L’ANIMA DELL’APOSTOLATO (6)

R. P. CHAUTARD D. G. B .

L’ANIMA DELL’APOSTOLATO (6)

TRADUZIONE del Sac. GIULIO ALBERA, S. D. B.

8a EDIZIONE

SOCIETÀ EDITRICE INTERNAZIONALE TORINO MILANO GENOVA PADOVA PARMA ROMA NAPOLI BARI CATANIA PALERMO

VISTO: Nulla osta alla stampa.

Torino: 22 giugno 1922.

Can. CARLO FRANCO – Rev. Arciv.

VISTO: Imprimatur.

C. FRANCESCO DUVINA – Provic. gen.

PARTE TERZA

“ La vita attiva, pericolosa senza la vita interiore, con questa assicura il progresso nella virtù.”

1.

Le opere di zelo, mezzo di santità per le anime che fanno vita interiore, diventano per le altre un pericolo per la loro salvezza

a) MEZZO DI SANTITÀ. — A quelle anime che Dio associa al suo apostolato, chiede formalmente che non solo si conservino, ma che progrediscano nella virtù: ne troviamo la prova in ogni pagina delle Epistole di san Paolo, a Tito e a Timoteo, e nelle apostrofi dell’Apocalisse ai Vescovi dell’Asia. D’altra parte già lo abbiamo stabilito come principio, che le Opere sono volute da Dio. Dunque il vedere nelle opere, prese in sé, un ostacolo alla santificazione e affermare che, pure emanando dalla volontà divina, esse rallenteranno per forza il nostro cammino verso la perfezione, sarebbe un’ingiuria, una bestemmia contro la Sapienza, la Bontà e la Provvidenza di Dio. – Non si può evitare questo dilemma: o l’apostolato, sotto qualunque forma, se è voluto da Dio, non solo non ha in sé, come effetto, il potere di alterare l’atmosfera di soda virtù in cui si deve trovare un’anima sollecita della sua salute e del suo progresso spirituale, ma anzi costituisce sempre per l’apostolo un mezzo di santificazione, qualora venga esercitato nelle condizioni richieste. Oppure la persona scelta da Dio come sua cooperatrice, e perciò obbligata a rispondere alla chiamata divina, avrebbe diritto di portare come scuse legittime della sua negligenza nel santificarsi, l’attività, le pene e le sollecitudini date a favore dell’opera comandata.  Ora, per conseguenza dell’economia del disegno divino, Dio PER RIGUARDO A SE STESSO, deve dare all’apostolo scelto da Lui, le grazie necessarie per effettuare l’unione di occupazioni assorbenti, non solo con la sicurezza della salute, ma anche con l’acquisto delle virtù pratiche fino alla santità. – Gli aiuti che diede a san Bernardo, a san Francesco Saverio, Egli li deve, nella misura necessaria, al più modesto degli operai evangelici, al più umile religioso insegnante, alla più ignorata delle suore infermiere. Questo è un vero DEBITO DEL CUORE DI Dio verso lo strumento che sceglie, e non esitiamo a ripeterlo; e ogni apostolo, se adempie le condizioni richieste, deve avere una confidenza assoluta nel suo rigoroso diritto alle grazie che sono necessarie per un dato genere di lavoro, le quali gli danno come un’ipoteca sul tesoro infinito degli aiuti divini.  – Chi si dedica alle opere di carità, dice Alvarez de Paz, non deve pensare che queste gli chiuderanno la porta della contemplazione e lo renderanno meno capace di dedicarsi a questa; deve invece ritenere come certo che esse ve lo disporranno in modo ammirabile. Non soltanto la ragione e l’autorità dei Padri c’insegnano tale verità, ma anche l’esperienza quotidiana, perché vediamo certe anime le quali si dedicano alle opere di carità verso il prossimo, confessioni, prediche, catechismi, visite agli infermi ecc., innalzate da Dio ad un grado così alto di contemplazione, che ben si possono paragonare agli antichi anacoreti (Tom. III, lib. V). – Con le parole « grado di contemplazione », l’illustre gesuita, come anche tutti i maestri della vita spirituale, intende il dono dello spirito di orazione il quale caratterizza la sovrabbondanza della carità in un’anima. I sacrifici richiesti dalle opere, dalla gloria di Dio e dalla santificazione delle anime attingono un tale valore soprannaturale, una tale fecondità di meriti, che l’uomo dato alla vita attiva può, se vuole, innalzarsi ogni giorno a un grado superiore nella carità e nell’unione con Dio, insomma, nella santità.  