SALMI BIBLICI: “OMNES GENTES, PLAUDITE MANIBUS” (XLVI)

SALMO 46: Omnes gentes, plaudite manibus

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 46

In finem, pro filiis Core. Psalmus.

[1] Omnes gentes, plaudite manibus; jubilate Deo in voce exsultationis:

[2] quoniam Dominus excelsus, terribilis, rex magnus super omnem terram.

[3] Subjecit populos nobis, et gentes sub pedibus nostris.

[4] Elegit nobis hæreditatem suam; speciem Jacob quam dilexit.

[5] Ascendit Deus in jubilo, et Dominus in voce tubæ.

[6] Psallite Deo nostro, psallite; psallite regi nostro, psallite;

[7] quoniam rex omnis terræ Deus, psallite sapienter.

[8] Regnabit Deus super gentes; Deus sedet super sedem sanctam suam.

[9] Principes populorum congregati sunt cum Deo Abraham, quoniam dii fortes terræ vehementer elevati sunt.

 [Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

 SALMO XLVI

Vittoria e ascensione di Cristo al cielo.

Per la fine; a’ figliuoli di Core.

1. Genti, quante voi siete, battete palma a palma; onorate Dio con voci di giubilo e di allegrezza.

2. Imperocché il Signore è eccelso, terribile; Re grande di tutta quanta la terra.

3. Ha soggettato a noi i popoli, e le nazioni sotto dei nostri piedi.

4. Noi egli elesse per sua eredità, la bella porzion di Giacobbe, la quale egli amò.

5. È asceso Dio tra le voci di giubilo Signore al suono della tromba.

6. Cantate laudi al nostro Dio, cantate; cantate laudi al Re nostro, cantate.

7. Imperocché Dio è il Re di tutta la terra; con saviezza cantate.

8. Il Signore regnerà sopra le nazioni; il Signore siede sopra il suo trono santo.

9. I principi de’ popoli si son riuniti col Dio di Abramo, perché gli dei forti della terra sono stati grandemente esaltati.

Sommario analitico

Il salmista celebra in questo salmo il trionfo del Signore nel trasporto dell’arca, o una vittoria segnalata sui re nemici del popolo di Dio, e in senso spirituale, il trionfo del Salvatore che sale al cielo dopo aver stabilito il suo regno universale.

I. Egli invita, nella persona degli Apostoli, tutti i fedeli a manifestare la loro gioia:

– 1° con il battere le mani; – 2° con le loro grida di gioia ed il trasporto della loro riconoscenza (1).

II – Egli indica due cause dell’ascensione del Salvatore ed anche della gioia alla quale invita tutte le nazioni:

1° la divinità del Salvatore: a) Egli è elevato a causa della sua incomprensibile natura; b) … è terribile a causa della sua potenza; c) Egli è il grande re che governa l’universo (2).

2° la sua umanità, per la quale: – a) bisogna fare entrare i giudei nella Chiesa; – b) Egli ha vinto e sottomesso le nazioni (3); – c) ci ha acquisito come eredità al prezzo del suo sangue sparso (4).

III. – Descrive la maniera con la quale si è compiuta l’ascensione del Salvatore, cioè: nel mezzo dei trasporti di gioia di tutti i santi e della corte celeste (5).

IV. – Invita tutti gli uomini a celebrare la gloria del Salvatore:

1° come Dio (6, 7).

2° come uomo, – a) a causa della potenza che Gli è stata data su tutte le cose (8); – b) a causa dell’unione di tutti gli uomini e dei principi dei popoli con il Dio di Abramo (9).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1.

ff. 1. – Che vuol dire: applaudite? Rallegratevi! Ma perché con le mani? Cioè con le vostre buone opere. Non rallegratevi con la bocca, cessando di agire con le mani. Se vi rallegrate, applaudite con la voce e con le mani. Solo con la voce, non basta, perché allora le mani non agiscono; se solo con le mani, nemmeno è sufficiente, perché la lingua resta muta. Occorre che le mani e la lingua si accordino, che l’una glorifichi Dio e le altre agiscano (S. Agost.). – Un’anima piena di contentezza, alla vista delle vittorie riportate da Gesù-Cristo sul demonio e sul peccato, non può contenere la sua gioia in se stessa, e la espande al di fuori: essa desidera vedere tutti gli uomini condividere i propri sentimenti di gioia e di riconoscenza (Dug.).

II — 2-4.

ff. 2. – Gli uomini non vedono sulla terra nulla di più grande dei re; Dio, per condiscendenza, vuole abbassarsi fino a prendere il nome di re, per darci qualche idea della sua grandezza (Duguet). – Quando sentite dire che il Signore è stato sospeso al suo patibolo, che è stato crocifisso, sepolto, non abbiate alcun timore, alcuna inquietudine, perché Egli è l’Altissimo, e lo è per natura. Ora, ciò che per natura è elevato, non può mai decadere dalla sua elevazione; ma, anche nel suo abbassamento, sussiste la sua elevazione e si fa sentire, perché è giustamente in mezzo a queste umiliazioni volontarie, è in mezzo alla sua morte, che Egli ha potuto far risplendere la tutta la sua potenza contro la morte (S. Chrys.).

ff. 3. – Le parole del Profeta sono di una esattezza perfetta. Egli predice con molto anticipo ciò che gli Apostoli diranno in seguito: « … perché ci guardate come se per nostra virtù o per nostra potenza, noi avessimo fatto camminare quest’uomo? » (Act. III, 12). Queste parole « … sotto i loro piedi », indicano ciò che era stato loro assoggettato, o piuttosto una sottomissione assoluta. Voi volete dunque misurare l’estensione di questa sottomissione? Ascoltate ciò che dice l’autore degli Atti: « Tutti coloro che possedevano delle case o dei campi, li vendevano e portavano il ricavato di quello che avevano venduto, e lo depositavano ai piedi degli Apostoli » (Act. IV, 31). – Quale autorità, quale potenza dunque negli Apostoli (S. Chrys.). – Questi popoli rivoltati che ci ha assoggettati, queste nazioni indomite che ha messo sotto i nostri piedi, sono i nostri vizi e le nostre passioni, che Egli ha vinto in noi e per noi. Finchè ci sarà una sola volontà opposta a quella di Dio, la vittoria di Gesù-Cristo non sarà completa (Dug.).

ff. 4. – Come queste parole: « … egli ci scelto per la sua eredità », possono produrre in qualche spirito il dubbio e l’esitazione, e fargli dire: perché i Giudei non Gli hanno creduto? Il Re-Profeta fa sparire questo dubbio con un correttivo. Dio ha fatto tutto ciò che dipende da Lui, scegliendoci per eredità, e sotto questo aspetto, non ha dimenticato nessuno. Se vi chiedete qual è il risultato di questa scelta, ascoltate il seguito: « … la bellezza di Giacobbe, che è stato l’oggetto del suo amore ». Il Re-Profeta ha qui in vista i fedeli, di cui San Paolo diceva: « non che la parola di Dio sia stata vana, perché tutti coloro che discendono da Israele non sono tutti israeliti, ma è Isacco che sarà chiamato vostro figlio; vale a dire, coloro che sono figli di Abramo secondo la carne, non sono per questo figli di Dio, ma sono i figli della promessa che sono ritenuti della razza di Abramo. » (Rom. IX, 6-8). È a giusto titolo che i fedeli sono chiamati la beltà del popolo. Cosa di più bello, in effetti, cosa di più splendente c’è di coloro che hanno abbracciato la fede? Il Re-Profeta chiama il suo popolo: eredità di Dio, non per escludere dalle cure della sua Provvidenza le altre nazioni, ma per esprimere l’ardente amore che Egli ha per questo popolo, l’unione stretta che Egli ha contratto con esso e la sollecitudine tutta paterna con la quale veglia sui suoi interessi. (S. Chrys.). – Noi non siamo solamente creature di Dio, ma siamo pure i suoi eletti. Egli ha fatto come una seconda scelta di noi in Gesù-Cristo; Egli ha previsto la nostra caduta, ha visto che siamo gli eredi del peccato di Adamo, al quale avremmo aggiunto i nostri peccati attuali; Egli non ha esagerato la nostra onta, ma l’ha conosciuta meglio di come tutti gli uomini e gli Angeli insieme avrebbero potuto conoscerla; Egli ha penetrato la nostra insopportabile corruzione, ne ha contemplato tutto il lordume: essa era incredibile! E questo non fu abbastanza per impedire al suo amore di sceglierci per essere bagnati nel sangue prezioso del Figlio suo incarnato, ci ha chiamato ad una magnifica eredità di grazie e alle prerogative reali della sua santa Chiesa. In virtù di questa elezione, Egli ci ha accordato il dono della fede, e ci ha aperto la porta d’oro attraverso la quale defluiscono le sorgenti vivificanti dei Sacramenti. Quando noi consideriamo chi è Colui che ci ha scelti, chi siamo noi stessi e cosa ci dà come sua elezione, il modo in cui lo dà, e il fine per il quale ci ha scelto, noi siamo forzati nel confessare che se non possiamo riconoscere degnamente la sua elezione, Gli dobbiamo almeno il fervore e la fedeltà di un amore per tutta la vita. Egli ci ha eletto in Gesù-Cristo prima della creazione del mondo, affinché fossimo santi e senza macchia ai suoi occhi, nell’amore (Faber, Il Creat. e la creat. L. II, cap. III). Non è che la bontà di Dio che ha trovato in noi ciò che ci ha meritato questa scelta e l’onore di essere i suoi eletti; ma è la scelta che ha voluto fare di noi che ci ha dato questa beltà.

III. — 5.

ff. 5. – « Dio è salito tra le voci di acclamazione ». Egli non dice: « Egli è stato elevato », ma: « … Egli è salito », per provare che non ha avuto bisogno di nessuno per elevarsi nei cieli, e che si è fatto strada da Se stesso. Elia, che non poteva seguire la stessa via di Gesù-Cristo, era condotto da una potenza estranea alla sua natura; perché la natura umana non poteva da se stessa prendere questa strada. Il Figlio unigenito, al contrario, è asceso per la potenza propria. È quanto San Luca esprime quando dice: « … e siccome essi Lo contemplavano montante verso il cielo » (Act. I, 10). Egli non dice: … era elevato o era portato, perché era Egli stesso che avanzava su questa strada. E quale stupore che abbia potuto fendere l’aria, quando riprese il suo corpo incorruttibile, Egli che prima della sua morte in croce, camminava sulle acque con un corpo passibile e sottomesso alle leggi della gravità? (S. Chrys.). Elevarci dobbiamo, per mezzo della fede e mediante il disprezzo delle creature, al di sopra di tutte le cose, … portare il nostro cuore, i nostri desideri e le nostre inclinazioni verso il cielo, per dimorarvi con Gesù-Cristo, e vivere già nel cielo come essendone cittadini. – Colui che è salito in cielo « in mezzo ad acclamazioni di gioia, è disceso dapprima fino alle parti inferiori della terra » (Ephes. IV, 9). L’ascensione del capo nei suoi membri non può compiersi che nello stesso ordine e nella stessa via, l’esempio del Capo, è una regola per le sue membra (Duguet).

IV. – 6-9.

ff. 6-7. – Cantare alla Gloria del Signore, perché è il nostro Dio, perché è il nostro Re; non solo perché è il nostro Re, ma anche perché è il Re di tutta la terra. – Bisogna cantare le lodi di Dio non solo con assiduità, ma anche con saggezza, con intelligenza, con attenzione, con rispetto. Non soltanto la lingua e la voce, ma la vita e le opere devono far parte di questo concerto (Duguet).

ff. 8. – Quando il Profeta diceva queste parole, Dio non regnava che su una sola nazione; si tratta dunque di una profezia, e non di un fatto visibile. Grazie a Dio, noi vediamo ora compiersi ciò che allora fu profetizzato. Dio, prima del tempo della paga, aveva sottoscritto a nostro favore una cambiale; giunto il tempo, Egli l’ha pagata. « … Dio regna su tutte le nazioni »; qui non c’è ancora che una promessa. « Dio è seduto sul suo trono santo ». Questa promessa è ora compiuta, noi lo riconosciamo e ne gioiamo … I cieli sono senza dubbio il santo trono del Signore. Ma volete essere anche voi il suo trono? Badate a credere che non lo possiate: preparategli un posto nel vostro cuore, Egli verrà e dimorerà volentieri.; perché è certamente la virtù di Dio e la saggezza di Dio (I Cor. I, 24). Ora, cosa dice la santa scrittura? L’anima del giusto è il trono della Sapienza. In realtà Dio non risiede e non comanda in tutti gli uomini che vivono bene, che si comportano secondo le regole di una carità pia? L’anima obbedisce a Dio che abita in essa, e a sua volta, essa regna sulle membra dei corpi. Essa dà loro degli ordini come a dei servitori; ma essa stessa obbedisce interiormente al suo Signore che risiede in essa. Essa non potrebbe ben governare colui che le è inferiore se disdegnasse di obbedire a Colui che le è superiore (S. Agost.). – Il Profeta dice a ragione. « … sul suo santo trono » ; perché non solo Dio regna, ma regna santamente, cioè in modo interamente irreprensibile. Gli uomini che pervengono al potere assoluto, se ne servono troppo spesso per commettere l’ingiustizia; ma il regno di Dio è esente da ogni ingiustizia; esso è di una purezza, di una santità inviolabile (S. Crys.).

ff. 9. – Non è soltanto sui singoli, ma anche su coloro che portano il diadema e che sono seduti sul trono, che il Vangelo ha esteso il suo impero. Qual è stata la causa di questa unione dei principi dei popoli con il Dio di Abramo? Perché gli dei potenti della terra sono stati straordinariamente elevati. Questi dei potenti sono gli Apostoli e tutti i fedeli. La loro potenza ha brillato di un così vivo splendore, che ha sottomesso loro tutti gli uomini. Come non riconoscere la forza invincibile di coloro che, anche dopo la loro morte, hanno fatto risplendere una così grande potenza, di coloro le cui parole, più dure del diamante, resistono alle ingiurie del tempo? (S. Chrys.). – Quale felicità quando i principi dei popoli, gli uomini potenti, le persone di qualità, che hanno credito, si uniscono con Dio per farlo regnare, quando essi procurano e sostengono il bene con il loro esempio e con la loro autorità! (Dug.).

SALMI BIBLICI: “DEUS NOSTER REFUGIUM ET VIRTUS” (XLV)

SALMO 45: DEUS NOSTER REFUGIUM ET VIRTUS

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 45

In finem, filiis Core, pro arcanis. Psalmus.

[1] Deus noster refugium et virtus; adjutor in tribulationibus quæ invenerunt nos nimis.

[2] Propterea non timebimus dum turbabitur terra, et transferentur montes in cor maris.

[3] Sonuerunt, et turbatae sunt aquae eorum; conturbati sunt montes in fortitudine ejus.

[4] Fluminis impetus laetificat civitatem Dei: sanctificavit tabernaculum suum Altissimus.

[5] Deus in medio ejus, non commovebitur; adjuvabit eam Deus mane diluculo.

[6] Conturbatae sunt gentes, et inclinata sunt regna: dedit vocem suam, mota est terra.

[7] Dominus virtutum nobiscum; susceptor noster Deus Jacob.

[8] Venite, et videte opera Domini, quae posuit prodigia super terram,

[9] auferens bella usque ad finem terrae. Arcum conteret, et confringet arma, et scuta comburet igni.

[10] Vacate, et videte quoniam ego sum Deus; exaltabor in gentibus, et exaltabor in terra.

[11] Dominus virtutum nobiscum; susceptor noster Deus Jacob.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XLV

Predizione della liberazione della Chiesa dalle persecuzioni degli infedeli. Il titolo è: per gli arcani, cioè per cose future e nascoste al profeta, e che egli non poté conoscere che per divina rivelazione.

Per la fine; ai figliuoli di Core; per gli arcani.

1. Il nostro Dio, rifugio e fortezza nostra; aiuto nelle tribolazioni, le quali ci hanno pur troppo assaliti.

2. Per questo non ci sbigottiremo, quando sia scommossa la terra e i monti sieno trasportati nel mezzo del mare.

3. Le sue acque sono state agitate con gran rumore; della possanza di esso (mare) tremarono i monti.

4. La città di Dio è rallegrata dall’impeto della fiumana; l’Altissimo ha santificato il suo tabernacolo.

5. Il Signore sta nel mezzo di lei, ella non sarà scossa; la soccorrerà il Signore fin dalla punta del dì. (1)

6. Furon conturbate le genti, e vacillarono i regni; egli fe’ udir la sua voce, e la terra fu smossa.

7. Con noi il Signor degli eserciti, nostro rifugio il Dio di Giacobbe.

8. Venite, e osservate le opere del Signore, e i prodigi da lui fatti sopra la terra; egli che toglie le guerre sino a tutte l’estremità della terra.

9. Egli romperà l’arco, e spezzerà le armi, e darà gli scudi alle fiamme.

10. State tranquilli, e riconoscete che io sarò Dio; sarò esaltato tra le nazioni, e sarò esaltato sopra la terra.

11. Il Signore degli eserciti è con noi; nostro asilo il Dio di Giacobbe.

(1) Mentre Sennacherib devasta come un torrente furioso i paesi degli adoratori dei falsi dei, le correnti di un fiume benedetto (quello della bontà di Dio) raggiungono la città di Dio (Gerusalemme) e i santi tabernacoli dell’Altissimo (Le Hir.).

Sommario analitico

Il salmista canta la protezione che Dio ha accordato altre volte a Gerusalemme, senza che se ne possa precisare la circostanza, benché l’opinione più verosimile sia che questo salmo sia stato scritto dopo la disfatta di Sennacherib, sotto il re Ezechia. Gerusalemme è qui la figura della Chiesa e dell’anima fedele che Dio non cessa di assistere. Il salmista descrive dunque la sicurezza e la beatitudine della Chiesa e dei Santi, dopo la punizione dei loro persecutori, felicità che egli fa consistere:

I – Nell’assenza dei mali:

1° Dio, in mezzo alle tribolazioni, è il loro rifugio, la loro forza. Il loro soccorso (1); 2° essi sono senza paura, allorché gli uomini della terra sono agitati, gli orgogliosi, figurati dalle montagne sono umiliati, votati a tutte le violenze dei flutti e delle tempeste (2, 3).

II – Nell’abbondanza di tutti i beni, Dio accorderà loro:

.- 1° una vera affluenza dei doni celesti; – 2° una gioia vera e pura ed una concordia perfetta; – 3° una santità assoluta (4); – 4° la presenza di Dio stesso; – 5° una sicurezza imperturbabile; – 6° il soccorso continuo di Dio (5); – 7° il trionfo su tutti i loro nemici (6); – 8° l’amore di Dio per essi (9); – 9° una pace mirabile e costante (8, 9).

III. – Il Profeta, parlando in nome di Dio, conclude invitando tutti gli uomini e tutti i popoli della terra a considerare i prodigi che Egli ha operato sulla terra in favore dei suoi servi, che rispondano proclamando che il Signore delle virtù è con essi, che il Dio di Giacobbe è il loro difensore (10, 11).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-3.

ff. 1. – Tutti i mezzi umani di difesa non sono che una tela di ragno, un’ombra vana. Volete avere contro i vostri nemici una forza invincibile, un rifugio inaccessibile, una fortezza inespugnabile, una torre che nulla possa rovinare? Scegliete Dio per vostro rifugio, e rivestitevi della sua forza divina. Davide dice con ragione: « Dio è nostro rifugio e nostra forza, sia che con la fuga noi trionfiamo dei nostri nemici, sia che sosteniamo contro di essi tutto lo sforzo del combattimento, esempi che ci danno san Paolo e Nostro Signore Gesù-Cristo stesso » (S. Chrys.). – « Dio è nostro rifugio e nostra forza ». Dio è la forza di colui che può dire: « … io posso tutto in Colui che mi fortifica » (Filipp. IV, 13). Ci sono molti che dicono con la bocca « Dio è nostro rifugio e nostra forza »; ma sono pochi coloro che lo dicono con profondità di cuore. Sono pochi in effetti quelli che non sono in ammirazione davanti alla potenza dell’uomo e che dipendono interamente da Dio, non avendo altra aspirazione che per Lui, e pongono in Lui solo la loro speranza e la loro fiducia (S. Basilio). – Ci sono dei rifugi in cui non si trova forza, ad esempio un grande del mondo, per diventarne un amico potente. C’è comunque una tale incertezza nelle cose umane, e le cadute dei potenti sono ogni giorno così numerose, che una volta arrivati in questo rifugio, si trovano solo nuovi motivi di paure. Fino ad allora voi non temevate che i vostri pericoli, ma presso un tale protettore, voi avete pure da temere da parte sua. Il rifugio che ci viene offerto, non è simile a quello; ma il nostro rifugio è nello stesso tempo la nostra forza. Quando vi saremo rifugiati, saremo rafforzati (S. Agost.). – « Il nostro potente difensore nelle grandi tribolazioni che ci circondano da ogni parte ». Dio non preserva sempre dagli assalti della tribolazione; ma quando essa ci assale, ci ispira coraggio all’altezza della prova. Questo non è un appoggio ordinario che Dio ci dà, Egli ci dà man forte e ci prodiga il soccorso e la consolazione nella misura ben superiore a quella dei nostri dolori (S. Chrys.). – Le tribolazioni sono numerose, esse ci cercano, ci trovano, ed in ogni tribolazione è in Dio che bisogna trovare rifugio. Che l’afflizione ci colpisca nei beni temporali o nella salute del corpo, con i pericoli per i nostri più cari o con la privazione di qualche oggetto necessario al sostegno della vita, il Cristiano non deve assolutamente cercare rifugio se non nel Salvatore e suo Dio, e quando avrà trovato questo rifugio, egli è forte. Egli non sarà forte per se stesso, la sua forza non sarà la sua; ma questa sarà la sua forza, che sarà divenuta il suo rifugio. Comunque tra tutte le tribolazioni dell’animo umano, nessuna è maggiore di quella che proviene dalla coscienza dei peccati commessi. In effetti, se non ci sono ferite in questo foro interiore dell’uomo che si chiama la coscienza, se tutto è sano, l’uomo potrà rifugiarvisi, da qualunque parte arrivi l’afflizione: egli vi troverà Dio. Ma se, a causa della moltitudine dei suoi peccati, non c’è riposo per lui, perché Dio non c’è, cosa farà? Dove si rifugerà quando l’afflizione comincerà a colpirlo? Ecco che proprio nel luogo ove si era rifugiato, ha incontrato il suo nemico, e allora … dove fuggirà? Ovunque egli fugga, si trascinerà, e dovunque si trascinerà è egli stesso il boia che lo tortura. Ecco le tribolazioni che schiacciano l’uomo oltre misura; non ce n’è di più crudeli, perché le afflizioni sono tanto meno amare quanto sono meno interiori. Tuttavia nelle nostre afflizioni, il Signore viene sempre in nostro aiuto, rimettendoci i nostri peccati (S. Agost.). – Il mondo si dichiara contro di voi per il vostro infortunio, il cielo vi è chiuso per i vostri peccati, così, non trovando alcuna consistenza, quale miseria sarà simile alla vostra? Che se il vostro cuore è retto con Dio, là sarà il vostro asilo ed il vostro rifugio, là avrete Dio in mezzo a voi, perché Dio non lascia mai un uomo di bene, dice il Salmista (S. Agost.).

ff. 2-3. – Vedete fin dove si estendono gli sforzi del soccorso divino. Non soltanto – dice il Profeta – le calamità non ci raggiungeranno e non ci faranno soccombere, ma non proveremo neppure un’impressione di paura e di sbigottimento, connaturale a tutti gli uomini. Quand’anche fossimo testimoni di un generale sconvolgimento, di una perturbazione naturale, quando vedremo degli avvenimenti senza precedenti, le creature si distruggeranno l’una con l’altra, la natura debordante i suoi limiti, la terra rimossa fin dalle fondamenta, gli elementi confusi, le montagne che abbandonano la terra ove hanno le loro fondamenta, trasportate nel seno del mare, in questo spaventoso rivolgimento di tutte le cose, non solo non saremo abbattuti, ma resteremo imperturbabili davanti alla paura. E la ragione è che il Signore è il padrone di tutte queste creature e nostro appoggio, ci presta man forte e si costituisce nostro difensore (S. Chrys. e S. Basil.). – « Le acque si rimescolano e gorgogliano, le montagne sono state ribaltate dalla sua potenza ». Dopo aver dichiarato che essi non avranno paura, anche quando tutti gli elementi saranno sconvolti davanti ai loro occhi, il Re-Profeta proclama la potenza di Dio, alla quale nulla resiste … Dio rintona – egli dice – sconvolge, trasporta come vuole tutte le cose create, tanto è vero che tutto si scioglie e piega sotto la sua mano quando lo comanda … la sua potenza è così grande che al solo suono della sua voce, ad un solo segnale della sua volontà, tutto obbedisce (S. Chrys.). – Queste acque che fanno gran fragore non sono né sane né salutari, esse sono turbolente e non possono servire da bevanda; migliori sono quelle che scorrono e passano, come è scritto (Ps. CIV, 11): « Le acque scorrono attraverso le montagne, disseteranno le bestie selvagge, estinguono la sete dell’onagro ». (S. Ambr.). – Nello stesso tempo, queste montagne sono la figura di coloro che si inorgogliscono della loro grandezza, ignorano la forza di Dio e si levano contro la Sapienza divina, ma che sono in seguito vinti e sconvolti da coloro che annunziano la parola di Dio con forza e saggezza e, convinti della loro debolezza, temono il Signore e si sottomettono alla sua potenza (S. Basil.).

II — 4-9.

ff. 4. – Questo fiume rappresenta l’abbondanza inesauribile dei doni che il cielo ha versato su di noi con abbondanza. Questi beni sono colati su di noi come una sorgente inesauribile. Simile ad un fiume che si divide in numerosi bracci per irrigare i centri che attraversa, la Provvidenza di Dio spande i suoi benefici da ogni parte, li versa con abbondanza e spesso con impetuosità, e riempie tutto dei suoi doni (S. Chrys.). – Mentre le montagne sono sconvolte, mentre il mare è in furore, Dio resta nella sua città, con i movimenti impetuosi del fiume? È questa l’inondazione dello Spirito-Santo, di cui il Signore diceva: « … Colui che ha sete venga e beva; fiumi di acqua viva coleranno dal seno di colui che crede in me. Ora, Gesù diceva questo dello Spirito che dovevano ricevere coloro che avrebbero creduto in Lui » (Giov. VII, 37, 39). Questi fiumi scorrono dunque dal seno di Paolo, di Pietro, di Giovanni, degli altri Apostoli e degli altri fedeli evangelisti. Ora tutti questi fiumi derivano da un unico fiume « … le numerose correnti del fiume rallegrano la città di Dio » (S. Agost.). – Nel linguaggio ordinario delle sacre Scritture, la nostra anima è comparata ad una città! Ebbene! La città più opulenta, la più magnifica, come la campagna più elegante, offre un aspetto triste e disincantato, se dell’acqua limpida e zampillante non viene ad animarla e a vivificarla. – La grazia divina, è l’acqua che purifica, l’acqua che disseta, l’acqua che feconda, l’acqua che rallegra la città interiore dello spirito. Quando la sorgente della grazia si ferma per un’anima, quando i canali che la distribuiscono si ostruiscono, si corrompono, in quest’anima c’è sporcizia, sete, sterilità e malessere profondo, come nelle strade di una città nella quale l’acqua non circoli più o le cui fontane si intasino (Mgr. Pie, Discours Tom. III, 9). – L’azione dell’anima cristiana sarà tanto più ferma quanto più sarà tranquilla; non certo come questi torrenti che ribollono, che schiumano, che precipitano e si perdono, ma come questi fiumi benedetti che scorrono tranquillamente e sempre. Tale è il fiume che raggiunge la città di Dio: « … c’è una impetuosità, una forza, un movimento fermo e durevole, ma nello stesso tempo dolce e tranquillo; l’anima si riempie di una celeste vivacità che non sarà di se stessa, ma di Dio. » (Bossuet, Méd. Sur l’Ev. II, pag. 17).

ff. 5. – Che il mare sia furioso, che le montagne siano sconvolte … « Dio è in mezzo ad essa ed essa non sarà sconvolta ». Cosa vuol dire in mezzo ad essa? Che Dio forse sia circoscritto in un distretto, che ciò che lo circonda sia ampio mentre Egli stesso è rinchiuso da ciò che lo circonda? No, certo, Dio non è contenuto in nessun luogo, Egli, la cui dimora è nella coscienza dei giusti, abita in tal modo nei cuori degli uomini, che se un uomo si stacca da Lui e cade, Dio resta in se stesso, e non è come un essere che cada e non trovi più come arrestarsi. Se Egli si ritira da voi, voi cadrete, se voi vi ritirate da Lui, Egli non cadrà. Cosa vuol dunque dire: « … Dio è in mezzo ad essa »? Questo significa che Dio sia ugualmente giusto per tutti e non faccia eccezione di persone. Siccome, in effetti ciò che è al centro si trova alla stessa distanza da tutte le estremità, così si può dire che Dio sia nel mezzo e che vegli ugualmente su tutti (S. Agost.). – « Dio la proteggerà al levarsi dell’aurora ». È un soccorso che non soffre né lentezza né ritardi, che è sempre pieno di forza e di vigore, e che viene sempre nel tempo favorevole (S. Chrys.). È scritto della città santa, che è la figura dell’anima fedele: « Dio non sarà sconvolto in mezzo ad essa »; che la tempesta venga, cioè le passioni, le afflizioni, la perdita dei beni temporali, « … Dio in mezzo all’anima non sarà sconvolto », né di conseguenza il fondo dove Egli è. Perché il salmista prosegue: Dio ti aiuterà dal mattino; Dio la provvederà delle sue grazie, ed è là la sua pace, dal momento che sia desiderosa di raccogliersi in se stessa; perché è là che trova Dio, che è sua forza. Se essa si dissipa, se si accorcia, Dio sarà sconvolto in mezzo ad essa, non in Se stesso, ma in mezzo ad essa. Cominciate ad ascoltare il mondo, Dio si sconvolge in mezzo a voi, è pronto a lasciarvi; commettete poi il peccato, … Egli vi lascia. Restate dunque uniti a voi stesso e a Dio che è in voi, e non sarà sconvolto in mezzo a voi; per questo, voi vivrete in pace (Bossuet, Medit. XCVI J.).

ff. 6. – Non sono dei nemici ordinari che assalgono questa città, sono dei re, delle intere nazioni e non solo essa non patisce alcun danno, ma ha trionfato dei suoi nemici: « Dio ha fatto rimbombare la sua voce e la terra è sconvolta ». Non sono solo le città, i popoli, le nazioni, ma la terra tutta intera che il suono della sua voce sconvolge e abbatte (S. Chrys.). – Potente è la voce di Dio che ha sconvolto la terra, sovvertito i reami e distrutto l’idolatria. Questa stessa voce si fa ascoltare, tutti i giorni, nel fondo dei nostri cuori, per distruggervi tutto ciò che c’è di carnale e di terrestre, e sostituirvi con un santo rivolgimento, la verità all’errore, la purezza alla mollezza e la pietà all’iniquità (Duguet).

ff. 7. – Il salmista vede in anticipo il Dio incarnato, egli vede l’Emmanuele generato da una Vergine santa, e si rallegra: « Il Signore degli eserciti è con noi », mostrando che Egli è Colui che è apparso ai Patriarchi e ai Profeti. « Il Dio di Giacobbe è il nostro difensore », cioè non c’è altro Dio se non quello annunziato dai Profeti, il Dio che diceva al suo servo: « Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe ». (S. Basil.). – Questo non è un uomo qualunque; non è una potenza tale da poter immaginare; non è infine un Angelo, né alcune creatura, terrestre o celeste; è il Signore degli eserciti che è con noi; è il Dio di Giacobbe che è il nostro difensore … o grazia inestimabile! « … Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? » (Rom. VIII, 31) – (S. Agost.). Cosa potrebbe temere colui che sarà circondato da una potenza armata, tutta ai suoi ordini? Cosa può dunque temere colui con il quale è il Dio degli eserciti?

ff. 8, 9. – Il salmista invita coloro che sono lontani dalla parola di verità ad avvicinarsi ad essa, con una conoscenza più profonda, dicendo loro: « venite e vedete ». Così come per gli oggetti corporali, una troppo grande distanza indebolisce ed oscura l’aspetto delle cose che si presentano al nostro sguardo, e che al contrario, avvicinandoci a questi stessi oggetti, ne abbiamo una visione più netta, allo stesso modo nell’esercizio della contemplazione, colui che non si unisce a Dio con la pratica della virtù, non può contemplare le sue opere con gli occhi purificati dello spirito. Cominciate dunque con il venire, avvicinatevi prima e poi considerate le opere di Dio, prodigiose ed ammirabili (S. Basil.). – … Venite e vedete, perché se non venite, non vedete; se non vedete, non credete, se non credete vi tenete lontano; ma se voi credete, venite, se credete vedete (S. Agost.). – Il Re-Profeta descrivendo i trionfi e le vittorie che Dio ha riportato sui suoi nemici, li chiama « dei prodigi ». In effetti, questi grandi avvenimenti non si succedono secondo le leggi di natura; essi non avvenivano per le armi, né per la forza esteriore si decideva la vittoria, bensì per la sola volontà di Dio, mostrando così, con i risultati della guerra, che era Lui che conduceva il suo popolo al combattimento. La potenza era vinta dalla debolezza, delle armate innumerevoli da un piccolo numero di uomini, i re da coloro che essi tenevano sotto il giogo; gli avvenimenti si svolgevano oltre ogni speranza. È dunque a ragione che il Re-Profeta li chiama dei prodigi, perché essi andavano contro ogni previsione e si estendevano fino all’estremità della terra (S. Chrys.). « Egli distrugge le guerre fino alle estremità del mondo ». Noi non vediamo che questa predizione si sia ancora compiuta: ci sono ancora guerre tra i popoli per il dominio; tra le sette, tra i giudei, tra i pagani, tra i Cristiani, tra gli eretici, ci sono guerre. Queste guerre si moltiplicano: gli uni combattono per la verità, gli altri combattono per la menzogna. Questa profezia non è dunque compiuta, ma si compirà. Ed anche, al presente, è compiuta in alcuni uomini; essa è compiuta nel frumento; nella zizzania non è ancora compiuta … Il Profeta parla qui delle guerre con le quali ci si ribella a Dio. Ora, chi attacca Dio? L’empietà. E cosa può l’empietà contro Dio? Nulla! Cosa si può fare ad una roccia, contro la quale si infrange un vaso d’argilla lanciato con qualsiasi forza? Essa si infrange contro la roccia tanto più fortemente quanto più violentemente si scaglia. L’iniquità sostiene i combattimenti contro Dio, e i vasi di argilla si frantumano quando, lanciati da una vana presunzione, gli uomini pretendono di abusare della loro forza. Un arco, delle armi, degli scudi, del fuoco! L’arco rappresenta l’insidia, le armi un attacco a campo aperto, lo scudo una vana e presuntuosa difesa. Il fuoco che deve consumare queste armi, è quello del quale il Signore ha detto: « … Io sono venuto a portare il fuoco sulla terra » (Luc. VII, 49). Sotto l’azione divorante di questo fuoco, alcun arma dell’empietà resisterà; esse saranno tutte inevitabilmente distrutte, ridotte in polvere, consumate dalle fiamme (S. Agost.).

III. — 10, 11.

ff. 10, 11. – « Fermatevi ». Perché? « … e vedete che Io sono Dio »; vale a dire, voi non siete Dio, sono Io che lo sono; Io vi ho creato. Io vi ho creato di nuovo, Io vi ho formato, Io vi formo nuovamente; Io vi ho fatto, Io vi rifaccio. Se voi non vi siete fatti, come potete rifarvi? È ciò che non vede lo spirito umano, sedizioso ed ardente alla contraddizione, ed è a questo spirito che viene detto: … riposatevi, cioè distogliete il vostro pensiero da ogni contraddizione. Guardatevi dal gettarvi nelle discussioni e di armarvi, in qualche modo, contro Dio; riposatevi, e vedrete che Io sono Dio (S. Agost.). – Restate fermi, affinché le vostre anime siano libere da ogni occupazione, le passioni tumultuose del secolo non vengano a spandere una nuvola sull’occhio interiore dell’anima. Liberatevi da ogni errore, liberatevi da ogni agitazione interiore, liberatevi da ogni peccato perché « ogni uomo che pecca, non ha visto Dio e non Lo conosce » (Giov. III, 6). Applicatevi interamente allo studio della conoscenza di Dio, affrancatevi da ogni occupazione terrena. (S. Ambr.). In effetti, quando siamo preoccupati da cose estranee a Dio, noi non possiamo sperare di conoscerlo. Come potrebbe, colui il cui spirito è pieno delle sollecitudini del secolo, che si immerge nelle voluttà della carne, rendersi attento alle parole di Dio ed essere capace di penetrare in queste grandi verità che esigono l’applicazione intera della nostra intelligenza? Non vedete che la parola che cade tra le spine è immediatamente soffocata? (Matth. XIII, 7, 22). Ma queste spine sono le voluttà della carne, le ricchezze, la Gloria e tutte le sollecitudini di questa vita. Come potrebbe la conoscenza di Dio entrare in un’anima oppressa dal peso delle angustie, delle distrazioni che la preoccupano (S. Basil.). L’Essere sovrano non può operare nulla se non in vista di Se stesso e della sua gloria, e, come Dio, vuole essere esaltato, non solo nel segreto delle anime, ma nella vita pubblica delle nazioni; Egli intende essere glorificato, non solo in cielo, ma sulla terra e nelle istituzioni terrene (Mgr. Pie, T. VII).

