LO SCUDO DELLA FEDE (122)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

PARTE SECONDA

CAPO I .

Quanto convenga che Dio ci guidi per via di fede.

I . Troppo delicata convien che sia di verità quella sposa cui pesano insin le gioie. E tali son l’anime di molti Cristiani, cui sembra di grave incarico la credenza di tanti loro eccelsi misteri. Come? Si stimerà favor sommo, se un re terreno notifichi ad un suo suddito alcun segreto del gabinetto, e poi si stimerà sommo aggravio, se lo notifichi il Re celeste? Io dico, che per tutti capi fu convenevolissimo, che il Signore ci guidasse per via di fede. Convenevolissimo in riguardo suo, convenevolissimo in riguardo nostro, o convenevolissimo in riguardo ancor delle cose che porge a credere.

I.

II. In riguardo suo, non era forse il dovere che qual sovrano venisse Iddio riconosciuto da noi con qualche ossequio proporzionato a quella bella natura che ci donò nel formarci liberi? Ma il più proporzionato appunto era questo: che soggettassimo ai pie di lui con vigore non solamente la volontà, dove ripugnasse, ma l’intelletto. Come poteva però questo eseguirsi, se non in cose difficili di credenza? Perciò sta scritto: Plurima super sensum hominum ostensa sunt tibi(Eccli. 3. 25), perché a queste ancora chinassimo il capo altero.

III. Quindi quale onore sarebbe quello di Dio, se si contentasse, che di Lui non facessimo altro giudizio, che quale a noi vien dettato dal nostro senno? Ecce Deus magnus vincens scientiam nostram (Iob. XXXVI. 36). Convien che tutti, in guisa di abbarbagliati, al fissarci in lui, noi caliamo di subito le palpebre; anzi le chiudiamo, confessando con umiltà, che ci basta il credere quel che non ci è possibile di capire. Il maggior onore che il maestro riceva da’ suoi discepoli ecco qual è: che quegli stiano al suo detto: Discantem oportet credere. E ben tal onore ci venne chiesto da Dio con giustizia grande. Conciossiachè, avendo il primo uomo voluto sì facilmente nel paradiso terrestre stare al detto dell’inimico, benché fosse detto oppostissimo alla ragione; come non era giusto, che dovesse egli stare al detto di Dio? (L’intelligenza divina trascende per infinito eccesso 1’intelligenza umana. Di qui s’intende ragione per cui era conveniente, che il Signore ci guidasse per via di fede. La sapienza di Dio, siccome infinita, fa adeguazione perfetta colla Verità infinita, la quale non potendo perciò essere tutta appresa dalla nostra finita intelligenza, ragion vuole, che sia in parte oggetto di fede).

II.

IV. In riguardo nostro poi, di qual modo potevasi istituire un commercio stabile fra l’uomo e Dio senza la fede? mentre senza la fede né anche può stabilirsi tra uomo e uomo? (S. Aug. de utilit. credend. c. 2). Tuttodì fa d’uopo il fidarsi delle altrui relazioni in affari sommi: e se si crede ad un fantaccino, a un famiglio, come non dovrà darsi fede all’istesso principe? Anzi per abilitarci alla divina amicizia non rimanevaci altra via che la fede, la quale è già come un principio dell’istessa amicizia (mentre è una comunicazione de’ consigli divini ad altrui nascosti), o almanco n’è il fondamento. La visione beatifica è il fondamento di quell’amore, che portano in cielo a Dio tutti i comprensori; e la fede sostituita alla visione beatifica ha da essere il fondamento di quell’amore che in sulla terra parimente gli portano i viatori (S. Th. contra gentes 1. 1. c. 3). Così noi siamo certi di amare Dio, secondo ch’Egli è: che è il solo amor giusto. I beati ne sono certi, perché tale lo veggono qual Egli è: noi, perché tale il crediamo.

V. Ma per procedere in ciò più distintamente, di due generi sono le verità concernenti a Dio. Alcune, che eccedono di gran lunga il vigore della ragione naturale. E tale è l’essere nella sostanza Dio trino ed uno. E certe sì fatte, cui la ragion naturale non pure è losca, ma cieca dal nascimento. Altre, che non lo eccedono in simil modo, ma pure hanno bisogno di molto aiuto a capirsi bene, come sono l’esservi un Autore dell’universo, e questo incorporeo, potente, provvido, giusto, e varie non dissimili verità, che molti filosofi sono arrivati ad investigar con la face pigliata in prestito dal loro attento discorso (S. Th. c. gent. 1. 1. C. 3).

