LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (12)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (12)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O Tip. E Libr. SALESIANA

V.

S’INCOMINCIA DA SER TUTTESALLE E SI VA A FINIRE COL FILOSOFO HEGEL.

Conobbi un tale (il buon Padre Cesari l’avrebbe chiamato ser Tuttesalle) nella cui grammatica credo che il verbo sbagliare non si trovasse mai nella prima persona, o per lo meno doveva aver voto di non recitarlo; perché la parola ho sbagliato non ci fu mai caso che gli uscisse dalla chiostra dei denti. E notate: costui aveva in corpo (o sel credeva) tutta quanta l’enciclopedia, e dissertava di tutto, d’arti, di lettere, di scienze, di filosofia, di teologia, d’astronomia, di matematica, di fisica, di storia, d’archeologia, di botanica, e chi più ne ha più ne metta, come dice un bell’umor di poeta; sicché lascio pensar a voi se ne sballava di grosse! Bello era poi sentirlo, quando alcuno osasse, coltolo in fallo, metterlo, come suol dirsi, colle spalle al muro; come s’agitava allora e si contorceva, e si divincolava, e affannava, e alzava un gran vocione, e affollava parole a torrenti… Povero Tuttesalle! Lascio stare che tutti l’avevano in tasca, e il fuggivano come il diavol la croce: ma quanta fatica di meno a dir semplicemente: ho fallato!… Io gliel dissi più volte; non arrivò mai a capirla. Caduto infermo (come s’intendeva anche di patologia e di medicina) fu a contrasto col medico, non volle accordarsi né sulla malattia, né sulla cura, e morì protestando fino all’ultimo, che il suo male non era punto pericoloso. Difatti s’è visto! Quanto a me; trovai sempre più facile confessar un errore, che volerlo difendere. M’accadde più volte, quando facevo il maestro di scuola, che insegnando, specie la storia, mi venisse sbagliato un nome, una data od anche un fatto. Accortomene, incominciavo la prima lezione col dire a’ miei scolari così: — Figliuoli, ieri o ier l’altro me ne è accaduta una bella. Grazie alla mia prodigiosa memoria ho preso un granchio solenne! —- A quest’esordio tutti sbarravano gli occhi, tendevano l’orecchie; ed io: — v’ho detto che Colombo sferrò dal porto di Palos nel 1482; niente vero, correggete, è il 92. — Oppure: —: v’ho raccontato di Federico II, che morì soffocato con un guanciale da suo figlio Manfredi. Badate, è una voce corsa ‘a que’ tempi là, cui pare credesse Dante che pose in bocca a Manfredi quel verso: Orribil furon li peccati miei; Però storicamente non è certo… Anzi nol credete, ve ne prego; fa troppo male a pensare che un giovanetto che come il dipinge l’Alighieri: biond’era e bello e di gentile aspetto, chiudesse in petto un’anima cotanto nera. – E così altre volte d’altri fatti: né mi sono mai accorto che questo disdirmi mi nuocesse o mi disonorasse comechessia presso i miei giovani scolari. Che anzi; se avessi a dire, amavano quella mia schiettezza, e me ne pigliavano sempre; più: stima e confidenza ed affetto. Oh il bel cuore che hanno i giovani; e come ben disposto all’amore della santa verità. Peccato che più tardi i pregiudizi del mondo ne guastino tanti! Giunti a questo punto, mi pare or- mai tempo di stabilire qualche buon principio. Proviamoci dunque, 1° principio: l’uomo è fatto per la verità pel e bene. — Che ve ne pare? Vi va?