SALMI BIBLICI: “ERUCTAVIT COR MEUM VERBUM BONUM” (XLIV)

SALMO 44: ERUCTAVIT COR MEUM verbum bonum”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 44

In finem, pro iis qui commutabuntur. Filiis Core, ad intellectum. Canticum pro dilecto.

[1] Eructavit cor meum verbum bonum; dico ego opera mea regi. Lingua mea calamus scribæ velociter scribentis.

[2] Speciosus forma prae filiis hominum, diffusa est gratia in labiis tuis; propterea benedixit te Deus in æternum.

[3] Accingere gladio tuo super femur tuum, potentissime.

[4] Specie tua et pulchritudine tua intende, prospere procede, et regna, propter veritatem, et mansuetudinem, et justitiam; et deducet te mirabiliter dextera tua.

[5] Sagittæ tuæ acutæ, populi sub te cadent, in corda inimicorum regis.

[6] Sedes tua, Deus, in sæculum sæculi; virga directionis virga regni tui.

[7] Dilexisti justitiam, et odisti iniquitatem; propterea unxit te Deus, Deus tuus, oleo laetitiæ, præ consortibus tuis.

[8] Myrrha, et gutta, et casia a vestimentis tuis, a domibus eburneis; (1) ex quibus delectaverunt te

[9] filiæ regum in honore tuo. Astitit regina a dextris tuis in vestitu deaurato, circumdata varietate.

[10] Audi, filia, et vide, et inclina aurem tuam; et obliviscere populum tuum, et domum patris tui.

[11] Et concupiscet rex decorem tuum, quoniam ipse est Dominus Deus tuus, et adorabunt eum.

[12] Et filiæTyri in muneribus vultum tuum deprecabuntur; omnes divites plebis.

[13] Omnis gloria ejus filiæ regis ab intus, in fimbriis aureis,

[14] circumamicta varietatibus. Adducentur regi virgines post eam, proximæ ejus afferentur tibi.

[15] Afferentur in lætitia et exsultatione; adducentur in templum regis.

[16] Pro patribus tuis nati sunt tibi filii; constitues eos principes super omnem terram.

[17] Memores erunt nominis tui in omni generatione et generationem: propterea populi confitebuntur tibi in æternum, et in sæculum sæculi.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XLIV

Cantico dato ai figli di Core da cantare con intelligenza fino alla fine. L’argomento è le lodi di Cristo e della sua sposa la Chiesa; quindi si dice per diletto, per Cristo, figlio diletto del Padre; e per quelli che si cambieranno, di peccatori ingiusti, entrando nella Chiesa.

Per la fine; per quelli, che saranno cangiati. Ai figliuoli di Core, salmo d’intelligenza; cantico per lo diletto.

1. Il mio cuore ha gettato una buona parola; al re io recito le opere mie. La mia lingua è la penna di uno scrittore che scrive velocemente.

2. Specioso in bellezza sopra i figliuoli degli uomini, la grazia è diffusa sulle tue labbra: per questo ti benedisse Dio in eterno.

3. Cingi a’ tuoi fianchi la tua spada, o potentissimo.

4. Colla tua speciosità e bellezza tendi l’arco, avanzati felicemente, e regna, Mediante la verità e la mansuetudine e la giustizia; e a cose mirabili ti condurrà la tua destra.

5. Le tue penetranti saette passeranno i cuori dei nemici del re, i popoli cadranno a’ tuoi piedi.

6. Il tuo trono, o Dio, per tutti i secoli; lo scettro del tuo regno, scettro di equità.

7. Hai amato la giustizia, ed hai odiato l’iniquità: per questo ti unse, o Dio, il tuo Dio di un unguento di letizia sopra li tuoi consorti.

8. Spirano mirra e lagrima e cassia le tue vestimenta tratte dalle case d’avorio; (1)

9. Onde te rallegrarono le figlie de’ regi, rendendoti onore. Alla tua destra si sta la regina in manto d’oro con ogni varietà di ornamenti.

10. Ascolta, o figlia, e considera, e porgi le tue orecchie, e scordati del tuo popolo e della casa di tuo padre.

1. E il re amerà la tua bellezza; perché egli è il Signore Dio tuo, e a lui renderanno adorazioni.

12. E le figlie di Tiro porteranno de’ doni; porgeran suppliche a te tutti i ricchi del popolo.

13. Tutta la gloria della figlia del re è interiore; ella è vestita di un abito a vari colori, con frange d’oro.

14. Saranno presentate al re, dopo di lei, altre vergini; le compagne di lei saranno condotte a te.

15. Saranno condotte con allegrezza e con festa; saran menate al tempio del re.

16. In luogo de’ padri tuoi son nati a te de’ figliuoli; tu li costituirai principi sopra la terra.

17. Eglino si ricorderan del tuo nome per tutte le generazioni. Per questo daranno a te laude i popoli in eterno, e pe’ secoli de’ secoli.

(1) Questi palazzi o case d’avorio, erano degli scrigni a forma di casa o mobili decorati con avorio. Vi si mettevano abiti con degli aromi per profumarli.

Sommario analitico

In questo salmo che si applica in senso primario ed imperfetto al matrimonio di Salomone con la figlia del re d’Egitto (1), il Re-Profeta manifesta la profezia che intende fare, profezia che è l’epitalamo di Gesù-Cristo e della sua Chiesa (1), di cui celebra le nozze spirituali, dimostrandone la sublimità e l’importanza:

1° Per la pienezza della saggezza di cui deborda il suo cuore;

2° per la santità delle cose che rende pubbliche;

3° per la conformità che esiste tra le sue parole e le sue opere;

4° per l’ispirazione dello Spirito Santo.

(1) Questo salmo non riguarda che il Messia, e non crediamo che si possano ammettere con D. Calmet, Laurence (Traduct. des Ps.), dei sensi letterari, né con l’editore delle note di M. Le Hir, che questo salmo si applichi in un senso primario ed imperfetto al matrimonio di Salomone con la figlia del re d’Egitto, e nel senso principale al Messia. Noi pensiamo semplicemente, come un gran numero di autori, che questo matrimonio sia stato l’occasione di questo salmo, come per Salomone, vivente Davide, il salmo LXXI: « di partire da una circostanza attuale per elevarsi nel campo sacro dell’avvenire,» dice al proposito L. Schidt (Rédemption du genre humain annoncée par les traditions religieuses), tale è il marchio dei Profeti: la poesia diventa più bella, l’avvenire meglio precisato. Ecco come io interpreto anche il Cantico dei Cantici. Ma credere che i sublimi accenti di Salomone non fossero altro che dei canti d’amore indirizzati alla sua sposa, o che il salmo non abbia per oggetto che il matrimonio di suo figlio Salomone, significa calpestare la venerazione per le sante Scritture, altrimenti l’autore della Lettera agli Ebrei non ci avrebbe annunciato in modo positivo che questo salmo concernesse il Figlio di Dio. » Questo salmo dunque, non può avere come oggetto Salomone:

1° perché il matrimonio di questo principe con una principessa idolatra, non può essere definita una buona cosa;

2° Perché non si può dire che Salomone sia stato benedetto in eterno, egli le cui cadute sono tali che la sua salvezza pone ancora problemi;

3° Perché non si può riconoscere Salomone nei tratti che caratterizzano un conquistatore, essendo stato il suo, un regno di pace;

4° Perché Salomone non poteva essere chiamato semplicemente Dio;

5° Perché il regno di Salomone non è stato sempre un regno di clemenza e di giustizia;

6° Perché l’unzione che Salomone ha ricevuto, non è stata diversa da quella dei suoi predecessori, e non gli ha impedito di cadere nei peggiori disordini;

7° Perché questo gran numero di straniere che sposò Salomone, non erano figlie di re;

8° Perché oltre al fatto che i suoi successori non vennero dalla figlia del re d’Egitto, era ben lungi dall’aver governato tutta la terra, non avendo posseduto se non solo la Palestina.

I.Egli celebra in Gesù-Cristo, come sposo:

Le qualità del corpo: – a) la bellezza del volto e la grazia dei discorsi (2); – b) la magnificenza delle armi e la forza di cui è rivestito (3); – c) il suo incedere reale e trionfante; Le qualità dell’anima: – a) la verità, la dolcezza, la giustizia e la forza (4); – b) l’abilità nel combattere e le conseguenze della vittoria (5). Le prerogative della regalità: – a) l’eternità del suo trono; – b) la superiorità del suo scettro che afferma la giustizia e distrugge l’iniquità (6); – c) l’eccellenza dell’unzione che ha ricevuto (7); – d) la ricchezza dei suoi vestiti e la soavità dei profumi, la magnificenza dei palazzi e la nobiltà di coloro che lo circondano (8).

II. Egli ci mostra la Chiesa:

1° Come una Regina il cui trono è elevato vicino a quello di Gesù-Cristo, i cui abiti hanno una magnificenza veramente regale (9).

2° Come una sposa: – a) condotta al suo sposo su un carro di virtù dell’obbedienza, di prudenza, di umiltà, di mortificazione (10); – b) accolta con amore dal suo sposo che è sia suo Re che suo Signore (11); – c) onorata da coloro che sono a lei soggetti, i grandi o i popoli (12); – d) ornata dal Padre eterno dei doni interiori della grazia e degli ornamenti esterni di tutte le virtù (13); – e) circondata da una corona di vergini che le saranno condotte con il trasporto della gioia più viva, e che saranno ammesse alla sua intimità (14, 15).

3° Come una madre di numerosi figli, resa illustre dalla loro origine, dalla loro maestà, l’estensione del loro impero, la grandezza della loro pietà e la costanza della loro virtù (16, 17). 

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-8.

ff. 1, 2. – Sull’esempio di ciò che produce nello stomaco un pasto abbondante, colui che è nutrito da questo pane vivente disceso dal cielo e dà la vita al mondo, è saziato da ogni parola che esce dalla bocca di Dio; l’anima – io dico – che secondo il linguaggio delle divine Scritture, è nutrita da sante e celesti dottrine, non può enunciare che una cosa in rapporto ad una nutrizione così perfetta: « L’uomo buono trae delle cose buone da un tesoro buono » (Matth. XII, 35) (S. Basilio). – il Re-Profeta ci dichiara qui ciò che dice non è il frutto né dei suoi pensieri, né delle sue meditazioni, né del suo lavoro personale, bensì l’opera esclusiva della grazia divina, e che egli non fa che prestare la sua lingua alla parola ispirata: « La mia lingua – egli dice – è come la penna di uno scrivano rapido ». Cosa significa questa espressione: « … rapido »? È l’azione della grazia dello Spirito Santo! Colui che parla secondo le proprie ispirazioni è obbligato a procedere con lentezza, medita, compone; l’inesperienza, la mancanza di scienza, e mille altre cose ostacolano la rapidità del discorso. Ma quando lo Spirito Santo si impadronisce di un’anima, non ci sono più difficoltà: simile ad un’acqua che si precipita con veemenza ed impetuosità, la grazia dello Spirito Santo avanza con una rapidità inaudita, appianando tutto al suo passaggio ed eliminando ogni ostacolo (S. Criys.). – Questa è la proprietà tutta particolare di una lingua che non parla se non mediante lo Spirito di Dio, comparato alla penna di uno scrivano. La lingua ordinariamente parla, ma non scrive; la penna scrive, ma non parla; ma una lingua animata dallo Spirito divino ha queste due qualità coniugate insieme: essa parla, come strumento di questo divino Spirito, un linguaggio all’orecchio per illuminare lo spirito; ma essa penetra più a fondo, scrive nel cuore! (Dug.). – La mia lingua, quando esprime i pensieri di Dio – dice il Profeta – è simile alla penna di uno scriba. Cosa voleva dire? È questa una similitudine ammirevole – risponde San Gerolamo – perché se è vero che uno scriba forma dei caratteri che restano, che si conservano per secoli e che rappresentano sempre all’occhio ciò che inizialmente fanno vedere, la lingua non forma che parole passeggere che cessano di esistere nel momento in cui vengono pronunziate; così pure la luce di Dio ha un essere permanente, di modo tale che, una volta impressa nei nostri spiriti, ove Dio ve la imprimerà, noi non potremo perdere più l’idea dei soggetti che Dio vi inciderà e la vedremo eternamente scritta in Dio stesso (Bourd. Sur le jug. dernier). – È di importanza sovrana l’avere un cuore buono poiché, secondo la dottrina del Profeta, confermata dal Salvatore, è dalla sua pienezza che escono le buone o le cattive cose, le buone o le cattive azioni. – Importanza non meno grande è quella di consacrare al Re sovrano tutti i propri pensieri, i propri disegni, e le proprie azioni: è il fine al quale essi devono essere unicamente ricondotti (Duguet). – Se voi strappate una canna dalla terra che la sostiene, la spogliate delle foglie superflue, così come noi dobbiamo essere spogliati dell’uomo vecchio e delle sue azioni, se la ponete tra le dita dello scrivano che la dirige, la canna così trasformata diventa la penna della quale il Re-Profeta diceva: « La mia lingua è come la penna dello scriba che corre veloce ». Qual è questa penna che corre veloce nel pensiero del salmista? Non è forse Gesù-Cristo stesso, che imita la canna nell’infermità della sua carne, ma che con la sua carne inferma, ha magnificamente espresso tutta la serie delle volontà di suo Padre? … O uomo – continua Sant’Ambrogio – sappiate nella vostra carne imitare questa canna che diviene la penna dello scrivano e prendete cura di non intingere la penna nell’inchiostro, ma nello Spirito di Dio, affinché i vostri scritti durino eternamente, secondo le belle parole dell’Apostolo ai Corinti: « … voi stessi siete la nostra lettera, scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito di Dio » (S. Ambr. Ps. XLIV).

ff. 2. – Il Re-Profeta evita di farci qui qualunque paragone, e non ci dice: « Voi siete più bello, ma sorpassate in bellezza tutti i figli degli uomini ». È una bellezza di un genere totalmente diverso: Davide, proclamando il Cristo come il più bello dei figli degli uomini ha, in vista della grazia, la saggezza, la dottrina, i miracoli del Salvatore. Egli fa in seguito la descrizione di questa bellezza. « La grazia è stata distribuita sulle vostre labbra ». Voi vedete che Egli parla della natura umana della quale è rivestito. Ora, qual è questa grazia? La grazia della sua dottrina e dei suoi miracoli, grazia che è discesa sulla natura umana del Salvatore (S. Chys.). – Tutti Gli rendono testimonianza, ed ammirano le parole piene di grazia che escono dalla sua bocca (Luc. IV, 22). – Due sono le sorgenti di questa bontà, secondo San Tommaso d’Aquino: la vista e l’udito. Gesù-Cristo è nello stesso tempo bello da contemplare e delizioso da ascoltare nella sua Persona; Egli è il più bello dei figli degli uomini da intendere, è il più soave e la grazia si spande sulle sue labbra. Gesù-Cristo nel suo corpo, nel suo aspetto esteriore, fu dotato di una meravigliosa bellezza, ma la bellezza della sua anima è molto più mirabile ed incantevole. – A questa doppia bellezza, Gesù-Cristo aggiunge ancora la bellezza della sua parola: « La grazia si espande sulle sue labbra ». Tre cose – dice ancora San Tommaso – rendono la parola dolce e gradevole da ascoltare; la bellezza delle cose dette, la maniera con la quale vengono dette, la grandezza e la potenza degli effetti che ottengono nella nostra anima. Si applichino queste tre regole alle parole di Gesù-Cristo (S. Thom. In Ps. XLIV). Quanto questo caro diletto è bello tra tutti i figli degli uomini! Oh come è dolce la sua voce, come procedono dalle labbra dalle quali è dispensata la pienezza della grazia! Tutti gli altri sono profumati, ma Egli è il profumo stesso; gli altri sono pieni di balsamo, ma Egli è il balsamo stesso; il Padre eterno riceve le lodi dagli altri, come profumo di fiori particolari; ma al sentire le benedizioni che il Salvatore Gli dà, Egli esclama indubbiamente: « Ecco l’odore delle lodi di mio Figlio, come l’odore di un campo pieno di fiori che ho benedetto » (Gen. XXVII, 27), (S. Fr. De Sal., Tr. De l’am. De Dieu, 1, V, c. XI). Tutto il popolo era sorpreso e rapito da ammirazione ascoltandolo; ora non si può dubitare che Egli fosse Colui che il Salmista aveva cantato: « O il più bello dei figli degli uomini! La grazia è diffusa sulle vostre labbra ». Si lasciava tutto per ascoltarlo, tanto potente era il fascino della sua parola, e non solo si veniva toccati, ma rapiti dalla soavità dei suoi discorsi e dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca. Tutti Gli rendevano questa testimonianza, e non erano solo i suoi discepoli che Gli dicevano: « … Maestro da chi andremo? Solo Voi avete parole di vita eterna »; ma ancora « … coloro che venivano con l’ordine ed il proposito di prenderlo, erano presi essi stessi dai discorsi, e non osavano mettergli le mani addosso » (Bossuet, Med. s. l’Ev. dern. s. II j.). – La vera bellezza dell’anima è la santità. Questa bellezza, comunicata all’anima che è in grazia, la rende infinitamente più bella di tutte le beltà che il mondo ammira e che comparate ad essa, non sono altro che brutture e deformità. Questa santità diffonde una certa grazia dalle labbra che si comunica a coloro ai quali parla, e che riempie di questa unzione celeste della quale essa stessa è penetrata. È per questa che Dio l’ha benedetta per l’eternità; o piuttosto è perché Dio l’ha benedetta fin dall’eternità, che essa è stata riempita di bellezza e di grazie (Dug.).

ff. 3, 4. – Il Profeta ci presenta il Figlio di Dio come un dottore, e Lo dipinge come un re coperto da armi, per affrontare il terribile combattimento che deve sostenere contro nemici i più acerrimi, perché essi sono spirituali (S. Chrys.). – È contemplando innanzitutto il Verbo che si unisce alla infermità della carne, che il Profeta Gli dice: « … Voi che siete l’Onnipotente », perché è con uno sforzo di grande potenza che un Dio ha potuto unirsi alla natura umana. In effetti, né la creazione del cielo e della terra, né la produzione del mare, dell’aria e degli altri elementi, né tutti gli esseri creati sopra nel mondo o sopra la terra, proclamano con tanto splendore la potenza di Dio, come la divina economia, l’incarnazione, e questo abbassamento incomprensibile della natura divina fino alla debolezza dell’infermità della natura umana (S. Basil.). – Qualunque lode facciamo ai vittoriosi, non può nascondere la verità che le guerre e le conquiste producono sempre lacrime che non dànno luogo a compiacenze. Considerate i Cesari e gli Alessandri, e tutti gli altri devastatori di provincie che noi chiamiamo conquistatori: Dio li manda sulla terra nel suo furore. Questi eroi, questi trionfatori, con tutti i loro magnifici elogi, sono qui in basso per turbare la pace del mondo con la loro smisurata ambizione. Hanno essi mai fatto una guerra così giusta in cui non abbiano oppresso una infinità di innocenti? Le loro vittorie sono i dolori e le disperazioni delle vedove e degli orfani. Essi trionfano della rovine delle nazioni e della desolazione pubblica. Non è così per il mio principe! Egli è un capitano Salvatore, che salva i popoli perché li doma, e li doma morendo per essi. Egli non utilizza né il ferro né il fuoco per soggiogarli; Egli combatte per amore; combatte con benefici, con potenti attrazioni, con un fascino invincibile. Che i vostri spiriti non siano occupati da una idea vana di bellezza corporea che, certo non meritava di ottenere per tanto tempo la meditazione del Profeta. Seguite piuttosto questo tenero ed affettuoso movimento dell’ammirevole S. Agostino: « Per me – dice questo gran personaggio – ovunque io veda il mio Salvatore, la sua bellezza mi sembra affascinante. Egli è bello in cielo, bello sulla terra, nel seno del Padre, bello nelle braccia di sua Madre. Egli è bello nei miracoli, ma pure nei flagelli. Egli possiede una grazia senza pari, sia che ci inviti alla vita, sia che Lui stesso disprezzi la morte. Egli è bello fin sulla croce, Egli è bello anche nel sepolcro ». « Che gli altri – egli dice – pensino quel che vogliono; ma per noi altri credenti, dappertutto si presenti ai nostri occhi, Egli è sempre bello in perfezione ». Soprattutto, bisogna confessarlo, qualunque cosa creda il mondo della sua passione, benché i suoi arti fossero crudelmente straziati e questa povera carne lacerata facciano quasi sollevare il cuore di coloro che si avvicinano a Lui, benché il profeta Isaia abbia predetto che in questo stato, « … Egli non sarebbe riconoscibile, … non avrebbe avuto più grazia e neanche apparenza umana »; tuttavia è in questi lineamenti cancellati, in questi occhi contusi, in questo viso che fa orrore, che scopro dei tratti di una incontestabile bellezza. Il suo dolore non solo ha dignità, ma grazia e attrattiva … l’amore che il mio Re-Salvatore ha per me e che ha aperto tutte queste piaghe, vi ha soffuso una certa grazia che nessun altro oggetto può eguagliare, un certo splendore di bellezza che trasporta le anime fedeli. Non vedete con quanta compiacenza esse vi restano legate? Per loro è un supplizio staccarsi da questo oggetto amabile. Di là escono queste frecce acute che Davide canta in questo nostro salmo; di là questi getti di fiamma invisibile che squarciano i cuori nel vivo, « talmente che non respirano nient’altro che Gesù crocifisso », ad imitazione dell’Apostolo (Bossuet). – « Regnate con la vostra verità, la vostra dolcezza, la vostra giustizia ». Il Re-Profeta ci ha parlato di guerra, ce ne ha descritto i preparativi, ci ha fatto vedere il capitano tutto armato; egli racconta ora le gesta del suo regno, il genere e la natura delle sue vittorie. Gli altri re della terra fanno la guerra per conquistare delle città, delle ricchezze, o per vendicare inimicizie personali, o per motivo di vanagloria. Ma non è affatto per questi motivi che il Figlio di Dio fa la guerra: è per la sua verità e per stabilirla sulla terra; è per la dolcezza, per ispirarla a coloro che sorpassano in crudeltà le stesse bestie feroci, vale a dire per rendere giusti, prima con la grazia, poi con la pratica delle buone opere, coloro che gemono sotto il giogo tirannico dell’iniquità (S. Chrys.). – Il Figlio di Dio può regnare in due modi sugli uomini: per quelli sui quali Egli regna con il suo fascino, con le attrattive della grazia, con l’equità della sua legge, con la dolcezza delle sue promesse, con la forza delle sue verità, e questi sono i giusti, i suoi diletti, ed è questo regno che David profetizza in spirito in questo Salmo: « Andate, uomo più bello del mondo, con questa grazia e questa beltà che vi è così naturale; andate – egli dice – a combattere e a regnare ». Quanto è dolce questo impero! E di quale supplizio, di quale servitù non sono degni coloro che rifiutano un dominio così giusto e gradevole? Anche il Figlio di Dio regnerà su di essi in un modo tutto strano e che non sarà da loro sopportato: vi regnerà con il rigore dei suoi ordini, con l’esecuzione della sua giustizia, con l’esercizio della sua vendetta. È di questo regno che bisogna intendere nel salmo secondo nel quale Dio dice a suo Figlio: « voi li dominerete con scettro di ferro, etc. » (Bossuet, Bonté et riguer de Dieu a l’ég. des péch.)

ff. 5. – È la potenza della predicazione che il salmista descrive sotto l’immagine di queste frecce. In effetti la parola di Dio, vivente ed efficace, che trancia più di una spada a doppio taglio, che entra e penetra fin nelle pieghe dell’anima (Hebr. IV, 12), ha percorso la terra intera, più rapida della freccia che fende l’aria; essa ha colpito il cuore dei suoi nemici, non per dar loro la morte, ma per attirarli a Dio (S. Chrys.). queste frecce acute sono in questo discorso abilmente composto, quelle che penetrano i cuori degli uditori, colpiscono e feriscono le anime dotate di intelligenza viva e pronta. « Le parole del saggio – dice l’Ecclesiaste (XII, II) – sono come dei pungoli, come dei chiodi penetrati profondamente” (S. Basilio). Chi sono coloro che sono caduti? Coloro che sono stati colpiti e sono caduti. Noi vediamo dei popoli sottomessi a Cristo, ma non vediamo dei caduti. Il profeta mostra dove essi cadono: « Nel cuore ». È là che essi si levano orgogliosamente contro il Cristo, è là che essi cadono davanti al Cristo. Saulo bestemmiava contro il Cristo, e si erge contro con orgoglio; supplica il Cristo, è caduto, è abbattuto: il nemico di Cristo è stato ucciso, affinché il discepolo di Cristo vinca. Una freccia è stata lanciata dal cielo. Saulo è stato colpito al cuore. In questo momento egli è ancor Saulo, non è ancora Paolo; egli ancora si erge nel suo orgoglio, non è ancora abbattuto, ma ha ricevuto la freccia, « … egli è caduto nel suo cuore » (Act. IX, 16). Oh! Come era acuta e potente questa freccia, sotto il colpo della quale Saulo è caduto per diventare Paolo! Così è per i popoli, come per lui: guardate le nazioni! Voi le vedete sottomesse al Cristo: « i popoli cadranno dunque sotto la vostra potenza; nel cuore, ove essi erano dei nemici, sono stati colpiti dalle vostre frecce, e sono caduti davanti a voi. Da nemici quali erano, sono divenuti vostri amici; in essi i nemici sono morti e gli amici vivono »! (S. Agost.).

ff. 6-8. – Gesù-Cristo è Re, non per un tempo, come i re della terra, ma per l’eternità. Il trono di Davide suo padre, non è che la figura di quella di Dio, che Lo ha generato prima dell’aurora, e che a Lui prepara: « Egli avrà dunque il trono di Davide suo padre, e regnerà eternamente nella casa di Giacobbe. » (Luc. I, 33). – Chi altri potrà regnare eternamente se non un Dio al Quale è stato detto: « il vostro trono, o Dio, sarà eterno? », ed ecco perché non si vedrà la fine del suo regno. Oh Gesù, di cui il regno è eterno, se ne vedrà la fine nel mio cuore? Cesserò di obbedirvi? Dopo aver cominciato secondo lo spirito, finirò secondo la carne? Mi pentirò di aver fatto bene? Mi libererò dal tentatore, dopo tanti santi sforzi per sfuggire alle sue mani? L’orgoglio invaderà la messe ancor prima di essere raccolta? No, bisogna essere di coloro dei quali è scritto (Gal. VI, 9): « non cessate di lavorare, perché la messe che dovete raccogliere non abbia a soffrire di mancanza. » (Bossuet, Elév. XII, S III, El.). – La verga della dirittura è quella che dirige gli uomini. Essi erano curvati, erano torturati; essi non volevano altri re se non sé stessi; essi si amavano, amavano le loro cattive azioni; essi non sottomettevano la loro volontà a quella di Dio, ma volevano far piegare alle loro cupidigie la volontà di Dio. In effetti, si vede l’uomo ingiusto e peccatore irritarsi contro Dio, se Dio non fa colare sulle sue terre l’acqua della pioggia, e non vuole che Dio si irriti contro di lui, se egli stesso scorra come acqua fuggitiva. Ed è per così dire di tal sorta, che gli uomini sono occupati, tutti i giorni, a disputare contro Dio: … Egli deve fare così, … Egli non fa bene questo. Eh che! Voi vedete dunque ciò che dovete fare, mentre Lui non lo vede? Voi siete torti, come Egli è retto? Come volete unire ciò che è storto con ciò che è dritto? È impossibile allineare insieme queste due cose. Ponete ad esempio su un pavimento ben unito, una tavola di legno torto: essa non si congiunge, non si adatta al pavimento; il pavimento è pertanto piano dappertutto, ma questa tavola è storta e non si applica su una superficie tutta uniforme. La volontà di Dio è retta, e la vostra tortuosa1 Ecco perché non potete adattarvi a quella che a voi sembra tortuosa. Raddrizzatevi voi su di essa, lungi dal volerla curvare su di voi; poiché non saprete riuscirvi, tutti i vostri sforzi sono vani … essa resta sempre retta. Volete adattarvi ad essa? Correggetevi. Ella sarà la verga che vi dirige, la verga della rettitudine (S. Agost.). – Dopo aver descritto le azioni eclatanti del Figlio di Dio, le sue vittorie, i suoi trionfi, la salvezza del mondo intero che Egli ha riempito di verità, di dolcezza, di giustizia, e fa uscire la saggezza dei suoi disegni, il Re-Profeta ci parla ora della dignità di Colui che ha operato tutte queste meraviglie; è un Dio, un Re immortale, un Giudice incorruttibile, un amico dei giusti, un nemico dei malvagi. In questi differenti titoli si trova tutta la ragione dei suoi successi (S. Chrys.). – Amare la giustizia ed odiare l’iniquità, è il vero carattere di un discepolo di Gesù-Cristo. Ciò che rende un uomo giusto e pio, non è il fare delle azioni di giustizia e di pietà, ma l’avere l’amore nel cuore (Dug.). – Questo olio di gioia e di benedizione produce nelle nostre anime gli stessi effetti che l’olio della terra produce nei nostri corpi: rischiara le nostre tenebre, nutre il nostro cuore (Idem). – Queste espressioni figurate sottolineano le virtù tutte divine delle quali Gesù-Cristo è stato profumato nella sua santa umanità. Gesù-Cristo è il profumo di Dio. Interpretando questa parola di San Paolo: « Ringraziamo Dio che si degna manifestarsi per noi in tutti i luoghi il profumo della sua conoscenza » (II Cor, II, 14, 15), Sant’Ambrogio osserva che questo profumo è primariamente in Gesù-Cristo, perché così – egli dice – come l’oggetto che non si vede, si manifesta col suo profumo, parallelamente Dio ha voluto farsi conoscere mediante il suo Cristo, la cui parola ci ha insegnato che era Egli stesso il Dio Creatore e che aveva un Figlio unico. Gesù-Cristo è il profumo di Dio! (S. Ambr.). – Oh, come ha Egli stesso preso cura di imbalsamare l’universo intero con la sua adorabile presenza! Felice l’anima che respira questo profumo! … senza contemplare ancora il Dio invisibile, sente la sua felice presenza l’anima che corre all’odore del divino profumo! Ma nel momento stesso che Gesù-Cristo fa conoscere il suo divin Padre, così – aggiunge Sant’Ambrogio – gli Apostoli del Salvatore lo hanno essi stessi rivelato al mondo con i loro miracoli, le loro parole e le loro virtù. Non soltanto gli Apostoli, ma i Santi, e tutte le anime fedeli della Chiesa, sono pure il profumo di Gesù-Cristo, ed ecco – riprende Sant’Agostino – ciò che esprime il Re-Profeta quando ci rappresenta l’abbigliamento del divino Re che esala le essenze della mirra, dell’aloe, dell’ambra. Che cos’è in effetti, il vestito del Re, se non la Chiesa? La Chiesa è tutta profumata dal buon odore di Gesù-Cristo, ed è per simbolizzare la diffusione di questo divino profumo per mezzo delle anime, che Essa mischia all’olio santo e spande il santo crisma sulle membra dei fedeli (Mgr. De La Buoillerie, Symbol.). – « Il vostro Dio vi ha unto ». Non con l’olio materiale Egli vi ha unto, come Eliseo e i Profeti, come Davide ed i Re, come Aronne e i pontefici. Qualsiasi re, profeta o pontefice, non è stato unto con questa unzione, che non è che una figura della sua. Anche Davide ha detto che Egli era stato unto con olio eccellente, al di sopra di tutti coloro che sono denominati unti, figura della sua unzione, perché Egli è unto di divinità e di Spirito Santo (Bossuet, Elév. XIII S. 12)

II – 9-17.

ff. 9. – Fin qui la profezia di Davide non si riferisce che allo sposo; ora è alla sposa che essa si deve applicare, sposa che tutti i Padri intendono essenzialmente come la Chiesa, secondo la dottrina dell’Apostolo che insegna apertamente che la Chiesa è la sposa di Gesù-Cristo; è per questo che Essa ci sembra Regina, seduta alla destra del suo Sposo e rivestita da una veste d’oro. Pertanto, tutto quanto si dice qui della sposa, può essere applicato ad ogni anima perfetta, alle vergini cristiane, che sono le spose di Gesù-Cristo secondo la carne, non di meno sposa secondo lo spirito, che occupa il primo posto nel suo cuore; queste camminano con Lui, rivestite di bianco, « … perché esse ne sono degne », degne per la loro innocenza, di portare nell’eternità la livrea dell’agnello senza macchia, e di camminare sempre con Lui, poiché mai esse Lo hanno lasciato da quando si sono messe in sua compagnia (Bossuet, Or. Fun. De M. T. d’Aut). – Questa varietà di ornamento è la figura della diversità delle virtù cristiane, tutte riunite come nel loro Principe, così come i doni diversi e ripartiti tra i suoi Apostoli, i suoi martiri, le sue vergini, i suoi dottori, i suoi confessori, ed i suoi altri membri.

ff. 10 – Questa Regina, è la sposa di Gesù-Cristo, è la Chiesa, di cui l’Apostolo, nella lettera agli Efesini, dice: « Gesù-Cristo, il Capo della Chiesa, il Salvatore del suo corpo » (Efes. V, 23). – Gesù-Cristo ha amato la Chiesa e per Essa si è votato alla morte, al fine di conquistarsi una Chiesa piena di gloria, senza macchie, senza rughe, senza alcun genere di difetti; ma santa ed immacolata (Efes. V, 26, 27). – Riconosciamo questa Regina con questi caratteri gloriosi descritti dal Re-Profeta, cioè con gli onori dei quali la colma il suo Sposo, i ricchi ornamenti di cui è rivestita, la folla che la attornia, la fecondità che l’arricchisce (S. Thom. Exp. In Ps. XLIV). – La Chiesa intera è stata messa, nel giorno della sua fondazione, in possesso di tutti i tesori della sua verità e della sua grazia, ma entrava nondimeno nel piano della Saggezza suprema, riservare alla sua opera degli sviluppi graduali e successivi. Sotto l’influenza delle diverse cause, nascono delle circostanze in cui il doppio deposito della dottrina e della pietà cristiana sembra produrre degli elementi nuovi, che non sono che la messa in luce o la messa in opera delle ricchezze fin là mai percepite. Sul fondo, sempre lo stesso, della funzione evangelica, brillano delle sfumature e dei riflessi, dei giochi di luce ed effetti di coloro che fanno che la Religione, sempre antica e sempre giovane, riunisca in un felice miscuglio, l’autorità di una cosa antica, con il fascino del movimento e della novità. È così che la Sposa di Cristo ci appare « nel suo real vestito d’oro, trapuntato di varietà » (Mgr. Pie, Discours VII, 113). – Questa Regina è ancora l’anima unita al Verbo come al suo sposo, affrancata dall’impero e dal giogo del peccato, ammessa a condividere il regno di Cristo, assisa alla destra del Salvatore, ornata da un abito splendente d’oro, e coperta di abiti di diversi colori, cioè arricchiti da dottrine spirituali, diverse e variate, che comprendono le verità dogmatiche, le morali ed allegoriche (S. Basil.). – Dio qui dà due cose alla sposa: la sua dottrina, con l’interposizione della parola e della vista, per mezzo dei miracoli e della fede; e di queste due cose, Egli dà una e promette l’altra. Ascoltate dunque le mie parole, vedete i miei miracoli, le mie opere, e siate docili alle mie lezioni. Ma quale comandamento gli dà innanzitutto: « Dimenticate il vostro popolo e la casa di vostro padre …. ». Poiché è nel mezzo delle nazioni pagane che l’ha scelta come sposa, le fa un dovere di spogliarsi di tutte le sue antiche abitudini, di cancellarne finanche il ricordo, di bandirne il pensiero dalla sua anima, non solo di non farne più la regola della sua condotta, ma di evitare anche di sovvenirne il ricordo (S. Chrys.). – « Ascoltate la figlia mia e vedrete ». Ascoltate prima, e poi vedete. In effetti ciò che noi non vediamo ancora ci è venuto con il Vangelo che ci è stato predicato: ascoltandolo noi abbiamo creduto, e se vi crediamo, lo vedremo …  « Ascoltate la figlia mia e vedrete ». Se non ascoltate, non vedrete. Ascoltate al fine anche di purificare il vostro cuore con la fede, come dice l’Apostolo nel libro degli Atti (Act. XV. 9). – Noi ascoltiamo dunque ciò che dobbiamo credere prima di vedere, affinché purificando il nostro cuore con la fede, possiamo poi vedere. Ascoltate dunque per credere, purificate il vostro cuore con la fede. E quando avrò purificato il mio cuore, cosa vedrò? « … Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio » (S. Matteo V, 8). « Ascoltate la mia figlia e vedete, tendete le vostre orecchie »; è poco che voi ascoltiate, ma ascoltate umilmente. « Inclinate le vostre orecchie, e dimenticate il vostro popolo e la casa di vostro padre » (S. Agost.).

