SALMI BIBLICI: “LAUDATE DOMINUM IN SANCTIS EJUS” (CL)

SALMO 150: “LAUDATE DOMINUM IN SANCTIS EJUS”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 150

Alleluja.

[1]  Laudate Dominum in sanctis ejus;

laudate eum in firmamento virtutis ejus.

[2] Laudate eum in virtutibus ejus; laudate eum secundum multitudinem magnitudinis ejus.

[3] Laudate eum in sono tubæ; laudate eum in psalterio et cithara.

[4] Laudate eum in tympano et choro; laudate eum in chordis et organo.

[5] Laudate eum in cymbalis benesonantibus; laudate eum in cymbalis jubilationis. Omnis spiritus laudet Dominum! Alleluja.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CL.

L’ultimo Salmo, che si connette coi due superiori, è ardente esortazione a lodar Dio, che abita ne’ cieli, con tutti i musici strumenti.

Alleluja. Lodate Dio.

1. Lodate il Signore nel suo santuario, lodatelo nel fortissimo suo firmamento.

2. Lodatelo per le opere sue; lodatelo secondo la sua molta grandezza.

3. Lodatelo al suon della tromba; lodatelo sul salterio e sulla cetra. (1)

4. Lodatelo al suon del timpano; lodatelo al suon del flauto; lodatelo sugli strumenti a corda e a fiato.

5. Lodatelo co’ sonori cimbali; lodatelo coi cimbali di lieta armonia: ogni spirito dia laude al Signore. Lodate il Signore.

(1) La voce, il soffio e l’impulso sono i tre mezzi strumentali che il Profeta qui menziona.

Sommario  analitico

Dopo avere esporto, nei diversi salmi precedenti, i motivi che aveva il popolo di Israele di lodare Dio, non restava più, al Re-Profeta, che regolare per così dire il cerimoniale della festa. Tale è lo scopo di questo salmo. (1)

Esso invita i sacerdoti ed i leviti a cantare le lodi di Dio al suono degli strumenti; esso indica:

I. – il luogo in cui devono lodare Dio:

nel suo santuario, il tempio della terra e del cielo (1)

II. – la materia, il soggetto di queste lodi:

1° all’esterno, le opere della sua potenza;

2° all’interno, la sua eccellenza e la sua infinita grandezza (2).

III. – La maniera con cui essi devono lodarlo:

1° Al suono armonioso di tutti gli strumenti musicali (3-5);

2° Unendo i loro canti in un concerto di lodi di tutto ciò che respira.

(1) I salmi ci hanno mostrato la provvidenza e l’azione di Dio sui giusti durante la vita; il salmo CXLIX ci ha descritto la loro gloria nell’ultimo giudizio; il salmo CL ce li mostra come giunti in cielo, e ivi lodanti il Signore per l’eternità. Così si è giunti con grande naturalezza alla conclusione dell’intero Salterio.

Spiegazioni e considerazioni

I, II.— 1, 2

ff. 1, 2. – Queste parole: « Lodate Dio nei suoi Santi » devono intendersi come del popolo stesso, o della vita santa, o degli uomini santi. Il libro dei Salmi si ferma su di un inno di azioni di grazie, al fine di insegnarci ciò che debba essere l’inizio e la fine delle nostre azioni e delle nostre parole. È quanto ci raccomanda San Paolo (Col. III, 17) « In tutto ciò che farete, nei vostri discorsi ed in tutte le vostre opere, rendete costantemente grazie a Dio e per Lui al Padre. » Rendetegli dunque grazie di ciò che ci ha fatto con un genere di vita così sublime, di come abbia cioè trasformato degli uomini in Angeli. (S. Chrys.). – Lodate il Signore nei sSnti, cioè in coloro che Egli ha glorificato. « Lodatelo nel riaffermare la sua potenza; lodatelo nelle meraviglie della sua forza, lodatelo nella sua grandezza infinita. » Tutte queste espressioni si applicano ai suoi Santi, secondo queste parole di San Paolo: « Affinché in Lui diventiamo giusti della giustizia di Dio. » (II Cor. V, 21). Se dunque essi sono giusti della giustizia che Dio ha fatto in essi, perché non sarebbero forti della forza di cui Dio è anche autore in essi, per farli resuscitare dai morti … Perché non si potrebbero chiamare le potenze di Dio, coloro nei quali Egli ha mostrato la sua potenza? Ancor più, essi sono la potenza di Dio, della stessa che egli ha detto: « Noi siamo giusti in Dio della giustizia di Dio. » Qual più grande marchio di potenza vi è, che regnare eternamente, tenendo sotto i piedi tutti i nemici? Perché i Santi non sarebbero la grandezza infinita di Dio? Io non parlo della sua propria grandezza, ma della grandezza che Egli ha dato alla moltitudine innumerevole dei Santi (S. Agost.). – Si può anche intendere la forza di cui qui parla il Profeta della potenza di Dio in esercizio, della potenza che doma gli ostacoli, che distrugge tutta la potenza opposta, che abbatte i superbi, che riduce in polvere i ribelli.

III. — 3- 5.

ff. 3-5.- Ciò che il Profeta si propone, è mettere in movimento tutti gli strumenti, che tutto si unisca per celebrare la gloria di Dio, che tutti i cuori siano ardenti di amore per Lui. Ora, come era prescritto ai Giudei di impiegare tutti gli strumenti in onore di Dio, così ci viene prescritto di farvi servire tutte le nostre membra, gli occhi, la lingua, le orecchie e le mani. « Offrite i vostri corpi come ostia vivente, santa, gradita a Dio, dice San Paolo; che la ragione presieda al vostro culto. » (Rom. XII, 1). – L’uomo tutto intero diviene allora un armonioso e multiplo strumento che fa salire a Dio una melodia spirituale piena di potenza e di dolcezza. «  Siate dunque voi stessi le trombe, il salterio, il tamburo, il coro, le corde, l’organo ed i cembali di giubilazione armoniosi, perché si accordino con tutti gli altri strumenti. Ecco tutto ciò che voi siete; che non vi sia niente di basso, di passeggero, di frivolo; e poiché i sentimenti carnali non sono propriamente che una morte … ogni spirito lodi il Signore. » (S. Agost.). – Dopo aver convocato gli abitanti del cielo, risvegliato lo zelo del popolo, fatto appello a tutti gli strumenti, il Profeta si rivolge alla natura intera, a tutte le età, senza eccezione; egli convoca in uno stesso coro, vecchi e giovani, uomini e donne, gli stessi bambini, tutti gli abitanti dell’universo, preludendo così all’universale effusione della semenza divina che doveva compirsi nel Nuovo Testamento (S. Chrys.). – Egli non dice: tutto ciò che esiste, perché la lode di Dio non appartiene che ai viventi: « I morti non vi loderanno, Signore » (Ps. CXIII), « è l’uomo vivente che celebrerà il vostro nome; » (Isai. XXXVIII) ma che tutto ciò che respira … ogni spirito lodi il Signore. – La fine di questo ultimo salmo comprende in sunto tutto il frutto che si deve trarre dai 150 salmi: « Che ogni spirito lodi il Signore. » È questo lo spirito di questo libro divino intitolato a ragione: il Libro delle lodi. 

SALMI BIBLICI: “CANTATE DOMINO, CANTICUM NOVUM; LAUS … ” (CXLIX)

SALMO 149: “CANTATE DOMINO CANTICUM NOVUM; LAUS …”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 149

Alleluja.

[1] Cantate Domino canticum novum; laus

ejus in ecclesia sanctorum.

[2] Lætetur Israel in eo qui fecit eum, et filii Sion exsultent in rege suo.

[3] Laudent nomen ejus in choro, in tympano et psalterio psallant ei.

[4] Quia beneplacitum est Domino in populo suo, et exaltabit mansuetos in salutem.

[5] Exsultabunt sancti in gloria, lætabuntur in cubilibus suis.(1)

[6] Exaltationes Dei in gutture eorum: et gladii ancipites in manibus eorum:

[7] ad faciendam vindictam in nationibus, increpationes in populis;

[8] ad alligandos reges eorum in compedibus, et nobiles eorum in manicis ferreis;

[9] ut faciant in eis judicium conscriptum: gloria hæc est omnibus sanctis ejus. Alleluja.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLIX.

Lodino Dio quei che da Dio ricevettero maggior beneficii, quindi lo lodi il suo popolo, che da Dio ebbe la promessa della gloria eterna, alla quale,  finito il pellegrinaggio, arriverà.

Alleluja. Lodate Dio.

1. Cantate al Signore un nuovo cantico, le laudi di lui (risuonino) nella Chiesa dei Santi.

2. Rallegrisi Israele in lui, che lo ha fatto, e i figliuoli di Sion esultino nel loro Re!

3. Lodino il nome di lui con armonico canto, lo celebrino al suono del timpano e del salterio.

4. Perché il Signore ha voluto bene al suo popolo, e i mansueti innalzerà a salute.

5. Esulteranno i Santi nella gloria; saranno lieti nelle loro mansioni. (1)

6. Hanno nella lor bocca le laudi di Dio, e nelle lor mani spade a due tagli;

7. Per prender vendetta delle nazioni e castigare i popoli;

8. Per legare in ceppi il loro re, e i loro grandi a catene di ferro;

9. Per fare sopra di essi il giudizio, che sia già scritto: questa gloria a tutti i Santi appartiene. Lodate Dio.

(1) La parola ebraica indica i letti dove ci si sedeva per la conversazione o il riposo.

Sommario analitico

Dopo avere, nei salmi precedenti, invitato la sua anima, la natura e tutte le nazioni a lodare Dio, il Profeta indirizzandosi nuovamente ai figli di Israele, indica loro i motivi particolari che hanno nel celebrare questo Dio del quale ha enumerato le perfezioni. Questi motivi sono la missione che essi hanno ricevuto da Lui quaggiù, e che li rendono sulla terra i rappresentanti della sua potenza e della sua giustizia. Nel primo senso imperfetto, il Profeta ha in vista le vittorie degli Israeliti, tornati dalla cattività, sui popoli vicini che si oppongono alla ricostruzione del tempio. In un senso più elevato, egli invita tutti i santi a lodare Dio a causa della grazia che ha loro accordato e della gloria di cui godono. 

I. – Egli li invita a cantare le lodi di Dio:

1° a cantare in onore di Dio solo,

2° a cantare un cantico nuovo,

3° a cantare nell’assemblea dei santi (1),

4° a cantare nei trasporti della gioia e dell’allegria (2),

5° a cantare al suono degli strumenti (3);

6° egli offre come motivo i benefici dei quali il Signore ha ricolmato il suo popolo:

     a) essi sono riuniti in un solo popolo sotto il suo scettro reale (6);

     b) Dio si compiace in essi come nel suo popolo (4).

II. – Descrive la loro felicità:

1° la gioia che essi provano nei loro corpi gloriosi,

2° la sicurezza ed il riposo eterno di cui la loro anima è in possesso (5),

3° le lodi di Dio che essi non cesseranno di cantare (6),

4° la potenza giudiziaria che essi esercitano sui loro nemici, sui loro re e sui principi, onore riservato a tutti i santi alla fine dei tempi (6-8).

Spiegazioni e Considerazioni

 I. — 1-4.

ff. 1-3. – Lodiamo il Signore con la voce, lodiamolo con gli sforzi della nostra intelligenza e con le buone opere e, come ci esorta questo salmo, cantiamo un cantico nuovo. Al vecchio uomo il cantico antico; all’uomo nuovo, un cantico nuovo. L’Antico testamento è il cantico antico; il nuovo Testamento è il nuovo cantico. L’Antico Testamento contiene delle promesse temporali e terrestri. Chiunque ama i beni della terra, canta il cantico antico; chiunque vuol cantare il cantico nuovo, deve amare le cose eterne. Questo nuovo amore è anche eterno; è dunque eternamente nuovo, perché non invecchia mai. (S. Agost.). – Non si può meditare abbastanza questa verità di cui Nostro Signore Gesù-Cristo ed i suoi Apostoli parlano incessantemente, di rinnovare tutto. Il Testamento è nuovo, il comandamento della carità è nuovo, il calice della salvezza è nuovo, il linguaggio con cui devono parlare i fedeli è nuovo, il carattere del Cristiano, è quello dell’uomo nuovo; la via che Gesù-Cristo ha aperto è nuova; la Gerusalemme di cui noi siamo cittadini, è nuova, il cantico che vi si canta è nuovo. Tutte queste novità non avranno la loro conclusione che nella vita beata, ma l’uomo fervente e rinnovato dalla carità ne raccoglie in questa vita le primizie, spogliandosi di giorno in giorno dell’uomo vecchio e dei suoi atti. (Berthier). – E dove dobbiamo cantare questo cantico nuovo? « Nell’assemblea dei santi. » Questa assemblea dei santi, è l’assemblea dei buoni chicchi di frumento sparsi nell’intero universo, seminati nel campo del Signore, cioè nel mondo … L’assemblea dei Santi, è dunque la Chiesa Cattolica; l’assemblea dei Santi non è la chiesa degli eretici, è la Chiesa che Dio ha designato prima che si vedesse, e che ha manifestato perché fosse visibile a tutti gli occhi (Aug.). – Vedete come, prima della lode della parola, il Profeta domandi quella delle opere e della vita. Chi sono coloro che Egli ammette a formare il religioso concerto? Non è sufficiente che la voce canti un inno d’azioni di grazie, bisogna che l’accompagni la virtù delle opere. C’è poi un altro insegnamento: noi vediamo in questa parola che bisogna lodare Dio con un accordo perfetto; perché la Chiesa è una riunione in cui regna l’armonia più perfetta (S. Chrys.). – « Gioisca Israele in Colui che l’ha creato. » Prima dei favori particolari, egli antepone in beneficio generale: rendete grazie a Dio del fatto che, prima che voi foste, Egli vi ha dato l’esistenza ed un’anima immortale. – Il primo titolo che Dio presenta ai nostri omaggi, è quello di Creatore, … gli uomini pensano ben poco a questo beneficio. Essi vivono come se fossero sempre esistiti, o come se fossero essi stessi gli autori del proprio essere. Quasi mai dicono, pur nella calma delle passioni e nel silenzio dell’amor proprio: Donde io sono venuto? Chi mi ha fatto? E come mi ha fatto? Cosa diventerò dopo il breve tempo trascorso sulla terra? (Berthier). – Ma ecco un beneficio ancora più grande; all’esistenza viene ad aggiungersi l’unione intima con Dio, che non solo ha dato loro la vita la, ma li ha resi suo popolo particolare. (S. Chrys.). – Rallegrarsi nel possesso delle creature, degli onori, delle ricchezze, è una gioia falsa e criminale; Rallegrarsi con se stesso, come se fossimo opera propria, è gioia ingannevole e mortale; ma gioire in Colui che, non solo ci ha creato, ma che vuol essere nostro Re, e riconoscerci come suo popolo, è la sola gioia solida e vera. (Duguet). – Lodino essi il suo Nome nei loro concerti, dolce sinfonia che riunisce in uno stesso coro tutte le voci e tutte le anime. San Paolo la raccomanda frequentemente ai primi fedeli, e l’Orazione domenicale, che tutti recitiamo, ne porta essa stessa l’impronta: è sempre al plurale che noi parliamo (S. Chrys.). –  Un coro è la riunione di uomini che si accordano per cantare. Se noi cantiamo in coro, noi cantiamo con accordo; se in un coro di uomini che cantano, uno solo stona, questo colpisce il nostro orecchio e turba il canto. Se la voce discordante di un solo cantore è sufficiente a turbare l’assemblea di un coro, quanto più un’eresia discordante non turba l’accordo di coloro che glorificano il Signore? (S. Agost.). – Lodare Dio con gli strumenti musicali, è lodare non soltanto con la lingua e la voce, ma con la mano e le opere; è lodare con tutte le membra del nostro corpo: gli occhi, le orecchie, la lingua e le mani. (Duguet).

ff. 4. – La ragione del cantico nuovo, è che Dio si è compiaciuto nel suo popolo e che lo ha amato, fin dall’eternità, di un amore infinito. Questa benevolenza, questo buon piacere di Dio è il fondamento e la fonte di tutti i beni, della predestinazione, della vocazione, della giustificazione, della glorificazione. Nostro-Signore dice nello stesso senso: « Non temete, piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro di darvi il regno; e l’Apostolo San Paolo non cessa – nelle sue epistole – di proclamare questo buon piacere di Dio, come la causa principale della nostra salvezza. » (Bellarm.). – « Perché il Signore ha fatto del bene al suo popolo. » Qual maggiore beneficio si può supporre che morire per degli empi? Qual più gran beneficio v’è che cancellare con il sangue del giusto il debito del peccatore? Quel più gran beneficio che dire: io non voglio ricordarmi di ciò che siete stati, siate ciò che non eravate? « Il Signore ha fatto del bene al suo popolo, » rimettendoli i suoi peccati, promettendogli la vita eterna; Egli gli ha fatto del bene riconducendolo dopo che si era allontanato da Lui, assistendolo quando combatte, coronandolo dopo la vittoria. « Egli esalterà coloro che sono mansueti per salvarli. » In effetti gli orgogliosi sono  esaltati molto, ma non per essere salvati. Gli uomini dolci sono esaltati per la loro salvezza, gli orgogliosi per la loro rovina; cioè: gli orgogliosi si esaltano e Dio li umilia; al contrario coloro che sono mansueti si umiliano, e Dio li esalta. (S. Agost.).

II. – 5-8

ff. 5. –  Non c’è nessuno che non ami la gloria. Ma la gloria degli insensati, quella che si chiama la gloria popolare, ha un fascino ingannevole. Ogni uomo che si lascia prendere dalle lodi degli uomini di vanità e dirige la sua vita in modo da ottenere le lodi degli uomini chiunque siano e con tutti i mezzi possibili … questa stolta gloria, il Signore la condanna, essa è abominevole agli occhi dell’Onnipotente … Quanto ai Santi, essi sono trasportati dalla gioia nella gloria, e non c’è bisogno che noi diciamo quali saranno questi trasporti. Ascoltate ciò che dice il Profeta: « Essi saranno trasportati di gioia nella gloria, si rallegreranno sui loro giacigli di riposo. » Questo non avviene nei teatri, nei circhi, nei frivoli divertimenti, né sulle piazze pubbliche, ma « … nei loro giacigli. » Che significano queste parole « nei loro giacigli. » Nei loro cuori! Ascoltate l’Apostolo San Paolo, trasportato di gioia nel letto di riposo: « La nostra gloria, dice, è la testimonianza della nostra coscienza. » (II Cor. I, 12). D’altro canto, è da temere chiunque si compiace in se stesso e che, diventando orgoglioso della sua buona coscienza, glorifichi se stesso … Così, dopo aver detto: « Essi gioiranno nei loro giacigli, » il Profeta ha subito aggiunto, per prevenire in essi ogni compiacimento: « le lodi di Dio riempiranno la loro bocca di gioia. » È così che essi saranno ricolmi di gioia nei loro giacigli, non attribuendosi il merito della loro bontà, ma lodando Colui da cui hanno ricevuto ciò che di buono hanno in se stessi, Colui che li chiama per farli giungere là dove essi non sono ancora, e dal quale sperano la loro perfezione, Colui al quale essi rendono delle azioni di grazie, perché ha cominciato a renderli migliori. (S. Agost.). –  « Essi si riposeranno nei loro giacigli, » cioè nella patria celeste. Il letto, in effetti, è un luogo di riposo che non si trova nella via in cui camminiamo; è qui che dobbiamo combattere contro la carne e bagnare delle nostre lacrime il nostro letto per spegnere i fuochi della lussuria che ci bruciano (S. Gerol.).  

ff. 6-8. – « Ed essi avranno nelle loro mani delle spade a due tagli. » Noi leggiamo nell’Apocalisse che una spada affilata dai due lati usciva dalla bocca del Salvatore (I, 16). Voi vedete che i Santi hanno ricevuto dalla bocca di Nostro-Signore le spade a due tagli che hanno nelle mani. Il Signore promette dunque ai Santi le spade che escono dalla sua bocca. Queste spade a due tagli, sono la parola della sua dottrina; questa spada a due tagli, è il senso letterale ed il senso spirituale; questa spada a due tagli ha due funzioni principali, essa parla sia del secolo presente sia del secolo futuro; qui mette a morte gli avversari; nel cielo, apre il regno dei cieli. (S. Gerol.). – Veramente la Gloria non si trova là dov’è l’oro, il denaro, le pietre preziose, gli abiti di seta; colui che ha queste spade a due tagli, che bisogno ha di altre cose? Vedete ciò che dice il Profeta terminando: « Tale è la gloria riservata a tutti i suoi Santi. » Preghiamo Dio di accordarci questa gloria, preghiamolo di armare le nostre mani con questa spada che esce dalla sua bocca. Colui che è armato di questa spada non teme più la spada del secolo. (S. Gerol.). – Queste spade a due tagli messe nelle mani dei Santi, costituiscono il potere giudiziario di cui Gesù-Cristo ha fatto loro parte, e che essi eserciteranno soprattutto negli ultimi giorni. Non sapete, dice San Paolo, « che i Santi giudicheranno questo mondo, e che noi giudicheremo anche gli Angeli? » (I Cor. VI, 2, 3), vale a dire gli angeli ribelli, che essi giudicheranno in questo senso, che saranno testimoni dell’arresto formidabile che sarà pronunciato contro di loro, e che essi applaudiranno con tutta la corte celeste alle vendette che l’Altissimo attuerà contro questi nemici di Dio, di Gesù-Cristo e del genere umano (Berthier). – È allora che i Santi, entrando nello zelo di Dio, prenderanno vendetta, non delle proprie ingiurie, ma di quelle che saranno state fatte a Dio alla loro presenza. – È allora che i re, i nobili, i principi che hanno usato tirannicamente del loro potere, si vedranno caricati di quelle stesse catene di cui ingiustamente avranno caricato gli innocenti. –  « … Per esercitare contro di essi il giudizio prescritto. » I Santi esercitano il giudizio di Dio contro gli empi, e gli empi contro i Santi. Essi sono soltanto, nei confronti reciproci, ministri della giustizia o della sua misericordia, ma in maniera molto differente. Gli empi, perseguitando i giusti, contribuiscono alla loro santificazione, ed i santi, esercitando il giudizio di Dio, rendono all’ingiustizia subita la pena che è loro dovuta. « Tale è la gloria che è riservata ai Santi nel cielo, a coloro che non ne pretendevano alcuna sulla terra. (Duguet). » – La Gloria dei Santi ci è quasi sconosciuta sulla terra. Innanzitutto, coloro che vivono tra di noi, sono così attenti a nascondersi che le loro virtù ci sfuggono, e gli uomini sono così cattivi giudici in materia di santità, che tacciano spesso le virtù più pure come ipocrisia, politica, umore, debolezza. Non è che nel giorno delle rivelazione che la gloria dei Santi si manifesterà pienamente ai nostri occhi. (Berthier). – In effetti, la fioritura della santità, è la gloria. La gloria esce dalla grazia come il frutto dal fiore, ed il fiore dal gambo. L’opera del Cristianesimo essendo opera di santità, è dunque, per questo, un’opera di gloria. È con questa bella imèplicazione che il Profeta conclude questo salmo; egli viene a mostrarci la felicità, gli onori, la potenza di cui Dio riveste i suoi eletti, e ci dice: « Tale è la gloria che Dio riserva a tutti coloro che avranno vissuto santamente sulla terra. »

SALMI BIBLICI: “LAUDATE DOMINUM DE CÆLIS ” (CXLVIII)

SALMO 148: “LAUDATE DOMINUM DE CÆLIS “

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 148

Alleluja.

[1] Laudate Dominum de caelis;

laudate eum in excelsis.

[2] Laudate eum, omnes angeli ejus; laudate eum, omnes virtutes ejus.

[3] Laudate eum, sol et luna; laudate eum, omnes stellae et lumen.

[4] Laudate eum, cœli cælorum; et aquæ omnes quae super cœlos sunt,

[5] laudent nomen Domini. Quia ipse dixit, et facta sunt; ipse mandavit, et creata sunt.

[6] Statuit ea in æternum, et in sæculum sæculi; præceptum posuit, et non praeteribit.

[7] Laudate Dominum de terra, dracones et omnes abyssi;

[8] ignis, grando, nix, glacies, spiritus procellarum, quae faciunt verbum ejus;

[9] montes, et omnes colles; ligna fructifera, et omnes cedri;

[10] bestiæ, et universa pecora; serpentes, et volucres pennatæ;

[11] reges terræ et omnes populi, principes et omnes judices terræ;

[12] juvenes et virgines, senes cum junioribus laudent nomen Domini,

[13] quia exaltatum est nomen ejus solius.

[14] Confessio ejus super caelum et terram; et exaltavit cornu populi sui. Hymnus omnibus sanctis ejus; filiis Israel, populo appropinquanti sibi. Alleluja.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLVIII.

Si invitano per ordine le cose create a celebrare, quasi in coro, le lodi del Creatore.

Alleluja. Lodate Dio.

1. Lodate il Signore, voi che state ne’ cieli; lodatelo voi che siete ne’ luoghi altissimi.

2. Lodatelo voi tutti Angeli suoi; lodatelo tutti voi sue milizie.

3. Lodatelo voi sole e luna; voi stelle e tu luce, lodatelo.

4. Lodatelo voi, o cieli de’ cieli; e le acque tutte, che son sopra de’ cieli, lodino il nome del Signore.

5. Perocché egli parlò, e furon fatte le cose; ordinò, e furon create.

6. Le ha stabilite per essere in eterno, e per tutti i secoli; fissò un ordine, che non sarà trasgredito. (1)

7. Date laude al Signore, voi che abitate la terra, voi dragoni, e voi tutti, o abissi.

8. T u fuoco, tu grandine, tu neve, tu ghiaccio, tu vento procelloso, voi che obbedite alla sua parola.

9. Voi monti, e voi tutte, o colline; piante fruttifere, e voi tutti, o cedri.

10. Voi tutte bestie selvagge e domestiche; voi serpenti e voi pennuti augelli.

11. Regi della terra e popoli tutti; principi tutti e giudici della terra.

12. I giovanetti e le vergini, i vecchi e i fanciulli lodino il nome del Signore, perché il nome di lui solo è sublime.

13. La gloria di lui pel cielo si spande e per la terra; ed egli ha esaltata la potenza del popol suo.

14. L’inno (conviene) a tutti i santi di lui, ai figliuoli d’Israele, al popolo propinquo a lui. Lodate Dio.

Questo salmo è stato imitato con molta eleganza da Milton, “Paradiso perduto”, V lib. V. 153 e segg.

