SALMI BIBLICI: “DEFECIT IN SALUTARE TUO ANIMA MEA” (CXVIII – 5)

SALMO 118 (5): “DEFECIT IN SALUTARE TUO ANIMA MEA”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 118 (5)

CAPH.

[81] Defecit in salutare tuum anima mea,

et in verbum tuum supersperavi.

[82] Defecerunt oculi mei in eloquium tuum, dicentes: Quando consolaberis me?

[83] Quia factus sum sicut uter in pruina; justificationes tuas non sum oblitus.

[84] Quot sunt dies servi tui? quando facies de persequentibus me judicium?

[85] Narraverunt mihi iniqui fabulationes, sed non ut lex tua. 

[86] Omnia mandata tua veritas, inique persecuti sunt me, adjuva me.

[87] Paulo minus consummaverunt me in terra; ego autem non dereliqui mandata tua.

[88] Secundum misericordiam tuam vivifica me, et custodiam testimonia oris tui.

LAMED.

[89] In æternum, Domine, verbum tuum permanet in caelo.

[90] In generationem et generationem veritas tua; fundasti terram, et permanet.

[91] Ordinatione tua perseverat dies, quoniam omnia serviunt tibi.

[92] Nisi quod lex tua meditatio mea est, tunc forte periissem in humilitate mea.

[93] In æternum non obliviscar justificationes tuas, quia in ipsis vivificasti me.

[94] Tuus sum ego; salvum me fac, quoniam justificationes tuas exquisivi.

[95] Me exspectaverunt peccatores ut perderent me; testimonia tua intellexi.

[96] Omnis consummationis vidi finem, latum mandatum tuum nimis.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVIII (5).

CAPH.

81. Languisce l’anima mia per la brama della salute che vien da te; ma nella tua parola ho riposta la mia speranza.

82. Si sono stancati gli occhi miei nell’aspettazione di tua promessa, dicendo: Quando fia che tu mi consoli?

83. Sebbene io sia divenuto qual oltre alla brinata, non mi son però scordalo delle tue giustificazioni.

84. Quanti sono i dì del tuo servo? Quando farai tu giudizio di quelli che mi perseguitano?

85. Gl’iniqui mi raccontarono delle favole; ma non son elleno qual’è la tua legge.

86. Tutti i tuoi precetti son verità; iniquamente mi hanno perseguitato: tu dammi aiuto.

87. Quasi quasi mi hanno consunto sopra la terra; ma io non ho abbandonati i tuoi insegnamenti.

88. Per la tua misericordia dammi vita, e osserverò i comandamenti della tua bocca.

LAMED.

89. Stabile in eterno ella è, o Signore, la tua parola nel cielo.

90. La tua verità per tutte le generazioni; tu fondasti la terra, ed ella sussiste.

91. In virtù del tuo comando continua il giorno; perocché le cose tutte a te obbediscono.

92. Se mia meditazione non fosse stata la tua legge, allora forse nella mia afflizione sarei perito.

93. Non mi scorderò in eterno delle tue giustificazioni, perché per esse mi desti vita.

94 Tuo son io, salvami tu: perocché avidamente ho cercato le tue giustificazioni.

95. Mi preser di mira i peccatori per rovinarmi; mi studiai d’intendere i tuoi insegnamenti.

96. Vidi il termine di ogni cosa perfetta; oltre ogni termine si estende il tuo comandamento.

Sommario analitico

V SEZIONE

81-96.

Davide riconosce che, in questa via dei Comandamenti di Dio in cui è entrato, ha bisogno di un sostegno, di una medico saggio che ripari le sue forze e gli dia nuovo vigore.

I – Egli confessa la sua debolezza e la sua insufficienza che vengono insieme:

1° Dall’interno:

a) la sua anima cade in un cedimento perché desiderava entrare subito in possesso della felicità che gli era stata promessa (81);

b) La sua intelligenza ed i suoi occhi si affaticano nella considerazione dell’attesa prolungata delle consolazioni divine. Due rimedi egli oppone a questa desolazione spirituale: speranza più forte che mai e fervente preghiera (82, 83);

c) Il suo cuore, la sua volontà, si disseccano in questa attesa (83);

d) Tutte le potenze della sua anima spossate dalla moltitudine e la violenza dei suoi nemici e dalla lunghezza delle prove, e chiede a Dio quando finiranno (84);

2° Dall’esterno:

a) Si dispiace dei discorsi frivoli e menzogneri degli uomini estranei ad ogni sentimento religioso, e che sono lungi dall’essere come la legge di Dio, ove tutto è verità (85, 86);

b) La persecuzione che essi hanno diretto contro di lui è stata così violenta che ha finito per esserne vittima, ma non ha cessato di essere attaccato alla legge di Dio, di implorare la sua misericordia e perseverare nell’osservanza dei suoi comandamenti (87, 88).

II.- Egli domanda a Dio di dargli la sua parola divina, come un medico che fortifichi il suo languore e guarisca le sue ferite. Egli espone successivamente:

1° La sua eccellenza,

a) La sua eternità ed immutabilità. – il Cieloe la terra passeranno, la parola di Dio non passerà mai (89).

b) la sua verità, che dura di generazione in generazione (90);

c) la sua potenza, che non solo ha fondato la terra, ma ha stabilito la successione dei giorni, ed alla quale tutto obbedisce (91);

2° l’applicazione di questa divina parola come un rimedio divino ed efficace: 

a) sull’intelligenza, con una meditazione continua della legge di Dio, rimedio sovrano per non perire, e attingere nuove forze in mezzo alle afflizioni di questa vita (92);

b) Sulla memoria, con un ricordo vivo dei suoi precetti, in cui l’anima giustificata ha ritrovato la vita (93);

c) Sulla volontà, che si applica nell’offrirla interamente;

3° L’effetto di questa divina parola, meditata e compresa:

a) I suoi nemici lo attendono per perderlo; egli si è contentato, per burlarsi dei loro progetti, di fissare gli occhi della sua anima sulla legge di Dio, che glieli ha fatti riscoprire e gli ha dato la forza di disprezzarli (95); 

b) egli dichiara che tutto nel mondo ha i suoi limiti ed il suo fine, è ristretto e limitato, ma che i comandamenti di Dio sono di una estensione infinita e di una ampiezza eccessiva.

Spiegazioni e Considerazioni

V SEZIONE — .81-96.

I. – 81-88.

ff. 81-84. – Se l’anima desidera vivamente una cosa senza poterla ottenere, cade in una debolezza e sembra quasi perdere la vita. Ora, l’anima santa che teme Dio non sa desiderare altra cosa che la salvezza da Dio, che è Nostro Signore Gesù-Cristo. Essa lo desidera ardentemente, tende con tutte le sue forze verso il divino oggetto, trattiene in sé questo desiderio bruciante, si apre e si spande interamente davanti al suo Salvatore e non teme che una cosa: di perderlo. Più dunque quest’anima si esercita in questi santi desideri, più cade in difficoltà, difficoltà che ha per effetto la diminuzione della debolezza e l’accrescimento della virtù (S. Ambr.). – Si tratta dunque di una buona caduta; essa mostra in effetti, il desiderio di un bene che non si è ancora acquisito, ma che si persegue col più grande ardore e con la più grande veemenza. Ma chi esprime questo ardente desiderio, se non la razza scelta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo di acquisizione? (1 Piet. II, 9), chi vi aspira dopo Cristo, ciascuno nella sua epoca, in tutti coloro che hanno vissuto, che vivono e vivranno, dall’origine del genere umano fino alla fine dei secoli? … questo desiderio non è mai cessato nei Santi, e non cessa ancora nel Corpo di Cristo, che è la Chiesa, fino alla fine dei secoli, « finché non divenga il desiderio di tutte le nazioni, » secondo la promessa del Profeta Aggeo (II, 8): « Ed io ho sperato nella vostra salvezza, » speranza che ci fa attendere con pazienza ciò che noi crediamo ora senza vederlo (Rom. VIII, 25 – S. Agost.). – « I miei occhi languiscono nell’attesa della vostra parola e dicono: Quando mi consolerete? » Ecco dunque che  di nuovo negli occhi per questa volta, ma negli occhi dell’anima, quella doppia e felice debolezza non viene dalla debolezza dello spirito, ma dall’energia del desiderio prodotto dalle promesse di Dio. È questo ciò che vuole dire: « Nella vostra parola. » Ma come questi occhi interiori dicono: « Quando mi consolerete? » se non perché la loro attitudine e la loro attenzione, sono una preghiera ed un gemito? In effetti, è ordinariamente la bocca che parla e non gli occhi, ma l’ardore della supplica è in qualche modo, la voce degli occhi. « Quando mi consolerete? », egli sembra dire che soffra qualche ritardo, come in questo altro Salmo: « E voi, Signore, fino a quando tarderete? » (Ps. VI, 4). Ne è così o perché la gioia differita è più dolce al suo arrivo, o perché, sotto l’impressione di un desiderio ardente, ogni spazio di tempo, corto che sia per Dio che viene in aiuto, è lungo per colui che ama. Ma il Signore, che dispone tutto con misura, con numero e peso, sa quando deve fare ogni cosa. (Sap. XI, 21), (S. Agost.). – Quale è questa debolezza degli occhi? Supponete una sposa che attende che suo marito torni da un lungo viaggio, un padre che spera in ogni istante di vedere arrivare un figlio assente da lunghi anni, forse i loro occhi non saranno fissati sulla strada che deve ricondurre loro questi esseri sì cari? E nel guardare, i loro occhi non si affaticheranno fino ad indebolirsi? Tali erano i desideri dei Profeti di vedere il Salvatore, a testimonianza di Gesù-Cristo (Matth. XIII, 17). Ma questi occhi di cui parla il Profeta non sono gli occhi del corpo, bensì sono gli occhi dell’anima, come spiega aggiungendo: « Quando mi consolerete? Io sono disseccato come l’otre esposto alla brina. » Il Profeta dipinge, sotto un’immagine tratta dagli oggetti esposti al freddo ed al gelo, lo stato di secchezza e di languore in cui cadono talvolta i più perfetti. Essi trovano all’esterno un freddo insopportabile, perché la carità dei più si è raffreddata, e gli scandali si moltiplicano, e sentono dentro di sé un freddo ancora più dannoso che li prende interamente. Quali rimedi opporre a questa secchezza spirituale? – 1° Il ricordo continuo dei Comandamenti di Dio: « Io non ho dimenticato i vostri Comandamenti; » – 2° il ricordo della morte: « Quanti giorni restano ancora al vostro servo? » – 3° il ricordo dei giudizi di Dio: « Quando eserciterete il vostro giudizio, etc. ? » –  « Quanti giorni restano ancora al vostro servo? » vale a dire: Qual è il numero dei giorni della vita dell’uomo? Qual tempo deve misurarne la durata? Quale spazio resta ancora da percorrere? Perché una vita sì corta è oggetto di attacchi così accaniti? Perché in sì breve spazio, coloro che ci perseguitano tendono tante insidie ai nostri passi? Ah, che venga il giudizio, in cui i colpevoli riceveranno il loro castigo, in cui i persecutori riceveranno il degno salario della loro empietà! (S. Ambr.). – Questo linguaggio è quello dei martiri nell’Apocalisse, ed è loro ordinato di attendere pazientemente che il numero dei loro fratelli sia completo (Apoc. VI, 10). Il Corpo del Cristo domanda dunque quanti giorni vivrà nel mondo; e perché nessuno creda che la Chiesa perirà prima della fine del mondo, e che si troverà in questo secolo qualche spazio di tempo durante il quale la Chiesa non esisterà più sulla terra, egli chiede quale sarà il numero dei suoi giorni e parla subito di giudizio, facendo con ciò vedere che la Chiesa sussisterà sulla terra fino al giorno del Giudizio, in cui sarà vendicata dei suoi persecutori (S. Agost.).  

ff. 85 – 88. – « Gli empi mi hanno raccontato delle piacevoli menzogne, ma esse non somigliano alla vostra legge. » È difficile che il Cristiano fedele non sia obbligato a conversare con gli uomini del mondo, estranei talvolta ad ogni sentimento religioso, e non li intenda, malgrado i loro discorsi, e non li ascolti parlare dei loro piaceri, dei loro divertimenti, o anche dei loro progetti, dei loro disegni, delle loro pretese. Ahimè! Quali frivolezze, quali leggerezze, quali menzogne, quali piccolezze, quali favole! Niente di grave, niente di serio, nulla di costante! Si, il fondo delle conversazioni del mondo, sono le favole; ecco tutto ciò che sostiene il commercio del mondo. Là pure, tutto è vanità e afflizione dello spirito: « essi sono del mondo, ecco perché parlano il linguaggio del mondo ed il mondo li ascolta, » (I Giov. IV, 5) Ma noi che siamo di Dio, ascoltando i discorsi del mondo, ripetiamo con il Profeta: « i malvagi mi hanno raccontato delle favole, ma ciò che dicono non è come la vostra legge. » – Dalle loro conversazioni, dai loro intrattenimenti, passate ai loro scritti: là pure, quante favole, quante menzogne! Essi sono (è il giudizio che portavano Socrate e Platone sugli scritti dei poeti), che non hanno alcuna attinenza con la verità; purché dicano cose piacevoli, sono contenti, ecco perché nei loro versi si troveranno il pro ed il contro, delle sentenze ammirevoli per la virtù, e contrarie alla virtù; i vizi saranno disapprovati e lodati egualmente, e purché si facciano dei bei versi, la loro opera è compiuta … Ecco perché (è ancora il ragionamento di Platone sotto il nome di Socrate), quando nei poeti si trovano grandi ed ammirevoli sentenze, non c’è che da ragionarci sopra e si troverà che essi non le comprendono. Perché? Perché mirando solo a compiacere, non hanno messo nessuna attenzione nel cercare la verità … essi hanno accontentato l’orecchio, hanno fatto bella mostra del loro spirito, del bel suono dei loro versi e della vivacità delle loro espressioni: questo è sufficiente alla poesia; essi non credono che la verità sia loro necessaria (BOSSUET, Traité de la Concup., ch. XVIII). – « Ma questo non è come la vostra legge. Tutti i vostri comandamenti, sono la verità stessa. » Gli empi mi hanno raccontato delle piacevoli menzogne; ma, a queste menzogne, io ho preferito la vostra legge, che mi ha incantato più della vanità che abbonda nei loro discorsi. Essi mi hanno perseguitato ingiustamente con i loro discorsi, perché non perseguivano in me che la verità. « Venite dunque in mio soccorso, » affinché combatta per la verità fino alla morte; perché è in questo uno dei vostri comandamenti, e di conseguenza è la verità (S. Agost.). – « Tutti i comandamenti di Dio, sono verità, » perché troviamo nella legge di Dio una condotta infallibile, una regola certa, ed una pace immutabile, « Io sono, dice il Salvatore Gesù, la via, la verità e la vita. » (Joan. XIV, 6). Io sono la voce sicura che vi conduce senza incertezza, Io sono la verità infallibile, invariabile, senza alcun errore, che vi regola; Io sono la vera vita delle vostre anime, e dono loro un riposo senza agitazione. – « Essi mi hanno perseguitato ingiustamente, venite in mio soccorso. » Colui che perseguita il giusto, lo perseguita necessariamente con ingiustizia, perché l’iniquità è l’effetto di una operazione ingiusta. È a questa ingiustizia che l’Apostolo fa allusione quando dice: « … Tutti quelli che vogliono vivere con pietà in Gesù-Cristo, soffriranno persecuzioni (II Tim. III, 12). Ma il Profeta, che sa che i comandamenti di Dio sono verità, sopporta con fermezza queste ingiuste persecuzioni. (S. Hil.) – Sembrerà un soldato coraggioso, che non fugge il combattimento. Non si rifiuta di affrontare gli incidenti spesso molto gravi della guerra; ma pieno di fede e previdenza, egli chiede soccorso dal cielo e prega Dio di venire in aiuto al suo generoso ardore. Egli non chiede la fine delle persecuzioni, ma di essere soccorso in mezzo ai loro attacchi; perché egli sapeva che … tutti coloro che vogliono vivere con pietà in Gesù-Cristo soffriranno persecuzioni. Egli preferisce dunque essere perseguitato per essere del numero di coloro che vivono con pietà in Gesù-Cristo. E, notate che egli non parla di una sola persecuzione, ma di un gran numero di esse; che non indica il nome dei suoi persecutori, perché coloro che ci perseguitano sono troppo numerosi, non solamente coloro che vediamo, ma ancora quelli che non vediamo. (S. Ambr.). « Per poco non mi hanno fatto perire sulla terra. » Non è senza ragione che il Re-Profeta ha implorato il soccorso dal cielo, egli sapeva che doveva lottare contro potenti nemici, e che avrebbe avuto diversi tipi di combattimenti da sostenere, sia contro le potenze spirituali che sono nell’aria, sia contro gli ardori del sangue e del temperamento, contro le seduzioni innumerevoli della carne che, per una sequenza ininterrotta di attacchi, lo avrebbero infallibilmente vinto ed abbattuto, se non si fosse tenuto stretto alla radice della fede. Impariamo a metterci in guardia contro il nemico che ci combatte; è un nemico domestico; questo nemico è l’uso stesso che dobbiamo fare del nostro corpo … Davide aveva coscienza di questa debolezza della carne, ed è per questo che dice: « poco è mancato che non mi abbiano fatto perire sulla terra, » su questa terra ove Adamo ha ceduto per primo ad una vergognosa caduta, e ha legato alla sua posterità la triste eredità di cadute senza numero … Ora, cosa oppone contro questi nemici scatenati contro di lui? « Da parte mia, io non ho dimenticato i vostri comandamenti. » (S. Ambr.). – Egli riconosce che il suo soccorso è venuto da Dio solo; così si rivolge a Lui con fiducia: « Secondo la tua misericordia, dammi la vita. » che cosa è questa vita che egli chiede? Non è la vita presente di cui godeva, ma quella che desiderava, cioè la vita eterna; perché comprendeva che gli era impossibile trovare la felicità in questo corpo inconsistente e mobile, la cui debolezza mette sempre in pericolo le migliori risoluzioni dell’anima. Occorre dunque che la misericordia di Dio venga continuamente ad intrattenere in questo corpo la vita dell’anima, affinché il giusto viva ogni giorno per Dio e sia morto al peccato. Se il peccato muore in noi, la nostra anima vivrà veramente per Dio, e noi osserveremo fedelmente i suoi comandamenti. In effetti, il Re-Profeta comincia con il chiedere a Dio che gli renda la vita, e non è se non in seguito che promette di osservare i suoi comandamenti; l’osservazione delle leggi divine non è la parte di una vita comune e volgare, per questo c’è bisogno di un soccorso soprannaturale che ci è dato dall’operazione della grazia dello Spirito Santo (S. Ambr.).

II. — 89- 96.

ff. 89 – 91. – Questa parola che dimora e persevera nel cielo, non deve, a maggior ragione, dimorare e perseverare in voi. Conservate  dunque la parola di Dio, conservatela nel vostro cuore, di modo che non la dimentichiate mai. Osservate la legge di Dio e meditatela, affinché le sue ordinanze piene di giustizia non vengano a sfuggi re dal vostro cuore. È ciò che qui insegna il Profeta, e ciò che continua ad insegnarvi nei versetti seguenti … Ma come la parola del Signore dimora nel cielo, allorché Nostro Signore stesso dichiara che il cielo e la terra passeranno? (Matth. XXIV, 35). Come può sussistere il tetto dell’abitazione se le fondamenta spariscono? Come l’abitante può continuare a restare nella casa, se la casa non esiste più? (S. Ambr.). – Il Profeta dice: « La vostra parola abita nei cieli, » perché essa non può restare sulla terra, a causa della falsità e delle menzogne degli uomini. Egli dice che resta nel cielo, nel senso che nel cielo visibile non c’è trasgressione, né cambiamento, né indebolimento, né inattività. Consideriamo il corso annuale del sole, il ritorno mensile della luna e le rivoluzioni degli astri: forse questi non si mantengono fedelmente nei limiti loro assegnati? Alcuna mutazione, nessun ritardo, alcuna inattività, ma ognuno di essi obbedisce con puntualità alle leggi che gli sono state date da quando sono stati creati. (S. Hil.). –  Forse il Profeta vuol parlare di questo cielo nuovo che succederà al cielo attuale (Isai. LXV, 4-6) … o intende i cieli che sono pure la terra, di cui in altro Salmo dice: « I cieli raccontano la gloria di Dio, » e che benché abitante ancora la terra, osano dire: « La nostra vita è nei cieli. » Questi sono i cieli nei quali abitano la fede, la modestia, la continenza, la dottrina ed una vita tutta celeste … o ancora questo cielo che abitano gli Angeli, gli Arcangeli, i Cherubini ed i Serafini, perché gli uomini, malgrado la loro santità, hanno un cuore mobile e soggetto al cambiamento. Noi siamo nella gioia, ed un istante dopo piangiamo, gemiamo … Non è così per le potenze celesti, libere dalla legge del cambiamento (S. Ambr.). – « La verità di Dio sussiste nella sequenza di tutte le razze, senza che la malizia degli uomini o dei demoni possa cambiarla. » –  Immutabilità di questa parola sulla quale il fondamento della terra resta fermo dal momento della sua creazione. Che può temere colui che resta legato a questa verità che rende la terra ed il cielo indistruttibile? – Ordine mirabile di Dio, in virtù del quale il giorno succede invariabilmente alla notte. Immagine di un altro sole e di un altro giorno: del sole di giustizia, che si leva nella anime per formarvi un altro giorno, che è quello della grazia. (Duguet). – Nulla di più ammirevole della luce, ma essa non ha bisogno, per brillare ai nostri occhi, che della volontà di Dio. Questa volontà non dovrebbe essere sufficiente perché la luce brilli agli occhi del nostro cuore? Colui che fa levare il sole della natura nella terra dei morenti, non è lo stesso che fa levare il sole di giustizia nella terra dei viventi? Si, ma noi siamo malauguratamente liberi di chiudere gli occhi a questa luce. –  « Tutte le creature vi obbediscono, solo il peccatore leva contro di voi lo stendardo della rivolta e dice: “io non servirò”. » Tuttavia il Signore non vuole dividere con nessun altro l’impero ed il dominio del mondo (S. Ambr.). – « Per ordine vostro, il giorno sussiste così com’è, perché tutte le cose vi obbediscano. » Ciò che noi chiamiamo il giorno non persevera, interrotto com’è dalla notte che lo divide dal giorno seguente. E se il Profeta aveva voluto parlare del giorno che si misura con il tempo, avrebbe dovuto pur far menzione della notte, che ugualmente sussiste, come un seguito degli ordini di Dio. Ma siccome il giorno porta con sé la luce ed i Santi sono essi stessi la luce, noi crediamo che questo giorno di luce debba perseverare, perché tutto debba obbedire a Dio. Ed i peccatori sono sottomessi ai suoi ordini? Deve essere servito con obbedienza da coloro che Egli deve assoggettare come lo sgabello dei piedi? Dunque il giorno, cioè la luce dei Santi, resterà, persevererà quando tutte le cose saranno interamente sottomesse a Dio (S. Hil.).  

ff. 92-94. – « Se non avessi fatto della vostra legge il soggetto delle mie meditazioni, io sarei forse perito nella mia umiliazione. » Sull’esempio di Davide, quando traversiamo dei giorni di afflizione e siamo sottomessi alle dure lezioni delle avversità, meditiamo la legge di Dio, per timore che la tempesta, abbattendosi su di noi all’improvviso, non venga a sommergerci. L’atleta non osa presentarsi al combattimento prima di essersi per lungo tempo esercitato nella lotta. Esercitiamoci dunque con una pratica continua della meditazione, esercitiamoci prima della battaglia, per essere pronti nell’ora in cui si ingaggia la lotta, perché noi possiamo dire, quando saremo attaccati o dalla povertà, dalla perdita di coloro che ci sono cari, sia dalle malattie, dalla paura della morte, dalle pene amare e crudeli: « Se non avessi fatto una meditazione della vostra legge, io sarei forse perito nella mia umiliazione. (S. Ambr.). – « Non dimenticherò mai la giustizia dei vostri comandi. » La grande causa dell’oblio di Dio, è l’amore delle creature di se stesso, che fa perdere il gusto di Dio e dimenticare la sua legge. – La carità sola, che cancella dai nostri cuori, con un oblio più santo e più religioso, tutto ciò che è del mondo, fa che noi non ci ricordiamo più se non di Colui ci dà la vita e la salvezza. – « Io sono tuo. » Non bisogna comprendere superficialmente queste parole. Cosa c’è in effetti che non sia di Dio? … Perché dunque il Profeta ha pensato a raccomandarsi in qualche modo più familiare a Dio dicendogli: « Io sono vostro, salvatemi », se non ci dà ad intendere con ciò che, per sua disgrazia, egli ha voluto essere a se stesso ciò che è il primo e sovrano male della disobbedienza? E come se avesse detto: io ho voluto essere mio e mi sono perduto: « Io sono vostro, egli dice, salvatemi, perché io cerco i vostri giusti precetti, affinché sia ormai tutto vostro. (S. Agost.). – Sono pochi coloro che possono dire a Dio: « Io sono tutto vostro. » Per parlare così a Dio in tutta verità, bisognerebbe essere attaccati a Dio con tutta l’anima, e porre Lui come centro di tutti i nostri pensieri e le nostre affezioni; bisognerebbe saper dire, come l’Apostolo Filippo: « Mostrateci il Padre e ci basta, » (Giov. XIV, 8), (S. Ambr.); o con S. Paolo: « Il Cristo è la mia vita » (Filip. I, 21), e: « Io vivo, ma non sono più io che vivo, ma Gesù-Cristo che vive in me. » (Galat. II, 20). – È la parola di un’anima costantemente applicata a Dio, di una misericordia infaticabile, castità immutabile, con un digiuno continuo, una liberalità inesauribile (S. Hil.). – « Io sono tutto a tutti » è quanto non può fare chi sia avido di ricchezze, di onori e di dignità. Per un gran numero, non è molto conoscere Dio. Quanti popoli, nazioni, trovano troppo piccolo e stretto Colui che è al di sopra di tutto; il Figlio di Dio, in cui tutto si trova concentrato, non è molto per essi! È così che questo ricco del Vangelo, a cui Gesù diceva: « Se vuoi essere perfetto, vendi tutto ciò che hai e danne il ricavato ai poveri, » (Matth. XIX, 21, 22), non giudicò che Dio gli fosse sufficiente. Egli si rattristò come se gli si comandasse di abbandonare molto più che ciò che doveva scegliere. Solo può dire: « Io sono vostro » chi può dire pure: « Ecco che noi abbiamo lasciato tutto e vi abbiamo seguito. » (Matth. XIX, 27). È la dichiarazione fatta dagli Apostoli, ma non da tutti gli Apostoli; perché anche Giuda era un Apostolo, era seduto con gli altri Apostoli a tavola con Gesù-Cristo; egli pure diceva: « io sono vostro, » ma solo con la bocca e non con il cuore. Satana venne ed entrò nella sua anima (Joan. XIII, 37) e poté dire: egli non è più vostro, Gesù, egli è mio; egli mangia alla vostra tavola, ma è con me che si nutre; egli riceve da voi il pane, da me ottiene la somma di denaro; egli beve alla vostra coppa, ma mi vende il vostro sangue; egli è vostro Apostolo, egli è il mio mercenario … il Re-Profeta aggiunge: « Perché ho cercato i vostri precetti pieni di giustizia; » cioè io non ho chiesto nulla agli altri, ho desiderato solo di essere vostro … è nei vostri comandamenti tutto il mio patrimonio. Io non voglio possedere nulla che non vi appartenga, le vostre parole sono luminose ai miei occhi come l’argento più puro; in una parola: Dio è la mia eredità: « Io sono vostro, perché la parte della mia eredità non è né nell’oro, né nell’argento, ma in Cristo-Gesù. » (S. Ambr.). 

ff. 96. – « I peccatori mi hanno atteso per perdermi; » cioè sull’esempio dei primi persecutori, essi sono ricorsi ad ogni genere di supplizi, a tutti gli artifici della persuasione, ma non hanno potuto far deflettere la mia risoluzione. La fede ha trionfato di tutte le seduzioni del mondo, come pure di tutti i suoi tormenti, di tutte le sue minacce, … orbene ci sono stati molti che si sono sforzati di portarmi al peccato e comunicarmi questo contagio mortale di cui sono affetti … ma io sono rimasto insensibile a tutti gli attacchi, le seduzioni dei peccatori non hanno potuto stornare la mia anima, né la mia intenzione circa lo studio e la meditazione delle vostre leggi divine: « Io mi sono applicato a comprendere la vostra testimonianza; » perché se non l’avessi compresa, i peccatori mi avrebbero infallibilmente perduto. Ma ciò che la mia intelligenza ha compreso, io l’ho tradotta nelle mie opere, perché la vera intelligenza è quella che ha per essa la testimonianza ed il sostegno delle opere (S. Ambr.). – « Io ho visto la consumazione di tutte le cose. » Ci sono diversi generi di consumazione; si dice della malizia che è consumata quando ha riunito tutte le finezze, tutti gli inganni per nuocere e per perdere; si dice della virtù, della saggezza, della giustizia, che sono consumate quando hanno raggiunto il più alto grado a cui possono elevarsi. I peccati hanno pure la loro consumazione, quando sono coperti, espiati dalla misericordia di Dio e dal sangue dell’Agnello che è venuto a cancellare i peccati del mondo (S. Ambr.). – Tutto ciò che c’è di più perfetto in questo mondo ha i suoi limiti e la sua fine, ma i Comandamenti di Dio sono di una estensione infinita, la malizia più raffinata ha questi limiti prescritti dalla giustizia di Dio. Infine tutto sarà consumato un giorno dal Giudizio finale, che sarà la fine di tutte le cose; ma la verità di Dio sussisterà eternamente. –  Il vostro comandamento è estremamente largo. » Noi leggiamo nel Vangelo che la via che porta in cielo è stretta (Matth. VII, 14). Come può dire il Profeta che il comandamento di Dio è estremamente largo? È giusto perché in una via sì stretta, è necessario che il comandamento sia molto largo; è ciò che dice diversamente lo stesso Profeta: « Nella tribolazione, mi avete messo al largo. » (Ps. IV, 2); ed ancora: « Io ho invocato il Signore nella tribolazione, Egli mi ha esaudito e messo al largo. » (S. Ambr.). – È un comandamento largo quello della carità, questo doppio comando che prescrive di amare Dio ed il prossimo; perché c’è nulla di più largo di un precetto dal quale dipende tutta la legge ed i Profeti? (S. Agost.). – Cosa c’è di più largo del precetto della carità, che si estende finanche ai nemici, che ci comanda di essere in pace con tutti gli uomini, di benedire coloro che ci maledicono, di pregare per coloro che ci perseguitano? (S. Ambr.).- Cosa è più largo di un comandamento che si estende come all’infinito ed abbraccia tutti i generi di virtù, tutte le differenti specie di grazia, di doveri, di uffici? Non si domanda a tutti di praticare le stesse virtù, ognuno ha ricevuto da Dio un dono particolare. Il Comandamento di Dio è dunque largo, nel senso che si estende a tutto ciò che fa l’oggetto della nostra speranza, e a cui non è difficile obbedire, purché ne abbiamo la volontà, poiché si adatta e si accomoda a tutte le condizioni, a tutte le circostanze della vita (S. Hil.). – La via stretta è una via larga, e benché sia vero che i santi debbano camminare in questo mondo per un sentiero stretto, essi non lasciano di camminare in un cammino spazioso … « Il vostro comandamento è estremamente largo. » Che vuol dire questo santo Profeta? Certo, il comandamento è la via per la quale dobbiamo avanzare; da dove viene che il Salvatore ha detto: « Se vuoi pervenire alla vita, osserva i comandamenti. » – Le vie di Dio e gli ordini del Signore, sono la stessa cosa nelle Scritture. E come è dunque che è detto che le vie di salvezza sono strette? Ah! Sentiamo in noi stessi ciò che il Signore ha sentito; Egli si è messo allo stretto, al fine di spandersi più abbondantemente; così noi dobbiamo essere in una salutare stretta per dare alla nostra anima la sua vera estensione. Contraiamoci, controllando i nostri desideri, mortificando la nostra carne; mettiamola allo stretto con l’esercizio della penitenza, e la nostra anima sarà dilatata dall’ispirazione della carità. « La carità allarga le vie, dice il mirabile S. Agostino; è essa che dilata l’anima e la rende capace di ricevere Dio. » (BOSSUET. I° Serm. Vêt. d’une nouv. cath.).

SALMI BIBLICI: “BONITATEM FECISTI CUM SERVO TUO” (CXVIII – 4)

SALMO 118 (4) “Bonitatem fecisti cum servo tuo

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 118 (4)

TETH.

[65] Bonitatem fecisti cum servo tuo,

Domine, secundum verbum tuum.

[66] Bonitatem, et disciplinam, et scientiam doce me, quia mandatis tuis credidi.

[67] Priusquam humiliarer ego deliqui, propterea eloquium tuum custodivi.

[68] Bonus es tu, et in bonitate tua doce me justificationes tuas.

[69] Multiplicata est super me iniquitas superborum; ego autem in toto corde meo scrutabor mandata tua.

[70] Coagulatum est sicut lac cor eorum; ego vero legem tuam meditatus sum.

[71] Bonum mihi quia humiliasti me: ut discam justificationes tuas.

[72] Bonum mihi lex oris tui, super millia auri et argenti.

JOD.

[73] Manus tuae fecerunt me, et plasmaverunt me; da mihi intellectum, et discam mandata tua.

[74] Qui timent te videbunt me, et lætabuntur, quia in verba tua supersperavi.

[75] Cognovi, Domine, quia æquitas judicia tua, et in veritate tua humiliasti me.

[76] Fiat misericordia tua ut consoletur me, secundum eloquium tuum servo tuo.

[77] Veniant mihi miserationes tuæ, et vivam, quia lex tua meditatio mea est.

[78] Confundantur superbi, quia injuste iniquitatem fecerunt in me; ego autem exercebor in mandatis tuis.

[79] Convertantur mihi timentes te, et qui noverunt testimonia tua.

[80] Fiat cor meum immaculatum in justificationibus tuis, ut non confundar.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVIII (4).

TETH.

65. Tu con bontà, o Signore, hai trattato il tuo servo: secondo la tua parola

66. Insegnami la bontà e la disciplina e la scienza, perché io ne’ comandamenti tuoi ebbi fede.

67. Prima ch’io fossi umiliato, io peccai; per questo ho custodita la tua parola.

68. Buono se’ tu, e secondo la tua bontà insegnami tu le tue giustificazioni.

69. È cresciuta l’iniquità de’ superbi contro di me; ma io con tutto il cuor mio studierò i tuoi precetti.

70. Il loro cuore come latte acquagliato; ma io meditai la tua legge.

71. Buona cosa per me l’avermi tu umiliato affinché io impari le tue giustificazioni.

72. Buona cosa per me la legge della tua bocca, più che l’oro e l’argento a migliai.

IOD

73. Le tue mani mi fecero e mi formarono; dammi intelletto, e imparerò i tuoi comandamenti.

74. Mi vedranno color che ti temono, e avranno allegrezza; perch’io nelle tue parole sperai grandemente.

75. Ho conosciuto, o Signore, che i giudizi tuoi sono equità, e che secondo la tua verità tu mi hai umiliato.

76. Venga la misericordia tua a consolarmi, secondo la parola data da te al tuo servo.

77. Vengano a me le tue misericordie, ed io avrò vita; perocché mia meditazione ell’è la tua legge.

78. Sieno confusi i superbi, perché ingiustamente hanno macchinato cose inique contro di me; ma io mi eserciterò ne’ tuoi comandamenti.

79. Si rivolgano a me quei che ti temono e quei che intendono i tuoi insegnamenti.

80. Sia immacolato nelle tue giustificazioni il cuor mio, affinché io non resti confuso.

Sommario analitico

IV SEZIONE

 65-80.

Davide domanda qui a Dio ciò che è necessario a sostegno della vita spirituale del viaggiatore: la bontà, la disciplina, la scienza, la fede.

