] Etenim benedictionem dabit legislator; ibunt de virtute in virtutem, videbitur Deus deorum in Sion.

[8] Domine Deus virtutum, exaudi orationem meam; auribus percipe, Deus Jacob. [9] Protector noster, aspice, Deus, et respice in faciem christi tui.

[10] Quia melior est dies una in atriis tuis super millia; elegi abjectus esse in domo Dei mei magis quam habitare in tabernaculis peccatorum.

[11] Quia misericordiam et veritatem diligit Deus, gratiam et gloriam dabit Dominus.

[12] Non privabit bonis eos qui ambulant in innocentia. Domine virtutum, beatus homo qui sperat in te.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXIII.

Ardente desiderio della visione di Dio nei tabernacoli celesti. É quasi lo stesso argomento del Salmo 41.

Per la fine: per li strettoi; salmo a’ figliuoli di Core.

1. Quanto amabili sono i tuoi tabernacoli, o Signor degli eserciti! L’anima mia si consuma pel desiderio di tua magione.

2. Il cuor mio e la mia carne esultano in Dio vivo.

2. Perocché la passera si trova una casa, e la tortorella un nido dove deporre i suoi parti.

3. I tuoi altari, Signor degli eserciti, mio Re e mio Dio.

4. Beali coloro che abitano nella tua casa, o Signore; te loderanno in perpetuo. (1)

5. Beato l’uomo, la fortezza del quale è in te; egli nella valle di lacrime ha disposte in cuor suo le ascensioni lino al luogo, cui egli si fece.

6. Perocché li benedirà il legislatore; andranno di virtù in virtù; (ad essi) si rivelerà il Dio degli dei in Sionne.

7. Signore Dio degli eserciti, esaudisci la mia orazione; porgi le tue orecchie, o Dio di Giacobbe.

8. Volgi il tuo sguardo, o Dio protettor nostro, e mira la faccia del tuo Cristo.

9. Imperocché vai più un sol giorno nella tua casa, che mille (altrove).

10. Mi sono eletto di essere abbietto nella casa del mio Dio, piuttosto che abitare nei padiglioni de’ peccatori.

11. Imperocché il Signore ama la misericordia e la verità; il Signore darà la grazia e la gloria.

12. Li non priverà dei beni coloro che camminano nell’innocenza; Signore degli eserciti, beato l’uomo che spera in te.].

(1) « In loco quem posuit, » può ricevere due spiegazioni: l’una se non si tenga conto che solo del latino, l’altra se si consideri il testo ebraico e la versione greca. 1° Felice l’uomo che mette in Voi la sua forza, mentre sarà in questa valle di lacrime, nel luogo ove è posto per sua colpa, per il suo peccato, perché Dio lo aveva posto originariamente in Paradiso; 2° felice colui che attende soccorso da Voi, ché da questa valle di lacrime sale un gradino dopo l’altro finché non sia giunto a questa eterna dimora che è il termine del suo pellegrinaggio.

Sommario analitico

In questo salmo, il Profeta, come rapito in estasi, esprime nel modo più toccante il suo amore per la casa di Dio, il rimpianto di vedersene allontanato, il desiderio di ritornarvi, fosse anche per occupare l’ultimo posto. – Secondo qualche interprete, questo salmo risale all’epoca che ha preceduto immediatamente la cattività, in cui i figli di Core furono obbligati a fuggire lontano dal tempio, verso la montagna dell’Ermon, per sfuggire a Sennacherib, ed i versetti 3, 4, 10, in cui è in questione il tempio, sembrano favorire questa opinione; ma il sentimento comune degli interpreti – nota a ragione Hengstenberg – è che il salmo fu composto durante la fuga di Davide  davanti ad Assalonne, quando questo re si trovava con coloro che gli erano rimasti fedeli al di la del Giordano, lontano dal santuario. In senso figurato è l’espressione del desiderio – nell’anima fedele – dei santi tabernacoli e soprattutto della patria celeste, alla quale solo può essere applicata la magnificenza delle espressioni di questo salmo.

I. – Il Profeta esprime il desiderio ardente di questa anima, desiderio che si manifesta:

1° nel suo amore per i santi tabernacoli (1);

2° nelle sua operazioni divine verso questo divino soggiorno;

3°nel languore che essa prova nella considerazione degli atri del Signore (2);

4° nei suoi trasporti di gioia, interiori ed esteriori, nella contemplazione del Dio vivente ed immortale (2).

II. – Egli compara la tranquillità dei beati in cielo con il riposo accordato agli uccelli sulla terra; giudica ed apprezza la loro felicità dalla sicurezza di cui essi godono, e dalle lodi che essi cantano continuamente a Dio (3, 4).

III. – Aspira alla perfezione cristiana come mezzo per giungere a questa felicità, perfezione:

1° che si comunica con la grazia di Dio e la risoluzione di avanzare nel cammino della virtù (5);

2° che si continua con una applicazione costante alla penitenza (6),

3° che si completa con l’aumento della grazia, l’esercizio delle virtù e l’unione con Dio. (7).

IV. – Egli indica i mezzi attraverso i quali Dio ci aiuta a pervenire a questa perfezione:

1° Una preghiera supplichevole, – a) al fine di ottenere il soccorso di Dio per compiere la volontà divina (8); – b) per applicare, mediante la grazia, all’anima fedele, i meriti di Gesù-Cristo (9); – c) per dirigere il grande affare della elezione (9).

2° La scelta che egli fa della via della perfezione cristiana, quantunque penosa, in luogo della vita comoda e facile dei peccatori (10); – a) a causa della misericordia di Dio, che promette il cielo; – b) della sua veridicità, che compie le sue promesse; – c) della sua liberalità, per cui dà la grazia a tutti, – d) della sua giustizia, che concede la gloria all’anima fedele (11); – e) a causa dei beni stessi di questa vita, che Dio non rifiuta affatto alle anime innocenti e che sperano in Lui (12).   

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1, 2.

ff. 1, 2. – Ogni parola, in questi due versetti, è come un trattato di fuoco, e mai l’amore impiegò espressioni più vive: è il grido del desiderio di un uomo che si sente come straniero sulla terra, e che sospira alla sua patria che è il cielo. La vivacità di questo desiderio nasce da due cose: dalla bellezza e dalle attrattive della patria, e dalla durezza dell’esilio. – Il desiderio sì vivo, produce una sorta di debolezza in tutto il suo essere: è ciò che i Santi esprimono con i termini di fuoco, di ferita e di estasi, tre effetti che essi attribuiscono all’amore divino. Quando l’anima ne è penetrata in tutte le sue potenze, essa perde in qualche modo la sua attività, scivola nel seno di Dio, e si perde in questo oceano di tutte le beatitudini e di tutte le perfezioni (Berthier). – Il cuore trasale di gioia e si attacca la dove è il suo tesoro. Per quali beni sobbalza il cuore della maggior parte degli uomini? Gli uni desiderano i beni della terra, le ricchezze di questo secolo; altri i primi posti nella Chiesa, la gloria che viene dagli uomini. Quanto a me, il mio unico desiderio è quello di vedere i tabernacoli eterni ove io contemplerò non più la riunione dei vizi, ma la felice riunione di tutte le virtù. – L’amore del Dio vivente ha, per il cuore distaccato dalla terra, delle delizie infinitamente più pure, più veraci e più dolci di tutte quelle del secolo. « Il mio cuore e la mia carne hanno sussultato nel Dio vivente » È l’espressione di un amore portato al suo grado più alto, perché altrimenti il cuore e la carne non avrebbero questa santa unanimità di gioia e di desiderio (S. Ger.).

