LA CATENA D’ORO DEI SALMI: NOTE INTRODUTTIVE (4)

LA CATENA D’ORO DEI SALMI: NOTE INTRODUTTIVE (4)

La catena d’oro dei SALMI

o I SALMI TRADOTTI, ANALIZZATI, INTERPRETATI E MEDITATI CON L’AIUTO DI SPIEGAZIONI E RELATIVE CONSIDERAZIONI, RICAVATE TESTUALMENTE DAI SANTI PADRI, DAGLI ORATORI E SCRITTORI CATTOLICI PIU’ RINOMATI.

Da M. l’Abbate J.-M. PÉRONNE,

CANONICO TITOLARE DELLA CHIESA “DE SOISSONS” ,

Professore emerito di sacra Scrittura e di Eloquenza sacra.

TOMO PRIMO.

Capitolo VI

Distribuzione logica dei Salmi secondo il loro oggetto

Se ci fosse stato dimostrato con segni certi ed evidenti che l’ordine nei quali sono disposti i salmi nella Bibbia sia o ragionato, o fondato su qualche mistero, non avremmo bisogno di cercarne un altro, ed ogni nostro studio sarebbe quello di penetrare le ragioni di quest’ordine. Ma benché l’ordine attuale dei Salmi sia sembrato a Sant’Agostino racchiudere il segreto di qualche grande mistero: “Ordine psalmorum mihi magni sacramenti videtur continere secretum”, il santo Dottore conclude semplicemente che quest’ordine non gli è stato ancora rivelato: “quamvis non dum (ordo iste) mihi fuerit revelatus”. Noi non abbiamo ancora potuto penetrare, continua, tutta la profondità dell’intero ordine di questi santi cantici: “ totius ordinis eorum altitudinem adhuc acie mentis non penetravimus”. Ora siamo noi più avanti di S. Agostino su questo punto? Ci è permesso di dubitarne quando si esaminano da vicino i tentativi fatti in seguito per arrivare a scoprire le ragioni dell’ordine dei Salmi. In effetti certi autori, partendo da questo principio, come da una verità incontestabile, che sia lo Spirito Santo, che è l’Autore dell’ordine e che dispone tutto con ordine, ad aver disposto necessariamente la sequenza dei Salmi, ma si trovano poi impediti nel primo passo e non possono realizzare quest’ordine secondo il primitivo senso dei Salmi, vale a dire il senso letterale ed immediato che ha per oggetto Davide ed il popolo di Israele, per cui sono obbligati a concludere che in questo senso (che pertanto è quello che lo Spirito Santo ha avuto primariamente in vista), non occorre cercare alcun ordine nella compilazione dei santi cantici. Quelli che possono interessare Davide sono mischiati – essi dicono – con quelli che interessano Israele; quelli che possono riguardare la persecuzione che Davide subì da parte di Saul, sono a volte posti dopo quelli che potrebbero riguardare ciò che ha dovuto subire sulla fine del suo regno da parte di Assalonne … In una parola sembra tutto confuso.

1) – È dunque nel senso spirituale che bisogna cercare l’ordine ragionato dei Salmi. Rimarchiamo innanzitutto che sia un pregiudizio favorevole a quest’ordine preteso essere obbligati ad accettarne formalmente il senso primario e principale, il senso letterale dei Salmi. Rimarchiamo poi che in una folla di Salmi, essendo soggetto a discussioni il senso spirituale, sia presunto che vero, voler motivare in questo senso l’ordine attuale della collezione dei Salmi, è come imbastire ipotesi su ipotesi, è come costruire un edificio che non avrà più solidità delle fondamenta. Ammettiamo per un istante questa ipotesi. Quali sono i mezzi adottati dagli autori per scoprire quest’ordine misterioso dei Salmi? Sono soprattutto, essi dicono, dei grandi fasci di luce, che sono come tanti segnali propri utili a dirigere con sicurezza il loro progredire. Alla luce di questi grandi fasci di luce che essi dividono innanzitutto la collezione dei Salmi in ventidue sezioni. Se voi domandate loro perché questo numero di ventidue sezioni, vi danno certe ragioni, se ce ne sono ragioni misteriose, per cui questo numero di ventidue sarebbe in rapporto con le ventidue lettere dell’alfabeto ebraico. Sembra abbastanza inutile dilungarci su un sistema così arbitrario nei dettagli e nel suo principio. Tuttavia per dimostrare ampiamente che non sia possibile ricondurre l’ordine attuale dei Salmi nel senso spirituale più che letterale, diamo un’idea di questa divisione di Salmi in ventidue sezioni secondo questi stessi autori. Due ragioni spingono a limitare la 1^ sezione ai primi sei Salmi:

-1) alla fine del salmo VI si trovano queste parole: “discedite a me omnes qui operamini iniquitatem”, parole che conducono naturalmente lo spirito all’ultimo giudizio;

-2) il salmo VII, secondi i santi Padri e secondo i migliori interpreti è in rapporto a Gesù-Cristo accusato, calunniato davanti ai suoi giudici; quindi è l’inizio di una seconda sezione, e con essa siamo condotti al salmo XIV, ove ci viene mostrata l’eterna felicità. Ecco i grandi fasci di luce che aiutano a fissare in modo preciso i limiti di ogni sezione. La sequenza dei Salmi in ogni sezione non è meno curiosa: ad esempio, nella prima, che fra tutte è la meno priva di verosimiglianze, il salmo I: Beatus vis racchiude l’elogio di Gesù-Cristo e di tutti i giusti uniti a Lui; il salmo II: Quare fremuerunt lo stabilirsi del suo regno malgrado gli sforzi del paganesimo; il salmo III: Domine quid multiplicati sunt l’estensione dei mali causati dalle grandi eresie; il salmo IV: Cum invocarem, il soccorso che Dio da alla sua Chiesa in questi mali; il salmo V: Verba mea, gli scismi che fanno giungere al colmo questi mali; il salmo VI: i grandi flagelli che succedono a queste prevaricazioni, l’invasione dei barbari e l’anatema degli ultimi giorni. Il susseguirsi dei Salmi nelle altre sezioni è di dubbia soddisfazione. Seguendo sempre i tratti luminosi, gli autori di questo sistema ci conducono alternativamente dal primo avvento di Gesù-Cristo, al suo secondo avvento, poi ci riconducono dal secondo al primo, ci fanno passare dai primi secoli della Chiesa fino agli ultimi, per ricondurci dagli ultimi ai primi, fini all’estinzione delle ventidue sezioni che riposano, come visto, su di un fondamento granitico, e cioè sulle ventidue lettere dell’alfabeto. Si può dunque, senza temerarietà, costringersi all’ordine numerico dei salmi se ci sono buone ragioni per derogarvi. Si possono poi concepire altre disposizioni dei Salmi, che possano facilitarcene la comprensione: .-1) si possono classificare secondo l’ordine degli avvenimenti e delle circostanze alle quali sembrano riferirsi senza aver riguardo per la numerazione stabilita; è, se si vuole, un ordine cronologico che prenda come punto di partenza gli inizi della storia di Davide, la percorre tutta intera e comprende, con i principali avvenimenti della sua vita, altri fatti importanti della storia pubblica degli Ebrei. Quest’ordine sarebbe indubbiamente il migliore di tutti per la comprensione del senso letterale, se solo si potessero determinare in modo certo; ma la maggior parte dei tempi non si hanno che congetture sull’origine storica dei Salmi e ci si riduce, ad esempio, a dire uniformemente e senza alcuna prova che in tutti i Salmi in cui Davide invoca il Signore contro i suoi nemici, sono stati composti durante la persecuzione di Saul ed Assalonne. Occorre aggiungere che quest’ordine restringe un po’ troppo l’oggetto dei Salmi, che spesso sono completamente intellegibili, se non ci si sbarazza di un orizzonte più stretto di quello della vita e del regno di Davide.

2) resta una seconda maniera di classificare i Salmi secondo il loro oggetto generale. Quest’ordine ci sembra preferibile: .-1 perché è meno arbitrario, poiché l’esame attento di un salmo è sufficiente a conoscerne l’oggetto principale, astrazion fatta per le circostanze storiche alle quali si fa allusione; .-2 perché pone in una stessa categoria tutti i Salmi evidentemente profetici, morali, di supplica, etc., e li sottomette più facilmente ad uno stesso sistema di interpretazione; .-3 perché indica più chiaramente l’uso che ciascuno possa fare dei Salmi per la sua utilità particolare. Secondo questo principio si possono suddividere i Salmi in sette classi differenti. Mettiamo al primo posto i Salmi profetici, cioè quelli che in senso morale unico o secondario hanno per oggetto Gesù-Cristo o la sua Chiesa, che più ci interessa di ben conoscere. Una folla di altri Salmi sono profetici nel senso spirituale. Le quattro classi che seguono i Salmi profetici comprendono dei salmi che si rapportano evidentemente ai quattro grandi doveri della religione che David ha personificato nella sua persona, vale a dire i Salmi di adorazione e di lode, i Salmi eucaristici o di azione di grazia, i Salmi di penitenza, i Salmi impetratori. La sesta classe comprende tutti i Salmi didattici o morali, che hanno soprattutto per oggetto l’esortazione alla fuga dal male ed alla pratica del bene. La settima classe composta da Salmi esclusivamente storici, cioè da quelli che non contengono, accanto a poche altre cose, che una semplice narrazione di avvenimenti, perché se diamo il nome di storici a Salmi composti in occasione di qualche avvenimento del regno di David, la maggior parte di quelli posti nelle classi precedenti dovrebbero far parte dei Salmi storici, contro la natura del loro oggetto. Si concepisce del resto che, per il gran numero dei Salmi, è facile determinare se essi appartengano ai Salmi di azione di grazia, di supplica, morali, etc.; per qualche altro il cui carattere è meno netto, e che offrono il miscuglio di due generi diversi, questa classificazione offre più difficoltà. La regola da seguire in questo caso, è di tener conto di questi due generi, e se si vuole, di collocare questi Salmi in due classi differenti.

TAVOLA ANALITICA DEI SALMI SECONDO IL LORO OGGETTO

1″ CLASSE. — Salmi profetici.

SALMI

II. Quare fremuerunt.…………………………………… Trionfo del Messia.

VIII. Domine Dominus noster. ……………………… Dignità di G.- C. riparatore dell’umanità.

XV. Conserva me ………………………… Resurrezione di Gesù-Cristo.

XXI . Deus, Deus meus ………………………. Passione di Gesù-Cristo.

XXXIX . Expectans expectavi…………………………….Passione di G.-C. considerata come sacrificio

XLIV. Eructavit…………………………… Unione di Gesù-Cristo con la sua Chiesa.

LXVIII. Salvum me fac ……………………… Passione di Gesù-Cristo.

LXXI. Deus judicium tuum …………………………… Regno del Messia.

LXXXVIII. Misericordias Domine ………..Promesse a Davide a riguardo del Messia

XCV Cantate Domino ………………….Regno del vero Dio su tutte le nazioni

XCVI Dominus regnavit ……………………… Trionfo e regno glorioso del Signore

XCVII Cantate Domino ………………… Avvento del Messia, vocazione dei Gentili

CVIII Deus laudem meam ………………… Punizione di Giuda e dei Giudei deicidi

CIX Dixit Dominus Domino meo …………… Generazione eterna, potenza del Verbo

CXVI Laudate Dominum omnes….………..………………….Vocazione dei Gentili

CXVII Confitemini Domino ……………… Unione dei Giudei e dei Gentili in G.-C.

CXXXI Mémento Domine ………………………Promesse del Messia fatte a David

2^ CLASSE. — Salmi di adorazione e di lode

XVIII. Cœli enarrant ……………..…Gloria di Dio attestata dai cieli e dalla legge

XXVIII. Afferte …………………Invito a rendere omaggio a Dio per la sua potenza

XXXII. Exultate justi……………….Invito a rendere grazie a Dio per la sua potenza e per la sua provvidenza

XXXIII. Benedicam Dominum ..….… Invito a rendere grazie a Dio per la sua ammirevole Provvidenza su coloro che Lo temono

XLI. Quemadmodum ……………………………… Desiderio del santo Tabernacolo

XLII. Judica me Deus …….……………………………………….. identico soggetto

XLVI. Omnes gentes …………….. Invito a rendere omaggio a Dio per la sua potenza

XLIX. Deus Deorum …………………………………… Il vero culto di Dio

LXII. Deus, Deus meus ……………… Amore di Dio in terra d’esilio

LXXX. Exultate justi ……… Esortazione motivata al culto di Dio

LXXXIII. Quam dilecta ……………… Amore dei santi Tabernacoli

XCII. Dominus regnavit …………….…. Grandezza e Potenza di Dio nelle sue opere

XCIV. Venite exul …………………..…… Inno di lode e di adorazione

XCVIII. Dominus regnavit…………………………………………. Invito al culto del Signore

XCIX. Jubilate Deo …………………………… Esortazione al culto del vero Dio

CIII. Benedicum Dominus ……………. Inno a Dio alla vista delle meraviglie della creazione

CXII. Laudate, pueri ……………… Invito a lodare Dio per la sua grandezza e per la sua bontà

CXXXIII. Ecce nunc ……………………………. Esortazione a benedire il Signore

CXXXIV. Laudate ………… Invito a benedire Dio per la sua bontà e la sua potenza

CXLIV. Exaltabo te …………… Encomio ai divini attributi di Dio

CXLVIII. Laudate Dominum ……….. Invito a tutti gli esseri a lodare il loro autore

CXLIX. Cantate Domino ……………..…… Invito analogo fatto al popolo di Dio

CL. Laudate Dominum in. ……………………….. Lode universale.

3^ CLASSE. – Salmi di azioni di grazia

IX. Confitebor Domini.…………………………………… Cantico di azioni di grazia

XVII. Diligam ……………………………………. Id. Id. Dopo una grande sventura

XX. Domine in virtute.………………. Azioni di grazia del popolo dopo la vittoria del re

XXII. Dominus régit me………….. Azioni di grazia per ringraziare Dio per la tenera affezione ai suoi

XXIX. Exaltabo te…..……… Azioni di grazia davanti ad una sciagura imminente

XLVII. Magnus Dominus …………….. Azioni di grazia a causa dei favori segnalati che Sion ha ricevuto dal Signore

LXV. Jubilate ……………….…………… Azioni di grazia per le meraviglie operate per la liberazione del popolo di Dio

LXXV. Notus in Judœa………… Azioni di grazia per la pace resa al popolo di Dio

XCI. Bonum est . ..…………. Azioni di grazia per la potenza e la provvidenza di Dio

CII. Benedicat anima ………………. Azioni di grazia per la tenerezza paterna di Dio per gli uomini

CVI. Confitemini …………… Azioni di grazia per l’ammirabile protezione di Dio su tutti quelli che Lo invocano

CVII. Paratum ……………………..… Slancio di riconoscenza per grandi vittorie

CX. Confitebor tibi …………………….Azioni di grazia per quanto Dio ha fatto per     il suo popolo

CXIV. Dilexi ……………………………… Azioni di grazia dopo grandi tribolazioni

CXV. Credidi ……………………………………………Id. Id.

CXXIII. Nisi quia Dominus….. Az. di grazia dei prigionieri dopo la loro liberazione

CXXV. In convertendo …………………………………Id. Id.

CXXVIII. Sæpe expugnaverunt. ………………………Id. Id.

CXXXVIII. Confitebor ………………..Id. per la gloria ed i benefici del Signore

CXLIII. Benedictus Dominus………………………..… Id. di un eroe pio

CXLVI. Laudate Dominum ……………Id. per i benefici della Provvidenza

CXLVII. Lauda Jérusalem ……………………………..Id. Id.

4^ CLASSE. — Salmi penitenziali

VI. Domine ne in ……………………………………..Dolore, speranza del peccatore

XXIV. Ad te Domine, levavi. …………………….Il peccatore si riconosce colpevole e chiede grazia

XXXI. Beati quorum …………….Tormenti di una coscienza colpevole;  felici effetti del ritorno a Dio.

XXXVII. Domine ne in furore…….. Il peccatore geme e si umilia sotto la mano di Dio

L. Miserere mei …………………… Motivi di pentimento e di perdono

CI. Domine exaudi ……….. Gemiti del peccatore prigioniero nell’attesa del liberatore

CXXIX. De profundis …………………….……….. Appello alla misericordia divina

CXLII. Domine exaudi…………Il peccatore implorante il soccorso di Dio contro le conseguenze del peccato

5^ CLASSE — Salmi supplicatori (o di impetrazione, compresa la fiducia in Dio.)

III. Domine quid multi………... Fiducia in Dio, richiesta di soccorso che si implora.

V. Verba mea …………………………………… Preghiera del giusto al suo risveglio

VII. Domine Deus meus ……………….. L’innocente si appella alla giustizia sovrana

X (ebr.) Ut quid Domine …………………………... Esposizione dei mali dai quali si chiede a Dio di essere liberato

XI. Salvum me fac ……………. Preghiera contro la perfidia degli uomini del secolo

XII. Usquequo Domine ……………… Id. Quando Dio sembra abbandonarci

XVI. Exaudi Domine just. ……… Id. nelle persecuzioni, contro dei nemici potenti

XIX** Exaudiat te Dominas ……………..……. Invocazioni del popolo per il suo re

*XXV. Judica me Domine …………………… Grido dell’innocente verso il Signore

*XXVI Dominus illuminatio …………….……. Pio desiderio di un’anima che mette tutta la sua fiducia in Dio

XXVII Ad te Domine clam………………………. Preghiera per non essere coinvolti nella punizione dei reprobi

XXX. In te Domine speravi ………………………………… Fiducia motivata in Dio

XXXIV. Judica Domine ….………… Preghiera del giusto contro la violenza e la perfidia.

XXXVIII. Dixi: custodiam …………………L’uomo afflitto dalle cose di questa vita domanda a Dio perdono per i suoi peccati

XLIII. Deus auribus ………………….Preghiera a Dio fondata sul ricordo delle sue antiche misericordie

LIII. Deus in nomine ……………….……. Preghiera nell’afflizione con la promessa di azioni di grazia

LIV. Exaudi Deus orat ……………Preghiera motivata da un pericolo incombente

LV. Miserere mei ………………………………. Id. Id.

LVI. Miserere… quotiam ………………………. Id. Id.

LVIII. Eripe me …………………………………. Id. Id.

LIX. Deus repulisti nos…………………………. Id. pieno di fiducia

LX. Exaudi Deus depr…….…………. Preghiera per domandare a Dio dei nuovi favori

LXIV. Te decet …….…… Preghiera a Dio di affrettare la liberazione del suo popolo

LXVI. Deus misereatur…………….. Preghiera a Dio di spandere la luce di salvezza

LXIX. Deus in audjutorium …………………………. Il giusto invoca Dio a suo aiuto

LXX. In te Domine, speravi ………………………….. Preghiera a Dio di non essere abbandonato in vecchiaia

LXXIII. Ut quid Deus ………………..…… Preghiera del popolo durante una grande persecuzione

LXXVIII. Deus venerunt ………………… Preghiera del popolo durante una grande persecuzione

LXXIX. Qui regis Israel ……………………. Canto nel pianto delle tribù in cattività

LXXXII. Deus quis similis………………………. Contro la lega dei nemici d’Israele

LXXXIV. Benedixisti, Domine ……………Per chiedere una liberazione completa e la venuta del Messia promesso

LXXXV. Inclina Domine ……………………….. Preghiera del debole   nell’afflizione

LXXXVII. Domine Deus salutis ……………….………. Preghiera e pianto toccante

CXIX. Ad Dominum ………………………………………..… Preghiera dell’esiliato

CXX. Levavi oculos …………………………………..…… Preghiera piena di fiducia

CXXI. Lætatus sum ………………… Invocazioni per la prosperità di Gerusalemme

CXXII. Ad te levavi …………………………………………….Momento di preghiera

CXXXVI. Super flumina ………………….Per chiedere a Dio la fine della cattività

CXXXIX. Eripe me, Domine ………………………... Preghiera del debole oppresso

CXL. Domine clamavi ………………….Per domandare a Dio il riserbo nelle parole

CXLI. Voce mea …………………………Preghiera del giusto solo e senza soccorso

6^ CLASSE — Salmi morali

I. Beatus vir ………………………………….. felicità dei giusti, infelicità dei malvagi

IV. Cum invocarem …………………………………… Esortazione al servizio di Dio

X. In Domino confido ………………………………….……….. Sicurezza del giusto

XIII. Dixit insipiens …………………………… Perversità degli empi, loro punizione

XIV. Domine quis ……………………………………….. Carattere degli eletti di Dio

XXIII. Domini est terra……………………………………………. Id. Id.

XXXV. Dixit intustus ……………………..……… Malizia e corruzione dei malvagi opposta alla bontà di Dio

XXXVI. Noli æmulari ……. Quanto poco la prosperità dei malvagi è degna d’invidia

XL. Beatus qui intelligit. ………………… Felicità di quelli che compatiscono i mali degli afflitti

XLV. Deus noster refugium. …………………… Sicurezza inalterabile inspirata alla protezione di Dio

XLVIII. Audite hæc ………………… Impotenza delle ricchezze nell’ora della morte

LII. Dixit insipiens ……………………………………… Stesso soggetto del sal. XIII

LVII. Si vere utique ……………………………………. Giustizia vendicativa di Dio

LXI. Nonne Deo ……….…………. Fiducia in Dio solo in tutti i pericoli, motivi….

LXIII. Exaudi Deus ……………….. Delitto e punizione della calunnia e dell’intrigo

LXXII. Quam bonus ……………………………Ragioni della prosperità dei  Malvagi e delle avversità dei giusti

LXXIV. Confitebimur …………………I malvagi minacciati dalla vendetta divina

LXXVI. Voce mea …………………………..Consolazioni ricevute al servizio di Dio

LXXXI. Deum stetit in …………………… Dovere dei grandi e dei giudici riguardo alla condizione dei poveri

LXXXIX. Domine refugium …………………………..Miseria e brevità della vita umana

XC. Qui habitat in …………………………………… Esortazione alla fiducia in Dio

XCIII. Deus ultionem ………………….…….Vendetta divina annonciata ai malvagi

C. Misericordiam …………………… Il giusto nella vita privata e nella vita pubblica

CXI. Beatus vir qui ……………………………………………….. Felicità del giusto

CXVIII. Beati immacolati …………………… Felici effetti dell’amore della legge di Dio

CXXIV. Qui confidunt …………… Protezione di Dio su quelli che confidano in Lui

CXXVI. Nisi Dominus ædificat ………... Necessità e felici effetti del soccorso dal  cielo

CXXVII. Beati omnes ……………………..….. Benedizioni legate al servizio di Dio

CXXX. Domine non est exal. ………………………………..Umiltà e fiducia in Dio

CXXXII. Ecce quam bonum …………………………Dolcezza dell’unione fraterna

CXXXVIII. Domine probasti me ………..….Scienza infusa da Dio. Effetti di questa sapienza in rapporto agli uomini

CXLV. Lauda anima mea ………………………….Fiducia in Dio e non nell’uomo

7^ CLASSE. — Salmi storici.

LXVII. Exurgat Deus ….……… Canto di trionfo in occasione del trasporto dell’Arca

LXXVII. Attendite ………………………….. Bontà e giustizia di Dio sul suo popolo

LXXXVI. Fundamenta …………………………………….. Elogio di Gerusalemme

CIV. Confitemini… etc……………………. Benefici di cui Dio ha ricolmato il suo popolo

CV. Confitemini.. quotiamo ……….…………………….Id. Id.

CXIII. In exîtu Israël ………………………………………………Uscita dall’Egitto

CXXXV. Confitemini..quoniam …………… Condotta ammirabile della Provvidenza verso gli Israeliti

http://www.exsurgatdeus.org/2019/07/02/salmi-biblici-beatus-vir-qui-non-i/

LA CATENA D’ORO DEI SALMI: NOTE INTRODUTTIVE (3)

LA CATENA D’ORO DEI SALMI: NOTE INTRODUTTIVE (3)

La catena d’oro dei SALMI

o I SALMI TRADOTTI, ANALIZZATI, INTERPRETATI

E MEDITATI CON L’AIUTO DI SPIEGAZIONI E RELATIVE CONSIDERAZIONI, RICAVATE TESTUALMENTE DAI SANTI PADRI, DAGLI ORATORI E SCRITTORI CATTOLICI PIU’ RINOMATI.

Da M. l’Abbate J.-M. PÉRONNE,

CANONICO TITOLARE DELLA CHIESA “DE SOISSONS” , Professore emerito di sacra Scrittura e di Eloquenza sacra.

TOMO PRIMO.

Capitolo V

Difficoltà generali dei Salmi e regole generali e particolari per la perfetta comprensione dei Salmi

– Quali sono le principali cause delle difficoltà che si incontrano nei Salmi?

Il libro dei Salmi è uno dei nostri Libri santi più fecondi in difficoltà, che sono di ogni genere.

I lavori dei Santi Padri, le sapienti ricerche degli interpreti antichi e moderni ne hanno fatto indubbiamente superare un certo numero, ma ne restano ancora molte sulle quali ci si è ridotti a dare delle spiegazioni più o meno probabili. Far conoscere le cause di queste difficoltà, significa segnalare gli scogli contro i quali numerosi interpreti si sono infranti, ed indicare nello stesso tempo i mezzi per evitarli. Ora, tra le cause di oscurità, alcune sono comuni ai Salmi ed ai libri ispirati, le altre sono peculiari a questi inni sacri.

I. I Salmi hanno in comune con gli altri libri santi:

la profondità della parola di Dio. La profondità del senso che accompagna sempre la parola di Dio, e che lo spirito dell’uomo non può sempre penetrare; questa profondità che appartiene a tutti i Salmi, non è un segreto da chiedere al commentatore, ma la si ottiene per la pietà ed il fervore con i quali si meditano.

2° L’oggetto dei Salmi. Quest’oggetto è o profetico o storico. Nel primo caso, la profondità naturale della parola divina è ancora aumentata dal carattere della profezia, « lo spirito (profetico), penetrando tutto – dice San Paolo – ed anche ciò che è più nascosto nelle profondità di Dio, e svelando l’avvenire con delle aperture che si scoprono con un serio esame e mediante analogia.

– Se l’oggetto dei Salmi è storico, non lo si può intendere senza la conoscenza perfetta degli avvenimenti riportati. Ora, la storia santa non ci fa conoscere nulla – ad esempio – di tutte le circostanze della vita del Re-Profeta, ed ugualmente degli usi e dei costumi ai quali i Salmi fanno allusioni frequenti, ed anche delle espressioni proverbiali usate ai tempi di David; senza possedere queste conoscenze, un gran numero di passaggi sono difficili da comprendere.

II. Le cause di oscurità peculiari ai Salmi sono:

1° Il genere di composizione dell’ode sacra. – Il genere di composizione o, per parlare con Bossuet, « l’entusiasmo poetico, la sublimità dei sensi, la veemenza dei movimenti, la concisione dello stile e questi getti di luce, rapidi come lampi che abbagliano la vista comune; infine, questo tono particolare all’ode sacra che sfugge, si trasporta via, si slancia nelle regioni più elevate, passa bruscamente da una cosa all’altra senza indicare la sua marcia precipitosa. I nostri poeti quando fanno parlare il Signore, non si fanno remore nel prevenire il lettore con queste parole: “così parla il Signore”, il più delle volte con queste formule, non certo per rallentare la rapidità del loro corso, essi vogliono un’attenzione sostenuta capace da se stessa di gustare e sentire le cose » (Bossuet, Dissertaz.). – Questa soppressione frequente delle idee intermedie e delle legature, congiunta allo stilo poetico dei profeti e al carattere dell’ode sacra è causa frequente di oscurità, e non volendo gli interpreti
quasi mai sostituire qualcosa, possiamo immaginare quanto dovesse rimanere
nebuloso il testo che ha sostituito al testo ebraico delle poesie sacre. Ciononostante guardiamoci dal fare di questo peculiare carattere dei Salmi un pretesto per dispensarci dal penetrare in certe difficoltà che si vorrebbero rispettare come misteriose oscurità; guardiamoci soprattutto dall’alleggerire gratuitamente l’entusiasmo poetico credendo di incontrare un difetto di armonia nel contesto di un salmo. L’esame dettagliato che faremo di ogni singolo salmo e l’analisi logica che ne daremo, ci convinceranno che lo Spirito Santo ha saputo aggiungere all’entusiasmo poetico, un ordine molto rigoroso nelle idee, e che sono dovute alla temerarietà di certi spiriti le deviazioni della loro immaginazione che vorrebbero far passare come entusiasmo dello Spirito Santo.