I. – La bontà e la dolcezza verso il prossimo, la disciplina esatta e vigilante per combattere in se stesso e fuori da se stesso e che potrebbe portarlo al peccato, la scienza per ben comprendere la Legge di Dio ed i suoi misteri, tre doni che una fede ferma gli otterrà e di cui egli indica la necessità, dichiarando:

1° che per esserne stato privato, ha peccato ed è stato umiliato (67);

2° che grazie alla bontà tutta particolare di Dio, che ha voluto insegnargli Egli stesso, ha ottenuto questa scienza dei suoi ordini divini (68);

3° che con l’aiuto di questa disciplina vigilante, egli non ha ceduto agli sforzi dei superbi ed all’esempio degli uomini carnali, il cui cuore si è indurito e non può comprendere le verità più chiare; che egli ha cercato, nello studio e nella meditazione della legge di Dio, la forza di resistere agli insulti dei primi ed all’ignoranza grossolana degli altri (69, 70);

4° che ha riconosciuto l’utilità dell’umiliazione onde apprendere gli ordini pieni di giustizia del Signore, per lui preferibili a tutte le ricchezze della terra (71, 72).

II. – La fede che gli fa credere alla potenza benefica di Dio, che fortifica l’anima affaticata:

1° Nella prosperità, essa fa considerare:

a)La potenza del Creatore alla quale egli deve tutto il suo essere, il suo corpo, la sua anima, e questa intelligenza che gli fa comprendere le cose che tutte le viste umane non possono raggiungere (73);

b) La giustizia provvidenziale del legislatore negli effetti salutari che seguono il compimento o l’inosservanza della sua legge (74, 75);

c) la misericordia del Salvatore che gli dà la consolazione di cui ha bisogno (76), e la vita della grazia, frutto della meditazione della legge di Dio (77);

2° Nell’avversità:

a) egli prevede e desidera la confusione dei superbi che lo hanno perseguitato ingiustamente (78);

b) vede i giusti rivolgersi a lui ed unirsi a lui (79);

c) domanda che il suo cuore diventi più puro in mezzo alle sue prove (80).

Spiegazioni e Considerazioni

IV SEZIONE — 65-80.

I. – 65-72.

ff. 65-68. – La bontà di cui qui parla il Profeta sarebbe meglio tradotta dal greco e dall’ebraico con la parola “soavità”. Ma come ci può essere soavità nel male, quando gioie illeciti ed immorali ci dilettano; come può essercene nei piaceri della carne, anche quando sono legittimi; noi riteniamo di comprendere il termine di soavità secondo il senso di “crestoteta” che i greci non applicano se non ai beni dello spirito. « Voi avete dunque fatto “soavità” al vostro servo, » cioè Voi avete fatto che il bene fosse la mia delizia. In effetti, che il bene faccia le delizie di un uomo è una grande grazia di Dio (S. Agost.). – Ci sono tane cose di questo mondo che sembrano avere una certa soavità ma sono piene di amarezze. La voluttà sembra dolce, ma come diventa amara quando ha dissipato tutto un ricco patrimonio; la passione ci sembra dolce quando ci infiamma, ma diviene orribile ed abominevole quando viene disvelata; i cibi squisiti sembrano deliziosi quando si assaggiano, ed ispirano il disgusto quando sono digeriti. Quanti beni sembrano preziosi ai nostri occhi in questa vita, e che non ci servono più a niente al momento della morte, in cui bisogna abbandonarli. Non c’è dunque vera soavità se non quella che Dio ci fa gustare secondo la verità della sua parola (S. Ambr.). – Tutto ciò che Dio ha fatto nei riguardi del suo servo, è buono, perché lo fa secondo la sua parola. Ora, niente di ciò che è fatto secondo la sua parola può essere reputato cattivo, perché la volontà di Colui che solo è buono, è piena di bontà (S. Ilar.). – « Insegnatemi la bontà o la soavità, la disciplina e la scienza. » Tre doni necessari per ben osservare i comandamenti di Dio e restare fermo nella virtù: 1° La bontà e la dolcezza verso il prossimo; – 2° la disciplina esatta e vigilante per combattere in se stesso e fuor da se stesso tutto ciò che potrebbe portare al peccato; – 3° la scienza per ben comprendere la legge di Dio, per poterla ben osservare; ed i misteri della Religione, per poterli credere con fede chiara. – Il Profeta non domanda a Dio la scienza se non dopo aver chiesto la bontà e la disciplina. Io non dico che bisogni disprezzare la scienza che è un ornamento dell’anima, che la istruisce e la rende capace di istruire gli altri. Ma bisogna che sia preceduta nell’anima dalla bontà e dalla disciplina, che soprattutto sono necessarie alla salvezza. E vedete se il Profeta non avesse questo ordine in vista, e non ci insegnasse ad osservarla, quando diceva: « Seminate nella giustizia, e mietete nella misericordia e accendete dopo per voi la luce della scienza. » (Osea, X, 12). Egli pone la scienza all’ultimo posto come un dipinto che non può poggiare sul vuoto, e stabilisce innanzitutto la bontà e la disciplina come una base solida per ricevere questo dipinto.  (S. Bern. Serm. XXXVIII). –  La scienza è nominata in terzo luogo; perché se la scienza ha il sopravvento sulla carità, non edifica, ma gonfia; (I Cor. VIII, 1); ma quando la carità, unita alla dolcezza e alla bontà, avrà acquisito tanta forza perché le tribolazioni che impone la disciplina non possono spegnerla, allora la scienza sarà utile all’uomo per fargli conoscere ciò che ha meritato per se stesso ed i doni che Dio gli ha fatto (S. Agost.). – Una fede ferma ed un’umile fiducia ottengono da Dio questi tre doni. – « Prima di essere umiliato, io ho peccato. » La causa principale delle nostre umiliazioni, è il peccato. È perché il peccato ha preceduto che il Profeta dichiara che è stato umiliato, cioè distrutto dalle tentazioni e le afflizioni, ed esposto a tutte le angosce. .. Tuttavia benché queste umiliazioni siano spesso una punizione, pur cessano di essere un castigo del peccato per divenirne il rimedio ed un principio di virtù. Così voi attribuite ai vostri peccati le vostre umiliazioni, riconoscete che siete la causa di tutto ciò che vi accade di così sconveniente, e non appena giudicato colpevole, diventate giusto, per il solo fatto di condannarvi, « perché il giusto è il primo accusatore di se stesso. » (Prov. XVIII, 7), (S. Ambr.). – « Ecco perché ho conservato fedelmente la vostra parola ». Il Profeta ha trovato il vero ordine nel correggersi cominciando da ciò che era stato l’inizio della sua colpa. Egli si sottomette alla parola di Dio e cessa di peccare. (Idem). – Voi siete buono … diciamo talvolta ad un uomo, nel desiderio di conciliare le sue buone grazie: voi siete buono, per avvertirlo di essere ciò che non può essere, e questo richiamo indiretto alla bontà lo addolcisce, e gli fa deporre una durezza molto grande; quanto più noi dunque dobbiamo proclamare che Dio è buono, Egli al quale la sola bontà devono la conservazione della loro esistenza sulla terra. È proprio della natura di Dio l’essere buono … Ma benché Dio sia buono, il Profeta lo prega tuttavia di insegnargli, nella sua bontà, i suoi precetti pieni di giustizia, come noi preghiamo un medico che, perché buono non cerca che il maggior bene del malato, e trattarlo tuttavia con una certa dolcezza, per non impiegare dei rimedi troppo violenti, di non applicare il ferro sulla piaga, o almeno di farlo con moderazione ed addolcire con i suoi artifizi la vivacità del dolore. Così la dolcezza del Vangelo ci insegna molto meglio le giustificazioni di Dio, piuttosto che la sua Legge.    

ff. 69-72. – « L’iniquità dei superbi si è moltiplicata contro di me. » Più un Cristiano desidera servire Dio, più si eccita contro di lui l’animosità dei suoi nemici, e per questo, come un atleta coraggioso, egli desidera riportare la corona di giustizia, ed irrita il gran numero di coloro che sono invidiosi dei suoi progressi … È così che si moltiplicano i nostri nemici visibili ed invisibili. Ecco, per esempio, un uomo giusto che perde suo figlio, cosa che accade frequentemente, o è spogliato del suo patrimonio, o vede piombare su di lui ogni sorta di avversità: gli orgogliosi gli dicono allora: Dov’è la giustizia di Dio, dov’è la sua misericordia? Qual profitto ne viene dunque a quest’uomo così castigato nella sua virtù, nella sua innocenza? – « Il loro cuore si è indurito come il latte. » Il cuore dei santi è tenero, delicato; il cuore dei superbi è duro ed ispessito. Così come il latte è, per sua natura, di un biancore splendente e di una purezza senza mistura, ma si inacidisce facilmente per la dissoluzione delle sue parti, così lo spirito ed il cuore dell’uomo sono per loro natura puri e brillanti, ma si alterano facilmente con la mistura corruttrice dei vizi. Quando il latte si rapprende ed indurisce, forma una massa che gli fa perdere il gusto ed il sapore naturale. Ecco gli uomini in cui la grazia, la soavità delle loro parola, e pure con la dolcezza dell’amicizia, lasciano il posto all’amarezza della cattiveria ed al gusto sgradevole dell’invidia. Il cuore indurisce dunque per l’orgoglio, l’invidia, che alterano e corrompono la dolcezza della natura e la benevolenza, e sono fonte della mistura corruttrice della malvagità e della malizia. Mentre il cuore dei superbi, la cui iniquità si era moltiplicata su di lui, si indurisce, cosa fa il giusto? Egli si umilia meditando i precetti della legge, che è scuola di umiltà (S. Ambr.). –  Vedete poi ciò che aggiunge: « è bene che mi abbiate umiliato, affinché possa apprendere i vostri giusti precetti. » È ciò che dice l’Apostolo, sull’esempio del Profeta; « io mi sono compiaciuto nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle necessità, nelle angosce per Gesù-Cristo. » (II Cor. XII, 10). Per questo egli pure si compiace nelle sue debolezze, non si lascia abbattere dalle prove e dalle umiliazioni, e non si scoraggia davanti agli oltraggi: egli ha meritato di conoscere e compiere i comandamenti di Dio. (S. Ambr.) – Ogni sofferenza è buona, tutte le tribolazioni sono buone, poiché alla loro scuola apprendiamo a conoscere i giusti precetti di Dio, poiché esse correggono i peccatori con l’umiliazione, reprimono i prevaricatori con la severità ed insegnano la dottrina agli ignoranti. (S. Ilar.). – Il Re-Profeta fa chiaramente intendere che in questa circostanza, conoscere è praticare, praticare è conoscere … Ci sono molti che imparano le leggi giuste del Signore e che tuttavia non riescono ad apprenderle. Essi le conoscono in una certa maniera, e le ignorano dall’altre; perché non le praticano, non le conoscono (S. Agost.). – « La legge della vostra bocca è per me un bene più prezioso di milioni di pezzi d’oro e d’argento (S. Agost.). – Ma quanto sono rari coloro che possono esprimersi in tal modo, quanto cioè sono rari coloro che preferiscono la legge di Dio all’oro ed all’argento, e che sono pronti a lasciare tutto per compiere questa divina legge. Gesù-Cristo stesso non ha trovato questo distacco se non in coloro che aveva istruito. Così, Pietro ha fatto professione di questo distacco, egli che aveva lasciato tutto per Gesù-Cristo e che ha potuto dire: « Io non ho né oro, né argento » (Act. III, 6). Ma non è certo l’avaro che possa esprimersi così, egli che cova incessantemente con gli occhi l’oro che ha ammassato; non è l’uomo avido di ricchezze che considera ogni giorno con un ardore inquieto i guadagni che può realizzare, che ogni giorno incassa tesori su tesori, che tende le sue reti per farvi cadere le eredità che concupisce, e veglia incessantemente presso il letto dei malati per spiarne il loro ultimo sospiro. (S. Ambr.).

II. — 73-80.

ff. 73-76. – « Le vostre mani mi hanno fatto e mi hanno formato. » Il Profeta sembra dire a Dio: io sono l’opera vostra, non mi abbandonate. È a Voi, Autore dell’essere mio, che mi rivolgo, e a Voi, mio Creatore, che mi lego, non voglio cercare altri soccorsi. Preparatevi a venire in mio soccorso, Voi che siete preparato già prima di crearmi. Spiegatemi voi stesso, Davide, perché dite a Dio: « Le vostre mani mi hanno fatto ». Voi dite in un altro salmo: « Il Signore soddisferà per me, Signore, la vostra misericordia è eterna, non disprezzate l’opera delle vostre mani. » (Ps. CXXVII, 5).  Come se diceste: « Le vostre mani non hanno formato gli altri animali, ma Voi avete semplicemente detto: che le acque, che la terra producono gli animali, viventi ciascuno secondo la propria specie, e le acque e la terra producono i pesci, gli uccelli, gli animali domestici, i rettili e tutte le bestie secondo le loro differenti specie. » (Gen. I, 20, 24). Ma quanto a me, vi siete degnato di farmi con le vostre mani, formarmi a vostra immagine e somiglianza; « Datemi dunque l’intelligenza, affinché impari i vostri comandamenti. » (S. Ambr.). – Il Profeta che dice a Dio: « Datemi intelligenza, » non ne è affatto sprovvisto come gli animali, e non deve, come uomo essere contato … « tra coloro che camminano nella vanità del loro spirito, che hanno l’intelligenza offuscata e sono estranei alla voce di Dio, » (Ephes. IV, 17); perché se somigliasse loro, non parlerebbe come egli fa. Ora, non è far prova di poca intelligenza sapere a chi chiedere l’intelligenza. Ma pensiamo quale profondità di intelligenza sia necessaria per comprendere i comandamenti di Dio, vedendo che colui che li comprende già così bene, e che ha dichiarato di averli osservati, chiede ancora l’intelligenza per conoscerli (S. Agost.). – « Coloro che vi temono mi vedranno e saranno nella gioia. » Coloro che temono Dio provano una gioi vera nella conoscenza che hanno dei santi, perché colui che gioisce alla vista di un giusto, vuole egli stesso essere giusto. È conveniente che gioisca nel vedere negli altri ciò che vuole conservare in se stesso. È questa in effetti, una prerogativa dei buoni, che l’uomo saggio ama con santa affezione colui che è casto, riservato e prudente; e il misericordioso ama colui che è generoso; in una parola, noi amiamo negli altri le virtù che sono in noi … Ma al contrario, la vista del giusto che fa gioire il cuore degli innocenti, è un vero supplizio per i malvagi, perché la condotta dei santi è una condanna per la loro vita colpevole. La castità tormenta l’incontinenza, la liberalità è un tormento per l’avarizia, così come la fede per l’empietà; la presenza di un santo è come un peso insopportabile per la loro coscienza. Al contrario, la vista di un uomo fedele a Dio ha il privilegio di far gioire tutti coloro che temono Dio … La presenza stessa dei Santi è utile a coloro che temono Dio, perché porta con essa una grazia tutta particolare a coloro che considerano e studiano la condotta dei Santi (S. Ilar.). – Ora, colui che vede un giusto, deve sapere cosa vede: non è né il suo corpo, né il suo vestito, né il suo patrimonio, né il suo viso, ma il suo interno. No, egli non lo vede veramente che a condizione di veder la sua anima, di intendere i suoi discorsi, di comprenderne il senso e tirarne una lezione di saggezza … « Perché io ho messo tutta la mia speranza nelle vostre parole. » Ecco il vero motivo della loro gioia. Essi mi hanno visto interiormente, essi mi hanno toccato, mi hanno considerato nell’interno della mia anima, laddove io ho messo la mia speranza nelle vostre parole, ove le ho ricevute e comprese. Il contrario è per coloro che odiano i giusti, la cui occupazione è approfondire le parole di Dio; e quanti empi che quando sentono i Cristiani sapienti e dotti nella legge di Dio, li evitano a causa del loro stesso sapere e della loro dottrina. (S. Ambr.). « Io ho riconosciuto, Signore, che i vostri giudizi sono giusti. » Colui che può comprendere la condotta della divina Provvidenza adopera lo stesso linguaggio del santo re Davide, perché nulla si fa se non per giusto giudizio di Dio, sia che siate malato o in buona salute, ricco o povero, che moriate giovane o vecchio. Per poco che ci si sia applicato allo studio delle divine Scritture, si comprende che tutto si fa per la sovrana volontà di Dio, e che niente sfugga alla sua scienza infinita … Il Re-Profeta ha dunque ricevuto la grazia dell’intelligenza e della conoscenza, ha riconosciuto che i giudizi di Dio sono giusti, cosa che è propria di un’anima perfetta. C’è una gran differenza tra credere e comprendere. La fede è la parte di colui che teme, la conoscenza è riservata al saggio. Colui che teme, non cerca la ragione; il saggio cerca di avere la conoscenza di tutto ciò che desidera comprendere (S. Ambr.). – La conoscenza va più lontana dalla fede: la fede ha il merito dell’obbedienza, ma non ha la sicurezza della verità conosciuta. Così l’Apostolo mette una gran differenza tra la conoscenza e la fede. Egli pone al primo rango la saggezza, al secondo la conoscenza, al terzo la fede. In effetti, colui che ha fede, può non conoscere ciò che crede; ma colui che ha la conoscenza non può non credere a ciò che conosce… il Profeta vuol parlare qui non dei giudizi eterni, ma di quelli che si esercitano nella vita presente. (S. Ilar.). – E in cosa i giudizi di Dio sono giusti? In ciò che è per il lavoro, le tribolazioni e le afflizioni, che giungono alla eterne ricompense. Come con la corona vengono premiati con un giusto giudizio degli uomini, gli atleti che combattono e riportano la vittoria, così la palma del vincitore premia i Cristiani vincitori con un giusto giudizio di Dio. « A colui che sarà vincitore, darò di sedersi sul mio trono. » (Apoc. III, 21) – (S. Ambr.). – Non è dunque senza ragione se il profeta è stato sottomesso alla tribolazione, dato in mano alle persecuzioni e agli oltraggi, questo per un giusto e vero giudizio di Dio, è perché vuole per lui fare in modo da fargli espiare i suoi peccati, purificandolo come l’oro nella fornace (S. Ilar.). – « Consolatemi con il ritorno della vostra misericordia. Quanto grande è la misericordia di Dio. Perché non solo ci accorda la remissione dei peccati, ma ci prodiga ancora la consolazione durante il combattimento, per timore che lo spavento dei pericoli della lotta non ci faccia abbandonare il campo di battaglia. Egli implora dunque la misericordia, non come il vincitore che cede terreno, né come il peccatore che implora il suo perdono, ma affinché, rivestito dalla misericordia di Dio come arma invincibile, egli possa, con un sì potente soccorso, affrontare i più grandi pericoli. Considerate la virtù ammirabile e singolare del Profeta. Un altro, soccombendo sotto il peso dei suoi dolori, avrebbe domandato che Dio li faccia cessare e lenirne la violenza e la tempesta; Davide, come un atleta coraggioso e paziente che sa che le tribolazioni esercitano la sua anima e la formano alla perfezione, non domanda a Dio di allontanare da lui le afflizioni, gli attacchi, i lavori, le fatiche, ma di accordargli in mezzo alle sue prove una parola di consolazione, perché il suo coraggio non venga a mancare … ed aggiunge con ragione: « Secondo la vostra parola, » perché il Signore stesso ha promesso il suo soccorso a coloro che combattono per il suo Nome. « Quando vi faranno comparire, non vi inquietate per come parlate, né di ciò che direte; ciò che dovete dire vi sarà dato in quell’ora stessa; perché non sarete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. » (Matth. X, 19, 20), (S. Ambr.).   

ff. 77-80. – Ma questi doni della divina misericordia non sono ancora, in questa vita di miserie e di tempeste, che una consolazione e non le gioie della beatitudine; queste gioie della beatitudine non verranno se non dopo le miserie della vita, ed anche in mezzo a queste miserie; così il Profeta aggiunge: « Che le vostre misericordie si effondano su di me ed io vivrò. » In effetti io non vivrò realmente se non quando non potrò più ridurre a niente la morte. È di questa vita che si tratta quando la Scrittura nomina puramente e semplicemente la vita, e questa vita non può concepirsi eterna e felice, come se essa meritasse solo di essere chiamata vita in confronto alla vita presente, che bisogna piuttosto chiamare una morte … ma come meriterà questa vita? « Perché la vostra legge è l’oggetto della mia meditazione. » Se questa meditazione non fosse accompagnata dalla fede che agisce per l’amore (Galat. V, 6), mai essa avrebbe il potere di far giungere alcuno a questa vita. Nessuno dunque, per aver appreso a memoria tutta la legge ed averla spesso cantata richiamandola a suo ricordo, non tacendo ciò che essa prescrive, ma non vivendo come prescrive, s’immagini di aver praticato ciò che qui dice: « Perché la vostra legge è la mia meditazione, » ed aver meritato ciò che il Profeta domandava come ricompensa per una meditazione simile. Questa meditazione è la riflessione di colui che ama ed ama talmente che l’amore di questa meditazione non si raffredda mai in lui, benché possa essere oppresso dall’iniquità altrui (S. Agost.). – Apprendiamo dunque noi stessi a meditare la legge di Dio, non lasciamoci distogliere da questa meditazione dalla seduzione e dalle preoccupazioni del mondo, ma restiamo incessantemente applicati allo studio di questa legge divina. Ma è soprattutto ai preti che questa meditazione è necessaria, come scrive San Paolo a Tito, suo discepolo:  « Il Vescovo, egli dice, deve essere legato alle verità della fede così come gli sono state insegnate, affinché sia capace di esortare secondo la sana dottrina, e convincere coloro che la combattono, » (Tito, I, 9); ciò non può essere che il frutto di una meditazione attenta e non di una lettura superficiale. Scrivendo a Timoteo, egli dice egualmente: « Applicatevi alla lettura, all’esortazione, all’istruzione … meditate queste verità, siatene sempre occupato, perché tutti vedano il vostro progresso (I Tim. IV, 13-14). È con questa lettura frequente e con questa meditazione continua che si acquisisce il dono prezioso della dottrina e della scienza (S. Ambr.). – Le persecuzioni ingiuste sono le più difficili da soffrire rispetto alle altre; sono quelle di cui ci si lamenta maggiormente, e quelle che bisogna amare di più e di cui rallegrarsi, secondo la dottrina dell’Apostolo S, Pietro (I Piet. IV, 14-16). La confusione che il Profeta augura qui ai suoi ingiusti persecutori, è il maggior bene che possa giungerne loro: questa onta salutare può divenire per essi un principio, un inizio di penitenza e di conversione. È un indizio che essi comincino a riconoscere le loro colpe e siano disposti a rinunciarvi, quando sono già capaci di arrossirne. (S. Ambr. e S. Ilar.). – « Tutti coloro che vi temono e conoscono le vostre testimonianze, si volgono verso di me. » Noi possiamo desiderare come il Profeta che coloro che temono Dio abbiano affezione per noi, ma non è il nostro vantaggio personale che bisogna cercare, ma quello di Dio. Se desideriamo che ci si ami, è affinché si passi fino a Dio e che ci si rivolga versi di Lui con un amore più grande. Ci sono persone che temono Dio, ma che non hanno alcune scienza, e non si applicano alla lettura delle Scritture, perché non le comprendono; ce ne sono altre che conoscono Dio e che forse hanno una qualche intelligenza della Scrittura, ma non temono Dio e provano con la propria vita che essi ignorano completamente ciò che sembrano avere appreso nei libri: due stati ugualmente pericolosi che si possono evitare con l’unione del timore e della scienza di Dio. « Che il mio cuore si conservi nella pratica dei vostri precetti. » Più il Re-Profeta è elevato, sia con il dono di profezia, sia dalla dignità reale, più si applica a praticare l’umiltà, insegnandoci in ciò che dobbiamo imitarlo. Egli prega Dio di rendere il suo cuore senza macchia nella pratica dei suoi comandamenti, perché in effetti, benché il suo cuore sia puro, è facilmente macchiato dal flusso immondo dei pensieri impuri. Ora, se un solo pensiero impuro può sporcare un cuore, quanto più gli atti che seguono. Guardatevi dal profanare dunque con nessun pensiero colpevole l’interno della vostra anima, per non sporcare ciò che credete avere di puro in voi. Voi lavate le vostre mani come se poteste cancellare i vostri crimini, ma non potete così facilmente lavare la vostra anima disonorata da pensieri immondi. È il cuore per primo ad essere insudiciato dal peccato, è il cuore che innanzitutto bisogna purificare. Se esso è puro, tutto il resto è puro. Ecco un’acqua torbida nel suo corso: inutilmente la pulirete dove essa ristagna, se la sorgente continua ad essere torbida. Siete dunque voi che dovete innanzitutto purificare perché tutto ciò che esce da voi, sia puro.  Il vostro cuore è la sorgente dei vostri pensieri: da questa sorgente cola l’acqua torbida dell’impurità, o l’onda chiara e limpida della castità e della pietà (S. Ambr.). – Ora, questa purezza di cuore, il Profeta sa che la troverà nell’osservanza costante dei giusti comandamenti di Dio, ed il frutto di questa fedeltà sarà il non restare confuso. In effetti, la confusione viene da una coscienza colpevole, e dall’obbrobrio che segue il peccato. Là dove non c’è confusione, non c’è peccato; e là dove non c’è peccato, l’anima resta fedele alla pratica dei comandamenti, che ha come frutto la purezza del cuore (S. Ilar.). 

http://www.exsurgatdeus.org/2020/04/03/salmi-biblici-defecit-in-salutare-tuo-anima-mea-cxviii-5/

SALMI BIBLICI: “MEMOR ESTO VERBI TUI” (CXVIII – 3)

SALMO 118 (3): MEMOR ESTO VERBI TUI servo tuo

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 118 (3)

ZAIN.

[49] Memor esto verbi tui servo tuo,

in quo mihi spem dedisti.

[50] Haec me consolata est in humilitate mea, quia eloquium tuum vivificavit me.

[51] Superbi inique agebant usquequaque, a lege autem tua non declinavi.

[52] Memor fui judiciorum tuorum a sæculo, Domine, et consolatus sum.

[53] Defectio tenuit me, pro peccatoribus derelinquentibus legem tuam.

[54] Cantabiles mihi erant justificationes tuæ in loco peregrinationis meæ.

[55] Memor fui nocte nominis tui, Domine, et custodivi legem tuam.

[56] Hæc facta est mihi, quia justificationes tuas exquisivi.

HETH.

[57] Portio mea, Domine, dixi, custodire legem tuam.

[58] Deprecatus sum faciem tuam in toto corde meo; miserere mei secundum eloquium tuum.

[59] Cogitavi vias meas, et converti pedes meos in testimonia tua.

[60] Paratus sum, et non sum turbatus, ut custodiam mandata tua.

[61] Funes peccatorum circumplexi sunt me, et legem tuam non sum oblitus.

[62] Media nocte surgebam, ad confitendum tibi super judicia justificationis tuae.

[63] Particeps ego sum omnium timentium te, et custodientium mandata tua.

[64] Misericordia tua, Domine, plena est terra; justificationes tuas doce me.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVIII (3).

ZAIN

49. Ricordati di tua parola in favor del tuo servo, nella quale mi desti speranza .

50. Questo nella mia umiliazione fu il mio conforto, che la tua parola mi diede vita.

51. I superbi agivano sempre iniquamente; ma io non ho declinato dalla tua legge.

52. Mi ricordai de’ giudizi tuoi, o Signore, che son eterni; e fui consolato.

53. Mancommi il cuore per cagione de’ peccatori, che abbandonano la tua legge.

54. Miei cantici erano le tue giusti Reazioni nel luogo del mio pellegrinaggio.

55. Del nome tuo mi ricordai nella notte, o Signore, e osservai la tua legge.

56. Questo avvenne a me, perché cercai ansiosamente tue giustificazioni.

HETH.

57. Signore, porzione mia: io ho detto di osservar la tua legge.

58. Ho domandato con tutto il cuor mio il tuo favore; abbi pietà di me secondo la tua parola.

59. Ho disaminati i miei andamenti, e ho indiritti i miei passi a seconda de’tuoi comandamenti.

60. Preparato son io (e nulla mi tratterà) ad osservare i tuoi comandamenti.

61. Mi cinsero d’ogni parte i lacci de’ peccatori, ed io non mi scordai della tua legge.

62. Di mezza notte mi alzava a lodarti per ragione de’ giudizi di tua giustizio.

63. Io ho società con tutti quei che ti temono e osservano i tuoi comandamenti.

64. Di tua misericordia, o Signore, è piena la terra; insegnami tu le tue giustificazioni.

Sommario analitico

III SEZIONE — 49-64.

Davide chiede a Dio, perché lo accompagni e lo consoli in mezzo alle difficoltà della strada, la speranza e la carità:

I. La speranza che:

1° Interiormente consola e riempie di gioia colui che si umilia:

a) secondo la promessa divina (49),

b) secondo l’efficacia della parola divina (50)

2° Esteriormente lo difende dalle ingiustizie dei superbi, che sono sovente una grande tentazione per i giusti, e gli danno la forza di non allontanarsi dalla legge, e di non perdere in un solo momento il frutto di una lunga pazienza (51):

a) Con il ricordo dei giudizi che Dio ha esercitato dall’inizio del mondo, e le consolazioni che questo ricordo effonde nell’anima dei giusti;

b) Con uno zelo ed un dolore che vanno fino allo scoramento alla vista non del male che fanno i malvagi, ma del male che si fanno essi stessi abbandonando la legge di Dio (53);

c) Con il canto, il ricordo perpetuo, l’osservanza e lo studio approfondito dei comandamenti di Dio in questa terra di esilio (54-56).

II. – La carità che:

I° l’unisce interamente a Dio con la ferma risoluzione di prendere Dio come sua parte e di osservare la sua legge (57), risoluzione che è accompagnata:

a) dalla richiesta di assistenza divina che implora con tutto il suo cuore (58);

b) dalla riflessione seria sulle sue vie, e della riforma della sua vita (59);

c) dalla disposizione presente e ferma in cui si trova, di essere fedele alla legge di Dio senza turbarsi, qualunque cosa accada (60);

2° egli brucia tutti i legami del peccato con il ricordo della legge di Dio, che oppone ai discorsi ed agli esempi dei peccatori (61):

a) con il manifestare le lodi di Dio, fin nella notte, per espiare con le sue sante preghiere i crimini che vi si commettono (62);

b) con l’entrare in società stretta con coloro che temono Dio, con questa unione di carità che ci fa entrare nella partecipazione di tutte le buone opere dei giusti e dei santi (63);

c) e celebrare la misericordia di Dio che riempie tutta la terra (64).

Spiegazioni e Considerazioni

   III SEZIONE — 49-64.

I. — 49-56.

ff. 49, 50. – Davide era spesso favorito da comunicazioni celesti, nelle quali Dio gli elargiva la ricompensa della sua fede e dei suoi meriti. Sembra dunque dire a Dio, come più tardi l’Apostolo San Paolo: « Ho sostenuto il buon combattimento, ho completato la corsa, aspetto la corona di giustizia che mi è riservata. » (II Tim. IV, 7). Non è questa una speranza presuntuosa e temeraria, ma una testimonianza di fede, con la quale confessa che il vero Dio non può ingannare. Sul suo esempio Davide dice a Dio: io chiedo il compimento della domanda che Voi avete fatto al vostro servo. La mia speranza non può essere accusata di presunzione, poiché Voi ne siete l’Autore. Io sono servo, attendo dal mio padrone il nutrimento; io sono soldato, ed ho il diritto di esigere la mia paga dal mio generale; io sono stato chiamato, io chiedo a Colui che mi ha chiamato ciò che mi ha promesso (S. Ambr.). – Lungi da noi il pensiero che Dio possa mai dimenticare le sue promesse: il Profeta che ha creduto alle sue promesse, che è pieno di desideri dei beni celesti, che non ha che disprezzo per le cose della terra, e mette tutta la sua speranza nei beni eterni, prega Dio non di ricordarsi della sua promessa, ma di renderla degna perché questa promessa possa compiersi in lui (S. Ilar.). – « Questa speranza mi ha consolato nel mio abbassamento, nella mia umiliazione. » Noi siamo dunque consolati dalla speranza che non confonde nei giorni della nostra umiliazione, cioè nei tempi della tentazione e della tribolazione. – Per questa umiliazione, bisogna intendere non soltanto l’umiltà dell’uomo che confessa i suoi peccati, e non attribuirsi la qualità del giusto, ma l’abbassamento nel quale cade sotto i colpi di qualche tribolazione o di qualche rovescio, castigo del suo orgoglio o testimonianza ed esercizio per la sua pazienza. (S. Agost.). – Questa parola ci consola nella nostra umiliazione, quando siamo oggetto di disprezzo, di insulti, di ingiurie, di oltraggi degli uomini, che ci ricordano allora che la vita presente è una battaglia, e che le tentazioni o le prove sono la legge del paese in cui abitiamo. (S. Ilar.). – In mezzo a queste umiliazioni, noi siamo vivificati dalla parola di Dio. È là in effetti che si trova la sostanza vivificante della nostra anima, che la nutre e la dirige. Nessun altro principio di vita c’è per l’anima ragionevole, che la parola di Dio … Applichiamoci dunque a fare di questa parola divina, ad esclusione di ogni altra cosa, come una pia collezione che noi depositeremo nella nostra anima per essere il principio direttivo dei nostri pensieri, delle nostre sollecitudini, delle nostre risoluzioni e di tutte le nostre azioni. (S. Ambr.). – Colui che poggia la sua vita nella parola di Dio non è scosso dalla vanagloria che avolge i superbi. Egli sa che la sua indigenza è mille volte più ricca di tutte le loro ricchezze. Egli sa che i suoi digiuni sono saziati da una benedizione celeste ed evangelica; egli sa che la sua umiltà riceverà come ricompensa un onore, una gloria incomparabile. Aggiunge anche: « I superbi non cessano di agire con ingiustizia, ma io non sono allontanato dalla vostra legge. » (S. Ilar.).  

f. 51, 52. – A questo orgoglio incessante dei nemici di Dio, il Re-Profeta oppone questo sovrano rimedio: « io non mi sono allontanato dalla vostra legge. » – Con quali mezzi si è mantenuto fermo nell’osservazione della legge? Con il ricordo dei giudizi di Dio. Se, in effetti, Colui che è stato istruito e formato dagli esempi della legge cessa di credere per un istante alla verità dei giudizi di Dio, egli si allontana ben presto della legge. Per chi, al contrario risale al ricordo dei secoli passati, si convince facilmente che mai il peccatore sia potuto sfuggire al castigo della sue empietà, e che il giusto mai sia stato frustrato nella ricompensa delle sue virtù … ma chi è colui tra noi che potrebbe trovare la sua consolazione nella considerazione dei giudizi di Dio?. I giudizi degli uomini sono pur terribili per i colpevoli, quanto più i giudizi divini? Per chiarire questa verità con un esempio, noi vediamo in questo mondo gli innocenti affrettarsi con i loro desideri al giorno del giudizio, temere i ritardi, chiedere istantaneamente di essere citati davanti ai loro giudici; mentre i colpevoli sono in agitazione e nel terrore, cercano tutti i mezzi per differire questo giorno fatale, e sono profondamente rattristati quando viene loro notificato che questo giorno è arrivato. Felice dunque colui che può attendere nella gioia, questo giudizio celeste. Egli sa che gli sono riservati il regno dei cieli, la società degli Angeli e la corona dei suoi meriti (S. Ambr.). – « Io sono caduto nello scoraggiamento alla vista dei peccatori che abbandonano la vostra legge. » Ecco un sentimento ben poco comune; la maggior parte in effetti si rattrista per essere oggetto di una ingiuria, di un oltraggio, di un qualunque danno dei propri beni e della propria reputazione … Ma Davide si affligge non perché sia disprezzato, o perseguitato, ma perché la legge di Dio è abbandonata, ed egli deplora la triste sorte di questi prevaricatori che periscono così davanti a Dio senza ritorno. (S. Ambr.). – Che i giusti del Signore siano il soggetto dei nostri inni, dei nostri cantici, dei nostri salmi. Cantiamo con spirito, cantiamo con il cuore, affinché nel giorno della necessità non veniamo puniti del nostro oblio con questo rimprovero: « Voi avete rigettato le mie parole lontano da voi. » (Ps. XLIX, 17). Ma questo non è molto: il cantare le giustizie di Dio; bisogna farlo con spirito distaccato da tutte le sollecitudini della terra; è per questo che il Profeta aggiunge: « nel luogo del mio pellegrinaggio. » L’ Apostolo non vuole che noi siamo degli estranei, dei pellegrini nella casa di Dio, ma i concittadini dei Santi e della casa stessa di Dio. Perché colui che fa parte della casa di Dio si considera come esiliato in questo mondo; colui che vive già nel cielo è un pellegrino sulla terra (S. Ambr.). – Apprendiamo qui dal Profeta a ritenere nei nostri cuori i canti dei salmi che abbiamo ascoltato, e a non cessare mai da questi canti divini. Non è con negligenza che egli li ascolta, e non legge la parola di Dio con gli occhi preoccupati e divisi tra mille oggetti diversi, come tante anime irreligiose, egli non l’ascolta con orecchie che le lasciano cadere in oblio, ma questa parola divina è l’oggetto di questi canti assidui, ovunque si trovi nel suo pellegrinaggio sulla terra (S. Ilar.). – « Io mi sono sovvenuto, Signore, del vostro Nome nella notte. » Il Profeta sa che bisogna applicarsi ad osservare la legge di Dio, soprattutto nel tempo in cui i pensieri colpevoli scivolano nello spirito. È allora che i pungiglioni dei vizi, eccitati dai calori degli alimenti, sollevano le cattive inclinazioni del nostro corpo, che bisogna ricordarci del Nome di Dio e restare fedeli a questa legge che ci comanda la purezza, la continenza, il timore di Dio (S. Ilar.).- Io mi sono ricordato del vostro Nome durante la notte. » La notte è anche l’abbassamento in cui si tiene la miseria della nostra mortalità; la notte è l’orgoglio dei superbi, che commettono l’iniquità oltre misura; la notte è il disgusto di vedere i peccatori abbandonare la legge di Dio; la notte, infine è questo soggiorno nel luogo dell’esilio, fino a che venga il Signore che illuminerà i segreti delle tenebre e svelerà i pensieri dei cuori, di modo che ciascuno riceva da Dio la lode che merita. « Io ho osservato la vostra legge. » Egli non l’avrebbe osservata se, confidando nelle proprie forze, non si fosse ricordato del Nome di Dio, e in effetti, « … il nostro soccorso è nel nome del Signore. » (S. Agost.). – Voi avete perso vostro figlio? In questo dolore, in questa notte, in questa immensa privazione, ricordatevi del Signore, vostro Dio, per non essere ingrato verso Dio, come se avesse disdegnato la vostra preghiera. Voi siete stato inviato in esilio? Ricordatevi del Signore vostro Dio, per non preferirgli l’amore della patria che vi ha interdetto. Vittima dell’oppressione di un ricco iniquo e potente, voi siete stato spogliato dei vostri beni, siete nell’indigenza? Ricordatevi del Signore vostro Dio, per paura che la notte della povertà vi allontani dai doveri della pietà. (S. Ambr.). – Ricordatevi dunque incessantemente degli ordini pieni di giustizia del Signore, affinché, mentre li cantiamo con la voce interiore della nostra anima, noi ci ricordiamo nel contempo nella notte del Nome del Signore, e possiamo aggiungere: « Questo mi è sopraggiunto perché ho cercato i vostri comandamenti; cioè questo ricordo si è presentato al mio spirito fin nella notte, perché io non ero né assopito per l’estasi, né appesantito dall’intemperanza, né preoccupato dalle sollecitudini del secolo, ma perché io castigavo il mio corpo con una meditazione costante, ed esercitavo così le forze interiori della mia anima (S. Ambr.).

