L’ANIMA DELL’APOSTOLATO (3)

R. P. CHAUTARD D . G. B .

L’ANIMA DELL’APOSTOLATO (3)

Traduzione del Sac. GIULIO ALBERA, S. D. B.

8a EDIZIONE

SOCIETÀ EDITRICE INTERNAZIONALETORINO MILANO GENOVA PADOVA PARMA ROMA NAPOLI BARI CATANIA PALERMO

VISTO: Nulla osta alla stampa.

Torino: 22 giugno 1922.

Can. CARLO FRANCO – Rev. Arciv.

VISTO: Imprimatur.

C. FRANCESCO DUVINA – Provic. gen.

PARTE PRIMA

5.

Risposta a una prima obbiezione: la vita interiore è oziosa?

Questo libro è indirizzato soltanto agli uomini di azione o animati da un desiderio ardente di dedicarsi al bene, ma esposti al pericolo di trascurare i mezzi necessari perché il loro sacrificio riesca fecondo per le anime, senza che sia per loro stessi la perdita della vita interiore. Non è affatto nostro scopo stimolare i pretesi apostoli amanti del riposo, destare le anime illuse dall’egoismo che fa loro vedere nell’ozio un mezzo di favorire la pietà, scuotere l’indifferenza degli indolenti e degli addormentati i quali, con la speranza di vantaggi e di onori accettano di dare il loro nome a qualche opera, purché non ne siano turbati nella loro quiete e nel loro ideale di tranquillità; questo compito richiederebbe un libro a parte.  Perciò, lasciando ad altri la cura di far capire a questa categoria di apatici la responsabilità di un’esistenza che Dio voleva attiva e che il demonio, d’accordo con la natura, rende infeconda per mancanza di attività e di zelo, ritorniamo ai nostri cari e venerati confratelli ai quali specialmente sono dedicate queste pagine. – Nessun termine di confronto ci può rappresentare l’intensità infinita dell’attività che si svolge in seno a Dio: la vita interiore del Padre è tale, che genera una Persona divina; dalla vita interiore del Padre e del Figlio procede lo Spirito Santo.  La vita interiore comunicata agli Apostoli nel Cenacolo accese subito in essi lo zelo. La vita interiore, per qualunque persona istruita che non voglia studiarsi di snaturarla, è un principio di abnegazione. – Quand’anche essa non si rivelasse affatto con manifestazioni esteriori, la vita di orazione, in se stessa e intimamente, è una SORGENTE DI ATTIVITÀ alla quale nessun’altra si può paragonare. Non vi è nulla di più falso che il considerarla come una specie di oasi dove uno si possa rifugiare per trascorrere in pace la vita: basta che essa sia la strada che conduce più direttamente al regno dei cieli, perché le si possa applicare in modo speciale il testo: Regnum cœlorum vim patitur, et violenti rapiunt illud (Il regno dei cieli si acquista con la forza ed è preda di coloro che usano violenza – MATT. XI, 12).  – Don Sebastiano Wyart che aveva provato le fatiche dell’asceta e quelle della vita militare, il lavoro degli studi e le cure inerenti all’uffizio di superiore, soleva ripetere che vi sono tre sorta di lavoro:

1° Il lavoro quasi interamente fisico di coloro che esercitano un mestiere manuale, di operaio, di artigiano, di soldato; questo lavoro, egli diceva, comunque si pensi, è certo il meno duro.

2° Il lavoro intellettuale dello studioso, del pensatore alla ricerca, spesso difficile, della verità, il lavoro dello scrittore, del professore i quali fanno ogni sforzo per far penetrare la verità in altre intelligenze, il lavoro del diplomatico, del negoziante, dell’ingegnere ecc., gli sforzi mentali del generale durante la battaglia per prevedere, dirigere e decidere. Questo lavoro in se stesso è più penoso del primo, come lo conferma il proverbio che LA LAMA LOGORA IL FODERO.