VI. Se noi guardiamo alle prime, qual dubbio v’è, che non fu di bisogno andare per via di fede, ma fu di necessità, mentre la sola fede aveva quivi da fare il tutto? Queste sono quelle verità di cui specialmente disse sant’Agostino, che se noi le volessimo prima conoscere e di poi credere, non le potremmo né credere, né conoscere: Si prius cognoscere et postea credere vellemus, nec credere, nec cognoscere veleremus (Tr. 27. in Io). E però solo potrebbesi da qualcuno qui dubitare, come fosse mai convenevole questo caso, che l’uomo avesse a seguire la fede sola, mentre esser uomo è l’istesso che essere ragionevole? Ma come no, se anzi a perfezionarlo tal è la via? Questa, se si considera, è l’eccellenza d’ogni natura inferiore, e conseguentemente subordinata alla superiore, che, oltre al moto proprio, che è men perfetto, partecipi il moto ancor della superiore, lasciandosi da lei trarre ad operazioni più rilevate della sua nascita (S. T h . 2. 2. q. 2. art. 3. in c.). Così in quei pianeti, che mai non sono atti ad andare da se medesimi senonchè dall’occaso all’orto, acquistano una virtù molto più eccedente, mentre nel tempo stesso, co’ moti del primo mobile, si lasciano rapir dall’orto all’occaso. E tali in noi sono i moti di quella fede che diamo a Dio, non curando di saper altro: moti che ci sollevano ad operar sopra quei che siamo.

VII. E vaglia la verità, mentre era l’uomo stato da Dio sublimato ad un fin sì eccelso, qual è la vision beatifica, visione totalmente spirituale, troppo era giusto, che si andasse prima a ciò disponendo col puro credere quel che poi dovea contemplare: mentre così egli va sollevandosi a poco a poco da’ sensi vili incapaci di veder Dio, alle operazioni totalmente astratte da’ sensi (S. Th. contra gentes 1. 1).

VIII. Che se guardiamo a quelle altre verità divine, cui può il nostro discorso arrivar da sé, fu dì uopo, che queste ancora dovesse l’uomo non solamente indagare , ma ancora credere.

IX. Prima, perché così le dovesse arrivar piuttosto, non si potendo in altra guisa ottenere sopra la terra perfetta scienza della divinità, senza il fondamento di molte scienze anche umane, non conseguibili, senonchè in decorso di tempo (S. Th. 2. 2. q. 2. a. 4. In c. cont. gent. 1. 1. c. 1).

X. Poi, perché cosi tale scienza fosse più agevolmente comune a tutti: ritrovandosi molti rozzi d’ingegno, e molti, se non rozzi, almeno distratti necessariamente in diverse cure, o famigliari, o mercantili, o meccaniche, o militari, che non danno luogo agli studi più sollevati. E questi non hanno anch’essi a sapere ciò che sia Dio?

XI. All’ultimo, perché tale scienza fosse per via di fede anche più infallibile, attesoché nelle verità conseguite per via di puro discorso benché acutissimo, si possono pigliare non pochi abbagli, come li pigliarono tanti filosofi grandi, che di Dio favellarono da bambini: Cui assimilastis me et adæquastis? dicit sanctus (Is. XL. 25).

XII. Qual più bell’onore poteva dunque a noi fare Iddio, che supplire Egli alla nostra incapacità, con fare a noi fin l’interprete di se stesso ? Veggiamo, che a ben intendere la formazione. l’indole, l’industria di una formica, non basterebbero tutti gl’intelletti di questa misera terra congiunti insieme, dopo gli studi di un secolo. Che dunque mai con sicurezza potrebbero supere gli uomini di quella natura increata, la quale è un abisso di luce, se non si fosse ella da se compiaciuta benignamente di dir che sia?

XIII. Aggiungete negli uomini la passione che spesso, benché dotti, fa travederli, come benché dotti, traveggono gli ubbriachi. E se traveggono nelle cose ancor chiare, quanto più travederebbero nelle oscure, quali sono le cose di là da’ sensi? Non era dunque possibile, che gl’intelletti umani per altra via aderissero immobilmente alle notizie del sommo vero, che per via di fede divina, la quale, a guisa di scorta amorevolissima, desse loro anche il braccio fra tanti inciampi, dove altrimenti verrebbero a tracollare di notte folta.

III.

XIV. E qui, per far passaggio al terzo riguardo che ebbe Iddio nel guidarci per via di fede (riguardo appartenente alle cose che diede a credere), ben apparisce subito, quanto sia intollerabile quel linguaggio di certi audaci, i quali, trattando della fede, ne parlano come appunto d’una ignoranza, di una violenza della ragione, di una viltà della mente (Tanto varrebbe tacciare di ignoranza, di violenza della ragione, di viltà di mente la fede, che noi uomini del secolo decimonono prestiamo ai fatti storici avvenuti nei secoli passati, fatti, cui la nostra ragione non avrebbe mai discoperti di per se sola senza l’autorità altrui.). Chi discorre così, merita il titolo dato a lui dall’apostolo dove dice: Superbus est nihil sciens (1. Tim. VI. 4). Egli è un otre vile, tanto più gonfio di sé. quanto più vuoto. La fede è una nobiltà dell’intelletto, che lo rende come di vino: ed è una fortezza, o per dir meglio, una generosità della mente, che per tal via solleva sé sopra sé: Generositas nostri intellectus. come giustamente chiamata fu dal gran vescovo di Parigi (Gal. Paris, de fide c. 1). E queste putride lucciole che ieri non distinguevansi dal letame, per un poco di splendore vacillante che la natura accese loro sul capo, vogliono avanzarsi a motteggiare di semplice quel fedele che crede a Dio? Non credono essi, perché non sanno comandare al loro intelletto, tanto, che si alzi un dito sopra la sfera dei sensi ignobili: Non capiunt fidei magnitudinem angusta impiorum pectora, disse Ambrogio (L. 3. de spir. c. 18), e disse divinamente. Si ravvolgono sempre d’intorno a qualche esperienza sensibile; e nel restante quæcumque ignorant blasphemant. amando per loro guida in ogni giudizio più la fantasia, che la fede, a guisa di quei nobili sventurati, che, allevati da piccoli tra’ bifolchi, non sanno poi concepire sentimenti mai degni de’ loro natali.