II — 3, 4.

ff. 3, 4. – Il Profeta giunge a dirci che il suo cuore si era slanciato così come la sua carne, e li designa sotto il nome di: passero e tortorella: il suo cuore è come il passerotto e la sua carne come la tortorella. Il passerotto ha trovato una casa: il mio cuore ha trovato una casa. Esso esercita le sue ali nelle virtù che si praticano in questa vita, nella fede, nella speranza e nella carità per mezzo delle quali esso vola verso la sua casa, e quando vi sarà giunto, vi resterà, e la voce del passerotto, che è lamentosa quaggiù, non lo sarà più qui, perché è egli stesso il passero lamentoso del quale dice in un altro salmo: « … come il passero solitario sul suo tetto. » (Ps. I, 8). Da questo tetto egli vola alla casa. Benché sia già sul tetto che calpesta come sua dimora carnale, egli avrà una casa celeste, una dimora eterna. Là, il passero metterà fine ai suoi lamenti (S. Agost.). – Quando il nostro cuore ha sussultato a lungo per Dio, quando i nostri desideri ci hanno portato verso di Lui, come l’uccello vola verso la casa; quando abbiamo per lungo tempo vegliato, pregato a lungo, sospirato, Dio ascolta i nostri pianti e mette fine ai nostri languori, Egli ci mostra il luogo ove ci si riposi, amandolo e contemplandolo. Egli ci apre la casa del passero, la casa del cielo (Mgr. De la Douillerie, Symbol. 2° par.). – Ma alla tortorella – la carne – il Profeta ha donato dei piccoli; al passero una casa; alla tortorella un nido, un nido per deporre i suoi piccoli. Si sceglie una casa per abitarvi sempre; un nido è fatto da un cumulo di detriti per un breve tempo. Con il cuore noi pensiamo a Dio come un passero che vola verso casa; con la carne, noi compiamo le nostre buone opere, perché è con esse che noi facciamo tutto ciò che ci viene prescritto e tutto ciò che ci viene in soccorso in questa vita: « e la tortorella  cerca un nido per deporvi i suoi piccoli » … non faccia un nido nel primo spazio trovato, per deporvi i suoi piccoli, ma che produca le sue opere nella vera fede, nella Fede cattolica, nella comunione dell’unità della Chiesa (S. Agost.). – Se perseverate nella fede, la fede stessa è il nido in cui la tortorella deporrà i suoi piccoli, perché a causa della debolezza dei piccoli della vostra tortorella, Dio vi ha concesso di che fare un nido, e per questo si è rivestito di una carne che non è che fieno, per venire a voi. Deponete dunque in questa fede i piccoli che sono nati da voi, ed operate le vostre buone opere in questo nido. Quali sono questi nidi o qual è questo nido? Il profeta lo dice subito dopo: « … i vostri altari, o Signore degli eserciti » (S. Agost.). – La cima di un albero che si perde tra le nuvole, lo spesso fogliame in fondo al ramo, il cono oscuro di una casa isolata, è lo stazionamento che il passero preferisce. Ma dato che ha costruito il suo nido, si considera in tutta verità come a casa sua. Egli ha preso possesso della sua dimora: sta per diventare il capo di una nuova famiglia. Voi direte che è molto fragile questo posizionamento aereo. E tuttavia la sacra Scrittura lo cita molto saggiamente per l’uomo, per dargli un’utile lezione: « Quale confidenza si avrà, essa dice, in Colui che non ha neanche un nido? » (Eccli. XXXVI, 28). C’è bisogno che un dato giorno l’uomo anche sappia fissare la sua vita e che si ponga con onore là dove Dio gli ha creato dei doveri. – Ma sì modesto che possa essere il nido dell’uccello, vi ospita tutta la sua felicità; egli non lo lascia che per un istante e vi torna sempre con gioia. La femmina vi depone le sue uova; con quale cura, con quale tenerezza essa le cova e le riscalda, e più tardi lo farà con i suoi piccoli, quando esse saranno dischiuse. Chi di noi nel nido in cui la provvidenza l’ha posto, non ha riscaldato con il suo alito l’uomo dove dormono le proprie speranze! Tuttavia consideriamo che le nostre speranze saranno vane se hanno come oggetto solo i beni di questa vita passeggera … Il sant’uomo Giobbe, ricordando con amarezza le sue speranze deluse, si esprimeva con questa parole: « Io mi sono detto, pieno di fiducia: io morirò nel riposo nel piccolo nido che mi sono fatto » … « il nido in cui il patriarca vuole morire – dice S. Gregorio – (Moral., 1. XIX, c. 27), è l’immagine della pace profonda che solo la Chiesa assicura ai suoi figli fedeli, facendoli crescere nella sua fede e riscaldandoli nel suo amore, fino a che le loro ali si siano ingrandite per prendere il volo verso la patria celeste ». – « La Chiesa è come la tortorella che sa trovare un nido per i suoi piccoli ». Ma Davide designa ancor più chiaramente il nido in cui voglio vivere e morire: « La tortorella – egli dice – trova un nido per i suoi piccoli; ed io, mio Dio delle virtù, io non domando che i vostri altari ». Si, i vostri altari, Signore, intorno ai quali ha gioito nella mia giovinezza; i vostri altari ove io mi nutro ogni giorno dell’Alimento dei forti; i vostri altari verso i quali si slancia il mio cuore, come l’uccello che esce dal suo nido, per elevarmi di virtù in virtù e salire fino a Voi; i vostri altari che io voglio abbracciare morendo; i vostri altari dai quali non mi allontanerò se non per unirmi a Voi nel cielo! (Symbol. Ibid.) – Il Profeta desidera con ardore la patria celeste; ma essendone lontano, trovando la sua più viva immagine nell’altare del Signore, vi riposa come un uccello nel suo nido. L’altare è in effetti l’immagine più vivente del cielo; è circondato da mille cose che ricordano questa celeste patria: è là che viene immolato tutti i giorni questo Agnello che ci ha aperto, con il suo sangue, l’atrio dell’eternità, è là che ci è dato il pegno dell’immortalità; là noi siamo più vicini a Dio, la preghiera è più intima, la lode più attenta e pia. Tutti gli uccelli si trovano