Senza dubbio in certi casi in cui vi è pericolo grave e prossimo di peccato formale, particolarmente contro la Fede e la virtù angelica, Dio VUOLE che si abbandonino le opere; ma eccetto tali casi, Egli, mediante la vita interiore, ai suoi operai provvede il mezzo di rendersi immuni e di progredire nella  virtù. Un detto paradossale di santa Teresa, così giudiziosa e spiritosa, ci aiuterà a spiegare il nostro pensiero. « Da quando sono Priora, dice la santa, occupata in molte cose e obbligata a viaggi frequenti, commetto assai più mancanze; eppure, poiché combatto generosamente e mi spendo unicamente per Dio, sento che mi avvicino sempre di più a Lui ». La sua debolezza si manifesta più spesso, che nel riposo e nel silenzio del chiostro; la santa lo vede, ma non si turba. La generosità tutta soprannaturale della sua abnegazione e i suoi sforzi più vivi di prima nel combattimento spirituale, le danno in compenso occasioni di vittorie che largamente controbilanciano le sorprese di una fragilità che esisteva anche prima, ma allo stato latente. La nostra unione con Dio, dice san Giovanni della Croce, risiede nell’unione della volontà nostra con la sua e si misura soltanto da essa. Invece di vedere, per un falso concetto della spiritualità, la possibilità del progresso nell’unione con Dio soltanto nella tranquillità e nella solitudine, santa Teresa giudica invece che appunto l’attività imposta veramente da Dio ed esercitata nelle condizioni da Lui volute, alimentando il suo spirito di sacrificio, la sua umiltà, la sua abnegazione, il suo ardore e il suo zelo per il regno di Dio, viene ad accrescere l’unione intima della sua anima col Signore vivente in lei per animare le sue fatiche e per incamminarla verso la santità. La santità infatti risiede prima di tutto nella carità, e un’opera di apostolato, degna di questo nome, è carità in azione. San Gregorio dice: Probatio amoris exhibitio est operis; l’amore si prova con le opere di abnegazione, e Dio chiede ai suoi operai questa prova di generosità. – Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore; tale è la forma di carità che Gesù domanda all’apostolo come prova della sincerità delle ripetute proteste di amore.  San Francesco d’Assisi non crede di poter essere amico di Gesù Cristo, se la sua carità non si dedica alla salvezza delle anime: Non se amicum Christi reputabat, nisi animas foveret quas ille redemit (S. BONAVENTURA, Vita s. Franc., c. IX). E se Gesù Cristo considera come fatte a sé le opere di misericordia anche corporali, è perché in ciascuna di esse scopre  un’irradiazione di quella stessa carità (Matth. XXV, 40) che anima il missionario o sostiene l’anacoreta nelle privazioni, nei combattimenti e nelle preghiere del deserto.  La vita attiva si dedica alle opere di abnegazione; essa cammina per i sentieri del sacrificio e segue Gesù operaio e pastore, missionario, taumaturgo che cura e guarisce tutti e provvede, sempre tenero e infaticabile, a tutti i bisognosi della terra.  La vita attiva ricorda e fa vivere in sé quelle parole del Maestro: Io sono in mezzo a voi come un servo (Luc. XXIII, 27); Il Figliuolo dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire (Matt. XX, 28).  Essa batte le vie della miseria umana dicendo la parola che illumina, seminando intorno a sé una messe di grazie che fioriscono in benefìci di ogni sorta.  Con la sua fede illuminata, con gli intuiti del suo amore, essa scopre nel peggiore dei miserabili, nel più meschino dei derelitti, il Dio nudo, piangente, disprezzato da tutti, il gran lebbroso, il misterioso condannato che la giustizia eterna perseguita e abbatte sotto i suoi colpi, vede l’uomo del dolore che Isaia vide coperto di orribili piaghe, nella porpora tragica del suo sangue, così disfatto e straziato dai chiodi e dai flagelli, che si contorceva come un verme che si calpesti.  Così, esclama il Profeta, lo abbiamo veduto e non lo abbiamo riconosciuto (Is. LIII, 2 e 5).  Ma tu, o vita attiva, tu ben lo riconosci, e con le ginocchia a terra, con gli occhi inondati di pianto, tu lo servi nella persona dei poveri! – La vita attiva rende migliore l’umanità; fecondando il mondo con le sue generosità, con le sue fatiche, con i suoi sudori, getta il seme dei suoi meriti per il cielo. Vita santa e premiata da Dio il quale dà il paradiso al bicchiere d’acqua del povero, come ai volumi del dottore, come ai sudori dell’apostolo. Egli canonizza nell’ultimo giorno, davantialla terra e al cielo insieme riuniti, tutte le opere di carità (Lumière et fiamme di P . LEON, O. F . M. Capp. Si noti bene che si tratta, in questa citazione, di una vita attiva piena di spirito di fede, fecondata dalla carità e derivante da un’intensa vita interiore.).

