DOMENICA XIV DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XIV DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXXXIII: 10-11.
Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui: quia mélior est dies una in átriis tuis super mília. [Sei il nostro scudo, o Dio, guarda e rimira il tuo Consacrato: poiché un giorno passato nel tuo luogo santo vale più di mille altri].
Ps LXXXIII: 2-3
V. Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit, et déficit ánima mea in átria Dómini. [O Dio degli eserciti, quanto amabili sono le tue dimore! L’ànima mia anela e spàsima verso gli atrii del Signore].

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui: quia mélior est dies una in átriis tuis super mília. [Sei il nostro scudo, o Dio, guarda e rimira il tuo Consacrato: poiché un giorno passato nel tuo luogo santo vale più di mille altri].

Oratio

Orémus.
Custódi, Dómine, quǽsumus, Ecclésiam tuam propitiatióne perpétua: et quia sine te lábitur humána mortálitas; tuis semper auxíliis et abstrahátur a nóxiis et ad salutária dirigátur.
[O Signore, Te ne preghiamo, custodisci propizio costantemente la tua Chiesa, e poiché senza di Te viene meno l’umana debolezza, dal tuo continuo aiuto sia liberata da quanto le nuoce, e guidata verso quanto le giova a salvezza.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Gálatas.
Gal V: 16-24
“Fratres: Spíritu ambuláte, et desidéria carnis non perficiétis. Caro enim concupíscit advérsus spíritum, spíritus autem advérsus carnem: hæc enim sibi ínvicem adversántur, ut non quæcúmque vultis, illa faciátis. Quod si spíritu ducímini, non estis sub lege. Manifésta sunt autem ópera carnis, quæ sunt fornicátio, immundítia, impudicítia, luxúria, idolórum sérvitus, venefícia, inimicítiæ, contentiónes, æmulatiónes, iræ, rixæ, dissensiónes, sectæ, invídiæ, homicídia, ebrietátes, comessatiónes, et his simília: quæ prædíco vobis, sicut prædíxi: quóniam, qui talia agunt, regnum Dei non consequántur. Fructus autem Spíritus est: cáritas, gáudium, pax, patiéntia, benígnitas, bónitas, longanímitas, mansuetúdo, fides, modéstia, continéntia, cástitas. Advérsus hujúsmodi non est lex. Qui autem sunt Christi, carnem suam crucifixérunt cum vítiis et concupiscéntiis.”

Omelia I

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

I DUE PADRONI

“Fratelli: Camminate secondo lo spirito e non soddisferete ai desideri della carne. Perché la carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito contrari alla carne: essi, infatti, contrastano tra loro, così che non potete fare ciò che vorreste. Che se voi vi lasciate guidare dallo spirito non siete sotto la legge. Sono poi manifeste le opere della carne: esse sono: la fornicazione, l’impurità, la dissolutezza, la lussuria, l’idolatria, i malefici, le inimicizie, le gelosie, le ire, le risse, le discordie, le sette, le invidie, gli omicidi ecc. le ubriachezze, le gozzoviglie e altre cose simili; di cui vi prevengo, come v’ho già detto, che coloro che le fanno, non conseguiranno il seguiranno il regno di Dio. Frutto invece dello Spirito è: la carità, il gaudio, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Contro tali cose non c’è logge. Or quei che son di Cristo han crocifisso la loro carne con le sue passioni e le sue brame (Gal. V, 16-24).

L’Epistola, come quella della domenica scorsa, è tratta dalla lettera ai Galati. Anche dopo il Battesimo che libera dalla servitù della legge, c’è nell’uomo un complesso di desideri e di tendenze, che cercano di sottrarlo allo Spirito di Dio. La carne e lo spirito sono tra loro opposti. Dalle opposte opere che ne seguono, parecchie delle quali sono qui enumerate da S. Paolo, l’uomo può giudicare se è diretto dalla carne o dallo Spirito. Se è diretto dallo Spirito, la legge, che è fatta per gli uomini carnali, non ha nulla che fare con lui, che, da vero Cristiano, affligge la propria carne con tutte le sue passioni. Gli uomini, come tutti vedono, si lasciano guidare da due padroni, dei quali:

1 Uno, spodestato, maligno, menzognero.

2 L’altro, grande e potente, pieno di bontà, veritiero.

3 Uno ci procura la dannazione, l’altro la vita beata.

I.

La carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito contrari alla carne. È una verità che si è manifestata subito dopo la caduta del primo uomo. Da allora, la concupiscenza che cerca di trascinare al male, e la ragione, che guidata dalla grazia dello Spirito Santo cerca il bene, non fu più possibile l’accordo. E l’uomo si trovò a dover scegliere tra due regni; il regno della carne e il regno dello spirito; e si ebbero da una parte i seguaci di Dio e dall’altra i seguaci di satana.Chi è Satana, che comanda ai seguaci della carne? È un superbo umiliato sotto la potente mano di Dio. Voleva essere simile all’Altissimo, e fu da Lui precipitato dalla gloria del cielo nei tormenti dell’inferno, e vi fu precipitato senza speranza di riacquistare il posto perduto. Invidioso della felicità degli uomini, non cerca che la loro rovina: tutta la sua opera è devastatrice. Nel paradiso terrestre distrugge la felicità dei nostri progenitori. Accende nel cuore di Caino l’invidia, e lo spinge al fratricidio. Entra nel cuor di Giuda, e gli fa compiere l’orribile tradimento. Se gli fosse concesso il potere procurerebbe agli uomini tutte le calamità.Bugiardo e ingannatore per eccellenza promette quel che non darà mai. Promette a Eva un innalzamento tale da renderla simile a Dio. Ed Eva, dando retta alla parole di satana, precipita nel fondo di ogni miseria. Il paradiso terrestre è cangiato in valle di lagrime. Si accosta a Gesù Cristo che digiuna nel deserto. Condottolo su un alto monte gli mostra tutti i regni della terra, e gli dice:« Io ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché a me sono stati dati e li dò a chi voglio. Se  tu, dunque, prostrandoti mi adorerai tutto sarà tuo »(Luc. IV, 6-7). Con tanta franchezza assicura di poter disporre di regni chi, spodestato di tutto, è stato relegato nel baratro infernale.E con menzogne continue si presenta agli uomini. Ti darò la pace nelle ricchezze, dice all’avaro. Ti darò la felicita nei piaceri, dice al voluttuoso. Non romperti la testa nel pensare a Dio e al suo servizio, e io ti darò una vita senza turbamento, dice all’indifferente. Non voler star dietro agli altri, — dice al vanitoso e al superbo —, e io ti darò gli onori; non perdonare al tuo nemico e ti darò la dolcezza della vendetta. Percorri la via larga: — dice alla gioventù — divertimenti e baldorie siano i compagni dei tuoi giorni, e io riempirò il tuo cuore di ebbrezza. E l’esperienza insegna che la pace, la felicità, l’ebbrezza, i beni che egli offre ai suoi seguaci non possono essere diversi da quelli che ha procurati ai nostri progenitori. Quanti credono alle sue promesse, debbono poi fare la costatazione di Eva: «Il serpente mi ha ingannata» (Gen. III, 13).

2

Se vi lasciate guidare dallo Spirito non siete sotto la legge. – Quando ci lasciam guidare non dalla carne, ma dalla ragione, illuminata e corroborata dallo Spirito Santo, siamo superiori alla legge, le cui minacce non sono più per noi, e abbiamo quel che la legge non può dare: la facilità di compiere ciò che ci vien comandato. Il vivere secondo lo spirito è il dovere di ogni Cristiano, il quale deve lasciarsi guidare non dalle promesse di satana, ma dallo Spirito di Dio, che è un padrone che ci ama, e che non vuole ingannarci. Egli è un padrone grande e potente. Egli, sì, può dire: «Mio è il mondo e tutto quanto lo riempie» (Ps. XLIX, 12). « Poiché egli disse una parola e le cose furono fatte; diede un comando, e tutto fu creato» (Ps. XXXII, 9) «Questi è il nostro Dio, e nessun altro starà al paragone con lui» (Baruch, III, 36). Nessuno può stargli al paragone non solamente in fatto di grandezza e di potenza, ma anche in fatto di bontà. Invero, «della bontà del Signore è piena la terra » (Ps. XXXII, 5). E la sua bontà si manifesta in modo particolare verso quelli che lo seguono. Non li chiama neppure col nome di servi, ma col nome di amici, perché essi sono i suoi intimi, messi a parte delle sue intenzioni e dei suoi disegni (Joan. XV, 15). La sua parola, come dice la S. Scrittura, «è purgata col fuoco» (II Re, XXII, 31). Come è puro e schietto un metallo messo al fuoco, così è pura e schietta la sua parola, che non inganna nessuno. Ai suoi seguaci non si rivolge con false promesse, non colorisce l’impresa nascondendo le difficoltà. Dichiara apertamente che per seguir Lui bisogna condurre una vita di sacrifici e di rinunce. «Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» (Matth. X, 38). « Sarete in odio a tutti per causa del nome mio » (Matth. X, 23). « In Verità, in verità vi dico, che piangerete e gemerete voi: ma il mondo godrà: voi invece sarete in tristezza » (Joan. XVI, 20). Son parole rivolte agli Apostoli e ai discepoli, e in loro a tutti quelli che intendono seguirlo da vicino. Egli inculca la penitenza, esalta la povertà, elogia il pianto, chiama beati quei che soffrono persecuzioni per la giustizia. Previene tutti che «angusta è la porta e stretta la via che conduce alla vita» (Matth. VII, 14). Quando scoppia una guerra, buona parte della gioventù, che non conosce la guerra che dalle descrizioni entusiastiche dei libri o dai discorsi fioriti dei propagandisti, s’infiamma d’entusiasmo, e parte cantando le fiere canzoni. Ma quando esperimenta che la guerra non è una passeggiata né una partita al gioco, confessa che s’immaginava tutt’altro. Chi si mette a seguir Dio, non può dire d’essersi ingannato. Gesù Cristo ha parlato molto chiaro. La sua parola ciascuno la trova nel Vangelo. «Il Vangelo è specchio di verità; non lusinga nessuno, non seduce alcuno ».