nel luogo del riposo, ed anche il passero più piccolo ha la sua casa ed il suo nido. Non soltanto l’uccello attivo e vivace, come il passero, ma anche l’uccello amico della solitudine, come la tortorella, ha un nido per deporvi i suoi piccoli e per vivere in sicurezza, …ed io, Signore, che viva di una vita attiva, come il passero, o scelga la solitudine, come la tortorella, avrò il mio riposo ed il mio nido presso i vostri altari, e potrò venire a riposare di tempo in tempo, e deporvi, come dei piccoli nel nido della loro madre, la mie preghiere, le mie voci, i miei casti desideri, le mie meditazioni ed il tributo delle mie lodi (S. Girol. – Bellarm.). – Ciò che è l’anfratto per il passero, il nido per la tortorella, sia l’altare per il nostro cuore. Verso questo tabernacolo, rivolgiamo le invocazioni più penetranti e le più grandi tenerezze delle nostre anime, i sospiri più ardenti del nostro cuore: « … i vostri altari, Signore Dio delle virtù, i vostri altari », ecco il rifugio, la protezione, il bastione! – Perché coloro che abitano nella vostra dimora sono felici? Cosa possederanno, cosa faranno? Tutti coloro che si dicono felici sulla terra possiedono qualcosa e fanno qualcosa. Tale uomo è felice in ragione delle tante terre, dei tanti servitori, del tanto oro e del tanto denaro: lo si dice felice di ciò che possiede. Un altro è felice perché è giunto ad alte dignità, è un governatore, un prefetto; lo si dice felice di ciò che ha fatto. L’uomo è dunque felice in ragione di quanto possiede ed in ragione di quanto fa. Da dove verrà dunque la felicità per coloro che abitano nella dimora del Signore?  Cosa possiederanno? Cosa faranno? Quel che possederanno lo dice più avanti: « Felici coloro che abitano nella vostra dimora! » Se voi possedete la vostra casa, siete povero; se possedete la casa di Dio, allora siete ricco. Nella vostra casa, voi avete paura dei ladri; ma Dio stesso è il muro che protegge la casa di Dio: « felici dunque coloro che abitano nella vostra casa! » Essi possiederanno la Gerusalemme celeste, senza angosce, senza oppressioni, senza differenze, senza limite di possesso; tutti la possiedono ed ognuno la possiede interamente. Che ricchezze immense! Il fratello non mette più il fratello nella ristrettezza: in cielo non c’è indigenza. Ed ora cosa faranno? Perché quaggiù la necessità è la madre di tutte la azioni umane … diteci dunque, cosa faranno nel cielo poiché non vi è alcuna necessità che spinga ad agire: « … essi vi glorificheranno nei secoli dei secoli ». Questa sarà la nostra unica occupazione, un alleluia senza fine. E non crediate che ne possa derivare alcun disgusto, sotto pretesto che se oggi lo ripetete per molto tempo, non potreste perseverare, perché è la necessità che vi distoglie da questa gioia;  ebbene, noi non potremmo gioire di ciò che non vediamo, tuttavia in mezzo alla tribolazioni della vita e malgrado la fragilità della nostra carne, se noi lodiamo con ardore gioioso ciò che crediamo, con quale trasporto loderemo ciò che vedremo? Siamo senza inquietudine; la lode di Dio, l’amore di Dio non ci causerà sazietà! Se potreste cessare di amarlo, potreste cessare di lodarlo, ma se il nostro amore per Dio è eterno, la vostra vista non potrà saziarsi della sua beltà. Non temete di non poter lodare Colui che potrete amare sempre (S. Agost.). – Per troppo tempo, come passero solitario, mi sono tenuto lontano da Voi, mio Dio! Quando avrò alfine questo bene di abitare in Voi, o Gesù? Quando potrò alfine dire che il passero ha trovato una dimora? – È una dolce idea da meditare quella di una dimora. Io non so cosa ne penseranno gli uomini di oggi, perché non parrebbero comprendere qual bene sia l’avere una dimora. Nella nostra società agitata e mutevole, più simile – sotto i brillanti aspetti del lusso e del piacere – ad una tribù nomade, che ad un popolo di famiglie unite in una patria comune, ci si fa facilmente l’idea di non avere casa e di abitare là dove ci si trovi, senza luogo, perché si è senza affezione; senza casa, perché senza famiglia, o ben presto senza patria, perché si è senza ricordi e senza speranze… Una casa è una famiglia, e come la famiglia non è che l’estensione dell’uomo, una casa è un simbolo sviluppato e fecondo dell’uomo tutto intero. Una porta, delle entrate e delle uscite, è l’immagine della volontà con la quale l’anima si espande al di fuori o si raccoglie in se stessa; una finestra che riceve la luce dal cielo, come l’intelligenza rischiarata dalla luce di Dio; una tavola che si nutre di un pane comune, simbolo del vero nutrimento delle nostre anime; un focolare, immagine del principio stesso della vita, centro, luogo che unisce tutti i membri della famiglia. Quali delicati misteri espressi da questi segni volgari! Ma soprattutto, in questa casa, termine di una unità collettiva, quante dolci soddisfazioni per il cuore! È in essa che vi si trova un padre, una madre, una sposa, dei fratelli, dei servitori, degli amici, ed anche qualche straniero al quale si rende il viaggio più piacevole e sicuro. Una  casa per cui si può dire: io qui sono nato, qui ho ricevuto le prime tenerezze e gli ultimi addii da mio padre, e con essi le tradizioni da conservare e le speranze da trasmettere. – Il Cristiano, che non vive solo la vita della natura, ma pure la vita della grazia, ha anch’egli una casa, la casa di Dio. Là egli nasce, si nutre, là trova suo Padre, dei fratelli, tutta una famiglia. Santa casa, quali piacevoli rifugi, quante gioie intime e quali dolci trasporti rivivono i profughi che vi rientrano dopo averla lasciata! La sua porta è la porta del cielo; il giorno che riceve dall’alto è veramente la luce eterna del Dio che vi abita e che si degna di conversare con noi (Mgr Baudry, Le Sacre-Coeur, p. 54, 55.)