2° Il genio della lingua ebraica. – Un altro elemento di difficoltà concerne la brevità della lingua ebraica. – « l’ebreo, l’arabo ed altri abitanti delle contrade ove il sole emette i suoi dardi brucianti – dice ancora Bossuet – esprimono il loro pensiero con il calore dei gesti e dei movimenti, più che con le parole soltanto, e con frequenti ellissi. Ecco pertanto nel libro di Giobbe e nei nostri Salmi l’oscurità che ne rende la lettura così imbarazzante, difetto che non deve essere messo in conto della lingua stessa, che essendo la più antica del mondo, e non essendo più parlata da oltre venti secoli, è divenuta di difficile comprensione, visto che sfugge ad una folla di sensi che l’uso abituale rendeva invece familiare, e visto che l’eccezione propria di un gran numero di termini che la compongono ed i significati dei particolari, così importanti nei discorsi, non sono più conosciuti con precisione, gettando nella frase dei momenti sconnessi ed imbarazzanti. La grande antichità di questa lingua originale non le permette di arricchirsi di nuovi perfezionamenti che illuminano e rendano lucidi gli idiomi moderni rispetto a quelli antichi » (Dissert. XXIII).

Aggiungiamo ancora le seguenti considerazioni:

1°) nessun dizionario disponibile fu fatto nei tempi in cui si parlava questa lingua;

2°) le nostre versioni più antiche sono state fatte in un epoca in cui l’ebraico era divenuta una lingua da sapienti;

3°) gli interpreti non sempre la comprendevano perfettamente;

4°) non esisteva che un solo libro in ebraico e di conseguenza i punti di comparazione e di analogie erano difficili da stabilire;

5°) il genio della lingua ebraica è tanto diverso da quello da lingue quali il greco ed il latino, per cui è divenuto impossibile ai traduttori rendere sempre il senso ugualmente intellegibile nel rendere poi scrupolosamente le espressioni del testo ebraico.

3° La difficoltà della distinzione dei sensi e dei versetti. – un’ultima causa di oscurità viene dalla difficoltà di ben distinguere, in un salmo, ciò che è letterale da ciò che è figurato, e cioè di determinare in un certo modo gli ambiti nei quali parla Dio, distinguendoli da quelli in cui parla il salmista, o gli ambiti in cui c’è dialogo.

ARTICOLO 1°

Regole generali comuni a tutti i Salmi.

Le regole che diamo qui si rapportano all’attitudine generale che occorre seguire per lo studio di ciascun salmo, per l’intelligenza del salmo sotto i suoi differenti rapporti, ciò che comprende la conoscenza dell’oggetto preciso del salmo, del suo insieme e dei suoi dettagli; la conoscenza del vero significato dei tempi dei verbi, degli ebraismi più frequenti nei salmi, delle principali locuzioni ambigue impiegate dalla Vulgata, e del soccorso che si può ricavare dal parallelismo per la perfetta comprensione dei Salmi.

-1. Regole relative alla conoscenza dell’oggetto e dell’insieme dei Salmi.

Occorre dunque innanzitutto, cercare di comprendere il vero soggetto del salmo che si voglia studiare, soggetto che si conosce ordinariamente dal titolo, dalla sua origine storica, dal suo autore, e meglio ancora dall’analisi del salmo. Una volta diretta l’attenzione sul vero argomento di un salmo, non è sufficiente spulciarlo, per così dire, laboriosamente, versetto per versetto; è l’insieme e lo spirito generale che occorre cogliere, e questo si ottiene coordinando le diverse parti tra di loro, e spiegandone le difficoltà che si incontrano piuttosto nell’insieme del salmo, più che dai principi di soluzione particolare per ogni versetto.

2° Regole relative al vero significato dei verbi.

« Nel testo ebraico della Bibbia – dice M. Bondil (Art. II, osservazioni importanti sui verbi) – si incontrano sovente dei futuri nel racconto di avvenimenti passati, e dei preteriti là dove sono annunciati avvenimenti futuri; a volte i preteriti ed i futuri sono mischiati ed impiegati, si direbbe, quasi a caso per esprimere tutte le differenze temporali. Gli antichi traduttori, pieni di un giusto rispetto per i testi originali, hanno riprodotto la lettera e le forme finché hanno potuto e spesso senza uno sguardo al contesto né al soggetto e senza tener conto del carattere particolare di questa lingua. Ne è risultato che dopo aver seguito esattamente la lettera, almeno in apparenza, essi hanno oscurato e mischiato il retto senso dei passaggi. Alcuni commentatori hanno voluto comunque spiegare certe versioni e dimostrarne dei sensi ragionevoli. Allora è scaturita una chiosa banale: che i profeti vedono le cose future come se fossero già passate, e che quindi essi possono annunciare con dei preteriti. Questa ragione non è da disprezzare, ma c’è una spiegazione più naturale e che si trae dal fondo stesso della lingua, e cioè che i tempi ed i modi in ebraico hanno un valore meno fisso e determinato che in una lingua europea. Due tempi, il passato ed il futuro, ed ancora una sola sorta di passato e futuro, un imperativo, due participi ed un infinito: ecco tutta la coniugazione dei verbi ebraici che del resto hanno più voci. »

Così per convincerci in ciò che occorre sapere su questa importante materia, il preterito ebraico equivale a tutti i nostri tempi passati e a tutto ciò che nella nostra grammatica si chiama imperfetto, perfetto e piuccheperfetto, sia all’indicativo che al congiuntivo; spesso esprime anche il presente ed il futuro. – Il futuro, d’altra parte, oltre al valore dei differenti futuri, esprime l’ottativo, il congiuntivo, l’imperativo, l’abitudine, la durata o la ripetizione frequente dell’azione espressa dal verbo, sia che si tratti di un’azione passata e compiuta, sia che l’azione duri ancora, in modo che la si possa rendere in italiano, sia con l’imperfetto, sia con il presente. – L’imperativo serve a comandare, a pregare, ad esortare, a permettere. – Il participio e l’infinito si prestano a tutti i tempi secondo le circostanze. Spesso si impiega quest’ultimo anche come sostantivo, e unito alle preposizioni, rimpiazza il gerundio latino.

Se ci si domanda come si possa intendere un tale sistema di coniugazione, noi rispondiamo che in ebraico, come in arabo, sono il senso della frase ed il contesto, e l’intenzione dell’autore, che faranno distinguere i tempi. Così, nei comandamenti e nelle preghiere, i futuri equivalgono agli imperativi o ottativi. I tempi che precedono, il cui significato è chiaro, aiutano così a fissare il vero significato di quelli che seguono, così come i luoghi paralleli e l’analogia della dottrina. Il grande principio, è che quando si tratti di avvenimenti avvenire, si deve cambiare ordinariamente il preterito in futuro; quando si tratta di avvenimenti passati, i futuri devono essere resi come dei preteriti, e quando l’autore sacro parla di cose presenti, i preteriti ed i futuri equivalgono a dei presenti. Il contesto e l’oggetto del salmo è sufficiente ad indicare questi cambiamenti. – occorre notare anche che la preposizione ebraica “vau”, tradotta ordinariamente con “e”, non è sempre semplicemente congiuntiva, ma spesso conversiva, vale a dire che, posta davanti ad un preterito, dà un valore di futuro, e viceversa.

Questi principi generali, essendo una conseguenza necessaria della natura della lingua ebraica, non possono essere ignorati dai “Settanta”, che ne hanno fatto un uso ampio, e la Vulgata li ha seguiti. Non è necessario darne delle prove, ma è necessario rettificare qualche omissione, rettificazione necessaria per ottenere il vero senso di certi passaggi.

Così i “settanta” avranno potuto sostituire, con più ragione che in altri distretti, nei passaggi seguenti: “Ecce enim veritatem dilectisti” (Ps. L)

-1° il presente al preterito: “Ecce enim veritatem dilexisti” (L);

Dilexi quoniam exaudiet Dominus” (CXIV); “Benediximus vobis de domo Domini” (CXIII); “Quomodo dilexi legem tuam Domine” (CXVIII); “Cognovi quia faciet Dominus judicium inopis” (CXXXIX).

-2° Il presente al futuro: “In lege ejus meditabitur die ac nocte” (Ps. I); “In labore hominum non sunt et cum ho minibus non flagellabuntur” (LXXII); “Mane sicut herba transeat, mane floreat et transeat” (LXXXIX); “Potabunt omnes bestiæ agri” (CIII); “Os habent et non loquentur” (CXIII); ed in una folla di altri passaggi.

-3° Il presente in participio: “Quoniam multi bellantes adversum me” (LV), etc.

-4° Il futuro all’ottativo ed al congiuntivo: “Conservantur peccatores in infernum” (IX); “Gladius eorum intret in corda ipsorum”(XXXVI).

-5° Il futuro all’imperativo: “Spera in Domino et fac bonitatem et inhabita terram et pasceris …. Declina a malo et fac bonum et inhabita in sæculum” (XXXVI); “Constitue super eum peccatorem” (CVIII); “Dominare in medio inimicorum” (CIX), etc.

-3° Regole relative agli ebraismi più notevoli della Vulgata.

È sufficiente far conoscere ciò che più frequentemente rappresentano.

1° La parte per il tutto, l’anima per l’individuo. Parlando di Giuseppe: “Ferrum pertransiit animam ejus”, il suo corpo, tutta la sua persona (CIV), ferro per spada, etc.

2° L’impiego di due verbi, di cui uno in aumentativo, o qualificativo, e l’altro da tradurre come un avverbio: “Abundavit ut averteret iram suam” (LXXXVII); come se fosse “abunde avertit”;

-“Conversi sunt et tentaverunt Deum” (ibid.); come : “rursum tentaverunt”;

-“Magnificavit facere cum illis” (CXXV); come: “Magnifica fecit, etc”.

3° La costruzione di più verbi con preposizioni da sopprimere per la perfetta comprensione del testo: : “Nos autem in nomine Domini Dei nostri invocabimus” per: “nomen Domini Dei nostri invocabimus (XIX); “Non intellexerunt in opera manuum ejus” (XXVII), per: non intellexerunt opera; .. “Replebimur in bonis” (LXIV); “Ad videndum in bonitate” (CV); “Operuit super congregationem” (CV).

4° Qualche volta, al contrario, il testo, e di conseguenza i “Settanta” e la “Vulgata”, omettono la preposizione, non solo nella composizione delle parole, ma nel corpo della frase: “Averte mala inimicis meis” (LIII), invece di :”ad versus inimicos meos.

5° Lebraico impiega il femminile per il neutro. Così: hæc me consolata est; hæc facta est mihi” (CXVIII); “Unam petii a Domino” (XXVI), stanno per : hoc, unum …

Cercheremo di far conoscere qualche altro ebraismo non meno importante, spiegando nella regola seguente, il significato di qualche termine ambiguo della Vulgata.

– 4° Regole relative alla spiegazione di qualche termine della Vulgata che frequentemente ricorre nei salmi. [per spiegazioni più ampie si consulti il “Lexicon liiblicum” di Writoimuer.]

Anima ha quattro significati particolari nei Salmi:

1) anima: “ad Te levavi animam meam” (XXIV); “Quemadmodum desiderat anima mea” (XLI);

2) Vita “Accipere animam meam consiliati sunt”(XXX); “Confundentur … querentes animam meam” (XXXIV).

3) Persona. “Multi dicunt animæ meæ per : me (III,3); “Quomodo dicitis animae meae” per: “dicits mihi” (X); qualche volta pure Anima è usata per “corpo” come abbiamo visto più in alto: “Ferrum pertransiit animam ejus;” “Non derelinquas animam meam in inferno”(XV).

4) desiderio, volontà. “Ne tradideris me in animas tribulantium me” (XXVL); “Non tradat eum in animam inimicorum ejus” (XL).

Confessio e confiteri” hanno due significati distinti: 1) il più frequente: rendere onore, rendere grazie, lodare, celebrare, significato che deriva da fare una confessione in onore di qualcuno: “in voce exultationis et confessionis” (XLI); “In inferno quis confitebitur tibi” (VI). .2) Talvolta confessare ciò che si è fatto: “Dixi confiteor adversum me injustitiam meam Domino”(XXXI).

Corrigere, Dirigere”, non hanno il senso ristretto della lingua latina; la parola ebraica alla quale corrispondono “Khoun” significa: preparare, raddrizzare, stabilire. Affermare, rendere stabile. È il senso che gli ha dato la Vulgata, dopo i Settanta, traducendolo spesso con “parare”, preparare (VII, 13; IX, 8; XX, 13; XXIII, 2) Constituere (CVI,36); fundare (VIII, 4); fabricari (LXXIII, 10); plasmare (CXVIII, 73); firmare (XCII). In quasi tutti i casi in cui questa parola è resa con “dirigere, corrigere”, bisogna dargli uno dei significati precedenti; raramente significa “rectum facere”: “Et statuit super petram pedes meos et direxit gressus meos” (XXXIX); “Apud Dominum grossus hominis dirigentur” (XXXVI); “ Vir linguosus non dirigetur in terra” (CXXXVIII); etc. “Corroxit orbem terræ qui non commovebitur.” (XCV) “Justitia et judicium correctio sedis ejus”(XCVI).

Ecclesia. Non c’è bisogno di ricordare, per l’uso della Scrittura, che questa parola non ha nei Salmi nessuno dei due sensi che gli diamo nel linguaggio ecclesiastico. Il vero significato è quello che i Settanta e la Vulgata hanno dato alla parola presente in diversi libri della santa Scrittura e talvolta nel Salmi: “Cœtus”, “multitudo populi”, “consilium”.

Exerceri, Exercitari”, nei Salmi, corrisponde a “schouk”, parlare col cuore o la bocca, e significa quasi sempre meditare, parlare, intrattenersi: “In adiventionibus tuis exercebor” (LXXVI); “in mandatis tuis exercebor (CXVIII e passim); “ Et meditatus sum nocte … et exercitabar” (LXXVI).

Exitus” significa tanto “uscita” :In exitu Israel de Aegypto” (CXIII), sia porte ed estremità: “Exitus matutini et vespere delectabis” (LXIV), sia liberazione: “Dominus exitus mortis”(LXVII), sia infine, sorgente, ruscelli: “Posuit … exitus aquarum in sitim et terram sine aqua in exitus aquarum”(CVI); “Exitus aquarum deduxerunt oculi mei” (CXVIII).

Exultare” nei Salmi, corrisponde a “ranan” avere crisi di gioia, di lode, di dolore, celebrare con canti; ha diversi significati, con un regime diretto o con un regime indiretto. Si vede da questo come sia stato facile ai “Settanta” e nella “vulgata”, farci grazia del loro “kekrapaileos” “crapulatus a vino”, e la parola ebraica mithonen significa letteralmente: cantante, esultante per il vino o per l’ebrezza (LXVII).

Facies a facie” significa sia “contro”: “Protege me a facie impiorum” (XII), sia “a causa”: “Non est sanitas in carne mea a facie iræ tuæ” (XXXVII), sia “davanti”: “Sicut fluit cera a facie ignis sic pereant peccatores a facie Dei”(LXVII).

Forsitan” si trova al salmo LIV: “Abscondissam me forsitan ab eo”, al salmo LXXX “Pro nihilo forsitan inimicos eorum humiliassem”, al CXXIII “forsitan aqua absorbuisset nos”, al CXXVIII “Forsitan tenebræ conculcabunt me”. Siccome si può essere sorpresi nell’incontrare questa locuzione dubitativa al salmo LXXX, ove è Dio che parla, è bene sapere che nel salmo LXXX l’ebraico non ha nulla che corrisponde a forsitan, non più che al salmo LIV. Nel salmo CXXIII l’ebraico porta “aza”, allora, e nel salmo CXXVIII ak, ma, certamente.

In” alle accezioni più ordinarie di questa preposizione, bisogna aggiungerne qualche altra che si incontra nei salmi, di cui le principali sono:

1) Con: “Servite Domino in timore et exultate ei cum tremore” (II); “Introibo in domum tuam in holocaustis” (LXV).

2) Dopo “In omnibus his peccaverunt adhuc” (LXXVII).

3) Durante: “Cantabo Domino in vita mea” (CIII), etc.

4) Per, a causa: “Ego aulem in moltitudine misericordiæ tuæ intrabo etc.” (V).”Preparans montes in virtute tua” (LXIV); “Delectasti me in factura tua” (XCI); “Laudate eum in virtutibus ejus”(CL);

-5) Per mezzo: “Deduxit eos in nube diei et tota nocte in illuminazione ignis” (LXXVII), etc.

-6 Per: Exurge Domine in præcepto quod mandasti” (VII); “Accepisti dona in hominibus” (LXVII).

-7) Su: “In tympano et psalterio psallite ei”(CXLIX).

Pauper”, nei salmi, corrisponde alla parola ebraica “anah”, che significa povero, ma più spesso afflitto, oppresso, umile. Sarebbe dunque mal tradurre dandogli il significato di indigente, anche nei punti in cui la “Vulgata” lo traduce con mendicus, egenus, inops.

Puer” significa quasi dappertutto “servitore”. In quasi tutti i casi in cui si trova la parola ebraica “obed”, servitore, la Vulgata traduce con “servus”.

Quia, Quoniam”, l’ebraico “Khi”, perché, poiché, allorché, ché, etc. Queste due particelle sono lungi dall’essere sempre causativo, come in latino o in francese. In diversi casi la “Vulgata” ha reso a ragione la particella ebraica con: – “enim”, XXIV,11; XLIII,4; etc. – quod (CXXXIV,5); – propter quod (CXV, 10); – quem (XXI,32); – quæ (LXXXIX,4); – sed (XLIII,4); -(CXVII,17). Ma in molti altri casi ha tradotto questa particella con “quia”, “quoniam”, in modo da lasciare il senso di “perché”. Spesso occorre dare il senso di “che”: “Cognovi quia faciet Dominus judicium inopis, etc.;” – “vacate et videte quotiamo ego sum Deus” (XLV). Talvolta il senso di “propterea”: “Quoniam cogitatio hominis confitebitur tibi” (LXXV); “Posuisti iniquitates quotiamo omnes dies nostri defecerunt” (LXXXIX); atre volte occorre dare a quia o quoniam il senso di “cum” o “quamvis”. Questo versetto inintellegibile letteralmente: “Et omnes vias meas proevedisti quia non est sermo in lingua mea” (CXXXVIII) si spiega facilmente in questo modo, dice Bossuet: “Tu quidem Deus, omnes cogitationes meas prospexisti, cum ne verbum quidem proferens ullum.” Ugualmente in questo altro passaggio: “Quoniam videbo cœlos tuos” (VIII). – nel salmo LXXVI,12, quia deve tradursi con quin e serve da transizione. – Infine nel salmo CXVII,12, quia è una semplice particella esplicativa: “Et in nomine Domini quia ultus sum in eos”.

Reverentia” ha quasi sempre il senso di “ignominia”, “confusio”, “opprobrium”, “rubor”, che traducono la stessa parola ebraica.

Salutare Dei” dice Bossuet, deve intendersi costantemente “pro salute quæ a Deo sit”.

Santificatio”, significa:

-1) Santità, cosa santa, consacrata a Dio: “Induxit eos in montem sanctificationis suæ” (LXXVII); “Confitemini memoriæ sanctificationis ejus” (XCVI); “Facta est Judæa sanctificatio ejus” (CXIII);

-2) Santuario: “Confessio et pulchritudo in conspectu ejus, santimonia et magnificentia in sanctificatione ejus” (XCV, 6);

-3) Forza: « Surge… tu et arca sanctificationis tuæ » (CXXX,8), ebraico “oz”, forza.

-4) Diadema, corona: “Super ipsum autem efflorebit sanctificatio mea” (ibidem 18); ebraico nizero, corona. Bisogna intendere allo stesso modo la parola “sanctuarium” in questo versetto: “Profanasti in terra sanctuarium ejus” (LCCCVIII);

Sanctus”

-1) corrisponde ad una parola ebraica Kasid, che significa misericordioso, pio, benefattore ed anche che è l’oggetto della bontà e della misericordia di Dio. Si trova utilizzato una ventina di volte con questo significato. Così, per citare qualche esempio, quando il salmista dice (LXXXV): “Custodi animam meam quoniam sanctus sum”, come se dicesse probus, o benignus, o beneficus, o misericors, o studiosus boni bene faciendi sum. È il contesto che ne determina il significato migliore.

-2) Sanctus risponde alla parola ebraica, “kadosch” che significa:

-1) essenzialmente puro, spesso perfetto, parlando di Dio: “Sanctum Israel exacerbaverunt (LXXVII); .

-2) degno di grandissima venerazione, parlando del suo nome: “confiteantur nomini tuo magno quotiamo terribile et sanctum est” (XCVIII);

-3) che vive secondo le leggi di Dio; parlando degli uomini, “Sanctis qui sunt in terra ejus mirificavit omnes voluntates meas in eis” (XV);

-4) che è consacrato a Dio, parlando dei luoghi e delle cose: “Sanctum est templum tuum, mirabile in aequitate” (LXIV).

Spiritus” significa:

-1) vento: “Spiritus procellarum pars calicis eorum” (X); “in spiritu vehementi conteres naves Tharsis” (LXIV);

-2) soffio: “Ab increpatione tua Domine, ab inspiratione spiritus iræ tueæ”(XVII); “Recordatus est quia caro sunt, spiritus vadens et non rediens”(LXXVII);

-3) anima: “In manus tuas commendo spiritum meum”(XXX); “nec es in spiritus ejus dolus”(LXXVII);

-4) Spirito: “Cor mundum crea in me Deus, et spiritum rectum”, come nei versetti seguenti (L): “Meditatus sum nocte cum corde meo … et scopebam spiritum meum” (LXXVIII). In quasi tutti questi passaggi, questo senso è determinato dall’opposizione tra “cor” e “spiritus”, eccetto quando si tratti dello Spirito di Dio: “ Spiritus tuus bonus deducet me in terram rectam” (CXLII). In tutti gli altri casi, la parola ebraica tradotta qui da “spiritus” è tradotta con “ventus”.

Synagoga” corrisponde alla parola ebraica “edah”, assemblea.

Vas” significa:

-1) vaso: “Tamquam vas finguli confringos eos” (II);

-2) strumento: “Confitebor tibi in vasis psalmi” (LXX);

-3) tiro, freccia: “Arcum suum tetendit … et in eo paravit vasa mortis”(VII).

Verbum”, oltre al significato di “eloquium sermo, res, negotium”, è usato frequentemente come aumentativo: “verba iniquo rum”, per “iniquitates”; – “verba delictorum” o “verba rugitus”, per delitto o ruggito; – “verba malitium o malum.

Virtus” corrisponde a:

-1) potenza: “Præparans montes in virtute tua” (LXIV);

-2) forza: “Aruit tamquam testa virtus mea” (XXI);

-3) fortia o cose forti: “In Deo faciemus virtutem” (LIX);

-4) ricchezze: “Qui confidunt in virtute sua et in moltitudine divitiarum sua rum gloriantur” (XLVIII);

-5) armata: “Et escussi Pharaonem et virtutem ejus in mari rubro” (CXXX);

-6) bastione: “Narrate in turribus ejus … Ponite corda vestra in virtute ejus” (XLVII); “Fiat pax in virtute tua, etc,” (CXXI).

Qui al contrario di ciò che abbiamo visto, l’ebraico è più vario del greco e del latino, ed offre sei parole tradotte spesso con “virtus”, benché siano talvolta tradotte con una delle parole precedenti. Si sa che questa locuzione, frequente nei Salmi: “Dominus Deus virtutum”, equivale a “Dominus Deus exercitum”.

In questa nomenclatura abbiamo inserito le parole il cui significato è più frequentemente equivoco.

-5° Regole relative ai soccorsi che si possono trarre dal parallelismo per la perfetta intelligenza dei Salmi.

Il parallelismo delle parti di uno stesso versetto può, in molti casi, essere di grande aiuto, sia per fissare il senso dei termini e dei passaggi oscuri od equivoci, sia per scegliere tra le versioni o lezioni diverse. Come in precedenza mostreremo qualche esempio chiarificatore.

-1) così in virtù del parallelismo: “infernus” deve avere un senso analogo a “mors” in: “Dolores inferni circumdederunt me. Preoccupaverunt me laquei mortis” (XVII), così come al salmo CXIV, 3. E al contrario la stessa parola ha il senso di tomba in: “Domine eduxisti ab inferno animam meam, Salvasti me a descendentibus in lacum” (XXIX).”In idipsum” è determinato nel senso di simul, una per mecum.Magnificate Dominum mecum, et exaltemus nomen ejus in idipsum” (XXXIII).

pulchritudo agri” deve intendersi per gli animali che popolano i campi, in: “Cognovi omnia volatilia cœli. Et pulchritudo agri mecum est” (XLIX). “Vellus” sta per tonsam herba in “Descendet sicut pluvia in vellus. Et sicut stillicidia super terram” (LXXII).

-2) col parallelismo si vede ugualmente che il senso dell’ebraico sia preferibile nei passaggi seguenti, come in molti altri:

Ebraico -Vulgata                                           

(Ebraico) Mollius est butyro os eorum, sed bella gerit cor eorum.

(Vulgata) Divisi sunt ab ira vultus ejus, et appropinquavit cor illius.

.           .

(Ebraico) Leniora verba illorum oleo, sed ipsa gladii districti.

(Vulgata) Molliti sunt sermones ejus super oleum, et ipsi sunt jacula (LIX).

(Ebraico) Horripilant præ timore tuo caro mea, Et a judiciis tuis timui.

(Vulgata) Confige timore tuo carnes meas, Ajudiciis enim tuis timui (CXVIII).

-3) il parallelismo esige ancora che si legga “Fructus” al nominativo e non al genitivo in: “Ecce hæreditas Domini, filii, Merces, fructus ventris” (CXXVI).

Regole particolari seguendo la natura dei Salmi.

§ I. Regole per i Salmi profetici

-I^ regola – Per determinare se il senso letterale di un salmo si rapporti a Gesù Cristo o alla sua Chiesa, bisogna studiare tutti i caratteri del personaggio in questione, ed in seguito non solo se essi convengano a Gesù Cristo ma, se pur in un certo numero, se essi non convengano che solo a Lui. In quest’ultimo caso, l’armonia del testo intero esige, secondo il parere di quasi tutti gli interpreti, che le parti del salmo si rapportino letteralmente a Gesù-Cristo o alla sua Chiesa, benché possano convenire assolutamente, per qualche rapporto, ad un altro personaggio. Allora si avranno, se si vuole, due sensi letterali per una parte del salmo, ed un solo senso letterale per i punti che non convengano che a Gesù-Cristo.

-2^ regola – Se ci sono dei caratteri che si applicano letteralmente e direttamente a David e che, secondo la storia, sono stati con evidenza compiuti nella sua persona, e che ci siano pure altri punti di maggior grandezza, più magnifici, e che gli convengono meno perfettamente, si può concludere che il salmo, applicabile nel senso letterale a Davide, debba applicarsi nel senso spirituale a Gesù-Cristo anche per le parti che convengono propriamente e letteralmente a Davide, figura di Gesù-Cristo.

È in tal senso che gli Apostoli hanno applicato a Gesù-Cristo e alla sua Chiesa certi passaggi applicabili nel senso letterale a David o agli avvenimenti del suo tempo. Gli interpreti, in virtù del rapporto di analogia, intendono anche l’uso di questo senso spirituale ai Salmi il cui oggetto non esiga affatto questa applicazione al Messia.

§ II. — Regole per i Salmi storici

Questi Salmi si riferiscono o a fatti passati o ad avvenimenti presenti della vita o dei tempi di Davide.

– 1^ regole per i fatti passati.

Una conoscenza esatta dei libri storici può solo gettar luce sulla recita poetica e concisa che i Salmi fanno di questi avvenimenti ai quali essi si contentano anche talvolta di fare semplicemente allusione come vedremo a suo tempo.

-2^ regola per gli avvenimenti della vita o dei tempi di Davide.

Oltre al nome dell’autore, o l’origine storica del salmo racchiuso nell’iscrizione, ci sono altri caratteri che indicano chiaramente che certi salmi hanno per oggetto gli avvenimenti della vita di Davide. Le sue persecuzioni, le sue guerre, il furore dei suoi nemici, i pericoli che ha corso, i ricordi frequenti del suo peccato, del suo perdono, il suo amore per Dio, la sua fiducia in Dio, di cui rinnova spesso la sua rassicurazione, i suoi sospiri davanti al Tabernacolo e all’arca santa della quale descrive il trasporto, sono tante caratteristiche che, secondo la maggioranza dei Padri e degli interpreti, debbano farci prendere la storia di Davide come la vera chiave di interpretazione di questi Salmi.

§ III. — Regole per i Salmi morali e didattici

-1^ regola – non bisogna cercare nei Salmi una morale assolutamente perfetta come quella del Vangelo. Dio ha rivelato la sua dottrina per gradi, Egli ha comunicato “con misura”, le sue luci  agli uomini della rivelazione mosaica, e ne ha riservato la pienezza alla nuova Legge del Vangelo.

-2^ regola – Alcune delle sentenze racchiuse nei Salmi possono essere vere sotto la legge antica, la cui osservanza era ricompensata con delle felicità temporali, e non avere più lo stesso carattere di verità sotto la Legge nuova, che riconosce una diversa sanzione, di cui la prima è solo una figurazione. La sanzione temporale della legge di Mosè riguardava senza dubbio principalmente il corpo della nazione; ma spesso Davide si riferiva agli individui, cosa ben lungi dall’essere vero sotto il regno del Vangelo.

