IL SACRO CUORE DI GESÙ (54)

IL SACRO CUORE (54)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO QUINTO

SFORZI SPECIALI PER ORGANIZZARE E PER DIFFONDERE LA DEVOZIONE

II. – LA COMPAGNIA DI GESÙ. IL CARATTERE DELLA SUA OPEROSITÀ (2)

Il ven. P. Luigi da Ponte (da Puente) (1545-1624), al dire del suo biografo, aveva fatto sua la pratica tanto raccomandata da Luigi de Blois, d’offrire ogni azione ed ogni pena a Dio, in unione di quelle di Gesù, pregando il divin Cuore di supplire a tutto ciò che loro mancava. Nelle sue Meditazioni, egli raccoglie devotamente tutto l’insegnamento tradizionale sulla piaga del costato e la ferita d’amore di cui essa è simbolo; ed è tutta la devozione al sacro Cuore nella teoria e nella pratica. – Il P. Luigi Lallemant (*1635), non ha pubblicato nulla ch’io sappia; ma egli ha esercitato una grandissima influenza sia con i suoi esempî e le sue istruzioni; sia con il libro della sua Dottrina spirituale, ove i suoi discepoli raccolsero e coordinarono i suoi insegnamenti. Il P. Champion, che fece stampare il lavoro, nella nota posta in testa al volume, dice: « Lo spirito di annientamento del Figlio di Dio, nell’incarnazione, era il modello di umiltà che egli si proponeva, ed il sacro Cuore del Verbo Incarnato era la scuola ov’egli imparava questa virtù. Ed in questa scuola e da questo divino Maestro, egli aveva imparata la sublime lezione d’umiltà, della dimenticanza di sé e della sepoltura nel Proprio nulla. Nel libro si tratta più volte del sacro Cuore: « Noi dobbiamo consultare nostro Signore su tutte le cose che si presentano alla nostra scelta, e considerare qual pegno esse hanno nel suo Cuore; poiché noi dobbiamo bandire dal nostro Cuore tutto ciò che vi troveremo che non è in quello di Gesù ». Per imparare a portare le croci, egli vuole che le riguardiamo « nel Cuor di Gesù Cristo che le ha scelte per noi e ce la Presenta », Raccomandando l’amore ed il desiderio del dispregio di sé, egli diceva. Per aver questo amore e questo desiderio del disprezzo, sogna andare ad attingerlo nel Cuore di Gesù Cristo, entrandovi spesso per considerare il Verbo annientato e la santissima umanità annientata nel nascondimento ». Questi brani, dimostrano un uomo in comunione intima con il cuor di Gesù ed abituato a raccomandare questo commercio intimo, come mezzo potente di perfezione. Senza poter affermare nulla né dare precisi particolari, sembra però, secondo una serie d’indizi convergenti, che questo Maestro della vita ascetica, la di cui azione sopra i suoi discepoli è stata così considerevole, abbia avuto una grande influenza nella diffusione della divozione durante la prima metà del XVI secolo: Maestro dei novizi, istruttore del terz’anno di probandato, sembra che egli l’abbia trasfusa nei suoi novizi e nei suoi terziari, che poi la Sparsero intorno a loro. Il P. Huby, il P, Surin, il p. Rigoleuc furono di questo Numero; e si può anche credere che uomini come san Giovanni Eudes, Bernières-Louvigny, ed anche, per mezzo del P. Bagot, Boudon ed altri subirono la medesima influenza. Ma i particolari precisi su questa azione nascosta non sono stati ancora raccolti con abbastanza cura per permettere conclusioni stabili. – Si è disputato molto sulla parte precisa che spetta al cuor di Gesù in un libretto scritto in ungherese, pubblicato a Vienna nel 1629, e di cui fu fatta una nuova edizione a Presburgo nel 1642, da P. Mattia Hajnal, gesuita ungherese (1578-1644). Eccone il titolo esatto, tradotto sulla traduzione latina letterale, che gentilmente han voluto far per me due gesuiti della Provincia di Ungheria: Piccolo libro per la divozione dei cuori, che amano il Cuor di Gesù. Consiste in pie incisioni (cordialibus imaginibus) e nella spiegazione delle incisioni, sotto forma di meditazioni e di preghiere. Ogni anima fedele, può impararvi il proprio stato, vergognoso, e pericoloso, prima della sua giustificazione; bello e sublime dopo, e così pure il modo ed il progresso (fluxum) di ogni giustificazione. Come si vede, testo e incisioni si riferiscono al cuore del fedele; tuttavia il cuor di Gesù non è assente completamente dal libro. Primieramente apparisce al principio, nel titolo; eppoi, contiene una prima meditazione sul cuor di Gesù. È intitolato: « Del cuore più nobile che vi sia al mondo, o del cuor di Gesù infiammato d’amore ». Vi si legge: « Sali o anima mia, sali al cielo, presso il tuo Salvatore…; e ricordati dell’ardente amore ch’Egli ha per il Padre suo e per te. Rifletti, o anima mia, sulla natura del fuoco di cui brucia questo divin Cuore; egli tende al cielo e vi solleva i cuori che consuma. Così il cuore di Gesù, sempre infiammato di questo fuoco si tiene continuamente alla presenza del Padre celeste. Non dimenticare, anima mia, che il nostro cuore brucerebbe ancora dello stesso fuoco, se non si fosse estinto nel cuore dei nostri progenitori; non dimenticare che, riacceso dal nuovo Adamo, alle fiamme del suo proprio cuore, si consumerebbe ancora, se il tuo peccato non avesse spento i suoi ardori. Anima mia, non ti allontanar più da questo focolare d’amore; immergiti in questo divin Cuore, e con lui prendi il volo verso il cielo! ». La preghiera risponde a queste pie riflessioni: « O Signore Gesù, l’immagine del vostro Cuore infiammato d’amore, è atta a riscaldare i nostri cuori indifferenti e colpevoli… Ve ne supplico, o buon Gesù, degnatevi di riaccendere nel mio cuore meschino la fiamma del vostro primo amore; degnatevi di associarmi. a coloro che io vedo, in quest’incisione, abbracciare con tanto zelo, la causa del vostro divin Cuore ».

Il P. Pietro Marie (1589-1645) pubblicava nel 1642 un libretto intitolato: La scienza del Crocifisso, ove spesso si parla del sacro Cuore. Egli dice alla regina, madre del re, nella lettera di dedica, che nel suo lavoro va « aprendo le piaghe e scoprendo i movimenti del cuore di Gesù Crocifisso ». La nona « considerazione » della prima parte è intitolata: « Il Crocifisso c’insegna di quale amore il cuore di Gesù Cristo bruciava per noi, ed a qual ricambio d’amore noi siamo obbligati ». Nella riflessione contenente le « cause che hanno potuto obbligar Gesù Cristo ad amarci » vien detto, a pagina 104, che, « come vi erano due nature (in Lui), la divina e la umana, vi erano pure due volontà e due cuori, il cuore e la volontà di Dio e quella dell’uomo e dell’umanità », e che « il cuore del Verbo, il cuor di Dio, dichiarava, insinuava, imprimeva nel cuore e nella volontà dell’uomo, l’amore ammirabile ch’Egli aveva per gli uomini, affinché il cuore dell’uomo e dell’umanità ne conservassero le impressioni, come la cera prende la forma del sigillo ». A_pagg. 105-108, seguono degli svolgimenti bellissimi sull’amore « del cuor di Gesù » per noi, quell’amore « che il cuore di Dio accendeva nel cuore dell’uomo in Gesù Cristo ». Il simbolismo del cuor di Gesù è qui cancellato come lo è nel P. Giuseppe e nel P. Le Gaudier ed in varie altre parti dove la parola cuore più che un simbolo, è una metafora. Nondimeno esso è sempre vivo, presente, e basta un’occasione favorevole perché ricompaia. È una osservazione che dovrei rinnovare ad ogni momento, se non supponessi che il lettore la tiene sempre presente. Il P. Vincenzo Caraffa (1585-1649), che morì poi generale della Compagnia di Gesù, ha lasciato varie opere di pietà, ove mostra molta divozione al cuor di Gesù. Nel suo libro intitolato: Il cammino del cielo, seconda parte, egli insegna al devoto di Maria la pia pratica di unire il suo cuore a quello di Gesù, tutti i giorni della settimana, per rendere omaggio alla Madre di Dio e domandarle qualche virtù. Ma soprattutto nel Mazzetto di mirra, o considerazioni diverse sulle piaghe di Cristo, egli è naturalmente condotto a parlare del sacro Cuore e ne parla molto. Eccone dei brani. « Primo libro, XXXI Considerazione. Le piaghe di Gesù Cristo, il nido del divino amore… Domandate di cambiare il cuore. O mio Gesù, datemi il vostro cuore! Oh come nel mio petto starebbe meglio di quello che lo anima! Se vi fosse, come amerebbe Voi che siete tanto amabile, giacché, essendo nel vostro, ama me, benché io non meriti che il vostro odio ».

« 3. Vivete d’ora innanzi… privo del vostro cuore, di quel cuore che non sa che di umano e di terra, pieno del cuore di Gesù Cristo, di un cuor ardente e divino. Oh il felice cambiamento, la felicissima sorte! Ma ricordatevi che il cuore che ricevete è un cuore ferito, per disporvi ad una vita simile alla sua ».

« Secondo libro, XLI Considerazione. La piaga del costato di Gesù Cristo, il propiziatorio dell’arca… O cuore amoroso di Gesù Cristo, principio di ogni nostro merito, nel quale noi siamo stati santificati, io vi adoro, vi venero e confesso altamente che è da voi che ho la vita ».

« Terzo libro, XXIV Considerazione. Entriamo nel cuore di Gesù Cristo per la piaga del costato ». « I. Il costato di Gesù Cristo, aperto da un colpo di lancia, è la porta per la quale entriamo nel suo amabilissimo Cuore ».

« 2. Ma questo domicilio del cuor di Gesù Cristo non domanda che il vostro cuore per alloggiarlo. Figlio mio, dammi il tuo cuore, per metterlo nel mio. Felice unione, gradito possesso, felicissima dimora nel cuore di Gesù Cristo! Certamente il nostro cuore, sempre famelico ed oppresso dall’inquietudine, non può saziare la sua fame, né trova il suo riposo che nel cuor di Gesù Cristo, che è come il suo centro. È dunque necessario che vi sia proporzione fra questi due cuori come fra il luogo ed il corpo che l’occupa. Ora, secondo quel che dice S. Bernardo, il cuore di Gesù Cristo, fu ferito due volte: la prima volta dall’amore, e poi dal dolore; primieramente, dunque, fu ferito spiritualmente; la seconda volta corporalmente… Nella stessa maniera, affinché il vostro cuore sia degno del cuor di Gesù, bisogna che vi si aprano due piaghe, d’amore e di dolore ».

Il P. Paolo de Barry (1585-1661) è forse anche più esplicito. Nel suo libro il Paradiso aperto a Filagia egli propone, come divozione per il 25 novembre, l’offerta del cuore di Gesù a Maria Santissima, come il dono più prezioso che si possa offrirle e come il più gradito: e, a questo proposito, suggerisce alla sua Filagia una bella preghiera ed una lode commovente al sacro Cuore. Ascoltiamola: « Filagia, voi non avete ancora nulla offerto alla vostra cara Madre e Signora, che valga questo dono del sacro Cuore; offritele dunque oggi il cuore del suo caro Figliuolo Gesù Cristo, per soddisfare alle vostre ingratitudini e per supplire alle debolezze del vostro servizio… e siate sicura che è questa una ricchissima offerta. Ve ne ho tracciato l’argomento; ripensatelo voi stessa accuratamente, e, sopra tutto, fate pensare il vostro cuore. Non crediate che sia questa una divozione inventata da me; è una lezione che S. Gertrude ricevette dal cielo… In seguito ella offrì alla Santissima Vergine il cuore del Figliuol suo… Ma mi avveggo Filagia che aspettate, per vostra quiete, ch’io vi suggerisca una preghiera a questo scopo. Sono contento di offrirvela; ditela di cuore e ripetetela spesso ». Segue la preghiera: « Regina del Cielo e della terra…, eccomi umilmente prostrata innanzi alla vostra divina maestà, per offrirvi un dono di cui non si conobbe mai l’uguale. Io vi offro il cuore amoroso di Gesù, vostro amabilissimo Figlio e mio adorabile Redentore. Non è questo il dono più ricco che possa offrire sulla terra? Questo divin Cuore vale più di millecinquecento milioni di mondi, anche se i mondi fossero pieni di Serafini; questo sacro Cuore vale più di tutti i cori degli Angeli e dei Santi, che potrebbero essere, se Dio li facesse uscire dal seno della sua onnipotenza. Questo cuore è il Cuore dei cuori, il Cuore tutto tenerezza, il Cuore quasi simile a quello dell’augustissima Trinità; ed è anche il Cuore che è sorgente vivificante delle più elette benedizioni, il più bell’oggetto di tutte le vostre compiacenze; perciò è questo Cuore che voglio offrirvi in dono ». Egli prega poi Maria di gradire quest’offerta e conclude: « Dal cuore di Gesù attendo la felicità ». Nel Santo favore egli suggerisce, fra le divozioni che più ci attirano i divini favori, una speciale « affezione alla piaga sacratissima del costato di Gesù Cristo » e indica più esplicitamente ancora una « singolare affezione al cuore di Gesù Cristo » e, a questo proposito, ricorda le dottrine tradizionali sul cuore di Gesù « dimora dei suoi amici», « asilo e rifugio nostro », « libro dei predestinati », « piazza d’armi, torre di abbondanza ». – Fedele alle sue abitudini, egli insiste soprattutto nella pratica: « Essendo i nostri cuori ciò che sono, ed il suo il Cuore per eccellenza… che sapremmo far noi di più glorioso che dar cuore per cuore, offrire a lui i nostri cuori ed amare sinceramente questo Cuore amabilissimo e degno dei più grandi ed assidui servizî di tutte le creature? », « Io riduco, aggiunge, questo amore che dobbiamo dimostrargli a quattro capi ». E comincia, con il dolce ricordo « di questa fornace d’amore e di questo cuore benedetto »; raccomanda di pregare nostro Signore per la bontà del suo Cuore…, protestando che non avremo amore né cuore che per Lui »; di ossequiare spesso il Sacro Cuore, e soprattutto in riparazione delle negligenze passate, finalmente « di offrirgli le mancanze nelle quali cademmo, attraverso le nostre buone opere… per ottenere il perdono », seguendo così la pratica tanto raccomandata da Luigi di Blois. – Il P. Paolo Lejeune (1592-1664), tornato in Francia dopo essere stato superiore della missione del Canadà, parlava spesso del Cuore di Gesù nelle sue lettere di direzione, parecchie delle quali sono state raccolte e pubblicate. La lettera 98.a della raccolta è intitolata: « Della unione del cuore con Gesù Cristo ». Ad ogni passo si tratta del Cuore di Gesù. « Mia reverenda Madre, il vostro cuore e quello di tutte le vostre figlie traspariscono nelle vostre lettere… Li ho tutti presentati a nostro Signore e li ho come chiusi nel suo Cuore, sul quale desidero di farne un sacrificio all’Eterno Padre. Ma, figliuola mia, fate attenzione che tutti i cuori si modellino sul cuor di Gesù Cristo; questo cuore adorabile dev’essere la regola dei nostri. Per questo Egli ci separa dal mondo per darci appunto mezzi più appropriati per formare i nostri cuori sul Suo, che è un Cuore di sacrificio, che non ama né ritien giammai nulla per sé, ma riporta tutto al Padre suo; che non ebbe mai un movimento di stima per se stesso… Egli non gustò alcun piacere per sè… Giammai questo amabilissimo Cuore si determinò, né si portò da se stesso a qualsiasi cosa… Questo Cuore sì pieno di luce e di rettitudine… aspettava quaggiù gli ordini del Padre suo, di S. Giuseppe e della sua santa Madre… Ohimè! Dove sono i nostri cuori quando si agitano…? Come son poco conformi, allora, al cuor di Gesù! ». Il P. Lejeune trovava in questo tutta una spiritualità: « Ah! mie care figlie, intendete voi bene questa alta e profonda spiritualità? ». In un’altra lettera egli raccomanda ad un’anima restìa a santificarsi, di offrirsi a Dio nel cuore di Gesù. Si potrebbe ancora additare un buon numero di scrittori che han parlato del cuor di Gesù. Suarez e Lugo fra i teologi; Maldonato, Tirinus, Cornelio e Lapide, Lorin e Baeza fra gli esegeti; Scribani, Binet, Nieremberg, Giacomo Rho, Leopoldo Mancini, Surin, Lyric, Rigoleuc fra gli autori ascetici, e molti altri ancora. Ma quattro o cinque meritano un’attenzione speciale, per la singolare importanza che prende in essi la divozione al sacro Cuore e quello che fecero per propagarla. Sono questi il P, di Saint-Jure, Druzbicki, Paullinus, Nouet, Huby. Il P. Giovanni Battista di Saint-Jure (1588-1657) ne parla specialmente in due passi e molto lungamente nel Libro degli eletti e nell’Uomo spirituale. Nel Libro degli eletti, c. 14; egli tratta ex professo della dimora nelle piaghe di nostro Signore, e cita interamente i testi classici su questo argomento. Sono quelli che noi incontrammo già nel corso di questo studio; quelli di san Bernardo sulla Cantica, quelli della Vitis mystica e dello Stimulus amoris, quelli del Manuale, detto di sant’Agostino. Val quanto dire che si tratta molto dei segreti del cuore amante manifestati dalle ferite corporali. Egli passa in seguito alla piaga del costato, che è « senza controversia la principale, non per essere stata la più dolorosa…, ma perché fu la più amorosa, essendogli stata fatta nel cuore, ove risiede l’amore, e per i misteri grandi che contiene ». Il pio autore spiega completamente questi grandi misteri e raccomanda una « particolarissima divozione a questa adorabile ed amorosa piaga », insistendo particolarmente sulla dimora nella piaga del costato e nel cuore di Gesù. « Ma, quando saremo in quel Cuore divino, che vi faremo noi? In che cosa bisognerà occuparci?… Io loderò, benedirò, adorerò, ecc. In quel Cuore mi consacrerò interamente a Lui; mi affiderò pienamente alla sua condotta…; avrò un orrore estremo de’ miei peccati, e mi dedicherò con tutte le mie forze all’esercizio delle buone opere; mi sforzerò di andare di virtù in virtù per salire alla perfezione alla quale Dio mi chiama… Ma, siccome questa piaga è quella dell’amore, perciò è in essa che si attende particolarmente all’amore, che si rinunzia a tutte le creature, e tutte le sregolate affezioni, e si ama eccellentemente nostro Signore ed il prossimo ». – Finalmente bisogna che noi moriamo « nel suo Cuore per andare da questo a unirci a Lui per tutta l’eternità, nello stato di gloria. E per dir tutto, siccome noi siamo nel Cuore di Gesù Cristo, atteso che l’amore estremo che Egli ci porta, là ci mette e là ci tiene inseparabilmente, così noi dobbiamo in quel Cuore far tutte le operazioni, e ciò sarà un mezzo eccellente per farle bene ». Come si vede, è questa tutta la vita cristiana, connessa all’esercizio della divozione al sacro Cuore. – Il P. di Saint-Jure ha sviluppato e spiegato ex professo, nell’Uomo spirituale, quello che qui indica rapidamente. Parlando dell’unione a nostro Signore come principio della vita spirituale, egli si domanda « come e dove deve farsi ». « Per il luogo, egli scrive, io dico che dev’essere il Cuore di nostro Signore, nel quale dobbiamo unirci strettamente a Lui. Ci siamo tutti di già…, poiché Egli ci ama tutti e l’amore alberga sempre nel cuore, come nel proprio domicilio, le persone amate. E di più, noi possiamo entrarvi e rimanervi con i nostri pensieri, come possiamo con lo spirito avvicinarci a qualcuno ed entrare nel suo cuore. È dunque là la nostra dimora, e non possiamo certamente averne una più ricca, più magnifica, più gradevole, più santa e più divina… Andiamo dunque, con gioia, ad abitare in quel cuore, per non uscirne mai più. Oh! Come è dolce e piacevole vivere ed operare in quel cuore! Si; anche operare, perché noi dobbiamo far tutte le nostre operazioni nel Cuore di nostro Signore e farvi assolutamente tutto ciò che facciamo, esercitandovi anche tutte le funzioni della vita purgativa, della illuminativa e di quella unitiva ». In questo quadro vastissimo si disegnano, lo sappiamo, tutti gli atti e gli esercizî della vita spirituale, dal primo fino all’ultimo scalino. Il pio autore li ricollega tutti al Cuor di Gesù, e spiega, con precisione e chiarezza, come ciò deve farsi. « E in primo luogo per la vita purgativa, considerate, esaminate e piangete i vostri peccati, domandatene il perdono a Dio, in quel cuore che altre volte ne concepì tanto dispiacere e ne fu trafitto dal dolore. Odiate e fuggite le più piccole offese ed i più leggeri difetti; in quel Cuore infinitamente santo, sovranamente puro e che ha grande avversione ed estremo orrore anche del più piccolo peccato veniale ». E continua così per la lotta contro noi stessi e il dominio, per le penitenze e le mortificazioni, per le prove dolorose, spirituali e temporali. « Se ogni sorta di prova accettiamo dal Cuore di Gesù, in esso si addolciscono grandemente e vi perdono tutta la loro amarezza e le loro malvagie qualità, per prenderne delle salutari; né più né meno delle acque, che, passando per le miniere, ne ritraggono la loro forza e le loro virtù, e divengono medicinali ». – « Per la vita illuminativa esercitate le virtù e le buone opere nel cuore di nostro Signore. Praticate la fede, in questo Cuore infinitamente sapiente e sperate in questo Cuore che vi ama perfettamente e che è liberale e misericordioso al di là di quel che si può pensare ». È così delle sue virtù, « Fate nel cuore di Gesù le vostre orazioni mentali e vocali, il vostro ringraziamento dopo la santa Comunione. Non potete scegliere un oratorio più raccolto; poiché questo Cuore santissimo è stato sempre elevato ed unito a Dio; vi sarete più attento e meno distratto che in ogni altro luogo ». – « In questo Cuore, che è tutto ardente di amore per gli uomini, amate il vostro prossimo ». – Seguono alcuni particolari sopra il perdono, la compassione e tutti gli altri doveri verso il prossimo, sempre nel Cuore amoroso, misericordioso e tollerante di nostro Signore. « A più forte ragione noi dobbiamo fare tutte le nostre azioni interiori ed esteriori in questo divin Cuore, con la moderazione, la dolcezza, la soavità e con le sue stesse intenzioni, in perfetta conformità e intera sottomissione a tutte le sue ispirazioni e ad ogni suo movimento ». – « Per la vita unitiva, finalmente, questo Cuore divino… è il vero santuario ed il migliore domicilio, ove essa si pratica eccellentemente », e qui pure seguono particolari e pratiche. « Ecco, conclude l’autore, quel che noi dobbiam fare nel Cuore di nostro Signore e come bisogna unirci a Lui ». – Né la teoria né la pratica, sono del P. di Saint-Jure; le abbiamo già incontrate ad ogni momento nel nostro cammino. Ma però la cosa non era forse mai stata spiegata in maniera così chiara né così ridotta alla pratica.

Il P. Gaspero Druzbicki (1590-1662) non fa della teoria, dà solamente qualche spiegazione breve e chiara, per servir di direzione nella pratica. Ma, tal qual è, il suo opuscolo intitolato: Meta cordium cor Jesu, è tuttavia un vero manuale di divozione al sacro Cuore, ricco e pio; esso fu il primo nel suo genere. È giusto che lo si descriva. Nel recto del frontespizio vi son tre testi della santa Scrittura: Pone me ut signaculum super cor tuum. — Fili, præbe mihi cor tuum. — Paratum cor meum, Deus. Segue poi una corta prefazione dov’è chiaramente indicata l’idea della divozione: « Gli esercizi verso il Cuore di nostro Signore G. C. che voi avete per le mani e sotto gli occhi, son rivolti particolarmente al Cuore corporeo di Gesù, al suo Cuore di carne, ma unicamente in quanto esso è informato dall’anima sua santissima che è in unità d’essere e di vita (consentit atque unitur) con il cuore spirituale ed interiore; in quanto sussiste ipostaticamente nella persona del Verbo ». Da queste condizioni dipende o, meglio, da questa sorgente scaturisce tutto il valore, l’attività, la ricchezza del cuore materiale. Verso questo cuore inteso in questo senso, è cosa salutare far ossequio d’amore, di culto, d’invocazione, ed altre pratiche di pietà e di divozione, e tutto ciò è salutare, ed anche secondo il Cuor di Gesù. Il libro contiene un piccolo ufficio del Cuor di Gesù, delle preghiere e delle aspirazioni a quel Cuore divino, alcuni punti di meditazione « sulle occupazioni, affezioni e patimenti » di questo Cuore; di certe maniere di servirsi di Lui per gli esercizi della triplice vita unitiva, illuminativa e purgativa, una litania d’immagini o di simboli da utilizzarsi in considerazioni ed affetti; un colloquio con il Cuor di Gesù; domande da fargli per sé e per gli altri; lodi a questo Cuore; le sue funzioni, luce di sapienza, fuoco d’amore; preghiere e suppliche fervorose a questo Cuore amante, a questo Cuore che soffre, a questo Cuore beato; virtù del Cuore di Gesù da studiare, da domandare; quello che noi dobbiamo al Cuore di Gesù; il salmo doxologico al sacro Cuore; alcune contemplazioni (o, meglio, dei punti di contemplazione) sul sacro Cuore, immagine, della Trinità, sede della divinità, cielo, fornace, sole, paradiso, sorgente, alveare di miele, banchetto ecc. ecc.; infine vi si trova un piccolo rosario alle piaghe di Gesù, tutto secondo lo spirito della divozione al sacro Cuore. Nelle nuove edizioni hanno aggiunto nel libro una bella preghiera alla piaga del costato e del cuore, tolta da un altro scritto dello stesso autore. Prima di questo, nessun altro libro aveva tanto e così direttamente parlato del Cuore di Gesù; nessuno aveva aperto tali e tante prospettive alla divozione. Ed anche dopo, fra tanti manuali, non se ne trova uno più pratico, più ricco, più suggestivo.

