24 FEBBRAIO: SAN MATTIA APOSTOLO

S. MATTIA APOSTOLO

(Otto HOPHAN: GLI APOSTOLI – Marietti ed. 1951)

L’Apostolo Mattia è il diradarsi delle tenebre, la costruzione del ponte su di un abisso, il cambiamento e la trasformazione d’una inafferrabile sventura in significato e benedizione. Inizialmente egli non apparteneva ai Dodici; ma quando uno dei Dodici, Giuda, disertò la schiera santa, si fece innanzi Mattia; egli è il figlio postumo, l’eletto più tardi. Per questo è spesso paragonato al figlio più giovane del patriarca Giacobbe, Beniamino, che nacque al padre solo nella vecchiaia ed elevò a dodici la serie dei suoi undici figli e la chiuse. Tardi, quasi come un ritardatario, a passi misurati Mattia arriva anche oggi nel Canone della santa Messa, perché non segue gli altri Apostoli prima della consacrazione, per concorrere alla solenne accoglienza dell’eucaristico Signore, ma viene soltanto dopo la consacrazione e il benvenuto degli altri, quasi per rendere un omaggio solitario e un risarcimento apostolico. – Anche la data della sua festa ci fa l’impressione d’avere questo senso: nella Chiesa latina egli è festeggiato il 24 febbraio e negli anni bisestili esattamente nel giorno intercalare, il 25 febbraio: anche il nostro Apostolo è un intercalato, un sostituto, che dovette colmare un vuoto e una nera lacuna. Il cuore cristiano si rallegra in Mattia. Sarebbe penoso che la nobile serie dei dodici Apostoli avesse a conchiudersi col volto criminale di Giuda; ecco invece, quale mite e veneranda figura la termina il vecchio Mattia! La nostra attenzione si rivolge spontaneamente dal disgraziato Giuda a quest’ultimo buon Apostolo. – Mattia porta un nome frequente presso i Giudei ed è forma abbreviata di « Matatia, dono del Signore ». In tutta la Scrittura del Nuovo Testamento egli rifulge soltanto per una rapida ora, al momento della sua elezione ad Apostolo. Viene dall’oscurità; sta un istante nella luce; sprofonda di nuovo. nell’oscurità. Gli stessi libri apocrifi, che pur non scarseggiano in parole, sanno ben poco di lui; sospira per aver indagato con molta diligenza e fatica gli atti di San Mattia già un monaco del monastero di Eucario a Trier, vissuto nel secolo decimosecondo, che è l’autore della leggenda di Mattia; costui veramente nelle difficoltà incontrate s’aiutò in un modo, di cui scriveremo in seguito. La pericope però degli Atti degli Apostoli, che ci riferisce l’elezione di Mattia, sebbene breve, è così ricca di accenni alla personalità e all’ufficio di questo silenzioso Apostolo, che ci è ben possibile tratteggiarne la fisonomia.

GLI ANTECEDENTI DELL’ELEZIONE

L’elezione di Mattia fu sfiorata dall’ombra dell’oppressione ed indignazione della comunità primitiva per il traditore Giuda. Erano veramente passati quaranta giorni da quella fosca azione, e quali giorni! La settimana pasquale con l’Alleluia che discendeva e ascendeva; il mirabile periodo di tripudio e di dolore insieme per la misteriosa compagnia del Risorto; e proprio adesso erano ritornati gli Apostoli dall’ascensione del Signore e avevano ancora negli occhi lo splendore del cielo aperto, mentre nell’anima risuonavano ancora le ultime e solenni parole del Signore: « Riceverete la virtù dello Spirito Santo, che discenderà su di voi. E poi sarete miei testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, sino anzi ai confini della terra ». Luca nei suoi « Atti degli Apostoli » non riferirà più nulla della maggior parte di essi; nell’introduzione però del suo libro presenta alle giovani cristianità quei gloriosi uomini, « gli Apostoli eletti », ciascuno col proprio nome, riferendo com’essi in dignitosa processione salirono dall’ascensione del Signore « nella sala superiore: eran Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea; Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo; Giacomo, il figlio di Alfeo, Simone, lo Zelote, e Giuda, il fratello di Giacomo ». Manca uno, e il buon Giuda, il fratello di Giacomo, non vi può rimediare; che anzi il suo nome risveglia il ricordo dell’altro Giuda, dell’Iskariote, gravato di maledizione; non era più là, ma il suo ricordo pesava sull’animo di tutti; quella macchia ignominiosa non poteva passare inosservata e tanto meno come non avvenuta in seno al gruppo dei Dodici, sebbene fossero seguiti i fulgori della Risurrezione e dell’Ascensione. Appunto nella sala, ove adesso erano raccolti, il Signore aveva predetto l’incredibile gesto, che non erano in grado di comprendere nemmeno ora: « Uno di voi Mi tradirà »; s’immaginano di vedere ancora il traditore nel momento in cui se n’andò quatto quatto lungo la parete per uscire fuori nella notte; i giorni, ch’essi ora vivono, sono pervasi di tranquillità e di benedizione, della tranquillità che precede la bufera santa di Pentecoste; ma tuttavia Giuda torna di continuo alla loro mente, come una nube molesta. Questa spina dev’essere levata, quello scandalo dev’essere riparato; la loro comunità è macchiata ed è indegna della venuta dello Spirito Santo, finché non sia fatta una pubblica riparazione per l’opera del traditore; ci dev’essere un altro, che chiuda il baratro spalancato da Giuda, un altro deve compiere quanto quell’infelice non ha compiuto. E così vediamo gli Apostoli, i quali, non appena il Signore s’è allontanato da loro e si trovano riuniti insieme, prima ancora di Pentecoste, si propongono quale primo, urgentissimo ed unico affare l’elezione d’un Apostolo in sostituzione di Giuda. Quale sconcerto e quale oppressione non può mai creare in una comunità anche un solo traditore! Il discorso, che Pietro tenne per l’elezione, ne adduce senza dubbio motivi più profondi di quelli semplicemente psicologici: « In quei giorni Pietro si levò di mezzo ai fratelli — erano adunati insieme circa centoventi — e disse: “Fratelli! Doveva adempirsi la parola della Scrittura, che lo Spirito Santo ha predetto per bocca di David circa Giuda, che si prestò a guida dei carnefici di Gesù. Era annoverato fra noi ed ebbe parte in questo ministero. Con la mercede dell’iniquità si acquistò un fondo; ma poi cadde col capo all’ingiù, crepò per mezzo e si sparsero tutte le sue viscere. Questo divenne noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme, e quel fondo si chiamò nella loro lingua ”’ Hakeldama ”, che vuol dire “terra del sangue”. Nel libro dei Salmi di fatto sta scritto: “La sua abitazione resti deserta, nessuno abiti in essa”; e ancora: “Il suo ufficio lo riceva un altro” ». Ci potrebbe un po’ meravigliare che Pietro nel suo discorso, per provare ch’era necessario procedere ad un’elezione suppletiva, si appelli non semplicemente ad un comando del Signore, ma ad una profezia, che doveva adempiersi; può darsi però che in quei misteriosi quaranta giorni, che Gesù passò sulla terra fra la Risurrezione e l’Ascensione, fra l’al di qua e l’al di là, « quando aprì loro la mente per l’intelligenza delle Scritture », Egli stesso abbia interpretato di Giuda il passo del Salmo addotto da Pietro. Non va dimenticato poi che per la mentalità giudaica — fosse lo stesso anche per quella cristiana! — non v’era movente più incalzante per agire, che l’adempimento d’una parola biblica; mediante l’elezione d’un Apostolo sostituto doveva compiersi quello che lo Spirito Santo stesso, che stava appunto per discendere, aveva predetto e che Gesù aveva inequivocabilmente stabilito. Il Signore aveva stabilito che gli Apostoli fossero dodici, non undici e non tredici; come nessuno, che non discendeva da uno dei dodici figli di Giacobbe, i dodici capostipiti delle tribù, apparteneva al popolo di Dio dell’Antico Testamento, così pure l’Israele del Nuovo Testamento doveva essere spiritualmente generato a Cristo da uno dei dodici Apostoli. Seguendo il metodo, preferito al suo tempo, dell’interpretazione allegorica della Bibbia, Agostino scruta nel numero dodici degli Apostoli e vi trova un senso più profondo: tre è il numero santo di Dio; quattro è il numero del mondo; 3 + 4 e 3×4 significano l’opera di Dio nel mondo e col mondo; per questo sette e dodici sono « numeri sacri». « Le quattro direzioni del mondo: est e ovest, sud e nord, sono ricordate nella Trinità per mezzo del Battesimo nel Nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo. Ma quattro volte tre fa dodici ». Pietro, semplice pescatore com’era quando parlò prima dell’elezione di Mattia, non sapeva nulla di simili elucubrazioni ingegnose dell’umano pensiero; sapeva però una cosa dalla Scrittura, che cioè secondo il divino decreto doveva essere nuovamente nominato un dodicesimo Apostolo; il candelabro rimosso di Giuda doveva ardere di nuovo, il suo ufficio vacante doveva essere conferito a un altro. – Il celebre Rubens delinea Mattia col capo pensoso, umilmente inclinato. E di fatto egli dovette ripensare molte volte al mistero della sua vocazione all’apostolato; un altro era dovuto divenire apostata perché egli potesse divenire Apostolo; dalla vite Cristo dovette essere stroncato il ramo di Giuda perché Mattia vi potesse essere innestato in vece sua; la grazia del primo viene trasmessa al secondo; il peccato di quello è diventato benedizione per questi, esso è divenuto « culpa felix », la colpa felice non per lo stesso Giuda, ma per Mattia; quello che il traditore ha sperperato, è ora affidato a lui e quello che avrebbe dovuto fare, lo può ora far lui. Mattia allora chinò il capo profondamente e poi più ancora, e adorò l’ascoso decreto divino, ripetendo le ammirate parole del suo grande fratello Paolo, che presto l’avrebbe seguito nell’apostolato, lui pure per le vie della colpa, non degli altri, bensì sua propria: « O profondità delle ricchezze e della sapienza e della conoscenza di Dio! ». E anche noi, sperando e temendo dinanzi al mistero della grazia, che migra, che si ritira dagli uomini indegni e persino da interi popoli per passare a quelli, che portano frutto, ci sprofondiamo nell’adorante dossologia del nostro grande e incomprensibile Iddio: « Come sono imperscrutabili i suoi decreti, come infinite le sue vie! Chi comprende i pensieri del Signore? chi è il suo consigliere? chi Gli dà prima quello, che gli dovrebbe essere ricompensato? Da Lui e per Lui e a Lui è tutto. A Lui sia onore e lode in eterno! » (Rom. XI. 33).