3° Finalmente il lavoro della vita interiore; di tutti e tre, egli non esitava a proclamarlo, questo è il più pesante quando vien preso sul serio (Maior labor est resistere vitiis et passionibus, quam corporalibus insudare laboribus – S. Gregorio). Ma è pure quello che ci offre quaggiù maggiori consolazioni, come pure è anche il più importante, perché esso non forma più la professione dell’uomo, ma forma l’uomo stesso. Quanti si gloriano di essere coraggiosi nei due primi generi di lavoro che portano alla fortuna e alla gloria, e poi sono inerti, pigri e vili quando si tratta di lavorare per la virtù! Sforzarsi di dominare continuamente se stesso e le cose esteriori, per cercare in tutte le cose soltanto la gloria di Dio, è l’ideale dell’uomo risoluto ad acquistare la vita interiore, e perché il suo ideale diventi realtà, egli si sforza di restare unito a Gesù Cristo in ogni circostanza e perciò di tenere fisso lo sguardo al fine che deve raggiungere e di considerare tutte le cose alla luce del Vangelo. Egli ripete con sant’Ignazio: Quo vadam et ad quid? (Dove vado e a che cosa?) In lui dunque tutto dipende da un principio, intelligenza e volontà, memoria, sensibilità, fantasia e sensi. Ma quanto deve affaticarsi per giungere a tale risultato! Sia che si mortifichi o che si conceda qualche onesto piacere, che pensi o che agisca, che lavori o che riposi, che ami il bene oche senta avversione per il male, che desideri o che tema, che accetti la gioia o la tristezza, pieno di speranza o di tristezza, sdegnato o tranquillo, in tutte le cose e sempre egli si sforza di dirigere il suo timone verso il BENEPLACITO DIVINO. Nella preghiera, e soprattutto vicino all’Eucaristia, egli si apparta ancora di più dalle cose visibili per poter trattare con Dio invisibile come se lo vedesse (Invisibilem enim tamquam videns sustinuit – Ebr. XI, 2). Anche in mezzo alle sue fatiche apostoliche egli tende a tradurre in pratica quell’ideale che san Paolo ammirava in Mosè.  – Né avversità della vita, né tempeste delle passioni non lo possono far deviare dalla linea di condotta che si è imposta; se per caso vien meno un momento, subito si rianima e riprende con maggior vigore il suo cammino. Quale lavoro! E come si comprende come Dio ricompensi anche quaggiù con gioie speciali colui che accetta gli sforzi che simile lavoro richiede!  Oziosi, concludeva Don Sebastiano, oziosi i veri religiosi, i Sacerdoti di vita interiore e zelanti! Via! Vengano pure i mondani più affaccendati e verifichino se il loro lavoro si può paragonare al nostro!  Chi non l’ha provato? Qualche volta sarebbero preferibili lunghe ore di un’occupazione faticosa, a una mezz’ora di orazione ben fatta, all’assistenza seria di una Messa, alla recita attenta dell’Ufficio (« Qualunque siano le difficoltà della vita attiva, soltanto gli inesperti osano negare le prove della vita interiore. Molte persone attive, pure sinceramente pie, confessano che molto spesso ciò che a loro costa di più nella loro vita, non è l’azione, ma la parte obbligatoria dell’orazione, e si sentono sollevate quando arriva l’ora dell’azione »(D. Festugière, O. S. B.). 3). Il P. Faber constata con amarezza, che per certuni « il quarto d’ora che segue la Comunione è il quarto d’ora più noioso della giornata ». Se si trattasse di un breve ritiro di tre giorni, quanta ripugnanza ne proverebbero certuni! Appartarsi per tre giorni dalla vita facile, benché molto occupata, e vivere nel soprannaturale e farlo penetrare, durante quel tempo di ritiro, in tutti i particolari della propria vita, sforzare la mente a vedere tutte le cose, per quel breve tempo, alla sola luce della Fede, sforzare il cuore a dimenticare tutto per respirare soltanto Gesù e la sua vita, rimanere a discutere con se stessi e scoprire le proprie infermità e debolezze spirituali, gettare l’anima nel crogiuolo senza sentire pietà alle sue proteste, tutto questo è una prospettiva che fa indietreggiare molte persone che pure sarebbero disposte a qualunque fatica, finché si tratta di spendere un’attività puramente naturale. – Ma se tre giorni di tale occupazione sembrerebbero già tanto penosi, che cosa proverà la natura all’idea di sottoporre gradatamente una vita intera al regime della vita interiore? Certamente in questa vita di spogliamento la grazia ha molta parte e rende soave il giogo e leggero il peso; ma quante occasioni di sforzi vi trova l’anima! È per essa sempre uno sforzo il rimettersi sulla retta via e ritornare al Conversatio nostra in cælis est(La nostra conversazione è nei cieli – Filipp. III, 