Il P. Giovanni Paullinus (1604-1671) nella sua opera Pia cum Jesu vulnerato colloquia ha un colloquio, il 21, pieno di slanci ammirabili sul sacro Cuore. Anche il titolo è significativo: Del Cuore amabilissimo di Gesù, ferito dalla lancia. Nel principio, il motto della Scrittura: Il vostro servo ha trovato il suo Cuore; poi seguono questi quattro versi:

O dulce, forte, grande cor

O cordium corona!

Da, quæso, Christe, da mihi,

Cor hoc habere cordi

(O dolce cuore forte e grande. O corona dei cuori – Datemi io ve ne prego, o Cristo – Di aver questo Cuore nel mio!).

È questo il senso generale del colloquio. Eccone qualche brano: « Ecco, o Gesù ferito, che il vostro servo viene a parlarvi cuore a cuore. Il suo cuore parla al vostro, e vi parla del vostro cuore e del suo destino… Il vostro Cuore è il santuario. della Santissima Trinità, è sacrosanto, ed il mio è un ricettacolo d’iniquità… Il vostro Cuore è la sede della sapienza, il mio è un abisso di aberrazione. Il vostro Cuore è una sorgente di grazie e di virtù, il mio è un pantano di sozzure e di vizi. Nel vostro Cuore regna la carità, nel mio domina la corruzione; nel vostro brucia la fiamma della divozione, nel mio vi è il freddo glaciale del torpore. Nel vostro Cuore si ha la pace continua, nel mio si agita il turbine e l’angoscia. Il vostro è sempre aperto dal lato del cielo e chiuso a quello della terra, il mio si apre solo per la terra e si chiude per il cielo. Il vostro Cuore risuona sempre delle lodi divine, nel mio non odo che gli importuni mormorii degli affanni. Il vostro è sempre fissato in Dio, il mio mi abbandona di continuo, fugge e si smarrisce…. Signore, che farò io? Dovrò cercarlo? Ma spesso lo cerco invano: è nascosto nel fango terrestre… Mi hai dunque detto che debbo cercarmi un altro cuore, e, grazie a Te mio Gesù, l’ho trovato. Vedo il vostro petto sacratissimo, aperto dalla lancia, e vi scorgo il vostro Cuore, o per dir meglio il mio cuore. Poiché Voi mi siete stato dato; tutto ciò che Voi siete, è mio; è dono del vostro Padre, dono di Voi stesso. Dunque il vostro Cuore è mio, e questo mi basta, non ne cerco altri!… Salve, dunque, salve, trono della divinità, abisso di grazie, tempio di gloria! Salve, delizie del Padre supremo, tabernacolo dell’eterno Figlio, santuario dello Spirito Santo! Salve, o Cuore della Madre divina (Deiparæ corculum) (È Gesù stesso che l’autore indica così non il Cuor di Maria. Noi troviamo altrove, specialmente in S, Giovanni Eudes, termini uguali: Gesù… il Cuor di Maria, ecc.), gioia degli Angeli, centro delle anime sante. Salve, amante dei cuori, dimora dei giusti, asilo dei peccatori. Voi siete la scuola della cristiana sapienza, il luogo di esercizio della vita perfetta, l’artefice della beatitudine eterna… Cambiarmi in Voi, dimorare in Voi, vivere e morire in Voi, non desidero altro! In Voi è tutta la mia gioia, la mia gloria, la mia virtù, il mio tesoro, le mie ricchezze, il mio riposo e la mia pace, la mia vita, la mia salvezza, ogni mio bene! O Gesù, o Gesù mio, permettete che l’anima mia entri nel vostro Cuore. Accordatemi un piccolo angolo (angulum) nel vostro Cuore… Voi che non escludete alcun peccatore, e voleste che la lancia vi aprisse un asilo per tutti… Il vostro Cuore, sulla croce, fu afflitto ed angosciato!… Allora, sì, proprio allora, o mio Gesù, io mi trovavo nel vostro Cuore, Voi pensavate a me, offrivate tutto il vostro sangue per me… Ho dunque ragione di rifugiarmi nel vostro Cuore, ove trovo il mio nome scritto; vi voglio vivere e morire… Vi prego dunque, per il vostro sacratissimo Cuore, e ve ne supplico, perdonate il mio ardire… Quale altro rimedio per la mia salvezza, quale altro pegno posso aver io oltre il vostro Cuore? Se mi risponderete, non mi allontanerò, mi siederò alla porta e busserò, finché Voi non mi aprirete, sia in vita che in morte. Poiché ora il vostro servo ha trovato il suo cuore, il quale finora, sotto il mantello dell’amor proprio, era nascosto negli imbarazzi delle cose terrene. Ma ora io lo nascondo, lo rinchiudo nel vostro santo costato; ora lo distacco e lo separo interamente da tutto ciò che non è Dio e cosa di Dio, o che a Dio non conduce; lo confido al vostro dolcissimo Cuore ed a questo lo consacro e lo dono… Fatelo grande, perché  tenga il mondo intiero per un nulla; fatelo alto, perché  disdegni tutto ciò che passa… Allora potrò dire, nella gioia e nella pace, ovunque e sempre, il vostro servo ha trovato il suo cuore, e, con il suo cuore la rettitudine del consiglio, la forza dell’anima, la purezza dello spirito, la grazia perfetta, la gloria suprema, le delizie celesti, la beatitudine eterna; poiché, con il cuore, ho altresì trovato il vostro e Voi stesso, Gesù mio ferito dalla lancia; ed in Voi ho trovato il mio Signore e il mio Dio, ogni mio bene! Io sono il servo del vostro Cuore; voi siete il Dio del mio cuore.

Il P. Giacomo Nouet (1608-1680) è, con il P. di Saint-Jure, uno di quelli che parlavano meglio del sacro Cuore; meglio di tutti, almeno avanti Croiset e Galliffet, egli ha spiegata la divozione e ne ha fatto come la teoria. Si può rilevare in lui moltissime volte nominato il sacro Cuore; ogni pagina ne è piena. In esso vi è però di più e di meglio di queste menzioni passeggere e d’occasione. Nell’Uomo d’orazione, al principio della terza parte consacrata alla vita gloriosa di Gesù Cristo, vi è una lunga Prefazione, ove non si tratta del sacro Cuore. Ecco come giunge a parlarne l’autore: poiché la principale disposizione nella quale dobbiamo entrare, durante il tempo pasquale, per seguir lo spirito e la condotta della Chiesa, è l’amor divino, che deve prendere il posto dell’amor proprio e distruggere in noi l’uomo vecchio, per darci una vita nuova, simile a quella di Gesù Cristo risuscitato, è importante di formarsene prima un’eccellente idea sul modello del sacro Cuore di Gesù e dell’amore stesso che Dio ci porta ». – E si tratta certamente del cuore di carne, poiché l’autore aggiunge subito: « Per questo Egli ha voluto il suo costato rimanesse aperto, anche dopo la sua Resurrezione, affinché noi possiamo entrarvi, per attingere il puro amore alla sua stessa sorgente, voglio dire in questo Cuore sacratissimo, in questo Cuore nuovo, in questo Cuore che rinnova ogni cosa, in questo Cuore ove S. Paolo vuole che i fedeli scelgano la loro dimora: Dio è testimone, egli dice, quanto io desidero che voi siate tutti nelle viscere di Gesù Cristo. Non ci poteva insegnare un luogo più proprio per imparare ad amare Dio e per meditare i misteri della sua vita gloriosa, che rispondono alla vita che noi chiamiamo unitiva. Entriamovi dunque, per trovar quei pascoli divini che nostro Signore promette alle pecorelle del suo ovile; stabiliamo in quel Cuore la nostra dimora, per mezzo di una solida divozione, fondata su quattro motivi, dei quali il primo riguarda la sua nobiltà e la sua eccellenza; il secondo le sue ricchezze ed i suoi tesori inestimabili; il terzo, le sue piaghe e le sue sofferenze; il quarto i voti e gli omaggi di tutti i santi, che ne hanno fatto il luogo delle loro delizie, per condurvi una vita santa, una vita divina, una vita nuova ». Ciascuno di questi motivi è oggetto di un paragrafo distinto, il cui insieme riassume l’insegnamento tradizionale, e fornisce, nella teoria e nella pratica, una dottrina completa della divozione. – Vorrei qui riportar per intero queste belle pagine che Galliffet stesso non sorpasserà poi. Eccone, almeno,  una breve analisi. Per mostrare « l’eccellenza e la nobiltà del sacro Cuore di Gesù », Nouet ne segnala dodici prerogative: la sua origine Verginale, la sua unione con « l’anima più bella che Dio abbia tratta dai suoi tesori », la sua sussistenza nella persona del Verbo, che ne ha fatto il cuore di un Dio, la sua santità divina, la sua vita teandrica, le compiacenze che vi prende il Padre celeste, la dimora del Verbo in Lui ed il riposo che vi prende lo Spirito Santo, come nel suo capolavoro: « Egli è il cuore della Chiesa, il primo organo dell’onnipotenza divina, il trono della gloria di Dio e l’altare del gran sacrificio, e finalmente, il re di tutti i cuori, e per la sua grandezza, per il suo potere e per il suo merito ». Ciascuna di queste prerogative, inspira all’autore qualche riflessione breve, ma penetrante, in favore della divozione e sulla maniera di praticarla. – Egli ci scopre le « ricchezze spirituali, immense, che noi troviamo nel cuore di Gesù per mezzo di cinque considerazioni. 1. Nel cuor di Gesù, sono stati formati tutti i disegni della nostra salute. 2. In quel Cuore la Chiesa fu concepita e per conseguenza tutti i fedeli debbono amarlo, come il luogo della loro nascita. 3. Noi troviamo, in quel Cuore, tutte le armi proprie alla nostra difesa, tutti i rimedi per la guarigione delle nostre malattie, tutti i soccorsi contro gli assalti dei nostri nemici…, ogni grazia, ogni giustizia, ogni santità, ogni gloria, il Paradiso stesso! 4: Vi posso dire di essere debitore a questo Cuore amabilissimo, di tutte le obbligazioni particolari che ho, per ogni parte del suo corpo che soffrì per la mia salute. Egli pianse con i suoi occhi divini etc…. Fu l’amore che animava questo Cuore sì grande, fu questo cuore che era infiammato d’amore che spinse Gesù a far tutto ciò che fece in nostro favore… 5. Questo Cuore adorabile, non respirava che per me, non sospirava che per la mia salvezza, non aspirava che a darsi a me ». « E questo Cuore divino, il cuore di Gesù, può esser mio, è anzi mio! » « Me ne voglio dunque servire; conclude il pio autore, per amare il mio Salvatore, per benedirlo, e per ringraziarlo. Ne voglio fare un tempio per adorarlo, una vittoria per potergliela sacrificare, un fondo per pagare tutti i miei debiti e soddisfare ad ogni mio dovere. Qua e là, nelle considerazioni che precedono, come in quelle che seguono, il dettaglio fisiologico può esser talora inesatto; l’idea fondamentale però è sempre bella e vera ». – A proposito delle « piaghe e sofferenze del sacro Cuore di Gesù », noi abbiamo qui la dottrina tradizionale, ma sempre con un accento tutto personale di unzione e di pietà. Ferito d’amore, ferito di compassione, ferito di dolore per i nostri peccati, Gesù volle esser ferito dalla lancia per aprirci l’ingresso nel suo Cuore. Segue un bello svolgimento su questa piaga, «la più bella, la più amabile e la più preziosa di tutte le piaghe che il Figlio di Dio abbia mai ricevute ». E come conclusione, vi è una bella preghiera. « O Cuore divino, cuore amoroso, cuore santissimo, cuore donato, abbandonato, sacrificato ed immolato all’amore degli uomini, io non voglio vivere più che per rendervi un amore reciproco e darmi irrevocabilmente a Voi. O ferita amorosa, dalla quale stillano l’acqua ed il sangue, per il rimedio di tutte le mie debolezze, voi ferite il mio cuore, con la vista di tante pene, di tanti prodigi e misteri. O divino costato, ove il ferro e l’amore hanno aperto una breccia sì favorevole, ricevete il mio cuore insieme a quello di Gesù… Salvator mio, voi non disprezzate un cuore contrito ed umiliato, spezzate dunque con il dolore il mio, per farlo entrare nel vostro, per far così di due cuori un cuor solo. Che se il mio non vi sembra puro abbastanza, toglietemelo, ve ne supplico, affinché io non viva più a me stesso; datemene uno nuovo, perché io viva una vita nuova; accordatemi il vostro, affinché io non viva più che per voi. Ah! io non voglio amar più nulla fuori del vostro cuore, che mi ha amato più della stessa vita! ». Questa bella preghiera finisce con una solenne consacrazione al Cuore di Gesù. « Io lo dico in presenza della divina Maestà, in presenza della beatissima Vergine Maria, il cui cuore non fece altro che amare il Cuore adorabile del suo divin Figlio; lo dico alla presenza di tutti i Santi, che non trovano né piaceri né delizie che nel cuore di Gesù. Io dedico e consacro il mio spirito, la mia memoria, la mia volontà, il mio corpo, l’anima mia e tutto ciò che sono, al suo onore, rinunziando a tutto ciò che può impedirmelo… Cuor di Gesù, Cuore adorabile, Cuore più grande e più santo di tutti i cuori, io lascio tutto per Voi, io dono tutto per Voi, io non fo più conto di nulla che di Voi; e, come Voi siete tutto mio, io voglio essere eternamente tutto Vostro. Così sia ». – Non si direbbe qui di ascoltare santa Margherita Maria e il beato de la Colombière? La Veggente di Paray leggeva Saint-Jure e Nouet; e si è creduto di riconoscere, qua e là nei suoi scritti, l’eco del loro pensiero, qualche volta anche le loro stesse espressioni. Non è dubbio che essi hanno esercitata grandissima influenza nella preparazione e nella elaborazione dei materiali che il lume divino rischiarava nella coscienza della santa, durante la sua lettura. – A proposito del quarto motivo, che è la « divozione di tutti i Santi verso il Cuore santissimo di Gesù », Nouet spiega, in primo luogo, in termini che sembrano ispirati da Saint-Jure, come: « un Cristiano non debba esser senza domicilio, errante e vagabondo nel mondo ». Ma « ove lo cerca, non ne trova uno più vantaggioso di quello del Cuor di Gesù ». E come fare per dimorarvi? « Lo impareremo dai Santi, l’esempio dei quali è un potente motivo per eccitarci alla divozione; ed è altresì un’istruzione salutare per insegnarcene la pratica ». Qui l’autore raccoglie molti esempi e testi tradizionali e conclude: « Venite, dunque a questo divin Cuore, con sicurezza, all’esempio dei Santi, e cercate di seguire le invenzioni meravigliose, che la divozione suggerisce loro per onorarlo ». Queste invenzioni le riduce « a quattro capi principali, che ne contengono la pratica ». « In primo luogo, avvicinatevi al cuor di Gesù in ispirito di penitenza… In secondo luogo, avvicinatevi a Lui in ispirito di raccoglimento e d’orazione. In terzo luogo venitevi come al Vostro rifugio in ispirito di confidenza per dimenticare le vostre tristezze, i vostri dispiaceri e disgusti, le vostre pene e le vostre noie in questo abisso di dolcezze e di bontà… In quarto luogo, venitevi in ispirito di fervore per impararvi la pratica di tutte le virtù e sopra tutto dell’amore divino, che è il centro della vita unitiva, alla quale tendono, principalmente, tutti i misteri della vita gloriosa di Gesù Cristo ». Nei paragrafi precedenti noi trovammo già indicati insieme con i motivi di onorare il sacro Cuore, anche i mezzi e gli esercizi pratici. Tuttavia l’autore consacra un paragrafo speciale al mezzo di unire il nostro cuore a quello di Gesù ed il nostro amore al suo, per mezzo di una perfetta somiglianza ». Gesù desidera questo più di tutto. Guardiamo dunque in Lui stesso « il modello sul quale noi dobbiamo formarci, se vogliamo essere secondo il Suo cuore ». 1. Egli è tutto amore. « Desideriamo dunque di amare Dio con tutti noi stessi…. ; se fosse possibile, che tutto il nostro essere si converta in una vera fiamma di amore ». 2. Egli è in tutto e dappertutto amore. « Dunque dobbiamo amar tutti. La carità non fa che una sola famiglia del Cielo e della terra ». 3. « Egli è eternamente amore ». Dunque non dobbiamo amare che Dio nella creatura, e non dobbiamo amar la creatura che per Dio. L’autore aggiunge poi che « bisogna misurare la carità, per le quattro dimensioni che S. Paolo c’insegna, e cioè per la sua altezza, per la sua lunghezza, per la sua larghezza e per la profondità, per discernere la vera carità dal falso amore, senza ingannarci ». – E conclude: « Osservate bene questo modello e, nelle meditazioni che farete durante questo tempo, cercate di ritrarne una buona copia… Quando andrete all’orazione persuadetevi che andate alla conquista del Cielo, che Gesù Cristo vi ha aperto: ma che, avanti d’unirsi a Voi, Egli vi domanda se il vostro cuore è retto, come il suo, poiché nulla Egli gradisce di più che la corrispondenza e simpatia delle vostre affezioni con le sue. Egli vi chiama, per farvi riposare sull’amoroso seno della sua provvidenza; non turbate dunque il suo riposo con le vostre inquietudini e le vostre disordinate passioni. Egli vi presenta il suo costato aperto per guarir le piaghe dell’anima vostra, per rianimare la vostra fede, per infiammare il vostro amore; non resistete dunque alle sue attrattive. Finalmente Egli è disposto a darvi il suo Cuore, che è il tesoro di tutti i beni del Cielo, a condizione che voi gli diate il vostro; non ricusate questo scambio, che è per Voi tanto vantaggioso; dategli il vostro cuore intero, senza riserva alcuna; pregatelo di purificarlo, di illuminarlo, di trasformarlo, per renderlo perfettamente simile al suo, in maniera che Egli lo possieda assolutamente e ne sia sempre il padrone ». – Si vede bene, senza bisogno d’insistervi, con quale pienezza, chiarezza, precisione e profondità ci è qui presentata la divozione al sacro Cuore. Due passi, però, mi sembra che meritino di essere notati particolarmente, In primo luogo è bastato al P. Nouet di procedere nel senso di S. Ignazio per trovare il sacro Cuore. Già avevamo notato qualche cosa di simile in Alvarez de Paz. Questi due esempi, meglio di molte discussioni, ci possono aiutare a precisare giustamente la relazione fra la spiritualità di sant’Ignazio e questa divozione. Secondariamente poi si deve notare che il P. Nouet ha posto questo trattato della divozione al sacro Cuore in principio della parte che riguarda la vita gloriosa di Gesù; non di quella dolorosa. È questo un indizio, fra molti altri, che la divozione al cuore di Gesù si costituisce sempre più in una divozione speciale, distinta dalla divozione alle cinque piaghe ed alla Passione; è questa propriamente la divozione all’amore per ottenere l’amore. Queste belle pagine non contengono tutto il contributo dato dal P. Nouet a questa divozione. Nella prefazione della quinta parte delle Meditazioni, consacrata alla « vita di Gesù che conversa con gli uomini », più volte si accenna al sacro Cuore. Al N. 8, è detto: « Qual piacere più grande può desiderare un’anima, che si occupa seriamente della sua salvezza e della sua perfezione, che di esser con Gesù Cristo, che è l’amico fra tutti più fedele e più dolce, di lavorare con Lui, di agire di concerto e di intelligenza con Lui; di vivere, se si può dire, nel suo sacro Cuore, o almeno di vivere secondo il suo Cuore? Oh! come le verità appariscono anche più belle ed attraenti in questo esemplare! » Al N. 13: « Al principio d’ogni vostra azione, elevate il vostro spirito a Gesù, e con sguardo semplice ed amoroso, osservate com’Egli faceva, durante la sua vita, quello che voi siete per fare, e in qual modo le farebbe, se fosse al vostro posto. Animate questo sguardo del desiderio ardente di piacergli, di accontentarlo e di onorarlo. Unite il vostro Cuore al suo, la vostra alla sua azione, per trarne forza e vigore e compierla nel suo spirito » Fra i Trattenimenti sulla Divozione verso nostro Signore Gesù Cristo, 3° parte, si possono notare i trattenimenti per la 22° settimana dopo la Pentecoste. Quello del martedì è intitolato: Che il cuore di Gesù Cristo è il trono dell’amore divino, ove l’Eterno Padre regna assolutamente; quello del mercoledì: Che il cuore di Gesù è il capolavoro dello Spirito Santo, che non è che amore; quello del giovedì: Che il cuore di Gesù Cristo è unito personalmente al Verbo, che è il principio dell’amore; quello del venerdì e del sabato: Della singolare eccellenza del sacro Cuore di Gesù Cristo e del suo ardentissimo amore verso Dio. Benché tali considerazioni siano tutte bellissime, non possiamo però fermarci su di esse. Notiamo solamente qualche tratto della divozione. Anzitutto, il ricorso alla mediazione del sacro Cuore: « Se il nostro cuore è troppo basso per amare ed onorare un Dio così grande, noi possiamo soddisfare ai nostri doveri onorandolo ed amandolo nel cuore di Gesù. Poiché infatti è nostro il suo divin Figliuolo che ce l’ha dato; e noi l’offriamo a Lui con umiltà, per supplire alla nostra impotenza, Egli ne sarà contento e soddisfatto ». Alla fine di una bella considerazione che tratta della stretta « corrispondenza fra lo Spirito Santo e Gesù Cristo » e « della simpatia di questi due cuori, che non si danno mai l’uno senza l’altro », si ha la seguente preghiera: « Mio Dio, create in me un cuor puro e rinnovate uno spirito retto nelle mie viscere (Ps., L, 12); lo so che colui che vi ama con cuor puro ha il dono, possiede il pegno della vita eterna, ha il carattere dei predestinati; datemi dunque il vostro Cuore che è la sorgente di ogni purezza… Datemi il vostro spirito per guidarmi; datemi il vostro Cuore per obbedire e seguirlo nella mia condotta; datemi l’uno e l’altro, per amarvi nell’eternità. Amen ». – Il P. Vincenzo Huby (1608-1693) ha scritto molto meno del P. Saint-Jure e del P. Nouet; egli fu più di tutto un missionario e un uomo d’azione. Non cercheremo dunque in lui lunghe spiegazioni scientifiche sul sacro Cuore, quali le abbiamo trovate in questi autori, ma i suoi scritti, come i suoi atti, non solamente dimostrano in lui un devoto del Cuor di Gesù, ma altresì un apostolo di questa divozione. Disgraziatamente vi sono ancora molte questioni da risolvere sulle quali i missionari bretoni, successori del P., Huby e che io ho interrogato, non hanno potuto fornirmi gli schiarimenti desiderati. Dobbiamo accontentarci dunque di testi sparsi qua e là, in due piccole raccolte molto incomplete degli scritti del grande missionario e direttore di anime, ed anche di preziose indicazioni, qualche volta però vaghe ed oscure, dateci dal suo discepolo e biografo, il P. Champion. Tutti gli scritti del P. Huby sono secondo lo spirito della divozione al sacro Cuore; tutto vi parla d’amore e conduce all’amore. Spesso vi è nominato espressamente il Cuore di Gesù. A proposito della contrizione si legge nel Ritiro: « Voi servirete di supplemento al mio amore ed alla mia contrizione, o cuore adorabile di Gesù. Voi siete l’unica bontà e la misericordia infinita del mio Dio, e per voi mi pento di tutte le mie iniquità. Versate sempre più nel mio cuore le fiamme del vostro amore per Iddio, le acque della contrizione amara che vi cagionarono i miei peccati (Si sa che Gesù non ebbe « contrizione » nel senso proprio della parola, poiché la contrizione suppone il peccato personale; ma ebbe il cuore pezzato per i nostri peccati; ed è questo che vuol dire l’autore). Se questi mi rendono indegno della grazia di morir di amore e di dolore, che il vostro amore per me mi accordi almeno di languire di un amore umiliato e contrito ». A proposito della morte, egli dice: « O Gesù, mio Salvatore, accordatemi, per l’intercessione di Maria madre vostra santissima, la grazia di morire con sentimenti simili ai vostri… Cuore adorabile del mio Gesù, che siete tutto amore e carità, voi potete accordarmi la grazia che imploro…; la gloria del Padre vostro ve la chiede… Siate sempre in me, o buon Gesù, tutto amore per noi. Che noi siamo per sempre in Voi e tutto amore per Voi. Amore, amore ». – A proposito del giudizio universale, meditando sulla infelicità di un’anima che non ha amato Dio, l’autore fa intervenire Gesù e lo fa parlar così: « Io non ti domando conto della mia vita, che ho immolato per te, volontariamente e con gioia: ma ti domando conto del tuo cuore. Era mio; l’avevo comprato a prezzo del mio sangue per manifestarti la carità immensa di cui il mio cuore bruciava per te; per condurti a questa sorgente inesauribile di tutte le grazie, l’amore ti aveva aperto il mio costato… Malgrado tutti gli sforzi dell’amor mio, malgrado le mie tenere ricerche, malgrado le mie minacce, tu non ti sei degnato di entrarvi… Tu non mi hai amato! ». Per eccitare ad amar Gesù, dopo. averlo mostrato tutto amoroso ce lo mostra amantissimo. « Le fiamme dell’amore acceso nel sacro cuore di Gesù erano così vive, così ardenti, che ad ogni momento gli avrebbero causato la morte, se la sua potenza non gli avesse conservato la vita… Cuore amoroso del mio Gesù, cuore tutto fuoco e tutto fiamma, com’è possibile che voi non sciogliate il ghiaccio dei nostri cuori? Un amore infinito ha una forza infinita sul cuore della persona amata. Siamo noi dunque capaci di una resistenza infinita? No, ma, ohimè! Come sono poche le persone che studiano seriamente Gesù, e che entrano nel suo interno, per conoscere quello che Egli è in se stesso ed in rapporto a noi! » Considerando l’amore di Gesù per gli uomini nell’Eucaristia e l’ingratitudine degli uomini per Gesù in questo Sacramento d’amore, egli vorrebbe, come santa Margherita Maria, vivere e morire ai piedi degli altari, « meditando gli abissi del sacro cuore di Gesù, e immolandosi come una vittima, per riparare gli oltraggi che Gesù riceve nel Sacramento del suo amore ». Nella meditazione delle sofferenze di Gesù Cristo, non trascura quelle del suo cuore. Egli ci fa entrare « nell’interno di Gesù », per studiare « quello che addolora il suo cuore tenerissimo e pieno d’amore per noi », per comprendere quanto soffre, o piuttosto per vedere « che le pene interne del cuor di Gesù sorpassano ogni idea », e che, per comprenderle, « bisognerebbe avere l’intelletto ed il cuor di Gesù; il suo intelletto, per conoscere perfettamente come lui il rispetto dovuto alla maestà infinita di Dio e l’enormità del peccato; il suo cuore, per amar così ardentemente Dio e gli uomini ». Ed è durante tutta la sua vita, che Gesù ha così sofferto nel suo Cuore! La meditazione « sull’eccesso d’amore, che Gesù Cristo manifesta agli uomini soffrendo per loro », finiva con una preghiera al Cuore di Gesù. « Cuore infinitamente amabile ed infinitamente amante, comunicate i vostri ardori al mio cuore; ispiratemi un amore puro e disinteressato, un amore appassionato, ardente, divorante, in una parola, un amore degno di Voi ». Nella meditazione sulla Croce, egli dice a nostro Signore: « O mio Gesù, voi solo potete formarmi a questa sublime scienza (della croce); per rendermi in essa istruito, voglio studiare continuamente i sentimenti del vostro cuore adorabile ». E nella preghiera finale aggiunge: « Voi, o Signore, che mi avete ispirato questi desideri (di soffrire e d’amare), Voi li appagherete quando vi piaccia; comunicatemi frattanto anticipatamente le disposizioni del vostro sacro Cuore ». La meditazione « sulla gloria nascosta nella Croce », si chiude anch’essa con una preghiera al sacro Cuore. « O cuore adorabile di Gesù, sorgente ineffabile di luce e di grazie, fate sentir vivamente al mio spirito, e più ancora al mio cuore, che nell’universo non vi è gloria maggiore di quella di esser simile a Voi; soffocate in me ogni (altra) ambizione ed ogni altro desiderio ». Nella meditazione « sul desiderio d’amare Gesù Cristo », dice: « Oltre a ciò che Gesù ha fatto e sofferto per noi, Egli ha altresì desiderato, con ardore, di fare e soffrire anche di più. Ecco il modello di un Cuore ferito dall’amore; perciò io debbo, voglio, o mio Gesù, imparare da Voi ad amarvi ». Un poco più innanzi dice: « Gesù è un amico infinitamente amabile: il suo Cuore adorabile, ci ama di un amore più grande di quello che tutti i santi e gli angeli hanno per Dio; e, se la sua potenza non avesse sostenuto la sua vita mortale contro gli ardori e gli sforzi del suo amore, ad ogni momento questo sviscerato amore gli avrebbe tolto la vita ». Si scorge chiaramente che questo ritiro non è solamente secondo il più puro spirito della divozione al sacro Cuore; il Cuor di Gesù è presentato continuamente all’esercitante come modello, come stimolo d’amore; come supplemento divino, come simbolo vivente di Gesù tutto amore e perfezione, amantissimo ed: amabilissimo. Spesso rappresenta la Persona stessa di Gesù invocandolo e rivolgendoglisi come a Gesù stesso. Nella Pratica dell’amore, gli esercizi di divozione al sacro Cuore sono più diretti e più liberi. In principio, l’editore del 1734 ha posto una « Preghiera divota al Crocifisso per eccitarci alla contrizione ». Il peccatore si rivolge alternativamente ai piedi, alle mani, al costato, al cuore di Gesù in croce. AI costato dice: « O Gesù, che il vostro Cuore entri nel mio per la piaga del vostro sacro costato aperto, o che il mio cuore entri nel vostro per mezzo di questa stessa sacra piaga; affinché io viva in Voi e Voi in me, e che non sia mai separato da Voi ». Al cuore dice: « O cuore di Gesù, immerso nella tristezza per le mie vane gioie! O cuor di Gesù carico d’affanni per i miei divertimenti peccaminosi! O cuor di Gesù, invaso dal timore, per la temerità dei miei desideri!… O cuor di Gesù fornace d’amore, tesoro di ogni grazia, sorgente amabilissima ed inesauribile della contrizione che entrò, che entra ed entrerà nel cuore degli uomini! Infondete Voi nel mio cuore questa santa contrizione, quei rimpianti preziosi… che Voi suscitaste nel cuore di tanti santi penitenti… Contrizione del cuor di Gesù, venite, deh! Venite nel mio cuore! ». Dopo una pausa di umile e rispettoso silenzio innanzi a Dio, egli si rivolge anzitutto al suo cuore, poi al Cuor di Gesù insieme al proprio. « Ah! qual differenza, esclama, fra cuore e cuore! Fra il vostro cuore ed il mio! O cuore purissimo di Gesù! O cuore guasto e macchiato della creatura! O cuore paziente di Gesù, o cuore impaziente della creatura!… O cuore di Gesù! O cuore della creatura. sì leggero nel bene, sì costante nel male! Ah! qual differenza fra cuore e cuore, fra il vostro cuore, o Gesù, ed il mio! Oh! qual differenza! Ma, Salvatore mio, permettetemi di dirvi dal fondo dell’abisso del mio niente che Voi non avete preso un cuore per natura simile al mio, se non perché il mio fosse simile al vostro per mezzo della vostra grazia. Fate dunque, o mio adorabile Redentore, fate che il mio cuore sia simile al vostro. Il vostro Cuore è puro; che anche il mio sia tale. Create, mio Dio, create in me un cuor puro. Il vostro cuore è umile, che lo sia anche il mio… Il vostro cuore è tutto amore, ed amore santissimo; che anche il mio arda di questo santo amore. Che il vostro cuore, o Gesù, possieda interamente il mio; e che il mio sia fuso ed inabissato nel vostro. Che il vostro Cuore ed il mio, o Gesù, non siano più due cuori, ma uno solo; un cuore fedele, un cuore contrito, un cuore devoto, un cuore generoso, un cuore caritatevole, un cuore veramente cristiano. A questo voglio applicarmi d’ora innanzi, con la vostra grazia, o mio Salvatore; a non aver più nulla nel mio cuore, fuorché ciò che è nel vostro: purezza; umiltà, docilità, coraggio, dolcezza, carità; a non aver più che Gesù e l’amor suo, a non aver più cuore che per Gesù. Non è più mio questo cuore, è vostro e tutto vostro. Apritelo, chiudetelo, purificatelo, infiammatelo; è cosa vostra. Ohimè! Pur troppo non lo fu sempre: ma, O cuore di Gesù, o amor di Gesù, ora, per grazia vostra, il mio cuore vi appartiene e per sempre, o Gesù, Gesù, Gesù! ». Segue poi questa nota: « Qui silenzio ed amore, tenendo la bocca sul cuore del Crocifisso ». – Nella seconda parte del lavoro, consacrata all’amore di nostro Signore Gesù Cristo, due sole volte è nominato espressamente il cuore di Gesù. L’una si trova nella seconda considerazione sull’amore di Gesù per noi: « Cerchiamo di penetrare ancor più avanti nel Cuore di Gesù ». L’altra è nella terza considerazione sul poco amore che si rende a Gesù. « Ma com’è mai che dopo tutti questi cattivi trattamenti, Voi mi tendete ancora le braccia e mi aprite il vostro cuore per ricevermi? » Citazioni rapide queste, ma che dominano tutto lo sviluppo, il quale, del resto, è tutto intiero nel senso della divozione al sacro Cuore. Nell’« Esercizio di divozione verso il Crocifisso », il peccatore contempla alternativamente la faccia, gli occhi, la bocca, le mani ed i piedi di Gesù morto in Croce, e gli rivolge commoventi preghiere. Al cuore egli parla così: « O Cuore sacratissimo del mio Gesù in cui si son rinchiusi tutti i tesori della divinità, e che avete avuto tanto amore per me, io vi vedo dunque così ferito e versar per me fino all’ultima goccia del vostro sangue. Io vi adoro con tutti i cuori a Voi devoti, che sono in cielo, sulla terra, e nel purgatorio, e che Voi avete infiammati del vostro amore. O mio Gesù, fate che per questa piaga del vostro costato… il vostro Cuore entri nel mio o il mio nel vostro, per esser tutto trasformato in Voi. O Cuore, o Cuore, sorgente adorabile dell’amore che ha santificato tanti cuori, purificate e santificate anche il mio, affinché io divenga tutto amore per Voi, come Voi foste e siete ancora tutto amore per me ». – Si vede bene da tutto ciò qual è il posto che occupa nella spiritualità del P. Huby la divozione al sacro Cuore. In nessun altro luogo, prima di Margherita Maria, mi sembra che si trovino altrettante applicazioni pratiche negli esercizî della vita spirituale. Non contento di propagare questa divozione, raccomandandola e parlandone in tutti i suoi scritti, il P. Huby ne fu l’infaticabile apostolo, sia con la predicazione che con l’azione diretta. Ecco quel che ne dice l’editore del 1757, seguendo il biografo del P, Huby. Dopo avere notato che egli precorse la Madre Matilde (Caterina de Bar, fondatrice delle Benedettine del SS. Sacramento) nello stabilire fin dal 1651 l’adorazione perpetua nella Cattedrale di Quimper, poi in quella di Vannes, aggiunge: « Egli ebbe altresì l’onore di precorrere, forse, il P. Eudes, la Ven. Margherita Alacoque; o, se non altro, di concorrere con loro, senza conoscere i loro disegni, al progetto di far onorare i sacri Cuori di Gesù e di Maria. Il medesimo spirito animava queste anime sante, dava loro le stesse vedute, ispirava loro gli stessi sentimenti, benché la maniera di produrli e di manifestarli fosse differente. – La pratica favorita del P. Huby era quella di diffondere e distribuire dappertutto gratuitamente delle medaglie che rappresentavano i sacri cuori di Gesù e di Maria. Egli voleva che molto spesso, nel corso del giorno, si baciasse questa medaglia o almeno che la si stringesse al cuore; e che nello stesso tempo ciascuno, secondo differenti bisogni, animasse quest’atto esteriore di religione, con un atto interiore o d’amore di alcune virtù o di detestazione di alcuni vizi. I nomi delle virtù principali che si doveva studiare di imitare nei Cuori santissimi di Gesù e di Maria, erano impressi su queste medaglie; ed i vizi principali che si dovevano evitare erano altresì impressi e raffigurati con emblemi. E tutto questo era spiegato in un libro che il Padre aveva per questo scopo composto ». Il P. Huby soleva chiamar questa pratica: il « rosario del sacro Cuore »; ed ecco, secondo il suo storico, che cosa egli intendeva. Questo esercizio « consiste nel guardare amorosamente o nel baciare e stringere al cuore la medaglia del cuor di Gesù e di Maria, oppure un crocifisso; e ciò per tante volte quanti sono i grani del rosario. Si fa questo posatamente, senza dire né Pater, né Ave, né altra preghiera vocale, se non qualche esclamazione affettuosa, qualche parola devota suggerita dal cuore. Nel tempo nel quale si scorrono i grani del rosario, si può ancora baciarli, come se si baciasse i piedi di nostro Signore o quelli della Madonna, o il loro sacro Cuore, e senza pronunciare parola; con quell’atto s’intende di protestare di cuore a Gesù che lo si ama, si adora, si ringrazia; gli si domanda perdono, ci sottomettiamo alla sua volontà, abbandonandoci amorosamente alla sua condotta ». – Apparisce chiaro che si può, senza timore, annoverare il P. Huby, fra i più gran devoti del sacro Cuore, prima di santa Margherita Maria. Sembra anzi che egli fosse con S. Giovanni Eudes, di cui ora parleremo, il principale propagatore popolare di questa divozione e di quella del Cuor di Maria. Ci vien fatto di ricercare ove egli l’abbia attinta; se non avesse avuto qualche rapporto con S. Giovanni Eudes; se non fosse in qualche modo dipendente da lui, oppure se non avesse conosciuto qualche cosa delle visioni di Paray. Nello stato attuale delle nostre conoscenze, non possiamo per prudenza, affermare nulla, mancandoci i documenti necessarî. Si può congetturare però che egli, nei suoi ultimi anni, abbia sentito parlare di santa Margherita Maria e delle sue rivelazioni; che abbia conosciuto il Ritiro del B. de la Colombière ed anche il libro del P. Croiset. Tutto ciò è possibile; ma nulla ci autorizza a pronunciarci sicuramente in proposito. In quanto poi ad un’influenza notevole delle visioni di Paray sugli scritti suoi e sul suo apostolato è poco probabile e niente lascia intravvedere, Riguardo però a S. Giovanni Eudes il caso è un po’ differente. È verosimile, per non dir certo, che il missionario bretone abbia inteso parlare del gran missionario normando, del suo apostolato e dei suoi scritti, della sua divozione al Cuore di Maria ed a quello di Gesù, delle feste celebrate in loro onore nelle diocesi della Normandia ed anche in quella di Rennes. Che siano stati fra loro in rapporti diretti, che l’uno abbia esercitato dell’influenza sull’altro è probabile; ma non sembra che i documenti portati fin qui in campo e discussi ci diano diritto di giudicare in un senso o nell’altro. – Il P. Huby potrebbe forse ricollegarsi al P. Lallemant, per mezzo del P, Rigoleuc, di cui fu allievo al collegio di Rennes e che poi ebbe per direttore nella sua Vita spirituale e per guida nelle sue missioni. Il P. Rigoulec, come si sa. fu un fervente discepolo del P. Lallemant, che era stato il suo « istruttore del terzo anno »; fu lui che raccolse la dottrina spirituale del maestro nelle note che servirono più tardi a formare il libro del P. Champion. Paragonando quel che è detto del sacro Cuore nella « Dottrina spirituale » e ciò che ha scritto il Padre Huby si può constatare che diverse pratiche del P. Huby rispondono benissimo a ciò che domandava al P. Lallemant. Ciò sia detto senza però trarre da queste constatazioni, alcuna conclusione decisiva