3.

Sono poi manifeste le opere della carne : esse sono: la fornicazione, l’impurità, la dissolutezza, la lussuria, l’idolatria, i malefici, le inimicizie, le contese, le gelosie, le ire, le risse, le discordie, le sette, le invidie, gli omicidi, le ubriachezze, le gozzoviglie e altre cose simili. Sono queste le opere che quel pessimo padrone che è il demonio domanda ai suoi seguaci. E la conseguenza? La fa notare subito S.Paolo: Vi prevengo, come v’ho già detto, che coloro che le fanno, non conseguiranno il regno di Dio. Ecco la paga che satana ha serbato a coloro che si mettono al suo servizio. Ha fatto sperar loro beni e delizie, e alla fine si sono trovati privi de beni celesti e immersi nell’amarezza eterna. Sulla terra poche gioie e non intere, perché finite sempre col disgusto e nel turbamento della coscienza. Nell’altra vita nessun bene e mali interminabili. Ben altrimenti avviene a coloro, che seguono Dio.Le opere di costoro sono: la carità, il gaudio, la pace, la benignità, la bontà, la longanimità, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Sono opere che costano un po’ di sacrificio al nostro amor proprio e alle nostre tendenze sregolate; ma che non sono senza premio neppur su questa terra. Il gaudio, la pace non si hanno che da chi segue lo spirito. E dopo il gaudio e la pace verrà la ricompensa eterna. Gesù che aveva detto agli Apostoli e ai discepoli : «Voi sarete nella tristezza», ha anche aggiunto : «Ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia» (Joan. XVI, 29). Di coloro che seguono Lui invece di satana, ha detto chiaramente: «Le mie pecorelle ascoltano la mia voce; io le conosco ed esse mi seguono, e io darò loro la vita eterna» (Joan. X, 27-28).Giosuè, avvicinandosi la fine della sua vita, fa giurare dal popolo ebreo fedeltà a Dio. Prima di compiere la cerimonia, tiene un discorso in cui, fatti passare i favori usati dal Signore a Israele, domanda: «Se vi sembra un male servire il Signore vi si dà la scelta: eleggete oggi quel che vi piace; e a chi dobbiate di preferenza servire: se agli dei, ai quali servirono i vostri padri nella Mesopotamia, oppure agli dei degli Amorrei nella terra dei quali abitate: ma io e la mia casa serviremo il Signore. E il popolo rispose… Noi serviremo al Signore, perché Egli è il nostro Dio» (Gios. XXIV, 15-18).Il Cristiano ha davanti agli occhi due padroni, che non può servire simultaneamente. A lui è data la scelta. Questi padroni li conosce bene tutti e due. Uno è un angelo debellato, omicida fin dal principio, principe della tenebre, padre della bugia, giudicato per mezzo della morte di Gesù Cristo, che strappò a Lui le anime. L’altro è il Re dei Re, Signore dei dominanti, via, verità, vita, giudice dei vivi e dei morti. Uno ci impone un giogo insopportabile e vergognoso: l’altro ci sottopone a un giogo leggero e soave; poiché « il giogo di Gesù Cristo non grava sul collo, ma lo orna, non piega a terra i nostri capi ma gli innalza» (S. Massimo, Serm. 75). Uno fa promesse che non può mantenere, perché nessuno può dare quel che non ha, e ci conduce alla dannazione eterna: l’altro mantiene la promessa e ci dà la corona eterna. Purtroppo, «Dio promette il regno ed è disprezzato, il diavolo ci procura l’inferno ed è onorato » (s. Giov. Cris. In Act. Ap. Hom., 6, 3). Non cadiamo noi in tanta stoltezza da preferire il diavolo a Dio. Parrà dolce sul principio servir satana, ma presto verrà il disinganno. Dove non c’è pietà, non c’è felicità. Sembrerà duro sul principio servire il Signore, ma presto esclamerai: « Come sono amabili le tue tende, o Dio degli eserciti » (Ps. LXXXIII, 2) in attesa di passare dalle tende alla patria.

 Graduale

Ps CXVII:8-9
Bonum est confidére in Dómino, quam confidére in hómine.
[È meglio confidare nel Signore che confidare nell’uomo].

V. Bonum est speráre in Dómino, quam speráre in princípibus. Allelúja, allelúja
  [È meglio sperare nel Signore che sperare nei príncipi. Allelúia, allelúia].

 Alleluja

XCIV: 1.
Veníte, exsultémus Dómino, jubilémus Deo, salutári nostro. Allelúja.
[Venite, esultiamo nel Signore, rallegriamoci in Dio nostra salvezza. Allelúia.]

 Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt VI: 24-33
“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Nemo potest duóbus dóminis servíre: aut enim unum ódio habébit, et álterum díliget: aut unum sustinébit, et álterum contémnet. Non potéstis Deo servíre et mammónæ. Ideo dico vobis, ne sollíciti sitis ánimæ vestræ, quid manducétis, neque córpori vestro, quid induámini. Nonne ánima plus est quam esca: et corpus plus quam vestiméntum? Respícite volatília coeli, quóniam non serunt neque metunt neque cóngregant in hórrea: et Pater vester coeléstis pascit illa. Nonne vos magis pluris estis illis? Quis autem vestrum cógitans potest adjícere ad statúram suam cúbitum unum? Et de vestiménto quid sollíciti estis? Consideráte lília agri, quómodo crescunt: non labórant neque nent. Dico autem vobis, quóniam nec Sálomon in omni glória sua coopértus est sicut unum ex istis. Si autem fænum agri, quod hódie est et cras in clíbanum míttitur, Deus sic vestit: quanto magis vos módicæ fídei? Nolíte ergo sollíciti esse, dicéntes: Quid manducábimus aut quid bibémus aut quo operiémur? Hæc enim ómnia gentes inquírunt. Scit enim Pater vester, quia his ómnibus indigétis. Quaerite ergo primum regnum Dei et justítiam ejus: et hæc ómnia adjiciéntur vobis”.

 Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XLII

“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Nessuno può servire due padroni: imperocché od odierà l’uno, e amerà l’altro; o sarà affezionato al primo, e disprezzerà il secondo. Non potete servire a Dio e allo ricchezze. Per questo vi dico: non vi prendete affanno né di quello onde alimentare la vostra vita, né di quello onde vestire il vostro corpo. La vita non vale ella più dell’alimento, e il corpo più del vestito! Gettate lo sguardo sopra gli uccelli dell’aria, i quali non seminano, né mietono, né empiono granai; e il vostro Padre celeste li pasce. Non siete voi assai da più di essi? Ma chi è di voi che con tutto il suo pensare possa aggiuntare alla sua statura un cubito? E perché vi prendete cura pel vestito? Pensate come crescono i gigli del campo; essi non lavorano e non filano. Or io vi dico, che nemmeno Salomone con tutta la sua splendidezza fu mai vestito come uno di questi. Se adunque in tal modo riveste Dio un’erba del campo, che oggi è e domani vien gittata nel forno; quanto più voi gente di poca fede? Non vogliate adunque angustiarvi, dicendo: Cosa mangeremo, o cosa berremo, o di che ci vestiremo? Imperocché tali sono le cure dei Gentili. Ora il vostro Padre sa che di tutte queste cose avete bisogno. Cercate adunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia; e avrete di soprappiù tutte queste cose” (Matth. VI, 24-35).