-3^ regola.– Nelle sentenze enunciate nei Salmi sapienziali, non bisogna esigere che esse siano vere per tutti i casi, ma solamente per i casi più ordinari e sicuramente per quelli di cui parla il salmista. Qui come altrove, l’universalità morale è sufficiente, e non è necessaria una universalità metafisica. Accade anche che alcune non siano vere che per Davide e possano essere limitate alla sua esperienza individuale: “Non vidi justum derelictum, nec semen ejus quærens panem.”

http://www.exsurgatdeus.org/2020/07/13/la-catena-doro-dei-salmi-note-introduttive-4/

LA CATENA D’ORO DEI SALMI: NOTE INTRODUTTIVE (2)

LA CATENA D’ORO DEI SALMI: NOTE INTRODUTTIVE (2)

La catena d’oro dei SALMI

o I SALMI TRADOTTI, ANALIZZATI, INTERPRETATI E MEDITATI CON L’AIUTO DI SPIEGAZIONI E RELATIVE CONSIDERAZIONI, RICAVATE TESTUALMENTE DAI SANTI PADRI, DAGLI ORATORI E SCRITTORI CATTOLICI PIU’ RINOMATI.

Da M. l’Abbate J.-M. PÉRONNE,

CANONICO TITOLARE DELLA CHIESA “DE SOISSONS” , Professore emerito di sacra Scrittura e di Eloquenza sacra.

TOMO PRIMO.

Capitolo III.

I. TITOLI DEI SALMI

-I- Sembra assai inutile, a prima vista, occuparsi in dettaglio di questa parte dei Salmi, in apparenza così poco certa nella sua autenticità ed oscura nel suo significato. Supponiamo comunque che l’autenticità ed il significato della maggior parte di questi titoli possa essere sufficientemente provata per conoscere immediatamente gli autori e gli argomenti dei Salmi, giustificando così questo capitolo. Ora la maggior parte dei santi Dottori hanno sempre rispettato i titoli dei Salmi e li hanno considerati molto importanti per acquisire la conoscenza dell’oggetto dei Salmi, dello scrittore e della sua intenzione. San Girolamo li definisce la chiave dei Salmi (quid est titolus nisi clavis?(pæf. Comm. Psal.). second Sant’Agostino essi ne sono come l’annunzio: Præco psalmi est titulus psalmi. È dal titolo – dice il santo Dottore – che dipende tutto il contesto del salmo. Colui che conosce ciò che è scritto sul frontespizio di una casa, può entrarvi senza nulla temere, e quando sarà entrato non si smarrirà perché ha visto già dall’entrata cosa occorre fare per non smarrirsi al suo interno. (Ps. LIII e passim). S. Crisostomo insegna espressamente che i titoli dei Salmi sono stati dettati dallo Spirito Santo, e li compara alle statue che i re elevano a coloro che hanno ottenuto le vittorie (in tert. Psalm.). vediamo quindi cosa pensare di questa questione i cui risultati possono essere preziosi per la perfetta intelligenza dei Salmi. Le risorse della critica moderna ci danno il diritto di essere più severi degli antichi, sull’autenticità ed il significato dei titoli dei Salmi, ma non di disdegnarli con il pretesto che qualche titolo sia evidentemente sopraggiunto o intellegibile (si veda il sommario di P. Bethier sul salmo III).

II. — AUTENTICITA’ DEI TITOLI.

Le regole di una sana espressione critica ci consigliano qui di tenerci lontano dalle due opinioni estreme sull’autenticità dei titoli dei Salmi; l’una pretende che tutti i titoli siano autentici nel tenore stesso della loro espressione, senza eccettuare anche i titoli particolari che si trovano nei “Settanta”, la Vulgata e la versione siriaca; l’altra rigetta tutti i titoli senza eccezione e sostiene che essi non sono che aggiunte fatte in tempi posteriori. L’unica opinione che abbia una fondata ragione è quella che ammette, in principio, tutti i titoli che si trovano sia nel testo ebraico che nei “Settanta”. Questa opinione ha dalla sua parte: 1°- L’autorità della sinagoga e della Chiesa cristiana, sebbene la Chiesa cristiana non li ritenga come facenti parte dei salmi; 2°- L’autorità dei Padri greci e latini che hanno rispettato questi titoli come autentici; 3°- L’autorità del Bossuet che dopo aver citato su questo punto il Teodoreto aggiunge: « tali espressioni testimoniano molto bene quanto sia venerabile tutto ciò che questi antichi interpreti abbiano tradotto dall’ebraico e che non c’è meno autorità nei titoli rispetto ai salmi stessi. È potuto succedere che qualche copista zelante abbia trasportato qualche nota ai margini nel corpo dell’opera, ma questo non nuoce alla questione del titolo. Nessuno tra gli antichi Dottori ha mai posto un problema di autorità in quello che si trovava nei libri originali ». (Diss. c. VIII P XXIII.).

4°- La vetustà di questi titoli, vetustà fondata sia sull’accordo generale dell’ebraico con i “Settanta”, sia sul modo inesatto in cui l’hanno tradotto talvolta i “Settanta”, poiché questa tradizione inesatta prova che i Settanta” non comprendevano questi titoli e che di conseguenza essi erano ben più antichi di loro.

Ciononostante, queste autorità e queste ragioni così forti non sono sufficienti a dimostrare che si debbano ammettere come autentici, senza eccezioni e nel tenore rigoroso della loro espressione, tutti i titoli che si trovano nei testi ebraici e nei “Settanta”. In effetti la Chiesa non ha mai definito l’autenticità dei titoli, perché il Concilio di Trento, che ha dichiarato canonici tutti i libri contenuti nel canone, mette nel suo decreto un correttivo: “Tali come si leggono nella Chiesa”. Ora la Chiesa non legge né canta i titoli dei Salmi. Pertanto se il decreto comprendeva i titoli, occorreva dire che esso comprendeva tutti quelli della Vulgata, di cui molti non si leggono più in ebraico e portano il marchio dei tempi posteriori. Ora possiamo dire che i motivi che hanno determinato il Santo Concilio di Trento a dichiarare la Vulgata autentica, senza far menzione dei titoli che non ha preteso né approvare né rigettare assolutamente, sono apparentemente da un lato la certezza o almeno la grande probabilità che nei Salmi esistano dei titoli canonici, e dall’altro canto, l’impossibilità di distinguerli sempre dagli apocrifi.

Così la Chiesa ha lasciato una grande libertà di omettere, di cambiare questi titoli o di introdurne di nuovi o variati dalle antiche versioni. 2°- i Padri della Chiesa non ammettono tutti questi titoli senza eccezioni. Sant’Agostino, S. Ilario ritengono che alcuni titoli che si leggono sia nel testo ebraico che nei “Settanta” e nella Vulgata siano contrari all’oggetto letterale del salmo (S. Ilario Ps. LIX, LXIII – S. Agos. Ps. LXIX, LXXXIX). Essi cercano di spiegarli nel senso spirituale, ma senza essere soddisfacenti. 3°- Abili teologi non hanno difficoltà a rigettarne un gran numero. 4°- Dal punto di vista di una sana critica, è molto difficile sostenere che tutti i titoli ebraici nella forma in cui li leggiamo siano l’opera di autori sacri e questo per le seguenti ragioni:

a) ci sono dei titoli che attribuiscono alcuni salmi ad autori che difficilmente possono averli composti, visto che le circostanze storiche del salmo, lo stile che vi domina, indicano un’epoca posteriore rispetto ai supposti autori.

b) Alcune di queste iscrizioni comprendono titoli onorifici che gli autori non hanno potuto attribuirsi verosimilmente da se stessi (Moyses vir Dei; David servus Jehova).

c) Le parole che sembrano designare i diversi generi di poesia lirica, si trovano applicati a dei salmi ai quali non convengono, e talvolta associati nello stesso salmo che porta quindi due titoli diversi.

d) Vi sono titoli tanto caricati di parole che è chiaro come queste addizioni siano state imposte da aggiunte estranee. (Ps. LXXXVII.). e) Non è verosimile che le parti delle iscrizioni concernenti gli strumenti, risalgano tutte ai tempi della composizione del cantico sacro. Vari Salmi possono essere stati composti prima di essere adattati all’uso del tempio, epoca nella quale ha dovuto essere prescritta la designazione degli strumenti. È ciò che sembrano provare i Salmi XIII e LII che non differiscono affatto se non nell’iscrizione.

Sono queste le ragioni principali che ci conducono a non ammettere tutti i titoli del testo ebraico riprodotto nei “Settanta” se non quando questi titoli non siano opposti né all’argomento del Salmo, né alla persona alla quale il titolo l’attribuisca, né alle circostanze storiche enunciate dal salmo, e che non portino il marchio di una qualsiasi sovrapposizione di tempi posteriori.

III. — SIGNIFICATO DEI TITOLI

Sarebbe troppo lungo e fastidioso riportare tutte le spiegazioni sia letterarie che spirituali che i Padri, gli interpreti ed i rabbini hanno dato ai titoli dei Salmi. Diverse sono ridicole e sono veri mostri di interpretazione. Un gran numero sono completamente mancanti di prove e di verosimiglianza. In una materia così oscura e controversa, ecco che ci sembra più soddisfacente per spiriti che, senza essere curiosi all’accesso, vogliono comunque avere una visione molto chiara delle iscrizioni poste all’inizio dei Salmi. Tutti i titoli dei Salmi possono ridursi a nove capi ed in generale si può dire che sono l’espressione o dell’autore del salmo, o il soggetto di cui tratta, o l’occasione del salmo, o il tempo della sua composizione o la determinazione che ne viene fatta per certi usi, o il maestro del canto, il prefetto della musica, il capo del coro dal quale deve essere eseguito o gli strumenti particolari di musica, a corde o a fiato che devono accompagnare il canto o l’aria del salmo o il genere di poesia al quale appartiene il salmo.

#1- Come si può giungere a trovare il vero significato dei titoli?

Tutte le difficoltà vengono da: 1) dal valore delle preposizioni ebraiche che precedono le parole; 2) dal vero senso delle stesse parole; ecco qualche principio che estrapoliamo dalle osservazioni sugli autori ed i titoli dei Salmi dell’abate Bondit (Tit. des Ps.,t.1). Questi principi ci dispenseranno dal tornare, nella spiegazione deiSalmi, sul significato dei titoli particolari.

#Proposizioni: 1° la particella che designa in ebraico il genitivo, quando è messa davanti al nome proprio, designa sempre l’autore del salmo. Così, psalmus Davidis o semplicemente Davidis, psalmus David, nella Vulgata, o anche ipsi Davidi, indicano sempre che David è l’autore del salmo. 2° La particella che indica il dativo (che è la stessa per il genitivo, e le altre parti del testo la designano come dativo), messa davanti al nome proprio, indica colui al quale è stata affidata l’esecuzione del salmo (Pæcentori), o il gruppo musicale che deve eseguirlo (Filiis Core), l’oggetto del salmo (Salomoni, ps. LXXII, tradotto secondo l’ebraico). 3° Le particelle in e ad (be ed esh)designano sempre gli strumenti musicali sui quali il salmo debba essere eseguito. Si può dire la stessa cosa della particella super (al). Quest’ultima particella si antepone alle aree sulle quali il salmo deve essere cantato.

# Significato delle parole: i nomi propri degli autori che devono eseguire il salmo, non offrono alcuna difficoltà. Diamo, in poche parole, il significato probabile di certe espressioni più oscure:

-1) Abbiamo detto ciò che significa la parola psalmus che si trova in 75 titoli, canticum, psalmus cantici (Ps. XXIX, LXVI, LVII, LXXXVI, XCI) canticum psalmi (Ps. XLVII, LXV, LXXII, LXXXVII, CVII).

-2) la parola ebraica Lamnatseak che si trova nei titoli di 54 Salmi, è stata tradotta con eis telos dai “Settanta” e con in finem nella Vulgata. Se si adotta questa traduzione basata su un gran numero di autori, questo titolo significherà che questi salmi devono essere cantati molto frequentemente in tutta la posterità, o che essi contengono delle verità che sussisteranno sempre, o ancora che nella sinagoga erano cantati alla fine del sabbat e degli altri sei giorni di festa; o infine che questi Salmi annunziano la fine dei tempi, e cioè il regno del Messia. Ma, senza criticare i Settanta e la Vulgata per essersi fermati al significato: in finem, noi crediamo, con gli interpreti moderni, che questo senso non convenga né all’etimologia della radice Natsah, che significa in particolare: distinguersi, precedere, vincere, superare; né all’oggetto dei Salmi in cui si trova questa espressione. Di conseguenza noi traduciamo questa parola, con S. Girolamo, con: Victori, Præcentori, præposito cantorum, che significa che questi Salmi devono essere inviati al cantore più abile, o al maestro del coro, a colui che dirige il canto, significato, questo, conforme al contesto, riferendosi a questioni musico-strumentali, ed alla composizione della maggior parte di questi canti che iniziano con parole che il corifeo recitava da solo invitando il popolo ed i cantori ad unirsi a lui.

-3) Canticum graduum, in ebraico scir hammaaloth, nella Vulgata è una espressione comune a 15 Salmi dal CIX al CXIII. Qualche rabbino, seguito da un gran numero di commentatori, hanno preteso di dover tradurre “cantico di elevazione o delle salite”, perché questi 15 Salmi si cantavano in tono molto alto, opinione che trae qualche probabilità dal fatto che nei Paralipomeni, cap. XX-19, i leviti cantavano le lodi del Signore “voce magna in excelsum”. Senza parlare di altre interpretazioni arbitrarie che si possono catalogare come vane e frivole congetture, noi crediamo con la maggioranza che si possa tradurre cantico dei gradi o delle salite, che significao che questi Salmi fossero cantati nelle tre grandi feste dell’anno, a Pasqua, a Pentecoste, nella festa dei Tabernacoli, perché allora, in tutte le contrade della Terra Santa, si andava o, secondo lo stile della Scrittura, si saliva a Gerusalemme; o i leviti cantavano questi Salmi sui gradini del tempio; o infine, secondo una opinione generalmente molto accettata, che questi canti fossero eseguiti sulla fine della cattività, quando i Giudei avevano la speranza di un prossimo ritorno, o anche nell’epoca in cui si misero in marcia per tornare a Gerusalemme. Il contenuto di alcuni di questi Salmi merita l’appoggio di quest’ultima opinione. Questi Salmi graduali sono salmi di gioia, di riconoscenza e di dolore.

-4) Intellectus, ad intellectum et intelligentiae della Vulgata, in ebraico Maskil, si trova nei titoli di 13 Salmi: XXXI, XLI, XLIII, LI, LII, LIII, LIV, LXXIII, LXXVII, LXXXVII, LXXXVIII, CXLI. Queste espressioni ed altre simili si ritrovano tutte nei Salmi istruttivi. « Questo titolo – dice Bossuet – ci invita ad elevare il nostro spirito e cercare nel salmo qualche verità importante per modificare i nostri comportamenti ». Si è sottolineato – dice il P. Berthier – che i Salmi che trattano di prove, persecuzioni, in una parola sono oggetto di tristezza, portano il titolo di Intellectus, come per far capire che bisogna leggerli e cantarli in vista di imparare a sopportare le traversie, a rivolgersi a Dio per invocarne il soccorso (Ps. LIV). Il termine letama, ad docendum, o, secondo i “Settanta”, “eis diaken” in doctrinam, che si legge nel titolo del Salmo LIV, può servire a fissare il senso della parola maskil.

-5) Bineghinoth è tradotto in tre modi nella Vulgata, cioè nei Salmi IV, VI, LIII, LIV con in carminibus; nei Salmi LX, LXVI con in hymnis; nel Salmo LXXV con in laudibus. La radice nagan significa suonare uno strumento a corde, il derivato può significare l’azione di suonare uno strumento a corde, o il suono che ne deriva, o ciò che si canta su questo strumento, o lo strumento stesso o ciò che si suona. Così questa iscrizione: Lamnatseak beneghinoth può tradursi con: a colui che canta degli inni su strumenti a corde, o al maestro della musica sui suonatori di strumenti.

-6) Sei Salmi, XVI, LVI, LVII, LVIII, LIX, LX, portano come titolo ebraico la parola “michtam” dorato, o di oro molto puro, sempre congiunto con il nome di David. Letteralmente in ebraico è come se si dicesse: Aureum carmen, senso che i Settanta rendono con “etelegraphia”, iscrizione su una colonna, e gli autori della Vulgata con “Tituli inscriptio ipsi David”, o: “in tituli inscriptionem” , cioè Salmo degno di essere inciso in perpetuosu un ceppo, una colonna o, secondo Bossuet, “Psalmus monumento æterno inculpendus”, senso che non contraddice affatto l’ebraico. Tuttavia noi preferiamo la spiegazione che lascia alla parola mitchtam il suo significato proprio senza costringerci a ricorre ad un senso figurato, che è la risorsa di vari interpreti, e preferiamo tradurre questo titolo con “Salmo dorato”, così chiamato sia perché questo salmo veniva scritto con lettere d’oro, sia per la stima che se ne aveva. È così che gli arabi, molto tempo prima di Maometto, sospendevano alla volta del tempio della Mecca dei poemi scritti sui papiri egiziani a caratteri d’oro. Ora si conosce la grande analogia che esisteva tra gli usi degli antichi arabi e quelli dei Giudei. Ciò che riferisce Burdor dei costumi degli scrittori orientali conferma questo significato. « Secondo d’Herbelot – scrive questo autore nel tomo I dei suoi “Costumi orientali” – le opere dei sette migliori poeti arabi erano chiamate almodhaebat, che significa “dorate”, perché erano scritte a lettere d’oro, su un papiro egiziano. I sei Salmi che sono così distinti, non potrebbero aver ricevuto questo nome perché in qualche occasione non siano stati scritti a caratteri d’oro o appesi nel santuario? Un tal titolo sarebbe di gusto orientale, e d’Herbelt parla di un libro intitolato il “braccialetto d’oro” ». In Oriente si continua a scrivere con lettere d’oro (Maillet, Lettre XIII, 189). Jahn ci fa sapere nella sua “Archeologia biblica” che gli orientali davano spesso ai loro libri dei titoli allegorici come Bocciolo di rose, giardino di anemoni, leone della foresta, stella brillante. Questo uso è arrivato fino a noi e vari libri antichi che comprendono varie preghiere si chiamano “Specchio dell’animo”, “chiave del cielo”, “giardino dell’anima cristiana”. Questi titoli ci fanno risalire ai costumi antichi dell’Oriente che possono quindi servire a spiegare il titolo oscuro di qualche Salmo.

-7) Quattro Salmi (XLIV, LIV, LXIII, LXXXIX) hanno nel loro titolo, secondo la Vulgata, l’espressione: “pro iis qui commulabuntur”, tradotta dall’ebraico “al schosckannim, cioè, secondo gli interpreti “coloro che saranno mutati da gentili in credenti”. Si poteva dire più letteralmente con il P. Berthier “pro iis qui variantes sunt”, o con Bellenger “pro iis qui diversis alternantibus cœchoris canunt”. Questo primo senso è fondato sulla presunta etimologia della parola ebraica “schoschannin” che può venire da chana, mutari, variari, ma questa parola può derivare anche verosimilmente da schouschan, lys, o da schesch, “sei” e significare o uno strumento a sei corde o pro lilli (S. Girolamo), che sarebbe quindi uno dei titoli allegorici di cui sopra. I Salmi LIX e LXVIII, a motivo della forma di questa parola ebraica, non sono suscettibili del senso dei Settanta e della Vulgata “pro iis qui commutabuntur” e devono ricevere uno dei due ultimi significati.

-8) Il titolo ne disperdas” o “ne corrumpas” si trova in capo ai Salmi LVI, LVII, LVIII, LXIV; è tradotto letteralmente dall’ebraico thaschket. La maggior parte considera questa parola come una preghiera che fa il salmista: “non mi stermina”; altri lo considerano un avviso dell’autore: « guardatevi dall’alterare questo cantico! » noi crediamo che più probabilmente queste parole indichino che il Salmo debba essere cantato sull’aria “non mi stermina”.

-9) “Pro torcularibus”, “per i torchi”, si trova all’inizio dei Salmi VIII, LXXX, e LXXXIII. È tradotto dall’ebraico al hagghithith. Ci appare inverosimile, per non dire ridicolo, che questi tre Salmi fossero cantati principalmente nella festa dei Tabernacoli, dopo aver portato i frutti della vendemmia ai torchi, e noi pensiamo, secondo i principi sul significato delle particelle propositive riportate nei titoli, che questo titolo significhi che questi tre Salmi vadano cantati sull’aria dei Torchi, oppure su uno strumento che veniva suonato nel tempo in cui si portavano i grappoli d’uva ai torchi.

-10) Ai titoli dei Salmi LII e LXXXVII si trova aggiunto, nei Settanta e nella Vulgata: pro Maheleth, riproduzione della parola ebraica “ al makalath”. S. Girolamo traduce questa parola con: “Per chorum”. Alcuni credono che questa parola indichi il nome generico di tutti gli strumenti a fiato; Rosenmuller pensa che si tratti di una specie di flauto, e Genesio di una sorta di chitarra.

-11) Il titolo “Pro octava”, o secondo S. Girolamo, “Super octava”, “al scheminith”, che si legge nel titolo dei Salmi VI e XI e che gratuitamente viene considerato come ottava di qualche grande festa, o come l’indicazione di un tono superiore o inferiore degli otto gradi (Roediger, Thes. Ges. p. 1439), significa, secondo l’opinione più verosimile e la più generalmente accettata, una chitarra ad otto corde.

-12) Il titolo del Salmo LXXIX porta nella Vulgata: “pro iis qui commutabuntur testimonium” ed in ebraico “edouth”, da cui viene “Testimonium” si trova aggiunto alle stesse parole nel titolo del Salmo LIX, cosa che induce a concludere che “schouschan edouth” si riferisca ad un’aria di canzone volgare o al nome di uno strumento; non si può letteralmente dire infatti, secondo Berthier, che questo Salmo richiuda la testimonianza della fede e di fiducia dei prigionieri.

-13) All’inizio del salmo V si leggono queste parole: “pro ea quæ haereditatem consequintur, alhanekiloth, che i santi Padri hanno applicato alla Chiesa che ha ereditato delle promesse. Ora non si può affatto rigettare questa interpretazione, che è quella di diversi dottori giudei e che è molto fondata sulla radice della parola ebraica nakal, “eredità”; tuttavia noi crediamo che occorra intendere la parola ebraica nekilozth in rapporto a strumenti a fiato, giocando sulla radice “killel”, “suonare il flauto”.

-14) Si leggono nel titolo del Salmo IX queste parole: “in finem, pro occultis filii”, tradotte dall’ebraico “al mouth labben” con cui non hanno alcun rapporto, e che quindi non hanno un senso compiuto. S. Girolamo: “pro morte dilii”(David), è una congettura che poco si concilia con il dolore che David prova per la morte di Assalonne. È meglio quindi tradurre con D. Galmet: Psaume de David a Ben, o Bananias, presidente della 7ˆ banda composta da giovani musicisti, (secondo Paralip. 1, XV, 18-20), maestro di musica della banda dei ragazzi. – Il titolo del Salmo XLV recita: “pro arcanis”, tradotto con la medesima parola ebraica “pro occultis”; noi gli diamo lo stesso senso.

-15) Il Salmo XXI ha come titolo in ebraico “al aieleth haschakar” che la Vulgata traduce dai “Settanta” con: “pro susceptione matutina”, per implorare il soccorso di Dio al mattino. San Girolamo nel suo Salterio secondo l’ebraico, traduce con: “pro cervo matutino” o “cerva diluculi” (Dunkp, 276), cervo o cerbiatta del mattino che potrebbe designare il Messia perseguitato e cacciato dai Giudei come una biscia da una muta di cani. Ma è meglio vedere in questo titolo un gruppo di musicisti chiamati la biscia del mattino, o l’inizio di un’aria volgare sulla quale cantare questo Salmo.

-16) Il titolo del Salmo LV può dividersi in due parti. La prima: “pro populo qui a sanctis longe factus est” non ha gran ché rapporto con l’ebraico “al iounath alam rakoqim” che gli ebraizzanti traducono con “canto della colomba gabbiano in lontananza” termine enigmatico che potrebbe applicarsi a David rifugiato presso il re Achis, o significare semplicemente l’inizio di una canzone popolare.

I° E’ inutile ricordare tutte le opinioni più o meno probabili riferite alla parola ebraica “selah” (Danko 277) ripetuta 70 volte nel libro dei Salmi. La Vulgata non l’ha tradotta, i “Settanta” la rendono con “diapsalma”, cambiamento di ritmo, pausa. M. Stolberg crede che sia evidentemente l’indicazione di una pausa, oppure – egli dice – che i cantori ricevano così l’avvertimento di tacere (S. Girolamo, Ep. XXVIII ad Marcel.; Calm. diss. sulla parola “sela” ; Smits. Psalt. Eluc. Prol. I art. 2, p. 52; Genesius in Thes. p. 956) mentre gli strumenti continuavano da soli a farsi sentire, o che strumenti e voce dovessero fermarsi a questo segno.

Sembra strano che il Salterio della Vulgata, nella traduzione dei titoli, offra tante differenze con le traduzioni fatte sull’ebraico. Occorre allora ricordare che la versione dei Salmi che si legge nelle nostre Bibbie, è stata fatta da S. Girolamo non dal testo ebraico, ma da quello greco dei “Settanta”, che era il più stimato, per cui si è conservato il testo latino della prima versione fatta dai “Settanta”. Successivamente, poiché il testo dei “Settanta” non si accordava sempre con l’ebraico, S. Girolamo tradusse nuovamente tutto il Salterio dal testo originale. Se questa versione non è stata ricevuta come quella degli altri libri dell’Antico Testamento, è senza dubbio perché fu difficile disabituare il popolo da un Salterio ai quali erano avvezzi fin dall’infanzia; l’inesattezza può però servire da modello! Così la Chiesa, lungi dal rigettare o negligere gli originali, ne ha costantemente raccomandato o incoraggiato lo studio. Occorre dunque, come un tempo ebbero a dire i sapienti dottori, leggere i Salmi come si fa nella Chiesa, senza pertanto ignorare ciò che contiene la verità ebraica, e far differenza tra ciò che bisogna cantare nella Chiesa rispettando l’uso antico, e ciò che bisogna conoscere per avere l’intelligenza della scrittura (Epist. ad Suniam et ad Fratellam.).

-II- Quali sono i Salmi i cui titoli sono autentici secondo le regole precedenti?

1°- Dei 154 Salmi: due sono anepigrafi o senza titolo nella Vulgata ed in ebraico, e sono l’1 e l’11 – ventitrè solo nell’ebraico, e cioè i Salmi XXIII, XLII, LXX, XC, XCIII, XCIV, XCV, XCVI, XCVII, XCVIII, CIII, CIV, CVI, CXIII, CXIV, CXV, CXVI, CXVII, CXVIII, CXIX, CXXXV, CXXXVI, CXLVII. I rabbini per tale motivo li chiamavano i “Salmi orfani”.

-2° Quattordici Salmi portano nel titolo le addizioni anche considerevoli fatte ai titoli ebraici, addizioni che non hanno conseguentemente alcuna autenticità, e sono i Salmi XXIII, XXIV, XXVIII, L, LXIV, LXV, XCXVII, CXI, CXLII, CXLIII, CXLV.

-3° Tutti gli altri titoli dei Salmi o sono tradotti letteralmente dall’ebraico, o non offrono che lievi differenze, o possono essere ricondotti al loro significato più probabile, secondo le spiegazioni particolari date nell’articolo I. Questi titoli sono dunque i soli verosimilmente autentici, salvo le eccezioni che abbiamo indicato alla fine dell’articolo II.

IV- REGOLE DA SEGUIRSI PER SCOPRIRE I DIVERSI AUTORI DEI SALMI

O i Salmi hanno titoli autentici, o sono anepigrafi.

– Regole per i Salmi che hanno titoli.