b) PERICOLO PER LA SALVEZZA. — Quante volte, purtroppo, nei ritiri spirituali privati da me diretti, potei constatare che le opere le quali dovevano essere per i loro organizzatori mezzi di progresso, divenivano strumenti di rovina dell’edificio spirituale!  Un uomo di azione, invitato al principio degli esercizi spirituali, a esaminare la sua coscienza ed a cercare la causa dominante del suo stato disgraziato, si giudicava benissimo dandomi questa risposta, a prima vista incomprensibile: «Il dedicarmi agli altri è stata la mia rovina! Le mie naturali disposizioni mi facevano provare della gioia nel sacrificarmi, della felicità nel rendere servizi. Aiutato dall’apparente riuscita delle mie imprese, satana per lunghi anni mise tutto in opera per illudermi, per eccitare in me il delirio dell’azione, per disgustarmi di ogni lavoro interiore e finalmente per trascinarmi nel precipizio ».  Lo stato anormale, per non dire mostruoso, di quell’anima, è presto spiegato: l’operaio di Dio, tutto inteso alla soddisfazione di sfogare la sua attività naturale, aveva lasciato estinguere la vita divina, quel divino calorico che, condensato entro di lui, rendeva fecondo il suo apostolato e difendeva la sua anima dal freddo glaciale dello spirito della natura. Egli aveva lavorato, ma lontano dal sole vivificante: Magnæ vires et cursus celerrimus, sed præter viam (Spiegamento di forze, corsa rapidissima, ma fuori di strada – S. AGOSTINO, in Psalm.. XXXI).). In pari tempo le sue opere, sante per se stesse, si erano rivoltate contro l’apostolo come un’arma pericolosa a maneggiarsi, arma a doppio taglio, la quale ferisce chi non sa più servirsene.  Contro questo pericolo, san Bernardo metteva in guardia il Papa Eugenio III quando gli scriveva: Io temo che in mezzo alle vostre occupazioni che sono innumerevoli, disperando di poterne mai vedere la fine, voi lasciate indurire la vostra anima. Voi agireste più prudentemente con SOTTRARVI A TALI OCCUPAZIONI, anche solo per qualche tempo, che non con permettere che esse vi conducano infallibilmente dove voi non vorreste. E dove direte forse voi: ALL’INDURIMENTO DEL CUORE.  Ecco dove vi possono trascinare quelle MALEDETTE OCCUPAZIONI, HÆ OCCUPATIONES MALEDICTÆ, se ancora continuate, come faceste da principio, ad abbandonarvi interamente ad esse, senza riservare per voi nulla di voi medesimo (S. BERNARDO, De Consid., l. II, c. VI).  Che cosa vi è di più augusto e di più santo, che il governo della Chiesa? Che cosa vi è di più utile per la gloria di Dio e per il bene delle anime? Eppure maledette occupazioni, esclama san Bernardo, se esse impediscono la vita interiore di chi si applica ad esse. Che espressione è questa: maledette occupazioni! Essa vale un libro intero, tanto colpisce e obbliga a riflettere. Contro di essa si vorrebbe quasi protestare, se non fosse caduta dalla penna così esatta di un Dottore della Chiesa! di un san Bernardo!

2.