La dottrina del mondo, o miei cari, è del tutto contraria alla dottrina di Gesù Cristo. Il mondo tentando di farci credere che assai lunga sarà la nostra vita, e cercando di persuaderci che con la morte nostra tutto sarà finito, ci invita altresì a ricercare tutti i suoi godimenti ed a volgere tutto l’affetto del nostro cuore alle ricchezze di questa terra. Che se pure egli non riesce a farci dimenticare affatto che su questa terra non siamo che di passaggio, né a dissuaderci che dopo la nostra morte vi sarà una eternità o di gaudio o di tormento eterno, conforme alla bontà od alla malvagità della nostra vita, si studia allora di darci ad intendere che si può benissimo conciliare insieme una vita gaudente e colma di ogni bene di fortuna con la giusta preoccupazione della vita futura e con l’attendere a fare quanto è necessario per procurarcela. Ma contro di queste false ed ingannevoli massime del mondo Gesù Cristo parla assai chiaro nel tratto di Vangelo, che la Chiesa ci propone a considerare in questa Domenica.

1. Disse adunque Gesù a’ suoi discepoli: Nessuno può servire due padroni: imperciocché od odierà l’uno, e amerà l’altro; o sarà affezionato al primo e disprezzerà il secondo. Certamente il divin Redentore non poteva parlar più chiaro, né farci più nettamente intendere essere impossibile congiungere il suo servizio con quello del demonio. Eppure quanti sono anche ai dì nostri quei Cristiani, quei giovani, i quali pretendono di unire insieme una cosa coll’altra? Non ostante la parola indefettibile di Gesù Cristo, costoro si studiano ogni giorno di sciogliere questo insolubile problema e conciliare il servizio di quei due padroni, tra i quali non vi può essere avvicinamento di sorta. Essi vogliono fare quel che facevano certi eretici, chiamati Ebioniti, i quali non volendo essere contro la legge ebraica e neppure contro la legge cristiana, professavano un misto di Vangelo e di ebraismo per modo che S. Girolamo ebbe a dir di loro: Cum velunt iudæi esse et christiani, neque iudæi sunt, neque christiani: mentre vogliono esser giudei e Cristiani, non sono né l’uno né l’altro. Di fatti tra costoro voi vedrete anzitutto di quelli, i quali mentre pretendono e protestano di essere Cattolici, membri della Chiesa di Gesù Cristo, nei loro sentimenti e nei loro discorsi non fanno altro che discutere sugli insegnamenti e sugli atti di chi visibilmente è alla testa della Chiesa, vale a dire del Papa, non fanno altro che censurare la sua condotta e ripetere ad ogni tratto che converrebbe smettesse ormai la sua inflessibilità nel condannare certe dottrine e certi fatti, che dovrebbe farla finita con certi lamenti e con certe rivendicazioni, che dovrebbe adattarsi alle esigenze dei tempi e degli uomini, che dovrebbe insomma da essi prendere la lezione e questa praticare. Vogliono costoro essere Cattolici sì, ma solo sino al punto da non tenersi obbligati ad ascoltare ed obbedire Colui che Gesù Cristo ha costituito suo Vicario qui in terra, poiché da questo punto in su essi vogliono pensare e dire, come pensano e dicono i nemici della Chiesa e di Gesù Cristo. Ne vedrete poi degli altri, i quali non arriveranno a questo, ma che si fanno pur anche i difensori della Chiesa e del Papa, ma che pure pretendono ancor essi di servire a due padroni, a Dio e al demonio. Ed in vero o dominati dal rispetto umano, o forse anche mossi dall’interesse, per lo più schiavi delle loro passioni, costoro mentre vanno pure ogni domenica a sentir Messa ed ogni anno a far la Pasqua, e se porta l’occasione a prendere pur parte a qualche speciale funzione religiosa, non lasciano poi di tenersi in stretta relazione con gente nemica di Dio e della Chiesa e di fare con questa gente discorsi irreligiosi ed immorali; non lasciano di frequentare teatri, caffè, conversazioni cattive, non lasciano di comprare e leggere ogni giorno uno ed anche più giornali contrari alla fede ed alla morale cattolica. Di modo che anche costoro vogliono congiungere insieme il servizio di Dio col servizio del mondo. – Altri poi ne vedrete ancora, massime tra la gioventù, che educati cristianamente e sufficientemente conoscitori della legge di Dio, vorrebbero osservarla, ma vorrebbero nel tempo stesso poter accontentare le loro malvagie passioni; epperò compiono pure certi atti esteriori di pietà, pregano, ascoltano la Messa, si accostano eziandio di tanto in tanto ai SS. Sacramenti, ma tengono pur sempre nel cuore l’affetto alle maledette dilettazioni del peccato, sentono ripugnanza a staccarsene interamente, vi pensano sopra con piacere e cadono e ricadono in esse miseramente. Or bene tutti costoro sono in un gravissimo inganno, e perciò solo, che vorrebbero servire a Dio ed al peccato, sono nemici di Dio e servitori di satana. Epperò se essi intendono di servire d’ora innanzi a Dio, dovrebbero fare quel che si legge aver fatto un giovane militare. Imperando Giuliano l’apostata, uscì un ordine rigorosissimo, che chiunque tra i Cristiani avesse qualche carica civile o militare rinunziasse alla medesima od alla fede. Un giovane Cristiano, chiamato Marino, essendo tribuno militare, si trovava assai perplesso di ciò che avesse a fare. Ma un santo Vescovo, conosciuta la sua perplessità, con amore e con fermezza ad un tempo gli disse: Mio caro Marino, pensa bene che o devi servire a Dio, o devi servire a Cesare: potrai bene dividere un servizio dall’altro, ma congiungerli insieme ti è impossibile. A queste parole il buon giovane restò santamente deciso, e lasciato il servizio dell’imperatore si diede tutto al servizio di Dio. Ecco quel che dovrebbero pur fare tutti coloro che sino adesso hanno preteso di servire due padroni: santamente decidersi di lasciare il servizio di satana per darsi ancor essi unicamente al servizio di Dio.

2. Ma il divin Redentore dopo di averci detto che non è possibile servire a due padroni, volle venire a prendere di mira in particolare una passione, che è la più ordinaria, la più frequente, ed anche la più tirannica, quella cioè del danaro. Oh! chi sa dire la fame, da cui la più parte degli uomini è travagliata per riguardo al danaro. Chi può descrivere le ansietà, gli affanni, le brame che per esso si hanno? Epperò Gesù Cristo proseguì dicendo: Non potete servire a Dio ed alle ricchezze. Colla quale asserzione Egli ci fece chiaramente intendere che servire alle ricchezze, le quali per se stesse non sarebbero cattive, cioè desiderarle, amarle ingiustamente, idolatrarle con l’avarizia, non giovarsene in bene col servirsene solo a soddisfare le proprie passioni, è cosa direttamente opposta al servizio di Dio, e tale per conseguenza che col servizio di Dio non può andare assolutamente congiunta. Or ecco perché anche S. Paolo scriveva che radice di ogni male è l’amor del denaro e raccomandava perciò al suo discepolo Timoteo di fuggirlo a tutto potere, facendolo avvertito che chi anela alle ricchezze, dà nei lacci del diavolo e si impiglia in brame perverse, che lo conducono a perdizione. Ecco perché anche Sant’Ambrogio scrive che le ricchezze sono terribile occasione di peccato, perché gonfiano, inorgogliscono e fanno dimenticare il Creatore. L’amor del denaro non si arresta in faccia a nessun peccato, ma di tutti è padre, e ben si vede come gli amanti del denaro trasandano la Religione, strapazzano i santi precetti di Dio e della Chiesa. E siccome delitto porta a delitto, ne avviene che costoro crescono in orgoglio, in ambizione, in ingiustizia ed in ogni sorta di disordini e cadono alfine nell’incredulità e nell’ateismo, arrivando persino a burlarsi di Dio, del giudizio, dell’inferno, del Paradiso, ed a cantare in aria di grandi sapientoni, che il Paradiso, non è altro che aver danari ed averne nella massima quantità. Ora se questo disordinatissimo amor del denaro arriva sino a tal punto, qual meraviglia che questa sia una delle passioni prese maggiormente di mira da Gesù Cristo, siccome una di quelle che più facilmente impedisce di conseguire l’eterna vita? E di fatti, o miei cari, che cosa accadrà a costoro nel termine della loro vita? Vi era nel Vangelo un ricco, che diceva all’anima sua: Godi e sta allegra; i granai riboccano di frumento, le cantine sono ripiene di vino; mangia, bevi e datti al bel tempo. Ma in quel mentre una voce terribile risuonò al suo orecchio: Stolto, questa notte sarà richiesta da te l’anima tua, e tutte le cose, che apparecchiasti, di chi saranno: et quæ parasti cuius erunt? Oh quanti sono gli adoratori del danaro, cui succede questa grande sventura. Essi hanno sudato per anni interi, con la febbre indosso, sempre ai traffici, ai banchi, ai commerci; per accumulare ricchezze non hanno badato a mezzi se leciti o illeciti: le truffe non furono altro per essi che sante industrie, che beato chi sa usarle; il defraudare persino la mercede agli operai, il lesinare sul soldo guadagnato, il far piangere la vedova e l’orfano reputarono necessità indispensabili per sistemare i loro affari. Ma la verità era questa, che essi avevano preso ad adorare non altro che il dio oro ed alla fine son riusciti a farsi una gran fortuna. Ma in quella che speravano di goderla in pace, l’ira di Dio li ha colpiti e sono passati all’altra vita lasciando ogni cosa ai figli ed ai nipoti, che in breve hanno fatto sparire quel che non fu radunato che in tanti anni e con tante ansie. Ma intanto che sarà nell’eternità delle anime di quegli infelici, che lungo la loro vita hanno riposto ogni affetto nelle ricchezze? Et sepultus est in inferno: ecco la tremenda parola pronunziata da Gesù Cristo a riguardo del ricco Epulone; ed ecco la sorte riservata nell’eternità agli idolatri delle ricchezze. Benché neanche sopra di questa terra sarà possibile a costoro di essere veramente felici. E chi mai trovò davvero la sua felicità in questi beni transitori e fallaci? Se ci fu un uomo che abbia nuotato nella prosperità del mondo è certamente Salomone. Egli ricchi palagi, egli numerose schiere di servi, egli ridotti a tributari moltissimi re, egli abbondanza di fertili terreni, egli un popolo fiorente nella pace per opulenza di traffico e di commercio, egli insomma, secondo il mondo, il più beato dei mortali. I re e le regine traendo alla sua reggia si partivano pieni di meraviglia d’avervi trovato mille volte tanto di quel che suonava la fama. Eppur che diceva quel monarca? Ho veduto e goduto di ogni bene che vi sia sotto la cappa del cielo, ed ho trovato che tutto è vanità delle vanità ed afflizione di spirito. No, le ricchezze non rendono felici su questa terra, e, tutt’altro che appagare il cuor dell’uomo, lo rendono insaziabile, e pieno di continue ansietà, giacché lo stesso nostro divin Maestro chiamò le ricchezze col nome di spine: spine, come spiega San Bernardo, che pungono prima del loro acquisto per il desiderio che si sente in cuore di averle, spine che pungono dopo il loro acquisto per il timore che si ha di perderle, spine che pungono dopo che si sono perdute per il dispiacere di non possederle più. – Se tale pertanto è la verità a questo riguardo, procuriamo di metterci nel novero di coloro, che Gesù Cristo stesso chiama poveri di spirito, di coloro cioè che, o ricchi o poveri, se ne vivono col cuore distaccato dalle ricchezze; di coloro che se in condizione povera, non si lamentano del loro stato, sopportano con pazienza le privazioni, a cui devono andar soggetti; che se in condizione ricca, non mettono affezione alle ricchezze, ne impiegano sempre il superfluo per fare elemosine ai poveri, agli orfani, agli infermi, alle chiese ed acquistarsi così dei tesori indefettibili nel cielo.