Bisogna generalmente considerare, come autori dei Salmi, coloro i cui nomi si trovano nel titolo, a meno che non vi sia nel salmo qualcosa che non possa conciliarsi con questo titolo, perché infatti è meglio sacrificare un’iscrizione che contraddire formalmente il contenuto di un Salmo. Secondo questa regola: 1°) noi consideriamo Davide come l’autore della maggior parte dei Salmi che portano il suo nome, senza essere impediti da queste parole che si leggono dopo il salmo LXXI: “Defecerunt laudes David filii Jesse”, atteso che i Salmi non siano stati enumerati secondo l’ordine dei tempi, per cui effettivamente il salmo LXXI può essere stato realmente composto per ultimo; o forse perché questo salmo conclude una prima raccolta fatta da David stesso, e che poi in seguito il Re-santo abbia composto altri salmi, una nuova raccolta fatta dopo la sua morte senza che abbia eliminato l’epilogo che chiudeva la prima raccolta. Si vedono in effetti dei Salmi, come il CIX ed altri sicuramente di David benché si trovino dopo il LXXI. 2°) bisogna pure considerare Asaf come l’autore della maggior parte dei Salmi che portano il suo nome, per le ragioni indicate sopra. 3°) diversi Salmi portano il nome dei figli di Core, di Idithun. Ora noi crediamo di poter dire che questi nomi indichino non gli autori dei salmi, bensì i musicisti a cui David affidava il canto dei suoi inni. La ragione è: 1- per i figli di Core, l’iscrizione al plurale designa più particolarmente i cantanti piuttosto che l’autore, poiché un pezzo ispirato non poteva avere vari autori; il loro ufficio di cantori inoltre è ben chiaramente annotato nel libro II dei Paralipomeni (XX, 19); ed ancora il loro nome è unito ad un altro, che sembra essere quello dell’autore (ps. LXXXVII). – 2- per Idithun, è il titolo che da il III libro dei Paralipomeni, (cap. XV-10,17 e XXV-1,6)al capo della musica religiosa, nonché la circostanza che nei tre salmi che potrebbero essere suoi, il suo nome si trovi affiancato a quello di Asaf e di Davide. Bisogna non di meno convenire con D. Galmet che, poiché la scrittura associa Idithun ad Asaf ed Héman, ai quali da il titolo di veggenti, egli avrebbe potuto anche comporre dei Salmi. 4°) Il salmo LXXXVII porta nel titolo Héman Esraita, ed il salmo LXXXVIII Ethan Esraita. Questo Héman sembra essere lo stesso dei III Libro dei Re (IV, 31) di cui non si ha conoscenza, forse uno tra i quattro fratelli di Salomone, dei quali uno si chiamava pure Ethan Esraita. Ora il salmo LXXXVII potrebbe venire da questo Héman Esraita, ma il LXXXVIII può avere difficilmente come autore suo fratello Ethan, poiché viveva sotto David e Salomone, e questo salmo sembra datarsi 400 anni dopo, e cioè all’inizio della cattività babilonese, cosa che ci porta a credere che esso sia stato composto in questa epoca da uno dei suoi discendenti, poiché gli interpreti sono dell’avviso che gli autori dei sacri cantici hanno più volte sostituito al loro nome quello di autori antichi. – 5°) ° I salmi che recano il nome di Salomone non possono appartenergli, ma essergli indirizzati; benché questo principe abbia scritto un gran numero di cantici, non sarebbe inverosimile che ne sia stato inserito qualcuno tra i salmi. – 6°) Il salmo LXXXIX porta il nome di Mosè ma non può essere messo in conto al celebre legislatore. In effetti indipendentemente da altre ragioni, come Mosè avrebbe potuto dire che la durata della sua vita umana sia di 70 o 80 anni al più, egli che visse fino all’età di 120 anni e che vedeva intorno a lui vegliardi ultracentenari? Non parliamo nemmeno di Aggeo, Zaccaria i cui nomi non si leggono nell’ebraico. Pertanto è una contraddizione aggiungere Geremia ed Ezechiele a David, come fa la Vulgata al salmo LXIV.

– Regole per i Salmi che non hanno titoli. San Girolamo e Sant’Ilario, come i rabbini, danno come regola, quando i Salmi sono anepigrafi, attribuirli agli autori i cui nomi sono indicati nei Salmi precedenti. Ora questa regola non è fondata, perché innanzitutto il Salmo n. anepigrafo si dovrebbe attribuire all’autore del primo, ma il primo è anch’esso anepigrafo, e la regola non può osservarsi. Inoltre, supponendo che il Salmo LXXXIX venga da Mosè, evidentemente i dieci Salmi anepigrafi che seguono, non sono suoi, attesa la questione di Samuele nel XCVIII. Diciamo allora che per i Salmi che sono senza iscrizioni, ci sono spesso gravi ragioni, estrapolate sia dall’autorità, sia dalla natura trattata in questi cantici, sia dallo stile che autorizzano ad attribuirli a David o ad altri scrittori sacri, qualunque sia l’autore designato nei Salmi precedenti. Sostenendo che tutti i Salmi non vengano da David, noi siamo ben lontani dall’opinione prevalente nei critici tedeschi, opinione completamente inammissibile:

-1° Perché in questa opinione, la maggior parte dei Salmi non sarebbero del Re profeta, cosa contraria al sentimento delle chiese giudaiche e cristiane, che hanno sempre creduto che David fosse il principale autore del Salterio.

-2° perché questi critici tolgono, senza motivazioni sufficienti, agli autori designati nei titoli, parecchi dei loro Salmi. È per loro sufficiente la circostanza dei tempi futuri per rinviare la composizione di questi inni sacri ad un’epoca molto antecedente. Così Asaph, Eman, Ethan secondo loro non avrebbero composto alcun salmo della nostra collezione, cosa opposta al sentimento dei Giudei, così come l’autenticità dei titoli che essi fanno comunque professione di rispettare.

-3° Perché pur ammettendo che qualche salmo sia stato composto durante la cattività (cosa che a motivo della loro forma, sembrano troppo distanti dal genere profetico), noi non crediamo che si sia in diritto di negare a David e ai profeti contemporanei tutto ciò che si riconduca alla cattività e dubitare che Dio abbia potuto rivelare a David questo grande avvenimento.

-4° Perché la supposizione che vari Salmi non risalgono se non ai tempi dei Maccabei (Bertkoldt nella sua introduzione) è insostenibile. Questa asserzione, falsa e temeraria è contraddetta da autori la cui autorevolezza in materia di critica è ben nota: Jahn, Eichorn, de Wette, Gesenius, Hassler, assicurano che il canone delle Scritture dovevano essere all’epoca già chiuso. Pertanto, non solo la tradizione è in opposizione formale con una tale opinione, ma ancora tutti i caratteri intrinseci di questi Salmi che si voglio ricondurre al secolo dei Maccabei, e che si denominano pertanto Salmi Maccabeici, mostrano fino all’evidenza, agli occhi dei critici senza prevenzione, che essi appartengano ad epoche molto anteriori.

Capitolo IV

Cori dei Salmi

Noi rinviamo alle opere specializzate ogni questione inerente alla misura del canto dei Salmi e agli strumenti musicali di cui ci si serviva. Qui ci accontentiamo di offrire qualche nozione sui cori del Salmi, potendo, queste nozioni, servire alla perfetta comprensione di questi canti sacri.

-I) I cori per il canto dei Salmi, erano alternati presso gli Ebrei come nei Cristiani? – Numerosi passaggi mostrano chiaramente, dice Lowth, che era un costume consoli-dato negli Ebrei cantare questi inni sacri a cori alterni. Il dottore anglicano aggiunge che nei primi secoli, la Chiesa cristiana apprese dalla religione giudaica l’uso dei canti alternati (Lez. XIX°). Comunque non bisogna prendere alla lettera queste parole, perché ne seguirebbe che la maniera in cui noi cantiamo i Salmi, è esattamente quella che seguivano gli ebrei, cosa completamente falsa, perché noi distribuiamo questi cantici in un certo numero di versetti che si cantano alternativamente e secondo un numero invariabile, per ciascuno dei due cori. Ma non era così presso gli Ebrei, poiché secondo lo stesso Lowth, si era stabilito l’uso « ut sacros hymnos sæpe alterius choris invicem cantarent ». In effetti la distribuzione dei salmi, ed in generale di tutta la Sacra Scrittura, in versetti, non è molto antica, e vediamo che alcune parole, che non sono altro che un titolo o un’indicazione indirizzata ad un corifeo, sono marcate nel testo ebraico sotto il n° 1, mentre il cantico non comincia che veramente al versetto secondo, cosa che deriva senza dubbio dal fatto di essere classificati sotto una cifra le differenti parti di ciascun salmo, ignorando che le prime parole di qualche versetto non erano che un titolo o un’indicazione.

– 2° Inoltre nella divisione adottata dalla Vulgata, sembra che ci si sia curati meno di conformarsi al senso, piuttosto che di stabilire dei versetti composti, finché possibile, da un numero piccolo e quasi simile di parole. Ora questo non sembra essere stato il metodo degli Ebrei, e sembra più probabile: 1°) che ogni coro ebraico terminasse il periodo che aveva iniziato; 2°) che uno recitava rispondendo all’altro un maggior numero di parole di quelle comprese in un nostro versetto, e che pertanto un solo versetto dovesse al contrario essere attribuito ai due cori dei quali ognuno recitava una parte.

« Ammettiamo, in effetti per un momento, dice qui l’autore della distinzione primitiva dei Salmi (da cui noi siamo ben lontani dall’adottare tutte le opinioni), che i cantici del santo re, fossero suddivisi, ai tempi degli antichi Ebrei, come tra i moderni o tra noi, in versetti di estensione quasi uniforme, senza avere a volte riguardi per il senso della frase; ammettiamo che il loro canto non fosse tra essi, come tra i Cristiani, che la ripetizione dell’intonazione del primo versetto; sarebbe necessario a questi discepoli fare apprendere almeno centocinquanta intonazioni. Occorrevano quindi tanti anni, tanti allievi e tanti istitutori (11 anni, 4.000 allievi, 288 maestri) per una scienza così strutturata, senza contare anche gli anni per la costruzione del tempio? Ammettiamo al contrario che la costituzione primordiale dei Salmi fosse diversa dalla nostra e da quella degli Ebrei moderni; che la composizione e l’esecuzione musicale di questi cantici non avesse nulla in comune con i nostri due cori costantemente alternativi; che i loro canti non fossero meno variati in uno stesso salmo, mentre nei nostri è monotono ed invariabile; ammettiamo ancora che la sola loro intonazione fosse insufficiente per dirigere i leviti; ben lontani dall’essere sorpresi da tutte le disposizione del Re-profeta, nei suoi ultimi momenti, per la formazione dei canti da eseguire nel tempio futuro, noi concepiremo una grande e giusta idea della sua alta saggezza ». Possiamo qui citare diversi Salmi come prova diretta di quanto sosteniamo, ma non ci contenteremo qui che di citarne uno dei più brevi, il CXXXIII: “Ecce nunc benedicite Dominum”, ove si vede nei primi versetti una voce sola che si indirizza ad una pluralità, ai fedeli rappresentati dal coro dei leviti, nell’ultimo versetto, ad una voce sola dopo aver terminato l’invito a benedire l’Onnipotente. Ora è certo che questa distribuzione renda il salmo più intellegibile e più animato della coppia dei versetti della Vulgata, che confonde tutto facendo cantare a più voci riunite e successive ciò che non appartiene che ad una voce isolata. Quando il dottor Lowth dice che la Chiesa cristiana ha preso dagli Ebrei l’uso che essa segue nel canto di questi cantici, forse egli ha voluto parlare degli Ebrei dei tempi più moderni, e degli usi osservati nelle sinagoghe che avevano abbandonato i costumi antichi, ai quali allora era impossibile conformarsi esattamente come nei riti primitivi.

II) Come si può presumere il modo in cui i Salmi fossero cantati? Si può ammettere come certuni, secondo quanto i libri santi ed i costumi degli Ebrei ci fanno conoscere sull’esecuzione dei loro canti sacri, che i loro cantici fossero cantati sia da una voce sola, sia da più voci riunite sotto l’intervento del coro dei cantori, ciò che si potrebbero chiamare “monologhi completi”; sia con l’introduzione di uno o più cori, cosa che ne fa un monologo incompleto, sia che il cantico fosse dialogato a più voci isolate e quasi sempre con l’intervento dei cori. Così il salmo L è un monologo completo; i salmi XXXIII e XL possono passare per monologhi incompleti ed il salmo LXVII può essere considerato come un dialogo a più voci come dimostreremo a suo tempo. L’intervento dei cori è chiaramente designato in diversi Salmi. Per citarne uno qui, nel CVI secondo la Vulgata, è facile vedere che i primi trentadue versetti sono divisi in quattro parti, con la ripetizione di uno stesso versetto che non è cantato se non da cori. Tutti gli interpreti sono d’accordo a questo riguardo.

III) Segni distintivi dell’interruzione e del non intervento dei cori nel canto dei Salmi. Ecco alcuni segni attraverso i quali si possono distinguere i salmi “monologo”, da quelli in cui l’intervento dei cori esiste benché non sia sempre manifesto.

Un salmo può ricevere la denominazione di monologo quando utilizza nel suo insieme la prima persona singolare, eccetto quando la sua composizione, decelando più voci, obblighi a porli nella classe dei dialoghi. Si può dire che i Salmi nei quali Davide si esprime a suo nome, o che parli per lui solo, o che parli per il Messia, sono di questo genere (Salmo XXXIX, Ps. XL all’ultimo versetto, Ps. XLI). un salmo è monologo incompleto quando l’autore si esprime nella prima persona singolare, e vi si scopre comunque l’uso di un ritornello o l’intervento dei cori. Quando nessun passaggio dei Salmi si riporti alla prima persona singolare, si tratta di dialoghi; questo principio non ha eccezioni, qualunque ne sia la brevità o la lunghezza. In assenza di qualsiasi riferimento positivo a questo riguardo, noi pensiamo di poter dire in generale, che c’è l’intervento del corifeo o di uno dei cori o di due cori riuniti, 1°) quando c’è ripetizione di uno stesso pensiero espresso spesso in parole poco dissimili (Ps. XVIII, Ps. XX); 2°) parla cambiando la direzione del discorso, che improvvisamente sembra essere indirizzato al personaggio che fin là aveva parlato; 3°) quando c’è l’intervento di uno o più versetti (Ps. LXIX) che comprendono una preghiera o una riflessione il cui soggetto era preciso; 4°) quando si incontra la parola Selah, che non compare nel testo se non quando il senso indica un riposo o la successione di un’idea ad un’altra.

LA CATENA D’ORO DEI SALMI: NOTE INTRODUTTIVE (1)

LA CATENA D’ORO DEI SALMI: NOTE INTRODUTTIVE (1)

La catena d’oro dei SALMI o I SALMI TRADOTTI, ANALIZZATI, INTERPRETATI E MEDITATI CON L’AIUTO DI SPIEGAZIONI E RELATIVE CONSIDERAZIONI, RICAVATE TESTUALMENTE DAI SANTI PADRI, DAGLI ORATORI E SCRITTORI CATTOLICI PIU’ RINOMATI.

Da M. l’Abbate J.-M. PÉRONNE,

CANONICO TITOLARE DELLA CHIESA “DE SOISSONS” ,

Professore emerito di sacra Scrittura e di Eloquenza sacra.

TOMO PRIMO.

INTRODUZIONE

Capitolo I

Importanza dello studio dettagliato dei Salmi

Cercheremo qui di esporre, più che dimostrare, l’importanza di questo studio fondato su due ragioni; a) l’universalità dei Salmi in rapporto alla dottrina, ai sentimenti, ai luoghi e ai tempi, e b) l’utilità pratica di questi studi dal triplice punto di vista del progresso nella virtù e nella vita cristiana, dello spirito di preghiera e di orazione, e delle risorse immense che i Salmi offrono al sacro oratore; doppia proposizione che appoggeremo sulle testimonianze delle voci più autorevoli.

 I – Universalità dei Salmi

1- In effetti, mentre le sacre scritture contengono una parte storica, una parte morale ed una parte profetica, ed ognuno dei libri ispirati ha un oggetto particolare, i Salmi abbracciano tutto: storia, morale, profezie, tutte le parti tanto dell’Antico che del Nuovo Testamento. È un magnifico riassunto della Scrittura, che ricorda le meraviglie disseminate nei libri santi e li fa brillare ai nostri occhi in un magnifico splendore. Il libro dei Salmi contiene in compendio tutta la Religione; Dio, la sua natura e tutti i suoi attributi, la sua potenza, la sua santità, la sua saggezza, la sua misericordia e la sua giustizia; Gesù Cristo, la sua vita, i suoi misteri, la sua Chiesa, tutta la storia del mondo, dalla sua creazione alla sua consumazione degli eletti in cielo. Per questo motivo sant’Agostino ci rappresenta questo libro come un tesoro inesauribile di ricchezze spirituali: « Communis quidem bonæ doctrinæ est apte singulis necessaria subministrans,» (Prefazione in Psalm.), e Cassiodoro chiama questo libro una “bibliteca generale” dove si trova tutto ciò che si cerca « In hoc libro spiritualis bibliotheca instructa est ».

2- « E’ l’effetto di un’arte consumata – ha detto Bossuet – quello di ridurre in piccolo tutta una grande opera »: lo Spirito Santo è come se avesse riassunto, nello stretto riquadro del libro dei Salmi, tutta la vita umana, le sue avversità e le sue prosperità, e questo nella persona di un solo uomo che ha riunito in sé tutte le estremità della buona e della cattiva fortuna. Mediante una sequenza necessaria, nell’unica persona di David, si riuniscono tutte le affezioni del cuore, analoghe alle situazioni moltiplicate dell’uomo sulla terra. Egli parla nei Salmi per tutti gli uomini e per tutte le condizioni. Egli ha conosciuto le gioie e le miserie della vita, e tutto ciò che dice sembra essere stato ispirato da tutto ciò a cui siamo sottomessi nelle medesime vicissitudini. Ciascuno vi trova la sua storia personale, i suoi segreti, le sue gioie, le sue tristezze, i suoi timori e le sue speranze, l’espressione dei propri bisogni, dei desideri, delle proprie voci. « Tutti i gemiti del cuore umano – dice Lamartine – in una sua opera (Voyage en Orient, Jérusalem) hanno trovato le loro voci e le loro note sulle labbra e sull’arpa di quest’uomo; in particolare, se si considera poi l’epoca in cui essi furono composti, epoca nella quale la poesia lirica delle nazioni più coltivate non cantava se non del vino, dell’amore, del sangue, delle vittorie delle muse o dei corridori dei giochi di Elide, si resta profondamente stupefatti agli accenti mistici del Re-Profeta, e non gli si può attribuire se non una ispirazione giammai data ad altro uomo. Leggete Orazio o Pindaro dopo un Salmo: personalmente, io non posso farlo più! ». – Ma a Dio non piace che noi ci riduciamo a considerare David nei suoi Salmi come l’emulo vittorioso degli antichi poeti lirici. Egli è per noi innanzitutto, il Profeta ispirato dal Signore, il sacro storico dei giorni antichi, il poeta divino suscitato da Dio per cantare la sua gloria, celebrare le sue grandezze, manifestare la sua misericordia e la sua giustizia, e per essere l’interprete di tutti i sentimenti che si affollano e si succedono in sì breve intervallo nel cuore del vero fedele. « Non c’è nella vita dell’uomo, un pericolo, una gioia, una mortificazione, una sconfitta, una nuvola o un sole che non siano in David, e che la sua arpa non colga per farne un dono di Dio e un soffio di immortalità! » (Lacordaire, 2 M ° Lettre à un jeune homme sur la vie chrétienne). – Non esitiamo a dire che anche il doppio crimine commesso da David sia stato nei disegni di Dio, che si serve degli errori degli uomini non solo a sua gloria, ma pure per la perfezione dei suoi eletti, come principio e fonte di una espiazione che ha fatto di questa illustre coppia la personificazione più perfetta della dottrina della vera penitenza e dei sentimenti che essa ispira. « Questa non è la confessione particolare che egli fa, dice Mgr. Gerbe, (Mgr Gerbe, Dogme catholique de la pénitence, Cap. IV.) bensì la confessione di tutto un popolo alle generazioni future, a tutti i luoghi, a tutti i secoli. Egli non la mormora a bassa voce e non parla, ma canta per farla sentire quanto più a lungo nella memoria degli uomini. Quale ammirabile energia di linguaggio e quale potenza e virtù di sentimenti! Come egli percorre tutti i “gradi di ascensione” di un’anima che dal fondo dell’abisso, risale verso Dio! Come la sua voce, dopo aver “ruggito i gemiti del suo cuore”, sospira un dolore più calmo; poi si risolleva, si dilata nella confidenza e finisce per espandersi, radioso e trionfante, nei canti estatici dell’amore! Questo sublime testamento di penitenza, egli lo ha legato a tutte le anime che transitano su questa terra: ai peccatori renitenti per ispirare loro confidenza, ai criminali incalliti per ammorbidirli, ai giusti per edificarli. Le anime hanno risposto al suo appello; esse hanno risposto ben al di la di ciò che umanamente si poteva prevedere. Colui che sa quanti flutti ci siano nel mare e quante lacrime nel cuore dell’uomo; colui che vede i sospiri del cuore quando ancora non ci sono e che li intende ancora quando non ci sono più; solo costui potrebbe dire quanti pii movimenti, quante vibrazioni celesti abbia prodotto e produrrà nelle anime l’impatto di questi meravigliosi accordi, di questi cantici predestinati, letti, meditati, cantati in tutte le ore del giorno e della notte su tutti i punti della “valle di lacrime”. Questi Salmi di David sono come un’arpa mistica sospesa ai muri della vera Sion! Sotto il soffio dello Spirito di Dio, essa rende i gemiti infiniti che rimbalzano da eco in eco, da anima in anima, producendo in ciascuna di essa un suono che si unisce al canto sacro, si espande, si prolunga e si eleva come universale voce del pentimento.”

3- Aggiungiamo che l’oggetto di questi inni sacri non è diretto né ad un solo tempo, né ad un solo popolo. “Pindaro, dice M. de Maistre (Serate di S. Pietroburgo), non ha nulla in comune con David, il primo ha avuto cura di farci apprendere che egli parlava solo ai sapienti e non si preoccupava molto di essere compreso dalle folle e dai contemporanei, presso i quali non gli importava l’avere molti interpreti. Ma quando giungerete a comprendere perfettamente questo poeta, come si può ai giorni nostri, sarete poco interessati. Le odi di Pindaro sono una specie di cadavere dal quale lo spirito si è ritirato per sempre. Cosa ci interessano i “cavalli di Ieron o i muli di Agesias? Quale interesse sorge per le nobiltà delle città e dei loro fondatori, dei miracoli degli dei, delle imprese degli eroi, degli amori delle ninfe? Il fascino, la seduzione riguardava i tempi e i luoghi di allora, ma non ha alcun effetto sulla nostra immaginazione né può farla rinascere. Non c’è più Olimpo, né Elide, né Alpheo, e chi si affannerebbe a trovare il Peloponneso in Perù sarebbe non meno ridicolo di colui che lo cercasse nella Morea. David al contrario, va oltre il tempo e lo spazio, perché non è collegato ai luoghi o alle circostanze: egli non ha cantato se non Dio e la verità, immortale come Lui. Gerusalemme per noi non è sparita, si trova dove siamo noi! È David soprattutto che ce la rende presente! Ecco perché i Salmi del Re-Profeta, dopo essere stati cantati nei paesi lontani e nei secoli egualmente lontani da noi, per mille generazioni, sotto le volte del tempio di Gerusalemme, sono passati sui libri dei Cristiani in ogni parte del mondo; dopo 18 secoli sono oggetto di studio e di ammirazione dei geni più sublimi, sono stati non solo tradotti, ma anche commentati, spiegati, annotati da migliaia di interpreti e da un gran numero di autorità! Ecco perché ancora oggi il ricco ed il povero, il sapiente e l’ignorante, vengono ad abbeverarsi al torrente delle preghiere che sgorga dal cielo, espressione della fede, del pentimento, della speranza e dell’amore divino.

II – Utilità pratica dei Salmi

 1- Per il progresso dell’anima nella virtù …

I Salmi contengono il succo e la sostanza di tutte le Sacre Scritture, gli esempi di una vera e sublime santità per tutte le occasioni della vita, ed inoltre l’espressione di tutte le affezioni più pure e più ardenti.

I Salmi non somigliano affatto a quelle brillanti produzioni del genio poetico che sfavillano di bellezze, ma non rendono alcuno migliore; essi respirano in ogni pagina l’amore di Dio e della giustizia, l’orrore del male ed il timore del giudizio di Dio. Essi pongono sempre l’uomo davanti a Dio o davanti a se stesso; essi gli mostrano la scoperta della sua debolezza e del suo niente; umiliano il suo orgoglio, reprimono i suoi desideri terrestri, purificano le passioni, mobilizzano i suoi pensieri. Il salterio – dice S. Agostino – è il cantico sublime e perfetto con il quale Dio ci insegna a rendergli il culto che Gli dobbiamo, culto di fede, di speranza e di carità. La fede cristiana è una adesione ferma e pia alle verità rivelate, e questi due caratteri della fede brillano meravigliosamente nei Salmi. Benché David fosse certo di non errare nei riguardi dell’ispirazione divina che gli apriva i santuari più profondi delle verità eterne e gli rivelava i segreti dei tempi futuri, tuttavia prende come base della sua fede e della nostra i libri di Mosè, e con questa attenzione adatta la sua fede a quella dei profeti più antichi, e pure mediante le numerose profezie che contengono i Salmi, il cui compimento avverrà nella legge nuova, egli conferma la nostra fede. La pietà della sua fede non è meno grande della sua fermezza. La fede divina è un fuoco celeste che rischiara con la sua luce e riscalda con i suoi ardori. Ora gli ardori di un’anima, nello stato presente della fragilità umana, si infiammano particolarmente con il ricordo delle buone opere. Ecco – dice il D’Audisio – con quale mezzo David, con l’aiuto della storia e della poesia, parlando alla ragione ed all’immaginazione, scuote, agita, trasporta tutte le potenze della nostra anima verso questo fine sublime che è Dio, Creatore magnifico, prodigo dei suoi doni, fedele alle sue promesse, generoso nel perdono, scudo e riparo nella tribolazione, sempre clemente, sempre padre, in una sola parola, sempre Dio. Tutti questi motivi danno alla sua fede questo candore, questa vivacità, questo energico e sublime entusiasmo che ammiriamo in tutti i Salmi, e che si legano potentemente all’anima del lettore, lo costringono per così dire a meravigliarsi per i benefici che ne ha ottenuto, un cantico di fede, di ammirazione, di azione di grazia. Dio e la sua legge sono sempre pregnanti nella sua anima, nel suo cuore, in tutte le potenze del proprio essere. La sua speranza non è meno viva. Il disprezzo assoluto di tutte le grandezze della vita, queste aspirazioni continue verso i beni della vita eterna, ci mostrano che la più cara delle speranze era quella di cambiare il diadema terrestre con l’incorruttibile corona dei Santi. In mezzo ai più gravi pericoli, ogni sua speranza è in Dio che egli non cessa di chiamare sua forza, suo rifugio, suo liberatore. Benché indignato della felicità degli empi, egli si proclama beato per la fiducia che gli è stata promessa di gustare un giorno la beatitudine della gloria eterna; così come un cervo affannato e assetato si precipita verso le acque, egli sospira ardentemente le delizie dell’eternità, ed in questa speranza sopporta con rassegnazione le tribolazioni e le angosce che la Provvidenza gli manda. – Infine i Salmi ci offrono la sostanza più pura e le formule più ardenti della carità evangelica, ricavando sempre i motivi della carità divina dalla natura di Dio stesso, come l’unica risorsa che la possa rendere santa, feconda, continua. E poiché la carità non ha alcun valore senza gli atti, senza gli effetti, David li descrive in se stessi, per farci comprendere che essi devono essere nel cuore di tutti i giusti.

2- Per la preghiera.

Gli altri libri delle Scritture ci insegnano generalmente e solamente ad amare Dio, a pregarlo, a chiedere la sua giustizia, a compiangere i nostri peccati, a farne penitenza; qui abbiamo il metodo e le formule per pregarlo in tutti gli stati di grazia, sia data, sia persa, sia recuperata. « I Salmi – dice il Conte De Maistre – sono una vera preparazione evangelica, perché in alcuna parte lo spirito di preghiera, che è quello di Dio, è più visibile … Il primo carattere di questi inni è che essi pregano sempre. Anche se il soggetto di un salmo sembra assolutamente accidentale e relativo solo a qualche avvenimento della vita del Re-Profeta, il suo genio incorre sempre in questo cerchio ristretto, sempre generalizza; come si vede dappertutto, nell’immensa unità di spirito che l’ispira, tutti i suoi pensieri e tutti i suoi sentimenti si volgono in preghiera. » – « David – dice dal suo canto P. Lacordaire (“Lettera sulla vita cristiana”) – non è soltanto profeta, egli è il principe della preghiera ed il teologo dell’Antico Testamento. È con i suoi Salmi che la Chiesa universale prega, ed in questa preghiera trova sempre, oltre alla tenerezza del cuore e la magnificenza della poesia, gli insegnamenti di una fede che ha conosciuto tutto del Dio della creazione, e previsto tutto del Dio della Redenzione. Il salterio era il manuale della pietà dei nostri padri, lo si vedeva sulla tavola del povero come sul pregadio dei re. Esso è ancora oggi nella mani del Sacerdote, il tesoro ove pone le ispirazioni che lo conducono all’altare, l’arca che l’accompagna nei pericoli del mondo e nei deserti della meditazione. Null’altro di ciò che David ha pregato al meglio, null’altro che non sia preparato per i malori e per la gloria, per le varie vicissitudini e per la pace, nulla ha cantato meglio la fede di tutte le età, e pianto meglio i peccati di tutti gli uomini. Egli è il padre dell’armonia soprannaturale, il musicista dell’eternità nelle tristezze dei tempi, e la sua voce si presta, per chi vuole, per gemere, per invocare, per intercedere, per lodare, per adorare. » C’è dunque da desiderare che questo libro sacro, il libro dei libri, il libro per eccellenza, divenga il codice della preghiera, soprattutto per coloro che sono chiamati a conversare spesso con Dio nel santo affare dell’orazione! L’uso dei Santi di tutti i tempi e di tutti i luoghi ci prova compiutamente il merito dei Salmi sotto questo aspetto. Questi uomini di fede fanno dei Salmi le loro delizie; essi si intrattengono giorno e notte con Dio, recitandoli o meditando questi sacri colloqui. Se dunque noi vogliamo, sul loro esempio, essere iniziati ai segreti di questa arte divina che mette l’intelligenza creata in comunicazione con l’Intelligenza infinita, lasciamo da parte, nella preghiera, ogni linguaggio umano: « impadroniamoci di questa voce che la Chiesa ha fatto sua e che, dopo tremila anni, porta agli angeli i sospiri e la vita dei santi », e impariamo a parlare, quando conversiamo con Dio, il linguaggio dello Spirito Santo che Dio comprende ed esaudisce sempre. « Perché noi non sappiamo neppure cosa chiedere nella preghiera; ma lo Spirito Santo stesso domanda per noi con gemiti inesprimibili; e Colui che scruta i cuori conosce i desideri dello Spirito, perché Egli chiede per i santi ciò che è secondo Dio. » (Rom. VIII-26,27). Questa importanza dello studio dei Salmi dal punto di vista della preghiera, è anche per il Sacerdote una conseguenza naturale dell’obbligo che egli ha di recitare tutti i giorni questi inni sacri. Benché egli possa soddisfare il suo dovere della preghiera pubblica senza comprendere il senso delle formule delle preghiere, resta tuttavia vero che uno dei mezzi più efficaci di soddisfare a questo dovere è quello di entrare nello spirito del profeta, cosa che non può farsi affatto se non con l’intelligenza di ciò che egli ha voluto dire. È ai sacerdoti soprattutto che si indirizza questo invito del Re-Profeta: “Psallite sapienter” – (cantate con intelligenza), e sarebbe vergognoso che dopo svariati anni di recita dell’Ufficio divino, si ponga loro questa domanda: “pensate di capire ciò che voi dite”? ora, una recitazione frequente non è sufficiente per penetrare tutte le misteriose profondità dei Salmi. Per molti sembra che ad una prima vista si raggiunga il fondo di questi cantici sacri. Si dice che il succo nascosto nelle vene della Scrittura non si assapori subito; questo è vero soprattutto per gli inni di David. Più li si medita, più essi svelano ricchezze; man mano che si avanza i loro limiti si allargano e viene un’epoca nella vita – dice S. Giovanni Crisostomo – nella quale ci si stupisce di scoprire sotto la più piccola delle sillabe, l’immensità di un abisso!

