SALMI BIBLICI: “BEATUS QUI INTELLEGIT SUPER EGENUM” (XL)

SALMO 40: “BEATUS QUI INTELLEGIT super egenum”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 40

[1] In finem. Psalmus ipsi David.

[2] Beatus qui intelligit super egenum

et pauperem: in die mala liberabit eum Dominus.

[3] Dominus conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum ejus.

[4] Dominus opem ferat illi super lectum doloris ejus; universum stratum ejus versasti in infirmitate ejus.

[5] Ego dixi: Domine, miserere mei; sana animam meam, quia peccavi tibi.

[6] Inimici mei dixerunt mala mihi: Quando morietur, et peribit nomen ejus?

[7] Et si ingrediebatur ut videret, vana loquebatur; cor ejus congregavit iniquitatem sibi. Egrediebatur foras et loquebatur.

[8] In idipsum adversum me susurrabant omnes inimici mei; adversum me cogitabant mala mihi.

[9] Verbum iniquum constituerunt adversum me: Numquid qui dormit non adjiciet ut resurgat?

[10] Etenim homo pacis meae, in quo speravi, qui edebat panes meos magnificavit super me supplantationem.

[11] Tu autem, Domine, miserere mei, et resuscita me; et retribuam eis.

[12] In hoc cognovi quoniam voluisti me, quoniam non gaudebit inimicus meus super me.

[13] Me autem propter innocentiam suscepisti; et confirmasti me in conspectu tuo in æternum.

[14] Benedictus Dominus, Deus Israel, a sæculo, et usque in sæculum. Fiat, fiat.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XL

Anche questo Salmo è tutto della passione di Cristo, mentre Cristo stesso ne cita (in S. Giovanni, c. XIII) un versetto a mostrare predetto il tradimento di Giuda.

1. Per la fine; salmo dello stesso David.

2. Beato colui che ha pensiero del miserabile e del povero: lo libererà il Signore nel giorno cattivo.

3. Il Signore lo conservi, e gli dia vita e lo faccia beato sopra la terra; faccia beato sopra la terra; e noi dia in potere de’ suoi nemici.

4. Il Signore gli porga soccorso nel letto del suo dolore: tu, Signore, accomodasti da capo a pie il suo letto nella sua malattia.

5. Io dissi: Signore, abbi pietà di me; sana l’anima mia quantunque io abbia peccato contro di te.

6. I nemici miei bramarono a me sciagure: Quando morirà egli, e perirà il suo nome?

7. E se uno entrava a visitarmi, teneva bugiardi discorsi; il cuore di lui adunava in sé cose inique.

8. Usciva fuori, e ne parlava cogli altri. Contro di me tenevan consiglio segretamente  tutti i miei nemici; macchinavano sciagure contro di me.

9. Una iniqua cosa hanno determinato contro di me; ma uno che dorme, non si sveglierà adunque mai più?

10. Imperocché un uomo che era in pace con me, a cui io mi confidava, il quale mangiava il mio pane, mi ha ordito un gran tradimento.

11. Ma tu, o Signore, abbi pietà di me, e rendimi la vita; e darò ad essi la loro retribuzione.

12. Da questo ho conosciuto che tu mi hai amato, perché non avrà il mio nemico onde rallegrarsi riguardo a me.

13. Hai prese le mie difese a causa della mia innocenza; e mi hai posto in sicuro dinanzi a te per l’eternità.

14. Benedetto il Signore Dio d’Israele da un secolo fino all’altro secolo: così sia, così sia.

Sommario analitico

Davide in questo salmo parla nel nome e nella Persona di Gesù-Cristo tradito e messo a morte, ma che sta per trionfare per sempre. (Il Salvatore stesso ha applicato a Giuda il versetto 10 di questo salmo).

I. – Egli proclama beato colui che avrà esercitato la misericordia verso se stesso e verso gli altri poveri:

1° nel giorno del giudizio Dio lo libererà (1). – 2° Durante questa vita: – .a) Dio lo conserverà; – b) vivificherà la sua anima; – c) lo ricolmerà di onori e di ricchezze; – d) lo difenderà contro gli sforzi dei suoi nemici (2); – e) nelle prove e nelle malattie, gli porterà soccorso e ne addolcirà i dolori (3).