XV. Che favellare è cotesto, chiamar la fede una violenza della ragione? La fede non contraddice alla ragione giammai (Non contraddice, né può contraddire alla ragione la fede, perché entrambe illuminate dal medesimo Sole di verità), ma la perfeziona, come di sopra fu scorto: ond’è, che quod mens humana rationis investigatione comprehendere non potest, fidei plenitudo complectitur (Ambr. 1. 4. in Luc.. 5). E così nello verità divine, non indagabili dalla ragion naturale, a noi basta di far palese, che non si oppongono alla ragion dianzi detta (Non ciò, che sta al di sopra della ragione, ossia il mistero, bensì ciò, che va contro di essa, cioè l’assurdo, va rigettato), ma la trapassano, calpestandola solo quando è superba. Nelle indagabili, dimostriamo di più quanto bella lega esse facciano con la ragion naturale, avvalorata da esse, non altrimenti che l’occhio dal cannocchiale. Chi dipinge sull’alabastro, non vi scancella mai le sue vene, ma le promove, e se ne vale a vantaggio. Chi smalta l’oro, nol guasta. Chi ricama sull’ostro, non lo scolora. Come può una luce fare giammai contrasto ad un’altra luce? La fede è una ragion superiore, cioè un raggio diretto del divin volto: e però, come può ella far pregiudizio alla ragione inferiore, la quale è un raggio di quel volto medesimo, ma riflesso? È al certo da cervello sediziosissimo il mettere dissensione tra due luci tanto conformi, quali sono luce riflessa e luce diretta. Sono le scienze confederate alla fede, anzi confinanti. Dove finisce la terra, comincia l’aria. Dove finiscono gli elementi, comincia il cielo. E dove finiscono i lumi dell’intelletto o s’indeboliscono, cominciano i lumi di fede; lumi che sono incomparabilmente più nobili d’ogni scienza, si per l’oggetto conosciuto che è Dio, e le verità promulgate dalla sua bocca; sì per lo modo di conoscere, che è soprannaturale, cioè dipendente da un conforto che avanza tutte le forze della natura: e sì per la certezza di detto conoscimento: certezza tale, che maggiore non truovasi in paradiso, se non quanto quivi vien da cognizione intuitiva, come si accennò da principio, e qui da astrattiva. Nel rimanente ogni atto di fede ha una connessione tanto essenziale con la prima verità, quanto ve l’abbia quello che è di visione.

XVI. Che importa poi, che una tale certezza non sia chiarezza? In due maniere gli orologi solari ci additano il viaggio del sole sull’emispero: alcuni ce lo additano con la luce, altri con l’ombra: e pure amendue sono sicuri a una forma. Sia pur ombra la fede: ciò non rileva, mentre ella ‘tanto accertatamente scopre a’ viatori i disegni eccelsi di Dio, quanto la visione medesima ai comprensori. Oltre a che, il credere è di merito incomparabile: il che non conseguirebbesi nel vedere. Onde se Rachele vince Lia di bellezza, le cede in fecondità.

XVII. Finalmente né anche manca alla fede la sua evidenza, so non nelle cose credute, almeno nelle ragioni induttive a crederle, essendo sì patente aver Dio parlato, che il dubitarne è una ribellion manifesta alla verità: e il biasimare la fede è un arrolarsi nel numero di coloro i quali maledicono il dì comparso a destarli: Qui maledicunt diei (Iob. III. 8).

XVIII. Si concluda pur dunque, che fu giustissimo, che Iddio ci guidasse per via di fede. Fu giusto in riguardo suo, fu giusto in riguardo nostro, e fu giusto ancora in riguardo alle cose che porge a credere. E perciò, se abbiamo fior di saviezza, disponiamoci ad abbracciare ossequiosi questa sì degna fede, non a calunniarla astiosi. Udiamo ciò che da lei ci vien detto al cuore. Ma per udirla, sediamo prima il rumore delle passioni tumultuanti. Se l’aere interno non posa, l’orecchio non ode, a modo o non sente quel suono che è nell’ambiente prossimo, o trasente quel che non v’è.

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.

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