III. — 5-7.

ff. 5-7. – Il Profeta ci dà qui i motivi che devono eccitarci a tendere sempre più verso il cielo. – 1° Dio che ci aiuta in questo lavoro! « Felice l’uomo che attende da Voi il suo soccorso »; – 2° la natura del cuore dell’uomo che desidera sempre elevarsi più in alto, e che resta pieno di inquietudini finché non riposi in Dio; – 3° il luogo da dove bisogna salire « in questa valle di lacrime »; – 4° il luogo ove bisogna tendere « per elevarsi fino al luogo che si propone ». Cos’è dunque ciò che Dio dona a colui che pone in Lui tutta la speranza ed il soccorso che attende? « Dio ha disposto dei gradi nel suo cuore ». Egli ha fatto dei gradini che gli servono per salire. Dove ha fatto questi gradini?  Nel suo cuore. Dunque, più amerete, più salirete. « Egli ha disposto dei gradini nel suo cuore! » Chi li ha disposti? Colui che ha preso ed elevato: « Felice colui che Voi prendete ed elevate verso di Voi. »; siccome l’uomo non può nulla da se stesso, è necessario che la vostra grazia lo prenda. E che fa la vostra grazia? Essa dispone dei gradini. Dove dispone questi gradini? « nel suo cuore, nella valle del pianto ». In questa valle del pianto, potete riconoscere il torchio; le pie lacrime della tribolazione sono il vino dolce dell’amore. « Egli ha disposto dei gradini nel suo cuore! » Dove dunque li ha disposti?  « Nella valle di lacrime » Quaggiù dunque Egli ha disposto questi gradini; perché quaggiù … si piange dove si semina. « Essi andavano e camminavano, dice il Profeta, e piangevano gettando la semenza nella terra » (Ps. CXXV, 6). Dio ha dunque disposto per sua grazia dei gradini nel vostro cuore. Salite questi gradini con l’amore; perché da questo deriva che bisogna cantare il cantico dei gradini. E questi gradini, dove sono disposti per voi? « … nel vostro cuore, nella valle di lacrime ». Per salire dove? « Nel luogo che Egli ha preparato » (Ps. LXXVIII, 7). Cosa vuol dire fratelli miei: « Nel luogo che Egli ha preparato? » Questo luogo che Dio ha preparato, se era possibile dire, lo dirà il Profeta. Egli vi ha già detto: « Egli ha disposto dei gradini nel cuore, nella valle di lacrime ». Voi chiedete: per andare dove? Cosa egli vi dirà? « … verso ciò che l’occhio non ha mai visto, e l’orecchio mai inteso, verso ciò che non è salito nel cuore dell’uomo » (1 Cor. II, 9).  Questo luogo è una collina, è una montagna, è una terra, è un prato; questo luogo ha ricevuto tutti questi nomi; ma ciò che esso sia in realtà e non per comparazione, chi ce lo spiegherà? « Perché noi vediamo ora attraverso uno specchio ed in enigma ciò che è questo luogo, ma allora lo vedremo faccia a faccia (Ibid. XIII, 12). Non cercate dunque quale sia il luogo designato con queste parole: « … verso il luogo che Egli ha preparato ». Questo luogo è conosciuto da Colui che ha preparato il posto ove vi condurrà, attraverso i gradini disposti nei vostri cuori. Temete dunque di salire per timore che Colui che vi conduce non si inganni?  – Ecco che Egli ha disposto dei gradini nella valle del pianto per salire « … verso il luogo che Egli ha preparato ». Noi oggi piangiamo. Di qual luogo? Del luogo ove sono posti i suoi gradini (S. Agost.). –  « Perché il legislatore darà la sua benedizione. » È ciò che dice l’Evangelista S. Giovanni: « Noi tutti abbiamo ricevuto della sua pienezza, e grazia su grazia, perché la legge è stata data da Mosè, la grazia e la verità sono venute da Gesù-Cristo. » (Giov. I, 17, 18). La legge non dava la grazia necessaria al compimento dei suoi precetti, perché la grazia e la giustizia non sono per la sua legge; ma « ciò che era impossibile alla legge, Dio, questo divino Legislatore, l’ha fatto Egli stesso, inviando suo Figlio che ha diffuso nelle nostre anime lo spirito di grazia, affinché la giustizia della legge si compisse in noi (Rom. VIII, 3, 4). – Non bisogna mai fermarsi sulla via del cielo: non avanzare significa retrocedere. – Facendo l’opera della verità nella carità, cresciamo in ogni modo in Gesù-Cristo nostro Capo (Ephes. IV, 15). Ahimè per la maggior parte dei Cristiani, la vita è una discesa perpetua: essi scendono, o piuttosto rotolano su questa pendenza maledetta nella quale li trascinano le loro inclinazioni viziose. – San Gregorio vede nelle montagne l’insieme delle divine contemplazioni, e spiega così le elevazioni che Dio dispone nel nostro cuore dopo averci posto nella valle di lacrime: « più in effetti il Signore ci tiene abbassati nella tristezza e nell’umiltà, più ci porta in seguito verso di Lui sulle altezze della contemplazione. » (Moral. XXX, 19). – Oh! Quanto è consolante questo pensiero e quanto dolce è il fermarvisi. Noi non possiamo, ahimè compararci a queste alte montagne che sono gli Angeli, i santi i Profeti, gli Apostoli. In noi tutto è vile e basso, ed il peccato ci ha fatto scendere fino alle profondità degli abissi. Ma nella miseria nera, siamo umili. Dio disporrà in noi ammirabili altezze, Egli eleverà le nostre anime, i nostri cuori, i nostri spiriti, e sulle cime ove ci porterà, noi benediremo il Signore, che a suo piacere ha fatto sorgere le montagne e fatto discendere le pianure nei luoghi che ha scelto. (Mgr. De La Bouillerie, Symbol., p. 208). – « Nella valle delle lacrime ». Dopo la caduta di Adamo, quanti torrenti di lacrime sono colati in questa valle! Quante sofferenze! Quanti dolori amari! Quante angosce lamentevoli! Ma ciò che deve fare scorrere soprattutto le nostre lacrime, sono le nostre colpe … La terra sia per noi una valle in cui colino le lacrime del nostro pentimento. Dio verrà a visitarci, e nel nostro cuore penitente disporrà Egli stesso i gradini che ci faranno salire verso di Lui (idem, p. 218). Quale immagine quella dei gradini formati nel cuore per risalire da questa valle di lacrime fino al soggiorno ove esse saranno asciugate! « Dio disseccherà tutte le lacrime » (Apoc. VII, 17). È così che il cuore parla, e se gli si domanda quali siano questi gradini, dirà che esse sono le prove della pazienza sostenuta dall’amore e dalla speranza (La Harpe). – I legislatori umani non danno la forza necessaria per compiere le prescrizioni che essi impongono. La legge data da Mosè stesso, era impotente sotto questo aspetto: « La legge è stata data da Mosè, la grazia e la verità da Gesù-Cristo » (Giov. I, 17). – Noi abbiamo in questi due versetti tutta la scienza della vita spirituale. Dio è la forza e l’appoggio di coloro che aspirano a possederLo nella eterna felicità; nel loro cuore, si formano delle strade che si elevano sempre di più verso la patria celeste. Essi camminano verso la verità, in questo mondo che è una valle di lacrime; ma essi hanno sempre di vista il termine dei loro desideri. Dio li consola in questa marcia, e Gesù-Cristo, il divino Legislatore, di cui seguono le lezioni e gli esempi, li colma di benedizioni. Essi avanzano così sempre nel cammino della virtù, e si preparano l’entrata della santa Sion (Berthier). – Obbligo cristiano è il non essere mai soddisfatto dello stato di santità in cui ci si trova, ma l’avanzare sempre di virtù in virtù. – Non proferite dunque mai questa parola indegna di una bocca cristiana: io lascio la perfezione ai religiosi ed ai solitari, troppo felici di evitare la dannazione eterna. No, non vi illudete: chi non tende alla perfezione, cade ben presto nel vizio; chi sale ad un’altezza, se cessa di elevarsi con uno sforzo continuo, è spinto dalla stessa pendenza, ed il suo stesso peso lo precipita. Ecco perché la Scrittura ci interdice di arrestarci un solo momento. Se, secondo l’Apostolo San Paolo, la vita tortuosa è una corsa, occorre, come questo Apostolo, avanzare sempre, dimenticare ciò che si è fatto, correre senza risparmio, ed immaginare un riposo solo alla fine della carriera, ove ci aspetta il premio della corsa (Bossuet, IV Serm. p. Pâques). – I giusti vanno di forza in forza, sempre più forte, secondo il senso del testo ebraico, o di virtù in virtù, secondo la nostra versione latina, passando da una virtù imperfetta ad una virtù perfetta, dalla virtù dell’azione, a quella della contemplazione, dalle virtù necessarie in questo mondo per salvarsi, a quelle che fanno la felicità del cielo, là dove non ci sarà più bisogno di prudenza, perché non ci saranno pericoli, né di giustizia umana –  non esistendo più l’ingiustizia – né di forza, perché non ci sarà  nulla da temere, né infine di temperanza, perché le passioni saranno tutte cessate (Bellarm.). – I gentili avevano degli dei visibili, ma essi non erano veri dei, gli ebrei adoravano il vero Dio, ma non era visibile. Il Dio dei Cristiani è il vero Dio, e si è reso visibile mediante l’Incarnazione. « Egli è stato visto sulla terra, ed ha conversato con gli uomini » (Baruch, III, 38). – Ma è soprattutto nel cielo che Lo vedremo faccia a faccia, così com’è. La visione di Dio è la ricompensa, il fine ed il frutto di tutti i nostri lavori, di tutte le nostre virtù, di tutte le nostre pene. Chi non preferirebbe un frutto assai prezioso, del tutto incomparabile, a tutte le cose visibili ed invisibili? Quale cuore tanto freddo non sarebbe infiammato da questa visione di Dio? (S. Bernard.). 