3-Per la predicazione

Il Sacerdote non è solo uomo di orazione, ma è pure ministro della parola santa ed interprete della legge: : « Nos vero orationi et ministerio verbi instantes erimus. » (Act. VI-4.). ora, quale miniera più feconda del Libro dei Salmi, per l’eloquenza cristiana che deve nutrirsi, come il sangue proprio, del succo delle sante Scritture, e presentare a tutti gli stati dei modelli di santità in rapporto ai loro doveri, elevare sopra la terra tutte le affezioni dell’anima, purificarle e fortificarle, fissarle nel centro supremo ed unico dell’amore infinito. Ma questi frutti di eloquenza non possono uscire che da un cuore nutrito e fecondato da una mano lunga mediante lo studio assiduo, una meditazione profonda del Libro dei Salmi, studio, meditazione, che soli possono bastare al pulpito cristiano, con le magnificenze tutte divine del più bello dei libri dell’Antico Testamento, tutto ciò che deve rendere la predicazione brillante e nello stesso tempo forte, sostanziale e penetrante.

Capitolo II

Definizione, divisione, collezione, diversi generi di salmi, autori dei Salmi.

I- Il libro dei Salmi, che è uno dei principali libri delle Sacre Scritture, è il poema per eccellenza dovuto all’ispirazione dello Spirito Santo, ed è chiamato dai Giudei il libro degli encomi, perché è composto per la maggior parte da inni che cantano gli antichi Giudei, per celebrare la potenza e le opere dell’Eterno, per esaltarne le perfezioni, implorare la sua misericordia ed il suo appoggio. I Greci gli danno il nome di “Psalterion”, perché questi inni erano ordinariamente cantati col suono di uno strumento musicale che si sfiorava con le dita e che si chiamava psalterion.

II- questo libro contiene centocinquanta salmi che i Giudei dividono in cinque libri, divisione che i santi Padri, e la maggior parte degli scrittori cattolici hanno seguito come molto antica. I salmi che oltrepassano i centocinquanta non sono considerati canonici.

III- Chi è l’autore dell’attuale collezione dei Salmi? È una domanda difficile sulla quale non tutti sono d’accordo. I Giudei, in una testimonianza di Eusebio, attribuiscono nella loro tradizione, questa collezione ad Esdra. Noi pensiamo però, dice a questo proposito Danko ( “llist. revel. div.” v. 6, 275), che questa collezione non sia stata fatta da un solo autore, né in un tempo unico. Noi siamo autorizzati a credere che gran parte di questo lavoro sia stato eseguito ai tempi di Ezechia (II Paral. XXIX, 35). Sembra certo che Geremia abbia fatto un gran numero di citazioni dei Salmi (Ger. IX,8; X,24; XI,20; XVII,10; XX,12; etc.). Nehemia ha contribuito egualmente a questo lavoro, così come il pio Giuda Maccabeo (II Maccab. II, 13). Quali siano stati gli autori di questa collezione, è certo che essi siano stati ispirati dallo Spirito Santo, per scrivere e raccogliere questi santi cantici con fedeltà, e separare il divino dal profano. Quanto all’ispirazione divina dei Salmi, essa risulta tutta insieme dalle verità, dai misteri, dalle rivelazioni che essi contengono, dal loro perfetto accordo con gli altri libri della santa Scrittura, dall’avverarsi delle profezie che si trovano affidate ai Salmi, dalle testimonianze dell’Antico e del Nuovo Testamento ed infine dall’autorità della Chiesa Cattolica.

IV- Benché i Salmi si rapportino alla gloria di Dio, e meritino il titolo di inni sacri, tuttavia sono differenti quanto al loro oggetto, quanto al genere, quanto alla loro destinazione particolare nella liturgia.

– 1 Quanto all’oggetto, si possono distinguere gli inni propriamente detti che contengono le lodi di Dio, i Salmi eucaristici, i Salmi di supplica, i Salmi morali, i Salmi penitenziali, i Salmi storici relativi agli avvenimenti passati o ai fatti della vita di David, i Salmi profetici.

– 2 Quanto al genere, li si può dividere in odi, elegie, Salmi didattici.

– 3 Quanto alla loro destinazione particolare, ve n’erano alcuni destinati a coloro che venivano a visitare il tempio, e che cantavano nel salire i gradini: li si chiamava appunto Salmi Graduali. Altri che racchiudevano lezioni morali e dovevano essere imparati a memoria: sono i Salmi alfabetici: se ne contano sei, i Salmi XXIV, XXXIII, CX, CXI, CXVIII. Berthold vi aggiunge anche il salmo XC, secondo la Vulgata. Altri erano destinati ad essere cantati in coro, essi sono composti di canti alternati e prevedono dei cori propriamente detti. Vi sono dei Salmi che dovevano essere cantati semplicemente (canticum), altri che dovevano essere cantati con l’accompagnamento (Psalmus), in altri la voce doveva precedere (canticum Psalmi), ed infine in altri in cui gli strumenti dovevano precedere la voce (Psalmus cantici).

V- Tra i Padri della Chiesa, un gran numero considera David come l’autore unico dei Salmi. In particolare questa è l’opinione di S. Crisostomo, di S. Ambrogio, di S, Agostino, di Teodoreto, di Cassiodoro, di Filastro. Di Eutymio, del venerabile Tiedo e della maggior parte degli antichi. Anche il Bellarmino considera questa opinione come la più probabile, a motivo del gran numero di quelli che l’hanno sostenuta. – Tuttavia non tutti i Padri sono unanimi su questo punto, poiché un certo numero di essi sostiene che non tutti i Salmi vengano unicamente da David. È quanto sostengono Origene, la Sinopsi attribuita a S. Atanasio, S. Ippolito, S. Ilario, Eusebio di Cesareo, e S. Girolamo non esita a dire: « è un grave errore pensare che tutti i Salmi abbiano per autore Davide perché ce ne sono alcuni che ne portano il nome (Epi. Cypr. CXL). A questi nomi importanti e critici, bisogna aggiungere la maggior parte dei rabbini e dei nuovi commentatori ed esegeti di tutte le comunioni, che attribuiscono i Salmi a diversi autori, tra i quali David però mantiene sempre il primo posto. In particolare questa è l’opinione di Bossuet, indicata ma non provata. – I moderni critici tedeschi, e bisognava aspettarselo, hanno dato prova della loro ardita costumanza, poiché sembrano rivaleggiare tra coloro che non vogliono attribuire, e senza motivo, vari Salmi agli autori designati nei titoli. Così secondo Berthold, sono non più di 70 i Salmi veramente di David, e dei 12 che portano il nome di Asaf, sei tutt’al più sarebbero di questo profeta. De Wette non ne ammette neanche questo gran numero e presume che la maggior parte dei Salmi non siano che delle imitazioni di David. Richorn è ancora meno generoso e lascia a David solo il Salmo L di sua proprietà. Hitzig, Olhausen, Lengerke rimandano la composizione della maggior parte dei Salmi, o di un gran numero di essi, ai tempi dei Maccabei (Bengel Dissert. Ad introd. In l. Psal.), Pressel ed Hesse (De Psal. Disser.): fanno risalire a questa epoca i Salmi XLIV, LXXIV, LXXVI, LXXIX, LXXXIII, CXIX. Ma questi autori non prestano attenzione al fatto che se i Salmi fossero stati composti ai tempi dei Maccabei, poiché sono stati inseriti nel Canone solo nella metà del secolo antecedente Gesù Cristo, porterebbero il nome dei loro presunti autori, non permettendo che la loro recente origine andasse obliata. Ora, poiché non si evince alcuna indicazione dell’epoca dei Maccabei, dobbiamo concludere che coloro che sostengono questa opinione sono in errore. – Lasciando dunque da parte queste temerarietà gratuite e senza fondamento dei razionalisti tedeschi, abbiamo in realtà da tener presente solo due opinioni serie. Noi personalmente parteggiamo per la seconda, che cioè i Salmi siano di diversi autori, tra i quali David ha il primo posto, perché questa opinione ha dalla sua, per varie ragioni, se non la maggior parte degli antichi, almeno i più competenti in questa materia e la quasi totalità dei moderni, sia Cattolici che protestanti. Noi quindi riconosciamo che la maggior parte dei Salmi vengano da David, ma non possiamo attribuirgli la totalità dei Salmi. I motivi sui quali appoggiamo tale opinione sono:

1° i titoli dei Salmi che bisognerebbe rigettare o spiegare in un senso improprio;

2° la grande diversità di stile che si nota nella composizione dei Salmi che a parere di tutti vengono da David, da quelli che portano il nome di Asaf o che si riferiscono alla cattività. I Salmi di David sono più facili, più eleganti, quelli di Asaf sono più oscuri, con stile più conciso, più veemente e spesso più triste. Vi si trova inoltre più caldeismo di quanto non se ne trovi nei Salmi che vengono incontestabilmente da David;

3° I fatti storici raccontati o enunciati nei Salmi, e che indicano con evidenza autori posteriori a David. Ora, siccome qui la tradizione ci lascia indubbiamente libertà di critica, noi siamo autorizzati a ritenere queste ragioni, se non invincibili, almeno come altamente probabili. Né l’Antico né il Nuovo Testamento ci sono contrari, e se nostro Signore Gesù Cristo e gli autori dei libri del Nuovo Testamento attribuiscono per la maggior parte dei tempi a David i Salmi che essi citano, non si può trarre altra conclusione e cioè che David è l’autore dei Salmi citati e non della totalità. E se un gran numero di Padri sembra attribuire la maggior parte dei Salmi a David, noi possiamo dire con Bonfrère che essi non parlano sempre secondo i loro sentimenti, ma secondo un linguaggio popolare che dava al Salterio, nella sua globalità, il nome di David. È così che S. Girolamo, partigiano dell’opinione che noi sosteniamo, sembra, nei suoi Commentari, attribuire comunque tutti i Salmi a David. Allo stesso modo fa Bossuet, che nei suoi sermoni cita tutti i Salmi sotto il nome del Profeta-Re.Infine il costume della Chiesa di citare i Salmi sotto il nome di David, le espressioni di più Concili, in particolare quello di Trento, che nei suoi decreti chiama il libro dei Salmi: il Salterio di David, provano semplicemente che David era considerato come il compositore del maggior numero di Salmi, anche se da sempre si ritiene come autore di tutti, colui che ne ha composti la maggior parte.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/07/08/la-catena-doro-dei-salmi-note-introduttive-2/

SALMI BIBLICI: “LAUDATE DOMINUM IN SANCTIS EJUS” (CL)

SALMO 150: “LAUDATE DOMINUM IN SANCTIS EJUS”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 150

Alleluja.

[1]  Laudate Dominum in sanctis ejus;

laudate eum in firmamento virtutis ejus.

[2] Laudate eum in virtutibus ejus; laudate eum secundum multitudinem magnitudinis ejus.

[3] Laudate eum in sono tubæ; laudate eum in psalterio et cithara.

[4] Laudate eum in tympano et choro; laudate eum in chordis et organo.

[5] Laudate eum in cymbalis benesonantibus; laudate eum in cymbalis jubilationis. Omnis spiritus laudet Dominum! Alleluja.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CL.

L’ultimo Salmo, che si connette coi due superiori, è ardente esortazione a lodar Dio, che abita ne’ cieli, con tutti i musici strumenti.

Alleluja. Lodate Dio.

1. Lodate il Signore nel suo santuario, lodatelo nel fortissimo suo firmamento.

2. Lodatelo per le opere sue; lodatelo secondo la sua molta grandezza.

3. Lodatelo al suon della tromba; lodatelo sul salterio e sulla cetra. (1)

4. Lodatelo al suon del timpano; lodatelo al suon del flauto; lodatelo sugli strumenti a corda e a fiato.

5. Lodatelo co’ sonori cimbali; lodatelo coi cimbali di lieta armonia: ogni spirito dia laude al Signore. Lodate il Signore.

(1) La voce, il soffio e l’impulso sono i tre mezzi strumentali che il Profeta qui menziona.

Sommario  analitico

Dopo avere esporto, nei diversi salmi precedenti, i motivi che aveva il popolo di Israele di lodare Dio, non restava più, al Re-Profeta, che regolare per così dire il cerimoniale della festa. Tale è lo scopo di questo salmo. (1)

Esso invita i sacerdoti ed i leviti a cantare le lodi di Dio al suono degli strumenti; esso indica:

I. – il luogo in cui devono lodare Dio:

nel suo santuario, il tempio della terra e del cielo (1)

II. – la materia, il soggetto di queste lodi:

1° all’esterno, le opere della sua potenza;

2° all’interno, la sua eccellenza e la sua infinita grandezza (2).

III. – La maniera con cui essi devono lodarlo:

1° Al suono armonioso di tutti gli strumenti musicali (3-5);

2° Unendo i loro canti in un concerto di lodi di tutto ciò che respira.

(1) I salmi ci hanno mostrato la provvidenza e l’azione di Dio sui giusti durante la vita; il salmo CXLIX ci ha descritto la loro gloria nell’ultimo giudizio; il salmo CL ce li mostra come giunti in cielo, e ivi lodanti il Signore per l’eternità. Così si è giunti con grande naturalezza alla conclusione dell’intero Salterio.

Spiegazioni e considerazioni

I, II.— 1, 2

ff. 1, 2. – Queste parole: « Lodate Dio nei suoi Santi » devono intendersi come del popolo stesso, o della vita santa, o degli uomini santi. Il libro dei Salmi si ferma su di un inno di azioni di grazie, al fine di insegnarci ciò che debba essere l’inizio e la fine delle nostre azioni e delle nostre parole. È quanto ci raccomanda San Paolo (Col. III, 17) « In tutto ciò che farete, nei vostri discorsi ed in tutte le vostre opere, rendete costantemente grazie a Dio e per Lui al Padre. » Rendetegli dunque grazie di ciò che ci ha fatto con un genere di vita così sublime, di come abbia cioè trasformato degli uomini in Angeli. (S. Chrys.). – Lodate il Signore nei sSnti, cioè in coloro che Egli ha glorificato. « Lodatelo nel riaffermare la sua potenza; lodatelo nelle meraviglie della sua forza, lodatelo nella sua grandezza infinita. » Tutte queste espressioni si applicano ai suoi Santi, secondo queste parole di San Paolo: « Affinché in Lui diventiamo giusti della giustizia di Dio. » (II Cor. V, 21). Se dunque essi sono giusti della giustizia che Dio ha fatto in essi, perché non sarebbero forti della forza di cui Dio è anche autore in essi, per farli resuscitare dai morti … Perché non si potrebbero chiamare le potenze di Dio, coloro nei quali Egli ha mostrato la sua potenza? Ancor più, essi sono la potenza di Dio, della stessa che egli ha detto: « Noi siamo giusti in Dio della giustizia di Dio. » Qual più grande marchio di potenza vi è, che regnare eternamente, tenendo sotto i piedi tutti i nemici? Perché i Santi non sarebbero la grandezza infinita di Dio? Io non parlo della sua propria grandezza, ma della grandezza che Egli ha dato alla moltitudine innumerevole dei Santi (S. Agost.). – Si può anche intendere la forza di cui qui parla il Profeta della potenza di Dio in esercizio, della potenza che doma gli ostacoli, che distrugge tutta la potenza opposta, che abbatte i superbi, che riduce in polvere i ribelli.

III. — 3- 5.

ff. 3-5.- Ciò che il Profeta si propone, è mettere in movimento tutti gli strumenti, che tutto si unisca per celebrare la gloria di Dio, che tutti i cuori siano ardenti di amore per Lui. Ora, come era prescritto ai Giudei di impiegare tutti gli strumenti in onore di Dio, così ci viene prescritto di farvi servire tutte le nostre membra, gli occhi, la lingua, le orecchie e le mani. « Offrite i vostri corpi come ostia vivente, santa, gradita a Dio, dice San Paolo; che la ragione presieda al vostro culto. » (Rom. XII, 1). – L’uomo tutto intero diviene allora un armonioso e multiplo strumento che fa salire a Dio una melodia spirituale piena di potenza e di dolcezza. «  Siate dunque voi stessi le trombe, il salterio, il tamburo, il coro, le corde, l’organo ed i cembali di giubilazione armoniosi, perché si accordino con tutti gli altri strumenti. Ecco tutto ciò che voi siete; che non vi sia niente di basso, di passeggero, di frivolo; e poiché i sentimenti carnali non sono propriamente che una morte … ogni spirito lodi il Signore. » (S. Agost.). – Dopo aver convocato gli abitanti del cielo, risvegliato lo zelo del popolo, fatto appello a tutti gli strumenti, il Profeta si rivolge alla natura intera, a tutte le età, senza eccezione; egli convoca in uno stesso coro, vecchi e giovani, uomini e donne, gli stessi bambini, tutti gli abitanti dell’universo, preludendo così all’universale effusione della semenza divina che doveva compirsi nel Nuovo Testamento (S. Chrys.). – Egli non dice: tutto ciò che esiste, perché la lode di Dio non appartiene che ai viventi: « I morti non vi loderanno, Signore » (Ps. CXIII), « è l’uomo vivente che celebrerà il vostro nome; » (Isai. XXXVIII) ma che tutto ciò che respira … ogni spirito lodi il Signore. – La fine di questo ultimo salmo comprende in sunto tutto il frutto che si deve trarre dai 150 salmi: « Che ogni spirito lodi il Signore. » È questo lo spirito di questo libro divino intitolato a ragione: il Libro delle lodi. 

SALMI BIBLICI: “CANTATE DOMINO, CANTICUM NOVUM; LAUS … ” (CXLIX)

SALMO 149: “CANTATE DOMINO CANTICUM NOVUM; LAUS …”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 149

Alleluja.

[1] Cantate Domino canticum novum; laus

ejus in ecclesia sanctorum.

[2] Lætetur Israel in eo qui fecit eum, et filii Sion exsultent in rege suo.

[3] Laudent nomen ejus in choro, in tympano et psalterio psallant ei.

[4] Quia beneplacitum est Domino in populo suo, et exaltabit mansuetos in salutem.

[5] Exsultabunt sancti in gloria, lætabuntur in cubilibus suis.(1)

[6] Exaltationes Dei in gutture eorum: et gladii ancipites in manibus eorum:

[7] ad faciendam vindictam in nationibus, increpationes in populis;

[8] ad alligandos reges eorum in compedibus, et nobiles eorum in manicis ferreis;

[9] ut faciant in eis judicium conscriptum: gloria hæc est omnibus sanctis ejus. Alleluja.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLIX.

Lodino Dio quei che da Dio ricevettero maggior beneficii, quindi lo lodi il suo popolo, che da Dio ebbe la promessa della gloria eterna, alla quale,  finito il pellegrinaggio, arriverà.

Alleluja. Lodate Dio.

1. Cantate al Signore un nuovo cantico, le laudi di lui (risuonino) nella Chiesa dei Santi.

2. Rallegrisi Israele in lui, che lo ha fatto, e i figliuoli di Sion esultino nel loro Re!

3. Lodino il nome di lui con armonico canto, lo celebrino al suono del timpano e del salterio.

4. Perché il Signore ha voluto bene al suo popolo, e i mansueti innalzerà a salute.

5. Esulteranno i Santi nella gloria; saranno lieti nelle loro mansioni. (1)

6. Hanno nella lor bocca le laudi di Dio, e nelle lor mani spade a due tagli;

7. Per prender vendetta delle nazioni e castigare i popoli;

8. Per legare in ceppi il loro re, e i loro grandi a catene di ferro;

9. Per fare sopra di essi il giudizio, che sia già scritto: questa gloria a tutti i Santi appartiene. Lodate Dio.

(1) La parola ebraica indica i letti dove ci si sedeva per la conversazione o il riposo.

Sommario analitico

Dopo avere, nei salmi precedenti, invitato la sua anima, la natura e tutte le nazioni a lodare Dio, il Profeta indirizzandosi nuovamente ai figli di Israele, indica loro i motivi particolari che hanno nel celebrare questo Dio del quale ha enumerato le perfezioni. Questi motivi sono la missione che essi hanno ricevuto da Lui quaggiù, e che li rendono sulla terra i rappresentanti della sua potenza e della sua giustizia. Nel primo senso imperfetto, il Profeta ha in vista le vittorie degli Israeliti, tornati dalla cattività, sui popoli vicini che si oppongono alla ricostruzione del tempio. In un senso più elevato, egli invita tutti i santi a lodare Dio a causa della grazia che ha loro accordato e della gloria di cui godono. 

I. – Egli li invita a cantare le lodi di Dio:

1° a cantare in onore di Dio solo,

2° a cantare un cantico nuovo,

3° a cantare nell’assemblea dei santi (1),

4° a cantare nei trasporti della gioia e dell’allegria (2),

5° a cantare al suono degli strumenti (3);

6° egli offre come motivo i benefici dei quali il Signore ha ricolmato il suo popolo:

     a) essi sono riuniti in un solo popolo sotto il suo scettro reale (6);

     b) Dio si compiace in essi come nel suo popolo (4).

II. – Descrive la loro felicità:

1° la gioia che essi provano nei loro corpi gloriosi,

2° la sicurezza ed il riposo eterno di cui la loro anima è in possesso (5),

3° le lodi di Dio che essi non cesseranno di cantare (6),

4° la potenza giudiziaria che essi esercitano sui loro nemici, sui loro re e sui principi, onore riservato a tutti i santi alla fine dei tempi (6-8).

Spiegazioni e Considerazioni

 I. — 1-4.

ff. 1-3. – Lodiamo il Signore con la voce, lodiamolo con gli sforzi della nostra intelligenza e con le buone opere e, come ci esorta questo salmo, cantiamo un cantico nuovo. Al vecchio uomo il cantico antico; all’uomo nuovo, un cantico nuovo. L’Antico testamento è il cantico antico; il nuovo Testamento è il nuovo cantico. L’Antico Testamento contiene delle promesse temporali e terrestri. Chiunque ama i beni della terra, canta il cantico antico; chiunque vuol cantare il cantico nuovo, deve amare le cose eterne. Questo nuovo amore è anche eterno; è dunque eternamente nuovo, perché non invecchia mai. (S. Agost.). – Non si può meditare abbastanza questa verità di cui Nostro Signore Gesù-Cristo ed i suoi Apostoli parlano incessantemente, di rinnovare tutto. Il Testamento è nuovo, il comandamento della carità è nuovo, il calice della salvezza è nuovo, il linguaggio con cui devono parlare i fedeli è nuovo, il carattere del Cristiano, è quello dell’uomo nuovo; la via che Gesù-Cristo ha aperto è nuova; la Gerusalemme di cui noi siamo cittadini, è nuova, il cantico che vi si canta è nuovo. Tutte queste novità non avranno la loro conclusione che nella vita beata, ma l’uomo fervente e rinnovato dalla carità ne raccoglie in questa vita le primizie, spogliandosi di giorno in giorno dell’uomo vecchio e dei suoi atti. (Berthier). – E dove dobbiamo cantare questo cantico nuovo? « Nell’assemblea dei santi. » Questa assemblea dei santi, è l’assemblea dei buoni chicchi di frumento sparsi nell’intero universo, seminati nel campo del Signore, cioè nel mondo … L’assemblea dei Santi, è dunque la Chiesa Cattolica; l’assemblea dei Santi non è la chiesa degli eretici, è la Chiesa che Dio ha designato prima che si vedesse, e che ha manifestato perché fosse visibile a tutti gli occhi (Aug.). – Vedete come, prima della lode della parola, il Profeta domandi quella delle opere e della vita. Chi sono coloro che Egli ammette a formare il religioso concerto? Non è sufficiente che la voce canti un inno d’azioni di grazie, bisogna che l’accompagni la virtù delle opere. C’è poi un altro insegnamento: noi vediamo in questa parola che bisogna lodare Dio con un accordo perfetto; perché la Chiesa è una riunione in cui regna l’armonia più perfetta (S. Chrys.). – « Gioisca Israele in Colui che l’ha creato. » Prima dei favori particolari, egli antepone in beneficio generale: rendete grazie a Dio del fatto che, prima che voi foste, Egli vi ha dato l’esistenza ed un’anima immortale. – Il primo titolo che Dio presenta ai nostri omaggi, è quello di Creatore, … gli uomini pensano ben poco a questo beneficio. Essi vivono come se fossero sempre esistiti, o come se fossero essi stessi gli autori del proprio essere. Quasi mai dicono, pur nella calma delle passioni e nel silenzio dell’amor proprio: Donde io sono venuto? Chi mi ha fatto? E come mi ha fatto? Cosa diventerò dopo il breve tempo trascorso sulla terra? (Berthier). – Ma ecco un beneficio ancora più grande; all’esistenza viene ad aggiungersi l’unione intima con Dio, che non solo ha dato loro la vita la, ma li ha resi suo popolo particolare. (S. Chrys.). – Rallegrarsi nel possesso delle creature, degli onori, delle ricchezze, è una gioia falsa e criminale; Rallegrarsi con se stesso, come se fossimo opera propria, è gioia ingannevole e mortale; ma gioire in Colui che, non solo ci ha creato, ma che vuol essere nostro Re, e riconoscerci come suo popolo, è la sola gioia solida e vera. (Duguet). – Lodino essi il suo Nome nei loro concerti, dolce sinfonia che riunisce in uno stesso coro tutte le voci e tutte le anime. San Paolo la raccomanda frequentemente ai primi fedeli, e l’Orazione domenicale, che tutti recitiamo, ne porta essa stessa l’impronta: è sempre al plurale che noi parliamo (S. Chrys.). –  Un coro è la riunione di uomini che si accordano per cantare. Se noi cantiamo in coro, noi cantiamo con accordo; se in un coro di uomini che cantano, uno solo stona, questo colpisce il nostro orecchio e turba il canto. Se la voce discordante di un solo cantore è sufficiente a turbare l’assemblea di un coro, quanto più un’eresia discordante non turba l’accordo di coloro che glorificano il Signore? (S. Agost.). – Lodare Dio con gli strumenti musicali, è lodare non soltanto con la lingua e la voce, ma con la mano e le opere; è lodare con tutte le membra del nostro corpo: gli occhi, le orecchie, la lingua e le mani. (Duguet).

ff. 4. – La ragione del cantico nuovo, è che Dio si è compiaciuto nel suo popolo e che lo ha amato, fin dall’eternità, di un amore infinito. Questa benevolenza, questo buon piacere di Dio è il fondamento e la fonte di tutti i beni, della predestinazione, della vocazione, della giustificazione, della glorificazione. Nostro-Signore dice nello stesso senso: « Non temete, piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro di darvi il regno; e l’Apostolo San Paolo non cessa – nelle sue epistole – di proclamare questo buon piacere di Dio, come la causa principale della nostra salvezza. » (Bellarm.). – « Perché il Signore ha fatto del bene al suo popolo. » Qual maggiore beneficio si può supporre che morire per degli empi? Qual più gran beneficio v’è che cancellare con il sangue del giusto il debito del peccatore? Quel più gran beneficio che dire: io non voglio ricordarmi di ciò che siete stati, siate ciò che non eravate? « Il Signore ha fatto del bene al suo popolo, » rimettendoli i suoi peccati, promettendogli la vita eterna; Egli gli ha fatto del bene riconducendolo dopo che si era allontanato da Lui, assistendolo quando combatte, coronandolo dopo la vittoria. « Egli esalterà coloro che sono mansueti per salvarli. » In effetti gli orgogliosi sono  esaltati molto, ma non per essere salvati. Gli uomini dolci sono esaltati per la loro salvezza, gli orgogliosi per la loro rovina; cioè: gli orgogliosi si esaltano e Dio li umilia; al contrario coloro che sono mansueti si umiliano, e Dio li esalta. (S. Agost.).