ff. 11, 13. – Una prova che qui non si tratti di bellezza corporea, è che essa è il risultato dell’obbedienza e che l’obbedienza non produce la bellezza del corpo, ma quella dell’anima (S. Chrys.). – Bellezza spirituale di un’anima giusta, ornata di grazia spirituale, di virtù infuse, dei Doni dello Spirito Santo, della presenza speciale di Dio e di mille altre qualità ammirevoli: bellezza che attira non solo l’ammirazione degli Angeli, ma l’amore di Dio stesso. – Non occorre presentarsi mai davanti a Dio con dei regali. Quando non se ne possono offrire, quello del cuore supplisce a tutto, mentre tutti gli altri senza quello, quantunque magnifici possano essere, non sono a Dio graditi. – Più si è ricchi di tesori di grazia, più si è obbligati di offrire a Dio umili preghiere. (Dug.)

ff. 13, 14. – Poiché spesso gli uomini fanno le loro opere e le loro elemosine con ostentazione, il Signore dice. « … guardatevi dal fare le vostre opere di giustizia davanti agli uomini, per essere visti da essi. » (Matth. VI, 1). – Ma siccome, d’altra parte, queste opere devono essere pubbliche, a causa del volto della Sposa, Egli dice pure: « Che le vostre opere brillino davanti agli uomini, affinché essi vedano queste buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli » (Matth. V, 16); vale a dire, cercate nelle buone opere che voi fate pubblicamente la gloria di Dio e non la vostra. E chi potrà comprendere – si dirà – se io cerco la gloria di Dio o la mia? Che io doni ad un povero, lo si vede; ma con quale spirito io do: chi lo vede? È sufficiente che Colui che lo vede, ve lo renderà, Questi ama interiormente perché vede interiormente; Egli ama interiormente che sia amato anche Colui che dà la bellezza interiore (S. Agost.). – Entrate nel vostro intimo, dice il Re-Profeta, ed comrendete quale sia la vera bellezza dell’anima; è della bellezza dell’anima che io vi parlo, e sotto questa espressione figurata degli abiti, della bellezza fisica, dei ricchi ornamenti, è l’anima l’oggetto delle mie parole e dei miei insegnamenti, è la virtù e la gloria interiore (S. Chrys.). – Il salmista pone la vera gloria dove essa veramente si trova, all’interno della coscienza, nei rapporti continui con Dio, in questo contatto quotidiano e familiare della creatura con l’Essere infinito. Egli insegna all’anima cristiana, con questo invito, quello che deve essere, così come la Chiesa, esercitata alla contemplazione.Considerate – egli dice – le cose create, e, in vista dell’ordine che regna tra esse, servitevene come di tanti scalini per elevarvi fino alla contemplazione del Creatore (S. Basil.).

ff. 15. – La Chiesa è vergine e madre feconda di vergini, spose di Gesù-Cristo, che tengono il primo posto nel suo cuore. Queste sono quelle anime caste che, avendo consacrato la loro verginità a Gesù-Cristo, non pensano più che a piacergli; queste anime pie, sante nel corpo e nello spirito, « … che sono le sue più prossime »; queste vergini di corpo e di cuore che sole « … seguono l’Agnello ovunque Egli vada », e sono ammesse ai suoi misteri più segreti, che sono l’onore e l’ornamento della Chiesa, il fiore delle sue produzioni, la porzione più pura e la più preziosa del gregge di Gesù-Cristo (S. Cypr. De Virg.). – Ogni male, ogni passione, ha la sua radice nell’atmosfera della nostra vita, nel secolo, nel popolo, la famiglia, nelle affezioni e nelle cose che abitiamo e che abitano in noi. Nessun uomo nasce solo con il suo corpo ed il suo spirito, egli è un concittadino necessario di una fase del mondo, trasportato in un turbine che lo domina, e se vuole riportare su di lui l’impero della propria personalità, bisogna che si elevi mediante uno sforzo di separazione, al di sopra e al di là del suo posto quaggiù; occorre che egli ascolti questo primo appello della saggezza: « … sorgi dal tuo paese e dalla casa di tuo padre » (Gen. XII, 1); vale a dire: lascia tutto ciò che ti abbassa, ti incatena e ti corrompe, perché l’inizio della sovranità su di sé è il rompere i legami esteriori e trovarsi solo con la propria infermità (Lacord., Conf. De Toul.., pag. 78). – considerate qui la precisione del linguaggio del Re-Profeta. Non è dalla nascita, nei primi giorni della Chiesa, che la virtù della verginità ha sbocciato i suoi fiori, ma alcuni anni dopo. Così Davide ne parla dopo che la Sposa ha dimenticato il suo popolo e la casa di suo padre, che essa si è rivestita dei suoi ricchi ornamenti e si è dimostrata in tutto il fulgore della sua bellezza (S. Chrys.). – C’è gioia della Chiesa, quando le si presentano delle vergini. Con quale allegrezza e quale trasporto divino Essa le riceve! – Quelli che hanno consacrato la loro verginità al Signore intendano queste parole: « Vergini saranno condotte al Re, delle vergini unite alla Chiesa, che vengono al suo seguito e che non scartano nulla della sua santa disciplina. Esse Gli saranno presentate nel trasporto della gioia ». Queste non saranno affatto di quelle vergini che hanno seguito loro malgrado e forzatamente il giogo della verginità, né di quelle che hanno abbracciato una vita casta per tristezza o per necessità, ma quelle che sono piene di gioia per aver compiuto questo atto eroico: ecco le vergini che saranno condotte al Re, ed introdotte non in luogo profano, ma nel suo tempio santo. Questi sacri vasi che non sono utilizzati per un uso volgare, saranno introdotti nel Santo dei santi, e sarà permesso loro di entrare nel santuario inaccessibile ai piedi dei profani (S. Basil.).

ff. 16, 17. – Il Re-Profeta ha qui in vista gli Apostoli, divenuti i dottori della Chiesa, e descrive la loro potenza, la loro forza, la loro gloria, aggiungendo: « voi li farete regnare su tutta la terra ». Queste parole hanno bisogno di spiegazioni? Il sole in tutto il suo splendore non ha bisogno di dimostrazione; ora, queste parole sono più luminose del sole. Gli Apostoli hanno percorso il mondo intero, hanno regnato sull’universo in un senso più vero e con una potenza più grande di come lo abbiano fatto i principi ed i re della terra. (S. Chrys.). – Dio non manca mai di dare più di quello che si è abbandonato per Lui. In luogo della case, dei parenti e dei vicini che si lasciano per Lui, Egli dà una posterità numerosa. Le vergini non vogliono essere madri sulla terra, esse sono feconde per il cielo; esse non hanno figli secondo la carne, ne hanno una moltitudine per il buon odore dell’esempio delle loro virtù che si spandono lontano. – Questi figli sostituiti ai padri, diventeranno essi stessi padri di altri figli. Si formerà così una successione perpetua di santi, che renderanno pubbliche eternamente le lodi di Dio in tutti i secoli dei secoli. Beata e santa posterità della quale si può dire con lo Spirito-Santo: « O come è bella la razza casta quando è congiunta con lo splendore della virtù! La sua memoria è immortale, ed è un onore davanti a Dio e davanti agli uomini! » (Sap. IV, 1).

SALMI BIBLICI: “DEUS, AURIBUS NOSTRIS AUDIVIMUS” (XLIII)

SALMO 43: “DEUS, AURIBUS NOSTRIS audivimus …”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 43

In finem. Filiis Core ad intellectum.

[1] Deus, auribus nostris audivimus, patres nostri annuntiaverunt nobis, opus quod operatus es in diebus eorum, et in diebus antiquis.

[2] Manus tua gentes disperdidit, et plantasti eos; afflixisti populos et expulisti eos.

[3] Nec enim in gladio suo possederunt terram, et brachium eorum non salvavit eos; sed dextera tua et brachium tuum, et illuminatio vultus tui, quoniam complacuisti in eis.

[4] Tu es ipse rex meus et Deus meus, qui mandas salutes Jacob.

[5] In te inimicos nostros ventilabimus cornu, et in nomine tuo spernemus insurgentes in nobis.

[6] Non enim in arcu meo sperabo, et gladius meus non salvabit me;

[7] salvasti enim nos de affligentibus nos, et odientes nos confudisti.

[8] In Deo laudabimur tota die; et in nomine tuo confitebimur in sæculum.

[9] Nunc autem repulisti et confudisti nos; et non egredieris, Deus, in virtutibus nostris.

[10] Avertisti nos retrorsum post inimicos nostros; et qui oderunt nos diripiebant sibi.

[11] Dedisti nos tamquam oves escarum; et in gentibus dispersisti nos.

[12] Vendidisti populum tuum sine pretio; et non fuit multitudo in commutazioni-bus eorum.

[13] Posuisti nos opprobrium vicinis nostris, subsannationem et derisum his qui sunt in circuitu nostro.

[14] Posuisti nos in similitudinem gentibus, commotionem capitis in populis.

[15] Tota die verecundia mea contra me est, et confusio faciei meae cooperuit me:

[16] a voce exprobrantis et obloquentis, a facie inimici et persequentis.

[17] Haec omnia venerunt super nos; nec obliti sumus te, et inique non egimus in testamento tuo.

[18] Et non recessit retro cor nostrum; et declinasti semitas nostras a via tua;

[19] quoniam humiliasti nos in loco afflictionis, et cooperuit nos umbra mortis.

[20] Si obliti sumus nomen Dei nostri, et si expandimus manus nostras ad deum alienum,

[21] nonne Deus requiret ista? ipse enim novit abscondita cordis. Quoniam propter te mortificamur tota die; aestimati sumus sicut oves occisionis.

[22] Exsurge; quare obdormis, Domine? exsurge, et ne repellas in finem.

[23] Quare faciem tuam avertis? oblivisceris inopiae nostrae et tribulationis nostræ?

[24] Quoniam humiliata est in pulvere anima nostra; conglutinatus est in terra venter noster.

[25] Exsurge, Domine, adjuva nos, et redime nos propter nomen tuum.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XLIII

Predizione delle calamità che, dopo i tempi di Davide, avvennero sul popolo ebreo per mano di Antioco Epifane, al tempo de’ Maccabei; e sul popolo cristiano per opera di Nerone e degli imperatori romani, nei primi tre secoli della Chiesa.

Per la fine; ai figliuoli di Core; salmo d’intelligenza.

1. Noi, o Dio, colle nostre orecchie udimmo, i padri nostri a noi annunziarono, quello che tu facesti ne’ giorni loro, e nei giorni antichi.

2. La mano tua estirpò le nazioni, e desti loro ferma sede; castigasti quei popoli, e li discacciasti;

3. Imperocché, non in virtù della loro spada divenner padroni della terra, né il loro valore diede ad essi salute; ma sì la tua destra e la tua potenza e il benigno tuo volto; perché avesti buon volere per essi.

4. Tu se’ tu stesso il mio Re e il mio Dio, tu che ordini la salute di Giacobbe.

5. Per te avrem forza per gettare a terra i nostri nemici, e nel nome tuo non farem caso di quelli che insorgono contro di noi.

6. Imperocché non nel mio arco porrò io la mia speranza, e la mia spada non sarà quella che mi salverà:

7. Imperocché tu ci salvasti da coloro che ci affliggevano, e svergognasti color che ci odiavano.

8. In Dio ci glorieremo ogni dì, e il nome tuo celebreremo pei secoli.

9. Ma adesso tu ci hai rigettati e svergognati; e non vai innanzi a’ nostri eserciti1.

10. Ci facesti voltar le spalle a’ nostri nemici, e quei che ci odiano ci saccheggiarono.

11. Ci rendesti come pecore da macello, e ci hai dispersi tra le nazioni.

12. Hai venduto il tuo popolo per nessun prezzo, e non a gran pregio lo alienasti.

13. Ci hai renduti oggetto di obbrobrio pe’ nostri nemici, favola e scherno de’ nostri vicini.

14. Hai fatto sì che siamo proverbiati dalle nazioni, e siamo il ludibrio de’ popoli.

15. Ho dinanzi a me tutto il giorno la mia ignominia, e la mia faccia di confusione è coperta,

16. In udendo il parlare di chi mi svitupera, e mi dice improperii, in veggendo il nimico e il persecutore.

17. Tutte queste cose sono cadute sopra di noi e non ci siamo dimenticati di te, e non abbiamo operato iniquamente contro la tua alleanza.

18. E il nostro cuore non si è ribellato, e non hai permesso che declinassero dalla via i nostri passi;

19. Mentre tu ci hai umiliati nel luogo dell’afflizione, e ci ha ricoperti l’ombra di morte.

20. Se noi abbiam dimenticato il nome del nostro Dio, e se abbiamo stese le mani a un Dio straniero,

21. Non farà egli Iddio ricerca di tali cose? Imperocché egli conosce i segreti del cuore. Ma per tua cagione siam tutto dì messi a morte, siamo stimati come pecore da macello.

22. Levati su, perché se’ tu addormentato o Signore? levati su, e non rigettarci per sempre.

23. Per qual ragione ascondi tu la tua faccia, ti scordi della nostra miseria e della nostra tribolazione?

24. Imperocché è umiliata fino alla polvere l’anima nostra, stiamo prostrati col ventre sopra la terra.

25. Levati su, o Signore, soccorrici; e liberaci per amor del tuo nome.

Sommario analitico

Il salmista ricorda al Signore le sue antiche bontà ed i prodigi che Egli ha operato per stabilire Israele nelle terra di Canaan, ed espone le calamità dalle quali il popolo di Dio è stato provato. I martiri dell’antica e della nuova Legge, di cui gli Israeliti perseguitati erano la figura, fanno qui quattro cose.

1° Egli afferma:

I. – Prima di descrivere le terribili prove alle quali Dio aveva permesso che i suoi fedeli servitori venissero esposti, il Profeta ricorda le prove eclatanti della protezione che aveva loro dato nei tempi antichi.

1° Affermano la certezza della cosa ed indicano i tempi in cui queste meraviglie sono state operate (2); 2° Celebrano la grandezza della vittoria, la rovina completa dei loro nemici, al posto dei quali Dio li ha stabiliti (3); 3° Proclamano che Dio solo, e non l’uomo, è l’autore di questa vittoria (3).

II. – Enuncia le virtù eroiche dei martiri, dei quali racconta le persecuzioni e le sofferenze:

1° La fede che, disprezzando tutti i falsi dei, si è rivolta al solo vero Dio, loro Re e loro Salvatore (4); 2° la speranza, che è fidata unicamente del soccorso che attendevano da Dio che, dando loro la salvezza, li colmerà di gioia (5-7); 3° la carità, che fa riporre solo in Dio il loro amore, la loro gloria, e l’oggetto delle loro lodi per l’eternità (8).

III. – Enumera le prove, le sofferenze dei martiri.

Nei beni dell’anima, a) la sottrazione dei soccorsi sensibili che Dio ha loro accordato (9); b) il timore del supplizio che li ha forzati a fuggire davanti ai loro nemici (10).

Nei beni della fortuna, a) la perdita delle loro ricchezze (11); b) la perdita della patria con l’esilio (11); c) la perdita della libertà (12); d) la perdita della loro reputazione presso i vicini, come tra le nazioni più lontane (13, 14); e) e di conseguenza, l’onta, la confusione, gli oltraggi, le beffe (15, 16), senza che queste prove abbiano giammai loro fatto dimenticare Dio (17).

Nei beni del corpo, essi sono induriti dai tormenti così violenti ai quali sono stati esposti: – a) in questa vita, con il pericolo di fuoriuscire dalla via, essendo le loro sofferenze così grandi e la morte presente (18, 19); – b) nell’altra con pericolo della dannazione eterna, perché Dio punisce ogni pensiero interiore criminoso, così come gli atti esteriori (20, 21), doppio danno di cui egli indica la causa, i supplizi che induriscono per Dio, e la morte cruenta alla quale essi sono destinati.

IV. – I martiri implorano il soccorso di Dio:

1° essi chiedono a Dio di venire in loro soccorso: – a) levandosi dal suo trono e uscendo dal suo sonno apparente nei loro riguardi (22); – b) mettendo un termine alle loro calamità; – c) mostrando loro un volto favorevole (23); – d) ricordandosi delle loro afflizioni.

2° Essi danno a Dio una doppia ragione in appoggio della loro preghiera: – a) la loro estrema miseria (24); – b) la gloria di Dio e del suo nome che è interessato al soccorso che essi implorano (25).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-3.

ff.1. – Se non era tanto il dire: « noi abbiamo ascoltato », è sufficiente dire pienamente: « Noi abbiamo sentito con le nostre orecchie »? Perché dunque aggiungere: « Noi abbiamo sentito con le nostre orecchie »? È per farvi comprendere che ciò che ci giunge, arriva alla nostra anima, e che le sue facoltà sono ben superiori ai sensi del corpo. Ecco perché nostro Signore diceva: « … chi ha orecchie intenda »; perché c’è chi ha orecchie che non possono comprendere i misteri (S. Ambr. su questo Psalm.). – Prestate qui l’orecchio, voi che non avete cura dei vostri figli, e che lasciate loro cantare dei canti ispirati dal demonio e che non avete se non disprezzo per le sacre recite. Tali non erano i Maccabei: essi trascorrevano la loro vita ad ascoltare la recita dei grandi avvenimenti dei quali Dio era l’autore, ed essi ne ricevevano un doppio vantaggio: coloro che erano stati l’oggetto di questi benefici trovavano nel loro ricordo un motivo per diventare ancor migliori, mentre i loro figli in queste recite acquisivano una conoscenza più profonda di Dio e si sentivano eccitati ad imitare le virtù dei loro padri. I libri santi erano per essi come la bocca degli autori dei loro giorni, e in tutte le loro scuole, in tutte le istituzioni si insegnavano queste recite, che nulla sorpassava in gradevolezza ed utilità. (S. Chrys.). – Apprendere dai nostri padri ciò che essi stessi hanno appreso dai loro, è la perpetua trasmissione della verità. « Ritenete, dice San Paolo a Timoteo, ciò che avete appreso da me; datelo come deposito a degli uomini fedeli, che siano essi stessi capaci di istruirne altri » (I Tim. II, 2). È ciò che forma la sacra catena della Tradizione. – Tutte le opere di Dio sono ammirabili, ma l’opera per eccellenza che il Salmista, alla maniera dei profeti, considerava già compiuta, è il grande mistero dell’Incarnazione del Figlio dell’uomo, opera mirabile di cui il profeta Abacuc diceva: « Signore, ho udito la vostra parola e sono stato preso dal timore; Signore compite nei tempi la vostra opera. Voi la farete conoscere in mezzo ai tempi » (Abac. III, 2). – Questa opera è, come conseguenza necessaria dell’Incarnazione del Figlio di Dio, l’edificazione della sua Chiesa. Dio ha fatto un’opera in mezzo a noi, dice Bossuet, che staccata da ogni altra causa e non considerandosi che essa sola, riempie tutti i tempi e tutti luoghi e porta su tutta la terra, con l’impronta della sua mano, il carattere della sua autorità: è Gesù-Cristo e la sua Chiesa (Or. fun. d’Anne de Gonz.).

ff. 2, 3. – Forse i nostri padri hanno potuto compiere queste cose, perché erano forti, perché erano guerrieri, perché erano invincibili, perché erano addestrati e bellicosi? No, non è questo che i nostri padri ci hanno raccontato, non è questo ciò che dice la Scrittura. È la vostra destra, vale a dire, la vostra potenza, è il vostro braccio, cioè lo stesso vostro Figlio. E cosa vuol dire: « La luce, il riflesso del vostro volto »? Che voi li avete salvato, soccorsi con tali prodigi, che essi hanno compreso la vostra presenza. È quando Dio ci assiste con qualche miracolo, che noi vediamo il suo volto con i nostri occhi? No, senza dubbio, ma con il compiere il miracolo, Dio rivela la sua presenza agli uomini. Cosa dicono in effetti tutti coloro che ammirano con stupore questa serie di fatti? Io ho visto la presenza di Dio, e chiunque esaminava ciò che Dio faceva per essi, era concorde nel dire: Dio è veramente con essi, ed è Dio che li guida. (S. Agost.). – Come è bello vedere la Religione dei nostri padri mantenersi dall’inizio, sopravvivere a tutte le sette e, malgrado le diverse fortune di coloro che ne hanno fatto professione, trasmettersi sempre da padre in figlio senza poter mai essere cancellata dal cuore degli uomini! Non è un braccio di carne che l’ha conservata. Ah! Il popolo fedele è quasi sempre stato debole, oppresso, perseguitato. No, non è con la spada – come dice il Profeta – che i nostri padri presero possesso della terra. Benché schiavi, benché fuggitivi, benché tributari delle nazioni … questo popolo così debole, oppresso in Egitto, errante in un deserto, trasportato in cattività in terre straniere, non ha mai potuto essere sterminato, mentre altri più potenti hanno seguito il destino delle cose umane; ed il suo culto è sempre sussistito con esso, malgrado tutti gli sforzi che ogni secolo ha fatto per distruggerli (Massili., Vérité de la rel.). – Due sono le verità di cui essere egualmente convinti per vincere nel combattimento che dobbiamo sostenere durante tutta la nostra vita: 1° fare tutto ciò che noi possiamo; 2° non riporre la nostra fiducia nelle cose che avremmo fatto, e riconoscere, con umiltà e verità, che Dio ci ha salvato, perché a Lui è piaciuto amarci (Duguet).

II. — 4-8.

ff. 4, 5. – È eccessivamente raro il non riconoscere altro re che Dio, vale a dire, altro protettore, e che si metta in dubbio tutta la propria fiducia, o la maggior parte di essa e delle proprie speranze (Dug.). – Dio ha dato delle corna ad un gran numero di animali, affinché essi possano difendersi dagli attacchi di altri animali feroci, ma l’uomo non è armato da queste difese. Come può dunque respingere e disperdere i propri nemici? Signore Gesù, Voi siete il nostro potente corno, perché la fede ha le sue corna che essa riceve da Gesù-Cristo; cosa che fa dire a Mosè, parlando di Giuseppe, figura di Gesù-Cristo (Deuter. XXXIII, 16, 17): « Che la benedizione di Colui che appare nel roveto venga sulla testa di Giuseppe e sulla testa del primo dei suoi fratelli. La sua bellezza è la bellezza del toro primogenito, le sue corna come le corna di bufalo; con esse abbatterà i popoli e li scaccerà fino alle estremità della terra » (S. Ambr.). –

ff. 6-8. – Se non è né l’arco, né la spada che vi salvano, perché servirvi di queste armi? Perché rivestirvene? Perché io ho ricevuto l’ordine da Dio di farne uso; del resto, io rimetto tutto nelle sue mani. È così che Dio insegnava loro a combattere i nemici visibili, sotto la protezione del soccorso dall’alto. È nello stesso modo che occorre combattere i nemici spirituali ed invisibili. Quando siete in guerra con il demonio, dite anche allora: « … io non metto la mia fiducia nelle mie armi, cioè nella mia virtù, nella mia giustizia, ma nella misericordia di Dio » (S. Chrys.). – Se nella guerra contro i nemici della patria non si può sperare il successo senza il soccorso della Provvidenza, cosa sarà della guerra contro i nemici della salvezza? C’è ancora più proporzione tra le forze di un principe e quelle della potenza che l’attacca, che tra le forze della nostra anima e quelle degli avversari che vogliono perderla. « Noi non dobbiamo combattere – dice l’Apostolo – con la carne ed il sangue, ma con le potenze delle tenebre e gli spiriti malvagi » (Efes. VI, 12). Così le armi che ci ordina di prendere, sono tali come aggiunge in un altro punto: « le armi di Dio stesso, la verità, la giustizia, lo scudo della fede, la spada della salvezza, etc. ». Egli non mette in questa armatura i nostri sforzi, i nostri studi, le nostre risoluzioni, le nostre precazioni. Queste cose ci sono necessarie; ma esse saranno senza effetti se ci manca l’armatura di Dio, e se abbiamo questa armatura, tutto ciò che è in noi diventerà invincibile. Tutti i pezzi di questa armatura, se posso esprimermi così, hanno la loro utilità; tutti sono necessari nella guerra spirituale; ma la più essenziale di tutti è la fede con cui ci sarà possibile estinguere tutti i dardi infiammati dei più irriducibili e malefici dei nostri nemici; la nostra vittoria dipende dalla fede, dal vigore della fede; e cos’è questo vigore? – È la persuasione intima che Dio sia con noi, per noi, in noi. Vigore della fede che dovrebbe essere nei Cristiani, ben superiore a quella di tutti i grandi uomini dell’Antico Testamento, poiché Dio ci ha detto tutto per mezzo del suo Figlio, poiché questo Figlio unico ha vinto il mondo e tutte le potenze delle tenebre (Berthier).

III. 9 — 21.

ff. 7, 8. – Vi sono due tipi di confusione: l’una salutare, per i giusti, quando Dio permette che essi abbiano a provarne qualcuna; l’altra funesta, per i peccatori, e che è d’ordinario l’inizio della confusione eterna nella quale saranno gettati.

ff. 9. – « È in Dio che riporremo la nostra gloria ». Che l’uomo opulento metta la sua gloria nelle sue ricchezze, l’uomo sensuale nei suoi splendidi festini, i voluttuosi nelle opere delle tenebre, l’uomo potente in questa via ove si contano le notti; ma l’anima santa, si glorifica, non in questa vita, ma in Dio, perché essa desidera soprattutto essere gradita a Dio e poter dire: « … il Signore è la mia forza e la mia gloria » (Ps. CXVII, 14) (S. Ambr.).

ff. 10-16. – Questa descrizione viva e patetica dei mali ai quali dovranno essere esposti i Cristiani nelle diverse persecuzioni, conviene ugualmente alle tribolazioni delle anime afflitte dai loro peccati o perseguitati dai loro nemici (Duguet). – « Voi avete venduto il vostro popolo per un niente ». Il contratto sembra rivestire una certa uguaglianza tra colui che compra e colui che vende; pure se voi considerate le disposizioni di spirito del compratore e del venditore, troverete che ordinariamente ognuno vende gli oggetti che hanno meno valore ai propri occhi, per comprare quelli più graditi. Così Dio ha venduto il suo popolo che stimava meno, per comprarne uno che per Lui possedeva maggior valore. Egli ha venduto questo popolo giudeo, non per un sentimento di rigore e di durezza, ma in seguito ai crimini di questo popolo, al quale il Profeta ha fatto questo giusto rimprovero (Isaia, 41): « Voi siete stati venduti a causa del vostro peccato ». È così che il popolo giudeo è stato venduto e che il popolo Cristiano è stato acquistato; l’uno è stato venduto per i suoi crimini, l’altro comprato con il sangue. «… Non è con oggetti corruttibili, come l’oro, l’argento, che siete stati comprati, ma con il sangue prezioso di Gesù-Cristo, sangue dell’Agnello puro e senza macchia. » (I Piet. I, 18, 19). Il popolo giudeo è quindi privo di prezzo, mentre il popolo Cristiano è prezioso nella stima di Dio (S. Ambr.). – Dio prova i suoi con l’avversità, dopo averli ricolmati di beni; questa alternativa di consolazioni e di prove non denota alcuna incostanza di Dio, ma solo le attenzioni della sua Provvidenza, con cui vuole esercitare e perfezionare la virtù dei suoi amici (Berthier). – Gli obbrobri, gli insulti, le beffe, sono spesso per la pietà, una tentazione molto pericolosa e dalla quale occorre difendersi. – Il « … cosa diranno », il rispetto umano, il timore di diventare la favola del mondo, è un’altra tentazione che viene dallo stesso principio, ed alla quale occorre applicare lo stesso rimedio (Dug.). – La grazia cambia l’orgoglio del peccatore in confusione salutare, gli ispira un sincero pentimento dei suoi peccati, e gli copre il volto di onta, di modo tale che egli non osa più comparire davanti agli uomini né davanti a se stesso. Ciò che vuole essere davanti a Dio, vuole esserlo davanti agli uomini: l’ultimo di tutti! – Il rimprovero più sensibile per un vero penitente è il rimprovero della sua coscienza. Se la fiducia nella bontà di Dio da un lato lo sostiene, questa stessa bontà lo deprime, rimproverandogli più vivamente la sua ingratitudine. Il suo peccato è il suo nemico ed il suo persecutore, con il quale non deve mai sperare di avere alcuna pace, finché non sia interamente distrutto.

ff. 17-19. – Felice l’uomo che in mezzo a tutte queste afflizioni, può dare testimonianza di non avere dimenticato il Signore, né violato la sua alleanza, né allontanato i passi dalla vera via, cioè dalla legge di Dio. – Sant’Agostino spiega così questo passaggio, sopprimendo la negazione: « … voi avete allontanato i nostri sentieri dalla vostra via ». In effetti, i nostri sentieri erano ancora quelli delle voluttà del mondo, i nostri sentieri portavano ancora alle prosperità temporali; voi li avete allontanati dalla vostra via che conduce alla vita. « … Voi avete allontanato i nostri sentieri dalla vostra via ». Cosa vuol dire: voi avete allontanato i nostri sentire dalla vostra via? È come se il Signore ci dicesse: voi siete messi in mezzo alle tribolazioni, soffrite numerosi mali, avete perso molte cose che amavate in questo mondo; ma Io non vi ho abbandonato in questa via, di cui vi indico gli stretti limiti. Voi cercate le strade larghe, ed Io cosa vi ho detto? Questo sentiero conduce alla vita eterna; per la strada nella quale invece voi volete camminare, andate verso la morte. « Quanto è larga e spaziosa la via che conduce alla morte, e quanti procedono in essa? Quanto è stretta e scomoda la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono coloro che la percorrono! » (Matth. VII, 13). Qual è questo piccolo numero? Quello degli uomini che sopportano le afflizioni, che sopportano le tentazioni, che in mezzo a tutti i dolori, non hanno ripensamenti né cadute; che non ricevono con gioia, se non per una sola ora, la parola di salvezza e si disseccano poi nel tempo dell’afflizione come al levar del sole, impiantati come sono sulle radici della carità. Siate dunque portati – vi dico – sulle radici della carità, affinché il sole, levandosi, non vi bruci ma vi nutra. « Tutti questi mali si son abbattuti su di noi, ma noi non Vi abbiamo dimenticato, non abbiamo violato la vostra alleanza, e questo nostro cuore non si è tirato indietro ». Ma siccome noi non abbiamo fatto tutte queste cose se non in mezzo alle tribolazioni, camminando già nella via stretta, è certo che « voi abbiate allontanato i nostri sentieri dalla vostra via » (S. Agost.).

ff. 20, 21. – Nell’esaminarci con cura, noi scopriamo che abbiamo dimenticato un’infinità di volte il nome del Signore, che abbiamo alzato le mani verso gli dei stranieri – che sono il mondo ed i suoi falsi beni – … che non abbiamo pensato alla scienza infinita di Dio, che tiene conto di tutto, ed al Quale nulla può essere nascosto (Berthier). Dio conosce il segreto dei cuori. Quanto a noi, se vogliamo conoscere il nostro cuore e renderne conto a noi stessi, vediamo le nostre opere: il nostro cuore è buono, la nostra vita è buona; esso è cattivo se la nostra vita è conforme alle massime del mondo (Duguet). – « … È a causa vostra che noi siamo immolati ogni giorno ». Di fronte a sì gravi e numerosi pericoli, è per noi una consolazione sufficiente sapere il motivo per il quale noi soffriamo. Cosa dico? Una consolazione sufficiente? È una consolazione infinitamente superiore; perché, se noi soffriamo, non è per gli uomini, non per qualcosa di temporale, ma soffriamo per il sovrano Maestro dell’universo. In più, a questa ricompensa, si sommano altre varie numerose ricompense. Come la condizione imposta dalla natura agli Apostoli non permetteva loro di soffrire più di una morte, questo stesso limite non è assegnato ai beni che possiamo meritare. Anche se noi siamo ridotti a non morire che una volta, Dio ci ha dato la facoltà di morire ogni giorno con la volontà, se ci piace farlo. Così raccoglieremo tante corone dopo la nostra morte che noi abbiamo vissuto in tutti i giorni; noi ne raccoglieremo infinitamente di più, perché noi possiamo morire ogni giorno, due, tre, e tutte le volte che vogliamo. L’uomo che è sempre pronto a sacrificare la sua vita può contare su di una ricompensa che non lascerà più nulla da desiderare (S. Crhys. Omel. sull’Ep. ai Rom. 4).- Voi fate professione, come Cristiani, di mortificarvi ed umiliarvi, ma lo si fa incessantemente e malgrado tutto, nel mondo? E mentre vi mortificate potete dire a Dio, come Davide, « … è per Voi, Signore, è per Voi solo che siamo mortificati »; è per Voi, Signore, per Voi solo che noi soffriamo, il mondano non si riduce a tenere in senso opposto lo stesso linguaggio, dicendo al mondo: è per te, mondo riprovato, che io sono schiavo; è per te che io mi faccio violenza; è per te che io soffro e gemo, ed è ancora per te che ho ancora la sciagura, oltre tutto questo, di dannarmi (Bourd.). – « … perché Egli conosce i segreti dei cuori » . Che vuol dire: conosce i segreti? Quali sono questi segreti? « A causa vostra, noi siamo ostacolati ogni giorno, ci si guarda come pecore destinate al macello ». Voi potete veder mettere un uomo a morte, ma perché sia messo a morte, voi lo ignorate. Dio solo lo sa, la cosa è nascosta. Ma qualcuno mi dirà: quest’uomo è in prigione per il nome di Cristo, egli confessa il nome di Cristo. Ma gli eretici non confessano il nome di Cristo? Epperò essi non muoiono per Lui. Ed anche – io dico – in seno alla Chiesa Cattolica credete che non ci sia mai stato, o non possa esservi persona che soffra in vista della gloria umana? Se questo non fosse possibile, l’Apostolo non avrebbe detto: « Se anche dessi il mio corpo al rogo, e non avessi la carità, questo non servirebbe a nulla » (I Cor. XIII, 3). Sappiamo molto bene che ci sono uomini capaci di farlo per orgoglio, e non per amore. C’è dunque qualcosa di nascosto: Dio solo lo vede, noi non possiamo vederlo (S. Agost.).