IV — 8-12

ff. 8, 9. – Se noi vogliamo essere esauditi quando ci avviciniamo a Dio con la preghiera, bisogna che Egli ci consideri Gesù-Cristo suo Figlio, mediatore tra Dio e gli uomini. Noi dobbiamo metterLo sempre tra Dio e noi, affinché Dio non ci veda se non attraverso i suoi meriti, e come coperti dal suo sangue. – Dio non ascolta se non le preghiere di Gesù-Cristo, non guarda se non Gesù-Cristo, e non getta gli occhi se non sul volto di Gesù-Cristo. Nessuna protezione c’è fuori da Gesù-Cristo; nessuna salvezza se non attraverso Gesù-Cristo; nessun bene se non per grazia sua, nessuna grazia che non venga dai suoi meriti. – Il Sacerdote ha un diritto tutto particolare per offrire a Dio questa preghiera; sì, o Dio, dato che non si tratta solo della Persona del Figlio vostro, ma di tutto ciò che rappresenta, di tutto ciò che continua e prolunga, nella razza umana, questo Figlio divenuto il “Figlio dell’uomo”; sì, c’è di che attirare il vostro sguardo, c’è un legittimo oggetto dei vostri pensieri e delle vostre attenzioni. Il più piccolo tra i battezzati vi ha un diritto rigoroso: quanto di stupefacente Voi fate alla maggior parte dei vostri preti, ai vostri pontefici, a coloro in cui rivive il reale Sacerdozio, il Sacrificio supremo del vostro Figlio incarnato? Dimenticate, o Dio, dimenticate tutto ciò che è proprio e personale alla vostra mirabile creatura, e guardate in essa solo la faccia del vostro Cristo (Mgr. Pie, Disc. Etc. VIII, p. 244).

ff. 10. – La bellezza della giustizia è sì grande, la luce è eterna, cioè la verità, la saggezza immutabile hanno tante attrattiveche non ci sarebbe dato di gioirne in un solo giorno, negli anni di questa vita, benché numerosi e pieni possano essere di gioie e delizie, non ci parrebbero degni che di disprezzo (S. Agost.;  De liber arbitr. cap. ult.). – Gli uomini desiderano migliaia di giorni, vogliono vivere per lungo tempo su questa terra; disprezzino i migliaia di giorni e desiderino un giorno solo, il giorno eterno al quale il giorno della veglia non ha fatto posto e che il domani non fa cessare. Non desideriamo che questo solo giorno! Che avremo da fare di migliaia di giorni? Da questi mille giorni noi avanziamo verso un giorno solo (S. Agost.). – « Meglio un giorno nel vostro Paradiso che migliaia di altri, ecco perché io ho amato di più essere l’ultimo nella casa del mio Dio, che abitare nelle tende dei peccatori ».  L’orgoglio sale sempre, secondo l’espressione del salmista (Ps. LXXIII, 23), fino a perdersi nelle nubi; gli uomini ambiziosi non danno alcun limite alla loro elevazione; coloro che abitano i palazzi dei re non cessano di affrettarsi fino a quando non occupano i più alti palazzi: voi che scegliete per dimora la casa del vostro Dio, seguite un’altra condotta e non imitate queste alacrità. Se i re, se i grandi del mondo disprezzano coloro che essi vedono negli ultimi ranghi e non disdegnano di arrestare su di essi i loro sguardi superbi, è scritto al contrario che Dio, il solo grande, guardi da lontano e con alterigia tutti coloro che fanno i grandi davanti alla sua forza, e volge gli occhi favorevolmente su coloro che sono abbassati. Ecco perché il Re-Profeta discende dal suo trono e sceglie di essere l’ultimo nella casa del suo Dio, essendo così più sicuro di essere protetto nella sua umiliazione che se levasse la testa e si mettesse al di sopra degli altri (Bossuet, I Serm. de profession, Exord.).