LA VITA INTERIORE (23)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (23)

  1. Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

LUCE DIFFUSA

IL RACCOGLIMENTO

UN OSTACOLO: LA DISSIPAZIONE.

Uno degli ostacoli più gravi alla nostra vita d’unione con Dio è la dissipazione. La dissipazione mentre allontana e tiene separata da Dio l’anima, l’avvicina e lega alle cose create. Queste cose esterne, se troppo considerate, assorbono, guastano, avvelenano gli spiriti. Occorre perciò che l’anima desiderosa di vivere la vera vita interiore sappia dominare le cose esterne, o se ne separi arditamente e decisamente. Com’è possibile riuscirvi? Il primo mezzo, come sempre e in tutto, è la preghiera umile e fiduciosa. Vogliamo ricordare qui, almeno sinteticamente, una preghiera saggia di tante care anime: Signore non ti chiedo di dispiacere alle creature perché sono Tue; ma deh!, o Gesù, concedimi almeno di non piacere loro troppo e di non essere troppo amato… Dopo la preghiera, per riuscire a svincolarsi dalle cose esterne, è proprio necessario non amarle troppo, poiché quando si ama, si è legati all’oggetto dell’amore. Nulla macchia e impaccia il cuore umano come l’amore. impuro delle creature. Occorre, persino, non amare troppo le nostre occupazioni, il nostro apostolato, le fonti stesse della nostra vita spirituale. Dobbiamo amarle queste cose, ma non troppo. Basta, cioè, amarle con la disposizione di lasciarle senza rimpianti alla prima occasione. Dobbiamo, pure, cercare di avere e di conservare, inalterata, una grande calma e serenità di spirito in tutte le diverse circostanze della vita. Non affannarsi, adunque, non affaccendarsi, non tuffarsi, più del necessario, nelle opere esteriori. Il Signore non si lascia trovare nell’agitazione e, così pure, la nostra anima non riuscirà a dominarsi, a reggersi, e verrà, quanto prima, assorbita completamente. – Concludendo: la vittoria nella dissipazione e il conseguimento della vita raccolta non si ottengono senza una volontà ferma, senza una lotta continua contro le attrattive della esteriorità, e contro le nostre cattive inclinazioni tendenti alla ricerca della esteriorità.

I SENSI.

I sensi sono la porta del cuore e dell’anima. Se la porta non è custodita; tutti vi possono entrare. Per la porta dei nostri sensi entrano tutte le tentazioni. In modo particolare è necessario frenare e custodire la vista, l’udito, la lingua. Dobbiamo: vedere e non guardare; udire e non ascoltare; parlare moderatamente, con criterio, e non muovere continuamente la lingua a guisa di elica che volteggia meccanicamente, senza riflessione. «… Chi vuole tutto vedere e sapere, anche se si tratta di cose non cattive; né per se stesse pericolose, non sarà mai persona interiore. »« Dopo tutto, di quanto avviene attorno a noi nel mondo, poco o nulla merita di essere conosciuto. Anche ciò che il mondo chiama cose importanti, sono frivolezze di poco momento: sembrano grandi solamente a coloro che sono piccoli » (Gorrino, La vita interiore, pag. 114. Torino, S. E. I. 1936). – Per orientarsi, però, definitivamente nella vita di raccoglimento, è necessario dominare la lingua, vigilare, frenare, regolare la nostra parola. Precisamente per questo viene tanto insistentemente raccomandato il silenzio. « Chi crede di essere religioso e non raffrena la sua lingua, ha una religione vana » (SAN Giacomo, I, 26). Nella vita delle anime consacrate a Dio, tutto è a base di Regola. V’è, quindi, il tempus loquendi e il tempus tacendi. L’osservanza della Regola del silenzio porta, nella vita di comunità, una vera fioritura di anime care a Dio. Nella vita che la maggior parte delle anime deve condurre in mezzo al mondo, il silenzio può dirsi osservato e custodito quando si parla per necessità, per convenienza e col giusto criterio della riservatezza. Non taciturni e musoni: ma lieti, sereni e pronti a rispondere e ad alimentare una conversazione santa, o, anche, soltanto per quel sentimento di carità di cui parla san Francesco di Sales: « Dove non c’è peccato è sempre buona cosa, quando sia possibile, accontentare il nostro prossimo ».

FANTASIA, IMMAGINAZIONE, MEMORIA.

La dissipazione è alimentata non solo dai sensi esterni, ma anche dalle potenze interne. Ora il silenzio interno è ancora più necessario di quello esterno per ottenere la vita interiore. La fantasia è la pazza di casa, e l’immaginazione la segue come ancella fedele. Ma a che giova lasciare la fantasia sbrigliata? Devesi frenarla, non solo nelle cose peccaminose, o quasi, ma anche in quelle indifferenti. È tutto un lavorio interno di purificazione, di elevazione, di santificazione, specialmente col ricorso diretto a Dio, a Gesù Re dei vergini che si pasce tra i gigli. La memoria pure ha necessità d’essere regolata, frenata, quietata. Parrebbe impossibile, ma è proprio una constatata realtà. Di continuo ci proietta dal passato nel presente tutto quello che non vorremmo più ricordare, che abbiamo confessato, detestato, calpestato e promesso di non voler più ricordare. Ci sembra di poter suggerire questa constatazione: il passato non ritorna più e l’avvenire è nelle mani di Dio. Perciò procuriamo di vivere alla giornata, positivamente, e fidandoci solo del Signore.

VANTAGGI DELLA VITA RACCOLTA.

Sono preziosissimi. Anzitutto, l’anima che, poco per volta, si accorge d’essere presente a se stessa, viene a conoscere i propri sentimenti ed affetti nel loro sorgere. Se questi sono buoni li asseconderà, se sono malvagi li sopprimerà. In secondo luogo; fatta l’abitudine alla vita raccolta, l’anima trova più facile la preghiera, più viva la devozione, più intenso il fervore. Certamente non si può essere raccolti nella preghiera se si è assorbiti dalle cose esteriori o dissipati in esse. « Dove la mente è solita trovarsi lungo il giorno, ivi tornerà anche nel tempo dell’orazione. » Bisogna adunque fare in modo che il pensiero vada a Dio, anche quando ci si trova in mezzo alle brighe esterne: tanto meglio vi si manterrà poi unito durante l’orazione. » Quindi alle persone pie che desiderano sentire il fervore nella preghiera, non si può indicare altro spediente che questo: tenersi raccolte lungo la giornata. Ogni altro consiglio è inutile e inefficace. Chi non ha l’animo raccolto durante gli impegni della giornata, non lo avrà neppure durante l’orazione. Si vive di abitudine. Bisogna farsi l’abitudine del raccoglimento per essere raccolti nei tempi in cui vogliamo esserlo » (Gorrino, o. c., pag. 119). Ma il raccoglimento si nutre del vero fervore che non è quello sensibile. Il vero fervore è dato da una volontà seria, ferma, stabile, refrattaria, disposta a tutto.

VITA E VIRTU CRISTIANE (Olier) 17

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (17)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935 Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XI

Della povertà

V.

Fondamenti della povertà.

Gesù Cristo che vive in noi è il nostro vero tesoro. — Dio si contiene ogni bene. — Dobbiamo già vivere la vita dei santi in cielo. — Esempio di Gesù Cristo. — Felicità dell’anima che sì abbandona alla bontà e Provvidenza del Padre dei cieli. — Ancora i grandi esempi di Gesù Cristo.