3. Infine il divin Redentore, affinché neanche la soverchia sollecitudine di quel che abbisogna alla nostra vita possa esserci causa di attaccare il cuore alle cose della terra, ci fa il più bell’elogio della divina Provvidenza e ci anima nel modo più efficace a riporre in essa tutta la nostra fiducia. – Non prendetevi affanno, Egli disse, su di quello onde alimentare la vostra vita, né di quello onde vestire il vostro corpo. Gettate lo sguardo sopra degli uccelli dell’aria, i quali non seminano e non mietono, né empiono granai; e il vostro Padre celeste li pasce. Non siete voi assai più di essi? E perché vi prendete pena pel vestito? Considerate come crescono i gigli nel campo: essi non lavorano e non filano. Eppure io vi dico, che neppur Salomone con tutta la sua splendidezza fu mai vestito come uno di questi. Se adunque in tal modo Iddio riveste un’erba del campo, che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà molto più voi, o uomini di poca fede? Non vogliate adunque angustiarvi dicendo: Che cosa mangeremo e che cosa berremo? con che cosa ci vestiremo? che tutte queste cose, di cui avete bisogno, sa benissimo il vostro Padre. Cercate adunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date per giunta. – Quali ammaestramenti, o miei cari! Che parole di conforto sono queste! E quale rimprovero eziandio per noi, che tanto facilmente ci lamentiamo della divina Provvidenza da arrivare talvolta sino al punto di pensare e dire che il Signore non si ricorda di noi! Ah miei cari, che insensatezza è mai la nostra in queste parole! Iddio è padre, amorosissimo Padre. E come possiamo noi credere che Egli non pensi ad aiutarci nei nostri bisogni, a soccorrerci nelle nostre necessità? Un padre, che ami davvero i suoi figli, che cosa non è disposto a fare per non lasciar loro mancare il necessario? Si racconta che un padre, non avendo più nulla da dare ai suoi figli, che pativano la fame, si aperse con una lama il petto e poi invitò i suoi figli a cibarsi del sangue che ne spicciava fuori. Ciò è per nulla incredibile, quando si rifletta attentamente la forza che ha l’amore per i suoi figli nel cuore di un padre. Ora se un padre terreno farebbe tanto per i figli suoi, Iddio, Padre nostro celeste, il quale è onnipotente, tralascerà Egli di disporre le cose in modo che non abbiamo mai a mancare di ciò che strettamente ci abbisogna? Che se la sacra scrittura attribuisce occhi a questo Dio di bontà, egli è per significare che vigila del continuo sopra di noi; se gli attribuisce orecchi è per significare che ascolta sempre i nostri gemiti e le nostre preghiere, e se gli attribuisce mani è per significare che le distende misericordiosamente verso di noi per sollevarci dalle nostre miserie, dalle nostre infermità, dai bisogni nostri. No, no, Iddio non ci dimentica: « Vi porterò nelle mie braccia, dice egli per mezzo di Isaia; vi stringerò al mio seno, vi accarezzerò sulle mie ginocchia, come una madre accarezza il suo figlio. Una madre può ella dimenticare il suo bambino? No certamente. Ma pure se una madre arrivasse a tal punto, Io non mi dimenticherò mai di voi ». Oh se noi fossimo ben convinti di queste verità, quanto saremmo più tranquilli e più felici. Persuasi che Dio ci ama, si ricorda di noi, pensa al nostro bene, noi riconosceremmo in ogni caso della nostra vita la sua mano benedetta; anche in mezzo alle tribolazioni crederemmo con viva fede che Iddio dispone tutto per il nostro bene, e che quando Egli lo creda perciò opportuno, ha mille mezzi per trarcene fuori. Epperò che calma! che placidezza di spirito sarebbe mai sempre la nostra! L’anima, che si affida interamente nella divina Provvidenza, riposa e s’addormenta soavemente tra le sue braccia, come un bambino nelle braccia di sua madre; ella prende per divisa le parole di Davide: In pace in idipsum dormiam et requiescam (Salm. IV, 9). Io riposo tranquillamente in pace, perché tutta la mia speranza è riposta nella divina Provvidenza. Il Signore mi conduce e perciò niente mi mancherà; guidato dalla sua mano ed all’ombra della sua protezione io trionferò di tutti i miei nemici e non avrò timore di nessun male. La misericordia del Signore mi accompagnerà’ in tutti i giorni della mia vita, affinché io abiti nella casa di lui per tutta l’eternità. Tuttavia, o miei cari, se dobbiamo anzi tutto essere ben convinti che la divina Provvidenza non ci verrà mai meno, dobbiamo ancora far di tutto per rendercene degni con la santità della vita. Vi sono taluni, i quali vivono malamente, commettono sempre gravi peccati, non vanno quasi mai in chiesa, non aprono mai la bocca per dire un po’ di preghiera, se nominano il santo nome di Dio e di Gesù Cristo non è che per bestemmiarlo, insomma non si danno mai pensiero di Dio e vivono come se Iddio non fosse, e poi quando Iddio fa loro sentire che c’è, mandando ai medesimi qualche privazione o disgrazia, allora vengono fuori a gridare: E come ci può essere la Provvidenza, se noi siam così sventurati? Oh deliranti! E costoro che non pensano punto a Dio pretendono poi così superbamente che Iddio si prenda la più amorosa cura di loro e li preservi da ogni male? Riconoscano anzi tutto la loro mala vita, se ne pentano sinceramente, ne chiamino a Dio perdono, si mettano con impegno a ripararla, ed allora potranno non dico pretendere, ma sperare che il Signore li tratti con maggior bontà. Ma fino a tanto che essi rimangono nella loro mala vita, lamentandosi della Divina Provvidenza, non fanno altro che aggiungere peccato a peccato e rendersi sempre più indegni degli aiuti del Signore » – Ma oltrecchè allo studiare di rendersi degni della divina Provvidenza, conviene altresì implorarla incessantemente da Dio, e specialmente in quelle circostanze della vita, in cui se ne ha maggior bisogno, ed allora quel Dio, il quale ha detto: Domandate e riceverete: cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; potrà esser che non esaudisca le nostre preghiere e non ci tolga dall’infermità, dalla miseria, dalla privazione, in cui ci troviamo? « Oh! chi chiede, riceve, chi cerca, trova, e a chi picchia, sarà aperto. Quando un figliuolo domanda al padre del pane, il padre gli darà forse un sasso? E se un pesce, gli darà forse invece del pesce una serpe? E se chiederà un uovo, gli darà uno scorpione? Se adunque voi, che siete cattivi, diceva Gesù Cristo stesso, sapete, del bene dato a voi, far parte ai vostri figliuoli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo spirito buono a coloro, che glielo domandano (Luc. XI, 9-13) ». Che se ad ogni modo, non ostante le nostre preghiere, il Signore sembrasse fare il sordo, e non farci sentire la sua Divina Provvidenza in quel modo che piacerebbe a noi, ravviviamo la nostra fede e riconosciamo che in ciò appunto, nel lasciarci inesauditi, usa il Signore verso di noi la sua provvidenza, essendoché il non esaudirci nei nostri desideri sarà cosa sommamente utile alla salvezza dell’anima nostra. Ed allora più che mai richiamiamo alla mente la sentenza del Vangelo: Cercate innanzi tutto il regno di Dio e la sua giustizia, ed il resto vi sarà dato per giunta: quærite primum regnum Dei et iustitiam ejus, et hæc omnia adiicientur vobis.