ff. 11. – Nel mondo non si incontra che durezza, insensibilità, menzogna, vanità. Dio è misericordioso, è per questo che dà la grazia; Dio è verace nelle sue parole, è per questo che conferisce la gloria. La grazia precede la gloria e la gloria presuppone il buon uso della grazia. Quando Dio ci dona la gloria, corona i nostri meriti, che sono il frutto della sua grazia. La misericordia e la verità di Dio sono il fondamento e l’appoggio della nostra fiducia (Berthier). –  « Il Signore darà la grazia e la gloria ». a Dio solo appartiene dare la grazia, senza la quale noi non possiamo nulla, e con la quale possiamo tutto. Gesù-Cristo non ha detto: … senza di me, voi farete il bene più difficilmente, bensì: « … senza di me non potete far nulla » (Giov. XV, 5). È la grazia di Dio che effonde nel nostro spirito la prima luce che ci illumina su che cosa si debba fare: « … lo spirito è nell’uomo, e l’ispirazione dell’Altissimo dona la saggezza; » (Giob. XXXII, 8); è la grazia di Dio che eccita i movimenti pii della volontà, « è Dio che con la sua volontà, opera in voi il volere ed il fare; » (Filip. II, 13); è la grazia di Dio che è il principio e la causa di tutte le buone opere: « … io non faccio il bene che voglio, » (Rom. VII, 15); « … non io, ma la grazia di Dio con me.» (I Cor. XV, 10). A Dio solo appartiene darci la gloria e dirci: « … venite benedetti del Padre mio, possedete il reame che vi è stato preparato dall’inizio del mondo. » (Luc. XI, 50). La grazia è il principio della gloria, e la gloria è la consumazione e la ricompensa della grazia.

ff. 12. – Per qual motivo, o uomini, acconsentite a perdere la vostra innocenza se non per procurarvi dei beni? Un uomo acconsente a sacrificare la propria innocenza per non restituire il deposito che gli è stato affidato; egli vuol possedere l’oro: perde l’innocenza! Cosa guadagna? Cosa perde? Per guadagno ha l’oro, come perdita la sua innocenza. Vi è qualcosa di più prezioso dell’innocenza? Ma – si dirà – se conservo la mia innocenza, io sarò povero. L’innocenza dunque è una mancata ricchezza? E voi, se avete un forziere d’oro, siete forse ricco? E se avete un cuore pieno di innocenza, siete povero? Se desiderate i veri beni, conservate ora l’innocenza, nell’indigenza, nella tribolazione, nella valle di lacrime, nell’oppressione, nelle tentazioni; perché così voi avrete in seguito i beni che desiderate: il riposo, l’eternità, l’immortalità, l’impassibilità; ecco i beni che Dio riserva ai suoi giusti. Quanto ai beni ai quali aspirate attualmente, attendendovi un grande premio, e per il possesso dei quali accettate di essere colpevole e di perdere la vostra innocenza, considerate coloro che li hanno, che li possiedono in abbondanza. Voi vedete le ricchezze nelle mani di ladri, di empi, di scellerati, di infami, di uomini perduti in vizi e mancanze; Dio li dà loro in ragione dell’unione comune del genere umano, e dell’ineffabile abbondanza della sua bontà; perché Egli « … fa sorgere il sole egualmente sui giusti e sugli ingiusti » (Matt. V, 45). – Se Egli dà sì grandi beni ai malvagi, voi non riceverete nulla? Vi ha dunque fatto delle promesse menzognere? Rassicuratevi, è un grande bene che vi riserva. Colui che ha avuto pietà di voi quando eravate empi, vi abbandona ora che siete giusto? Egli che ha concesso al peccatore la morte di suo Figlio, cosa riserverà all’uomo salvato dalla morte di suo Figlio? Rassicuratevi dunque. Credete che si è fatto vostro debitore, perché voi avete creduto alla sua promessa di donatore: « Il Signore non priverà di beni coloro che camminano nell’innocenza. » Cosa ci resta dunque nell’oppressione, nell’afflizione, nell’avversità, nei pericoli della vita presente? Cosa ci resta per arrivare al cielo? « Signore, Dio degli eserciti, felice l’uomo che mette la speranza in Voi!» (S. Agost.).

SALMI BIBLICI: “DEUS, QUIS SIMILIS ERIT TIBI?” (LXXXII)

Salmo 82: DEUS QUIS SIMILS ERIT TIBI?”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 82

Canticum Psalmi Asaph.

[1] Deus, quis similis erit tibi?

ne taceas, neque compescaris, Deus:

[2] quoniam ecce inimici tui sonuerunt, et qui oderunt te extulerunt caput.

[3] Super populum tuum malignaverunt consilium, et cogitaverunt adversus sanctos tuos.

[4] Dixerunt: Venite, et disperdamus eos de gente, et non memoretur nomen Israel ultra.

[5] Quoniam cogitaverunt unanimiter, simul adversum te testamentum disposuerunt:

[6] tabernacula Idumæorum et Ismahelitae, Moab et Agareni,

[7] Gebal et Ammon, et Amalec; alienigenæ cum habitantibus Tyrum.

[8] Etenim Assur venit cum illis, facti sunt in adjutorium filiis Lot.

[9] Fac illis sicut Madian et Sisarae, sicut Jabin in torrente Cisson.

[10] Disperierunt in Endor, facti sunt ut stercus terræ.

[11] Pone principes eorum sicut Oreb, et Zeb, et Zebee, et Salmana; omnes principes eorum

[12] qui dixerunt: Hæreditate possideamus sanctuarium Dei.

[13] Deus meus, pone illos ut rotam, et sicut stipulam ante faciem venti.

[14] Sicut ignis qui comburit silvam, et sicut flamma comburens montes;

[15] ita persequeris illos in tempestate tua, et in ira tua turbabis eos.

[16] Imple facies eorum ignominia, et quaerent nomen tuum, Domine.

[17] Erubescant, et conturbentur in sæculum sæculi, et confundantur, et pereant.

[18] Et cognoscant quia nomen tibi Dominus; tu solus Altissimus in omni terra.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXII.

Orazione in tempo di guerra, probabilmente quella di cui si parla al lib. 1, c. 6, de’ Maccabei.

Secondo S. Agostino, lo Spirito Santo mirò a quella dell’Anticristo contro la Chiesa; certamente poi l’intenzione di questo Salmo abbraccia la Chiesa.

Cantico, o salmo di Asaph.