LA CONDIZIONE PRELIMINARE PER L’ELEZIONE

Non è facile trovare negli scritti degli Apostoli un testo, che, come il discorso di Pietro per l’elezione di Mattia, esponga con tanta semplicità e a contorni così precisi le condizioni essenziali per il ministero apostolico. Da un candidato all’apostolato egli esige tre qualità, sulle quali non si può transigere; senza di esse il candidato non può affatto essere preso in considerazione, anche se sotto altri aspetti fosse trovato eminente; e quello che merita d’essere rilevato nelle esigenze di Pietro è che le condizioni da lui stabilite s’accordano esattamente, e sino alle sfumature più insignificanti, con i compiti apostolici, quali sono delineati dal Vangelo stesso. Nel Vangelo infatti di Marco, l’ufficio e i compiti d’un Apostolo sono descritti, in occasione della elezione degli Apostoli, con le parole: « Gesù chiamò a Sé quelli, che Egli stesso volle; Egli nominò dodici. Questi dovevano essere costantemente accanto a Lui, e voleva inviarli a predicare ». Essere chiamato, inviato e del seguito di Gesù: ecco quello, che solo può creare un suo Apostolo. – Quello dunque che Pietro disse nella sua allocuzione prima della elezione di Mattia è solamente un’eco del Vangelo: « Bisogna che uno degli uomini, che furono con noi tutto il tempo, nel quale il Signore Gesù uscì ed entrò di mezzo a noi, a cominciare dal battesimo di Giovanni sino al giorno, in cui Egli fu da noi assunto, bisogna che uno di questi sia testimonio con noi della sua risurrezione ». « Poi pregarono: “Tu, o Signore, conosci i cuori di tutti. Mostra quello di questi due, che Tu hai eletto ad assumere questo servizio, il ministero apostolico, che Giuda infedele ha abbandonato per andare al luogo suo” », Pietro sottolinea con accento speciale la terza caratteristica richiesta per l’apostolato: la costante e fedele sequela di Gesù dall’inizio al termine della sua vita. Basterebbe quest’unica esigenza d’una semplicità principesca per confutare le insinuazioni degli increduli, per i quali gli Apostoli, tipi piuttosto creduloni, anche se non impostori, sarebbero caduti vittime dei loro propri desideri. Pietro di fatto pretende precisamente che un Apostolo possegga una cognizione della vita di Gesù completa e soda, e non solamente superficiale o fantastica. L’Apostolo deve aver dinanzi non dei sogni, ma i fatti; non si richiede da lui alta erudizione e nemmeno un ardente entusiasmo, ma ben invece la tranquilla oggettività. Pietro ci offre una conferma del suo primo discorso, quando trent’anni più tardi, ormai prossimo alla morte, ci assicura con le ultime proposizioni che diresse alla cristianità: « Noi non ci siamo attenuti a dotte favole, quando vi notificammo il potente ritorno del Signore Gesù Cristo; noi fummo testi oculari della sua gloria »!. – Che l’Apostolo debba convivere insieme col Signore è ordinato a quell’altro suo compito essenziale, alla missione cioè per Cristo. Nient’altro è un Apostolo che un testimonio di Cristo, purché s’intenda in profondità e lunghezza e larghezza; Pietro dice: « Testimonio della sua risurrezione », perché nella Risurrezione del Signore s’incentra tutto il Cristianesimo, come la vita nel cuore; il discorso stesso che il medesimo Apostolo tenne nella prossima festa di Pentecoste non fu che una predica di Pasqua; il nuovo Apostolo quindi, che con gli Undici dovrà d’or innanzi annunziare Cristo, deve aver vissuto insieme con loro il miracolo di Pasqua. Ma, è evidente, non soltanto questo; poiché l’Apostolo non ha da annunziare solamente la gloria di Gesù Cristo, ma anche la sua verità; il candidato dev’essere stato quindi spettatore della vita e dell’opera pubblica di Gesù fin dal principio, « fin dal battesimo di Giovanni ». – Per il futuro Apostolo è richiesta pure una terza cosa, la quale poi per importanza è la prima: la divina chiamata. « Mostra Tu — Tu! — colui, che hai eletto! »; gli Undici non osano nominare un successore a Giuda, ispirandosi alla propria impressione o, peggio, alla loro simpatia e assumendosene la responsabilità; « Non voi avete eletto Me, Io ho eletto voi »; questa norma fondamentale del Signore doveva essere decisiva anche per l’elezione suppletoria di uno dei Dodici. Il ministero apostolico infatti importa una dignità e un onere così sublimi, che nessuno, se non Iddio solo, può imporli, a nessuno, se non a Lui solo, è lecito imporli; un altro Apostolo, Paolo, difenderà il suo apostolato, scrivendo: « Nominato Apostolo non dagli uomini né per mezzo d’un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e Iddio il Padre ». Certamente in questo terzo requisito per essere Apostolo traspare la leggera differenza fra Mattia e gli altri Apostoli. Gli altri, fatta eccezione per Paolo, di cui, come d’un caso tutto particolare, dovremo scrivere diffusamente più sotto, furono chiamati dal Signore durante la sua vita mortale; Mattia invece fu eletto da Cristo esaltato, non però direttamente come gli altri, ma mediante l’espediente delle sorti; e così fu scongiurata un’idea troppo angusta e rigida nei riguardi dell’Apostolo. Le tre condizioni: vocazione, sequela e missione di Gesù restano senza dubbio essenziali e in senso proprio per l’ammissione all’apostolato, e va data la massima importanza specialmente al fatto che, nella elezione degli Undici, come in quella di Mattia e più tardi in quella di Paolo, fu adempiuta la prima condizione: la chiamata all’apostolato da parte del Signore; ma questa chiamata può venire anche mediatamente e anzitutto può venire da Cristo esaltato, come lo dimostra l’elezione di Mattia. Con questo fu appianata la via anche per l’apostolato di Paolo, e forse qui sta la singolare importanza di quella semplice elezione. Ma essa si presta anche a un altro rilievo: con l’elezione di Mattia il Collegio dei Dodici fu di nuovo strettamente compaginato e conchiuso; e nondimeno giungerà presto un tale, Paolo, tutto solenne, con la pretesa e gli argomenti d’essere egli pure un vero Apostolo di Gesù Cristo come i Dodici, e non solamente « apostolo » in senso più largo e traslato; il semplice Mattia quindi termina i Dodici e insieme annunzia il più vigoroso di tutti gli Apostoli, Paolo. – Ma non lasciamo in disparte troppo il buon Mattia stesso! Veramente questi dettagli dovevano precedere, perché soltanto sullo sfondo del discorso del primo Apostolo per la sua elezione può essere tratteggiata la figura dell’ultimo Apostolo; son precisamente le parole di Pietro che proiettano luce su di lui, che fiorisce nella Scrittura nascosto in essa, quasi come un San Giuseppe. Mattia dunque era uno degli « uomini, che per tutto il tempo in cui il Signore entrò e uscì, a cominciare dal battesimo’ di Giovanni sino al giorno in cui Egli fu assunto, furono insieme con i Dodici », idoneo e indicato, come essi, a divenire « testimonio della Risurrezione ». Queste parole degli Atti degli Apostoli ci mettono in grado di ricostruire in qualche modo la vita del nostro Apostolo. Mattia fu dunque vicino al Signore fin da principio; come parecchi dei primi Apostoli, apparteneva forse anche lui ai discepoli del Battista; quando Gesù diede inizio alla sua vita pubblica, egli dovette certamente prendere congedo dal suo villaggio e dalla sua professione. Seguì il Signore per tutte le vie; ascoltò le parole della predica sul monte e sul lago; vide i malati guariti, gli ossessi rabboniti, i morti risvegliati da Gesù e i pani moltiplicati fra le sue mani. Rimase fedele a Gesù anche in quell’ora critica, che tenne dietro al discorso eucaristico nella sinagoga di Cafarnao, quando anche « i suoi discepoli ne mormoravano », anzi « molti di essi si ritirarono e non andavano più con Lui », e persino uno dei Dodici, Giuda, defezionò nel suo cuore; può essere che fin d’allora la grazia dell’apostolato, manifesta all’occhio di Dio solo, si sia ripiegata da Giuda verso Mattia. Egli stette con la sua anima presso il Signore anche quando calarono le tenebre della sua passione; ma celebrò pure la Pasqua e stupì e gioì con gli altri alla notizia del sepolcro vuoto. Veramente un discepolo fedele per tutto il tempo lungo e angoscioso nel quale il Signore Gesù entrò e uscì! – Lo storico ecclesiastico Eusebio riferisce che Mattia sarebbe stato annoverato dal Signore stesso fra i settanta o i settantadue discepoli; e questo è molto verosimile. Gli Apostoli e i discepoli erano fra di lero uguali nell’onere, ma non nell’onore; se si confronta il discorso di Gesù prima dell’invio degli Apostoli con quello che tenne ai discepoli — Matteo, a dir vero, li compendia tutti e due in un unico discorso, si riconosce senza difficoltà che tutti e due i gruppi, quello degli Apostoli e quello dei discepoli, furono inviati per il medesimo duro lavoro ed esposti allo stesso pericolo; l’epoca anzi dell’invio dei discepoli era ancor più seria e minacciosa di quanto lo fosse stata quella prima degli Apostoli; Luca soggiunge immediatamente dopo il grido « Guai a te! » sulle città impenitenti; « Ecco, Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi » è dichiarazione rivolta ai discepoli. Ad essi però non fu concesso quel diritto e tanto meno quella dignità, che furono invece accordati agli Apostoli. Quando, all’elezione degli Apostoli, il Signore si scelse il gruppo ristretto dei suoi confidenti, pronunciato il nome del decimosecondo, la sua voce s’abbassò sensibilmente ed escluse tutti gli altri, fra i quali anche Mattia; a lui non fu promesso nessuno dei dodici troni al di sopra delle tribù d’Israele, e nemmeno fu ammesso alle quiete ore della intimità, che il Signore donò solamente ai suoi Dodici; quand’Egli s’aggirava con loro attraverso i campi ondeggianti o se n’andava fuori sull’azzurro lago o li radunava nella sala intorno a Sé  e parlava a loro come ad « amici » e « figlioletti », allora Mattia non c’era. – Ma dunque tanto più eroico, se per « tutto il tempo, nel quale il Signore Gesù entrò e uscì », perseverò fedele accanto a Lui sotto il peso e il calore dei giorni. Egli adempì instancabile e indefesso, in qualità di semplice discepolo di Cristo, il suo rigido dovere, senza le prospettive d’una prelatura; non sperò né desiderò mai un ufficio d’Apostolo. Nella numerosa schiera dei settanta discepoli egli dovette segnalarsi fra tutti gli altri, perché è molto significativo che in quella comunità elettrice di « circa centoventi fratelli » sia stato presentato come candidato all’ufficio apostolico precisamente lui; si manifesta in questo la generale estimazione di cui godeva. Parecchi, senza dubbio, sarebbero stati d’accordo per « farsi annoverare fra gli Apostoli eletti », e forse già in quella prima elezione ecclesiastica fecero capolino le meschine debolezze umane; se non che il grave discorso di Pietro e la luce iniziale dello Spirito Santo condussero a rintracciare il più degno; degno della dignità è colui, che per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù entra ed esce, lavora come fedele discepolo di Cristo.