20). San Tommaso lo spiega molto bene: L’uomo – egli dice – è collocato tra gli oggetti della terra e i beni spirituali nei quali si trova l’eterna felicità; quanto più aderisce agli uni, tanto più si allontana dagli altri (Est homo constitutus inter rea mondi huius et bona spiritualia in quibus æterna beatitudo consistiti, ita quod, quanto plus inhaeret uni eorum, tanto plus recedit ab altero, et e contrario – la 2ae, q. 108, a. 4). Nella bilancia se si abbassa uno dei piatti, l’altro s’innalza altrettanto. – Ora la catastrofe del peccato originale che sconvolse l’economia del nostro essere, ha reso penoso questo doppio movimento di adesione e di allontanamento, e per stabilire e conservare, mediante la vita interiore, l’ordine e l’equilibrio in questo «piccolo mondo» che è l’uomo, si richiede fatica, pena e sacrificio. Si tratta di ricostruire un edificio in rovina e di difenderlo poi da un nuovo crollo. – Strappare continuamente dai pensieri terreni, per mezzo della vigilanza, della rinunzia e della mortificazione, questo onere aggravato da tutto il peso della natura corrotta, gravi corde(Salmo IV), riformare il proprio carattere particolarmente nei punti in cui è più dissimile dalla fisionomia dell’anima di Gesù Cristo, nella dissipazione, nei trasporti d’ira, nella compiacenza in sé e fuori di sé, nelle manifestazioni della superbia o delle miserie della natura, come la durezza, l’egoismo, la mancanza di bontà ecc., resistere alle attrattive del piacere presente e sensibile con la speranza di una felicità spirituale che si avrà soltanto dopo una lunga attesa, staccarsi da tutto ciò che ci può far amare la terra, fare un olocausto completo di tutto, delle creature, dei desideri, delle passioni, delle concupiscenze, dei beni esteriori, della propria volontà e del proprio giudizio… quale lavoro! – Eppure questa è soltanto la parte negativa della vita interiore. Dopo questa lotta a corpo a corpo che faceva gemere san Paolo (Condelector enim legi Dei secundum interiorem hominem: video autem aliam legem in membris mela repugnantem legi mentis meæ et captivantem me in lege peccati, quae est in membris meis. Infelix ego homo; quis me liberabit de corpore mortis huius? – Rom. VII, 22-24), e che il P. Ravignan esprimeva con queste parole: «Mi domandate che cosa ho fatto nel mio noviziato?Eravamo in due; ne buttai uno dalla finestra e sono rimasto solo»; dopo questa lotta senza tregua contro un nemico sempre pronto a rinascere, bisogna proteggere da ogni assalto dello spirito della natura un cuore che, purificato con la penitenza, si strugge dal desiderio di riparare gli oltraggi fatti a Dio, spiegare tutta l’energia per tenerlo attaccato unicamente alle bellezze invisibili delle virtù che si devono acquistare per imitare quelle di Gesù Cristo, sforzarsi di conservare anche nei più minuti particolari della vita un’assoluta confidenza nella Provvidenza; questo è il lato positivo della vita interiore. Chi può immaginare l’immensità di questo campo di lavoro! È un lavoro intimo, assiduo, costante; eppure proprio con tale lavoro l’anima acquista una meravigliosa facilità e rapidità di esecuzione per i lavori apostolici. Soltanto la vita interiore possiede questo segreto. Le opere immense compiute, nonostante una salute precaria, da un Agostino, da un Giovanni Crisostomo, da un Bernardo, da un Tommaso d’Aquino, da un Vincenzo de’ Paoli, ci fanno sbalordire. Ma più ancora ci fa meraviglia il vedere questi uomini, con tutte le loro fatiche quasi ininterrotte, mantenersi nella più costante unione con Dio. Questi Santi che per mezzo della contemplazione si dissetavano di più alla sorgente della vita, ne attingevano più abbondante capacità di lavorare. È questa la verità che un gran Vescovo, sovraccarico di lavoro, esprimeva ad un uomo di Stato, anch’egli oppresso dagli affari, il quale gli domandava il segreto della sua inalterabile serenità e della meravigliosa riuscita delle sue opere: « Caro amico, a tutte le vostre occupazioni aggiungete una mezz’ora di meditazione ogni mattina: non solo sbrigherete i vostri affari, ma troverete anche il tempo per nuove imprese».  – Finalmente noi vediamo il santo re Luigi IX il quale, nelle otto o nove ore che consacrava ogni giorno agli esercizi della vita interiore, trovava il segreto e la forza di applicarsi con tanta sollecitudine agli affari di Stato e al bene dei sudditi, che mai, come confessò un oratore socialista, neppure ai nostri giorni, non si è fatto tanto in favore delle classi operaie, quanto sotto il regno di questo principe.