II. – 5-8

ff. 5. –  Non c’è nessuno che non ami la gloria. Ma la gloria degli insensati, quella che si chiama la gloria popolare, ha un fascino ingannevole. Ogni uomo che si lascia prendere dalle lodi degli uomini di vanità e dirige la sua vita in modo da ottenere le lodi degli uomini chiunque siano e con tutti i mezzi possibili … questa stolta gloria, il Signore la condanna, essa è abominevole agli occhi dell’Onnipotente … Quanto ai Santi, essi sono trasportati dalla gioia nella gloria, e non c’è bisogno che noi diciamo quali saranno questi trasporti. Ascoltate ciò che dice il Profeta: « Essi saranno trasportati di gioia nella gloria, si rallegreranno sui loro giacigli di riposo. » Questo non avviene nei teatri, nei circhi, nei frivoli divertimenti, né sulle piazze pubbliche, ma « … nei loro giacigli. » Che significano queste parole « nei loro giacigli. » Nei loro cuori! Ascoltate l’Apostolo San Paolo, trasportato di gioia nel letto di riposo: « La nostra gloria, dice, è la testimonianza della nostra coscienza. » (II Cor. I, 12). D’altro canto, è da temere chiunque si compiace in se stesso e che, diventando orgoglioso della sua buona coscienza, glorifichi se stesso … Così, dopo aver detto: « Essi gioiranno nei loro giacigli, » il Profeta ha subito aggiunto, per prevenire in essi ogni compiacimento: « le lodi di Dio riempiranno la loro bocca di gioia. » È così che essi saranno ricolmi di gioia nei loro giacigli, non attribuendosi il merito della loro bontà, ma lodando Colui da cui hanno ricevuto ciò che di buono hanno in se stessi, Colui che li chiama per farli giungere là dove essi non sono ancora, e dal quale sperano la loro perfezione, Colui al quale essi rendono delle azioni di grazie, perché ha cominciato a renderli migliori. (S. Agost.). –  « Essi si riposeranno nei loro giacigli, » cioè nella patria celeste. Il letto, in effetti, è un luogo di riposo che non si trova nella via in cui camminiamo; è qui che dobbiamo combattere contro la carne e bagnare delle nostre lacrime il nostro letto per spegnere i fuochi della lussuria che ci bruciano (S. Gerol.).  

ff. 6-8. – « Ed essi avranno nelle loro mani delle spade a due tagli. » Noi leggiamo nell’Apocalisse che una spada affilata dai due lati usciva dalla bocca del Salvatore (I, 16). Voi vedete che i Santi hanno ricevuto dalla bocca di Nostro-Signore le spade a due tagli che hanno nelle mani. Il Signore promette dunque ai Santi le spade che escono dalla sua bocca. Queste spade a due tagli, sono la parola della sua dottrina; questa spada a due tagli, è il senso letterale ed il senso spirituale; questa spada a due tagli ha due funzioni principali, essa parla sia del secolo presente sia del secolo futuro; qui mette a morte gli avversari; nel cielo, apre il regno dei cieli. (S. Gerol.). – Veramente la Gloria non si trova là dov’è l’oro, il denaro, le pietre preziose, gli abiti di seta; colui che ha queste spade a due tagli, che bisogno ha di altre cose? Vedete ciò che dice il Profeta terminando: « Tale è la gloria riservata a tutti i suoi Santi. » Preghiamo Dio di accordarci questa gloria, preghiamolo di armare le nostre mani con questa spada che esce dalla sua bocca. Colui che è armato di questa spada non teme più la spada del secolo. (S. Gerol.). – Queste spade a due tagli messe nelle mani dei Santi, costituiscono il potere giudiziario di cui Gesù-Cristo ha fatto loro parte, e che essi eserciteranno soprattutto negli ultimi giorni. Non sapete, dice San Paolo, « che i Santi giudicheranno questo mondo, e che noi giudicheremo anche gli Angeli? » (I Cor. VI, 2, 3), vale a dire gli angeli ribelli, che essi giudicheranno in questo senso, che saranno testimoni dell’arresto formidabile che sarà pronunciato contro di loro, e che essi applaudiranno con tutta la corte celeste alle vendette che l’Altissimo attuerà contro questi nemici di Dio, di Gesù-Cristo e del genere umano (Berthier). – È allora che i Santi, entrando nello zelo di Dio, prenderanno vendetta, non delle proprie ingiurie, ma di quelle che saranno state fatte a Dio alla loro presenza. – È allora che i re, i nobili, i principi che hanno usato tirannicamente del loro potere, si vedranno caricati di quelle stesse catene di cui ingiustamente avranno caricato gli innocenti. –  « … Per esercitare contro di essi il giudizio prescritto. » I Santi esercitano il giudizio di Dio contro gli empi, e gli empi contro i Santi. Essi sono soltanto, nei confronti reciproci, ministri della giustizia o della sua misericordia, ma in maniera molto differente. Gli empi, perseguitando i giusti, contribuiscono alla loro santificazione, ed i santi, esercitando il giudizio di Dio, rendono all’ingiustizia subita la pena che è loro dovuta. « Tale è la gloria che è riservata ai Santi nel cielo, a coloro che non ne pretendevano alcuna sulla terra. (Duguet). » – La Gloria dei Santi ci è quasi sconosciuta sulla terra. Innanzitutto, coloro che vivono tra di noi, sono così attenti a nascondersi che le loro virtù ci sfuggono, e gli uomini sono così cattivi giudici in materia di santità, che tacciano spesso le virtù più pure come ipocrisia, politica, umore, debolezza. Non è che nel giorno delle rivelazione che la gloria dei Santi si manifesterà pienamente ai nostri occhi. (Berthier). – In effetti, la fioritura della santità, è la gloria. La gloria esce dalla grazia come il frutto dal fiore, ed il fiore dal gambo. L’opera del Cristianesimo essendo opera di santità, è dunque, per questo, un’opera di gloria. È con questa bella imèplicazione che il Profeta conclude questo salmo; egli viene a mostrarci la felicità, gli onori, la potenza di cui Dio riveste i suoi eletti, e ci dice: « Tale è la gloria che Dio riserva a tutti coloro che avranno vissuto santamente sulla terra. »

SALMI BIBLICI: “LAUDATE DOMINUM DE CÆLIS ” (CXLVIII)

SALMO 148: “LAUDATE DOMINUM DE CÆLIS “

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

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[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 148

Alleluja.

[1] Laudate Dominum de caelis;

laudate eum in excelsis.

[2] Laudate eum, omnes angeli ejus; laudate eum, omnes virtutes ejus.

[3] Laudate eum, sol et luna; laudate eum, omnes stellae et lumen.

[4] Laudate eum, cœli cælorum; et aquæ omnes quae super cœlos sunt,

[5] laudent nomen Domini. Quia ipse dixit, et facta sunt; ipse mandavit, et creata sunt.

[6] Statuit ea in æternum, et in sæculum sæculi; præceptum posuit, et non praeteribit.

[7] Laudate Dominum de terra, dracones et omnes abyssi;

[8] ignis, grando, nix, glacies, spiritus procellarum, quae faciunt verbum ejus;

[9] montes, et omnes colles; ligna fructifera, et omnes cedri;

[10] bestiæ, et universa pecora; serpentes, et volucres pennatæ;

[11] reges terræ et omnes populi, principes et omnes judices terræ;

[12] juvenes et virgines, senes cum junioribus laudent nomen Domini,

[13] quia exaltatum est nomen ejus solius.

[14] Confessio ejus super caelum et terram; et exaltavit cornu populi sui. Hymnus omnibus sanctis ejus; filiis Israel, populo appropinquanti sibi. Alleluja.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLVIII.

Si invitano per ordine le cose create a celebrare, quasi in coro, le lodi del Creatore.

Alleluja. Lodate Dio.

1. Lodate il Signore, voi che state ne’ cieli; lodatelo voi che siete ne’ luoghi altissimi.

2. Lodatelo voi tutti Angeli suoi; lodatelo tutti voi sue milizie.

3. Lodatelo voi sole e luna; voi stelle e tu luce, lodatelo.

4. Lodatelo voi, o cieli de’ cieli; e le acque tutte, che son sopra de’ cieli, lodino il nome del Signore.

5. Perocché egli parlò, e furon fatte le cose; ordinò, e furon create.

6. Le ha stabilite per essere in eterno, e per tutti i secoli; fissò un ordine, che non sarà trasgredito. (1)

7. Date laude al Signore, voi che abitate la terra, voi dragoni, e voi tutti, o abissi.

8. T u fuoco, tu grandine, tu neve, tu ghiaccio, tu vento procelloso, voi che obbedite alla sua parola.

9. Voi monti, e voi tutte, o colline; piante fruttifere, e voi tutti, o cedri.

10. Voi tutte bestie selvagge e domestiche; voi serpenti e voi pennuti augelli.

11. Regi della terra e popoli tutti; principi tutti e giudici della terra.

12. I giovanetti e le vergini, i vecchi e i fanciulli lodino il nome del Signore, perché il nome di lui solo è sublime.

13. La gloria di lui pel cielo si spande e per la terra; ed egli ha esaltata la potenza del popol suo.

14. L’inno (conviene) a tutti i santi di lui, ai figliuoli d’Israele, al popolo propinquo a lui. Lodate Dio.

Questo salmo è stato imitato con molta eleganza da Milton, “Paradiso perduto”, V lib. V. 153 e segg.

(1) I corpi celesti in particolare non sono soggetti ai cambiamenti degli uomini, degli animali, delle piante, ed in generale i corpi sublunari. Quelli celesti devono durare fino alla fine dei secoli.

Sommario analitico

Il salmista invita tutte le creature a lodare Dio (2);

I. – Gli abitanti del cielo:

1° gli Angeli e le armate degli spiriti beati (1, 2);

2° il sole, la luna e le stelle (3);

3° i cieli stessi e le acque superiori (4);

4° ne dà come motivo l’onnipotenza creatrice (3) e conservatrice di Dio (6).

II. – Gli abitanti della terra:

1° gli esseri inanimati (7-9);

2° gli esseri animati ma senza ragione (10);

3° gli esseri ragionevoli di ogni specie, di ogni sesso e di tutte le età (11, 12);

4° ne dà come motivo: a) la maestà e la gloria di Dio, superiore a tutte le creature (13); b) i benefici del Signore verso il suo popolo (14).

Conclude questo salmo esortando i veri figli fi Israele a cantare le lodi di Dio (15).

Spiegazioni e Considerazioni

I. —1-6.

ff. 1-6. – Costume dei santi è convocare un gran numero di altri cuori quando essi vogliono benedire la misericordia e celebrare le lodi di Dio;  invitano tutte le creature a rendere gloria al Signore; richiedono una voce a tutte le potenze dall’essere sensibile; ne chiederanno al bisogno alle rocce, alle montagne. Sentendo che non riuscirebbero da soli a celebrare le lodi del Signore, essi si girano da ogni lato perché tutte le creature prendano parte ai loro pii cantici. Ecco ciò che qui fa il Profeta richiamando a sé l’una e l’altra creazione, il mondo superiore ed il mondo inferiore, gli esseri visibili e gli esseri intellettuali. – Di là risulta un altro insegnamento: non è possibile ammettere due artigiani del mondo. Senza dubbio la creature sono diverse, le sostanze non si somigliano; le une sono materiali, le altre spirituali, queste visibili, e quelle invisibili; c’è il mondo dei corpi ed il mondo degli spiriti, ma non c’è che un unico Creatore, ed è questo solo e medesimo Dio che deve essere lodato da tutte le creature, dalle voci unite delle due creazioni, affinché si sappia che Egli è l’unico fattore dell’una e dell’altra (S. Chrys.). – Il Profeta comincia dalle creaturesuperiori, egli invita in quattro modi differenti le celesti creature a lodare il Signore: voi che abitate nel cielo, voi che siete nelle regioni più elevate, voi Angeli del Signore, voi sue potenze, lodate il Signore. Guardiamoci dal credere tuttavia che il Profeta inviti questi spiriti celesti ad accingersi ad un dovere che essi potrebbero omettere, poiché gli Angeli non hanno altra funzione nel cielo, che quella di lodare Dio. Questo invito è l’espressione del sentimento di gioia che egli prova pensando che i santi Angeli siano sempre occupati a lodare Dio, e dal desiderio di associarsi alle lori lodi. (Berthier). – Come possono lodare Dio delle creature che non hanno né voce, né lingua, né sentimento, né pensiero, alle quali manca anzi l’organo che è il principio della parola? Vi sono due modi di lodare: non si loda solamente con la parola, si loda anche con la vista. C’è una glorificazione che risulta semplicemente dall’esistenza sola: « I cieli raccontano la gloria di Dio, ed il firmamento annunzia la potenza delle sue mani. » (Ps. XVIII, 1).Allo stesso odo qui la creatura loda con la sua bellezza, con la sua posizione, la sua grandezza, la sua natura, con i servizi che essa rende, on i beni inesauribili dei quali è ministra. (S. Chrys.). – Come il sole e la luna lodano il Signore? Non deviando mai dalle funzioni e dal compito loro imposti. Questa fedeltà ad obbedire al Dio, è la maniera di lodare Dio. Qual grande onore per voi, anime umane; è per voi che il sole, la luna e le stelle compiono il loro corso, e seguono la strada che Dio ha loro tracciata. (S. Gerol.).

f. 5, 6. – Il Profeta risale qui alla sorgente della grandezza, della beltà che noi ammiriamo nelle creature. Che esse siano belle e meravigliose, è un risalto degli occhi; che esse abbiano un Creatore, che non vengano da se stesse, che siano pertanto prodotte, si potrebbe dedurre dal testo stesso ben compreso. Se qualcuno a tal riguardo, conservasse ancora un dubbio, apprenda da me qual sono i risultati di un pensiero creatore e di una provvidenza che attenta veglia su di esse. – In effetti, si può qui distinguere qui, esaminando il testo da vicino, che esse son create, non tratte dal nulla, che Dio le abbia fatte senza sforzo alcuno, e che le governi poi dopo averle fatte. – Quel che c’è di ammirevole soprattutto, non è soltanto che Dio governi tutto, che i limiti di ogni natura restino indistruttibili; ma è anche che i secoli passino senza nulla cambiare. Quanto tempo già! E alcuna confusione si è prodotta nelle creature; il mare non ha invaso la terra, il sole illumina senza bruciare, il firmamento resta indistruttibile, né il giorno né la notte hanno valicato i limiti che li separano; lo stesso ne è delle stagioni e, in una parola, di tutto. Ogni cosa ha conservato invariabilmente il suo posto, e ne ha perfettamente rispettato i limiti che le furono imposti. (S. Chrys.). – « Egli ha dato loro i suoi ordini ed essi non mancheranno di eseguirli. » Ecco che dopo tanti anni, il decreto di Dio si compie con rigorosa puntualità. Egli ha dato alla luna l’ordine di crescere e decrescere nello spazio di trenta giorni: ha mai essa cambiato il suo corso? Gli ordini di Dio sono osservati nel cielo e non si trasgrediscono sulla terra. L’oceano si avvicina alla sue rive con le sue onde elevate, e si arresta per tornare su se stesso, perché di ricorda dei precetti divini. Il mondo intero obbedisce a Dio docile ai suoi ordini, l’uomo solo non si degna di ricordarsene. Ecco perché noi diciamo nell’orazione domenicale: « Sia fatta la tua volontà sulla terra come in cielo. » Come tutti gli Angeli e tutte gli altri esseri creati vi servono nel cielo, così l’uomo vi serva sulla terra. O genere umano infortunato! Un Dio è disceso fino a te, perché tu hai rifiutato di salire fino a Dio. Non contento di non averlo ricevuto, lo metti a morte, lo crocifiggi, lo bestemmi; non contento di averlo messo a morte, non fai penitenza per questo crimine orribile di deicidio (S. Gerol.).

II. — 7 – 15

f. 7-9. – Ci sono degli uomini che pretendono che gli esseri che brillano in cielo sono degni della verità dell’Artigiano supremo, ma che non sia così di coloro che sono sulla terra e tra i quali si trovano gli scorpioni, i serpenti e tante altre razze di bestie pericolose, così come gli alberi che non danno alcun frutto. Il Profeta sembra rispondere a queste false idee, lasciando da parte le cose di cui nessuno contesta l’utilità, per venire immediatamente a ciò che sembra non procurarci alcun vantaggio, ed è per questo che mette sotto i nostri occhi i dragoni ed i serpenti; la parte del mare dove non si avventurano i vascelli, le cose stesse che sembrano nocive, il fuoco, la grandine ed il ghiaccio, poi gli alberi sterili e le montagne; egli lascia le pianure fecondate dal lavoro dei contadini, che si coprono di messi e di frutti, per non richiamare che la montane, i luoghi scoscesi e deserti, ogni sorta di rettili … Così ci mostra la bontà preveggente di Dio. Se le cose che sembrano inutili o anche nocive alla natura umana sono talmente utili e buone al punto che esse cantano la Gloria del Signore e pubblicano le sue lodi così come sono, che dobbiamo pensare delle altre? (S. Chrys.). – Gli scorpioni, i rettili ed i dragoni sono invitati dal Profeta a lodare Colui che ha dato loro l’esistenza; … solo il peccatore è escluso da questo sacro coro. Il Profeta mette il peccatore fuori dal concerto delle creature, come si mette in esilio dalla sua patria un cattivo cittadino. (S. CHRYS. Homél. p. le jour de son ord. n. 2). – Dopo aver detto: « Che il fuoco, la grandine, il ghiaccio, i venti impetuosi, » tutte cose che gli insensati considerano come elementi disordinati, ribelli ed agitati dal caso, il Profeta aggiunge: « che eseguono gli ordini delle sue parole. » Degli elementi che, con tutti i loro movimenti, eseguono gli ordini della parola di Dio, non possono dunque apparirvi come  dal caso. Il fuoco si porta ove Dio vuole, ugualmente le nubi, sia che celino la pioggia, sia che racchiudano la neve o la grandine. – Tutte le creature inanimate, gli animali, anche i più selvaggi, quelli che sono più sensibili all’uomo, lo portano a lodare Dio o a temerlo, richiamando in lui il ricordo dell’orgoglio e della disobbedienza dei progenitori, orgoglio e disobbedienza che ci hanno fatto perdere il dominio che l’uomo aveva sugli animali (Duguet).

ff. 11 – 14. – Il Profeta sfiora qui un’altra manifestazione della divina Provvidenza, quella che si applica ai capi dei popoli. Come fa pure S. Paolo nella sua Epistola ai Romani, svolgendo colà una dottrina mirabile che riguarda il piano della saggezza di Dio nella completa organizzazione del potere e dell’obbedienza, l’uomo, investito del potere « è il ministro di Dio in rapporto a voi e per il vostro bene. » (Rom. XIII, 4). – Anche se nello stato attuale delle cose, tra coloro che governano ci sono dei corrotti, nondimeno l’istituzione è talmente utile che ne trarremo i vantaggi più preziosi, malgrado la perversità degli uomini; si pensi qual benessere per il genere umano, se tutti i depositari del potere lo esercitassero in maniera degna! Lo stabilirsi del potere, è l’opera di Dio; ma l’invasione del potere da parte della perversione o l’uso disastroso che se ne fa, questo è opera dell’uomo. Il Profeta vuol dunque farci intendere come l’esistenza stessa dei sovrani e dei magistrati sia un motivo per noi di riconoscenza verso Dio; perché è per mezzo di questi che ha provveduto affinché l’uomo vivesse nell’ordine, e non secondo le maniere delle bestie selvagge, come la maggior parte avrebbe fatto; è per adempiere le funzioni di conduttori e di piloti che i principi ed i monarchi ci sono stati dati. (S. Chrys.). –  La maggior parte di coloro che il Profeta invita qui a lodare il Signore, sono precisamente coloro che immaginano i più futili pretesti per dispensarsi da questi doveri: i principi ed i magistrati sono nel vortice degli affari: i giovani devono lavorare alla loro fortuna; le ragazze sono in età da prendere parte ai piaceri ed alle vanità del mondo; i vecchi sono carichi di infermità; i bambini son troppo leggeri; i popoli, presi in generale, sopportano il giogo del lavoro, della dipendenza, della miseria. È così che quasi nessuna persona pensa all’unico oggetto che dovrebbe interessarlo. Il Profeta tuttavia appoggia il suo invito su di un motivo che distrugge tutti i falsi pretesti: e questo è che solo il Signore porta un Nome che merita di essere onorato ed esaltato. Quanta magnificenza e verità c’è in questo pensiero del Profeta: « Dio solo possiede un Nome che merita di essere esaltato! » A Dio solo dunque, dice l’Apostolo, sia l’onore, la gloria, il regno in eterno (I Tim. VI, 15). –  « Egli ha esaltato la forza del suo popolo. » È una ragione di più che il Profeta ci adduce per stimolarci a servire Dio con maggiore ardore; è come dirci che il Signore non ha bisogno alcuno delle nostre adorazioni, Egli che possiede per natura la gloria essenziale, un impero assoluto su tutte le cose, e che ha voluto, per pura bontà, darsi un popolo che fosse in modo speciale il suo e la cui gloria si spandesse dappertutto nell’universo. (S. Chrys.). – « Ed Egli ha esaltato la potenza del suo popolo. » E quando esalterà la potenza del suo popolo? Quando il Signore stesso verrà, quando il nostro Sole si leverà, non questo sole visibile ai nostri occhi, che sorge sui buoni e sui malvagi, ma quello di cui il Profeta Malachia ha detto: « Per voi che temete il Signore, si leverà il sole di giustizia e sarete salvati all’ombra delle sue ali … » (Malach. IV, 2). Allora questo sarà il tempo dell’estate; ora che noi siamo nell’inverno, nascosti nella radice, i frutti non appaiono; durante l’inverno, gli alberi che vedete sembrano aridi; colui che non sa riflettere crede che la vigna sia disseccata, e forse, rispetto a quella che è vivente, ce n’è una che è veramente disseccata durante l’inverno: esse si somigliano, una è vivente, l’altra è morta; ma per entrambe la loro vita e la loro morte sono ugualmente nascoste; viene l’estate, la vita dell’una apparirà nel suo splendore, e la morte dell’altra diventerà visibile; di quella che è vivente, le foglie spunteranno in tutta la loro bellezza, la sua fecondità brillerà con i frutti; la vigna si rivestirà all’esterno di ciò che la sua radice racchiude all’interno. Ora dunque, noi siamo simili agli altri uomini: i santi nascono, mangiano, bevono, si vestono come loro, la loro vita si svolge come quella degli altri uomini. Talvolta questa somiglianza inganna gli uomini ed essi dicono: eccolo qui uno che è diventato Cristiano, nondimeno per questo non ha il mal di testa? Ebbene, il suo titolo di Cristiano gli dà qualche cosa più di me? O vigna disseccata, voi avete presso di voi questa vigna che sembra disseccata in inverno, ma che non lo è in realtà. L’estate verrà, il Signore verrà, e con Lui la nostra gloria che era nascosta nella radice; ed allora, « … Egli esalterà la potenza del suo popolo, » dopo questa cattività nella quale ci tiene, durante la nostra vita, la nostra condizione mortale. (S. Agost.). – Benché tutte le creature siano obbligate a lodare Dio, le sue lodi devono essere particolarmente nella bocca di tutti i santi. Questi santi sono tutti i Cristiani, che il loro Battesimo obbliga a lavorare per la loro santificazione. È questo popolo che deve sempre essere unito a Dio con una fede vivente e feconda di buone opere e che è tutto consacrato al suo servizio (Duguet).

SALMI BIBLICI: “LAUDA JERUSALEM, DOMINUM” (CXLVII)

SALMO 147: “LAUDA, JERUSALEM, DOMINUM”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 147

Alleluja.

[1] Lauda, Jerusalem, Dominum;

lauda Deum tuum, Sion.

[2] Quoniam confortavit seras portarum tuarum, benedixit filiis tuis in te.

[3] Qui posuit fines tuos pacem, et adipe frumenti satiat te.

[4] Qui emittit eloquium suum terrae, velociter currit sermo ejus.

[5] Qui dat nivem sicut lanam, nebulam sicut cinerem spargit.

[6] Mittit crystallum suum sicut buccellas: ante faciem frigoris ejus quis sustinebit?

[7] Emittet verbum suum, et liquefaciet ea; flabit spiritus ejus, et fluent aquæ.

[8] Qui annuntiat verbum suum Jacob, justitias et judicia sua Israel.

[9] Non fecit taliter omni nationi, et judicia sua non manifestavit eis. Alleluja.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLVIl.

I codici nuovi ebraici fan questo Salmo una continuazione del Salmo antecedente. Ma i codici antichi doveano averlo per un Salmo da sé col proprio titolo, poiché i Settanta, che tradussero dagli antichi, ne fanno un Salmo nuovo. L’argomento è esortazione a lodare Dio per i beneflci conferiti da lui al suo popolo.

Alleluja. Lodate Dio.

1. Loda, o Gerusalemme, il Signore; loda. Sionne, il tuo Dio.

2. Perocché forti sbarre ha egli messe alle tue porte; ha benedetti i tuoi figliuoli dentro di te.

3. Egli ha messa ne’ tuoi confini la pace, di fior di frumento ti pasce.

4. Egli manda la sua parola alla terra; la sua parola corre velocemente.

5. Ei dà la neve come fiocchi di lana; (1) come cenere sparge la nebbia.

6. Manda il suo gelo come, pezzi di pane, chi può reggere al freddo ch’ei porta? (2)

7. Manderà i suoi ordini, e farà ch’ei si sciolgano; soffierà lo spirito di lui, e scorreranno le acque.

8. Egli, che annunzia la sua parola a Giacobbe, e i suoi precetti e i suoi giudizi ad Israele!

9. Non ha fatto così a tutte le nazioni, né  ha manifestati ad essi i suoi giudizi. Alleluia.

(1) L’esperienza ci insegna che in effetti, per garantire il grano, le piante e gli alberi dalla dannosa influenza del freddo, la natura non poteva dare nessun riparo migliore che la neve. Siccome il freddo dell’inverno è molto più pregiudizievole per il regno vegetale che per quello animale, le piante perirebbero se non fossero protette da qualche mezzo. Dio ha voluto che la pioggia, che durante l’estate rinfresca e rianima i vegetali, cadesse d’inverno sotto forma di lana dolce che servisse loro da copertura e le difendesse dalle ingiurie della gelata e dei venti. Quando la neve è ammassata in basso, conserva una temperatura più dolce che in superficie. Esperienze tendono a provare che fa meno freddo sotto la neve che all’esterno; e più il mantello è spesso, più il termometro che penetra in basso a questa massa, si tiene al di sopra dello zero. (Leçons de la nature, t. IV, p. 179).

(2) Nebulam, la gelata bianca, la brina. La parola ebraica “Fatim”, tradotta con “Buccelas”, significa frammenti, pezzi, ciò che può indicare la grandine.

Sommario analitico

In questo salmo, che è come una terza strofa del precedente, ed in cui si ritrovano le stesse idee nello stesso ordine, il Profeta invita la Gerusalemme terrestre – ed in essa la Chiesa di Gesù-Cristo – nonché la Gerusalemme celeste, a celerare le lodi di Dio (1).

I. – Egli ne dà come motivo:

1° motivi particolari al popolo di Dio:

a) la forza inespugnabile che dà alle sue barriere (2);

b) l’abbondanza e la pace che ne sono la sequela (3);

2° motivi generali:

a) la prontezza con la quale i suoi ordini si spandono su tutta la terra (4);

b) la sua onnipotenza nei fenomeni fisici della neve, del ghiaccio, etc., che sceglie di preferenza il salmista, perché in un paese anche caldo, la neve, il ghiaccio, il gran freddo erano rari e causavano una sorte di ammirazione nel popolo (5-7);

3° specifica poi gli sforzi della Provvidenza tutta particolare di Dio nei riguardi del suo popolo, a) mentre Egli ha istruito tutti gli altri popoli con effetti materiali, ha istruito il suo popolo con i suoi Profeti o da Se stesso (8), ciò che non ha fatto per le altre nazioni (7).