LO SVOLGIMENTO DELL’ELEZIONE

« Essi presentarono due: Giuseppe, detto Barsaba, col soprannome di Giusto, e Mattia. Poi pregarono: “Tu, o Signore, Tu conosci i cuori di tutti. Mostra chi di questi due hai eletto”. Egli deve ricevere questo ministero, l’ufficio apostolico, dal quale Giuda traviò per andare al luogo suo. Gettarono la sorte su di loro; e la sorte cadde su Mattia, e così fu aggregato agli undici Apostoli ». Questo testo degli Atti è di grande interesse, perché fin da questo momento, ancor prima della sua nascita nel giorno di Pentecoste, appare l’interna struttura della Chiesa nei suoi tre elementi, il monarchico, il gerarchico e il democratico. In Pietro si manifesta quello monarchico. Non appena il Signore se n’è volato al Cielo, egli mette mano ai remi con una sicurezza e naturalezza mirabili, proprio come un tempo sul lago di Galilea nella sua barca da pesca. Questa prima pagina degli Atti degli Apostoli è come una risonanza dell’ultima pagina del Vangelo: « Se Mi ami, pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore! »: Pietro è il promotore, l’oratore e la guida di questa elezione apostolica. La Chiesa monarchica! Frattanto è significativo assai il fatto che proprio Pietro, il condottiere e la roccia della Chiesa, nel suo primo atto ufficiale, faccia attenzione e sia sollecito del secondo elemento essenziale della Chiesa, e cioè della sua gerarchia. La Chiesa non è affidata a Pietro soltanto, ma ai Dodici, che costituiscono un gruppo di persone trascelte dalla moltitudine dei fedeli. Non può presentarsi quale pubblico « testimonio della risurrezione » chiunque; da un passo dell’Apostolo Paolo sappiamo che in una sua apparizione il Risorto s’era un giorno « manifestato più che a cinquecento fratelli »; e nondimeno nella elezione di Mattia viene nominato espressamente un « testimonio della risurrezione », perché sia confermato e autorizzato come tale ufficialmente; poiché è della costituzione fondamentale della Chiesa che vi sia un ordine sacro, una « Gerarchia » di uffici e di ministeri, che sono riservati solamente ad « eletti » e sottratti ad ogni arbitrio. E tuttavia proprio in questo primo atto ufficiale dei pastori e dei gerarchi è palese pure nella Chiesa un involucro marcatamente democratico. E anzitutto perché ognuno, che n’è capace e degno, può ascendere sino a quegli uffici riservati ed eletti, senza nessun riguardo a rango o a condizione; ma poi per un motivo ancor più profondo, perché cioè la stessa comunità, che allora contava solamente centoventi fratelli, esercitò un certo diritto di voce attiva, proponendo i due candidati per l’apostolato. La Chiesa di Cristo risulta costituita non solo di « Pietro » e dei « Dodici », del Papa e dei Vescovi, ma anche essenzialmente dalla comunità dei credenti. saluta i primi cristiani nità dei credenti. Appunto Pietro, il primo « monarca », saluta i primi Cristiani con le sublimi espressioni: « Voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, un popolo santo, un popolo proprietà di Dio ». –  Ci allontaneremmo troppo dal buon apostolo Mattia, se ora volessimo trattare della varia limitazione o accentuazione dell’elemento monarchico, gerarchico e democratico nella Chiesa lungo il corso dei secoli; basterà dire che ora prevalse l’uno, ora l’altro e talora anche il terzo; ma dall’elezione di Mattia in poi vi fu e v’è sempre nella Chiesa un’unica suprema direzione, seguita da una schiera di « eletti » con ministeri riservati a loro solamente, e in fine il « popolo santo di Dio », che collabora con la parola e con l’opera. Ma tutti, « Pietro », « i Dodici » e « i centoventi fratelli » si sottomettono alla suprema direzione, quella del Signore: « Mostra Tu quello fra questi due, che Tu hai eletto! ». « Pietro è solo il rappresentante di Cristo; non si dà quindi che un unico Capo di questo Corpo, cioè Cristo. È Lui che infonde nei credenti la luce della fede; ed è Lui, che arricchisce con i doni soprannaturali della conoscenza, della intelligenza e della scienza i pastori e i maestri e specialmente i suoi rappresentanti sulla terra ». A noi, gente d’oggi, fa meraviglia nell’elezione di Mattia il modo, col quale fu ricercata la volontà della divina Provvidenza: si gettarono le sorti; gli Apostoli, ch’erano fedeli giudei, sentivano diversamente da noi. L’interrogare la sorte per venire a conoscere la volontà di Dio fu un mezzo molto usato anche presso il popolo d’Israele, come presso gli altri popoli antichi; in certi casi anzi la sorte era prevista dalla stessa Sacra Scrittura. La Terra Promessa era stata divisa fra le varie tribù, stirpi e famiglie mediante le sorti; anche l’elezione di Saul a re cominciò con le sorti. Gli Apostoli, quindi, ritennero che fosse del tutto conforme alla pia mentalità del Vecchio Testamento procurare di conoscere mediante le sorti chi il Signore aveva stabilito per l’ufficio di apostolo. Il gettar delle sorti avveniva nel modo seguente: i nomi dei candidati venivano scritti su tavolette, che poi si agitavano in un’urna; l’eletto era colui, la cui tavoletta era estratta per prima.