(1) I corpi celesti in particolare non sono soggetti ai cambiamenti degli uomini, degli animali, delle piante, ed in generale i corpi sublunari. Quelli celesti devono durare fino alla fine dei secoli.

Sommario analitico

Il salmista invita tutte le creature a lodare Dio (2);

I. – Gli abitanti del cielo:

1° gli Angeli e le armate degli spiriti beati (1, 2);

2° il sole, la luna e le stelle (3);

3° i cieli stessi e le acque superiori (4);

4° ne dà come motivo l’onnipotenza creatrice (3) e conservatrice di Dio (6).

II. – Gli abitanti della terra:

1° gli esseri inanimati (7-9);

2° gli esseri animati ma senza ragione (10);

3° gli esseri ragionevoli di ogni specie, di ogni sesso e di tutte le età (11, 12);

4° ne dà come motivo: a) la maestà e la gloria di Dio, superiore a tutte le creature (13); b) i benefici del Signore verso il suo popolo (14).

Conclude questo salmo esortando i veri figli fi Israele a cantare le lodi di Dio (15).

Spiegazioni e Considerazioni

I. —1-6.

ff. 1-6. – Costume dei santi è convocare un gran numero di altri cuori quando essi vogliono benedire la misericordia e celebrare le lodi di Dio;  invitano tutte le creature a rendere gloria al Signore; richiedono una voce a tutte le potenze dall’essere sensibile; ne chiederanno al bisogno alle rocce, alle montagne. Sentendo che non riuscirebbero da soli a celebrare le lodi del Signore, essi si girano da ogni lato perché tutte le creature prendano parte ai loro pii cantici. Ecco ciò che qui fa il Profeta richiamando a sé l’una e l’altra creazione, il mondo superiore ed il mondo inferiore, gli esseri visibili e gli esseri intellettuali. – Di là risulta un altro insegnamento: non è possibile ammettere due artigiani del mondo. Senza dubbio la creature sono diverse, le sostanze non si somigliano; le une sono materiali, le altre spirituali, queste visibili, e quelle invisibili; c’è il mondo dei corpi ed il mondo degli spiriti, ma non c’è che un unico Creatore, ed è questo solo e medesimo Dio che deve essere lodato da tutte le creature, dalle voci unite delle due creazioni, affinché si sappia che Egli è l’unico fattore dell’una e dell’altra (S. Chrys.). – Il Profeta comincia dalle creaturesuperiori, egli invita in quattro modi differenti le celesti creature a lodare il Signore: voi che abitate nel cielo, voi che siete nelle regioni più elevate, voi Angeli del Signore, voi sue potenze, lodate il Signore. Guardiamoci dal credere tuttavia che il Profeta inviti questi spiriti celesti ad accingersi ad un dovere che essi potrebbero omettere, poiché gli Angeli non hanno altra funzione nel cielo, che quella di lodare Dio. Questo invito è l’espressione del sentimento di gioia che egli prova pensando che i santi Angeli siano sempre occupati a lodare Dio, e dal desiderio di associarsi alle lori lodi. (Berthier). – Come possono lodare Dio delle creature che non hanno né voce, né lingua, né sentimento, né pensiero, alle quali manca anzi l’organo che è il principio della parola? Vi sono due modi di lodare: non si loda solamente con la parola, si loda anche con la vista. C’è una glorificazione che risulta semplicemente dall’esistenza sola: « I cieli raccontano la gloria di Dio, ed il firmamento annunzia la potenza delle sue mani. » (Ps. XVIII, 1).Allo stesso odo qui la creatura loda con la sua bellezza, con la sua posizione, la sua grandezza, la sua natura, con i servizi che essa rende, on i beni inesauribili dei quali è ministra. (S. Chrys.). – Come il sole e la luna lodano il Signore? Non deviando mai dalle funzioni e dal compito loro imposti. Questa fedeltà ad obbedire al Dio, è la maniera di lodare Dio. Qual grande onore per voi, anime umane; è per voi che il sole, la luna e le stelle compiono il loro corso, e seguono la strada che Dio ha loro tracciata. (S. Gerol.).

f. 5, 6. – Il Profeta risale qui alla sorgente della grandezza, della beltà che noi ammiriamo nelle creature. Che esse siano belle e meravigliose, è un risalto degli occhi; che esse abbiano un Creatore, che non vengano da se stesse, che siano pertanto prodotte, si potrebbe dedurre dal testo stesso ben compreso. Se qualcuno a tal riguardo, conservasse ancora un dubbio, apprenda da me qual sono i risultati di un pensiero creatore e di una provvidenza che attenta veglia su di esse. – In effetti, si può qui distinguere qui, esaminando il testo da vicino, che esse son create, non tratte dal nulla, che Dio le abbia fatte senza sforzo alcuno, e che le governi poi dopo averle fatte. – Quel che c’è di ammirevole soprattutto, non è soltanto che Dio governi tutto, che i limiti di ogni natura restino indistruttibili; ma è anche che i secoli passino senza nulla cambiare. Quanto tempo già! E alcuna confusione si è prodotta nelle creature; il mare non ha invaso la terra, il sole illumina senza bruciare, il firmamento resta indistruttibile, né il giorno né la notte hanno valicato i limiti che li separano; lo stesso ne è delle stagioni e, in una parola, di tutto. Ogni cosa ha conservato invariabilmente il suo posto, e ne ha perfettamente rispettato i limiti che le furono imposti. (S. Chrys.). – « Egli ha dato loro i suoi ordini ed essi non mancheranno di eseguirli. » Ecco che dopo tanti anni, il decreto di Dio si compie con rigorosa puntualità. Egli ha dato alla luna l’ordine di crescere e decrescere nello spazio di trenta giorni: ha mai essa cambiato il suo corso? Gli ordini di Dio sono osservati nel cielo e non si trasgrediscono sulla terra. L’oceano si avvicina alla sue rive con le sue onde elevate, e si arresta per tornare su se stesso, perché di ricorda dei precetti divini. Il mondo intero obbedisce a Dio docile ai suoi ordini, l’uomo solo non si degna di ricordarsene. Ecco perché noi diciamo nell’orazione domenicale: « Sia fatta la tua volontà sulla terra come in cielo. » Come tutti gli Angeli e tutte gli altri esseri creati vi servono nel cielo, così l’uomo vi serva sulla terra. O genere umano infortunato! Un Dio è disceso fino a te, perché tu hai rifiutato di salire fino a Dio. Non contento di non averlo ricevuto, lo metti a morte, lo crocifiggi, lo bestemmi; non contento di averlo messo a morte, non fai penitenza per questo crimine orribile di deicidio (S. Gerol.).

II. — 7 – 15

f. 7-9. – Ci sono degli uomini che pretendono che gli esseri che brillano in cielo sono degni della verità dell’Artigiano supremo, ma che non sia così di coloro che sono sulla terra e tra i quali si trovano gli scorpioni, i serpenti e tante altre razze di bestie pericolose, così come gli alberi che non danno alcun frutto. Il Profeta sembra rispondere a queste false idee, lasciando da parte le cose di cui nessuno contesta l’utilità, per venire immediatamente a ciò che sembra non procurarci alcun vantaggio, ed è per questo che mette sotto i nostri occhi i dragoni ed i serpenti; la parte del mare dove non si avventurano i vascelli, le cose stesse che sembrano nocive, il fuoco, la grandine ed il ghiaccio, poi gli alberi sterili e le montagne; egli lascia le pianure fecondate dal lavoro dei contadini, che si coprono di messi e di frutti, per non richiamare che la montane, i luoghi scoscesi e deserti, ogni sorta di rettili … Così ci mostra la bontà preveggente di Dio. Se le cose che sembrano inutili o anche nocive alla natura umana sono talmente utili e buone al punto che esse cantano la Gloria del Signore e pubblicano le sue lodi così come sono, che dobbiamo pensare delle altre? (S. Chrys.). – Gli scorpioni, i rettili ed i dragoni sono invitati dal Profeta a lodare Colui che ha dato loro l’esistenza; … solo il peccatore è escluso da questo sacro coro. Il Profeta mette il peccatore fuori dal concerto delle creature, come si mette in esilio dalla sua patria un cattivo cittadino. (S. CHRYS. Homél. p. le jour de son ord. n. 2). – Dopo aver detto: « Che il fuoco, la grandine, il ghiaccio, i venti impetuosi, » tutte cose che gli insensati considerano come elementi disordinati, ribelli ed agitati dal caso, il Profeta aggiunge: « che eseguono gli ordini delle sue parole. » Degli elementi che, con tutti i loro movimenti, eseguono gli ordini della parola di Dio, non possono dunque apparirvi come  dal caso. Il fuoco si porta ove Dio vuole, ugualmente le nubi, sia che celino la pioggia, sia che racchiudano la neve o la grandine. – Tutte le creature inanimate, gli animali, anche i più selvaggi, quelli che sono più sensibili all’uomo, lo portano a lodare Dio o a temerlo, richiamando in lui il ricordo dell’orgoglio e della disobbedienza dei progenitori, orgoglio e disobbedienza che ci hanno fatto perdere il dominio che l’uomo aveva sugli animali (Duguet).

ff. 11 – 14. – Il Profeta sfiora qui un’altra manifestazione della divina Provvidenza, quella che si applica ai capi dei popoli. Come fa pure S. Paolo nella sua Epistola ai Romani, svolgendo colà una dottrina mirabile che riguarda il piano della saggezza di Dio nella completa organizzazione del potere e dell’obbedienza, l’uomo, investito del potere « è il ministro di Dio in rapporto a voi e per il vostro bene. » (Rom. XIII, 4). – Anche se nello stato attuale delle cose, tra coloro che governano ci sono dei corrotti, nondimeno l’istituzione è talmente utile che ne trarremo i vantaggi più preziosi, malgrado la perversità degli uomini; si pensi qual benessere per il genere umano, se tutti i depositari del potere lo esercitassero in maniera degna! Lo stabilirsi del potere, è l’opera di Dio; ma l’invasione del potere da parte della perversione o l’uso disastroso che se ne fa, questo è opera dell’uomo. Il Profeta vuol dunque farci intendere come l’esistenza stessa dei sovrani e dei magistrati sia un motivo per noi di riconoscenza verso Dio; perché è per mezzo di questi che ha provveduto affinché l’uomo vivesse nell’ordine, e non secondo le maniere delle bestie selvagge, come la maggior parte avrebbe fatto; è per adempiere le funzioni di conduttori e di piloti che i principi ed i monarchi ci sono stati dati. (S. Chrys.). –  La maggior parte di coloro che il Profeta invita qui a lodare il Signore, sono precisamente coloro che immaginano i più futili pretesti per dispensarsi da questi doveri: i principi ed i magistrati sono nel vortice degli affari: i giovani devono lavorare alla loro fortuna; le ragazze sono in età da prendere parte ai piaceri ed alle vanità del mondo; i vecchi sono carichi di infermità; i bambini son troppo leggeri; i popoli, presi in generale, sopportano il giogo del lavoro, della dipendenza, della miseria. È così che quasi nessuna persona pensa all’unico oggetto che dovrebbe interessarlo. Il Profeta tuttavia appoggia il suo invito su di un motivo che distrugge tutti i falsi pretesti: e questo è che solo il Signore porta un Nome che merita di essere onorato ed esaltato. Quanta magnificenza e verità c’è in questo pensiero del Profeta: « Dio solo possiede un Nome che merita di essere esaltato! » A Dio solo dunque, dice l’Apostolo, sia l’onore, la gloria, il regno in eterno (I Tim. VI, 15). –  « Egli ha esaltato la forza del suo popolo. » È una ragione di più che il Profeta ci adduce per stimolarci a servire Dio con maggiore ardore; è come dirci che il Signore non ha bisogno alcuno delle nostre adorazioni, Egli che possiede per natura la gloria essenziale, un impero assoluto su tutte le cose, e che ha voluto, per pura bontà, darsi un popolo che fosse in modo speciale il suo e la cui gloria si spandesse dappertutto nell’universo. (S. Chrys.). – « Ed Egli ha esaltato la potenza del suo popolo. » E quando esalterà la potenza del suo popolo? Quando il Signore stesso verrà, quando il nostro Sole si leverà, non questo sole visibile ai nostri occhi, che sorge sui buoni e sui malvagi, ma quello di cui il Profeta Malachia ha detto: « Per voi che temete il Signore, si leverà il sole di giustizia e sarete salvati all’ombra delle sue ali … » (Malach. IV, 2). Allora questo sarà il tempo dell’estate; ora che noi siamo nell’inverno, nascosti nella radice, i frutti non appaiono; durante l’inverno, gli alberi che vedete sembrano aridi; colui che non sa riflettere crede che la vigna sia disseccata, e forse, rispetto a quella che è vivente, ce n’è una che è veramente disseccata durante l’inverno: esse si somigliano, una è vivente, l’altra è morta; ma per entrambe la loro vita e la loro morte sono ugualmente nascoste; viene l’estate, la vita dell’una apparirà nel suo splendore, e la morte dell’altra diventerà visibile; di quella che è vivente, le foglie spunteranno in tutta la loro bellezza, la sua fecondità brillerà con i frutti; la vigna si rivestirà all’esterno di ciò che la sua radice racchiude all’interno. Ora dunque, noi siamo simili agli altri uomini: i santi nascono, mangiano, bevono, si vestono come loro, la loro vita si svolge come quella degli altri uomini. Talvolta questa somiglianza inganna gli uomini ed essi dicono: eccolo qui uno che è diventato Cristiano, nondimeno per questo non ha il mal di testa? Ebbene, il suo titolo di Cristiano gli dà qualche cosa più di me? O vigna disseccata, voi avete presso di voi questa vigna che sembra disseccata in inverno, ma che non lo è in realtà. L’estate verrà, il Signore verrà, e con Lui la nostra gloria che era nascosta nella radice; ed allora, « … Egli esalterà la potenza del suo popolo, » dopo questa cattività nella quale ci tiene, durante la nostra vita, la nostra condizione mortale. (S. Agost.). – Benché tutte le creature siano obbligate a lodare Dio, le sue lodi devono essere particolarmente nella bocca di tutti i santi. Questi santi sono tutti i Cristiani, che il loro Battesimo obbliga a lavorare per la loro santificazione. È questo popolo che deve sempre essere unito a Dio con una fede vivente e feconda di buone opere e che è tutto consacrato al suo servizio (Duguet).

SALMI BIBLICI: “LAUDA JERUSALEM, DOMINUM” (CXLVII)

SALMO 147: “LAUDA, JERUSALEM, DOMINUM”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 147

Alleluja.

[1] Lauda, Jerusalem, Dominum;

lauda Deum tuum, Sion.

[2] Quoniam confortavit seras portarum tuarum, benedixit filiis tuis in te.

[3] Qui posuit fines tuos pacem, et adipe frumenti satiat te.

[4] Qui emittit eloquium suum terrae, velociter currit sermo ejus.

[5] Qui dat nivem sicut lanam, nebulam sicut cinerem spargit.

[6] Mittit crystallum suum sicut buccellas: ante faciem frigoris ejus quis sustinebit?

[7] Emittet verbum suum, et liquefaciet ea; flabit spiritus ejus, et fluent aquæ.

[8] Qui annuntiat verbum suum Jacob, justitias et judicia sua Israel.

[9] Non fecit taliter omni nationi, et judicia sua non manifestavit eis. Alleluja.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLVIl.

I codici nuovi ebraici fan questo Salmo una continuazione del Salmo antecedente. Ma i codici antichi doveano averlo per un Salmo da sé col proprio titolo, poiché i Settanta, che tradussero dagli antichi, ne fanno un Salmo nuovo. L’argomento è esortazione a lodare Dio per i beneflci conferiti da lui al suo popolo.

Alleluja. Lodate Dio.

1. Loda, o Gerusalemme, il Signore; loda. Sionne, il tuo Dio.

2. Perocché forti sbarre ha egli messe alle tue porte; ha benedetti i tuoi figliuoli dentro di te.

3. Egli ha messa ne’ tuoi confini la pace, di fior di frumento ti pasce.

4. Egli manda la sua parola alla terra; la sua parola corre velocemente.

5. Ei dà la neve come fiocchi di lana; (1) come cenere sparge la nebbia.

6. Manda il suo gelo come, pezzi di pane, chi può reggere al freddo ch’ei porta? (2)

7. Manderà i suoi ordini, e farà ch’ei si sciolgano; soffierà lo spirito di lui, e scorreranno le acque.

8. Egli, che annunzia la sua parola a Giacobbe, e i suoi precetti e i suoi giudizi ad Israele!

9. Non ha fatto così a tutte le nazioni, né  ha manifestati ad essi i suoi giudizi. Alleluia.

(1) L’esperienza ci insegna che in effetti, per garantire il grano, le piante e gli alberi dalla dannosa influenza del freddo, la natura non poteva dare nessun riparo migliore che la neve. Siccome il freddo dell’inverno è molto più pregiudizievole per il regno vegetale che per quello animale, le piante perirebbero se non fossero protette da qualche mezzo. Dio ha voluto che la pioggia, che durante l’estate rinfresca e rianima i vegetali, cadesse d’inverno sotto forma di lana dolce che servisse loro da copertura e le difendesse dalle ingiurie della gelata e dei venti. Quando la neve è ammassata in basso, conserva una temperatura più dolce che in superficie. Esperienze tendono a provare che fa meno freddo sotto la neve che all’esterno; e più il mantello è spesso, più il termometro che penetra in basso a questa massa, si tiene al di sopra dello zero. (Leçons de la nature, t. IV, p. 179).

(2) Nebulam, la gelata bianca, la brina. La parola ebraica “Fatim”, tradotta con “Buccelas”, significa frammenti, pezzi, ciò che può indicare la grandine.

Sommario analitico

In questo salmo, che è come una terza strofa del precedente, ed in cui si ritrovano le stesse idee nello stesso ordine, il Profeta invita la Gerusalemme terrestre – ed in essa la Chiesa di Gesù-Cristo – nonché la Gerusalemme celeste, a celerare le lodi di Dio (1).

I. – Egli ne dà come motivo:

1° motivi particolari al popolo di Dio:

a) la forza inespugnabile che dà alle sue barriere (2);

b) l’abbondanza e la pace che ne sono la sequela (3);

2° motivi generali:

a) la prontezza con la quale i suoi ordini si spandono su tutta la terra (4);

b) la sua onnipotenza nei fenomeni fisici della neve, del ghiaccio, etc., che sceglie di preferenza il salmista, perché in un paese anche caldo, la neve, il ghiaccio, il gran freddo erano rari e causavano una sorte di ammirazione nel popolo (5-7);

3° specifica poi gli sforzi della Provvidenza tutta particolare di Dio nei riguardi del suo popolo, a) mentre Egli ha istruito tutti gli altri popoli con effetti materiali, ha istruito il suo popolo con i suoi Profeti o da Se stesso (8), ciò che non ha fatto per le altre nazioni (7).

Spiegazioni e Considerazioni

 I. – 1-3.

ff. 1. – Perché questo invito a Gerusalemme di lodare nel complesso il Signore, ed a Sion di lodare il suo Dio? Sion non è altro che Gerusalemme. Gerusalemme significa « visione di pace, » e Sion significa « contemplazione ». Vedete se questi nomi designano altra cosa che degli spettacoli; i gentili non credano dunque che essi abbiano degli spettacoli e noi non ne abbiamo. Talvolta all’uscire dal teatro o dall’anfiteatro, quando la folla sciama dai vomitori, da questi luoghi di perdizione, gli spettatori, con lo spirito occupato dai fantasmi della loro vanità, e la memoria piena di ricordi non solo inutili, ma pure perniciosi, il cuore rivolto a gioie che sembrano dolci, ma che danno la morte; gli spettatori – io dico – vedono spesso passare dei servi di Dio. Essi li riconoscono sia dall’abbigliamento e dal cammino, sia dai tratti e dall’aspetto del volto, ed essi dicono a se stessi ed agli altri: oh! gli infelici! Quali gioie si perdono! Fratelli miei, preghiamo per essi il Signoreper la gratitudine dei loro benevoli rimpianti, perché essi li credono ben riposti … tuttavia, nella loro futile benevolenza, vana, erronea, se si possa pure definire benevolenza, essi ci compiangono perché perdiamo ciò che essi amano; preghiamo perché essi non perdano ciò che noi amiamo. Vedete qual è la Gerusalemme per cui il Profeta esorta a lodare Dio, o piuttosto a stimolarne le lodi; perché, quando noi vedremo Iddio, lo ameremo e lo glorificheremo, non ci sarà più bisogno della voce dei Profeti per esortare ed eccitare i canti della città celeste (S. Agost.). – Cantare le lodi del Signore è un esercizio che conviene propriamente alla Gerusalemme celeste, e la lode di Dio è l’unica occupazione dei beati del cielo. Piangere e gemere è un esercizio proprio alla Gerusalemme della terra. Tiepidamente noi dobbiamo cominciare sulla terra ciò che siamo chiamati a continuare a fare eternamente nel cielo. Credete voi una vita futura – diceva S. Agostino – cominciando l’esposizione di questo salmo? La vostra occupazione sulla terra sia lodare Dio e benedirlo, perché voi siete chiamati a rendergli eternamente questo omaggio nella santa Sion, ove il dolore, il lutto, la paura non penetrano affatto … Voi sapete qual sia la vostra fede, vi ricorderete del sacro carattere che avete ricevuto. Vivete dunque conformemente alla vostra professione; lodate adunque il Signore vostro Dio, e fate fin dal presente ciò che dovrete fare eternamente nella Gerusalemme celeste.

ff. 2, 3. – Quanti benefici riuniti! Il primo di tutti ed il più grande, si trova rinchiuso in queste parole: « Tuo Dio. » Questo dice tutto in qualche modo: Egli ti ha posto nella sua intimità, ti assicura la sua eredità, e Lui, il Signore di tutti gli esseri senza eccezione, vuol essere per eccellenza tuo; ed è là, certamente, la fonte di tutti i beni. Ciò che viene immediatamente dopo, è la sicurezza della città; il terzo, è il suo prodigioso accrescimento; il quarto è che non solo la città, ma ancora la nazione intera, sia al riparo dalle guerre e dalle sedizioni. A questo ultimo beneficio, il Profeta ne aggiunge un altro: l’abbondanza dei frutti della terra, abbondanza che si deve attribuire non alla fecondità della terra stessa, né all’influenza naturale dell’aria, ma alla preveggente bontà del Creatore (S. Chrys.). – Gerusalemme deve lodare il Signore perché le ha dato la sicurezza e l’abbondanza che riassumono tutti i beni; perché la sicurezza senza l’abbondanza non è che la sicurezza dell’indigenza, e l’abbondanza senza la sicurezza è piena di timori e di pericoli. (Berthier). – Loda il tuo Dio, perché ha fortificato le sbarre di queste porte … Si, i profeti sono le vere porte della Chiesa; senza i Profeti, noi non potremmo entrare nella Chiesa. I Manichei hanno voluto entrare senza le porte, e non sono mai entrati; Marcione non accoglie l’Antico Testamento, e non passando per le porte dell’Antico Testamento, non è potuto entrare nel Vangelo. Quanto a noi, noi riceviamo i Profeti ed entriamo da queste porte: « Tutti coloro che sono venuti prima di me erano dei ladri e dei briganti, dice Gesù-Cristo. » (Giov. X, 8) Oh! Se Dio non accordasse di poter essere una serratura delle porte di Sion! Se un eretico volesse forzare queste porte per entrare nella divina economia dei Vangeli, io mi metterei di traverso, e gli impedirei di passare: « Perché Egli ha fortificato le sbarre delle tue porte. » Datemi un sacerdote profondamente istruito delle celesti Scritture; se egli vede venire Eumomius, Arius, per strappare ai Profeti qualche testimonianza contro di noi, non gli resiste come una sbarra, e non resiste loro vittoriosamente come una serratura? E notate la giustezza di questa espressione: « Egli ha fortificato le sbarre delle tue porte. » Così, quando voi vedete un prete discutere sulle sante Scritture, non è lui che discute, non lo credete, ma è Colui che lo fortifica (S. Girol.). – « Egli ha stabilito la pace in tutta la vostra estensione. » Quale gioia vi ha preso tutti a queste parole! Amate la pace, noi siamo pieni di allegrezza, quando noi sentiamo uscire dai vostri cuori l’esplosione del vostro amore della pace. A qual punto siete incantati? Io non ho detto ancora niente, niente spiegato, non ho fatto che annunziare questo versetto e voi avete gridato: qual sentimento ha dunque così gridato in noi? L’amore della pace! Cosa ho esposto ai vostri occhi? Perché voi gridate se l’amate? Perché amate se non vedete? La pace è invisibile. Quale occhio ha potuto vederla per amarla? Ma voi non l’acclamereste se non l’amaste? Ecco gli spettacoli che prodiga il Dio delle cose invisibili. Da quale sublime beltà i nostri cuori sono stati colpiti dalla sola idea della pace! Che bisogno c’è di parlare innanzitutto della pace, o di lodare la pace? Il vostro sentimento ha prevenuto tutte le mie parole; io non posso dipingerla degnamente, ne sono incapace, riconosco la mia debolezza; rimettiamo ogni elogio della pace a questa felice patria della pace. Là noi la loderemo pienamente, perché noi la possederemo pienamente. Se noi la amiamo già anche quando non è cominciata in noi, quale lode le daremo quando sarà poi perfetta? O figli diletti di Dio, o figli del regno celeste, o cittadini di Gerusalemme, io vi dico delle cose perché la visione della pace brilla in Gerusalemme, e tutti coloro che amano la pace sono benedetti in questa città; che vi entrino quando le porte sono chiuse e le vedremo consolidate. Questa pace che voi amate, che voi circondate di tale amore, solo al sentirla nominare, cercatela, desideratela, amatela nella vostra casa, amatela nei vostri affari, amatela nella vostra sposa, amatela nei vostri figli, nei vostri servi, amatela nei vostri amici, amatela nei vostri nemici. (S. Agost.). – Questa pace è stabilita sui confini di Gerusalemme, per farci intendere che sarebbe vano illudersi di possedere la pace del cuore, se essa non regnasse nelle facoltà che sono di sua dipendenza e come sulle sue frontiere. Come regnerà la pace nel cuore, se i sensi sono turbati da oggetti esteriori, se lo spirito è posseduto da false massime, se la memoria non richiami che le tempeste di una vita profana? – « Egli ti sazia con fior di frumento. » La Chiesa, figurata da Gerusalemme, era destinata a nutrirsi di un pane ben più squisito. Il nutrimento che mantiene e ripara le forze dei suoi figli è contenuto nella parola di Dio e soprattutto nel Sacramento del Corpo e del Sangue di Gesù-Cristo. se noi ci eleviamo più in alto fino alla Gerusalemme dei cieli, è là che gli eletti sono saziati dal fiore del più puro frumento, poiché la verità e la saggezza sono il nutrimento dell’anima; ma essi possederanno la verità in se stessi, e non più in enigmi o in metafore; essi gusteranno la dolcezza del Verbo eterno spoglio della scorza dei Sacramenti e delle Scritture; essi attingeranno a lunghi sorsi dalla stessa fonte della saggezza, e non più goccia a goccia ai ruscelli di questo mondo; essi saranno saziati in maniera da non avere più fame né sete per l’eternità (Berthier, Bellarm.). 