II. – Bisogna conoscere le cause della sua passione:

1° I peccati di tutti gli uomini (4).

2° I Giudei, dai quali fa uscire crimini molteplici: – a) il loro odio: “i miei nemici”; – b) i loro oltraggi. “essi hanno proferito imprecazioni contro di me”; – c) la loro crudeltà: “quando morirà, etc.” (5); – d) la loro ipocrisia e le loro menzogne: “chi viene a visitarmi, etc.” ; – e) la loro malvagità: “ il loro cuore è un cumulo ed un ammasso di iniquità …” (6); – f) la loro impudenza e le loro calunnie: “appena uscito parla contro di me” (7); – g) i loro mormorii segreti e la loro cospirazione contro il Salvatore (8); – h) l’ingiustizia sovrana del loro giudizio: “essi hanno emesso una sentenza iniqua”; – i) la loro incredulità nei confronti della resurrezione (9).

3° Il tradimento di Giuda: – a) la sua ipocrisia e la sua perfidia : “l’uomo con il quale vivevo in pace, etc.” (10); – b) la sua ingratitudine: “che mangiava il mio pane”; – c) la sua crudeltà: “ha alzato il suo calcagno contro di me”.

III. – Egli espone i frutti della sua resurrezione, richiesta a Dio; questi frutti sono:

1° Il potere dato a Gesù-Cristo di domare e punire i suoi nemici (11);

2° la testimonianza dell’amore del Padre celeste per Lui: “io ho conosciuto l’amore vostro per me”.

3° la gloria che è seguita alla sua resurrezione, nel ripagare tutti i suoi nemici (11). Per finire, indica:

4° la causa meritoria della sua resurrezione (12), vale a dire la sua innocenza, principio della eterna felicità della quale gode (13), e rende grazie a Dio per il grande beneficio della resurrezione (14).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-3.

ff. 1. – Beato colui che ha cura del povero e dell’indigente! Ecco una delle parole divine che distinguono il linguaggio divino da ogni altro linguaggio: questa parola risuona nel mondo da tre mila anni, quando in ogni popolo non c’era che un grido: beato colui che possiede la ricchezza e che sa procurarsela (Rendu). – La bella parola di Davide è stata consacrata da Gesù-Cristo stesso, quando ha messo in cima alle beatitudini evangeliche la stima e l’amore della povertà. Ripetiamola dunque dal più profondo del cuore: beato colui che comprende il povero! E non soltanto il povero ordinario, che ci appare così sovente nelle nostre città, senza danaro, senza pane, senza alloggio, e che la divina Provvidenza ci indirizza per soccorrerlo e alleviarlo; ma anche e soprattutto, il Povero per eccellenza, il povero volontario che, maestro sovrano di ogni cosa, ha così gloriosamente preferito, in tutto il corso della sua vita mortale, l’indigenza alla ricchezza, la sofferenza al piacere, l’ignominia agli onori, alfine di lasciare agli uomini che vogliono affrancarsi dalla schiavitù dei sensi, una consolazione ed un esempio. Beato chi comprende questo divino povero in se stesso e nei suoi rappresentanti, in coloro dei quali ha detto: « tutte le volte che avete assistito uno dei miei fratelli più piccoli, avete assistito me stesso » (S. Agost.).