È evidente che dei due candidati, sui quali dovevasi portare l’importante decisione, Mattia era il secondo; Giuseppe, figlio d’un certo Saba, a noi del resto sconosciuto quanto Mattia, stava decisamente al primo posto con l’onorifico soprannome romano di « Justus », il Giusto, il pio. Ci è lecito pensare che la comunità elettrice avrebbe nominato apostolo Giuseppe, qualora la decisione fosse dipesa da essa; ma la scelta divina cadde diversamente: quando, dopo alcuni momenti di forte tensione, venne fuori la tavoletta, apparve essere quella di Mattia. Perché? «Tu, o Signore, conosci i cuori di tutti ». Il pio Giuseppe, buono e umile, avrà stesa la mano a Mattia, presentandogli i suoi voti di ogni benedizione; Mattia avrà assunto il posto, rimasto vacante per la defezione di Giuda, umile e pensoso. Ora egli appartiene a quei grandi Dodici, che un giorno giudicheranno le dodici tribù d’Israele e saranno le fondamenta della celeste Gerusalemme; e non per proprio merito, ma per la benevolenza di Gesù e per la colpa di Giuda. La giovane Chiesa emise un profondo respiro; quell’uno, che s’era dato in balìa allo spirito maligno, è eliminato definitivamente; i Dodici sono pronti per ricevere lo Spirito Santo. Non appena finita l’elezione, Mattia ricade nuovamente nella più piena oscurità. Vive con tutti gli altri l’ardente e gioiosa grazia della tempesta di Pentecoste, ma anche la sorte dolorosa di soffrire nella prigionia e nella flagellazione « ignominia per il Nome di Gesù »; gira e predica e risana; ma la Scrittura non gli dedica più una sola parola; egli è semplicemente uno dei Dodici. Gli Atti degli Apostoli apocrifi pure sanno dire appena qualche cosa di lui, che meriti d’essere ricordato; è vero che ci sono sul suo conto delle leggende greche, copte e latine anche più antiche, ma esse confondono sempre Mattia con Matteo, e quindi gli attribuiscono discorsi e viaggi, che abbiamo già incontrati nelle leggende di Matteo, come, ad esempio, il viaggio con Andrea nella terra « degli antropofagi » o nell’« Etiopia esterna ». Quanto il nostro Apostolo sia stato ignorato anche nella Chiesa latina sino al secolo undecimo lo dimostra pure il fatto che di tutti i secoli precedenti si conservano di lui soltanto due discorsi commemorativi, uno dovuto a un abate di Montecassino del secolo nono, un secondo attribuito ora a Sant’Agostino e ora al Venerabile Beda. – Neppure quegli scrittori dell’antichità cristiana, che raccolsero le notizie intorno ai sepolcri degli Apostoli, scrivono sillaba di Mattia; così, per esempio, Paolino da Nola, Venanzio Fortunato e Vittore da Capua. Eusebio riferisce d’un vangelo non autentico di Mattia, che sarebbe sorto in ambienti gnostici dell’Egitto nella prima metà del secondo secolo e conteneva delle pretese dottrine arcane, comunicate a Mattia da Cristo. Certo è che anch’egli lavorò in Giudea; più in là forse si spinse appena, quasi volesse, come Apostolo sostituto, esercitare sempre il suo apostolato sotto una certa alta direzione degli Apostoli più anziani, quasi un umile discepolo. La mancanza delle informazioni anche leggendarie potrebbe far supporre che Mattia sia morto piuttosto presto. Clemente Alessandrino avrebbe saputo da Eracleone che questo Apostolo sarebbe morto di morte naturale; egli ci riferisce pure l’unico detto, che viene attribuito a lui, mentre altri però lo attribuiscono a Matteo: bisogna combattere la propria carne e trattarla con rigore. – Dopo questo silenzio quasi completo del primo millennio nei riguardi di Mattia, ci sorprende ancor di più che nel secolo decimoprimo o decimosecondo vengano a galla tutto d’un tratto notizie molto accurate e precise circa la sua origine, la sua attività e il suo martirio, con l’aggiunta d’una seconda parte, nella quale ci è ammannita una storia dettagliata intorno alle sue reliquie. È la leggenda di Mattia di Trier. L’autore, un monaco di Trier negli anni 1127 e 1148 circa, afferma d’esser venuto a conoscere « i fatti di S. Mattia » da un antico scritto giudaico, avuto da un giudeo; la sua pretesa « traduzione » però è una goffa falsificazione, concepita, se si vuole, con la buona intenzione di edificare. In questa leggenda così tardiva di Mattia, la più recente di tutte le leggende riguardanti gli Apostoli, si legge pure la notizia che Elena, la madre dell’imperatore Costantino, oriunda di Trier, ottenne con le sue istanze che fosse eletto vescovo di Trier Agricio (+ 332), cui avrebbe rimesso la veste inconsutile di Cristo, un chiodo della croce e le reliquie dell’apostolo Mattia; frattanto queste sarebbero cadute in dimenticanza e sarebbero state ritrovate una seconda volta solo nel 1127. Nel Medio Evo i pellegrinaggi a questo sepolcro apostolico, l’unico in terra tedesca, ebbero un grande incremento; però anche S. Maria Maggiore di Roma pretende di possedere le reliquie di Mattia. L’arte, quale suo strumento di martirio, gli mette in mano l’accetta, più raramente invece la lancia o la spada, a seconda delle varie leggende, che segue; ma il nostro Apostolo deve all’accetta, se fu eletto a loro patrono dai macellai e dagli ingegneri. – Lasciamo ancor una volta queste leggende incerte e insoddisfacenti, dalle quali non dipende affatto la nostra fede, e torniamo alla serena informazione degli Atti degli Apostoli. Mattia ci fa l’impressione come d’un gentile e tranquillo Sabato Santo; il Venerdì Santo col suo delitto è passato; Giuda è sostituito e riparato. Mattia però è anche di più d’un Sabato Santo. Egli fu eletto quale « testimonio della Risurrezione »; ed è « testimonio della Risurrezione » anche in un secondo senso, che negli Apostoli più anziani non abbiamo: il più giovane degli Apostoli per chiamata, egli è con la sua semplice presenza una prova vivente che Cristo non tramonta, quand’anche si perpetrasse ai suoi danni il crimine più orrendo, il tradimento cioè da parte del suo proprio Apostolo; il vile traditore perisce, mentre il Signore celebra la sua « Risurrezione » in un altro Apostolo.