II. — 57-64.

f. 57-60. – « Io ho detto al mio Dio: mia parte è compiere la vostra legge. » Che gli oratori siano appassionati dai loro studi letterari, che i filosofi si compiacciano nella loro pretesa saggezza, che i ricchi vantino le loro ricchezze, che i re siano fieri della loro potenza; per noi, la nostra gloria, il nostro possesso, il nostro regno, è Gesù-Cristo. Egli è la nostra saggezza nella follia della predicazione, la nostra forza nell’infermità della carne, la nostra gloria nello scandalo della croce, con la quale il mondo è morto per noi e noi per il mondo, affinché viviamo per Dio (S. Paolo, in Ep. ad Aprum.). – Ma sono pochi quelli che possono dire con tanta fiducia che Dio sia la loro parte! Bisogna essere estranei al vizio ed ad ogni sozzura; bisogna non aver nulla in comune con il secolo e non tenere niente nel mondo. L’avaro non lo saprebbe dire, perché l’avarizia accorre e gli dice: « è a me che tu appartieni; » io ti ho messo sotto il mio giogo, sono io che sono il tuo padrone; tu ti sei venduto a me per questo oro; tu ti sei consegnato a questa terra. Il sensuale non può dire; Gesù-Cristo è la mia parte, perché la sensualità accorre e gli dice: « Sei tu la mia parte; io ti ho asservito in tale festino; io ti ho preso in trappola in questo pasto; la tua intemperanza ha segnato la tua intemperanza ha siglato il contratto che ti tiene sotto le mia leggi; » dimentichi che la tavola è sempre stata per te più cara che la vita? Mi riferisco a te, negalo, se puoi; ma … come negarlo? L’adultero non può più dire: « Il Signore è la mia parte,» perché la voluttà accorre e gli dice: sono io la tua parte, ricordati questa notte in cui tu hai conosciuto la mia legge, dove sei passato sotto il mio impero. » Infine il traditore non può dire: Gesù-Cristo è mia parte, perché ben presto la nera perfidia piomba su lui ed esclama: « egli mente, Signore Gesù, egli è mio. » (S. Ambr.). – La carità vera, che ci fa prendere come nostra parte, ci porta anche al compimento fedele di tutto ciò che ci comanda: « L’amore è la pienezza della legge. » (Rom. XIII, 10), – Ma come osservare la legge, se questo non è per grazia e per soccorso dello Spirito vivificante, nel paura che la lettera non uccida (II Cor. III, 6), e che il peccato, prendendo occasione dal comandamento, non operi nell’uomo ogni concupiscenza? (Rom. VII, 8). Bisogna dunque invocare questo Spirito: è così che la fede ottiene da Lui ciò che la legge comanda, perché colui che avrà invocato il nome del Signore sarà salvato (Gioele, II, 32). –   Si possono intendere anche queste parole dal vivo desiderio che ha il Profeta di contemplare la faccia di Dio. Egli sa che gli è impossibile in questa vita, vedere ciò che l’occhio dell’uomo non ha mai visto, ciò che il suo orecchio non ha mai inteso, ciò che il suo cuore non ha mai compreso. Egli sa che la gloria di Dio è invisibile ai suoi occhi carnali, che sarebbero abbagliati dal fulgore e dallo splendore degli Angeli, e che non hanno ugualmente potuto sopportare la gloria che risplendeva dal viso di Mosè .. ma egli non lascia il desiderare, con tutto l’ardore del suo cuore, il momento felice in cui potrà gioire della chiara visione. Colui, in effetti che ha preso Dio come sua parte, domanda con fiducia di essere ammesso a contemplare la sua faccia; perché, benché nessun mortale possa vederla quaggiù, questa felicità, è tuttavia riservata a coloro che hanno il cuore puro. (S. Ilar.). – « Io ho ripensato alle mie vie, », io ho pensato alle mie vie che ho seguito nel passato, vie piene di cadute e di peccati, e questo per meritare la remissione delle mie colpe con una conversione sincera ed un’applicazione seria alla virtù. « Io ho riportato i miei passi nella via dei vostri Comandamenti, »  per non seguire più queste viecosì sovente testimoni delle mie cadute; ma per camminare in questa via dei vostri comandamenti, che mi impedirà di smarrirmi laddove io mi sono sì sovente perso lontano dalla vera via, che è Gesù-Cristo? … ebbene, io ho pensato, non alle vie che ho seguito altre volte, ma a quelle che devo ora percorrere; vale a dire, io ho fatto precedere tutte le mie azioni da una seria considerazione, per vedere chiaramente se dovessi agire, e come dovessi agire, se dovessi parlare pubblicamente o in segreto, davanti a qualche persona o senza testimoni. Non agiamo dunque se non dopo aver pensato a ciò che dobbiamo fare, se non vogliamo caricarci di pentimenti tardivi ed inutili (S. Ambr.). – Se le nostre azioni sono mal composte, se ci accade ogni giorno di ingannarci nei nostri giudizi, o di errare nella nostra condotta, l’esperienza ci ha fatto conoscere che la causa di questa svista, è che non deliberiamo posatamente su ciò che dobbiamo fare, e che ci lasciamo assoggettare dagli oggetti che si presentano. Un ardore sconsiderato ci induce all’azione, prima di considerare bene le sequele e le circostanze; sebbene che un consiglio poco sicuro, procedendo dalle risoluzioni precipitose, fa sì ordinariamente che noi erriamo di qua e di là, piuttosto che camminare nella retta strada. Davide è ben lontano da questi due errori. Egli ha, dice, studiato le sue vie, ha liberato il suo spirito da tutte le preoccupazioni estranee, ha meditato seriamente su dove portino le sue inclinazioni. Ecco una delibera ben posta; dopo ciò io non mi stupisco se ha preso la parte migliore, e se ci dice che il risultato di questa importante consultazione sia stato il tornare con i suoi passi dal lato della legge di Dio. (BOSSUET, sur la Loi de Dieu). – Così, vedete qual frutto raccolga il Profeta da questa attenzione nel pensare alle sue vie, nel riflettere innanzitutto su ciò che debba fare. « Io sono pronto e non sono turbato nell’osservanza dei precetti del mio Dio. » Colui che ha cominciato a riflettere seriamente su quel che si debba fare, è sempre pronto ad agire; egli è fermo ed irremovibile, e non può essere turbato da alcun accidente. Il soffio pericoloso dell’ambizione non può agitarlo; la cupidigia, la lussuria non possono eccitare alcuna tempesta nella sua anima; egli resta indifferente alle seduzioni ingannevoli della voluttà … Se si leva la persecuzione, essa lo trova pronto, ed il turbamento che causa ad un’anima l’incertezza della sua salvezza, fa posto in lui alla speranza certa della corona che lo attende dopo il combattimento. Se la sua reputazione è sovente minacciata dalla calunnia, non pensa che il discepolo sia al di sopra del Maestro. Obbrobri di ogni genere si sono abbattuti sul Figlio di Dio; come il servo ne potrebbe sfuggire? Prepari egli dunque il suo spirito alla meditazione e dica: io sono pronto e non sono turbato nell’osservare i vostri comandamenti. (S. Ambr.).

ff. 61-64. – Queste corde, questi legami dei peccatori sono gli ostacoli di ogni genere che ci oppongono i nemici, sia spirituali, come il demonio e i suoi angeli, sia carnali, come i figli dell’infedeltà, sui quali agisce il demonio (Efes. II, 2). Minacciando i giusti con ogni sorta di mali, al fine di distruggerli ed impedir loro di soffrire per la legge di Dio, essi li allacciano come con delle corde nelle loro forti e solide reti; perché essi li catturano in seguito ai loro peccati, come in una rete (Isai. V, 18), e si sforzano di avvolgere i santi, e talvolta questo è loro permesso; ma se essi allacciano il corpo, non potranno legare l’anima, ove il salmista non ha messo in oblio la legge di Dio, perché, dice l’Apostolo, San Paolo (II Tim. II, 7) « la parola di Dio non è incatenata. » (S. Agost.). – « Io mi alzavo nella notte a rendervi gloria. » Non è abbastanza il pregare di giorno, occorre alzarsi di notte e nel mezzo della notte. Nostro Signore ha passato la notte in preghiera, per invitarvi alla preghiera con il suo esempio; e cosa chiedeva a Dio? Il perdono dei vostri peccati, nel tempo stesso che ce lo accordava con la propria volontà. «Alzatevi nel mezzo della notte per rendere gloria a Dio; » cioè per piangere i vostri peccati, non solo per ottenere il perdono delle colpe passate, ma per evitare le occasioni presenti di peccato, e mettervi in guardia contro coloro che vi potrebbero far cadere in avvenire, perché la notte è il tempo più fecondo per le tentazioni: è allora che le seduzioni della carne sono più vive, che il tentatore raddoppia i suoi sforzi, che l’anima è come appesantita dal lavoro della digestione e che lo spirito ha perso una parte del suo vigore, è allora che gli spiriti di malizia gettano tenebre sulla nostra anima e la persuadono a darsi al crimine, allorché non ha alcun testimone, alcuno spettatore, alcun accusatore da temere; è allora che la eccitano al peccato con l’esempio anche dei Santi che son caduti, ma che si sono pentiti e che hanno coperto i loro peccati con la penitenza … Prevenite queste astuzie del tentatore con la frequentazione del banchetto divino e con il digiuno che la Chiesa vi prescrive … Ricevete Nostro-Signore Gesù-Cristo nell’abitazione della vostra anima: la dove è il suo Corpo, là è Cristo stesso. Quando il vostro nemico verrà nella vostra dimora interiore tutto raggiante di splendore celeste, gli spiriti delle tenebre comprenderanno che la vostra anima è inaccessibile ai loro attacchi; essi fuggiranno e voi passerete la notte senza alcun timore (S. Ambr.). –  I santi vegliano e lodano Dio anche durante il loro sonno. « Io dormo, dice lo Sposo dei cantici, ma il mio cuore veglia. » (Cant. V, 2). – Io non temo di dirlo, quando voi dormite, che la vostra anima benedica il Signore! Non lasciatevi né agitare da pensieri di alcun crimine, né eccitare dalla concupiscenza dei beni altrui, né turbare dal fermento di una corruzione interiore. La vostra innocenza anche durante il vostro sonno sarà come la voce ella vostra anima (S. Agost.). « Io sono in società con tutti coloro che vi temono. » È la comunione dei Santi, in virtù della quale i giusti partecipano alle buone opere gli uni gli altri. – Nostro Signore Gesù-Cristo vuole che entriamo in società con Lui; e come? Prendendo parte alla sua giustizia, alla sua verità, alla sua vita senza macchia, colui che cammina in una santa novità di vita, che segue i sentieri della giustizia, è in società con Gesù-Cristo. Se ho onore della menzogna, io sono in società con Gesù-Cristo, perché Egli è la verità; se io fuggo l’iniquità, sono in società con Gesù-Cristo, perché Egli è la giustizia. Felice colui che può rendere questa testimonianza! Come un membro è unito intimamente con tutte le altre membra del corpo, così è del Cristiano che è unito con tutti coloro che temono Dio; egli non dice al suo fratello: voi non siete del mio corpo; cioè il ricco non dice al povero, il nobile a colui che è di oscura condizione, il forte al debole, il sapiente all’ignorante: voi non mi siete necessari, perché egli è in società con il corpo dI Gesù-Cristo, che è la Chiesa. Ma poiché c’è un timore che non è santo e che resta molto spesso infruttuoso, il Profeta aggiunge: « e chi osserva i vostri comandamenti, per ben distinguere il timore filiale e santo, dal timore ozioso e sterile, » (S. Ambr.). – « La terra, Signore, è piena della vostra misericordia. » Si, essa è piena della misericordia di Dio, questa terra, insudiciata e corrotta dai crimini degli uomini, questa terra ove abbondano l’empietà, l’infedeltà, la perfidia. E se qualcuno osi qui qua accusare di menzogna il Profeta, e dirgli che la misericordia di Dio non sia diffusa su tutta la terra, che ricordi queste parole di Nostro Signore: « Siate buoni come il Padre vostro che è nei cieli, che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, e fa piovere sui giusti e sui peccatori. » (Matth. V, 45). – È soprattutto con la Passione del Salvatore che la terra è stata ripiena della misericordia di Dio. – Perché non ha detto: « Il cielo è pieno della misericordia di Dio? » Perché ci sono nelle sfere superiori degli spiriti che hanno perso ogni diritto all’indulgenza di Dio ed alla remissione di peccati, e che le potenze celesti che sono rimaste fedeli, benché sostenute dal soccorso di Dio, non hanno bisogno della misericordia di Dio come coloro che abitano la terra, liberi come sono da questo involucro di carne che è per noi un focolaio di tentazioni continue? … « Insegnatemi i vostri comandamenti. » In effetti è difficile trovare sulla terra un maestro che possa insegnare convenientemente ciò che non abbia visto. Il Profeta ci indirizza dunque con fervore a Colui che è il solo vero maestro. Come l’uomo potrebbe insegnare la verità che egli ignora, egli che non è che menzogna’ … Così Davide si rivolge al Signore, per dirgli: insegnatemi le vostre giustificazioni, perché Voi siete la vera giustizia; insegnatemi le parole della saggezza, perché Voi siete la saggezza stessa. Aprite il mio cuore, perché siete Voi che avete aperto il libro. Aprite questa porta che è nel cielo, perché Voi stesso siete la porta. Colui che vi entra per mezzo di Voi, non sarà ingannato, perché entra nel soggiorno stesso della verità (S. Ambr.).  

SALMI BIBLICI: “LEGEM PONE MIHI, DOMINE” (CXVIII -2)

SALMO CXVIII (2) “LEGEM PONE MIHI, DOMINE”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 118 (2)

HE.

[33] Legem pone mihi, Domine,

viam justificationum tuarum, et exquiram eam semper.

[34] Da mihi intellectum, et scrutabor legem tuam, et custodiam illam in toto corde meo.

[35] Deduc me in semitam mandatorum tuorum, quia ipsam volui.

[36] Inclina cor meum in testimonia tua, et non in avaritiam.

[37] Averte oculos meos, ne videant vanitatem; in via tua vivifica me.

[38] Statue servo tuo eloquium tuum in timore tuo.

[39] Amputa opprobrium meum quod suspicatus sum, quia judicia tua jucunda.

[40] Ecce concupivi mandata tua; in æquitate tua vivifica me.

VAU.

[41] Et veniat super me misericordia tua, Domine; salutare tuum secundum eloquium tuum.

[42] Et respondebo exprobrantibus mihi verbum, quia speravi in sermonibus tuis.

[43] Et ne auferas de ore meo verbum veritatis usquequaque, quia in judiciis tuis supersperavi.

[44] Et custodiam legem tuam semper, in saeculum et in sæculum sæculi:

[45] et ambulabam in latitudine, quia mandata tua exquisivi.

[46] Et loquebar in testimoniis tuis in conspectu regum, et non confundebar.

[47] Et meditabar in mandatis tuis, quæ dilexi.

[48] Et levavi manus meas ad mandata tua, quae dilexi, et exercebar in justificationibus tuis.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVIII (2).

HE.

33. Dammi per norma, o Signore, la via di tua giustificazione e io sempre la seguirò.

34. Dammi intelletto, e io attentamente studierò la tua legge, e la osserverò con tutto il cuor mio.

35. Conducimi tu pel sentiero de’ tuoi precetti, perché desso mi piacque.

36. Inclina il cuor mio verso di lue testimonianze, e non verso l’amore delle ricchezze.

37. Rivolgi gli occhi miei, perché non veggan la vanità; nella tua via dammi vita.

38. Tien fissa nel tuo servo la tua parola, mediante il tuo timore.

39. Togli da me l’obbrobrio, ch’io ho temuto, perocché amabili sono i tuoi giudizi.

40. Ecco che io ho amati i tuoi comandamenti: fammi vivere secondo la tua equità.

VAU

41. E venga sopra di me, o Signore, la tua misericordia; la tua salute secondo la tua parola.

42. E darò per risposta a quelli che mi dileggiano, che nelle tue parole ho posta la mia speranza.

43. E non togliere tu giammai dalla mia bocca la parola di verità, perché ne’ tuoi giudizi ho fortemente sperato.

44. E osserverò mai sempre la tua legge pe’ secoli, e pei secoli de’ secoli.

45. E io camminava al largo perché cercai studiosamente i tuoi comandamenti.

46. E di due testimonianze parlava al cospetto dei re; e non ne avea rossore.

47. E meditava i tuoi precetti, che io ho amati.

48. E stesi le mani mie ai tuoi comandamenti amati da me; e nelle tue giustificazioni mi esercitava.

Sommario analitico

II  SEZIONE —33-48.

Il Profeta chiede a Dio una guida per procedere ed accompagnarlo sulla buona strada

I. Egli prega di dargli, per guidarlo in questa via:

1° la legge, dottrina esteriore, affinché sia la regola della sua condotta ed egli la ricerca sempre – dice Sant’Agostino – con un desiderio sempre più grande di perfezione (33);

2° l’intelligenza, l’illuminazione e l’ispirazione interiore della grazia che gli farà non solo approfondire e conoscere, ma osservare la legge (34);

3° Egli stesso come guida,

a) alfine di condurla come desidera nel sentiero della perfezione (35);

b) inclinare il suo cuore verso i suoi precetti, e di allontanarlo dalla triplice avarizia dei beni esteriori, dei beni dello spirito e delle virtù stesse che l’uomo è portato ad attribuirsi, senza rendere gloria a Colui che ne è l’Autore (36);

c) di allontanare i suoi occhi dalla vanità e dai falsi bagliori delle cose del mondo (37);

4° La sua parola che:

a) congiunta al timore, lo indirizzi verso il dovere (38), e gli faccia sormontare l’obbrobrio della concupiscenza e del peccato (39);

b) congiunta all’amore, gli ispiri il desiderio di osservare i Comandamenti di Dio, e gli dia la forza necessaria per compierli (40);

5° la sua misericordia con la quale:

a) lo condurrà alla salvezza (41);

b) gli darà la sicurezza e la fermezza per rispondere a coloro che insultano la virtù e la pietà (42);

c) gli conserverà sempre il linguaggio della verità, il coraggio e la fermezza necessaria per annunciarla (43).

II. Egli promette a Dio di testimoniargli la sua riconoscenza osservando fedelmente i suoi precetti:

1° Non soltanto per un tempo, ma per sempre (44);

2° Con tutte le sue forze, per tutta l’estensione del suo cuore (45);

3° Con la bocca, dandone pubblica testimonianza, senza paure, senza timori davanti ai grandi e potenti della terra (46);

4° con lo spirito, con una meditazione seria e piena di amore (47);

5° Sormontando, con questo grande amore, tutte le difficoltà che si oppongono al compimento dei comandamenti (48).

Spiegazioni e Considerazioni (1)

II SEZIONE  — 33-48.

I. —  33-43.

ff. 33. – Il soldato che si mette per strada non traccia da sé il cammino che deve seguire, non sceglie quello a lui più gradito, e non cerca di abbreviarlo per darsi poi alla ricreazione; ma egli riceve dal suo generale la mappa da seguire e la segue esattamente senza mai deviare, marcia sempre con le sue armi, e si ferma nei punti stabiliti per trovarvi i viveri che gli vengono preparati. Tale è la legge prescritta a tutti coloro che vogliono camminare al seguito di Gesù-Cristo. Il Re-Profeta dice a Dio, non semplicemente “datemi”, ma « ispiratemi per legge la via dei vostri comandi, » affinché resti ferma ed indistruttibile nel suo cuore, e non sia sradicata da qualche tempesta violenta del secolo, e e non sia legge a se stesso portando invece la legge scritta nel suo cuore « ed io non cesserò di ricercarla. » Non è un leggero favore che cerchiamo, ma il possesso del cielo, il regno di Dio, la società degli Angeli, il soggiorno dell’immortalità. Non è dunque per un giorno, né per due o tre, né per qualche mese che bisogna cercare questa via, ma sempre ed in tutte le circostanze, per formare così come un fascio di meriti di tutte le azioni della nostra vita. (S. Ambr.).

 ff. 34. – Ma non vale tanto il ricercare se non si comprende qual sia l’oggetto dello proprie ricerche. Bisogna dapprima cercare, poi comprendere ed approfondire tutti i misteriosi segreti della legge e ritenerli nel proprio cuore (S. Ambr.). – Il Profeta prega Dio di dargli l’intelligenza perché possa praticare con lo spirito ciò che conosceva già nella lettera. Si tratta di comprendere perché la legge sia stata data a degli uomini che non devono osservarla, e comprendere anche in cosa sia stata utile che la legge si verificasse, affinché il peccato sovrabbondasse; ora nessuno lo può, se Dio non gli fornisce l’intelligenza. Ecco perché egli aggiunge: « Datemi intelligenza ed io scruterò la vostra legge, » (S. Agost.) – Datemi l’intelligenza ed io scruterò la vostra legge, e la osserverò con tutto il cuore. » Egli non la osserva dunque ancora, non l’ha ancora approfondita, non la comprende ancora? Egli non parla dunque della legge nella quale è nato, allevato ed ha osservato nei suoi atti? Siccome egli sa che il primo dovere della prudenza è interrogare i saggi su ciò che non si possa comprendere, e cercare di comprendere ciò che si ignora, egli chiede a Dio l’intelligenza. E siccome l’intelligenza deve servire per studiare, scrutare la legge di Dio, aggiunge: « Ed io scruterò, approfondirò la legge di Dio. » E comprendendo che l’osservazione perfetta della legge dipenda essenzialmente dal cuore, termina dicendo: « ed io la osserverò con tutto il mio cuore » (S. Ilar.). – Noi dobbiamo studiare, scrutare, approfondire la legge di Dio, non per vano spirito di curiosità, ma per compierla più facilmente. « Ed io la osserverò con tutto il mio cuore. » In effetti, chiunque avrà scrutato tutta la legge, e sarà arrivato alle sommità alla quale è come sospeso, dovrà certamente amare Dio con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima, con tutto il suo spirito, ed amare il prossimo suo come se stesso. (S. Agost.). 

ff. 35-37. – Ma siccome le sue forze non possono essere sufficienti, se colui che comanda non lo aiuti a compiere ciò che comanda, egli aggiunge: « Conducetemi nel sentiero dei vostri comandamenti. » Per me è troppo poco conoscere, volere anche, se non mi conducete Voi stesso, secondo questa volontà. Il sentiero di cui parla è certamente la via dei comandamenti di Dio; egli lo chiama un sentiero, perché la via che conduce alla vita è stretta (S. Agost.). – Il Profeta sa che la natura è debole, che non può intraprendere il cammino su questo sentiero senza una guida che lo conduca. Dio è questa guida, quando ci dice: « Chi non porta la sua croce e non mi segue, non è degno di me. » (Matth. X, 38). È questa guida che ci conduce, che per primo segue il cammino delle sofferenze. Se gli Apostoli ce l’insegnano, Egli ce lo ha insegnato per primo. Se noi compiamo ora qualche atto di giustizia, Egli è per noi il capo, il principe della nostra giustizia, perché Egli è la giustizia stessa. (I Cor. I, 38). Se siamo flagellati per la fede, Egli per primo ha teso il suo dorso ai flagelli, se riceviamo degli affronti oltraggiosi, Egli per primo li ha ricevuti prima di noi. Se ci si sputa in volto ignominiosamente, ricordiamoci che Egli non ha voltato il suo volto agli sputi. (S. Ilar.). Ma poiché il Profeta ancora progredisce, ancora corre, e di conseguenza implora il soccorso di Dio perché lo conduca nella sua via, poiché nulla dipende né da colui che vuole, né da colui che corre, ma da Colui che usa misericordia (Rom. IX, 16); infine, poiché Dio opera in noi stessi il volere (Fil. II, 13), poiché il Signore prepara la volontà, il Profeta continua e dice: « Inclinate il mio cuore verso le vostre testimonianze. » (S. Agost.). – « Lo spirito ed il cuore dell’uomo sono inclinati al male fin dalla gioventù. » (Gen. VIII, 21). Le affezioni dell’anima sono i piedi del cuore: esso si porta dove esse lo introducono, e non c’è che Dio che possa portarle al lato del bene. « Allontanate i miei occhi affinché non vedano la vanità. » (S. Ambr.). – La vanità e la verità, tutto sommato, differiscono tra loro. Ora è nella cupidigia di questo mondo che consiste la vanità, ed il Cristo che ci libera dal mondo, è la verità … Ma finché siamo in questo mondo, potremo mai non vedere la vanità? Il Profeta chiede dunque di non vivere sotto il sole, ove tutto è vanità, ma unicamente in ciò per il quale egli vuol essere vivificato. Se dunque la nostra vita è là dove si trova la verità, cioè nei cieli ove Gesù-Cristo è seduto alla destra di Dio, la nostra vita non è sotto il sole ove si trova la vanità (S. Agost.). – O Signore, arrestate in Voi i miei sguardi e allontanateli dalle vanità, dalle illusioni dei beni temporali, da tutti gli splendori della terra, affinché io non le veda solamente, ed un tal niente non tiri solo da me un colpo d’occhio. « Distogli i miei occhi perché non vedano la vanità. » Ma aggiungete ciò che segue: « Datemi la vita attaccandomi alle vostre vie; che io non veda le vanità; che io tolga tutto dai miei occhi. È così che attaccandomi alle vostra vita mi darete la vita, e la mia vita sarà nascosta in Voi. » (BOSSUET, Sur la Vie cachée, II’ p.).

ff. 38 – 40. – Come si farà per allontanare gli occhi dalla vanità? « Fermate, fisate la vostra parola nel vostro servo, perché sia nel vostro timore, » cioè concedetemi di agire conformemente alla vostra parola. In effetti la parola di Dio non è raffermata, fissata in coloro che la rendono mobile nel loro cuore a forza di agire contrariamente a questa parola; essa è al contrario fissata nel cuore in cui essa è immobile. Dio ha dunque fissato la sua parola per tenere nel timore coloro ai quali dà lo spirito del suo timore. (S. Agost.). – « Allontanate da me l’obbrobrio che ho temuto. » L’Apostolo sembra darci la spiegazione di ciò che questo versetto può avere di oscuro, quando dice: « la mia coscienza non mi rimprovera nulla, ma io non sono per questo giustificato. » Egli sapeva di essere un uomo, e si asteneva, per quanto poteva, da ogni peccato che avrebbe potuto commettere. La sua coscienza non gli rimprovera nulle; ma, poiché era un uomo, si confessava peccatore, sapendo bene che Gesù, la vera luce, era il solo che non avesse commesso peccato, e nella cui bocca non sia stata mai trovata menzogna. Il Re-Profeta voleva egualmente evitare il peccato, ed esprimeva il desiderio che Dio volesse ben allontanarlo da lui. Egli voleva che si allontanasse l’obbrobrio che temeva, proprio perché aveva avuto nel suo cuore un pensiero colpevole che non aveva messo in esecuzione e che, benché fosse cancellato dalla penitenza, temeva che l’obbrobrio dimorasse nella sua anima. Egli prega dunque Dio di allontanare questo obbrobrio, Lui che solo può conoscere ciò che può malauguratamente ignorare colui che ha commesso il peccato, causa di questo obbrobrio. (S. Ambr.). – Chiedendo a Dio di allontanare da lui l’obbrobrio, egli prega Dio di eliminare dalla sua anima il peccato, che è quasi sempre seguito dall’obbrobrio. Egli non chiede a Dio di allontanare, di eliminare un peccato commesso, ma un peccato che egli suppone essere presente nella sua anima per l’infermità della sua carne; egli in effetti non dice: eliminate l’obbrobrio che è in me, ma l’obbrobrio che io ho temuto (S. Ilar.). – « Ecco che io ho desiderato di compiere i vostri comandamenti, » cioè io ho desiderato amarvi con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima e tutto il mio spirito: « Fatemi vivere, non nella mia giustizia, ma nella vostra giustizia, » vale a dire riempitemi della vostra carità che ho desiderato. Aiutatemi a fare ciò che Voi raccomandate, datemi Voi stesso ciò che comandate. Fatemi vivere nella vostra giustizia, perché io ho tutto in me per morire e non trovo che in Voi di che vivere (S. Agos.).

ff. 41-43. – « E la vostra misericordia, discenda su di me. » Il Profeta chiede qui la grazia di compiere i comandamenti di Dio, che la sua misericordia gli aveva fatto desiderare. Così non è per nostra giustizia, ma per la misericordia di Dio che ci ha fatto parte della sua giustizia alla quale ci ha condotto la sua misericordia. « Che la vostra misericordia discenda su di me, e la vostra salvezza secondo le vostre promesse. » Dapprima la misericordia, e poi la salvezza, perché la nostra salvezza è tutta intera l’opera di misericordia e della bontà di Dio. – La vostra misericordia venga su di me, perché io non posso andare da lei. Che essa scenda su di me, perché essa è sopra di me ed elevata non solo al di sopra di ogni mio merito, ma anche sopra ogni mio pensiero. – « Ed io risponderò una sola parola a coloro che mi insultano, etc. ». Il Profeta segue qui un ordine perfetto: se la vostra misericordia e la vostra salvezza scendono su di me secondo la vostra promessa, come una conseguenza necessaria, io saprò cosa rispondere a coloro che mi trattano come un insensato, che mi rimproverano l’illusione della mia speranza e il credere alla vostra parola. Che può, in effetti, opporre uno spirito senza religione a questa risposta del Profeta? Egli ha pregato Dio di accordargli la sua misericordia, attende la sua salvezza da Dio, e mostra che Dio gliela ha formalmente promessa sulla sua parola. (S. Hil.). La risposta è breve ma perentoria, che i servi di Dio devono dare alle persone del secolo che insultano talvolta la loro pietà in mezzo alle afflizioni che soffrono, come se la loro virtù, la loro pazienza fosse vana e senza fondamento; è come dire, senza turbarsi: « Io ho messo la mia speranza nella parola di Dio. » (Dug.). – « E non togliete dalla mia bocca la parola di verità. » Quale lavoro è per voi ricevere la parola di verità! Ma qual danno non meno grande se venite a perderla! Così l’Apostolo vi dice: « Non trascurate la grazia che è in voi. » (I Tim. IV, 14). La parola di verità non sia mai rimossa dalla vostra bocca, le parole non siano mai in contraddizione con le azioni, e il magistero della disciplina non sia disonorato dalle opere di iniquità. La parola di verità è rimossa quando Dio dice al peccatore: « perché divulgate le mie giustizie? » (Ps XLIX. 16). L’eloquenza più feconda diviene muta se la coscienza è malata. Gli uccelli del cielo vengono e tolgono la parola dalla vostra bocca, essi che rimuovono questa divina semenza dal terreno pietroso ed impediscono che produca frutto. (S. Ambr.). – Venga l’orgoglio umano qui a ricevere una lezione di umiltà e di modestia. Il Profeta riconosce che tutto avviene in lui per effetto della bontà di Dio, e non può perseverare se non per effetto di questa stessa bontà. Ma approfondiamo il senso di queste parole: « E non togliete dalla mia bocca per sempre la parola di verità ». Tutto il dovere della bocca è mettersi al servizio dei sentimenti dell’anima e delle affezioni del cuore. Ora, perché il Profeta chiede a Dio di non togliergli dalla bocca la parola di verità? Egli non temeva che gli fosse tolta dal cuore, perché aveva messo la sua speranza nelle parole di Dio; ma sapeva che certi peccati tolgono dalla bocca la parola di verità. Dio dice al peccatore: « Perché annunziate le mie giustizie? » (Ps. XLIX, 16). Egli non gli dice: perché avete dimenticato le mie giustizie? Ma avverte il peccatore che dimora nel suo peccato di astenersi dall’ufficio della predicazione. Perché Egli vuole che il predicatore della dottrina celeste sia puro da ogni crimine, e che le sue parole siano annunciate dalla bocca pura di un corpo amico della castità. Stiamo dunque attenti a che la parola di verità non sia mai tolta dalla nostra bocca. (S. Ilar.).   