II. – 4-7.

ff. 4. – Il Profeta passa dai favori particolari ai benefici generali e reciprocamente dai benefici generali ai favori particolari. Appena egli ha detto: … Egli spande la sua parola su tutta la terra, aggiunge: « E la sua parola corre con rapidità, » volendo farci sapere che Dio veglia su di noi non in una sola contrada, ma in tutta la terra. La parola è presa qui per la volontà stessa, per l’azione provvidenziale. (S. Chrys.). – Questa parola riguarda o la creazione del mondo, o l’ordine della Provvidenza che  Dio osserva nei confronti di tutti gli esseri, o gli effetti particolari della sua potenza, tali come sono descritti nei versetti seguenti; questa parola, è ancora e soprattutto il Verbo incarnato e la predicazione del Vangelo, che si è esteso con rapidità fino alle estremità del mondo. (Berthier).

ff. 5-7. – Provvidenza ammirevole di Dio è che Egli sappia maneggiare per l’utilità delle terre tutte le cose che sembrerebbero essere anche le più contrarie, come la neve, la brina, il ghiaccio, tutto cose fredde che non lasciano riscaldare in qualche modo e fecondare la terra, ma purificano l’aria e fortificano i corpi. – « Egli spande la neve come una coperta di lana, spande la brina come la polvere, invia il ghiaccio come pezzi di pane, » facendo così concorrere ad un’opera unica gli elementi più contrari, e ci sazia del più puro frumento. – La neve è il simbolo del cuore rappreso nel freddo del peccato; ma il Signore sa comunicare alla neve stessa il calore della lana. Quando abbiamo lasciato raffreddare la carità in noi, la nostra natura inferma soccombe come avviluppata sotto la fredda neve; ma tra i cuori rappresi, c’è ciò che la grazia predestina e che trasforma: Dio cambia allora questa neve ghiacciata e ne fa della lana calda e preziosa per il proprio abito, che è la Chiesa; all’intorpidimento del peccato, Egli fa succedere il dolce calore che non appartiene che alla Chiesa (S. Agost.). – Le opere di Dio sono grandi; il Profeta ce ne richiama qui alcune che appartengono tutte alla terra, e di cui siamo testimoni quasi ogni anno: come Dio fa cadere la neve, come spande la gelata bianca, come cambia la neve in un solido cristallo. Altri si son detti: Credete che queste cose siano state menzionate nelle Scritture senza un particolare motivo, e che non abbiano altro senso se non quello letterale? Le comparazioni della neve con la lana, ed la brina gelida con la cenere, il cristallo con il pane non hanno un significato recondito? Ma perché la Scrittura ha voluto velare il pensiero come sotto la sfumatura delle comparazioni? Quanto non sarebbe stato meglio che si esprimesse chiaramente? Perché necessita che sia esitante ricercando quel che significano queste parole? Perché è necessario che io lavori nell’ascoltarle? Perché, il più sovente, dopo aver inteso questo salmo, resto nell’ignoranza? Lasciatevi curare, voi avete bisogno di essere guariti. Ben orgoglioso e ben presuntuoso è il malato che vuol riprendere il suo medico, e questo medico è un uomo. Il malato oserà dar consiglio al suo medico? Ma quando l’uomo è malato ed è curato da Dio, è in lui un grande inizio di pietà e di guarigione credere, prima di sapere perché Dio ha parlato, che Egli doveva parlare così come ha parlato. In effetti, questa pietà vi renderà capace di cercare quel che significano queste parole e trovarlo dopo averlo cercato, e raggiungerlo dopo averlo trovato (S. Agost.). « Egli invierà la sua parola e farà fondere tutti questi ghiacci. » Quando il calore della carità si raffredda nel nostro cuore? Se giunge a peccare, se si raffredda, se si lascia vincere dalla morte. Vogliate soppesare queste parole: se si raffredda, si lascia vincere dalla morte. Il freddo cadaverico è il segno della morte, il calore è il segno della vita. se dunque un Cristiano si raffredda, Dio invierà la sua parola, il suo Verbo, e farà fondere questi ghiacci. E Dio ci accorda che il freddo della nostra anima si fonda anche, che questo ghiaccio si liquefi, e divenga più morbido al tocco. Datemi un peccatore sul quale Dio non abbia lasciato cadere il suo sguardo: esso non ha calore, è freddo, è morto. Se è tocco da compunzione ascoltando la parola di Dio, se comincia a fare penitenza, il suo cuore indurito si rammolla, e noi vediamo il compimento di questa predizione: « Egli invierà la sua parola e farà fondere tutti questi ghiacci. » (S. Gerol.). – Noi vediamo dunque la neve, la brina bianca, il ghiaccio; è bene che il soffio di Dio li faccia fondere. Se in effetti Dio non inviasse il suo soffio, non farebbe fondere Egli stesso la durezza del ghiaccio, che sussisterebbe davanti al rigore della sua freddezza? Davanti al rigore della freddezza di chi? Di Dio. Da dove viene questa freddezza di Dio? Ecco che Egli abbandona il peccatore, ecco che non chiama, non gli apre l’intelligenza, non spande la sua grazia in lui; e l’uomo faccia fondere, se può, il ghiaccio della sua follia. Perché non lo può? « Chi sussisterà davanti al volto della sua freddezza? » Ascoltate dunque questo peccatore congelato che vi dice: « Io sento nelle mie membra un’altra legge che combatte la legge del mio spirito e mi tiene schiavo sotto la legge del peccato che è nelle mie membra. Miserabile uomo che sono, chi mi libererà da questo corpo di morte? » (Rom. VII, 23). Io ho freddo, io sono gelido, qual calore fonderà il mio ghiaccio, affinché possa correre? « Chi mi libererà da questo corpo di morte? » Chi sussisterà davanti alla freddezza di Dio? E chi potrà liberar se stesso se Dio lo abbandona? E chi ti libererà? « … La grazia di Dio, per nostro Signore Gesù-Cristo. » (S. Ambr.). – Nessuna forza può eguagliare quella dello Spirito di Dio: « Il Padre dei misericordiosi invierà la sua parola, cioè la grazia di Gesù-Cristo; la parola eterna del Padre toccherà questa terra ove regna il gelo; essa si ammolla, ben presto fonderà alla presenza del sole di giustizia.» Se occorre fondere il ghiaccio dei nostri cuori, Egli farà soffiare il suo Spirito, il quale, come il vento del mezzogiorno, modererà il rigore del freddo, e dal cuore più indurito usciranno lacrime di penitenza. 

III. — 8, 9

ff. 8, 9. – Il Profeta, dalle disposizioni generali della Provvidenza, ritorna a ciò che riguarda specialmente i Giudei, e mostra loro quanto la divina provvidenza abbia trattato il suo popolo differentemente dalle altre nazioni; perché il nostro Dio non ha insegnato a queste, se non con effetti naturali; è per mezzo delle cose create che ha rivelato loro il Creatore, ed esse non avevano per conoscerlo se non la luce naturale oscurata dal peccato. Ma Dio stesso ha voluto istruire il suo popolo con i suoi Profeti: « Egli ha fatto le sue vie a Mosè, le sue volontà ai figli d’Israele. » (Ps. En, 6), (S. Chrys.) – « Questi è il nostro Dio, dice Geremia, e nessun altro, a parte Lui, sarà contato per un nulla. Egli ha scoperto tutte le vie della saggezza e le ha trasmesse a Giacobbe, suo figlio, ad Israele, suo diletto. » (Baruch, III, 37). – Ma quanto più felici e privilegiati sono i Cristiani, ai quali Dio ha annunziato la sua parola, non più con i Profeti, ma con Gesù-Cristo suo Figlio, il Profeta universale di tutti i tempi e di tutte le verità. – Il mondo antico si presenta all’osservazione religiosa divisa in due classi distinte: nell’una, ci sono poche cose dal lato materiale, è una sola famiglia che diventa un popolo; ma esso ha tutto dal lato morale: c’è il vero codice dei doveri, la scienza esclusiva di Dio e dell’umanità, la verità del culto religioso, un’azione permanente della divinità. Nell’altra classe, c’è tutto dal lato del numero, tranne una sola nazione relegata in un angolo dell’Asia: è l’umanità intera; ma tutto manca dal lato morale: c’è l’ignoranza di Dio, ignoranza dell’uomo, errore nella religione, empietà nel culto, assenza di Dio in seno alla società. Il popolo giudeo forma la prima classe; la seconda è il resto del genere umano.  (PLACE, Conf. sur J.-C.. – Il vantaggio di essere nato e di vivere in seno alle contrade cristiane, è una grazia di cui non si sarà mai grati al Sovrano dispensatore di ogni bene. Dio stesso ci insegna che Egli non distribuisce uniformemente i suoi favori a tutte le nazioni, e che non manifesta ugualmente i suoi giudizi a tutti gli abitanti della terra. Egli non ha rivelato parimenti a tutti i popoli il dispensare della sua grazia.

SALMI BIBLICI: “LAUDATE DOMINUM, QUAM BONUS” (CXLVI)

SALMO 146: LAUDATE DOMINUM, quoniam bonus

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 146

Alleluja.

[1] Laudate Dominum, quoniam bonus

est psalmus; Deo nostro sit jucunda, decoraque laudatio.

[2] Ædificans Jerusalem Dominus, dispersiones Israelis congregabit;

[3] qui sanat contritos corde, et alligat contritiones eorum;

[4] qui numerat multitudinem stellarum, et omnibus eis nomina vocat.

[5] Magnus Dominus noster, et magna virtus ejus; et sapientiæ ejus non est numerus.

[6] Suscipiens mansuetos Dominus; humilians autem peccatores usque ad terram.

[7] Præcinite Domino in confessione, psallite Deo nostro in cithara.

[8] Qui operit caelum nubibus, et parat terræ pluviam; qui producit in montibus fœnum, et herbam servituti hominum;

[9] qui dat jumentis escam ipsorum, et pullis corvorum invocantibus eum.

[10] Non in fortitudine equi voluntatem habebit, nec in tibiis viri beneplacitum erit ei.

[11] Beneplacitum est Domino super timentes eum, et in eis qui sperant super misericordia ejus.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLVI.

Esortazione a lodare Dio, perchè benefico, sapiente, potente, provvido, giusto e in scicordioso.

Alleluja. Lodate Dio.

1. Lodate il Signore, perché buona cosa è il salmo: diasi al nostro Dio laude gradevole e conveniente.

2. Il Signore, che edifica Gerusalemme, radunerà i figliuoli d’Israele dispersi.

3. Egli è che risana i contriti di cuore, e fascia le loro piaghe.

4. Egli, che conta la moltitudine delle stelle, e tutte le chiama pel loro nome.

5. Grande il Signore Dio nostro, e grande la potenza di lui; e la sua sapienza non ha misura.

6. Il Signore è difensore de’ mansueti, ma umilia fino a terra i peccatori.

7. Cantate inni al Signore con rendimento di grazie; celebrate le lodi di lui sulla cetera.

8. Egli, che il cielo ricopre di nuvole, e alla terra prepara la pioggia.

Egli che produce su’ monti il fieno, e gli erbaggi per servigio dell’uomo.

9. Egli, che dà il loro cibo a’ giumenti, e a’ teneri corvi che lo invocano.

10. Ei non fa conto della forza del cavallo, né che l’uomo stia ben in gambe,

11. Il Signore si compiace di que’ che lo temono, e di que’ che sperano nella sua misericordia.

Sommario analitico

Questo salmo, che si crede molto probabilmente aver rapporto con il ritorno dalla cattività, quando furono ricostruite le mura di Gerusalemme, può dividersi in tal sorta:

I. – Il salmista invita tutti gli uomini a lodare Dio, perché la loro lode è:

1° utile.

2° gradita a Dio.

3° conveniente e degna della sua grandezza (1)

II. – Egli espone la materia di questa lode ed enumera i motivi che ne fanno un dovere:

1° la bontà e i benefici di Dio nei riguardi del suo popolo prigioniero: Egli ha ricostruito Gerusalemme, radunato i suoi resti dispersi, guariti i malati e fasciate le loro piaghe (2, 3);

2° la potenza e la saggezza che fa brillare nei cieli (4, 5);

3° la sua misericordia e la sua bontà nei riguardi degli umili, la sua giustizia severa nei riguardi dei peccatori (6);

4° la sua provvidenza, a) che prepara le nubi per inviare alla terra la pioggia necessaria alla sua fertilità (7, 8); b)che produce l’erba necessaria agli animali ed il nutrimento che ognuno di essi reclama; c) che protegge gli uomini che, invece di confidare i mezzi umani, mettono tutta la loro speranza in Lui (10, 11).

Spiegazioni e considerazioni

I. — 1.

ff. 1. – Più in alto, nel salmo CXLIV, il Profeta ha proclamato che il Signore  era grande e degno di lodi infinite. Qui, è questo medesimo atto di lode che egli dichiara essere buono, è il canto dei salmi che egli ci mostra essere come una sorgente inesauribile di grazie. Esso distacca l’anima dalla terra, le dà delle ali che abbracciano, la tiene ad incomparabili altezze (S. Chrys.). – E come la nostra lode sarà gradita al nostro Dio? Se noi lo lodiamo con la santità della nostra vita. Ascoltate la Scrittura, alfine di riconoscere che questo tipo di lode gli sarà gradita. In altra luogo è detto: « Non è bella la lode sulla bocca del peccatore. » (Eccl. XV, 9). Se dunque la lode non è bella nella bocca del peccatore, essa non è accetta a Dio; perché ciò che è gradito è ciò che è bello. Volete dunque una lode che sia gradita a Dio? Non ponete contrasto tra i vostri santi cantici ed i vostri cattivi costumi. « Che la nostra lode sia gradita al nostro Dio. » Cosa ha detto con ciò il profeta? Voi che lodate Dio, vivete santamente. La lode degli empi, offende Dio. Egli fa attenzione più alla vostra vita, che al vostro canto. Sicuramente, voi desiderate essere in pace con Colui che voi lodate; come dunque potreste cercare di essere in pace con Lui, quando siete in contraddizione con voi stessi? Come – mi direte – io sono in contraddizione con me stesso? La vostra lode risuona in una maniera e la vostra vita in un’altra. « Che la nostra lode sia gradita al nostro Dio. » In effetti, la lode può essere piacevole per un uomo che ascolta la lode di una lusinga fatta con voce dolce, con parole armoniose e finemente preparate; ma … la lode sia gradita al nostro Dio, le cui orecchie sono aperte non alla bocca, ma al cuore, non al linguaggio, ma alla vita di colui che loda. (S. Agost.).

II. — 2-11.

ff. 2-3. – Noi abbiamo gran soggetto nel lodare il Signore, dacché Egli ha costruito la Gerusalemme della terra, che è per noi la Chiesa, ed ancora più la Gerusalemme del cielo, che è il possesso di Se stesso. È scritto che Gesù, doveva morire non solo per la sua nazione, ma anche per raccogliere i figli di Dio che erano dispersi (Giov. XI, 52). E siccome la Gerusalemme terrestre era figura della Chiesa, e la Chiesa è figura della Gerusalemme celeste, il Profeta ha potuto avere in vista l’edificio eterno di questa santa dimora che riunirà tutti gli eletti. – « Egli guarisce coloro che hanno il cuore contrito e fascia le loro piaghe. » Qual sono gli strumenti che fasciano queste ferrite? Dio li fascerà come fanno i medici. Talvolta, in effetti, quando la frattura è stata mal ridotta o le ossa mal riposte, i medici, per rimediare, rompono di nuovo l’arto e fanno una nuova frattura, essendo la prima guarigione difettosa. Così, dice la Scrittura: « Le vie de Signore sono rette, ma l’uomo dal cuore tortuoso vi trova scandalo. » (Osea, XIV, 10). Cosa vuol dire: « L’uomo dal cuore tortuoso vi trova scandalo? » [i malvagi vi inciampano]. L’uomo dal cuore tortuoso è colui il cui cuore non è retto. Egli crede che tutte le parole del Signore siano tortuose; egli crede che tutto ciò che Dio ha fatto non sia retto; tutti i giudizi di Dio gli dispiacciono, e principalmente quelli dai quali è colpito; egli si siede per discutere e per provare quanto ciò che fa Dio sia cattivo, perché Dio non agisce come egli vorrebbe. Per l’uomo dal cuore tortuoso, non vale l’allinearsi a Dio, egli vorrebbe ancora far piegare Dio alla sua volontà. Se voi siete retto, sentirete che Io lo sono. Stendete su di un suolo perfettamente unito un pezzo di legno tortuoso, esso non può applicarsi, barcolla, ondeggia da tutti i lati, cosa che non proviene dalla ineguaglianza del suolo, ma dalla tortuosità del legno. È così che la Scrittura ha detto: « Quanto è buono il Dio di Israele per coloro che hanno il cuore retto! » (Ps. LXXII, 1). Ebbene, come può raddrizzarsi un cuore tortuoso? Esso non è solamente tortuoso, esso è duro; se è duro e tortuoso, allora sia rotto, sia rotto per essere raddrizzato. Voi non potete raddrizzare da voi stessi il vostro cuore; rompetelo, affinché Dio lo raddrizzi. Ma come fratturarlo? Come sbriciolarlo? Confessando, castigando i vostri peccati! Significano altra cosa i colpi con cui battete il vostro petto, se non che supponiate che siano state le vostre ossa che hanno peccato? Ma noi indichiamo con questo che vogliamo rompere il nostro cuore, affinché sia raddrizzato dal Signore (S. Agost.). –  « Egli guarisce, dunque, i cuori spezzati, » in coloro il cui cuore è contrito, e la guarigione di questi cuori sarà perfetta quando il nostro corpo sarà ricreato, come Dio ci ha promesso. Attualmente ed aspettando, cosa fa il medico? Affinché possiate arrivare ad una perfetta guarigione, tiene le vostre lesioni bendate, finché la frattura che ha ricomposto, sia consolidata. Quali sono queste bende? I Sacramenti riservati a questa vita. le bende che il medico pone sulle vostre lesioni sono dunque dei Sacramenti riservati a questa vita, che fanno la nostra consolazione, e tutte le parole che vi indirizziamo, queste parole che echeggiano nelle vostre orecchie e che comunicano, in una parola, tutto ciò che si fa in seno alla Chiesa nel tempo: ecco gli apparati delle nostre fasce. E così come il medico, a guarigione completata, toglie l’apparecchio, ugualmente, nella Gerusalemme celeste, quando saremo divenuti simili agli Angeli, pensate forse che riceveremo ancora ciò che riceviamo quaggiù? Avremo bisogno che ci si legga il Vangelo perché si conservi la nostra fede? Avremo bisogno di un prelato che ci imponga le mani? Tutti questi Sacramenti sono gli apparecchi applicati alle nostre lesioni; quando la nostra guarigione sarà perfetta, essi saranno tolti; ma non vi saremmo arrivati se le nostre ferite non fossero state fasciate. « Egli guarisce, dunque, coloro il cui cuore è rotto ed Egli fascia le loro ferite. » (S. Agost.) – Gli uomini guariscono talvolta le lesioni del corpo, Dio ha comunicato a questo riguardo una parte della sua potenza; ma questo Maestro supremo si è riservato la guarigione delle anime; Lui solo può calmare i loro dolori, ed è ciò che gli uomini sembrano ignorare (Berthier). 

ff. 4, 5. – Ciò che precede, riguarda la benevolenza di Dio, la sua liberalità, il suo amore per gli uomini; noi vi vediamo che è come la funzione della sua provvidenza il soccorrere coloro che sono nell’infelicità. Ciò che segue riguarda la sua potenza. Come se agisse su di una moltitudine dispersa, il Profeta sceglie a proposito questo esempio, essendo la sua intenzione il mostrare che Dio poteva riunire senza pena il suo popolo disperso, Egli che solleva e consola gli afflitti, che conta esattamente l’innumerevole moltitudine delle stelle. Egli potrà dunque ricondurci e radunarci tutti, perché possiamo raggiungere quel numero secondo quanto Egli ci ha promesso, e chiama tutti con il proprio nome. Nessuno di essi perirà, Egli li ricondurrà tutti fino all’ultimo, come quando si fa un appello nominale. (S. Chrys.). – Quando l’occhio dell’uomo toccato raggiunge queste profondità e scruta questi abissi, ne ridiscende ben presto vinto. Solo il Dio che ha creato queste immensità le può abbracciare con il suo sguardo, solo Lui conosce e nomina i migliaia di stelle e pianeti che la sua forza ha creato e che la sua potenza sostiene. « Quanto è grande; la sua potenza è infinita, la sua saggezza senza limiti. » – Dio conta la moltitudine delle stelle e le chiama con il loro nome; è dunque per Dio una così gran cosa il contare e il nominare gli astri che popolano il firmamento, Egli che calcola il numero di capelli della nostra testa? Ma le stelle di cui parla il Salmista, son le stelle della Chiesa che ci consolano nella notte di questo mondo. Dio si compiace nel contarle, perché Egli conta tutti gli eletti che regneranno con Lui nel cielo. (S. Agost.).

ff. 6, 7. –  «  Il Signore prenderà sotto la sua protezione coloro che sono umili, dolci e docili. » Non vi ostinate contro i misteri di Dio; siate docile, perché Egli vi prende sotto la sua protezione. Se al contrario gli resistete, ascoltate ciò che segue: « Ma Egli abbassa i peccatori fino a terra. » (Ibid.); (S. Aug.). – Non è senza ragione che il Profeta pone l’elevazione degli umili e l’umiliazione dei peccatori, che sono sempre degli orgogliosi, dopo l’omaggio che ha reso alla grandezza di Dio. Egli si era elevato, per così dire, fino al trono di Dio, era stato colpito dalla sua grandezza, dalla sua potenza, dalla sua saggezza infinita; gli sembrava  che tutto dovesse sparire in presenza di una così alta maestà. Tuttavia, elevato com’è, lo vede proteggere ed elevare alla gloria del cielo coloro che sono dolci ed umili di cuore, mentre schiaccia sotto i piedi della sua maestà ed umilia fino a terra coloro che sono tanto temerari per volere, in qualche modo, disputare a Dio i diritti della sua suprema grandezza.