Credo …

Offertorium

Orémus
Ps XXXIII:8-9
Immíttet Angelus Dómini in circúitu timéntium eum, et erípiet eos: gustáte et vidéte, quóniam suávis est Dóminus. [L’Angelo del Signore scenderà su quelli che Lo temono e li libererà: gustate e vedete quanto soave è il Signore].

Secreta

Concéde nobis, Dómine, quǽsumus, ut hæc hóstia salutáris et nostrórum fiat purgátio delictórum, et tuæ propitiátio potestátis. [Concédici, o Signore, Te ne preghiamo, che quest’ostia salutare ci purifichi dai nostri peccati e ci renda propizia la tua maestà].

Communio

Matt VI:33
Primum quærite regnum Dei, et ómnia adjiciéntur vobis, dicit Dóminus. [Cercate prima il regno di Dio, e ogni cosa vi sarà data in più, dice il Signore.]

 Postcommunio

Orémus.
Puríficent semper et múniant tua sacraménta nos, Deus: et ad perpétuæ ducant salvatiónis efféctum.
[Ci purífichino sempre e ci difendano i tuoi sacramenti, o Dio, e ci conducano al porto dell’eterna salvezza].

Per l’Ordinario, vedi: https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA CROCE (2019)

FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA CROCE (2019)

[Messale Romano di D. G. Lefebvre O. S. B.; L.I.C.E.- R. Berruti, Torino, imprim. 16 giu. 1936 Can. L. Coccolo)

Esaltazione della Santa Croce.

Doppio maggiore. – Paramenti rossi.

Il 14 settembre 320 si fece la consacrazione della basilica costantiniana che racchiudeva la sommità del Calvario e il $. Sepolcro. Fu allora, dice Eteria, che si scopri la Croce. Ed è per questo che si celebra l’anniversario con altrettanta solennità quanto a Pasqua ed all’Epifania ». Di qui ebbe origine la festa dell’Esaltazione della Croce. « Allorché sarò esaltato, attirerò tutto a me » (Vang.) aveva detto Gesù. E poiché il Salvatore si è umiliato, facendosi obbediente sino alla morte sulla croce, Dio l’ha innalzato e gli ha dato un nome al disopra di ogni altro nome (Ep.) Così dobbiamo gloriarci nella Croce di Gesù, perché è la nostra vita e la nostra salvezza (Intr.), e protegge i suoi servi dalle insidie dei nemici (Off., Comm., Postc). – Verso la fine del regno di Foca, Cosroe, re dei Persiani, si impadronì di Gerusalemme, fece perire molte migliaia di Cristiani e trasportò in Persia la Croce di nostro Signore, che Elena aveva deposto sul monte Calvario. Eraclio, successore di Foca, dopo aver implorato fervorosamente l’aiuto divino, riunì un’armata e sconfisse Cosroe. Allora egli esigette la restituzione delia Croce del Signore. Questa preziosa reliquia venne così ricuperata, dopo quattordici anni dacché era caduta in possesso dei Persiani. Di ritorno a Gerusalemme, Eraclio la prese sulle spalle e la riportò in gran pompa sul Calvario (630). Questo atto, secondo una tradizione popolare, fu accompagnato da uno strepitoso miracolo, Eraclio, carico d’oro e di pietre preziose, sentì una forza invincibile arrestarlo dinanzi alla porta che conduceva al monte Calvario, più faceva sforzi per avanzare, più gli sembrava di essere trattenuto. Poiché l’imperatore e con lui tutti i testimoni della scena erano stupefatti, Zaccaria, Vescovo di Gerusalemme, gli disse: « O imperatore, con questi ornamenti di trionfo, tu non imiti affatto la povertà di Gesù Cristo, e l’umiltà con la quale Egli portò la Croce ». Eraclio si spogliò allora delle splendide vesti, e toltosi i calzari, si gettò sulle spalle un semplice mantello e si rimise in cammino. Fatto questo, egli compi facilmente il resto del tragitto, e rimise la Croce sul monte Calvario, nello stesso luogo donde i Persiani l’avevano portata via. La solennità dell’Esaltazione della Santa Croce, che si celebrava già ogni anno in questo stesso giorno, prese allora una grande importanza, in ricordo del fatto che l’imperatore Eraclio aveva rimessa la Croce proprio nello stesso luogo dove era stata eretta la prima volta per la crocifissione del Salvatore ». — Uniamoci in ispirito ai fedeli che, nella chiesa di Santa Croce a Roma, venerano oggi le reliquie esposte del Sacro Legno, affinché, essendo stati ammessi ad adorare la Croce sulla terra in questa solennità, nella quale ci rallegriamo per la sua Esaltazione, siamo messi in possesso per tutta l’eternità della salvezza e della gloria che essa ci ha procurato (Or., Secr.).

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Gal VI : 14
Nos autem gloriári opórtet in Cruce Dómini nostri Jesu Christi: in quo est salus, vita et resurréctio nostra: per quem salváti et liberáti sumus [Ci dobbiamo gloriare nella Croce di nostro Signore Gesù Cristo: in cui è la salvezza, la vita e la nostra resurrezione; per mezzo del quale siamo stati salvati e liberati].Ps LXVI :2

Deus misereátur nostri, et benedícat nobis: illúminet vultum suum super nos, et misereátur nostri.

[Dio abbia pietà di noi e ci benedica: faccia brillare su di noi il suo volto e ci usi misericordia].

Nos autem gloriári opórtet in Cruce Dómini nostri Jesu Christi: in quo est salus, vita et resurréctio nostra: per quem salváti et liberáti sumus [Ci dobbiamo gloriare nella Croce di nostro Signore Gesù Cristo: in cui è la salvezza, la vita e la nostra resurrezione; per mezzo del quale siamo stati salvati e liberati].

Oratio

Orémus.
Deus, qui nos hodiérna die Exaltatiónis sanctæ Crucis ánnua sollemnitáte lætíficas: præsta, quǽsumus; ut, cujus mystérium in terra cognóvimus, ejus redemptiónis præmia in coelo mereámur.
Per eundem Dominum nostrum Jesum Christum filium tuum ….

[O Dio, che ci allieti in questo giorno con l’annua solennità dell’Esaltazione della S. Croce, concedici, Te ne preghiamo, che, come conosciamo in terra il mistero della Croce, cosí in cielo ne godiamo il frutto di redenzione.
Per il medesimo nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio,….]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses.
Philipp II: 5-11

Fratres: Hoc enim sentíte in vobis, quod et in Christo Jesu: qui, cum in forma Dei esset, non rapinam arbitrátus est esse se æquálem Deo: sed semetípsum exinanívit, formam servi accipiens, in similitudinem hóminum factus, et hábitu inventus ut homo. Humiliávit semetípsum, factus oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Propter quod et Deus exaltávit illum: et donávit illi nomen, quod est super omne nomen: hic genuflectitur ut in nomine Jesu omne genu flectátur coeléstium, terréstrium et infernórum: et omnis lingua confiteátur, quia Dóminus Jesus Christus in glória est Dei Patris. [Fratelli: Abbiate gli stessi sentimenti che ebbe Gesù Cristo: il quale, essendo nella forma di Dio, non considerò questa sua uguaglianza a Dio come una rapina: ma annichilí sé stesso prendendo la forma di servo e, fatto simile agli uomini, apparve come semplice uomo. Umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli diede un nome che è sopra ogni altro nome qui ci si inginocchia onde nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, in terra e nell’inferno, e ogni lingua confessi che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre].