IV. — 22-25.

ff. 22. – A chi ci si indirizza e chi si parla così? Non si creda piuttosto che a colui che dice: « Sorgete, perché dormite? », il profeta risponda: « Io so cosa dico, io so che Colui che custodisce Israele non dorme » (Ps. CXX, 4); ma ciò nonostante i martiri gridano: « Sorgete, Signore, perché dormite? » O Signore Gesù, Voi siete stato messo a morte, avete dormito durante la vostra Passione, ma già siete resuscitato per noi. A che serve la vostra resurrezione? Coloro che ci perseguitano credono che voi siate morto, e non credono che siate resuscitato. Sorgete dunque per essi. Perché dormite, non per noi, ma per essi? Se in effetti essi credessero che Voi siate resuscitato, potrebbero perseguitare coloro che credono in Voi? (S. Agost.). – Considerate che Gesù-Cristo non dorme allo sguardo dei peccatori, perché Egli sembra dormire per coloro per i quali non è resuscitato e che Egli rigetta per sempre … il Profeta aggiunge: « … perché voltate il vostro sguardo? » noi pensiamo che Dio volga da noi la sua faccia, quando cadiamo in una così grande afflizione per cui le tenebre avvolgono il nostro spirito e formano una nube impenetrabile ai raggi dell’eterna verità (S. Ambr.). – Troppo spesso vi siete lamentati, troppo spesso nel pieno dell’orazione, avete domandato a Dio perché dormisse e vi lasciasse senza assistenza. Ma non avrebbe potuto rispondere, come altre volte ai suoi discepoli: « Uomini di poca fede, da dove tanta diffidenza? » (Matt. VIII, 26). Ma volete che non sappia cosa debba fare, di cosa abbiate bisogno? Ciechi, lasciate agire la mia Provvidenza: posso a volte trattarvi come un padre rigido, ma mai un padre indifferente; credete che se la mia mano sa colpirvi, non sappia poi guarirvi? E che qualsiasi colpo il mio braccio vi infligga, non sia la mia saggezza che li regoli ed il mio braccio che li conduca? (De Boulogne: Sur la Prov.).

ff. 23. – Nessuno è povero, né miserabile, quando il Signore lo guarda e si ricorda di lui; perché infine la sofferenza, che è un male in se stesso, è un bene allo sguardo del giusto. Essa è come una semenza, è la messe di grazia che si raccoglie all’ultima ora eternamente. Anche Dio non gira il suo sguardo e non dimentica la povertà e l’afflizione dei suoi, quando dà loro la pazienza per sopportarli (Duguet). – Perché dimenticate la nostra povertà? Egli non dice: perché dimenticate le nostre buone azioni, la nostra inviolabile fedeltà, la nostra anima irriducibile in mezzo alle prove? Tale è il linguaggio di coloro che vogliono giustificarsi. Ma quando coloro che chiedono soccorso, portano in appoggio delle loro preghiere le ragioni di cui si servono i colpevoli, essi hanno, dice il salmista, sufficientemente espiato i loro crimini, per l’estremo a cui sono ridotti (S. Giov. Crys.).

ff. 24-25. – È questo stato di umiliazione, al di sopra del quale non c’è nulla di così potente ed infallibile onde ottenere tutto ciò che si domanda a Dio. In effetti, colui che prega in piedi può umiliarsi piegando le ginocchia; colui che prega in questa posizione può prostrarsi a terra; ma colui che prega così prosternato non può scendere ad un grado più basso di umiliazione. Ora l’uomo può essere umiliato fino a terra, con il cuore ed il corpo, se pensa, comprende e confessa che è solo polvere, come Abramo quando diceva. « Io parlerò al mio Signore, benché sia polvere e cenere » (Gen. XVIII). Egli è umiliato nel corpo, e prega prosternato come Nostro Signore Gesù-Cristo, che nell’orto degli ulivi si mise in ginocchio e cominciò a pregare, e cadde poi col viso a terra (Bellarm.). – Occorre chiedere il soccorso di Dio non riguardo a se stessi, né per i propri interessi, ma unicamente a gloria del Nome di Dio.

SALMI BIBLICI: “JUDICA ME, DEUS, ET DISCERNE CAUSAM” (XLII)

SALMO 42: “JUDICA ME, DEUS, et discerne causam”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 42

 [1] Psalmus David.

   Judica me, Deus, et discerne causam meam de gente non sancta, ab homine iniquo et doloso erue me.

[2] Quia tu es, Deus, fortitudo mea, quare me repulisti? et quare tristis incedo, dum affligit me inimicus?

[3] Emitte lucem tuam et veritatem tuam; ipsa me deduxerunt, et adduxerunt in montem sanctum tuum, et in tabernacula tua.

[4] Et introibo ad altare Dei, ad Deum qui lætificat juventutem meam. Confitebor tibi in cithara, Deus, Deus meus.

[5] Quare tristis es, anima mea? et quare conturbas me? Spera in Deo, quoniam adhuc confitebor illi, salutare vultus mei, et Deus meus.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XLII

Davide prega Dio che lo liberi dai nemici, e insieme si consola nella speranza della futura beatitudine. È un epitome del Salmo precedente.

Salmo di David.

1. Fammi ragione, o Signore, e prendi in mano la causa mia; liberami da una nazione non santa, dall’uomo iniquo e ingannatore.

2. Perocché tu sei, o Dio, la mia fortezza; perché mi hai tu rigettato, e perché sono io contristato, mentre mi affligge il nimico?

3. Fa spuntare la tua luce e la tua verità; elleno mi istradino, e mi conducano al tuo monte santo e a’ tuoi tabernacoli.

4. E mi accosterò all’altare di Dio; a Dio, il quale dà letizia alla mia giovinezza.

5. Te io loderò sulla cetra, Dio, Dio mio; e perché, o anima mia, sei tu nella tristezza, e perché  mi conturbi?

Spera in Dio; imperocché ancora canterò le lodi di lui, salute della mia faccia e Dio mio.

Sommario analitico

Il salmista sia a nome suo, che a nome di ogni uomo giusto e di tutti i Sacerdoti della nuova legge, espone quali siano le virtù dalle quali essi devono essere ornati per essere degni di ascendere al santo altare ed offrire il Sacrificio della legge evangelica.

I.- Egli indica i tre gradi che devono condurli all’altare:

1° l’innocenza dei costumi e la santità di vita (1);

2° la speranza in Dio: “perché Voi siete la mia forza”;

3° un’attività tutta spirituale che esclude la tristezza (2).

II. Egli indica le due guide che devono aiutare il Sacerdote a guadagnare questi gradi:

1° la luce i cui raggi dissipano le tenebre dello spirito;

2° la verità che, per la certezza delle sue promesse, fortifica i suoi passi.

III. – Bisogna conoscere le virtù necessarie al Sacerdote che si appresta all’altare:

1° la contemplazione dei misteri divini e la tranquillità dell’anima nel tabernacolo di Dio (3);

2° l’oblazione ed il sacrificio di se stesso: “et introibo, etc.” ;

3° il fervore per il rinnovamento interiore dello spirito (4);

4° la lode di Dio e l’azione di grazie per un sì gran beneficio (5);

5° l’unione perfetta ed imperturbabile dell’anima con il supremo Bene (5).

Spiegazioni e Considerazioni

ff. 1, 2. – È possibile dire a Dio: « Dio, giudicatemi », senza provare un sentimento di timore e di sgomento? Occorre dunque vedere nel prosieguo del salmo di quale giudizio il salmista ha voluto parlare: non è del giudizio di condanna, ma del giudizio di discernimento. Cosa dice in effetti? « O Dio giudicatemi ». Come dire: “giudicatemi”, e separate la mia causa da quella di un popolo empio? Se si trattasse di questo giudizio di separazione, noi dovremmo comparire tutti davanti al tribunale di Gesù-Cristo; se è in questione al contrario del giudizio di condanna: « colui che ascolta le mie parole, egli dice, e che crede a Colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non verrà in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita ». Cosa vuol dire allora che non verrà in giudizio? Non incorrerà nella condanna! (S. Agost. Trat. XXII s. S. Giov. 5). – Voi non ignorate che tutti coloro che progrediscono in virtù e che gemono nel loro desiderio della città celeste, che si ritengono viaggiatori sulla terra, che camminano sulla buona strada, che hanno fissato la loro speranza come un’ancora nel desiderio di questa terra che è stabile per sempre, Voi non ignorate – io dico – che questa sorta di uomini, questa buona semenza che si forma in Cristo, geme in mezzo alla zizzania fino al tempo in cui giunge la mietitura, come l’ha definito l’infallibile Verità (Matt. XIII, 18). Questi uomini gemono in mezzo alla zizzania, cioè in mezzo ai malvagi, agli uomini fraudolenti e sediziosi, con uno spirito di collera e di velenosi inganni; essi guardano tutt’intorno a loro e vedono che essi sono come in uno stesso campo nel mondo intero, che tutti ricevono la stessa pioggia, tutti sono esposti allo stesso soffio dei venti, che tutti sono nutriti dagli stessi dolori, e che gioiscono tutti insieme di questi doni comuni di Dio accordati senza distinzione ai buoni e ai malvagi, da Colui che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, e cadere la pioggia sui giusti e gli ingiusti (Matth. V, 15). Essi vedono dunque questa razza di Abramo, questa santa semenza, vedono quante cose abbiano in comune con i malvagi, dai quali un giorno saranno separati: uguaglianza di nascita, condizione simile di natura umana, uguale peso di un corpo mortale, stesso uso della luce, dell’acqua, dei frutti della terra, sorte comune nei confronti delle prosperità e delle avversità del mondo, sia dell’indigenza, sia dell’abbondanza, sia della pace, sia della guerra, sia della salute, sia della peste; essi dunque vedono quante cose in comune essi hanno con i malvagi, con i quali però non fanno causa comune, ed allora essi gridano in tal modo: « Giudicatemi mio Dio e discernete la mia causa da quella della razza non santa ». Giudicatemi, mio Dio, essi dicono, io non temo il vostro giudizio, perché conosco la vostra misericordia. « Giudicatemi, mio Dio, e distinguete la mia causa da quella della razza che non è santa ». – Ora, nel viaggio di questa vita, voi non mi date ancora né un posto distinto, né una luce distinta; distinguete almeno la mia causa, che ci sia una diversità tra chi crede e chi non crede in Voi! La loro infermità è la stessa, ma la loro coscienza non è la stessa; la loro stanchezza è la stessa, ma il desiderio non è lo stesso (S. Agost.). – Il compendio di tutta la religione è, per noi, di essere persuasi che Dio possa tutto e noi nulla possiamo, per cui dobbiamo riporre la nostra fiducia non sul nulla, ma su Colui che è il tutto. Dio sembra respingerci quando non ci assiste in maniera sensibile nelle nostre tribolazioni; ma se abbiamo fede, comprenderemo che è il tempo in cui è più vicino a noi. Non siamo mai più forti di quando sentiamo la nostra debolezza: « la forza, dice l’Apostolo si perfezione nella malattia » (Berthier).

ff. 3. – Mandate la vostra luce e le vostra verità, esse mi hanno diretto e condotto sulla vostra santa montagna, etc., perché la vostra luce è la vostra verità medesima; sotto due differenti nomi, vi è un’unica cosa. Che cos’è in effetti la luce di Dio se non la verità di Dio? E lo stesso Cristo è insieme la luce e questa verità. « Io sono la luce del mondo; colui che crede in me non camminerà più nelle tenebre » (Giov. VIII, 12). « Io sono la via, la verità e la vita » (Giov. XIV, 6) – Egli stesso è la luce. Egli stesso è la verità (S. Agost.). – È la luce della grazia, la sorgente di gioia e di consolazione che dissipa con la sua presenza tutte le tristezze dell’anima. – È Verità di Dio, è fedeltà nel mantenere le sue promesse, altro motivo di gioia, fiducia e speranza. – Tale è la luce di Dio per essere illuminati sulla nostra condotta. È Verità di Dio per farci discernere l’errore e la menzogna, la Verità di Dio dalla verità puramente umana che i pretesti e le maschere alterano. – È questa Verità di Dio che conduce e porta ai tabernacoli divini, mentre le verità puramente umane gettano nell’errore e nel precipizio (Duguet).

ff. 4. – Esiste una lotta incessante nella nostra natura, e mentre il tempo ci porta inevitabilmente verso la senescenza, condizione che precede la morte, il desiderio del cuore è sempre per la giovinezza e la vita. Nella giovinezza vi è un non so che di fascinoso e che rapisce il cuore, e la giovinezza che il cuore ama sopra ogni altra giovinezza, è la giovinezza stessa del cuore, la sua freschezza, la sua bellezza, la sua vivacità, la sua feconda fantasia non ancora disincantata dalla triste esperienza di una vita di sofferenza. Da qui questi sospiri così puri e trasognati del cantore di Israele. « Mi avvicinerò all’altare di Dio, del Dio che letifica la mia gioventù ». Ma da cosa dipende che la giovinezza, e soprattutto la giovinezza del cuore, abbia per noi tanto fascino? La gioventù, nella sua novità, ci rivela la vita sotto una delle sue forme più dolci e più pure. È questa una unicità ed una integrità che non è stata ancora violata, è una perfezione ed una felicità che si fissano naturalmente a tutto ciò che è più vicino al suo principio, perché il possesso del principio, che è anche il fine, è precisamente ciò che continua la giovinezza. Così pure nei nostri santi Libri, il cui linguaggio così semplice copre misteri così profondi, ringiovanire e legarsi al capo, rinnoverà e ricondurrà ai suoi inizi, ricapitolare e restaurare, che sono espressioni sinonime “Instaurare omnia in Christo”. (Mgr BAUDRY, le Coeur de Jésus, p. 169). – Nel giorno della felicità come nel giorno dell’avversità, nel giorno della gioia, come nel giorno delle lacrime, in tutte le vicissitudini della vita, andiamo, come il santo re Davide, a circondare, stringere, abbracciare l’altare di Dio. Ciò che è un buco per il passero, un nido per la tortora, sia l’altare per il nostro cuore (Mgr. Pie, Disc.).

ff. 5. – Il cuore è l’arpa spirituale che risuona quando viene sfiorata dal tocco dello Spirito Santo. – E di nuovo il salmista dice alla sua anima, affinché estragga dei suoni da questo strumento: « perché anima mia siete triste, e perché mi turbate? » Io sono nelle tribolazioni, nei languori, in un’amara tristezza, perché anima mia, perché mi turbate? Ma chi è qui la persona che parla? È la nostra intelligenza che parla alla nostra anima. Essa langue nelle afflizioni, stanca nelle angosce, pressata dalle tentazioni, malata nelle sofferenze, ma lo spirito che dall’alto riceve l’intelligenza della verità, la risolleva e le dice: « … perché siete triste, e perché mi turbate? ». Spesso lo spirito apre le orecchie per ascoltare la voce di Dio che gli parla interiormente, ed ascolta in se stesso il canto che si fa intendere alla ragione. Così nel silenzio, qualcosa risuona, non alle nostre orecchie, ma al nostro spirito: chiunque ascolta questa melodia, è preso dal disgusto per tutto il brusio corporale, e tutta questa vita umana diviene per lui come un rumore tumultuoso che impedisce di intendere questo canto dall’alto, di un incanto infinito, incomparabile, ineffabile. E quando l’uomo viene distolto dal suo raccoglimento da qualche turbamento, ne soffre la violenza e dice alla sua anima: o anima mia, perché siete triste? E perché mi turbate? Forse volete riporre la vostra speranza in voi stessa? Sperate in Dio, e guardatevi dallo sperare in voi stessa (S. Agost.).

SALMI BIBLICI: “QUEMADMODUM DESIDERAT CERVUS” (XLI)

SALMO 41:”QUEMADMODUM desiderat cervus”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 41 (1)

In finem. Intellectus filiis Core.

[1] Quemadmodum desiderat cervus ad fontes aquarum, ita desiderat anima mea ad te, Deus.

[2] Sitivit anima mea ad Deum fortem, vivum; quando veniam, et apparebo ante faciem Dei?

[3] Fuerunt mihi lacrimæ meæ panes die ac nocte, dum dicitur mihi quotidie: Ubi est Deus tuus?

[4] Hæc recordatus sum, et effudi in me animam meam, quoniam transibo in locum tabernaculi admirabilis, usque ad donum Dei, in voce exsultationis et confessionis, sonus epulantis.

[5] Quare tristis es, anima mea? et quare conturbas me? Spera in Deo, quoniam adhuc confitebor illi, salutare vultus mei, et Deus meus.

[6] Ad meipsum anima mea conturbata est; propterea memor ero tui de terra Jordanis, et Hermoniim a monte modico.

[7] Abyssus abyssum invocat, in voce cataractarum tuarum; omnia excelsa tua, et fluctus tui super me transierunt.

[8] In die mandavit Dominus misericordiam suam, et nocte canticum ejus;

[9] apud me oratio Deo vitæ meæ. Dicam Deo: Susceptor meus es; quare oblitus es mei? et quare contristatus incedo, dum affligit me inimicus?

[10] Dum confringuntur ossa mea, exprobraverunt mihi qui tribulant me inimici mei, dum dicunt mihi per singulos dies: Ubi est Deus tuus?

[11] Quare tristis es, anima mea? et quare conturbas me? Spera in Deo, quoniam adhuc confitebor illi, salutare vultus mei, et Deus meus.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XLI (1)

Ardente desiderio di Davide di giungere alla visione di Dio, eterna felicità, trovandosi nei travagli dell’esilio. Nel suo desiderio si ravvisano gli argomenti dell’amor di Dio. — I figliuoli di Core, a cui  davasi il Salmo a cantare, doveano intendere essi  e far intender agli altri i sensi del Salmo stesso.

Per la fine; salmo d’intelligenza ai figliuoli di Core.

1. Come il cervo desidera le fontane di acqua, così te desidera, o Dio, l’anima mia. (2)

2. L’anima mia ha sete di Dio forte, vivo; e quando sarà ch’io venga, e mi presenti dinanzi alla faccia di Dio?

3. Mio pane furono le mie lacrime e notte e giorno, mentre a me si diceva: il Dio tuo dov’è?

4. Tali cose teneva io in memoria; ma dilatai in me l’anima mia; perocché io passerò al luogo del tabernacolo ammirabile, fino alla casa di Dio: dove voci di esultazione e di laude, festosi suoni di que’ che sono al banchetto.

5. Perché mai, o anima mia, sei tu afflitta, e perché mi conturbi? Spera in Dio, perocché ancora canterò le laudi di lui, salute della mia faccia e mio Dio.

6. Dentro di me è turbata l’anima mia; per questo mi ricorderò di te nel paese, che è dal Giordano fino a Hermon e alla piccola collina.

7. L’abisso chiama l’abisso al rumore delle tue cateratte. Tutte le tue procelle e i tuoi flutti son passati sopra di me. (3)

8. Nel giorno il Signore ordinerà che venga la sua misericordia, e la notte a lui darò laude. Meco avrò l’orazione a Dio, che è mia vita;

9. Dirò a Dio: Tu se’ mio aiuto. Perché ti sei scordato di me, e perché vo io contristato, mentre il nimico mi affligge?

10. Mentre sono spezzate le ossa mie, dicono a me improperii que’ nemici che mi perseguitano; dicendomi ogni dì: dov’è il tuo Dio?

11. Anima mia, perché ti rattristi e ti conturbi? Spera in Dio, perocché ancora canterò le lodi di lui, salute della mia faccia e Dio mio.

(1). Il secondo Libro dei Salmi, che comincia dal XLI, comprende trent’uno salmi, dei quali i primi 8 sono dei figli di “Core”, e tutti gli altri, eccetto il 49 di Asaf, ed il 71, attribuito a Salomone, sono di Davide, di cui quasi tutti portano il nome. Questa collezione sembra essere stata compilata verso il ventesimo anno del regno di Ezechia, dai figli di Core, il cui nome si trova in cima ai primi salmi di questo libro. Essi avrebbero aggiunto ai loro, quelli che si conservano per tradizione orale o in famiglie separate, tra i musicisti del tempio. Nei salmi di questo libro Dio è designato ordinariamente con la parola Elohim, e raramente con Jehovah, al contrario dei primi libri (si comparino soprattutto i salmi XIII e LII, che non sono che uno solo), benché quasi tutti in questo secondo libro siano di Davide, come molti salmi del primo libro. Questo deriva dal fatto che la seconda raccolta è stata fatta in un periodo in cui la parola Jehovah cominciava ad essere per i Giudei il nome ineffabile, e quindi, nei Salmi, fino ad allora conservati solo dalla tradizione orale, la parola Elohim aveva già rimpiazzato il nome che non era più permesso pronunziare. Ora i Salmi sono scritti così come si cantavano allora. I salmi dal XLI al XLVIII sembrano essere riconducibili ai tempi di Ezechia, durante l’invasione di Sennacherib (Re, XVIII, 19, Paral. XXXIII, Ezech. XXXVI, 27). I Salmi XLI, XLVIII, salvo il XLIV ed il XLVIII, hanno un doppio senso letterale. Secondo il primo, essi cantano lo stato della Giudea prima e dopo la disfatta di Sennacherib. Nel secondo, essi abbracciano tutta la storia della Chiesa dalla caduta di Adamo fino all’ultimo giudizio. Tutti, salvo l’ultimo, possono applicarsi alle due venute di Gesù-Cristo, e soprattutto la seconda, alla quale si riferisce il Salmo XLVIII (Le Hir.). – Questi Salmi presentano tutte le bellezze più grandi, così come grandi difficoltà.

(2). La noia dell’isolamento nel rimpianto ardente della patria assente, la descrizione della terra straniera e la sua comparazione malinconica con il suolo natale, la speranza nell’avvenire, la speranza del ritorno mista e confusa al ricordo del passato in un toccante abbraccio: tali sono questi due Salmi, o piuttosto tali sono questi due Salmi XLI e XLII, pieni di tenerezza e di dolci lacrime, e da cui alcune armoniose rimembranze sono tutti i giorni ripetute nella Messa.

(3) Come l’abisso risponde all’abisso nel giorno in cui rumoreggiano la sue cataratte, esse, così dirompenti e come ondate, cioè le tribolazioni, sono passate sopra di me.

Sommario analitico

Davide, dopo aver considerato nei due Salmi precedenti la Passione e la Resurrezione di Gesù-Cristo, esprime qui l’ardente desiderio di provare l’eterna felicità contemplando il Salvatore nei cieli.

I. Egli esprime la vivacità, l’ardore dei suoi desideri, con l’aiuto di una doppia analogia.

1° del cervo che corre verso le sorgenti di acqua viva (1), 2° di un uomo che prova una sete ardente e come una sorta di impazienza sempre più grande di comparire davanti a Dio (2).

II – Egli fa conoscere la grandezza del suo dolore a causa del ritardo impiegato nel compirsi dei suoi desideri:

1° le sue lacrime scorrono notte e giorno (3); 2° la sua anima si scioglie in ferventi preghiere (4); 3° tuttavia conserva la speranza di vedere i suoi voti esauditi ed indica come essi saranno.

III – Egli si considera come in balìa alla tempesta, ed enumera tutte le ondate dalle quali è travolto:

1° egli è agitato da ondate di tristezza interiore, e ne indica i rimedi: – a) la speranza in Dio; – b) il suo amore e le sue lodi (5), c) – il pensiero che è il nostro Sanatore ed il ricordo cosante della sua presenza (6).

2° Egli è stato scosso dalle tentazioni raddoppiate del demonio (7).

3° Ha visto piombare su di lui tutte le calamità, sia quelle inviate direttamente da Dio, sia quelle che Egli ha semplicemente permesse. Ne attende il rimedio nella misericordia di Dio che: – a) dà una nuova forza all’anima; – b) la porta ad indirizzare a Dio ferventi preghiere; – c) produce una intera e perfetta fiducia in Dio (8, 9).

4° I flutti che lo circondano sono gli attacchi che gli portano i suoi nemici, i loro oltraggi, le loro derisioni, i loro rimproveri. Il rimedio è – egli lo ripete – la speranza in Dio che dissipa ogni tristezza (10, 11).

Spiegazioni e Considerazioni

I . — 1, 2.

ff. 1. – È normale per coloro che amano, non tenere il proprio amore segreto, ma far conoscere a tutti quelli che li circondano, l’ardore dal quale sono animati; perché l’amore è per sua natura come una fiamma ardente, che l’anima non può nascondere. Siccome la parola è incapace di esprimere il suo amore, il Re-Profeta cerca da ogni parte un esempio che possa farci comprendere questo amore e farci parte dei suoi trasporti (S. Chrys.). – Ma perché il salmista sceglie il cervo come termine di paragone? Il cervo possiede quattro qualità rimarchevoli: innanzitutto esso è nemico dei serpenti ed è continuamente in lotta con essi; in secondo luogo, quando è inseguito dai cacciatori, acquisisce una rapidità nella corsa sulle alte montagne più alte; poi esso osserva, per naturale istinto, quel che l’Apostolo raccomanda ai Galati, cioè « … portare i pesi gli uni degli altri », perché quando i cervi camminano nel branco, o attraversano i fiumi a nuoto, appoggiano la testa sui loro vicini; infine, affaticato dalla lotta contro i serpenti, o per le corse sulle alte montagne, cerca ardentemente l’acqua dalle fonti. Così è colui che ama Dio! (Bellarm.). – « Immaginate questo cervo che, inseguito da una muta di cani, non abbia più fiato, né gambe; come si getta avidamente sull’acqua che cerca, con quale ardore si slancia e si immerge in questo elemento. Sembra come se volesse volentieri fondere e tramutarsi in acqua, per gioire più pienamente di questa frescura. Oh! Quale unione del nostro cuore a Dio nell’alto del cielo dove, dopo questi desideri infiniti del vero bene, non più asserviti a questo mondo, troveremo la sorgente potente e vivente. Ecco allora, così come si vede un lattante affamato, incollato al fianco della madre e attaccato alla sua mammella, sollecitare avidamente questa dolce fontana di soave e desiderato nettare, e sembra quasi che voglia immergersi tutto nel seno materno, e succhiare il petto nel suo, così sarà la nostra anima, assetata totalmente dalla bruciante sete del bene, quando incontrerà la sorgente inesauribile nella Divinità, o vero Dio! Quale santo e divino ardore l’unirsi ed il congiungersi a queste mammelle feconde di ogni bontà, per essere tutto inabissato in essa ed essere un tutt’uno in noi » (S. Franc. De Sales, T. de l’am. de Dieu. L. III, C. XI.). – Dove si è mai visto questo desiderio di comparire davanti a Dio così vivamente espresso? Se non fosse soprannaturale, lo si troverebbe nelle preghiere di altre religioni; ma non è così, non lo sarà mai. Orazio predice ad Augusto che sarà un “dio”, cosa che è più che vedere Dio, ma gli consiglia di non affrettarsi, malgrado tutto il piacere che si possa avere nell’essere nell’olimpo: egli ha ragione, non occorre essere “dio” in questo modo se non il più tardi possibile (La Harpe). – Tutti, santi e peccatori, perfetti ed imperfetti, giovani e vecchi, innocenti o penitenti, uomini solitari o gente mondana, tutti devono incontrarsi nel santuario di questo amore di desiderio, tutti devono attingere alle acque di queste sorgenti celesti. Quale creatura ragionevole potrebbe non desiderare Dio con un ardore infinito ed irresistibile? Quale intelligenza creata non prova il bisogno di essere inondato dalla sua dolce luce? Quale volontà creata non langue in attesa dal momento in cui sarà abbracciata dal fuoco del suo amore estatico? Daniele è chiamato nella scrittura l’uomo del desiderio, magnifico titolo che ricorderà fino alla fine dei tempi l’ardore con il quale il Profeta cercava Dio. Come sarebbe bello vedere con gli occhi di qualche sublime intelligenza, come questo desiderio di Dio faccia la bellezza e l’ordine di tutta la sua creazione che tende verso di Lui, sia negli empirei spirituali della santità angelica, sia attraverso la terra ed i mari, le montagne e le valli del nostro pianeta, delle intelligenze e delle volontà senza numero, ognuna tracciante la propria strada nel movimento generale! È questo desiderio che salva e giustifica, che dà la corona e la gloria; è questo amore che i tremori di una santa paura rendono più elevato e squisito. È un amore che non solo ci fa desiderare Dio, ma ce Lo fa desiderare sopra ogni altra cosa, unicamente e sempre con intensità. Senza tiranneggiarci, esso ci attira a cercare esclusivamente Dio in tutte le cose di quaggiù, e a sospirare presso di Lui come se fosse Egli solo il magnifico avvenire che colmerà le nostre speranze nella vita futura (Faber, Le Createur et la creat., p. 184).

ff. 2. – Il cervo desidera le sorgenti d’acqua per dissetarvisi o per bagnarvisi, noi lo ignoriamo. Ascoltate cosa dice in seguito, ed il vostro dubbio cesserà: « La mia anima ha sete del Dio vivente ». Ma qual è questa sete? « Quando verrò e apparirò davanti al cospetto di Dio? » Ecco la mia sete di venire ed apparire davanti a Dio. Io ho sete nel mio viaggio, io ho sete nella mia corsa: arrivando sarò assetato. Ma: « quando arriverò? ». Ciò che è sollecito per Dio, è lento nell’arrivare per colui che desidera (S. Agost.). – Il profeta non dice: la mia anima ama Dio, o che abbia un’affezione per Dio; per meglio esprimerci la vivacità del suo amore, lo compara al bisogno della sete, per farci comprendere l’ardore e la continuità di questo amore. « La mia anima ha sete del Dio forte e vivente ». Sembra per far intendere questi rimproveri più in alto alle orecchie di coloro che sospirano dietro alle cose di questa vita. Perché questa passione insensata per la materia? Perché questo amore per le cose deperibili? Perché questa ambizione di gloria? Perché questi desideri della voluttà? Nessuna di queste cose dura e vive eternamente; esse tutte passano e spariscono con rapidità; esse sono più vane dell’ombra, più ingannevoli dei sogni, appassiscono e cadono più rapidamente dei fiori di primavera. Le une, in effetti, periscono per noi in questa vita, le altre ci lasciano anche prima di questo termine fatale. Il possesso ne è incerto, l’uso di breve durata, ed il cambiamento rapido. In Dio al contrario, nulla di simile: Egli vive e dimora eternamente, e non è soggetto ad alcun cambiamento, ad alcuna vicissitudine. Lasciamo tutte le nostre cose fragili ed effimere, per riporre il nostro amore solo in Colui la cui esistenza è eterna (S. Chrys.). – Desideriamo allora anche noi attingere vivamente alle sorgenti del Salvatore. In Lui ci sono diverse sorgenti, benché unica sia la sorgente; e San Bernardo si prende cura di nominarle: sorgente di misericordia, per lavare le nostre anime, sorgente di saggezza per estinguere la loro sete; sorgente di grazia, per fecondarle; sorgente bruciante di amore per riscaldarle. Ma a queste quattro prime, bisogna aggiungerne una quinta, quella sulla quale poggia l’eterna felicità, quella che Davide aveva visto in questo versetto del salmo: « … la mia anima ha sete di Dio, che è la sorgente vivente » (S. Bern.). – « Quando verrò e comparirò davanti a Dio? ». Vedete un’anima tutta infuocata e consumata dall’amore. Davide sa che egli deve vedere Dio all’uscita da questa vita, ma non può attendere questo momento, egli non può soffrirne il ritardo, e si mostra qui animato dallo stesso spirito dell’Apostolo, al quale la lunghezza del pellegrinaggio di questa vita strappa dei gemiti (S. Chrys.). – Quali sentimenti di intima dolcezza, di gioia ineffabile inondano e penetrano la nostra anima, quali lacrime rallegrano il nostro cuore, quando al ritorno da un lungo viaggio noi scorgiamo da lontano, sotto un cielo brumoso, su di un triste lido, la povera casa dove ci attende nostro padre, nostra madre; quando noi riconosciamo la nostra stessa madre che viene sulla soglia a contemplare questa strada alla quale ella da tanto tempo richiede suo figlio! E queste non sono che le gioie della terra. Che sarà, dunque, mio Dio, cosa sarà il ricordo di tutte le cose felici in questo mondo, quando noi ritorneremo non più nella casa di fango dei nostri genitori mortali, ma a questa casa che non è fatta da mani d’uomo, alla casa che vi siete preparata per l’eternità nei cieli; non più nel pergolato di questa vita piena di offese, ma nel palazzo della nostra santa origine e delle vostre immortali grandezze; … ma a Maria, la Madre del vostro amore le immortali grandezze; ma a Maria, la Madre del vostro amore, … a Gesù, che ha tanto sofferto per riscattarci; … ma a Voi per l’eternità, nostro Padre e Padre della nostra eternità! (L.V., Rome et Lorette, p. 180). « Quando verrò, e quando comparirò al cospetto di Dio? Quando spinterà questo giorno felice? … giorno di liberazione e di beatitudine senza fine? Quando cesserà il tempo dell’esilio, il tempo della speranza e delle lacrime? Quando vedrò declinare le ombre che nascondono ai miei sguardi la faccia di Dio che io amo? »

II. — 3, 4.

ff. 3. – Finora, mentre medito, corro, sono in cammino, prima che venga, che compaia davanti a Dio, « … le mie lacrime sono state per me un pane, giorno e notte » , quando mi si dice ogni giorno: « dov’è il tuo Dio? ». Le mie lacrime – egli dice – sono state per me non amarezze, ma un pane. Queste lacrime mi erano dolci nella sete in cui ero quando cercavo questa fonte alla quale non potevo ancora bere, e mangiavo con avidità le mie lacrime; perché egli non ha detto: le mie lacrime sono per me diventate una bevanda, per timore di sembrare di averle desiderate così come le sorgenti delle acque, ma conservando questa sete che brucia e mi precipita verso le sorgenti delle acque, le mie lacrime sono diventate il mio pane in tutto il tempo in cui stavo lontano dalla mia meta. E mangiando le sue lacrime, senza alcun dubbio, egli ha via via sempre più sete delle sorgenti. In effetti, giorno e notte, le mie lacrime sono diventate il mio pane. Gli uomini mangiano durante il giorno questo nutrimento che si chiama pane, e la notte dormono. Ma il pane delle lacrime è mangiato giorno e notte, sia che consideriate il giorno e la notte da un punto di vista temporale, sia che consideriate il giorno come le prosperità, e la notte come le avversità di questo secolo. In tale prosperità o nelle avversità, io verso le lacrime del mio desiderio, e nulla perdo dell’avidità del mio desiderio, ed anche quando tutto nel mondo è bene, tutto è male, finché io non compaia al cospetto di Dio. Perché sforzarmi di essere felice, in qualche modo, del giorno, se qualche prosperità del mondo mi sorride? Non è deludente? Transitoria, corruttibile, mortale? Non è forse temporanea, cangiante, passeggera? Non porta più delusione che diletto? Perché dunque, anche in seno a questa prosperità, le mie lacrime non sarebbero il mio pane? Perché, anche quando la felicità di questo mondo brilla intorno a noi in tutto il suo splendore, finché siamo in questo corpo, noi viaggiamo lontano da Dio (II Cor. V, 6). Ed ogni giorno mi si dice: « dov’è il vostro Dio »? Costui mi mostra il suo Dio col dito, stende il suo dito verso qualche pietra e dice: ecco il mio Dio, « … dov’è il vostro Dio? » Se io rido di questa pietra, e se colui che me l’ha mostrata arrossisce, egli distoglie lo sguardo da questa pietra, guarda il cielo, e mostrando col dito forse il sole, dice ancora: ecco il mio Dio, « dov’è il vostro Dio »? Egli trova quel che può mostrare ai suoi occhi di carne; dal mio canto, non è che io non abbia nulla da mostrargli, ma egli non ha gli occhi con i quale vedere ciò che potrei mostrargli. Egli ha potuto mostrare il sole, che è il suo “dio”, ai miei occhi di carne, ma con quali occhi mostrargli Colui che ha fatto il sole? (S. Agost.). – Talvolta le lacrime non hanno una causa precisa: ci sono lacrime in tutto l’universo, ed esse ci sono così naturali, benché non abbiano causa, esse colerebbero senza causa, per il solo fascino di questa ineffabile tristezza di cui la nostra anima è pozzo profondo e misterioso. (Lacord. I, Conf. T. 1, p. 47). – Si piange come il bambino nella culla, senza saperne il perché; si piange perché si è esiliati, e nell’esilio il sentimento della patria bagna le palpebre, anche quando non ci sia un ricordo distinto e presente. Si piange perché nulla ci soddisfa completamente: il miglior latte contiene un misto di assenzio, il vino più dolce possiede delle gocce di amarezza. Chi mi dirà la causa di queste lacrime? « … è – scrive Bossuet – quel che non si può dire ». Non è vero, prendendo in altro senso il pensiero di Virgilio, che ci sono dappertutto lacrime nelle cose, « sunt lacrymæ rerum ». – Ci sono lacrime più preziose, più feconde, lacrime divine, che sembrano cadere dal cielo nel cuore dell’uomo. Sono le lacrime di un cuore amante, di un cuore che è proteso al cuore di Dio, e che piange perché Lo ama. Non ne abbiamo mai versate di queste lacrime profumate, … come le chiama santa Caterina? Ne avremmo dovuto spargere se non altro all’epoca della nostra prima Comunione, dopo un ritiro, in una orazione fervente, in quei giorni di luce inopinata in cui Dio sembra voler entrare bruscamente nel nostro cuore? E non parlo solo delle lacrime esteriori; quello che voglio specialmente designare, sono le lacrime misteriose che scendono nel silenzio di un cuore liquefatto d’amore, lacrime immateriali, invisibili, che gli Angeli appena percepiscono, ma che Dio distingue e riceve con gioia, come la più pura essenza dell’anima! Siete Voi che io saluto, che vorrei poter adorare come questo liquore balsamico che fuoriesce da certe piante nei paesi orientali! Voi ne discendete sempre: non è necessario che il tronco che vi contiene sia tagliato col ferro, è sufficiente solo che le sue foglie siano agitate dalla più leggera brezza d’amore (Mgr. Landriot, Béat. Ev. XVIII Conf.).

ff. 4. –  Tuttavia, a forza di sentir dire ogni giorno: « dov’è il vostro Dio? », a forza di nutrirmi tutti i giorni delle mie lacrime, io ho meditato giorno e notte su tutto ciò che ho inteso: « … dov’è il vostro Dio »? Io ho anche cercato il mio Dio, per non essere ridotto a credere solo in Lui, ma per vederlo in qualche modo, potendo. Io vedo in effetti ciò che ha fatto il mio Dio, ma Egli che ha fatto tutte queste cose, io non Lo vedo. Ma poiché sospiro come il cervo presso le fonti d’acque; poiché il mio Dio è la sorgente della mia vita; infine poiché le meraviglie invisibili di Dio siano comprese e percepite con l’aiuto delle meraviglie visibili che Egli ha creato (Rom. I, 30), cosa farò per ritrovare il mio Dio? Io consideravo la terra, la terra che Egli ha creato. Grande è la bellezza della terra, ma la terra ha Qualcuno che l’ha fatta; grandi sono le meraviglie delle semenze e delle generazioni, ma tutte queste cose hanno un Creatore. Io contemplo l’immensità dei mari che circondano le terre: io sono stupefatto, ammiro e cerco Chi le abbia fatte. Alzo i miei occhi al cielo verso la magnificenza degli astri: ammiro lo splendere del sole che produce il giorno, e la luna, che consola le tenebre della notte; tutte queste cose sono meravigliose, sono degne di ogni lode, o piuttosto confondono il nostro spirito: esse non appartengono più alla terra, essendo delle cose tutte celesti; e pertanto la mia sete non si arresta ancora là: io ammiro queste bellezze, le lodo, ma io ho sete di Colui che le ha fatte. (S. Agost.). – « Io ho allargato l’anima mia al di sopra di me stesso », e non mi resta più nulla da desiderare se non il mio Dio. In effetti è là, al di sopra della mia anima, che è la casa del mio Dio. Là Egli abita, da lì mi vede, da lì mi ha creato, da lì mi governa, provvede ai miei bisogni, da lì mi chiama, mi dirige, mi conduce, mi volge al porto. Ora, Colui che possiede nel più alto dei cieli una casa invisibile, ha anche una tenda sulla terra. La sua tenda sulla terra è la sua Chiesa, ancora in cammino. È là che bisogna cercarlo perché nella tenda si trova la strada che porta alla casa. In effetti, quando ho allargato la mia anima al di sopra di me, per raggiungere il mio Dio, perché l’ho fatto? « Perché io entrerò nel luogo del tabernacolo ». In effetti, fuori dal luogo del tabernacolo, io non potrei che ingannarmi cercando il mio Dio. « perché io entrerò nel luogo del tabernacolo meraviglioso, fino alla casa di Dio ». Nel presente, in effetti, io ammiro molte cose nel tabernacolo. Quali incomparabili meraviglie ammiro in questo tabernacolo! Perché il tabernacolo di Dio sulla terra, è formato dagli uomini fedeli. Io ammiro in esso la maniera in cui i loro membri sono loro sottomessi, perché il peccato non regna in essi per asservirli al desiderio del male e perché non abbandonino i loro membri al peccato, come strumento di iniquità, ma li offrano al Dio vivente con le loro buone opere. (Rom. VI, 12). – Io ammiro quando l’anima serve Dio, come i membri del corpo combattono per Dio; io vedo l’anima stessa obbedire a Dio, che regola le opere che devono compiere, frenando le cupidigie, respingendo l’ignoranza, procedendo nelle più dure e penose sofferenze, trattando gli altri con giustizia e carità. Ammiro anche queste virtù nell’anima, ma io non sono che nel luogo del tabernacolo. Io passo oltre, e per quanto mirabile sia questo tabernacolo, io sono stupefatto quando giungo alla casa di Dio (S. Agost.). – « In mezzo ai canti di allegrezza e di lode, in mezzo ai concerti che celebrano la gioia delle feste ». Quando in mezzo a noi si celebra qualche splendida festa, vi è l’abitudine di riunire, davanti casa, dei suonatori di strumenti, dei cantori, dei musicisti utilizzati nelle feste per eccitare al piacere, e quando noi li ascoltiamo, cosa diciamo passando? Cosa si fa là? E ci si risponde: vi si celebra una nascita o le nozze, di modo che questi canti non sembrano inopportuni ed il piacere trovi la sua scusante nella festa che vi si celebra. Nella casa di Dio c’è una festa continua. In effetti, non vi si celebra nulla che sia passeggero. La festa eterna è celebrata dai cori degli Angeli; e il viso di Dio, visto allo scoperto, causa una gioia che nulla può alterare. Nessun inizio c’è a questo giorno di festa, nessuna fine che possa concluderlo. Da questa festa eterna e continua sfugge non so qual suono che giunge dolcemente alle orecchie del cuore senza che si mescoli a nessun brusio umano. L’armonia di questa festa incanta l’orecchio di colui che cammina in questa tenda e che contempla le meraviglie che Dio ha operato per la redenzione dei fedeli; ed essa conduce il cervo verso le sorgenti delle acque. (S. Agost.).