II. — 44 – 48.

ff. 44 – 48. – Osservare la legge per un tempo solo, e non per sempre, non è osservarla bene. « E nei secoli dei secoli. » Queste ultime parole spiegano il senso di “sempre”. In effetti “sempre” talvolta si intende della durata della vita presente, ma allora non può spiegarsi con: « nei secoli dei secoli… » La legge di cui parla il Profeta è dunque quella di cui l’Apostolo dice: « La pienezza della legge è la carità. » (Rom. XIII, 10). Questa legge è osservata dai Santi, dalla bocca dei quali non è tolta la parola di verità, cioè dalla Chiesa stessa di Cristo, non solo in questo secolo, ma pure nell’altro secolo che si chiama il secolo dei secoli (S. Agost.).- Il Profeta non teme qui niente che venga a mettere fine alla sua vita, la sua fede non è racchiusa nello stretto spazio dei secoli presenti, ma essa si estende fino all’infinità dei tempi per osservare la legge di Dio … Non è dunque in causa la legge che egli osserva per un tempo; questa legge è l’ombra della legge futura, di questa vera Legge che deve essere eterna, ed è verso queste leggi dei secoli eterni che egli aspira di arrivare con i desideri del suo cuore (S. Ilar.) .- Colui che segue la via stretta ed angusta dei comandamenti di Dio « cammina al largo, » perché cammina in una carità sparsa nei nostri cuori dallo Spirito-Santo che ci è stato dato. Noi leggiamo in effetti: « È nelle angosce che avete steso lo spazio davanti a noi [ci avete liberato]. Ed allora. « Dal mezzo delle angosce io ho invocato il Signore, Egli mi ha esaudito ed ha dilatato il mio cuore (Ps. CXVII, 5). Ascoltate come l’Apostolo in mezzo alle più grandi tribolazioni, non avverte alcuna angoscia. « Noi subiamo ogni sorta di tribolazione, ma non siamo schiacciati. » (II Cor. IV, 8). Che cos’è vuol dunque dirci con questo “camminare al largo”? « O Corinti, la mia bocca si apre ed il mio cuore si dilata verso di voi. Non siete allo stretto nel mio cuore, ma io sono allo stretto nelle vostre viscere (ivi, VI, 11). essi non potevano essere allo stretto nel cuore di San Paolo, ove si trovava l’altezza della saggezza e la larghezza della fede. Ma essi erano allo stretto in se stessi, perché il peccatore è come rinchiuso in se stesso, strangolato nei lacci della propria malizia. Datemi un avaro che estende ogni giorno i limiti dei suoi campi, che ne esclude incessantemente i suoi vicini, vi sembra che sia al largo, egli che la terra può appena contenere. Guardatevi dal crederlo. Egli ha da retrocedere i limiti dei suoi territori, è rinchiuso nei limiti della sua personale stima, egli che non trova mai averne assai. Tale è colui che dice: « io camminavo al largo, » ma egli ne dà anche la causa: « perché io ho cercato i vostri comandamenti » (S. Ambr.).- Si, la ricerca assidua dei comandamenti di Dio mette il cuore al largo. Ricordiamoci ciò che giunge tutte le volte che siamo applicati alla lettura delle Sante Scritture, per scrutare ed approfondire i comandamenti ed i precetti di Dio: quale larghezza di intelligenza viene a dilatare la ristrettezza del nostro spirito, e come il nostro cuore, sì umile e piccolo, si trova ingrandito ed allargato per desiderare ed amare le cose divine. (S. Ilar.). – La grazia è sì dolce nei suoi movimenti, sì delicata in tutte le sue operazioni, che lungi dall’essere offesa ed annientata sotto la sua stretta, la natura illuminata e riscaldata dal suo soffio, dispiega tutte le sue facoltà con più facilità ed abbondanza che se fosse rimasta prigioniera nei limiti della propria sfera. Così il Cristiano fedele esclama volentieri con il salmista: « Signore io ho visto che tutto il resto era ristretto e limitato, ma la vostra legge è di una grande ampiezza. Io ho comincia a camminare in largo, perché ho osservato i vostri comandamenti, (Mgr. Pie, t. V, p. 145). –  « Io parlavo delle vostre testimonianze davanti ai re. » Questa grazia che il Profeta ha ricevuto da Dio, gli impone dei doveri. Un cuore così dilatato deve spandere con abbondanza le parole della sua divina dottrina, anche davanti ai re ed i potenti della terra, ai quali fa richiamare l’obbligo che hanno di osservare la legge di Dio come gli altri uomini, senza temere in alcun modo le conseguenze di questa santa libertà (S. Ilar.) – Esempio che ci hanno dato in tutti i tempi i Santi confessori della fede. Nostro-Signore rianima il nostro coraggio, quando dice: « Io stesso vi darò delle parole ed una saggezza alle quali tutti i vostri nemici non sapranno resistere, ed essi non potranno contraddire. » (Luc. XXI, 15). « Quando vi faranno comparire, non vi preoccupate di come parlerete, di ciò che direte; ciò che dovete dire vi sarà dato in quel momento. » (Matth. X, 19). –  « Ed io ho meditato incessantemente i vostri comandamenti. » Sottolineiamo questo ordine ammirevole: fare dapprima dei precetti con cui amiamo il soggetto delle nostre continue meditazioni; perché è per effetto di questa costante meditazione che contraiamo l’abitudine della pratica delle buone opere. Ugualmente in effetti, la fine della meditazione delle parole è il conservarne il ricordo nella nostra memoria; così la fine della meditazione dei precetti divini, è la pratica ed il compimento di questi comandamenti, che non si può compiere che amandoli! (S. Ambr.). –  Il Profeta ha doppiamente amato i comandamenti di Dio e con il pensiero e con l’azione; perché in ciò che riguarda il pensiero, egli ha detto: « Io meditavo sui vostri comandamenti; » e quanto all’azione: « Io ho alzato le mani verso i vostri comandamenti. » Ma a ciascuna di queste parole egli ha aggiunto: « che io ho amato, » perché la fine del precetto è la carità che viene da un cuore puro.  (I Tim. I, 15), (S. Agost.). – Non è dunque molto che noi parliamo con libertà dei comandamenti di Dio davanti ai grandi della terra, questi comandamenti devono essere l’oggetto delle nostre continue meditazioni. Ma questa meditazione non è veramente utile se non quando amiamo la legge che meditiamo. Ed ancora, né questa meditazione, né questo amore sono sufficienti se non sono seguiti da una volontà ferma di compiere la legge di Dio e del frutto delle buone opere. (S. Ilar.).

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SALMI BIBLICI: “BEATI IMMACULATI IN VIA” (CXVIII – 1)

SALMO CXVIII (1): BEATI IMMACULATI IN VIA

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 118 (1)

Questo salmo alfabetico, è diviso in ventidue strofe, che comprendono ognuna otto versetti tutti inizianti con la stessa lettera. Questa disposizione simmetrica piace allo spirito, serve a coprire l’aridità di un insegnamento didattico, e soprattutto allevia la memoria. – Si trovano in questo salmo undici parole differenti per designare la legge di Dio; esse sono: Lex, testimonia, viæ mandata, justificationes, mandatum, præceptum, judicium, verbum, sermo, eloqtiium, veritas, justitia. Salvo il versetto 122, non ce n’è alcun altro ove non compare almeno una di queste parole. (Le Hir.). In questo salmo CXVIII, in cui Davide parla tanto bene della legge di Dio, si è marcato: che egli la chiama sia con il nome di comandamento, che con il nome di consiglio; talvolta la nomina: un giudizio, e talvolta: una testimonianza. Ma ancora questi quattro termini non significano altra cosa che la Legge di Dio; tuttavia bisogna osservare che i due primi gli sono propri per il secolo in cui siamo, e che gli altri due gli convengono meglio in Colui che attendiamo. Nel corso del secolo presente, questa stessa verità di Dio, che ci appare nella sua legge, è insieme un comandamento assoluto ed un consiglio caritatevole. Essa è un comandamento che racchiude la volontà di un sovrano; essa è anche un consiglio che si propone come l’avviso di un amico. I predicatori del Vangelo fanno apparire la legge di Dio in queste due auguste qualità: in qualità di comandamento, in quanto necessaria ed indispensabile, ed in qualità di consiglio, in quanto utile e vantaggiosa. Che se, mancando per uno stesso crimine a ciò che dobbiamo a Dio, ed a ciò che dobbiamo a noi stessi, noi disprezziamo tutto insieme, sia gli ordini di questo Sovrano, sia i consigli di questo amico, allorché questa stessa verità, prendendo nel suo tempo altra forma, sarà una testimonianza per convincerci, ed una sentenza ultima per condannarci. (BOSSUET, Sur la Prédic. évang.)

DIVISIONE GENERALE.

Davide, considerando in questo salmo – di cui nulla ce ne determini l’epoca – la legge dei comandamenti di Dio, sotto la figura di una strada, di un cammino, che l’uomo deve percorrere per arrivare al cielo, chiede a Dio di essere per lui:

I. – un dottore che gli mostri la buona strada, ed un maestro, un precettore che lo allontani dalla cattiva strada;

II. – una guida che lo preceda in questa buona via;

III. – un compagno di viaggio che addolcisca per lui le amarezze e le pene della strada;

IV. – un benefattore vigilante che fornisca tutto ciò che è necessario alla vita spirituale di un viaggiatore;

V. – un sostegno, un medico saggio che ripari le forze del viaggiatore spossato dalla fatica;

VI. – un amico fedele che scopra le trappole del nemico;

VII. – un aiuto, un ausiliario benevolo contro i loro attacchi;

VIII. – un padre misericordioso che si prenda cura delle ferite e punisca il nemico per le sue ingiuste aggressioni;

IX. – un salvatore che lo liberi interamente da ogni pericolo;

X. – un remuneratore che lo ricompensi e lo incoroni dopo il combattimento.

I. – In effetti, quando intraprendiamo un viaggio, abbiamo bisogno che ci si indichi la strada per arrivare più in fretta e con sicurezza al termine, e ci occorre un precettore chiaroveggente che impedisca di allontanarci dalla retta via.

II. – Noi abbiamo bisogno di una guida che ci preceda per rassicurarci contro tutti i timori di deviare.

III. – Ci occorre un compagno di viaggio per temperare con le sue dolci conversazioni le pene e le noie della strada.

IV. – Un benefattore non è meno necessario per i poveri viaggiatori che non possono sopperire da se stessi ai costi del cammino.

V. – Se il viaggiatore sta per soccombere alla fatica, bisogna che si venga in suo soccorso, e che se ne riparino le forze esaurite.

VI. – Non di meno c’è bisogno di un amico fedele che gli scopra tutte le insidie che il nemico abbia potuto seminare sulla sua via.

VII. – Se si ingaggia la lotta, ha bisogno di un valido aiuto, un ausilio per difendersi dalle aggressioni dei suoi nemici.

VIII. – Se riceve delle gravi lesioni nello scontro, c’è bisogno della mano di un padre per curargli le ferite e restituirgli la salute.

IX. – Egli ha bisogno infine di un salvatore che lo liberi da ogni pericolo e lo ponga in un luogo sicuro.

X. – Infine, a combattimento ultimato, bisogna che il giusto remuneratore di tutti i suoi lavori, delle sue lotte, gli dia una ricompensa e la corona che meriti.

(Questa divisione in 16 versetti, ad eccezione della prima, che ne contiene 32, ha inoltre il vantaggio di essere quella che la Chiesa ha adottato per la recita di questo salmo nei suoi uffici; la giustezza di questa divisione apparirà molto più chiaramente nell’analisi dettagliata che stiamo per dare di ognuna di queste divisioni generali).

SEZIONE I.

Alleluja.

ALEPH.

[1] Beati immaculati in via, qui ambulant in lege Domini.

[2] Beati qui scrutantur testimonia ejus, in toto corde exquirunt eum.

[3] Non enim qui operantur iniquitatem in viis ejus ambulaverunt.

[4] Tu mandasti mandata tua custodiri nimis.

[5] Utinam dirigantur viae meæ ad custodiendas justificationes tuas!

[6] Tunc non confundar, cum perspexero in omnibus mandatis tuis.

[7] Confitebor tibi in directione cordis, in eo quod didici judicia justitiæ tuæ.

[8] Justificationes tuas custodiam; non me derelinquas usquequaque.

BETH.

[9] In quo corrigit adolescentior viam suam? in custodiendo sermones tuos.

[10] In toto corde meo exquisivi te; ne repellas me a mandatis tuis.

[11] In corde meo abscondi eloquia tua, ut non peccem tibi.

[12] Benedictus es, Domine; doce me justificationes tuas.

[13] In labiis meis pronuntiavi omnia judicia oris tui.

[14] In via testimoniorum tuorum delectatus sum, sicut in omnibus divitiis.

[15] In mandatis tuis exercebor, et considerabo vias tuas.

[16] In justificationibus tuis meditabor: non obliviscar sermones tuos.

GHIMEL.

[17] Retribue servo tuo, vivifica me, et custodiam sermones tuos.

[18] Revela oculos meos, et considerabo mirabilia de lege tua.

[19] Incola ego sum in terra, non abscondas a me mandata tua.

[20] Concupivit anima mea desiderare justificationes tuas in omni tempore.

[21] Increpasti superbos; maledicti qui declinant a mandatis tuis.

[22] Aufer a me opprobrium et contemptum, quia testimonia tua exquisivi.

[23] Etenim sederunt principes, et adversum me loquebantur; servus autem tuus exercebatur in justificationibus tuis.

[24] Nam et testimonia tua meditatio mea est; et consilium meum justificationes tuae.

DALETH.

[25] Adhæsit pavimento anima mea; vivifica me secundum verbum tuum.

[26] Vias meas enuntiavi, et exaudisti me; doce me justificationes tuas.

[27] Viam justificationum tuarum instrue me, et exercebor in mirabilibus tuis.

[28] Dormitavit anima mea prae taedio; confirma me in verbis tuis.

[29] Viam iniquitatis amove a me, et de lege tua miserere mei.

[30] Viam veritatis elegi; judicia tua non sum oblitus.

[31] Adhaesi testimoniis tuis, Domine; noli me confundere.

[32] Viam mandatorum tuorum cucurri, cum dilatasti cor meum.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVIII (1).

Encomio della legge di Dio ed esortazione a custodirla,con intramezzo di varii affetti e suppliche a Dio. È Salmo che avanza gli altri in utilità, essendo tutto morale ed esortatorio a serbar la legge divina: in lunghezza essendo di 176 versetti e in artificio, cominciando i primi otto versetti dalla prima lettera dell’alfabeto ebraico, gli altri otto dalla seconda, e cosi per le 22 lettere. Sembra composto da cantare per via, quando il popolo nelle tre solennità dell’anno si recava al tabernacolo. La legge di Dio, ad impedire il tedio, è chiamata con diversi nomi di testimonianze, giudici, giustificazioni, precetti, mandati, giustizie, sermoni, parole di Dio.

Alleluja. Lodate Dio.

ALEPH.

1. Beati quelli che nella via (del Signore) son senza macchia, che nella legge del Signore camminano.

2. Beati quelli che le testimonianze di lui investigano, lui cercano con tutto il cuore.

3. Imperocché quei che operano l’iniquità, nelle vie di lui non camminano.

4. Tu hai comandato che i tuoi comandamenti sien custoditi con grande esattezza.

5. Piaccia a te che sieno indirizzati i miei passi all’osservanza di tue giustificazioni.

6. Allora io non sarò confuso, quando sarò stato intento a tutti i tuoi precetti.

7. Con cuor sincero a te darò laude dell’aver io imparati i giudizi di tua giustizia.

8. Custodirò le tue giustificazioni: non abbandonarmi fino all’estremo.

BETH.

9. Per qual maniera corregge il giovinetto le sue inclinazioni? in osservando le tue parole.

10. Te io ho cercato con tutto il cuor mio; non permettere ch’io declini dai tuoi comandamenti.

11. Nel cuor mio riposi le tue parole, per non peccare contro di te.

12. Benedetto se’ tu, o Signore; insegna a me le tue giustificazioni.

13. Colle mie labbra ho annunziati tutti i giudizi della tua bocca.

14. Nella via de’ tuoi precetti ho trovato diletto, come in lutti i tesori.

15. Mi eserciterò ne’ tuoi comandamenti, e considererò le tue vie.

16. Mediterò le tue giustificazioni: ì tuoi parlari non porrò in oblivione.

GIMEL

17. Fa mercede al tuo servo, dammi vita: e osservi io le tue parole.

18. Togli il velo a’ miei occhi, e considererò le meraviglie della tua legge.

19. Pellegrino sono io sopra la terra; non celare a me i tuoi precetti.

20. L’anima mia bramò di desiderare le tue giustificazioni in ogni tempo.

21. Facesti minaccia a’ superbi; maledetti quei che declinano dai tuoi precetti.

22. Toglimi all’obbrobrio e al disprezzo, perché le tue giustificazioni ho cercalo con ansietà.

23. Imperocché si mettevano a sedere i principi, e parlavano contro di me; ma il tuo servo si esercitava nelle tue giustificazioni.

24. Imperocché e i tuoi comandamenti sono la mia meditazione, e le tue giustificazioni sono i miei consiglieri.

DALETH.

25. L’anima mia al suolo è distesa; dammi vita secondo la tua parola.

26. Esposi (a te) le mie vie, e tu mi esaudisti; insegna a me le tue giustificazioni.

27. La via dimostrami dei tuoi comandamenti, e contemplerò le tue meraviglie.

28. Assonnò, vinta dal tedio, l’anima mia; colle lue parole dammi vigore.

29. Rimuovi da me la via dell’iniquità, e fammi misericordia, perch’io adempia la tua legge.

30. Elessi la via della verità; non mi sono scordato de’ tuoi giudizi.

31. Mi appoggiai a’ tuoi insegnamenti: Signore, non voler ch’io resti confuso,

32. Corsi la via de’ tuoi comandamenti, quando tu dilatasti il cuor mio.

Sommario analitico

I. – SEZIONE. – 1-16

Il Re-Profeta domanda a Dio di essere per lui un dotto che gli insegni la buona strada:

I.- Egli considera fin dall’inizio: il fine della legge, il termine della via, cioè la beatitudine.

1° che ottengono non i ricchi, o i felici del mondo, ma: – a) coloro che sono senza macchia; – b) coloro che con le loro opere buone camminano nella legge del Signore; – c) coloro che, non contenti di un’osservanza esteriore della legge, approfondiscono, scrutano incessantemente le lettere sante con uno studio serio dello spirito, coloro che fanno le loro escursioni favorite e le loro passeggiate di delizie attraverso i campi della legge di Dio, e nel giardino delle sue Scritture; – d) quelli che la ricercano con gli sforzi della loro volontà e del loro cuore per farne la regola della loro condotta (1, 2);

2° Dalla quale sono esclusi i peccatori che,

a) Con i loro peccati commessi operano l’iniquità;

b) con i loro peccati di omissione non camminano nella via del Signore, e non osservano i suoi comandamenti (3).

II. – Egli considera il direttore di questa vita, cioè Dio, che prescrive ai viaggiatori il cammino che essi debbano seguire.

1° Egli chiede a Dio di dirigere le sue vie (5);

2° Sotto questa saggia direzione, si ripromette una viaggio felice, e di evitare la confusione da cui saranno coperti coloro le cui azioni non hanno come regola la volontà del Creatore (6).

3° Promette di cantare le lodi di Colui che lo ha istruito e diretto; rettitudine di cuore necessaria perché le azioni siano rette (7);

4° Si ripromette di osservare fedelmente le leggi che gli ha imposto, promettendo di non abbandonarle mai (8).

III. – Egli considera se stesso un viaggiatore in questa via dei comandamenti di Dio.

1° convinto che non possa dirigere con sicurezza la sua via, preso com’è da tutto l’ardore e le passioni giovanili, riconosce di non potere arrivare a questo risultato se non osservando la legge di Dio (9).

2° Dichiara che cerca Dio con tutto il suo cuore, e gli domanda la forza di spirito sufficiente per studiare, approfondire, osservare i suoi comandamenti: dipendenza continua da Dio, tutta la sicurezza di questa vita consiste nel non vivere in sicurezza (10).

3° Per evitare la via di coloro che operano l’iniquità, egli osserverà la legge di Dio in fondo al suo cuore (11).

4° Per osservare sicuramente i comandamenti di Dio, egli domanda a Dio stesso di insegnarglieli (12).

5° Il frutto di questo insegnamento divino sarà l’annunciare agli altri le ordinanze che la bocca di Dio stesso gli ha rese note (13).

6° Agendo così egli trova la sua gioia, non solo nei comandamenti, ma nella via e nell’osservazione dei comandamenti che egli pone nella sua stima al di sopra di tutte le ricchezze (14).

7° Come prova che voglia con tutto il cuore darsi allo studio della legge di Dio, egli promette di esercitare il suo spirito nella meditazione dei suoi comandamenti, nella considerazione delle sue vie e nel non dimenticarle mai (15, 16).

I SEZIONE  (SEGUITO). — 17-32.

Il Profeta chiede a Dio di essere per lui un maestro, un precettore che lo ritragga dalla cattiva strada.

I. – Egli indica gli ostacoli intrinsechi ed estrinsechi che incontra in questa via dei comandamenti di Dio:

I –  Ostacoli intrinseci:

a) il languore e la morte dell’anima, per cui prega Dio di allontanarli da lui, non rendendogli ciò che merita, ma dandogli la vita (17);

b) l’accecamento di spirito, seguito naturale delle passioni e delle false massime del mondo: prega Dio di dissiparlo, desidera innanzitutto di vivere la vera vita, ed in seguito di vedere le meraviglie della legge e di avere più preoccupazione dell’anima che della scienza (18);

c) l’ignoranza della regione che percorre, egli è straniero quaggiù e cerca la sua patria, non sulla terra, ma in cielo (19);

d) la debolezza della volontà che si limita spesso al desiderio, se pur essa desidera ancora! Ma essa vuole solo desiderare (20). [Sant’Ambrogio da un altro senso che noi pure ammetteremo volentieri].

e) L’orgoglio che rifiuta di umiliarsi e che Dio punisce con le sue maledizioni (21).

II. – Ostacoli estrinseci: le derisioni e gli oltraggi ai quali sono esposti coloro che sono fedeli osservanti della Legge di Dio, soprattutto da parte di coloro che, più elevati nel mondo, professano un sovrano disprezzo per coloro che sono piccoli davanti a Dio. – Osservare i comandamenti di Dio, malgrado tutte queste difficoltà, meditare assiduamente i suoi precetti e consultarli come degli oracoli infallibili (22-24).

II. – Bisogna conoscere i due grandi danni nell’allontanarsi dalla via retta:

1° Il suo attaccamento alla terra con il peso della concupiscenza, che abbassa i desideri verso le cose terrene: egli chiede a Dio di strapparlo da esso, rendendogli vita e forza (25), e dà due motivi di appoggio alla sua preghiera:

a) ha riconosciuto e confessato le sue deviazioni (26);

b) è disposto a condurre una vita più fervente dopo che Dio, al quale espone le sue vie, gli avrà insegnato le sue (27).

2° L’assopimento spirituale della sua anima per la lassezza, la tiepidezza, ed il disgusto; egli prega Dio di risvegliarlo, di confermarlo con la sua grazia (28).

III. – Egli esprime il desiderio di rientrare nella buona strada, e chiede a Dio di ricondurvelo per effetto della sua misericordia (29), ed appoggia la sua preghiera su tre ragioni:

1° ha scelto con il soccorso di Dio la via della verità, e per non levarsi da questa via, ha sempre davanti agli occhi i giudizi di Dio (30);

2° ha creduto e si è legato ai suoi comandamenti (31);

3° ha corso con ardore nella via dei comandamenti di Dio, grazie al soccorso che ne ha ricevuto.

Spiegazioni e Considerazioni (1)

(1) [Sant’Ambrogio, Sant’Agostino e San Ilario, hanno scritto sul salmo CXVIII, dei veri trattati, contenenti le più belle considerazioni, ma in cui, come in Sant’Ambrogio soprattutto, vi sono molti sviluppi che non hanno un rapporto diretto con il salmo. È da questi tre grandi Dottori che abbiamo tratto la maggior parte delle spiegazioni e considerazioni che seguono. Sant’Ilario vi figura in parte minore, perché per la maggior parte, riproduce sotto altra forma, le spiegazioni di Sant’Agostino e di Sant’Ambrogio].

Ia SEZIONE

 I. — 1-3

ff. 1-3. – Cinque cose vengono fuori per noi da questo primo versetto: 1° noi dobbiamo essere senza macchia; 2° questo è necessario lungo la via; 3° bisogna camminare; 4° nella via del Signore; 5° costoro sono felici, coloro che sono senza macchia e camminano in questa via. – Il Re-Profeta contempla in spirito i frutti della passione e della resurrezione di Gesù-Cristo; egli vede le assemblee dei giusti, i popoli riscattati dal sangue del Salvatore, la salvezza di coloro che erano perduti, la resurrezione dei morti, la santificazione delle anime, frutti preziosi dei Sacramenti, ed esclama: « Beati coloro che sono in via senza macchia. » Ed aggiunge: « Beati coloro che scrutano le testimonianze del Signore. » Qual ordine ammirabile! Come è pieno di dottrina e di grazia. Egli non ha cominciato con il dire: « Beati coloro che scrutano le sue testimonianze, » ma in primo luogo: « Beati coloro che sono senza macchia lungo la via. » Il nostro primo oggetto è una vita santa; la dottrina, la scienza non vengono che al secondo posto. Una buona vita senza dottrina può essere gradita a Dio; la dottrina senza una vita santa non può piacergli, dice lo Spirito-Santo; la saggezza non entrerà in un’anima che vuole il male. (S. Ambr., e S. Ilar.). – Ma chi è senza macchia? Non è sufficiente per questo, camminare in una via qualunque, bisogna camminare in Gesù-Cristo, che ha detto: « Io sono la via. » (Giov. XIV, 6). Colui che cammina in questa via non si ingannerà, se tuttavia prenda cura di non allontanarsene. Questa via è anche la legge: colui che è senza macchia deve camminare nella via del Signore, se vuole conservare questa preziosa purezza dell’anima (S. Ambr.). – Un’osservazione esteriore della legge non è sufficiente; c’è bisogno di aggiungere la conoscenza di questa legge, conoscenza che è il frutto di uno studio approfondito, di sforzi perseveranti dello spirito  e del cuore (S. Chrys., omel. XXIV, in Gen.). – Al primo versetto il salmista non parla che di una via; qui ne menziona diverse. Egli vuole insegnarci che queste vie multiple devono ricondurci ad un’unica via, ove dobbiamo essere senza macchia, se vogliamo essere beati. Il profeta Geremia si esprime negli stessi termini: « Ecco ciò che dice il Signore: tenetevi sulle strade; considerate e domandate quali siano i sentieri antichi, per conoscere una buona strada e camminarvi. » (Gerem. VI, 16). Vi sono diverse vie che sono le vie del Signore: bisogna scegliere la migliore tra esse. – Vi sono più vie, diversi comandamenti di Dio, diversi Profeti attraverso i quali giungiamo ad un’unica via. C’è una via da Mosè, una via da Gesù, una via da Davide, una via da Isaia, una da Geremia, una dagli Apostoli, e tutte queste vie devono condurci a Colui che ha detto: « Io sono la via; nessuno viene al Padre mio se non attraverso di me. (Giov. XIV, 6); (S. Ilar.). – Se coloro che camminano nella via, cioè nella legge del Signore, sono coloro che scrutano le sue testimonianze e le ricercano con tutto il loro cuore, sicuramente coloro che commettono l’iniquità non scrutano le sue testimonianze. E tuttavia noi sappiamo che certi fautori di iniquità, scrutano le testimonianze del Signore, perché preferiscono essere sapienti più che giusti. Noi sappiamo ancora che altri scrutano le testimonianze del Signore, non che al presente vivano nella giustizia, ma per sapere come debbano vivervi. Questi uomini non camminano dunque senza macchia nella legge del Signore … È perché lo Spirito Santo sapeva che molti scrutano le testimonianze di Dio, non per tenerle proprie, ma per altri motivi, che ha aggiunto, « … e che la cercano con tutto il cuore » per farci conoscere come e in quale spirito noi dobbiamo scrutare le testimonianze del Signore (S. Agost.).  

II. — 4 – 8.

ff. 4-8. – Dio comanda non solo di leggere ed imparare a conoscere i suoi comandamenti, ma di osservarli ed osservarli attentamente. – Chi è colui che ordina, cosa ordina, e qual è la cosa che ordina? – Lungi da noi questa orgogliosa presunzione che ci fa contare sulle nostre forze per osservare la legge di Dio; « Io so, Signore, che la via dell’uomo non è in lui, e non appartiene all’uomo di camminare e dirigere da se stesso i suoi passi. » (Gerem., X, 23). Pregate dunque pure voi il Signore, perché diriga i passi della vostra anima, e possiate così osservare i suoi comandamenti (S. Ambr.). –  Ascoltando queste parole: « Possano le mie vie! » riconosciamo un grido di desiderio, ed ascoltando questo grido di desiderio, abbandoniamo ogni orgoglio di presunzione; perché cosa esprime mai il desiderio di una cosa che si ha talmente sotto mano, che non c’è alcun bisogno di aiuto per arrivarvi? (S. Agost.).- Vogliamo evitare questa spaventosa confusione dalla quale saranno ricoperti i riprovati nel gran giorno del giudizio? Osserviamo i comandamenti del Signore, ed osserviamoli senza eccezione; perché a cosa serve obbedire ad un comandamento quando se ne trasgredisce un altro? (Giac. II, 10; S. Ambr. e S. Ilar.). Non si tratta qui di una considerazione oziosa, speculativa, che non può che nutrire le illusioni dell’amor proprio, ma di una considerazione pratica che si manifesta con degli effetti. – Colui che crede di avere l’intelligenza della legge di Dio senza che ami maggiormente Dio, senza che annunzi le sue lodi, senza indirizzare incessantemente il suo cuore a questa legge sovranamente equa, è ancora in una ignoranza profonda. Quando si raddrizzano i loro piedi, essi camminano; quando si raddrizza il cuore, amano e lodano Dio.   

III. — 9-16.

ff. 9-16. – Quanto è difficile alla gioventù vivere nella purezza e nell’innocenza! Le passioni, le  inclinazioni della carne sono in tutta la loro forza, i mezzi di seduzione sono più numerosi e più potenti; la gioventù non ha né prudenza, né esperienza, e segue ciecamente il torrente del mondo, perché ne ignora la corruzione. Come vincere queste difficoltà tutte insieme? Con l’osservazione esatta dei comandamenti fuoriusciti dalla bocca di Dio. – Se Dio respinge dai suoi comandamenti colui che giudica doverli respingere, non dà un motivo di scusa a colui che è stato respinto quando voleva seguirlo? No, perché Dio, buono per essenza, e che non vuole la morte, ma la conversione e la vita del peccatore, non rigetta che colui che meriti di essere rigettato, perché compie l’opera di Dio negligentemente. Unico mezzo per evitare questa punizione, è cercare Dio con tutto il cuore (S. Ambr. E S. Ilar.). – È sovranamente desiderabile che l’uomo, in ogni età della vita, si distacchi dai vizi della natura corrotta per applicarsi alla pratica di una vita innocente e pura; ma il Profeta non attende di essere invecchiato in una lunga abitudine al crimine, per imparare la dottrina ed i precetti del Signore … egli non attende le freddezze della vecchiaia, in cui l’abitudine al male si spegne, per così dire, con la vita. Egli vuole un soldato che abbia a sostenere lunghe battaglie; Egli vuole per servo di Gesù-Cristo colui il cui spirito sia puro, anche dei ricordi dei suoi falli passati; perché nell’animo di coloro che hanno abbracciato la fede e la vita cristiana in età avanzata, la grazia ha ben deposto il perdono dei peccati, ma non ha potuto cancellare il triste ricordo dei crimini della vita antica (S. Ilar.). « È bene nascondere il segreto del re, » ed è peccare contro Dio rivelare a degli indegni i misteri segreti che ci sono stati confidati, e gettare le perle davanti ai porci (Matth. XIII, 44). C’è dunque pericolo per noi, non soltanto nel parlare contro la verità, ma nel dire la verità senza discrezione e senza prudenza, ciò che si fa sotto l’influenza dell’adulazione, dell’avarizia, della vanità o dell’indiscrezione abituale della lingua. (S. Ambr.). – La parola di Dio è una semenza divina che deve restare nascosta nel fondo della nostra anima, per produrvi il frutto che Dio ha il diritto di attendersi. Ed il primo frutto è la fuga dal peccato. – « Non chi dirà Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che avrà fatto la volontà di Dio ». Così il Profeta che ha seguito la via retta dalla sua giovinezza, che ha cercato il Signore suo Dio, che Dio non ha respinto dai suoi comandamenti, che ha giudicato degno delle sue intime comunicazioni, e che ha rinchiuso nel suo cuore i segreti della saggezza per non peccare contro Dio, rende grazie a Dio, ed esprime i desiderio di averlo come dottore e come maestro (S. Ambr.). – Dio è il solo maestro capace di insegnarci e di istruirci utilmente. –  Tuttavia, la parola di Dio non deve essere per sempre nascosta nel fondo del cuore. « Noi crediamo con il cuore per nostra giustificazione, e confessiamo con la bocca per la nostra salvezza. » (Rom. X, 10). Dopo aver tratto profitto per noi stessi da questa divina parola bisogna farne profittare gli altri: « Bevi l’acqua della tua cisterna e quella che zampilla dal tuo pozzo, perché le tue sorgenti non scorrano al di fuori, i tuoi ruscelli nelle pubbliche piazze. »  (Prov. V, 15). L’Apostolo S. Paolo vuole che i Cristiani, e a maggior ragione i predicatori, siano delle riserve piene ed abbondanti per versarsi in seguito sugli altri: «  La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza. » (Colos. III, 16). – Un Prete, un pastore di anime deve insegnare nei suoi discorsi, non delle vane curiosità e ricerche sottili, ma i precetti, tutti i giudizi che Dio ha volute farci conoscere. – « I giudizi della vostra bocca, » non di conseguenza questi giudizi che sono un abisso profondo, (Ps. XXXV, 7) e di cui San Paolo ha detto: « I giudizi di Dio sono insondabili. » (Rom. XI, 32), ma « i giudizi usciti dalla bocca di Dio, » e che Egli si è degnato rivelare con i suoi profeti (S. Ilar.). – Gli uni mettono la loro gioia nei tesori in cui hanno accumulato oro ed argento, gli altri nei vestiti sfarzosi, questi in ampi possedimenti, in campi coperti da abbondanti messi; questi nei capolavori della pittura, della scultura; l’uomo spirituale mette tutta la sua gioia nella via delle celesti testimonianze, come se possedesse i patrimoni più ricchi, nel senso dell’Apostolo (I Cor., III, 4, 5). « Io rendo grazie al mio Dio per tutte le ricchezze di cui siete stato ricolmi in Lui in tutta parola ed in tutta scienza. » (S. Ambr.). –  L’analogia dei misteri rivelati con i fatti constatati e le leggi riconosciute dell’ordine naturale; gli spazi vuoti della grazia divina disseminati nell’intera natura; il nome tre volte Santo di Dio scritto su tutta la terra con caratteri ammirevoli; le vestigie della Trinità e dell’incarnazione impresse dappertutto; le aspirazioni, le aspettative che non si sospettano neppure, risvegliate e soddisfatte tutte insieme da questa rivelazione divina ed il mondo nuovo che essa ci scopre; le convenienze segrete dei due ordini; l’unione pienamente ordinata di realtà sì distinte e naturalmente sì separate; l’armonia intrinseca e l’ineffabile bellezza dei misteri stessi; infine i presentimenti intellettuali con cui la contemplazione ci dà le evidenze abbaglianti che ci sono riservate lassù: sono là i nostri tesori domestici, tesori di cui la fede ci mette d’insieme in possesso e che la ragione, illustrata e fortificata da essa, non cessa di aprirci. Cosa che ci permette di dire con il salmista: « O Dio! Io mi sono dilettato nella via delle vostre testimonianze, come in seno a tutte le ricchezze » (Mgr. Pie, T. VII, 243). – Sei cose soprattutto sono per noi causa di vera gioia nella via dei comandamenti di Dio: – 1° il pensiero della patria alla quale tendiamo; – 2° la corona che speriamo; – 3° la grazia che ci è data; – 4° la luce che ci illumina; – 5° la pace interiore di cui godiamo; – 6° di Gesù-Cristo che si fa compagno e guida della nostra via. – « Io mi eserciterò nella meditazione dei vostri comandamenti. »  Doppio esercizio dell’azione e del pensiero. L’azione, la pratica dei comandamenti deve precedere la meditazione, la considerazione delle vie di Dio; perché se la pratica delle buone opere non precede, ci sarà impossibile giungere alla conoscenza della dottrina (S. Ilar.). « Ed io metterò le vostre giustizie. » Il Profeta ci insegna qui non solo a non perdere il ricordo dei comandamenti di Dio, ma ad aggiungere la pratica alla meditazione; perché non sono coloro che discutono sulla legge, senza fare ciò che essa comanda, che saranno giustificati, ma coloro che  la compiono fedelmente. (S. Ambr.).

Ia SEZIONE (Seguito).

