LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (11)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (11)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

III.

GRANDI ITALIANI NEMICI DELLA GRAN BESTIA.

Speranza, ho detto, non certezza, perché, perché…. ecco un altro avviso, a mio credere rilevantissimo, ed è questo. Nonostante tutte le vostre risoluzioni e la buo a volontà di mandarle ad effetto, non ostante tutto l’orrore da voi concepito per la GRAN Besta e fin per la sua coda, e lo sdegno generoso per quei miserabili che a lei si votano devotissimi schiavi; si danno certe circostanze nella vita, e certe sorprese, che talvolta anche un animo risoluto vacilla e cade. Sentite questa che è accaduta a me. Avrò avuto un dodici anni, quando una sera in sul pormi a cena con tutta la famiglia, venuto a mancare certo bocconcino in dispensa, grazie alla fama che meritamente godevo, di ghiottoncello, tutti gli occhi mi furono addosso. Ma quella volta davvero, io non avea tocco di niente; di che al babbo, che più volte ebbe ad interrogarmi, risposi fermo più volte del no. Fui tenuto bugiardo, e vista la mia ostinazione, cacciato dalla mensa comune in un cantuccio del mio stanziolino a piagnucolare ed a rodermi, pensando: — Sono innocente, non ho detto che la santa verità, e mi tocca star senza cena!… Oh vedete, giovani miei! non aver tanto giudizio da pensare: — Valga per quelle volte che l’ho fatta franca. Ma già certe buone ragioni non sovvengono che quando si è grandi. Breve; mi toccò andare a letto incenato, e checché dica il proverbio: Chi va a letto senza cena Tutta notte si dimena, a me pare che dormissi saporitamente sino al mattino: quando all’improvviso, mentre sognavo appunto di trionfarmi un bel piatto di maccheroni, mi sento afferrar per un braccio e darmi una grande strappata, che mi rizzò ginocchione sul letto. Apro appena gli occhi e travedo il babbo con una verga in una mano, che scuotendomi pel braccio coll’altra m’intimava, minacciando, ritrattassi la bugia detta la sera innanzi, e confessassi la mia colpa. A quell’intimazione, a quelle minacce, specie poi a quella verga che vedevo agitarsi nell’aria; e già me la sentivo nelle carni…. Dite, giovanotti: che avreste fatto voi?… Io commisi una viltà; confessai la colpa che non avevo commessa, e cessai così la paura di peggio. Che se alcuno di Voi, cari giovani, pensa che avrebbe fatto altrettanto, dica: non è vero, che si dan certe sorprese nella vita, a cui non s’è mai abbastanza preparati? Or bene, e se qualche volta, come feci io, doveste darvi del naso, ecco l’avviso: non avvilitevi, cari giovani, non fatevi perduti; ma caduti una volta, prontamente risorgete. Fate come ha fatto quel diritto, quel degno, quell’onestissimo uomo che fu (cavatevi il cappello) Cesare Balbo. Che ve ne conti?… Sentite. Giovine ancora di primo pelo in que’ burrascosi tempi delle prepotenze napoleoniche, gli toccava, come segretario della consulta di Roma, firmare un proclama, che dichiarava scaduto il Pontefice, e Roma dipartimento francese. A tal atto la sua coscienza ripugnava; pure costretto, sopraffatto firmò. Or bene, di quest’atto di debolezza provò tale un sentimento di sdegno e di rimorso; che. se ne volle dare la penitenza più dura, più difficile all’amor proprio; pubblicarlo, detestarlo per le stampe. Sentite come ne parla nella sua autobiografia. « Ricevetti un dispaccio e l’apersi; era la mia nomina a segretario della Consulta di Roma…. Fui quasi colpito da un fulmine, destandosi ad un tratto in me la coscienza di quella brutta usurpazione alla quale  servivo…. Qui lo spogliato era il Papa capo di mia Religione, a cui venerare ed amare ero stato allevato… Ne fui atterrato, addolorato oltre ogni dire, disperato; e pur non seppi