— Oh qui, per grazia di Dio, ci troviamo tutti d’accordo. – Andiamo innanzi: 2° principio: l’uomo: é fallibile e peccabile; cioè può deviare e dal vero è dal bene, cioè ancora, può cadere nel male e nell’errore. — Arche ciò è evidente a meno che dell’uomo non volessimo farne un Dio. Posti così questi due chiari ed evidentissimi principii, che conseguenza ne trarremo? Che l’uomo (state attenti) decaduto, per una disgrazia assai comune; dal vero e dal bene; sel nega tornarci, nega il suo fine, nega d’esser fatto per la verità, d’essere fatto pel bene. E ciò negando, dite, s’avvilisce o s’onora? Ma voi la risposta. Io che amo le figure ed i paragoni vi conterò che una volta due amici viaggiavano sul caval di san Francesco da Viareggio a Lucca. L’uno disse: questa è la strada, e l’altro seguitò. Camminato un buon tratto, quegli disse al compagno: — sai! abbiam fallato la strada. — E l’altro: — Anzi la é proprio questa che ho detto e non altra. — Nacque disputa, e la conclusione fu, che l’uno dié volta, e, sebbene in ritardo, riuscì a Lucca. L’altro andò a perdersi in una bassura delle Maremme. Simile accade più meno a chiunque s’ostina, per un falso punto d’onore e d’umano rispetto, a rimanersi nell’errore. – E qui parmi il luogo d’ammonirvi, miei cari, giovani, d’un grossolano pregiudizio assai divulgato a’ dì nostri, divulgato penso dalla GRAN BESTIA o per lo, meno dagli amici di lei. Parlando di religioni, v’accadrà di sentir, più d’uno a buttar là con gran sicumera questa sentenza: — uomo d’onore non cambia la sua religione. — o lodare, per esempio, un eretico, perché è morto nella religione dei suoi padri! Pare impossibile che proposizioni così sbardellate possano uscir di bocca a chi ha fior di buon senso. Giacché il sostenere che uno, foss’anche turco od ebreo, non deve cambiare religione mai; o è sciocchezza senza nome, e alle sciocchezze non accade rispondere; o torna a dire, che tutte le religioni son buone; se tutte son buone, dunque tutte vere: e se vere (come tutte più o meno si contradicono tra loro) dunque il sì e il no saranno la medesima cosa. O vi pare? Voi ridete, cari giovani; ma riderete ancor più di cuore, se vi dirò, che ci fu a giorni nostri un certo Hegel, uno di quei tedesconi filosofi, cui s’usa far tanto di berretta, che dopo aver impallidito sui libri tutta quanta la vita, stringi stringi, è venuto appunto a questa conclusione: che il sì e il no, il bianco e il nero, la luce e le tenebre, in una parola l’essere e il nulla sono precisamente la stessa, stessissima cosa; questa la conclusione ultima di tutta quanta la sua filosofia!… E dire che ci hanno italiani, i quali smaniano di mandarci a scuola da cosiffatti dottori!… M’interrompo per non dirne una grossa.