ff. 8, 9. – L’autore sacro non ha voluto che un insensato potesse dire: Cosa mi può fare ciò che accade nelle regioni celesti? Egli si affretta dunque ad aggiungere ciò che spetta all’interesse degli uomini, esponendo la ragione per la quale Dio copre il cielo di nubi. È per te, sembra dirmi, è per darti la pioggia, perché la pioggia è buona per te, arricchisce i campi. Notate ancora la sua saggezza: egli ci parla qui dei beni comuni, di quelli che Egli dà a tutti, e la cui abbondanza deve, certo chiudere la bocca dell’empio. Ora, se Egli si dimostra così magnifico verso gli infedeli, cosa non farà per voi, suo popolo particolare? – Quali sono queste nubi, dice S. Agostino, se non le figure ed i misteri che sono racchiusi nei nostri libri santi? Perché voi non vedete più il cielo, voi tremate; ma la pioggia che viene dalle nubi fertilizza le vostre campagne, e la serenità che ne succede vi rallegra. Se non prendessimo occasione dall’oscurità delle Scritture, noi non vi diremmo tutte queste cose che rallegrano le vostre anime. Esse sono la pioggia che vi feconda! Dio ha voluto che le parole dei Profeti fossero oscure, perché i dottori e gli interpreti, possano esercitare sul cuore degli uomini una influenza salutare e comunicar loro, per l’intermediario delle nubi, l’abbondanza della gioia spirituale. (S. Agost.). – « Egli produce il fieno sulle montagne. » Notate una volta di più l’estensione della sua provvidenza: non è soltanto nelle terre coltivate, ma ancor sulle montagne che Egli dispone una tale abbondanza per gli animali destinati al servizio dell’uomo, e non solo agli animali domestici, questi utili servitori degli uomini, ma pure alle bestie selvatiche cui è dato il nutrimento e nei luoghi stessi ove meno ci si aspetterebbe di incontrare ciò che li nutre (S. Chrys.). – Il corvo, animale dei più voraci, che non possiede granai né provvigioni, senza seminare e senza lavorare, trova di che nutrirsi; Dio gli fornisce ciò che serve a lui ed ai suoi piccoli che l’invocano. Dio ascolta le grida dei corvi, benché rudi e sgradevoli, e li nutre come gli usignoli e gli altri uccelli la cui voce è più melodiosa e dolce. (BOSSUET, Médit.). – Il corvo è l’immagine del peccatore: il nero del suo piumaggio e la sua predilezione per la carne corrotta, giustificano ampiamente questo simbolo. Il corvo, che avendo lasciato l’arca, non vi rientra più, ci mostra quanto sia raro che il peccatore indurito ritorni dai suoi delitti … Ora, se Dio si degna di nutrire il corvo che l’offende, quale non sarà la sua sollecitudine per i piccoli dei corvi che lo invocano, quando domanderanno il loro nutrimento? Nel pensiero dei Padri, San Agostino, San Girolamo, San Gregorio, San Ilario, i piccoli dei corvi sono i figli del popolo giudeo e della gentilità convertita alla fede cristiana. Il Giudei, per la loro ingratitudine e la loro colpevole infedeltà, i gentili, per la loro ignoranza del vero Dio, il loro culto idolatrico ed il loro gusto cruento per i sacrifici impuri, meritano di essere paragonati ai corvi; ma i figli dei Gentili e dei Giudei hanno ascoltato la parola divina ed invocando il Signore, hanno ricevuto l’abbondante nutrimento delle grazie del Vangelo (Mgr. DE LA BOUILLERIE, Symb. II, 445.).- I nostri padre sono stati simili ai corvi, e noi, noi siamo i piccoli dei corvi ed invochiamo Dio. È ai piccoli dei corvi che l’Apostolo San Pietro ha detto: « Non è con argento o con oro corruttibile che siete stati riscattati dai vani costumi di cui i vostri padri vi avevano trasmesso la tradizione. » (I Pietr. I, 8). In effetti, i piccoli dei corvi, che si vedevano adorare gli idoli dai loro padri, hanno cambiato vita e si sono convertiti a Dio; ed ora voi ascoltate il piccolo del corvo … io invoco il Signore. (S. Agost.). – L’universo tutto intero è, anche nell’ordine naturale, un immenso banchetto eucaristico ove ciascuno riceve la sua parte di vita, sotto una forma più o meno elementare, con delle condizioni di più o memo grande perfezione; ma tutto viene da Dio, tutto proviene dalla sua infinita liberalità, il nutrimento degli Angeli, quello degli uomini nell’ordine della natura e della grazia, e non c’è, fino alla vita ruminante dell’animale, che una effusione di magnificenza divina. Si, per riprendere la parola del Profeta, il piccolo del corvo che grida dal fondo del suo nido, domanda a Dio la sua parte di vita, perché Dio è la vita universale, e tutte le piccole vite individuali, particolari, che pullulano nell’immensità, sono una derivazione, una imitazione di questa vita sovrana, ed è così, continua Ugo di San Vittore, che il bene sovrano si spande dappertutto, costituisce ogni specie di vita, e riporta ogni vita particolare alla vita sovrana ed universale. (Mgr. LANDRIOT, Euchar., 282.) – Sotto la figura di questi animali che Dio nutre col fieno che ha creato, Sant’Agostino riconosce questi uomini apostolici, questi predicatori del Vangelo ai quali l’Apostolo San Paolo applica egli stesso questa parola: « Voi non metterete freno alla bocca del bue che trita il grano. » (Rom. V, 8). Ora, in qual senso è vero che la terra produce il fieno che gli servirà da alimento? « Il Signore ha stabilito Egli stesso che coloro che annunziano il Vangelo vivranno di Vangelo. » (Luc. X, 8). Egli ha inviato gli Apostoli e ha detto loro: « mangiate ciò che vi sarà posto davanti, perché l’operaio è degno della sua mercede. » (I Cor. IX, 11). Una ricompensa è dunque dovuta loro. Ma cosa danno essi e cosa ricevono? Essi danno i beni spirituali e ricevono i beni temporali; essi danno l’oro, ne ricevono il fieno: perché ogni carne è simile al fieno, ed è giusto che il superfluo dei beni della carne diventi il fieno dei servitori di Dio, secondo la prescrizione dell’Apostolo. (S. Agost.). – « È lui che produce il fieno sulle montagne. » Se non volesse parlare del fieno che copre le nostre praterie, sarebbe più vero dire che Egli fa crescere più abbondantemente nelle vallate che sulle montagne; perché là ove la pioggia cade più abbondante, l’erba dei campi cresce anche più lussureggiante. È dalle montagne che le acque scorrono nelle vallate per renderle più fertili. Queste Scritture che noi leggiamo, che noi spieghiamo, che abbiamo tra le mani, sono chiamate, nel linguaggio dello Spirito-Santo, le montagne  sante; queste montagne, sono i santi Profeti. Queste montagne producono il grano, producono il fieno. Se siete uomo, riceverete da esse del grano, se siete come l’animale senza ragione, non riceverete che fieno. « Voi salverete Signore, gli uomini e le bestie. » (Ps. XXXV). Voi siete salvato in ragione della vostra fede: se siete uomini riceverete nella Scrittura l’intelligenza spirituale; se siete ancora privi di ragione, non avete che l’intelligenza giudaica della lettera. (S. Girol.). 

ff. 10, 11. – Dio condanna qui con due esempi coloro che si appoggiano ai mezzi umani; questi due esempi sono il vigore dei cavalli e l’agilità dei piedi, che rappresentano a loro volta le forze della cavalleria e della fanteria. – Si prepara un cavallo per il giorno del combattimento, ma è il Signore che salva. (Prov. XXI, 21). – Vi sono due tipi di errore nei riguardi della salvezza che ci si deve attendere da Dio: gli uni dimorano nell’ozio, come se Dio dovesse salvarli senza di loro; è a questi che bisogna dire di preparare un cavallo per il giorno del combattimento; gli altri fanno molte buone opere e credono che siano i loro sforzi che li salveranno. Bisogna dir loro che è il Signore che salva, che non sono né le armi, né la forza dei cavalli, né la velocità degli uomini che fanno riportare la vittoria, ma la sola volontà di Dio: « Vegliate dunque nell’acquisizione di meriti; ma siate persuasi nello stesso tempo, che è la grazia che ve li dona. » (S. Bern.; Duguet). – Se voi avete queste due cose, dice il Profeta, il timore e la speranza secondo Dio, otterrete la sua benevolenza; e essendovi acquisita questa benevolenza, voi la riporterete su tutti coloro che ripongono la loro speranza nelle loro forze piuttosto che nella misericordia divina (S. Chrys.).

SALMI BIBLICI: “LAUDA, ANIMA MEA DOMINUM” (CXLV)

SALMO 145: “LAUDA, ANIMA MEA, DOMINUM”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 145

Alleluja, Aggæi et Zachariæ.

[1] Lauda, anima mea, Dominum. Laudabo Dominum in vita mea; psallam Deo meo quamdiu fuero. Nolite confidere in principibus,

[2] in filiis hominum, in quibus non est salus.

[3] Exibit spiritus ejus, et revertetur in terram suam; in illa die peribunt omnes cogitationes eorum.

[4] Beatus cujus Deus Jacob adjutor ejus, spes ejus in Domino Deo ipsius:

[5] qui fecit cælum et terram, mare, et omnia quæ in eis sunt.

[6] Qui custodit veritatem in sæculum; facit judicium injuriam patientibus; dat escam esurientibus. Dominus solvit compeditos,

[7] Dominus illuminat cœcos. Dominus erigit elisos; Dominus diligit justos.

[8] Dominus custodit advenas; pupillum et viduam suscipiet, et vias peccatorum disperdet.

[9] Regnabit Dominus in sæcula; Deus tuus, Sion, in generationem et generationem.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da

mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLV.

Fu aggiunto nei codici greci e latini il titolo di Aggeo e. Zaccaria, perché questi due profeti animavano gli schiavi ebrei a ritornare in patria a riedificare Gerusalemme. Questo e i due Salmi  Che seguono preannunciano la Gerusalemme celeste, e invitano a imprenderne la via, ponendo la fiducia non nei principi, ma in Dio solo.

Alleluja. Di Aggeo e di Zacharia.

1. Loda, o anima mia, i Signore; loderò il Signore mentre avrò vita; canterò inni al mio Dio, finché io sarò,

2. Non ponete vostra fidanza ne’ grandi, ne’ figliuoli degli uomini, ne’ quali non è salute.

3. Il loro spirito se n’andrà, ed ei ritorneranno nella loro terra; allora andranno in fumo tutti i lor pensamenti.

4. Beato chi ha per suo aiuto il Dio di Giacobbe, ha sua speranza nel Signore Dio suo,

il quale fe’ il cielo e la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi.

5. Egli, die mantiene la verità in eterno; fa giustizia a quei che soffrono ingiuria; dà cibo a’ famelici.

6. Il Signore scioglie gli incatenati; il Signore illumina i ciechi;

7. Il Signore rialza i caduti; il Signore ama i giusti.

8. Il Signore è custode de’ forestieri; difenderà il pupillo e la vedova, e sperderà i disegni de’ peccatori.

9. Regnerà pe’ secoli il Signore; il tuo Dio o Sionne, per tutte le generazioni.

Sommario analitico

Dopo una sorta di dialogo tra il salmista e la sua anima, per esercitarla a lodare Dio durante tutta la sua vita (1, 2):

I. – egli allontana la fiducia che si ripone nei grandi della terra, e ne dà come motivo:

1° La loro debolezza e la loro impotenza (3);

2° La brevità della loro vita, con la quale periscono tutti i pensieri, tutte le speranze

II. – mettere tutta la propria fiducia in Dio, e motiva questa esortazione con gli attributi di Dio:

1° la sua onnipotenza (5, 6);

2° la sua fedeltà nel compimento delle sue promesse;

3° la sua misericordia, che viene in soccorso di tutte le nostre miserie, di tutti i nostri bisogni (7-9);

4° le perpetuità di questi divini attributi (10).

Spiegazioni e Considerazioni

I. – 1-4

ff. 1, 2 –  Le delizie del nostro spirito sono i divini cantici ove le stesse pene non sono senza gioia. Per il fedele esiliato in questo mondo, non c’è ricordo più dolce di quello della città fuori dalla quale si trova in esilio; ma il ricordo della patria, nell’esilio, non è senza dolore e senza sospiri. Tuttavia, la speranza certa del ritorno consola e sostiene coloro che l’esilio rattrista (S. Agost.). – Chi dunque pronunzia queste parole: « Anima mia, lodate il Signore ? » Non è la carne che lo dice. Il corpo, fosse pure angelico, è inferiore all’anima; esso non può dare alcun consiglio all’anima che le è superiore. Infelice l’anima che attende un consiglio del corpo. La carne, quando è sottomessa come deve, è la serva dell’anima; questa la governa, la carne è governata; l’anima comanda, la carne obbedisce; quando dunque la carne potrebbe dare questo consiglio all’anima? Chi è allora dunque che dice: « Anima mia, loda il Signore? » Noi non troviamo nell’uomo nulla più della carne e dell’anima; l’uomo è tutto intero in questo: anima e carne. Ma è forse l’anima che parla a se stessa, che si darebbe in qualche modo un ordine, che si esorterebbe ad eccitarsi? In effetti le turbe che l’agitano la tengono come fluttuante in una certa parte di sé; ma l’altra parte, che si chiama spirito ragionevole, e che è la sede dei saggi pensieri, l’anima già unita a Dio e sospirante verso di Lui, si accorge che la parte inferiore è turbata da queste agitazioni che causa il mondo, e la voluttà dei beni terrestri la precipita verso le cose esteriori e la allontana da Dio che era in essa; allora essa stessa si ricorda dalle cose dell’esterno, verso le cose dell’interno, dalle cose inferiori verso le cose superiori, e si dice. « Anima mia, loda il Signore. » Cosa vi piace del mondo? Cosa volete lodarvi? Cosa volete amarvi? Da qualunque lato dirigiate i sensi del vostro corpo, il cielo vi si presenta; ciò che amate sulla terra è terrestre, tutto ciò che amate nel cielo è corporale. Dappertutto, tuttavia voi trovate qualcosa da amare, dappertutto ritrovate qualcosa da lodare; a che punto allora bisogna lodare Colui che ha fatto le cose che voi lodate? (S. Agost.). – Ma come, noi non lodiamo il Signore? Non gli cantiamo un inno di lode ogni giorno? E tutti i giorni, finché lo possiamo, la nostra bocca non fa sentire ed il nostro cuore non genera le lodi del Signore? E cosa noi lodiamo? Ciò che lodiamo è grande, ma la lode che noi diamo è piccola. Quando colui che loda raggiunge l’eccellenza di colui che è lodato? Un uomo si rivolge a Dio, indirizza a Dio dei lunghi cantici; ma sovente, mentre muove le labbra cantando, il suo pensiero vola verso non so qual desiderio. Il nostro spirito era dunque là, in qualche modo per lodare Dio, ma la nostra anima fluttuava qua e là in mezzo a differenti desideri o a preoccupazioni tumultuose. Il nostro spirito vedendo dall’alto l’anima che vaga qua e là, volendola distogliere dalle inquietudini che l’affliggono, le parla e le dice: « Anima mia, loda il Signore. » Perché vi occupate di altre cose diverse da Dio? Perché vi lasciate sorprendere dalla cura degli interessi terrestri e mortali? Restate con me e lodate il Signore (S. Agost.). – L’anima risponde che essa loderà Dio nel corso di tutta la sua vita, e che la sua occupazione sarà quella di lodare il Signore, di celebrare le sue grandezze finché esisterà, condannando così un gran numero di Cristiani che differiscono fino alla morte il santo esercizio della preghiera del cuore. – Orbene, secondo Sant’Agostino, l’anima risponde che non loderà veramente Dio se non quando vivrà la vera vita; nell’attesa essa si contenta di gemere e di pregare, piuttosto che cantare e lodare Dio con questa lode che non conviene che ai beati.

ff. 3, 4. – « Badate di non riporre la vostra fiducia nei prìncipi. » In effetti, l’anima umana, per non so quale debolezza, dispera quaggiù del Signore, dato che è turbata, e vuol mettere la sua fiducia nell’uomo. Se si dice a qualcuno oppresso dall’afflizione: c’è un tale uomo potente che potrebbe liberarvi; subito vedrete che sorride, che si rallegra, che solleva la testa. Se al contrario gli si dice: Dio vi libererà, … il suo ardore si spegne e la disperazione lo gela. Vi si promette un protettore mortale e vi date alla gioia; vi si promette un Protettore immortale, e vi abbandonate alla tristezza; vi si promette un liberatore che ha bisogno di essere liberato come voi, e siete trascinati dalla gioia, come se doveste ricevere un grande soccorso; vi si promette un Liberatore che non ha bisogno a sua volta di liberazione, ed eccovi disperati, come se questa promessa fosse solo favola. Infelici coloro che pensano così! Essi sono ben lontani da Dio; la loro vita non è che una morte più miserabile. Rivolgetevi invece a Colui che vi fatto, cominciate a desiderarlo, cominciate a cercarlo ed a conoscerlo. Egli non trascurerà la sua opera, se la sua opera non lo trascurerà. Volgetevi a Colui che vi ha detto: « Io loderò il Signore nella mia vita. io canterò dei salmi al mio Dio per tutto il tempo che vivrò. » (S. Agost.). – « Non mettete la vostra fiducia nei principi. » Oggi essi esistono, domani non sono più. Oggi sono preceduti da numerose armate, la sera essi sono stesi nella tomba. Dopo un gran dispiegamento di potenza, dopo una gloria così eclatante, senza alcun intervallo, tutto cade in un momento: essi sono colpiti dalla mano del Cristo… « La sua anima uscirà dal suo corpo, ed egli tornerà nella terra dalla quale è stato tratto. » Non è lo spirito che tornerà nella terra, perché lo spirito non viene dalla terra, ma lo spirito, l’anima, uscirà dal corpo, ed il corpo dell’uomo tornerà nella terra (S. Girol.) – Tre ragioni vi sono che devono allontanarci dal porre la nostra fiducia nei grandi della terra: questi sono degli uomini che non hanno la forza di salvare se stessi; essi sono mortali e la loro vita è di breve durata. « In questo giorno periranno tutti i loro pensieri; » Vale a dire, non solo tutte le loro promesse vanno in fumo, quando colui che le ha fatte, e che solo può compierle, è sparito egli stesso, ma ancora, l’autore di queste promesse sarà egli stesso sterminato (S. Chrys.). La Provvidenza amabile di un Dio – dice S. Crisostomo – sembra essere, al nostro sguardo, supplita dalla protezione degli uomini, soprattutto da quella dei principi, che noi consideriamo gli dei della terra, o da quella dei loro ministri e favoriti, che ci sembrano gli onnipotenti nel mondo. Ora, questi sono giustamente coloro sui quali la Scrittura ci ha avvertito di non stabilire la nostra speranza, a meno che non vogliamo costruire su un fondamento rovinoso; ed infine, l’esperienza ci rende sensibile questo punto di fede, che cioè questi, il cui favore, è ostinatamente ricercato ed inutilmente ottenuto, per una giusta punizione di Dio, sono coloro che diventano tutti i giorni più miserabili. Tanti uomini ingannati, abbandonati, sacrificati, sono di conseguenza dei testimoni di questa grande verità: che nei figli degli uomini – pure secondo il mondo – non c’è salvezza.  (BOURD., s. la Prov.) – « In questo giorno periranno tutti i loro pensieri; » si, quelli che avremo lasciato prendere al mondo, la cui figura passa e svanisce; perché, ancorché il nostro spirito per natura viva sempre, abbandona alla morte tutto ciò che consacra alle cose mortali; di modo tale che i nostri pensieri, che dovrebbero essere incorruttibili dal canto del loro principio, diventano passeggeri dal lato del loro oggetto. (BOSSUET, Or. fun. d’Hen. D’Angl.) – « In questo giorno periranno tutti i loro pensieri. » Verrà quest’ora fatale che troncherà tutte le speranze ingannevoli con una irrevocabile sentenza; la vita ci mancherà, come un amico falso in mezzo alle nostre imprese. Là, tutti i nostri bei disegni cadranno in terra; là svaniranno tutti i nostri pensieri. I ricchi della terra, che durante questa vita, fondando sull’inganno di un sogno piacevole, immaginano di avere dei grandi beni, si sveglieranno tutto ad un tratto in questo gran giorno dell’eternità, saranno stupiti nel trovarsi a mani vuote. La morte, questa fatale nemica, porterà con essa tutti i nostri piaceri e tutti i nostri onori nell’oblio e nel nulla. (BOSSUET, Panêg. de S. Bern.). – Che saranno allora tutte queste convenzioni mobili e passeggere, tutte queste opinioni di un giorno, tutti questi interessi della veglia e tutti questi interessi dell’indomani, rispetto all’ordine, al rapporto immutabile delle cose, rispetto all’eternità, a questa regola originale ed immortale, rispetto a Voi, mio Dio! Ed alla vostra parola sempre vivente e sempre efficace che ha fondato i cieli? Cosa saranno quando sarà sparito il tempo, ed alle nostre lunghe e penose tenebre succederà la chiarezza di un giorno eterno? Allora, cosa diventerà il mondo? Cosa sarà dell’opinione? Quali vestigia resteranno dei nostri folli costumi e delle nostre frivole usanze? Ahimè! Avanza questo giorno terribile, si avvicina questo regno spaventoso della ragione e della giustizia, ove non si vedrà che ciò che è, ove tutti i veli cadranno, non si scambierà il nome per la cosa, le apparenze per la realtà, i pretesti per le ragioni, ed ove tutti i pensieri dell’uomo periscono, dice il Profeta, non resterà più che il pensiero di Dio e la sua santa verità. (DE BOULOGNE, sur l’Opinion). – Dove andranno allora queste opere dello spirito e dell’arte che si getta all’ammirazione della folla? Io voglio che esse durino quanto i secoli, sempre brillanti e belle, e sempre applaudite; ma i secoli pure moriranno, ed ogni gloria umana perirà quando, al limite dell’ultimo giorno dell’umanità, come un conquistatore colpito all’apice della sua vittoria, spirerà morente; e senza attendere la fine dei secoli, in un piccolo numero di anni, in un piccolo numero di giorni, quale piacere il successo della sua opera potrà procure all’artigiano che sarà nella bara e che i vermi roderanno? (L. V. Rom. et Lor. II, 30.)  

II.  5-10

ff. 5, 6. – Dopo averci allontanato dai soccorsi umani, il Re-Profeta ci mostra un porto sicuro, una torre inespugnabile e ci consiglia di rifugiarci in essa. Nessun consiglio più salutare: allontanarsi dalle cose deboli per condurci a quelle che nulla potrà distruggere; distruggere delle illusioni per stabilire la verità; respingere ciò che inganna per presentare ciò che serve. « Felice colui cui il Dio di Giacobbe è suo sostegno.  » Qual effusione di luce ed amore! La beatitudine racchiude qui tutti i beni, essa è l’oggetto di una speranza indistruttibile. Dopo aver proclamato beato colui che mette speranza nel Signore, egli espone la potenza di un tale ausilio; da un lato c’è un uomo, dall’altro  c’è un Dio; quello va sparendo, questi resta sempre, e non si limita a parlarci di Dio, egli ci dà le sue opere a garanzia delle nostre speranze (S. Chrys.). –

ff. 7-10. – Se per sé ha la durata e la potenza, non avrebbe la volontà? È ciò che molti insensati osano dire. Ma vedete come il Profeta dissipi questo sospetto. Appena ha detto: « Dio ha fatto il cielo e la terra e tutto ciò che essi richiudono, » subito aggiunge: « … che conserva la verità per tutti i secoli e rende giustizia agli oppressi ». Vale a dire: egli appartiene a Dio, è la sua opera per eccellenza, il venire in soccorso agli oppressi, non dimenticare coloro che sono perseguitati, tendere la mano a coloro che sono stati circondati da insidie, e questo per sempre (S. Chrys.). – « Che conserva la verità per tutti i secoli. » Se la menzogna ci opprime per un tempo, non ci rattristiamo; « … il Signore conserva la verità per tutti i secoli. » Che bella espressione: « Custodisce la verità! ». Egli la costudisce come un tesoro, e ci renderà un giorno ciò che ha conservato. Gesù Cristo è la verità! Custodiamo la verità e la verità ci custodirà la verità … « Egli dà il nutrimento a coloro che hanno fame. » Egli lo dona a coloro che hanno fame, e non a coloro che rigurgitano di beni. Colui dunque che non ha ricevuto con fiducia, colui che è nell’abbondanza, si astiene dal ricevere. Voi sapete se avete fame, se siete nel bisogno; se il vostro stato è tale, voi fate piuttosto più bene di quanto ne riceviate, accettando ciò che vi è donato; ma, se siete nell’abbondanza, guardatevi dal prendere l’alimento da coloro che hanno fame, allorché voi siete già sazi. Ricevete ciò che deve servire al vostro nutrimento e non ad ingrandire il vostro tesoro; ricevete la tunica destinata a coprire il vostro corpo, e non a riempire le vostre casseforti. « Egli dà il nutrimento a coloro che hanno fame. » (S. Girol.). – Siccome il Profeta ci dimostri la divina Provvidenza estesa a tutti, essa si applica soprattutto a soccorrere gli infelici, a soddisfare la fame, a spezzare le catene! Tutto ciò tuttavia, gli uomini lo possono in una certa misura; ma non è più così di ciò che viene dopo: Egli corregge i vizi della natura stessa, solleva coloro che sono spezzati nella loro caduta e glorifica coloro che brillano per la loro virtù, salva gli infelici che si abbattono, asciuga le lacrime e calma i dolori degli orfani e delle vedove (S. Chrys.). – Ci sono, in effetti, altre catene che quelle che legano le membra, ci sono altre tenebre che non quelle che oscurano gli occhi del corpo: queste catene sono quelle del peccato, che il Signore spezza ogni giorno con la sua grazia; queste tenebre sono quelle del nostro cuore che Egli dissipa con la luce della sua verità. – Aggiungendo: « Egli ama i giusti », il Profeta ci fa vedere che il Signore ha portato soccorso agli altri unicamente in ragione della loro infelicità; coloro che Egli nutre perché hanno fame, non ha certo rapporto con la virtù; egli libera i prigionieri, perché ha pietà delle loro catene, che non tiene più alla virtù, ma all’infortunio; se Egli illumina i ciechi è ancora per guarire la loro infermità, non per ricompensare le loro buone opere. Lo stesso è per l’uomo abbattuto dalla sua caduta, dello straniero, della vedova, dell’orfano. Ora, se Dio viene in soccorso degli infortunati, a maggior ragione viene per gli amici della virtù (S. Chrys). – Tre tipi di persone sono particolarmente sotto la salvaguardia dell’Eterno: gli stranieri, gli orfani, le vedove. I primi, perché non hanno una patria; i secondi perché non hanno un padre; infine le vedove private del loro sposo. Con questa elencazione, il Profeta vuole farci comprendere che gran titolo, per contare sulla Provvidenza, è il non avere nessun appoggio in questo mondo. Quando tutti i soccorsi umani ci mancano, Dio si prende cura di noi, cioè Egli veglia particolarmente su di noi (Berthier). – E quando la via dei peccatori sarà stata distrutta, cosa resterà? « Venite, dirà il Signore, venite diletti del Padre mio, prendete possesso del regno che vi è stato preparato dalle origini del mondo. » (Matth. XXV, 3, 4). È a questo che giunge alla fine del salmo, « Il Signore distruggerà la via dei peccatori. » E voi cosa diventerete? « Il Signore regnerà in eterno. » Rallegratevi, perché il Signore regnerà su di voi; Rallegratevi perché voi sarete il suo regno. Osservate, in effetti, ciò che segue: voi siete certamente cittadino di Sion e non di Babilonia, cioè voi non siete cittadino della città passeggera del mondo, ma di Sion, che soffre l’esilio per un tempo e che regnerà eternamente (S. Agost.).

SALMI BIBLICI: “EXALTABO TE, DEUS MEUS, REX” (CXLIV)

SALMO 144: “EXALTABO TE, DEUS MEUS REX

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 144

Laudatio ipsi David.