Graduale

Phil II: 8-9
Christus factus est pro nobis oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis.
V. Propter quod et Deus exaltávit illum, et dedit illi nomen, quod est super omne nomen. Allelúja, allelúja.
V. Dulce lignum, dulces clavos, dúlcia ferens póndera: quæ sola fuísti digna sustinére Regem coelórum et Dóminum. Allelúja. [
Per noi Cristo si è fatto ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.
V. Per questo Dio lo esaltò e gli diede un nome che è sopra ogni altro nome. Allelúia, allelúia.
V. O dolce legno, amati chiodi, che sostenete l’amato peso: tu che solo fosti degno di sostenere il re dei cieli, il Signore. Allelúia

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann XII: 31-36
In illo témpore: Dixit Jesus turbis Judæórum: Nunc judícium est mundi: nunc princeps hujus mundi ejiciétur foras. Et ego si exaltátum fuero a terra, ómnia traham ad meipsum. (Hoc autem dicébat, signíficans qua morte esset moritúrus.) Respóndit ei turba. Nos audívimus ex lege, quia Christus manet in ætérnum: et quómodo tu dicis: Opórtet exaltári Fílium hóminis? Quis est iste Fílius hóminis? Dixit ergo eis Jesus: Adhuc módicum lumen in vobis est. Ambuláte, dum lucem habétis, ut non vos ténebræ comprehéndant: et qui ámbulat in ténebris, nescit, quo vadat. Dum lucem habétis, crédite in lucem, ut fílii lucis sitis. [In quel tempo: Gesú disse alle turbe dei Giudei: Ora si compie la condanna di questo mondo: ora il principe di questo mondo sarà per essere cacciato via. E io, quando sarò innalzato da terra, trarrò tutti a me. Ciò diceva per significare di qual morte sarebbe morto. Gli rispose la turba: Abbiamo appreso dalla legge che il Cristo vive in eterno: come dici allora che il Figlio dell’uomo sarà innalzato? Chi è questo Figlio dell’uomo? Disse allora Gesù ad essi: Ancora un poco è con voi la luce. Camminate mentre avete lume, affinché non vi sorprendano le ténebre: e chi cammina nelle tenebre non sa dove vada. Finché avete la luce, credete nella luce, per essere figli della luce].

OMELIA

[Non abbiamo trovato nessuna omelia più espressiva e bella del Cap. XII del II lib. dell’Imitazione. La proponiamo alla lettura e alla pia meditazione – ndr. -]

 [IMITAZIONE DI CRISTO,  trad. T. Canonico; P. Marietti ed., Torino-Roma 1924]

DELLA REGIA VIA DELLA SANTA CROCE

Lib. II, CAPO XII.

1. Dura sembra a molti questa parola (Joan. VI, 61) : « Rinnega te stesso, prendi la tua croce, e segui Gesù » (Matth. XVI, 24). Ma più duro assai sarà udire quell’estrema parola: « Lungi da me, o maledetti, nel fuoco eterno » (id, XXV, 41). Coloro che volentieri ascoltano adesso e seguono la parola della croce (1 Cor. I, 18),non temeranno allora di ascoltare l’eterna condanna (Ps. CXI, 6). Questo segno della croce sarà in cielo quando Iddio verrà a giudicare. Allora tutti i servi della croce, che in vita si conformarono al Crocefisso (Rom. VIII, 29), si accosteranno a Cristo giudice con grande fiducia.

2. Perché dunque temi di prendere la croce, mediante la quale si va al regno? Nella croce è la salvezza, nella croce è la vita, nella croce la protezione contro i nemici. Nella croce è l’infusione di soavità superna, nella croce il vigore della mente, nella croce la gioia dello spirito. – Nella croce è il compendio della virtù, nella croce è la perfezione della santità. Non v’è salute per l’anima, né speranza di vita eterna, fuorché nella croce. Prendi dunque la tua croce, e segui Gesù, e andrai nella vita eterna (Matth. XXV, 46). – Precedette egli portando la propria croce (Joan. XIX, 17), e per te in croce morì; affinché tu pure porti la croce tua, e desideri morire in croce. Poiché, se con Lui sarai morto, con Lui pure vivrai (Rom. VI, 8), e se sarai compagno a Lui nei dolori, lo sarai altresì nella gloria.  

3. Ecco che tutto sta nella croce, e tutto si riduce al morire; e non v’è altra via alla vita ed alla vera pace interiore, fuorché la via della santa croce e della quotidiana mortificazione. Va dove vuoi, cerca tutto ciò che ti piace; e non troverai al di sopra via più alta, né al di sotto via più sicura che la via della santa croce. Disponi ed ordina ogni cosa secondo il tuo volere e piacimento; e non troverai fuorché dover sempre soffrire qualche cosa, o per amore o per forza; e cosi troverai sempre la croce. – Poiché, o sentirai dolore nel corpo, o nell’anima sosterrai tribolazione di spirito.

4. Talora sarai abbandonato da Dio, talora sarai esercitato dal prossimo; e, ciò che più è, spesse volte sarai grave a te stesso (Job. VII, 20). Né potrai trovare rimedio che ti liberi, o conforto che ti sollevi; ma finché vorrà Iddio, conviene che ciò sopporti. Poiché Iddio vuole che tu impari a soffrire la tribolazione senza consolazione; affinché a Lui totalmente ti assoggetti, e per mezzo della tribolazione diventi più umile. – Nessuno sente così nel cuore la passione di Cristo come colui al quale sia avvenuto di soffrire siffatte cose. Dunque la croce è sempre pronta, ed in ogni luogo ti aspetta. Non puoi sfuggirla dovunque tu corra; perché da qualsiasi parte tu venga, porti teco te stesso, e troverai sempre te. Volgiti all’alto, volgiti al basso, volgiti al di fuori, volgiti al di dentro; in tutte queste direzioni troverai la croce. Ed è necessario che in ogni luogo tu conservi la pazienza, se vuoi avere la pace interiore e meritare la corona perpetua.

5. Se porti volentieri la croce, essa porterà te e ti condurrà al fine desiderato, dove cioè sarà fine al patire, benché ciò non sia quaggiù. Se la porti malvolentieri, te la rendi più pesante; nondimeno conviene che la porti. Se getti via una croce, ne troverai certamente un’altra, e forse più pesante.

6. Credi tu sfuggire a ciò che nessun mortale poté schivare? Qual santo fu al mondo senza croce e senza tribolazione? Neppure Gesù Cristo, Signor nostro restò, finché visse, un’ora sola senza dolore di passione. Conveniva che Cristo patisse e risorgesse da morte, e per tal modo entrasse nella sua gloria (Luc. XXIV, 46). E come mai cerchi tu altra via, fuori di questa via regia della santa croce?

7. La vita intera di Cristo fu croce e martirio: e tu cerchi gioia e riposo? T’inganni, t’inganni, se cerchi altra cosa che soffrire tribolazioni; perché tutta quanta questa vita mortale è piena di miserie (Giob. XIV, 1), e segnata intorno di croci. E quanto più altamente altri ha progredito nello spirito, tanto maggiori croci spesso egli trova; perché l’angoscia del suo esilio cresce in proporzione dell’amore.

8. Però chi è in tal modo variamente afflitto non resta senza conforto; perché sente che dal sopportare la sua croce gli deriva grandissimo frutto. Giacché, mentre si sottomette spontaneamente alla croce, tutto il peso della tribolazione si cambia in fiducia nella consolazione divina. E quanto più la carne resta domata dall’afflizione, tanto più lo spirito vien confortato dalla grazia interiore. E talora, pel desiderio di conformarsi alla croce di Cristo, si trova talmente fortificato dall’amore della tribolazione e dell’avversità, che non vorrebbe esser mai senza dolore e senza tribolazione; poiché si crede tanto più accetto a Dio (Libro di Tobia, XII, 13.), quanto maggiori e più gravi cose può per esso soffrire. Non è questo virtù dell’uomo, ma è grazia di Cristo, la quale tanto può ed opera nella fragile carne, che l’uomo col fervore dello spirito affronta ed ama quelle cose da cui naturalmente sempre abborre e rifugge.

9. Non è cosa naturale per l’uomo portare la croce, amare la croce, tener in freno il corpo e sottoporlo a servitù (1 Cor. IX, 27); fuggire gli onori, sopportar volentieri gli oltraggi, spregiar se medesimo e bramare di essere spregiato; sopportare con proprio danno ogni cosa avversa, e niente di prospero desiderare in questo mondo. Se guardi a te stesso, nulla di tutto questo potrai da te solo. Ma se confidi in Dio, ti sarà data fortezza dal cielo, e verranno assoggettati al tuo impero il mondo e la carne. Cheanzi non temerai neppure il nemico demonio, se sarai armato di fede e segnato colla croce di Cristo.