 I — 17-24.

ff. 17-21. – « Rendete questa grazia al vostro servo. » Non c’è né presunzione, né temerarietà da parte di Davide nel chiedere a Dio che gli renda la ricompensa delle sue opere buone. È una prerogativa della fede e della giustizia contare sulla ricompensa che loro riserva il favore divino. Ascoltate San Paolo che dopo aver proclamato più in alto (I Cor. XV, 9), dice in un’altra Epistola: « Del resto, la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice mi renderà in questo giorno, mi è riservata (II Tim. IV, 8; S. Ambr.). – Si, è giustizia del patto di Dio, quando Egli rende il bene per il bene; ma la misericordia ha preceduto questa giustizia, allorché Dio ha reso il bene per il male … se colui che prega e dice: « Rendete al vostro servo la vita, ed io vivrò, fosse interamente morto, egli non avrebbe pregato; egli ha dunque ricevuto un inizio di santi desideri da Colui al quale ha domandato la vita per obbedirgli (S. Agost.). – Chiedete dunque con fiducia se i vostri meriti vengono in appoggio alla vostra preghiera, affinché questa preghiera vi porti anche a rendervi più degni di ciò che domandate … tuttavia per affievolire ciò che questa domanda sembrerebbe di avere di presuntuoso, il Re-Profeta dice: « Rendete al vostro servo, » espressione che riassume nel contempo la grazia dell’umiltà e la ricompensa della servitù, perché colui che è chiamato al servizio del Signore, diviene suo affrancato, riscattato com’è da questo Sangue prezioso. Colui dunque che è il servitore del Signore, e non fa nulla come schiavo del peccato, ma che ha detto a Dio: « Io sono un servo inutile, ho fatto ciò che dovevo fare, costui può dire con sicurezza: « Rendete al vostro servo. » (S. Ambr. e S. Ilar.).- Chi può domandare altra cosa che la vita, colui che indirizza la sua preghiera all’Autore della vita, che è la vita di coloro che lo amano, che solo possono ridarla a coloro che l’hanno perduta, o aumentarla in coloro che l’hanno conservata? – « Togliete il velo che è sui miei occhi. » Chiedendo a Dio di aprirvi gli occhi, il profeta riconosce che essi sono appesantiti ed oscurati. Non si fa ricorso al medico se non per applicare il rimedio sulla parte malata. Egli dice dunque al Medico disceso dal cielo: « Togliete il velo che è sui miei occhi. » Come per gli occhi del corpo, vi sono certe affezioni, certe passioni che oscurano gli occhi dell’anima, riempendoli di un umore spesso che vela loro la vista degli oggetti che avevano percepito fino ad allora, e le meraviglie rinchiuse nella legge di Dio … Ora voi sapete come potete togliere questo velo che resta sugli occhi del vostro cuore: convertitevi al Signore ed il velo cadrà (S. Ambr.). – Noi otterremo che questo velo sia tolto dai nostri occhi con la preghiera, con l’umile riconoscenza ed il rigetto dei nostri peccati, con la tribolazione che sovente ci dà l’intelligenza (Isai. XXVIII, 19); con la mortificazione volontaria. – « Io sono come uno straniero sulla terra. » Non è concesso a tutti il potere di dire a Dio con il Re-Profeta: « Io sono straniero sulla terra. » Può farlo solo colui che ha rinunciato a tutte le voluttà sensuali; chi si è spogliato da ogni affezione alle cose visibili. Solo costui è veramente straniero sulla terra per poter dire con l’Apostolo: « … noi viviamo già nel cielo, » (Phil., III, 16), che considera Dio solo come sua eredità, che si affligge e si dispiace di vivere così lungo tempo sulla terra, e vedere il suo esilio prolungarsi, che non teme la dissoluzione del proprio corpo, e spera con fiducia che sarà, alfine, per sempre, con Gesù-Cristo. Ecco il vero straniero sulla terra, egli è il cittadino dei Santi, è della casa di Dio, ed ha il suo tesoro nei cieli (S. Ambr.). – Tutti, fintantoché Cristiani, siamo poveri banditi che, relegati in un pellegrinaggio continuo, deplorando incessantemente la miseria dei nostri peccati che ci ha fatto perdere la dolcezza e la libertà della nostra aria nativa, da sola capace di riparare le nostre forze perdute e ristabilire la nostra salute quasi disperata. Tuttavia, ciò che addolcisce le difficoltà e gli incomodi del nostro esilio, sono le lettere che riceviamo dalla nostra patria beata. Queste lettere, sono le Scritture divine che il nostro Padre celeste ci indirizza mediante il ministero dei suoi Profeti e dei suoi Apostoli, ed anche del suo caro Figlio che ha inviato sulla terra per riportarci delle nuove dal nostro paese, e darci la speranza di un rapido e felice ritorno … Ecco perché il profeta Davide si rivolgeva al suo Dio tra i sospiri amorosi: « O Signore, vedete che sono uno straniero sulla terra; almeno non mi rifiutate questa unica consolazione di meditare la vostra santa parola. » (BOSSUET, Sur le mél. des bons avec les méch.). – « La mia anima ha agognato di desiderare i vostri ordini. » Io credo che non li desiderava ancora quando ambiva desiderarli. I giusti ordini del Signore producono le azioni giuste, cioè le opere di giustizia. Se dunque colui che desidera queste opere non le compie ancora, quanto ne è più lontano colui che desidera solamente desiderarle, e quanto ancor più lontano colui che non ha neppure questo desiderio! (S. Agost.). – Sant’Ambrogio dà una spiegazione più verosimile di questo versetto. Così come vivere della “vita” esprime una vita più perfetta della semplice vita, così l’espressione “desiderare il desiderio dei comandamenti” significa un desiderio più ardente del semplice desiderio dei suoi comandamenti. Noi desideriamo desiderare come se questo desiderio non fosse in nostro potere, ma dipendesse dalla grazia di Dio. In effetti quando il Signore vede che noi riponiamo tutta la nostra gioia nella santa concupiscenza che ci fa desiderare i suoi comandamenti, Egli aumenta in noi questo desiderio con la sua grazia (S. Ambr.). – Desiderare, amare la legge di Dio in ogni tempo ed in tutti gli incontri. – « Voi avete fatto manifesti i vostri rimproveri contro i superbi, i maledetti che si allontanano dai vostri comandamenti. » Altra cosa in effetti, è il non compiere i comandamenti di Dio per debolezza o per ignoranza, altra cosa è l’allontanarsene per orgoglio, come fanno coloro che ci hanno generato a questa vita di miseria e di morte (S. Agost.). – Orgoglio deplorevole, che disdegna di vivere sottomesso ai precetti divini che, sotto il gonfiarsi di uno spirito infedele, prende in disgusto i suoi celesti precetti; Ci sono diverse specie di crimini; innumerevoli sono i peccati che gli uomini possono commettere, ma nessuno provoca tanta collera in Dio quanto l’orgoglio. « Voi avete fatto manifesti i vostri rimproveri non contro gli avari, contro i voluttuosi, che tuttavia li meritano a giusto titolo, ma contro i superbi, perché essi ne hanno un gran numero, per il fatto che questo stesso orgoglio fa loro disprezzare gli uomini, disprezzare i comandamenti di Dio e disdegnare di obbedirvi. (S. Hil.).  

f. 22-24. – Nessun c’è obbrobrio maggiore né disprezzo da temere che quello in cui si vedranno esposti eternamente coloro che avranno violato la legge di Dio. Non bisogna temere di ricevere degli obbrobri e dei disprezzi dagli uomini del secolo, quando si tratta di compiere i comandamenti di Dio. – Ci sono ancora di questi prìncipi, di questi uomini di potere che fanno lega contro di noi. Essi si riuniscono in consiglio per esaminare e contare quali siano i Cristiani degni di questo nome, che servono Dio fedelmente e testimoniano lo zelo più grande per le buone opere, e dicono: prepariamo loro delle insidie, mettiamoci di traverso alle loro imprese, impediamo loro con ogni mezzo di compiere il bene che hanno in vista, fiacchiamo il loro zelo, distruggiamo il loro coraggio con colpi ripetuti ed imprevisti, e, se sono graditi a Dio a causa della loro giustizia, ci si lasci la cura di provarli (S. Ambr.). – Coloro che crediamo i nostri migliori amici troppo spesso ci ingannano, o per l’infedeltà o per ignoranza: l’uomo dabbene nei suoi dubbi consulta gli amici fedeli, che sono le testimonianze di Dio; questi amici sinceri e veraci gli insegnano ciò che debba fare e lo consigliano per la vita eterna. (BOSSUET, Sur la loi de Dieu.)

II. — 25-27

ff. 25-27. – « La mia anima è rimasta legata a terra, » letteralmente … al pavimento. Si potrebbro intendere queste parole di preghiera continua ed assidua che faceva il profeta prosternato sul pavimento del tempio; ma esaminando la proprietà e la forza delle parole di cui si serve, vi scopriamo un senso più elevato. In effetti egli non dice « io sono rimasto attaccato, » ma « la mia anima è rimasta attaccata al pavimento. » Egli si lamenta qui delle tristi sequele dell’unione della sua anima con questo corpo che San Paolo chiama « un corpo di umiliazione. » (Filip. III, 21), (S. Ilar.). che cos’è dunque questo pavimento? Se si vuole paragonare il mondo intero ad una vasta casa, il cielo ne sarà la volta e la terra il pavimento. Il profeta vuole dunque essere strappato alle cose terrestri, e dire con l’Apostolo: « La nostra vita è nei cieli. » (Fil. III, 20) Da qui ne segue che essere attaccato alle cose della terra è la morte dell’anima, e che egli chiede il bene contrario a questo male quando dice: « rendetemi la vita ». Qualunque uomo, se fa qualche progresso sulla via della giustizia, risente sempre le affezioni della sua carne mortale per le cose terrene, in mezzo alle quali la sua vita sulla terra è un combattimento perpetuo (Giobbe, VII, 1), e se si strappa costantemente a questa morte dell’anima, tutti i giorni egli ritorna alla vita che gli rende incessantemente Colui che, per sua grazia, rinnova di giorno in giorno in noi l’uomo interiore (S. Agost.). – Non resta attaccato al pavimento colui al quale Gesù fa detto: “Seguimi” (Giov. I, 43); non resta legato al pavimento chi intende e chi ascolta la legge che gli dice: « Camminate dietro al Signore vostro Dio, e vi attaccherete a Lui solo. » (Deuter., X, 20). « Colui che si attacca al Signore diviene come uno stesso spirito in Lui … » (I Cor. XVI, 17). È buono per noi tenerci attaccati al Signore, e non curvare la nostra testa sotto il giogo del mondo, « ma tenerla elevata verso Dio perché possa ricevere il giogo di Cristo. » (S. Ambr.). – « Io vi ho esposto le mie vie. » In qual senso bisogna intendere queste parole: « Io vi ho mostrato le mie vie? » Se Egli ci mostra le sue vie, queste sono necessariamente le vie del peccato, perché si è nella via del peccato quando non si è nella via di Dio. È dunque in questo senso che il Profeta dice altrove: « Ti ho manifestato le mie ingiustizie. » (Ps. XXXI, 5). Questa dichiarazione non è una lode, ma una confessione dei suoi atti; cioè una confessione dei suoi peccati. Ed egli fa questa confessione per rendersi degno dello spirito di profezia, e diventar capace che Dio gli insegni le sue giustizie. (S. Ilar.).  Il Re-Profeta ci traccia l’ordine mirabile con il quale possiamo pervenire alle giustificazioni del Signore, e la prima cosa da fare è la confessione dei nostri peccati, « dite le vostre iniquità affinché siate giustificati. » (Isai. XLIII, 26). –  Le vie della carne sono affatto diverse dalle vie di Dio, e se vogliamo camminare nelle vie di Dio, occorre abbandonare, come Davide, le vie della carne e della saggezza del secolo, confessare i nostri errori e non tacere le nostre cadute (S. Ambr.). –  Dopo aver esposto le sue vie a Dio, occorre domandargli di insegnarcele e farci comprendere le sue. Vedete l’ordine mirabile che segue il Profeta, primariamente noi dobbiamo apprendere le giustizie del Signore; secondariamente, conoscere i diversi gradi di questi ordini per sapere ciò che dobbiamo fare da principio e ciò che non debba giungere che in un secondo tempo. Sapere ciò che dovete fare non è sapere in quale ordine dovete farlo, ma è avere delle vie di Dio una conoscenza incompleta. (S. Ambr.). – Ecco perché il Profeta distingue qui le giustificazioni del Signore dalla via delle sue giustificazioni, perché lo scopo verso cui tende un cammino è differente dal cammino che conduce a questo termine. (S. Ilar.). – « Ed io mediterò le vostre meraviglie, » vale a dire le stesse leggi così perfette che egli desidera conoscere e praticare avanzando nella virtù. (S. Agost.).

III. — 28-32

ff. 28. – Talune di queste  leggi sono così mirabili che coloro che non ne hanno esperienza le credono inaccessibili alla umana debolezza. Ecco perché il Profeta, affaticato e gravato dalle difficoltà che vi incontra, aggiunge: « La mia anima si è assopita sotto il peso della noia. » Il che significa che la sua anima si è assopita se non in quanto ha sentito rallentare la speranza che aveva concepito di arrivare a questa alta virtù. Ma, aggiunge immediatamente, « fortificatemi con le vostre parole nel timore che mi assopisca e non cada e non perda anche ciò che già ho acquisito. » (S. Agost.). – Il Profeta non dice che la sua anima si è addormentata, ma che si è assopita, perché colui che si addormenta è nell’atto stesso del sonno; ma colui che si assopisce prelude al sonno; questo ordine è osservato in queste parole di un altro salmo: « Colui che custodisce Israele non si assopirà né dormirà. » (Ps. CXX, 4). Il Profeta dunque, benché sia assopito, non si è ancora addormentato, ed è per prevenire questo sonno completo che aggiunge: « Fortificatemi con le vostre parole. » (S. Hil.).  

ff. 29. – Fortificato e confermato da queste parole divine, il Profeta prega Dio di allontanare da sé la via dell’iniquità. Egli non dice: allontanatemi dalla via dell’iniquità, ma allontanate da me la via di iniquità, » come se essa fosse in noi e ci fosse inerente. In effetti, quando facciamo qualcosa di male, la via di iniquità resta dentro di noi e non si allontana da noi; facciamo dunque tutti i nostri sforzi per separarcene … ed è a questo proposito che dice, allontanate da me non l’iniquità, ma « la via d’iniquità », perché l’iniquità non ci è naturale, ma lo è la via che è stata come tracciata e battuta dai passi dei nostri ancestri che correvano dietro al peccato (S. Ambr.). – O ancora meglio, egli non dice: allontanate da me l’iniquità, ma la via dell’iniquità; perché benché fosse cosciente della sua debolezza, tuttavia il timore di Dio lo allontanava dall’atto stesso del peccato. Egli prega dunque Dio di allontanare da lui la via che conduce al peccato, cioè di togliere tutti i desideri delle voluttà terrene, e non permettere che sia assalito dalle tentazioni della concupiscenza o dell’ignoranza, che sono come le vie, i viali del peccato e dell’iniquità. (S. Hil.). 

ff. 30. – La verità è la patria di coloro che sono quaggiù nell’esilio. Noi vi saremo stabili un giorno, ma essa si è fatta nostra via affinché noi vi camminiamo. Come può arrivare a questa patria colui che se ne è allontanato, se non vi cammina per arrivarci? Egli ha scelto questa via non per potervi disputare, ma per camminarci e camminarvi costantemente. – « Io ho scelto la via della verità. » Ecco ciò che non può dire colui che erra nei dogmi della fede; ecco ciò che non può dire l’avaro che brama i beni grossolani e materiali della terra; ecco ciò che non può dire colui che è assorbito interamente dalle speculazioni del commercio, perché la via della verità non ha nulla in comune con il desiderio delle ricchezze, con la cupidigia dei possedimenti della terra. La via della verità non ha nulla in comune con gli onori del secolo, con le sollecitudini della terra. La via della verità non ha nulla in comune con gli onori del secolo, con le sollecitudini del mondo (S. Ambr.).

ff. 31. – « Io mi sono attaccato, Signore, alle testimonianze della vostra legge. » Attaccarsi alle testimonianze del Signore, non è rigettare i suoi comandamenti, né dimenticare i suoi giudizi, ma nulla accordare ai desideri della carne. Colui che si attacca alle testimonianze del Signore rinuncia al mondo, dimentica tutto ciò che lo allettava nel passato, avanza verso ciò che è davanti a lui per giungere allo scopo ed al premio della vittoria. Costui non è mai confuso, perché, se si fosse reso colpevole di qualche errore, ne sollecita il perdono a Gesù-Cristo, che non solo gli rimette suoi peccati, ma distrugge anche la sua affezione al peccato (S. Ambr.).

ff. 32. – « Io ho corso nella via dei vostri comandamenti ». Questo versetto spiega il senso delle parole del versetto precedente: « … io ho scelto la via della verità, non ho dimenticato i vostri giudizi, mi sono attaccato alle vostre testimonianze. » Ecco, in effetti che cosa è correre nella via dei comandamenti di Dio. È come se dicesse: come avete corso in questa via, scegliendola, non dimenticando i giudizi di Dio ed attaccandovi alle sue testimonianze? Come avete potuto farlo da voi stesso? Risponde il profeta, « Io ho corso nella via dei vostri comandamenti, quando avete dilatato il mio cuore. » Io non ho fatto nulla con la mia determinazione, come se il vostro soccorso non mi fosse stato necessario; io non ho agito che « quando avete dilatato il mio cuore. » La dilatazione del cuore, è il diletto che viene dalla giustizia. È un dono di Dio, che fa che noi non siamo tenuti prigionieri dal timore nell’osservazione dei suoi comandamenti, ma che il nostro cuore sia allargato dall’amore delle delizie che troviamo nella giustizia. In effetti, Dio ci promette quella dilatazione del cuore, quando dice: « Io abiterò in essi, ed Io camminerò in mezzo ad essi. » (II Cor., VI, 16). Quale vasto spazio è quello in cui Dio cammina! È nei nostri cuori così dilatati che la carità è sparsa dallo Spirito-Santo che ci è stato dato. (Rom. V, 5), (S. Agost.). – Ecco ciò che fa il fervore. Il fervore, in effetti, è una disposizione dell’anima che rende docili alla volontà, anche alle cose più difficili della legge di Dio: è una forza che ci solleva, e con noi i fardelli della vita; è un vapore divino che non ci fa solamente camminare, ma correre nella via dei comandamenti di Dio. 

http://www.exsurgatdeus.org/2020/03/31/salmi-biblici-legem-pone-mihi-domine-cxviii-2/

SALMI BIBLICI: “CONFITEMINI DOMINO … DICAT NUNC ISRAEL” (CXVII)

SALMO 117: “CONFITEMINI DOMINO, DICAT NUNC ISRAEL”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 117

Alleluja.

[1] Confitemini Domino,

quoniam bonus, quoniam in sæculum misericordia ejus.

[2] Dicat nunc Israel:

Quoniam bonus, quoniam in sæculum misericordia ejus.

[3] Dicat nunc domus Aaron: Quoniam in sæculum misericordia ejus.

[4] Dicant nunc qui timent Dominum: Quoniam in sæculum misericordia ejus.

[5] De tribulatione invocavi Dominum; et exaudivit me in latitudine Dominus.

[6] Dominus mihi adjutor; non timebo quid faciat mihi homo.

[7] Dominus mihi adjutor; et ego despiciam inimicos meos.

[8] Bonum est confidere in Domino, quam confidere in homine.

[9] Bonum est sperare in Domino, quam sperare in principibus.

[10] Omnes gentes circuierunt me; et in nomine Domini quia ultus sum in eos.

[11] Circumdantes circumdederunt me, et in nomine Domini quia ultus sum in eos.

[12] Circumdederunt me sicut apes, et exarserunt sicut ignis in spinis; et in nomine Domini, quia ultus sum in eos.

[13] Impulsus eversus sum, ut caderem; et Dominus suscepit me.

[14] Fortitudo mea et laus mea Dominus; et factus est mihi in salutem.

[15] Vox exsultationis et salutis in tabernaculis justorum.

[16] Dextera Domini fecit virtutem, dextera Domini exaltavit me; dextera Domini fecit virtutem.

[17] Non moriar, sed vivam; et narrabo opera Domini.

[18] Castigans castigavit me Dominus, et morti non tradidit me.

[19] Aperite mihi portas justitiæ: ingressus in eas confitebor Domino.

[20] Hæc porta Domini, justi intrabunt in eam.

[21] Confitebor tibi quoniam exaudisti me, et factus es mihi in salutem.

[22] Lapidem quem reprobaverunt ædificantes, hic factus est in caput anguli.

[23] A Domino factum est istud, et est mirabile in oculis nostris.

[24] Hæc est dies quam fecit Dominus; exsultemus, et lætemur in ea.

[25] O Domine, salvum me fac; o Domine, bene prosperare.

[26] Benedictus qui venit in nomine Domini: benediximus vobis de domo Domini.

[27] Deus Dominus, et illuxit nobis. Constituite diem solemnem in condensis, usque ad cornu altaris.

[28] Deus meus es tu, et confitebor tibi; Deus meus es tu, et exaltabo te. Confitebor tibi quoniam exaudisti me, et factus es mihi in salutem.

[29] Confitemini Domino, quoniam bonus, quoniam in saeculum misericordia ejus.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVII.

Davide invita se stesso e il popolo di Dio, che ei figurava, a lodare Dio pei beneficii, principalmente per la pietra angolare di Cristo, che unisce in sé le due pareti, i due popoli, de Gentili e degli Ebrei.

Alleluja: Lodate Dio.

1. Date lode al Signore perché egli è buono perché la misericordia di lui è eterna.

2. Dica adesso Israele, come egli è buono, e come è eterna la sua misericordia.

3. Dica adesso la casa di Aronne come è eterna la sua misericordia.

4. Dicano adesso quei che temono il Signore, come è eterna la sua misericordia.

5. Nella tribolazione invocai il Signore, e mi esaudì con’larghezza il Signore.

6. Il Signore è mio aiuto; non avrò paura di quel che uomo si faccia contro di me

7. Il Signore è mio aiuto, e io non farò caso dei miei nemici.

8. Buona cosa ell’è il confidar nel Signore, piuttosto che confidare nell’uomo.

9. Buona cosa ell’è il confidar nel Sonore, piuttosto che confidare ne’ principi.

10. Mi assediarono tutte le genti; ma nel nome del Signore presi di esse vendetta.

11. Mi assediavano strettamente, ma nel nome del Signore presi d’esse vendetta.

12. Mi circondarono come uno sciame d’api, e si accesero come fiamma suol tra le spine; rna nel nome del Signore presi di esse vendetta.

13. Mi fu data la spinta, fui fatto sdrucciolare perché cadessi; ma il Signore mi resse.

14. Mia fortezza e mia lode il Signore, ed egli fu mia salute.

15. Voce di esultazione e di salute ne tabernacoli dei giusti.

16. La destra del Signore ha fatto gran cose: la destra del Signore mi ha esaltato; la destra del Signore ha fatto gran cose.

17. Non morrò, ma vivrò, e racconterò le opere del Signore.

18. II Signore mi ha castigato severamente; ma non mi ha dato alla morte.

19. Apritemi le porte della giustizia; entrato in esse, darò lode al Signore: questa è la porta del Signore: per essa i giusti entreranno.

20. Darò lode a te, perché mi hai esaudito, perché tu se’ mia salute.

21. La pietra cui rigettarono quei che edificavano, è divenuta testata dell’angolo.

22. Dal Signore è stata fatta tal cosa, ed ella è meravigliosa negli occhi nostri.

23. Questo è il giorno che è stato fatto dal Signore; esultiamo, e rallegriamoci in esso.

24 Salvami, o Signore; o Signore, concedi prosperità: benedetto lui che viene nel nome del Signore.

25. Abbiam dato benedizioni a voi, che siete della casa del Signore: il Signore è Dio, ed egli è a noi apparito.

26. Distinguete il giorno solenne co’ folti rami fino al corno dell’altare.

27. Mio Dio se’ tu, e a te io darò lode; mio Dio, se’ tu, e io ti esalterò.

28. Darò lode a te, perché mi hai esaudito, e sei mia salute.

29. Date lode al Signore, perché egli è buono, perché è eterna la sua misericordia.

Sommario analitico

In questo salmo, il Re-Profeta considera le diverse tribolazioni e le prove multiple attraverso le quali è passato Gesù-Cristo ed in seguito tutti i suoi fedeli servitori, la gloriosa resurrezione che ne è seguita ed ha coronato le sue sofferenze e, sotto l’impressione di questo magnifico spettacolo, nel nome stesso della Chiesa cristiana. [Questo salmo è stato composto per la processione solenne che i Giudei facevano con i rami in mano (27), l’ottavo giorno della festa dei tabernacoli. Quella di cui qui si tratta, è quella che coincise con la posa della prima pietra del secondo tempio (Esdr. III, 10, 11), o piuttosto quella in cui fu celebrata la dedicazione di questo tempio, la stessa forse della quale si è parlato (II Esdr., 8). Tutto il popolo condotto da uno dei suoi principali capi, si reca in processione sul monte Moriah cantando: « Confitemini, etc., » ed il seguito fino al versetto 18. Arrivati nei pressi del tempio, il capo chiede che le porte gli si aprano, (19); i sacerdoti che vengono rispondono dall’interno e si instaura un dialogo tra i sacerdoti, il popolo ed il suo capo (19-28). Dopo il v. 24, le porte si aprono, il popolo entra al canto dell’osanna, ed il cantico termina così come è cominciato (Le Hir.). È un dialogo tra il capo del popolo, i sacerdoti ed il popolo, benché gli interpreti non si accordino sulla distribuzione di questo dialogo (V, Distinction primitive des Psaumes en monologue et en dialogues.)

Il salmista:

I. – Invita a lodare la bontà e la misericordia di Dio (1)

1° Il popolo di Dio (2);

2° i sacerdoti (3);

3° Tutti coloro che temono il Signore (4);

II. – Ne dà le ragioni:

1° Dio lo ha esaudito in mezzo alle tribolazioni (5);

2° Gli ha dato un soccorso potente contro gli attacchi degli uomini e dei demoni (6, 7);

3° La sua speranza in Dio è stata più fruttuosa che se l’avesse messa negli uomini (8, 9);

4° gli ha dato la vittoria contro le persecuzioni dei suoi nemici più furiosi (10- 13);

5° lo ha salvato da una certa rovina, diventando sua forza e sua salvezza (13, 14).

III. – Descrive la felicità dei santi:

1° Essi si danno a trasporti di gioia e di allegria, in riconoscenza della salvezza che hanno ottenuto (15);

2° Essi saranno esaltati e glorificati da Dio stesso (16);

3° Dio darà loro l’immortalità nel cielo, dove lo loderanno per l’eternità (17-21).

 IV. – Celebra la gloria di Gesù-Cristo:

1° Dopo essere stato rigettato da coloro che costruivano l’edificio, è divenuto pietra d’angolo (22).

2° Questa mirabile opera è l’opera di Dio (23);

3° Il giorno in cui si è compiuta, è ora per fedeli un giorno di gioia e di allegrezza (24);

4° I fedeli lo celebrano con acclamazioni alla gloria del Salvatore (23, 26);

5° Essi gli consacrano questo giorno celebre per sempre, riconoscendolo e proclamandolo come loro Dio, rendono pubblico che essi sono stati salvati esclusivamente dalla sua grazia, ed invitano tutti gli uomini a lodare costantemente la sua bontà e la sua misericordia (27-29).  

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-4.

ff. 1 – 4. – Il Profeta non poteva esortarci più vivamente e con meno parole, a lodare Dio, che non aggiungendo: « perché Egli è buono. » Io non vedo nulla di più inteso che questa parola così concisa, perché la bontà è talmente propria a Dio, che il Figlio di Dio, chiamato il “buon Maestro”, detta ad un Giudeo che credeva che Egli non fosse che un uomo, rispondendo: « Perché mi chiamate buono? Nessuno è buono se non Dio solo. (Marc. X, 17, 18). Cosa volevano dire queste parole, se non che: « per chiamarmi buono, comprendete che Io sono Dio. (S. Agost.). – E che! La casa di Israele che ha sofferto innumerevoli cattività, che è stata ridotta in schiavitù, condotta fino alle estremità della terra e che, nel Salmista, è stata messa alla prova tra mali senza fine? Si, certo, risponde il Salmista, nessuno può rendere migliore testimonianza dei benefici di Dio, perché nessuno ne ha ricevuto di più numerosi ed importanti: le loro stesse tribolazioni sono pure una prova della sua infinità bontà. (S. Chrys.). –  I Cristiani sono i veri figli di Israele, perché imitano la fede di questi santi Patriarchi e devono ora cantare – e per tutta l’eternità – le bontà infinite e le misericordie eterne di Dio. – Egli invita qui i sacerdoti a cantare le lodi di Dio, per farci vedere l’eccellenza del sacerdozio; perché più essi sono elevati al di sopra degli altri, più essi hanno anche ricevuto gloria da parte di Dio, non solo in ragione del sacerdozio stesso, ma per tutti gli altri privilegi che sono stati accordati loro. (S. Chrys.). – I Sacerdoti di Gesù-Cristo che hanno parte al suo Sacerdozio, ben più eccellente di quello di Aronne, sono obbligati per statuto a cantare non solo con il cuore, ma con la bocca le misericordie del Signore, ed annunziarle ai popoli. – «Tutti coloro che temono il Signore, dicano: “Egli è buono”. Ecco, in effetti, coloro che possono conoscere la sua misericordia e penetrare tutti i segreti della sua bontà, perché queste divine perfezioni non toccano coloro che sono occupati nei loro piaceri, coloro che non considerano le tribolazioni di questa vita come l’effetto della bontà e della misericordia di Dio, coloro che non riflettono mai sulla natura del vero bene e del vero male, coloro che non pensano affatto all’enormità dei loro peccati ed all’opposizione che c’è tra Dio ed il peccato, coloro infine, che vogliono giudicare la bontà di Dio con quella degli uomini. (S. Chrys.). – Noi dobbiamo lodare Dio a causa della sua misericordia, perché essa è continua ed incessante, perché essa è eterna, perché si spande in tutto l’universo, perché essa ci circonda da ogni parte. (Ps. XXXI,10).

II. — 5-14.

ff, 5-7. – Il Salmista non dice: io ero degno di essere esaudito; egli non dice: io Gli ho presentato le mie buone opere, e nemmeno: io mi sono contentato di invocarlo e la mia preghiera è sufficiente per allontanare da me il malanno. (S. Chrys.). – Quando il demonio è padrone di un’anima, la serra e la tiene schiava; la protezione di Dio la strappa via e la mette in libertà. – Colui che è ben persuaso di essere nelle mani di Dio, che Dio regola tutto con la sua volontà, che Dio è più potente di tutti gli uomini, non teme ciò che l’uomo gli potrà fare. (Dug.). – Questo timore gli inspira non un orgoglioso, ma un generoso disprezzo dei suoi nemici. Quale elevazione di spirito, qual grandezza d’animo! Il Profeta si eleva al di sopra della debolezza umana, per  disprezzarne in seguito tutta la natura! … Notate che egli non dice: io sarò al riparo della prova, ma: « Io non temo ciò che l’uomo mi potrà fare; » vale a dire, io sarò senza paura in mezzo alle sofferenze, in mezzo anche ai miei nemici, esclamando con San Paolo: « Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? » (Rom. VIII, 31). Non sarà in effetti, il marchio di un’anima timida e pusillanime il temere i propri simili, quando è sicura dell’amicizia del suo Dio? (S. Chrys.).  

ff. 8, 9. – Ma se io disprezzo i miei nemici, anche il giusto, con tutta l’amicizia che ha per me, non esige che io metta in lui la mia fiducia; perché «… è meglio confidare in Dio che confidare nell’uomo. » Ed anche se potessi, ad un certo punto, chiamare questo amico, un buon Angelo, non mi verrebbe in mente di confidare in lui, perché nulla è buono, se non Dio solo (S. Agost.). – La speranza con la quale il mondo ingannatore sorprende l’imprudenza degli uomini o abusa della loro credulità, non è altra cosa, a ben intendere, che una illusione piacevole; e questo il filosofo lo aveva ben capito quando i suoi amici lo pregavano di definire la speranza, ed egli rispose in una parola: « … è il sogno di una persona che è sveglia. » Considerate in effetti, ciò che è un uomo gonfio di speranza. A quale onore non aspira? Qual funzione, quale dignità non concede a se stesso? Egli naviga già tra le delizie, e già ammira le sue grandezze future. Niente gli sembra impossibile; ma quando, avanzando nella carriera che si era proposto, vede nascere da ogni parte le difficoltà che lo arrestano ad ogni passo; quando la vita gli manca, come un falso amico, in mezzo a tutte le sue imprese; o, forzato dall’incontro delle cose, torna al suo senso stantio, e non trova nulla nelle sue mani di tutta quella grande fortuna di cui si prospettava una vaga immagine, cosa può giudicare da se stesso, se non una speranza ingannevole che lo cullava un giorno per un tempo della dolcezza di un sogno piacevole? … O speranza del secolo, sorgente infima di cure inutili e di folli pretese, vecchio idolo di tutte le corse di cui il mondo si ride e che tutti inseguono, non è di te che io parlo; la speranza dei figli di Dio non ha nulla in comune con gli errori. Imparate a capire la differenza dell’uno e dell’altro: « Ah! Veramente è meglio sperare in Dio che confidare nei grandi della terra. » Questa differenza consiste in questo punto, che la speranza del mondo lascia il possesso sempre incerto ed ancora molto lontano; mentre la speranza dei figli di Dio è così salda ed immutabile, che io non temo di assicurare che essa ci metta dinanzi il possesso della felicità che ci propone, e che costituisca un inizio della gioia. (BOSSUET, Panég. de Ste Thér.). – Non vi appoggiate agli uomini, perché essi verranno meno, prima o poi. L’uomo è debole, indiscreto, incostante, leggero, incline a rapportare tutto a sé. Il più piccolo capriccio lo allontana, il minimo interesse è sufficiente a trasformarlo in un nemico. Allora egli si mostra per ciò che è, egli vi amava, ma … per se stesso, per profittare di voi al bisogno. – Al di fuori di Dio e di ciò che è divino, dove trovare quaggiù un solido terreno per far riposare le nostre speranze? Gli uomini son tutti dei castelli di sabbia che cedono sotto i nostri piedi quando vogliamo appoggiarci ad essi; le cose umane son delle foglie, e quando noi contiamo sul suo colore verdeggiante, l’ultimo giorno d’autunno è già per esse arrivato. Ma l’anima che confida in Dio è incrollabile; essa riposa su di un terreno solido; e quando anche tutto venisse a mancarle dal lato terreno e sul mare alto delle agitazioni umane, essa trova una sicurezza assoluta sulla rocca dell’eternità  (Mgr LANDRIOT, Ste Comm., 431.)

ff. 10-12. – Quale è il mezzo per sfuggire a questo pericolo? Si tratta in effetti di venire alle mani, di dar battaglia a nemici che sono presenti; il profeta è letteralmente accerchiato, avvolto come in una rete, come in una trappola, e non a causa di uno, due o tre popoli nemici, ma per tutte le nazioni riunite. Tuttavia, tutti questi legami sono distrutti dalla fiducia in Dio. (S. Chrys.). –  « Esse mi hanno circondato come delle api, come la fiamma che avvolge un cespuglio. » Esse mi hanno  circondato come le api circondano un favo di miele, per togliere tutta la dolcezza che Gesù-Cristo aveva effuso nella sua anima. (S. Gerol.). – Queste api, immagine di uomini pericolosi i cui perfidi discorsi, distillano per noi il miele della adulazione, mentre che, alle nostre spalle, non sognano che di erigere crudeli insidie. Quante simili api hanno ronzato intorno al Signore durante i giorni della sua vita mortale! Quando i farisei  volevano sorprenderlo nelle sue parole: « Maestro – gli dicevano – voi siete la stessa verità, e non fate eccezione a nessuno. » (Matth. XXII, 16). Era la goccia di miele; ma nello stesso tempo scagliavano contro di Lui il pungiglione del loro odio, e giuravano di farlo morire. Parlando per bocca del suo Profeta, il Signore li aveva già descritti in questi termini: « essi mi hanno circondato come api. » (Mgr DE LA BOUILL. Symb. II, 413.). – Le api figurano la vivacità dell’azione, e le spine sono il simbolo di una collera estrema e di un furore che nulla può sopprimere. Chi può spegnere, in effetti, il fuoco che si attacca alle spine? E tuttavia, benché i miei nemici abbiano preso fuoco e siano caduti su di me con la violenza e la rapidità dell’incendio, non solo ho avuto paura di sfuggire loro, ma io le ho annientate. (S. Chrys.). – È il Signore stesso, il capo della Chiesa, che è stato circondato dai suoi persecutori, come le api circondano un favo di miele. In effetti, lo Spirito Santo descrive qui, sotto una forma ingegnosa, ciò che i Giudei hanno fatto senza saperlo; perché le api depositano il miele nell’alveare, e coloro che hanno perseguitato il Signore gli hanno dato per noi, senza saperlo, una dolce novella, facendolo soffrire, affinché gustassimo e sentissimo quanto il Signore è dolce. (Ps. XXXIII, 9); … perché Egli è morto a causa dei nostri peccati ed è resuscitato per nostra giustificazione (Rom. IV, 25), (S. Agost.). – Qual è il fedele servo di Dio che non possa dire che i nemici della salvezza lo investano incessantemente, che lo circondano come uno sciame di api su di un favo di miele, e attacca colui che vuole depredare i suoi alveari? Questa truppa di avversari non è anche come un fuoco che cada su spine secche, e che le consumi in un momento? Oltre le potenze dell’inferno che fremono incessantemente intorno a noi, quali tempeste si levano nel nostro cuore? Noi siamo, in effetti, circondati da tre tipi di nemici, che il Profeta sembra designare ripetendo tre volte che è stato circondato da assedianti. Ma la carne è il più pericoloso delle tre: 1° perché essa ci è unita con la più intima unione; 2° perché è una sete continua che non possiamo impedire; si può mettere in fuga il demonio ed il mondo, ma per la carne, per poterla vincere, non possiamo né metterla in fuga, né preservare per sempre dagli attacchi, ed è quando finge di essere in pace con noi, che è ancor più pericolosa. Sono questi attacchi della carne che ci vengono qui figurati dalle api e dal fuoco che si attacca alla spine. In effetti l’ape, come la carne, che nello stesso tempo ci dà il miele, ci punge con il suo pungiglione; l’ape facile ad irritarsi, raffigura la carne che si rivolta così facilmente contro lo spirito; l’ape, come la carne, pungendo con il suo pungiglione, si dà la morte. – Vendicarsi nel nome del Signore, è rimettere nelle sue mani tutte le ingiurie che si sono ricevute. Egli si è riservato la vendetta, Egli ha promesso che l’avrebbe fatta! 

ff. 13, 14. – Per darci un’idea della grandezza delle sue prove, il Profeta ci ha descritto la moltitudine dei suoi nemici, le loro minacce esterne, la vivacità dei loro attacchi, l’accanimento contro di lui; egli aggiunge ora che lo hanno fatto soffrire. Essi mi hanno assalito con tale impetuosità, che sono stati sul punto di cadere ed essere abbattuti; essi mi hanno spinto così violentemente che ne sono stato abbattuto, e hanno quasi buttato giù; ma nel momento in cui le mie ginocchia stavano per indebolirsi, o la mia caduta sembrava inevitabile, ed io non avevo più alcune speranza, Dio è venuto in mio soccorso. (S. Chrys.). – Dio lascia talvolta rovesciare i suoi eletti, fino ad essere sul punto di cadere, affinché l’uomo senta la propria debolezza, e non si attribuisca la vittoria, come una madre che lascia vacillare il proprio bimbo per insegnargli a camminare con maggiore precauzione. « Se il Signore non mi avesse dato il suo appoggio, per poco la mia anima non cadeva nell’inferno. » Se io dicevo: « i miei piedi sono vacillanti, la vostra misericordia, Signore, veniva a stabilizzarli. » (Ps. XCIII, 17, 18). Quali sono dunque coloro che cadono quando si spingono, se non coloro che hanno la pretesa di essere se stessi la loro forza e la loro gloria? Perché nessuno cade nella battaglia se non colui la cui forza e la glofia cadono egualmente. Colui, al contrario, di cui il Signore è la forza e la gloria, non cade più di quanto il Signore non cade. (S. Agost.). – « Il Signore è stato mia forza e mia lode, ed è diventato la mia salvezza. » Cosa significano queste parole: « Egli è stato la mia lode »? Egli è stato la mia gloria, il mio elogio, il mio ornamento, la mia luce; perché, non contento di togliere l’uomo da ogni pericolo, lo ha circondato di fulgore e di splendore, e lo vediamo aggiungere dappertutto la gloria e la protezione che salva. Queste parole racchiudono ancora un’altra verità: Dio sarà l’oggetto continuo dei miei canti, la mia voce è consacrata per sempre all’inno della riconoscenza, e tutto il mio dovere sarà ora quello di lodarlo. (S. Chrys.).