[1] Exaltabo te, Deus meus rex;

et benedicam nomini tuo in sæculum, et in sæculum saeculi.

[2] Per singulos dies benedicam tibi, et laudabo nomen tuum in sæculum, et in sæculum sæculi.

[3] Magnus Dominus, et laudabilis nimis; et magnitudinis ejus non est finis.

[4] Generatio et generatio laudabit opera tua, et potentiam tuam pronuntiabunt.

[5] Magnificentiam gloriæ sanctitatis tuae loquentur, et mirabilia tua narrabunt.

[6] Et virtutem terribilium tuorum dicent, et magnitudinem tuam narrabunt.

[7] Memoriam abundantiæ suavitatis tuæ eructabunt, et justitia tua exsultabunt.

[8] Miserator et misericors Dominus; patiens, et multum misericors.

[9] Suavis Dominus universis; et miserationes ejus super omnia opera ejus.

[10] Confiteantur tibi, Domine, omnia opera tua; et sancti tui benedicant tibi.

[11] Gloriam regni tui dicent, et potentiam tuam loquentur;

[12] ut notam faciant filiis hominum potentiam tuam, et gloriam magnificentiæ regni tui.

[13] Regnum tuum regnum omnium sæculorum; et dominatio tua in omni generatione et generationem. Fidelis Dominus in omnibus verbis suis, et sanctus in omnibus operibus suis.

[14] Allevat Dominus omnes qui corruunt, et erigit omnes elisos.

[15] Oculi omnium in te sperant, Domine; et tu das escam illorum in tempore opportuno.

[16] Aperis tu manum tuam, et imples omne animal benedictione.

[17] Justus Dominus in omnibus viis suis, et sanctus in omnibus operibus suis.

[18] Prope est Dominus omnibus invocantibus eum, omnibus invocantibus eum in veritate.

[19] Voluntatem timentium se faciet; et deprecationem eorum exaudiet, et salvos faciet eos.

[20] Custodit Dominus omnes diligentes se, et omnes peccatores disperdet.

[21] Laudationem Domini loquetur os meum; et benedicat omnis caro nomini sancto ejus in sæculum, et in sæculum sæculi.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLIV.

Lode di Dio per la sua grandezza, e per le opere di lui, ispirata dallo Spirito Santo a Davide. — È Salmo alfabetico, a giovamento della memoria e del canto.

Lauda dello stesso David.

1. Te io esalterò, o Dio mio re, e benedirò il nome tuo pel secolo di adesso, e pei secoli dei secoli.

2. Ogni giorno io ti benedirò, e loderò il nome tuo pel secolo d’adesso, e pei secoli dei secoli.

3. Grande il Signore, e laudabile oltremodo; e la grandezza di lui non ha termine.

4. Le generazioni tutte celebreranno le opere tue, e annunzieranno la tua potenza.

5. Parleranno della magnifica gloria della tua santità, e racconteranno le tue meraviglie.

6. E diranno come la potenza tua è terribile, e racconteranno la tua grandezza.

7. Rammenteranno a piena bocca l’abbondanza di tua soavità, e faran festa di tua giu stizia.

8. Benigno e misericordioso egli è il Signore: paziente, e molto misericordioso.

9. Il Signore con tutti è benefico, e in tutte le opere di lui han luogo le sue misericordie.

10. Dien lode a te, o Signore, tutte le opere tue, e te benedicano i santi tuoi.

11. Eglino ridiranno la gloria del tuo regno e parleranno di tua potenza.

12. Per far conoscere ai figliuoli degli uomini la tua potenza, e la gloria magnifica del tuo regno.

13. Il tuo regno, regno di tutti i secoli e il tuo principato per tutte quante l’etadi.

Fedele il Signore in tutte le sue parole e santo in tutte le opere sue.

14. Il Signore sostenta tutti que’ che stanno per  cadere, a rialza tutti que’ che si sono infranti.

15. Gli occhi di tutti mirano a te, o Signore e tu dai loro nutrimento nel tempo convenevole.

16. Apri tu le tue mani, e ogni animale di benedizione ricolmi.

17. Giusto il Signore in tutte le sue vie, e santo in tutte le opere sue.

18. Il Signore sta d’appresso a tutti coloro che l’invocano; a tutti coloro che l’invoca  con cuor verace.

19. Ei farà la volontà di coloro che lo amano, ed esaudirà la loro preghiera; e li salve!

20. Il Signore custodisce tutti coloro che lo temono; e sterminerà tutti i peccatori.

21. La mia bocca parlerà delle laudi del Signore; e ogni carne benedica il santo nome di lui pel secolo d’adesso, e pe’ secoli dei secoli.

Sommario analitico

In questo canto di lode in onore di Dio e dei suoi divini attributi, il Re-Profeta espone nei primi due versetti tutto il soggetto del suo cantico, vale a dire che egli canterà le lodi di Dio in questa vita e nell’altra (1, 2), poi:

I. – Egli celebra gli attributi infiniti di Dio:

1° la grandezza infinita di Dio (3);

2° le opere della sua onnipotenza, che sono di tre ordini e specie (4);

a) le une gloriose e magnifiche (5);

b) le altre amabili, altre terribili nei castighi dei peccatori (6);

c) a causa della sua giustizia (7),

d) a causa della sua misericordia,

e) a causa della sua longanimità (8),

f) a causa della sua grande bontà nei riguardi di tutti (9).

II.- Proclama ed invita tutte le creature con lui a far conoscere:

1° la gloria e la potenza del regno di Dio (10-12),

2° l’eternità di questo regno,

3° la moltitudine dei soggetti che Egli comprende (13)

III. – Celebra le virtù del Re stesso, virtù che sono in Dio, come in Gesù-Cristo, di una perfezione infinita:

1° la fedeltà nelle promesse e la santità nelle opere (14),

2° la bontà e la misericordia per i soggetti deboli (15),

3° la liberalità verso i suoi soggetti (18, 17),

4° la giustizia nei suoi giudizi (18),

5° la facilità a lasciarsi dirigere dai suoi soggetti (19),

6° la benevolenza, l’affabilità con le quali Egli accoglie ed esaudisce le loro richieste (21);

7° la provvidenza di cui ricopre i giusti, e che Egli rivolge contro i peccatori (21).

Egli finisce questo salmo così come lo ha iniziato, promettendo a Dio di pubblicare le sue lodi nei secoli dei secoli. (22)

Spiegazioni e considerazioni

I. – 1-9.

ff. 1, 2. – In questi primi due versetti, che sono come l’esordio del salmo, il Re- Profeta fa conoscere ciò che si propone di celebrare in Dio, vale a dire gli attributi che gli sono propri, intanto che Re governante gli uomini e tutto il resto della creazione. – Il nome di Dio è un nome di re e di padre insieme, ed un re deve regnare per inclinazione, non come un tiranno con la forza e con la violenza. L’odio forzato ci dà un tiranno; la speranza interessata ci dà un maestro ed un padrone, come presentemente si parla nel secolo; l’amore sottomesso per dovere ed inclinazione dà al nostro cuore un re legittimo. Ecco perché Davide esclama: « Io vi esalterò, o mio Dio, mio Re. » Il mio amore voi eleverà un trono (BOSSUET, III Serm. pour Pâques). « Io benedirò il vostro Nome nel secolo. » « Nel secolo, » è nel tempo presente, e « nel secolo dei secoli, » nell’eternità. Cominciare dunque a lodare ora, se lo dovete lodare eternamente. Colui che rifiuta di lodarlo, nel corso passeggero di questo secolo, sarà ridotto al silenzio quando sarà venuto il secolo dei secoli. Per timore che si comprendano altrimenti queste parole: « io loderò il vostro nome nel secolo, » il Profeta ha detto: « in questi giorni che passano, uno ad uno, io vi benedirò. » Lodate dunque e benedite il Signore vostro Dio in questi giorni che passano uno ad uno, affinché, quando i giorni avranno avuto fine, ed il giorno unico che non avrà fine, sarà giunto, voi passiate dalle lodi alla lode, come dalle virtù alla virtù. (Ps. LXXXIII, 8). In questi giorni che passano uno ad uno, egli dice, io vi benedirò, non passerà un solo giorno senza che io vi benedica. Non è strano che benediciate il vostro Dio, quando il giorno è gioioso; ma cosa farete se si presenta qualche giorno pieno di tristezza, secondo il corso ordinario delle cose umane, il gran numero di scandali e la molteplicità delle tentazioni? Cosa farete? Se sopravviene qualcosa di triste per l’uomo, cesserete dal lodare Dio? Cesserete dal benedire il vostro Creatore? Se cessate di farlo, smentirete questa parola: « In questi giorni che passano, uno ad uno, io vi benedirò, Signore. » Se al contrario, voi non cessate in qualche tristezza che il giorno vi ha portato, voi vi troverete bene nel vostro Dio. C’è sempre, in effetti, qualche posto in cui vi troverete bene, anche quando vi troverete male altrove. Perché, se vi troverete male in qualcosa di cattivo, c’è possibilità, senza alcun dubbio, di trovarvi bene in qualcosa di buono. E cosa c’è di meglio del vostro Dio, del quale è detto: « Non è buono che Dio solo » ? (Luc. XVIII, 1, 9) (S. Agost.). – Il Re-Profeta prende l’impegno di benedire Dio tutti i giorni, senza eccezioni. Ma nel numero di questi giorni, ce ne saranno di tristi e di nebulosi; ci saranno giorni di tentazioni, giorni di sofferenze, giorni di tribolazioni. Malgrado questi contrattempi, egli sarà fedele al santo esercizio che si è prescritto; egli canterà le lodi del Signore; lo ringrazierà di tutti gli avvenimenti; adorerà la mano che lo colpisce; e siccome Dio è la bontà e la beltà per eccellenza, questi giorni consacrati al suo culto diventeranno pure dei bei giorni, giorni fortunati, giorni che avranno preso l’impronta della felicità di Dio stesso (Berthier).

ff. 3, 4. – Davide ci mostra or che Dio non ha bisogno delle nostre lodi e delle nostre benedizioni, che gli inni di coloro che lo servono, nulla possono aggiungere alla sua Gloria; perché la sua sostanza è al riparo da ogni diminuzione e da ogni necessità, e le lodi di cui è oggetto volgono unicamente a nostra gloria. Questo non solo per il bene che ci fa, ma ancora e soprattutto è a causa della sua grandezza infinita che noi gli dobbiamo le nostre lodi … Nulla gli manca, ma Egli ha diritto alle nostre lodi, ai nostri inni di adorazione e di amore (S. Chrys.). – La considerazione della grandezza infinita di Dio opera grandissimi effetti nello spirito umano, fortifica la fede, ispira una profonda umiltà, lo stacca efficacemente da tutti i beni creati (Berthier). – « Ogni generazione passando ammirerà le vostre opere. » Queste opere non sono state fatte per sussistere per un tempo solamente e sparire in seguito; la loro esistenza non si limita a due o tre anni, essa si estende a tutto il secolo presente, di tal sorta che ogni generazione possa contemplarle a sua volta, e la generazione attuale e quella che segue, quella che dovrà venire ancora in seguito, tutte le generazioni, in una parola, che si alterneranno sulla terra (S. Chrys.). – « Ed esse annunzieranno la vostra potenza. » In effetti, esse non loderanno le vostre opere se non per rendere pubblica la vostra potenza. Nelle scuole, si danno ai giovani allievi delle lodi da comporre, e questi soggetti di lode son tutte cose che Dio ha creato. Si propone all’uomo di lodare il sole, il cielo, la terra, per discendere agli oggetti minori; si propone lor l’elogio della rosa, l’elogio dell’alloro. Tutte queste cose che si propongono, che si accettano e si lodano, sono opere di Dio; si celebrano le opere, se ne tace il Fattore. Per me, io voglio che sia il Creatore che si glorifichi nelle sue opere; io non amo un lodante ingrato. Come? Voi lodate ciò che ha fatto, e di Lui, che ha fatto queste meraviglie, non dite nulla? Si direbbe veramente che se non fosse così grande, voi trovereste in Lui qualche cosa da lodare. Nelle cose che voi vedete, cosa lodate? La bellezza, l’utilità, qualche forza, qualche potenza. Se la loro bellezza vi affascina, quanto c’è di più bello in Colui che le ha fatte? Voi lodate in esse l’utilità, cosa c’è di più utile di Colui che ha creato tutto? Se lodate in esse la forza, cosa c’è di più potente di Colui che fatto ogni cosa e che, dopo averle fatte, non le ha abbandonate, ma che regge e governa tutto? Ecco perché la generazione e la generazione dei vostri servi non vi lodano, quando lodano le vostre opere, come questi muti parlanti che lodano la creatura e dimenticano il Creatore. Ma come vi lodano? « Ed esse pubblicheranno la vostra potenza. » Lodando le vostre opere esse manifesteranno la vostra potenza (S. Agost.).

ff. 5-7. – Nelle opera del Signore ci sono meraviglie di terrore, meraviglie di grandezza, meraviglie di bontà, meraviglie di giustizia, o di equità, o di fedeltà; ed è in qualche modo questo il piano di omaggi, di cantici, di trasporto di gioia che il Profeta traccia per le future generazioni. Questo esercizio, che comprende tutti i doveri della Religione, non è, per così dire, che un preludio ed una bozza in questa vita. Se queste meraviglie sono infinite – dice San Agostino – come lodarle con dignità, tanto che si è limitati a qualche momento di esistenza? Non si può assolvere a questa funzione che nell’eternità, perché la sua durata è infinita. – Era necessario, aggiunge il santo dottore, aggiungere le meraviglie del terrore alle meraviglie di bontà; perché sarebbe invano che Dio facesse delle promesse, se non stupisse anche con delle minacce. Gli uomini sono presuntuosi, hanno bisogno di essere contenuti dal timore; essi sono lassi, la vista dei castighi rianima la loro vigilanza; infine i doni di Dio sarebbero poco stimati se, con la punizione dei colpevoli, non si facesse vedere quanto sia terribile l’abusarne. San Agostino fa ancora una riflessione che è per tutti i tempi, e ancora più per il nostro rispetto a quello in cui è vissuto il santo Padre. Molta gente – egli dice – parla delle meraviglie sparse in questo universo, e poca del loro Autore. Ci sono, in ogni secolo, degli osservatori curiosi, dei naturalisti, degli astronomi, degli uomini attenti a seguire il corso delle rivoluzioni che avvengono nei corpi ed anche negli spiriti; ma quale cura hanno preso di passare dalle opere della creatura al Creatore, di riflettere sulla potenza che ha prodotto e che conserva tanti esseri di cui la varietà, il numero, le proprietà, sono l’oggetto della nostra ammirazione? Questa osservazione di Sant’Agostino, è di una verità che l’esperienza conferma, e che diviene tanto più sensibili quanto più gli uomini si allontanano dall’origine del mondo. Le luci si accrescono sulle produzioni della natura, sui movimenti dei cieli, sulle ricchezze che la terra ed il mare contengono nel loro seno, e sembra che la conoscenza di Dio diminuisca nella stessa proporzione; si abusa del progresso dei lumi sulle opere di Dio, per forgiare dei sistemi contro Dio; più la natura si sviluppa, più di immaginano ipotesi assurde per bestemmiare il suo Autore. Sant’Agostino chiamava ingrati coloro che lodavano le creature senza adorare Colui che le ha create: qual nome si deve dare a coloro che inventano delle opinioni mostruose, per sottrarre le sue creature a Colui senza il quale esse non esisterebbero? (Berthier). – « Proclameranno dal fondo del loro cuore il ricordo e l’abbondanza della vostra dolcezza. » Felice festino! Cosa mangiano dunque, per riportare nel loro cuore un tale profumo? « Il ricordo dell’abbondanza della vostra dolcezza » Che cos’è il ricordo dell’abbondanza della vostra dolcezza? È ciò che Voi non avete mai obliato, dopo che noi stessi vi abbiamo obliato. In effetti ogni carne aveva obliato Dio, e Dio non ha dimenticato l’opera delle sue mani. Il suo ricordo per noi, che Egli non ha dimenticato, ecco ciò che bisogna pubblicare, ciò che bisogna raccontare; e siccome questo ricordo di Dio è un dolce nutrimento, occorre mangiarlo e spanderne in seguito il profumo. Mangiate in modo da manifestare la vostra sazietà; ricevete in modo da dare. Voi mangiate quando apprendete; vi spandete profumo del vostro pasto, quando insegnate. Voi mangiate quando ascoltate; spandete il profumo del vostro pasto, quando pregate; ma voi non spandete il profumo se non di ciò che avete mangiato. Vedete l’Apostolo S. Giovanni, conviviante sì avido, perché non era sufficiente per lui stare alla tavola del Signore: egli si riposava sul petto del Signore (Giov. XIII, 23) e se egli non beveva a questa fonte nascosta di divini segreti, qual profumo ha poi diffuso al di fuori? « In principio era il Verbo, ed il Verbo era in Dio ». – « Essi spanderanno dal fondo del loro cuore il ricordo dell’abbondanza della vostra dolcezza. » Perché non era sufficiente il dire: vostro ricordo, o il ricordo della vostra dolcezza? Perché occorreva dire: « Il ricordo dell’abbondanza della vostra dolcezza? » Non serve a nulla che una cosa sia abbondante, se essa è senza dolcezza; e questa sarà una pena, se fosse dolce senza essere abbondante (S. Agost.).

ff. 8, 9. – « Il Signore è buono verso tutti. » Perché dunque Dio condanna? Perché colpisce con i suoi castighi? Coloro che Egli condanna, coloro che castiga, non sono forse opera sua? Senza dubbio, essi sono opera sua; e volete voi conoscere che « le sue misericordie si espandono su tutte le sue opere?  Di là viene questa longanimità per la quale Dio fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi. » E non è perché « le sue misericordie si espandono su tutte le sue opere, che Egli fa cadere la pioggia sui giusti e sugli ingiusti? » (Matth. V, 5). Le sue misericordie non si spandono su tutte le sue opere? Egli attende il peccatore con longanimità dicendogli: « Tornate a me ed Io tornerò a voi. » (Malach. III, 7 e Zacc. I, 3). Le sue misericordie non si espandono su tutte le sue opere? Ma quando si dirà: « Andate nel fuoco eterno, preparato per i demoni ed i suoi angeli, » (Matth. XXV, 41), non sarà più la sua misericordia, ma la sua severità che si mostrerà. La sua misericordia la estende su tutte le suo opere, ma la sua severità colpisce non le sue opere, bensì le vostre. Fate sparire le vostre cattive opere; non resteranno più in voi che le opere di Dio e la sua misericordia non vi abbandonerà; ma se conservate le vostre opere, la sua severità si abbatterà non sulle sue opere, ma sulle vostre. (S. Agost.). – Uno degli attributi più importanti di Dio, ed il più degno delle nostre lodi in questo Essere sovranamente perfetto, non è l’aver creato il cielo, perché Egli è potente; l’aver fondato la terra, perché ha in Lui la virtù creatrice; l’aver misurato il corso dell’anno con la rivoluzione degli astri, perché Egli è saggio; l’aver dato all’uomo una esistenza animata, perché Egli è la vita; ma è l’essere misericordioso, essendo pure giusto; è il compatire, pur essendo re; dissimulare con pazienza i peccati degli uomini, pur essendo Dio. La potenza è un attributo essenziale della sua natura, la misericordia non esiste che per la nostra salvezza; per Dio val più non fare uso degli attributi che gli sono propri, piuttosto che comunicare liberamente agli altri ciò che a Lui è. Ecco perché la sua misericordia supera tutte le altre opere di Dio, perché le sue opere meravigliose sono fatte dalla sua natura onnipotente, mentre la misericordia non è essenziale alla natura divina e non si esercita se non per la salvezza dell’uomo. (S. Hil.).

II. – 10-13.

ff. 10-12. – « Che tutte le vostre opere, vi glorifichino, Signore, e che i vostri Santi vi benedicano. » Che vi rendano grazie, che vi elevino un inno di adorazione, sia gli esseri che possiedono la parola sia quelli che non la possiedono. Ciascuno di questi ultimi, in effetti, è costituito in maniera tale che benedica Dio senza poter elevare la sua voce, con la sua sola natura; questi ha come interprete gli uomini che lo vedono e lo utilizzavano a proprio vantaggio; gli esseri insensibili lodano Dio per quel che sono, e gli uomini lo lodano per quel che essi fanno; con il carattere della loro vita. (S. Chrys.). – « Che tutte le vostre opera vi glorifichino, » Ma come? La terra non è opera sua? Gli alberi non sono opera sua? I greggi, le bestie selvatiche, i pesci, gli uccelli non sono forse opera sua? Sicuramente, tutti questi esseri sono opera sua. E come glorificano il Signore? Io vedo, in verità, che le sue opere lo glorificano negli Angeli, perché gli Angeli sono opera sua, e gli uomini sono pure opera sua; di conseguenza quando gli uomini lo glorificano, le opere sue lo glorificano: ma gli alberi o le pietre hanno forse una voce per glorificarlo? Che tutte le sue opere, senza eccezione, lo glorifichino. Ma cosa dite? La terra e gli alberi pure? Tutte le sue opere! Se tutti lo lodano, perché non lo glorificano tutti? Questa armonia della creazione, questo ordine così perfetto, questa bellezza così magnifica che, elevandosi dagli esseri inferiori agli esseri superiori e che, discendendo dai gradi più alti fino ai più bassi, senza alcuna interruzione in questa catena i cui anelli presentano dall’uno all’altro delle differenze mirabilmente proporzionate, tutto questo insieme loda il Signore. Perché dunque questo insieme loda il Signore? Perché contemplando ed ammirando la bellezza dell’universo, lodate il Dio. La bellezza della terra è come la voce di questa terra muta. Voi considerate e vedete la bellezza della terra, ne vedete la fecondità, ne vedete le forze; vedete come essa riceve le semenze, come produca spesso frutti che non avete seminato; voi vedete queste meraviglie e con questa contemplazione voi interrogate in qualche modo la terra, e questo esame è per voi come una interrogazione. E quando questo esame vi ha riempito di ammirazione, quando avete sondato i misteri della natura, quando avete riconosciuto in essa una forza immensa, una magnifica bellezza, una potenza eclatante, poiché essa non può avere questa potenza da se stessa, il vostro spirito concepisce che essa non ha potuto darsi l’essere da sé, e che essa non la ottiene che dal Creatore. In questo sentimento che vi si presenta quando la interrogate, c’è la voce della sua confessione che essa vi presta perché voi stessi lodiate il Creatore; perché, quando considerate la bellezza di tutto questo universo, questa bellezza non vi risponde che con una voce sola: non mi sono fatta io, ma Dio mi ha creato? (S. Agost.). – « Signore, che tutte le vostre opere vi glorifichino dunque, ed i vostri santi vi benedicano; » (Ps. CXLIV, 10); e perché tutti i vostri santi vi benedicano confessando le vostre opere, considerino come la creazione intera confessi il vostro Nome. Ma Voi, degnatevi di ascoltare la loro voce che vi benedice; perché, cosa dicono i vostri Santi, quando vi benedicono? « Essi diranno la gloria del vostro regno e proclameranno la vostra potenza. » Quanto è potente il Dio che ha fatto la terra! Quanto è potente il Dio che ha riempito la terra di beni! Quanto è potente Dio che ha dato a ciascuno la vita che gli è propria! Quanto è potente Dio che ha affidato tante semenze diverse alle viscere della terra, per farne germogliare piante così diverse ed alberi tanto magnifici! Quanto Dio è potente! Quanto Dio è grande! Interrogate la creatura, e la creatura vi risponderà, e voi, santi di Dio, ascoltando la sua risposta che è come la sua confessione, benedirete Dio proclamando la sua potenza (S. Agost.). – « Per far conoscere ai figli degli uomini la vostra potenza e la gloria del suo regno. » Questi beni fanno vedere che il Signore accetta le nostre lodi, perché gli altri siano istruiti circa la sua grandezza. Grande è la potenza di Dio, grande è la sua gloria, ineffabile è la sua maestà, e tuttavia, così grande ed ineffabile com’è, occorrono delle bocche che le proclamino, a causa dell’ignoranza della maggior parte dei mortali. Il sole è certo il più brillante di tutti gli astri, ma gli occhi malati non possono gioire del suo splendore. La provvidenza di Dio è più splendente del sole stesso; ma coloro la cui ragione è pervertita, le cui orecchie sono chiuse; non saprebbero riconoscerla, se lo zelo non li istruisse (S. Chrys.). – I vostri Santi proclamano dunque la gloria della grandezza della bellezza del vostro reame, la gloria della grandezza della sua beltà. C’è dunque per il vostro regno una certa grandezza di beltà; vale a dire che il vostro regno ha beltà, ed una grande beltà. Poiché tutto ciò che ha beltà, ottiene questa bellezza da Voi, quale eclatante beltà deve avere il vostro regno! Che il vostro regno non ci spaventi: c’è una beltà che farà le nostre delizie. In effetti quanto è grande questa bellezza di cui gioiranno i santi, a cui sarà detto: « Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete il regno! » (Matth. XXV, 34). Da dove verranno e dove andranno? Vedete e se potete, per quanto possiate, concepisca il vostro pensiero la bellezza di questo regno venturo, in vista del quale noi diciamo nella nostra preghiera: « Venga il vostro regno. » (Ibid. VI, 10). In effetti noi desideriamo l’avvento di questo regno; i Santi ci annunciano che questo regno arriverà. Considerate questo mondo, esso è pieno di bellezza. Quale splendida beltà nella terra, nel mare, nell’aria, nel cielo, negli astri! E tutte queste magnificenze non stupiscono colui che le consideri? E questa bellezza non è così perfetta da sembrare che non se ne possa trovare una più bella? E dappertutto i vermi, i topi e tutti gli animali che strisciano sulla terra, vivono con voi o in mezzo a questa beltà; si, essi vivono qui con voi, in mezzo a tanta bellezza. Quale deve essere lo splendore laddove solo gli Angeli vivono con noi? Ecco perché il salmista non si è accontentato di dire: « la gloria della beltà; » perché si può dire « la gloria della beltà » parlando di ogni bellezza che esiste in questo mondo, sia che fiorisca sulla terra, sia che brilli in cielo; ma le parole: « ma la grandezza della beltà del vostro reame, » presentano alla nostra immaginazione qualche cosa che non abbiamo ancora visto, alla quale crediamo senza averla vista, che desideriamo perché ci crediamo, ed il cui desiderio ci darà la forza di sopportare tutto con pazienza. È dunque questione della grandezza di una certa beltà; amiamola prima di vederla, al fine di possederla quando la vedremo. (S. Agost.)

ff. 13. – Il Profeta fa risaltare la differenza essenziale del regno di Dio con il regno dei principi della terra. Il dominio di costoro è soggetto a continue rivoluzioni: rivoluzioni nelle loro persone, poiché la morte li toglie successivamente al loro popolo; rivoluzioni nella loro fortuna, perché sono soggetti a provare delle disgrazie inaudite dopo una lunga serie di prosperità, delle sconfitte dopo le vittorie, delle turbolenze dopo anni di pace e di gloria; rivoluzioni nei loro Stati, poiché i più potenti periscono, i più deboli si ingrandiscono, e coloro che erano sorti dai detriti e dalle rovine, divengono i più rigogliosi. Il regno di Dio si estende per tutti i secoli, a tutte le generazioni; e, quando le generazioni non saranno più, esso sussisterà ancora, perché è eterno (Berthier).  