QUARESIMALE (III)

QUARESIMALE (III)

DI FULVIO FONTANA
Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)

PREDICA TERZA


Matt 5:13-19

Ego autem dico vobis: diligite inimicos vestros .

San Matteo al c. V.

Nella Feria festa delle Ceneri.

Chi perdona l’offese ricevute dall’Inimico, nulla perde di reputazione; molto acquista d’onore, perché segue l’Esempio di Cristo, perché obbedisce al comando di Dio.

Disse pur bene Temistocle, allorché rispose à colui che gli si offriva d’insegnarli il modo e l’arte di ritenere a memoria quanto mai avesse bramato ricordarsi; poiché gli soggiunse, che cola assai più grata gli avrebbe fatto, se gli avesse insegnato il modo di torsi dalla memoria quanto talora è, non solo utile ma necessario dimenticarsi: Gratius sibi facturum, si se oblivisci, que vellet, quam si meminisse docuisset. Piacesse pure al Cielo, che vi fosse una simile arte; certo, che, se vi fosse, moltissime serpi di discordie nascenti e potrebbero appena nate, strozzate: certo, che con facilità si potrebbero togliere dal cuore quelle piccole spine, che scovate, altro non producono che ferite, e talora mortali; si potrebbe togliere dall’animo quel picciolo veleno di disgusto, che tenuto qualche tempo, infetta le vene con tossico mortale di crudi risentimenti. Ma nostra disgrazia: una si’ bell’arte, di dimenticarsi quanto talora è necessario scordarsi, non v’è. Che faremo dunque per togliere dal cuore degli Uomini la brama delle vendette? Ricorreremo alla grazia, e con l’ajuto di questa, mostrerò esser gloria perdonare: tanto più, che si segue l’esempio di Cristo, il comando di Dio che vuole il perdono delle ingiurie, e son da capo. Orsù dunque, ditemi qual è il motivo, che vi suscitò lo sdegno, e vi dà impulso alla vendetta? grande, voi mi replicate, sono stato oltraggiato nella riputazione, danneggiato nella roba, perseguitato nella vita, ha operato con me da furbo, da scellerato: conviene che mi vendichi, altrimenti, vi rimetto del mio onore, della mia riputazione. Piano, piano, date luogo alla passione per conoscere apertamente quanto v’ingannate, con dire, che se non vi vendicate, vi rimettete d’onore, e di riputazione. Consideriamo attentamente questa verità. Ditemi, chi compone, chi forma il mondo? senza dubbio i consigli, i Magistrati, i Governatori, i Principi, gli Ecclesiastici, o Secolari. Or questi asseriscono che sia vergogna il perdonare? Appunto anzi questi con intimar castighi, e con fulminar censure parlano con lingue di spavento, non esser vergogna, ma gloria il perdonare. E se pur volete dilatar questo mondo, non vi porrete à formarlo, salvo, che di dotti, di savj, e di pii: ed è pur vero, che quanti sono i dotti, ed i savj, altro non fanno, che impiegarsi nello stabilimento della quiete, della concordia, della pace, ed i pii ben spesso a tale effetto porgon preghiere a Dio, acciò si estirpi ogni odio dal cuore de’ vendicativi, dunque non è vergogna perdonare. Voi mi replicate, che tanto v’è un mondo, benché picciolo, il quale afferisce esser vergogna il perdonare. Questo vostro mondo; v’intendo, è una combriccola di quattro cervelli sventati, che vivono a stampa, e senza coscienza, e con una tintura di politica diabolica, e presso di voi avrà più forza un tal piccolo mondo, e non l’avrà quel mondo vero composto di Magistrati, di governatori, di dotti, di savj, di pii? Anzi mirate quanto è stolto questo vostro mondo, su di cui v’appoggiate. Egli se or che siete sano, vi dice, che se perdonate vi rimettete del vostro onere; di li a poche ore, se per disgrazia sarete moribondo, vi dichiarerà per infame, se non perdonate. Mi meraviglio di voi. S’acquista gloria a perdonare l’ingiurie, a rimetter l’offese. Eh, che non si perde, torno a dirvi, di riputazione a perdonare all’inimico. Sapete quando vi rimettete del vostro onore, della vostra riputazione? allor che fate fare, o stendere quei testamenti, che cominciano col nome di Dio, e finiscono con quello del diavolo: allorché praticate quelle usure, opprimete la vedova, assassinate i pupilli, litigate contro ragione. Allorsì, che vi rimetti del tuo onore, o donna, quando porti le ambasciate, i biglietti, i regali, ma non già quando perdoni al prossimo; allora sì, quando presti la casa, dai la comodità , fai la guardia, o allora sì, che vi rimetti del tuo onore: del tuo onore vi rimetti a condur la Figlia in quelle veglie, a lasciar venire in Casa gli amanti: o qui sì, che vi si rimette del tuo onore, e già si sparla, come di riputazione perduta. Se bene in materia di tanta importanza trattandosi di riputazione, non voglio che crediate a me ma a voi stessi; il seguente caso, che son per narrarvi, vi ha da far decidere, se veramente si perda di riputazione, o pur si acquisti d’onore nel perdonare. Uditelo, e preparatevi al pianto, perché certo non si può sentire senza tributo di lacrimare. Narrano le storie della minima mia Compagnia di Gesù come una gran dama rimasta in stato vedovile, e con ampie facoltà, avea per frutto delle sue nobilissime nozze un figlio in età di diciasette anni, unico erede di tutte le sostanze, pupilla degli occhi suoi. Or mentre questi stavasene un dì ordendo in mezzo alla strada un certo giuoco, si abbatté a passare un forestiero, il quale accidentalmente glielo scompose. Si sdegnò il nobil garzone, e con alcune parole resistente ferì si altamente l’animo del forestiere, che tirato mano alla spada, gli stese una stoccata sì fiera, che colpitolo nel mezzo del petto lo passò banda a banda, e lo stese sepolto, e morto nel proprio Sangue. Affacciatasi in questo mentre alla finestra la madre vide e che vide? Vide estinto dentro un lago di sangue l’unico erede delle sue sostanze, il caro suo Figliuolo. Immaginatevi qual dovesse essere il dolore; ma che? come donna di gran pietà, alzati gli occhi al Cielo, se non frenò le lacrime, certo compose il cuore rimettendosi al divino volere. Frattanto l’uccisore cercando scampo entrò nella prima casa che trovò aperta e appunto era quella dell’estinto; salì le scale, giunse alla sala, s’inoltrò nelle camere ove veduto dalla madre col ferro in mano, imbrattato nel sangue del figlio, sentissi richiedere di ricovero; al che ella prontamente condiscese e frettolosa ordinogli un lauto pranzo; e prima di porlo a tavola, volle ella pure dar da lavare a quelle mani intrise nel Sangue del suo unico figlio; ella pure il servì a mensa, la quale terminata gli disse: or sappiate, o figlio, dico figlio, perché avendomi voi tolto con questo ferro l’unico figlio che avevo, voi prendo, e voglio per figlio. Sentite, in niun luogo voi siete meno sicuro che in questo, nel qual presto sarà la Corte. Io pertanto vi consiglio a partire; eccovi in aiuto questa borsa piena d’oro, e vi servirà per il vostro viaggio; andate alla stalla, e qui vi troverete un buon cavallo, quello pure prendete, col quale potiate presto uscir di Stato. Più voleva dire, ma fu costretto à dar sfogo alle lacrime. Che dite, o stolti vendicativi? vi pose del suo onore in perdonare questa signora? Eh, che voi stessi asserite, che non vi rimise d’onore, ma l’acquistò per atto sì bello. Se non vi avesse acquistato d’onore, che accadeva, che s’impiegassero le penne in lasciarci memoria di sì bel fatto? e fu quello, che dié nome di strada pia, a quella strada, ove è il nobil palazzo. Ah sciocco, e avrai più ardire di dire che vi rimetti del tuo onore a perdonare l’ingiurie? del tuo sì, e del più prezioso vi rimetti a non perdonare, perché vi metti l’anima. – Ecco, o vendicativo, sbattuto il tuo gran motivo di vendetta; e perciò, quando tu non ti arrendi al perdono, io non so più, che dirmi; salvo che richiederti à specchiarti in questo Cristo , e à riflettere qual esempio Egli ti abbia dato di perdono: starò à vedere, che tu ardisca né pur di pensare di rimettervi del tuo onore à seguir l’esempio di Cristo, magna gloria est sequi Dóminum. È certo, che l’esempio d’un grande ha forza maggiore per muovere alla sua imitazione: bastò, che Abimelecco, Re bisognoso di molte legna per certe funzioni di Guerra ne togliesse con mano reale un pezzo, perché tutti, non solamente soldati, ma uffiziali più riguardevoli, se li ponessero sulle spalle. Rifletti un poco a belli esempi, che ti ha dato questo Cristo, supremo Monarca Principe degli Angeli e degli uomini; che esempio diede? quante grazie compartì Egli ai Pontefici, a’ Farisei, che lo perseguitarono? pareva che gli strapazzi fossero per quei ribaldi semenze di beneficj. Qual dolcezza mai mostrò a Giuda, dandogli fino con le sue mani il suo Sangue nella Eucaristia? Acciò se ben l’aveva venduto, ad ogni modo fosse suo. Che clemenza non praticò con quel Malco, che più sacrilego di tutti gli altri ardì d’essere il primo a mettergli le mani addosso? gli rese con un miracolo l’orecchio recisoli da San Pietro; quasi che poco gli paresse di beneficare in altra guisa quell’empio, se non metteva mano all’Onnipotenza. In somma la sua Santissima Passione fu un gran compendio per sé d’oltraggi, e per i suoi nemici di grazie; sicché fu Cristo simile al sole, che quantunque ingombrato da nuvole, ad ogni modo fà benefizj; simile ad una pianta fruttifera, che dà i suoi pomi anche a quelli stessi che la percuotono. Ah, che se questi furono rari esempi d’amore verso chi ci maltratta, furono però come piccoli indizj di quel massimo, che ci diede sulla Croce, e fu veramente degno di un Dio. Udite: Pater, dice Egli rivolto all’Eterno Padre, Pater ignosce illis, Padre, Eterno Padre, il vostro Unigenito vuole una grazia da Voi prima di morire: domanda o Figlio: che perdoniate … e a chi? a chi m’ha tradito, condannato, crocifisso, Pater ignosce: a chi? a chi con duri chiodi m’ha confitto le mani; Pater, … dì Figlio a chi? A chi m’ha traforato i piedi, me li ha fermati su questo legno; Pater ignosce, si Figlio, perdonerò: perdonate a chi da capo