L’uomo di azione senza la vita interiore

Basta una frase per caratterizzarlo: forse non è ancora tiepido, ma tale diverrà fatalmente. Ora essere tiepido e di una tepidezza non di sentimento o di fragilità, ma di volontà, vuol dire venire a patti con la dissipazione e con la negligenza abitualmente acconsentite o non combattute, venire a patti col peccato veniale deliberato, il che vuol dire togliere all’anima la sicurezza della salute eterna, disporla, anzi condurla al peccato mortale (Dall’insegnamento di san Tommaso, risulta che quando un’anima compie un atto buono in sé, ma senza quel grado di terrore che Dio ha il diritto di attendersi da lei nello stato in cui si trova, quell’atto dispone a diminuire in un certo senso il grado di carità che essa possiede. I testi: Maledetto colui che fa l’opera di Dio con negligenza, e: Perché tu sei tiepido… comincerò a rigettarti dalla mia bocca, si spiegano così.  Di più, ogni peccato veniale, senza diminuire lo stato di grazia, ne diminuisce però il fervore: cosi esso dispone al peccato mortale.  Ora, senza una vita interiore seria, molti peccati veniali non combattuti, spesso anche non avvertiti, sono tuttavia imputabili all’anima dissipata o vile che dimentica il Vigilate et orate. Si trova cosi in san Tommaso la spiegazione della frase maledette occupazioni della pagina precedente e di ciò che si dirà in questo capitolo – Vedi S. TOMM., la 2æ, q. 52 a. 3). – Tale è la dottrina di sant’Alfonso sulla tepidezza, dottrina così bene illustrata dal suo discepolo il P. Desurmont (1e retour continuel à Dieu,). Ora come mai, senza la vita interiore, l’uomo di azione cade necessariamente nella tepidezza? Diciamo necessariamente, e ci basta, per provarlo, la parola di un Vescovo missionario ai suoi sacerdoti, parola tanto più terribilmente vera, perché emana da un cuore ardente di zelo per le Opere e da uno spirito naturalmente opposto a tutto ciò che abbia l’apparenza di quietismo. Dice dunque il cardinale Lavigerie: «Bisogna persuadersi bene che per un apostolo non vi è via di mezzo tra la santità completa, almeno desiderata e cercata con fedeltà e con coraggio, oppure la perversione assoluta ».  Ricordiamo anzitutto il germe di corruzione che la concupiscenza mantiene nella nostra natura, la guerra senza tregua che ci fanno i nostri nemici interni ed esterni, i pericoli che da ogni parte ci minacciano. Poi cerchiamo di figurarci quello che avviene di un’anima che si dà all’apostolato, senza essere abbastanza premunita ed armata contro i suoi pericoli.  N… sente svegliarsi in sé il desiderio di darsi all’azione; è però senza esperienza. La sua inclinazione all’apostolato ci permette di credere che abbia dell’ardore, una certa foga nel carattere, e possiamo immaginarci che trovi piacere nell’azione e forse anche nella lotta. Supponiamo che sia di una condotta corretta, che sia pio e anche devoto; ma di una pietà più di sentimento che di volontà, di una divozione che non è il riflesso di un’anima risoluta a cercare unicamente il beneplacito di Dio, ma piuttosto una pia usanza, residuo di lodevoli abitudini. La meditazione, se pure la fa, è per lui una specie di fantasticheria, e la lettura spirituale è un esercizio di curiosità che non influisce sulla sua condotta. Può essere pure che satana lo porti a gustare, per l’illusione di un senso artistico che la povera anima scambia con la vita interiore, le letture che trattano delle vie sublimi e straordinarie dell’unione con Dio, e ad ammirarle con entusiasmo. Ma in complesso vi è poco, e forse nulla, di vera vita interiore in quell’anima alla quale rimangono, sia pure, molte buone abitudini, molte doti naturali e un certo desiderio leale, ma troppo vago, di restare fedele a Dio.  Ecco dunque il nostro apostolo che pieno di desiderio di darsi all’azione, si abbandona con zelo al ministero nuovo per lui. Ben presto, in forza delle stesse circostanze che fanno nascere quelle nuove occupazioni (e chiunque è abituato all’azione mi comprenderà), ben presto nascono per lui mille circostanze che lo costringono sempre di più a una vita esteriore, mille attrattive per la sua ingenua curiosità, mille occasioni di cadute dalle quali possiamo credere che fino allora lo aveva difeso in parte l’atmosfera tranquilla del focolare domestico, del seminario, della comunità, del noviziato, o almeno la tutela di una saggia guida. Non solo la crescente dissipazione o la curiosità pericolosa di conoscere tutto, le impazienze o le suscettibilità, la vanità o la gelosia, la presunzione o l’abbattimento, la parzialità o la denigrazione, ma l’invasione progressiva delle debolezze del cuore e di tutte le forme più o meno subdole della sensualità sforzeranno a una lotta senza tregua quell’anima male preparata ad assalti così violenti e continui; perciò saranno frequenti le ferite.  Ma verrà anche soltanto il pensiero di resistere, a quell’anima dalla pietà superficiale, mentre è tutta intesa alla soddisfazione già troppo naturale di spendere la propria attività e la propria capacità per una causa eccellente? satana intanto sta in agguato, perché ha già adocchiato la sua preda; e non solo non si oppone a quella soddisfazione, ma la eccita a tutto potere. Arriva però un giorno in cui si intravvede il pericolo: l’Angelo custode si è fatto udire e la coscienza protesta. Bisognerebbe riprendersi, esaminarsi nella calma di un ritiro spirituale, prendere la risoluzione di attenersi a un regolamento che non si abbandonerà più, anche a costo di trascurare occupazioni divenute tanto care. Ahimè! è già tardi! L’anima, ora che ha gustato il piacere di vedere i suoi sforzi coronati dei più lusinghieri risultati, esclama: Domani, domani! Oggi è impossibile: manca il tempo, perché devo continuare quella  serie di discorsi, scrivere quell’articolo, organizzare quel sindacato, quella società di beneficenza, preparare quella rappresentazione, fare quel viaggio, sbrigare la corrispondenza… Come è felice di rassicurarsi con tutti quei pretesti! Poiché il solo pensiero di mettersi in faccia alla propria coscienza le è divenuto insopportabile. È giunto il momento in cui satana può attendere a suo agio all’opera di rovina in un cuore che si fa così bene suo complice. Il terreno è preparato: agire era divenuto una passione per la sua vittima, ed egli gliene dà la febbre; dimenticare il tumulto degli affari e raccogliersi le pareva impossibile, il demonio gliene ispira l’orrore e non manca di ubriacare per di più quell’anima con nuovi progetti che le dipinge abilmente con il bel motivo della gloria di Dio e del gran bene delle anime.  – Ecco ora quest’uomo, fino a poco fa pieno di abitudini virtuose, che da una debolezza ad un’altra sempre più grave, arriva a mettere il piede sopra il pendio così sdrucciolevole, che non potrà più fermarsi nella sua caduta. Davvero disgraziato, avendo una vaga coscienza che tutto il suo agitarsi non è secondo il Cuore di Dio, per far tacere i rimorsi, si slancia più perdutamente nel turbine. Le colpe si accumulano fatalmente: quello che prima turbava la coscienza retta di quell’anima, ora non è più altro che uno scrupolo da disprezzarsi. Volentieri va proclamando che bisogna saper vivere secondo le esigenze dei tempi, lottare con i nemici con le stesse loro armi, e perciò decanta le virtù attive e mostra disprezzo per quella che essa chiama una pietà di un’altra epoca. Le sue istituzioni del resto sono più prospere che mai, e tutti lo dicono; ogni giorno vede fiorire nuovi buoni risultati, e l’anima illusa esclama: «Dio benedice la nostra opera»; ma domani forse, su lei piangeranno, per causa di gravi cadute, gli Angeli del cielo!  – Come mai quest’anima è caduta in uno stato così deplorevole! Per INESPERIENZA, PRESUNZIONE, VANITÀ, IMPREVIDENZA E VILTÀ. Senza considerare la scarsità dei suoi mezzi spirituali, si è lanciata alla ventura in mezzo ai pericoli. Esaurite le sue provviste di vita interiore, si trova nelle condizioni del navigante temerario che non ha più la forza di lottare contro corrente e si lascia trascinare verso l’abisso.  Fermiamoci un momento a misurare con lo sguardo il cammino percorso e la profondità del precipizio: andiamo con ordine e contiamo le tappe.  