III — 15 – 21.

ff. 15, 16. – Quale differenza tra le case dei giusti e quelle dei peccatori: queste echeggiano troppo spesso di crisi di dissensi, di collera, di passione, di pianti, di mormorii, di rabbia, di disperazione; nella dimora dei giusti non si sentono che grida di allegria, canti di riconoscenza per la salvezza ricevuta da Dio (Duguet). – Ma qual è questa dimora dei giusti? Non è un luogo dove si possa pretendere di avere una permanente stabilità, è un padiglione, una tenda. Abramo e gli altri patriarchi eredi delle stesse promesse abitavano sotto delle tende, perché essi sapevano che questa vita non è che un viaggio, e che attendevano questa città che ha un fondamento saldo, di cui Dio stesso è il fondatore ed architetto (Heb. XI, 9, 10). – Linguaggio ben diverso tra quello degli orgogliosi e quello degli umili: gli orgogliosi si attribuiscono tutta la gloria del successo delle loro imprese, e dicono con insolenza: « è la nostra mano potente e non il Signore che ha fatto tutte le cose, » (Deuter. XXXII, 27);  gli umili dicono, con tanta riconoscenza ed umiltà. « La destra del Signore ha fatto esplodere la sua potenza, la destra del Signore mi ha elevato. » (Duguet). – È un atto di grande potenza elevare l’umile, divinizzare un mortale, estrarre la perfezione dalla debolezza, la gloria dalla soggezione, la vittoria dalla sofferenza, e produrre il soccorso per le stesse tribolazioni, affinché gli afflitti conoscano la vera salvezza che viene da Dio, rispetto a coloro che sono afflitti dalla vana salvezza che viene dall’uomo. Si, è un atto di grande potenza, ma perché ne sarete stupefatti? Ascoltate ciò che ripete il Profeta. Non è l’uomo che si è elevato, non è l’uomo che si è reso perfetto, non è l’uomo che si è dato la gloria, non è l’uomo che ha vinto, non è l’uomo che si è dato la salvezza, ma le destra del Signore che ha fatto un atto di potenza (S. Agost.).

ff. 17, 18. – C’è qui una professione autentica dell’immortalità dell’anima, e di una vita ben superiore a quella del corpo. – Questo santo trasporto del Profeta è quello di ogni anima che il mondo non ha incantato; è lo slancio generoso del fedele che vive della fede nelle promesse: « Io non morirò, io vivrò. » La terra ritorna alla terra, e lo spirito va verso Dio che lo ha fatto (Eccl, XII, 7). Il mio corpo deve dissolversi, ma il mio corpo non è mio, è tutt’al più il velo grossolano che nasconde il mio vero essere, e la morte non è per me che l’inizio della vita. (M. DE BOUL. Sur l’immortalité.).- Creato nel tempo, concepito nell’eternità, io sono creato per l’eternità, io non morrò, perché le opere di Dio non sono fatte per perire. La materia se non è giunta con l’anima, non è nulla. Essa è alla creazione, ciò che il mio vestito è al mio corpo, e questo corpo tutto da solo, non sono io; esso è il vestito che si usa e che cambia. Io ho cambiato più volte vestito, più volte di corpo. Dov’è il mio corpo dell’infanzia? Dov’è il fiore e la forza della mia giovinezza? Questo è morto, come morto è il profumo ed i suoni che hanno traversato le arie. Ne resta ciò che resta dell’erba dei tetti! La vera creazione, la creazione imperitura, è ciò che è l’immagine di Dio. È là che ha ricevuto la perfezione dalle origini, e non perirà. (L. VEUILL., Jésus~ChristIa Partie, p. 6.) – Dio castiga come un medico e non come un nemico. Sembra che il medico perseguiti il suo malato, ma egli non perseguita che la sua malattia. Egli odia la sua malattia, perché egli ama l’ammalato; e non fa soffrire colui che ama, se non per liberarlo dal male di cui soffre (Duguet).

ff. 19, 21. – Il Profeta parla qui di diverse porte, poiché si serve del plurale; egli aggiunge che una di queste porte è quella del Signore, e che i giusti vi entreranno. Ci sono dunque due porte, due templi, due case di Dio: la Chiesa ed il cielo. La Chiesa è la prima dimora dei Cristiani, ma in questa vita i giusti si trovano mescolati ai peccatori; bisogna attendere il momento in cui sarà detto ai giusti: « Entrate nel riposo delizioso del vostro padrone. » Felici – dice l’Apostolo prediletto – coloro che lavano la propria veste nel sangue dell’Agnello; essi avranno diritto sull’albero di vita, ed entreranno per le porte della città. Lungi da qui i cani, gli avvelenatori, gli impudichi, gli omicidi, gli idolatri, e chiunque ami e preferisca la menzogna (Apoc. XXII, 14, 15). È sufficiente, nel mio lungo esilio, « che io abbia abitato le tende del Cedar, e che sia restato in pace in mezzo ad uomini che odiano la pace. » (Ps. CXIX, 5). Io ho sopportato fino alla fine l’essere mescolato con i malvagi; ma « ecco le porte del Signore, per le quali entreranno i giusti. » (S. Agost.). – Bisogna quindi intendere queste parole delle porte del cielo, che restano chiuse ai malvagi e si aprono alla virtù, all’elemosina, alla giustizia. Ci sono le porte della morte, le porte della perdizione; ci sono le porte della vita, le porte strette e piccole. È perché ci sono più porte che il Salmista ci da il segno distintivo della porta del Signore, dicendo: « è qui la porta del Signore. » Qual è questo segno? È che non ci sono se non coloro che Dio punisce, prova, che entrano per questa porta, perché essa è ben stretta e ben chiusa. Se dunque essa è stretta, solo coloro che sono stati radunati dalla tribolazione potranno entrare per questa porta (S. Chrys.). – È veramente la porta del Signore, perché Egli solo la chiude, senza che nessuno la possa aprire, come Egli l’apre senza che nessuno la possa chiudere; perché Egli solo conosce i suoi eletti, Egli solo giustifica i peccatori, ed Egli solo prende cura di punirli per renderli giusti. (Dug.). – Il profeta spiega ciò che sta per dire: « … Io entrerò e renderò grazie al Signore, » perché, benché i giusti in questa vita indirizzino a Dio preghiere molto diverse e numerose, tuttavia queste preghiere possono riassumersi tutte in questa sola domanda: « Io ho chiesto una sola cosa al Signore, e non cesserò di richiederla: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita; » ed il Salmista aggiunge per rendere più chiaro il suo pensiero: Voi che siete la mia speranza, Voi siete diventato la mia salvezza; Voi che siete il mio viatico, siete diventato la mia ricompensa. (Bellarm.). –  Se noi vogliamo che Gesù-Cristo ci apra un giorno le porte del cielo, apriamogli fin d’ora le porte del nostro cuore, affinché per Lui diventino le porte della giustizia. Ogni giorno Egli ci ripete: « Apritemi le porte della giustizia. » Le intendete dirvele nell’Apocalisse. « Ecco che Io sono alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, Io entrerò con lui, Io cenerò con lui, ed egli con me. » (Apoc. III, 20). – Aprite dunque a Gesù-Cristo le vostre porte, affinché Egli entri in voi; apritegli le porte della giustizia, aprite le porte della castità, aprite le porte della forza e della saggezza (S. Ambr. L. IV, de Fide, c. I). – Queste porte devono restare chiuse ad ogni altro, e nessuna creatura deve passarvi perché il Signore di Israele è entrato da questa porta. (Ezech. XLIV, 2).

IV. – 22-29.

ff. 22, 23. – Sono queste delle parole spiegate e consacrate da Gesù-Cristo stesso, e dagli Apostoli (Matth. XXI, 42; Marc. XII, 10; Luc. XX, 17; Act. IV; Rom. IX; Ephes. II). Gesù-Cristo è l’opera di Dio per eccellenza. È la principale pietra d’angolo, fondamento e legame della sua Chiesa, ove ha riunito nel suo corpo, e i Giudei che lo hanno rigettato, ed i Gentili che lo hanno crocifisso. – « La pietra che i Giudei hanno rigettata nel costruire, è divenuta la pietra d’angolo, » la pietra principale, il nodo ed il fondamento di tutto l’edificio. Questa pietra principale era il Cristo. Ora questa pietra doveva essere rigettata. Il Cristo doveva quindi essere rigettata; da chi, se non da coloro per i quali veniva? Non c’era stato nulla di meraviglioso che fosse ascoltato o ricevuto da coloro ai quali non parlava, come i Gentili; ma i Giudei, che dovevano costruire l’edificio principale, riprovarono questa pietra che diventa, con tale mezzo, la pietra d’angolo che unisce, in una sola costruzione, i Giudei ed i Gentili. « Ed è ciò che ci è sembrato meraviglioso ed un’opera che Dio solo poteva compiere. » (BOSSUET, Médit. Dern. Sem. XXXI jour.). – Questa non era un’opera umana, alcun essere privilegiato, sia pure tra gli Angeli, sia pure tra gli Arcangeli, poteva costituire la pietra che forma quest’angolo; era cosa impossibile per i giusti, i Profeti, gli Angeli, gli Arcangeli; Dio solo poteva operare questa meraviglia che gli appartiene e che gli è propria: a riunione dei due popoli in un’unica Religione. (S. Chrys.).

ff. 24. – « Questo è il giorno del Signore. » Questo giorno non deve intendersi come quello del corso ordinario del sole, ma per quello dei prodigi di cui è stato il teatro. Quando noi diciamo di un giorno che è cattivo, noi non vogliamo parlare del giorno misurato dal corso del sole, ma dei guai che la sua luce ha rischiarato. È così che il Re-Profeta chiama un giorno di felicità, quello che è stato testimone di avvenimenti felici, ed ecco il senso delle sue parole: Dio è l’Autore dei prodigi compiuti in questo giorno, e la sua mano possente era la sola capace di operarli (S. Chrys.). – Il giorno nel quale si è compiuto questo grande capolavoro è propriamente il giorno che il Signore ha fatto, come se, a paragone di questo giorno, il Signore non avesse fatto anche tutti gli altri, come se non avesse destinato che questo giorno nel manifestare la sua potenza, la sua saggezza, la sua bontà. – Queste parole sono anche applicate al giorno chiamato Domenica o “giorno del Signore”, giorno consacrato ai più grandi misteri delle operazioni divine, dice il Papa San Leone; giorno in cui il Padre aveva cominciato a manifestare la sua gloria con la creazione primordiale del mondo; giorno in cui il Figlio, con la sua Resurrezione, ha distrutto la morte ed aperto le sorgenti di una vita migliore; giorno in cui lo Spirito-Santo, discendendo sugli Apostoli, ha fondato definitivamente il regno spirituale ed eterno della Chiesa; giorno soprannaturale tanto superiore al “sabbat” primitivo, quanto la rivelazione cristiana è superiore alla rivelazione del primo giorno, tanto preferibile al sabbat giudaico quanto la nuova alleanza supera l’antica; giorno che ci dà, dice S. Ilario, tutta la realtà e la pienezza di ciò che l’antico sabbat non offriva che in figura ed in speranza; giorno che è l’inizio della creazione nuova, dice San Atanasio, come l’altro sabbat era la fine della creazione prima; giorno che il Signore ha fatto, e che sarà oramai quello che dobbiamo santificare con il riposo e con le sante gioie (Mgr PIE, Disc, et Inst. III, 388.) – Che questo giorno sia anche il nostro primo giorno, che questo giorno ci colmi di gioia; che questo giorno sia per noi un giorno di allegria e di santificazione, in cui diremo con Davide: « È questo il giorno fatto dal Signore; rallegriamoci e trasaliamo di felicità in questo giorno. » È il giorno della Trinità adorabile; il Padre vi appare con la creazione della luce, il Figlio con la sua rRsurrezione, e lo Spirito-Santo con la sua discesa. O santo giorno, o giorno felice, possa tu essere sempre la vera Domenica, il vero giorno del Signore per la nostra fedele osservanza, come Tu lo sei per la santità della tua istituzione!  (Bossuet, Elev. III, S, VII, E.)

ff. 25, 26. – « O Signore, salvatemi, fate prosperare il viaggio. » Poiché è il giorno di salvezza, salvatemi; affinché al ritorno dal nostro esilio lontano, saremo separati da coloro che odiavano la pace, e mentre noi siamo pacifici verso di loro, essi ci attaccano senza motivo: mentre noi parliamo loro piacevolmente, rendete prospero il viaggio del nostro ritorno, poiché Voi vi siete fatto nostra via. (S. Agost.). Esistono tre tipi di prosperità: le battaglie nella pienezza della vittoria: « Nella vostra maestà avanzate, siate felice e stabilite il vostro regno con la verità » (Ps. XLIV, 5); la prosperità della via, per la grazia che ci è accordata: « Il Dio che ci salva ci renderà felice la via in cui camminiamo, » (Ps. LXVII, 20); la prosperità della patria, in cui Dio ci ricolmerà di gloria. « l’Agnello che è in mezzo al trono sarà loro pastore, e li condurrà alle fontane di acqua viva, e Dio asciugherà dai loro occhi tutte le lacrime. » (Apoc. VII, 17). – I Giudei applaudirono a Gesù-Cristo entrando da Gerusalemme, e gridavano. « Benedetto Colui che viene nel nome del Signore, » e pochi giorni dopo ne chiesero la morte. Un grande numero di Cristiani credono che Gesù-Cristo sia venuto nel Nome di Dio, e non praticano ciò che è venuto ad insegnare. Non è dunque sufficiente dire. « Benedetto Colui che viene nel nome di Dio », bisogna chiedere perché Egli venga e cosa sia venuto ad insegnare. – Le benedizioni sono date qui, non dalla terra, ma dalla casa di Dio; è la Chiesa che ne è la depositaria, e le distribuisce nel Nome di Gesù-Cristo, che l’ha stabilita. Se si è fuori da questa casa, non si può aver parte alle sue benedizioni (Berthier).

ff. 27-29. – « Il Signore è Dio, Egli ha fatto brillare la sua luce su di noi. » Dio non ha potuto trattare in modo più sfavorevole le anime che i corpi, il mondo spirituale che il mondo fisico. È lo stesso Dio che effonde la luce sul firmamento spirituale, e che la versa con più profusione, su una creazione più elevata, su di un mondo più prezioso, il mondo delle anime. Il bagliore della verità: « Lo stesso Dio – dice San Paolo – che ha comandato alla luce di fendere le tenebre e di risplendere, lo stesso Dio risplende nei nostri cuori (II Cor. IV, 6); « la grazia di Dio nostro Signore si è manifestata a tutti gli uomini, per insegnarci a rinunziare all’empietà ed ai desideri del secolo, e perché noi vivessimo quaggiù con sobrietà, con giustizia e con pietà nell’attesa del gran Dio e nostro Salvatore Gesù-Cristo » (Tito, II, 11, 12). Questa festa solenne, queste tende ombreggiate da foglie d’alberi fino ai coni dell’altare, mi avvertono di considerare nella Religione come un celebrare una festa continua. Non si tratta di mettersi in pompa, di praticarvi esercizi di grande splendore: la Chiesa, in certi giorni, non dimentica di colpire gli occhi dei suoi figli con l’apparato delle sue cerimonie; ma il Cristiano, penetrato dalla grandezza dei misteri della Religione, li riverisce tutti i giorni nel segreto del suo cuore, nel silenzio della preghiera; egli entra, per così dire, nella nube del Signore, si nasconde all’ombra delle sue ali, vi offre un sacrificio perpetuo di azioni di grazie, si immola incessantemente sull’altare dell’amore divino. Le anime favorite da un dono di orazione concepiscono bene questa solennità perpetua, come un’oscurità misteriosa, questo altare sempre eretto nel loro cuore. In qualunque posto voi siate – diceva San Crisostomo – e pregate, voi siete un tempio, voi portate dappertutto il vostro altare. (Berthier). – Voi siete il mio Re ed il mio Dio, perché non è il peccato, ma Voi che regnate su di me. Voi siete il mio Dio, perché io non sono di coloro che hanno per loro Dio il proprio ventre ed i loro istinti grossolani; perché Voi siete la stessa virtù, ed io desidero avere tutte le virtù. È per questo che Voi siete il mio Dio, vale a dire la mia virtù (S. Gerol.). – La fine di questo salmo è pieno di sentimento: « O Signore, Voi siete il mio Dio! » Chi merita più di Voi le mie adorazioni e la mia riconoscenza? Voi mi avete esaudito, Voi mi avete liberato dai nemici che mi perseguitavano, Voi siete la bontà essenziale, e la vostra misericordia è senza limiti. L’essenza e le perfezioni di Dio, sono l’oggetto di questi versetti. Egli è l’Eterno, il Dio forte, il solo degno delle adorazioni di tutte le creature.  

SALMI BIBLICI: “LAUDATE DOMINUM, OMNES GENTES” (CXVI)

SALMO 116: “LAUDATE DOMINUM, OMNES GENTES”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 116

Alleluja.

[1] Laudate Dominum, omnes gentes,

laudate eum, omnes populi.

[2] Quoniam confirmata est super nos misericordia ejus, et veritas Domini manet in æernum.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVI

Invita il profeta la Chiesa, formata di Ebrei e di Gentili, a lodare Dio, per la sua misericordia in chiamare a salute i Gentili, e per la sua verità in mandare agli Ebrei il Messia secondo le promesse che ei fece non pei meriti loro, ma per sua misericordia. Le genti lodino Dio che diede ad esse il Cristo

Alleluja: Lodate Dio.

1.Nazioni, quante voi siete, date laude al Signore: popoli tutti, lodatelo.

2. Imperocché, la sua misericordia si è stabilita sopra di noi, e la verità del Signore è immutabile in eterno.

Sommario analitico

Questo salmo che sembra essere stato composto nella stessa epoca del precedente e del seguente, che sono entrambi dello stesso stile, dello stesso periodo e senza dubbio dello stesso autore, è un invito a lodare Dio. San Paolo lo cita come profezia della vocazione di tutti i popoli alla vera fede (Rom. XV, 11).

I. – Questo invito è fatto a tutte le nazioni, a tutti i popoli della terra, sia ai gentili che ai Giudei (1).

II. – Esso è fondato su due ragioni tratte dall’avvento di Gesù-Cristo, una è la misericordia di Dio estesa a tutti i Gentili; l’altra la verità ed il compimento delle promesse fatte al popolo Giudeo (2).

Spiegazioni e Considerazioni

I.1, 2.

ff. 1, 2. – È evidente a tutti che questo salmo è una profezia dello stabilirsi della Chiesa cristiana, e della predicazione del Vangelo, che si è esteso a tutta la terra. In effetti, non è solo una, o due o tre nazioni, ma la terra intera, è il mare che il salmista invita a lodare Dio (S. Chrys.). – L’Apostolo San Paolo, spiegando questo salmo ai Romani, lo cita come una profezia della vocazione dei Gentili: « Il Cristo Gesù si è reso manifesto prima al popolo circonciso, alfine di verificare la parola di Dio, e confermare le promesse fatte ai nostri padri; e quanto ai Gentili, essi devono glorificare Dio per la misericordia che ha loro concesso. » (Rom. XV, 11). In nessun altro popolo, oltre al giudaico, c’è stato uno scrittore che abbia annunziato che l’Uomo-Dio che si adorava tra questo popolo, sarebbe stato conosciuto da tutte le nazioni del mondo; presso nessun popolo, fuori dalla nazione giudaica, vi è una qualche tradizione costante che il Dio di questo popolo sarebbe stato un giorno il Dio che tutti le nazioni avrebbero adorato; presso alcun popolo; fuori dalla nazione giudaica, si sono conservati dei libri che facciano fede dei tre punti precedenti. Il Profeta ci mette tra le mani in questo salmo – il più breve di tutti – una dimostrazione della verità del Cristianesimo (Berthier). – Si trovano due motivi di lode che sono dovuti al Signore: la sua misericordia e la sua verità. Nell’esposizione del primo motivo, il Profeta non si separa dai Gentili; egli non dice « perché la sua misericordia si è soffermata su di voi », ma « su di noi », riconoscendo anche il bisogno che egli stesso aveva della misericordia. – Nell’enunciato del secondo motivo, si dice ancora qualcosa in comune a lui e a tutti i popoli: è che Dio si è mostrato fedele nelle sue promesse nei confronti di tutto il genere umano; ma egli insinua ancora una distinzione rispetto ai Giudei, i soli depositari delle promesse e dei libri che le contengono. – In Dio, in Gesù-Cristo, in noi che predichiamo il Vangelo – dice San Paolo – non c’è si e no; non c’è che un si, cioè che tutte le promesse di Dio si sono compiute in Gesù-Cristo, e che gli Apostoli di Gesù-Cristo sono fedeli nel rappresentare queste promesse ed il loro compimento (Berthier). – Nella vocazione e nella giustificazione di un peccatore, noi dobbiamo sempre adorare e lodare la verità di Dio e la sua liberalità, il compimento delle promesse che ha fatto a suo Figlio di dargli degli eletti, e la misericordia che ha fatto agli eletti dandoli a suo Figlio (Duguet)

SALMI BIBLICI: “CREDIDI, PROPTER QUOD LOCUTUS SUM” (CXV)

SALMO 115: “CREDIDI, propter quod locutus sum”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 115

Alleluja.

[1]  Credidi, propter quod locutus sum;

ego autem humiliatus sum nimis.

[2] Ego dixi in excessu meo: Omnis homo mendax.

[3] Quid retribuam Domino pro omnibus quæ retribuit mihi?

[4] Calicem salutaris accipiam, et nomen Domini invocabo.

[5] Vota mea Domino reddam coram omni populo ejus.

[6] Pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum ejus.

[7] O Domine, quia ego servus tuus; ego servus tuus, et filius ancillæ tuæ. Dirupisti vincula mea:

[8] tibi sacrificabo hostiam laudis, et nomen Domini invocabo.

[9] Vota mea Domino reddam in conspectu omnis populi ejus;

[10] in atriis domus Domini, in medio tui, Jerusalem.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXV.

Ringraziamento a Dio per la vita eterna, che Il profeta, in isperanza, già cominciò a posseder. Gli Ebrei perciò fanno di questo un Salmo solo con il precedente, che è sospiro della vita eterna. Rende grazie a Dio della sua liberazione . Conviene ai Martiri di Cristo.

Alleluja: Lodate Dio.

1. Credetti: per questo parlai; ma io fui umiliato oltremodo.

2. lo dissi nella mia perturbazione: tutti gli uomini son mendaci.

3. Che renderò io al Signore per tutte le cose che egli ha date a me?

4. Prenderò il calice di salute, e invocherò il nome del Signore. (1)

5. I voti da me fatti al Signore scioglierò alla presenza di tutto il suo popolo:

6. preziosa nel cospetto del Signore è la morte dei santi suoi. (2)

7. Perché io, o Signore son tuo servo; io tuo servo, e figliuolo di tua ancella. (3)

8. Tu hai spezzate le mie ritorte: a te sacrificherò ostia di lode, e invocherò il nome del Signore.

9. Scioglierò i voti fatti da me al Signore alla presenza di tutto il suo popolo,

10. nell’atrio della casa del Signore, in mezzo a te, o Gerusalemme.

(1) Il Profeta fa qui allusione alla coppa ove era il vino che nella oblazione accompagnava i sacrifici di azioni di grazie, ove al calice che si chiamava il calice di azioni di grazie, che il padre di famiglia prendeva e faceva passare in circolo durante i pasti che si tenevano in seguito all’oblazione dei sacrifici di azioni di grazie e dal quale si beveva per onorare e lodare Dio.

(2) La morte dei santi è cosa preziosa agli occhi del Signore, cioè, secondo il senso adottato da diversi interpreti, Egli non abbandona la loro vita alla mercé dei malvagi, perché noi non diamo facilmente ciò che è prezioso ai nostri occhi

(3) «  Io sono Vostro servitor e figlio della vostra serva. » Tutti i Giudei si glorificavano di essere figli di Abramo  (Giov. VIII, 33, 37, 39). Io sono il vostro servo, ancor più io sono nella vostra casa, e di una madre già vostra serva ella stessa; di conseguenza la vostra schiava ha una perpetuità come i figli degli schiavi che erano nati nella casa erano in perpetuo schiavi del loro padrone.

Sommario analitico

Il Salmista parla qui a nome di Dio prorompendo in un canto di riconoscenza, e promette di adempiere ai voti che ha fatto, durante l’esilio, al Dio che ha spezzato i suoi legami, ed offrirgli solennemente in Gerusalemme dei sacrifici di lode. In un senso più elevato, e secondo il sentimento più autorizzato e più probabile, parla anche a nome dei martiri perseguitati per la causa di Dio, e fa vedere:

I. – La loro fede prima del combattimento

1° La forza con la quale essi fanno professione di fede; 2° l’umiltà che fa loro accettare tutti gli oltraggi per la causa della fede (1);

3° Il dono della contemplazione che li eleva ai di sopra di tutte le cose della terra, e dà loro una conoscenza perfetta della vanità degli uomini (2).

II. – La loro costanza in mezzo al combattimento che:

1° Ha come fondamento il desiderio di rispondere ai benefici di Dio (3);

2° Scoppia nell’ardore che essi testimoniano nel bere il calice delle loro sofferenze (4);

3° Si appoggia sull’invocazione del Nome di Gesù in mezzo ai tormenti, e non sulla loro forza (4);

4° Promette di compiere i voti fatti a Dio (5).

5° Stima gloriosa la morte sofferta per il nome di Gesù-Cristo (6);

III. – La loro riconoscenza dopo il combattimento

1° Essi proclamano che Dio è loro Signore, offrendogli il loro sacrificio di lode, ed invocandone frequentemente il Nome (7,8);

2° Essi compiono le promesse che hanno fatto: – a) in presenza di tutto il popolo; – b) nel sagrato della casa di Dio; – c) in mezzo alla celeste Gerusalemme (9, 10).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1, 2.

ff. 1, 2. – Il fuoco che avvolge un cuore non può restarvi rinchiuso per molto tempo; bisogna che faccia irruzione all’esterno e spanda le sue fiamme su ciò che lo circonda. Così, vedete la fede del Profeta, parlando a nome dei martiri; è un fuoco brillante che sfugge dal cuore con queste parole. « Io ho creduto, perciò ho parlato. » Cosa vogliono dire queste parole: « Io ho creduto, perciò ho parlato? » Il salmista  non aveva ancora detto nulla, ma ha fatto allusione al linguaggio interiore che aveva rivolto a se stesso, e che può tradursi così: Ricordando in me le calamità e gli infortuni dei giudei, questa intera distruzione e questo annientamento senza ritorno della loro nazione, lontano dal disperare il vedere per essi giorni migliori, io ne ho fatto l’oggetto delle mie speranze, e le ho annunziate, ne ho parlato pubblicamente, ne ho parlato sotto ispirazione della fede (S. Chrys.). – « Io ho veduto, perciò ho parlato. » Ecco la fede perfetta, perché non hanno una fede perfetta coloro che rifiutano di professare ciò in cui credono. E Davide non dice solamente: « Io ho creduto ed io ho parlato », ma dichiara che ha parlato perché ha creduto. (S. Agost.). – Necessità di professare esternamente la fede che abbiamo nel cuore: « bisogna credere con il cuore per ottenere la giustizia, e confessare con la bocca per ottenere la virtù. » (Rom. X, 10). « Giudicate se sia giusto davanti a Dio obbedire a voi piuttosto che a Dio (Act. X, 20). – Coloro che non professano la verità che credono, sono pure colpevoli e degni di riprovazione, come coloro che non credono la verità che hanno sulle labbra (S. Agost., S. Prosp.). – « Io ho creduto, ecco perché ho parlato. » Cosa ha creduto? La verità che ha enunciato nel versetto precedente (nell’ebraico, questo salmo è congiunto al precedente, cosa che si accorda molto bene con il suo soggetto). « Sarò gradito al Signore nella regione dei viventi. » Ecco ciò che ho creduto e che ho professato altamente. « Ma per me, io sono stato nella più profonda umiliazione. » O intelligenza profonda della divina parola! Io ho creduto – egli dice – che sarò gradito al Signore, che diventerò un angelo, che abiterò i cieli, che non mi sia mai inorgoglito; io non mi sono elevato, ma sono stato profondamente umiliato; perché se io entro nella regione dei viventi, è alla misericordia di Dio che sarò riconoscente. Per me, io mi ritengo essere terra e cenere … Io so che, secondo la condizione del mio corpo mortale, non sono niente; non c’è nessuna verità nella sostanza del mio corpo, non è se non come ombra e menzogna. (S. Gerol.) – « Io ho creduto, ed è per questo che ho parlato ». Spesso non c’è bisogno che di una parola ad un uomo al quale la reputazione, l’erudizione, il genio, la posizione, il carattere dà un certo credito nel mondo, per mantenere o per fortificare la fede e la religione negli spiriti prevenuti in suo favore e disposti ad ascoltarlo. È ciò che aveva così ben compreso il Profeta reale, e che noi stessi dobbiamo concludere, dicendo come lui: « Io ho creduto e non mi sono fermato là. » Io non ho cercato di dissimulare i miei sentimenti, né la mia credenza; io non ho avuto paura di esserne stato istruito e di aver conosciuto; ma nella persuasione che ne ho avuto e nella quale ancora sono, io devo questo omaggio alla verità e questa riconoscenza ai benefici del Maestro che me l’ha rivelato, io ne sono più esplicito nei miei discorsi e nella mia condotta (Bourd., Zèle pour l’honneur de la Rel.). Il salmo precedente comincia con « Io ho amato », e questo con: « Io ho Creduto »; il precedente con una ferma speranza di essere esaudito in conseguenza dell’amore, e questo con una confessione autentica della verità, come conseguenza della fede. Ecco tutta la religione. Sembrava essere sorprendente che il primo pensiero fosse l’amore, ma questo ci insegna una grande verità (spesso riprodotta in San Agostino), che il cuore non va mai verso la vera fede se non quando non sia inclinato dalla grazia, la quale tende sempre all’amore. (Berthier). – « Quanto a me, io sono stato umiliato all’eccesso. » In effetti egli ha sofferto numerose afflizioni a causa della parola di Dio che osservava fedelmente e che dispensava fedelmente, ed è stato oberato di umiliazioni, prove che temevano coloro che hanno preferito la gloria che viene dall’uomo alla gloria che viene da Dio. E cosa significano queste parole: « … Quanto a me? » se non che un uomo può essere ben umiliato da coloro che contraddicono la verità, ma non la verità che egli crede e che proclama? È quanto faceva dire all’Apostolo parlando delle sue catene: « Ma la parola di Dio non può essere incatenata. » (II Tim. II, 9). – Ugualmente il Profeta, figura dei santi testimoni, cioè dei martiri di Dio, ha detto: « Io ho creduto, ecco perché ho parlato, e quanto a me, io sono stato umiliato all’eccesso; ma ciò a cui ho creduto, la parola che ho predicato, non è stata umiliata. » – « Ed io ho detto nella mia estasi: » Egli chiama estasi lo spavento che avverte la debolezza umana alle minacce dei persecutori ed all’avvicinarsi delle sofferenze he causano i supplizi o la morte. (S. Agost.). – Io ho detto nel turbamento del mio spirito, nell’eccesso del mio dolore, nell’estremo del mio infortunio: « Ogni uomo è mendace. » Tale è in effetti la potenza della fede; essa è come un’ancora sacra che sostiene l’anima che vi si attacca, e questa potenza appare soprattutto quando in mezzo alle prove più difficili della vita, persuade colui che riceve le sue ispirazioni ad aspettare il compimento delle magnifiche speranze che essa gli dona, respingendo i ragionamenti umani che non possono che disturbarla.(S. Chrys.). – Ebbene il Profeta è rapito in estasi, per levarsi alla conoscenza della regione dei viventi, e questo è un pensiero da comparare con le grandezze di questa regione beata che gli avrebbe strappato questa confessione: tutto ciò che gli uomini raccontano della felicità umana non è che menzogna. Trasportato dal Signore nelle sfere elevate dello spirito in cui mi sono ritirato, e vedendo quanto sono falsi e mendaci i beni che gli uomini considerano solidi ed inalterabili, io ho detto: « ogni uomo che parla di felicità con umana compiacenza, e fa gran conto dei beni mortali e deperibili, è mendace. » (Euthym.). – Tutto è verità in Dio, tutto è menzogna nell’uomo! Egli inganna gli altri con la sua vita, le sue azioni, le sue parole; inganna se stesso con l’erranza dei suoi pensieri, la falsità dei suoi giudizi, e la sregolatezza dei suoi desideri. Egli sembra volere ingannare Dio con la sua ipocrisia, ma inganna se stesso; e così è mendace davanti a Dio e davanti agi uomini (Duguet). – Gli antichi dicevano: « L’errare è dell’uomo; » « … errare humanum est; » ed il salmista ha detto meno tristemente: « ogni uomo è mendace. » Anche quando è sincero, il maestro umano non cessa dall’essere ingannato dalla propria scienza. Egli sa l’indomani ciò che ignorava al la veglia; egli si riprende, si corregge, è tutto il progresso dell’uomo e tutto il cammino della scienza. (PerreyveEntret. sur l’Egl. Cath.). – È dunque vero che ogni uomo è mendace; ma d’altra parte questa parola è egualmente vera: « Io ho detto: voi siete tutti dei e figli dell’Altissimo. » Dio consola gli umili e li riempie non solo di fede per credere la verità, ma ancora di coraggio per la confessione, visto che perseverano nella loro sottomissione verso Dio, e che non imitano il demonio, uno dei principi del cielo, che non si è tenuto fermo nella verità, e che è caduto. Se in effetti, ogni uomo è mendace, essi cesseranno di essere mendaci quando cesseranno di essere uomini, perché saranno dei e figli dell’Altissimo. (S. Agost.). – Finché siamo uomini, noi siamo mendaci; quando diventiamo degli dei, cessiamo di mentire. Con la contemplazione delle cose divine, ci trasformiamo in dei; la nostra intelligenza si eleva all’altezza delle cose che essa contempla. Diventate santi e diventate Dio, per così dire, ed una volta che partecipate della natura divina, cessate di essere uomini e di essere mendaci (S. Gerol.).