III. — 5-11.

ff. 5. – Benché talvolta noi perveniamo, camminando sotto l’impulso del desiderio che dissipa le nubi intorno a noi, ad intendere questi suoni divini, in modo da percepire con i nostri sforzi, qualcosa della casa di Dio, ciò nonostante, attratti per i piedi dalla nostra debolezza, ricadiamo ben presto nelle nostre abitudini e ci lasciamo introdurre alla nostra vita scostumata. Ed anche quando nell’avvicinarci a Dio, noi abbiamo trovato la gioia, ricadendo sulla terra, troveremo di cosa gemere. In effetti, questo cervo, questo giusto che mangia la sue lacrime notte e giorno, e che è guidato dal suo desiderio verso le sorgenti dell’acqua, cioè verso le dolcezze interiori di Dio che espande la sua anima sopra di lui, e marcia nel luogo di questa mirabile tenda fino alla casa di Dio, condotto dalle delizie del canto interiore che ha compreso, quand’anche giunga a disprezzare tutte le cose esteriori e a non desiderare che le cose interiori, questo giusto non è ancora che soltanto un uomo; egli ancora geme qui in basso, porta ancora una fragile carne, è ancora in pericolo in mezzo agli scandali del mondo. Egli ha dunque gettato uno sguardo su se stesso, ritornando per così dire nelle sue altezze; egli ha comparato le tristezze in mezzo alle quali si trova con le meraviglie che ha intravisto entrando nella casa di Dio, e che ha lasciato uscendone; e si sente dire: « … Anima mia, perché sei triste, e perché mi turbate? ». Ecco che già abbiamo gioito di una certa dolcezza interiore; ecco che nella parte più elevata del nostro spirito, noi abbiamo potuto intravedere, benché succintamente e di sfuggita qualche cosa di mirabile; perché dunque mi turbate ancora? Perché ancora siete triste? In effetti voi non avete dubbi circa il vostro Dio; non siete privo di risposte contro coloro che dicono « … dov’è il vostro Dio »? Ho già pregustato ciò che è immutabile; perché ancora mi turbate? « Sperate in Dio ». E la sua anima gli risponde in segreto: perché mi turbate, se non perché io non sono in questa dimora dove si gusta questa dolcezza e in seno alla quale io già sono stata trasportata come di passaggio? È che ora che io beva a questa sorgente senza nulla temere? Cosa fare al presente per non temere alcuno scandalo? Sono forse al presente in sicurezza contro le mie cupidigie? Il demonio, mio nemico, non tende tutti i giorni contro di me perfide insidie? E non volete che io mi turbi mentre sono nel mondo, ancora esiliato dalla casa di Dio? Allora, alla sua anima che lo turba e che gli chiede conto, per così dire, di queste turbe, esponendogli i mali di cui è pieno il mondo, egli risponde: « Sperate in Dio ». Aspettando, aspettate quaggiù nella vostra speranza; « perché la speranza delle cose che si vedono, non è più una speranza; ma se speriamo ciò che non vediamo, noi lo attendiamo con pazienza » (Rom. VIII, 24S. Agost.). – Diversi sono i tipi di tristezza: la tristezza di questo mondo, che proviene dal dolore di aver perso i beni del secolo; dell’attaccamento vivo a questi beni putrescenti; dell’impotenza nel non vedersi soddisfatte le passioni: è questa una tristezza criminale che ci accomuna agli empi e produce la morte. – Tristezza nell’umore, nell’aspetto, di disgusto delle cose di Dio, di turbamento e di inquietudine: tristezza imperfetta e talvolta dannosa. – Tristezza secondo Dio, che viene dal fatto che il giusto, persecutore irreconciliabile delle proprie passioni, si trova ancora perseguitato dalle ingiuste passioni degli altri. – Tristezza secondo Dio che « riempie il cuore dei fedeli », quando sui fiumi di Babilonia ed in mezzo ai beni passeggeri, essi sentono i loro esilio e piangono ricordando Sion, la loro cara patria. – Tristezza secondo Dio che soprattutto produce, dice l’Apostolo, una stabile penitenza; tristezza santa e salutare, semenza di gioia divina e di salvezza eterna (Dug. e Bossuet: Trist. des enf. de Dieu).

ff. 6. –  « La mia anima è turbata in me ». È turbata in Dio? Essa è turbata in me, essa è alleviata in Colui che è immutabile; essa è turbata in me, che sono soggetto a cambiamenti. Io so che la giustizia di Dio è stabile, io non so se la mia sia durevole, perché l’Apostolo San Paolo non sbaglia quando dice: « … colui che crede di essere in piedi, prenda cura di non cadere » (I Cor. X, 12). Dunque, poiché non mi piace impormi, io non pongo in me la mia speranza, e non amo essere in me turbato. Volete che essa non sia turbata? Che non resti in voi, dite al contrario: « Signore io ho elevato la mia anima a Voi » (Ps. XXIV, 1). Non riponete dunque la vostra speranza in voi, ma nel vostro Dio; perché se la mettete in voi, la vostra anima è turbata, poiché non trova in voi motivo di sicurezza. Dunque, poiché la mia anima è turbata in me, cosa mi resta se non di essere umile per evitare ogni presunzione? Cosa mi resta se non occupare l’ultimo posto; se non umiliarmi per essere elevato, se non nulla attribuirmi, affinché Dio mi doni ciò che mi è utile. Dunque, perché la mia anima in me è turbata, è l’orgoglio che produce questo turbamento, «a causa di ciò, io mi sono ricordato di voi, mio Signore, dalle rive del Giordano e dalla piccola montagna dell’Hermoniim ». Dove mi sono ricordato di voi? Da una piccola montagna e dalle rive del Giordano. Forse è dal Battesimo, ove si trova la remissione dei peccati? Nessuno in effetti corre alla remissione dei peccati, se non colui che si confessa peccatore, e nessuno si confessa peccatore se non umiliandosi davanti a Dio (S. Agost.).

ff. 7, 8. – Ecco l’espressione figurata per esprimere la grandezza delle afflizioni paragonate a tracimazioni d’acqua che si susseguono continuamente le une alle altre. – Orbene, secondo i Santi Padri, l’abisso della miseria degli uomini, attira l’abisso della misericordia. Nel senso opposto l’abisso della malizia del cuore umano attira l’abisso della giustizia divina. – O ancora, la profondità impenetrabile del cuore dell’uomo, richiede la profondità infinita della scienza di Dio stesso che sonda, come si dice, i reni ed il cuore di tutti gli uomini (Duguet). – Quando i flutti del mare si sollevano e minacciano una prossima morte, coloro che si vedono sul punto di essere ingoiati dalle furiose ondate, non sono più toccati da nessuna preoccupazione della terra, né dai piaceri dei sensi. Essi gettano fuori dal vascello tutte le cose per le quali hanno attraversato i mari, ed il desiderio di salvare la loro vita fa sì che considerino un nulla ciò che stimavano di più. È quel che succedeva al Profeta, quello che succede tutti i giorni alle anime afflitte che si trovano avvolte sotto i flutti della giustizia di Dio. Esse sono insensibili a tutto ciò che accade nel mondo, a tutti i vani piaceri del secolo (Idem). – Dopo che saranno passate queste grandi acque e questi orribili abissi, il Signore invia, nel giorno della prosperità, la sua misericordia nel visitarci e nel consolarci. È un bel giorno questo che sorge dopo una notte oscura. Questo felice cambio arriva per coloro che sono fedeli a Dio nel tempo dell’afflizione e che, in luogo di piangere e mormorare durante la notte della desolazione, Gli cantano un cantico di azioni di grazie.

ff. 9. 11. – « In me è la mia preghiera, etc. …»: io non andrò in effetti a comprare al di là dei mari le suppliche che devo fare a Dio; o, perché Dio mi esaudisca, non navigherò più in paesi lontani, per riportarne l’incenso ed i profumi; io non prenderò dal mio gregge delle vittime per offrirgliele in sacrificio: « in me è la mia preghiera al Dio della mia vita ». Io ho dentro di me la vittima da immolare, ho dentro di me l’incenso da offrire, io ho dentro di me il sacrificio per placare il mio Dio (S. Agost.). – « Dov’è il tuo Dio? ». Questa domanda ironica degli empi è ripetuta due volte in questo Salmo, e si sente che è una delle prove più difficili alle quali la pietà possa essere esposta. La più grande pena di Giobbe e di Tobia era questa domanda insolente che veniva loro rivolta all’apice della loro sofferenza: dov’è dunque il vostro Dio? Dove la vostra speranza? Dove sono le vostre elemosine? Gesù-Cristo ha voluto essere così l’oggetto di simili beffe: « … ha posto la sua fiducia in Dio, che Dio lo liberi se Lo ama ». Il mondo non cessa di utilizzare verso i servi di Dio quest’arma del sarcasmo e del ridicolo. Occorre prepararsi di buon ora a questo genere di combattimento, ove si trionfa solo con un’umile pazienza e con profondo sentimento dell’onore cristiano. Chi teme Dio sfida tutte le altre paure; chi spera in Dio disprezza tutte le altre speranze. Contro un tale uomo, il mondo è disarmato (Rendu). – Cosa mi interessano l’ignoranza, il disprezzo di questi beffardi di professione che mi dicono tutti i giorni: « … dov’è il vostro Dio? », dov’è la vostra aspettativa? Chi considera la vostra pazienza? Cosa è diventata la promessa del suo avvento? Cosa importano le loro risate e le loro negazioni, lasciamo loro i dubbi e le oscurità, i loro ristretti orizzonti, le loro aspirazioni limitate alla terra, il loro spirito che si imprigiona nei tempi, il loro cuore vuoto di Dio, la loro anima chiusa alla speranza, la loro vita cupa e desolata che si svolgerà con inutili rimpianti. Ma noi che abbiamo lo sguardo più fermo, che davanti abbiamo le più ampie prospettive, conserviamo la nostra fede e la nostra fiducia in Dio, e le nostre speranze eterne, con la parte migliore e più pura del genere umano (Mgr. Freppel). – Ah, senza dubbio, i nostri occhi, come quelli del Re-Profeta, si bagnano di lacrime a queste parole di insulto e di incredulità, ma queste lacrime, noi le riversiamo su di loro, perché essi non conoscono nulla del destino sublime dell’uomo, … non vedono nulla al di là della corruzione della morte e della polvere delle tombe; noi piangiamo su di essi, perché sono completamente estranei a questa alleanza spirituale che Dio ha voluto contrarre con gli uomini, perché essi sono senza speranze circa i beni promessi e come senza Dio in questo mondo; sono queste delle anime vuote di fede, legate alle loro basi, aperte solo al tumulto dei sensi ed al delirio delle passioni: noi piangiamo su di essi, perché quale spettacolo più deplorevole che vedere delle anime immortali dire a Dio: « … io non voglio la vostra immortalità; io amo piuttosto la morte, il niente ». Ma nello stesso tempo noi espandiamo la nostra anima fuori da noi stessi, e diciamo: noi passeremo un giorno nel luogo di questo tabernacolo mirabile, fino alla casa di Dio. Perché dunque, anima mia, ti rattristi per le loro beffe, e perché mi turbi? La testimonianza dei morti prova qualcosa contro i viventi? Cosa fa a noi Cristiani, l’essere accusati di illusione, di credulità, di vana speranza, da uomini che non hanno né la fede, né il senso delle cose di Dio? Sanno essi su cosa riposano le nostre speranze? Conoscono i fondamenti incrollabili della nostra credenza dell’immortalità? Possono farne delle congetture? Chi dice loro che siamo vittime di un miraggio ingannatore, che fissiamo gli occhi su queste sponde immortali come verso il termine della nostra traversata in questo mondo? Essi non sanno che la croce di Gesù-Cristo ci ha aperto queste immense regioni che noi percorriamo con passo fermo sotto la condotta dello Spirito di Dio; essi non sanno che la croce di Gesù-Cristo, ha unito questi due termini così lontani: la terra con il cielo; essi non hanno inteso come questa voce del cielo che ci ha detto: « … Beati coloro che muoiono nel Signore! » Da allora, dice lo Spirito Santo, essi si riposano dai loro lavori, perché le loro opere li seguono (Apoc. XIV, 13). – « Spera in Dio, anima mia, perché è Egli mia salvezza e mio Dio ». (Serm.)

SALMI BIBLICI: “BEATUS QUI INTELLEGIT SUPER EGENUM” (XL)

SALMO 40: “BEATUS QUI INTELLEGIT super egenum”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 40

[1] In finem. Psalmus ipsi David.

[2] Beatus qui intelligit super egenum

et pauperem: in die mala liberabit eum Dominus.

[3] Dominus conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum ejus.

[4] Dominus opem ferat illi super lectum doloris ejus; universum stratum ejus versasti in infirmitate ejus.

[5] Ego dixi: Domine, miserere mei; sana animam meam, quia peccavi tibi.

[6] Inimici mei dixerunt mala mihi: Quando morietur, et peribit nomen ejus?

[7] Et si ingrediebatur ut videret, vana loquebatur; cor ejus congregavit iniquitatem sibi. Egrediebatur foras et loquebatur.

[8] In idipsum adversum me susurrabant omnes inimici mei; adversum me cogitabant mala mihi.

[9] Verbum iniquum constituerunt adversum me: Numquid qui dormit non adjiciet ut resurgat?

[10] Etenim homo pacis meae, in quo speravi, qui edebat panes meos magnificavit super me supplantationem.

[11] Tu autem, Domine, miserere mei, et resuscita me; et retribuam eis.

[12] In hoc cognovi quoniam voluisti me, quoniam non gaudebit inimicus meus super me.

[13] Me autem propter innocentiam suscepisti; et confirmasti me in conspectu tuo in æternum.

[14] Benedictus Dominus, Deus Israel, a sæculo, et usque in sæculum. Fiat, fiat.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XL

Anche questo Salmo è tutto della passione di Cristo, mentre Cristo stesso ne cita (in S. Giovanni, c. XIII) un versetto a mostrare predetto il tradimento di Giuda.

1. Per la fine; salmo dello stesso David.

2. Beato colui che ha pensiero del miserabile e del povero: lo libererà il Signore nel giorno cattivo.

3. Il Signore lo conservi, e gli dia vita e lo faccia beato sopra la terra; faccia beato sopra la terra; e noi dia in potere de’ suoi nemici.

4. Il Signore gli porga soccorso nel letto del suo dolore: tu, Signore, accomodasti da capo a pie il suo letto nella sua malattia.

5. Io dissi: Signore, abbi pietà di me; sana l’anima mia quantunque io abbia peccato contro di te.

6. I nemici miei bramarono a me sciagure: Quando morirà egli, e perirà il suo nome?

7. E se uno entrava a visitarmi, teneva bugiardi discorsi; il cuore di lui adunava in sé cose inique.

8. Usciva fuori, e ne parlava cogli altri. Contro di me tenevan consiglio segretamente  tutti i miei nemici; macchinavano sciagure contro di me.

9. Una iniqua cosa hanno determinato contro di me; ma uno che dorme, non si sveglierà adunque mai più?

10. Imperocché un uomo che era in pace con me, a cui io mi confidava, il quale mangiava il mio pane, mi ha ordito un gran tradimento.

11. Ma tu, o Signore, abbi pietà di me, e rendimi la vita; e darò ad essi la loro retribuzione.

12. Da questo ho conosciuto che tu mi hai amato, perché non avrà il mio nemico onde rallegrarsi riguardo a me.

13. Hai prese le mie difese a causa della mia innocenza; e mi hai posto in sicuro dinanzi a te per l’eternità.

14. Benedetto il Signore Dio d’Israele da un secolo fino all’altro secolo: così sia, così sia.

Sommario analitico

Davide in questo salmo parla nel nome e nella Persona di Gesù-Cristo tradito e messo a morte, ma che sta per trionfare per sempre. (Il Salvatore stesso ha applicato a Giuda il versetto 10 di questo salmo).

I. – Egli proclama beato colui che avrà esercitato la misericordia verso se stesso e verso gli altri poveri:

1° nel giorno del giudizio Dio lo libererà (1). – 2° Durante questa vita: – .a) Dio lo conserverà; – b) vivificherà la sua anima; – c) lo ricolmerà di onori e di ricchezze; – d) lo difenderà contro gli sforzi dei suoi nemici (2); – e) nelle prove e nelle malattie, gli porterà soccorso e ne addolcirà i dolori (3).

II. – Bisogna conoscere le cause della sua passione:

1° I peccati di tutti gli uomini (4).

2° I Giudei, dai quali fa uscire crimini molteplici: – a) il loro odio: “i miei nemici”; – b) i loro oltraggi. “essi hanno proferito imprecazioni contro di me”; – c) la loro crudeltà: “quando morirà, etc.” (5); – d) la loro ipocrisia e le loro menzogne: “chi viene a visitarmi, etc.” ; – e) la loro malvagità: “ il loro cuore è un cumulo ed un ammasso di iniquità …” (6); – f) la loro impudenza e le loro calunnie: “appena uscito parla contro di me” (7); – g) i loro mormorii segreti e la loro cospirazione contro il Salvatore (8); – h) l’ingiustizia sovrana del loro giudizio: “essi hanno emesso una sentenza iniqua”; – i) la loro incredulità nei confronti della resurrezione (9).

3° Il tradimento di Giuda: – a) la sua ipocrisia e la sua perfidia : “l’uomo con il quale vivevo in pace, etc.” (10); – b) la sua ingratitudine: “che mangiava il mio pane”; – c) la sua crudeltà: “ha alzato il suo calcagno contro di me”.

III. – Egli espone i frutti della sua resurrezione, richiesta a Dio; questi frutti sono:

1° Il potere dato a Gesù-Cristo di domare e punire i suoi nemici (11);

2° la testimonianza dell’amore del Padre celeste per Lui: “io ho conosciuto l’amore vostro per me”.

3° la gloria che è seguita alla sua resurrezione, nel ripagare tutti i suoi nemici (11). Per finire, indica:

4° la causa meritoria della sua resurrezione (12), vale a dire la sua innocenza, principio della eterna felicità della quale gode (13), e rende grazie a Dio per il grande beneficio della resurrezione (14).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-3.

ff. 1. – Beato colui che ha cura del povero e dell’indigente! Ecco una delle parole divine che distinguono il linguaggio divino da ogni altro linguaggio: questa parola risuona nel mondo da tre mila anni, quando in ogni popolo non c’era che un grido: beato colui che possiede la ricchezza e che sa procurarsela (Rendu). – La bella parola di Davide è stata consacrata da Gesù-Cristo stesso, quando ha messo in cima alle beatitudini evangeliche la stima e l’amore della povertà. Ripetiamola dunque dal più profondo del cuore: beato colui che comprende il povero! E non soltanto il povero ordinario, che ci appare così sovente nelle nostre città, senza danaro, senza pane, senza alloggio, e che la divina Provvidenza ci indirizza per soccorrerlo e alleviarlo; ma anche e soprattutto, il Povero per eccellenza, il povero volontario che, maestro sovrano di ogni cosa, ha così gloriosamente preferito, in tutto il corso della sua vita mortale, l’indigenza alla ricchezza, la sofferenza al piacere, l’ignominia agli onori, alfine di lasciare agli uomini che vogliono affrancarsi dalla schiavitù dei sensi, una consolazione ed un esempio. Beato chi comprende questo divino povero in se stesso e nei suoi rappresentanti, in coloro dei quali ha detto: « tutte le volte che avete assistito uno dei miei fratelli più piccoli, avete assistito me stesso » (S. Agost.).

ff. 2. – « Beato chi ha cura del povero e dell’indigente ». Non è sufficiente aprire sui poveri gli occhi della carne, ma bisogna considerarli con gli occhi dell’intelligenza guidata dalla fede. Coloro che li guardano con gli occhi corporali li vedono dal basso e li disprezzano; coloro che aprono su di essi gli occhi interiori, cioè l’intelligenza guidata dalla fede, vedono in essi Gesù-Cristo; essi vi scorgono l’immagine della povertà, i cittadini del suo reame, gli eredi della sua promessa, i distributori delle sue grazie, i veri figli della sua Chiesa, i primi membri del suo Corpo mistico. È questo che li induce ad assisterli con zelo di carità. Ma non è ancora molto il soccorrerli nei loro bisogni, questo assistere il povero non è l’intelligenza sul povero. Colui che distribuisce loro qualche elemosina per sovvenire a qualche pressante necessità o toccato da qualche compassione naturale, allevia la miseria del povero, ma non di meno ha intelligenza sul povero. Colui che comprende veramente il mistero della povertà, considera i poveri come i primi figli della Chiesa, e onorando questa qualità, si crede obbligato a servirli; non spera di partecipare alle benedizioni del Vangelo se non per mezzo della carità e della comunicazione fraterna (Bossuet, sur l’émin. dign. des pauv.). – Questa beata intelligenza del povero comprende tre cose: 1° l’intelligenza dell’elemosina, nel suo obbligo, nel suo credito presso Dio, nelle promesse che gli sono fatte, nel numero e nella misura che sa attendere, nella maniera di praticarla; 2° l’intelligenza del povero, nella dignità di cui il Signore lo ha rivestito, nella potenza che gli ha affidato; 3° l’intelligenza della miseria del povero, nel soccorso che dobbiamo dare al suo corpo, al suo spirito e al suo cuore (Mgr. Lecourtier, 2° conf. sur l’aum.). I giorni cattivi verranno, che lo vogliate o no, essi arriveranno; il giorno del giudizio arriverà, giorno cattivo, se non avrete compreso il povero e l’indigente. In effetti, ciò che vi rifiutate di credere ora, si manifesterà alla fine. Ma voi non sfuggirete, quando si manifesterà, alla verità alla quale non credete, mentre è ancora nascosta. Vi si invita a credere ciò che non vedete, per timore che non abbiate ad arrossire quando lo vedrete. (S. Agost.).

ff. 1. – Questo cattivo giorno è il giorno della morte. « Ora, in quest’ultimo giorno, l’elemosina sarà un gran garanzia davanti a Dio, per tutti quelli che l’avranno fatta! » (Tob. IV, 12). L’esperienza giustifica questa asserzione: « Da nessuna parte, scrive S. Girolamo a Nepotiano, mi ricordo di aver letto che abbia fatto una cattiva morte colui si era dato volontariamente alla pratica delle opere di carità; quest’uomo ha per lui numerose intercessioni, perché è impossibile che tanti molteplici suffragi non siano esauditi ». (Epist. Nep.). Ora, non solo la cattiva morte è evitata all’uomo misericordioso, ma pure gli vengono date delle grazie sensibili, eccezionali che gli vengono accordate nell’ora del terribile passaggio; e mentre altri Cristiani, esemplari e regolari nella loro vita, ma più chiusi o meno generosi, sono agitati da apprensioni sempre crescenti nei confronti del giudizio, si vedono al contrario le anime più timorate, quelle che avevano timore di tutte le loro opere a causa dell’implacabile giustizia del Signore, quelle che avevano affanni nel portare il peso di Dio e che li temevano come flutti sospesi sopra di loro (Iob. IX, XXXI), concepire tutto ad colpo sentimenti di fiducia e rivestirsi di una sicurezza che nulla avrebbe fatto presagire. Così si realizza la parola del salmista: « beato colui che comprende i bisogni del povero e dell’indigente, Dio lo proteggerà nel giorno cattivo ». (Bellarm.).

ff. 2. – In questo versetto (2) vi sono due tipi di promesse: Dio non vi abbandona sulla terra e vi promette qualche cosa nel cielo; Egli deve vivificarvi eternamente nel cielo, e nell’attesa, Egli vi conserva e vi rende beato sulla terra (S. Agost.).

ff. 3. – Il Profeta non dice che colui che ha l’intelligenza del povero sarà preservato da ogni male, poiché gli è necessario soffrire per Gesù-Cristo; ma Egli assicura che quest’uomo sarà protetto dal Signore nel giorno dell’afflizione. Quando Dio ha istruito i suoi fedeli servitori alla scuola dell’avversità, e ha insegnato loro che non si impara se non nel libro dell’esperienza e del dolore, allora viene in loro soccorso, ed usa con essi questa carità compassionevole e tenera che si testimonia verso i malati che non possono riposare, ed ai quali si muove il letto perché possano riposare più mollemente e trovare nel sonno una tregua ai loro dolori. – « Tu hai rivoltato il suo giaciglio nella sua malattia ». Dio, rigirare un letto! Confesso che queste figure non sono nella vostra retorica; esse non sono del vostro Essere supremo, ma sono del buon Dio dei Cristiani, che sanno che nulla è piccolo per la sua bontà (Laharpe) – Dio consacra così con il suo esempio, le nobili cure di queste anime caritatevoli che percorrono i letti del languore, mescolano felicemente l’olio ed il vino sulle piaghe del malato, lo sostengono, lo cambiano di posizione e rimuovono la paglia che serve loro da letto. Il suo Profeta ce lo rappresenta in qualche modo come sceso dallo splendore dei cieli per venire presso i malati, e queste stesse mani che sostengono il mondo, li sostengono nelle loro debolezze, preparando e rigirando Egli stesso il letto della loro infermità (De Boulogne, sur la Char. Chret.).

II. — 4-9

ff. 4. – Dio è il solo che conosce bene la profondità delle piaghe della nostra anima, ed è il solo di conseguenza che possa guarirle. Ricorrere a Lui e pregarlo di aver pietà di noi, non certo per risparmiarci i suoi castighi che possano guarire la nostra anima dalle piaghe prodotte per aver peccato contro di Lui. Se Colui che non ha conosciuto il peccato è stato punito così severamente, se il medico misericordioso che è venuto al mondo per salvarci da tutte le nostre malattie, non ha disdegnato di aumentare Egli stesso il numero dei malati, e non ha rigettato l’asprezza dei rimedi, non siamo noi ancor più obbligati a soffrire con pazienza la mano di questo Medico supremo, che ci fa qualche incisione dolorosa ma salutare, per guarirci dai nostri peccati? Affidatevi interamente alle mani di questo Medico celeste, che non si inganna fino a tagliar le carni sane in luogo delle carni gangrenose. Egli conosce quel che esamina; Egli conosce le nostre colpe, perché ha creato la nostra natura; Egli discerne ciò che ha creato in noi da ciò che i nostri desideri sregolati hanno aggiunto (Dug.; S. Agost.). – Diciamo a Dio come Davide, nello spirito di una umiltà sincera. « Guarite la mia anima, Signore, guarite la mia anima, perché ho peccato contro di Voi ». Si, io ho peccato, ed non è né il mio naturale, né il mio temperamento che io accuso; ero io che dovevo regolarlo, perché io sapevo, volendo, tenerlo in ordine; questa passione, che mi ha dominato in pregiudizio della vostra legge, non ha mai avuto su di me l’impero nel pregiudicare i miei interessi. Essa era semplice e sottomessa alla mia ragione quando ne temevo le conseguenze davanti agli uomini, e non c’erano né escandescenze, né asperità che io non reprimessi quando credevo che ne andasse di mezzo la mia reputazione o la mia fortuna. « Io ho peccato contro di voi », e avrei torto a prendermela con il mondo, perché il mondo, per quanto pernicioso possa essere, non ha avuto ascendenza su di me quando non mi soddisfaceva (Bourd. Sévér. de la Pén.).

ff. 5. – Queste parole convengono sì chiaramente a Gesù-Cristo, che non occorre pensare di applicarle ad altri. Quando i Giudei Gli facevano qualche azione criminosa, tutto il mondo seguiva; quando, testimoni delle sue opere meravigliose, Lo accusavano di sedurre il popolo, non facevano altro che dire: « Quando morirà, e quando perirà il suo nome »? Quel che si è fatto nei riguardi del Capo, si vede ancora oggi ai giorni nostri nei confronti dei suoi membri. Gli empi non possono soffrire le persone dabbene, perché senza che dicano una sola parola, la loro vita è una condanna lampante delle loro sregolatezze (S. Agost.).

ff. 6. – Giuda è qui chiaramente designato: egli entrava per vedere, cioè per osservare Gesù-Cristo, e cercare i mezzi più idonei per tradirlo e perderlo (S. Ambr.). – Questa è l’immagine reale di cosa spesso accade nella Chiesa, particolarmente rispetto ai suoi ministri. Falsi fratelli osservano tutti i loro movimenti, tutte le loro parole, danno un cattivo senso alle loro più rette intenzioni, inasprendo tutto ciò che dicono e fanno, inventando rapporti falsi e menzogneri di tutto ciò che hanno visto ed inteso. Non fanno in questo altra cosa se non che il loro cuore ammassi un cumulo di iniquità che li perderà mentre essi vogliono perdere gli altri. Ricordate l’appropriatezza di questa espressione applicata a Giuda il traditore: « egli usciva fuori ». All’esterno in effetti vi sono i lupi, oltre ai briganti; all’interno Mosè si trattiene nella nube con Gesù, mentre la moltitudine resta fuori; al di dentro lo Spirito Santo grida nel cuore verso il Padre, al di fuori il nostro nemico veglia, come un leone per ghermire la sua preda; all’esterno gli infedeli, all’interno i veri servi di Dio. Giuda esce dunque e parte, esce dalla fede, esce dal collegio e dal numero degli Apostoli; egli usciva dal banchetto di Cristo per il brigantaggio del demonio; egli usciva dalla grazia che santifica per gettarsi nelle insidie della morte, lui che usava il linguaggio del tradimento per i perfidi nemici del Salvatore; egli usciva fuori, lui che abbandonava i misteri della vita interiore, egli usciva fuori, lui che non conosceva questi misteri della vita interiore, perché, se li avesse conosciuti, avrebbe compreso chi gli diceva: « colui che dorme non potrà forse resuscitare? » (S. Agost.).

ff. 8, 9. – « Tutti i miei nemici mormorano contro di me », con pensiero unico, con una comune cospirazione. Quanto sarebbe stato meglio se si fossero invece accordati tutti insieme a Lui? (S. Agost.). Qual è l’innocenza che possa tener conto dei nemici di professione che hanno formato il proposito ben riuscito di arrestare a qualunque prezzo Colui del quale hanno meditato la perdita? – Qual è questa parola iniqua per cui hanno arrestato il Cristo, quando dissero. « È meglio che un solo uomo muoia per il popolo, e non che tutta la nazione perisca ». (Joan. XI, 50); « Se liberi quest’uomo, non sei amico di Cesare » (XIX, 12); o ancora quando dissero: « uccidiamolo e l’eredità sarà nostra » (Matth. XXI, 38). Insensati come potrà appartenervi l’eredità? Perché Lo avete ucciso? Ecco, ora che Lo avete ucciso, l’eredità non vi apparterrà. E Colui che dorme non avrà forse il potere di svegliarsi? Mentre voi trionfate per averlo ucciso, Egli si è addormentato sì, ma si è svegliato, perché aveva il potere di lasciare la vita e di riprenderla. « Io mi sono addormentato – dice dalla bocca del salmista – ho cercato il sonno, e mi sono svegliato. » (S. Agost.).