ff. 2. – « Beato chi ha cura del povero e dell’indigente ». Non è sufficiente aprire sui poveri gli occhi della carne, ma bisogna considerarli con gli occhi dell’intelligenza guidata dalla fede. Coloro che li guardano con gli occhi corporali li vedono dal basso e li disprezzano; coloro che aprono su di essi gli occhi interiori, cioè l’intelligenza guidata dalla fede, vedono in essi Gesù-Cristo; essi vi scorgono l’immagine della povertà, i cittadini del suo reame, gli eredi della sua promessa, i distributori delle sue grazie, i veri figli della sua Chiesa, i primi membri del suo Corpo mistico. È questo che li induce ad assisterli con zelo di carità. Ma non è ancora molto il soccorrerli nei loro bisogni, questo assistere il povero non è l’intelligenza sul povero. Colui che distribuisce loro qualche elemosina per sovvenire a qualche pressante necessità o toccato da qualche compassione naturale, allevia la miseria del povero, ma non di meno ha intelligenza sul povero. Colui che comprende veramente il mistero della povertà, considera i poveri come i primi figli della Chiesa, e onorando questa qualità, si crede obbligato a servirli; non spera di partecipare alle benedizioni del Vangelo se non per mezzo della carità e della comunicazione fraterna (Bossuet, sur l’émin. dign. des pauv.). – Questa beata intelligenza del povero comprende tre cose: 1° l’intelligenza dell’elemosina, nel suo obbligo, nel suo credito presso Dio, nelle promesse che gli sono fatte, nel numero e nella misura che sa attendere, nella maniera di praticarla; 2° l’intelligenza del povero, nella dignità di cui il Signore lo ha rivestito, nella potenza che gli ha affidato; 3° l’intelligenza della miseria del povero, nel soccorso che dobbiamo dare al suo corpo, al suo spirito e al suo cuore (Mgr. Lecourtier, 2° conf. sur l’aum.). I giorni cattivi verranno, che lo vogliate o no, essi arriveranno; il giorno del giudizio arriverà, giorno cattivo, se non avrete compreso il povero e l’indigente. In effetti, ciò che vi rifiutate di credere ora, si manifesterà alla fine. Ma voi non sfuggirete, quando si manifesterà, alla verità alla quale non credete, mentre è ancora nascosta. Vi si invita a credere ciò che non vedete, per timore che non abbiate ad arrossire quando lo vedrete. (S. Agost.).

ff. 1. – Questo cattivo giorno è il giorno della morte. « Ora, in quest’ultimo giorno, l’elemosina sarà un gran garanzia davanti a Dio, per tutti quelli che l’avranno fatta! » (Tob. IV, 12). L’esperienza giustifica questa asserzione: « Da nessuna parte, scrive S. Girolamo a Nepotiano, mi ricordo di aver letto che abbia fatto una cattiva morte colui si era dato volontariamente alla pratica delle opere di carità; quest’uomo ha per lui numerose intercessioni, perché è impossibile che tanti molteplici suffragi non siano esauditi ». (Epist. Nep.). Ora, non solo la cattiva morte è evitata all’uomo misericordioso, ma pure gli vengono date delle grazie sensibili, eccezionali che gli vengono accordate nell’ora del terribile passaggio; e mentre altri Cristiani, esemplari e regolari nella loro vita, ma più chiusi o meno generosi, sono agitati da apprensioni sempre crescenti nei confronti del giudizio, si vedono al contrario le anime più timorate, quelle che avevano timore di tutte le loro opere a causa dell’implacabile giustizia del Signore, quelle che avevano affanni nel portare il peso di Dio e che li temevano come flutti sospesi sopra di loro (Iob. IX, XXXI), concepire tutto ad colpo sentimenti di fiducia e rivestirsi di una sicurezza che nulla avrebbe fatto presagire. Così si realizza la parola del salmista: « beato colui che comprende i bisogni del povero e dell’indigente, Dio lo proteggerà nel giorno cattivo ». (Bellarm.).

ff. 2. – In questo versetto (2) vi sono due tipi di promesse: Dio non vi abbandona sulla terra e vi promette qualche cosa nel cielo; Egli deve vivificarvi eternamente nel cielo, e nell’attesa, Egli vi conserva e vi rende beato sulla terra (S. Agost.).