Noi siamo chiamati a partecipare alla vita di Dio in Gesù Cristo; la nostra vita come quella di Gesù è nascosta in Dio; Dio la infonde in noi come l’ha infusa nel Figlio suo, col renderci partecipi delle disposizioni, dei sentimenti e delle virtù di questo suo Figlio. Dio nel Figlio suo abita nel suo splendore divino; vive in Lui nella sua Maestà, dimodoché Gesù Cristo possiede una gloria cui nulla può paragonarsi (Lucem in habitat inaccessibilem. I Tim., VI. 16); poiché è rivestito di un tale splendore di divine ricchezze che tutte le cose, in confronto, non sono che polvere e fango. Tutte le ricchezze della terra non sono che vili cenci, a paragone con la gloria di Dio. Perciò Nostro Signore, essendo ora entrato perfettamente nella grandezza di Dio suo Padre, dopo il ritorno al cielo sta infinitamente più lontano dalle cose naturali che non durante la sua vita mortale; in questa Egli lasciava che i discepoli avessero nelle mani qualche po’ di denaro, per il mantenimento della sua vita e per il sollievo dei poveri. – Nostro Signore, anche durante la sua vita mortale, sempre viveva in Dio e interiormente sempre abitava nello splendore della divina Gloria. Nel suo interiore Egli partecipava all’essere del Padre suo ed era essenzialmente ricco di tutte le divine ricchezze di Lui, perciò non poteva desiderare né apprezzare quelle della terra; ogni cosa ai suoi occhi era vile, ogni cosa era indegna della sua stima. Così l’anima ritirata in Dio e rivestita delle disposizioni di Gesù Cristo, mentre trova in Lui ricchezze così preziose, non può gustare i beni terreni; se ne avesse la minima stima, sarebbe simile ad un re che non essendo soddisfatto della sua gloria e della sua Maestà, portasse invidia all’abito cencioso di un mendicante come se col rivestirsene, diventasse ricco e facesse bella comparsa. Siamo dunque obbligati alla povertà e al distacco da tutti i beni, a motivo delle ricchezze immense e infinite che troviamo in Dio. Al confronto di queste, tutte quelle della terra sono un niente: possedendo Dio le possediamo tutte in eminenza.

***

Dio tutto contiene in sé; Egli è la sorgente e l’origine di tutti i beni. Egli li  possiede tutti senza l’imperfezione e la viltà che hanno nelle creature. — Dio è per eccellenza ogni ricchezza, ogni grandezza, ogni bellezza, ogni splendore: perciò colui che sta in Dio è libero da tutto e possiede tutto. In tal modo, i Santi essendo usciti da questo mondo, dopo la risurrezione abiteranno in Dio in corpo e in anima, È tutto avranno in Lui. Non avranno più bisogno di usare di nessuna creatura: in Dio troveranno il loro mondo. Dio non si darà più ai Santi sotto la molteplicità di quelle vili creature che servono all’uomo per il mantenimento o la conservazione della vita; ma sarà per sé stesso la pienezza che soddisferà tutti i loro desideri; Egli li circonderà, li abbraccerà, li sazierà di sé medesimo. Questa felicità, Dio ce la fa pregustare fin da questa vita, quando lo possediamo perfettamente. Perché in quella guisa che una spugna ripiena d’acqua è tutta penetrata dalla sostanza dell’acqua in tal modo che i suoi vuoti ne sono tutti riempiti; così Dio dà soddisfazione a tutti i bisogni e a tutti i desideri dell’anima che lo possiede: l’uomo non può più nulla desiderare, quando possiede un Dio che è il suo Tutto: Deus meus et omnia. – Le ricchezze non sono altro quaggiù che ombre e figure di Dio; a loro modo contengono in eminenza tutte le creature, e le porgono all’uomo per i suoi bisogni. Infatti, per mezzo dell’oro e dell’argento, noi attiriamo a noi tutte le creature; quei metalli che, per una benigna provvidenza di Dio, sono per gli uomini di un valore incredibile ci servono ad acquistarci e procurarci ogni cosa. Ma, l’anima che fin da questa vita vive in Dio, che incomincia a gustarlo e nutrirsi di Lui, e vede già qualche raggio della gloria di Lui e del suo divino splendore, non può avere né stima, né gusto, né gioia, né desiderio, né amore per la meschinità delle cose di questo mondo, perché queste non sono che figure e apparenze: la figura si lascia senza difficoltà quando si vede la verità. Nostro Signore in questo mondo viveva nel godimento e nel possesso di Dio; l’anima sua era abbeverata e saziata di ciò che Dio è in sé medesimo; così, in Dio godeva ogni vero bene, né poteva provare nessun desiderio di ciò che ne è solo la ,scorza e l’involucro. In Dio suo Padre trovava Colui che saziava ogni suo desiderio, quindi, in questo mondo vile e basso, non poteva più nulla desiderare; è questa la disposizione di cui possono essere partecipi i Cristiani fin da questa vita, e che S. Paolo implorava per essi con queste parole: Che Dio, in Gesù Cristo Nostro Signore, riempia tutti i vostri desiderii, secondo l’estensione delle sue divine ricchezze. (Philipp. IV, 9). – Tuttavia, Nostro Signore usava talvolta dei beni di questo mondo per le sue necessità e per il sollievo dei suoi bisogni. Ma così ha fatto per santificarne l’uso; e siccome tra gli uomini, ciascuno in particolare ha bisogno per vivere di possedere in proprio qualche bene materiale dopo che il peccato ne ha tolto l’uso comune, Egli ha voluto insegnarci a possedere santamente ciò che la Provvidenza, nella sua misericordia, mette nelle nostre mani. Perciò, benché l’oro e l’argento siano in sé medesimo cose vilissime, abiette e spregevoli, Dio nondimeno ha voluto che l’uomo, nello stato di miseria cui trovasi ridotto, abbia amore e inclinazione naturale a possederli, perché così possa sovvenire alle necessità in cui Egli stesso lo ha posto in conseguenza del peccato. Tale inclinazione e tale desiderio sono un effetto della divina Provvidenza, nello stesso modo che Dio ci lascia l’appetito del cibo e delle bevande affinché ci conserviamo in vita. Ma il desiderio delle ricchezze, perché trovasi in noi in conseguenza del peccato, è un desiderio tirannico e famelico, molesto e inquieto. Orbene, le anime grandi nella grazia e intimamente unite a Dio, perché in Lui godono tutto, perdono il desiderio di questo mondo. Se lo provano ancora per le loro necessità è un desiderio calmo, spesso anzi è un desiderio così morto in esse che non ne hanno il minimo pensiero. Le anime apostoliche, che nelle comunità vivono in Dio, hanno il vantaggio di poter con facilità tenersi liberi da questi desideri e da queste cure, perché vedono Dio presente in sé medesime, il quale provvede a sufficienza ai loro bisogni, e porge loro quanto è necessario per tutte le loro necessità. Le loro cure, quindi sono riposte in Dio medesimo, il quale è tutto per esse, come esse sono tutte dedicate a Lui e non vivono che per Lui.

***

Oh quanto è felice in questo mondo l’anima che in tal modo non pensa che a Dio, e vive libera dalle cose materiali! Essa serve Dio, vive per Dio, occupata unicamente di Dio per il quale lavora incessantemente; e Dio pure da parte sua, veglia sulle necessità e sulla vita di essa. Oh, quanta fiducia può avere un’anima che così serve Dio cercandone il Regno e la giustizia! Non v’ha nulla di sicuro come la parola di Dio; essa vale più e meglio di centomila contratti; non può essere contraffatta, né alterata, né contrastata; essa è da preferirsi a tutte le rendite, a tutte le proprietà, a tutti i tesori, perché tutto questo può venir perduto. Tutto perirà: il Cielo e la terra passeranno, ma la parola di Dio non passerà mai (Matth. XXIV, 35). Beata l’anima che sa intendere la verità e la santa parola di Dio! O anima apostolica, che vivi dello Spirito Santo, che ti appoggi sulla parola del tuo Dio onnipotente, tutto vigilante, tutto amorevole! Perché occuparti di altro che di Dio? Dio non conosce forse i tuoi bisogni? – I pagani che non avevano la conoscenza d’una intelligenza universale, la quale veglia sulla necessità di tutti e nel suo amore non può soffrire indigenza nei suoi figliuoli, avevano ragione di stare in pena ed agitarsi con sollecitudine per il proprio mantenimento; ma noi, noi sappiamo che il Padre nostro vive in noi, vede tutti i bisogni della sua famiglia e sente l’afflizione e l’indigenza dei suoi figlioli (Matth., VI, 32.). Perché, dunque, tanta inquietudine e tanto affanno? Dio è Padre buono, tenero, pieno di carità, non si esaurisce nel darci i suoi doni, né da alcuno riceve quelle liberalità che ci elargisce. I padri naturali di questo mondo, talora sono avari, talora sono poveri, e nel dare s’impoveriscono ancor di più, spesso sono ben poco commossi per la miseria dei loro figliuoli; eppure non sanno rifiutar di dar loro quei soccorsi che essi domandano. Perché dunque non avremo noi una perfetta confidenza in Dio? (Matth., VII, 1). Perché non imiteremo Nostro Signore che viveva sempre in pace, in una tranquilla fiducia nella Provvidenza del Padre suo?

***

Nostro Signore, in quest mondo viveva in uno stato di povertà, perché la sua vita era una vita di penitenza. Se lasciava che i discepoli ritenessero le limosine che gli si davano, era questo un segno di penitenza. Perché accettando così la carità e la misericordia che Dio suo Padre gli faceva per mezzo degli uomini, Egli si riteneva in dovere di conservare con grande reverenza tali preziosi doni, di cui si stimava indegno vedendosi carico dei nostri peccati; né voleva prodigare quei beni che riceveva dal Padre suo, considerandoli come cose che, a motivo del suo stato di peccatore, non aveva diritto pretendere e di cui pertanto doveva usare senza aspettare altri doni che non gli erano dovuti.  – In questo sentimento di penitenza. Il minimo dono che Egli riceveva era per Lui un gran tesoro. Non aveva nessun bene, nessuna rendita, nessuna limosina assicurata e vedendosi, per la sua qualità di peccatore pubblico, indegno della minima bontà di Dio, Egli viveva in una continua dipendenza dalla misericordia divina. In questa qualità, siccome teneva il posto di tutti i peccatori, niente gli era dovuto, anzi avrebbe dovuto essere privo di tutto; era dunque naturale che ricevesse le minime grazie, col più profondo sentimento della propria indegnità e con la massima stima e riverenza per la misericordia di Dio suo Padre. Egli doveva, inoltre, subire la privazione di ogni sollievo e di ogni ricchezza, perché faceva penitenza per tanti avari e ricchi, come per il lusso e gli eccessi di tutti gli uomini. L’obbrobriosa nudità che gli si fece subire sul Calvario, spogliandolo ignominiosamente delle sue vesti, fu la pena della vanità eccessiva con cui gli uomini si parano di abiti ricchi e suntuosi. Il presepio e la stalla con la paglia e il letame che vi erano, furono la pena del lusso sfrenato ed immodesto di tante case ammobiliate con tanta superbia e ornate di oro e di preziose decorazioni. La santa durezza della Croce, dove riposava nella sua morte, fu la pena di quei letti sfarzosi dove si commettono quelle mollezze e impurità che inondano il mondo. La Chiesa ha stabilito le astinenze per continuare la santa penitenza di Gesù Cristo. e le anime sante che hanno una tale particolare vocazione, devono essere vittime per i peccati del mondo e offrire soddisfazione a Dio nello Spirito medesimo di Gesù Cristo. Devono dunque essere povere, facendo così penitenza per i peccati che regnano sulla terra; devono, col loro esempio, condannare il lusso e per questo gemere sul legno e sulla paglia, vale a dire contentarsi delle abitazioni e dei mobili più ordinari, delle vesti più dimesse, per dare al secolo una lezione, nella virtù di Gesù Cristo che in noi deve illuminare il mondo e mostrargli quale debba essere la vita dei Cristiani.

VI

Motivi della povertà.

L’attacco ai beni materiali è di grande danno spirituale. – Il Cristiano deve imitare i Beati, anzi la santità di Dio medesimo. — I beni materiali sono un peso che trascina al basso, rende inetti alla contemplazione.

1. Il cuore attaccato alle creature e soprattutto alle ricchezze è sempre inquieto.  Perciò Gesù Cristo paragona le ricchezze a delle spine che lo molestano e non gli lasciano nessun riposo.

2. Il cuore pieno di un tal amore è trascinato verso la terra, e allontanato dal Cielo.

3. Dio non lo riempie di sè, anzi ne prova nausea e disgusto,

4. Cade, come dice S. Paolo, nei lacci del demonio; e abbandonandosi ai propri desideri, vive ostinato nei suoi attacchi che lo precipiteranno sicuramente nella rovina (1 Tim. VI, 2).

5. Tosto o tardi, l’anima fatalmente perderà tutto ciò che possiede; la giustizia di Dio la costringerà ad abbandonare per forza quanto non ha voluto lasciare per amore.

6. I Cristiani devono essere morti a tutti i desideri del secolo (Col. III, 3); né devono operare secondo i suoi sentimenti, ma comportarsi come se vi fossero completamente insensibili. Bisogna dunque che soffochiamo in noi ogni affezione per le ricchezze della terra.

7. I Cristiani devono vivere come si vive in Cielo; ora in Cielo si è liberi da ogni sentimento della carne di Adamo; in Cielo più non si vive che secondo inclinazioni e sentimenti spirituali, senza più nessun attacco alle creature: in Cielo, in una parola, con Gesù Cristo e coi Santi tutti, si è ritirati in Dio e separati da tutto. Dio, in sé medesimo, in Gesù Cristo e nei suoi Santi, ecco il modello della nostra vita; orbene, Dio è perfettamente santo e separato da tutto. Ed è questo distacco che è necessario ai Cristiani se vogliono, fin da questa vita, elevarsi a Dio, imitando ciò che si fa in Paradiso. Bisogna si distacchino, elevandosi alla santità, da sé medesimi e da ogni creatura. Bisogna pure che lo spirito sia separato dall’anima, perché questa dal peso della carne trovasi, per sé medesima, inclinata ad ogni creatura; così, le nostre facoltà superiori, nelle quali risiedono tutte le principali operazioni dello spirito interiore, saranno libere dal peso e dall’inclinazione della parte inferiore, la quale è tutta imbevuta della vita animale, terrena e vilissima della carne; così potranno elevarsi a Dio senza ostacolo né resistenza. Bisogna dunque che la nostra volontà sia purificata da qualsiasi attacco alle creature e in tal modo libera, sciolta e distaccata da tutto. A questo effetto, dobbiamo munirci delle ali per volare: Quis dabit mihi pennas sicut columbæ? Chi mi darà le ali della colomba? (Ps. LIV, 7). La contemplazione delle verità divine e l’amore santo di Dio sono le ali che ci faranno volare, perché questo divino movimento ci preserverà dalla caduta dove ci trascinerebbe il peso della carne. E siccome in questa vita siamo sempre da questo peso miserabile attirati verso la terra, dobbiamo sempre lottare per elevarci a Dio nella virtù dello Spirito Santo.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 18

LA VITA INTERIORE (22)

LA VITA INTERIOR E LE SUE SORGENTI (22)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

LUCE DIFFUSA

LA PUREZZA

BASE DI QUESTA VIRTÜ: LA MORTIFICAZIONE.

Come lo spirito di rinnegamento e di mortificazione è la base necessaria dell’unione con Dio, cosi lo è pure della virtù della purezza. Come Gesù venne espressamente in questo povero mondo per cercarvi non le soddisfazioni ma la rinuncia e le sofferenze, così noi dobbiamo seguirlo imitando le sue azioni e mettendo in pratica il suo comando: chi vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua (Matth. XVI, 24). – Nel sapersi molto rinnegare ivi è molto godere. Così, ricordo, mi scrisse venticinque anni or sono, una pia anima già chiamata al premio celeste. Non v’è adunque da rimanere storditi pel timore delle pene, pel numero delle contrarietà, per la morte che danno al nostro io. Ë necessario rinnegarsi, abbracciare la croce; e questa necessità porta al combattimento. La vittoria nella lotta, ottenuta coll’aiuto di Dio, rende lieta la nostra anima. Ecco l’origine del molto godere…. – « L’anima provata dalla tribolazione, formata alla sofferenza e alla contraddizione, abituata al sacrificio, rimane calma tra le pene della vita, bacia la mano di Dio che la percuote, leva lo sguardo verso il cielo e gode delle sue pene medesime, nelle quali vede l’espiazione delle sue colpe ed il pegno della felicità eterna. Che la facciano soffrire le bizzarrie dei giudizi umani, gli sbagli dell’amor proprio, i disgusti e le pene della fatica ella è ferma, incrollabile, e quanto più è percossa dalla sventura, tanto più è lieta di offrirsi a Dio come un’ostia segnata dal carattere della Croce del suo Figlio diletto, Gesü ». Ë questo il commento pratico che la stessa pia anima in quell’occasione scrisse e unì alla sua affermazione: nel sapersi molto rinnegare ivi è molto godere. Come conclusione aggiunse, ed io riferisco: sono queste le nostre disposizioni? Occorre assolutamente: 1. Soffrire per amor di Dio, senza mai lamentarcene, tutte le contrarietà e le croci; 2. non usare cure eccessive per sottrarci a tutto ciò che molesta ed incomoda; 3. tenere lo sguardo fisso a Gesù che preferì alle gioie della vita l’umiliazione e la croce. Per aumentare in noi la resistenza riflettiamo sulle seguenti parole che il Padre Baldassarre Alvarez, il consigliere di santa Teresa, indirizzava a se stesso: « È un errore il credere che devi entrare in Cielo interamente integro, e che la tua persona subirà soltanto pochi danni. Il regno di Dio è il regno dei decapitati, dei tentati, degli afflitti, dei disprezzati, di coloro che passarono da quelle o da più grandi prove. Come oseresti comparire tra sì illustri capitani, essendo tanto vile che se Dio ti mettesse il processo tra le tue mani condanneresti te stesso?» (Cfr. Lettere di direzione. Vol. I, pag. 135. S.E.I. Torino.)

LA PUREZZA DI MARIA.

Lo spirito di rinuncia e di mortificazione conducono felicemente alla conservazione della virtù della purezza, la quale a sua volta, è necessaria per conseguire e conservare l’unione con Dio. Gli esempi dei Santi, e, sovra di essi, tutti quelli della Vergine Madre di Dio, Maria, sono prove eloquentissime. Qui ci accontenteremo di riferire alcune parole che san Giovanni Bosco indirizzò ai giovinetti del suo primo Oratorio in una delle brevi conversazioni denominate: la buona notte: « Già era giunto il tempo tanto desiderato nel quale nascere doveva il Salvatore del mondo. Ma chi sarà mai colei, che avrà la gloria di essergli madre? Dio gira gli occhi su tutte le figlie di Sion e una sola ne vede degna di tanta dignità. Maria Vergine! Da lei nacque Gesù Cristo, per opera dello Spirito Santo. Ma perché tanto prodigio e privilegio? In premio della purità di Maria, che fra tutte le creature fu la più pura, la più casta. » O anime fortunate che non avete ancora perduta la bella virtù della purità, deh! raddoppiate i vostri sforzi per conservarla. Custodite i sensi, invocate spesse volte Gesù e Maria, visitate Gesù nel SS. Sacramento, andate sovente alla Comunione, obbedite, pregate. Voi possedete un tesoro così bello, cosi grande, che fino gli Angeli ve lo invidiano. Voi siete, come dice il nostro stesso Redentore Gesù Cristo, voi siete simili agli angioli. Erunt sicut Angeli Dei in cœlo.» E voi che per vostra disgrazia l’avete giàperduta non iscoraggiatevi. Le giaculatorie,le frequenti e buone confessioni, lafuga delle occasioni, le visite a Gesù viaiuteranno a ricuperarla. Fate ogni vostrosforzo; non temete; la vittoria sarà vostra,perché la grazia di Dio non mancherà mai.Un posto vi è ancora per voi nel cielo,così bello, cosi maestoso, al cui confrontosono come fango e spariscono i troni deipiù ricchi principi e più potenti imperatoriche siano stati e che potranno mai essere sovra questa terra. Sarete circondati eziandiodi tanta gloria, che lingua né umanané angelica potrà mai spiegare. Potrete ancoragodere della cara, bella compagnia diGesù e di Maria, di quella nostra buonaMadre che colà ansiosa ci aspetta ».Concludiamo con un altro pensiero beneappropriato di don Bosco: « Maria è la scala di Giacobbe che aveva per sua base la terra e stendeva la sua estremità fino a toccare il cielo, giacché è per mezzo di Maria che le terrene creature si congiungono con le celesti, come la scala veduta da Giacobbe congiungeva in certo modo il cielo con la terra ».

DIVERSI ASPETTI DELLA PUREZZA.

Precisiamo, ora, le diverse forme della purezza. Esse sono: la purezza di cuore, e cioè la purezza del corpo, o meglio dei sensi; la purezza di coscienza, la purezza di intenzione. Per non estenderci soverchiamente, ci limiteremo a richiamare l’assoluta necessità della purezza di cuore. Infatti, solo i puri di cuore vedranno Dio, secondo la promessa del Salvatore: Beati coloro che hanno il cuore puro, perché vedranno Dio (Beati mundo corde quoniam ipsi Deum videbunt Matth., V, 8). La purezza del cuore è sempre accompagnata dalla prudenza e dall’umiltà. Queste virtù ci fanno conoscere qual è il vero bene e facilmente ci ritraggono dai beni falsi e malvagi per indirizzarci, più sicuramente, al vero Bene ch’è il Signore. Tra i beni falsi e malvagi viene, anzitutto, la sensualità. L’anima desiderosa di vivere unita con Dio, deve amare, e preferire sempre, a qualunque costo, la purezza. Questa virtù angelica, accompagnata e sorretta dall’umiltà e dalla prudenza, dovrà sempre fuggire tutto ciò che può essere, anche lontanamente, pericolo od occasione di peccato, e, soprattutto, dovrà fuggire quei beni che portano il nome di beni e piaceri corporali, o sensuali. Essi rendono schiavo il corpo e atrofizzano ogni slancio dello spirito. « Ne consegue, per tanto, che per conservare il dominio di sé e mantenere l’animo mondo, bisogna saper rinunciare ai piaceri dei sensi, anche per quella parte in cui sono permessi. » Senza questo allenamento dello spirito, prodotto dalla castità, l’uomo diventa preda e zimbello delle soddisfazioni corporali e due giudizi, che don Bosco dichiarò poi rispondenti a verità. « Don Bosco ha due grandi segreti, che sono la chiave di tutto il bene operato dai suoi. In primo luogo egli imbeve talmente i giovani delle pratiche di pietà che, quasi direi, li inebria. I giovani così impressionati, non osano quasi più, anche volendo, fare il male; non hanno i mezzi di farlo; devono assolutamente muovere contro la corrente per divenir cattivi; trascurando le pratiche di pietà si troverebbero come pesci fuor d’acqua.… Ma come fare a tenere tanti chierici e preti giovani, nel ministero più pericoloso, nell’età più critica, senza ch’eglino stessi cadano? Qui è il secondo segreto. Don Bosco accumula su ciascuno tante cose da fare, li carica di tante faccende, di tanti pensieri e sollecitudini, che non hanno neppure il tempo di volgere la mente ad altro. Chi può appena respirare, pensate se può essere tratto al male! ». Giunte all’orecchio di don Bosco queste osservazioni, egli cosi le commenta: « Mi pare che siano veramente due belle e buone verità. Quanto alle pratiche di pietà, si cerca di non opprimere i giovani, anzi di non istancarli mai; si fa che siano come l’aria, la quale non opprime, non istanca mai, sebbene noi ne portiamo sulle spalle una colonna pesantissima: la ragione è che interamente ci circonda, interamente c’investe dentro e fuori. Che poi si lavori molto. eh si!… specialmente quest’anno ». Si erano aperte in quell’anno 1878 venti nuove case (P. BARALE in Credere (V, 4). Roma, 1936).

PRATICHE DI PIETÀ E LAVORO.

Pratiche di pietà e lavoro.. L’elevazione della mente a Dio, per mezzo della preghiera, e il dominio delle forze fisiche per mezzo del lavoro che mortifica e castiga e che, pure, a sua volta, offerto a Dio, diviene preghiera, sono due mezzi efficacissimi, due propulsori, e due preservativi della purezza del cuore per la vita interiore.

31 ANNO IN “ECLISSI”… MA LE PORTE DEGLI INFERI NON PRÆVALEBUNT (3 MAGGIO 2022)

3 MAGGIO 2022

Oggi la Chiesa Cattolica, nella sacra Liturgia ricorda il Ritrovamento della Croce sulla quale era morto N. S. Gesù Cristo riscattando il genere umano dalla schiavitù del demonio. Nello stesso giorno, il 3 maggio 1991 veniva eletto al Sommo Pontificato, S. S. Gregorio XVIII, successore di S. S. Gregorio XVII, Giuseppe Siri. In tal modo si perpetuava la successione apostolica ( … Pietro avrà una successione perpetua… ) del Vicario di Cristo a capo visibile della Chiesa senza macchia e senza rughe, la Sposa di Cristo, Luce di Sapienza dei popoli, Maestra infallibile di verità che non si inganna e non inganna e via unica di salvezza eterna. Il Santo Padre raggiunge così quota 31 anni di Pontificato, uguagliando il suo predecessore, ed avvicinandosi alla durata del regno di S. S. Pio IX, il secondo dopo S. Pietro. Al proposito riportiamo un documento infallibile ed irreformabile circa la perpetuità del sommo Pontificato infallibile affidato a Pietro ed ai suoi successori:

COSTITUZIONE DOGMATICA
PASTOR AETERNUS
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO IX

Il Vescovo Pio, servo dei servi di Dio, con l’approvazione del Sacro Concilio. A perpetua memoria.