III. — 10-14.

ff. 10. – Giuda è chiaramente designato in queste parole dal Figlio di Dio stesso. – Ma come può dire che aveva sperato in lui, che aveva in lui la sua fiducia? Non lo conosceva forse fin dall’inizio? Non sapeva, prima che Giuda fosse nato, ciò che un giorno sarebbe stato? Come ha potuto dunque sperare in lui, e, parlando così anche ai suoi membri, per cui molti fedeli hanno ben sperato di Giuda, il Signore ha loro applicato il suo pensiero? (S. Agost.). Egli dice che ha sperato in lui perché aveva il diritto di presumere che questo maledetto apostolo si spogliasse dei suoi primitivi sentimenti per seguire una via migliore, e che Colui che aveva ricevuto il potere di santificare gli altri, avrebbe conservato Egli stesso la grazia della santificazione, e si sarebbe impegnato a compiere fedelmente l’ufficio che gli era stato affidato. Nulla di più giusto di questa espressione: « Io ho sperato », perché ho dato all’uomo la facoltà di scegliere la via che deve seguire. « Io ho posto davanti a lui – Egli dice – il bene e il male » (Deuter. XXX, 15). Se scegliete il male, non è la natura che pecca, ma l’affezione colpevole di colui che fa una cattiva scelta (S. Ambr.). – C’è nell’idea del banchetto ove ci si siede per bere e mangiare insieme, un grandissimo, divino pensiero: è l’idea della comunicazione della vita alla quale si partecipa insieme, è una comunione naturale, è il godimento della medesima bevanda riparatrice, è un atto di società fraterna, e quando ci si alza da tavola, sembra che l’amicizia sia più vera, che i legami del cuore si siano rinserrati; così il profeta considera come la perfidia più nera, come una scelleratezza che merita un castigo speciale, quella di un uomo che tradisce dopo aver mangiato alla vostra tavola (Mgr. Landriot, Euch. IV Conf.). Piacesse a Dio che questa tradizione non si sia verificata che una volta, e che il discepolo apostata non abbia mai avuto successori. Essere tradito da un amico che si è ricolmato di beni, beni di cui non si è servito se non per attentare alla fortuna e alla vita del suo benefattore, è per il cuore dell’uomo una ferita profonda, irrimediabile; egli non cessa di parlarne negli sfoghi dell’amicizia, ed il profeta mette sulla bocca di Gesù, tradito dal perfido discepolo, questo lamento da nessuno ignorato: ma questo prete che ho chiamato con il nome di amico, al quale amavo confidare tutti i miei segreti, che io nutrivo come tutti i miei eletti con il pane della verità, della giustizia, un prete tradirmi, abbandonarmi! Non posso soffrirlo, io devo alla mia giustizia una vendetta eclatante (Boyer, Serm.).

ff. 11-14. – Gesù-Cristo fa a Dio quella preghiera in ragione della forma di schiavo che Egli ha preso, della forma di povero ed indigente (S. Agos.). non certo che Egli dubiti della sua Resurrezione, Lui che poteva dire: « Distruggete questo tempio ed Io lo ricostruirò in tre giorni » (Joan. II, 19); ma Egli dà all’uomo l’esempio di come sperare da Dio solo la misericordia e la resurrezione (S. Ambr.). I giudei si sono rallegrati quando hanno visto il Cristo crocifisso, essi hanno creduto di esser riusciti nel loro disegno di perderlo e sterminarlo, essi hanno scosso la testa e detto: « se Egli è il Figlio di Dio, che scenda dalla croce » (Matt. XXVII, 26). Egli poteva scendere, ma non ne è disceso; Egli non mostrava la sua potenza, ma ci insegnava la penitenza. Ma dopo aver rifiutato di cedere alle loro provocazioni, ha compiuto qualcosa di più considerevole di ciò che essi domandavano. In effetti è necessaria più potenza nell’uscire dal sepolcro che nello scendere dalla croce (S. Agost.). – La gioia più grande di cui il nemico irreconciliabile dell’uomo, il demonio, sia capace, è quella di portarlo al peccato, tenerlo sotto la dura servitù del peccato e di tormentarlo poi eternamente nell’inferno. – La testimonianza più grande che Dio lo ama, è quella di non permettere che egli sia l’oggetto di questa gioia maledetta (Dug.). « Voi mi avete preso sotto la vostra protezione a causa della mia innocenza ». Innocenza vera in Gesù-Cristo, integrità esente da qualsiasi peccato, cambiale senza debito, castigo senza averlo mai meritato (S. Agost.). – Felice il Cristiano che a causa della sua innocenza conservata, o riparata dalla penitenza, merita che Dio lo prenda sotto la sua protezione, e lo conservi davanti ai suoi occhi. – « Benedetto sia il Signore, il Dio di Israele ». Santa conclusione del salmo, che deve essere l’inizio e la fine di tutte le nostre giornate, di tutti i nostri anni, di tutta la nostra vita, di tutte le nostre azioni, e l’unica occupazione della nostra eternità.

SALMI BIBLICI: EXSPECTANS EXSPECTAVI DOMINUM” (XXXIX)

Salmo 39: “EXSPECTANS exspectavi Dominum”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo XXXIX

In finem. Psalmus ipsi David.

[1] Exspectans exspectavi Dominum,

et intendit mihi.

[2] Et exaudivit preces meas, et eduxit me de lacu miseriæ et de luto fæcis. Et statuit super petram pedes meos, et direxit gressus meos.

[3] Et immisit in os meum canticum novum, carmen Deo nostro. Videbunt multi, et timebunt, et sperabunt in Domino.

[4] Beatus vir cujus est nomen Domini spes ejus, et non respexit in vanitates et insanias falsas.

[5] Multa fecisti tu, Domine Deus meus, mirabilia tua; et cogitationibus tuis non est qui similis sit tibi. Annuntiavi et locutus sum, multiplicati sunt super numerum.

[6] Sacrificium et oblationem noluisti; aures autem perfecisti mihi. Holocaustum et pro peccato non postulasti; (1)

[7] tunc dixi: Ecce venio. In capite libri scriptum est de me,(2)

[8] ut facerem voluntatem tuam. Deus meus, volui, et legem tuam in medio cordis mei.

[9] Annuntiavi justitiam tuam in ecclesia magna, ecce labia mea non prohibebo; Domine, tu scisti.

[10] Justitiam tuam non abscondi in corde meo; veritatem tuam et salutare tuum dixi; non abscondi misericordiam tuam et veritatem tuam a concilio multo.

[11] Tu autem, Domine, ne longe facias miserationes tuas a me; misericordia tua et veritas tua semper susceperunt me.

[12] Quoniam circumdederunt me mala quorum non est numerus; comprehenderunt me iniquitates meae, et non potui ut viderem. Multiplicatæ sunt super capillos capitis mei, et cor meum dereliquit me.

[13] Complaceat tibi, Domine, ut eruas me; Domine, ad adjuvandum me respice.

[14] Confundantur et revereantur simul, qui quærunt animam meam, ut auferant eam; convertantur retrorsum et revereantur, qui volunt mihi mala.

[15] Ferant confestim confusionem suam, qui dicunt mihi: Euge, euge!

[16] Exsultent et lætentur super te omnes quærentes te, et dicant semper: Magnificetur Dominus, qui diligunt salutare tuum.

[17] Ego autem mendicus sum et pauper; Dominus sollicitus est mei. Adjutor meus et protector meus tu es; Deus meus, ne tardaveris.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XXXIX

Il salmo non è per morbo corporale, che Davide non ebbe mai; ma tutto di Cristo, che parla a Dio della redenzione, prima in persona del suo corpo, la Chiesa, poi in persona propria. — Vedi agli Ebrei, c. 10, ove a Cristo sono applicati diversi versetti.

Per la fine; salmo dello stesso David.

1. Aspettai ansiosamente il Signore, ed egli a me si rivolse

2. Ed esaudì le mie orazioni; e dall’alto della miseria mi trasse e dal sordido fango. E a’ piedi miei die fermezza sopra la pietra, e assicurò i miei passi.

3. E mise a me in bocca un nuovo cantico, una lauda al nostro Dio. Vedranno molti, e temeranno; e spereranno nel Signore.

4. Beato l’uomo, di cui la speranza è il nome del Signore, e gli occhi non rivolse alla vanità e alle follie dell’errore.

5. Molte sono le meraviglie fatte da te, o Signore Dio mio; e i tuoi consigli non v’ha chi possa raggiungerli. Gli annunziai, e li raccontai: la lor moltitudine sorpassa ogni numero.

6. Non hai voluto sacrifizio, né oblazione; ma a me tu formasti le orecchie. (1)Non hai richiesto olocausto e sacrifizio per lo peccato:

7. Allora dissi: Ecco che io vengo. (Nel complesso del libro, di me sta scritto). (2)

8. Per tare la tua volontà: Dio mio, io volli in mezzo al cuor mio aver la tua legge.

9. Ho annunziato la tua giustizia in una chiesa grande, ecco che non terrò chiuse le labbra: tu il sai o Signore.

10. Non ascosi dentro di me la tua giustizia; dimostrai la tua verità e il tuo salvatore. Non tenni ascosa la tua misericordia e la tua verità alla numerosa adunanza.

11. Ma tu, o Signore, non allontanare le tue misericordie da me: la tua pietà e la tua verità mi sostennero in ogni tempo.

12. Imperocché sono circondato da mali, che non han numero; mi hanno cinto le mie iniquità, ed io non potea vederle. Sono di maggior numero che i capelli della mia testa, e il cuore mi è mancato.

13. Piaccia a te, o Signore, di liberarmi: Signore, volgiti a darmi aita.

14. Siano confusi e svergognati coloro che cercano la mia vita, affin di rapirla. Siano messi in fuga e svergognati coloro che a me bramano il male.

15. Ricevano tosto l’ignominia che meritano coloro che a me dicono: Bene sta, bene sta.

16. Esultino, e in te si rallegrino tutti coloro i quali ti cercano; e quelli che amano la salute che vien da te, dicano in ogni tempo: Glorificato sia il Signore.

17. Io per me son mendico e senza aiuto: il Signore ha cura di me. Tu sei aiuto mio e mio protettore: Dio mio non tardare.

(1) Presso i giudei, si bucavano le orecchie agli schiavi giudei che quando arrivava l’anno sabbatico, non volevano riprendere la loro libertà e si rendevano così schiavi perpetui (Es. XXI, 6; Deut. XV, 17). Qui c’è un’allusione a questo uso: il Verbo, nel seno della Trinità, non poteva essere schiavo di suo Padre, occorreva pertanto che Egli prendesse un corpo, era così che poteva avere l’orecchio bucato. Anche “I Settanta” e San Paolo, appoggiati alla tradizione che ne aveva determinato il senso dei passaggi dogmatici, hanno tradotto esattamente, quasi parola per parola: « Voi mi avete formato un corpo ».

(2) In ebraico, in luogo di « in capo al libro » in capite libri, si dice in volumine libri, «nel rotolo del libro ». Si sa che anticamente i libri si arrotolavano. Sono qui menzionati quattro tipi di sacrifici: 1° « sacrificium », è il sacrificio eucaristico, 2° « oblationem », l’offerta di un pane composto da farina, olio e incenso, è il sacrificio impetratorio; 3° l’« olocaustum », in cui la vittima era consumata intera, è il sacrificio latreutico; 4° « victimam pro peccato », è il sacrificio propiziatorio.

Sommario analitico

Davide in questo salmo, che egli forse compose poco dopo essere stato liberato dalla persecuzione di Saul ed Assalonne, è figura di Gesù-Cristo, che di volta in volta parla nel nome e nella persona del suo corpo, che è la Chiesa, e nel suo nome, come capo della Chiesa (v. Ebr. X, 5). Qualche autore, trovando una grande affinità tra questo salmo ed i salmi XXX e XXXIV, pensa che siano stati composti tutti dallo stesso autore, cioè Geremia, l’immagine vivente del Messia Nostro Signore.

I. – Gesù-Cristo, in nome e nella persona della Chiesa, di cui Egli è il Capo, esprime i desideri ardenti di tutti i giusti per la venuta del Messia, ed espone i frutti di questa lunga attesa e di questa perseveranza nella preghiera:

1° L’incarnazione, oggetto di tante voci e preghiere (1).

2° I doni e le grazie di cui l’incarnazione era principio e causa, vale a dire: a) gli uomini liberati dai loro peccati e dalle loro miserie, b) e conformati nella fede, nella dottrina e negli esempi di Gesù Cristo (2); c) le luci che furono loro date per camminare con sicurezza nelle vie di Dio (2); d) la gioia spirituale ed i canti di lodi e di riconoscenza ispirati da questa grazia ineffabile (3); e) la conversione di tutto l’universo; f) l’eterna beatitudne celeste accordata a coloro che per Gesù-Cristo, hanno disprezzato tutte le vanità della terra (4).

II. – Gesù-Cristo, nel suo nome e come capo della Chiesa celebra:

1° il mistero dell’incarnazione, – a) che il Padre celeste ha decretato come l’opera più mirabile ed il sacrificio più eccellente (5, 6); – b) che Gesù-Cristo ha compiuto con un’obbedienza perfetta dell’intelligenza e della volontà (7, 8).

2° La sua predicazione, il cui oggetto è stato soprattutto la giustizia, la verità, la salvezza e la misericordia di Dio, proclamate in ogni luogo ed in piena libertà (9, 10).

3° La sua Passione, – a) che Egli ha sofferto con la speranza di essere soccorso dalla misericordia di Dio e dalla sua verità, che non è mai venuta a mancare (11); – b) che è stata per Lui la causa dei dolori più vivi e più numerosi di cui Dio solo poteva farlo trionfare (12, 13).

4° La sua Resurrezione, che ha avuto luogo, – a) per la confusione dei malvagi (14, 15), – b) per la gioia dei buoni (16); – c) per la gloria di Dio e di Gesù-Cristo, liberato dalle miserie e da tutti i pericoli di questa vita (17).

Spiegazioni e Considerazioni

I. – 1-4.

ff. 1. – Io ho atteso senza annoiarmi, non che qualche uomo mi avesse fatto una promessa, che potesse ingannarmi ed essere ingannato, non qualche uomo che mi consolasse, che potesse consumarsi per primo nella sua tristezza, piuttosto che darmi sollievo. Ogni uomo che mi è fratello, mi consola rattristandosi con me, cosicché gemiamo insieme, piangiamo insieme, preghiamo insieme, aspettiamo insieme. Ma cosa aspettiamo se costui non è il Signore, il quale non ritira le sue promesse, ma ne differisce il compimento. Egli le compirà certamente, perché già molte ne ha compiute; e noi non dobbiamo temere nulla della verità di Dio, quand’anche non ci desse più nulla. Io ho atteso senza stancarmi, dice il Profeta, ho atteso il Signore. E cosa ha fatto il Signore? Si è allontanato da voi? Vi ha disprezzato quando Lo aspettavate? O per caso non vi ha più visto? Non è sicuramente così! Cosa ha fatto dunque? « … Egli è stato attento verso di me ed ha esaudito la mia preghiera ». (S. Agost.). – Non piangete, anime sante, anime che vivete nell’attesa, non piangete se le vostre attese sono differite; aspettate, attendete ancora una volta. Non avete atteso per lungo tempo, aspettate ancora; aspettate nell’attesa, non vi stancate mai di attendere: Dio è fedele, e vuole essere atteso con fede. Ci sono delle grazie uniche in se stesse, il cui tratto iniziale non ritorna più, ma che si continuano e si rinnovano con il ricordo. Dio le fa attendere lungamente perché si eserciti la fede e per rendere la prova più viva. Dio le da quando gli piace, in modo improvviso e rapido; esse passano in un momento, ma ne resta un tenero ricordo, come un profumo: Dio le richiama, Dio le moltiplica, Dio le aumenta; ma Egli non vuole che siano richiamate da se stesse, con sforzi violenti; Egli vuole che le si attendano sempre, e che non si debbano permettere che dolci e come insensibili ritorni sulle sue antiche bontà (Bossuet, Elév. XVIII, Serm. V, El.). – Che cosa è l’abisso della miseria? Sono le profondità dell’iniquità, scavate dalle bramosie della carne. È quel che vuole anche dire: « pantano di fango ». Da dove lo avete tratte? Da un certo abisso da dove gridate verso di Lui in un altro salmo: « dal profondo abisso, io grido a Voi, Signore » (Ps. CXXIX, 1). – Ma coloro che gridano dalle profondità di un abisso, non vi sono piombati ancora interamente, e non gridano se non perché ne siano risollevati. Vi sono altri che si trovano ancor più profondamente sprofondati nell’abisso, al punto da non avvertire che vi sono dentro. Tali sono gli orgogliosi, pieni di un superbo disprezzo; non coloro che gridano chiedendo pietà, non quelli che gridano con le lacrime, ma coloro che somigliano a quei peccatori di cui parla la Scrittura in ultra parte: « … quando il peccatore è sprofondato nel più profondo del male, egli disprezza tutto ». (Prov. XVIII, 3). – Colui per il quale è poco essere solo un peccatore, e che non contento di non confessare le proprie colpe osa ancora difenderle, costui è nel più profondo dell’abisso. Ma colui che ha gridato dal fondo dell’abisso, ha già, nel gridare, sollevato la testa dalle profondità dell’abisso, ed è stato ascoltato, è stato tirato su dall’abisso della miseria, e dal pantano di fango. Egli ha già la fede che non aveva prima, e la speranza che gli mancava, cammina sulla strada di Cristo, egli che errava lungo la via del demonio. È per questo, in effetti, che il profeta ha detto. « Egli ha posato i miei piedi sulla pietra ed ha diretto i miei passi » (S. Agost.). – Dio ci ritira dall’abisso della miseria e della corruzione, non solo con la redenzione generale, di cui noi riceviamo gli effetti nei Sacramenti del Battesimo e della Penitenza, ma pure mediante una infinità di grazie delle quali si serve per impedire di ricadere nuovamente. – Ora, la pietra è il Cristo; saliamo allora sulla pietra e i nostri passi ne seguano la direzione (S. Agost.). – Se io mi appoggio alla pietra solida, essa mi stabilizza e mi sostiene; è per questo che Gesù-Cristo, nel suo Vangelo, consiglia all’architetto prudente di fondare il suo edificio non sulla sabbia mobile che le tempeste trascineranno, ma sulla solida pietra che resisterà alla tempesta. Colui, aggiunge, che ascolta la parola e la mette in pratica, sarà comparato al saggio che fonda la sua casa sulla pietra (S. Matt. VII). – Mio Dio, questo è vero, cosa sono tutte le parole umane? Un soffio le porta via! E cosa è la saggezza degli uomini? « … io perderò – dice l’Apostolo – la saggezza dei saggi ». Tutto si cancella e tutto perisce. « Il cielo e la terra passeranno, la vostra parola soltanto resta eternamente ». Questa vostra parola è la pietra sulla quale ci si posa con sicurezza, e che garantisce l’edificio contro le tempeste ed i marosi: è su questa pietra che io mi appoggerò e sulla quale fonderò una dimora per sempre (De La Bouillerie, Symb. I, 230). – Qual è questo nuovo cantico? « Un inno al nostro Dio ». Direte forse degli inni a degli dei stranieri, alle cupidigie del mondo, ai piaceri della carne: questi erano degli inni antichi, perché era l’uomo antico che li diceva, e non l’uomo nuovo. L’uomo nuovo dica allora un cantico nuovo; essendo rinnovato, egli ama le cose nuove che lo hanno rinnovato. Ma che cos’è più antico di Dio, che è prima di tutte le cose, senza fine e senza inizio? Egli diviene nuovo per voi che tornate a Lui, perché traendovi da Lui siete divenuto vecchio e dite. « Io sono invecchiato in mezzo a tutti i vostri nemici » (Ps. VI, 8), (S. Agost.). – Il timore salutare è misto alla speranza, e la vera speranza è sempre accompagnata dal timore filiale, che evita di offendere Dio, perché Lo ama come suo Padre.

ff. 4. – Così dunque coloro che vogliono riporre la loro speranza nel Signore, coloro che vedono e temono, rifiutano di marciare nelle cattive strade, nelle vie larghe, e preferiscono la via stretta ove i passi sono diritti ed aderenti alla pietra… La via larga è mortale; la sua larghezza piace per un tempo, ma la sua uscita è stretta per l’eternità. Ciò malgrado la folla fa un grande brusìo, la folla canta, la folla si dà pubblicamente alla gioia, corre e va veloce: … non fuorviate mai, queste sono vanità e follie menzognere. L’unica speranza sia il Signore vostro Dio. In effetti sono molti quelli che sperano da Dio del denaro, sperano dei fragili onori, sperano tutt’altro che Dio stesso. Ma voi chiedete lo stesso vostro Dio; ancor più, disprezzate tutto ciò che non è Lui, e avanzate verso di Lui; dimenticate ogni altra cosa e ricordatevi di Lui; lasciate indietro tutto il resto e slanciatevi verso di Lui. È sicuramente Lui che ha rimesso in cammino l’uomo che si allontanava da Lui, è Lui che lo dirige quando cammina rettamente, e lo conduce fino al termine. Per dove e a qual termine conduce l’avarizia terrena? Voi cercate dei terreni, volete possedere una terra, spodestare i vostri vicini, ed eliminati questi, voi vorreste ingoiare il vostro nuovo vicino, estendere la vostra avarizia fino ai limiti del fiume; eccovi al fiume, e adesso concupite le isole del mare; se voi possedeste tutta la terra, forse vorreste impadronirvi del cielo. Lasciate tutti questi vani attaccamenti: Colui che ha fatto il cielo e la terra è più desiderabile di tutto questo (S. Agost.).

II. 5-17.

ff. 5. – Cosa dare in cambio al Cristiano che ha cessato di posare il suo sguardo sulle vanità e le follie menzognere del mondo? Ascoltate quel che segue: « … Signore mio Dio, Voi avete fatto un gran numero di opere mirabili ». Egli si riferisce alle meraviglie degli uomini, che considera le meraviglie di Dio (S. Agost.). – Le opere di Dio, sono innumerevoli ed incomprensibili. Tutta l’occupazione degli uomini sulla terra doveva essere quella di ammirarle, adorarne l’Autore, cosa che costituirà l’esercizio continuo dei beati in cielo. – I pensieri di Dio sono infinitamente lontani da quelli dell’uomo. Essi si formano dalle idee di Dio, dai suoi disegni, dalla sua condotta, sono conformi alla debolezza o alla piccolezza della loro immaginazione. Ma essi ascoltano Dio stesso che dice loro: « I miei pensieri non sono i vostri pensieri, la mia condotta non è la vostra condotta; quanto i cieli sono elevati sopra la terra, tanto la mia condotta è elevata al di sopra della vostra condotta, ed i mie pensieri sopra i vostri pensieri. » (Isai. LV, 8). – Più si pensa alle meraviglie di Dio, più le si annuncia; e più se ne parla, più se ne scoprono di nuove. Non è più necessario che i cieli raccontino la gloria di Dio, né che il firmamento renda pubbliche le opere delle sue mani: un arboscello, un insetto, un piccolo fiore, contengono tante cose meravigliose che è impossibile ai grandi filosofi spiegarne i misteri (Duguet).

ff. 6-8. – Tutte le opere del Signore sono veramente meravigliose, in tutte risplende la grandezza dei suoi disegni, ma l’opera della Redenzione dell’uomo sopravanza tutte le altre (Bellarm.). Dio, spirito e verità, non può accettare dei sacrifici carnali e figurativi, incapaci di riparare l’ingiuria infinita che l’uomo ha fatto a Dio con i suoi crimini. Invano il genere umano, terrorizzato dal sentimento del suo crimine, ha cercato delle vittime e degli olocausti per surrogarli al posto suo; si dovettero spopolare tutti i loro greggi con ecatombi di immolazioni davanti ai suoi altari, ma è impossibile che la vita delle bestie ripaghi la vita degli uomini, la compensazione non è sufficiente; ecco perché questa massima dell’Apostolo è sempre di una eterna verità, « … non è possibile che i peccati siano lavati dal sangue dei tori e dei capri. » (Ebr. X, I). – Poiché dunque tra noi non c’era alcuna risorsa, che altra cosa restava se non che Dio stesso riparasse Egli stesso l’ingiustizia del nostro crimine con la giustizia della nostra pena, e soddisfacesse alla sua giusta vendetta a nostra giusta punizione? In questa crudele estremità, che saremmo diventati se il Figlio unico di Dio non avesse proposto questo felice scambio, profetizzato da Davide e riportato dal santo Apostolo: « … O Padre, olocausti non più volete »; è inutile che gli uomini lasciano al loro posto sacrificare altre vittime, esse non Vi sono gradite; ma Io dirò da me stesso di mettermi al loro posto; tutti gli uomini sono degni della tua vendetta, ma una Vittima della mia dignità può ben prendere giustamente il posto anche di una infinità di peccatori (Bossuet, 3° Serm. Sur la Passion). – Dio era sordo alle nostre preghiere, e noi Lo abbiamo indegnamente oltraggiato. Ma ci viene dato Gesù, riconciliazione e pace! Egli ha ascoltato le grida della nostra miseria. Ed ora Dio ci ama, e per Gesù, Egli ascolta le preghiere della terra, le riceve come la voce armoniosa della creazione che rallegra il suo cuore. Così Gesù Mediatore ha il segreto di Dio ed il segreto della creatura. Il cielo e la terra parlano per Lui. Egli ascolta, Egli dice, Egli unisce, ed il suo cuore è il legame d’amore, è la fede mutua della Chiesa e del Dio che Essa adora e che Essa ama. Tutto il mistero dell’Incarnazione del Verbo, tutta l’economia della riparazione del mondo è racchiusa in queste parole di Gesù-Cristo a Dio suo Padre: «Padre, Voi non gradite gli olocausti, » le vittime dell’antica legge, ma « … Voi avete dato le orecchie al mio cuore », un orecchio per ascoltare il Creatore, un orecchio per ascoltare la creatura; ora, eccomi » (Mgr. Baudry, Le sacre Coeur). – C’è un libro eterno, dove è scritto ciò che Dio vuole da tutti i suoi eletti, alla cui testa Egli vuole in particolare Gesù Cristo, che ne è il capo. Il primo articolo di questo libro è che Gesù Cristo sarà messo al posto di tutte le vittime, facendo la volontà di Dio con un’obbedienza completa. Ad essa si sottomette, e Davide Gli fa aggiungere: « … mio Dio, Io l’ho voluto, e la vostra legge è al centro del mio cuore » (Bossuet, Elév. XIII, S. VII, E.). – La prima oblazione di Gesù-Cristo, facendo la sua entrata nel mondo, è stato un atto di sottomissione universale, una promessa di obbedienza; il primo uso della sua volontà è stato il sottomettersi a quella del Padre suo, fino a soffrire la morte della Croce. « Io sono disceso dal cielo, non per fare la mia volontà, ma la volontà del Padre mio che è nei cieli » (Giov. VI). – Questo è il sacrificio incomparabilmente più gradito a Dio che non tutte le oblazioni, tutti gli olocausti ed i sacrifici che Egli stesso aveva in precedenza ordinato. « Non sono gli olocausti e le vittime che Dio domanda, ma piuttosto che si obbedisca alla sua voce. L’obbedienza è migliore delle vittime, vale più sottomettersi a Dio che offrire i montoni più grassi del gregge. » (I Re, XV, 22). – Fare la volontà di Dio, avere la sua santa legge impressa nel proprio cuore, questo riassume tutta la professione, tutto il dovere, tutto l’oggetto di un Cristiano.

ff. 9, 10. – Gesù-Cristo parla ai suoi membri e li esorta a fare ciò che Egli stesso ha fatto: Egli ha reso pubblica la legge di Dio: essi ora la rendano pubblica; Egli ha sofferto, soffrano essi con Lui; Egli è stato glorificato, anche noi saremo glorificati con Lui. « Io ho manifestato la vostra giustizia in una grande assemblea ». Quale grande assemblea? Quella di tutte le nazioni. Perché l’assemblea di tutte le nazioni? Perché Egli è quel virgulto di Abramo nel quale devono essere benedette tutte le Nazioni (S. Agost.). Il dovere di un buon servitore di Dio, soprattutto di un ministro fedele, è quello di manifestare dappertutto la sua giustizia, la sua bontà, affinché Egli sia glorificato da tutti gli uomini: « … è bene nascondere il segreto del re, ma è cosa onorevole manifestare le opere di Dio. » (Tob. XII, 7). « Guai a me, perché sono rimasto in silenzio » (Isai. VI, 5); « guai a me se non predicassi il Vangeli, perché per me il farlo è un obbligo » (1 Cor. IX, 16). – Poiché noi abbiamo uno stesso spirito di fede, secondo il quale è scritto: « … io ho creduto, perciò ho parlato; noi pure crediamo, ed è per questo che parliamo » (II Cor. IV, 13). – « Conservare la verità tra l’ingiustizia », è un peccato molto comune tra i Cristiani tiepidi e timidi che si contentano di conservare la verità nel loro cuore e non osano manifestarla in presenza dei propri nemici. – Ci sono in effetti dei Cristiani che hanno la fede in fondo al cuore; ma in mezzo alle beffe amare degli empi o per i loro miserabili rispetti in mezzo a Cristiani infedeli, inetti, prodighi di ingiurie, temono di confessare con le labbra ciò che hanno nel cuore ed impediscono alle loro labbra di proclamare le verità che essi conoscono, ed i sentimenti che custodiscono in se stessi. Ma ascoltate ciò che li attende: « … se qualcuno, dice Gesù Cristo, si vergogna di me davanti agli uomini, Io mi vergognerò di lui davanti al mio Padre » (Marc., VIII). – Che le labbra dicano dunque ciò che il cuore racchiude, e questo contro ogni timore; che il cuore racchiuda ciò che le labbra dicono e questo contro ogni dissimulazione; poiché talvolta per timore, voi non osate dire ciò che conoscete molto bene e a cui credete; talvolta per dissimulazione parlate senza avere nel cuore ciò che dite. Si accordino le vostre labbra dunque col vostro cuore. Cercando la pace che viene da Dio, siate prima in pace con voi stessi, e non lasciate che si stabilisca tra la vostra bocca ed il vostro cuore un’indegna lotta (S. Agost.). – I predicatori, sull’esempio di Gesù-Cristo, devono soprattutto nei loro discorsi, annunciare: – 1° la giustizia di Dio. « Fate penitenza, il regno di Dio è vicino, ogni albero etc. »; – 2° la verità: « io sono nato, e sono venuto in questo mondo a rendere omaggio alla verità »; – 3° la salvezza, il Salvatore, l’economia della redenzione: « è una verità degna di fede che Gesù-Cristo sia venuto sulla terra per salvare i peccatori, etc. »; – 4° La misericordia, l’amore di Dio per gli uomini: a) « Dio ha fatto esplodere il suo amore per noi, perché quando noi eravamo ancora peccatori, Gesù-Cristo è morto per noi, nei tempi stabiliti » (Rom. V, 8, 9.). – « Io non ho nascosto la vostra misericordia e la vostra verità ad una grande assemblea ». Siamo di questa assemblea, facciamoci annoverare in questo corpo, e non nascondiamo la misericordia e la verità di Dio. Volete conoscere la misericordia di Dio? Allontanatevi dal peccato, e Dio perdonerà i vostri peccati. Volete conoscere la verità di Dio? Osservate fermamente la giustizia, la giustizia sarà coronata. Ora vi è predicata la misericordia, più tardi apparirà la verità; perché non è misericordioso per essere ingiusto, né giusto per non essere misericordioso. (S. Agost.).

ff. 11, 12. – Io non avrei mai la forza di convertirmi, se non fossi sicuro della remissione dei miei peccati; io non avrei la forza di perseverare, se non fossi sicuro del compimento delle vostre promesse. « La vostra misericordia e la vostra verità mi hanno sempre sostenuto ». Io considero che Voi siete buono, considero che siete giusto: buono, io Vi amo; giusto, io Vi temo, l’amore ed il timore mi conducono al fine perché la vostra misericordia e la vostra verità mi hanno sostenuto incessantemente (S. Agost.). – Rappresentiamoci il divino Salvatore sul Quale sono cadute tutte le iniquità della terra: da un lato i tradimenti e le perfidie; dall’altro le impurità e gli adulteri, dall’altro ancora le empietà ed i sacrilegi, le imprecazioni e le bestemmie; infine, tutto ciò che esiste di corruttibile in una natura tanto depravata come la nostra (Bossuet, 1° Serm. Sur la Pass.). – Solo la vista di questa terribile moltitudine di peccati, di questa catena quasi infinita di crimini che riempiono tutti i secoli, tutti gli anni, tutti i giorni, tutte le ore e tutti i momenti, dalla caduta del primo uomo fino alla fine dei secoli, aggredendo lo spirito di Gesù-Cristo, ebbe la forza di farlo cadere in un mancamento e nell’agonia della morte. – Che ognuno di noi riconosca la parte che ha in questo fardello. Ahimè, di quanto noi ne abbiamo aumentato il peso! Quanti crimini ed ingratitudini abbiamo caricato sulle sue spalle! Tutti i nostri peccati sono su di Lui, tutti lo appesantiscono, gli sono caricati addosso; ma quelli il cui peso è insopportabile, sono quelli di cui non facciamo penitenza (Bossuet, ibid.). – « Le mie iniquità si sono moltiplicate oltre il numero dei capelli della mia testa ». Il profeta cita i capelli della testa, per dare l’idea di un numero considerevole. Chi conta i capelli della propria testa? Si contano ancor meno i propri peccati che sorpassano di gran numero i capelli della testa. Essi sembrano senza gravità, ma invero sono numerosi. Voi avete evitato le grandi colpe, che sono come dei massi che schiacciano; ma nei riguardi dei piccoli peccati, cosa fate? Ne rigettate una massa enorme … immaginate di essere soffocato sotto granelli di sabbia. « Il mio cuore è venuto a mancarmi ». Il mio cuore è incapace di riconoscersi. È in questo salmo che il salmista dice: « … il mio cuore è venuto a mancarmi »? io voglio vedere il Signore con il mio cuore, e non lo posso per la moltitudine dei miei peccati; per poco il mio cuore più non si comprende! In effetti nessuno si comprende e nessuno di conseguenza deve presumere di se stesso (S. Agost.). – Davide era un tempo perso in questa terra straniera, ne è ben presto ritornato; ma nel passare, ascoltate cosa ci dice dei suoi errori: « … il mio cuore – dice – mi ha abbandonato » si è impegnato in una miserabile servitù. Ma mentre il suo cuore gli sfuggiva, il suo spirito si salvava? I pensieri del mio peccato mi occupavano interamente, e non potevo vedere niente altro. È ancora in questo stato che la luce dei suoi occhi non è più con lui. La conoscenza di Dio era oscurata, la fede come estinta e dimenticata. Qual traviamento, ma i peccatori vanno ben al di là ancora. Le verità di Dio ci sfuggono, ci perdiamo ed allontaniamo dalla vista il cielo, non si riesce a credere; non ci sono più che i sensi a colpirci ed occuparci (Bossuet, sur l’amour de plaisirs).

ff. 13-16. – C’è un’unica confusione da temere, ed è quella che generano l’oblio di Dio e la rivolta contro Gesù-Cristo e il suo Vangelo. Il Profeta che ha cominciato col dire: « … che retrocedano ed arrossiscano coloro che mi vogliono male », ha di mira poi un secondo genere di uomini che esercitano le loro malevolenze con perfidia ed una falsa benevolenza. « Coloro – egli dice – che mi dicono: coraggio, coraggio!, siano immediatamente coperti dalla confusione! ». Essi vi fanno delle false lodi. Voi siete un grande uomo, un letterato, un sapiente, ma siete Cristiano? Essi lodano in voi ciò che voi non vorreste udir lodato, e biasimano ciò di cui vi rallegrate, e se per caso voi dite: cosa lodate in me, lodate un uomo virtuoso, un uomo giusto? Se voi lo credete, sappiate che è Cristo che mi ha reso tale. Lodate Lui, dunque; ed essi vi risponderanno: « … no, non fateci ingiuria, è da voi stesso che possedete queste virtù ». – « Coloro che mi dicono: coraggio, coraggio siano coperti di confusione. » (S. Agost.).

ff. 17. – La gioia dei giusti e la Gloria di Dio, queste due cose sono inseparabili nella santa Scrittura. Dio ha fatto di tutto per assicurare questa gioia; i giusti devono fare di tutto per procurare questa gloria. Da questo punto di vista così elevato, da questa idea generale sì piena di magnificenza, Davide ci fa passare ad un sentimento tutto personale e pieno di umiltà, ma con quale fascino! Questo gran Dio che governa l’universo e che fa la felicità di tutti i suoi eletti, « si occupa di me! Io sono l’oggetto della sua sollecitudine ». A questo pensiero, il profeta si sente troppo commosso per continuare lo stile indiretto. Egli si volge verso questo Dio tanto buono quanto grande, che si affretta a portare il suo soccorso a tutti i suoi voti: Voi siete – egli dice – il mio aiuto ed il mio liberatore: mio Dio, non tardate! (Rendu). – David, benché fosse re, non esitava a proclamarsi povero e mendicante di cui il Signore aveva cura. Così, qualunque cosa noi siamo, la nostra condizione è quella di stazionare ogni giorno umilmente davanti alle porte della divina Maestà, e domandarvi la carità dicendo: « Padre, datemi oggi il pane quotidiano ». E se si obietta che la terra comprende anche uomini troppo potenti, troppo opulenti, la cui sussistenza è troppo largamente e troppo solidamente assicurata perché il personaggio del mendicante possa convenire loro, ci risponderanno che questo personaggio, conviene loro così come agli altri (Mgr. Pie, Panègyr du bienh. Labre). – Non ne arrossite: quantunque ricco possa essere un uomo sulla terra, egli è il mendicante di Dio. E di cosa ha bisogno il ricco? Ecco oso dirlo: egli ha bisogno ogni giorno del suo pane. Perché ha tutto in abbondanza, questo non è forse perché Dio gli ha dato tutto? Cosa sarà di lui se Dio ritira la sua mano? Quanti uomini si sono addormentati ricchi per svegliarsi poveri e spogli di tutto? Se dunque il ricco non manca di nulla, è un effetto della misericordia di Dio, non un atto della sua potenza (S. Agost.). E cosa farete, voi che siete poveri e mancate di tutto? Mendicate alla porta di Dio, bussate, e vi sarà aperto. Affidate al Signore la cura di tutto ciò che vi riguarda, mettete in Lui la vostra speranza, e Lui stesso farà ciò che vi necessita. (Ps. XLIV, 23). – Di cosa vi inquietate? … colui che mi ha fatto, avrà cura di me? Colui che ebbe cura di voi prima che voi foste, non avrà cura di voi quando siete diventato ciò che Egli voleva che voi foste? Già voi siete fedele, già camminate nella via della giustizia: Questi potrà non aver cura di voi, Colui che fa sorgere il sole sui buoni, come sui cattivi, e spargere la pioggia sui giusti e gli iniqui? (Matth. V, 43). Tanto più che siete giusti e vivete di fede, vi respingerà, vi abbandonerà, vi lascerà a voi stessi? Ma no, Egli vi circonda di cure, vi aiuta, vi dà tutto ciò che vi necessiti, ed allontana ciò che potrebbe nuocere. Quando vi dà, vi consola, affinché viviate; quando vi toglie, Egli vi riprende, per timore che voi periate. Il Signore si prende cura di voi, siate in piena sicurezza, Colui che vi ha fatto, vi conduce Egli stesso. Non vi lasciate cadere dalle mani del vostro Creatore, sarete stroncati. Ora è la vostra buona volontà che vi mantiene nelle mani del vostro Creatore. Dite: Dio lo ha voluto, Egli mi porterà, mi sosterrà. Gettatevi nel suo seno; astenetevi dal credere che questo sia il vuoto, e che gettandovi, sarete precipitato. Egli ha detto: Io riempio il cielo e la terra (Gerem. XXIII, 24). – Nulla vi può mancare; fate in modo di non mancare a Lui, e voi non mancherete a voi stessi (S. Agost.).