a piedi m’ha flagellato, a chi m’ha coronato di pungentissime spine. Pater ignosce: à chi? A chi m’aprì con dura lancia questo costato. A chi? A chi m’ha posto in Croce; a chi? a chi mi toglie la vita, a chi mi dà la morte: Quis appetitus, griderò io con Ambrogio, non discat ignoscere, quando pro persecutoribus Christus orabat? E chi sarà, che sdegni di perdonare se Cristo chiede il perdono per i suoi nemici con tante bocche, quante sono le ferite? Qual vendicativo sarà sì protervo, che vedendo il Re de Regi, che perdona, voglia ostinato a vendicarsi, non voglia perdonare? Se vi è, esca di Chiesa: non deve star qui superbo contro di chi l’offese; se Cristo spasima sulla Croce per chi l’oltraggiò. Gran cosa? Cristo perdona, mentre vogliono, a tutti; e tu non vuoi perdonare né pure ad uno; perdona un Figlio di Dio; e non vuoi perdonare tu, che sei Figlio della putredine, creatura vilissima. Cristo ha perdonato a te tante volte; e tu non vuoi perdonare neppure una volta. Cristo perdona ancorché non sia pregato; e tu nieghi di perdonare, pregato non solo dagli uomini, ma dai Santi, dalla Vergine, da Dio: si può vedere ostinazione più sacrilega di questa? Or va, va’ maledetto e già che non ti muove l’esempio di Cristo, bisogna dire, che non sei, o non meriti d’esser Cristiano. Ecco, vedi, ecco Cristo, che ti volta le spalle da questo luogo, come appunto te le rivolta anche dal Cielo. Mio Dio, parlo contro di chi non vuol perdonare; mio Dio perdonatemi, fatelo strangolar da’ diavoli, e non riceva perdono da Voi chi non seguendo il vostro esempio, sfacciatamente lo nega; prima che parta da questo tempio abbandonatelo affatto, e con i vostri chiodi piantategli in mezzo al cuore l’eterna sua dannazione. Deh lasciate che con libertà io parli. Sacri Pastori, ordinate con comando irrevocabile che si tolgano via dalle Chiese gli adorati Tribunali della Confessione e voi Ministri riveriti del Tempio prontamente eseguite. Non è dovere che Dio perdoni le offese a chi non perdona; e quel Sangue di Gesù, che si sparge a salute di chi perdona, sia a dannazione di chi vuol vivere vendicativo. Se bene a che stancarmi? Dio comanda, tanto basta, conviene a forza obbedire. Iddio comanda: che rispondi? La mia riputazione: non importa, perdona. La mia robba: non importa: voglio, perdona. La lite ingiusta: non importa: voglio, perdona. È  ancor caldo il cadavere del figlio, del marito, del fratello, del cognato: non importa: voglio, perdona. Che dici? Che rispondi? Bene t’intendo; tu mostri di non saper chi sia quel Dio che ti comanda: odi e inorridisci. Olà teste altere, teste superbe, teste balzane inchinatevi, abbassatevi, umiliatevi. È  Dio che parla, e parla a voi con comando: or non parla per bocca mia a Turchi, ad eretici, a scismatici, a gentili, a diavoli, che o lo negano, o lo strapazzano, o non lo conoscono, o l’odiano; ma parla a voi, che avete la fronte bagnata d’acque battesimali. Sapete chi è quello che vi comanda il perdonare all’inimico? Egli è quello che scarica le tempeste sopra de’ tuoi campi; quello che manda le mortalità negli armenti; quello che in un sol giorno ha fatto morire trenta mila persone nella Città di Genova e di Napoli in un sol dì, percuotendole con fiera pestilenza. Egli è quello che ti ha scosso da’ fondamenti con fiero Terremoto la tua abitazione. Egli è quello che è Padrone assoluto della tua roba, de’ tuoi, di te! Egli è quello che postquam occiderit corpus, habet potestatem mittere in gehennam, che dopo d’averti posto il corpo morto in terra, ha podestà di piantarti l’anima nell’inferno per tutta l’eternità. –  Questo è quel Dio, di cui dice il Santo Giobbe, che con un fiato solo può incenerirvi, vidi eos qui operantur iniquitatem fiante Deo, periisse; non dice folgorante, non dice fulminante: ma fiante, perché se Dio vuole, tutti ad un’ora ci può con un soffio distruggere: Spiritu labiorum suorum, dice Isaia, interficiet impium. Or questo Dio sì grande, e sì potente ti comanda, che tu non odii l’inimico, che vale a dire, non gli trami la morte, non gli scriva contro, non fomenti la giustizia, non gli tolga la roba, o reputazione; ma di più, quando tu dicessi di non fare niuna di queste cose, e di non odiare il tuo prossimo, Egli anco vuole, che tu dia segni aperti di non portargli odio, e perciò lo saluti, gli parli, non gli volti le spalle, non abbandoni i compagni quando egli sopraggiunge; hai da trattare (questa è la legge di Dio) il cittadino da cittadino, il fratello da fratello, la sorella da sorella, il parente da parente. Vi saranno (così non fosse) tra’ miei Uu. parenti, che non parlano con altri parenti; fratelli, che non trattano con i fratelli; e talora figli, che passeranno i mesi senza parlare con i loro padre, e madre. Questo modo d’operare vi tiene in peccato mortale: perché Iddio comanda, non solo, che non odiate, ma di più, che dimostriate di non odiare. Oltre di che, questo negare questi segni communi, apertamente palesano l’odio che avete in cuore. A me potete dire non odio ma non già a Dio, che è Scrutator cordium. Né  mi stare a dire: tocca a lui parlare il primo, io son l’offeso; e io ti dico che tocca a te che sei l’offeso, perché tu sei quello che per ordinario hai il rancore, e l’odio e perciò a te spetta per ritornare in grazia di Dio. Presto, su obbedisci: dà la pace, parla al tuo prossimo, dagli segni che non l’odii; e sarà per vero, che per alcuni io getterò al vento queste mie parole; Dio immortale; che offeso si vendichi il Turco, lo Scita, il Barbaro, non dico nulla; i costumi degli Idolatri non son discordi dagl’Idoli: ma che si vendichi chi adora Cristo Crocifisso che perdonò a’ crocifissori, Pater ignosce illis, o questo sì che non l’intendo: Christianus nullius est hostis aut si est, jam non est Christianus.
Il Cristiano, grida Tertulliano, non è nemico d’alcuno, o se è, non è Cristiano. Son onorato: son cavaliere, son dama: tacete e umiliatevi teste superbe, e se Dio vi comanda, che vi gettiate la testa ai piedi, non che perdonate all’inimico, abbiate a gloria di marcirli avanti decapitati. Son onorato, son cavaliere, son dama: siete cenere e polvere, e balzerete nell’inferno, se non perdonate; e ve lo testifichi il seguente fatto, tanto decantato ne’ pergami. S’odiarono lungamente due nemici senza salutarsi, senza parlarsi. Ammalossene uno e in breve tempo fu spedito da’ medici; gli furono attorno i parenti, amici confessori perché deponesse l’odio, parlasse all’inimico; tanto si disse che il moribondo s’indusse a dar la pace e a voler parlare; fu condotto l’avversario, il quale anche pieno di livore senza punto intenerirsi allorché si sentì domandar dal moribondo la pace, lo schernì col dirgli che la domandava perché era in quel punto, e gliela negò. Allora il moribondo, richiamati li spiriti di vendetta, si scagliò con quel poco di fiato che aveva contro l’inimico; l’ingiuriò, lo maltrattò di parole, ne stabilì la vendetta; e così pieno di rabbia spirò. E che credete forse, che non facesse la vendetta? la fece, poiché indi a poco tempo, allorché l’inimico si trovava pella piazza in un circolo di compagni comparveli avanti a vista di tutti un’ombra terribile, con una mazza di ferro in mano, e … olà, gli disse: son venuto a fare le mie vendette; e già che siamo stati nemici nel mondo, voglio che tali siamo per tutta l’eternità, e datagli con fiero colpo la mazza di ferro in petto, lo stese morto a  terra, e seco condusse l’anima all’inferno. Questo è il fine di chi tien rancori in cuore, e non vuol perdonare: Pensate a’ casi vostri.