Il Pastore eterno e Vescovo delle nostre anime, per rendere perenne la salutare opera della Redenzione, decise di istituire la santa Chiesa, nella quale, come nella casa del Dio vivente, tutti i fedeli si ritrovassero uniti nel vincolo di una sola fede e della carità. Per questo, prima di essere glorificato, pregò il Padre non solo per gli Apostoli, ma anche per tutti coloro che avrebbero creduto in Lui attraverso la loro parola, affinché fossero tutti una cosa sola, come lo stesso Figlio e il Padre sono una cosa sola. Così dunque inviò gli Apostoli, che aveva scelto dal mondo, nello stesso modo in cui Egli stesso era stato inviato dal Padre: volle quindi che nella sua Chiesa i Pastori e i Dottori fossero presenti fino alla fine dei secoli.

Perché poi lo stesso Episcopato fosse uno ed indiviso e l’intera moltitudine dei credenti, per mezzo dei sacerdoti strettamente uniti fra di loro, si conservasse nell’unità della fede e della comunione, anteponendo agli altri Apostoli il Beato Pietro, in lui volle fondato l’intramontabile principio e il visibile fondamento della duplice unità: sulla sua forza doveva essere innalzato il tempio eterno, e la grandezza della Chiesa, nell’immutabilità della fede, avrebbe potuto ergersi fino al cielo [S. Leo M., Serm. IV al. III, cap. 2 in diem Natalis sui]. E poiché le porte dell’inferno si accaniscono sempre più contro il suo fondamento, voluto da Dio, quasi volessero, se fosse possibile, distruggere la Chiesa, Noi riteniamo necessario, per la custodia, l’incolumità e la crescita del gregge cattolico, con l’approvazione del Sacro Concilio, proporre la dottrina relativa all’istituzione, alla perennità e alla natura del sacro Primato Apostolico, sul quale si fondano la forza e la solidità di tutta la Chiesa, come verità di fede da abbracciare e da difendere da parte di tutti i fedeli, secondo l’antica e costante credenza della Chiesa universale, e respingere e condannare gli errori contrari, tanto pericolosi per il gregge del Signore.

Capitolo I – Istituzione del Primato Apostolico nel Beato Pietro

Proclamiamo dunque ed affermiamo, sulla scorta delle testimonianze del Vangelo, che il primato di giurisdizione sull’intera Chiesa di Dio è stato promesso e conferito al beato Apostolo Pietro da Cristo Signore in modo immediato e diretto. Solamente a Simone, infatti, al quale già si era rivolto: “Tu sarai chiamato Cefa” (Gv 1,42), dopo che ebbe pronunciata quella sua confessione: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo”, il Signore indirizzò queste solenni parole: “Beato sei tu, Simone Bariona; perché non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli: e io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: qualunque cosa avrai legato sulla terra, sarà legata anche nei cieli, e qualunque cosa avrai sciolto sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli” (Mt 16,16-19). E al solo Simon Pietro, dopo la sua risurrezione, Gesù conferì la giurisdizione di sommo pastore e di guida su tutto il suo ovile con le parole: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore” (Gv 21,15-17). A questa chiara dottrina delle sacre Scritture, come è sempre stata interpretata dalla Chiesa cattolica, si oppongono senza mezzi termini le malvagie opinioni di coloro che, stravolgendo la forma di governo decisa da Cristo Signore nella sua Chiesa, negano che Cristo abbia investito il solo Pietro del vero e proprio primato di giurisdizione che lo antepone agli altri Apostoli, sia presi individualmente, sia nel loro insieme, o di coloro che sostengono un primato non affidato in modo diretto e immediato al beato Pietro, ma alla Chiesa e, tramite questa, all’Apostolo come ministro della stessa Chiesa.

Se qualcuno dunque affermerà che il beato Pietro Apostolo non è stato costituito da Cristo Signore Principe di tutti gli Apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante, o che non abbia ricevuto dallo stesso Signore Nostro Gesù Cristo un vero e proprio primato di giurisdizione, ma soltanto di onore: sia anatema.

Capitolo II – Perpetuità del Primato del Beato Pietro nei Romani Pontefici

Ciò che dunque il Principe dei pastori, e grande pastore di tutte le pecore, il Signore Gesù Cristo, ha istituito nel beato Apostolo Pietro per rendere continua la salvezza e perenne il bene della Chiesa, è necessario, per volere di chi l’ha istituita, che duri per sempre nella Chiesa la quale, fondata sulla pietra, si manterrà salda fino alla fine dei secoli. Nessuno può nutrire dubbi, anzi è cosa risaputa in tutte le epoche, che il santo e beatissimo Pietro, Principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette le chiavi del regno da Nostro Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano: Egli, fino al presente e sempre, vive, presiede e giudica nei suoi successori, i vescovi della santa Sede Romana, da lui fondata e consacrata con il suo sangue [Cf. Ephesini Concilii, Act. III]. Ne consegue che chiunque succede a Pietro in questa Cattedra, in forza dell’istituzione dello stesso Cristo, ottiene il Primato di Pietro su tutta la Chiesa. Non tramonta dunque ciò che la verità ha disposto, e il beato Pietro, perseverando nella forza che ha ricevuto, di pietra inoppugnabile, non ha mai distolto la sua mano dal timone della Chiesa [S. Leo M., Serm. III al. II, cap. 3]. È questo dunque il motivo per cui le altre Chiese, cioè tutti i fedeli di ogni parte del mondo, dovevano far capo alla Chiesa di Roma, per la sua posizione di autorevole preminenza, affinché in tale Sede, dalla quale si riversano su tutti i diritti della divina comunione, si articolassero, come membra raccordate alla testa, in un unico corpo [S. Iren., Adv. haer., I, III, c. 3 et Conc. Aquilei. a. 381 inter epp. S. Ambros., ep. XI].

Se qualcuno dunque affermerà che non è per disposizione dello stesso Cristo Signore, cioè per diritto divino, che il beato Pietro abbia per sempre successori nel Primato sulla Chiesa universale, o che il Romano Pontefice non sia il successore del beato Pietro nello stesso Primato: sia anatema.

Capitolo III – Della Forza e della Natura del Primato del Romano Pontefice

Sostenuti dunque dalle inequivocabili testimonianze delle sacre lettere e in piena sintonia con i decreti, chiari ed esaurienti, sia dei Romani Pontefici Nostri Predecessori, sia dei Concili generali, ribadiamo la definizione del Concilio Ecumenico Fiorentino che impone a tutti i credenti in Cristo, come verità di fede, che la Santa Sede Apostolica e il Romano Pontefice detengono il Primato su tutta la terra, e che lo stesso Romano Pontefice è il successore del beato Pietro, Principe degli Apostoli, il vero Vicario di Cristo, il capo di tutta la Chiesa, il padre e il maestro di tutti i cristiani; a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato, da nostro Signore Gesù Cristo, il pieno potere di guidare, reggere e governare la Chiesa universale. Tutto questo è contenuto anche negli atti dei Concili ecumenici e nei sacri canoni.

Proclamiamo quindi e dichiariamo che la Chiesa Romana, per disposizione del Signore, detiene il primato del potere ordinario su tutte le altre, e che questo potere di giurisdizione del Romano Pontefice, vero potere episcopale, è immediato: tutti, pastori e fedeli, di qualsivoglia rito e dignità, sono vincolati, nei suoi confronti, dall’obbligo della subordinazione gerarchica e della vera obbedienza, non solo nelle cose che appartengono alla fede e ai costumi, ma anche in quelle relative alla disciplina e al governo della Chiesa, in tutto il mondo. In questo modo, avendo salvaguardato l’unità della comunione e della professione della stessa fede con il Romano Pontefice, la Chiesa di Cristo sarà un solo gregge sotto un solo sommo pastore. Questa è la dottrina della verità cattolica, dalla quale nessuno può allontanarsi senza perdita della fede e pericolo della salvezza.

Questo potere del Sommo Pontefice non pregiudica in alcun modo quello episcopale di giurisdizione, ordinario e immediato, con il quale i Vescovi, insediati dallo Spirito Santo al posto degli Apostoli, come loro successori, guidano e reggono, da veri pastori, il gregge assegnato a ciascuno di loro, anzi viene confermato, rafforzato e difeso dal Pastore supremo ed universale, come afferma solennemente San Gregorio Magno: “Il mio onore è quello della Chiesa universale. Il mio onore è la solida forza dei miei fratelli. Io mi sento veramente onorato, quando a ciascuno di loro non viene negato il dovuto onore” [Ep. ad Eulog. Alexandrin., I, VIII, ep. XXX].

Dal supremo potere del Romano Pontefice di governare tutta la Chiesa, deriva allo stesso anche il diritto di comunicare liberamente, nell’esercizio di questo suo ufficio, con i pastori e con i greggi della Chiesa intera, per poterli ammaestrare e indirizzare nella via della salvezza. Condanniamo quindi e respingiamo le affermazioni di coloro che ritengono lecito impedire questo rapporto di comunicazione del capo supremo con i pastori e con i greggi, o lo vogliono asservire al potere civile, poiché sostengono che le decisioni prese dalla Sede Apostolica, o per suo volere, per il governo della Chiesa, non possono avere forza e valore se non vengono confermate dal potere civile.

E poiché per il diritto divino del Primato Apostolico il Romano Pontefice è posto a capo di tutta la Chiesa, proclamiamo anche ed affermiamo che egli è il supremo giudice dei fedeli [Pii VI, Breve Super soliditate, d. 28 Nov. 1786] e che in ogni controversia spettante all’esame della Chiesa, si può ricorrere al suo giudizio [Conc. Oecum. Lugdun. II]. È evidente che il giudizio della Sede Apostolica, che detiene la più alta autorità, non può essere rimesso in questione da alcuno né sottoposto ad esame da parte di chicchessia [Ep. Nicolai I ad Michaelem Imperatorem]. Si discosta quindi dal retto sentiero della verità chi afferma che è possibile fare ricorso al Concilio Ecumenico, come se fosse investito di un potere superiore, contro le sentenze dei Romani Pontefici.

Dunque se qualcuno affermerà che il Romano Pontefice ha semplicemente un compito ispettivo o direttivo, e non il pieno e supremo potere di giurisdizione su tutta la Chiesa, non solo per quanto riguarda la fede e i costumi, ma anche per ciò che concerne la disciplina e il governo della Chiesa diffusa su tutta la terra; o che è investito soltanto del ruolo principale e non di tutta la pienezza di questo supremo potere; o che questo suo potere non è ordinario e diretto sia su tutte e singole le Chiese, sia su tutti e su ciascun fedele e pastore: sia anatema.

Capitolo IV – Del Magistero Infallibile del Romano Pontefice

Questa Santa Sede ha sempre ritenuto che nello stesso Primato Apostolico, posseduto dal Romano Pontefice come successore del beato Pietro Principe degli Apostoli, è contenuto anche il supremo potere di magistero. Lo conferma la costante tradizione della Chiesa; lo dichiararono gli stessi Concili Ecumenici e, in modo particolare, quelli nei quali l’Oriente si accordava con l’Occidente nel vincolo della fede e della carità. Proprio i Padri del quarto Concilio di Costantinopoli, ricalcando le orme dei loro antenati, emanarono questa solenne professione: “La salvezza consiste anzitutto nel custodire le norme della retta fede. E poiché non è possibile ignorare la volontà di nostro Signore Gesù Cristo che proclama: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”, queste parole trovano conferma nella realtà delle cose, perché nella Sede Apostolica è sempre stata conservata pura la religione cattolica, e professata la santa dottrina. Non volendo quindi, in alcun modo, essere separati da questa fede e da questa dottrina, nutriamo la speranza di poterci mantenere nell’unica comunione predicata dalla Sede Apostolica, perché in lei si trova tutta la vera solidità della religione cristiana” [Ex formula S. Hormisdae Papae, prout ab Hadriano II Patribus Concilii Oecumenici VIII, Constantinopolitani IV, proposita et ab iisdem subscripta est]. Nel momento in cui si approvava il secondo Concilio di Lione, i Greci dichiararono: “La Santa Chiesa Romana è insignita del pieno e sommo Primato e Principato sull’intera Chiesa Cattolica e, con tutta sincerità ed umiltà, si riconosce che lo ha ricevuto, con la pienezza del potere, dallo stesso Signore nella persona del beato Pietro, Principe e capo degli Apostoli, di cui il Romano Pontefice è successore, e poiché spetta a lei, prima di ogni altra, il compito di difendere la verità della fede, qualora sorgessero questioni in materia di fede, tocca a lei definirle con una sua sentenza”. Da ultimo il Concilio Fiorentino emanò questa definizione: “Il Pontefice Romano, vero Vicario di Cristo, è il capo di tutta la Chiesa, il padre e il maestro di tutti i Cristiani: a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato, da nostro Signore Gesù Cristo, il supremo potere di reggere e di governare tutta la Chiesa”.

Allo scopo di adempiere questo compito pastorale, i Nostri Predecessori rivolsero sempre ogni loro preoccupazione a diffondere la salutare dottrina di Cristo fra tutti i popoli della terra, e con pari dedizione vigilarono perché si mantenesse genuina e pura come era stata loro affidata. È per questo che i Vescovi di tutto il mondo, ora singolarmente ora riuniti in Sinodo, tenendo fede alla lunga consuetudine delle Chiese e salvaguardando l’iter dell’antica regola, specie quando si affacciavano pericoli in ordine alla fede, ricorrevano a questa Sede Apostolica, dove la fede non può venir meno, perché procedesse in prima persona a riparare i danni [Cf. S. Bern. Epist. CXC]. Gli stessi Romani Pontefici, come richiedeva la situazione del momento, ora con la convocazione di Concili Ecumenici o con un sondaggio per accertarsi del pensiero della Chiesa sparsa nel mondo, ora con Sinodi particolari o con altri mezzi messi a disposizione dalla divina Provvidenza, definirono che doveva essere mantenuto ciò che, con l’aiuto di Dio, avevano riconosciuto conforme alle sacre Scritture e alle tradizioni Apostoliche. Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede. Fu proprio questa dottrina apostolica che tutti i venerabili Padri abbracciarono e i santi Dottori ortodossi venerarono e seguirono, ben sapendo che questa Sede di San Pietro si mantiene sempre immune da ogni errore in forza della divina promessa fatta dal Signore, nostro Salvatore, al Principe dei suoi discepoli: “Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”.

Questo indefettibile carisma di verità e di fede fu dunque divinamente conferito a Pietro e ai suoi successori in questa Cattedra, perché esercitassero il loro eccelso ufficio per la salvezza di tutti, perché l’intero gregge di Cristo, distolto dai velenosi pascoli dell’errore, si alimentasse con il cibo della celeste dottrina e perché, dopo aver eliminato ciò che porta allo scisma, tutta la Chiesa si mantenesse una e, appoggiata sul suo fondamento, resistesse incrollabile contro le porte dell’inferno.

Ma poiché proprio in questo tempo, nel quale si sente particolarmente il bisogno della salutare presenza del ministero Apostolico, si trovano parecchie persone che si oppongono al suo potere, riteniamo veramente necessario proclamare, in modo solenne, la prerogativa che l’unigenito Figlio di Dio si è degnato di legare al supremo ufficio pastorale.

Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa.

Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema.

Dato a Roma, nella pubblica sessione celebrata solennemente nella Basilica Vaticana, nell’anno 1870 dell’Incarnazione del Signore, il 18 luglio, venticinquesimo anno del Nostro Pontificato.

Lettura del santo Vangelo secondo Matteo

Matt XVI:13-19

In quell’occasione: Gesù, venuto nelle parti di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo? Eccetera…

Omelia di san Leone Papa

Sermone 2 nell’anniversario della sua elezione, prima della metà.

Allorché, come abbiamo inteso dalla lettura del Vangelo, il Signore domandò ai discepoli, chi essi (in mezzo alle diverse opinioni degli altri) credessero ch’Egli fosse, e gli rispose il beato Pietro con dire: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Matth. 16,16; il Signore gli disse: « Beato te, Simone, figlio di Giona, perché non te l’ha rivelato la natura e l’istinto, ma il Padre mio ch’è nei cieli Matth. XVI,17-19: e io ti dico, che tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei: e darò a te le chiavi del regno dei cieli: e qualunque cosa legherai sulla terra, sarà legata anche nei cieli; e qualunque cosa scioglierai sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli». Rimane dunque quanto ha stabilito la verità, e il beato Pietro conservando la solidità della pietra ricevuta, non cessa di tenere il governo della Chiesa affidatagli. Infatti in tutta la Chiesa ogni giorno Pietro ripete: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»; ed ogni lingua, che confessa il Signore, è istruita dal magistero di questa voce. Questa fede vince il diavolo e spezza le catene di coloro ch’esso aveva fatti schiavi. Questa, riscattatili dal mondo, li introduce nel cielo, e le porte dell’inferno non possono prevalere contro di lei. Perché essa ha ricevuto da Dio fermezza sì grande, che né la perversità della eresia poté mai corromperla, né la perfidia del paganesimo vincerla. Così dunque, con questi sentimenti, dilettissimi, la festa odierna viene celebrata con un culto ragionevole; così che nella umile mia persona si consideri ed onori colui nel quale si perpetua la sollecitudine di tutti i pastori e la custodia di tutte le pecore a lui affidate, e la cui dignità non vien meno neppure in un erede. Quando dunque noi facciamo udire le nostre esortazioni alla vostra santa assemblea, credete che vi parla quello stesso di cui teniamo il posto: perché animati dal suo affetto noi vi avvertiamo, e non vi predichiamo altro se non quello ch’egli ci ha insegnato, scongiurandovi, che cinti spiritualmente i vostri lombi, «meniate una vita casta e sobria nel timor di Dio» 1Petri 1,13. Voi siete, come dice’ l’Apostolo, «la mia corona e la mia gioia» Philipp. 4,1, se però la vostra fede, che fin dal principio del Vangelo è stata celebrata in tutto il mondo, persevererà nell’amore e nella santità. Poiché, se tutta la Chiesa sparsa per tutto il mondo deve fiorire in ogni virtù; è giusto che fra tutti i popoli voi vi distinguiate per il merito di una pietà più eccellente, voi che, fondati sulla vetta stessa della religione e sulla pietra dell’apostolato, siete stati riscattati, come tutti, da nostro Signore Gesù Cristo e, a preferenza degli altri, istruiti dal beato Apostolo Pietro.

Orémus.


Deus, qui, ad conteréndos Ecclésiæ tuæ hostes et ad divínum cultum reparándum, Gegorium Pontíficem Máximum elígere dignátus es: fac nos ipsíus deféndi præsídiis et ita tuis inhærére obséquiis; ut, ómnium hóstium superátis insídiis, perpétua pace lætémur.

[O Dio, che a sconfiggere i nemici della tua Chiesa e a restaurarne il divin culto ti degnasti eleggere Gregorio a sommo Pontefice: fa, che noi, difesi dal suo soccorso, siamo così attaccati al tuo servizio, che, superate le insidie di tutti i nemici, godiamo la perpetua pace].

ExsurgatDeus.org. ed il pusillus grex cattolico, augura al Sommo Pontefice, felicemente regnante, di raggiungere e superare, Dio permettendo, la durata del Pontificato di S. S., il venerabile Papa Pio IX, assicurandoGli nel contempo la costante preghiera per invocare la grazia divina a sostegno del suo martirio “in eclissi”, ed offrendosi “una cum Papa nostro Gregorio” quale ostia di sacrificio nel calice della sua odierna consacrazione eucaristica. Auguri, santità, alla fine i Cuori della Vergine Maria e del S. N. Gesù Cristo vinceranno, e le porte del male non prœvalebunt… et IPSA conteret …

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 16

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (16)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XI

I.

Della povertà

La povertà non soltanto separa l’uomo dalle cose esterne del mondo; essa ha un altro effetto e un fine più importante; che tende a ristabilire tutto l’uomo interiore nel suo stato primitivo. Questa separazione dalle cose esteriori, nei Cristiani, non è che l’imitazione di Gesù Cristo. Nostro Signore, infatti, ha voluto praticarla per il primo, affinché la santa ed eroica virtù della povertà, fosse più facile per gli uomini, i quali talmente la paventano che anche in mezzo ai beni e alle ricchezze hanno ancora paura di essere poveri. La virtù della povertà ha inoltre lo scopo di castigare negli uomini l’abuso di ogni cosa che hanno fatto, tanto in Adamo quanto in sé stessi; in soddisfazione di un tale abuso, Dio ha voluto privarli di quei beni di cui hanno abusato e portarne Lui medesimo la penitenza per darne l’esempio alla sua Chiesa.

I.

Natura della povertà.

Ristabilisce l’uomo nel suo primitivo stato di santità. – L’avarizia profanazione del cuore dell’uomo. Gesù Cristo e l’avarizia.

Per intendere la natura della povertà, bisogna ricordare il fine ed il disegno che ebbe Gesù Cristo nella riparazione del genere umano, disegno che fu di offrire a Dio suo Padre una conveniente soddisfazione e in questo modo ristabilire l’uomo nel suo stato primitivo, nella perfezione, cioè, della santità in cui era stato creato. Perciò bisogna riflettere che Dio aveva creato l’uomo perché fosse il suo tempio, tempio che riservava per sé medesimo per esservi, in modo esclusivo, amato, lodato e adorato. Epperò nel primo comandamento, che è l’espressione dello stato primitivo dell’uomo e del primo disegno divino sopra di lui, Dio, nel momento stesso in cui lo creava, gli imprimeva nel cuore quella medesima legge che doveva poi essere scolpita su la pietra, onde obbligarlo ad impiegare nell’amarlo tutta l’attività della sua anima, del suo cuore, delle sue forze; quindi, in quel primo comandamento, Dio gli diceva: Amerai il Dio tuo con tutto il tuo cuore, ecc. (Deuter. VI, 5). Per questo ancora il cuore dell’uomo venne creato vuoto di qualsiasi oggetto,  come una pura capacità di Dio e dell’amore di Dio. – Ma il demonio lavorò per riempire il cuore dell’uomo di idoli, di simulacri e affinché l’uomo occupasse i suoi pensieri e i suoi desiderii nell’amore di queste miserie, lasciasse così il culto del vero Dio e si abbandonasse all’idolatria. – L’avarizia, dice S. Paolo, e l’amore delle cose terrene si sono stabilite nel cuore dell’uomo (Ephes. V, 5); si può dire che è questa l’abbominazione della desolazione nel luogo santo (Matth. XXIV, 15). Il cuor dell’uomo è il tempio di Dio, luogo santo che Dio in modo particolarissimo ha consacrato a sé stesso: qual disordine orribile, quale desolazione ributtante vederlo profanato da tante cose impure e immonde! Quale desolazione vedere, in questo tempio, abominevoli nicchie, come quelle vedute da Ezechiele (Ezech. VIII) piene di serpenti, di coccodrilli, e di cose esecrabili! È cosa questa così abominevole agli occhi di Dio che Egli altre volte abbandonò il suo popolo al furore dei suoi nemici, per castigo dell’avarizia di un solo israelita, il quale aveva preso e trattenuto un mantello di scarlatto e un oggetto d’oro, dalle spoglie di Gerico, città colpita di anatema e da un decreto divino condannata al fuoco.

***

Il disegno di Gesù Cristo, mentre viene nel nostro cuore per santificarlo e ristabilirvi il vuoto e la purezza del primitivo stato, è di bandire da questo suo tempio tutto quanto lo profana. Non può vedervi altro che il Padre suo con le sue divine perfezioni e quindi, a colpi di flagello con le persecuzioni e le croci, ne scaccia tutti i compratori e venditori. – Nostro Signore si accese di zelo e come di furore, quando trovò piena di mercanti la casa del Padre suo, casa di orazione che deve essere ornata di santità (Ps. XCII, 5). Orbene, i mercanti sono il simbolo degli avari, perché nel traffico e nel commercio delle cose terrene espongono persino la loro vita, dedicandovi tutto il loro tempo e le loro cure, invece di impiegar tutto per il Signore che vuole per sé tutta la mente, tutto il cuore, tutto il tempo, e tutte le forze delle sue meschine creature. – È questo il fine per il quale Gesù Cristo è venuto in questo mondo; ha voluto purificare il cuore dell’uomo, farvi il vuoto di ogni creatura, e riparare così la disgrazia e il disordine in cui era caduto per la miseria del peccato e l’opera malvagia del demonio. Perciò Egli ha posto come fondamento capitale della nostra salvezza, la santa povertà, la quale di sua natura tende a espellere dal cuore umano tutto quanto può riempirlo all’infuori di Dio. Per questo appunto, Gesù Cristo, nel suo primo sermone, proclamava come la sua prima massima questa sentenza: Beati i poveri, Beati pauperes (Luc. VI, 20); ciò per insegnarci che la virtù di povertà per noi è la prima, la più importante e la più necessaria. Per farci sapere poi quale sia questa povertà, aggiungeva: Beati i poveri di spirito (Matth. VI), vale a dire quelli che hanno il fondo dell’anima vuoto e libero da ogni possesso di creature, che non hanno nulla che tenga il posto di Dio in quel cuore che Egli solo vuole riempire ed occupare. – Fuori di Dio, tutto è vano e inganno, tutto è fantasia, scorza e superficie. Dio solo è il bene vero e reale, Lui solo è tutta la vita essenziale e incorruttibile delle anime nostre.