6.

Risposta ad un’altra obbiezione: la vita interiore è egoistica?

Non parliamo del pigro né del goloso spirituale i quali fanno consistere la vita interiore nelle gioie di un piacevole ozio e cercano assai più le consolazioni di Dio, che non il Dio delle consolazioni: costoro hanno una falsa pietà. Ma colui che leggermente, oppure per partito preso, dice che la vita interiore è egoistica, non la capisce meglio di quegli altri. Già abbiamo detto che questa vita è la sorgente pura e abbondante delle opere più generose della carità verso le anime e della carità che conforta i dolori di quaggiù; esaminiamo ora l’utilità della vita interiore sotto un altro aspetto. Si dirà dunque che fu sterile ed egoistica la vita interiore di Maria e di san Giuseppe! Che bestemmia e che assurdo! Eppure non è loro attribuita nessuna opera esteriore: la sola irradiazione di una intensa vita interiore sul mondo, i meriti delle preghiere e dei sacrifizi applicati all’estensione dei benefizi della Redenzione, bastarono a costituire Maria regina degli Apostoli e Giuseppe patrono della Chiesa universale (In un altro capitolo si vedrà qual è questa vita interiore che dà alle opere la loro fecondità). Soror mea reliquit me solam ministrare(Mia sorella lascia me sola a servire  – Luc. X, 40), dice con le parole di Marta, lo sciocco presuntuoso il quale vede soltanto le sue opere esteriori e i loro risultati.  La sua sciocchezza e la sua poca intelligenza delle vie di Dio non arrivano al punto di fargli supporre che Dio non sappia quasi fare a meno di lui; ma intanto ripete volentieri con Marta, incapace di apprezzare l’eccellenza della contemplazione di Maddalena: Dic illa ut me adiuvet, (Dille dunque che mi aiuti – Luc. X, 40)., e arriva persino a dire: Ut quid perditio hæc (Perché questa perdita? – MATT. XXIV, 8), rimproverando come una perdita dì tempo i momenti che i suoi fratelli di apostolato, che fanno vita interiore più di lui, si riservano per assicurare la loro intima unione con Dio. Io santifico me stessa per loro, AFFINCHÈ essi pure siano santificati nella verità (Pro eis ego sanctifico meipsum ut sint et ipsi sanctificati in veritate – Giov. XVII, 19), risponde l’anima che ha inteso tutta la forza di questa parola del Maestro, AFFINCHÈ, e che conoscendo il valore della preghiera e del sacrifizio, unisce alle lacrime e al sangue del Redentore le lacrime dei suoi occhi e il sangue di un cuore che si va purificando sempre più di giorno in giorno. Con Gesù, l’anima che fa vita interiore, sente la voce dei delitti del mondo salire verso il Cielo e chiedere sui loro autori un castigo del quale essa ritarda la sentenza con l’onnipotenza della supplica capace di fermare la mano di Dio pronta a scagliare i fulmini.  « Coloro che pregano – diceva dopo la sua conversione l’insigne statista Donoso Cortes – fanno per il mondo assai più di quelli che combattono, e se il mondo va di male in peggio, è perché vi sono più battaglie che preghiere».  « Le mani alzate – dice Bossuet – sbaragliano più battaglioni che non le mani che colpiscono ». I solitari della Tebaide in mezzo ai loro deserti avevano spesso in cuore il fuoco che animava san Francesco Saverio. «Sembrava – dice sant’Agostino – che avessero abbandonato il mondo più del bisogno: Tidentur nonnullis res humanas plus qua ni oportet deseruisse: ma non si riflette che le loro preghiere, rese più pure dal loro grande distacco dal mondo, erano più efficaci e più NECESSARIE per questo mondo corrotto». Una breve ma fervida preghiera ordinariamente affretterà una conversione più che le lunghe discussioni e i bei discorsi. Colui che prega, tratta con la CAUSA PRIMA e agisce direttamente