LIMOSINA.
Cosimo Serenissimo Gran Duca di Toscana, e primo di questo nome discorrendo un giorno delli interessi di sua Corte col Mastro di Casa; sentì dirsi da questo, che troppo era liberale nel far limosine; al che il savio Prencipe: orsù, disse, bilanciate di grazia qual sia più; se quello che ho io ricevuto da Dio, o pure quello io gli dò ne’ Poverelli; e se sarà più quello che do ai Poveri, ritirerò la mano. Ecco le belle parole registrate nella vita in ratione dati, et accepti, numquam eo devenire potui, ut Deum debitorem, me autem creditorem inveniam. Ditemi, dico io a voi, di quel che Dio v’ha dato, ne date voi la metà? che dissi la metà? un terzo, un quinto, una centesima parte a’ poveri di Cristo?

SECONDA PARTE.

Questa Predica non è per noi, per grazia di Dio, nella nostra Patria non vi sono fazioni; non vi sono inimicizie; ma quanti rancori nel cuore; ma quante brame di nuocere; ma perché non si parla a quel vostro prossimo? perché non si saluta? Perché né pur parlate ai vostri parenti, talora ai fratelli, sorelle, suocere, nuore, padri, e figli, madri, e figlie. O Padre, non li voglio male. Non basta, non li torcerò un capello. Non basta per essere in grazia di Dio. Sentite ad iracundiam me provocavit Efraim in amaritudinibus suis. Non dice, perché ha ammazzata, rovinata quella Famiglia, ma perché ha de’ livori nel cuore non parla, non saluta. Or dovete sapere che la legge di Dio non solo comanda che non si ammazzi, non si odia nel cuore; ma che si dia evidenza di non odiare. Siete obbligati à dar segno di non aver odio nel vostro cuore; e però quei segni che si chiamano di benevolenza comune; e questo è un obbligo di precetto. Siete per tanto obbligati a dar quei segni di parlare, di salutare, di visitare nelle proprie case alle occorrenze, come comunemente si pratica con tutte le persone di simil forte, cioè à dire da’ parenti con i parenti, da’ vicini con i vicini, da’ paesani co’ paesani. O Padre! quantunque m’abbia ingiuriato non gli voglio male; ma non voglio trattar con lui. Primieramente nego che non gli vogliate male; perché ne sparlate; perché sempre interpretate male le sue azioni; vi dispiacciono i suoi avanzamenti, godete del suo male; vorreste che tutto il mondo fosse contro di lui del vostro umore. Mirate vedete quel fumo? Padre sì. Che v’è sotto: il fuoco, non è vero? Padre no, eh appunto. Fumo; dunque fuoco; non parlare, non salutare: fumo; dunque fuoco di livore. Orsù via, son con voi, si annida nel vostro cuore la carità necessaria; ma i segni di benevolenza comune, ove sono bisogna pur praticarli. Non siete in una Milano, in una Roma, ove comunemente non si parlano, e non si salutano i concittadini. Qui non è così; perché siete solito alle occorrenze di ragionar con tutti. Son contento, dirà taluno, di parlare a chi m’ha offeso; ma non voglio essere il primo. Sapete chi ha da essere il primo? quello che ama più l’anima sua. Sapete chi ha da essere il primo? quello che è stato offeso. O Padre questo è contro ogni dovere. V’ingannate. Chi ha bisogno di guarire? quello che ha offeso, o quello, che è stato offeso? l’offeso che ha il rancore nel cuore; dunque questo parli: O Padre non sono obbligato (ve la passo) e… Iddio non ha obbligo di darvi il Paradiso. Guai a voi, se Dio avesse i vostri sentimenti; certo il Paradiso non l’avreste; perché si protesta di voler usar con voi quella misura di misericordia che voi usate col vostro prossimo. Con questa occasione contentatevi, che io vi dica che non so capire il vostro operare. Voi avete bisogno per i vostri peccati della abbondanza della misericordia Divina, la domandate; Dio ve la promette, purché voi abbiate misericordia del vostro prossimo. E voi, che dite? Signore, voglio sì la vostra misericordia; ma niente ne voglio usare al mio prossimo: v’ingannate, dimittite, dimittemini. Io non gli voglio male; ma non lo voglio vedere; non lo voglio in Patria. Iddio non vi vuol male; ma non vi vuol vedere? non vi vuole in Paradiso. O stolti il Paradiso è vostro, e non volete perdonare. Quelli, che avranno de’ nemici, hanno, se vogliono, il Paradiso in pugno, e doppo d’aver perdonato possono dire con lieta fronte al Signore: Signore io voglio il Paradiso; me l’avete promesso, se perdono; ho perdonato, lo voglio: e vi vorrete privare d’un tanto bene, della grazia del Principe per quel livoretto, per quella ostinazione di non parlare, di non salutare? O se sapeste! m’ha offeso, m’ha danneggiato nella robba, nella persona, e per questo vi si dice, che facciate la pace, che parliate perché v’ha offeso; se v’avesse regalato, non accadrebbe altro. M’ha offeso di tal modo, che se non erano i miei Avvocati, la Vergine, il Signore, restavo sul tiro. Si eh? Presto dunque la pace, per corrispondere alla grazia ricevuta di non essere restato morto col corpo sopra la terra, con l’anima sepolta nell’inferno. Orsù finiamola; o lasciare i rancori, gli odii , o parlare al suo prossimo, di voltar le spalle al Paradiso, ai Santi, alla Vergine, a Dio; una delle due: aut cum Christo, aut cum diabolo nos esse oportes; eligamus quod volumus, o con Cristo perdonando, o col diavolo vendicandoci. Sento che ogn’uno mi risponde: pur che si stia con Dio, si lascino i rancori, gli odii, le vendette, si parli al prossimo; si saluti; gli si presti ogni offizio di cristiana benevolenza. Ecco dunque, che per stabilirvi il Paradiso, prendo la penna in mano, e immersa nelle Piaghe Santissime, stendo col sangue d’un Dio fatto Uomo la formola del perdono a’ nemici. Attenti, chi vuol salute: si turi gli orecchi chi non si cura della Eternità beata. Io, mio Redentore per quell’uffizio, che