II.

Divisioni della povertà.

La povertà è di due sorta, interiore l’una esterna l’altra. La prima consiste nel distacco

del cuore che deve essere vuoto di ogni desiderio terreno e di ogni amore alle creature; la seconda consiste nella privazione esterna ed effettiva dei beni terreni. La privazione esterna senza il distacco interiore non è punto virtù, mentre il distacco interiore, con la disposizione di sopportare la privazione esterna, è la virtù di povertà di cui Nostro Signore ha detto: « Beati i poveri di spirito ». Gesù Cristo, con queste parole, ha voluto insegnarci che dobbiamo vivere nella povertà di spirito, ossia, nel distacco interiore e nella privazione affettiva, per esser disposti al puro amore di Dio, perché Egli non può venire a patti con l’amore alle creature, né può soffrire che si abbia il minimo attacco alle creature; Egli vuole che il cuore sia vuoto, distaccato da tutto, e vuoto secondo tutta l’ampiezza della propria capacità.

III.

Della povertà esterna.

Povertà evangelica. – Povertà praticata dai primi Cristiani. – Privazioni dell’uso dei propri beni.

Vi sono tre sorta di povertà, di cui le prime due furono molto in uso nella primitiva Chiesa. La prima consisteva nel privarsi di tutto il proprio avere e di venderlo, secondo il consiglio che ne diede Nostro Signore a quel giovane: Vade, vende quæ habes et da pauperibus – Va, vendi ciò che possiedi e dà tutto ai poveri (Matth. XIX, 21). Gesù Cristo si compiacque ancora di rinnovare una tale povertà in questi ultimi secoli, come in San Francesco e in parecchi altri santi che così la praticarono. – La seconda povertà era di mettere il proprio avere in comune; era questa la pratica ordinaria dei primi Cristiani; ognuno si privava di ciò che possedeva e lo donava a Dio, affinché ciascuno ne potesse prendere a seconda dei propri bisogni; così tutto era uguale per tutti, e il povero ne riceveva il necessario sostentamento tanto come il ricco. – La terza povertà consiste nello spogliarsi dell’uso dei beni che Dio ci ha dati benché la proprietà se ne conservi ancora:  questa povertà può praticarsi con grande vantaggio. Perché, dapprima in tal mode si rimane nello stato in cui la divina Provvidenza ci ha posti; inoltre, si fa buon uso di ciò che si è ricevuto dalla sua liberalità, servendosene per la sua gloria; in fine, si gode il vantaggio della povertà che è di non aver nulla che ci impedisca di dedicarci a Dio solo. Di questa povertà e di tali poveri sta scritto: Beati i poveri di spirito, perché ad essi appartiene il Regno dei cieli (Matth. V, 3).

IV.

Della povertà interiore – Distacco anche dai doni spirituali.

Distacco universale da ogni bene e dono di Dio. — 1. Stare davanti a Dio come mendicanti. – 2. Non appropriarci i doni e le grazie di Dio; sarebbe ingiustizia. — 3. Lasciare a Dio piena disposizione dei beni di cui ci affida il deposito.

La povertà interiore non si estende solo al distacco dei beni corporali, dai quali lo spirito deve essere interamente diviso e tutto distaccato; non consiste. Solamente nella nudità, ossia privazione affettiva di tutti gli onori, di tutte le ricchezze, e di tutti i beni mondani; consiste anche nella nudità spirituale, ossia nel distacco dai doni di Dio; benché Dio ce li conceda, noi dobbiamo esserne distaccati. Per avere la virtù della povertà, dobbiamo sempre considerare, non solo i beni materiali, ma anche i beni spirituali, come proprietà di Dio. Debbiamo considerare i beni spirituali come appartenenti a Dio e da Lui inseparabili, in quella guisa che i raggi sono inseparabili dal Sole; oppure come perle e diamanti che sarebbero applicati sopra un abito. Il padrone ha attaccato queste perle preziose al suo abito all’unico scopo di renderlo più splendido e più prezioso; esso quindi ha sempre la facoltà di toglierle quando gli piace. Con tal pensiero, l’anima deve stare perfettamente distaccata da tutto, vivendo in mezzo anche ai doni spirituali, per così dire, senza toccarvi e senza che il cuore vi prenda parte.

***

La povertà di spirito ha tre gradi: il primo è di considerarci davanti a Dio come mendicanti riguardo a tutti i suoi doni, non avendo da noi stessi assolutamente nulla e nessuna grazia; così dobbiamo vivere in spirito di mendicanti onde esser rivestiti dei suoi beni. – Il secondo grado è di non appropriarci i doni e le grazie di Dio quando li possediamo, come se fossero cosa nostra o come cosa che fosse passata nella nostra natura. Bisogna considerarli come un abito; uno che porta un abito sa benissimo che il suo corpo, in se stesso è nudo e sprovvisto di ciò che sarebbe necessario per riparlo dagli incomodi delle stagioni; perciò esso trovasi continuamente costretto per difendersi a vestirsi e a dipendere dalle cose esterne. L’anima veramente povera, benché sia rivestita ed arricchita dei doni di Dio, si considera sempre davanti a Lui in una perfetta e assoluta indigenza, come un corpo senza vesti. Perché essendo ben radicata nella conoscenza di sé stessa, vede che sempre si trova nella più assoluta indigenza, benché possieda Dio e ne sia rivestita. In tal modo non prova nessuna compiacenza per tutto ciò che in sé medesima può essere, per tutto ciò che può avere, perché essendo sempre la medesima nell’intimo di se stessa, essa in mezzo ai doni che possiede non ha maggior stima di sé che prima d’esserne ricolmata. – L’anima deve sempre considerare i doni di Dio come cosa che emana da Dio e a Lui appartiene come sua proprietà; sono raggi che Egli fa splendere sopra di noi per impedire ai nostri cechi di vedere la nostra viltà e così renderci più sopportabile la nostra miseria. – Dio trova in noi la sua gloria, traendola da ciò che gli appartiene; Lui solo merita stima per ciò che vi è di buono negli uomini; Lui solo deve prendervi le sue compiacenze. Chi, nell’intimo del suo cuore, ha stima di se stesso per quei doni che non sono suoi e di cui la lode deve riferirsi a Dio solo, è un ladro che tenta di attirare e prendere per sé quella gloria che è dovuta unicamente a Dic. E sarebbe questa una grande ingiustizia, poiché a Dio appartengono le lodi che i suoi doni, da sé medesimi, tributano alla sua divina maestà.

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Il terzo grado di povertà spirituale è di portare in noi i doni di Dio e custodire i suoi tesori negli scrigni del nostro cuore, senza aver l’ardimento di toccarvi; guardarci quindi dal farne uso da noi medesimi, e lasciare che Dio stesso ci ponga nelle mani il suo avere e nei suoi scrigni prenda ciò che vuole per l’impiego che desidera, affinché Egli solo sia l’autore e il direttore della distribuzione delle sue grazie. Non solamente dobbiamo guardarci dall’usare dei doni di Dio per i nostri meschini interessi temporali oppure per acquistarci onore e stima, ciò che sarebbe un infame sacrilegio; ma dobbiamo persino guardarci dal toccare a questi doni. Dio li ha posti in deposito nella nostra anima: dobbiamo lasciare a Lui la cura di prendere la nostra mano e guidarla a pigliare ciò che a Lui piace, onde farne a nome suo la distribuzione. – L’anima umile, segreta e fedele, alla quale Nostro Signore ha affidato le sue ricchezze, è un tesoro suggellato con sette sigilli che solo l’Agnello può aprire. A Lui solo spetta frugare negli scrigni dove ha rinchiusi i suoi tesori; a Lui solo spetta aprirli e, con lo splendore dei suoi raggi e la ricchezza della sua divina luce, cioè per la virtù della sua grazia, applicar l’anima all’uso che essa ne deve fare. I Re della terra si scaricano della gestione delle loro finanze sopra i tesorieri che le custodiscono, lasciando ad essi di maneggiare i loro tesori per distribuirli come vogliono. Gesù Cristo non fa in questo modo; Egli invece si tiene nelle sue proprie mani le chiavi dei suoi scrigni, per aprirli quando e come gli piace. Economo universale, dispensore generale, Egli è tutto in tutti e non ha bisogno di nessuno che supplisca né alla sua presenza, né alla sua potenza, perché Egli è dappertutto, può tutto, vede tutto e dispone sempre in noi dei suoi beni secondo la sua sapienza e il suo amore. – Egli vuole dunque che l’anima cui Egli affida i suoi tesori, si tenga nel riserbo; lungi dal forzare le serrature quando gli scrigni sono chiusi, non tocchi nulla, vale a dire, si guardi bene dall’andare a cercare, con sforzi di memoria e con violenza, nel proprio fondo qualche cosa che Dio vi avesse posto e come chiuso sotto chiave. Ma, quando pure Dio lasciasse i suoi scrigni aperti, vale a dire, quando ricevessimo da Dio ogni lume e ogni verità, non spetta a noi mettervi la mano e prenderne ciò che ci piace. I doni e i tesori di Dio vanno sempre considerati con gran rispetto, perché a Lui appartengono ed Egli li ha depositati in noi per un effetto della sua infinita misericordia. In noi non v’era nulla che potesse darci motivo di sperare tanta grazia, perché il nostro fondo, nella sua impurità, era indegno dei divini favori. Tuttavia, Dio per una grazia ed un amore infinito, ha scelto un luogo così basso per farne il deposito; e come lo ha fatto unicamente perché così gli è piaciuto, a Lui pure e solo a Lui spetta di usarne in noi come gli piace. – Dio fa nell’anima nostra come il padrone che nel suo campo vuole innalzare una fabbrica. Come fa quel padrone? Vi fa portare a suo piacimento pietre e materiali, secondo il disegno che ha in mente; in un luogo, ne fa depositare più che in un altro, a seconda dell’ampiezza dell’edifici che vuole costruirvi; di tutto fa l’uso che conviene al disegno che più gli piace. Esso utilizza i materiali. assume operai e manovali per fabbricare secondo il disegno che essi sovente non conoscono, senza dir loro quanto intende fare; a poco a poco esso forma una fabbrica, la costruisce e la compie, conforme all’idea che ha nella sua mente e secondo la direzione che esercita sopra i suoi operai. Così fa il Signore nei suoi doni; sono come materiali che Egli depone in noi, come in un campo cieco che non sa punto quale sia la fabbrica che il grande architetto e capomastro vuole innalzare, A noi spetta unicamente cogliere i suoi doni e i suoi favori: a Lui di metterli in opera e di usare a suo piacimento delle nostre facoltà; e queste devono cooperare fedelmente alla sua grazia onde costruire, mediante la sua virtù. quella fabbrica che Egli ha determinata nei suoi adorabili disegni che a noi rimangono nascosti.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XI – “QUINQUAGESIMO ANTE ANNO”

Questa lettera Enciclica di S. S. Pio XI, è un documento celebrativo dell’anno 1929, anno in cui ricorreva il cinquantenario dell’ordinazione sacerdotale del Sommo Pontefice regnante. Qui si elencano vari eventi, importanti per la Chiesa Cattolica e la Sede Apostolica, che caratterizzarono quell’anno, eventi che parevano favorevoli all’opera apostolica della Chiesa tutta, e forieri di grandi speranze. Più avanti ci siamo resi conto che mentre apparentemente certe cose sembravano svolgersi positivamente, nell’ombra il mistero dell’iniquità era all’opera per destabilizzare dall’interno la Chiesa e tutto il Cristianesimo presso i popoli della terra, tanto da esplodere nella conflagrazione della Seconda guerra mondiale, e circa un decennio successivo, con la estromissione del Santo Padre, legittimamente eletto in un Conclave regolare, e la salita al Soglio pontificio di una serie di marionette i cui fili erano, e lo sono ancora oggi,  mossi dalle logge infernali che hanno trasformato in modo lento, subdolo, ma tangibile, le strutture della Chiesa di Cristo, nella sinagoga di satana, facendo sì che si attuassero le profezie mariane di La Salette e di Fatima e si istituisse un Novus Ordo luciferino, contornato e spalleggiato dai preti carnevaleschi ed “immaginari” di Ecône-Sion e da cappellette di autoreferenti sedevacantisti pseudotradizionalisti, cani sciolti e lupi sanguinari affamati di pecore erranti e disperse perché senza guide, prive di riferimenti dottrinali e di nozioni catechistiche che possano loro indicare le basi della vera fede divina non truccata o adulterata da veleni eretici (pensiamo alle eresie del Papa fallibile nel suo Magistero ordinario, o della Chiesa che inganna i suoi fedeli in materia di fede, morale, liturgia, devozioni, mediante dottrine blasfeme e già nel passato condannate e notoriamente anatemizzate … ). Il Pusillus grex deve solo arroccarsi con coraggio e decisione, nella fortezza della fede divina, della sana teologia, della Tradizione apostolica e patristica, senza cedere di un millimetro a suggestioni buoniste o compromissorie di varia natura, o ai richiami di voci sibilline che avvelenano, paralizzano lo spirito e conducono nello stagno di fuoco eterno, dove finiranno alfine la bestia immonda, il falso profeta e il dragone maledetto con tutti i loro adepti.

LETTERA ENCICLICA

QUINQUAGESIMO ANTE ANNO

AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI

PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI

E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI,

NONCHÈ A TUTTI I DILETTI FIGLI CRISTIANI

DEL MONDO CATTOLICO:

IN OCCASIONE DELLA CHIUSURA DELL’ANNO GIUBILARE.