1. Chi a te sarà simile, o Dio? non istar cheto e non rattenerti.

2. Imperocché ecco che gran rumore menano i tuoi nemici, e quei che ti odiano hanno alzata la testa.

3. Han formato de’ malvagi disegni contro il tuo popolo; e han macchinato contro dei santi tuoi.

4. Hanno detto: Venite, leviamoli dall’essere di nazione; e non si rammenti mai più il nome d’Israele.

5. Imperocché hanno fatta cospirazione, hanno formata

6. alleanza insieme contro di te i padiglioni degl’Idumei e gl’Ismaeliti;

7. Moab e gli Agareni, Gebal e Ammon e Amalec, gli stranieri cogli abitanti di Tiro.

8. Con essi è venuto anche l’Assiro; ha dato aiuto a’ figliuoli di Lot.

9. Fa ad essi come a’ Madianiti e a Sisara e come a Jabin al torrente di Cisson.

10. Eglino perirono in Endor; diventarono come lo sterco della terra.

11. Tratta i loro principi come Oreb e Zeb e Zebee e Salmana.

12. Tutti i loro principi, i quali hanno detto: Occupiamo come nostra eredità il santuario di Dio.

13. Dio mio, fa che sieno come ruota, e come paglia al soffiare del vento.

14. Come fuoco che incendia la selva, e come fiamma che arde i monti;

15. Così tu col tuo spirito tempestoso gli assalirai, e coll’ira tua gli porrai in confusione.

16. Copri d’ignominia i loro volti, e cercheranno il nome tuo, o Signore.

17. Abbian vergogna e turbamento per sempre; e sieno confusi e periscano.

18. E conoscano che tu ti nomi il Signore, tu solo Altissimo sopra tutta la terra.

Sommario analitico

In questo Salmo, il Profeta, prevedendo la moltitudine innumerevole dei nemici che devono invadere la Giudea, prega Dio di punirli secondo i loro crimini, e la maggior parte degli interpreti vedono in questa lega quella che si formò contro Gesù-Cristo ai tempi della sua passione, e contro la Chiesa nascente.

I. – Egli eccita Dio alla vendetta, Egli che:

1° per la sua maestà è al di sopra di tutti;

2° per la sua parola può spaventare tutti gli uomini;

3° con la sua giustizia deve punire i crimini (1).

II– Enumera i nemici del popolo di Dio:

1° fa conoscere i loro crimini, – a) il loro tumulto, facendo irruzione nella Giudea (2); – b) il loro orgoglio, ripromettendosi la vittoria (3); – c) la loro malvagità volendo distruggere il popolo di Dio con una irruzione improvvisa; – d) la loro crudeltà che li porta a volere annientare la nazione santa (4); – e) la loro cospirazione contro Dio stesso (5).

2° fa conoscere i loro nomi. – a) Gli uni sono usciti da genitori che si tenevano a lato del popolo di Dio; – b) gli altri sono della razza straniera ed infedele (5).

III. – Predice il loro castigo.

1° Questo castigo sarà simile – per le loro armate a quello con cui Dio altre volte ha colpito i madianiti, Sisara e Jabin, – per i loro capi a quello che ha colpito i generali di questa armate (9-11).

2° La causa ne è la volontà apertamente confessata di impadronirsi del santuario di Dio (12),

3° Egli descrive questo castigo sotto differenti figure: essi saranno: – a) come una ruota sempre in movimento; – b) come la paglia portata dal vento (13); – c) come la foresta in preda alle fiamme, – d) come le montagne consumate da un fuoco interiore (14).

4° L’effetto di questo castigo sarà: – a) per i buoni, la confusione dei loro peccati e la ricerca di Dio (15, 16); – b) per i malvagi, una confusione ed un tumulto eterno, ed una conoscenza ormai tardiva della potenza e della maestà di Dio (17, 18).


Spiegazioni e Considerazioni

I.— 4.

ff. 1. – È il capo degli angeli ribelli che si è vantato per primo di « essere simile all’Altissimo »; ed è il primo degli Angeli fedeli che è precipitato dall’alto del cielo nel più profondo degli inferi con questa parola di luce e di fuoco: « Chi è simile a Dio? ». – O Dio, chi sarà simile a Voi? Io credo che queste parole si applichino particolarmente al Cristo, divenuto simile all’uomo, e che è sembrato agli occhi di coloro che lo disprezzavano, comparabile agli altri uomini. O Dio, chi sarà simile a Voi? Perché Voi avete voluto essere simile, nella vostra umiltà, ad un gran numero di uomini, ed anche ai ladroni che sono stati crocifissi con Voi; ma, quando verrete nella vostra gloria: « Chi sarà simile a Voi? » (S. Agost.).  

II. — 2 – 8.

ff. 2. – « Perché i vostri nemici hanno fatto grande rumore, e coloro che vi odiano hanno levato alta la testa ». Queste parole figurano gli ultimi giorni, ove i pensieri che il timore comprime ora esploderanno con libertà, ma in urla irrazionali, che sembreranno piuttosto un vano brusio di parole o di discorsi. Non è allora che comincerà l’odio contro di Voi; ma coloro che Vi odiano da lungo tempo, leveranno il capo. Non « le loro teste », ma « la testa », quando saranno giunti ad avere per testa Colui che si eleva al di sopra di tutto ciò che si chiama Dio, e tutto ciò che si adora come Dio (Tess. II,4) (S. Agost.). – Questi nemici del popolo di Dio e del suo Cristo, sono gli eretici ed empi, e tutti coloro che nel corso dei secoli si sono dichiarati in un modo o nell’altro contro la Religione, di cui il Profeta ha qui tracciato il loro carattere: – 1° essi sono i nemici di Dio e del suo Cristo e sono, come dice l’Apostolo, dei veri anticristi, perché spingono verso l’apostasia coloro che sono deboli nella fede, perché essi perseguono costantemente coloro che restano fermi nelle loro credenze: « Questi sono vostri nemici ». – – 2° Essi esercitano turbolenze negli Stati: « i vostri nemici hanno fatto grande rumore ». – 3° Essi sono pieni di orgoglio: « … e coloro che vi odiano hanno levato la testa ». – 4° Essi sono pieni di inganni e di malizia: « … hanno formato dei disegni pieni di malizia contro il vostro popolo ». – 5° Essi distruggono e rovinano ogni santità. « Essi hanno cospirato contro i vostri santi ». – 6° e non indietreggiano davanti alle più barbare e più crudeli misure: « Venite, sterminiamoli, etc. ». – 7° Essi vorrebbero distruggere fin nei ricordi la vera Fede. « … e che non si ricordi più in avvenire il nome di Israele ». – 8° Malgrado le loro numerose divisioni, essi si uniscono mirabilmente e formano dei corpi spaventosi contro la Chiesa; « … hanno cospirato insieme e hanno fatto lega contro di Voi. » –  Tutti i caratteri della malvagità sono designati in questi versetti: rabbia e gelosia segreta, complotti artificiosi e maligni, pensieri ponderati sui mezzi di nicumento, l’ardire nelle imprese, e tutto questo è immaginato contro coloro che servono il Signore in segreto, che sono nascosti agli occhi del mondo, e che passano la loro vita nel silenzio del ritiro (Berthier). – Diverse maniere vi sono di cospirare contro Dio e contro i suoi Santi: o con alterigia ed insolenza, o con mascheramenti pieni di malizia. Ma quale sia la cospirazione è sempre necessario che Dio vi sia compreso, poiché l’odio che Gli si porta, nella persona dei Santi, è per essi un pegno del suo amore e del suo soccorso. – I Giudei hanno detto di Gesù-Cristo: « Sterminiamolo dalla terra dei viventi »; ed è con la sua morte che ha fatto rivivere tutti i morti. Essi hanno detto « che il suo nome sia cancellato per sempre dalla memoria degli uomini » (Gerem. XI, 19); ed è questo stesso Nome, che essi hanno voluto cancellare, che è divenuto la venerazione di tutti gli uomini, ed il trionfo di tutta la terra. Così si compie l’impedimento della divina Sapienza che l’orgoglio degli uomini stimola, senza che essi pensino, nei loro disegni maliziosi, che voltano a loro rovina proprio quando non pensano che a rovinare gli altri (Duguet). – Le nostre passioni fanno nei nostri riguardi ciò che i nemici di Israele meditano contro questo popolo caro a Dio. Esse fanno degli sforzi continui per interrompere il santo commercio che ci deve essere tra Dio e noi (Berthier). – « Essi hanno cospirato di comune accordo, hanno formato una alleanza contro di Voi ». Non è ciò che si è già compiuto tra noi, e che vediamo rinnovarsi sotto i nostri occhi? – I re ed i potenti della terra hanno nuovamente offeso il regno di Dio e della sua Chiesa. Da lungo tempo si sente un fremito segreto delle Nazioni, un sordo fragore di popoli. Infine risuona il grido di guerra, l’empietà ha raccolto sotto i suoi stendardi mille soldati diversi che hanno dimenticato i loro pregiudizi di nascita, di opinione, di sangue, per coalizzarsi contro il nemico comune. Disuniti su mille altri punti, essi non hanno che un pensiero unanime. E qual è questo nemico contro il quale io vedo marciare questi battaglioni così serrati? Ah! Che altri si fermino a discutere le passioni secondarie, a deplorare il tremore del contraccolpo e degli incidenti della mischia; per me, elevandomi al di sopra di queste comuni calamità comuni per non considerare che la tendenza principale, io dirò con un re, grande uomo di stato, che nel fondo e nella sua essenza « … la cospirazione è ordita contro Dio e contro il Cristo; è Dio, il suo Cristo, del quale si vogliono distruggere le catene, scuoterne il gioco »  (Mgr. Pie, Disc. et Instruct., 11, p. 668.).  – Immagine fortemente sensibile di ciò che intraprendono i nemici contro di noi: essi si riuniscono per impadronirsi del Santuario di Dio, che è la nostra anima, ove, secondo l’Apostolo, lo Spirito Santo abita, e che essi considerano come una eredità che appartiene loro, perché noi siamo stati un tempo sotto l’impero del peccato.