ff. 3. – Il Profeta non dice che colui che ha l’intelligenza del povero sarà preservato da ogni male, poiché gli è necessario soffrire per Gesù-Cristo; ma Egli assicura che quest’uomo sarà protetto dal Signore nel giorno dell’afflizione. Quando Dio ha istruito i suoi fedeli servitori alla scuola dell’avversità, e ha insegnato loro che non si impara se non nel libro dell’esperienza e del dolore, allora viene in loro soccorso, ed usa con essi questa carità compassionevole e tenera che si testimonia verso i malati che non possono riposare, ed ai quali si muove il letto perché possano riposare più mollemente e trovare nel sonno una tregua ai loro dolori. – « Tu hai rivoltato il suo giaciglio nella sua malattia ». Dio, rigirare un letto! Confesso che queste figure non sono nella vostra retorica; esse non sono del vostro Essere supremo, ma sono del buon Dio dei Cristiani, che sanno che nulla è piccolo per la sua bontà (Laharpe) – Dio consacra così con il suo esempio, le nobili cure di queste anime caritatevoli che percorrono i letti del languore, mescolano felicemente l’olio ed il vino sulle piaghe del malato, lo sostengono, lo cambiano di posizione e rimuovono la paglia che serve loro da letto. Il suo Profeta ce lo rappresenta in qualche modo come sceso dallo splendore dei cieli per venire presso i malati, e queste stesse mani che sostengono il mondo, li sostengono nelle loro debolezze, preparando e rigirando Egli stesso il letto della loro infermità (De Boulogne, sur la Char. Chret.).

II. — 4-9

ff. 4. – Dio è il solo che conosce bene la profondità delle piaghe della nostra anima, ed è il solo di conseguenza che possa guarirle. Ricorrere a Lui e pregarlo di aver pietà di noi, non certo per risparmiarci i suoi castighi che possano guarire la nostra anima dalle piaghe prodotte per aver peccato contro di Lui. Se Colui che non ha conosciuto il peccato è stato punito così severamente, se il medico misericordioso che è venuto al mondo per salvarci da tutte le nostre malattie, non ha disdegnato di aumentare Egli stesso il numero dei malati, e non ha rigettato l’asprezza dei rimedi, non siamo noi ancor più obbligati a soffrire con pazienza la mano di questo Medico supremo, che ci fa qualche incisione dolorosa ma salutare, per guarirci dai nostri peccati? Affidatevi interamente alle mani di questo Medico celeste, che non si inganna fino a tagliar le carni sane in luogo delle carni gangrenose. Egli conosce quel che esamina; Egli conosce le nostre colpe, perché ha creato la nostra natura; Egli discerne ciò che ha creato in noi da ciò che i nostri desideri sregolati hanno aggiunto (Dug.; S. Agost.). – Diciamo a Dio come Davide, nello spirito di una umiltà sincera. « Guarite la mia anima, Signore, guarite la mia anima, perché ho peccato contro di Voi ». Si, io ho peccato, ed non è né il mio naturale, né il mio temperamento che io accuso; ero io che dovevo regolarlo, perché io sapevo, volendo, tenerlo in ordine; questa passione, che mi ha dominato in pregiudizio della vostra legge, non ha mai avuto su di me l’impero nel pregiudicare i miei interessi. Essa era semplice e sottomessa alla mia ragione quando ne temevo le conseguenze davanti agli uomini, e non c’erano né escandescenze, né asperità che io non reprimessi quando credevo che ne andasse di mezzo la mia reputazione o la mia fortuna. « Io ho peccato contro di voi », e avrei torto a prendermela con il mondo, perché il mondo, per quanto pernicioso possa essere, non ha avuto ascendenza su di me quando non mi soddisfaceva (Bourd. Sévér. de la Pén.).

ff. 5. – Queste parole convengono sì chiaramente a Gesù-Cristo, che non occorre pensare di applicarle ad altri. Quando i Giudei Gli facevano qualche azione criminosa, tutto il mondo seguiva; quando, testimoni delle sue opere meravigliose, Lo accusavano di sedurre il popolo, non facevano altro che dire: « Quando morirà, e quando perirà il suo nome »? Quel che si è fatto nei riguardi del Capo, si vede ancora oggi ai giorni nostri nei confronti dei suoi membri. Gli empi non possono soffrire le persone dabbene, perché senza che dicano una sola parola, la loro vita è una condanna lampante delle loro sregolatezze (S. Agost.).