II. – 3-6.

ff. 3-6. – Il Re-Profeta fa uscire il prezzo del beneficio, non solo dalla sua grandezza naturale, ma dall’indegnità di colui che lo riceve.  È in altri termini, la stessa verità che esprime in un altro salmo, quando dice: « Che cos’è l’uomo perché vi ricordiate di lui, ed il figlio dell’uomo perché vi degniate di visitarlo? » (Ps. VIII, 5). Ciò che raddoppia in effetti il prezzo dei benefici, è il loro valore intrinseco, ed il niente di colui che li riceve, e questa circostanza che ingrandisce il beneficio, deve aumentare anche la riconoscenza. Cosa renderò al Signore, « … che ha scelto l’uomo che non è che menzogna, misero e niente, per colmarlo di così gradi benefici? » (S. Chrys.). – Il salmista non dice: per tutto ciò che mi ha dato, ma: « Per tutto ciò che mi ha reso. » In cosa dunque l’uomo ha prevenuto Dio, perché si possano chiamare i benefici di Dio, non una donazione, ma una retribuzione? Cos’è dunque che ha prevenuto i benefici di Dio, da parte dell’uomo, se non il peccato? Dio ha dunque reso il bene per il male, Egli al quale gli uomini rendono il male per il bene. (S. Agost.). – Cosa render che sia degno del Signore per tanti benefici? Tutto ciò che potrò dargli mi viene da Lui, e gli restituisco dei beni piuttosto che donarglieli. Io non ho nulla che possa rendergli, se non spandere il mio sangue per Lui, essere martire per la sua gloria. È la sola cosa che possa offrirvi di degno, … darvi il mio sangue in cambio del sangue che Voi avete versato. Noi che siamo stati liberati, riscattati dal nostro Salvatore, siamo pronti a versare il nostro sangue per Lui … « Io prenderò il calice di salvezza ed invocherò il nome del Signore. » Nell’ebraico c’è: io prenderò il calice di Gesù, vale a dire del Salvatore. Qual è questo calice di Gesù? « Padre mio, se è possibile, che passi da me questo calice. » (Matth., XX). Ed ancora: « Potete voi bere questo calice? » per farci comprendere che il calice della sua passione è il martirio. È una gran cosa il martirio. Come è una gran cosa? Perché l’uomo vi rende a Dio ciò che ha ricevuto da Lui: Gesù-Cristo ha sofferto per lui, ed egli soffre per il Nome di Gesù-Cristo … Ma cosa c’è qui di simile? Un Dio ha sofferto per gli uomini, il Signore per i servi, il Giusto per i peccatori. Dov’è qui la similitudine? Ma siccome il servitore è qui nell’impotenza di rendere altra cosa al suo Signore, Dio, pieno di clemenza e di condiscendenza, riceve il martire come cosa uguale a ciò che Egli ha donato … Ma questo calice del martirio non dipende dalle mie forze; solo la grazia di Dio può rendermi capace di berlo. Io non posso dunque berlo se non dopo avere invocato il Nome del Signore, è Gesù che trionfa, è Gesù che viene coronato nel suo martirio. (S. Girol.). – Colui che parla in questo Salmo cerca dunque ciò che può rendere al Signore e non trova niente se non qualcosa che il Signore stesso gli abbia reso. « Io riceverò – egli dice – il calice di salvezza, ed invocherò il Nome del Signore. » O uomo, mendace per il tuo peccato, veridico per la grazia di Dio, elevato da questa stessa grazia al di sopra dell’uomo, chi ti ha dato il calice di salvezza che tu puoi, dopo averlo ricevuto ed invocando il suo Nome santo, rendergli per tutti i beni che Egli stesso ti ha reso? Chi? Se non Colui che ha detto: « Potete bere il calice che Io berrò? » (Matth. XX, 22); chi ti ha dato la forza di imitare le sue sofferenze se non Colui che per primo ha sofferto per te? (S. Agost.). – Il Profeta era già in quel tempo e prima della nascita del Messia, un vero Cristiano; tutti i sentimenti erano concordi ai principi del Cristianesimo, e benché non avesse sotto gli occhi la croce di Gesù-Cristo, l’abbracciava già con i suoi desideri, vi si attaccava con la fede che aveva nel Redentore (Berthier). – Siccome il martirio non è un atto che viene dall’uomo, dalla sua virtù, dalla sua forza personale, il Profeta aggiunge: « Ed invocherò il Nome del Signore, » affinché mi dia la grazia di berlo coraggiosamente (S. Gerol.). –  La Chiesa mette queste belle e calorose parole sulla bocca del Sacerdote che sta per consacrare e consumare l’ostia divina; essa le mette anche sulla bocca del fedele che sta per ricevere il Corpo e Sangue di Gesù-Cristo. In questi felici momenti in cui l’anima riceve Gesù-Cristo e si dà a Lui, essa si sente disposta a fare tutto, a soffrire tutto per piacergli e compiere la sua santa volontà, che è che quella che essa esprima ripetendo in quel momento questa nobile dichiarazione. (Rendu). – Questo sacrificio di lode e di azioni di grazie, il Profeta è disposto ad offrirla non in luogo segreto e ritirato, ma pubblicamente, alla vista di tutti, in presenza di tutto il suo popolo, ed anche di fronte ai suoi nemici, dovendo essere la morte il prezzo del suo coraggio, « perché la morte dei Santi è preziosa agli occhi del Signore; » Vale a dire che Dio attribuisce il valore più alto alla morte dei Santi, ricevuti per la gloria e la confessione del suo Nome sacro, come presso gli uomini si stimano le pietre preziose che ornano il diadema dei re, e di cui nulla saprebbe eguagliare il valore (Bellarm.). La morte dei suoi giusti è brillata tra i gioielli più preziosi della sua corona; Egli la considera come la più ricca di tesori che possiede per il diritto del suo amore creatore (Faber., Le Créât, et la créât.). la morte dei suoi giusti è brillata tra i gioielli più preziosi della sua corona; questa morte dei Santi è preziosa davanti a Dio, perché Egli l’ha riscattata con il prezzo del suo sangue, che ha versato prima per la salvezza dei suoi servi, affinché i suoi servi non esitassero a versare il proprio sangue per il Nome del loro Padrone, benché l’utilità della loro morte fosse per se stessi e non per il Signore (S. Agost.). Cosa c’è di più prezioso di una morte che procura questo inestimabile vantaggio che tutti i peccati siano rimessi ed i meriti portati al loro grado più alto (S. Agost., De civit. Dei, c. VII.). – Ciò che rende preziosa davanti a Dio la morte dei Santi, è talvolta la vita, talvolta la causa della morte, altre volte le due cose insieme. Nei confessori che muoiono nel Signore, è la loro vita che rende la loro morte preziosa; nei martiri che muoiono per il Signore, ne è talvolta causa la sola loro morte; talvolta e più spesso ne sono causa e la loro morte ed il merito della loro vita. La morte preceduta, preparata dal merito di una vita santa, è preziosa; più preziosa, la morte sofferta per la causa della fede; ben più preziosa, infine, la morte in cui queste due cause di merito si trovano riunite. (S. BERN. Serm. XXIV ex parv.). « La morte dei giusti è preziosa davanti a Dio. » Questa morte beata arriva in sua presenza: Egli vi presiede con la sua grazia, con i suoi Sacramenti, con le consolazioni che effonde nella loro anima; Egli non risparmia loro i dolori, inseparabili da ogni vita umana che stia per finire; è necessario che ciò che è successo a Gesù-Cristo, accada a loro, che sentano il peso della loro mortalità. Ma questo momento è breve, queste tribolazioni leggera a paragone dell’immensa felicità che è loro riservata (Berthier).

III. — 7-10.

ff. 7-10. –  « Voi avete spezzato le mie catene, Signore, » diceva Davide nei primi momenti della sua liberazione; così, nell’eccesso della gioia e del santo piacere che mi trasporta, il vostro calice non ha più nulla di amaro per me; i doveri più penosi della vostra legge santa, lungi dal sembrarmi onerosi, costituiscono tutta la mia consolazione e le mie delizie più care: « Io prenderò il calice della salvezza. » I discorsi degli uomini invece di abbattere la mia risoluzione, animano la mia fede, e non mi sembrano che discorsi vani e puerili. O Signore, quanto è consolante essere nel numero dei vostri servi, e come mi sembra essere più glorioso contare tra i miei ancestri una sola anima che abbia attrattiva per voi, che una lunga sequela di principi e di conquistatori: « Io sono vostro servo e figlio della vostra serva. » (MASSILL., sur l’inconst., etc.). – Bisogna essere, dice S. Agostino, non solo servi di Dio, ma i figli della serva di Dio, cioè la Chiesa, fuori della quale si invoca invano il Nome di Dio, e si soffre anche invano il martirio. – L’uomo è legato da quattro catene che Dio solo può rompere: quella del proprio corpo, da cui San Paolo desiderava sì ardentemente essere liberato; quella del peccato al quale, secondo lo stesso Apostolo, si obbedisce per la morte; quella della concupiscenza, che faceva gemere sì amaramente questo grande Apostolo; infine quella della tomba, che il profeta chiama i lacci dell’inferno. Dio rompe la prima di queste catene, e nessuno ha il potere, né il diritto di accelerare o ritardare il momento della sua liberazione. Gesù-Cristo ha rotto la seconda facendosi vittima del peccato; non si tratta dunque che di raccogliere i frutti di questo grande sacrificio. La terza non si rompe interamente se non al momento della morte, ma la grazia di Gesù-Cristo diminuisce il peso per l’anima fedele che lo invoca con fiducia. L’ultima non si romperà che nel giorno della resurrezione generale, e sarà l’effetto della onnipotenza di Colui che dà la morte e che vivifica. (Berthier). – Questo sacrificio di lode è comune sia ai martiri che ad ogni anima consacrata a Dio. I martiri lodano il Signore: così i religiosi e le anime consacrate a Dio, che cantano notte e giorno le lodi del Signore. Devono avere la stessa purezza, perché sono anche martiri in un senso vero; ciò che gli Angeli fanno nel cielo, i martiri lo fanno sulla terra (S. Gerol.). – L’obbligo di acquistarsi dei voti che si sono fatti, è qui ripetuto per farne vedere l’importanza, principalmente quando si sia ricevuto da Dio qualche favore o che si sia ottenuto ciò che gli si domandava. Occorre farlo davanti al mondo, particolarmente quando si è obbligati a dare il buon esempio, e farlo nella Chiesa Cattolica, che è la casa del Signore. – Noi abbiamo un Padre che è Dio, abbiamo una madre che è la Chiesa; l’uno e l’altra sono eterni, ed è per questo che ci hanno generato alla vita che non ha fine. (S. Agost.). – Colui che mangia l’agnello fuori dalla casa di cui Pietro è il fondamento, non può essere che un  profano; egli si perderà come tutti coloro che non furono nell’arca di Noè durate il diluvio (S. Gerol.). – Coloro che compiono questi doveri fuori dalla Chiesa Cattolica non compiono niente; gli eretici possono essere uccisi, ma non saranno mai coronati; la loro morte non è la corona della fede, ma il castigo della perfidia. (S. CIPRIANO, de Unit. Eccl.). – Quando Davide diceva: io offrirò i miei voti al Signore, ma li offrirò in presenza di tutto il suo popolo, nella cinta del suo tempio, in mezzo a Gerusalemme, pretendeva fare qualcosa di più grande grande di quanto avrebbe potuto formare nel segreto del suo cuore. Ed in effetti, un voto solenne è ben diverso da un voto particolare in segreto, perché la Chiesa accetta l’uno e non accetta l’altro, ratifica l’uno e non ratifica l’altro, obbliga se stessa nell’uno e non si obbliga nell’altro, circostanze ben rimarchevoli in materia di voto.  (BOURD., Alliance de l’âme relig. avec Dieu.)

SALMI BIBLICI: “DILEXI, QUONIAM EXAUDIET DOMINUS” (CXIV)

SALMO 114: “DILEXI, QUONIAM EXAUDIET DOMINUS”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 114

Alleluja. 

[1] Dilexi, quoniam exaudiet Dominus

vocem orationis meæ.

[2] Quia inclinavit aurem suam mihi, et in diebus meis invocabo.

[3] Circumdederunt me dolores mortis; et pericula inferni invenerunt me. Tribulationem et dolorem inveni,

[4] et nomen Domini invocavi: o Domine, libera animam meam.

[5] Misericors Dominus et justus, et Deus noster miseretur.

[6] Custodiens parvulos Dominus; humiliatus sum, et liberavit me.

[7] Convertere, anima mea, in requiem tuam, quia Dominus benefecit tibi;

[8] quia eripuit animam meam de morte, oculos meos a lacrimis, pedes meos a lapsu.

[9] Placebo Domino in regione vivorum.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXIV.

Preghiera dell’uomo, che geme sotto le tentazioni ed i pericoli, e sospira la vita eterna.

Alleluja: Lodate Dio.

1. Ho amato, perché esaudirà il Signore la voce della mia orazione.

2. Perocché egli le sue orecchie inchinò a udirmi; ed io nei miei giorni lo invocherò.

3. Mi circondarono dolori di morte: pericoli di inferno m’investirono.

4. Trovai tribolazione e affanno; e il nome del Signore invocai.

5. Libera, o Signore, l’anima mia; il Signore è misericordioso e giusto, e il nostro è benigno.

6. Il Signore custodisce i piccolini; fui umiliato, ed egli mi liberò.

7. Torna, o anima mia, nella tua requie perocché il Signore ti ha fatto del bene.

8. Imperocché egli ha sottratta l’anima alla morte, gli occhi miei alle lacrime, i piedi alle cadute.

9. Sarò accetto al Signore nella regione dei viventi.

Sommario analitico

Questo salmo è un cantico di azioni di grazie che sembra appartenere agli ultimi tempi della cattività, quando cominciava a delinearsi l’aurora della liberazione. Questa cantico è più ancora il cantico dell’anima fedele dell’umanità intera che esce interamente sia dai legami del peccato per il primo avvento del Salvatore, sia soprattutto dall’esilio di questa vita per il secondo avvento. [Questo salmo è in ebraico il CXVI; ma siccome nella Vulgata è diviso in due, i numeri non differiscono che per metà, a partire dal versetto che forma la divisione (10, “credidi…”)].

Il Salmista esprime:

I. – La costanza del suo amore per Dio:

1° perché spera che Dio esaudisca la sua preghiera (1),

2° Perché è certo che dio lo ha esaudito sovente per il passato (2);

3° Perché ha il desiderio e l’intenzione di pregare frequentemente per l’avvenire (2).

II. –La grandezza della sua afflizione:

  Intorno a sé vede i suoi nemici che gli fanno vedere la morte in faccia (3);

2° Dentro di sé a) vede degli abissi minacciosi (3); b) prova un profondo sentimento di tristezza e di dolore (4);

3° Sopra di sé mette la sua fiducia in Dio che egli invoca e che è a) misericordioso (3), b) giusto (5), c) guardiano e protettore dei piccoli (6), d) salvatore di coloro che sono umiliati.

III.- La sicurezza del riposo a venire:

1° L’anima si riposerà a) ricca di doni di Dio (7), b) affrancata dalla morte, dalle lacrime e da ogni caduta (8);

2° L’uomo tutto intero sarà gradito a Dio nella eterna regione dei viventi (9). 

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-2.

ff. 1, 2. – Nel salmo precedente, Davide ha trattato dell’esperienza dei figli di Israele e di tutti coloro che temono Dio (v. 17), speranza eccitata dai numerosi benefici di Dio. Nel salmo seguente ci sarà la questione della fede « … io ho creduto, etc. » Questo salmo ha come oggetto la carità, che egli pone al centro come una regina che tutta in una volta è nutrita e sostenuta dalla speranza della fede, e nello stesso tempo proietta su queste due virtù un nuovo splendore. Tuttavia S. Agostino ed altri interpreti trovano le tre virtù teologali in questo salmo. La carità, di cui è fatta espressa menzione: « io, ho amato »; la speranza, di cui i parla chiaramente: « Dio esaudirà la mia preghiera; » infine, la fede, alla quale vien fatta allusione in maniera più oscura; « perché Egli ha abbassato il suo orecchio verso di me. » Come potete voi sapere, o anima umana, chiede S. Agostino, che Dio ha abbassato l’orecchio verso di voi, se non dite dapprima « io ho creduto? » Queste tre virtù restano dunque: la fede, la speranza e la carità. « Perché voi avete creduto, avete sperato; poiché avete sperato, avete amato. » Il salmista non dice: io amerò, ma « io ho amato. » Egli non promette di obbedire a questo precetto dell’amore di Dio, ma dichiara, attesta che egli lo ha già compiuto (S. Gerolamo). Un’anima infervorata di un amore ardente per Dio, dice semplicemente che essa ha amato, senza esprimere che essa ama. – Io ho amato, dice il salmista; io non credo si possa fraintendere l’oggetto del suo amore: è Dio solo, , senza che sia necessario nominarlo. Quanta verità, forza e dolcezza in questo sentimento! (Berthier). – « L’amore di Dio non si insegna. » Non si apprende a godere della luce, a desiderare la vita, ad amare i genitori; a maggior ragione l’amore di Dio è radicato nell’anima nostra; non si tratta che di svilupparlo con lo studio dei divini comandamenti (S. Basil. Reg. fus. tract.). – Ma chi è colui, mi direte, il cui cuore non si apra all’affezione quando è esaudito? La maggior parte degli uomini del mondo. Essi non vogliono intendere parlare di ciò che è loro utile e vantaggioso, essi chiedono delle cose che non possono che essere loro nocive, e se i loro voti non sono subito esauditi, essi sono nella tristezza e nello sconforto. Non è da tutti quindi indifferentemente rallegrarsi quando Dio li esaudisce accordando ciò che debba essere utile. C’è un gran numero di uomini che desiderano dei beni inutili di cui si compiacciono. La condotta del Profeta, è invece opposta: egli ama, perché Dio lo aveva esaudito accordandogli dei beni di una utilità incontestabile. (S. Chrys.). –  La carità considera Dio in se stesso, essa ama per se stessa; tuttavia essa è aiutata, sostenuta dai suoi benefici come dalle tante vie che la conducono fino a Dio. Essa risale fino alla fonte dai ruscelli; è con i suoi raggi che il sole ci fa vedere che ci riscalda. – È per la ragione del nostro amore per il Signore che Egli ascolterà la voce della nostra preghiera? Non l’amiamo piuttosto perché Egli ci ha già ascoltato? Che significano dunque queste parole: « Io ho amato il Signore, perché mi ascolterà? Non sarebbe perché per la speranza che infiamma d’ordinario l’amore, che il Profeta avrebbe detto che egli ha amato il Signore, perché era pieno della speranza che il Signore ascoltasse la voce della sua preghiera? (S. Agost.). – Questi giorni, sono i giorni di quaggiù, brevi e malvagi (Gen. XLVII, 9), giorni pieni di dolori e di angosce, in cui l’uomo è lordato da parecchi peccati, impegnato da numerose passioni, agitato da mille timori, afflitto da mille cure, condotto qua e là dalla curiosità, sedotto da una folla di chimere, circondato da errori, oberato di lavori, travolto dalle tentazioni, indebolito dalle delizie, tormenta dalla povertà (Imit. De J.-C., 1, IV, c. XLVIII). – « Invocherò il Signore durante i miei giorni. » E non differisce nel tempo della morte, nei tempi della vecchiaia; egli non dice: quando avrò regolato questo o quell’affare, quando avrò provveduto a stabilizzare la mia famiglia, quando mi sarò liberato da tutti i nemici che mi perseguitano, allora io consacrerò ciò che resta dei miei giorni al servizio del Signore; egli dice: « Io lo invocherò durante i miei giorni » C’è un tempo nella vita che non sia del numero dei nostri giorni, o piuttosto che non componga i nostri giorni? (Berthier). – Invocare Dio in certi giorni e non tutti i giorni della vita, è il segno di un’anima dominata dalla tiepidezza e non dalla speranza. Ricevete ogni giorno, invocate tutti i giorni (S. Ambr.).

II. — 3-6.

ff. 3, 4. – Il salmista spiega ora quel che costituisce la materia della sua preghiera: le tentazioni ed i pericoli della salvezza eterna, sole tribolazioni sensibili per un’anima che ama veramente il Signore. – Maledetti che siamo, sorte deplorevole la nostra, il peccato non cessa di cercarci! Ora, se il peccato ci insegue sempre, cerchiamo di fuggirlo e di evitarlo. Ecco in cosa i dolori della morte differiscono dai pericoli dell’inferno: i dolori della morte circondano l’anima quando pensa al male e desidera commetterlo, questi sono i dolori del parto; quando essa partorisce il peccato, è vicina ai dolori della morte. (S. Girol.). – In questa vita, i dolori della morte ci circondano, ma i pericoli dell’inferno ci trovano solamente, senza circondarci, perché non abbiamo mezzi di sfuggirvi. Quando essi circondano realmente un peccatore, non è più possibile evitarli; è un labirinto inesplicabile, perché non c’è redenzione negli inferi. – « Io ho trovato la tribolazione ed il dolore. » Questo è qualcosa di nuovo. Il Profeta non dice: Io ho trovato il riposo, ho trovato la soddisfazione, l’appagamento dei miei desideri; egli non dice qui: « la tribolazione, il dolore mi hanno trovato, » ma « Io ho trovato la tribolazione ed il dolore. » Egli l’ha trovato come oggetto delle sue ricerche, perché si trova ordinariamente ciò che si cerca. I santi non cercano quaggiù il riposo, ma la tribolazione; perché essi sanno che la tribolazione produce la pazienza, la pazienza la prova, la prova la speranza. E la speranza non confonde (S. Girol.) – « Io ho trovato la tribolazione ed il dolore. » Dopo aver fatto prova di coraggio e di fermezza perseverante contro gli attacchi del tentatore, volendo mostrare la grandezza del suo amore per Dio, io ho aggiunto afflizione all’afflizione, dolore a dolore, ma io ho potuto superare queste prove non con le mie forze, ma perché ho riposto la mia fiducia nel nome del Signore che ho invocato. È ciò che diceva l’Apostolo: « Tra tutti questi mali, trionfiamo per virtù di Colui che ci ha amati. » (Rom. VIII, 37). Colui che non è abbattuto dalle prove ordinarie della vita, resta vincitore di queste prove; ma egli è ben più vincitore se affronta volontariamente i dolori per mostrare fin dove si spinge la sua pazienza ed il suo coraggio: egli si leva al di sopra di essi, come glorioso trionfatore (S. Basil. In Psalm. CXIV). – « Io ho trovato il dolore e l’afflizione, ed ho invocato il nome di dio. » Badate a questo modo di parlare: « Io ho trovato l’afflizione ed il dolore, » infine io l’ho trovato questa afflizione fruttuosa, questo dolore medicinale della penitenza. Lo stesso salmista ha detto in un altro salmo che « le pene e le angosce, hanno saputo trovarlo. » In effetti, mille dolori, mille afflizioni ci perseguitano senza sosta e, come dice il salmista, le angosce ci trovano facilmente. Ma ora, dice questo santo profeta, ho trovato infine il dolore che ben meritava che io lo cercassi. È il dolore di un cuore contrito e di un’anima afflitta dai suoi peccati; io l’ho trovato questo dolore, ed ho invocato il nome di Dio. Io mi sono afflitto per i miei crimini, e mi sono convertito a Colui che li cancella; i miei segreti hanno fatto la mia felicità, ed i rimorsi della mia coscienza mi hanno dato la pace. (Bossuet, Sur l’amour des plais.). – Noi dobbiamo cercare  la tribolazione: 1° perché ci libera dai dolori della morte; 2° perché allontana da noi i pericoli dell’inferno; 3° perché dà alla nostra anima una forza della quale la prosperità la spoglia sovente; 4° perché essa è come uno scudo che ricaccia da tutti i colpi del nemico. Gesù-Cristo non ci dà la sua croce da portare se non per proteggerci; (S. BERN., Serm. I de S. Andr.) 5° perché essa spegne in noi i vizi, o almeno li comprime e li riduce all’impotenza; 6° perché essa dà alle virtù tutto il loro splendore: « La virtù è perfezionata nella infermità » (II Cor. XII, 9); 7° perché essa ci conduce ad andare verso Dio: « Io li attirerò con i lacci che catturano gli uomini » (Osea, XI, 4); cioè con i dolori e le afflizioni che sono i doni del mio amore per gli uomini (S. Chrys.., in Ps. IX); 8° perché la tribolazione ci merita e ci ottiene la corona di gloria: Egli ti circonderà di tribolazioni » (Isai. XXII, 18); cosa che faceva dire a San Paolo: « io mi glorificherò volentieri delle mie infermità » (II. Cor. XII, 9), « perché le tribolazioni sono il dono più prezioso che Dio possa fare ai suoi amici, sono pietre preziose che Egli dà a coloro che hanno lasciato tutto per amor suo: « potete voi bere il calice che Io berrò? » dice ai suoi discepoli diletti (Marc. X, 29). – « Signore, liberate la mia anima. » Vedete la saggezza del Re-Profeta come sacrifica tutti gli interessi di questa vita per non chiedere che una sola cosa, che la sua anima non commetta alcun peccato, alcun danno che possa divenire mortale. In effetti, se la nostra anima va bene, saremo necessariamente felici in tutte le nostra azioni; ma se essa soffre, non speriamo nulla dalla prosperità che può circondarci (S. Chrys.). – Preghiera poco familiare agli uomini di poca fede: essi chiedono di essere liberati dalle loro malattie, dalle loro disgrazie domestiche, dalla persecuzione dei loro nemici, ma le miserie della propria anima li interessano poco. « Essi vogliono, dice S. Agostino, che tutto ciò che appartiene loro, sia buono, e si inquietano poco che la loro anima sia cattiva. Cosa ha fatto dunque quest’anima per essere esentata dal desiderio generale che le porte a non legarsi che a ciò che è buono? Come non arrossire di essere la sola cattiva in mezzo a tante buone cose che essi possiedono? » (Berthier). 

ff. 5. – « Il Signore è misericordioso e giusto, » vedete come il Profeta ci insegna a tenerci ugualmente lontani dal disperare e dal rilassamento. Non disperate, ci dice, perché Dio è misericordioso; guardatevi da ogni negligenza, perché Egli è giusto (S. Chrys.). –  Aprite le orecchie, peccatori: « Il Signore è misericordioso, ma guardatevi da ogni negligenza, perché il salmista aggiunge: « ma Egli è giusto … » Ma direte voi, se vengo a soppesare i miei peccati, posso sperare tanti bene come quelli che fo  ha da tenere di male? I miei peccati sono per me un fardello pesante, ma la misericordia di Dio ne trionfa. Così il salmista non dice che una volta: il Signore è giusto, mentre dice per due volte: ed il Signore è portato a far grazia (S. Gerol.). – La compassione è un sentimento che proviamo per coloro che sono caduti in un infortunio estremo. Così noi abbiamo pietà per colui che, dopo aver posseduto grandi ricchezze, è ridotto ad una indigenza assoluta; tutti compassioniamo colui che, ad una salute florida e perfetta, si vede succedere uno stato costante di malattia e di infermità; noi abbiamo compassione per che era di una bellezza e di una eleganza rimarchevole, e che malattie devastanti hanno completamente sfigurato. Così, Dio ha pietà di noi, quando compara ciò che eravamo e ciò che siamo divenuti: noi eravamo nel paradiso, di una bellezza eclatante, e dopo la nostra caduta nel peccato, noi offriamo lo spettacolo di una triste e vergognosa deformazione. È questo sentimento di compassione che Dio esprimeva quando chiamava Adamo con queste parole: « Adamo, dove sei? » Egli non cercava di sapere ciò che gli era perfettamente noto, ma gli voleva far comprendere in quale stato fosse caduto. « Dove sei? » da quale altezza sublime sei caduto, in quel profondo abisso sei precipitato (S. Basil.). – Dio è stato dall’inizio misericordioso, perché ha inclinato il suo orecchio fino a me; poi è giusto, perché Egli castiga, e di nuovo concede misericordia perché accoglie; perché Egli castiga tutti i figli che accoglie, e deve essere per me l’amar meno essere castigato che non essere dolce nell’essere accolto.(S. Agost.). – I piccoli che Dio riguarda, sono coloro che lo sono ai suoi occhi; è l’ordine di Dio umiliare coloro che Egli destina a qualche cosa di grande e di straordinario, affinché la loro umiltà sia come un fondamento solido che esce senza scalfire il peso della dignità o della santità alla quale Egli ha come disegno di elevarli. (Duguet). – Il salmista non dice: Egli mi ha preservato dal pericolo, ma me ne ha liberato perché vi ero caduto … non cercate dunque una vita al riparo da ogni pericolo, non sarebbe un bene per voi. Una tale vita non era vantaggiosa per il Profeta, e lo sarebbe molto meno per voi. « È bene che mi abbiate umiliato, dice il salmista (Ps. CXVIII, 71), affinché io apprezzi i vostri ordini pieni di giustizia. » (S. Chrys.).  

III. — 7-9

ff. 7- 8. – « Rientra, o anima mia, nel tuo riposo. » La sua anima godeva quindi in precedenza di un riposo che ha perduto, perché nessuno rientra se non tornando nel luogo ove era in precedenza. Dio ci ha creati buoni, e ci ha lasciato tra le mani del nostro libero arbitrio, ci ha posto tutti con Adamo nel Paradiso. Ma noi caduti volontariamente da questa felicità, siamo stati esiliati in questa valle di lacrime, ecco perché il giusto esorta la sua anima a rientrare nel riposo che ha perduto. Questa terra è un luogo di tribolazione, terra di combattimento; è un soggiorno di lacrime ove non possiamo camminare con sicurezza. Ovunque andiamo, siamo in presenza di qualche pericolo. – E dove rientrerai, anima mia? … nel Paradiso, non perché tu ne sia degna, ma per effetto della bontà di Dio; « Perché il Signore ti ha fatto misericordia. » Tu sei uscito dal Paradiso per colpa tua, vi puoi rientrare solo per misericordia del Signore (S. Gerol.). – Il Profeta descrive la dolcezza del riposo del quale gode, comparandola con le amarezze della vita presente. Qui i dolori della morte mi hanno circondato, là Dio ha liberato la mia anima dalla morte; qui i miei occhi, versano lacrime che fanno fluire abbondantemente le afflizioni di questa vita, là le lacrime non oscurano i nostri occhi rapiti dalla contemplazione dell’ineffabile bellezza di Dio: « Il Signore asciugherà le lacrime di tutti coloro che piangono. » (Isai. XXV, 8). – Quaggiù noi siamo sempre nel gran pericolo di  cadere, cosa che faceva dire a San Paolo « Colui che crede di essere fermo, badi di non cadere. » (I Cor, X, 12). Là i nostri piedi saranno fermi, la nostra vita non sarà soggetta alla mutabilità; non ci sarà più il pericolo di cadere in peccato. (S. Basil.). Finché siamo trattenuti in questa dimora mortale, viviamo assoggettati ai cambiamenti, perché questa è la legge del paese che abitiamo, e non possediamo alcun bene, anche nell’ordine della grazia che non possiamo perdere nel momento successivo, per la mutevolezza naturale dei nostri desideri; ma non appena cessiamo di contare le ore e misurare la nostra vita con i giorni e con gli anni, usciti da figure che passano e da ombre che spariscono, arriviamo al regno della verità, ove siamo affrancati dalla legge dei cambiamenti. Così la nostra anima non è più in pericolo, le nostre risoluzioni non vacillano più; la morte, o piuttosto la grazia della perseveranza finale, ha la forza di fissarle (BOSSUET, Or. fun. de la Duch. d’Or.). – Tutti gli uomini cercano il riposo, non si ingannano che nei mezzi per giungervi. I corpi tendono al riposo con la diminuzione dei loro movimenti, e gli uomini vi tendono con l’agitazione. “Quando vi riposerete ?” si può dire al commerciante, al cortigiano, all’uomo di studio, e infine a tutti coloro che non cessano di tormentarsi in questo mondo con i diversi oggetti che condividono le condizioni della vita. A questa domanda, nessuno risponderà che non riposerà mai, e al contrario, tutti si riprometteranno il riposo, perché quando saranno giunti alla meta che si erano proposti, si imbarcheranno in nuovi imbarazzi, e dopo questi, altri si succederanno ancora, di modo che ci sarà un’agitazione senza fine ed un movimento che non cesserà che alla morte. Ma domandate al vero servo di Dio, a colui che non sospira se non il riposo dell’eternità, perché si dà a tutto il movimento che riempie i suoi giorni. Egli non dirà che tenderà al riposo in questa vita: egli sa che il riposo non è un frutto che si raccoglie in questa terra d’esilio, in questa regione di lacrime; egli dirà che tutti i suoi lavori tendono al godimento della vera pace, che è solo nel cielo. Tuttavia, siccome la sua speranza è indistruttibile e sa, come l’Apostolo, che Colui che gli ha promesso questo felice riposo è fedele alle sue promesse, egli già pregusta questo stato infinitamente desiderabile. La sua anima è nel riposo, per quanto possibile a chi non possiede ancora il sovrano Bene, cioè l’essere esente da turbamenti ed inquietudini. Dio lo ha ritirato dalla morte del peccato; gli lascia ancora le lacrime della compunzione, ma esse sono piene di dolcezza; egli veglia su se stesso per preservarsi dalle cadute, ma si appoggia sulle braccia dell’Onnipotente, che lo sostiene e lo solleva. Quest’uomo lavora molto, ma tutte le sue pene danno frutto per l’eternità.  (Berthier). – Una doppia ragione deve portarci a fare tutti i nostri sforzi per entrare nel nostro riposo. L’una è tratta dal punto di partenza di questa conversione, vale a dire dal mondo e dalle sue attrattive seduttrici, dalle quali dobbiamo separarci; l’altra, dal termine verso cui tende questa conversione, cioè il cielo. 

ff. 9. – Egli non dice: io sono gradito, ma: « io sarò gradito al Signore; perché nella vita presente, nessun uomo può arrivare alla perfezione della giustizia. Egli fa vedere da questo che non ancora sia gradito agli occhi del Signore, per questa parte di se stesso che è nella regione dei morti, cioè nella carne mortale. – Queste parole del Profeta: « Egli ha preservato i miei occhi dalle lacrime, ed i miei piedi da ogni caduta, » benché sembrino celebrare un fatto compiuto, non sono tuttavia ancora che parole di speranza … Noi attendiamo ancora la redenzione dei nostri corpi (Rom. VIII, 2-3), ma quando la morte sarà stata assorbita nella vittoria, quando ciò che è corruttibile in noi sarà rivestiti da incorruttibilità, e ciò che è mortale da immortalità (I Cor. XV, 53, 54) non ci saranno più lacrime, perché non ci saranno più cadute; non ci saranno più cadute perché non c’è più corruzione (S. Agost.). – In questa vita, che è la dimora, la terra dei morenti, quantunque possiamo essere santi, abbiamo sempre qualche imperfezione da combattere, la crudele guerra della concupiscenza da sostenere, è difficile che non riceviamo qualche ferita, perché non poche delle nostre opere sono miste a qualche difetto. Noi non saremo dunque veramente graditi al Signore che nel cielo, che è la vera terra dei viventi (Duguet). Si, questa regione è veramente la regione dei viventi, ove non ci sono notti, non più sonno, immagine della morte, non più bere e mangiare, non più alimenti, deboli sostentamenti della nostra infermità, non più malattie, dolore, non più arte del guarire, non più commercio e negozio, fonte di traffici ingiusti, non più cause di guerra, non più radici di inimicizia. È veramente la  regione dei viventi, di coloro che vivono della vera vita in Gesù-Cristo (S. Basil).