VI.

COMBATTER SEMPRE.

ESEMPI ITALIANI E FRANCESI, SACRI E PROFANI ALLA RINFUSA.

Fra tante chiacchere in sostanza (raccapezziamoci un po) mi pare avervi dati due ricordi, suggeriti da mezzi principali a francarvi dalla Bestia. 1°, troncarle la coda fin dai primi e più lievi principii; 2°, se mai v’accada per disgrazia di cadere un tratto a’ suoi piedi, tosto rialzarvi. Ora vengo ad un terzo avvertimento; ed è questo: che contro la mala BESTIA, non solo in gioventù; ana dovrete tenervi in arme tutta quanta la vita; perché ella è bestia sì versatile; sa prendere tante forme; uscire in tal sorprese, presentarsi improvvisa in aspetti sì strani e diversi; che a volte ‘anche l’uomo uomo, vo’ dir, l’uomo vero; in un momento di sonnolenza, di distrazione o di fiacchezza, può cader vinto. Udite caso d’un Santo. – M’immagino abbiate qualche idea di quel gran Padre de’ poveri e benefattore della Francia, anzi del mondo che fu s. Vincenzo de’ Paoli; uomo così nemico della GRAN BESTIA, che diceva, esser, meglio cader nel fuoco con mani e piedi incatenati, che operare per umano rispetto; e alla corte, ove il traeva sovente la sua carica di Consiglier della Corona per gli affari ecclesiastici; soleva comparire così poveramente vestito, che un giorno il Cardinale ministro Mazarino ebbe a pigliarlo pel cinto, e traendolo davanti alla Regina reggente, dirle: — vedete, maestà, con che lusso presentasi a corte il Signor Vincenzo: — A che egli tranquillamente sorridendo rispose, miglior abito non convenirsi al figlio, quale egli era; d’un povero contadino. Or bene; di questo gran Santo si narra, che un giorno, venuto a trovarlo dal suo lontano paesello in Parigi certo suo nipote, semplice, rozzo e grossamente vestito, come usano i contadini, saputolo s. Vincenzo, gliene prese certa vergogna, e già stava per ordinare al portinaio di farlo entrare per un porta segreta, che altri nol vedesse. Ma accortosi tutto a un tratto esser quello un pensiero ispiratogli dalla mala BESTIA, e amaramente pentito d’essersene lasciato sopraffare un istante: — aspettate (disse al portinaio) vengo io stesso. — E sceso alla porta, abbracciò con festa il nipote, e facendolo vedere a’ suoi preti e ad altre ragguardevoli persone venute in quel punto a trovarlo:— vedete, vedete! (diceva a tutti) questo è un mio caro nipote, è il più civile di tutta la mia famiglia… Da questo fatto potete vedere; giovani. miei, come la BESTIA torni audace all’assalto, anche contro i petti più forti, anche dopo le più vergognose sconfitte. Perciò non vi terrete mai troppo franchi e sicuri. E poiché questo fatto me ne tira in mente degli; altri, lasciate ve ne conti ancora qualcheduno. V’imparerete, che, come si deve innanzi tutto rispettare e servir Dio senza paura dell’uomo, così s’ha a vincere ogni vergogna ed umano rispetto nel riconoscere ed obbedire i parenti. – Abbiamo dalla storia, che quando il B. Benedetto XI fu eletto Papa, che avvenne nei principii del secolo XIV, sua madre, in abito semplice e dimesso, qual portava sua condizione, se ne venne a Roma, per desiderio di vederlo: Un figlio Papa! mi burlate! non so quante madri dopo lei avranno potuto godere di simile fortuna. Ma i famigliari del Papa, veduta: la buona donna in quell’arnese, che pareva poco dicevole alla pontificale maestà, pensarono doverla alquanto rimpannucciare, e messele d’attorno non so che gale, la presentarono: — Santità, ecco vostra madre … Mia madre! (rispose; sginardandola da capo a piedi il Pontefice) vi sbagliate. Oh la conosco ben’io quella povera donna di mia madre: non ha mica tanti fronzoli d’attorno. — E non ci fu verso la volesse riconoscere, finché non gli venne presentata nel suo abito ordinario. Allora l’accolse con grande allegrezza, sì intertenne a lungo con lei, le die’ tutti i segni d’affetto e di confidenza figliale, e la rimandò colma di benedizioni e di doni. E perché altri non dica che so solo racconti di sacristia, togliete qua, vo’ parlarvi d’un soldato, di cui forse avrete già letto o sentito a parlare. Chiamavasi Francesco Bussone, figlio d’un povero contadino, e stavasene in un bosco, vicino alla città di Carmagnola, troncando certe piante, quando s’abbattè a passare per di là una pattuglia che andava in volta a far reclute di soldati pel Visconti di Milano. Allora non avevamo ancora le delizie della leva forzata. Chi sentivasi il prurito di rompere o farsi rompere le ossa, padrone; ma non obbligavasi alcuno. E sia detto questo tra parentesi: torno al racconto. Invitato da coloro a scriversi soldato, il buon Cecco stette alquanto fra due; indi gittata in aria la scure tra i rami dell’albero che stava tagliando, disse: — se la ricasca, rimango; se