Prima tappa. L’anima da principio ha perduto, a poco a poco, se pure l’ebbe mai, la precisione e la forza delle convinzioni sulla vita soprannaturale, sul mondo soprannaturale e sull’economia del disegno e dell’azione di Nostro Signore, riguardo alla relazione della vita intima dell’operaio evangelico con le opere. Essa non vede più tali opere se non attraverso un miraggio ingannatore. La stessa vanità fa abilmente da piedestallo alla pretesa buona intenzione. «Che cosa volete, Dio mi ha dato il dono della parola, e io lo ringrazio», diceva ai suoi adulatori un predicatore pieno di vana compiacenza e vuoto di vita interiore. L’anima cerca più se stessa che Dio: riputazione, gloria, interessi personali occupano il primo posto, e quel Si hominibus placerem, servus Christi non essem (Se ancora piacessi agli uomini, non sarei servo di Gesti Cristo (Gal. I, 10), diventa per lei una parola vuota di senso.  Senza contare l’ignoranza dei princìpi, LA MANCANZA DI UNA BASE SOPRANNATURALE, la quale è il carattere di questa prima tappa, ora ha come causa, ora come conseguenza immediata, la dissipazione, la dimenticanza della presenza di Dio, l’abbandono delle giaculatorie e della custodia del cuore, la mancanza di delicatezza di coscienza e di regolarità di vita: la tepidezza è vicina, se già non è venuta.