III. — 14-22.

ff. 14. – « Il Signore è fedele nelle sue parole. » Cos’è in effetti che abbia promesso e che non abbia dato? « Il Signore è fedele nelle sue parole. » Ci sono delle cose che ha promesso e che non ancora ha dato; bisogna crederlo dopo ciò che ha già detto. « Il Signore è fedele nelle sue parole. » Noi potremmo credere solamente alla sua parola, ma Egli non ha voluto solamente parlare, ci ha voluto dare la sua Scrittura come pegno; come voi stessi fareste, volendo dire ad un uomo promettendogli una cosa: Voi non mi credete, io vi do uno scritto. In effetti, siccome ogni generazione passa ed un’altra le succede, e così i secoli completano il loro corso con l’arrivo e la dipartita successiva dei mortali, occorreva che la Scrittura di Dio sussistesse e restasse un biglietto di Dio, che tutti gli uomini potessero leggere passando sulla terra, al fine di seguire la via delle sue promesse. E quanti impegni su questo biglietto si sono già compiuti! Possono essi esitare a credere alla resurrezione dei morti ed alla vita futura, le sole promesse che non si sono ancora compiute, allorché  gli stessi infedeli devono arrossire quando Dio entra in disputa con essi. Se Dio vi dicesse: voi avete nelle mani la mia obbligazione; io ho promesso di giudicare gli uomini, di separare i buoni dai malvagi, di dare ai fedeli il regno eterno, e voi vi rifiutaste di credervi? Leggete dunque nel mio biglietto tutte le promesse che Io ho fatto ed entrate in disputa con me;« sicuramente, se voi esaminate tutto ciò che ho già pagato, voi potete credere che io pagherò tutto ciò che ancora devo. In questo biglietto, Io vi ho promesso il mio Figlio unico; Io non l’ho risparmiato, e lo ho offerto per voi; (Rom. VIII, 32); inscrivete questo debito al numero dei miei pagamenti (Act. I, 8-11; II, 4). Io ho promesso, con questo biglietto, l’effusione del sangue ed il coronamento dei miei gloriosi martiri; aggiungete questo debito al numero dei miei pagamenti. (S. Agost.). –  « Egli è santo in tutte le sue opera. » La santità: tale è la legge dell’essere di Dio, della sua vita, della sua operazione, delle sue opere e delle creature che lascia cadere dalle sue mani: « Santo, Santo, Santo è il Signore! » esclama il Profeta. La santità! In questa unica parola si trova raccolto tutto ciò che Dio è, tutto ciò che Dio fa. Prima dei tempi, quando Egli era ancora solo con se stesso al suo tempo, suo luogo e suo tutto, e dopo tutti i secoli, quando le creature, al termine della loro corsa, rientreranno nel riposo che Egli ha loro assegnato, Dio sempre è Santo, Santo in se stesso, Santo negli eletti, Santo nei riprovati, Santo nel più alto dei cieli, Santo nel fondo degli abissi dell’inferno. Principio e fine di ogni cosa, Egli si impone ad ogni vita per santificarla, ed opera questa santificazione con un contatto misterioso che vivifica o che uccide, che consuma nella salvezza o nella perdizione, ma che sempre è santo. (Mgr BAUDRY, Le Coeur de Jésus, 331). – Dio è santità infinita, perché l’Essenza divina è la radice e la sorgente di ogni santità. Egli è santo, perché Egli è la regola, il modello, l’esemplare di ogni santità; Egli è santo perché è l’oggetto di ogni santità, che non può essere che l’amore di Dio e l’unione con Lui; Egli è Santo, perché e il principio di ogni santità, che Egli diffonde negli Angeli e negli uomini, e che è l’ultimo fine verso il quale la santità è necessariamente diretta. Supponendo anche che noi siamo santi, cosa sarà la nostra santità creata nell’essere comparata a quella di Dio? Egli è Santo in se stesso, e da se stesso, Santo per essenza, ciò che è impossibile ad una creatura che, secondo la teologia, non può essere, per sua natura, Figlio di Dio, Essere impeccabile, avere lo Spirito Santo e vedere la natura divina. La nostra santità consiste nei doni sopraggiunti gratuitamente alle debolezze ed alle incapacità della nostra natura finita; quella di Dio è sostanziale, è la sostanza sua propria; la nostra non è che una qualità, un accessorio, una illuminazione dello spirito ed un movimento del cuore che ci vengono da Lui; quella di Dio è infinita e nella sua intensità, e nella sua estensione, come noi non ne abbiamo, ahimè! Bastano parole molto basse per esprimere l’estrema debolezza, il deplorevole languore, la povertà della nostra santità più eclatante e più ardente. La santità di Dio è infinitamente feconda, perché essa è l’origine, il sostegno, l’esempio, l’incoraggiamento di ogni santità creata; la nostra è feconda anche, perché è nella natura della santità, ma quanto poco abbiam fatto, a quante anime abbiamo insegnato a conoscere Dio ed amarlo? (FABER, Le Créât, et la Créât., p. 145, 146).

ff. 15. – Il Profeta, dopo avere attestato la grandezza del regno di Dio, la verità della sua parola, l’inalterabile santità della sua condotta, parla di nuovo della sua clemenza, che soprattutto fa la gloria del suo regno; egli ce la presenta sostenente coloro che sono ancora in piedi, prevenendo la caduta di coloro che sono sul punto di cadere, rialzando infine coloro che sono a terra e, cosa più mirabile, non a questi o a quelli, ma a tutti accorda una tal grazia, a tutti, senza eccettuare i poveri, gli uomini della condizione estrema. Egli è il Signore di tutti, non saprebbe passare al fianco di un uomo caduto, né chiudere gli occhi su colui che vacilla. Ciò che Egli fa per l’umanità intera, lo fa per ciascun uomo in particolare; Se questi è tra i caduti che non si rialzano, non è perché gli manchi il soccorso, è perché non vuole profittarne. (S. Chrys.). 

ff. 16, 17. – Il Re-Profeta passa dopo ad un altro ordine di benefici: « E Voi date a tutti il loro nutrimento al tempo opportuno. » Questo non è precisamente la pioggia, la terra o l’aria, è l’ordine stesso di Dio che produce la messe o i frutti « nel tempo opportuno, » per ricordarci che ogni cosa ha il suo tempo determinato, che le produzioni della terra cambiano con le stagioni. Nulla manifesta in modo più evidente, la saggezza di Dio, che questa attenzione che ha nel non darci in ogni tempo ed a distribuire le nostre risorse nel corso dell’anno (S. Chrys.). – « Dio concede a tutti il loro nutrimento in tempo opportuno. » Egli assiste gli indigenti quando sono nel bisogno, non accorda il superfluo a coloro che lo desiderassero per abusarne; Egli spoglia qualcuno dalle sue ricchezze, perché le possiedono a sproposito e senza utilità per il bene degli altri. La sua Provvidenza è asservita alle circostanze, ai bisogni, allo stato, ai doveri di tutti gli uomini (Berthier).

ff. 18. – « Il Signore è giusto in tutte le sue opere. » Sia che Egli colpisca, sia che guarisca, il Signore è giusto e non c’è ingiustizia in Lui! Tutti i Santi, in mezzo alle afflizioni che hanno subito, hanno cominciato con il lodare la sua giustizia ed hanno così implorato i suoi benefici, hanno cominciato col dire: ciò che Voi fate è giusto! Così pregava Daniele, così pregarono gli altri Santi: giusti sono i vostri giudizi, la nostra sofferenza è meritata, la nostra sofferenza è giusta. (Dan. III, 27 e IX, 5). Essi non hanno attribuito a Dio alcuna mancanza di equità, non lo hanno tacciato né di ingiustizia né di errore; essi hanno cominciato con il lodarlo quando li castigava ed è così che hanno sentito che li nutriva. « Il Signore è giusto in tutte le sue vie. » Che nessuno lo creda ingiusto, quando soffra qualche dolore; ma che lodi la giustizia di Dio ed accusi la propria ingiustizia: « Il Signore è giusto in tutte le sue vie e Santo in tutte le sue opere. » (S. Agost.).

ff. 19. – « Il Signore è vicino a tutti quelli che lo invocano in verità. » Molti lo invocano, ma non in verità. Se cercano di ottenere da Lui qualche altra cosa che non sia Lui, essi non lo cercano. Perché amate Dio? Perché mi ha dato la santità! Il fatto è evidente, è Lui che ve l’ha data; perché la salvezza non può venire da nessun altro che Lui. Io l’amo, perché Egli mi ha dato, a me che non avevo nulla, una sposa ricca che mi serve bene. È Lui che ve l’ha data, voi dite il vero. Io l’amo, perché mi ha dato figli numerosi e buoni, mi ha dato dei servi, tutti i miei beni. È per questo che l’amate? È per questo che non domandate nulla più? Avete ancora fame, battete ancora alla porta del padre di famiglia, c’è ancora qualcosa da darvi: voi siete nella mendicità in mezzo a tutti questi doni che avete ricevuto, e non lo sapete; voi portate ancora gli stracci della vostra carne mortale; voi avete dunque ricevuto la veste gloriosa dell’immortalità, o essendo già sazi non la chiedete? « Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. » (Matth. V, 6). Se dunque Dio è buono, perché vi ha dato questi beni, quanto sarete più felici quando Egli si sarà dato Egli stesso a voi! Voi avete desiderato tante cose da Lui, ma io ve ne scongiuro, desiderate anche Egli stesso, perché veramente questi beni non sono più dolci di Lui, o piuttosto non gli sono in alcun modo paragonabili. Di conseguenza, colui che preferisce Dio, pur avendo ricevuto i doni di cui si rallegra, a tutto ciò che già ha ricevuto da Dio, costui invoca Dio in verità. (S. Agost.).

ff. 20. – Ci è sufficiente chiedere con fede e nell’ordine della salvezza, sollecitare con una convinzione indistruttibile, per essere esauditi almeno nella maniera più utile ai nostri veri interessi. È vero, e questi mirabili risultati non sono che il commentario di queste parole del Profeta: « Dio farà la volontà di coloro che lo temono e, a maggior ragione, di coloro che lo amano. » Il Signore – dice Origene – vuole che, nella preghiera, le nostre disposizioni siano tali come se parlassimo ad un altro Dio: Io voglio che siamo i figli di Dio, affinché siamo i coeredi di suo Figlio. (Orig. Hom. II, in Ps. XXVII, 34). – « Egli farà la volontà di coloro che lo temono. » Qual uomo non crederebbe di degradare la divinità con espressioni simili: « Fare la volontà? » Qual re, qual principe direbbe di fare la volontà dei suoi sudditi? E di chi oserebbe dirlo come di un elogio? A maggior ragione, nessuno oserebbe dirlo di Dio. È che in tutte le nostre idee sulle grandezze divine, quando queste idee non sono che nostre, noi uniamo sempre involontariamente ciò che in noi si mescola più o meno in ogni grandezza, cioè l’orgoglio. Dio non saprebbe essere orgoglioso, perché non può compararsi al nulla, ed è per questo che non può temere come noi, di discendere. (La Harpe).

ff. 21, 22. – Vedete – dice Sant’Agostino – qual sia la severità di Colui che ritrova tanta clemenza e tanta bontà. Egli salverà tutti coloro che mettono la speranza in Lui, tutti i fedeli, tutti coloro che lo temono, tutti coloro che lo invocano in verità, « ed Egli perderà tutti i peccatori, » cioè coloro che perseverano nei loro peccati, coloro che disperano del perdono dei loro peccati, e che con questo disperare possa accumulare peccati su peccati, o coloro che, con una colpevole presunzione, si prometteno il perdono, e che questa promessa che si fanno, li ritenga nel peccato e nell’empietà (S. Agost.). 

SALMI BIBLICI: “BENEDICTUS DOMINUS, DEUS MEUS” (CXLIII)

SALMO 143: BENEDICTUS DOMINUS DEUS MEUS

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 143

Psalmus David. Adversus Goliath.

[1] Benedictus Dominus Deus meus,

qui docet manus meas ad prælium, et digitos meos ad bellum.

[2] Misericordia mea et refugium meum, susceptor meus et liberator meus; protector meus, et in ipso speravi; qui subdit populum meum sub me.

[3] Domine, quid est homo, quia innotuisti ei? aut filius hominis, quia reputas eum?

[4] Homo vanitati similis factus est; dies ejus sicut umbra prætereunt.

[5] Domine, inclina cœlos tuos, et descende; tange montes, et fumigabunt.

[6] Fulgura coruscationem, et dissipabis eos; emitte sagittas tuas, et conturbabis eos.

[7] Emitte manum tuam de alto: eripe me, et libera me de aquis multis, de manu filiorum alienorum:

[8] quorum os locutum est vanitatem, et dextera eorum dextera iniquitatis.

[9] Deus, canticum novum cantabo tibi; in psalterio decachordo psallam tibi.

[10] Qui das salutem regibus, qui redemisti David servum tuum de gladio maligno,

[11] eripe me, et erue me de manu filiorum alienorum, quorum os locutum est vanitatem, et dextera eorum dextera iniquitatis.

[12] Quorum filii sicut novellæ plantationes in juventute sua; filiæ eorum compositæ, circumornatæ ut similitudo templi.

[13] Promptuaria eorum plena, eructantia ex hoc in illud; oves eorum fœtosæ, abundantes in egressibus suis;

[14] boves eorum crassæ. Non est ruina maceriæ, neque transitus, neque clamor in plateis eorum.

[15] Beatum dixerunt populum cui hæc sunt; beatus populus cujus Dominus Deus ejus.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLIII.

Il salmo canta la vittoria di Davide sul gìgante Goliath; ed in senso spirituale, predice la vittoria Cristo e della Chiesa sul demonio.

Salmo di David contro Goliath.

1. Benedetto il Signore Dio mio, il quale alle mani mie insegna a combattere, e alle mie dita a trattare l’armi.

2. Egli mia misericordia e mio asilo; mia difesa e mio liberatore; Protettor mio, e in lui ho sperato: egli che a me soggetta il mio popolo.

3. Signore, che è l’uomo, che a lui ti sei dato a conoscere? o il figliuolo dell’uomo, che tal tu ne mostri concetto?

4. L’uomo è divenuto simile al nulla: i giorni di lui passan come ombra.

5. Signore, abbassa i tuoi cieli, e discendi, tocca i monti e andranno in fumo.

6. Fa lampeggiare i tuoi folgori, e dissiperai costoro; scocca le tue saette, e li porrai in ispavento.

7. Stendi la mano tua dall’alto, e salvami; e liberami dalla piena dell’acque, dalla mano de’ figliuoli stranieri.

8. La bocca de’ quali di cose vane ragiona, e la loro destra, destra d’iniquità. (1)

9. 0 Dio, io canterò a te un cantico nuovo; inni di laude dirò a te sul salterio a dieci corde.

10. A te che dai salute ai regi, che liberasti David tuo servo dalla spada micidiale; liberami,

11. E toglimi dalle mani de’ figliuoli stranieri, la bocca de’ quali di cose vane ragiona, e la loro destra, destra d’iniquità.

12. I figliuoli de’ quali sono come piante novelle nella lor giovinezza. Le loro figliuole abbigliate, e ornate da ogni lato, come l’idolo di un tempio. (2)

13. Le loro dispense ripiene, e ridondanti per ogni lato. (3)

14. Feconde le loro pecore, escono fuori in branchi copiosi: pingui le loro vacche.

Da ruina sono esenti le loro mura, e da incursione; nè flebil grido si ode nelle lor piazze.

15. Beato hanno detto quel popolo che ha tali cose; ma beato il popolo, che per suo Dio ha il Signore.

(1) Dextera eorum, dextera iniquitatis, Vale a dire, letteralmente: che porgono la mano per fare alleanze ingannevoli.

(2) Secondo il testo ebraico: le nostre figlie sono come delle pietre angolari tagliate come ornamento di un tempio o in un palazzo.

(3) Eructantia ex hoc in illud, letteralmente: fornente delle provvigioni di una specie ed altra, cioè di ogni specie.

Sommario analitico

Il Re-Profeta, persuaso che egli debba la sua vittoria, o su Golia, o sui popoli vicini congiurati contro di lui, al favore divino, testimonia a Dio la sua riconoscenza per i molteplici benefici che ha ricevuto, malgrado la sua debolezza e la sua indegnità, ed implora nuovamente la protezione divina.

I. – Egli rende grazie a Dio per la vittoria che ha riportato:

1° Benedicendo Dio che, a) con la sua saggezza ha istruito le sue mani al combattimento e le sue dita alla guerra (1);

2° Con la sua misericordia è stato:

a) suo rifugio dai nemici;

b) suo sostegno e liberatore, liberandolo da ogni pericolo al quale è stato esposto;

c) suo protettore, dandogli sua speranza tra i combattimenti, e sottomettendogli il suo popolo (2);

3° Abbassandosi egli stesso,

a) si riconosce indegno di conoscere Dio, indegno perché Dio si possa degnare di pensare a lui (3);

b) spiega la causa di questa indegnità: il nulla dell’uomo e la brevità della sua esistenza (4);

II. –  Implora il soccorso di Dio contro i suoi nemici, e gli domanda:

1° che i suoi nemici siano distrutti da Dio stesso,

a) abbassando i cieli,

b) colpendo con fulmini queste montagne orgogliose (5), e facendo brillare i suoi fulmini onde dissiparli,

c) lanciando contro di essi i suoi dardi per riempirli di terrore (6);

2° Che sia liberato dai perfidi disegni dei suoi nemici, e adduce come ragione i loro discorsi ispirati dalla menzogna e dalla vanità, e l’iniquità delle loro opere (7, 8).

III. – Promette a Dio delle nuove azioni di grazie per le nuove vittorie che egli spera dalla sua misericordia:

1° promette di cantare un cantico nuovo per ringraziare Dio per averlo salvato e liberato dalla mano di figli di stranieri (9-11);

2° porta come ragioni in appoggio alla sua preghiera, l’orgoglio dei suoi nemici, prodotto dalla prosperità e dall’abbondanza di cui godono:

a) col numero dei loro figli, pieni di linfa e di vigore (12);

b) dalla bellezza e splendore delle loro figlie (12);

c) dall’abbondanza dei loro raccolti (13);

d) dal numero e dalla fecondità delle loro greggi;

e) dalla solidità delle loro abitazioni;

f) dalla calma e tranquillità che li circonda (14);

3° all’opinione del mondo, che proclama felici cloro che possiedono questi beni, egli oppone il proprio pensiero, espressione della verità, e cioè che il popolo veramente felice è quello di cui è Signore Dio (15).

Spiegazioni e considerazioni

I. — 1-4.

ff. 1, 2. – Cosa dite, o Profeta? Che Dio insegna a far la guerra, a darsi ai combattimenti, a preparare delle armate in battaglia? Sì, senza dubbio, e non ci si inganna ad attribuirgli le vittorie così riportate … ma vi è un’altra guerra più spaventosa, in cui il soccorso dall’alto ci è soprattutto necessario: è la guerra che dobbiamo sostenere contro le potenze nemiche (Ephes. VI, 12). E ciò che rende questa guerra più spaventosa è che queste potenze siano di una natura differente dalla nostra, di una natura invisibile, e che non si tratti di interessi senza importanza: sono in gioco la nostra salvezza o la nostra perdita! Le  vittime di questa guerra non si possono vedere; è impossibile prevedere né il tempo, né le difficoltà, né i luoghi, né le altre circostanze del combattimento (S. Chrys.). – Due lezioni sono comprese in questi versetti: la prima: che è necessario considerare Dio come l’Autore ed il principio di ogni bene, di ogni successo riportato sui nostri nemici temporali o spirituali; la seconda è: che la protezione del Signore consiste tanto nell’istruirci, che nel fortificarci (Berthier). –  « Egli è mia misericordia, etc. » Noi vediamo qui in quale ordine Dio ha dato la vittoria a Davide, ed in quale ordine pure la darà a  noi, se riponiamo in Lui ogni nostra speranza. Innanzitutto Dio lo ha considerato con misericordia. La misericordia divina è, in effetti, l’origine di tutti i beni e previene assolutamente ogni tipo di merito. – Una volta prevenuto e chiamato dalla misericordia celeste, Davide ha rivolto gli occhi al Signore, e mettendo in Lui tutte le sue speranze, si rifugia nel suo seno. – Dio, dal suo canto, gli tende la mano, gli promette il suo soccorso: Egli è il suo difensore. – Ma non basta, Dio lo libera e, dopo averlo liberato, continua a proteggerlo, per sottrarlo ad ogni pericolo; in altri combattimenti Egli è il suo protettore; infine come pure Dio ha sottomesso a Davide il popolo sul quale egli doveva regnare, Egli ammorbidisce la fuga delle nostre passioni, ce le assoggetta e ce ne rende padroni. – In effetti, nella guerra contro i nemici della salvezza, l’operazione più difficile e necessaria è il renderci padroni del nostro popolo, cioè delle nostre facoltà, dei nostri sensi, della nostra immaginazione, della nostra memoria, del nostro spirito, della nostra volontà (Bellar., Berthier, Duguet)

ff. 3, 4. – Ci è necessaria una doppia conoscenza, che questo salmo ci dà in successione: la conoscenza di noi stessi, la conoscenza di Dio. – Per l’uomo è un grande onore conoscere il Creatore. In questo noi differiamo dagli animali, perché noi conosciamo il nostro Creatore, mentre gli animali non lo conoscono affatto. La direzione stessa del nostro corpo sembra cercare il suo Creatore. Gli altri animali guardano a terra, i loro occhi seguono la direzione del loro ventre, i nostri occhi, al contrario, sono levati al cielo, affinché, anche se la nostra anima è cieca, noi non cessiamo mai di guardare il cielo con gli occhi del corpo. (S. Girol.). – Il Re-Profeta non intende marcare le differenze tra Dio e l’uomo. L’intervallo è infinito, e non c’è nell’uomo alcun termine che possa servire da regola e da proporzione. « Che cos’è l’uomo, e cosa siete Voi o Signore? » È tutto ciò che può dire questo grande Profeta; il suo spirito entra in una sorta di estasi, si perde in questi due abissi, l’uno di perdizione e l’atro di debolezza (Berthier). « Signore, che cos’è l’uomo? » Tutto ciò che egli è, lo è perché Voi gli avete concesso di conoscervi. « Che cos’è l’uomo perché gli abbiate concesso di conoscervi? O il figlio dell’uomo perché ne facciate conto? » Voi lo considerate, fate gran caso di lui, lo apprezzate di grande valore: gli date un rango, Voi sapete sopra di chi porlo, Voi sapete sopra di chi lo avete posto. La stima su misura dal prezzo che si dà ad una cosa; e quale stima ha fatto dell’uomo Colui che ha versato per lui il sangue del suo Figlio unigenito? « Cosa è l’uomo perché gli abbiate concesso di conoscervi? » A chi lo avete concesso? Chi lo ha concesso? « Cos’è il figlio dell’uomo perché Voi lo consideriate? » E ponendo un prezzo così alto, stimandolo di un tal valore, Voi dimostrate che egli è qualcosa di prezioso; perché Dio non stima l’uomo, come l’uomo stima se stesso. Quando si compra uno schiavo, lo si paga meno di un cavallo. Vedete quando Dio vi stimi, perché possiate dire: « Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (Rom. VIII, 31). A qual prezzo elevato, vi ha stimato, Egli che non ha risparmiato suo Figlio, ma lo ha offerto per noi! « Come non ci avrebbe dato ogni cosa con Lui? » (ibid.). Egli che ha dato un tal nutrimento al combattente, cosa riserva al vincitore? (San Agost.). – « L’uomo è diventato simile alla vanità, i suoi giorni passano come l’ombra. » I nostri giorni sono veramente come l’ombra: io ero un bambino, sono stato adolescente, giovane, sono diventato un uomo fatto, cioè ho raggiunto l’età perfetta, senza accorgermene, sono diventato vecchio, e la morte si appresta a succedere alla vecchiaia. Io cambio ogni giorno, non sento che sono nulla. Noi non restiamo un solo istante della nostra vita nel medesimo stato, ma sempre ci accresciamo o decresciamo. L’uomo dunque cambia ad ogni istante, e muore nel momento che meno immagina. Vecchio, mi ricordo di ciò che sono stato, ciò che ho fatto da piccolo, giocare, correre qua e là, io mi vedo ora curvo sotto il peso degli anni. « I suoi giorni passano come l’ombra. » (S. Gerol.) – « L’uomo è divenuto simile alla vanità! » A quale vanità? Ai tempi che passano e scorrono. In effetti, i tempi possono essere chiamati una vanità, in confronto alla verità che resta eternamente e non può morire. Ma questa creatura è al suo posto. In effetti, « Dio, come è scritto, ha riempito la terra dei suoi beni. » (Eccli. XVI, 30). Che significa « Dei suoi beni? » Dei beni che gli convengono. Ma tutti questi beni terrestri sono cangianti e passeggeri, se li si compara a questa verità per eccellenza che ha detto: « Io sono colui che sono » (Es. III, 14); tutto ciò che accade si chiama col nome di Vanità; perché tutto ciò svanisce nel tempo, come il fumo nell’aria. E cosa dirò di più di ciò che ha detto l’Apostolo San Giacomo, con l’intenzione di richiamare all’umiltà l’orgoglio degli uomini? « Cos’è – egli dice – la vostra vita? un vapore che appare per un po’ di tempo e che dopo sarà disperso. » (Giac. IV, 15). « L’uomo è dunque divenuto simile alla vanità. » E peccando, « … egli è divenuto simile alla vanità; » perché, quando è stato creato, è stato fatto in origine simile alla verità; ma poiché ha peccato ed ha ricevuto il castigo, « è divenuto simile alla vanità. » (S. Agost.). –  I giorni dell’uomo passano come l’ombra. Questo paragone è completo: l’ombra diminuisce di forma, a misura che cresce; crescendo si avvicina alla sua fine, e sparisce nel momento in cui ha maggiore estensione. I nostri giorni diventano più deboli man mano che il loro numero aumenta, e si spengono completamente quando hanno raggiunto la somma che Dio ha loro assegnato. Non resta a colui che è giunto alla vecchiaia se non il ricordo delle sue diverse età, e questo ricordo è ancora nel suo spirito come un’ombra che si affievolisce con il progredire dei giorni, e si spegne del tutto al momento della morte. (Berthier).