PIO PP. XI

VENERABILI FRATELLI

SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Quando, or sono cinquant’anni, nel fiore dell’età fummo ordinati sacerdoti nella Basilica Lateranense, madre e centro di tutte le Chiese — ed in questi giorni specialmente il ricordo Ci commuove e soavemente Ci conforta — nessuno certamente avrebbe immaginato, e tanto meno Noi, che per arcano disegno della divina Provvidenza la Nostra umile persona sarebbe stata elevata a così alto fastigio, e che quel medesimo tempio sarebbe diventato un giorno la cattedrale del Nostro Episcopato romano. A questo proposito, mentre ammiriamo con animo dimesso la somma degnazione del Signor Nostro Gesù Cristo, Principe dei Pastori, verso di Noi, non potremo mai abbastanza degnamente esaltare i grandi benefìci con i quali Egli ha voluto confortare il suo Vicario in terra, quantunque immeritevole, durante il corso del suo Pontificato; tanto più che, quasi a coronamento di questi benefìci, Egli ha voluto che l’anno del Nostro giubileo sacerdotale fosse rallegrato da molti avvenimenti lieti e consolanti. Pertanto affinché quest’anno non trascorresse privo di frutti salutari — cioè, allo scopo di richiamare i fedeli alla santità dei costumi e la stessa società ad un più giusto apprezzamento dei beni spirituali, e conciliare con questi mezzi la misericordia divina verso la Chiesa militante — fin dal principio dell’anno, mossi da un sentimento di amore paterno, indicemmo per tutto l’Orbe cattolico un altro Anno Santo « extra ordinem » in forma di grande Giubileo. Ed oggi possiamo dire, che, con la grazia di Dio, le speranze che Noi riponevamo in questa santa crociata di preghiere, non solo non vennero deluse, ma anzi sono state pienamente soddisfatte. Ripensando infatti ai molti attestati di pietà e di gratitudine filiale, all’incremento che ha avuto la causa cattolica, ai celebri avvenimenti che si sono potuti compiere durante il corso di un solo anno, Ci sembra di poter dire ben a ragione che il benignissimo Iddio, dal quale « deriva ogni cosa ottima e ogni dono perfetto » [1], ha voluto che questo breve periodo di tempo apparisse a tutti veramente provvidenziale. Ci piace quindi oggi, quasi facendo il bilancio di questi dodici mesi, più diffusamente ricordare i grandi benefìci da Dio derivati al popolo cristiano, e ciò allo scopo di invitarvi tutti, Venerabili Fratelli, diletti figli, a ringraziare insieme con Noi l’Onnipotente, il quale, muovendo gli animi dei mortali con fortezza e soavità, dirige ai suoi scopi i tempi e gli avvenimenti. – E per cominciare da quelle cose, che appunto perché toccano più da vicino la Santa Sede e lo stesso governo della Chiesa affidato, per divina disposizione, al Sommo Pontefice, sembrano avere maggiore importanza delle altre, crediamo anzitutto opportuno ricordare alcuni tratti della Nostra prima Enciclica « Ubi arcano ». In essa Noi uscivamo in questo lamento: « Appena occorre dire con quanta pena all’amichevole convegno di tanti Stati vediamo mancare l’Italia, la carissima patria Nostra, il paese nel quale la mano di Dio, che regge il corso della storia, poneva e fissava la sede del suo Vicario in terra, in questa Roma che, da capitale del meraviglioso ma pur ristretto romano impero, veniva fatta da Lui la capitale del mondo intero, perché sede di una sovranità divina che, sorpassando ogni confine di nazioni e di Stati, tutti gli uomini e tutti i popoli abbraccia. Richiedono però l’origine e la natura divina di tale sovranità, richiede l’inviolabile diritto delle coscienze di milioni di fedeli di tutto il mondo, che questa stessa sovranità sacra sia ed appaia manifestamente indipendente e libera da ogni umana autorità o legge, sia pure una legge che annunci guarentigie ». – Dopo avere poi rinnovato da parte Nostra quelle proteste che i Nostri Predecessori, dopo l’occupazione dell’Urbe, onde tutelare ed affermare i diritti e la dignità della Sede Apostolica avevano successivamente fatto, e dopo aver proclamato l’impossibilità di restaurare la pace trascurando le ragioni della giustizia, aggiungevamo: « Spetta a Dio Onnipotente e misericordioso far sì che suoni finalmente questa lieta ora, feconda di tanto bene, sia per la restaurazione del Regno di Cristo, sia per un più giusto riordinamento delle cose d’Italia e di tutto il mondo; ma tocca agli uomini di buona volontà far sì che essa non suoni invano … ». Orbene, questo lietissimo giorno è finalmente spuntato ed è giunto prima di quanto comunemente si pensava, giacché le molte e gravi difficoltà, che lo impedivano, facevano credere quasi a tutti che fosse ancora molto lontano: è giunto, diciamo, con quelle Convenzioni che il Romano Pontefice e il Re d’Italia, per mezzo dei loro ministri plenipotenziari, stipularono nel Palazzo Lateranense — donde presero il nome — e quindi ratificarono in Vaticano. In tal modo abbiamo veduto finalmente terminare quell’intollerabile e ingiusta condizione di cose, in cui si trovava fino allora la Sede Apostolica, dato che, negata e contrastata con ogni mezzo la necessità del Principato civile, la continuità di questo era stata interrotta di fatto in maniera che il Romano Pontefice non appariva più nella sua legittima indipendenza. Non è qui il luogo di trattare in particolare le ragioni che Noi Ci siamo proposti nell’accingerCi a questa grave impresa, nello svolgere le trattative e nel condurle in porto; più di una volta infatti e non oscuramente, anzi con parole chiarissime, abbiamo esposto a quale unico scopo tendessero i Nostri propositi e i Nostri desideri, e cioè quali beni desiderassimo e sperassimo ardentemente, mentre, innalzate le Nostre assidue e fervide preghiere all’Altissimo, portavamo tutte le forze dell’animo Nostro alla soluzione dell’arduo problema. Questo però vogliamo, sia pure brevemente, accennare, e cioè che, assicurata la piena sovranità del Romano Pontefice, riconosciuti e solennemente sanciti i suoi diritti, e resa in tal modo all’Italia la pace di Cristo, nelle altre cose Noi Ci mostrammo paternamente benevoli e condiscendenti fin dove il dovere Ce lo permetteva. Apparve così anche più chiaramente, seppure ve ne era bisogno, come Noi, nel rivendicare i sacrosanti diritti della Sede Apostolica, conforme a quanto avevamo affermato nella surricordata Enciclica, mai eravamo stati mossi da vana cupidigia di un regno terreno, ma avevamo sempre avuto « pensieri di pace e non di afflizione ». Quanto poi al Concordato, che abbiamo parimenti stipulato e ratificato, come espressamente proclamammo, così oggi di nuovo affermiamo e proclamiamo che esso non si deve considerare come una tal quale garanzia del Trattato con cui si è definita la cosiddetta Questione Romana, ma sì bene devesi ritenere che ambedue — Trattato e Concordato — per l’identico principio fondamentale da cui derivano, formano un insieme talmente inscindibile e inseparabile, che o tutti e due restano, o ambedue necessariamente vengono meno. Pertanto, tutti i Cattolici del mondo, che tanto si preoccupavano della libertà del Romano Pontefice, accolsero questo memorabile avvenimento con un concorde plebiscito che si espresse ovunque in inni di ringraziamento a Dio e in attestati di congratulazioni a Noi rivolti. Ma grandissima soprattutto fu la gioia degli Italiani, alcuni dei quali, dopo la felice composizione dell’antico dissidio, deposero i vecchi pregiudizi verso la Sede Apostolica e riconciliarono la loro anima a Dio; e molti altri si rallegrarono perché non si poteva più ormai dubitare del loro amore di patria, come si faceva in passato quando i nemici della Chiesa non volevano credere a questo loro amore, per il fatto che essi si dichiaravano figli devoti del Pontefice. Tutti poi i Cattolici, italiani e stranieri, compresero che stavano per sorgere felicemente una nuova era ed un nuovo ordine di cose, soprattutto perché pensavano che, essendo state quelle convenzioni concluse nel 75° anno della definizione del dogma dell’Immacolata Concezione e precisamente firmate nel giorno in cui, pochi anni dopo, la Vergine Immacolata apparve nella Grotta di Lourdes, sembravano essere prese sotto il particolare patrocinio della Madre di Dio; e così pure essendo state ratificate nella festa del Sacro Cuore di Gesù Cristo pareva quasi che portassero il contrassegno della sua approvazione. E ciò ben a ragione; giacché se tutte le cose di comune consenso pattuite saranno coscienziosamente e con fedeltà portate ad effetto, come del resto è giusto sperare, non v’è dubbio che gli accordi stabiliti recheranno il massimo bene alla causa cattolica, alla patria nostra e a tutta l’umana famiglia. – Pertanto, dopo avere illustrato questo fausto avvenimento più diffusamente per la sua singolare importanza, crediamo che sia opportuno aggiungere almeno brevemente che per disposizione della divina Provvidenza abbiamo pure, durante quest’anno, potuto stipulare e ratificare con altre Nazioni altre convenzioni e trattati, che, mentre provvedono alla libertà della Chiesa, allo stesso tempo conferiscono non poco al bene degli Stati medesimi. Infatti, oltre la convenzione pattuita con la Repubblica del Portogallo (la quale consiste nello stabilire i confini e le prerogative della Diocesi di Meliapor) siamo venuti alla conclusione di un Concordato prima con la Romania, poi con la Prussia, in modo da evitare per l’avvenire ogni ragione di conflitto, ed in modo altresì da far convergere ambedue le potestà, civile e religiosa, in mutuo accordo verso il maggior bene del popolo cristiano. Certamente nella trattazione di queste convenzioni concordatarie non mancarono molte e gravi difficoltà, per il fatto che si trattava di stabilire secondo legge il regime della Chiesa Cattolica presso popoli in maggioranza acattolici; tuttavia riconosciamo volentieri che per superare queste difficoltà le pubbliche autorità di quelle Nazioni prestarono volonterosamente la loro opera. Se dunque, giunti al termine dell’anno, rivolgiamo all’intorno il Nostro sguardo, Ci rallegriamo sommamente nel vedere che molte Nazioni hanno già stretto, con una pubblica convenzione, relazioni di amicizia con questa Sede Apostolica, oppure si accingono alla trattazione o al rinnovo di un Concordato. E mentre proviamo profondo dolore al pensare che nelle vaste regioni dell’Europa Orientale ancor oggi infierisce la più terribile guerra non solo contro la Religione cristiana, ma altresì contro ogni diritto divino ed umano, Ci sentiamo d’altra parte grandemente confortati per il fatto che l’orribile persecuzione inflitta al clero e al popolo cattolico del Messico sembra ormai placata, in maniera da far fin da ora in qualche modo sperare che la sospirata pace non sarà molto lontana. Né minor diletto e consolazione Ci ha recato il vedere che, durante il corso di questo fausto anno giubilare, la Chiesa Orientale ha voluto mostrare ancora più stretti i vincoli di attaccamento con la Sede Apostolica, prendendo questa occasione per darCi aperta e pubblica testimonianza del suo ardente amore per l’unità della Chiesa; e in far ciò, i Nostri figli della Chiesa Orientale Ci hanno certamente voluto rendere un tributo di gratitudine, giacché Noi, dietro l’esempio dei Nostri Predecessori, abbiamo sempre nutrito per i popoli orientali grande benevolenza e carità. Ci hanno infatti inviato lettere piene di affetto e di venerazione, ed hanno manifestato con attestati pubblici e solenni la loro gioia e i loro rallegramenti; i Patriarchi ed i Vescovi di quelle Chiese, o personalmente o per mezzo di loro rappresentanti, si sono recati a farCi visita per testimoniare più chiaramente, anche a nome del gregge loro affidato, l’amore verso il supremo Pastore delle anime. Seguendo l’esempio dei Vescovi Armeni, che lo scorso anno tennero in Roma il loro convegno per discutere qui, presso la Cattedra di Pietro, circa gli opportuni provvedimenti con cui mitigare i mali che affliggono la loro Nazione, poco tempo fa i Vescovi Ruteni, che mai tutti insieme erano convenuti a Roma, hanno deciso di tenere le loro adunanze qui presso di Noi, quasi per dimostrare con la stessa scelta del luogo e del tempo, l’affettuoso attaccamento dell’intera Chiesa Rutena verso il Successore del Principe degli Apostoli. E il risultato delle loro adunanze fu veramente tale da soddisfare pienamente le Nostre speranze. Infatti trattarono in esse di questioni importantissime, sottoponendo a Noi, come si conviene, le loro deliberazioni; e cioè del corso degli studi per il giovane clero, dell’istituzione di Seminari Minori, dell’istruzione catechistica del popolo da svolgersi in un certo periodo di anni, del modo di concorrere alla codificazione del Diritto Canonico Orientale, e nei mezzi opportuni per promuovere fra i loro fedeli l’Azione Cattolica secondo le Nostre direttive; ed in tutte queste cose riconosciamo che essi non potevano prendere determinazioni più salutari per il loro clero e per il loro popolo. Benché le cose di cui abbiamo fin qui parlato sembrino di maggiore importanza e attirino più facilmente l’attenzione e l’ammirazione del pubblico, tuttavia pensiamo che non conferiscano meno al bene della Chiesa quelle opere e istituzioni che il Signore, quasi per colmare la Nostra letizia, Ci ha permesso, dandocene i mezzi, o di condurre a termine o almeno di cominciare durante quest’anno. E infatti, oltre le molte case canoniche fatte costruire in varie parrocchie per provvedere ad un più decoroso disimpegno dell’ufficio parrocchiale, ed oltre i Collegi Internazionali, che per i loro giovani alunni hanno edificato le Congregazioni religiose dei Servi di Maria e di San Francesco di Paola — Collegi che già si sono inaugurati ed hanno aperto i corsi scolastici — è certo che i Collegi fondati qui in Roma per la formazione culturale e religiosa del giovane clero in questo breve spazio di tempo sono stati tanti, che appena altrettanti si sarebbero potuti veder sorgere in un lungo periodo di anni: tali sono il nuovo Collegio di Propaganda Fide, quello Lombardo, quello Russo e quello per la Nazione Cecoslovacca, già finiti e completamente arredati. E non vogliamo tralasciare di accennare né alla nuova sede del Seminario Etiopico, che abbiamo voluto appositamente fosse edificata qui presso il Vaticano — né agli altri due di cui già si è posta la prima pietra — cioè al Collegio Ruteno e al Brasiliano — né infine alla nuova sede del Seminario Romano Vaticano, di cui saranno prossimamente iniziati i lavori. E a proposito di queste numerose e crescenti istituzioni, le quali tanto da vicino interessano la salvezza delle anime, che Cristo Redentore ha procurato con la effusione del suo sangue, Noi abbiamo la più grande fiducia che, col divino aiuto, esse otterranno questo salutare risultato, e cioè che avremo schiere più addestrate e più numerose di leviti per l’evangelizzazione dei popoli. E parimenti non v’è dubbio che questi nuovi leviti, i quali qui nel centro dell’orbe cattolico vengono educati alla purezza della dottrina di Cristo e si esercitano all’acquisto delle virtù sacerdotali, un giorno, divenuti sacerdoti e tornati ai loro paesi, si adopereranno validamente a rendere ancora più stretti i vincoli d’unione dei loro concittadini con la Sede Apostolica, oppure, se questi sono separati dalla Chiesa di Roma, a richiamarli a poco a poco all’antica unione con essa o, se ancora si trovano involti nelle tenebre e nell’ombra di morte, procureranno con ogni sforzo di recare loro la luce dell’evangelica verità, allargando sempre più i confini del regno di Cristo. E veramente la speranza di questi lieti frutti è per Noi di tanto conforto, che non possiamo abbastanza esaltare Colui che Ci ha dato tanta consolazione e Ci ha concesso di portare a compimento queste grandi cose per il bene della Chiesa. – Vogliamo poi anche, Venerabili Fratelli e diletti figli, ricordare insieme a voi altri avvenimenti, che per divina disposizione hanno reso quest’anno ancor più memorabile; abbiamo detto per divina disposizione, giacché niente può avvenire a caso, essendo tutte queste cose da Dio ordinate e regolate. Poiché infatti gli uomini, per la loro stessa natura, al compiersi di certi periodi di anni più volentieri si soffermano a ricordare benefìci già da Dio destinati alla cristiana società, e ne traggono incitamento a proseguire con alacrità maggiore la via intrapresa, così è avvenuto che i fedeli durante questi dodici mesi hanno preso tutte le occasioni di quel genere che loro si presentarono per indirizzare l’espressione della loro gratitudine e del loro amore verso Iddio Ottimo Massimo e verso il Padre comune in queste particolari circostanze. E da parte Nostra, per ricambiare con paterno animo tali attestati di filiale pietà, volemmo essere presenti a queste solenni celebrazioni e renderle ancor più splendide, inviando a questo scopo le Nostre Lettere e i Nostri Legati. Così questa Apostolica Sede non poteva non favorire la insigne famiglia del Padre e Legislatore San Benedetto, mentre essa si preparava a commemorare il secolo decimo quarto dalla fondazione dell’Archicenobio Cassinese « principale palestra della regola monastica » [2] e tanto benemerito e da sì lungo tempo verso la stessa Santa Sede non meno che verso la umana civiltà. E ciò dicendo e ripetendo, diciamo cosa non soltanto conosciutissima dai dotti e dagli eruditi, ma divulgata oggi anche in mezzo al popolo che si è ormai formato di tali meriti un giusto concetto. Infatti, non solamente al popolo, in particolare nella nostra Italia, si suole ripetere in esempi la massima del santissimo Patriarca, « ora et labora », ma non v’è chi ignori che i monaci dell’Archicenobio, e con essi tutti gli altri della famiglia di San Benedetto, promossero le belle arti e trasmisero in perpetuo alla posterità i monumenti della umana non meno che della divina sapienza, e inviarono predicatori del Vangelo in regioni anche lontanissime con tale vantaggio della Fede cristiana e della civiltà che il Nostro Predecessore Pio X, di felice memoria, volendo brevemente sì, ma efficacemente insieme esprimere i meriti acquistatisi dal monastero Cassinese, poté dire con giusta ragione « che i suoi fasti sono in gran parte la storia stessa della Chiesa Romana » [3]. Per la qual cosa non è da meravigliarsi se, in occasione delle feste celebrate nella vetustissima Arciabbazia, tanti visitatori da ogni parte facessero a gara per salire a quel sacro monte e venerarvi le memorie del Santo Padre Benedetto e purificare con la penitenza le anime loro. – Alquanto meno lontano nella storia della Chiesa è l’avvenimento celebrato a Stoccolma, città capitale della Svezia, con insolito splendore per quanto era concesso, dato il numero dei cattolici: la venuta di Sant’Ansgario, che mille e cento anni or sono approdò nella Svezia, dopo avere con instancabile zelo evangelizzato la Danimarca. Fu celebrato un triduo solenne; vi assistevano, rappresentanti, se così può dirsi, di quattordici nazioni diverse, due Cardinali, alcuni Vescovi e Abbati dell’Ordine di San Benedetto e più di mille fedeli; vi furono tenuti discorsi sulle opere compiute da Ansgario e sul suo mirabile apostolato secondo le più recenti ricerche: vi furono lette, fra il comune plauso, le lettere che avevamo mandate con la Nostra benedizione; tutti i convenuti furono ricevuti con grande onore nella stessa sede municipale di Stoccolma; a Noi e al Re di Svezia furono inviati messaggi con ossequi ed auguri. E questa commemorazione centenaria non deve parere di poca importanza, se si pensa che fino a settanta anni addietro le cose procedevano nella Svezia così contrarie alla religione Cattolica che il passaggio alla Chiesa Romana era ancora punito con l’esilio e con la perdita dello stesso diritto di eredità. A tale proposito giova qui ricordare che in quei paesi, recentemente, abbracciarono la religione cattolica diversi fra donne e uomini dei più colti, e in Islanda, che dipende dalla Danimarca, quest’anno medesimo l’E.mo Cardinale Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide felicemente dedicò la nuova Chiesa Cattedrale. Pertanto fra i benefìci divini di quest’anno annoveriamo pure la lieta speranza da Noi nutrita che, auspice Sant’Ansgario, da qui innanzi molto più copiosa sarà la messe che raccoglieranno i Vicari Apostolici, i sacerdoti, i religiosi dell’uno e dell’altro sesso che spargono i loro sudori in quella sì ampia parte della vigna del Signore. Come poi avevamo inviato a Montecassino, quale nostro rappresentante, un Eminentissimo Cardinale che assistesse alle solennità ivi celebrate, così anche ordinammo che un Nostro legato « a latere », scelto pure nel Sacro Collegio, si recasse in Francia dove si commemorava l’anniversario cinque volte secolare del giorno in cui Giovanna d’Arco, vergine santissima e tanto benemerita della sua nazione, era entrata trionfalmente nella città d’Orléans. E perché la memoria e il ricordo di tale trionfo riuscissero a tutti i cittadini più graditi e ai Cattolici più fruttuosi, dovette certamente giovare la quasi presenza Nostra nella persona del legato. – Credemmo pure dovere del Nostro ufficio intervenire per mezzo del Nostro Nunzio Apostolico alle feste con cui i sudditi della repubblica Cecoslovacca celebrarono il secondo centenario della canonizzazione di San Giovanni Nepomuceno e specialmente il millenario dalla morte di San Venceslao, inclito duca di Boemia e Patrono celeste della stessa Repubblica, ucciso per mano del fratello. Come poi abbiamo detto nella recente Allocuzione Concistoriale, apprendemmo con grande letizia che alle feste celebrate in onore del Martire Venceslao presero parte non solamente cittadini e forestieri in grandissimo numero, ma gli uomini stessi del Governo e i principali della Repubblica. Ora di un così comune fervore di animi come non dovevamo Noi rallegrarCi? Infatti ai pubblici sconvolgimenti che, dopo cessata la guerra immane, avevano condotto ad estremo pericolo l’unità e l’azione cattolica, susseguivano in quei giorni una grande pace e serenità, ed una tale condizione di vita pubblica sembrava incominciata, quale, al sopraggiungere delle feste, Noi avevamo supplicato da Dio che di fatto incominciasse, e col patrocinio e intercessione di San Venceslao si mantenesse in avvenire. Oh! se gli eventi rispondessero a questi Nostri desideri! perché non v’è chi non intenda quanto gioverebbe alla vera prosperità di quella nazione l’opera concorde delle due potestà, ecclesiastica e civile.

Mirabile poi Ci è parso il modo col quale i figli a Noi carissimi d’Inghilterra, di Scozia e d’Irlanda, a nessuno secondi nell’attaccamento fervido alla propria fede e nell’ardore della pietà, hanno fatto onore al cinquantesimo anno del Nostro sacerdozio. Con un apparato quanto mai splendido e un concorso, che ha dell’incredibile, di popolo venuto da ogni parte, si è commemorato il compimento di un secolo da che i Cattolici, che in altri tempi erano perseguitati e ferocemente maltrattati e che ancor più tardi, in tempi un poco migliori, rimasero esclusi dai diritti civili, finalmente per pubblico riconoscimento, rientrarono in quei diritti e riebbero la libertà di professare la propria Religione. E con molto piacere abbiamo visto che gl’Inglesi, gli Scozzesi e gl’Irlandesi hanno celebrato tali solennità, non come se, col ricordare antichi fatti, accusassero qualcuno delle passate ingiustizie, ma studiando piuttosto come dirigere la libertà ricuperata, prima in parte e poi in più ampia misura, sia nell’osservanza più fedele e nella più larga dilatazione della legge di Cristo, sia nel bene della pubblica cosa, naturalmente con la debita sottomissione al potere civile. Né fu una sola la causa che Ci indusse a voler per Noi una parte non piccola nella celebrazione centenaria dell’evento; poiché se è sempre conveniente che il Vicario di Gesù Cristo si associ alla letizia santa dei figli, molto più ciò lo era in questa congiuntura, ricorrendo la memoria del termine finalmente posto alle pene che i generosi e nobilissimi avi di quei cattolici avevano con costanza e valore sostenute per la difesa della propria fede e della loro unione alla Chiesa Romana. Anzi, per bontà di Dio Ci toccò in sorte di accrescere la letizia dei Nostri figli d’Inghilterra, di Scozia e d’Irlanda con solennità rispondenti a quelle da essi celebrate. Infatti, dopo avere con rigore esaminato ogni cosa conforme alle regole, inserimmo, non è molto, nell’albo dei Beati quella valorosa schiera di uomini che nella ricordata lunga persecuzione contro i cattolici avevano qui combattuto, non in uno stesso tempo, ma per la stessa causa di Cristo e della Chiesa, e ciò in virtù di quella medesima autorità Pontificia, per difendere la quale essi avevano incontrato l’illustre martirio. E così avvenne che il cinquantesimo anno del Nostro sacerdozio, a cui erano già stati di tanto ornamento gli onori decretati al beato martire Cosma da Carbognano, Armeno zelantissimo dell’unità ecclesiastica sino allo spargimento del sangue, s’affrettasse al suo termine ancor più adorno per la riconosciuta palma del martirio a così numerose vittime e per il culto ad esse tributato. Che una forza e una virtù perenne dello Spirito Santo s’insinuino e scorrano per le vene, diciamo così, della Chiesa, appare manifesto dalla stessa compiuta vittoria di questi martiri. Ma non fu ciò chiaro anche quando nel mese di giugno proponemmo al culto e all’imitazione dei fedeli altri eroi di santità? Basta poi appena accennare a quanta moltitudine di cittadini e di forestieri hanno venerato con Noi, nella maestà della Basilica Vaticana, i recentemente beatificati: cioè Claudio de la Colombière, quell’illustre figlio della Compagnia di Gesù, che Gesù stesso non solo chiamò « servo fedele » e lo destinò consigliere di Margherita Maria Alacoque, ma anche gli affidò l’incarico di propagare il culto verso il suo Cuore in mezzo al popolo cristiano; Teresa Margherita Redi, Carmelitana, di famiglia Fiorentina e fiore di gioventù e d’innocenza; Francesco Maria da Camporosso, quel religioso Cappuccino, il quale, può dirsi del tempo nostro, avendo per quaranta anni fatto l’ufficio di questuante, con l’esempio della sua vita intemerata, con consigli pieni di una celeste prudenza e con esortazioni soavissime alla santità, parve sia al popolo sia agli ottimati così somigliante a San Francesco d’Assisi che i Genovesi, dopo averlo amato e onorato vivo, anche morto l’hanno fatto segno sin qui di grato ricordo e di venerazione. In qual modo potremmo poi descrivere la consolazione di cui fummo inondati, quando, dopo aver ascritto Giovanni Bosco tra i beati, lo venerammo pubblicamente nella medesima Basilica Vaticana? Giacché richiamando la cara memoria di quegli anni nei quali, all’alba del sacerdozio, godemmo della sapiente conversazione di tanto uomo, ammiravamo la misericordia di Dio veramente « mirabile nei Santi suoi » per aver opposto il beato così a lungo e così provvidenzialmente ad uomini settari e nefasti, tutti intesi a scalzare la religione cristiana e a deprimere con accuse e contumelie la suprema autorità del Romano Pontefice. Egli infatti, che da giovinetto era solito convocare altri della sua età per pregare insieme e per ammaestrarli negli elementi della dottrina cristiana, dopo che divenne sacerdote prese a rivolgere tutti i suoi pensieri e sollecitudini alla salvezza della gioventù che più era esposta agli inganni dei malvagi; ad attrarre a sé i giovani, tenendoli lontani dai pericoli, istruendoli nei precetti della legge evangelica e formandoli alla integrità dei costumi; ad associarsi compagni per ampliare tanta opera e ciò con sì lieto successo, da procacciare alla Chiesa una nuova e foltissima schiera di militi di Cristo; a fondare collegi ed officine per istruire i giovani negli studi e nelle arti fra noi e all’estero; e infine a mandare gran numero di missionari a propagare tra gl’infedeli il regno di Cristo. Ripensando Noi a queste cose durante quella visita alla basilica di San Pietro, non solo riflettevamo con quali opportuni aiuti il Signore, specialmente nelle avversità, sia solito soccorrere e rinvigorire la sua Chiesa, ma anche Ci veniva in mente come per una speciale provvidenza dell’Autore di tutti i beni fosse avvenuto che il primo a cui decretammo gli onori celesti, dopo che avevamo concluso il patto della desideratissima pace con il Regno d’Italia, fosse Giovanni Bosco, il quale, deplorando fortemente i violati diritti della Sede Apostolica, più volte si era adoperato perché, reintegrati tali diritti, si componesse amichevolmente il dolorosissimo dissidio per il quale l’Italia era stata strappata al paterno amplesso del Pontefice. – Ed ora, Venerabili Fratelli e figli carissimi, dobbiamo pure accennare qualche cosa dello stragrande numero di Cattolici che, pellegrini, vennero a Roma nel corso dell’anno, benché quasi non vi sia ragione di chiamarli pellegrini o stranieri, poiché nessuno può considerarsi estraneo nella casa del Padre comune. Avemmo davvero innanzi agli occhi uno spettacolo a Noi graditissimo per vari titoli. Infatti, proprio il consenso di tante nazioni, pur fra loro divise per indole, sentimenti, costumi, nella stessa fede e nella stessa venerazione al supremo Pastore delle anime, non proclamava pubblicamente e apertamente l’unità e l’universalità, che il divino Fondatore volle impresse nella sua Chiesa, come note a lei proprie? Ma si può dire che in alcuni tempi dell’anno non sorse giorno in cui Roma non vedesse affluire e piamente visitare i suoi più illustri templi, schiere di fedeli accorsi dalle diocesi d’Italia, dalle altre nazioni di Europa e persino dalle regioni separate dalla quasi infinita distesa dell’Oceano. Né si deve tacere che i cittadini di Roma, i quali sono più vicini al Romano Pontefice, loro Vescovo, non si lasciarono vincere dai pellegrini e dagli stranieri in questa gara, come nelle frequenti processioni per la visita delle Basiliche, al fine di acquistare il giubileo offerto al mondo cattolico. Di questi figli della Nostra diocesi convenne così grande numero, il primo dicembre, nella basilica di San Pietro, per ottenervi il perdono giubilare, che forse Noi non vedemmo mai tanto gremito il vastissimo tempio. E ad essi tutti, che supplicavano in folla di venire a Noi, ben volentieri accondiscendendo, molto fummo allietati della loro presenza; le parecchie migliaia di uomini, e specialmente di giovani, che ammettemmo, gli uni dopo gli altri, prestarono orecchio alle Nostre parole con tale attenzione e, per così dire, impeto di affetto, manifestarono l’amore ardentissimo, che a Noi li portava, con tali grida di plauso, che Noi tenemmo per certo di avere realmente ottenuto quanto Ci eravamo proposto nell’indire un nuovo anno santo. Infatti, come in principio notammo, non ad altro miravamo Noi, che ad aprire felicemente la via ad una più profonda emendazione dei costumi privati e pubblici, risvegliando a maggior fervore la fede e la pietà nel popolo cristiano, poiché, secondo la sentenza del Nostro predecessore Leone XIII di f.m., «Quanto più gli individui cresceranno nella perfezione, tanto maggiore onestà e virtù dovrà necessariamente risplendere nei pubblici costumi e nella vita sociale ». Orbene, quanti splendidi esempi di pietà e di virtù non vedemmo dati nel corso dell’anno, con la nobile gara sorta ovunque tra i fedeli per attingere le ricchezze, che durano eterne, dal sacro deposito a Noi affidato e da Noi aperto con paterna generosità, mentre pure intorno non mancava chi faceva mostra di leggerezza e di cupidigia dei beni terreni? Tutti costoro, e primi quelli che, sebbene potessero più facilmente valersi in patria dei mezzi di salvezza loro offerti, preferirono invece sopportare gl’incomodi e le spese del viaggio, non proclamavano essi col fatto che vi sono dei beni superiori assai a questi beni vani e passeggeri del mondo e più degni di un’anima immortale, all’acquisto dei quali dobbiamo perciò tendere con più intenso desiderio? A questa consolazione se ne aggiunse un’altra: cioè, dai quasi quotidiani Nostri colloqui con tanta moltitudine di figli potemmo constatare che essi molto generosamente oggi si adoperano con ogni mezzo per consolidare il regno di Cristo nelle nazioni cattoliche o per introdurlo tra i popoli ignari della dottrina e della civiltà nostra. Ne seguirono in quest’anno nuovi incrementi dell’azione cattolica, diretta ad aiutare e sostenere l’apostolato del clero, e si ebbero più abbondanti offerte per l’opera dei missionari: e qui diamo ogni lode alla pia liberalità di coloro che, a ricordo di questo Nostro fausto giubileo, offrirono a Noi in gran copia suppellettile varia e vasi e ornamenti sacri ad uso delle Missioni. – Infine, il desiderio che manifestammo nell’esordire, Venerabili Fratelli e figli carissimi, ve lo ripetiamo nel terminare la Nostra lettera: cioè che insieme con Noi ringraziate assai Iddio, perché, avendoCi concesso tanto lungo decorso di vita sacerdotale, Ci sostenne con efficacissimi aiuti e Ci sollevò con ogni genere di conforti, specialmente in quest’anno. Ma, dopo avere attribuito a Dio, come è giusto, un così grande cumulo di benefìci ringraziamo vivamente anche coloro che Egli adoperò, nella sua benigna provvidenza, quali strumenti per colmarCi di tanti favori: diciamo i capi di governo, che manifestarono la loro deferente benevolenza verso di noi, regalandoCi doni preziosi e rendendo più facile la venuta a Noi dei loro concittadini; diciamo tutta la grande famiglia dei cattolici, che l’offerta indulgenza plenaria lucrarono sia in patria sia in Roma, dando splendide testimonianze della loro fede e pietà non solo al Padre comune, ma anche a tutti gli altri fedeli. E questi frutti di virtù, come potrebbero venire meno ed affievolirsi con il passare del tempo? Ché anzi, mentre supplichiamo a tale scopo il divino Fondatore e reggitore del genere umano, speriamo che, mitigati dalla cristiana carità dappertutto i dissidi dei partiti e regolati secondo i precetti evangelici i costumi privati e pubblici, i cittadini conserveranno intatta tale concordia tra di loro e con la potestà civile, e si mostreranno allo sguardo di tutti ornati di tali virtù da compiere felicemente il corso del terreno pellegrinaggio alla patria celeste. – Quanti da varie parti e più volte Ci pregarono nei mesi scorsi di prolungare alquanto la letizia di tali frutti spirituali, chiesero una cosa che non si suole normalmente concedere, ma che siamo spinti a consentire, indotti dalla Nostra sollecitudine per il bene comune e dal desiderio di manifestare più ampiamente la Nostra gratitudine. Perciò, con la Nostra autorità apostolica proroghiamo, nonostante qualunque cosa in contrario, a tutto il mese di giugno del prossimo anno 1930, quello stesso pienissimo perdono dei peccati, da lucrarsi alle stesse condizioni, che largimmo il 6 gennaio, indicendo un secondo anno santo « extra ordinem » con la Costituzione Apostolica « Auspicantibus Nobis ».

Frattanto, auspice di quella pace che Gesù Cristo nascendo portò agli uomini, ed insieme quale testimone della paterna Nostra benevolenza, a voi, Venerabili Fratelli e figli carissimi, impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 23 dicembre 1929, anno ottavo del Nostro Pontificato.