ff. 6. – Giuda è qui chiaramente designato: egli entrava per vedere, cioè per osservare Gesù-Cristo, e cercare i mezzi più idonei per tradirlo e perderlo (S. Ambr.). – Questa è l’immagine reale di cosa spesso accade nella Chiesa, particolarmente rispetto ai suoi ministri. Falsi fratelli osservano tutti i loro movimenti, tutte le loro parole, danno un cattivo senso alle loro più rette intenzioni, inasprendo tutto ciò che dicono e fanno, inventando rapporti falsi e menzogneri di tutto ciò che hanno visto ed inteso. Non fanno in questo altra cosa se non che il loro cuore ammassi un cumulo di iniquità che li perderà mentre essi vogliono perdere gli altri. Ricordate l’appropriatezza di questa espressione applicata a Giuda il traditore: « egli usciva fuori ». All’esterno in effetti vi sono i lupi, oltre ai briganti; all’interno Mosè si trattiene nella nube con Gesù, mentre la moltitudine resta fuori; al di dentro lo Spirito Santo grida nel cuore verso il Padre, al di fuori il nostro nemico veglia, come un leone per ghermire la sua preda; all’esterno gli infedeli, all’interno i veri servi di Dio. Giuda esce dunque e parte, esce dalla fede, esce dal collegio e dal numero degli Apostoli; egli usciva dal banchetto di Cristo per il brigantaggio del demonio; egli usciva dalla grazia che santifica per gettarsi nelle insidie della morte, lui che usava il linguaggio del tradimento per i perfidi nemici del Salvatore; egli usciva fuori, lui che abbandonava i misteri della vita interiore, egli usciva fuori, lui che non conosceva questi misteri della vita interiore, perché, se li avesse conosciuti, avrebbe compreso chi gli diceva: « colui che dorme non potrà forse resuscitare? » (S. Agost.).

ff. 8, 9. – « Tutti i miei nemici mormorano contro di me », con pensiero unico, con una comune cospirazione. Quanto sarebbe stato meglio se si fossero invece accordati tutti insieme a Lui? (S. Agost.). Qual è l’innocenza che possa tener conto dei nemici di professione che hanno formato il proposito ben riuscito di arrestare a qualunque prezzo Colui del quale hanno meditato la perdita? – Qual è questa parola iniqua per cui hanno arrestato il Cristo, quando dissero. « È meglio che un solo uomo muoia per il popolo, e non che tutta la nazione perisca ». (Joan. XI, 50); « Se liberi quest’uomo, non sei amico di Cesare » (XIX, 12); o ancora quando dissero: « uccidiamolo e l’eredità sarà nostra » (Matth. XXI, 38). Insensati come potrà appartenervi l’eredità? Perché Lo avete ucciso? Ecco, ora che Lo avete ucciso, l’eredità non vi apparterrà. E Colui che dorme non avrà forse il potere di svegliarsi? Mentre voi trionfate per averlo ucciso, Egli si è addormentato sì, ma si è svegliato, perché aveva il potere di lasciare la vita e di riprenderla. « Io mi sono addormentato – dice dalla bocca del salmista – ho cercato il sonno, e mi sono svegliato. » (S. Agost.).