Seconda tappa. L’uomo soprannaturale è schiavo del dovere e perciò, avaro del suo tempo: ne regola l’impegno e vive seguendo un regolamento; egli comprende che altrimenti vi sarà il predominio della natura, la vita comoda e a capriccio dal mattino alla sera. L’uomo di azione, senza una base soprannaturale, non tarda a farne l’esperienza. La mancanza di spirito di fede nell’impiego del tempo lo conduce ad abbandonare la lettura spirituale; del resto, se legge ancora, non studia più: il preparare lungo la settimana l’omelia della domenica è cosa che stava bene per i Padri della Chiesa… egli preferisce, eccetto che non ci sia di mezzo la vanità, improvvisare, e improvvisa sempre, così almeno crede, con rara fortuna… Ai libri egli preferisce le riviste; non ha più spirito di ordine, ma va svolazzando. Alla legge del lavoro, a questa gran leggedi preservazione, di moralità e di penitenza, egli si sottrae sciupando le ore di libertà e con la voglia sfrenata di procurarsi delle distrazioni.  – Egli trova faticoso e puramente teorico tutto ciò che legherebbe la sua libertà di movimento; il tempo non gli basta per tante opere e doveri sociali e neppure per quello che egli stima necessario per la sua salute e per le sue ricreazioni. Veramente, gli dice il demonio, è troppo il tempo dedicato agli esercizi di pietà, meditazione, ufficio, messa, atti del ministero… bisogna allargare un poco. E invariabilmente egli incomincia ad abbreviare la meditazione, a farla irregolarmente e forse, purtroppo, a poco a poco arriva a sopprimerla del tutto. Il punto indispensabile per restare fedeli all’orazione, cioè l’alzarsi a ora fissa, è tanto più logicamente abbandonato, perché va a letto molto tardi, e non senza motivo.  – Ora, nella vita attiva, abbandonare la meditazione è lo stesso che abbassare le armi di fronte al nemico. «Eccetto un miracolo, dice sant’Alfonso, senza la meditazione si finisce con cadere nel peccato mortale ». E san Vincenzo de1 Paoli: «Un uomo senza meditazione non è capace di nulla, neppure di rinunziare a sé in qualsiasi cosa: è la vita animale pura e semplice ». Certi autori citano queste parole di santa Teresa: « Senza meditazione, uno diventa ben presto o un bruto o un demonio. Se non fate meditazione non avete bisogno del demonio che vi getti nell’inferno, ma vi buttate da voi. Datemi invece il più gran peccatore: se egli fa meditazione anche soltanto un quarto d’ora al giorno, si convertirà; se poi persevera, egli è sicuro della sua salute eterna ». L’esperienza delle anime sacerdotali o religiose dedicate all’azione, è sufficiente per stabilire che un operaio apostolico il quale, sotto pretesto di occupazioni o di stanchezza, oppure per noia o per pigrizia o per illusione, riduce facilmente la sua meditazione a dieci o a quindici minuti, invece di attenersi a mezz’ora di meditazione seria per attingervi lo slancio e la forza necessaria nella sua giornata, cade fatalmente nella tepidezza di volontà. Evidentemente non si tratta più d’imperfezioni da evitarsi: sono i peccati veniali che si moltiplicano, e l’impossibilità in cui si è caduti, di vigilare alla custodia del cuore, nasconde la maggior parte di tali colpe alla coscienza: l’anima si è messa nello stato di non vedere più. E come potrebbe combattere quello che non discerné più come difettoso? La malattia di languore è già molto avanzata ed è la conseguenza di questa seconda tappa che è caratterizzata dall’abbandono della MEDITAZIONE e di ogni REGOLAMENTO.