Spiegazioni e Considerazioni

 I. – 1-3.

ff. 1. – Perché questo invito a Gerusalemme di lodare nel complesso il Signore, ed a Sion di lodare il suo Dio? Sion non è altro che Gerusalemme. Gerusalemme significa « visione di pace, » e Sion significa « contemplazione ». Vedete se questi nomi designano altra cosa che degli spettacoli; i gentili non credano dunque che essi abbiano degli spettacoli e noi non ne abbiamo. Talvolta all’uscire dal teatro o dall’anfiteatro, quando la folla sciama dai vomitori, da questi luoghi di perdizione, gli spettatori, con lo spirito occupato dai fantasmi della loro vanità, e la memoria piena di ricordi non solo inutili, ma pure perniciosi, il cuore rivolto a gioie che sembrano dolci, ma che danno la morte; gli spettatori – io dico – vedono spesso passare dei servi di Dio. Essi li riconoscono sia dall’abbigliamento e dal cammino, sia dai tratti e dall’aspetto del volto, ed essi dicono a se stessi ed agli altri: oh! gli infelici! Quali gioie si perdono! Fratelli miei, preghiamo per essi il Signoreper la gratitudine dei loro benevoli rimpianti, perché essi li credono ben riposti … tuttavia, nella loro futile benevolenza, vana, erronea, se si possa pure definire benevolenza, essi ci compiangono perché perdiamo ciò che essi amano; preghiamo perché essi non perdano ciò che noi amiamo. Vedete qual è la Gerusalemme per cui il Profeta esorta a lodare Dio, o piuttosto a stimolarne le lodi; perché, quando noi vedremo Iddio, lo ameremo e lo glorificheremo, non ci sarà più bisogno della voce dei Profeti per esortare ed eccitare i canti della città celeste (S. Agost.). – Cantare le lodi del Signore è un esercizio che conviene propriamente alla Gerusalemme celeste, e la lode di Dio è l’unica occupazione dei beati del cielo. Piangere e gemere è un esercizio proprio alla Gerusalemme della terra. Tiepidamente noi dobbiamo cominciare sulla terra ciò che siamo chiamati a continuare a fare eternamente nel cielo. Credete voi una vita futura – diceva S. Agostino – cominciando l’esposizione di questo salmo? La vostra occupazione sulla terra sia lodare Dio e benedirlo, perché voi siete chiamati a rendergli eternamente questo omaggio nella santa Sion, ove il dolore, il lutto, la paura non penetrano affatto … Voi sapete qual sia la vostra fede, vi ricorderete del sacro carattere che avete ricevuto. Vivete dunque conformemente alla vostra professione; lodate adunque il Signore vostro Dio, e fate fin dal presente ciò che dovrete fare eternamente nella Gerusalemme celeste.

ff. 2, 3. – Quanti benefici riuniti! Il primo di tutti ed il più grande, si trova rinchiuso in queste parole: « Tuo Dio. » Questo dice tutto in qualche modo: Egli ti ha posto nella sua intimità, ti assicura la sua eredità, e Lui, il Signore di tutti gli esseri senza eccezione, vuol essere per eccellenza tuo; ed è là, certamente, la fonte di tutti i beni. Ciò che viene immediatamente dopo, è la sicurezza della città; il terzo, è il suo prodigioso accrescimento; il quarto è che non solo la città, ma ancora la nazione intera, sia al riparo dalle guerre e dalle sedizioni. A questo ultimo beneficio, il Profeta ne aggiunge un altro: l’abbondanza dei frutti della terra, abbondanza che si deve attribuire non alla fecondità della terra stessa, né all’influenza naturale dell’aria, ma alla preveggente bontà del Creatore (S. Chrys.). – Gerusalemme deve lodare il Signore perché le ha dato la sicurezza e l’abbondanza che riassumono tutti i beni; perché la sicurezza senza l’abbondanza non è che la sicurezza dell’indigenza, e l’abbondanza senza la sicurezza è piena di timori e di pericoli. (Berthier). – Loda il tuo Dio, perché ha fortificato le sbarre di queste porte … Si, i profeti sono le vere porte della Chiesa; senza i Profeti, noi non potremmo entrare nella Chiesa. I Manichei hanno voluto entrare senza le porte, e non sono mai entrati; Marcione non accoglie l’Antico Testamento, e non passando per le porte dell’Antico Testamento, non è potuto entrare nel Vangelo. Quanto a noi, noi riceviamo i Profeti ed entriamo da queste porte: « Tutti coloro che sono venuti prima di me erano dei ladri e dei briganti, dice Gesù-Cristo. » (Giov. X, 8) Oh! Se Dio non accordasse di poter essere una serratura delle porte di Sion! Se un eretico volesse forzare queste porte per entrare nella divina economia dei Vangeli, io mi metterei di traverso, e gli impedirei di passare: « Perché Egli ha fortificato le sbarre delle tue porte. » Datemi un sacerdote profondamente istruito delle celesti Scritture; se egli vede venire Eumomius, Arius, per strappare ai Profeti qualche testimonianza contro di noi, non gli resiste come una sbarra, e non resiste loro vittoriosamente come una serratura? E notate la giustezza di questa espressione: « Egli ha fortificato le sbarre delle tue porte. » Così, quando voi vedete un prete discutere sulle sante Scritture, non è lui che discute, non lo credete, ma è Colui che lo fortifica (S. Girol.). – « Egli ha stabilito la pace in tutta la vostra estensione. » Quale gioia vi ha preso tutti a queste parole! Amate la pace, noi siamo pieni di allegrezza, quando noi sentiamo uscire dai vostri cuori l’esplosione del vostro amore della pace. A qual punto siete incantati? Io non ho detto ancora niente, niente spiegato, non ho fatto che annunziare questo versetto e voi avete gridato: qual sentimento ha dunque così gridato in noi? L’amore della pace! Cosa ho esposto ai vostri occhi? Perché voi gridate se l’amate? Perché amate se non vedete? La pace è invisibile. Quale occhio ha potuto vederla per amarla? Ma voi non l’acclamereste se non l’amaste? Ecco gli spettacoli che prodiga il Dio delle cose invisibili. Da quale sublime beltà i nostri cuori sono stati colpiti dalla sola idea della pace! Che bisogno c’è di parlare innanzitutto della pace, o di lodare la pace? Il vostro sentimento ha prevenuto tutte le mie parole; io non posso dipingerla degnamente, ne sono incapace, riconosco la mia debolezza; rimettiamo ogni elogio della pace a questa felice patria della pace. Là noi la loderemo pienamente, perché noi la possederemo pienamente. Se noi la amiamo già anche quando non è cominciata in noi, quale lode le daremo quando sarà poi perfetta? O figli diletti di Dio, o figli del regno celeste, o cittadini di Gerusalemme, io vi dico delle cose perché la visione della pace brilla in Gerusalemme, e tutti coloro che amano la pace sono benedetti in questa città; che vi entrino quando le porte sono chiuse e le vedremo consolidate. Questa pace che voi amate, che voi circondate di tale amore, solo al sentirla nominare, cercatela, desideratela, amatela nella vostra casa, amatela nei vostri affari, amatela nella vostra sposa, amatela nei vostri figli, nei vostri servi, amatela nei vostri amici, amatela nei vostri nemici. (S. Agost.). – Questa pace è stabilita sui confini di Gerusalemme, per farci intendere che sarebbe vano illudersi di possedere la pace del cuore, se essa non regnasse nelle facoltà che sono di sua dipendenza e come sulle sue frontiere. Come regnerà la pace nel cuore, se i sensi sono turbati da oggetti esteriori, se lo spirito è posseduto da false massime, se la memoria non richiami che le tempeste di una vita profana? – « Egli ti sazia con fior di frumento. » La Chiesa, figurata da Gerusalemme, era destinata a nutrirsi di un pane ben più squisito. Il nutrimento che mantiene e ripara le forze dei suoi figli è contenuto nella parola di Dio e soprattutto nel Sacramento del Corpo e del Sangue di Gesù-Cristo. se noi ci eleviamo più in alto fino alla Gerusalemme dei cieli, è là che gli eletti sono saziati dal fiore del più puro frumento, poiché la verità e la saggezza sono il nutrimento dell’anima; ma essi possederanno la verità in se stessi, e non più in enigmi o in metafore; essi gusteranno la dolcezza del Verbo eterno spoglio della scorza dei Sacramenti e delle Scritture; essi attingeranno a lunghi sorsi dalla stessa fonte della saggezza, e non più goccia a goccia ai ruscelli di questo mondo; essi saranno saziati in maniera da non avere più fame né sete per l’eternità (Berthier, Bellarm.). 

II. – 4-7.

ff. 4. – Il Profeta passa dai favori particolari ai benefici generali e reciprocamente dai benefici generali ai favori particolari. Appena egli ha detto: … Egli spande la sua parola su tutta la terra, aggiunge: « E la sua parola corre con rapidità, » volendo farci sapere che Dio veglia su di noi non in una sola contrada, ma in tutta la terra. La parola è presa qui per la volontà stessa, per l’azione provvidenziale. (S. Chrys.). – Questa parola riguarda o la creazione del mondo, o l’ordine della Provvidenza che  Dio osserva nei confronti di tutti gli esseri, o gli effetti particolari della sua potenza, tali come sono descritti nei versetti seguenti; questa parola, è ancora e soprattutto il Verbo incarnato e la predicazione del Vangelo, che si è esteso con rapidità fino alle estremità del mondo. (Berthier).

ff. 5-7. – Provvidenza ammirevole di Dio è che Egli sappia maneggiare per l’utilità delle terre tutte le cose che sembrerebbero essere anche le più contrarie, come la neve, la brina, il ghiaccio, tutto cose fredde che non lasciano riscaldare in qualche modo e fecondare la terra, ma purificano l’aria e fortificano i corpi. – « Egli spande la neve come una coperta di lana, spande la brina come la polvere, invia il ghiaccio come pezzi di pane, » facendo così concorrere ad un’opera unica gli elementi più contrari, e ci sazia del più puro frumento. – La neve è il simbolo del cuore rappreso nel freddo del peccato; ma il Signore sa comunicare alla neve stessa il calore della lana. Quando abbiamo lasciato raffreddare la carità in noi, la nostra natura inferma soccombe come avviluppata sotto la fredda neve; ma tra i cuori rappresi, c’è ciò che la grazia predestina e che trasforma: Dio cambia allora questa neve ghiacciata e ne fa della lana calda e preziosa per il proprio abito, che è la Chiesa; all’intorpidimento del peccato, Egli fa succedere il dolce calore che non appartiene che alla Chiesa (S. Agost.). – Le opere di Dio sono grandi; il Profeta ce ne richiama qui alcune che appartengono tutte alla terra, e di cui siamo testimoni quasi ogni anno: come Dio fa cadere la neve, come spande la gelata bianca, come cambia la neve in un solido cristallo. Altri si son detti: Credete che queste cose siano state menzionate nelle Scritture senza un particolare motivo, e che non abbiano altro senso se non quello letterale? Le comparazioni della neve con la lana, ed la brina gelida con la cenere, il cristallo con il pane non hanno un significato recondito? Ma perché la Scrittura ha voluto velare il pensiero come sotto la sfumatura delle comparazioni? Quanto non sarebbe stato meglio che si esprimesse chiaramente? Perché necessita che sia esitante ricercando quel che significano queste parole? Perché è necessario che io lavori nell’ascoltarle? Perché, il più sovente, dopo aver inteso questo salmo, resto nell’ignoranza? Lasciatevi curare, voi avete bisogno di essere guariti. Ben orgoglioso e ben presuntuoso è il malato che vuol riprendere il suo medico, e questo medico è un uomo. Il malato oserà dar consiglio al suo medico? Ma quando l’uomo è malato ed è curato da Dio, è in lui un grande inizio di pietà e di guarigione credere, prima di sapere perché Dio ha parlato, che Egli doveva parlare così come ha parlato. In effetti, questa pietà vi renderà capace di cercare quel che significano queste parole e trovarlo dopo averlo cercato, e raggiungerlo dopo averlo trovato (S. Agost.). « Egli invierà la sua parola e farà fondere tutti questi ghiacci. » Quando il calore della carità si raffredda nel nostro cuore? Se giunge a peccare, se si raffredda, se si lascia vincere dalla morte. Vogliate soppesare queste parole: se si raffredda, si lascia vincere dalla morte. Il freddo cadaverico è il segno della morte, il calore è il segno della vita. se dunque un Cristiano si raffredda, Dio invierà la sua parola, il suo Verbo, e farà fondere questi ghiacci. E Dio ci accorda che il freddo della nostra anima si fonda anche, che questo ghiaccio si liquefi, e divenga più morbido al tocco. Datemi un peccatore sul quale Dio non abbia lasciato cadere il suo sguardo: esso non ha calore, è freddo, è morto. Se è tocco da compunzione ascoltando la parola di Dio, se comincia a fare penitenza, il suo cuore indurito si rammolla, e noi vediamo il compimento di questa predizione: « Egli invierà la sua parola e farà fondere tutti questi ghiacci. » (S. Gerol.). – Noi vediamo dunque la neve, la brina bianca, il ghiaccio; è bene che il soffio di Dio li faccia fondere. Se in effetti Dio non inviasse il suo soffio, non farebbe fondere Egli stesso la durezza del ghiaccio, che sussisterebbe davanti al rigore della sua freddezza? Davanti al rigore della freddezza di chi? Di Dio. Da dove viene questa freddezza di Dio? Ecco che Egli abbandona il peccatore, ecco che non chiama, non gli apre l’intelligenza, non spande la sua grazia in lui; e l’uomo faccia fondere, se può, il ghiaccio della sua follia. Perché non lo può? « Chi sussisterà davanti al volto della sua freddezza? » Ascoltate dunque questo peccatore congelato che vi dice: « Io sento nelle mie membra un’altra legge che combatte la legge del mio spirito e mi tiene schiavo sotto la legge del peccato che è nelle mie membra. Miserabile uomo che sono, chi mi libererà da questo corpo di morte? » (Rom. VII, 23). Io ho freddo, io sono gelido, qual calore fonderà il mio ghiaccio, affinché possa correre? « Chi mi libererà da questo corpo di morte? » Chi sussisterà davanti alla freddezza di Dio? E chi potrà liberar se stesso se Dio lo abbandona? E chi ti libererà? « … La grazia di Dio, per nostro Signore Gesù-Cristo. » (S. Ambr.). – Nessuna forza può eguagliare quella dello Spirito di Dio: « Il Padre dei misericordiosi invierà la sua parola, cioè la grazia di Gesù-Cristo; la parola eterna del Padre toccherà questa terra ove regna il gelo; essa si ammolla, ben presto fonderà alla presenza del sole di giustizia.» Se occorre fondere il ghiaccio dei nostri cuori, Egli farà soffiare il suo Spirito, il quale, come il vento del mezzogiorno, modererà il rigore del freddo, e dal cuore più indurito usciranno lacrime di penitenza. 

III. — 8, 9

ff. 8, 9. – Il Profeta, dalle disposizioni generali della Provvidenza, ritorna a ciò che riguarda specialmente i Giudei, e mostra loro quanto la divina provvidenza abbia trattato il suo popolo differentemente dalle altre nazioni; perché il nostro Dio non ha insegnato a queste, se non con effetti naturali; è per mezzo delle cose create che ha rivelato loro il Creatore, ed esse non avevano per conoscerlo se non la luce naturale oscurata dal peccato. Ma Dio stesso ha voluto istruire il suo popolo con i suoi Profeti: « Egli ha fatto le sue vie a Mosè, le sue volontà ai figli d’Israele. » (Ps. En, 6), (S. Chrys.) – « Questi è il nostro Dio, dice Geremia, e nessun altro, a parte Lui, sarà contato per un nulla. Egli ha scoperto tutte le vie della saggezza e le ha trasmesse a Giacobbe, suo figlio, ad Israele, suo diletto. » (Baruch, III, 37). – Ma quanto più felici e privilegiati sono i Cristiani, ai quali Dio ha annunziato la sua parola, non più con i Profeti, ma con Gesù-Cristo suo Figlio, il Profeta universale di tutti i tempi e di tutte le verità. – Il mondo antico si presenta all’osservazione religiosa divisa in due classi distinte: nell’una, ci sono poche cose dal lato materiale, è una sola famiglia che diventa un popolo; ma esso ha tutto dal lato morale: c’è il vero codice dei doveri, la scienza esclusiva di Dio e dell’umanità, la verità del culto religioso, un’azione permanente della divinità. Nell’altra classe, c’è tutto dal lato del numero, tranne una sola nazione relegata in un angolo dell’Asia: è l’umanità intera; ma tutto manca dal lato morale: c’è l’ignoranza di Dio, ignoranza dell’uomo, errore nella religione, empietà nel culto, assenza di Dio in seno alla società. Il popolo giudeo forma la prima classe; la seconda è il resto del genere umano.  (PLACE, Conf. sur J.-C.. – Il vantaggio di essere nato e di vivere in seno alle contrade cristiane, è una grazia di cui non si sarà mai grati al Sovrano dispensatore di ogni bene. Dio stesso ci insegna che Egli non distribuisce uniformemente i suoi favori a tutte le nazioni, e che non manifesta ugualmente i suoi giudizi a tutti gli abitanti della terra. Egli non ha rivelato parimenti a tutti i popoli il dispensare della sua grazia.

SALMI BIBLICI: “LAUDATE DOMINUM, QUAM BONUS” (CXLVI)

SALMO 146: LAUDATE DOMINUM, quoniam bonus

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 146

Alleluja.

[1] Laudate Dominum, quoniam bonus

est psalmus; Deo nostro sit jucunda, decoraque laudatio.

[2] Ædificans Jerusalem Dominus, dispersiones Israelis congregabit;

[3] qui sanat contritos corde, et alligat contritiones eorum;

[4] qui numerat multitudinem stellarum, et omnibus eis nomina vocat.

[5] Magnus Dominus noster, et magna virtus ejus; et sapientiæ ejus non est numerus.

[6] Suscipiens mansuetos Dominus; humilians autem peccatores usque ad terram.

[7] Præcinite Domino in confessione, psallite Deo nostro in cithara.

[8] Qui operit caelum nubibus, et parat terræ pluviam; qui producit in montibus fœnum, et herbam servituti hominum;

[9] qui dat jumentis escam ipsorum, et pullis corvorum invocantibus eum.

[10] Non in fortitudine equi voluntatem habebit, nec in tibiis viri beneplacitum erit ei.

[11] Beneplacitum est Domino super timentes eum, et in eis qui sperant super misericordia ejus.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLVI.

Esortazione a lodare Dio, perchè benefico, sapiente, potente, provvido, giusto e in scicordioso.

Alleluja. Lodate Dio.

1. Lodate il Signore, perché buona cosa è il salmo: diasi al nostro Dio laude gradevole e conveniente.

2. Il Signore, che edifica Gerusalemme, radunerà i figliuoli d’Israele dispersi.

3. Egli è che risana i contriti di cuore, e fascia le loro piaghe.

4. Egli, che conta la moltitudine delle stelle, e tutte le chiama pel loro nome.

5. Grande il Signore Dio nostro, e grande la potenza di lui; e la sua sapienza non ha misura.

6. Il Signore è difensore de’ mansueti, ma umilia fino a terra i peccatori.

7. Cantate inni al Signore con rendimento di grazie; celebrate le lodi di lui sulla cetera.

8. Egli, che il cielo ricopre di nuvole, e alla terra prepara la pioggia.

Egli che produce su’ monti il fieno, e gli erbaggi per servigio dell’uomo.

9. Egli, che dà il loro cibo a’ giumenti, e a’ teneri corvi che lo invocano.

10. Ei non fa conto della forza del cavallo, né che l’uomo stia ben in gambe,

11. Il Signore si compiace di que’ che lo temono, e di que’ che sperano nella sua misericordia.

Sommario analitico

Questo salmo, che si crede molto probabilmente aver rapporto con il ritorno dalla cattività, quando furono ricostruite le mura di Gerusalemme, può dividersi in tal sorta:

I. – Il salmista invita tutti gli uomini a lodare Dio, perché la loro lode è:

1° utile.

2° gradita a Dio.

3° conveniente e degna della sua grandezza (1)

II. – Egli espone la materia di questa lode ed enumera i motivi che ne fanno un dovere:

1° la bontà e i benefici di Dio nei riguardi del suo popolo prigioniero: Egli ha ricostruito Gerusalemme, radunato i suoi resti dispersi, guariti i malati e fasciate le loro piaghe (2, 3);

2° la potenza e la saggezza che fa brillare nei cieli (4, 5);

3° la sua misericordia e la sua bontà nei riguardi degli umili, la sua giustizia severa nei riguardi dei peccatori (6);

4° la sua provvidenza, a) che prepara le nubi per inviare alla terra la pioggia necessaria alla sua fertilità (7, 8); b)che produce l’erba necessaria agli animali ed il nutrimento che ognuno di essi reclama; c) che protegge gli uomini che, invece di confidare i mezzi umani, mettono tutta la loro speranza in Lui (10, 11).

Spiegazioni e considerazioni

I. — 1.

ff. 1. – Più in alto, nel salmo CXLIV, il Profeta ha proclamato che il Signore  era grande e degno di lodi infinite. Qui, è questo medesimo atto di lode che egli dichiara essere buono, è il canto dei salmi che egli ci mostra essere come una sorgente inesauribile di grazie. Esso distacca l’anima dalla terra, le dà delle ali che abbracciano, la tiene ad incomparabili altezze (S. Chrys.). – E come la nostra lode sarà gradita al nostro Dio? Se noi lo lodiamo con la santità della nostra vita. Ascoltate la Scrittura, alfine di riconoscere che questo tipo di lode gli sarà gradita. In altra luogo è detto: « Non è bella la lode sulla bocca del peccatore. » (Eccl. XV, 9). Se dunque la lode non è bella nella bocca del peccatore, essa non è accetta a Dio; perché ciò che è gradito è ciò che è bello. Volete dunque una lode che sia gradita a Dio? Non ponete contrasto tra i vostri santi cantici ed i vostri cattivi costumi. « Che la nostra lode sia gradita al nostro Dio. » Cosa ha detto con ciò il profeta? Voi che lodate Dio, vivete santamente. La lode degli empi, offende Dio. Egli fa attenzione più alla vostra vita, che al vostro canto. Sicuramente, voi desiderate essere in pace con Colui che voi lodate; come dunque potreste cercare di essere in pace con Lui, quando siete in contraddizione con voi stessi? Come – mi direte – io sono in contraddizione con me stesso? La vostra lode risuona in una maniera e la vostra vita in un’altra. « Che la nostra lode sia gradita al nostro Dio. » In effetti, la lode può essere piacevole per un uomo che ascolta la lode di una lusinga fatta con voce dolce, con parole armoniose e finemente preparate; ma … la lode sia gradita al nostro Dio, le cui orecchie sono aperte non alla bocca, ma al cuore, non al linguaggio, ma alla vita di colui che loda. (S. Agost.).

II. — 2-11.

ff. 2-3. – Noi abbiamo gran soggetto nel lodare il Signore, dacché Egli ha costruito la Gerusalemme della terra, che è per noi la Chiesa, ed ancora più la Gerusalemme del cielo, che è il possesso di Se stesso. È scritto che Gesù, doveva morire non solo per la sua nazione, ma anche per raccogliere i figli di Dio che erano dispersi (Giov. XI, 52). E siccome la Gerusalemme terrestre era figura della Chiesa, e la Chiesa è figura della Gerusalemme celeste, il Profeta ha potuto avere in vista l’edificio eterno di questa santa dimora che riunirà tutti gli eletti. – « Egli guarisce coloro che hanno il cuore contrito e fascia le loro piaghe. » Qual sono gli strumenti che fasciano queste ferrite? Dio li fascerà come fanno i medici. Talvolta, in effetti, quando la frattura è stata mal ridotta o le ossa mal riposte, i medici, per rimediare, rompono di nuovo l’arto e fanno una nuova frattura, essendo la prima guarigione difettosa. Così, dice la Scrittura: « Le vie de Signore sono rette, ma l’uomo dal cuore tortuoso vi trova scandalo. » (Osea, XIV, 10). Cosa vuol dire: « L’uomo dal cuore tortuoso vi trova scandalo? » [i malvagi vi inciampano]. L’uomo dal cuore tortuoso è colui il cui cuore non è retto. Egli crede che tutte le parole del Signore siano tortuose; egli crede che tutto ciò che Dio ha fatto non sia retto; tutti i giudizi di Dio gli dispiacciono, e principalmente quelli dai quali è colpito; egli si siede per discutere e per provare quanto ciò che fa Dio sia cattivo, perché Dio non agisce come egli vorrebbe. Per l’uomo dal cuore tortuoso, non vale l’allinearsi a Dio, egli vorrebbe ancora far piegare Dio alla sua volontà. Se voi siete retto, sentirete che Io lo sono. Stendete su di un suolo perfettamente unito un pezzo di legno tortuoso, esso non può applicarsi, barcolla, ondeggia da tutti i lati, cosa che non proviene dalla ineguaglianza del suolo, ma dalla tortuosità del legno. È così che la Scrittura ha detto: « Quanto è buono il Dio di Israele per coloro che hanno il cuore retto! » (Ps. LXXII, 1). Ebbene, come può raddrizzarsi un cuore tortuoso? Esso non è solamente tortuoso, esso è duro; se è duro e tortuoso, allora sia rotto, sia rotto per essere raddrizzato. Voi non potete raddrizzare da voi stessi il vostro cuore; rompetelo, affinché Dio lo raddrizzi. Ma come fratturarlo? Come sbriciolarlo? Confessando, castigando i vostri peccati! Significano altra cosa i colpi con cui battete il vostro petto, se non che supponiate che siano state le vostre ossa che hanno peccato? Ma noi indichiamo con questo che vogliamo rompere il nostro cuore, affinché sia raddrizzato dal Signore (S. Agost.). –  « Egli guarisce, dunque, i cuori spezzati, » in coloro il cui cuore è contrito, e la guarigione di questi cuori sarà perfetta quando il nostro corpo sarà ricreato, come Dio ci ha promesso. Attualmente ed aspettando, cosa fa il medico? Affinché possiate arrivare ad una perfetta guarigione, tiene le vostre lesioni bendate, finché la frattura che ha ricomposto, sia consolidata. Quali sono queste bende? I Sacramenti riservati a questa vita. le bende che il medico pone sulle vostre lesioni sono dunque dei Sacramenti riservati a questa vita, che fanno la nostra consolazione, e tutte le parole che vi indirizziamo, queste parole che echeggiano nelle vostre orecchie e che comunicano, in una parola, tutto ciò che si fa in seno alla Chiesa nel tempo: ecco gli apparati delle nostre fasce. E così come il medico, a guarigione completata, toglie l’apparecchio, ugualmente, nella Gerusalemme celeste, quando saremo divenuti simili agli Angeli, pensate forse che riceveremo ancora ciò che riceviamo quaggiù? Avremo bisogno che ci si legga il Vangelo perché si conservi la nostra fede? Avremo bisogno di un prelato che ci imponga le mani? Tutti questi Sacramenti sono gli apparecchi applicati alle nostre lesioni; quando la nostra guarigione sarà perfetta, essi saranno tolti; ma non vi saremmo arrivati se le nostre ferite non fossero state fasciate. « Egli guarisce, dunque, coloro il cui cuore è rotto ed Egli fascia le loro ferite. » (S. Agost.) – Gli uomini guariscono talvolta le lesioni del corpo, Dio ha comunicato a questo riguardo una parte della sua potenza; ma questo Maestro supremo si è riservato la guarigione delle anime; Lui solo può calmare i loro dolori, ed è ciò che gli uomini sembrano ignorare (Berthier). 

ff. 4, 5. – Ciò che precede, riguarda la benevolenza di Dio, la sua liberalità, il suo amore per gli uomini; noi vi vediamo che è come la funzione della sua provvidenza il soccorrere coloro che sono nell’infelicità. Ciò che segue riguarda la sua potenza. Come se agisse su di una moltitudine dispersa, il Profeta sceglie a proposito questo esempio, essendo la sua intenzione il mostrare che Dio poteva riunire senza pena il suo popolo disperso, Egli che solleva e consola gli afflitti, che conta esattamente l’innumerevole moltitudine delle stelle. Egli potrà dunque ricondurci e radunarci tutti, perché possiamo raggiungere quel numero secondo quanto Egli ci ha promesso, e chiama tutti con il proprio nome. Nessuno di essi perirà, Egli li ricondurrà tutti fino all’ultimo, come quando si fa un appello nominale. (S. Chrys.). – Quando l’occhio dell’uomo toccato raggiunge queste profondità e scruta questi abissi, ne ridiscende ben presto vinto. Solo il Dio che ha creato queste immensità le può abbracciare con il suo sguardo, solo Lui conosce e nomina i migliaia di stelle e pianeti che la sua forza ha creato e che la sua potenza sostiene. « Quanto è grande; la sua potenza è infinita, la sua saggezza senza limiti. » – Dio conta la moltitudine delle stelle e le chiama con il loro nome; è dunque per Dio una così gran cosa il contare e il nominare gli astri che popolano il firmamento, Egli che calcola il numero di capelli della nostra testa? Ma le stelle di cui parla il Salmista, son le stelle della Chiesa che ci consolano nella notte di questo mondo. Dio si compiace nel contarle, perché Egli conta tutti gli eletti che regneranno con Lui nel cielo. (S. Agost.).