no, vengo soldato. — La scure rimase impigliata tra i rami; il Bussone andò soldato e seppe menar sì bene le mani, che in pochi anni, rapidamente percorsi i gradi della milizia, divenne quel gran Capitano, che va famoso per le storie col nome di Conte di Carmagnola. Un taglialegna eh! che ve ne pare? Or bene, di lui si racconta, che, udita avendo il vecchio padre la sua fama, partissi di Piemonte, e n’andò sino a Venezia, tratto dal desiderio di vedere un tanto figliuolo; e caso volle, guardate! che vi giungesse proprio in quel dì che per decreto del senato festeggiavasi la vittoria di Maclodio riportata dal Conte sulle genti del Duca di Milano. La città era tutta in festa, tutta musica e bandiere, e un’onda immensa di popolo schiamazzante allagava le piazze e le vie. Il povero vecchio fra quel parapiglia non sapeva neppur lui dove s’avesse la testa; pur sentendo qua e là gridare il nome del conte, capi così in aria, quella gran festa dover farsi pel suo figliuolo. Preso lingua dalle persone e inteso d’una grande Sfilata che dal palazzo della Repubblica doveva recarsi a s. Marco, scelse un buon posto e lì stette lung’ora aspettando. Ed ecco finalmente la processione farsi largo tra la calca; ecco sfilar. soldati d’ ogni arma con bandiere, stemmi, trofei d’ogni ragione, poi le corporazioni dell’ arti con lor proprie insegne, poi gli ufficiali della repubblica con loro divise, poi, in gran roboni che spazzavano la strada, que’ fieri senatori, poi più fiero ancora, il Doge con alla dritta (poiché era il santo di quella festa) tutto serrato nella sua splendida ar- matura, il Conte di Carmagnola, alla cui vista i battimani e gli applausi n’andavano alle stelle. E il suo vecchio padre era lì confuso tra la folla, che udiva, vedeva e parevagli sognare. Quando sentì dire: — è là, ecco il gran Capitano, — sospinse gli occhi guardarlo, e due grossi lagrimoni gli scesero lenti tra le rughe delle guance. S’era appena tersi gli occhi col dosso della mano, che vede il Conte arrestarglisi in faccia, guardarlo fisso, far due passi verso di lui, stendergli le braccia — Babbo caro, voi qui.l….. Tu il mio Cecco….. mormorò il vecchio e gli cadde nelle braccia senza parola. Così in mezzo a quella gran festa e a quegli applausi fatto tanto grande il Carmagnola, non dimenticò d’esser Cecco Bussone, non inorgoglì di sè, non arrossì di suo padre, e dopo averlo teneramente abbracciato , e presentatolo al Doge e ai senatori, così in poveri abiti da contadino com’era, il volle al suo fianco in tutta quella tanto a lui gloriosa giornata. Evviva il buon piemontese Val più questo tratto di Cecco Bussone, che tutte le vittorie del Conte di Carmagnola. – E così, o cari giovani, non vi mancano buoni esempi da imitare, Se mai v’accada, come a S. Vincenzo, come al b. Benedetto e come al Carmagnola, d’aver povera ed umile famiglia e voi col vostro studio, coll’onestà, con valore innalzarvi a miglior condizione. – Or sentite ancor questa; è il rovescio della medaglia. — Bernardino, piccolo, possidente e coltivatore di terra di un povero paesello nei dintorni di Genova, non aveva saputo guardarsi dalla vanità solita dei padri di bassa fortuna, di tirar su il suo figliuolo negli studi, per farne poi, chi sa che? forse un mediconzolo da villaggio, o un avvocatuzzo di liti disperate, o un maestrino, o un segretario comunale almeno. Sedotto a’ bei sogni, il povero Bernardino con infinito spendio e amare privazioni, teneva il figlio a pensione in città, sperando studiasse di buzzo buono e s’avviasse a diventar un uomo. Ma dopo qualche anno, avvedutosi ch’e’ sciupava ranno e sapone, e il figlio, sempre testa vuota ad un modo, gli pigliava per soprassello cert’aria di me n’impipo, e incominciava vestir attillato e lisciar la zazzera: e metter Su l’occhialino, e usare a caffè, ed altre cotali smancerie da scervellato, cominciò il buon uomo a dimenar la testa e soffiare e brontolar tre denti: O me! e’ non pare più il mio Peppo. — E mulinava e mulinava…. finché un giorno scontratolo a zonzo con certi giovinastroni per non so che via della città, e addatosi che, voltando la faccia facea le viste di non riconoscerlo; gli corse difilato alla vita, e senza tanti rispetti della sguaiata compagnia, afferratolo per un braccio: – Ah si neh! ti vergogni di tuo padre? Vien con me; basta ormai di questa vita; — e datagli una strappata, sel trasse al paesello, gli bruciò sugli occhi i libri che gli aveva comperati, gli pose in mano una brava zappa e riuscì ancora a farne un buon contadino par suo. E tal sia di que’ sguaiati figliuoli che al vile rispetto della BESTIA sacrificano il rispetto e l’amore sacrosanto che devono ai loro genitori.