II. — 5-8.

ff. 5, 6. – Il Signore ha abbassato i cieli ed è sceso quando si è annientato fino ad unirsi all’uomo. Egli ha colpito le montagne, quando ha umiliato i superbi ed i grandi della terra. – Ciò che succede nelle regioni dell’aria, quando Dio vi eccita delle tempeste, è un’immagine dello stato in cui si trova l’anima toccata dalla grazia e penetrata dal timore dei giudizi di Dio. Sembra allora che i cieli si abbassino, che i fulmini della collera divina giungano fino a tutto l’interno. Che Dio lanci i suoi colpi e ferisca tutte le parti del cuore un tempo fiero, ribelle ed insensibile (Berthier). – Nel linguaggio della Scrittura, dice S. Agostino, vi sono dei buoni e dei cattivi monti. I buoni rappresentano la grandezza spirituale; i cattivi designano il rigonfiamento del cuore. – Questi ultimi sono la figura di quelle persone che fanno professione di religione e che, pieni di sentimenti di più alta pietà, non respirano che Dio e la sua gloria, sagge nella loro condotta e severi nelle loro massime, ma incapaci, tra tutto questo, di ricevere un avvertimento: gente meravigliosa nel dire le verità agli altri, ma insensibili fino alla fiacchezza, quando sono obbligati ad ascoltare le loro; delle montagne, dice la Scrittura, per l’apparenza della loro elevazione, ma montagne presto fumanti quando si giunge a toccarle (BOURD. Am. et crainte de la Vér.)

ff. 7. 8. – « Mandate dall’alto del cielo la vostra mano e liberatemi. » La potenza di Dio non si esercita solamente per punire, ma per salvare. La mano di Dio, è il suo soccorso, la sua protezione. Queste acque figurano l’irruzione disordinata e violenta dei nemici ed il loro attacco tempestoso. Una prova, in effetti, che il Profeta non parla qui delle acque in senso proprio, è che egli aggiunge: « Dalla mano dei figli dello straniero. » Questi figli stranieri sono a mio avviso, coloro che sono estranei alla verità: come noi riguardiamo tutti i fedeli come nostri parenti e fratelli, così consideriamo gli infedeli come degli stranieri, ed è per questo che noi distinguiamo lo straniero da colui che ci è unito dai legami di affetto. Io considero mio fratello colui che riconosce la stesso padre mio, partecipa alla medesima tavola, piuttosto che colui che non mi è unito che per il sangue. Questa parentela è ben più perfetta dell’altra, ed anche l’incompatibilità che risulta dai sentimenti contrari è molto più pronunziata di quella che proviene dalla diversità delle famiglie. Non vi fermate dunque a questo pensiero secondo cui viviamo sotto lo stesso cielo ed abitiamo la stessa terra; io voglio un’altra unione che è al di sopra dei cieli. « È là che è il nostro regno e la nostra vita. » Noi non abitiamo più la terra, noi veniamo trasportati nella città dei cieli. Noi abbiam un’altra vera luce, un’altra patria, altri concittadini, altri parenti. Ecco perché San Paolo diceva: (Ephes. II, 19) « Voi non siete più stranieri né ospiti, ma concittadini dei Santi. » (S. Chrys.).

III. — 9-11.

ff. 11. – Vediamo ora i segni con i quali possiamo distinguere lo straniero dal prossimo: dai loro discorsi, dalle loro opere. Chi sono questi stranieri? Sono coloro che vivono nel crimine, che amano l’iniquità, che fanno discorsi insensati, e dicono parole inutili: quindi è dai loro discorsi, dalle loro parole che potete riconoscerli, come dichiara Gesù-Cristo; (Matth. VII, 16); « dai frutti li riconoscerete. » (S. Chrys.). – Parole di menzogna e di vanità. Azioni ingiuste, opere inique: è da qui che li riconoscerete.

ff. 12.-14. – Non è dunque li la felicità? Io lo chiedo ai bambini del regno dei cieli; io lo chiedo alla razza che deve resuscitare per l’eternità; io lo chiedo al corpo di Cristo, ai membri del Cristo, al tempio di Dio: dunque la felicità non è l’avere figli vigorosi, figlie ornate, cantine ricolme, greggi numerose; avere non solo delle muraglie, ma delle aie senza brecce né aperture, non sentire nelle strade né tumulti, né clamori, ma possedere il riposo, la pace, le ricchezze e l’abbondanza di tutti i beni nelle case e nelle città? Non è dunque lì la felicità? I giusti devono rifuggire da questa felicità? Non troverete mai la casa del giusto ricolma di tutte queste ricchezze e piena di questa beatitudine? La casa di Abramo non abbondava in oro, in argento, in figli, in servi ed in greggi? (Gen. XII, 5 e XIII, 2-6). Il santo patriarca Giacobbe, fuggitivo in Mesopotamia davanti alla faccia del fratello Esaù, e tenuto a servizio di Labano, non vi si è arricchito? Al suo ritorno non ha reso grazie a Dio di ciò quando passando il Giordano, con un bastone solo, tornava con una moltitudine di greggi e di figli? (Gen. XXXI, 18; XXXII, 7-10). Non è li la felicità? Certo, è una felicità ma viene dalla sinistra. Che vuol dire dalla sinistra? Una felicità temporale, mortale, materiale. Io non esigo che voi la evitiate, ma io non voglio che la scambiate con la felicità della destra; perché questi uomini non erano malvagi e vani perché possedessero questi beni in abbondanza; ma perché essi ponevano a destra i beni che dovevano lasciare a sinistra. Cosa devono porre alla loro destra? Dio, l’eternità, gli anni indefettibili di Dio, di cui è detto:  « I vostri anni non avranno fine. » (Ps. CI, 28). Là è la nostra destra. Usiamo la sinistra per il tempo, aspiriamo a destra per l’eternità. (S. Agost.). – Gli uomini mostrano le loro figlie per essere spettacolo di vanità ed oggetto della pubblica cupidigia, e « le preparano come si fa con un tempio. », Essi trasportano gli ornamenti che il vostro tempio solo dovrebbe avere, a questi cadaveri ornati, a questi sepolcri imbiancati e sembra che abbiano deciso di farli adorare nella vostra piazza. Essi nutrono la loro vanità e quella degli altri; riempiono altre figlie di gelosia, gli uomini di voluttà; tutto questo, di conseguenza, è errore e corruzione. O fedeli, o figli di Dio, non abusate di queste false concupiscenze. Perché volgete le vostre necessità in vanità? Voi avete bisogno di una casa come di una difesa contro le ingiurie dell’aria; è una debolezza; voi avete bisogno di nutrimento per restaurare le vostre forze che si esauriscono e si dissipano in ogni momento: altra debolezza; voi avete bisogno del letto per riposarvi dalla vostra stanchezza e lasciarvi andare al sonno che lega e seppellisce la vostra ragione: altra deplorevole debolezza. Voi fate di tutti questi testimoni e di tutti questi monumenti della vostra debolezza uno spettacolo alla vostra vanità, e sembra che vogliate trionfare dell’infermità che vi circonda da ogni parte. Mentre il resto degli uomini si inorgoglisce dei propri bisogni, e sembra voler ornare le sue miserie per nasconderle a se stesso, tu almeno, o Cristiano, discepolo della verità, distogli i tuoi occhi da queste illusioni. Ama nella tua tavola il sostegno necessario del tuo corpo, e non questo apparato sontuoso. Felici coloro che, ritirati umilmente nella casa del Signore, si dilettano nella nudità della loro piccola cella e del modesto armamentario di cui hanno bisogno in questa vita, che non è che ombra di morte, per non vedervi che la loro infermità ed il giogo pesante di cui il peccato li ha caricati! Felici le vergini consacrate, che non vogliono essere lo spettacolo del mondo, e che vorrebbero nascondersi a se stesse sotto il velo sacro che le circonda! Felice la dolce costrizione ai loro occhi per non vedere le vanità, per dire con Davide: « Allontanate i miei occhi al fine di non vederle! » Beati coloro che abitando secondo il loro stato in mezzo al mondo, come questo santo re, non ne sono toccati, che lo traversano senza legarvisi; « che usano – come dice San Paolo – di questo mondo come se non ne usassero; » che dicono con Esther sotto il diadema: « Voi sapete, o mio Signore quanto disprezzi questo segno di orgoglio e tutto ciò che può servire alla gloria degli empi, e che la vostra serva non si è mai rallegrata se non di Voi solo, o Dio di Israele; » che ascoltano questo grande precetto della legge: « non seguite i vostri pensieri ed i vostri occhi, contaminandovi con diversi oggetti, » che sono la corruzione e, per parlare con il sacro testo, la fornicazione degli occhi; infine coloro che prestano ascolto a San Giovanni, che, penetrato da tutta l’abominazione che è legata agli sguardi, tanto di uno spirito curioso che gli occhi catturati dalla vanità, non cessa di gridar loro: « Non amate il mondo che è pieno di illusioni e di corruzione per la concupiscenza degli occhi. » (BOSSUET, Traité de la concup., ch. IX.)

ff. 15. – « Si dice felice il popolo che gioisce dei suoi beni; no, ma felice il popolo che come solo padrone, possiede Dio. » – Spesso in un popolo giunto alla fine prossima, i germi di morte che esso contiene in seno sono dissimulati sotto le apparenze della prosperità. Le nazioni vicine ammirano questo popolo, lo proclamano il più felice tra i popoli, mentre Dio lo ha già condannato ed i suoi giorni sono contati. – Quel serio e triste soggetto di riflessione per la nostra Francia! « Perché, dopo tutto, nessuno degli elementi ordinari che costituiscono la prosperità di una nazione ci viene rifiutato. Il frumento, che è la vita dell’uomo, riempie e sovraccarica i nostri granai, troppo ripieni di abbondanza; tutti i mari sono solcati da navigli che portano i loro tesori al nostro continente, e lo stato non riesce a marcare con la sua effige l’oro che affluisce da noi dall’estremità della terra;  » e ciò che la saggezza di tutti i popoli, conforme agli insegnamenti della Scrittura, ha sempre segnalato come la principale ricchezza di un paese, la patria è dotata di una popolazione numerosa, di una gioventù lussureggiante. L’arte si è aggiunta alla natura per moltiplicare sul nostro suolo i pascoli e le greggi, e la fecondità non manca alle nostre pecore, né il sovrappeso ai nostri buoi. Appena sussiste nelle nostre città ed anche nei nostri borghi, una abitazione che cela la miseria e della quale la rovina affligga gli occhi del viaggiatore. Il grido della destrezza non si fa intendere per le strade e sulle piazze. Non c’è l’uso di chiamare felice il popolo che ha tutte queste cose? – E tuttavia, fenomeno inspiegabile! In mezzo a tutte queste condizioni di benessere, noi proviamo tutte le angosce dello scioglimento: noi siamo poveri nell’abbondanza, tremanti in seno alla pace; ciò che, in altri tempi faceva la ricchezza e la sicurezza di una nazione, non ci porta che perturbazione e timore. Chi dunque ci ha messo in questo stato? Le sante Scritture e la storia del popolo di Dio ci rispondono: che se è la giustizia che eleva una nazione, è il peccato che la rende infelice. Così il più grande e il solo ostacolo alla tranquillità pubblica, è la nostra opposizione a Dio, è la nostra ingiustizia nei riguardi della verità, è la nostra simpatia perseverante per la menzogna, è l’iniquità che lasciamo ristagnare nel fondo delle nostre anime. Ecco il terribile avversario della patria; il nemico mortale della repubblica, dell’impero, del reame, di tutte le forme che il diritto pubblico e l’autorità possono rivestire tra noi. È l’empietà!  (Mgr PIE. Disc. et Instruct. I, p. 356, 357.) – Che altri felicitino dunque la nostra patria di tutti questi vantaggi. Io mi consento di aggiungere la mia voce alla loro voce, purché mi si lasci aggiungere: « Felice il popolo che, arricchito dal grasso della terra, non lasci di implorare la rugiada del cielo! Felice il popolo potente e religioso ad un tempo, forte e sottomesso, che sa comandare alla natura ed obbedire al Creatore! Felice, in una parola, il popolo grande e fedele di cui il Signore è sempre il Dio! » (Idem, t. I, 45). 

SALMI BIBLICI. “DOMINE, EXAUDI ORATIONEM MEAM; AURIBUS” (CXLII)

SALMO 142: DOMINE, EXAUDI ORATIONEM MEAM; auribus…

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 142

Psalmus David, quando persequebatur eum Absalom, filius ejus.

 [1] Domine, exaudi orationem meam; auribus

percipe obsecrationem meam in veritate tua; exaudi me in tua justitia.

[2] Et non intres in judicium cum servo tuo, quia non justificabitur in conspectu tuo omnis vivens.

[3] Quia persecutus est inimicus animam meam, humiliavit in terra vitam meam; collocavit me in obscuris, sicut mortuos sæculi.

[4] Et anxiatus est super me spiritus meus; in me turbatum est cor meum.

[5] Memor fui dierum antiquorum: meditatus sum in omnibus operibus tuis, in factis manuum tuarum meditabar.

[6] Expandi manus meas ad te; anima mea sicut terra sine aqua tibi.

[7] Velociter exaudi me, Domine; defecit spiritus meus. Non avertas faciem tuam a me, et similis ero descendentibus in lacum.

[8] Auditam fac mihi mane misericordiam tuam, quia in te speravi. Notam fac mihi viam in qua ambulem, quia ad te levavi animam meam.

[9] Eripe me de inimicis meis, Domine; ad te confugi.

[10] Doce me facere voluntatem tuam, quia Deus meus es tu. Spiritus tuus bonus deducet me in terram rectam.

[11] Propter nomen tuum, Domine, vivificabis me; in aequitate tua, educes de tribulatione animam meam;

[12] et in misericordia tua disperdes inimicos meos, et perdes omnes qui tribulant animam meam, quoniam ego servus tuus sum.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLII

Davide, nella persecuzione di Assalonne, conoscendo il proprio peccato, lo deplora e invoca la misericordia di Dio. È Salmo penitenziale, che insegna ai veri penitenti la norma di pregare.

Salmo di David, quando lo perseguitava Assalonnesuo figlio.

1. Signore, esaudisci la mia orazione; porgi le orecchie alle mie suppliche secondo la tua verità; esaudiscimi secondo la tua giustizia.

2. E non entrare in giudizio col tuo servo; dappoiché nessun vivente sarà riconosciuto per giusto al tuo cospetto.

3. Perché il nimico ha perseguitato l’anima mia; ha umiliata la mia vita fino alla terra.

4. Mi ha confinato in luoghi tenebrosi, come i morti da gran tempo; ed è involto nell’affanno il mio spirito, il mio cuore si è conturbato dentro di me.

5. Mi son ricordato dei giorni antichi, ho meditate tutte le opere tue; meditava le cose fatte dalle tue mani.

6. A te io stesi le mani mie; l’anima mia è a te come una terra priva d’acqua.

7. Esaudiscimi prontamente, o Signore; è venuto meno il mio spirito. Non rivolger la tua faccia da me, perché  sarei simile a que’ che scendono nella fossa.

8. Fa ch’io senta al mattino la tua misericordia, perché in te ho sperato. Fammi conoscer la via che ho da battere, perché a te ho elevata l’anima mia.

9. Liberami, o Signore, da’ miei nemici, a te son ricorso; insegnami a far la tua volontà. Perché mio Dio se’ tu.

10. Il tuo spirito buono mi condurrà al diritto cammino, pel nome tuo, o Signore! Mi  darai vita secondo la tua equità.

11. Trarrai dalla tribolazione l’anima il e per tua misericordia manderai dispersi il nemici.

12. E dispergerai tutti coloro che affliggono l’anima mia perché tuo servo son io.

Sommario analitico

Davide, considerando la spada della giustizia di Dio sospesa sulla sua testa, durante la ribellione di suo figlio Assalonne, non osando invocare alcun merito personale, mette tutta la sua fiducia nella misericordia di Dio. Davide è qui la figura di ogni peccatore penitente.

I. Egli chiede a Dio di essere esaudito, e riporta diverse ragioni in appoggio della sua preghiera:

1° egli prega di esaudirlo, secondo la verità delle sue promesse e l’equità della sua giustizia (1);

2° perché se Dio entra in discussione ed in giudizio con lui, nessun uomo vivente sarà giustificato davanti a Lui (2);

3° perché egli è stato perseguitato ed umiliato profondamente dal suo nemico, dal demonio (3);

4° perché è stato gettato nell’oscurità e nelle tenebre, come i morti da secoli;

5° perché la sua anima è stata piena di turbamenti, ansia ed angoscia (4).

II. – Davide ci insegna come abbia iniziato ad uscire da questo infelice stato:

1° ha passato in rassegna il ricordo della grandezza e delle misericordie di Dio;

2° ha considerato attentamente tutte le sue opere (5);

3° ha steso le sue mani verso Dio per ottenere che irrorasse con la sua grazia e rendesse feconda tutta la terra arida dell’anima sua (6);

4° egli prega Dio di non tardare nel soccorrerlo, a causa dell’estremità alla quale si trova ridotto (7).

III. – Egli chiede a Dio di fargli sentire senza indugi gli sforzi della sua misericordia (8), e di insegnargli la sua volontà:

1° facendogli conoscere la via celeste per la quale l’anima può giungere fino a Lui (8);

2° rompendo i legami nei quali i suoi nemici lo tenevano prigioniero (9);

3° insegnandogli come debba camminare in questa via (10);

4° chiedendo come sua guida lo Spirito-Santo, affinché non si allontani dalla via (10);

5° dandogli la vita e la forza necessaria per non cadere lungo il cammino (11);

6° liberandolo da tutte le sue tribolazioni e da tutti i suoi nemici perché egli è suo servo (12, 13).

Spiegazioni e considerazioni

I. — 1-4.

ff. 1, 2. – Qua è la natura di questa preghiera? È questo un punto che gli uomini esaminano con cura per cui non si raccolgono in preghiera se non quando sembri loro giusto e legittimo. Ma cosa si domanda ordinariamente quando ci si rivolge agli uomini? Onori, ricchezze, la loro protezione contro l’ingiustizia; lo stesso avviene nel sollecitare i giudici nelle cose che oltrepassano il loro potere. Ma noi, al contrario, chiediamo a Dio la remissione dei nostri peccati, e facciamo ricorso alla preghiera, quando non abbiamo potuto ottenere perdono dal giudice interiore, cioè dalla nostra coscienza, che non ci lascia riposo alcuno. (S. Chrys.) – Cosa fate o Profeta? Voi dite in un istante: « Non entrate in giudizio con il vostro servo, perché nessun uomo vivente sarà giustificato davanti a voi, » e domandate qui di essere esaudito secondo le regola della giustizia? Egli non parla qui della sua giustizia; egli dirà anche, nel versetto seguente che, comparata a quella di Dio, essa non è nulla. La giustizia di cui qui si vuol parlare è la bontà. La giustizia degli uomini è senza misericordia, ma non è così la giustizia di Dio. La misericordia in Lui si trova sempre mescolata alla giustizia, ed in proporzione tale che la giustizia prenda nome di bontà. (S. Chrys.).  Egli implora dunque la giustizia divina, che si esercita propriamente in questo mondo con la misericordia, perché perdonando al peccatore, Dio usa del diritto supremo  che ha di cancellare i peccati e ristabilire la giustizia in un’anima che si era resa colpevole. –  Chi sono coloro che vogliono entrare in giudizio con Dio, se non coloro che, non conoscendo la giustizia di Dio, pretendono di stabilire la propria giustizia. « Perché, essi dicono, abbiamo digiunato e non l’avete visto? Perché tenuto la nostra anima nelle privazione e non l’avete saputo? » (Isai. LVIII, 3). È come se gli dicessero: noi abbiamo fatto ciò che avete comandato, perché non ci rendete ciò che avete promesso? Dio vi risponde: perché voi riceviate ciò che ho promesso, io ve lo darò; affinché voi fissiate di che meritare ciò che ho promesso, io ve l’ho dato … è dunque con ragione che l’uomo umile dice a Dio: « Non entrate in giudizio con il vostro servo; » non abbiamo infatti da dibattere tra noi; io non voglio avere processo da Voi, perché non abbia a mettere avanti la mia giustizia, e Voi non mi convinciate della mia iniquità. (S. Aug.) – « Non entrate in giudizio con il vostro servo. » Perché questo? « Perché nessun uomo vivente potrà giustificarsi davanti a Voi. » Che bisogno c’è di parlare di me, di questo, di quello? Non c’è alcun uomo sulla terra che possa essere trovato giusto, se entra in discussione con Voi sui comandamenti che gli avete imposto; il vostro trionfo è dunque completo. (S. Chrys.) – Quale speranza ci resterà, se Dio volesse giudicarci secondo le regole severe della sua giustizia, se esigesse che l’innocenza della nostra vita fosse in rapporto con la sua infinità santità? Chi è tra i mortali colui che potrebbe essere giustificato in presenza di Dio, allorché la collera, il dolore, la lussuria, l’ignoranza, l’oblio, la necessità, venisse a mescolarsi in tutte le sue azioni, con una sequenza naturale della debolezza del corpo o delle agitazioni di un’anima mobile ed incostante, allorché tutti i giorni è minacciato da un implacabile nemico, il demonio, che tende trappole all’anima fedele e la perseguita fino alla morte? (S. Hil.). – Noi dobbiamo temere che Dio entri con noi in giudizio: 1° a causa delle macchie e dei resti funesti che i peccati passati hanno lasciato nella nostra anima; – 2° A causa dei peccati attuali che non cessiamo di commettere; – 3° a causa delle imperfezioni anche delle buone opere; – 4° perché queste buone opere, quali siano, sono in numero troppo piccolo rispetto alle grazie che noi abbiamo ricevuto; – 5° perché Dio ci chiederà conto rigorosissimo di queste grazie; 6° perché l’uomo non sa se è degno di amore o di odio,  e colui al quale la sua coscienza rende testimonianza la più favorevole non può tuttavia essere sicuro di essere senza macchia davanti a Dio.   

ff. 3, 4. – Il Profeta dipinge qui le tristi sequel del peccato in un’anima che è stata perseguitata, perseguita, e vinta dal demonio. – I nemici della salvezza cominciano col perseguitarla, molestarla, presentandole mille occasioni di cadute, moltiplicando le tentazioni. – Essi la curvano interamente verso terra, e la umiliano piombandola nel fango delle passioni e nell’abisso del peccato: « Avevo altre volte delle ali e prendevo liberamente il mio volo; ora, il mio nemico, il demonio, ha perseguitato la mia anima, se ne è impadronita, ne ha legato piedi e mani, come un uccello che, caduto in potere dell’uomo, sembra come morto, perché non ha più la libertà di volare; è così che il mio nemico mi ha legato con la coscienza dei miei peccati. » (S. Gerol.). – Essi diffondono nell’anima delle tenebre dense che fanno considerare i falsi beni come dei veri beni; che gli nascondono i precipizi, affinché vi cada, ed il cammino del cielo per paura che vi entri. San Paolo ci dipinge queste tenebre spirituali, allorquando dice, parlando dei pagani: « Essi camminano nella vanità dei loro pensieri, hanno lo spirito pieno di tenebre, e sono interamente allontanati dalla vita di Dio, a causa dell’ignoranza che è in loro, e l’accecamento del loro cuore. » (Ephes. IV, 17, 18) – « Tribolazione, angoscia, per l’anima di ogni uomo che fa il male. » (Rom. II, 9). Il torbido si impossessa di tutte le sue facoltà; il suo spirito, creato per un fine più nobile, cade nel disgusto, nella noia; il suo cuore, divenuto il trastullo delle passioni, è il centro dei movimenti più tempestosi. Questo turbamento della coscienza, è la risorsa contro il peccato: se il peccatore vuol profittarne, il demonio non  lo ispira più, ma se ne serve per portare l’uomo alla disperazione.