resistere… Partii con Janet e in poche ore fummo a Roma. Pio VII v’era ancora; anzi non era spogliato tuttavia. Il proclama della Consulta fu quello che consumò la spogliazione. Epperciò io voleva pur salvarmi dal firmarlo, ed allegai che il segretario non c’entrava. Ma uno della Consulta osservò imperiosamente che la firma mia era pur necessaria: ed io, scusandomi meco, che questa non aggiungeva forza all’atto, ma solamente attestava l’altre firme, la diedi. Debolezza….. che mi fece comprendere nella scomunica, la quale apparve subito affissa sulle porte delle chiese maggiori a dispetto e quasi a sfida della forza aperta e della polizia segreta degli spogliatori…. » Udiste, giovani miei? Anche lui, Cesare Balbo, si lasciò un tratto azzannare dalla mala Bestia. Ma fu la sola colpa (nota egli stesso) la sola colpa di che abbia a dolermi nella mia vita pubblica; fui debole una volta (notate, giovani miei, una volta) a diciannove anni, rimpetto a Napoleone. » E difatti appena provò il dente della BESTIA, se ne risentì cosiffattamente, che non tardò un istante a vendicarsene rompendole le corna e troncandole di netto la coda. Attendete: seguiterò, quanto posso, a narrare colle sue stesse parole. – Detto della cattura di Pio VII operata poche settimane appresso dal generale Miollis. coll’aiuto del capo della gendarmeria francese Radet, seguita così: « Il Radet, appena tornato dalla triste accompagnatura, scese quasi a casa mia e m’entrò in camera tra ridente e serio, dicendo che ne avea sapute delle belle di me; che io andava a messa ogni domenica, e via via. Io gli risposi (attenti giovinotti, come piglia bene la rivincita!) gli risposi che vi andavo per lo più ai Santi Apostoli in faccia al suo alloggio; ma che d’ora innanzi vi andrei sempre, affinché ei mi potesse sorvegliare più facilmente. » Che ne dite, giovani miei? È egli stato franco questa volta il nostro giovane di diciannove anni? E pensare ch’ei parlava così a un capo di polizia francese, che poteva ficcarlo in gattabuia in quattro e quattr’otto! E giacché sono arrivato fin qui, permettetemi d’accennarvi, sempre colle sue parole, da che esempi il nostro Balbo attingesse un sì meraviglioso coraggio. « Io mi vergognavo più che mai (continua) allo spettacolo rimproveratore della fortezza di que’ preti. Incominciai a sospettare che questi così disprezzati, fossero pure i più forti, o i soli forti uomini d’Italia. Forse se avessi avuto prima il grande e salutare esempio, l’avrei saputo imitare. » E dice vero: tutta Italia, che dico tutta Italia? anzi tutta Europa, inginocchiata al fortunato tiranno, gli bruciava incensi: i preti soli, dritti in piedi, gl’intimavano il non Licet. E questa è storia. – Ma andiamo innanzi. ancora un poco e vediamo quella prima vittoria del giovine Balbo, come fosse feconda! Tre anni dopo, trovandosi a Parigi, membro del Consiglio di Stato, in una radunanza della sezione di finanze, fu invitato a riferire intorno alla liquidazione di Roma. Si pretendeva che in un giorno, o poco più, facesse l’estratto d’un monte di carte alto mezzo metro e più; ed egli rispose chiaro che non si sentiva. Gli si rise in faccia; ma tenne fermo e non ne fu nulla. – Sentite quest’altra. Quando già Napoleone disponevasi alla sciagurata campagna di Russia, il ministro Savary volle fargli accettare un impiego, cui la sua coscienza ripugnava; e Balbo a rispondergli in faccia lo sdegnoso suo no. Savary s’inquieta, comanda, minaccia; e Balbo duro. Cionondimeno il ministro, non ancora disperato di vincerlo, gli manda il biglietto di nomina a casa. E Balbo a rimandarlo con una fede del medico che attestava (ed era vero) della sua debole sanità. Savary, che volea vincerla ad ogni patto, lascia correr pochi giorni in capo ai quali gli manda ordine di