su essa. Egli ha pure in sua mano tutte le cause seconde, perché queste ricevono la loro efficacia unicamente da questo principio superiore. Perciò l’effetto desiderato si ottiene allora più sicuramente e più presto. Secondo una rispettabile rivelazione, diecimila eretici furono convertiti da una sola ardente preghiera della serafica santa Teresa la cui anima, infocata per Gesù Cristo, non poteva comprendere una vita contemplativa, una vita interiore la quale non partecipasse alle ardenti sollecitudini del Salvatore, per la salvezza delle anime. « Io accetterei, essa diceva, il purgatorio fino al giorno del Giudizio, per liberare una sola di esse. Che cosa m’importa la lunghezza dei miei patimenti, se così potessi liberare una sola anima, e meglio ancora parecchie anime, per la maggior gloria di Dio!» E alle sue religiose diceva: « Figlie mie, riferite sempre a questo fine tutto apostolico le vostre orazioni, le vostre discipline, i vostri digiuni e i vostri desideri». Così infatti fanno le Carmelitane, le Trappiste, le Clarisse: esse seguono i passi degli Apostoli e li sostengono con la sovrabbondanza delle loro preghiere e delle loro penitenze. Le loro preghiere scendono dall’alto e giungono fin dove cammina la Croce e splende il Vangelo, sulle anime, su queste prede del Signore. O meglio, è il loro amore nascosto, ma attivo, che risveglia dovunque, nel mondo dei peccatori, le voci della misericordia. Nessuno quaggiù conosce il perché di quelle lontane conversioni di pagani, della resistenza eroica di quei Cristiani perseguitati, della gioia celeste di quei missionari martirizzati: tutto questo è invisibilmente legato alla preghiera di quell’umile claustrale. Con le dita sulla tastiera dei perdoni divini, la sua anima silenziosa e solitaria dirige la salvezza delle anime e le conquiste della Chiesa (Lumière et flamme: P. LEON, O. M.). – Monsignor Favier, Vescovo di Pechino, diceva: «Io voglio dei Trappisti in questo Vicariato apostolico; desidero anzi che si astengano da ogni ministero esteriore, affinché nulla li distragga dal lavoro della preghiera, della penitenza e degli studi sacri; perché conosco quanto aiuto darà ai missionari l’esistenza di un monastero fervoroso di contemplativi in mezzo ai nostri poveri Cinesi ». E più tardi diceva: «Siamo finalmente riusciti a penetrare in una regione finora inaccessibile: io attribuisco questo fatto ai nostri cari Trappisti».  Un Vescovo della Cocincina diceva al Governatore di Saigon: «Dieci Carmelitane che pregano, mi daranno aiuto più che venti missionari che predicano». Sacerdoti secolari, religiosi e religiose, dedicati alla vita attiva, ma anche alla vita interiore, hanno sul cuore di Dio la stessa potenza che hanno le anime claustrali. Un Padre Chevrier, un Don Bosco, un Padre Maria Antonio ne sono magnifici esempi. Sant’Anna Maria Taigi, nelle sue funzioni di umile massaia, era un apostolo, come pure san Benedetto Giuseppe Labre che schivava le vie battute. Dupont, il santo di Tours, il colonnello Paqueron ecc., divorati dallo stesso ardore, erano potenti nelle loro opere perché facevano vita interiore; il generale de Sonis, tra una battaglia e l’altra, trovava il segreto del suo apostolato nell’unione con Dio. Chi oserà chiamare egoistica e sterile la vita di un Curato d’Ars? Tale affermazione non meriterebbe risposta. Qualunque mente giudiziosa attribuisce appunto alla sua intimità con Dio, lo zelo e i meravigliosi risultati di questo Sacerdote non ricco d’ingegno ma che, contemplativo come un certosino, sentiva una gran sete di anime, resa inestinguibile dai suoi progressi nella vita interiore, e riceveva da Gesù di cui viveva, una certa