Tutto è già maturo per la terza tappa il cui sintomo è la negligenza nella recita del BREVIARIO. La preghiera della Chiesa, che doveva dare al soldato di Gesù Cristo la gioia e la forza di sollevarsi di quando in quando e di trovare in Dio il mezzo di elevarsi sopra il mondo visibile, diventa un peso. La vita liturgica, sorgente di luce, di gioia, di forza, di meriti e di grazie per lui e per i fedeli, non è più altro che l’occasione di un dovere ingrato che si compie di mala voglia. La virtù intima della religione è gravemente ferita; la febbre dell’azione ha contribuito a inaridirla. L’anima non vede più il culto di Dio, se non è legato a chiassose manifestazioni esteriori; il sacrificio personale e oscuro, ma cordiale, della lode, della supplica, del ringraziamento, della riparazione, non le dice più nulla. Poco fa, durante la recita delle sue preghiere vocali, essa ripeteva con legittimo vanto, come se avesse voluto gareggiare con un coro di monaci: anch’io in conspectu Angelorum psallam tibi (In presenza degli Angeli a te canterò inni {Salmo CXXXVII, 2). Il santuario di quell’anima, prima imbalsamato dalla vita liturgica, è divenuto una pubblica piazza dove regnano il chiasso e il disordine. La sollecitudine esagerata per l’azione, e la dissipazione abituale moltiplicano le distrazioni che del resto sono sempre meno combattute. Non in commotione Dominus (Dio non è nel rumore (III Re, XIX, 11). La vera preghiera non c’è più: precipitazione, interruzioni non giustificate, negligenza, sonnolenza, ritardi, rinvio all’ultimo momento, con pericolo di lasciarsi vincere dal sonno… e forse omissioni di quando in quando, mutano il rimedio in veleno e il sacrificio di lode in una litania di peccati che forse non saranno più soltanto veniali!