presentarsi a dar giuramento: « Ed io (scrive Balbo) non ci andai. M’aspettava i gendarmi a ogni tratto; non ne fu altro. Il coraggio (conchiude) è sovente più facile che non si crede. » – E in sì bei sentimenti perseverò tutta quanta la vita. Vecchio di sessant’anni, al Parlamento Piemontese (seduta 28 febbraio 1849) ove incominciavano a manifestarsi i primi umori contro il Papa e il suo temporale dominio, ei ricordava la giovenile sua colpa con queste parole: — « Quaranta anni sono, nel 1809, io ebbi la sventura e la colpa di partecipare all’abbattimento della potenza temporale di un altro gran Papa, Pio VII. » E sconsigliava si rinnovasse lo scandalo.  Or che ne dite, giovani miei? L’aveva imparata per bene la lezione dei preti di Roma?… E così, francatosi fin dai primi suoi anni da ogni soggezione alla GRAN BESTIA e troncatale per tempo la Coda, operando e scrivendo, immacolata trasse la vita intera; e lasciò dietro sé bella fama di buon Cattolico, di valente scrittore e di sincero italiano. – Non posso finir questo capo, senza darvi un cenno d’altri grandi italiani, che in circostanze simili a quelle del Balbo, ci diedero esempio d’eguale franchezza. – Del famoso abate Parini, di cui spero avrete letto e gustato il bellissimo poemetto il Giorno, si conta, che nominato membro della municipalità di Milano al tempo della Repubblica francese, e accortosi al primo entrare, che dalla sala comunale era levato via il crocifisso, si die’ a soffiare e brontolare di mala grazia. Cittadino Parini (allora si chiamavano tutti cittadini alla rinfusa, sguatteri e principi, dottori e citrulli; tanto fa!) cittadino Parini, che avete? gli domandarono. Che cittadino, che cittadino? (rispose pieno di nobile dispetto l’uomo venerando) sapete che ho a dirvi? dove non può stare il cittadino Cristo, e nemmeno il cittadino Parini ci può stare. Disse, tolse il cappello, e via. – Alcun che di simile fece a Roma l’immortale scultore Canova; che nella prima adunanza dell’Istituto delle scienze tenuta sotto gli auspici francesi nelle sale Vaticane, sentita a proporsi una formola di giuramento che incominciava: giuro odio ai Sovrani, egli, beneficato tutta la vita dai Papi, si levò tutto sconcertato dal suo scanno, e pronunciando nel suo patrio dialetto: mi non odio nissun, mi non odio nissun, se la svignò. Saputo poi che i liberalastri infranciosati d’allora (adesso s’usano i liberali tedescanti), gliene volean dare un solenne carpiccio, montò sulle poste, se la filò a Possagno, sua patria, e buona sera a loro signori! –  E del nostro grand’astronomo Oriani è fieramente bella la lettera al capo del Direttorio della Repubblica Cisalpina, che pretendeva da lui, come  impiegato, un simile giuramento. Leggete: ei vi parla di sé in terza persona.  Barnaba Oriani stima e rispetta tutti i governi bene ordinati, né sa comprendere come per osserva le stelle sia necessario giurare odio eterno a questo o quel governo. Egli è stato in età di ventitré anni impiegato alla specola di Brera da un governo monarchico, e si acquistò qualche nome coi mezzi che gli vennero dal medesimo governo somministrati. Sarebbe dunque il più ingrato degli uomini, se ora giurasse odio a chi non gli ha fatto che del bene. Pertanto, ei dichiara che, non potendo giurar odio al governo dei re, chi non gli ha fatto che del bene, si sottomette alla legge che lo priva del suo impiego, e malgrado questo castigo, non cesserà mai di fare i più fervidi voti per la prosperità della sua patria. » – Fate tesoro di sì belli esempi, o cari giovani, che anche a’ dì nostri i tempi corron torbidi e grossi. E se, come al Balbo, vi accada la disgrazia d’una prima giovenile caduta, rilevatevi tosto, col fermo proposito di rendervi degni di quei grandi e generosi italiani. –