II. — 5-7

ff. 5-7. – È una grande consolazione conoscere nello stesso tempo il passato ed il presente; perché come il mondo attuale è governato dalle stesse leggi divine delle generazioni che ci hanno preceduto, il ricordo degli avvenimenti antichi è una delle più dolci consolazioni per il presente. (S. Crys.). Ricordiamoci, dunque, in mezzo alle nostre prove, delle meraviglie che Dio ha operato nei secoli passati, in favore di coloro che hanno fatto ricorso a Lui. Quando il demonio si sforza di abbattere il nostro coraggio con il ricordo delle nostre colpe, meditiamo le grandi misericordie di Dio su coloro che hanno sinceramente rinunziato ai loro peccati. – Come la terra dura e disseccata sembra domandare la pioggia, solo esponendo al cielo la sua aridità, così l’anima, esponendo i suoi bisogni a Dio, lo prega veramente. È ciò che qui dice Davide: Ah! Signore, io non ho bisogno di pregarvi, è il mio bisogno che vi prega, la mia necessità vi prega, tutte le mie miserie e tutte le mie debolezze vi pregano: « La mia anima è davanti a Voi come terra arida e senza acqua. » (BOSSUET, Opusc. Prière au nom de J.-C.). « Sforzatevi, Signore, di esaudirmi, la mia anima è caduta in  disgrazia. » Cosa dite? Approntate la medicina della guarigione? No, ma accade d’ordinario alle anime che sono nell’afflizione, come agli uomini provati dalla sventura, cercare una pronta liberazione dai loro mali. (S. Chrys.). – In tutte le circostanze, bisogna attendere i momenti di Dio, ed è vero il dire che l’attitudine alla pazienza è veramente il genio del Cristiano. Ma quando si sente la propria anima mancare, quando la causa di questo mancamento è il pesante pensiero dei peccati commessi, quando infine è a Dio che ci si rivolge, è anche necessario sentire e testimoniare il desiderio che il soccorso richiesto non sia differito per lungo tempo (Rendu). – A meno di un ritorno favorevole a Dio, il peccatore discenderà sempre più nella fossa profonda del peccato, e di là nella tomba ancor più profonda dell’inferno.

III. — 8-13.

ff. 8-9. – « Fatemi sentire, fin dal mattino, la voce della vostra misericordia. « Io sono piombato nella morte, ma ho messo in Voi la mia speranza, finché non passi l’iniquità della notte » (Ps. LXI, 2). – « Al mattino, Voi ascolterete la mia voce; al mattino, mi porrò davanti a Voi e vi contemplerò » (Ps. V, 4. 5) « … perché ho messo in Voi la mia speranza. » In effetti, se speriamo ciò che non vediamo ancora, noi l’aspettiamo con il soccorso della pazienza. (Rom. VIII, 25). « La notte esige la pazienza, il giorno darà la gioia, » (S. Agost.) – « Fatemi conoscere la via in cui camminare. » Tutto il segreto della vita è in questa preghiera; conoscere la propria strada, vuol dire conoscere ciò che si deve credere quaggiù, ciò che si deve sperare, praticare; ciò che si deve fare perché questa vita sia come il vestibolo del cielo, ecco l’uomo intero e la vita in tutti i suoi aspetti … –  Quante volte i cuori più fermi sono sconvolti nelle loro vie, e vacillano nel cammino della vita! L’anima guarda in tutte le direzioni, e non scopre che le tenebre più fitte; non le resta che la preghiera del Profeta: « … fatemi conoscere la strada in cui volete che io cammini. » Ma anche essa prova allora che in un quarto d’ora di intrattenimento, di conversazione con Dio, si impara più dei nostri destini, sulla direzione da dare a certi affari delicati, che le più lunghe riflessioni e le più abili combinazioni dell’umana saggezza. (Mgr LANDRIOT, Prière, II, 10).   

ff. 10. –  Supponiamo che un uomo si sia smarrito in una foresta oscura o un deserto senza uscita: egli si agita con ardore per trovare una strada che lo conduca al termine del suo viaggio e, se non può riuscire, se l’impenetrabile caos degli alberi e l’onda inesorabile delle solitudini, rifiutano di rispondere alle sue voce, se le sue grida, malgrado i violenti sforzi per richiamare indicazioni e guide che lo illuminino, muoiono intorno a sé senza eco, la sua inquietudine diventa profonda e minaccia di raggiungere la disperazione. Ecco la nostra disperazione nella vita, se non sappiamo nettamente la direzione che essa debba prendere, e la via per la quale dobbiamo camminare … Conoscere esattamente la via che bisogna seguire, è evidentemente il bisogno più imperioso di ogni anima cristiana. (Mgr LANDRIOT, Euch. IV, 20.) – « Perché ho levato la mia anima verso di Voi » egli chiede a Dio la via che conduce a Lui, ma comincia a fare ciò che dipende da lui per entrarvi: « Io ho elevato la mia anima verso di Voi; » vale a dire che è verso Dio soltanto che sospira il mio cuore, è verso di Voi solo che io tengo fissi gli occhi. È in effetti, alla anime così disposte che Dio si compiace farsi conoscere. (S. Chrys.). – Egli va ancor più lontano, chiede di essere liberato dalla tentazione del demonio, che si sforza sovente di oscurarne l’intelligenza per impedirgli di vedere la via della giustizia; perché le concupiscenze scatenate dal tentatore fanno sì che le cose ci appaiono diverse da come in realtà esse sono. (Bellarm.).

ff. 9 – 18. – È difficile immaginare una preghiera più bella e più santa di questa: « Insegnatemi Signore, a fare la vostra volontà, perché Voi siete il mio Dio. » 1° Essa contiene la confessione della nostra debolezza; noi riconosciamo che, senza la luce divina, siamo incapaci di compiere ciò che a Dio piace. 2° Essa racchiude la persuasione intima in cui noi siamo, o piuttosto la viva fede che abbiamo, che per noi vi sia un obbligo stretto di fare ciò che piace a Dio esigere da noi. 3° Essa offre a Dio l’omaggio di tutto ciò che siamo, perché, dal momento che noi dichiariamo che Egli è il nostro Dio, non escludiamo alcun tipo di dipendenza, alcun genere di servizio. (Berthier). – Non bisogna fermarsi alla conoscenza della volontà di Dio: « Non cessiamo di pregare per voi, diceva San Paolo ai Colossesi, e di chiedere a Dio che vi riempia della conoscenza della sua volontà e di ogni intelligenza spirituale. » Ma notate quale deve essere la fine di questa conoscenza, « … perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; » (Coloss. I, 9-10) – « … Perché Voi siete il mio Dio. » Non esiste che una sola volontà che abbia il diritto essenziale ed assoluto di essere obbedita, la volontà dell’Essere eterno che ha creato tutto e che conserva tutto: da qui la mirabile preghiera del Profeta-Re: « Insegnatemi Signore, a fare la vostra volontà, perché Voi siete il mio Dio. » Poiché Egli ci ha creato, e creati capaci di una buona e di una cattiva scelta, è Lui che ci insegna, e che cosa può insegnare di meglio se non fare la sua volontà? Questa volontà sovrana ha dei ministri per ricordare i suoi ordini e mantenerne l’esecuzione nella famiglia, nello stato, nella Chiesa, e l’obbedienza loro è dovuta, perché essi rappresentano Dio, ognuno nel suo ordine, secondo i gradi di una sublime gerarchia che risale dal padre al re, dal re al Pontefice, dal Pontefice a Gesù-Cristo, da Gesù-Cristo a Colui che lo ha inviato, e « dal quale ogni paternità, in cielo e sulla terra, prende il suo nome, » vale a dire la sua autorità. (Lam., imit.) – Perché Voi siete il mio Dio, « io sarei corso verso un altro, per essere creato di nuovo, se un altro mi avesse fatto » Voi siete il mio tutto, « perché Voi siete il mio Dio. » Cercherò un padre per avere la sua eredità? « Voi siete il mio Dio, » che non solo date un’eredità, ma siete Voi stesso mia eredità. » (Ps. XV, 5). Cercherò un maestro che mi riscatti: « Voi siete il mio Dio. » Cercherò un padrone che mi liberi: « Voi siete il mio Dio. » Infine, dopo essere stato creato, desidero essere ricreato nuovamente: « Voi siete il mio Dio » mio Creatore che mi avete creato per mezzo del Verbo e creato di nuovo per mezzo del Verbo. Ma Voi mi avete creato per mezzo del Verbo dimorante in Voi, e mi avete creato di nuovo per mezzo del Verbo fatto carne per la nostra salvezza. « Insegnatemi dunque a fare la vostra volontà, perché Voi siete il mio Dio. » – « Insegnatemi, » perché non può essere che nello stesso tempo Voi siate il mio Dio, ed io il mio maestro. Notate come il Profeta ci mostri qui la grazia. Conservate bene questo pensiero, penetrate in esso, e nessuno possa farlo uscire dal vostro cuore, per timore di avere per Dio uno zelo che non sia secondo scienza, per timore ancora che, ignorando la giustizia di Dio e volendo stabilire la vostra, non siate sottomesso alla giustizia di Dio (Rom. X, 2-3). – Voi riconoscete là, senza dubbio, le parole dell’Apostolo. Dite dunque: « Insegnatemi, affinché io faccia la vostra volontà, perché Voi siete il mio Dio. » (S. Agost.) – Il Padre ci ha creati con la sua potenza, il Figlio ci insegna le sue vie mediante la sapienza, lo Spirito-Santo ci fa entrare e ci conduce con la sua grazia. – E siccome Dio solo è buono, con la testimonianza di Gesù-Cristo, si può anche dire che non c’è che lo Spirito di Dio che sia buono. – Il vostro Spirito che è buono, e non il mio che è cattivo. « Il vostro Spirito, che è buono, mi condurrà in terra di giustizia, » perché il mio spirito che è cattivo, mi ha condotto in terra di ingiustizia. E cosa ho meritato? Quali buone opere ho fatto senza la vostra assistenza, che possano essermi accreditate, affinché o ottenga e sia degno di essere condotto dal vostro Spirito in terra di giustizia? (S. Agost.). – Ricordate la grazia che vi segnala qui il Profeta e che vi ha gratuitamente salvato: « A causa del vostro Nome, Signore, Voi mi farete vivere: nella vostra giustizia e non nella mia; non perché io l’abbia meritato, ma perché Voi siete misericordioso; perché se volessi mostrare i miei meriti, io non meriterei da Voi se non supplizi. Voi avete fatto sparire i miei meriti, e li avete compensati con i vostri doni. » (S. Agost.). Motivo della confidenza del Profeta, è la professione che fa di essere il servo di Dio. – Noi siamo servi di Dio a doppio titolo, perché Egli ci ha creati, perché ci ha riscattato come gli altri uomini e perché ci ha tratti da una servitù più gravosa della prima, perché proveniva dalla nostra volontà.

SALMI BIBLICI: “VOCE MEA, … VOCE MEA, AD DOMINUM” (CXLI)

SALMO 141: VOCE MEA, VOCE MEA, AD DOMINUM.

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 141

Intellectus David, cum esset in spelunca, oratio.

[1] Voce mea ad Dominum clamavi, voce mea ad Dominum deprecatus sum.

[2] Effundo in conspectu ejus orationem meam; et tribulationem meam ante ipsum pronuntio.

[3] In deficiendo ex me spiritum meum, et tu cognovisti semitas meas; in via hac qua ambulabam absconderunt laqueum mihi.

[4] Considerabam ad dexteram, et videbam, et non erat qui cognosceret me: periit fuga a me, et non est qui requirat animam meam.

[5] Clamavi ad te, Domine; dixi: Tu es spes mea, portio mea in terra viventium.

[6] Intende ad deprecationem meam, quia humiliatus sum nimis. Libera me a persequentibus me, quia confortati sunt super me.

[7] Educ de custodia animam meam ad confitendum nomini tuo; me exspectant justi donec retribuas mihi.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLI.

In questo Salmo si dichiara la prudenza di Davide, che rifugiatosi nella spelonca di Odollam, in prossimo pericolo di morte, trovò saviamente il gran rimedio del rivolgersi a Dio. Si riferisce il Salmo, in senso più alto, a Cristo che prega nell’orto, ed è abbandonato in Croce.

Salmo d’intelligenza di David quando era nella spelonca. Orazione.

1. Alzai il suono delle mie grida al Signore; alzai la mia voce per chieder soccorso al Signore.

2. Spando dinanzi a lui la mia orazione, ed espongo ai suoi occhi la mia tribolazione.

3. Mentre vien meno in me il mio spirito, e le mie vie son conosciute da te.

4. In questa via, per cui io camminava, hanno occultato per me il laccio.

5. Me ne stava pensoso mirando a destra, e non era chi avesse di me conoscenza.

6. Ogni scampo mi è tolto, e non avvi chi abbia pensiero dell’anima mia.

7. Alzai le mie grida a te, o Signore; dissi: Tu sei mia speranza, mia porzione nella terra dei vivi.

8. Dà udienza alle mie suppliche, perché io son fuor misura umiliato.

9. Liberami da coloro che mi perseguitano, perché sono più forti di me.

10. Trai dal carcere l’anima mia, affinché io dia lode al tuo nome: i giusti stanno aspettando il momento in cui tu mi sarai propizio.

Sommario analitico

David, nascosto nella caverna di Odollam, riconosce che non c’è nulla da aspettarsi dagli uomini, e che non spera se non da Dio la sua liberazione. La Chiesa militante, in ciascuno dei suoi membri, stanchi di una vita che non è che un duro esilio, si consola nella speranza ed offre a Dio le preghiere di coloro che li attendono e li chiamano già dall’alto del cielo.

I. Qualità della sua preghiera:

1° essa è fervente, come lo indica il grido che innalza a Dio;

2° è umile, egli supplica Dio di allontanar da lui il castigo che merita, per le sue preghiere (1);

3° è abbondante, effonde il suo cuore ed i suoi desideri davanti a Dio;

4° è piena e confidente, non nasconde alcuna delle sue ferite al Medico sovrano (2);

5° è necessaria nel pericolo di morte al quale si trova esposto (3).

II. – Fa conoscere il triste stato nel quale i suoi nemici lo hanno ridotto:

1° Essi lo forzano a cambiare tutti i giorni il riparo, e a fuggire per sentieri segreti e contorti (4).

III. – Egli dichiara che pone in Dio tutta la sua fiducia e lo supplica di esaudirlo:

1° a causa della grandezza della sua afflizione,

2° a causa della potenza dei suoi nemici (6);

3° a causa della gloria di Dio (7);

4° per la consolazione dei giusti che attendono che Dio faccia loro giustizia (7).

Spiegazioni e considerazioni

I. – 1-3.

ff. 1, 2. – Non tutti elevano la voce pregando, non tutti la dirigono verso Dio, non tutti fanno intendere la loro voce. Ora, il concorso di queste tre cose è necessario alla preghiera. Il Profeta riunisce queste tre condizioni: egli eleva la voce, si indirizza a Dio, e fa sentire la sua voce (S. Chrys.). – Basta dire questo semplice: « Io ho gridato con la voce al Signore; non è forse senza ragione che il Profeta ha aggiunto “con la mia voce”. » Molti in effetti gridano verso il Signore non con la propria voce, ma con la voce del proprio corpo. L’uomo interiore, nel quale il Cristo ha cominciato ad abitare con la fede (Ephes. III, 17), deve dunque gridare verso il Signore mediante la sua voce, non con il brusio delle proprie labbra, ma con il sentimento del suo cuore. Ove non ascolta l’uomo, ascolta Dio; se voi non gridate con la voce che producono i vostri polmoni, la vostra gola e la vostra lingua, l’uomo non vi ascolta; ma il vostro pensiero è il grido verso il Signore. Nella prima parte del versetto, vi è dichiarato il suo grido; nella seconda, ha determinato questo grido. Come se gli si domandasse: qual tipo di grido avete rivolto al Signore? Egli risponde: « Io ho elevato con la mia voce delle suppliche al Signore. » Il mio grido è una preghiera; non è né un’ingiuria, né un mormorio, né una bestemmia! (S. Agost.) – La preghiera si effonde davanti a Dio quando sfugge poco a poco dalla sua interezza come l’acqua dal vaso del cuore, quando, sull’esempio di Maddalena, noi bagniamo con le nostre lacrime i piedi di nostro Signore, secondo l’invito che fa il profeta Geremia alla figlia di Sion: « Alzatevi, lodate il Signore dall’inizio delle veglie della notte; spandete il vostro cuore come acqua davanti al Signore » (Lament. II, 19) – Pochi sono gli amici verso i quali si possa spandere il cuore e rendere depositari delle pene che si provano. – Ma l’anima malata o afflitta è vicina a Dio, dice San Gregorio Nazianzeno, e allora più che mai, noi siamo vicini al Signore; è sufficiente offrire il nostro cuore e lasciarlo alleggerire silenziosamente nel seno di Dio, spandere nel suo seno tutte le nostre tristezze, tutte le nostre inquietudini: è il grido più energico, più potente e più certo del successo. – Che significa: « Io effondo una preghiera davanti a Lui? » Alla sua presenza? Ma cosa significa alla sua presenza? Dove Egli vede Ma dove non vede? Perché noi diciamo dove Egli vede, come se ci fosse qualche luogo ove non si veda. Nell’anbito delle cose corporee, gli uomini vedono ed anche gli animali vedono; ma Dio vede là dove l’uomo non vede. In effetti non c’è un uomo che veda il vostro pensiero, ma Dio lo vede. Diffondete dunque la vostra preghiera là dove vede solo Colui che vi ricompensa; perché il Signore Gesù-Cristo vi ha prescritto di pregare in segreto, e se sapete riconoscere la camera del vostro cuore, destinato alla preghiera, a purificarla, è là che voi pregate Dio. (S. Agost.).  

ff. 3. – «Quando il mio spirito era pronto ad indebolirsi. » Là dove gli spiriti pusillanimi trovano occasione di caduta ed ingiuste recriminazioni, il Salmista si ispira alla più alta saggezza, perché è stato istruito alla scuola dell’avversità (S. Chrys.). –  « Ma voi non conoscete i miei sentieri. » Quali sono questi sentieri, se non le vie di cui è detto altrove: « Il Signore conosce la via dei giusti e la via degli empi sarà distrutta? » (Ps. I, 6). Non è detto: il Signore non conosce che la via degli empi, ma: « Egli conosce la via dei giusti, e la via degli empi sarà distrutta, » perché ciò che Dio non conosce, perisce. In molti passaggi delle Scritture, noi troviamo che per Dio, conoscere è conservare. Conoscere in Dio, è conservare, non conoscere, è condannare. Perché in effetti, Colui che conosce tutte le cose dirà alla fine del mondo: « Io non vi conosco. » (Matth. VII, 23). Che i peccatori non si rallegrino e si guardino dal dire: Noi non saremo puniti, perché il Giudice non ci conosce. Essi sono già puniti se il Giudice non li conosce. Queste vie che il Signore conosce sono dunque gli stessi sentieri di cui il Signore dice: « Voi conoscete i miei sentieri; » perché ogni sentiero è una via, ma ogni via non è un sentiero. Perché dunque queste vie sono chiamate sentieri, se non perché esse sono strette? La via degli empi è larga, la via dei giusti è stretta. « Voi conoscete i miei sentieri; » Voi sapete che tutto ciò che io soffro per Voi, lo soffro per amore; Voi sapete che è la carità che mi fa sopportare tutto; Voi sapete che se io offro il mio corpo per essere bruciato, io ho la carità, senza la quale questo sacrificio non serve a nulla all’uomo. Ma, chi conosce queste vie dell’uomo, se non colui al quale è detto con tanta verità: « Voi conoscete i miei sentieri? » In effetti, tutte le azioni umane si svolgono sotto gli occhi dell’uomo; ma chi sa con quali intenzioni del cuore esse si fanno? E quanti empi vi sono che, secondo la misura che prendono da se stessi, pretendono che noi cerchiamo nella Chiesa degli onori, delle lodi, dei vantaggi temporali! Quanti ve n’è che dicono che vi parlo per attirare i vostri applausi e le vostre lodi, per cui sia questo lo scopo nel parlarne! E come provare loro che io non parlo con questa intenzione? Io non ho altra risorsa che dire al Signore: « Come questi uomini saprebbero che Voi non sappiate? Come saprebbero ciò che pur io so appena a malapena? Perché io non mi giudico da me stesso, ma è il Signore che mi giudica » (I Cor. IV, 3 e 4), (S. Agost.). – Non è da lontano, è da vicino che il demone ci tende insidie che dissimula con cura; così ci è necessaria la più grande vigilanza per scoprire queste insidie che ci nasconde, la vanagloria nelle elemosine, la fierezza presuntuosa nei digiuni e nelle buone opere. Questo non accade, lo vedete, nei cammini che ci sono estranei, ma in quelli in cui noi camminiamo, ed è ciò che ci rende il pericolo ancor più terribile. (S. Chrys.). – La via in cui si avanza il Cristiano fedele, è il Cristo; è là che è stato teso un laccio dagli uomini che perseguitano coloro che sono nel Cristo, in odio al nome di Cristo. … perché  in effetti, questo furore contro di me? Cosa perseguitano in me? Il mio titolo di Cristiano. Se dunque perseguitano in me il mio titolo di Cristiano, essi mi hanno teso segretamente un laccio nella via in cui avanzavo. (S. Agost.).

II. — 4

ff. 4. – Questo è il carattere degli uomini del mondo: essi fanno mille proteste di amicizia verso coloro dai quali attendono qualcosa, ma non li conoscono più se sono caduti in qualche disgrazia. Dio solo è il nostro vero amico, Egli non ci conosce meglio di quando ci vede abbandonato da tutti. (Duguet). – « La fuga mi è divenuta impossibile. » Questo è un ulteriore accrescimento di infelicità. Non solo insidie lungo il cammino, nessuno che gli porti soccorso, nessuno che lo riconosca, ma anche la sola risorsa residua gli viene tolta, egli non può cercare la sua salvezza se non nella fuga. (S. Chrys.).

III. — 5-7.

ff. 5-7. – – In una situazione di così grande estremità, in questa assoluta privazione di ogni mezzo di difesa, si dispera della propria salvezza? No, egli si rifugia subito tra le braccia di Dio e gli dice: « Io ho gridato verso di Voi, Signore, ho detto: Voi siete la mia speranza e la mia parte nella terra dei viventi. » Ecco un’anima veramente vigilante; le sue sventure, invece che abbatterlo, gli danno delle ali per elevarsi, e fin anche in questa estremità in cui ogni speranza sembra perduta, riconosce la mani invincibile di Dio, la sua potenza sovrana e la facilità con la quale ci strappa ai pericoli più grandi (S. Chrys.) – Come Dio può essere la nostra eredità – si chiede San Agostino – ? Perché ci sia eredità, bisogna che colui da cui si erediti, sia morto; e quando la morte potrà trovarsi in Dio? Questo accade – risponde – quando Dio, conosciuto quaggiù come un enigma e nascosto sotto il velo della fede, si manifesterà pienamente a noi, e lo vedremo così com’è. Ma se noi dobbiamo essere in tal modo degli eredi di Dio, occorre che Dio anche sia il nostro erede, e non debba possedere questa eredità se non quando noi saremo morti al mondo, ed il mondo sarà morto per noi (Berthier). – La vita presente, è terra dei morenti, piena di afflizioni e di croci; la vita futura, è la terra dei viventi, della felicità e della gioia, che deve essere nostra parte per sempre (Dug.). Doppio è il motivo della preghiera che il Re-Profeta fa a Dio di liberarlo: l’eccessiva umiliazione alla quale si è ridotto, ed il folle orgoglio che ha dato ai suoi persecutori il trionfo della loro forza sulla sua innocenza. – Niente è più degno della bontà e della potenza di Dio che l’essere la forza ed il liberatore dei deboli oppressi. È la forza di questi deboli il ben sentire la loro debolezza, così come è la debolezza di questi forti e potenti di abusare della loro forza e della loro potenza contro coloro che non possono resistere loro se non con le loro preghiere ed i loro gemiti (Duguet). – « Traete la mia anima dalla sua prigione, » questa preghiera ha più di un oggetto, nello spirito del Profeta, la liberazione dal suo corpo mortale, la sua evasione dalla caverna di Odollam. L’Apostolo diceva nello stesso senso « … chi mi libererà da questo corpo di morte? » I santi avevano bisogno di tutta la loro sottomissione alla volontà divina per sopportare pazientemente il lori esilio in questa vita. Bisogna nondimeno riconoscere che la nostra anima è talmente imprigionata in questo corpo mortale che essa accarezza questa dimora, non come una prigione – dice San Agostino – ma come facente parte di un tutt’uno in cui Dio ha legato tutte le parti. È la corruzione del corpo che l’anima rischiarata dalla grazia ha in orrore. Questa non è l’opera di Dio, è la pena del peccato che dà il suo tormento. Quando il corpo, al tempo della resurrezione generale, sarà liberato da questo gioco di iniquità che lo curvava verso terra, l’anima vi si riunirà con una soddisfazione inesprimibile, « Finché noi siamo nella dimora di quaggiù, dice l’Apostolo, noi gemiamo sotto il fardello, perché noi desideriamo non di essere spogliati, ma di prendere come un secondo vestito, affinché ciò che vi era di morto in noi sia assorbito dalla vita. » I giusti già coronati nella gloria, attendono i giusti della terra, alfine di completare tutti insieme l’edificio della santa Gerusalemme, e formare questa Chiesa eterna « dei primogeniti che sono scritti nei cieli. » (Berthier). – « Traete la mia anima dalla sua prigione, affinché io benedica il vostro Nome; i giusti mi attendono finché mi ridiate la tranquillità desiderata. » Vedete di grazia questo spirito (S. Franc. D’Assisi), che come un usignolo celeste chiuso nella gabbia del suo corpo, nel quale non può cantare come desidera le benedizioni del suo eterno Amore, sa che cinguetterebbe e praticherebbe meglio il suo bel canto se potesse ottenere l’aria aperta per gioire della sua libertà e della società con gli altri usignoli tra le gaie e fiorite colline della felice contrada: ecco perché esclama: “ahimè, Signore della mia vita, per la vostra bontà dolcissima, liberatemi, povero come sono, dalla gabbia del mio corpo; traetemi da questa piccola prigione, affinché mi liberi da questa schiavitù, e possa volare ove i miei cari compagni mi attendono, là in alto, in cielo, per aggiungermi ai loro cori e circondarmi della loro gioia: là, Signore, aggiungendo la mia voce alla loro, farò con essi una dolce armonia di arie e di accenti deliziosi, cantando, lodando e benedicendo la vostra misericordia. (S. FRANÇ. DE SALES, Tr. de l’am. de Dieu, 1. V, c. x.).