partecipazione della potenza divina per convertire i peccatori. Si oserà dire che fu infeconda la sua vita? Ma supponiamo che in ogni diocesi vi fosse un santo Curato d’Ars; in meno di dieci anni l’intera nazione sarebbe rigenerata e assai più  profondamente che non da moltitudini di opere cattoliche non abbastanza fondate sulla vita interiore, e alla cui organizzazione concorressero con i molti mezzi pecuniari, l’ingegno e l’attività di migliaia di apostoli. Noi riteniamo che il motivo principale di sperare bene per la resurrezione della Francia, è che in nessun altro tempo forse non vi furono, come da alcuni anni possiamo constatare, anche tra i semplici fedeli, tante anime così ardentemente desiderose di vivere unite al Cuore di Gesù e di estendere il suo regno, facendo germogliare intorno a sé la vita interiore. Queste anime elette sono un’infima minoranza: sia pure; ma che cosa importa il numero se vi è l’intensità? Il risorgere della Francia dopo la Rivoluzione si deve attribuire a quel gruppo di Sacerdoti maturati nella vita interiore dalla persecuzione; per mezzo loro una corrente di vita divina venne a riscaldare una generazione che l’apostasia e l’indifferenza sembravano aver votato a una morte che nessuno sforzo umano avrebbe potuto scongiurare. Dopo cinquant’anni di libertà d’insegnamento in Francia, dopo questo mezzo secolo che vide fiorire istituzioni innumerevoli e durante il quale noi abbiamo avuto in mano nostra tutta la gioventù del paese e l’appoggio quasi totale dei governanti, come mai, nonostante risultati apparentemente gloriosi, non abbiamo potuto formare nella nazione una maggioranza abbastanza profondamente cristiana che potesse lottare contro la lega dei ministri di satana!  Certamente contribuirono a tale impotenza l’abbandono della vita liturgica e la cessazione del suo irradiare sui fedeli: la nostra spiritualità è divenuta gretta, arida, superficiale, esterna o puramente sentimentale, e non ha più quella penetrazione e quel fascino sulle anime, che suole dare la liturgia, questa grande forza di vitalità cristiana. Ma non vi è forse un’altra causa in questo fatto che, mancando di una intensa vita interiore, noi, Sacerdoti ed educatori, non abbiamo potuto generare altro che anime di una pietà superficiale senza forti ideali, senza sode convinzioni? Come professori, non abbiamo noi rivolto il nostro zelo più al conseguimento delle licenze e al buon nome dell’Istituto, che nell’infondere una soda istruzione religiosa nelle anime! Non abbiamo forse speso l’opera nostra senza avere di mira  soprattutto la formazione della volontà per scolpire l’impronta di Gesù Cristo su caratteri ben formati! E questa mediocrità non è molte volte effetto della meschinità della nostra vita interiore?  A un Sacerdote santo – si dice – corrisponde un popolo fervoroso; a un sacerdote fervoroso, un popolo pio; ad un sacerdote pio, un popolo onesto; ad un sacerdote onesto, un popolo empio: in quelli che sono generati spiritualmente, vi è sempre un grado di vita di meno. – Non accetteremo certamente a occhi chiusi tale affermazione, ma consideriamo che le seguenti parole di sant’Alfonso esprimono abbastanza LA CAUSA a cui bisogna dare la responsabilità della nostra condizione attuale:  « I buoni costumi e la salvezza delle popolazioni dipendono dai buoni pastori; se alla testa di una parrocchia vi è un buon parroco, ben presto si vedrà in essa fiorire la divozione, i Sacramenti frequentati e l’orazione mentale in onore. Di qui il proverbio: Qualis pastor, talis parœcìa, secondo il testo dell’Ecclesiastico (X, 2): Qualis est rector civitatis, tales et inhabitantes in ea» (Homo Apostolicus, VII, 16).