SALMI BIBLICI: “IN EXITU ISRAEL DE ÆGYPTO” (CXIII)

SALMO 113: “IN EXITU ISRAEL DE ÆGYPTO”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 113

Alleluja.

[1] In exitu Israel de Ægypto,

domus Jacob de populo barbaro,

[2] facta est Judœa sanctificatio ejus, Israel potestas ejus.

[3] Mare vidit, et fugit; Jordanis conversus est retrorsum.

[4] Montes exsultaverunt ut arietes, et colles sicut agni ovium.

[5] Quid est tibi, mare, quod fugisti? et tu, Jordanis, quia conversus es retrorsum?

[6] montes, exsultastis sicut arietes? et colles sicut agni ovium?

[7] A facie Domini mota est terra, a facie Dei Jacob;

[8] qui convertit petram in stagna aquarum, et rupem in fontes aquarum.

[9]  Non nobis, Domine, non nobis; sed nomini tuo da gloriam,

[10] super misericordia tua et veritate tua; nequando dicant gentes: Ubi est Deus eorum?

[11] Deus autem noster in cœlo; omnia quaecumque voluit fecit.

[12] Simulacra gentium argentum et aurum, opera manuum hominum.

[13] Os habent, et non loquentur; oculos habent, et non videbunt.

[14] Aures habent, et non audient; nares habent, et non odorabunt.

[15] Manus habent, et non palpabunt; pedes habent, et non ambulabunt; non clamabunt in gutture suo.

[16] Similes illis fiant qui faciunt ea, et omnes qui confidunt in eis.

[17] Domus Israel speravit in Domino; adjutor eorum et protector eorum est.

[18] Domus Aaron speravit in Domino; adjutor eorum et protector eorum est.

[19] Qui timent Dominum speraverunt in Domino; adjutor eorum et protector eorum est.

[20] Dominus memor fuit nostri, et benedixit nobis. Benedixit domui Israel; benedixit domui Aaron.

[21] Benedixit omnibus qui timent Dominum, pusillis cum majoribus.

[22] Adjiciat Dominus super vos, super vos et super filios vestros.

[23] Benedicti vos a Domino, qui fecit caelum et terram.

[24] Cælum cæli Domino; terram autem dedit filiis hominum.

[25] Non mortui laudabunt te, Domine; neque omnes qui descendunt in infernum.

[26] Sed nos qui vivimus, benedicimus Domino, ex hoc nunc et usque in sæculum.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXIII.

Il profeta celebra le opere mirabili di Dio, quando trasse i figli di Israele dall’Egitto in Palestina; e questo col fine di muovere il popolo a rimanersi nel culto del vero Dio, ed a sperar sempre la sua protezione.

Alleluja: Lodate il Signore.

1. Allorché dall’Egitto usci Israele, e la casa di Giacobbe (si partì) da un popolo barbaro; (1)

2. La nazione Giudea venne consacrata a Dio; e dominio di lui venne ad essere Israele.

3. Il mare vide, e fuggi; il Giordano si rivolse indietro.

4. I monti saltellarono come aridi, e i colli come gli agnelli delle pecore.

5. Che hai tu, o mare, che se’ fuggito, e tu, o Giordano, che indietro ti se’ rivolto?

6. E voi, monti, che saltaste come gli arieti, e voi, colli, come gli agnelli delle pecore?

7. All’apparir del Signore si scosse la terra, all’apparir del Dio di Giacobbe,

8. Il quale in istagni di acque cangia la pietra, e la rupe in sorgenti di acque.

9. Non a noi, o Signore, non a noi; ma al nome tuo dà gloria. (2)

[Gli Ebrei cominciano qui un altro Salmo; ma i LXX e S. Gerolamo ne fanno uno solo.]

10. Per la tua misericordia e per la tua verità; affinché non dican giammai le nazioni: Il Dio loro dov’è?

11. Or il nostro Dio è nel cielo: egli ha fatto tutto quello che ha voluto.

12. I simulacri delle nazioni argento e oro, lavoro delle mani degli uomini.

13. Hanno bocca, né mai parleranno; hanno occhi e mai non vedranno.

14. Hanno orecchie, ma non udiranno; hanno narici, e son senza odorato.

15. Hanno mani, e non palperanno; hanno piedi e non si muoveranno, e non darà uno strido la loro gola.

16. Sien simili ad essi quei che li fanno, e chiunque in essi confida.

17. Nel Signore ha sperato la casa d’Israele egli è loro aiuto e lor protettore.

18. Nel Signore ha sperato la casa di Aronne: egli e loro aiuto e lor proiettore.

19. Nel Signore hanno sperato quelli che il temono: egli è loro aiuto e lor protettore.

20. Il Signore si e ricordato di noi, e ci ha benedetti. Ha benedetta la casa d’Israele, ha benedetta la casa di Aronne.

21. Ha benedetti tutti quelli che temono il Signore, i piccoli coi più grandi.

22. Aggiunga benedizione il Signore sopra di voi; sopra di voi e sopra de’ vostri figliuoli.

23. Siate benedetti voi dal Signore, che ha fatto il cielo e la terra.

24. L’altissimo cielo è pel Signore; la terra poi egli l’ha data a’ figliuoli degli uomini.

25. Non i morti daran lode a te, o Signore, né tutti quei che scendono nel sepolcro. (3)

26. Ma noi che viviamo, benediciamo il Signore da questo punto per fino a tutti i secoli.

(1) I Giudei davano il nome di barbaro a tutti coloro che parlavano una lingua a loro sconosciuta.

(2) Se non è questa, dice La Harpe, poesia lirica, e di primo ordine, vuol dire che di essa non ce ne fa mai; e se volessi dare un modello della maniera in cui l’ode debba procedere nei grandi soggetti, non ne sceglierei un altro: non ce n’è di più compiuti. – Qui comincia un atro salmo in ebraico così come è oggi diviso. È ciò che fa Rabbi Kimchi, sulla fede degli antichi e buoni esemplari. San Gerolamo non lo ammette.

(3) “Nell’inferno”, nello scheol, dimorano le anime dopo la morte; queste anime sono la escluse dal culto esteriore e pubblico; è soprattutto ciò che vuol dire il salmista; la cattiva fede vi vede la negazione dell’immortalità dell’anima. La traduzione letterale sarebbe: Omnes descendentes silentii coloro che vanno nello scheol, nel luogo del silenzio (La Hir.). 

Sommario analitico

Il salmista considera l’uscita trionfante degli Ebrei dall’Egitto e, in questo fatto miracoloso, i trionfi altrettanto straordinari operati in favore della Chiesa. (1)

(1) Questo salmo sembrerebbe essere della stessa epoca dei precedenti, e l’oggetto è quasi il medesimo, cioè il ricordare le meraviglie della potenza di Dio in favore del suo popolo, potenza che fa uscire dal contrasto della vanità degli idoli. –  È facile rimarcarlo, leggendo questo salmo, in forma di dialogo, ma non è facile assegnare il numero di interlocutori e la parte di ognuno di loro. Questo salmo sarebbe ben tradotto nella Vulgata, se molti verbi non fossero al passato, invece del futuro e dell’ottativo, cosa che svia notevolmente il senso di molti tratti (Le Hir.). – Il salmista considera uscita trionfante degli Ebrei dall’Egitto: 

I. – Egli proclama la potenza di Dio.

1° Nell’uscita vittoriosa di una sì grande moltitudine dal mezzo di un popolo barbaro. (1)

2° Nella riunione di questo popolo, del quale Dio si fa un popolo che gli è consacrato in modo speciale (2).

3° Nel passaggio miracoloso del mar Rosso e del Giordano (3);

4° Nel fremito delle montagne e delle colline (4-7);

5° Nell’acqua che scaturisce miracolosamente dalla roccia (8).

II. – Esalta la gloria di Dio:

1° essa non appartiene a Lui solo, – a) che ha liberato il popolo di Israele, come aveva promesso, imposto con il silenzio alle blasfemie dei gentili (10); – b) che fa brillare la sua maestà nei cieli e la sua potenza sulla terra (11);

2° L’esclusione dei falsi dèi della gentilità: a) mostra il loro niente e la loro impotenza (12-15); b) i loro adoratori diventeranno simili a loro (16).

III. – Ammira la bontà di Dio:

1° Che soccorre e protegge – a) tutti i Giudei che sperano in Lui (17); – b) la casa di Aronne in particolare (18); tutti coloro che lo temono (19);

2° Che si sovviene di loro e benedice: – a) tutti i Giudei (20); – b) la casa di Aronne in particolare (20); – c) tutti coloro che lo temono, piccoli e grandi (21); – d) tutta la loro posterità, perché è il Dio di tutti, e da loro in uso la terra, riservandosi il cielo (22-24)

IV. – Promette la riconoscenza del popolo:

1° Non sono coloro che sono morti, o che scendono negli inferi, come gli Egiziani inghiottiti nel mar Rosso, che rendono lodi a Dio (25);

2° Ma il popolo fedele, a cui Dio ha conservato la vita, benedirà Dio per tutta l’eternità (26).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-8.

ff. 1, 2. – Non crediate che lo Spirito Santo non abbia in vista di rammentarci il ricordo dei fatti passati, senza eccitarci a ricercarvi fatti simili ancora da venire … Questi fatti sono per noi delle figure, e queste parole ci costringono a riconoscerci in queste figure. Se in effetti noi guardiamo dentro di noi, con cuore fermo, la grazia di Dio che ci è stata data, noi siamo Israele secondo lo spirito; … i figli della promessa, … la posterità di Abramo; è a noi che l’Apostolo dice: « Voi siete dunque razza di Abramo. » (Gal. III, 29). – Ciò che è successo ai Giudei non era dunque che la figura e l’ombra di ciò che Dio ha fatto per noi. Davide raccontava non meno il passato come l’avvenire, e la storia era pure una profezia (S. Agost.) – Il Re-Profeta offre qui una prova della grande bontà e della dolcezza infinita di Dio. E qual è? Egli comincia con il manifestare la sua potenza; chiede in seguito agli uomini di adorarlo; tale è il senso di queste parole: « Quando Israele uscì dall’Egitto, il popolo giudeo fu consacrato al suo servizio …» Gli uomini non sognano di fare del bene se non dopo aver stabilito il loro dominio; ma Dio invece, comincia Egli ad espandere i suoi benefici. (S. Chrys.). – Il mondo figurato dall’Egitto e da questo popolo barbaro di cui parla il Profeta: 1° il suolo dell’Egitto, quasi per intero, composto da limo; il mondo con i suoi molteplici vizi, composto da fango e melma. – 2° Le acque del Nilo sempre torbide (Gerem. II, 18), simbolo delle acque fangose ove vanno ad abbeverarsi i partigiani del mondo. – 3° L’Egitto non è quasi mai irrorato dalle piogge del cielo: così ne è del mondo, esso è come le montagne maledette del Gelboë, e non è mai bagnato né dalla rugiada, né dalle piogge del cielo. – 4° Il popolo dell’Egitto si è dichiarato il persecutore del popolo di Dio: il mondo nemico di Dio è il persecutore irriducibile dei Cristiani. – 5° Il popolo dell’Egitto fu barbaro e crudele: il mondo non è da meno per la crudeltà, dominato com’è dalle tre furie di cui nulla ne sorpassa la crudeltà: l’orgoglio, l’avarizia, la voluttà. – È a partire da questa liberazione che il popolo giudeo diventa soprattutto il popolo di Dio. È il suo unico santuario, è là che viene glorificato, è là che benedice e rende i suoi oracoli. La Giudea era una volta una contrada impura ed abominevole, ma quando il popolo giudeo né prese possesso, divenne il santuario di Dio; esso fu santificato e consacrato al suo servizio dalle osservanze legali, dai sacrifici, dall’insieme del culto e delle cerimonie che prescriveva la legge. Questo fu anche il trono della sua potenza e come il suo carro di trionfo attraverso i popoli (S. Chrys.) – « Il popolo giudeo gli fu consacrato, ed Israele divenne il suo impero. » Due dono i caratteri della Chiesa: Essa è l’eredità di Dio, la sua porzione scelta; fuori di Essa, né perfezione, né salvezza … La Chiesa è anche come l’incarnazione della potenza di Dio, … e le porte dell’inferno non prevarranno mai contro di Essa; sempre attaccata, sarà sempre vittoriosa (Mgr. Pichenot. Ps du D.). – « Israele diventa il suo impero. » Coloro che sono liberati dalla tirannia del mondo, devono sottomettersi interamente alla potenza di Dio. La gloria perfetta di Dio, è che noi siamo sottomessi alla sua potenza, che vogliamo ciò che Egli vuole, e che tutte le facoltà, i nostri sensi, le nostre opere, siano sotto la sua dipendenza assoluta.

ff. 3-8. – « Il mare lo vide e fuggì, il Giordano risalì alla sua sorgente. » Questi due grandi prodigi, benché separati nella storia da un intervallo di oltre quaranta anni, sono riuniti nello stesso versetto. Senza dubbio perché sono operati sullo stesso elemento, e sono come l’alfa e l’omega del più grande dramma di sempre. Il primo ha introdotto i figli di Giacobbe nel deserto e completato la loro liberazione; il secondo terminò il loro esilio e li mise in possesso della terra promessa (Mgr. Pich.). – Il passaggio del mar Rosso, in cui gli Israeliti furono tutti battezzati sotto la guida di Mosè nella nube e nel mare, (I Cor. X, 1), è la figura del Battesimo dei Cristiani battezzati nella morte di Gesù-Cristo, che ha annegato i loro peccati nel suo sangue. Il passaggio del Giordano, attraverso il quale Giosuè mise il popolo di Dio in possesso della terra promessa: è un’altra figura di ciò che Gesù-Cristo ha fatto lavando il suo popolo dai suoi peccati, per metterli in possesso del cielo, che è la vera terra promessa. – Ciascuno di voi si sovvenga ora di ciò che ha provato quando ha voluto dare il suo cuore a Dio e sottomettere pietosamente il suo spirito a questo giogo pieno di dolcezza, affrancandosi dalle antiche cupidigie della sua ignoranza, quando ha voluto portare il fardello leggero del Cristo, abbandonando e rigettando lontano da sé le azioni carnali di questo mondo in mezzo alle quali soffriva senza frutto, fabbricando mattoni, per così dire, come in Egitto, sotto la rude dominazione del demonio,. Ognuno di voi si ricordi come tutti gli ostacoli di questo mondo si sono dissipati; come tutti coloro che avrebbero voluto dissuaderlo da questo cambiamento non abbiano osato alzare la voce e si sono tutti dileguati vedendo il nome del Cristo esaltato e glorificato su tutta la terra. « Il mare lo ha dunque visto ed è fuggito, » affinché la via che conduce alla libertà spirituale si aprisse davanti a voi senza ostacoli (S. Agost.). – Quando il Creatore comanda alle creature anche insensibili, esse ascoltano la sua voce per l’assoggettamento in cui sono sotto la potenza di Colui che le ha create dal nulla. – Il Profeta in una sublime ampollosità, indirizza la parola alla natura stessa: da dove viene che intorno a me tutto si cancella e si distrugge? Rispondete, fiumi e mare, e anche voi, terra, parlate. « La terra è stata scossa alla presenza del Signore, alla presenza del Dio di Giacobbe. » È Dio che ha fatto tutto, è la sua presenza spaventosa che ha gettato così agitazione e costernazione sulla terra e sulle acque; la verga di Mosè, l’arca santa, non sono che strumenti della potenza adorata. – E quando tutti questi prodigi si rinnovano nell’ordine della redenzione, quale ne è la causa? La grazia risponde: « La terra è stata scossa alla presenza del Signore, alla presenza del Dio di Giacobbe. » – Gettate gli occhi sulla terra, voi che sapete ammirare le sue meraviglie, gioirete nell’indirizzare dei cantici al Signore vostro Dio; vedete compiersi tra tutte le nazioni questi prodigi che sono stati operati in figura e predetti tanto tempo prima dell’avverarsi. Interrogate il mare ed il Giordano e dite loro: « O mare, perché siete fuggito, e voi, Giordano, perché siete tornato indietro? Monti, perché siete saltati come arieti? » O mondo come dunque sono spariti gli ostacoli che vi si opponevano? O milioni innumerevoli di fedeli, come dunque avete rinunciato a questo mondo per convertirvi al vostro Dio? Donde viene la vostra gioia a voi che, infine, intenderete questa parola: « Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno che vi è stato preparato fin dalle origini del mondo? » (Matth. XXV, 34). Tutte le cose vi risponderanno, e voi risponderete a voi stessi: « La terra è stata scossa davanti al volto del Signore, davanti al volto del Dio di Giacobbe. » In effetti la terra è stata scossa, ma perché era rimasta nell’inerzia, ed essa è stata scossa per essere più solidamente affermata davanti alla faccia del Signore. (S. Agost.). – Cambiare una pietra dura in un torrente, una roccia in una sorgente d’acqua viva per dar da bere al suo popolo che mancava dell’acqua nel deserto, è un miracolo della potenza di Dio che ci ha resi più credibili nel corso dei secoli, per più di un fatto analogo. – Ma fare uscire le acque della grazia, le lacrime di compunzione da cuori fin là più duri come la pietra della roccia, dissetare e consolare coloro che sospirano i beni celesti nel deserto di questa vita, è un miracolo non meno grande per la potenza, ma ancor più per la bontà di Dio (Duguet). – I sei prodigi che qui ricorda il Profeta si sono rinnovati in senso più elevato, durante la conversione del mondo alla fede di Gesù-Cristo, e si riproducono nel ritorno particolare di ogni peccatore a Dio.

II. – 9-16.

ff. 9-11. – Tutti questi prodigi non avevano avuto come causa i meriti di coloro che ne erano l’oggetto, ma la bontà di Dio e la gloria del suo Nome, come Egli dichiara espressamente: « …  perché il mio Nome non sia disonorato » (Ezech. XX, 9); anche il salmista lo dichiara espressamente: « Non a noi, Signore, non a noi, ma al vostro Nome bisogna dare gloria. » No, il nostro interesse non è quello di avere per noi più considerazione e celebrità, ma far brillare dappertutto gli effetti della vostra potenza (S. Chrys.). – L’Eterno ha fatto tutto per sé medesimo, dice il Saggio; così in tutto ciò che intraprende, è sempre la santificazione del suo Nome e lo stabilirsi del suo regno che Egli ha in vista. Il primo Principio vuole e deve essere anche l’ultimo fine del mondo intero; tutto viene da Lui, tutto deve ritornare a Lui; Egli acconsente a dividere con noi tutti gli altri beni; Egli ci comunica volentieri il suo Essere, la sua potenza, i suoi lumi, la sua libertà, il suo amore, ma non dà la sua gloria; è l’unica cosa che si riserva nelle nostre buone opere, e ce ne lascia tutto il profitto: « Io non darò ad altri la mia gloria. » (Isai. XLVIII, 11). Senza dubbio la vostra luce deve brillare davanti agli uomini, affinché essi vedano le nostre opere buone (Matth. VI, 16); ma ascoltiamo il seguito: « … che essi glorifichino il Padre vostro che è nei cieli. » (S, Chrys.). – « Al Re dei secoli, al Re immortale ed invisibile, a Dio solo, onore e gloria nei secoli dei secoli (I Tim. I, 17), « Non a noi, Signore, non a noi, ma al vostro Nome bisogna dar gloria. » Dateci il perdono, dateci la grazia, cose che abbisognano a dei miserabili; ma per Voi, fonte del perdono, della grazia e dei meriti, riservate la gloria (S. Bern. Serm. in Synod. N° 2 e 3). Tre sono le ragioni che obbligano Dio a procurare la gloria del suo Nome nel conservare il suo popolo: 1° la sua misericordia; è la ragione che Davide mette prima delle altre; Egli non fa appello alla giustizia, non parla di potenza, non invoca le grandezze, non si indirizza alla santità, si rifugia tra le braccia della misericordia. – 2° La sua verità, la fedeltà alla sua parola, alle sue promesse. Il Signore non deve niente a nessuno; ma Egli si è impegnato con noi liberamente, ci ha fatto delle promesse che deve necessariamente realizzare. – 3° Per non dare occasione agli empi di blasfemare il suo Nome, dicendo che Dio o non è potente per compiere le promesse che ha fatto, o che non ha tanta equità né tanta benevolenza per volerlo fare (Dug.). – Questa è la preghiera che noi dobbiamo indirizzare a Dio per la Francia nelle circostanze difficili che ci attraversano. La perpetuità non è assicurata che alla Chiesa in generale ed alla Santa Sede in particolare; ma noi possiamo ottenere che Dio salvi e conservi liberamente ciò che minaccia di perire, che Egli ripari almeno le nostre perdite, ed agitando il candeliere non lo spenga. Quante volte gli empi hanno gridato: « Dov’è il loro Dio? – Che il Dio in cui essi hanno creduto, venga a liberarli dalle loro prigioni, li sottragga alla spada ed ai denti delle bestie. » Questi erano i loro discorsi, ma essi non potevano distruggere coloro che erano appoggiati sulla pietra. Essi scatenavano contro di essi tutto il loro furore, ma i santi Martiri erano senza timore; essi sapevano dove lasciavano i loro carnefici e dove essi andavano. I martiri erano coronati per aver confessato Gesù-Cristo, ed i giudici restavano ciò che essi erano per averlo rinnegato (S. Agost. Serm. III, XXVI, n.° 2). – « Il nostro Dio è nel cielo. » I Santi dicono agli infedeli che adorano gli idoli: voi toccate i vostri dei con le vostre mani, li considerate con gli occhi del corpo, ma il nostro Dio è nel cielo ben al di sopra di noi. Egli ha fatto ciò che ha voluto nel cielo e sulla terra, e continua a compiere le sue volontà in coloro che, benché imprigionati in una carne terrestre, conducono tuttavia una vita celeste. (S. Gerol.). – Risposta alla domanda che precede: « Dov’è il vostro Dio? » Dio è dappertutto, riempie l’universo con la sua immensità, ma risiede e fa principalmente splendere nel cielo, la sua gloria, il suo splendore, le sue magnificenze. E da dove viene che Egli lascia talvolta per lungo tempo i suoi nell’oppressione? È per il fatto che Egli fa tutto ciò che vuole, e che la sua volontà è non solo misura della sua potenza, ma ancora santa come la regola della sua condotta (Dug.). – Gli uomini creati liberi, possono disobbedire momentaneamente alle sue leggi ed ergersi contro di Lui, ma ciò che resiste al suo amore, cadrà sotto il peso del suo braccio terribile; la sua Provvidenza non è meno infallibile, essa giunge sempre alla fine (Mgr, Pich.).

ff. 12-16. – Dopo aver risposto, il Profeta interroga a sua volta; dopo essersi difeso, attacca. Egli ci ha detto in due parole qual sia il suo Dio: Egli è in cielo ed onnipotente; ora, nazioni, ascoltate, ecco i vostri dei: è la bassezza e l’infermità; sono gli dei materiali, gli dei d’oro e d’argento, opere delle mani dell’uomo (Id.). – Perché lo Spirito-Santo prende tanta cura, in mille passaggi delle sante Scritture, nell’insinuarci queste verità, come se le ignorassimo, ed incolparci come se esse non fossero le più chiare del mondo e le più conosciute da tutti, se non perché queste forme corporee, delle quali abbiamo nozione, secondo le leggi della natura, di veder vivere negli animali e sentir vivere in noi stessi, benché plasmate come semplici emblemi, producono tuttavia in ciascuno, non appena la moltitudine comincia ad adorarle, questo grosso errore di credere che se il movimento vitale non è in questi simulacri, non si trova non di meno in una divinità nascosta (S. Agost.). – È facile far condannare l’errore degli idolatri, ma non è facile difendersene. Nessun Cristiano c’è che non condanni questa empietà, ma ben pochi sono i Cristiani che non la imitino, « gli idoli delle nazioni non erano che oro ed argento; » non sono ora le divinità dei Cristiani? (Dug.). –  Non è che le nazioni non abbiano egualmente scolpito degli idoli con il legno e la pietra; ma, nominando una materia preziosa e che è più cara agli uomini, ha voluto far più sicuramente arrossire del culto che essi vi rendono. (S. Agost.). – Ahinoi se, con questo metallo che è l’opera e la proprietà di Dio, noi ci forgiamo da soli una falsa divinità. L’oro è la più comune divinità degli uomini, esercita su di essi un formidabile impero, e l’autore dell’Ecclesiaste ci esorta a non metterci al suo seguito: « Felice, dice, l’uomo che non corre dietro all’oro (Eccl. XXXI, 8). – Camminare alla ricerca dell’oro, è divenirne schiavi. Non siate schiavi del vostro oro, riprende S. Agostino, ma i padroni; possedete l’oro, ma non vi possegga esso. È Dio che ha fatto l’oro per servire voi, e voi per servire Dio. – In vano la croce ha abbattuto gli idoli per tutta la terra, se noi facciamo tutti i giorni degli idoli nuovi con le nostre passioni sregolate; sacrificando non a Bacco, ma all’ubriachezza; non a Venere, ma all’impudicizia; non a Plutone, ma all’avarizia; non a Marte, ma alla vendetta; immolando loro non degli animali sgozzati, ma i nostri spiriti pieni dello Spirito di Dio, e « i nostri corpi che sono i templi del Dio vivente, e le nostre membra che sono divenute membra di Gesù-Cristo, (I Cor. VI, 19) – (BOSSUET, Vertu de la Croix) – « Coloro che li fanno, mettendo in loro la loro fiducia, divengano simili. » È una gloria il somigliare a Dio, ma qui è una maledizione. Pensate a cosa sono questi dei, poiché la più grande disgrazia che si possa subire, è assomigliare a loro. (S. Chrys.). – Questa terribile parola  si compie  di sovente. In generale, ci si assimila, per l’amore, all’oggetto amato, e S. Agostino ha potuto dire in tutta verità: « Amate la terra, allora siete terra. » Tali sono al presente molti Cristiani, dice Sacy, idolatri delle ricchezze, dei piaceri del mondo e di essi stessi, che illuminati ed attivi per tutto ciò che possa soddisfare le loro differenti passioni, sembrano essere senza luce e senza movimento per tutte le cose della Religione e della salvezza. La grazia di un Dio incarnato è stata da sola capace di ristabilire negli uomini l’uso della loro bocca, per render pubblica lode e confessare la loro miseria; dei loro occhi, per vedere la verità e la loro follia; delle loro orecchie, per ascoltare la voce di Dio; delle loro mani e dei loro piedi, per agire e camminare conformemente alla sua volontà; della loro gola, per innalzare grida salutari verso Colui che è sempre pronto ad esaudirli. »

III.— 17-26.

ff. 17-19. – « La casa di Israele ha riposto la sua speranza nel Signore. » La speranza che si vede, non è speranza; perché ciò che uno vede, come lo spera? E se speriamo ciò che non vediamo ancora, lo attendiamo con l’aiuto della pazienza (Rom. VIII, 24, 25); ma perché la pazienza perseveri fino alla fine, « … il Signore è il suo appoggio ed il suo protettore. » Quanto agli uomini spirituali che istruiscono gli uomini carnali in uno spirito di mansuetudine, perché essendo essi superiori, pregano per coloro che sono inferiori ad essi, e ciò che essi vedono già, possiedono già ciò che fa ancora l’oggetto della speranza dell’uomo carnale? Non è così, perché la casa di Aronne ha messo la sua speranza nel Signore. » Dunque, è affinché tendano anche con perseveranza verso ciò che è davanti a loro, perché corrano con perseveranza fino a conquistare Colui dal quale essi stessi sono conquistati (Filip. III, 12, 14), e conoscano Colui come essi stessi sono conosciuti (I Cor. XIII, 12),  « Dio è loro appoggio e loro protettore. » (S. Agost.). – I veri Cristiani, che sono la vera casa di Israele, l’Israele di Dio, mettono la loro speranza nel Signore che li sostiene e li circonda con la sua protezione. – I ministri degli altari, i Sacerdoti del Signore, che sono la vera casa di Aronne, sono ancor più obbligati dei comuni fedeli, a mettere la loro speranza in Dio. Essi cercano dappertutto degli appoggi, moltiplicano le forze del potere umano per non mancare mai di soccorso, di protezioni di difesa. Cosa succede prima o poi? Tutta questa macchina della potenza mondana si inceppa, si sgretola, e non resta a coloro che l’hanno impiegata, se non confusione, invidia, disperazione. Ma perché dunque la fiducia in Dio è così rara? È perché la fede, la vera fede è di estrema rarità sulla terra. Non si conosce né Dio, né Gesù-Cristo, né il Vangelo, né gli esempi dei Santi; ci si comporta da pagani, e senza rapporto alle verità in cui ci si lusinga di credere. Questa credenza è come una teoria pura o una reminiscenza vaga che non influisce sulla condotta come le speculazioni geometriche. Si cammina così fino all’ultimo giorno, ed allora tutto manca, la fede non dice nulla, o essa non dice nulla se non per allarmare, turbare, disperare, e si muore senza poter dire con il Profeta: « … Io spero nel Signore, Egli sarà mio appoggio e mio protettore. » (Berthier).    

ff. 20-24. – Dio si è ricordato di noi anche nel tempi in cui lo abbiamo obliato. Cosa vuo dire: « Egli li ha benedetti? » Egli li ha colmati di innumerevoli beni. L’uomo può anche benedire Dio, quando dice con il salmista: « La mia anima benedice il Signore (Ps. CII, 1). Ma le sue benedizioni non hanno utilità che per lui; egli aumenta la propria gloria, senza aggiungere nulla a quella di Dio; al contrario, quando Dio ci benedice, è la nostra gloria che se ne accresce, senza che Egli guadagni nulla per se stesso. Dio, in effetti, non ha bisogno di nulla, e in queste due ipotesi, tutto il vantaggio è per noi soli. (S. Chrys.). – Le benedizioni di Dio si sono diffuse dapprima sulla casa di Israele e di Aronne, che per primi ricevettero la grazia del Vangelo, ma non c’è stata nazione esclusa da queste benedizioni; esse si sono diffuse poi su tutti senza eccezione. (S. Chrys.). – Nessuna differenza davanti a Dio tra coloro che sono grandi e considerati nel mondo, e coloro che sono di nascita oscura o di modesta condizione, tra coloro che sono avanzati in età e coloro che sono ancora nell’infanzia; nessun’altra distinzione che quella che la sua grazia mette tra essi. Colui che lo serve con più amore e fedeltà, è il più grande davanti a Lui. (Duguet). –  « Che il Signore dia crescita a voi ed ai vostri figli. » E così fu, perché il numero dei figli di Abramo si è accresciuto, essendo le pietre stesse servite a suscitarne dei figli. (Matth. II, 9). L’ovile si è accresciuto di pecore che all’inizio erano estranee, affinché non ci sia che un solo Pastore. La fede si è sviluppata tra le nazioni, si è visto crescere il numero e di saggi Pontefici, e di popoli sottomessi, il Signore aveva moltiplicato i suoi doni, non solo sui Padri che si sono avanzati verso di Lui alla testa degli imitatori del Cristo, ma ancora sui loro figli che hanno piamente seguito le tracce paterne (S. Agost.). – Le benedizioni dell’antica legge erano temporali, ma le benedizioni della nuova legge sono tutte spirituali e molto più sante: le prime consistevano principalmente nella moltiplicazione dei figli e delle greggi, queste consistono soprattutto nell’accrescimento delle grazie e delle virtù (Dug.). – Benedizione efficace ed onnipotente è l’essere benedetto da Colui la cui parola ha creato i cieli. – Un errore grossolano è immaginare che il Profeta, dicendo : « il Cielo è al Signore, e la terra agli uomini, » divida in qualche modo l’impero dell’universo tra Dio, che ha per sé il cielo, e gli uomini che hanno per essi la terra, di modo tale che questi siano dispensati da tutti i doveri verso Dio. Poiché Dio ha fatto il cielo e la terra, queste due parti dell’universo sono entrambe sue, e tutto ciò che vi si trova, deve obbedirgli. Se ha dato la terra agli uomini, è per usarne, e non per gioirne come di un bene indipendente da Lui. (Berthier). 

ff. 25, 26. – « I morti non vi loderanno, né coloro che scendono nella tomba. » Si apra questa tomba, sostenuta da sì magnifiche colonne, si sgretoli questa pietra di marmo; si troverà un cadavere che fa orrore, delle ossa esalanti un odore fetido, delle ceneri, dei vermi! La tomba ha dell’apparenza, ma ricopre un morto il cui aspetto ispira orrore e spavento. Ora, voi pensate che questo morto possa dire: io benedirò il Signore? No, perché sulla testimonianza della Scrittura: « i morti non vi loderanno, Signore né tutti coloro che discendono nella tomba. Aprite il Vangelo, vedrete il Signore che indirizza queste severe parole al demonio: « Taci. » (Marc. I, 25). Perché? « Perché i morti non vi loderanno, né tutti coloro che scendono nella tomba » Nessuno può lodare colui che non ama, e se la lode esce dalla bocca di un nemico, essa ha per oggetto la virtù che ama fin nel suo nemico. Colui che pecca diviene il nemico di Dio, e non può dunque né lodare Dio, né lodare la virtù di Dio, perché la lode è un bene del quale il peccatore non può essere l’oggetto. La lode che è negata dai sentimenti del cuore, è un insulto, una derisione piuttosto che una lode; vorreste che la menzogna diventi l’apologista della verità, e che la lode di Dio esca dalla stessa fonte che la bestemmi e l’oltraggi? (S. Agost. Serm. III, LXV, n° 1). – I morti di cui parla qui il salmista non sono coloro che hanno lasciato questa vita, ma coloro che erano morti nelle loro empietà o che avevano guazzato nel crimine. Per colui che non ha in prospettiva che una morte immortale, già da questa vita cessa di essere vivente, egli è già morto. Anche il Profeta non dice in generale coloro che vivono, ma : « noi che viviamo. » Egli si esprime qui allo stesso modo di San Paolo in queste parole: « noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono nel sonno della morte (I Tess. IV, 16). L’Apostolo dicendo « noi che viviamo, » non permette di applicare queste parole a tutti i fedeli, ma li restringe a coloro la cui vita è simile alla sua; ed anche con queste parole: « … noi che viviamo », devono intendersi di coloro che, come Davide, passano la loro vita nella pratica della virtù. « Ora e nei secoli dei secoli. » Nuova prova che il Salmista vuole apportare di coloro la cui vita è stata una sequela di buone opere; perché nessuno quaggiù vive nei secoli dei secoli, ma è un privilegio esclusivo di coloro che meritano la vita gloriosa ed eterna. (S. Chrys.).