Quarta tappa. Tutto si concatena: l’abisso chiama l’abisso. I SACRAMENTI! Si ricevono e si amministrano come una cosa rispettabile si, ma non si sente più palpitare la vita che essi contengono. La presenza di Gesù nel santo Tabernacolo o al tribunale di penitenza non riesce più a far vibrare fino al midollo dell’anima la fede. ANCHE LA MESSA, il sacrificio del Calvario, è un giardino chiuso; l’anima certamente è ancora lontana dal sacrilegio, vogliamo sperarlo, ma non sente più il calore del Sangue divino. Le sue consacrazioni rimangono fredde, le sue comunioni tiepide, distratte, superficiali; una familiarità irriverente, l’abitudine e forse il disgusto già la insidiano.  L’apostolo così deformato vive fuori di Gesù e non è più favorito di quelle parole intime che Gesù dice soltanto ai suoi amici.  – Tuttavia di quando in quando l’Amico celeste gli manda un rimorso, un raggio di luce, una chiamata; egli aspetta, bussa, chiede di entrare: Vieni a me, povera anima ferita, ma vieni dunque e io ti guarirò: Venite ad me omnes… et ego reficiam vos (Matt. XI, 28); perché Io sono la tua salvezza: Salus tua ego sum (Ps. XXXIV). Io sono venuto a salvare quello che era perduto: Venit Filius hominis quærere et sàlvum facete quod perierat (Luc. XIX, 10). Questa voce cosi soave, così tenera, così discreta, così premurosa, procura dei momenti di commozione, delle velleità di fare meglio; ma essendo la porta del cuore appena socchiusa, Gesù non può entrare, e questi buoni movimenti dell’anima tiepida non hanno nessun effetto. La grazia passa invano e si rivolge contro l’anima stessa. Forse anche, nella sua misericordia, per non accumulare tesori d’ira, Gesù cesserà di parlare: Time Jesum transeuntem et non revertentem (temi Gesù che passa e non ritorna).  – Andiamo ora più innanzi e penetriamo nell’intimo di quest’anima che stiamo descrivendo. La parte che hanno i pensieri, è preponderante nella vita soprannaturale, come nella vita morale e intellettuale. Quali sono i pensieri che la occupano e a quale corrente obbediscono! Tali pensieri, umani, terreni, vani, superficiali, egoistici, convergono sempre più verso l’Io o verso le creature, spesso anche con l’apparenza di abnegazione e di sacrificio. A tale disordine nell’intelletto, corrisponde il disordine nella fantasia. Nessuna facoltà umana dev’essere repressa più di questa; ma di reprimerla non vi è neppure l’idea, e perciò con la briglia sul collo essa si dà a una corsa pazza e va in tutti i traviamenti, in tutte le pazzie. La progressiva soppressione della mortificazione degli occhi permette alla pazza di casa di trovare pascolo un po’ dappertutto. Il disordine continua la sua strada e dall’intelletto e dalla fantasia scende nelle affezioni. Il cuore non si pasce più che di chimere. Che cosa sarà di quel cuore dissipato che non si cura quasi più del regno di Dio in lui e che è divenuto insensibile ai colloqui intimi con Gesù, alla sublime poesia dei misteri, alle severe bellezze della liturgia, agli inviti e alle attrattive del Dio dell’Eucaristia, insensibile insomma alle influenze del mondo soprannaturale? Si concentrerà in se stesso? Questo sarebbe un suicidio. No! esso sente bisogno di affezione; ma non trovando più la sua felicità in Dio, amerà la creatura. Esso è in balia della prima occasione e vi si getta imprudentemente, perdutamente, senza darsi forse pensiero dei voti più santi né del maggior interesse della Chiesa e neppure della sua riputazione. Supponiamo pure che la prospettiva dell’apostasia ancora lo turbi, e profondamente, ma già lo spaventa di meno lo scandalo delle anime.  Certamente, per grazia di Dio, l’andare così fino al fondo è una rara eccezione; ma chi non vede che il disgusto di Dio e l’accettazione del piacere illecito può trascinare il cuore alle maggiori disgrazie? Dall’animalis homo non intelligit (L’uomo animalo non percepisce lo cose che sono dello spirito di Dio (I Cor. II, 14), si giunge per forza al qui nutriebantur in croceis amplexati sunt stercora (Coloro che erano allevati nella porpora, hanno abbracciato il fango – Ger. LAMENT. IV, 5). L’illusione ostinata, l’accecamento della mente, l’indurimento del cuore vanno progredendo, e c’è da aspettarsi tutto.  Per colmo di sventura la volontà si trova non già distrutta, ma ridotta a uno stato di debolezza e di fiacchezza, che equivale quasi all’impotenza. Provatevi a domandargli non già di reagire energicamente, questo sarebbe inutile, ma di tentare soltanto uno sforzo, ed egli vi darà questa risposta disperata: Non posso. Ora in tal caso non essere più capace di uno sforzo vuol dire andare in completa rovina.  Un empio famoso osò dire che egli non poteva ammettere la fedeltà ai loro voti e ai loro obblighi in certe anime che per la loro azione vivono mescolate alla vita del secolo. «Esse camminano, soggiungeva, sopra una fune tesa, e le loro cadute sono inevitabili ». A tale ingiuria contro Dio e la Chiesa, bisogna rispondere senza esitare, che tali cadute si evitano SICURAMENTE quando si sappia valersi del prezioso bilanciere della vita interiore, e che soltanto all’abbandono di questo mezzo infallibile bisogna attribuire le vertigini e i passi falsi e scandalosi verso il precipizio.  – L’illustre gesuita P. Lallemant risale alla causa iniziale di simili cadute quando dice: Molti uomini apostolici non fanno nulla unicamente per Dio, ma cercano in tutte le cose se stessi e mescolano sempre segretamente i loro interessi con la gloria di Dio, nelle loro migliori imprese. Essi passano cosi la loro vita in questa mescolanza di natura e di grazia; finalmente poi viene la morte e allora soltanto aprono gli occhi, vedono la loro illusione e tremano all’avvicinarsi del terribile giudizio di Dio (P . LALLEMANT, Direct. Spirit.). Lungi da me il pensiero di annoverare tra gli apostoli che predicano se stessi, lo zelante e valente missionario, l’illustre sacerdote Combalot, ma non mi pare fuori di proposito il citare le sue parole in punto di morte. «Abbiate fiducia, caro amico, gli diceva il sacerdote dopo di avergli amministrato gli ultimi sacramenti; voi avete serbato l’integrità della vostra vita sacerdotale, e le vostre migliaia di prediche vi scuseranno dinanzi a Dio dell’insufficienza di vita interiore che voi deplorate. — Le mie prediche! Oh! a che luce le vedo ora! Le mie prediche! Ah! se Nostro Signore non me ne parla Lui per il primo, non comincerò io certamente! ». Alla luce dell’eternità, quel venerando sacerdote vedeva nelle sue migliori opere di zelo, delle imperfezioni che gli turbavano la coscienza e che egli attribuiva ad una deficienza di vita interiore.  – Il cardinale du Perron, in punto di morte, dimostrava il suo pentimento di aver atteso, durante la sua vita, più a perfezionare la sua intelligenza con gli studi, che non la sua volontà con gli esercizi della vita interiore (idem): O Gesù, Apostolo per eccellenza, chi mai si è prodigato come Voi nella vostra vita mortale? Oggi Voi vi date più abbondantemente ancora con la vostra vita eucaristica senza abbandonare tuttavia il seno del Padre! Fate che noi non dimentichiamo mai che Voi non accetterete le nostre fatiche, se non sono animate da un principio davvero soprannaturale e se non hanno le loro radici nel vostro Cuore adorabile!