7.

Obbiezione tratta dall’importanza della salvezza delle anime

Ma, dirà l’anima di vita tutta esteriore, in cerca di pretesti contro la vita interiore, come oserò io mettere un limite alle mie opere di zelo! Posso io fare troppo, soprattutto quando si tratta della salvezza delle anime! La mia attività non sostituisce forse, e con vantaggio, tutto il resto, con il sublime esercizio dell’abnegazione! Chi lavora prega, e il sacrifizio vale più che la preghiera. San Gregorio non dice forse che lo zelo è il sacrifizio più gradito che si possa offrire a Dio! Nullum sacrificium est Deo magis acceptum quam zelus animarum– s. GREGORIO, Homilia 12 in Ezech.).  Prima di tutto precisiamo il vero significato del testo di san Gregorio, con le parole del Dottore Angelico. Offrire spiritualmente a Dio un sacrifizio – egli dice – vuol dire offrirgli qualche cosa che lo glorifica; ora, fra tutti i beni, il più gradito che l’uomo possa offrire al Signore, è certamente la salvezza di un’anima. Ma ciascuno deve prima offrire la sua anima, secondo le parole della Scrittura: Se volete piacere a Dio, abbiate pietà dell’anima vostra. Compiuto questo primo sacrifizio, ALLORA ci sarà permesso di procurare anche ad altri la stessa felicità. Quanto più STRETTAMENTE l’uomo unisce a Dio prima la sua anima e poi quella di un altro, tanto più gradito è il suo sacrifizio; ma questa unione intima, generosa e umile, non si può fare SE NON PER MEZZO DELL’ORAZIONE. Applicare se stesso o altri alla vita di orazione, alla contemplazione, piace dunque al Signore PIÙ che il dedicarsi o l’impegnare altri all’azione, alle opere esteriori. Perciò – egli conchiude – quando san Gregorio afferma che il sacrifizio più grato a Dio è la salvezza delle anime, egli non intende di dare alla vita attiva la preferenza sulla contemplazione, ma vuol dire che l’offrire a Dio una sola anima, è per Lui infinitamente più glorioso e per noi assai più meritorio, che l’offrirgli quanto ha la terra di più prezioso (S. TOMM., 2a 2æ, q. 182, a. 2 ad 3.). – La necessità della vita interiore non deve affatto distogliere dalle opere di zelo le anime generose, se la manifesta volontà di Dio vuole questo da loro; che anzi il sottrarsi a tale lavoro o il farlo male, l’abbandonare il campo di battaglia col pretesto di coltivare meglio l’anima propria e di giungere ad una più perfetta unione con Dio, sarebbe una vera illusione e, in certi casi, una sorgente di pericoli. Væ mihi, diceva san Paolo, si non evangelizavero(Guai a me se non annunzio il Vangelo – I Cor. IX, 16). – Ma, fatta questa riserva, diciamo subito che il darsi alla conversione delle anime dimenticando se stessi, produce un’illusione più grave. Dio vuole che noi amiamo il prossimo come noi medesimi, ma non più che noi medesimi, cioè non mai fino al punto di nuocere a noi stessi personalmente, e questo in pratica è lo stesso che esigere una maggior cura dell’anima nostra, che non di quella altrui, perché il nostro zelo dev’essere regolato dalla carità, ed è pur sempre un assioma teologico che Prima sibi charitas(Prima di tutto carità per sé). – « Io amo Gesù Cristo – diceva sant’Alfonso de Liguori – e perciò ardo dal desiderio di dargli delle anime, PRIMA LA MIA, poi moltissime altre ». Questa è la pratica del Tuus esto ubique(Sii dappertutto di te stesso – S. BERNARDO, Hb. II de Consid., cap. III) di san Bernardo: «Non è saggio colui che non appartiene a se stesso».  Il santo Abate di Chiaravalle, vero portento di zelo apostolico, seguiva questa regola, e Goffredo, suo segretario, così lo dipinge: Totus primum sibi et sic totus omnibus(Prima di tutto di se stesso, e così tutto per gli altri – GOFFREDO, Vita S. Bernardi). – Non vi dico già, scrive lo stesso santo al papa Eugenio III, di sottrarvi interamente alle occupazioni secolari; soltanto vi esorto a non abbandonarvi totalmente ad esse. Se siete l’uomo di tutto il mondo, siate dunque anche di voi stesso; altrimenti che cosa vi gioverebbe guadagnare tutti gli altri, se doveste perdere voi stesso? Riserbate dunque qualche cosa anche per voi, e se tutti vengono a bere alla vostra fontana, non dovete astenervi dal bervi anche voi; dovreste dunque voi solo restare assetato!? Cominciate sempre con pensare a voi: INVANO VI DARESTE AD ALTRE CURE, SE VENISTE A TRASCURARE VOI STESSO. Tutte le vostre riflessioni INCOMINCINO DUNQUE CON VOI E FINISCANO CON VOI; siate per voi il primo e l’ultimo e ricordatevi che nell’affare della vostra salute nessuno vi è più prossimo che il figlio unico di vostra madre (S. BERNARDO, Ub. II de Consid., cap. III). – Èmolto eloquente questo appunto di un ritiro spirituale, scritto da Mons. Dupanloup: «Io ho un’attività terribile che mi rovina la salute, disturba la mia pietà e non serve affatto alla mia scienza: bisogna regolarla. Dio mi ha fatto la grazia di riconoscere che ciò che soprattutto si oppone in me, a una vita interiore tranquilla e fruttuosa: è l’attività naturale e la smania delle occupazioni. Inoltre ho riconosciuto che questa MANCANZA DI VITA INTERIORE è la causa di tutte le mie cadute, dei miei disturbi, della mia aridità, dei miei disgusti, della mia cattiva salute. Risolvo dunque di rivolgere tutti i miei sforzi all’acquisto della vita interiore che mi manca, e per questo fine, con la grazia di Dio stabilisco questi punti:

1° Mi prenderò sempre più tempo di quanto è necessario per fare ogni cosa: è questo il mezzo di non essere mai né frettoloso né sopraffatto.

2° Siccome avrò sempre più cose da fare, che non tempo di farle, e siccome questo mi preoccupa e mi trascina, non penserò più alle cose da fare, ma al tempo che devo impiegarvi. Impiegherò il tempo senza perderne nulla, cominciando con le cose più importanti, e non mi inquieterò per quello che non avrò potuto fare ecc. »  – Il gioielliere preferisce a parecchi zaffiri, la più piccola scaglia di diamante: così, secondo l’ordine stabilito da Dio, la nostra intimità con Lui lo glorifica più di tutto il bene possibile da noi procurato a molte anime, ma con danno del nostro progresso. Il Padre nostro celeste il quale si applica di più nel governare un cuore in cui regna, che non nel governo naturale di tutto l’universo e al governo civile di tutti i regni (P. LALLEMANT, Doc. Spirit.), vuole nel nostro zelo quest’armonia. Egli preferisce talora lasciar scomparire un’opera, se la vede diventare un ostacolo allo sviluppo della carità dell’anima che ad essa attende. satana invece non esita a favorirne i risultati superficiali, se può, purché riesca a impedire all’apostolo di progredire nella vita interiore, tanto la sua rabbia sa indovinare dove si trovano i veri tesori per Gesù Cristo: per sopprimere un diamante, volentieri concede qualche zaffiro.

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