III. — 9-18.

ff. 9-18. – Coloro che non perseguono se non il godimento dei desideri del loro cuore sono come una ruota in movimento perpetuo, che non si fermano davanti a niente di solido e regolato, senza consistenza nei loro pensieri, senza gravità nei loro disegni, senza solidità nei loro desideri. Essi rotolano in questa vita, sempre precipitandosi verso il termine, senza percepire il danno del pericolo. Essi fanno – dice S. Agostino – come la ruota che si trova su un terreno in pendenza: essa si alza da dietro e si abbassa davanti, mentre che, per evitare la caduta, essa dovrebbe fare tutto al contrario (Berthier). –  In questa figura: « … mio Dio, rendeteli come una ruota », si può vedere anche Dio che confonde i vani progetti degli ambiziosi, facendoli ben presto giungere fino in cielo, con la follia delle loro pretese, e facendoli subito discendere fino al fondo degli abissi, con il nulla delle loro imprese, permettendo che si ingannino e tornino incessantemente in ciò che essi chiamano con vera ragione, la ruota della fortuna, ed è nella loro persona che si compie quella voce che il profeta indirizza a Dio, … di far girare gli empi come una ruota (De Boulogne, sur l’amb.). – Gli empi e gli eretici sono simili ad una ruota, perché sono in agitazione perpetua; – poiché hanno un bell’agitarsi, un rimestarsi, non procedono in niente; – perché passano incessantemente da un’opinione ad un’altra. (S. Hil.  lib., II, de Trin.). « La forma della fede è certezza; ma, per gli eretici, tutti i loro pensieri sono pieni d’incertezza » – Essi sono ancora simili alla paglia portata dal vento: la paglia non ha alcuna forza di resistenza; essa è il trastullo continuo dei venti, è sollevata nell’aria, non per la sua gloria, ma per ricadere ben presto ignominiosamente nel fango. –  La prosperità dei malvagi è simile alla paglia che il vento disperde, ad una grande foresta divorata dal fuoco, o anche alle montagne che il fuoco consuma. – Ahimè che dire di questi uomini, che dire di un popolo il cui empio orgoglio, lontano dal decrescere ed abbassarsi, sembra al contrario montare ed ingrandirsi con il flusso delle umiliazioni: « Signore, diceva il Profeta reale, coprite la loro faccia di ignominia, e forse allora cercheranno il vostro Nome; che siano avvolti dall’onta, dalla confusione, dall’agitazione, e forse allora conosceranno che Voi siete il Padrone, che Voi vi chiamate il Signore e che solo Voi siete l’Altissimo sulla terra ». Ebbene! No. L’ignoranza, la confusione, la rovina, niente farà. Signore, i vostri occhi vedono la verità: Voi li avete colpiti, ed essi hanno pianto, il loro pianto non è stato che recriminazione e bestemmia; Voi li avete  schiacciati, e tutto il risultato del castigo, è che essi si sono impennati, si sono rivoltati sotto la verga della disciplina (Gerem. V, 6). Più incorreggibili e forsennati dei loro predecessori, questi nuovi “Antioco” non sono stati ricondotti dalla punizione divina a rientrare in se stessi; stesi sul giaciglio  della loro corruzione, sotto i fumi della loro fetida decomposizione, essi non possono risolversi a proclamare che sia giusto essere sottomessi a Dio, e non si addica ad un mortale ritenersi uguale all’Altissimo. Che dire dunque di una società che, posta nell’alternativa se tornare a Dio o a morire, dichiara con fierezza che « essa muore e non fa ritorno, muore ma non si converte? » (Mgr Pie, Disc, et Instruct., t. VIII, p. 74). – Essere perseguitati dalla misericordia di Dio, quando si fugge, quale felicità! Essere perseguito dal soffio imperioso della tempesta della collera di Dio, quale terribile disgrazia! – Due tipi di confusione vi sono: l’una salutare, l’altra funesta. La prima fa rientrare il peccatore in sé per confessare la sua cecità; la seconda lo agita, ma di un’agitazione eterna, che lo fa perire miseramente nel suo orgoglio. – Conoscere Dio e non adorarlo mettendo unicamente in Lui la nostra fiducia, riportandogli tutto quel che facciamo, lavorando per Lui solo, non è un buon conoscere. (Duguet). – Conoscere veramente Dio, è confessare la verità del suo Essere, adorarne la perfezione, ammirarne la pienezza, sottomettersi alla sua sovrana potenza, abbandonarsi alla sua alta ed incomprensibile saggezza, confidare nella sua bontà, temere la sua giustizia, sperare la sua eternità (Bossuet).