10. Mettiti dunque da buono e fedele servitore di Cristo a portar virilmente la croce del tuo Signore crocifisso per amore di te. Preparati a tollerare molte avversità ed ogni sorta d’incomodi in questa misera vita; perché così sarà di te dovunque tu sia, e questo è ciò che troverai realmente, dovunque tu ti nasconda. Bisogna che sia cosi: non c’è mezzo per uscire dalla tribolazione e dal dolore dei mali (Ps. CVI, 39), se non che tu soffra. Bevi con amore il calice del Signore, se vuoi essere suo amico ed aver parte con Lui (Joan. XIII, 8). Le consolazioni, rimettile a Dio: faccia Egli, quanto ad esse, come più a Lui piace. Ma tu disponiti a sostenere le tribolazioni, e tienile per grandi consolazioni; poiché i patimenti di questa vita non sono degni di meritare la gloria futura (Rom. VIII, 18), quando anche li potessi soffrir tutti tu solo.

11. Quando sarai giunto a tale, che la tribolazione ti sia dolce e soave per Cristo, allora pensa pure che le tue cose van bene; perché avrai trovato il paradiso in terra. Finché il soffrire ti pesa, e cerchi difuggirlo, sempre starai male. e dovunque fuggirà teco la tribolazione.

12. Se ti sottometti a ciò che devi essere, cioè a soffrire e morire, le cose andranno subito meglio, e troverai pace. Ancorché tu fossi rapito con Paolo fino al terzo cielo (2 Cor. XII, 2), non saresti sicuro perciò di non soffrire contrarietà. Io, dice Gesù, gli mostrerò quanto bisogna ch’egli soffra pel mio nome (Act. IX, 6). Soffrire adunque, soffrire ti resta se desideri amare Gesù e servirlo per sempre.

13. Piacesse a Dio che tu fossi degno di soffrire qualche cosa pel nome di Gesù! (Act. V, 41) quanto grande gloria ne verrebbe a te, quanta esultanza a tutti i Santi di Dio, e quanta sarebbe l’edificazione del prossimo! Poiché tutti raccomandano la pazienza, ma pochi vogliono patire. A buon diritto dovresti patir volentieri qualche cosa per Cristo, mentre molti patiscono tanto pel mondo.

14. Tieni per certo che ti conviene vivere in un morire continuo. E quanto più altri muore a se stesso, tanto più comincia a vivere a Dio (Gal. II, 19). Nessuno è atto a comprendere le cose celesti, se non si è prima sottomesso a sopportare cose avverse per amore di Cristo. Nulla è più accetto a Dio, nulla più salutare per te in questo mondo, che il soffrire volentieri per Cristo. E se fosse tua la scelta, dovresti preferire di soffrire avversità per Cristo, anziché avere il conforto di molte consolazioni; perché saresti più simile a Cristo e più conforme a tutti i Santi. – Il nostro merito ed il nostro progresso non ìstanno già in molte soavità e consolazioni; ma piuttosto nel sopportare grandi gravezze e tribolazioni.

15. Veramente, se vi fosse stato qualche cosa di meglio e di più utile alla salute dell’uomo che il patire, Cristo per certo l’avrebbe mostrato con la parola e coll’esempio. Poiché i suoi discepoli che lo seguono, e tutti coloro che desiderano seguirlo, manifestamente Egli esorta a portar la croce, e dice: « Se alcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé medesimo, prenda la sua croce, e mi segua» (Matth. XVI, 24). Dopo dunque di aver letto e meditato ogni cosa, sia questa la conclusione finale: Che per mezzo di molte tribolazioni ci conviene entrare nel regno di Dio (Act. XIV, 21).

Credo …

Offertorium

Orémus
Prótege, Dómine, plebem tuam per signum sanctæ Crucis ab ómnibus insídiis inimicórum ómnium: ut tibi gratam exhibeámus servitútem, et acceptábile fiat sacrifícium nostrum, allelúja. [O Signore, per il segno della santa Croce, proteggi il tuo popolo dalle insidie di tutti i nemici, affinché ti sia gradito il nostro servizio e accetto il nostro sacrificio. Allelúia].

Secreta

Jesu Christi, Dómini nostri, Córpore et Sánguine saginándi, per quem Crucis est sanctificátum vexíllum: quǽsumus, Dómine, Deus noster; ut, sicut illud adoráre merúimus, ita perénniter ejus glóriæ salutáris potiámur efféctu.  [A noi che dobbiamo essere nutriti dal Corpo e dal Sangue del nostro Signore Gesú Cristo, per mezzo del quale fu santificato il vessillo della Croce, concedi, o Signore Dio nostro, che, come ci permettesti di adorare tale vessillo, cosí perennemente ne sperimentiamo l’effetto salutare.]

Communio

Per signum Crucis de inimícis nostris líbera nos, Deus noster. [Per il segno della Croce, líberaci dai nostri nemici, o Dio nostro.]

Postcommunio

Orémus.
Adésto nobis, Dómine, Deus noster: et, quos sanctæ Crucis lætári facis honóre, ejus quoque perpétuis defénde subsídiis.
[Assistici, o Signore Dio nostro, e coloro che Tu allieti colla solennità della S. Croce, difendili pure coi tuoi perpetui soccorsi].

Per l’Ordinario:

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (77)

LO SCUDO DELLA FEDE (77)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE SECONDA. FRODI PER CUI S’INTRODUCE IL PROTESTANTISMO

CAPITOLO XII.

DUODECIMA FRODE: CHE IL PURGATORIO È UN’INVENZIONE DEI PRETI.