indegnamente sostengo su questo luogo a nome di questo popolo, mi dichiaro, come ogni vendicativo depone a’ vostri piedi adorati tutte le ingiurie che abbia mai ricevute; qui sacrificano i loro sdegni; qui scannano i loro odii per vittime al vostro amore; e benché assai loro scotti privarsi di quel diletto, che seco porta la vendetta, con tutto ciò, perché voi così comandate, vogliono obbedirvi; offeriscono per tanto la pace all’inimico, e perdonano a tutti. Voi altresì, mio Dio, perdonategli le loro colpe, con quella pietà con cui essi perdonano a’ loro nemici; e quando da’ demonj in punto di morte saranno accusati al Divino Tribunale; Voi siate il loro difensore e Protettore già che per Voi perdonano le offese ricevute. Evvi qui alcuno tra quelli che hanno ricevute ingiurie, il quale recusi soscriversi? Se v’è, parli: Si dichiari: perché quando vi sia uno di tal sorte, il quale non voglia soscriversi: io allora divenuto contro di lui tutto fuoco, con questo medesimo Sangue scriverò per lui sentenza d’eterna dannazione. Muoja, grido, muoja l’indegno, perisca chi nega a Cristo domanda sì giusta, e questo Sangue, che doveva salvarlo, questo lo condanni al fuoco eterno. Non trovi pietà, non impetri da Voi misericordia, mio Dio, chi non vuol perdonare. Prevalgano i suoi avversarii; cada egli vittoria de’ suoi nemici: resti vedova la consorte, orfani i figli, senza trovare né tetto che li accolga, né veste che li ricopra: si dissipi la sua roba, si estermini la sua casa: disperdat de terra memoria ejus pro eo, quod non est recordatus facere misericordiam. Sia giudicato al Tribunale Divino senza misericordia chi non fece misericordia. Vendetta! gridino le creature tutte: vendetta gli Angeli, vendetta i Santi, vendetta i demoni tutti, tutti gridino vendetta! cum judicatur exeat condemnatus: fate, che nel partire dal vostro Tribunale piombi nell’inferno, dilexit maledictionem, et veniet ei, noluit benedictionem, elongabitur ab eo. Ma a che tanto riscaldarmi? Eh, che qui non vi è persona sì sacrilega che voglia negare a Cristo il perdono, che domanda per chi l’ha offeso. No, no, anzi che son sicuro che ognuno sottoponendo le proprie passioni a’ Divini Comandi è risoluto di perdonare all’inimico, di parlargli, di salutarlo; né si porterà al riposo della notte con questo aggravio nell’anima, con pericolo di balzare dal letto nelle fiamme infernali. lo quanto a me voglio credere che tutti siate per riconciliarvi col vostro prossimo; e per darvene maggiore impulso, contentatevi, che io dia un motivo assai gagliardo alla vostra cortesia che certo alla generosità del vostro cuore, e alla nobiltà del vostro animo sarà di non poco momento. Voi vedete cari miei UU. che io qui per la salute delle anime vostre non perdono a fatica, a stento; e voglio credere, che darei con l’ajuto di Dio, quando tanto bisognasse per salvarvi, il sangue delle mie vene. Se così è, come è verissimo, come potrò credere che voi non siate per farmi la grazia, che sono per domandarvi? Sì, si la spero. Su dunque corrispondere alle mie povere fatiche: e o che contento sarà il mio, se ottengo questa grazia! E qual è ? Eccola, che voi per amor mio rimettiate tutte le ingiurie al vostro pressimo: gli perdoniate, gli parliate, lo salutiate. Su, fatemela, non mi negate questa consolazione. Ma che dissi. O che rossore, o che vergogna mi ricopre il volto! io pretendere per ricompensa delle mie povere fatiche una grazia si grande? perdonatemi, fui troppo ardito. Non avete da fare la pace per amor mio; non avete da parlare, non avete da salutare il vostro nemico per amor mio; o questo no, ma per amor di questo Cristo, forse non lo merita? forse i benefizi che Egli v’ha fatto non meritano una tal corrispondenza? E non è questo Cristo che vi mantiene la sanità, che vi dona le sostanze, che v’arricchisce di figliolanza sì degna, che con la sua misericordia v’ha liberato dall’inferno meritato con tanti peccati, ed or che state immersi in quelle disonestà pur vi sopporta? A che dunque si tarda? Si corrisponda ad un Dio sì buono, e sì benefico. Pace, amato popolo, pace. Cristo è quello che ve la chiede. Egli è il Principe della pace … Sovvengavi che altro non volle in tutto il tempo di sua vita, che pace: pace nella morte, pace dopo la sua morte; pace amato popolo, pace. Quando venne al mondo questa Ei portò, cantata dagli Angeli: Gloria in excelsis Deo, et pax in terra: Pax hominibus. Pace sempre insegnò a’ suoi discepoli: primum dicite pax huic domus; pace ci lasciò nel morire: Pater ignosce illis; pace nel risorgere: Pax vobis; pace finalmente mandò dal Cielo allorché mandò lo Spirito Santo, il quale altro non è, che Spirito d’unione e di concordia… Questa pace santa scenda dunque ora dal Cielo, questa riempia i cuori di quanti m’ascoltano. Ah, sì, che mi pare di vederla: eccola, eccola. Aprite i vostri cuori per riceverla; e non vi sia alcuno che strettamente non l’abbracci. Certo si ha da vedere a chi si ha da dar vinta, o a Dio, o al diavolo. E vi sarà chi voglia darla vinta al diavolo? Dio ce ne liberi.. Viva Gesù, Viva Gesù. Frema pure, schiamazzi, si disperi l’inferno tutto a suo dispetto, ha da regnare la pace; questa ha da togliere i rancori tra congiurati, le differenze tra congiunti; questa ha da unire popolo a popolo, casa a casa, famiglia a famiglia; non v’hanno da essere più dissensioni, e per amore di chi? Per amor di questo Cristo. Viva Gesù, Viva Gesù, sol non occidat super iracundiam vestram; non vi sia chi si porti al riposo della notte senza esser riconciliato col suo prossimo, acciò regni la pace fra noi in terra: sicura caparra della futura in Cielo.

QUARESIMALE (IV)