SALMI BIBLICI “DIXI CUSTODIAM VIAS MEAS” (XXXVIII)

SALMO 38: “DIXI custodiam vias meas”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 38:

[1] In finem, ipsi Idithun. Canticum David.

[2] Dixi: Custodiam vias meas;

locutus sum in lingua mea: posui ori meo custodiam cum consisteret peccator adversum me.

[3] Obmutui, et humiliatus sum, et silui a bonis; et dolor meus renovatus est.

[4] Concaluit cor meum intra me; et in meditatione mea exardescet ignis.

[5] Locutus sum in lingua mea: Notum fac mihi, Domine, finem meum, et numerum dierum meorum quis est, ut sciam quid desit mihi.

[6] Ecce mensurabiles posuisti dies meos, et substantia mea tamquam nihilum ante te. Verumtamen universa vanitas, omnis homo vivens.

[7] Verumtamen in imagine pertransit homo; sed et frustra conturbatur: thesaurizat, et ignorat cui congregabit ea.

[8] Et nunc quae est exspectatio mea: nonne Dominus? Et substantia mea apud te est.

[9] Ab omnibus iniquitatibus meis erue me: opprobrium insipienti dedisti me.

[10] Obmutui, et non aperui os meum, quoniam tu fecisti;

[11] amove a me plagas tuas.

[12] A fortitudine manus tuæ ego defeci in increpationibus, propter iniquitatem corripuisti hominem: et tabescere fecisti sicut araneam animam ejus: verumtamen vane conturbatur omnis homo.

[13] Exaudi orationem meam, Domine, et deprecationem meam; auribus percipe lacrimas meas. Ne sileas, quoniam advena ego sum apud te, et peregrinus sicut omnes patres mei.

[14] Remitte mihi, ut refrigerer priusquam abeam et amplius non ero.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XXXVIII

Brevità e vanità della vita presente. Frenare la lingua da ogni rissa pei beni temporali, che sono ombra, onde non perdere gli eterni. Per tal dottrina il salmo è da cantare tino alla fine del mondo. Idithun è uno dei tre capi cantori dei salmi ai quali Davide lo diede da mettere in musica e cantare.

Per la fine, a Idithun, cantico di David

1. Io dissi: Starò attento sopra di me per non peccare con la mia lingua. Posi un freno alla mia lingua, allorché veniva in campo contro di me il peccatore.

2. Ammutolii e mi umiliai, e di cose anche buone non parlai; ed il dolor mio rincrudì.

3. Si accese dentro di me il cuor mio, ed un fuoco divampò nelle mie considerazioni.

4. Dissi colia mia lingua: Signore, fammi conoscere il mio fine, e qual sia il numero dei giorni miei, affinché io sappia quel che mi avanza.

5. Certo, che a corta misura tu hai ridotto i miei giorni, e la mia sussistenza è come un nulla dinanzi a te. Certamente mera vanità egli è ogni uomo vivente

6. Certamente l’uomo passa come ombra: i di più si conturba senza fondamento. Tesoreggia, e non sa per chi egli metta da parte.

7. E adesso la mia aspettazione qual è, se non  tu, o Signore, in cui è la mi sussistenza?

8. Liberami da tutte le mie iniquità: tu mi hai renduto oggetto di scherno allo stolto.

9. Ammutolii, e non apersi la mia bocca, perché opera tua ell’è questa:

10. Rimuovi da me i tuoi flagelli.

11. Sotto la tua mano forte io venni meno quando mi correggesti: tu, per ragion dell’iniquità, castigasti l’uomo. E l’anima di lui facesti che a guisa di ragno si consumasse: certamente indarno l’uomo si conturba.

12. Esaudisci la mia orazione, o Signore, e le mie suppliche: dà udienza alle mie lagrime. Non istarti in silenzio, perocché forestiero e pellegrino son io davanti a te, come tutti i padri miei.

13. Fa pausa con me, affinché io abbia refrigerio avanti ch’io me ne vada da un luogo, dove più non sarò.

Sommario analitico

Davide, obbligato a fuggire davanti ad un figlio ribelle, esposto alle maledizioni di Semei, in questa rivolta di suo figlio e del suo popolo, punizione del peccato da lui commesso, considera in spirito il mistero del peccato dei nostri progenitori, che in seguito alla loro disobbedienza ed alla loro ingratitudine, furono cacciati dal paradiso, persero la loro felicità e videro tutte le creature rivoltarsi contro di loro, e da lì prende occasione per descrivere e deplorare la vanità e le miserie della vita presente. Questo Salmo ha molte analogie con il discorso di Giobbe, ed è improntato alla più toccante tristezza.

I. – Davide dichiara di aver preso la risoluzione di soffrire con pazienza ed in silenzio tutte le prove che gli venivano inviate:

1° Egli veglia attentamente sulle sue voci, col vigilare sulle sue parole e con la fuga dal peccato, soprattutto in presenza del peccatore (1, 2); – 2° egli costudisce la sua lingua col silenzio, con l’umiltà, con la pazienza (3); – 3° I tre effetti di questa vigilanza, di questo silenzio, sono per l’avvenire: evitare i peccati della lingua; per il passato, un dolore vivissimo delle colpe commesse; per il presente, una preghiera più fervente che gli ottenga la conoscenza circa la brevità della vita (4, 5).

II. – Deplora la miseria e la vanità della vita presente:

– 1° essa è breve, di poca durata (6); – 2° essa è fragile (6); 3° – non è che vanità (6); – 4° è cangiante e piena di instabilità (7); – 5° è sottomessa a turbamenti, inquietudini (7); – 6° essa è piena di affanni nella ricerca di ricchezze; – 7° lascia l’uomo nell’incertezza di ciò che avverrà (7).

III. – Considera tutti gli uomini come pellegrini e viaggiatori di quaggiù e nella sua persona insegna loro a non guardare che Dio solo.

1° egli fa conoscere quale sia la fine della nostra vita sulla terra: a) il fine eterno è Dio stesso (8); b) il fine accidentale, sono i beni che saranno dati ai beati in cielo (8).

2° gli ostacoli che l’uomo incontra nella sua via: a) un ostacolo interiore, il peccato, di cui chiede a Dio di essere liberato (9); b) un ostacolo esterno, i nemici per i quali è divenuto oggetto di obbrobrio (9).

3° Il soccorso che Dio gli concede in questa via: a) il silenzio e la conformità alla volontà di Dio (10); b) l’esperienza della sua misericordia (11); c) il timore dei castighi della sua giustizia (12); d) l’umiltà e la mortificazione, in seguito alla conoscenza delle proprie iniquità e delle pene che esse meritano (12); e) il disprezzo del mondo in cui l’uomo si agita e si turba inutilmente (12); f) la preghiera fervente; g) la compunzione e le lacrime per le colpe commesse (13); h) il desiderio dei beni eterni (13); i) il desiderio di arrivare alla perfezione prima del termine della vita (14).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-5.

ff. 1. – Io ho detto, o in altri termini, mi sono proposto, ho preso la ferma risoluzione, mi sono fatto un obbligo, ho detto al mio cuore: « osserverò con cura le mie vie ». Se io avessi fatto questa promessa a qualcuno, dovrei osservarne la parola; quanto più devo essere fedele quando ho preso questa decisione nei miei riguardi (S. Ambr.). – Quanto è importante non peccare con la lingua: « Noi facciamo tutti tanti peccati, ma se c’è qualcuno che non pecca con la parola, questi è un uomo perfetto, e può condurre tutto il corpo come con un freno ». (Giac. III, 8). – Colui che bada alla sua lingua, bada alla sua anima, ma colui che agita incessantemente le proprie labbra conoscerà il male (Prov. XIII, 3). – « La lingua è un male inquieto, pieno di veleno mortale » (Giac. III, 8), cosa che ha fatto dire a S. Crisostomo, che … la lingua ha fatto un numero di vittime più grande della spada. – Come esempio, c’è quel monaco che, ai tempi di S. Attanasio, chiedeva che gli spiegasse questo salmo, ed avendo inteso la spiegazione del primo versetto, non volle ascoltare la spiegazione dei seguenti. Se io posso mettere in pratica questo primo versetto – egli diceva – ciò mi è sufficiente; e dopo quaranta anni affermava che era appena giunto ad adempierlo. – E quando non è necessario parlare, restiamo in silenzio. La vanità e le maldicenze che sostengono tutto il traffichio del mondo, devono farci temere tutte le conversazioni, e nulla dovrebbe esserci così gradito e sicuro come il silenzio e la solitudine.

ff. 2. – « Ho messo un freno alle mie labbra ». Perché? È a causa dei giusti, degli zelanti, a causa dei fedeli e dei santi? No. Questi ascoltano in tal modo che lodano ciò che essi approvano, e tra le grandi cose che essi lodano se per caso c’è qualcosa che essi disapprovano, la scusano piuttosto che farne oggetto di calunnia. Chi sono dunque costoro a causa dei quali volete custodire le vostre vie, e mettere un freno alle vostre labbra? « Nel tempo che il peccatore si erge contro di me ». Egli non dice: « Si tiene in piedi davanti a me », ma « rimane in piedi contro di me ». Perché, cosa posso dire perché lo soddisfi? Io parlo di cose spirituali ad un uomo carnale che vede ed intende l’esterno, mentre per le cose interiori è sordo e cieco. In effetti, « l’uomo animale non è capace di comprendere le cose che sono dello spirito di Dio » (I. Cor. II, 14). – E se non era un uomo animale, sarebbe mai un calunniatore? Beato colui che parla ad un orecchio che l’ascolta (Eccli. XXV, 12), e non all’orecchio del peccatore che si erge contro di lui! Che direste voi, in effetti, ad uomini gonfi di orgoglio, pieni di agitazioni, calunniatori, litigiosi, avidi di parole? Cosa direste di santo, di pio, di religioso, di superiore ai loro pensieri, quando il Signore stesso ha detto a coloro che lo ascoltavano con gioia, che desideravano istruirsi, che avrebbero aperto la loro anima affamata del nutrimento di verità che avrebbero ricevuta avidamente: « … Io ho ancora molte cose da dirvi, ma voi non potete sopportarle adesso »? (Giov. XVI, 12). – Ma cosa dire di simile al peccatore che si erge contro di me, e si crede capace o finge di essere capace di comprendere ciò che non comprende realmente? Dopo aver parlato senza essere stato compreso, egli immaginerà non di non aver compreso, ma che sia io in errore (S. Agost.). – La ragione principale per la quale noi dobbiamo mettere un freno alle nostre labbra, quando siamo in presenza del nostro nemico, è che noi gli diamo una presa su di noi. Noi saremmo stati vincitori nella sua prima lotta con il genere umano, se Eva avesse mantenuto il silenzio. Il primo peccato prese dunque origine da una parola ed è con la parola che il serpente ci ha tentati. E sarebbe piaciuto a Dio che Adamo fosse stato sordo per non sentire le parole della sua sposa, o che Eva non avesse aperto la bocca per non versare nell’animo del marito il veleno che il serpente le aveva comunicato! (S. Ambrog.). –

ff. 3. – Ci sono delle circostanze in cui come uno degli amici di Giobbe, Eliu, noi siamo pieni di verità, in noi c’è uno spirito che ci spinge; il nostro cuore è come un vaso chiuso che si spacca per la forza del vino nuovo. (Giob. XXXII, 18, 19). – È allora che noi con una sola parola potremmo confondere la calunnia, o dissipare dei pregiudizi ostili, delle ingiuste prevenzioni, che ci fanno tacere assolutamente, umiliarci davanti a Dio, ed astenere dal dire anche delle buone cose per paura di offendere la carità, la dolcezza o l’umiltà. – Al pensiero di aver soppresso il bene che dovevo affermare, il mio dolore è ricominciato. Io ho cominciato a soffrire più nell’aver taciuto ciò che dovevo dire, piuttosto che per aver detto ciò che non dovevo dire (S. Agost.). Io ho taciuto su quel che doveva essere la testimonianza della mia coscienza; e non ho cercato di giustificarmi davanti agli uomini perché io so che il Padre celeste che mi vede nel segreto mi renderà giustizia (S. Gir.). – C’è qui il linguaggio di un vero penitente che non osando più, alla vista delle proprie cadute, parlare con Dio nella preghiera, dire: Signore io ho taciuto alla vostra presenza; la mia umiliazione e la mia confusione hanno parlato per me. E allora nel silenzio dell’onta e della compunzione, il dolore dei miei crimini si è rinnovato. Il mio cuore, penetrato dalle mie ingratitudini e dalle vostre misericordie, si è infiammato di un nuovo amore per voi; e tutto ciò che io ho potuto dire, o mio Dio, nella profonda umiliazione nella quale mi teneva davanti a Voi la vista delle mie miserie, è che ogni uomo non è che un abisso di debolezza, di corruzione, di vanità e di menzogna. Ecco il silenzio della compunzione che forma davanti a Dio la vera preghiera (Massill., Sur la Prière).

ff. 4. – Questo silenzio è una eccellente preparazione alla preghiera ed alla meditazione. – Felice e santa meditazione che non si fa con cuore freddo e languente, ma con un cuore tutto acceso alla vista ed per il dolore dei propri peccati, – È un fuoco divino illuminato nel fondo dell’anima, che non serve che a distruggere il peccato ed a purificare il cuore, fuoco che si accende con la meditazione delle Scritture divine; fuoco simile a quello che ardeva nel cuore dei due discepoli di Emmaus, mentre Gesù parlava loro. « Non era il nostro cuore ardente, quando ci spiegava le Scritture? » (Luc. XXIV); ma soprattutto quel fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra e col quale desidera vedere che sia tutto ardente (Luc. XII, 49) (Duguet). – Ci sono nella vita dei momenti in cui la preghiera apporta una dolcezza deliziosa; essi sono brevi e fuggitivi come i raggi della luna quando, spuntando a tratti tra le dense nubi, illuminano per un istante la sommità delle rocce e spariscono, ma sono sufficienti a sostenere un’anima per più giorni; così ancora, dopo la santa Comunione, minuti rubati alla terra, noi portiamo come Maria, nel nostro seno, il Signore del cielo e della terra, ne sentiamo la presenza, abbiamo tante cose da dire che restiamo muti; un calore soprannaturale riscalda il nostro sangue e in un batter d’occhio abbiamo scalato una montagna sulla strada del cielo. (Faber, Le Créât., et la Créât., L. III, ch. IV.).

ff. 5. – Questo versetto non è in contraddizione con il secondo. In quest’ultimo Davide vegliava nel non peccare con la sua lingua. In questo qui, egli la lascia parlare per indirizzarsi liberamente a Dio, dal momento che tutti i pensieri sono gravi, tutte le parole sono misurate; in una parola, quando era occupato dall’idea della sua morte che poteva credere prossima. « … Io ho sciolto la mia lingua ed ho parlato ». A chi? Non a colui che mi ascolta e che voglio istruire, ma a Colui che mi può esaudire e dal quale voglio essere istruito. « … Io ho sciolto la mia lingua ed ho parlato » a Colui che sento interiormente, quando viene a porgermi qualche cosa di buono e di vero. Ma cosa avete detto? Egli ha detto: « … Signore fatemi conoscere la mia fine, il fine che devo perseguire, e non la corsa che io seguo ora » (S. Agost.). – Davide non chiede, come sembrerebbero indicare le espressioni di cui si serve, di sapere quanto tempo gli resti fino alla morte, cosa che potrebbe essere una curiosità temeraria e colpevole; egli prega Dio di non permettere che egli abusi, come fanno la maggior parte degli uomini, nel considerare durevole ciò che è invece di breve durata, e di fargli vedere chiaramente che il termine della sua vita è già a lui vicino (Bellarm.). – Orbene, fatemi conoscere quale sia la mia fine, affinché sappia quel che mi manca, finché sono su questa terra, per ottenere la ricompensa eterna (S. Girol.). – Ebbene « fatemi conoscere il numero dei miei giorni qual è ». Il numero degli anni dei quali non è; i giorni presenti non sono reali, e non si può dare un sì gran nome a questa corsa precipitevole di anni fuggitivi. « Fatemi conoscere dunque qual sia il numero dei miei giorni »: numero senza numero, giorno senza giorno, come è in questa Gerusalemme, sposa del mio Salvatore, ove non ci sarà né morte né cambiamento, né giorno passeggero, ma dove c’è un solo giorno eterno, senza una veglia che lo preceda, né un domani che lo cancelli (S. Agost. e S. Gerol.). « Affinché io sappia ciò che mi manca », perché io non sono ancora giunto e non sono ancora perfetto, « ma io proseguo la mia corsa per cercare di giungere là dove Gesù Cristo ha voluto condurmi » (Filipp. III, 13), e se dovessi inorgoglirmi del punto in cui già sono, avrei da temere, arrivando alla mia fine, di trovarmi sprovvisto di giustizia. Comparando così ciò che è con le cose che veramente non sono, e vedendo quel che mi manca e non possiedo, io sarò più umile alla vista di ciò che mi manca, piuttosto che orgoglioso delle cose che possiedo (S. Agost.).

II. — 6-7.

ff. 6. – Ecco la bella meditazione con cui Davide si intrattiene sul trono, al centro della sua corte: o eterno Re dei secoli, voi vi ritirate sempre in Voi stesso, il vostro essere eternamente immutabile, non scorre, né muta, né si misura, « ed ecco che Voi avete fatto i miei giorni misurabili, e la mia sostanza non è nulla davanti Voi », e tutto l’essere che si misura non è niente, poiché ciò che si misura ha il suo termine, e quando è arrivato questo termine, un ultimo punto distrugge tutto; come se non fossi mai esistito. È così, tutto ciò che si misura finisce; e tutto ciò che è nato per finire, non è uscito affatto dal nulla, dove ripiomba presto. Se il nostro essere, se la nostra sostanza è nulla, tutto ciò che noi vi costruiamo sopra, cosa può essere? Né l’edificio è più solido del fondamento, né l’accidente legato all’essere più reale dell’essere stesso. Cosa sono cento anni? Cosa sono mille anni … ché un solo attimo cancella? Moltiplicate i vostri giorni, come i cervi che la favola o la storia della natura fa vivere per tanti secoli; durate pure quanto queste grandi querce sotto le quali i nostri antenati si sono riposati, e che daranno ancora ombra alla nostra posterità; ammassate in questo spazio che sembra immenso, onori, ricchezze, piaceri; cosa vi profitterà questo cumulo, poiché l’ultimo soffio della morte, così breve, languido, abbatterà tutto ad un colpo questa vana pompa con la stessa facilità di un castello di carte, vano divertimento dei bambini? E a cosa vi servirà avere scritto tanti libri, l’averne riempite le pagine di bei caratteri, quando poi una sola cancellatura deve tutto eliminare? Almeno una cancellatura lascia qualche traccia di se stessa, mentre questo ultimo momento che cancellerà tutto ad un tratto la vostra vita, si perderà esso stesso con tutto il resto in questa voragine del nulla: sulla terra non resta nessuna vestigia di ciò che noi siamo. Cos’è dunque questa mia sostanza, o gran Dio? Io entro nella vita per uscirne presto; io vengo ad affacciarmi come gli altri; dopo bisognerà sparire. Tutto ci chiama alla morte; la natura, come se fosse quasi invidiosa del bene che ci ha fatto, ci dichiara spesso e ci fa capire che non può lasciarci per lungo tempo questo poco di materia che ci presta, che resta nelle stesse mani, e che deve essere eternamente in movimento: essa ne ha bisogno per altre forme, la richiede per altre opere. Questo ricrearsi continuamente del genere umano, voglio dire dei bambini che nascono, man mano crescono ed avanzano, e sembra che alzino le spalle e dicano: ritiratevi, ora è il nostro turno. Così come noi ne vediamo passare altri davanti a noi, altri ci vedranno passare, e diventano a loro volta successori dello stesso spettacolo. O Dio, ancora una volta, cosa ne è di noi? Se getto lo sguardo davanti, quale spazio infinito davanti a me! Se mi guardo dietro, quale terribile sequela in cui io non sono più, ed occupo un piccolo posto in questo abisso immenso del tempo! Io non sono niente, ed un piccolo intervallo non è capace di distinguermi dal niente. Ancora, se vogliamo discutere le cose in una considerazione più sottile, non è l’estensione della nostra vita che ci distingue dal niente, e voi sapete che non c’è che un momento che ce ne separi. Ora ne teniamo uno; esso perisce e con esso periremo tutti, se prontamente e senza perdere tempo non ne afferriamo un altro simile, finché infine ne arriverà uno al quale non potremo giungere qualunque sforzo facciamo per allungarci; e allora cadremo tutto ad un tratto, senza sostegno. O fragile appoggio del nostro essere! O fondamento rovinoso della nostra sostanza. Ah! L’uomo passa veramente come un ombra, meno di un’immagine in figura, e come questa non ha nulla di solido, non insegue così che cose vane, l’immagine del bene, e non il bene stesso: così passa come un’ombra, ed è solo in voi che si turba e si agita (Bossuet, Serm. s. la mort). – « E la mia sostanza non è nulla davanti a voi ». Davanti a me questo niente è qualche cosa ed anche tutte le cose, ma davanti a Voi, ciò che io chiamo tutte le cose, si confonde e si perde in questo niente; e la morte, che ogni vivente deve considerare come suo inevitabile destino, fa generalmente e senza eccezioni, di tutti i beni che possiede, di tutti i piaceri di cui gode, di tutti i titoli di cui si glorifica, un abisso di vanità (Bourd. Sur la pens. de la mort). – Vanità generale ed universale di tutto ciò che è sulla terra, o piuttosto abisso impenetrabile di vanità. Ogni uomo vivente non è che vanità in tutto ciò che è, in tutto ciò che sembra possedere, nella sua anima, nel suo corpo, nei beni della fortuna. – Ogni uomo vivente non è che vanità, finché è nel mondo, mentre è rivestito di una carne mortale, tanto che la sua vita sulla terra non è che tentazione, mentre geme in mezzo agli scandali, mentre teme di cadere benché in piedi, tanto che tutto è ancora incerto per lui, e il male, e il bene (S. Agost.).

III. — 7 – 14.

ff. 7. – Noi viviamo quaggiù, ma con una vita che non è che l’ombra, una pallida immagine della vita e non la vera vita; noi non abbiamo che l’ombra dei veri beni, dei solidi piaceri e della vita di gloria. Così l’uomo pensa e cammina come un’ombra, come un’immagine, come un fantasma, senza lasciare più traccia come non la lascerebbe il passaggio di un’immagine (S. Ambrog.). – E questa nostra vita non è simile ad una vera morte? I giorni passano con rapidità, il giorno presente ha cancellato il giorno di ieri ed il giorno di domani sta per nascere presto per cancellare il giorno presente (S. Agost.). Questa età che noi contiamo e in cui tutto ciò che noi contiamo non è più nostro, è una vita? E potremo non accorgerci di ciò che perdiamo incessantemente con gli anni? (Bossuet, Or. fun. de Mar. Ther.). – L’uomo si turba, è in continua agitazione, ma si turba inutilmente, perché questo avviene per imprese che la morte non farà compiere, per intrighi che la morte confonderà, per speranze che la morte farà svanire. Egli si affatica, per ammassare ed accumulare, ma il suo guaio è di non sapere nemmeno per chi egli accumuli, né chi profitterà del suo lavoro, se questi saranno dei figli o degli estranei, se saranno eredi riconoscenti o degli ingrati, se saranno dei saggi o dei dissipatori (Bourd. ibid.). « Io ho detestato tutto questo lavoro per il quale mi sono affaticato sotto il sole, perché dopo di me doveva venire un erede, saggio o insensato – io l’ignoro – che possiederà i miei lavori ed i miei sudori, e i miei affanni, e anche questo è vanità » (Eccl. II, 18).

ff. 8, 9. –  « Ed ora dunque qual è la mia aspettativa? Non è il Signore? » Questa è la mia aspettativa, la mia speranza da cui vengono tutte le cose che io disprezzo; Egli si darà Lui stesso a me. Lui che è al di sopra di tutto, per il Quale tutte le cose sono state fatte, e che mi ha fatto tra tutte le cose. « E quel che possiedo è davanti a Voi. »  Io già avanzo, già avanzo verso di Voi, già comincio ad essere, e tutto il mio bene è in Voi. I beni della terra, voi li possedete davanti agli uomini; voi possedete l’oro, voi possedete denaro, dei beni, degli alberi, delle greggi, dei servitori; tutte queste cose, gli uomini possono vederle; ma i veri beni, la pace di una buona coscienza, la speranza dei beni eterni, voi li possedete solo agli occhi di Dio. (S. Agost.- S. Girol.). – « Ed ora, qual è la mia speranza, non è il Signore? » Gesù Cristo, ecco la nostra speranza e la nostra pazienza! Egli è diventato la nostra redenzione, è la nostra attesa e ciascuno di noi può dire: « Io ho atteso e non mi sono lasciato attendere dal Signore ». Guardatemi dunque, Signore, nella vostra giustizia. Abbassate su di noi gli sguardi della vostra misericordia, affinché noi, che ci vantiamo sì giustamente dei nostri meriti, siamo liberati dalla vostra misericordia, nelle mani della quale riposa tutta la sostanza della nostra anima e della nostra vita. Noi non temiamo la morte del corpo, ma temiamo colui che può conservare o perdere la nostra anima, la cui sostanza è una virtù che Dio ha creato a sua immagine e che ha posto nel cuore dell’uomo (S. Ambrog.). – Tali sono le felici disposizioni in cui si stabilisce un’anima fedele che rivolge tutti i suoi pensieri verso il cielo e non si occupa che del regno di Dio ove è chiamata. Vedete le grandezze del mondo, le fortune del mondo? Tutto questo non la tocca perché ella sa che non è fatta per tutto questo, ma è destinata a qualche cosa di più grande. « Io ho pregato il Signore », ella dice con il Re-Profeta, e Gli ho chiesto « che mi faccia conoscere il mio fine ». Io ho considerato che i miei giorni sono misurati, e che tutta la vita dell’uomo quaggiù non è che vanità, che egli accumula senza sapere per chi, e dopo essersi affaticato inutilmente, sparisce come un sogno. Qual è dunque la mia speranza, io ho concluso, « non è il Signore e quel che mi riserva nella sua gloria? » (Bourd. Sur le Bonheur du ciel.). – In qualunque grado di perfezione noi siamo arrivati, « se noi diciamo che non abbiamo peccato, noi inganniamo noi stessi e la verità non è in noi » (1 Giov. I, 8). Io ho lasciato molte cose, ma ancora mi batto il petto e dico: « rimettete i miei debiti ». Liberatemi da tutte le mie iniquità, non solo da quelle che potrebbero farmi tornare indietro, e perdere terreno che ho guadagnato, da tutte assolutamente, anche da quelle per le quali ho ottenuto perdono (S. Agost.). – Perché io disprezzo le cose della terra, perché io mi guardo dal mettere la mia gioia nelle cose passibili, perché io mi espongo alle beffe dell’avaro che si vanta della sua prudenza e si burla della mia follia; perché io agisco così, e vado per questa strada, « … voi mi avete, egli dice, dato in obbrobrio all’insensato ». Voi volete che io viva, che io predichi la verità in mezzo a coloro che amano la vanità: io non posso evitare le loro beffe. In effetti, noi siamo dati come spettacolo per il mondo, per gli Angeli ed il mondo (1 Cor. IV, 9). A destra e a sinistra, noi abbiamo delle armi con le quali combattiamo per la gloria e per l’ignominia, per l’infamia e per la nomea.

ff. 10-12. –  « Io ho taciuto e non ho aperto bocca, perché siete Voi che l’avete fatto »; vale a dire Voi mi avete consegnato all’insensato come un oggetto di disprezzo, ecco perché io ho taciuto: per non rendermi colpevole di peccati più grandi. Io ho riconosciuto la vostra volontà ed ho acconsentito ad essere, per un certo tempo, coperto da onta, per poter essere infine salvato chiedendo il perdono (S. Ambr.). – Il Re-Profeta non dice assolutamente. « Io non sarò più », lui che dice altrove: « io piacerò al Signore nella terra dei viventi ». Egli “sarà” dunque, perché esprime la speranza di piacere al Signore. Si possono comprendere dunque queste parole in questo senso. « Io sono straniero e pellegrino come tutti i miei padri »; perdonatemi dunque affinché non cessi di essere straniero, rimettetemi la pena dell’esilio in cui sono stato relegato. Se mi rimetterete questa pena prima che lasci questa terra, io cesserò di esservi estraneo ed esiliato, e diventerò cittadino dei Santi. Io sarò dunque con i miei padri, che sono stati anch’essi pellegrini e stranieri, e che sono ora cittadini ed abitanti del cielo. Io farò parte della casa di Dio, e a questo titolo, cesserò di temere il castigo, per meritare la grazia della ricompensa (S. Ambr.). – Nelle persecuzioni da parte degli uomini, non bisogna guardare la mano del persecutore, ma alzare gli occhi della fede fino alla mano invisibile di Colui che Egli stesso colpisce, ed accettare senza lamentarsi tutto i malanni che possono arrivare perché è Dio che lo fa. Bisogna soltanto pregarLo di allontanare da noi le nostre piaghe, che sono le tenebre dello spirito e l’indurimento del cuore. – Terribile è la mano di Dio che si appesantisce sul peccatore. Questo peso insopportabile che fa cadere nello smarrimento, giunge quando Dio riprende il suo furore, vale a dire quando un crimine diviene il castigo di un altro crimine (Duguet). – « Voi avete istruito l’uomo a causa della sua iniquità ». Il mio smarrimento, la mia debolezza, il grido che levo dal fondo della mia miseria, tutto questo viene dalla mia iniquità; e in tutto questo Voi mi avete istruito e non mi avete condannato. Un altro salmo ci fa comprendere ancora più chiaramente questo pensiero: « per me è bene che mi abbiate umiliato, perché apprenda così i vostri comandamenti » (Ps. CXVIII, 71). Io sono stato umiliato, e questa umiliazione mi è salutare, essa è nello stesso tempo un castigo ed una grazia. Cosa ci riserva, dopo il castigo, Colui che ci invia il castigo come una grazia? (S. Agost.). – « … Voi avete fatto disseccare la mia anima come un ragno ». Cosa c’è di più fragile di un ragno? Io parlo dell’insetto in sé, ma potrei dire soprattutto: cosa di più fragile della tela di un ragno? Notate come questo insetto sia così poca cosa. Mettete leggermente il dito sopra di esso, ed esso è ridotto in poltiglia; non c’è nulla di assolutamente più fragile. È così che è diventata la mia anima – dice il Profeta – quando Voi mi avete istruito a causa della mia iniquità. Poiché l’istruzione l’ha resa debole, essa aveva dunque in precedenza qualche vizio nella forza. Bisogna che l’uomo dispiaccia a Dio per la sua forza, per essere così istruito dalla debolezza; egli lo ha dispiaciuto con l’orgoglio, ed ha dovuto essere istruito dall’umiltà (S. Agost.). non perseguiamo dunque cose futili e vane, se non vogliamo tessere noi stessi ragnatele, perché il peccato non può avere nessuna speranza di durata e stabilità. Quando vedete allora che l’uomo si applica interamente ad aumentare lo proprie ricchezze, ad accumulare onori, a condurre una vita di ostentazione e di bagliori, ripeterete questa parola del profeta Isaia: « … essi hanno tessuto in un giorno una ragnatela che non può durare a lungo; essa si lacera al minimo strappo, e tutto il lavoro si trova annientato ». In effetti questo lavoro non è poggiato su di un solido fondamento, ma è sospeso nel vuoto. Nessun riposo, nessuna mollezza conviene ad un vero soldato di Gesù Cristo; perché è nel palazzo del re che si trovano coloro che sono vestiti mollemente. Gli avari si piccano di essere scaltri, attivi e vigilanti. Cosa di più scaltro, di più attivo e vigilante del ragno applicato giorno e notte al suo lavoro, che ordisce la sua tela, il suo vestito senza alcuna spesa? Ma tutto il suo lavoro è vano e futile. Così è ogni uomo che non ripone le sue opere sul vero fondamento che è Gesù Cristo. Egli si agita e si turba giorno e notte, perché, sull’esempio del ragno, è in mezzo agli sforzo delle sue ingiuste cupidigie che viene sorpreso dalla rovina delle sue imprese (S. Ambrog.). – Che istruttiva similitudine tra il ragno ed il peccatore avaro ed orgoglioso! Il ragno è pieno di veleno, e raccoglie il suo veleno sugli stessi fiori ove l’ape raccoglie il suo miele. L’avaro, l’orgoglioso, trova l’occasione di peccare là dove il giusto trova il mezzo per elevare la sua anima a Dio. Il ragno esaurisce tutta la sua sostanza, lavora con alacrità e per lungo tempo per ordire la sua tela, l’opera più fragile che egli tesse nel vuoto e che non riposa su alcun solido fondamento, un colpo di scopa basta a distruggere in un istante il lavoro di diversi giorni: è questa l’immagine dell’avaro, dell’orgoglioso, che non appoggia la sua opere su Gesù Cristo, che si consuma inutilmente in vani sforzi per accumulare ricchezze, per ottenere onori, che il primo colpo di vento porta via. La tela del ragno, fatta con tanta pena, non serve che a prendere mosche: immagine troppo reale di questa continua agitazione degli uomini del mondo che riempiono tutto il loro tempo, mettono tutta la loro applicazione nel prendere mosche e che vedono come la loro morte distrugga di colpo tutto il lavoro di svariati anni. – Il ragno si avvolge nella sua tela e cade con essa, e coloro che vogliono diventar ricchi cadono nelle trappole di satana, e in desideri inutili e perniciosi che precipitano gli uomini nella morte e nella dannazione. « In verità, è invano che gli uomini si turbino e si inquietino », perché a che serve all’uomo guadagnare tutto l’universo, se poi perde la propria anima? – In qualunque progresso l’uomo faccia quaggiù, è per le vanità che si turba finché vive, perché egli vive sempre nell’incertezza. Perché, chi può essere sicuro del bene che ha fatto? « Egli si turba per le vanità ». Getta tutto il tuo affanno nel seno di Dio (Ps. LIV, 23); che getti nel seno di Dio tutta la sua sollecitudine; e lasci che sia Dio a nutrirlo e a prendersene cura. Perché, cosa c’è di certo sulla terra, se non la morte? Considerate i beni e i mali di questa terra senza eccezioni: sia che viviate nella giustizia, o nell’ingiustizia, cosa c’è di certo su questa terra se non la morte? Avete fatto progressi nel bene: voi sapete cosa siete oggi, ma non sapete cosa sarete domani. Voi siete peccatore. Non sapete ciò che siete oggi, non sapete ciò che sarete domani. Da qualunque lato vi giriate, tutto è incerto, la morte sola è certa! Voi siete povero, non è sicuro se diventiate ricco; voi siete illetterato, è incerto se vi istruirete; voi siete debilitato a causa di una malattia, non è sicuro che recupererete le vostre forze; voi siete nato, è certo però che morirete, ed anche in questa certezza della morte, il giorno della morte resta incerto. In mezzo a tante incertezze, con la morte come unica certezza, benché incerta nell’ora, questa è la sola cosa che si cerca assolutamente di sfuggire, benché non la si possa evitare in alcun modo, solo per vanità ogni uomo che vive, si turba (S. Agost.).

ff. 13, 14. – La preghiera è la semplice domanda, la supplica, un grido dell’anima, delle lacrime, l’amore, la cui voce si fa intendere davanti a Dio più che alcuna altra parola. – Benché abbia lasciato ogni difficoltà, e che mi sia elevato al di sopra degli ostacoli, non devo più piangere? Non devo piangere ancor più? Perché acquistare la scienza è acquistare il dolore (Eccle. I, 18). Non è giusto che più io desideri ciò che è assente e più debba gemere, che più pianga finché non giunga? Non è giusto che io pianga per quanto gli scandali diventino più frequenti, che l’iniquità si moltiplichi, che la carità di un gran numero si raffreddi ancor più. – Non restate in silenzio davanti a me, io vi ascolterò; perché Dio parla in segreto, parla a molti uomini nel loro cuore e la sua parola rimbomba fortemente in mezzo ad un profondo silenzio di questo cuore, quando Egli dice con voce potente: « Io sono la vostra salvezza » (S. Agost.). « Perciò io sono davanti a Voi come uno straniero e come un pellegrino ». – la vostra patria è dunque il cielo, è in cielo la vostra casa: « io sono davanti a Voi come un ospite ed un pellegrino ». Bisogna comprendere anche « pellegrino presso di Voi ». In effetti molti sono pellegrini presso il demonio; al contrario coloro che già hanno creduto e sono rimasti fedeli, senza dubbio sono ancora pellegrini, perché non sono giunti alla patria e alla casa eterna, ma eppure sono presso Dio. In effetti, intanto che siamo nel nostro corpo, noi viaggiamo lontano da Dio, e sia che ci fermiamo, sia che camminiamo, noi facciamo tutti i nostri sforzi per piacergli. « Io sono davanti a Voi come un ospite ed un pellegrino, come lo sono stati tutti i miei padri. » Se dunque sono come tutti i miei padri, potrò mai dire che non lascerò questo mondo, visto che tutti lo hanno lasciato? Devo io dimorare qui in condizioni diverse da come essi hanno dimorato? (S. Agost.). Un viaggiatore non guarda che di passaggio gli oggetti che gli si presentano davanti agli occhi, e non si ferma a considerarli; egli usa il nutrimento che gli è necessario, ma non si carica troppo e non fa grandi provvigioni; uno straniero non fa grandi costruzioni in un luogo ove non progetta di fermarsi, e non pensa piuttosto che tornare alla sua patria. – « Perdonatemi, affinché io respiri un po’ prima che mi dilegui e più non sia »; vale a dire perdonatemi nel luogo stesso in cui ho peccato. Se non mi perdonerete quaggiù, io non potrò trovare in cielo il riposo del perdono, perché chi è stato legato sulla terra, resterà legato nel cielo, e chi sarà stato slegato sulla terra, sarà slegato nei cieli (S. Ambr.). – Quale uomo provato da grandi afflizioni non si è lasciato sfuggire dal cuore questa toccante preghiera di Davide? Come è nella nostra debole natura desiderare tra una vita agitata, tormentata, piena di dolori e di inquietudini, e la morte che sta per metterci alla presenza del Giudice supremo, Dio ci accordi qualche intervallo di riposo che ci permetta  di respirare, di rinfrancarci, di confortarci, di prepararci infine e di incoraggiarci ad oltrepassare, con un timore temperato dalla fiducia, la soglia della nostra eternità (Rendu).