III. — 10-14.

ff. 10. – Giuda è chiaramente designato in queste parole dal Figlio di Dio stesso. – Ma come può dire che aveva sperato in lui, che aveva in lui la sua fiducia? Non lo conosceva forse fin dall’inizio? Non sapeva, prima che Giuda fosse nato, ciò che un giorno sarebbe stato? Come ha potuto dunque sperare in lui, e, parlando così anche ai suoi membri, per cui molti fedeli hanno ben sperato di Giuda, il Signore ha loro applicato il suo pensiero? (S. Agost.). Egli dice che ha sperato in lui perché aveva il diritto di presumere che questo maledetto apostolo si spogliasse dei suoi primitivi sentimenti per seguire una via migliore, e che Colui che aveva ricevuto il potere di santificare gli altri, avrebbe conservato Egli stesso la grazia della santificazione, e si sarebbe impegnato a compiere fedelmente l’ufficio che gli era stato affidato. Nulla di più giusto di questa espressione: « Io ho sperato », perché ho dato all’uomo la facoltà di scegliere la via che deve seguire. « Io ho posto davanti a lui – Egli dice – il bene e il male » (Deuter. XXX, 15). Se scegliete il male, non è la natura che pecca, ma l’affezione colpevole di colui che fa una cattiva scelta (S. Ambr.). – C’è nell’idea del banchetto ove ci si siede per bere e mangiare insieme, un grandissimo, divino pensiero: è l’idea della comunicazione della vita alla quale si partecipa insieme, è una comunione naturale, è il godimento della medesima bevanda riparatrice, è un atto di società fraterna, e quando ci si alza da tavola, sembra che l’amicizia sia più vera, che i legami del cuore si siano rinserrati; così il profeta considera come la perfidia più nera, come una scelleratezza che merita un castigo speciale, quella di un uomo che tradisce dopo aver mangiato alla vostra tavola (Mgr. Landriot, Euch. IV Conf.). Piacesse a Dio che questa tradizione non si sia verificata che una volta, e che il discepolo apostata non abbia mai avuto successori. Essere tradito da un amico che si è ricolmato di beni, beni di cui non si è servito se non per attentare alla fortuna e alla vita del suo benefattore, è per il cuore dell’uomo una ferita profonda, irrimediabile; egli non cessa di parlarne negli sfoghi dell’amicizia, ed il profeta mette sulla bocca di Gesù, tradito dal perfido discepolo, questo lamento da nessuno ignorato: ma questo prete che ho chiamato con il nome di amico, al quale amavo confidare tutti i miei segreti, che io nutrivo come tutti i miei eletti con il pane della verità, della giustizia, un prete tradirmi, abbandonarmi! Non posso soffrirlo, io devo alla mia giustizia una vendetta eclatante (Boyer, Serm.).

ff. 11-14. – Gesù-Cristo fa a Dio quella preghiera in ragione della forma di schiavo che Egli ha preso, della forma di povero ed indigente (S. Agos.). non certo che Egli dubiti della sua Resurrezione, Lui che poteva dire: « Distruggete questo tempio ed Io lo ricostruirò in tre giorni » (Joan. II, 19); ma Egli dà all’uomo l’esempio di come sperare da Dio solo la misericordia e la resurrezione (S. Ambr.). I giudei si sono rallegrati quando hanno visto il Cristo crocifisso, essi hanno creduto di esser riusciti nel loro disegno di perderlo e sterminarlo, essi hanno scosso la testa e detto: « se Egli è il Figlio di Dio, che scenda dalla croce » (Matt. XXVII, 26). Egli poteva scendere, ma non ne è disceso; Egli non mostrava la sua potenza, ma ci insegnava la penitenza. Ma dopo aver rifiutato di cedere alle loro provocazioni, ha compiuto qualcosa di più considerevole di ciò che essi domandavano. In effetti è necessaria più potenza nell’uscire dal sepolcro che nello scendere dalla croce (S. Agost.). – La gioia più grande di cui il nemico irreconciliabile dell’uomo, il demonio, sia capace, è quella di portarlo al peccato, tenerlo sotto la dura servitù del peccato e di tormentarlo poi eternamente nell’inferno. – La testimonianza più grande che Dio lo ama, è quella di non permettere che egli sia l’oggetto di questa gioia maledetta (Dug.). « Voi mi avete preso sotto la vostra protezione a causa della mia innocenza ». Innocenza vera in Gesù-Cristo, integrità esente da qualsiasi peccato, cambiale senza debito, castigo senza averlo mai meritato (S. Agost.). – Felice il Cristiano che a causa della sua innocenza conservata, o riparata dalla penitenza, merita che Dio lo prenda sotto la sua protezione, e lo conservi davanti ai suoi occhi. – « Benedetto sia il Signore, il Dio di Israele ». Santa conclusione del salmo, che deve essere l’inizio e la fine di tutte le nostre giornate, di tutti i nostri anni, di tutta la nostra vita, di tutte le nostre azioni, e l’unica occupazione della nostra eternità.

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.