I Protestanti dopo aver turbato i fedeli che vivono sulla terra, tenterebbero se potessero di tormentare anche quelli che già sono passati all’altra vita, e li vorrebbero privare dei suffragi, delle Messe, delle orazioni di S. Chiesa. Per ciò insegnano che il Purgatorio non esiste, che i fedeli appena morti senz’altro o salgono in Paradiso, o piombano nell’Inferno: che non per altro fu inventato dai Preti cotesto domma se non perché riusciva utile ai loro interessi. Ora sappiate che con queste falsità che spacciano, commettono tre gravissimi mali, tolgono a noi dal cuore la fede intorno ad una verità solennissima nella S. Chiesa, spogliano le povere anime dei defunti dei suffragi che loro sarebbero sì vantaggiosi, e calunniano atrocemente il Sacerdozio cristiano. Osservate se non è vero. – Dicono che non esiste il Purgatorio: ma le S. Scritture che essi a parole fan tanta mostra di rispettare, insegnano tutto l’opposto; la S. Chiesa che è di tanta autorità come sopra vi ho detto ha sempre tenuto che esistesse; i sacri Dottori non solo l’hanno difeso, ma l’hanno anche temuto; innumerabili rivelazioni fatte non a donnicciole ma a gran Santi lo confermano, e tutto ciò non vale un po’ più che le loro beffe, le loro risa, e le loro bestemmie? – Nella S. Scrittura si dice chiaro che Giuda Maccabeo mandò dodicimila dramme di argento a Gerusalemme perché si offrissero sacrifici per quelli che erano morti in battaglia, poiché, è ivi soggiunto, è un pensiero santo c salutare pregar pei morti, onde siano disciolti dai loro peccati. Ora se non vi è Purgatorio, che giova il pregar pei morti? Quelli che sono in Paradiso non ne hanno più bisogno, quelli che sono nell’Inferno non possono più ricevere sollievo di sorta. É dunque manifesto che vi ha Purgatorio. I Protestanti per isbrigarsi di questa Autorità, non sapendo che dire han negato che quel libro facesse parte delle S. Scritture: ma S. Agostino, S. Cipriano, S. Ambrogio e tutta la Cattolica Chiesa che in ogni secolo l’ha sempre riconosciuto, ha qualche peso maggior del loro. Del resto anche il nuovo Testamento lo prova chiaro. Nostro Signore insegna che chi bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né in questo secolo né nell’altro (Matth. XII); dunque, conclude il grande S. Agostino, vi hanno da essere dei peccati che nell’altro si perdonino. Non si perdonano nel cielo, perché in esso non entra nulla che sia macchiato, non si perdonano nell’Inferno perché in esso non vi è più redenzione, che resta se non il Purgatorio? Anche S. Paolo nella sua lettera ai Corinti dice di alcuni che sarau salvi, ma tuttavia passando pel fuoco (1 Cor. III). Nella lettera ai Filippesi dice che al nome dì Gesù si debbono curvare nel cielo, sulla terra, e nelle parti infernali (Fil. II). Or nell’Inferno dove stanno i dannati niun certo riverisce il nome di Gesù, sono dunque le anime racchiuse nel Purgatorio che lo riveriscono. E poi è chiaro che se nel cielo non entra nulla che sia macchiato come insegna S. Giovanni (Apoc. XXI), se è vero che anche i giusti cadono in molte mancanze sebbene non gravi, come insegnano i Proverbi (Prov. XXIV, 16) è anche manifesto che vi ha da essere un luogo di espiazione dove possano purificarsi quelli che non ebbero il tempo o la sollecitudine di farlo in vita. Ed infatti così l’insegnò sempre la S. Chiesa come ne fanno fede indubitatissima i Santi Dottori che ne sono autorevoli testimoni. Io ve ne ricorderò solo qualcuno, perché veggiate quanto abbiano torto quei disgraziati che dicono che è un’invenzione dei Preti. S. Efrem nel suo testamento spirituale chiede delle preghiere per riposo della sua anima. – L’Imperatore Costantino volle esser sepolto in una Chiesa affinché i fedeli si ricordassero di pregare per lui: che è il desiderio che hanno anche ai dì nostri i Cristiani fervorosi. S. Giovanni Crisostomo avverte i fedeli che se sono inutili le lagrime dei vivi sopra dei morti, ben son loro utili le limosine e le preghiere. S. Girolamo loda Pammachio perché invece di spargere fiori sulla tomba di sua moglie, avea sparse tra i poverelli delle limosine per suffragarla. S. Agostino ricorda i sacrifici che si celebrarono per la sua madre Monica, e nel libro delle Eresie scrive che fu Ario il primo eretico che osò negare il Purgatorio. Ora se tutti questi gran Santi ed altri molti che potrei qui allegarvi, tutti si accordano a raccomandar la preghiera pei defunti, quale audacia non è quella di questi nuovi dottori che negano l’esistenza del Purgatorio? Ma non è solo un’audacia diabolica, è anche una crudeltà inaudita contro quelle povere anime. Imperocché senza star qui a ricercare qual sia il modo delle loro pene, è certo però che esse soffrono orribilmente, e Dio solo sa per quanto tempo, dovranno esse soddisfare ad ogni loro benché leggera mancanza. Ora chi consideri un momento che sono non solo anime di Cristiani, che hanno avuto con noi comune la S. Fede, che sono morte nella grazia di Gesù, che sono quelle che speriamo di aver compagne per tutta l’eternità nella gloria, ma che fra loro sono anche le anime dei nostri parenti, dei nostri amici, del nostro povero padre, della nostra povera madre, forse di un marito, forse di una sposa che già ci furono sì cari sulla terra, e che ora aspettano da noi un poco di aiuto; chi consideri, io dico, tutto ciò come non si sentirà inorridire al pensiero di abbandonarle sul pretesto frivolo che non vi ha Purgatorio? Bisogna aver perduta non solo la fede, ma anche il cuore per dare in questi eccessi. Certo non pochi protestanti ai nostri giorni guidati anche solo dal cuore sono giunti ad ammettere questa verità per aver la consolazione di pregare pei loro parenti e pei loro cari: e noi soffriremo poi che questi maestri di errore ci tolgano un sì bel conforto, noi a cui la fede lo somministra? – Ma che ragioni hanno adunque da recare in mezzo per negare questa verità? Ce lo facciano almeno sapere. Ve le esporrò. Allegano in primo luogo quelle parole dell’Ecclesiaste dove è detto che da qualunque parte l’albero cadrà sia mezzo giorno, sia settentrione ivi resterà (Eccles. XI, 3). E quelle di S. Paolo che sono beati quei che muojono nel Signore, perché si riposano dei lor travagli, e pretendono che per queste parole venga escluso il domma del Purgatorio. Per verità se non avevano altre migliori ragioni ad allegare, potevano tacere eternamente. Conciosiachè che hanno mai che fare queste sentenze col Purgatorio? Le parole dell’Ecclesiastico significano che nell’altra vita non v’è se non la salvezza eterna, oppure la dannazione. E chi l’ha mai negato? Questo è lo stato finale delle anime: ma quelle che passano prima a purificarsi nel Purgatorio non pervengono poi subito dopo all’eterna salute? Le parole di S. Paolo significano la consolantissima verità, che i morti nel Signore si riposeranno dei loro travagli. Sì. ma se tra loro ve n’avesse di quelli che prima dovessero per qualche tempo purificarsi, non si verificherebbe più che giungono poi al riposo? S. Paolo ha forse detto che tutti vi giungeranno subito? Eppure credereste queste frivole ragioni sono le più gagliarde che arrecano per negare il Purgatorio. Si burlano proprio di voi, mentre vi spacciano i loro errori. – Sebbene no, replicano essi, sono i Preti che vi danno ad intendere tante sciocchezze, perché al fuoco del Purgatorio essi fanno bollire (sono parole loro) la loro pentola. Veramente se io volessi rispondere allo stolto secondo la sua stoltezza, potrei dire che Dio farà bollire questi sacrileghi in ben altro fuoco che non è quello del Purgatorio. Potrei osservare ancora quanto sia riverente un tal modo di parlare, e quanto convenga a quelli che si danno per inviati di Gesù Cristo: ma lasciando stare tutto ciò io chieggo loro prima di tutto, e che cosa guadagnano i Sacerdoti sul Purgatorio? La Chiesa Cattolica insegna che le anime del Purgatorio si possono suffragare colle orazioni, coll’ascoltare la S. Messa, col digiuno, con la limosina, con la penitenza e con ogni sorta di opere buone. Ora che cosa guadagnano i Preti se voi pregate, se voi udite la S. Messa, se voi digiunate, se voi distribuite limosine, se voi vi mortificate, o vi esercitate altrimenti a far del bene? Su dite che guadagno fanno i Sacerdoti in tutto ciò? Se fosse vero che essi hanno inventato il Purgatorio per trarne vantaggio insegnerebbero mai per suffragare le anime, tante maniere che a loro non fruttano nulla? Tutto il loro guadagno si ristringerà solo alta celebrazione delle Messe, ed al canto dei divini Uffizi. Ma in primo luogo chi obbliga i fedeli a suffragare le anime in questo modo, e non sono essi padroni di scegliere quegli altri modi sopraccennati? Ma poi, se perché può tornare di qualche vantaggio ai Sacerdoti che si pratichi un’opera di pietà, non è più lecito il raccomandarla per timore di parere interessati, non sarà più lecito di raccomandar nessuna virtù al mondo. Imperocché in quasi tutte le opere buone che altri vi raccomanda si trova sempre qualche vantaggio di chi l’inculca. In cominciando dal Principe che raccomanda al suddito 1’ubbidienza fino al contadino che la raccomanda al suo garzone, tutti vi trovano il loro conto: dunque non si raccomanderà più l’ubbidienza benché l’abbia tanto raccomandata Gesù Cristo? Il marito non potrà più inculcare alla moglie la ritiratezza, perché si dirà che lo fa per suo conto poiché è geloso. Il padre non potrà più raccomandare al figliuolo che non scialacqui perché si dirà che lo fa per suo conto poiché è avaro. Ed allora si potrà anche dire di questi disgraziati che negano il Purgatorio che lo fanno per loro utile, perché sono cosi sordidi da aver paura di cavar fuori un quattrino pei loro poveri morti. Se queste maniere d’interpetrare l’intenzione è buona riguardo ai Sacerdoti, perché non sarà buona riguardo ai loro calunniatori? Che cosa ne dite? – Del resto se i Sacerdoti ritraggono qualche vantaggio temporale dalla limosina, intendetelo bene una volta e fatelo sentire a costoro, è giustissimo che la ritraggono. Ancor essi hanno da vivere. Gran cosa! Si stima giusto che un medico, un avvocato, un giudice riceva uno stipendio e perché ancora esso ha da campare, e perché avendo passato tanti anni e sostenute tante spese ad apprendere la sua professione, si stima convenevole che a suo tempo ne sia rimunerato: ed un Sacerdote che ha speso tanti anni per rendersi capace del sublimissimo ministero di annunziare la divina parola, di amministrare i Sacramenti, di offrire il gran Sacrifizio, non avrà diritto non dico ad una remunerazione, che non la cerca, ma neppure al suo quotidiano sostentamento? Qui il ridicolo e l’assurdo è congiunto con la perfidia e con l’empietà. – Sapete qual è in fondo in fondo la vera ragione per cui tanto schiamazzano contro i Sacerdoti? Eccovela chiara. Non li possono sopportare perché odiano la Religione di cui essi sono i ministri. Non vorrebbero che si predicasse per non essere turbati nel sonno del peccato in cui si giacciono, non vorrebbero la Confessione perché non vogliono essi cambiar vita, e non fa loro comodo spesse volte che la vogliano cambiare gli altri, non vorrebbero lo zelo sacerdotale perché scompiglia le loro trame, e per ciò non potendoli soffrire, si sveleniscono contro di loro con ogni calunnia e colgono occasione da tutto per metterli in mala voce. E ciò sia detto per cautelarvi contro ogni loro diceria. – Conchiudendo ora quello che abbiamo discorso in questo capo, non solo tenete salda la dottrina di S. Chiesa sul Purgatorio, ma animatevi secondo levostre forze a suffragare il più che potete quelle povere anime. Esse non saranno ingrate verso di voi, che anzi per quella bella Comunione che passa tra i fedeli vivi, e defunti pregheranno singolarmente per voi e adesso, e quando saranno giunte a godere la faccia di Dio svelata, siccome ne fanno fede tutte le ecclesiastiche storie, e tutte le vite dei Santi. E quando alcuno vi dice che il Purgatorio non v’è, rispondete quel che già disse, un buon popolano a chi gli parlava così, che è vero che non v’è Purgatorio per chi lo nega, poiché come eretico è riserbato solo all’Inferno!