SALMI BIBLICI: “DOMINE, NE IN FURORE TUO ARGUAS ME” (XXXVII)

SALMO 37: “DOMINE, ne in furore tuo .. quoniam sagittæ”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 37

[1] Psalmus David, in rememorationem de sabbato.

[2] Domine, ne in furore tuo arguas me,

neque in ira tua corripias me;

[3] quoniam sagittæ tuæ infixae sunt mihi, et confirmasti super me manum tuam.

[4] Non est sanitas in carne mea, a facie irae tuae; non est pax ossibus meis, a facie peccatorum meorum:

[5] quoniam iniquitates meae supergressae sunt caput meum, et sicut onus grave gravatæ sunt super me.

[6] Putruerunt et corruptæ sunt cicatrices meæ, a facie insipientiae meæ.

[7] Miser factus sum et curvatus sum usque in finem; tota die contristatus ingrediebar.

[8] Quoniam lumbi mei impleti sunt illusionibus, et non est sanitas in carne mea.

[9] Afflictus sum, et humiliatus sum nimis; rugiebam a gemitu cordis mei.

[10] Domine, ante te omne desiderium meum, et gemitus meus a te non est absconditus.

[11] Cor meum conturbatum est, dereliquit me virtus mea, et lumen oculorum meorum, et ipsum non est mecum.

[12] Amici mei et proximi mei adversum me appropinquaverunt, et steterunt; et qui juxta me erant, de longe steterunt, et vim faciebant qui quaerebant animam meam.

[13] Et qui inquirebant mala mihi, locuti sunt vanitates, et dolos tota die meditabantur.

[14] Ego autem, tamquam surdus, non audiebam; et sicut mutus non aperiens os suum.

[15] Et factus sum sicut homo non audiens, et non habens in ore suo redargutiones.

[16] Quoniam in te, Domine, speravi; tu exaudies me, Domine Deus meus.

[17] Quia dixi: Nequando supergaudeant mihi inimici mei; et dum commoventur pedes mei, super me magna locuti sunt.

[18] Quoniam ego in flagella paratus sum, et dolor meus in conspectu meo semper.

[19] Quoniam iniquitatem meam annuntiabo, et cogitabo pro peccato meo.

[20] Inimici autem mei vivunt, et confirmati sunt super me: et multiplicati sunt qui oderunt me inique.

[21] Qui retribuunt mala pro bonis detrahebant mihi, quoniam sequebar bonitatem.

[22] Ne derelinquas me, Domine Deus meus; ne discesseris a me.

[23] Intende in adjutorium meum, Domine, Deus salutis meæ.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XXXVII

Preghiera d’un penitente, e forse di Davide che fuggiva da Gerusalemme per la persecuzione di Assalonne. Il titolo per commemorazione del sabbato,  è ad indicare la quiete di cui gode la coscienza mentre è in grazia, e di cui con pianto si ricorda il peccatore penitente.

1. Salmo di David, per commemorazione pel giorno di sabato.

2. Signore, non mi riprendere nel tuo furore, e non mi correggere nell’ira tua.

3. Perocché io porto fitte nella mia persona le tue saette ed hai aggravato la mano tua sopra di me.

4. A cagione dell’ira tua ha sanità la mia carne; non hanno pace le ossa mie, a cagione dei miei peccati.

5. Imperocché le mie iniquità sormontano la mia testa e come peso grave mi premono.

6. Si sono imputridite, corrotte le piaghe mie, a cagione di mia stoltezza.

7. Son divenuto miserabile, e sono formisura incurvato: io mi andava tutto il dì carico di tristezza;

8. Perché pieni sono di illusione i miei reni, e nella carne mia non è sanità.

9. Sono abbattuto ed umiliato oltremodo: sfogava in ruggiti i gemiti del mio cuore.

10. Signore, sotto i tuoi occhi è ogni mio desiderio, e non è ascoso a te il mio gemere.

11. Il mio cuore è turbato, la mia forza mi ha abbandonato, e lo stesso lume degli occhi non è più meco.

12. Gli amici miei e i miei congiunti vennero, e si stettero a me dirimpetto. E i miei vicini da lungi si stavano.

13. Ma quelli che cercavano la mia vita, facevano i loro sforzi.

E quei che bramavano di nuocermi, parlavano superbamente, e tutto si studiavano inganni.

14. Ma io, quasi sordo, non udiva, e fui come un mutolo, che non apre sua bocca.

15. E mi diportai qual uomo che nulla intende, e non ha che dire in sua difesa.

16. Perché in te io posi la mia speranza; tu mi esaudirai; Signore Dio mio.

17. Perché io dissi: Non trionfino giammai di me i miei nemici, i quali, ogni volta che i miei piedi vacillino, parlano superbamente contro di me.

18. Perché io son preparalo a flagelli, e sta sempre dinanzi a me il mio dolore.

19. Perché io confesserò la mia iniquità, e penserò al mio peccato.

20. Ma i miei nemici vivono, e son più forti di me, e sono cresciuti di numero quei che mi odiano ingiustamente.

21. Quelli che rendono male per bene, parlavano male di me, perché io cercava il bene.

22. Non abbandonarmi, Signore Dio mio, non ti allontanare da me.

23. Accorri in mio aiuto, o Signore Dio di mia salute.

Sommario analitico

In questo salmo, composto da Davide molto probabilmente durante la rivolta di Assalonne, il Re-Profeta deplora le tristi conseguenze del peccato di impurità nel quale egli era caduto. Bisogna considerare:

I – Che Dio ha in orrore questo peccato: 1° esso provoca il suo furore e la sua collera, ciò che fa sì che David esclami: « Signore. etc.; » (2); 2° esso attira sul peccatore non solo le minacce, ma i dardi della giustizia divina e la mano pesante sul peccatore (3).

II.– Che questo peccato è estremamente nocivo per il peccatore:

al suo corpo, a) è il principio di numerose malattie; b) dissipa la forza ed il vigore del corpo (3); c) ne indica la causa, la molteplicità delle sue iniquità, che diventano un peso schiacciante (4); d) è un principio di corruzione per il corpo e per l’anima (5); e) è causa di tristezza, di illusioni pericolose dei sensi e di umiliazione profonda (6-9).

all’anima, a) turba la volontà e la spoglia della forza necessaria a resistere ai nemici; b) è causa di cecità per l’intelligenza (10).

III. – questo peccato rende colui che ne è colpevole, odioso agli altri:

1° si lamenta per essere stato abbandonato: a) dai suoi amici (11), b) dalle persone della sua casa (12); c) dai suoi nemici che lo hanno perseguitato – 1) con le opere inique, – 2) con i loro discorsi ingiusti, – 3) con i loro disegni criminosi (13).

2° Egli fa conoscere la pazienza con la quale ha sopportato tutte queste pene:

a) chiudendo le sue orecchie con una saggia e prudente dissimulazione (14); b) non aprendo la sua bocca (15), con un silenzio di cui dà tre ragioni: – 1) la speranza che ha nel Signore; – 2) il timore che si renda oltraggio per oltraggio e non sia abbandonato da Dio (17); – 3) la disposizione a soffrire i castighi della giustizia divina (18), ed il ricordo del suo peccato per il quale è pronto a soddisfare (19).

3° Egli implora il soccorso di Dio contro i suoi nemici: a) ne fa vedere la potenza, la moltitudine (20), la malizia (21); b) chiede a Dio: – 1) di non abbandonarlo con la sottrazione delle sue grazie; – 2) di non sottrargli la consolazione della sua presenza (22), – 3) di dargli tutti i soccorsi efficaci per giungere al porto della salvezza (23).

Spiegazioni e Considerazioni

I. 1-2

ff. 1. – Il Re Profeta si riconosce colpevole, vede le sue piaghe, ne domanda la guarigione. Colui che vuole essere guarito non teme di essere ripreso; egli desidera non di essere ripreso col furore, ma con la parola, con il verbo di Dio. La parola di Dio è onnipotente nel guarire le anime: « Egli ha inviato la sua parola, è detto allora, e li ha guariti » (Ps. CVI, 20). – Egli non vuole essere corretto dalla collera, ma dalla dottrina. Così, pregate il medico di non mettere il ferro nella piaga, ma di applicarvi un rimedio efficace. Il dolore che produce questo rimedio è anch’esso vivo, ma non eccessivo; esso è penetrante, ma non fa sgorgare il sangue (S. Ambr.). – Dio, sovranamente giusto, non può non perseguire il peccatore perché esso intacca la sua giustizia. Così non domandiamo che i nostri peccati non siano puniti, ma che Dio li punisca come padre, i cui castighi sono sempre accompagnati dalla tenerezza e dall’amore, e non come nemico, i cui castighi crudeli hanno lo scopo di perdere coloro che li patiscono (Gerem. XXX, 44). – Perché il profeta prega il Signore di non riprenderlo nella sua indignazione, e di non correggerlo nella sua collera? È come se dicesse a Dio: poiché i mali che mi accadono sono già grandi e numerosi, vi supplico di non aumentarli. Egli comincia allora ad enumerarli, come per soddisfare Dio, e Gli offre i suoi dolori per non averne da sopportare di ancor più considerevoli. (S. Agost.).

ff. 2. – Questi dardi del Signore sono il timore dei suoi terribili giudizi che squarciano il cuore; sono i crudeli rimorsi di coscienza che come spine aguzze, penetrano fin in fondo all’anima. Queste frecce che penetrano Davide da ogni parte non sono quelle di cui Giobbe diceva: « I dardi dell’Onnipotente sono su di me, ed il loro furore spossa la mia anima ». (Giob. VI, 3). Sono queste, delle frecce spirituali, forse le parole stesse di Dio, che trafiggono la sua anima ed infliggono alla sua coscienza il castigo che essa meritava. Queste verità che ricordano all’anima i giusti giudizi di Dio, che mostrano al peccatore la vendetta divina sospesa sul capo, sono più penetranti delle frecce più acute, perché penetrano la coscienza da parte a parte, producendo dolorose ferite, e divengono per essa un pungiglione salutare. È quindi con ragione che David, colpito da questi dardi sacri della giustizia divina, prega Iddio di non riprenderlo nel suo furore, di non abbatterlo nel suo furore. E perché? « Perché le vostre frecce mi hanno penetrato ». Questi dardi lanciati dalla vostra mano contro di me, sono un supplizio, un castigo sufficiente per le mie colpe. (S. Bas.).

II – 3-10.

ff. 3. – Davide non fa qui come i peccatori che si rivoltano contro i dardi della collera divina. Egli non attribuisce i suoi dolori alla malizia degli uomini, all’ingiustizia della sorte, al rigore della Provvidenza; egli ne trova la causa nelle sue iniquità, esempio che dovrebbe essere seguito da tutti gli uomini, poiché tutti sono peccatori (Berthier). – Nessuna pace per le potenze dell’anima nostra c’è quando i nostri peccati giungono a presentarsi in massa davanti ai nostri occhi, ed espandersi come una nube spessa sul nostro spirito … i nostri peccati sono i nostri più grandi nemici, essi tormentano coloro che sono in riposo, affliggono le anime che hanno recuperato la salvezza, contristano coloro che sono nella gioia, inquietano gli spiriti più calmi, agitano gli umili, risvegliano le anime dormienti. Noi siamo colpevoli senza che nessuno ci accusi, siamo torturati senza un carnefice, siamo legati senza catene, siamo venduti senza che nessuno ci compri, come dice il profeta Isaia (L, 1): « … voi siete stati venduti a causa dei vostri peccati ». (S. Ambr.).

ff. 4. – Due sono le comparazioni in questo versetto, l’una presa dall’abbondanza delle acque che si elevano sopra la testa di un uomo piombato nell’abisso; l’altra ricavata da un peso che schiaccia colui che intraprende il portarlo. Circostanze che aggravano il peccato di Davide: adulterio, omicidio, scandalo, doppiezza, ingratitudine enorme verso Dio e oblio dei suoi benefici (Berthier). – Ragion per la quale se pochi uomini sentono per i loro peccati il dolore che dovrebbero averne, è perché non ne soppesano tutte le circostanza criminali.

ff. 5. – Vedete come Davide si accusa, non di un solo peccato, ma di tutti quelli che ha commesso; peccati sì grandi, sì enormi, che non possono restare nascosti nella sua anima, ma che si riversano esternamente, e si elevano al di sopra della sua testa, in modo da essere percepiti e conosciuti da tutti. – Impariamo a non nascondere i nostri errori, a non seppellirli nell’interno della nostra anima, a non rinchiudere dentro noi stessi questo marciume, questa corruzione, che imprime sulla nostra coscienza le stimmate dell’ignominia (S. Bas.). – Mai si è adoperato un tal linguaggio per le piaghe corporee. Giobbe stesso, tutto coperto da ulcere orripilanti, Giobbe, nell’eccesso dei suoi mali, nella violenza dei suoi pianti, non ha mai imputato alla sua follia, alla sua stupidità, l’orribile estrema condizione alla quale il suo corpo era ridotto. Ed in effetti l’uomo non fa, non vuole i mali del suo corpo. Egli impiega ogni cura onde preservarlo. Se gli accade un male, ricorre presto all’arte dei medici, alla potenza dei rimedi. Ma in morale, non è così: l’uomo fa, l’uomo vuole i mali della sua anima. Egli li cerca, li attira, li aumenta, li inasprisce; egli vi applica tutte le forze della sua volontà, tutte le luci della sua intelligenza, tutto l’ardore dei suoi desideri. Evidentemente, nel peccatore che scientemente si ingegna nel fare il male, vi è la stupidità, e questa stupidità alla fine corrompe sia l’anima che il corpo, entrambi destinati, nel pensiero di Dio, a gioire eternamente di una gloriosa immortalità (Rendu). – Consideriamo da noi stessi le piaghe della nostra anima, le sue ulcere inveterate, la degenerazione, la gangrena, la morte nelle sue vene, il cuore attaccato e già quasi tutto penetrato dal veleno. – « Dalla pianta dei piedi alla testa non c’è in esso una parte illesa, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state ripulite, né fasciate, né curate con olio. » (Isai. I, 6). – Le cicatrici qui designano l’azione della penitenza, e la ferita, il peccato stesso. Colui che espia e corregge i suoi peccati con gemiti di penitenza, cicatrizza per così dire le ferite fatte alla sua anima col peccato; ma se il ricordo delle iniquità che gli sono state rimesse l’attira e lo conduce nuovamente verso il peccato, le cicatrici antiche si corrompono, e Davide ne indica la causa, quando aggiunge: « … a causa della mia follia, delle mie imprudenti ricadute » (S. Greg.).

ff. 6. –  « Io sono divenuto miserabile e tutto ricurvo ». Perché curvo? … perché si era elevato! Se siete umile, sarete elevato; se vi siete elevato sarete curvato; perché Dio non mancherà di usare un peso per curvarvi. Questo peso, sarà il fardello dei vostri peccati; e si ripiegherà sulla vostra testa, e voi sarete curvi. Che cos’è dunque l’essere curvato? È il non potersi rialzare. (S. Agost.). – È questa l’immagine di colui che pecca gravemente e che cade sotto la servitù umiliante dei sensi: chi non trova nel suo peccato miseria, avvilimento, dolore, tristezza? La sua anima, che doveva essere continuamente elevata alla contemplazione delle delizie celesti, si è indegnamente abbassata all’infamia dei piaceri sensuali, è diventata tutta curva e tutta carnale. Pressata dai rimproveri della propria coscienza, cammina oppressa da una profonda e continua tristezza.

ff. 7. – Chi è colui la cui anima non soffra queste miserie? Queste pericolose illusioni, questi movimenti vergognosi, cattivi figli di un padre ancora peggiore, ci lasciano appena la volontà di pregare. Noi non possiamo pensare agli oggetti corporali che con l’aiuto di immagini, e spesso quelle che noi cerchiamo non fanno irruzione in noi, fintantoché noi vogliamo uscire dall’una per entrare nell’altra o passare dall’una all’altra (S. Agost.). – Chi non ha gridato spesso come il grande Apostolo: « io sento nelle membra del mio corpo un’altra legge che combatte contro la legge del mio spirito, e che rende prigioniero sotto la legge del peccato che è nelle membra del mio corpo? Io non faccio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Maledetto uomo io sono! Chi mi libererà da questo corpo di morte? »  (Rom. VII, 24).

ff. 8. – Ascoltate il parlare di questo santo penitente: « … io sono afflitto all’eccesso ». Non era un gemito come quello di una colomba, ma un ruggito simile a quello di un leone; era questo il pianto di un uomo irritato contro i propri vizi, che non può soffrire il suo languore, la sua viltà, la sua debolezza. Questa collera lo porta fino ad una specie di furore: « Il furore ha riempito il mio occhio di scompiglio ». Perché non potendo soffrire le sue ricadute, prende delle risoluzioni estreme contro la sua lentezza e lassità: egli non sogna che di sbarazzarsi delle compagnie che lo perdono; … cerca l’ombra e la solitudine. Dirò la parola del profeta? Egli è come quegli uccelli che fuggono la luce del giorno, « come un gufo nella sua casa ». In queste solitudine, in questo ritiro, egli si indigna contro se stesso; egli fa dei grandi e potenti sforzi per prendere delle abitudini contrarie alle sue: « affinché – dice S. Agostino – il costume del peccatore cede alla violenza della penitenza » (Bossuet, Serm. sur la Pénit.). – I servitori di Dio Lo pregano il più sovente con gemiti, e voi ne cercate la causa. Infatti i gemiti di un servitore di Dio non vanno oltre l’orecchio di un uomo posto vicino a lui; e c’è anche un gemito nascosto che l’uomo non intende. Se dunque il cuore è invaso dall’espressione così viva di un qualche desiderio, che la ferita dell’uomo interiore sia rivelata da segni evidenti, se ne cerca la causa e si dice in se stesso: è forse questa cosa che lo fa gemere? Chi può comprendere questi gemiti, se non colui agli occhi e all’orecchio del quale sono indirizzati? Ecco perché il poeta dice: « … io ruggisco per i gemiti del mio cuore, perché se gli uomini intendono talvolta il gemito di un uomo, più spesso essi intendono i gemiti di colui che geme nel suo cuore. Qualcuno, non so chi, ha rapito ciò che quest’uomo possedeva; egli possedeva dei ruggiti, ma non era il suo cuore che ruggisce (S. Agost.).

ff. 9. – E non è davanti agli uomini che non possono vedere il cuore, ma è davanti a voi che ogni mio desiderio è esposto. « che il vostro desiderio sia esposto davanti a lui » e « … il Padre che vede nel segreto, ve lo renderà. » (Matt. VI, 6). – Il vostro desiderio è la vostra preghiera, e se il desiderio è continuo, la vostra preghiera lo è ugualmente. Non è inutilmente che l’Apostolo ha detto: « pregate incessantemente » (I Tess. V, 17). – E incessantemente possiamo flettere il ginocchio, rimanere prosternati, o levare al cielo le mani? A queste condizioni ci è impossibile pregare senza interruzione. Ma c’è un’altra preghiera interiore che noi possiamo non interrompere, ed è il desiderio. Se volete incessantemente pregare, non cessate mai il desiderare. Un desiderio continuo da parte vostra è anche per voi una parola continua. Voi tacete se cessate di amare. Chi sono coloro che tacciono? Quelli di cui era detto: « perché l’iniquità si è moltiplicata, la carità di molti si è raffreddeta » (Mat. XXIV, 12). – il raffreddamento della carità è il silenzio del cuore; il fervore della carità è il silenzio del cuore; il fervore della carità è il grido del cuore. Se il vostro amore sussiste costantemente, voi gridate incessantemente; se gridate incessantemente, è perché desiderate incessantemente; e se desiderate, è perché vi ricordate del riposo eterno (S. Agost.).

ff. 10. – Davide ci mostra a quale triste stato l’ha ridotto la vergognosa caduta che ha compiuto. Quando si rende colpevole di questo crimine che deplora, la penetrazione dell’intelligenza di cui Dio l’aveva dotato soffre, una specie di mancanza, di turbamento, e fu come oscurato e coperto da tenebre da colui che era stato il primo autore del suo peccato. Anche la sua forza l’abbondonò e non poteva dire più « … io posso tutto in colui che mi da forza » (Filip. IV, 15), essendo vinto dalla concupiscenza e completamente spoglio delle sue forze. Perché in coloro che seguono le ispirazioni della virtù, « … lo spirito è pronto, ma la carne è debole » (Matt. XXVI, 41); ma in coloro che sono vinti dalla loro bramosia, la carne si eleva, si fortifica, mentre l’anima langue e si debilita (S. Basilio). – Da dove viene questo scompiglio? « La mia forza mi ha abbandonato. E perché la sua forza l’ha abbandonato? E la luce dei miei occhi non è più con me ». La luce dei suoi occhi era Dio stesso che Egli aveva perso a causa del peccato. (S. Agost.). – In quale antro profondo, infatti, si erano ritirate le leggi dell’umanità e della giustizia, che Davide conosceva così perfettamente, quando gli si dovette inviare il profeta Nathan, per fargliene sovvenire nella memoria? Nathan gli parla, Nathan lo intrattiene, ed intende così poco di quello che deve capire, che egli infine è costretto a dire: « O principe! È a voi che si parla », perché incantato dalla sua passione, distratto dai suoi affari, egli lasciava la verità nell’oblio. E allora, sapeva ciò che sapeva? Intendeva ciò che intendeva? Ascoltate la sua deposizione e la sua testimonianza: è lui stesso che si stupisce che i suoi lumi lo abbiano abbandonato in questo stato infelice; non è una luce estranea, è la luce dei miei occhi, dei miei propri occhi, è quella stessa che non avevo più (Bossuet, Prèdicat. Ev. n° P.).

III. — 11-23

ff. 11-13. È questo un quadro molto vivo dello stato di coloro che sono afflitti e che sono abbandonati e pure calunniati e perseguitati dai loro amici, dai loro prossimi, dai loro vicini. – La persecuzione è esercitata contro coloro che vogliono ritornare a Dio ed abbracciare le vie della penitenza. Grande grazia per un penitente è questa persecuzione del mondo: quando il mondo ci cerca, noi restiamo senza i suoi legami; quando ci abbandona noi cominciamo ad essere liberi. « Il mondo vi odia, ha detto Gesu-Cristo, perché Io vi ho scelto; se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me per primo ». – In un altro senso, i miei amici e i miei prossimi si sono avvicinati a me, e si sono fermati per considerarmi. I preti, i confessori, i superiori sono venuti dietro di me, per aiutarmi nel mio male estremo; presi da stupore, si sono fermati, non sapendo più cosa fare; infine essi si sono ritirati, si sono allontanati da me (Bossuet, Retraite sur la Pen.). – Ricordiamoci la rivolta di Assalonne e dei suoi partigiani, le maledizioni di Semei, le perfide trame macchinate da Architophel e da tanti altri!

ff. 14-17. – Considerate la forza di questa espressione: « come se fossi stato sordo ». Egli non dice « io facevo come se non intendessi ciò che dicevano », ma « io non intendevo ». È una determinazione ben ferma del mio spirito che io chiudessi le orecchie alle loro parole, e che io fossi come un muto che non apre bocca. Beato colui la cui virtù è tanto grande da non rispondere ad un attacco ingiusto con la collera, e la cui anima violentemente agitata non cede mai alla furia! I nostri nemici fanno di tutto per provocare la nostra collera: essi ci maledicono affinché noi li malediciamo, ci calunniano perché noi li calunniamo a nostra volta, ci oltraggiano per eccitarci alle rappresaglie. Così San Pietro prende cura di ricordarci la condotta ammirevole di Gesù Cristo « … che, quando Lo maledicevano, non rispondeva con ingiurie; quando veniva maltrattato, non minacciava, ma si abbandonava al potere di colui che lo trattava ingiustamente ». (I Piet. II, 23). – Sul suo esempio, il giusto che vuole uniformarsi alla perfezione, tace quando lo si oltraggia, per imitare Colui che è stato condotto come un agnello al macello, senza aprire bocca, e pur avendo giuste ragioni per poter rispondere, preferisce tacere piuttosto che parlare (S. Ambr.). – Sembra infatti che dalla gloria di Dio, la calunnia sia confusa. È vero, risponde San Bernardo, ma era ancor più della stessa gloria che un giusto calunniato restasse in silenzio … Egli doveva a se stesso la giustificazione della sua vita e della sua condotta, ma il suo Vangelo doveva essere un Vangelo di umiltà, e la sua Chiesa non aver altro fondamento che questo, e trovar la sua strada meglio giustificata dal suo silenzio più che dalle sue parole; e questo fa che Egli non parli affatto (Bourd. 3° Serm. sur la Pass.). – Sono poche le occasioni in cui sia prudente, utile, necessario difendersi, quando ci calunniano. La cura nel giustificarsi causa quasi sempre due mali: il turbamento dell’anima e la cattiva edificazione del prossimo. – Davanti a quelli che vogliono la mia rovina spandendo calunnie contro di me, e meditano ogni giorno nuove perfidie, io sono rimasto senza poter trovare una sola parola a mia difesa. Io, così eloquente altre volte, così pieno di saggezza, sono stato come un sordo che non ascolta, come un muto che non può aprir bocca (S. Basil.). – Legame questo, per il quale il profeta non si giustifica affatto, non rispondendo ai suoi nemici: egli spera nel Signore. Egli vi insegna ciò che dovete fare se sopravviene qualche tribolazione. In effetti, voi cercate di difendervi, e forse nessuno accetta la vostra difesa. Voi siete già turbato, come se aveste perso la vostra causa, perché non c’è nessuno che vi difenda e renda testimonianza in vostro favore. Conservate la vostra innocenza in voi stessi, là dove nessuno può opprimere il vostro buon diritto. La falsa testimonianza ha prevalso contro di voi presso gli uomini; e chi prevarrà al tribunale di Dio, presso il quale sarà portata la vostra causa? Quando Dio sarà vostro giudice, non ci sarà alcun testimone se non la vostra coscienza. Tra questo giusto giudice e la vostra coscienza, non temete se non la vostra stessa causa: se la vostra causa non è cattiva, voi non dovete temere nessun accusatore, alcun falso testimone da respingere, nessun testimone veritiero da chiamare (S. Agost.). – Un secondo motivo del silenzio volontario del Profeta, è che egli stesso ha detto: è per me meglio aver pazienza, sperare nel soccorso del Signore, per timore che se non voglio soffrire gli oltraggi, se io rendo maledizione per maledizione, il Signore non mi abbandoni, e che i miei nemici non siano gioiosi e trionfanti della mia rovina (Bellarm.). – Questi nemici, che sono i demoni e gli uomini dei quali egli si serve per catturarci, si crederanno vittoriosi, e trionferanno effettivamente di noi, se ci vedono troppo sensibili agli oltraggi dai quali siamo sopraffatti, ed ancor più se ci proponiamo di mormorare contro gli ordini della vostra adorabile Provvidenza.

ff. 18, 19. – Ecco un terzo motivo di silenzio volontario di Davide alla presenza dei suoi nemici: egli è prossimo a soddisfare alla giustizia di Dio, perché egli soffre, e per sincera sua disposizione a soffrire. – Qual è questo dolore che è sempre davanti a lui? Forse quello del castigo? Gli uomini, è vero, gemono nell’essere castigati, e non gemono per i peccati per i quali sono castigati. Questo non accade per colui che qui parla. Chiunque sia che prova un malanno è più portato a dire: “io ho sofferto ingiustamente”, che a considerare: perché ho sofferto?; egli geme per aver perso il suo denaro, non geme per aver perduto la sua virtù. Per Davide, il suo dolore non viene dal castigo che subisce, viene dalla sua ferita e non dal trattamento della sua ferita, perché i colpi sono il rimedio del peccato (S. Agost.). – La causa di tutti i tentativi infruttuosi per arrivare alla perfezione, è l’assenza di un dolore costante, eccitato dal ricordo del peccato. Così come ogni culto cade in rovina, se non ha per base i sentimenti di una creatura per il suo Creatore, nessuna conversione è seria se non è la conversione intera di un peccatore; allo stesso modo che le penitenze non portano a nulla, se esse non sono fatte in unione con Gesù-Cristo; così come tutte le buone opere finiscono nella polvere, se non hanno come punto di appoggio Nostro Signore; così la santità ha perso il principio della sua crescita, quando è separata da un rammarico costante per aver peccato. Questo dolore costante ci manterrebbe continuamente in un sentimento della nostra dignità e della nostra dipendenza da Dio; essa ci farebbe ingaggiare una guerra perpetua contro l’amor proprio, ci impedirebbe di concepire la stima per noi stessi, e conserverebbe in noi, senza interruzione, lo spirito di penitenza che la mortificazione esteriore produce ammirevolmente, senza dubbio, ma solo ad intervalli. Essa ci darebbe la calma e la moderazione verso noi stessi, la dolcezza e l’indulgenza nei riguardi degli altri, la pazienza con Dio, che noi otterremmo per l’assenza di alacrità (P. Faber, Progrès de l’ame, Cap. XIX). – David ha fatto conoscere non solo a tutti gli uomini del suo tempo, ma a tutti quelli che dovevano sopraggiungere nello scorrere dei secoli, che egli era un grandissimo peccatore. Egli lo ha scritto a caratteri indelebili, nei suoi ammirevoli Salmi che faranno risuonare in tutte le chiese la storia dei suoi crimini e della sua penitenza. – « Io confesserò il mio peccato », è la confessione; ma occorre aggiungere: « io sarò in pensiero per il mio peccato », farò riflessione su di un sì gran male e sui mezzi per liberarmene. – L’uomo conserva la memoria del male che ha fatto più di quanto non conservi quella del bene ed ancor meglio di quella delle sue povere gioie perseguite per lungo tempo, sì raramente raggiunte, sì velocemente dimenticate, quand’esse non lascino nella coscienza sozzure o rimorsi. – « Io mi prenderò cura del mio peccato ». Quando avete confessato il vostro peccato non abbiate questa falsa sicurezza che voi sareste sempre pronti a confessarlo ed a commetterlo nuovamente. Dichiarate la vostra iniquità, ma prendendo cura di pensare al vostro peccato. Che vuol dire questo, prendendo cura di pensare al vostro peccato? Significa prendersi cura della vostra ferita, prendersi cura di guarirla. Prendere cura della propria ferita, è dunque fare uno sforzo, essere sempre attento, agire sempre con zelo e con cura per guarire il proprio peccato. Ecco che giorno dopo giorno, voi piangerete il vostro peccato, ma forse le vostre lacrime scorrono senza che le vostre mani agiscano; fate allora delle elemosine, riscattate i vostri peccati; il povero si rallegri dei vostri doni, affinché a vostra volta possiate gioire dei doni di Dio (S. Agost.). Ancora c’è il ricordarsi delle proprie colpe e delle cadute passate, che hanno corrotto la bellezza dell’anima: non perché le si amino ancora, ma al contrario per amare Dio maggiormente, affinché questo ricordo faccia meglio gustare la soavità di questa vera dolcezza che offre felicità e sicurezza (S. Agost. Conf. IV, 1).

ff. 20-22. – Il Profeta mette in contrasto con il suo pentimento, la sua rassegnazione, la malvagità dei suoi nemici, e riconosce che la loro condotta al proprio riguardo è un giusto castigo per le sue infedeltà a Dio. Rendendogli il male per il bene che essi hanno ricevuto da lui, essi gli ricordano, senza che lo sappiano, l’ingratitudine con la quale egli aveva sì malamente riconosciuto i favori straordinari dei quali Dio lo aveva ricolmato. – Si ha pena nel figurarsi che un uomo che non pensi che a fare del bene, che lo insegua in tutte le sue azioni, in tutti i suoi pensieri, malgrado ciò, o piuttosto a causa di questo stesso, sia in balia di contraddizioni o inimicizie. Ma anche il cuore dell’uomo lo vede: gli ripugna essere indifferente; ondeggia da un lato all’altro; ama o odia. Se gusta la virtù, la loderà negli altri, la fuggirà per conto suo; se non la gusta, la detesterà, la fuggirà, la temerà come un rimprovero o un giudizio, l’annienterebbe se potesse (Rendu). – Guardiamoci dal credere, quando siamo riconciliati e la grazia del sacramento della Penitenza ci ha tratto dalla morte eterna, che possiamo trascorrere la nostra vita eternamente sicuri. I nostri nemici vivono sempre, sono superati, ma non abbattuti, non disperano di poter rivincerci … aspettano un’ora più propizia ed un’occasione più stringente. Tremiamo anche nella vittoria, è allora che essi fanno i loro sforzi maggiori, e rimescolano le loro macchinazioni più terribili. Se la guerra è continua, se nemici così potenti e numerosi vegliano incessantemente su di noi, chi potrebbe compiutamente esprimere quanto accurata, vigilante previdente ed inquieta debba essere, in ogni momento, la vita cristiana? (Bossuet, Sur les démons). O Signore, Dio della nostra salvezza, che siete l’unico Autore, applicatevi nel nostro soccorso. Apprendiamo da queste parole che occorre fare tutti i nostri sforzi per prendere delle buone risoluzioni; ma ancor più per domandare con tutto il nostro cuore a Dio il suo soccorso, senza il quale nulla si può (Bossuet, Retr. sur la pen.).