ff. 6, 7. –  «  Il Signore prenderà sotto la sua protezione coloro che sono umili, dolci e docili. » Non vi ostinate contro i misteri di Dio; siate docile, perché Egli vi prende sotto la sua protezione. Se al contrario gli resistete, ascoltate ciò che segue: « Ma Egli abbassa i peccatori fino a terra. » (Ibid.); (S. Aug.). – Non è senza ragione che il Profeta pone l’elevazione degli umili e l’umiliazione dei peccatori, che sono sempre degli orgogliosi, dopo l’omaggio che ha reso alla grandezza di Dio. Egli si era elevato, per così dire, fino al trono di Dio, era stato colpito dalla sua grandezza, dalla sua potenza, dalla sua saggezza infinita; gli sembrava  che tutto dovesse sparire in presenza di una così alta maestà. Tuttavia, elevato com’è, lo vede proteggere ed elevare alla gloria del cielo coloro che sono dolci ed umili di cuore, mentre schiaccia sotto i piedi della sua maestà ed umilia fino a terra coloro che sono tanto temerari per volere, in qualche modo, disputare a Dio i diritti della sua suprema grandezza.

ff. 8, 9. – L’autore sacro non ha voluto che un insensato potesse dire: Cosa mi può fare ciò che accade nelle regioni celesti? Egli si affretta dunque ad aggiungere ciò che spetta all’interesse degli uomini, esponendo la ragione per la quale Dio copre il cielo di nubi. È per te, sembra dirmi, è per darti la pioggia, perché la pioggia è buona per te, arricchisce i campi. Notate ancora la sua saggezza: egli ci parla qui dei beni comuni, di quelli che Egli dà a tutti, e la cui abbondanza deve, certo chiudere la bocca dell’empio. Ora, se Egli si dimostra così magnifico verso gli infedeli, cosa non farà per voi, suo popolo particolare? – Quali sono queste nubi, dice S. Agostino, se non le figure ed i misteri che sono racchiusi nei nostri libri santi? Perché voi non vedete più il cielo, voi tremate; ma la pioggia che viene dalle nubi fertilizza le vostre campagne, e la serenità che ne succede vi rallegra. Se non prendessimo occasione dall’oscurità delle Scritture, noi non vi diremmo tutte queste cose che rallegrano le vostre anime. Esse sono la pioggia che vi feconda! Dio ha voluto che le parole dei Profeti fossero oscure, perché i dottori e gli interpreti, possano esercitare sul cuore degli uomini una influenza salutare e comunicar loro, per l’intermediario delle nubi, l’abbondanza della gioia spirituale. (S. Agost.). – « Egli produce il fieno sulle montagne. » Notate una volta di più l’estensione della sua provvidenza: non è soltanto nelle terre coltivate, ma ancor sulle montagne che Egli dispone una tale abbondanza per gli animali destinati al servizio dell’uomo, e non solo agli animali domestici, questi utili servitori degli uomini, ma pure alle bestie selvatiche cui è dato il nutrimento e nei luoghi stessi ove meno ci si aspetterebbe di incontrare ciò che li nutre (S. Chrys.). – Il corvo, animale dei più voraci, che non possiede granai né provvigioni, senza seminare e senza lavorare, trova di che nutrirsi; Dio gli fornisce ciò che serve a lui ed ai suoi piccoli che l’invocano. Dio ascolta le grida dei corvi, benché rudi e sgradevoli, e li nutre come gli usignoli e gli altri uccelli la cui voce è più melodiosa e dolce. (BOSSUET, Médit.). – Il corvo è l’immagine del peccatore: il nero del suo piumaggio e la sua predilezione per la carne corrotta, giustificano ampiamente questo simbolo. Il corvo, che avendo lasciato l’arca, non vi rientra più, ci mostra quanto sia raro che il peccatore indurito ritorni dai suoi delitti … Ora, se Dio si degna di nutrire il corvo che l’offende, quale non sarà la sua sollecitudine per i piccoli dei corvi che lo invocano, quando domanderanno il loro nutrimento? Nel pensiero dei Padri, San Agostino, San Girolamo, San Gregorio, San Ilario, i piccoli dei corvi sono i figli del popolo giudeo e della gentilità convertita alla fede cristiana. Il Giudei, per la loro ingratitudine e la loro colpevole infedeltà, i gentili, per la loro ignoranza del vero Dio, il loro culto idolatrico ed il loro gusto cruento per i sacrifici impuri, meritano di essere paragonati ai corvi; ma i figli dei Gentili e dei Giudei hanno ascoltato la parola divina ed invocando il Signore, hanno ricevuto l’abbondante nutrimento delle grazie del Vangelo (Mgr. DE LA BOUILLERIE, Symb. II, 445.).- I nostri padre sono stati simili ai corvi, e noi, noi siamo i piccoli dei corvi ed invochiamo Dio. È ai piccoli dei corvi che l’Apostolo San Pietro ha detto: « Non è con argento o con oro corruttibile che siete stati riscattati dai vani costumi di cui i vostri padri vi avevano trasmesso la tradizione. » (I Pietr. I, 8). In effetti, i piccoli dei corvi, che si vedevano adorare gli idoli dai loro padri, hanno cambiato vita e si sono convertiti a Dio; ed ora voi ascoltate il piccolo del corvo … io invoco il Signore. (S. Agost.). – L’universo tutto intero è, anche nell’ordine naturale, un immenso banchetto eucaristico ove ciascuno riceve la sua parte di vita, sotto una forma più o meno elementare, con delle condizioni di più o memo grande perfezione; ma tutto viene da Dio, tutto proviene dalla sua infinita liberalità, il nutrimento degli Angeli, quello degli uomini nell’ordine della natura e della grazia, e non c’è, fino alla vita ruminante dell’animale, che una effusione di magnificenza divina. Si, per riprendere la parola del Profeta, il piccolo del corvo che grida dal fondo del suo nido, domanda a Dio la sua parte di vita, perché Dio è la vita universale, e tutte le piccole vite individuali, particolari, che pullulano nell’immensità, sono una derivazione, una imitazione di questa vita sovrana, ed è così, continua Ugo di San Vittore, che il bene sovrano si spande dappertutto, costituisce ogni specie di vita, e riporta ogni vita particolare alla vita sovrana ed universale. (Mgr. LANDRIOT, Euchar., 282.) – Sotto la figura di questi animali che Dio nutre col fieno che ha creato, Sant’Agostino riconosce questi uomini apostolici, questi predicatori del Vangelo ai quali l’Apostolo San Paolo applica egli stesso questa parola: « Voi non metterete freno alla bocca del bue che trita il grano. » (Rom. V, 8). Ora, in qual senso è vero che la terra produce il fieno che gli servirà da alimento? « Il Signore ha stabilito Egli stesso che coloro che annunziano il Vangelo vivranno di Vangelo. » (Luc. X, 8). Egli ha inviato gli Apostoli e ha detto loro: « mangiate ciò che vi sarà posto davanti, perché l’operaio è degno della sua mercede. » (I Cor. IX, 11). Una ricompensa è dunque dovuta loro. Ma cosa danno essi e cosa ricevono? Essi danno i beni spirituali e ricevono i beni temporali; essi danno l’oro, ne ricevono il fieno: perché ogni carne è simile al fieno, ed è giusto che il superfluo dei beni della carne diventi il fieno dei servitori di Dio, secondo la prescrizione dell’Apostolo. (S. Agost.). – « È lui che produce il fieno sulle montagne. » Se non volesse parlare del fieno che copre le nostre praterie, sarebbe più vero dire che Egli fa crescere più abbondantemente nelle vallate che sulle montagne; perché là ove la pioggia cade più abbondante, l’erba dei campi cresce anche più lussureggiante. È dalle montagne che le acque scorrono nelle vallate per renderle più fertili. Queste Scritture che noi leggiamo, che noi spieghiamo, che abbiamo tra le mani, sono chiamate, nel linguaggio dello Spirito-Santo, le montagne  sante; queste montagne, sono i santi Profeti. Queste montagne producono il grano, producono il fieno. Se siete uomo, riceverete da esse del grano, se siete come l’animale senza ragione, non riceverete che fieno. « Voi salverete Signore, gli uomini e le bestie. » (Ps. XXXV). Voi siete salvato in ragione della vostra fede: se siete uomini riceverete nella Scrittura l’intelligenza spirituale; se siete ancora privi di ragione, non avete che l’intelligenza giudaica della lettera. (S. Girol.). 

ff. 10, 11. – Dio condanna qui con due esempi coloro che si appoggiano ai mezzi umani; questi due esempi sono il vigore dei cavalli e l’agilità dei piedi, che rappresentano a loro volta le forze della cavalleria e della fanteria. – Si prepara un cavallo per il giorno del combattimento, ma è il Signore che salva. (Prov. XXI, 21). – Vi sono due tipi di errore nei riguardi della salvezza che ci si deve attendere da Dio: gli uni dimorano nell’ozio, come se Dio dovesse salvarli senza di loro; è a questi che bisogna dire di preparare un cavallo per il giorno del combattimento; gli altri fanno molte buone opere e credono che siano i loro sforzi che li salveranno. Bisogna dir loro che è il Signore che salva, che non sono né le armi, né la forza dei cavalli, né la velocità degli uomini che fanno riportare la vittoria, ma la sola volontà di Dio: « Vegliate dunque nell’acquisizione di meriti; ma siate persuasi nello stesso tempo, che è la grazia che ve li dona. » (S. Bern.; Duguet). – Se voi avete queste due cose, dice il Profeta, il timore e la speranza secondo Dio, otterrete la sua benevolenza; e essendovi acquisita questa benevolenza, voi la riporterete su tutti coloro che ripongono la loro speranza nelle loro forze piuttosto che nella misericordia divina (S. Chrys.).

SALMI BIBLICI: “LAUDA, ANIMA MEA DOMINUM” (CXLV)

SALMO 145: “LAUDA, ANIMA MEA, DOMINUM”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 145

Alleluja, Aggæi et Zachariæ.

[1] Lauda, anima mea, Dominum. Laudabo Dominum in vita mea; psallam Deo meo quamdiu fuero. Nolite confidere in principibus,

[2] in filiis hominum, in quibus non est salus.

[3] Exibit spiritus ejus, et revertetur in terram suam; in illa die peribunt omnes cogitationes eorum.

[4] Beatus cujus Deus Jacob adjutor ejus, spes ejus in Domino Deo ipsius:

[5] qui fecit cælum et terram, mare, et omnia quæ in eis sunt.

[6] Qui custodit veritatem in sæculum; facit judicium injuriam patientibus; dat escam esurientibus. Dominus solvit compeditos,

[7] Dominus illuminat cœcos. Dominus erigit elisos; Dominus diligit justos.

[8] Dominus custodit advenas; pupillum et viduam suscipiet, et vias peccatorum disperdet.

[9] Regnabit Dominus in sæcula; Deus tuus, Sion, in generationem et generationem.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da

mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLV.

Fu aggiunto nei codici greci e latini il titolo di Aggeo e. Zaccaria, perché questi due profeti animavano gli schiavi ebrei a ritornare in patria a riedificare Gerusalemme. Questo e i due Salmi  Che seguono preannunciano la Gerusalemme celeste, e invitano a imprenderne la via, ponendo la fiducia non nei principi, ma in Dio solo.

Alleluja. Di Aggeo e di Zacharia.

1. Loda, o anima mia, i Signore; loderò il Signore mentre avrò vita; canterò inni al mio Dio, finché io sarò,

2. Non ponete vostra fidanza ne’ grandi, ne’ figliuoli degli uomini, ne’ quali non è salute.

3. Il loro spirito se n’andrà, ed ei ritorneranno nella loro terra; allora andranno in fumo tutti i lor pensamenti.

4. Beato chi ha per suo aiuto il Dio di Giacobbe, ha sua speranza nel Signore Dio suo,

il quale fe’ il cielo e la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi.

5. Egli, die mantiene la verità in eterno; fa giustizia a quei che soffrono ingiuria; dà cibo a’ famelici.

6. Il Signore scioglie gli incatenati; il Signore illumina i ciechi;

7. Il Signore rialza i caduti; il Signore ama i giusti.

8. Il Signore è custode de’ forestieri; difenderà il pupillo e la vedova, e sperderà i disegni de’ peccatori.

9. Regnerà pe’ secoli il Signore; il tuo Dio o Sionne, per tutte le generazioni.

Sommario analitico

Dopo una sorta di dialogo tra il salmista e la sua anima, per esercitarla a lodare Dio durante tutta la sua vita (1, 2):

I. – egli allontana la fiducia che si ripone nei grandi della terra, e ne dà come motivo:

1° La loro debolezza e la loro impotenza (3);

2° La brevità della loro vita, con la quale periscono tutti i pensieri, tutte le speranze

II. – mettere tutta la propria fiducia in Dio, e motiva questa esortazione con gli attributi di Dio:

1° la sua onnipotenza (5, 6);

2° la sua fedeltà nel compimento delle sue promesse;

3° la sua misericordia, che viene in soccorso di tutte le nostre miserie, di tutti i nostri bisogni (7-9);

4° le perpetuità di questi divini attributi (10).

Spiegazioni e Considerazioni

I. – 1-4

ff. 1, 2 –  Le delizie del nostro spirito sono i divini cantici ove le stesse pene non sono senza gioia. Per il fedele esiliato in questo mondo, non c’è ricordo più dolce di quello della città fuori dalla quale si trova in esilio; ma il ricordo della patria, nell’esilio, non è senza dolore e senza sospiri. Tuttavia, la speranza certa del ritorno consola e sostiene coloro che l’esilio rattrista (S. Agost.). – Chi dunque pronunzia queste parole: « Anima mia, lodate il Signore ? » Non è la carne che lo dice. Il corpo, fosse pure angelico, è inferiore all’anima; esso non può dare alcun consiglio all’anima che le è superiore. Infelice l’anima che attende un consiglio del corpo. La carne, quando è sottomessa come deve, è la serva dell’anima; questa la governa, la carne è governata; l’anima comanda, la carne obbedisce; quando dunque la carne potrebbe dare questo consiglio all’anima? Chi è allora dunque che dice: « Anima mia, loda il Signore? » Noi non troviamo nell’uomo nulla più della carne e dell’anima; l’uomo è tutto intero in questo: anima e carne. Ma è forse l’anima che parla a se stessa, che si darebbe in qualche modo un ordine, che si esorterebbe ad eccitarsi? In effetti le turbe che l’agitano la tengono come fluttuante in una certa parte di sé; ma l’altra parte, che si chiama spirito ragionevole, e che è la sede dei saggi pensieri, l’anima già unita a Dio e sospirante verso di Lui, si accorge che la parte inferiore è turbata da queste agitazioni che causa il mondo, e la voluttà dei beni terrestri la precipita verso le cose esteriori e la allontana da Dio che era in essa; allora essa stessa si ricorda dalle cose dell’esterno, verso le cose dell’interno, dalle cose inferiori verso le cose superiori, e si dice. « Anima mia, loda il Signore. » Cosa vi piace del mondo? Cosa volete lodarvi? Cosa volete amarvi? Da qualunque lato dirigiate i sensi del vostro corpo, il cielo vi si presenta; ciò che amate sulla terra è terrestre, tutto ciò che amate nel cielo è corporale. Dappertutto, tuttavia voi trovate qualcosa da amare, dappertutto ritrovate qualcosa da lodare; a che punto allora bisogna lodare Colui che ha fatto le cose che voi lodate? (S. Agost.). – Ma come, noi non lodiamo il Signore? Non gli cantiamo un inno di lode ogni giorno? E tutti i giorni, finché lo possiamo, la nostra bocca non fa sentire ed il nostro cuore non genera le lodi del Signore? E cosa noi lodiamo? Ciò che lodiamo è grande, ma la lode che noi diamo è piccola. Quando colui che loda raggiunge l’eccellenza di colui che è lodato? Un uomo si rivolge a Dio, indirizza a Dio dei lunghi cantici; ma sovente, mentre muove le labbra cantando, il suo pensiero vola verso non so qual desiderio. Il nostro spirito era dunque là, in qualche modo per lodare Dio, ma la nostra anima fluttuava qua e là in mezzo a differenti desideri o a preoccupazioni tumultuose. Il nostro spirito vedendo dall’alto l’anima che vaga qua e là, volendola distogliere dalle inquietudini che l’affliggono, le parla e le dice: « Anima mia, loda il Signore. » Perché vi occupate di altre cose diverse da Dio? Perché vi lasciate sorprendere dalla cura degli interessi terrestri e mortali? Restate con me e lodate il Signore (S. Agost.). – L’anima risponde che essa loderà Dio nel corso di tutta la sua vita, e che la sua occupazione sarà quella di lodare il Signore, di celebrare le sue grandezze finché esisterà, condannando così un gran numero di Cristiani che differiscono fino alla morte il santo esercizio della preghiera del cuore. – Orbene, secondo Sant’Agostino, l’anima risponde che non loderà veramente Dio se non quando vivrà la vera vita; nell’attesa essa si contenta di gemere e di pregare, piuttosto che cantare e lodare Dio con questa lode che non conviene che ai beati.

ff. 3, 4. – « Badate di non riporre la vostra fiducia nei prìncipi. » In effetti, l’anima umana, per non so quale debolezza, dispera quaggiù del Signore, dato che è turbata, e vuol mettere la sua fiducia nell’uomo. Se si dice a qualcuno oppresso dall’afflizione: c’è un tale uomo potente che potrebbe liberarvi; subito vedrete che sorride, che si rallegra, che solleva la testa. Se al contrario gli si dice: Dio vi libererà, … il suo ardore si spegne e la disperazione lo gela. Vi si promette un protettore mortale e vi date alla gioia; vi si promette un Protettore immortale, e vi abbandonate alla tristezza; vi si promette un liberatore che ha bisogno di essere liberato come voi, e siete trascinati dalla gioia, come se doveste ricevere un grande soccorso; vi si promette un Liberatore che non ha bisogno a sua volta di liberazione, ed eccovi disperati, come se questa promessa fosse solo favola. Infelici coloro che pensano così! Essi sono ben lontani da Dio; la loro vita non è che una morte più miserabile. Rivolgetevi invece a Colui che vi fatto, cominciate a desiderarlo, cominciate a cercarlo ed a conoscerlo. Egli non trascurerà la sua opera, se la sua opera non lo trascurerà. Volgetevi a Colui che vi ha detto: « Io loderò il Signore nella mia vita. io canterò dei salmi al mio Dio per tutto il tempo che vivrò. » (S. Agost.). – « Non mettete la vostra fiducia nei principi. » Oggi essi esistono, domani non sono più. Oggi sono preceduti da numerose armate, la sera essi sono stesi nella tomba. Dopo un gran dispiegamento di potenza, dopo una gloria così eclatante, senza alcun intervallo, tutto cade in un momento: essi sono colpiti dalla mano del Cristo… « La sua anima uscirà dal suo corpo, ed egli tornerà nella terra dalla quale è stato tratto. » Non è lo spirito che tornerà nella terra, perché lo spirito non viene dalla terra, ma lo spirito, l’anima, uscirà dal corpo, ed il corpo dell’uomo tornerà nella terra (S. Girol.) – Tre ragioni vi sono che devono allontanarci dal porre la nostra fiducia nei grandi della terra: questi sono degli uomini che non hanno la forza di salvare se stessi; essi sono mortali e la loro vita è di breve durata. « In questo giorno periranno tutti i loro pensieri; » Vale a dire, non solo tutte le loro promesse vanno in fumo, quando colui che le ha fatte, e che solo può compierle, è sparito egli stesso, ma ancora, l’autore di queste promesse sarà egli stesso sterminato (S. Chrys.). La Provvidenza amabile di un Dio – dice S. Crisostomo – sembra essere, al nostro sguardo, supplita dalla protezione degli uomini, soprattutto da quella dei principi, che noi consideriamo gli dei della terra, o da quella dei loro ministri e favoriti, che ci sembrano gli onnipotenti nel mondo. Ora, questi sono giustamente coloro sui quali la Scrittura ci ha avvertito di non stabilire la nostra speranza, a meno che non vogliamo costruire su un fondamento rovinoso; ed infine, l’esperienza ci rende sensibile questo punto di fede, che cioè questi, il cui favore, è ostinatamente ricercato ed inutilmente ottenuto, per una giusta punizione di Dio, sono coloro che diventano tutti i giorni più miserabili. Tanti uomini ingannati, abbandonati, sacrificati, sono di conseguenza dei testimoni di questa grande verità: che nei figli degli uomini – pure secondo il mondo – non c’è salvezza.  (BOURD., s. la Prov.) – « In questo giorno periranno tutti i loro pensieri; » si, quelli che avremo lasciato prendere al mondo, la cui figura passa e svanisce; perché, ancorché il nostro spirito per natura viva sempre, abbandona alla morte tutto ciò che consacra alle cose mortali; di modo tale che i nostri pensieri, che dovrebbero essere incorruttibili dal canto del loro principio, diventano passeggeri dal lato del loro oggetto. (BOSSUET, Or. fun. d’Hen. D’Angl.) – « In questo giorno periranno tutti i loro pensieri. » Verrà quest’ora fatale che troncherà tutte le speranze ingannevoli con una irrevocabile sentenza; la vita ci mancherà, come un amico falso in mezzo alle nostre imprese. Là, tutti i nostri bei disegni cadranno in terra; là svaniranno tutti i nostri pensieri. I ricchi della terra, che durante questa vita, fondando sull’inganno di un sogno piacevole, immaginano di avere dei grandi beni, si sveglieranno tutto ad un tratto in questo gran giorno dell’eternità, saranno stupiti nel trovarsi a mani vuote. La morte, questa fatale nemica, porterà con essa tutti i nostri piaceri e tutti i nostri onori nell’oblio e nel nulla. (BOSSUET, Panêg. de S. Bern.). – Che saranno allora tutte queste convenzioni mobili e passeggere, tutte queste opinioni di un giorno, tutti questi interessi della veglia e tutti questi interessi dell’indomani, rispetto all’ordine, al rapporto immutabile delle cose, rispetto all’eternità, a questa regola originale ed immortale, rispetto a Voi, mio Dio! Ed alla vostra parola sempre vivente e sempre efficace che ha fondato i cieli? Cosa saranno quando sarà sparito il tempo, ed alle nostre lunghe e penose tenebre succederà la chiarezza di un giorno eterno? Allora, cosa diventerà il mondo? Cosa sarà dell’opinione? Quali vestigia resteranno dei nostri folli costumi e delle nostre frivole usanze? Ahimè! Avanza questo giorno terribile, si avvicina questo regno spaventoso della ragione e della giustizia, ove non si vedrà che ciò che è, ove tutti i veli cadranno, non si scambierà il nome per la cosa, le apparenze per la realtà, i pretesti per le ragioni, ed ove tutti i pensieri dell’uomo periscono, dice il Profeta, non resterà più che il pensiero di Dio e la sua santa verità. (DE BOULOGNE, sur l’Opinion). – Dove andranno allora queste opere dello spirito e dell’arte che si getta all’ammirazione della folla? Io voglio che esse durino quanto i secoli, sempre brillanti e belle, e sempre applaudite; ma i secoli pure moriranno, ed ogni gloria umana perirà quando, al limite dell’ultimo giorno dell’umanità, come un conquistatore colpito all’apice della sua vittoria, spirerà morente; e senza attendere la fine dei secoli, in un piccolo numero di anni, in un piccolo numero di giorni, quale piacere il successo della sua opera potrà procure all’artigiano che sarà nella bara e che i vermi roderanno? (L. V. Rom. et Lor. II, 30.)  

II.  5-10

ff. 5, 6. – Dopo averci allontanato dai soccorsi umani, il Re-Profeta ci mostra un porto sicuro, una torre inespugnabile e ci consiglia di rifugiarci in essa. Nessun consiglio più salutare: allontanarsi dalle cose deboli per condurci a quelle che nulla potrà distruggere; distruggere delle illusioni per stabilire la verità; respingere ciò che inganna per presentare ciò che serve. « Felice colui cui il Dio di Giacobbe è suo sostegno.  » Qual effusione di luce ed amore! La beatitudine racchiude qui tutti i beni, essa è l’oggetto di una speranza indistruttibile. Dopo aver proclamato beato colui che mette speranza nel Signore, egli espone la potenza di un tale ausilio; da un lato c’è un uomo, dall’altro  c’è un Dio; quello va sparendo, questi resta sempre, e non si limita a parlarci di Dio, egli ci dà le sue opere a garanzia delle nostre speranze (S. Chrys.). –

ff. 7-10. – Se per sé ha la durata e la potenza, non avrebbe la volontà? È ciò che molti insensati osano dire. Ma vedete come il Profeta dissipi questo sospetto. Appena ha detto: « Dio ha fatto il cielo e la terra e tutto ciò che essi richiudono, » subito aggiunge: « … che conserva la verità per tutti i secoli e rende giustizia agli oppressi ». Vale a dire: egli appartiene a Dio, è la sua opera per eccellenza, il venire in soccorso agli oppressi, non dimenticare coloro che sono perseguitati, tendere la mano a coloro che sono stati circondati da insidie, e questo per sempre (S. Chrys.). – « Che conserva la verità per tutti i secoli. » Se la menzogna ci opprime per un tempo, non ci rattristiamo; « … il Signore conserva la verità per tutti i secoli. » Che bella espressione: « Custodisce la verità! ». Egli la costudisce come un tesoro, e ci renderà un giorno ciò che ha conservato. Gesù Cristo è la verità! Custodiamo la verità e la verità ci custodirà la verità … « Egli dà il nutrimento a coloro che hanno fame. » Egli lo dona a coloro che hanno fame, e non a coloro che rigurgitano di beni. Colui dunque che non ha ricevuto con fiducia, colui che è nell’abbondanza, si astiene dal ricevere. Voi sapete se avete fame, se siete nel bisogno; se il vostro stato è tale, voi fate piuttosto più bene di quanto ne riceviate, accettando ciò che vi è donato; ma, se siete nell’abbondanza, guardatevi dal prendere l’alimento da coloro che hanno fame, allorché voi siete già sazi. Ricevete ciò che deve servire al vostro nutrimento e non ad ingrandire il vostro tesoro; ricevete la tunica destinata a coprire il vostro corpo, e non a riempire le vostre casseforti. « Egli dà il nutrimento a coloro che hanno fame. » (S. Girol.). – Siccome il Profeta ci dimostri la divina Provvidenza estesa a tutti, essa si applica soprattutto a soccorrere gli infelici, a soddisfare la fame, a spezzare le catene! Tutto ciò tuttavia, gli uomini lo possono in una certa misura; ma non è più così di ciò che viene dopo: Egli corregge i vizi della natura stessa, solleva coloro che sono spezzati nella loro caduta e glorifica coloro che brillano per la loro virtù, salva gli infelici che si abbattono, asciuga le lacrime e calma i dolori degli orfani e delle vedove (S. Chrys.). – Ci sono, in effetti, altre catene che quelle che legano le membra, ci sono altre tenebre che non quelle che oscurano gli occhi del corpo: queste catene sono quelle del peccato, che il Signore spezza ogni giorno con la sua grazia; queste tenebre sono quelle del nostro cuore che Egli dissipa con la luce della sua verità. – Aggiungendo: « Egli ama i giusti », il Profeta ci fa vedere che il Signore ha portato soccorso agli altri unicamente in ragione della loro infelicità; coloro che Egli nutre perché hanno fame, non ha certo rapporto con la virtù; egli libera i prigionieri, perché ha pietà delle loro catene, che non tiene più alla virtù, ma all’infortunio; se Egli illumina i ciechi è ancora per guarire la loro infermità, non per ricompensare le loro buone opere. Lo stesso è per l’uomo abbattuto dalla sua caduta, dello straniero, della vedova, dell’orfano. Ora, se Dio viene in soccorso degli infortunati, a maggior ragione viene per gli amici della virtù (S. Chrys). – Tre tipi di persone sono particolarmente sotto la salvaguardia dell’Eterno: gli stranieri, gli orfani, le vedove. I primi, perché non hanno una patria; i secondi perché non hanno un padre; infine le vedove private del loro sposo. Con questa elencazione, il Profeta vuole farci comprendere che gran titolo, per contare sulla Provvidenza, è il non avere nessun appoggio in questo mondo. Quando tutti i soccorsi umani ci mancano, Dio si prende cura di noi, cioè Egli veglia particolarmente su di noi (Berthier). – E quando la via dei peccatori sarà stata distrutta, cosa resterà? « Venite, dirà il Signore, venite diletti del Padre mio, prendete possesso del regno che vi è stato preparato dalle origini del mondo. » (Matth. XXV, 3, 4). È a questo che giunge alla fine del salmo, « Il Signore distruggerà la via dei peccatori. » E voi cosa diventerete? « Il Signore regnerà in eterno. » Rallegratevi, perché il Signore regnerà su di voi; Rallegratevi perché voi sarete il suo regno. Osservate, in effetti, ciò che segue: voi siete certamente cittadino di Sion e non di Babilonia, cioè voi non siete cittadino della città passeggera del mondo, ma di Sion, che soffre l’esilio per un tempo e che regnerà eternamente (S. Agost.).