IV

ANCHE UN BELL’ESEMPIO DI FRANCIA E LO DÀ UN GRAN VESCOVO.

Avete mai osservate le madri quando addestrano lor bimbi a camminare da sé? Un poco li guidano a mano, poi li lasciano, e correndo alcuni passi innanzi, li chiamano, allargando loro le braccia. Oh quante volte l’avrà fatto con noi la nostra buona mamma! Ma chi se ne ricorda? E così, come queste affettuose lezioni, abbiam messo probabilmente nel dimenticatoio anche la pena che talvolta ci saranno costate: ché sovente il bambino, mentre, malfermo ancora sulle gambucce, s’affretta per gittarsi tra le braccia della mamma, gli smuccia un piede e…. tàffete, per terra! Allora sapete che fa? Se è un’indole fiacca, e melensa (quali li fanno a volte le mamme a furia di moine) s’avvilisce, dà in una sonora ragliata, e dibattendosi a terra, aspetta la mamma che lo levi di peso, gli forbisca occhi, naso e bocca, lo raccheti colle chicche o colle ciambelle. Ma se il bambino è d’indole fiera e animosa, non s’avvilisce, no, non piange; tutt’al più qualche singhiozzo forzato ch’ei reprime perché ne ha vergogna; e intanto, aiutandosi di mani e di piedi, s’affretta a levarsi da sé. Or bene, s’io avessi a dire quale di questi due bambini sarà più animoso da grande a combatter la BESTIA dell’umano rispetto, direi il secondo, non il primo. Qualcheduno di voi riderà; eppure, credete a me, nel fanciullo ci è l’uomo. Checché pensiate del resto di questo pronostico, non mi potrete certo negare, o cari giovani, che quel non avvilirsi dopo una prima caduta, ma volersene tosto rilevare, fa segno di forza e nobiltà d’animo ben fatto. L’avete veduto poc’anzi in un grande italiano; vo’ farvelo ora vedere in un grande Francese, non foss’altro, a farvi intendere che la virtù non è soltanto frutto de’ nostri orti, ma là sempre attecchisce dove trova anime ben disposte. – Avrete sentito a parlare, m’immagino, di quel dottissimo ed eloquentissimo uomo che fu il Vescovo di Cambrai, Fénélon, uomo, dico, di petto veramente apostolico, che mettendo la verità innanzi a tutto, persino ai re sapeva dire di quelle parole, che dan la scossa e fanno impallidire. Togliete ad esempio ciò che osava scrivere al re più potente e più adulato d’Europa, cristianissimo di nome, pagano di fatti, che fu Luigi XIV. Citerò pochi tratti della lunga sua lettera, che gli costò vessazioni e dispiaceri non pochi. Leggete. — « Voi siete nato, o Sire, con un cuor buono, ma i vostri educatori ve l’hanno guasto, inspirandovi la diffidenza, la gelosia, l’orgoglio, l’amor di voi stesso… Avete immiserita la Francia per introdurre un lusso mostruoso nella. Vostra corte… I vostri ministri vi hanno avvezzo a tali adulazioni, che sanno d’idolatria, e che voi dovevate rigettare con disdegno… Il vostro nome è divenuto odioso ai francesi, insopportabile ai vicini… Quanto alle vostre conquiste, avete bel dirle necessarie. Ciò che è d’altri non ci è necessario mai, o Sire; sola veramente necessaria é la giustizia.. » E tira giù, tira giù un bel tratto, per conchiudere intimando al gran re: — « Dovete preferire il bene de’ vostri popoli a una falsa ombra di gloria, riparare i mali che avete fatti alla Chiesa, e pensar. seriamente a’ rendervi vero Cristiano prima che morte vi sorprenda. » — Che ne dite? Questo è un uomo, eh? Anzi un eroe, un apostolo, un Vescovo, un prete simile a quelli dai quali il Balbo confessa d’aver tanto imparato. – Or bene, questo grand’uomo ebbe una grande disgrazia. Stomacato della morale rilassata che prevaleva a’ suoi tempi, massime a cagione degli scandali della corte, scrisse con quella penna d’oro, onde va superba la Francia, un libro, intitolato delle Massime dei Santi, nel quale dal fervor del suo zelo lasciossi trarre qua e là a proposizioni d’eccessivo rigore. Di che, denunziato a Roma quello scritto, venne da Roma imparziale condannato. Fu un fulmine pel dottissimo e piissimo prelato!… Pure udite coraggio e virtù con che seppe vincere ad un tempo e l’amor proprio e l’umano rispetto. – Salito una domenica sul pulpito della sua Cattedrale accalcata di popolo, con ferma voce e tono pacato e tranquillo annunziò a’ suoi fedeli, che Roma aveva condannato il suo libro delle Massime dei Santi; gli esortò, si guardassero dal procacciarlo o dal leggerlo, o se già il possedessero, darlo incontanente alle fiamme: tal essere il loro stretto dovere. — Quanto a me (conchiuse) mi stimerei indegno della dignità, che porto, di vostro Pastore, se alla voce del sommo Pontefice non mi piegassi docile come l’ultima delle mie pecorelle. — E non basta: di questa sua generosa sottomissione volle lasciare alla sua chiesa un monumento duraturo, regalandola d’un ostensorio, il cui raggio veniva sostenuto da una figura della Fede in atto di calcar co’ piedi il libro, che Roma, maestra della fede, aveva condannato! — O viva il Vescovo Fénélon! Come onora il grande uomo questa franca e leale condotta!… E dico onora, perché il disdire un errore, il rilevarsi d’una caduta è sempre azione da uomo e da uomo onorato. Eppure, guardate pregiudizi! V’ha non pochi al mondo, che dicono precisamente il contrario. Avete errato? Guardatevi dal farvene accorgere, dal ritrattarvi, dal correggervi; n’andrebbe del vostro onore. — Che è quanto dire, che se uno per disgrazia è caduto nel fango, il suo onore porta che tutta la vita, se fa mestieri, se ne stia a brancolare nel fango; e se vi si è malamente inzaccherate e mani e faccia e vesti, si guardi bene dal pulirsi, se vuol farci la bella figura. — Che ve ne pare, giovinetti? È ragionare cotesto? Oh! quanto meglio l’han pensata i Balbo, i Fénélon… E qui mi sovviene un altro grande, ma antico, vo’ dire quel potentissimo ingegno di s. Agostino, il quale, non contento d’avere nel suo libro delle Confessioni condannati i traviamenti di sua gioventù, volle in fin di vita, ai tanti libri dottissimi che scrisse in difesa della religione, aggiungerne uno di Ritrattazioni, nel quale spiega, rettifica, e parte ritratta ciò che, esaminando accuratamente tanti scritti suoi, gli parve men consentaneo alla verità. — Or che ve ne pare, giovani miei? in ciò fare, fu vile e disonorato s. Agostino? Furon vili e disonorati con lui un Balbo e un Fénélon?.. Ebbene, con costoro, se occorra, saremo vili e disonorati anche noi.

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.