DOMENICA SECONDA DOPO PASQUA (2022)

DOMENICA II DOPO PASQUA (2022)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

Questa Domenica è chiamata la Domenica del Buon Pastore (Questa parabola fu da Gesù pronunziata il terzo anno del suo ministero pubblico allorché, alla festa dei Tabernacoli, aveva guarito a Gerusalemme il cieco nato. Questi è dai Giudei cacciato dalla Sinagoga, ma Gesù gli offre la sua Chiesa come asilo e paragona i farisei ai falsi pastori che abbandonano il loro gregge). Infatti, San Pietro, che Gesù risuscitato ha costituito capo e Pastore della sua Chiesa, ci dice nell’Epistola che Gesù Cristo è il pastore delle anime, che erano come pecore erranti. Egli è venuto per dare la propria vita per esse ed esse gli si sono strette intorno. Il Vangelo ci narra la parabola del Buon Pastore che difende le pecore contro gli assalti del lupo e le preserva dalla morte (Or.), e annunzia pure che i pagani si uniranno agli Ebrei dell’Antica Legge e formeranno una sola Chiesa e un solo gregge sotto un medesimo Pastore. Gesù le riconosce per sue pecorelle ed esse, come i discepoli di Emmaus « i cui occhi si aprirono alla frazione del pane » (Vang., 1° All., S. Leone, lezione V), riconoscono a loro volta, all’altare ove il sacerdote consacra l’Ostia, memoriale della passione, che Gesù « il Buon Pastore che ha dato la sua vita per pascer le pecorelle col suo Corpo e col suo Sangue » (S. Gregorio, lezione VII). Levando allora il loro sguardo su Lui (Off.), esse gli esprimono la loro riconoscenza per la sua grande misericordia (Intr.). « In questi giorni, dice S. Leone, Io Spirito si è diffuso su tutti gli Apostoli per l’insufflazione del Signore e in questi giorni il Beato Apostolo Pietro, innalzato sopra tutti gli altri, si è sentito affidare, dopo le chiavi del regno, la cura del gregge del Signore » (2° Notturno). È questo il preludio alla fondazione della Chiesa. Stringiamoci dunque intorno al divino Pastore delle anime nostre, nascosto nell’Eucarestia, e di cui il Papa, Pastore della Chiesa universale, è il rappresentante visibile.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXXII: 5-6. Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúia: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Ps XXXII: 1. Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate, o giusti, nel Signore: ai buoni si addice il lodarlo.]

Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúja: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui in Filii tui humilitate jacéntem mundum erexísti: fidelibus tuis perpétuam concéde lætítiam; ut, quos perpétuæ mortis eripuísti casibus, gaudiis fácias perfrui sempitérnis.

[O Dio, che per mezzo dell’umiltà del tuo Figlio rialzasti il mondo caduto, concedi ai tuoi fedeli perpetua letizia, e coloro che strappasti al pericolo di una morte eterna fa che fruiscano dei gàudii sempiterni].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. [1 Petri II: 21-25]

Caríssimi: Christus passus est pro nobis, vobis relínquens exémplum, ut sequámini vestígia ejus. Qui peccátum non fecit, nec invéntus est dolus in ore ejus: qui cum male dicerétur, non maledicébat: cum paterétur, non comminabátur: tradébat autem judicánti se injúste: qui peccáta nostra ipse pértulit in córpore suo super lignum: ut, peccátis mórtui, justítiæ vivámus: cujus livóre sanáti estis. Erátis enim sicut oves errántes, sed convérsi estis nunc ad pastórem et epíscopum animárum vestrárum.

[Caríssimi: Cristo ha sofferto per noi, lasciandovi un esempio, affinché camminiate sulle sue tracce. Infatti Egli mai commise peccato e sulla sua bocca non fu trovata giammai frode: maledetto non malediceva, maltrattato non minacciava, ma si abbandonava nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava; egli nel suo corpo ha portato sulla croce i nostri peccati, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia. Mediante le sue piaghe voi siete stati sanati. Poiché eravate come pecore disperse, ma adesso siete ritornati al Pastore, custode delle anime vostre].

In queste due parole « mors et vita » si compendia tutta la storia dell’umanità, individua e sociale. Due parole che si integrano a vicenda pur sembrando diametralmente contrarie, parole la cui sovrana importanza dal campo fisiologico si riverbera nel mondo spirituale. Che cosa è il Cristianesimo? Dottrina di vita, o dottrina di morte? Amici e nemici hanno agitato il problema, delicato e difficile anche per la varietà dei suoi aspetti, grazie ai quali quando fu imprecato al Cristianesimo dai neo pagani, come a dottrina velenosa e deprimente di morte, si poté rispondere e si rispose da parte nostra, rivendicando al Cristianesimo l’amore, il culto della vita; e quando invece da noi si esalta la dinamica vitale del Cristianesimo, si poté e si può dagli avversari rammentare tutto un insieme cristiano di austere parole di morte. La soluzione dell’enigma ce la dà San Pietro nella Epistola odierna. Il Cristianesimo è tutto insieme un panegirico di vita e un elogio di morte; ci invita a respirare la vita a larghi polmoni, ci invita ad accettare quel limite immanente della vita che è la morte. Tutto sta nel determinare bene: a che cosa dobbiamo morire per essere Cristiani? e a che cosa dobbiamo rinascere? Ce lo dice San Pietro in due parole dopo averci rimesso davanti l’esempio di N. S. Gesù Cristo, che prese sopra di sé i nostri peccati, espiandoli in « corpore suo super lignum. » Noi Cristiani dobbiamo morire al peccato, vivere alla giustizia. Morire al peccato, come chi dicesse morire alla morte, negare la negazione. Negare la negazione è la formula scultoria della affermazione. Morire alla morte è formula di vita…. e noi dobbiamo morire al peccato, cominciando dal convincerci che il peccato è morte, e che quindi si vive davvero morendo a lui. Purtroppo, il grande guaio è la riputazione che il peccato si è venuto usurpando. Il male morale si è usurpato una fama di cosa viva e vivificatrice. Noi viviamo, dicono con orgogliosa e fatua sicurezza quelli che si godono la vita e cioè la sfruttano, la sciupano, quelli che lasciano la briglia sciolta a tutte le passioni, non escluse le più vergognose e mortifere. Noi viviamo, dicono i seguaci del mondo; i loro divertimenti, le loro dissipazioni, i loro giochi, i loro folli amori, le loro vanità gonfie e vuote, tutto questo chiamano vita, esaltano come se fosse veramente tale. E della vita tutto questo simula le apparenze. Ma è febbre, calore sì, ma calore morboso; troppo calore… anche il precipitare è un moto, ma chi vorrebbe muoversi a quel modo? chi vorrebbe considerare come forma classica di moto il precipitare, la corsa pazza d’una automobile priva dei suoi freni? Così si muovono, così vivono i mondani. A guardar bene, sono come quei prodighi che vivono mangiando il capitale. Bella forma di economia! Il peccato ci logora, ci sciupa; è usura, logoramento delle nostre risorse più vitali. Così in realtà chi vive nel peccato, muore ogni giorno più alla vera vita. Chi folle, persegue l’errore, atrofizza, a poco a poco, quella capacità di rintracciar il vero che solo merita il nome di intelligenza, di vita intellettuale. Chi ama il fango, la materia, paralizza, a poco a poco, quella capacità di amare spiritualmente che è la vera forma di amare. Il programma della nostra vita cristiana deve essere un altro, tutt’altro; vivere per la giustizia. Gesù Cristo voleva che la giustizia fosse per noi cibo e bevanda. Beati quelli e solo quelli che hanno fame e sete di giustizia. Questo ardore per la giustizia è nell’uomo vita vera e duratura. Parola sintetica quella parola giustizia: tutto ciò che è diritto, che è vero, che è alto, che è dovere nostro, volontà di Dio. In questo mondo superiore devono appuntarsi le nostre volontà, dirigersi i nostri sforzi. Lì è vita, la forza, l’entusiasmo, la gioia vera, umana. Il cristianesimo ci ha fatto sentire la nostra vocazione autentica. Siamo una razza divina. Le razze inferiori possono vivere di cose basse: le superiori solo di cose alte. Razza divina, noi abbiamo bisogno proprio di questo cibo divino che è la giustizia. Di questo, con questo viviamo. Senza di esso, fuori di esso è la morte.

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Alleluja

Allelúja, allelúja Luc XXIV: 35.

Cognovérunt discípuli Dóminum Jesum in fractióne panis. Allelúja

[I discepoli riconobbero il Signore Gesú alla frazione del pane. Allelúia].

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ. Allelúja.

[Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.

Joann X: 11-16.

“In illo témpore: Dixit Jesus pharisæis: Ego sum pastor bonus. Bonus pastor ánimam suam dat pro óvibus suis. Mercennárius autem et qui non est pastor, cujus non sunt oves própriæ, videt lupum veniéntem, et dimíttit oves et fugit: et lupus rapit et dispérgit oves: mercennárius autem fugit, quia mercennárius est et non pértinet ad eum de óvibus. Ego sum pastor bonus: et cognósco meas et cognóscunt me meæ. Sicut novit me Pater, et ego agnósco Patrem, et ánimam meam pono pro óvibus meis. Et alias oves hábeo, quæ non sunt ex hoc ovili: et illas opórtet me addúcere, et vocem meam áudient, et fiet unum ovíle et unus pastor”.

(“In quel tempo Gesù disse ai Farisei: Io sono il buon Pastore. Il buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle. Il mercenario poi, o quei che non è pastore, di cui proprie non sono le pecorelle, vede venire il lupo, e lascia lo pecorelle, e fugge; e il lupo rapisce, e disperde le pecorelle: il mercenario fugge, perché è mercenario, e non gli cale delle pecorelle. Io sono il buon Pastore; e conosco le mie, e le mie conoscono me. Come il Padre conosce me, anch’io conosco il Padre: e do la mia vita per le mie pecorelle. E ho dell’altre pecorelle, le quali non sono di questa greggia: anche queste fa d’uopo che io raduni: e ascolteranno la mia voce, e sarà un solo gregge e un solo pastore”.)

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

LE BUONE PECORELLE

La pastorizia era molto diffusa in Palestina al tempo di Gesù. Vaste torme di pecore pascolavano sui dorsi delle colline, e durante la notte venivano rinchiuse in recinti circondati da un basso muricciolo di pietre a secco. Un guardiano solo custodiva molti greggi riuniti insieme, finché al mattino venivano i pastori e ciascun chiamava le proprie pecore e le conduceva a pascolare con sé. Capitava in certe notti, che il ladro desse la scalata al muretto di cinta; o anche, che il lupo affamato balzasse nel chiuso a divorare qualche pecora. Allora il guardiano, se poteva, gridava, e difendeva il gregge; ma se c’era da rischiare la propria pelle, fuggiva al sicuro. E le pecore? peggio per loro e per il loro padrone! Del resto non era certo per amor delle pecore che i pastori le allevavano e le ingrassavano: ma per spogliarle della lana con cui si facevano un soffice vestito; per venderle e guadagnarsi soldi; per ucciderle e mangiarne la carne. No; non così è il pastore Gesù. Se vede il ladro o il lupo venire non fugge, ma l’affronta. Ama le sue pecorelle: cerca quella che è perduta, riconduce quella che è smarrita, fascia quella che è ferita, consola quella che è malata. Di tutti i pastori è il solo che non uccide, ma dà la propria vita per le pecore. Perciò Egli solo poté dire con verità: « Io sono il buon Pastore: il buon pastore che dà la vita per le sue pecorelle ». Tre segni ha dato il buon Pastore per distinguere le sue buone pecorelle: le mie pecorelle mi riconoscono (Giov., X, 14); le mie pecorelle ascoltano la mia voce (Giov., X, 16); le mie pecorelle mi seguono (Giov., X, 4).Esaminiamo ciascuna di queste caratteristiche, per conoscere se apparteniamo al suo gregge. 1 – LE MIE PECORELLE MI RICONOSCONO. C’è una misteriosa forza che fa volgere l’ago calamitato alla stella polare, come c’è un segreto istinto che guida i bambini a distinguere la loro madre fra tutte le donne; così la fede nel cuore del Cristiano sincero pone una dolce attrazione verso Gesù Cristo, ed una capacità speciale di riconoscerlo quando egli è nascosto – Lo riconosce nascosto nella Gerarchia della Chiesa: nel Papa, nel Vescovo, nel Parroco, nel Sacerdote. Perciò li ama, li venera, li difende, prega per loro. Se essi soffrono, egli pure soffre con loro; se si rallegrano, egli pure si rallegra con loro, e sente con la Chiesa, perché vive e sente con Gesù.  — Lo riconosce nascosto nel prossimo, specialmente nei poveri, negli ammalati nei sofferenti. Non ha forse detto il Signore che chi dà un bicchiere d’acqua a un assetato lo dà a Lui; chi soccorre il bisognoso soccorre Lui; chi assiste un ammalato assiste Lui; chi consola un cuore addolorato consola il suo cuore.  — Lo riconosce nascosto nella santa Eucaristia. Il tabernacolo è come la capanna di Betlemme dove l’Eterno Pastore nacque. Là era avvolto da pochi panni, qui nel tabernacolo è fasciato dalle bianche apparenze del pane. Le campane se chiamano alla Messa e alle funzioni parrocchiali sono la voce degli Angeli osannanti e ancora invitanti ad adorare il Signore. La lampada dell’altare è l’immagine della stella che indicò ai Magi il luogo dove si trovava Gesù. Essa accesa e palpitante indica a chiunque entra che nella chiesa c’è Qualcuno, c’è il buon Pastore. 2 – LE MIE PECORELLE ASCOLTANO LA MIA VOCE. Appena veniva giorno, i pastori della Palestina andavano sulla porta del recinto, ciascuno chiamava le sue pecore. Ogni pecora conosceva la voce del suo pastore, e non si muoveva se non a quel noto ed atteso richiamo. In questa giornata del mondo, in cui ci è toccato di vivere, che confusione di voci e di richiami! Quanti falsi pastori lanciano il loro grido, e quante pecore illuse lo raccolsero. Le pecorelle illuse hanno dimenticato la voce del loro pastore: cioè hanno dimenticato il Catechismo studiato da bambini, non ricordano più che qualche breve preghiera; non frequentano mai la spiegazione della dottrina cristiana; non leggono la buona stampa. S. Paolo ad evitare traviamenti aveva dato ai primi Cristiani una regola tanto utile e sicura: «Se qualcuno vi annunziasse un Vangelo diverso da quello che vi ho predicato, fosse anche un angelo, non credetegli, ché vi inganna ». Ma ora per molti questa regola non basta più. Come fanno a sapere se una dottrina è contraria al Vangelo di Gesù Cristo, se l’hanno dimenticato? Così restano facile preda d’ogni falso profeta e pastore che li incanti con splendide promesse di libertà e di piacere. Invece le buone pecorelle ascoltano la voce del buon pastore e la distinguono tra mille. Che cosa dice questa voce? « Beati i poveri »: quelli cioè che non vivono per la ricchezza della terra, ma per la gloria di Dio; quelli che sanno sopportare in pace le proprie privazioni e sanno generosamente donare ai bisognosi il loro aiuto. « Beati i miti »: che non nella violenza e nella prepotenza mettono i loro diritti, ma nella persuasione, nella comprensione, nel perdono. « Beati quelli che piangono », accettando i misteriosi disegni della bontà di Dio, credendo al suo amore anche nelle malattie, nelle angustie, nelle oppressioni. « Guai a voi o ricchi » che esasperate con l’egoistico godimento la sofferenza del misero che ha fame, o non ha lavoro, o non guadagna abbastanza per sostentare sé e la sua famiglia. « Guai a voi immersi nella consolazione » dei sensi, fino a dimenticare Dio e l’anima. – 3. LE MIE PECORELLE MI SEGUONO. S. Vincenzo de’ Paoli continuamente si domandava: « Che cosa farebbe Gesù se fosse al mio posto? ». Farsi questa domanda, praticarne coraggiosamente la risposta della coscienza, significa mettere i nostri passi sulle orme di Gesù. Facciamo qualche cosa di concreto. « Come pregherebbe Gesù se fosse al mio posto? come farebbe pregare la mia famiglia? ». Oppure domandiamoci: « Se Gesù fosse al mio posto, in quell’officina con quei compagni, in quell’esercizio con quegli affari, in quell’ufficio con quegli impiegati come lavorerebbe? con quali pensieri, con quali parole, con quali atti, con quale giustizia? ». Domandiamoci ancora: « Se Gesù fosse al mio posto, come passerebbe la domenica? Non rispetterebbe il riposo festivo? dove andrebbe al pomeriggio? s’accontenterebbe. d’una Messa distratta e rosicchiata in principio e in fine? ». – Un’altra domanda: « E come Gesù agirebbe con quella persona che m’ha offeso, che disconosce i miei diritti?… Farebbe l’irremissibile? ». Basta così. Ciascuno ne ha più che a sufficienza, se vuol essere Cristiano sul serio, se vuol davvero esercitarsi a seguire Cristo. – Terminerò con due fatti significativi. All’epoca in cui gli imperatori romani perseguitavano i Cristiani, avvenne nel cortile del pretorio di Imola uno spettacolo orribile. Un vecchio, dalla faccia buona e veneranda; spogliato, stava legato a una colonna: intorno una frotta spietata di fanciulli che gli picchiavano sulla testa le loro lavagnette, che gli facevano» le aste sanguinose sulla pelle con gli stiletti metallici che allora usavano nelle scuole. Chi era quell’uomo così ferocemente martirizzato? Era Cassiano. Venuto a predicare la fede cristiana nella città, cominciò ad aprire una scuola; e mentre insegnava ai fanciulli a leggere e ascrivere e a crescere onesti e bravi, parlava loro Gesù Salvatore. Naturalmente si venne a sapere la cosa e il governatore di Imola lo condannò alla morte e volle che fosse lacerato dai suoi stessi alunni. Sanguinante per ogni vena, con la carne tutta a brandelli, il vecchio maestro guardò un’ultima volta i crudeli alunni che tanto aveva amato e beneficato, poi morì. – Molti secoli dopo, non lontano da quelle parti, passava un altro maestro con altri alunni: era il Beato Giovanni Colombini coi suoi primi seguaci. Giunsero a un largo prato nel quale era una grandissima quantità di fiori. I seguaci del Beato, accesi da fervore di spirito, fecero sedere per terra il loro maestro, e prestissimamente lo ricopersero con tanti fiori che di lui non si vedeva più niente. Ed essendo stato alquanto tempo così nascosto sotto quel velo floreale lo incominciarono a discoprire: e quando gli ebbero levati i fiori di sopra il viso videro la sua santa faccia tanto risplendente che con gran fatica i loro occhi potevano fissarla. A poco a poco quello splendore venne meno. Era un riflesso della incontenibile gioia del buon Pastore di sentirsi compreso e riamato. Cristiani: a Gesù nostro Maestro e Pastore vorremo dare il supplizio di Cassiano o l’omaggio amoroso del Beato Colombini? Lo vorremo trafiggere con gli strumenti dei suoi beneficî, o lo vorremo coprire con fiori dei nostri atti di virtù? Le buone pecorelle sono esse la gioia e la gloria del loro Pastore.

LA PECORA FUOR DELL’OVILE. Bisogna anzitutto sapere che, ai tempi di Gesù, in Palestina, non era così facile fare il pastore come adesso sulle nostre montagne. Se l’allevamento del gregge fu sempre una delle occupazioni principali degli ebrei, cominciando dagli antichi patriarchi ricchi di terra e di bestiame fino a quei semplici pastorelli che nella notte di Natale accorsero per i primi alla capanna del neonato Messia, pure il mestiere non era senza pericoli. Talvolta, fuor dal deserto pietroso e giù dal monte selvoso, sospinto dalla fame, s’avanzava qualche leone o qualche lupo; allora se a custodire i branchi stava un qualunque stipendiato, questi subito se la dava a gambe, e, pur di salvare la propria pelle, lasciava che la belva azzannasse quante pecore volesse; ma se invece ci stava il padrone, — il vero pastore a cui premeva il proprio gregge — questo affrontava il leone e il lupo, e, a rischio di farsi sbranare, o l’uccideva o lo faceva fuggire. Udite come Davide descrive i pericoli che aveva incontrato da fanciullo, quando conduceva a pasturare la greggia di suo padre: «Nell’oscurità della notte, ho sentito più volte il leone e l’orso avvicinarsi adagio adagio al chiuso, saltare improvvisamente lo steccato, ghermire un ariete, e fuggire come un lampo. Ma io l’inseguivo e col bastone lo costringevo ad abbandonare la preda. La bestia feroce con gli occhi sanguigni si rivoltava contro di me: cominciava allora una lotta a corpo a corpo, ma non avevo paura: la prendevo per la gola e la strangolavo » (I Re, XVII, 34 s.). O come doveva esser bello Davide, quando con la faccia e le mani graffiate dall’unghia felina, ritornava stringendosi sul cuore l’ariete tremante ma salvo: dal chiuso intanto tutto il gregge, quasi consapevole del pericolo scampato, gli belava incontro e sul cielo saliva una grande aurora! – « Altre pecore ho ancora, — soggiunse Gesù — che son fuori del mio ovile. Bisogna ch’Io le chiami, ch’io le radduca. Il mio sogno è di far tutta la terra un solo ovile sotto un solo Pastore ». – In queste feste pasquali, dal tabernacolo, Gesù, osservando migliaia e migliaia di persone sfilare davanti ai cancelli dell’altare per cibarsi dell’Eucaristia, ancora ha esclamato: « Io sono il buon Pastore. E alle mie pecorelle dò da mangiare il mio corpo e da bere il mio sangue e le conduco sul sentiero del paradiso ». Però ha dovuto dire anche quelle altre parole: « Ho delle pecore che non sono dentro al mio ovile. Non sono venute a mangiare la mia pasqua. Eppure bisogna che vengano, bisogna che ascoltino la mia voce ». Forse la pecorella rimasta fuor dell’ovile è qualcuno di nostra famiglia: lo sposo, il padre, un fratello, la sorella magari. Forse è un nostro dipendente: un servo, un operaio. Forse è un amico, un conoscente, e forse è una persona che non conosciamo nemmeno. Può darsi un altro caso: la pecorella è entrata nell’ovile, ha fatto pasqua, o meglio, l’hanno buttata dentro, l’hanno sospinta a far la Comunione. Dio non voglia che quell’anima, pressata dalle suppliche di una buona mamma, d’una santa sposa abbia commesso un sacrilegio; però, si capisce che non è convertita; è già tornata alle bestemmie, alle compagnie, alle relazioni di prima, alla trascuratezza di prima. Cristiani, un obbligo sacrosanto incombe sulla nostra coscienza: condurre a Gesù la pecora ch’è fuor dell’ovile. Non è difficile se, dopo aver compreso che cos’è l’anima e quanto vale, voi usate tre mezzi: il buon esempio, la preghiera, la mortificazione. – L’AMORE PER LE ANIME. La schiavitù di Babilonia era finita, e gli isr. eliti a scaglioni rimpatriavano: ma le loro case erano distrutte, le loro vigne inselvatichite, il tempio di Salomone rovinato. Esdra, ch’era uno dei capi del popolo ed uno dei più ardenti restauratori della patria e del culto di Dio, attraversando il deserto s’incontrò in una donna dolentissima. Aveva il capo sparso di cenere, le vesti lacerate, gli occhi in lacrime; e dalle labbra le usciva una lamentazione straziante. Esdra le si avvicina e le domanda: « Donna, perché ti disperi? », « Ho perduto il mio figlio unico — rispose la disgraziata — proprio nel giorno delle sue nozze ». « O stolta tra le madri! ti disperi per il figlio che, presto o tardi, dovevi sempre perdere, e non hai neppure una lacrima sopra Gerusalemme arsa, sopra il tempio distrutto? ». E allungò la sua mano al di là del deserto donde emergevano le rovine della città e le colonne infrante del tempio di Dio. Stulta super ommes mulieres! A quante persone si potrebbe ripetere, con maggior ragione, l’aspro rimbrotto di Esdra; Per le disgrazie corporali e materiali tante grida e tante preoccupazioni, mentre per le disgrazie spirituali quando il demonio col peccato distrugge la città di Dio ch’è in noi, rovescia il tempio di Dio che è l’anima nostra, nessun lamento, nessuna cura. Dunque, l’anima è la cosa più inutile che ci sia a questo mondo? Si ammala un padre: ecco tutta la famiglia spasima dalla paura di perderlo; non io vorrò biasimare quest’amore. Poniamo invece: un padre che bestemmia, che perde la Messa, che mangia di grasso: ecco che tutta la famiglia è tranquilla come se niente fosse. È questa mancanza d’amor spirituale che io detesto. Un figlio va alla guerra: ecco la sua madre che lo bacia singhiozzando, gli fa mille raccomandazioni, e se lo stringe sul cuore quasi per nasconderlo ancora nel suo seno e sottrarlo ai pericoli di morte. Ecco invece un figlio, od anche una figliuola, che vanno a divertimento, a certi divertimenti… con certe compagnie. Là nessuna bomba e nessuna palla potrà uccidere o ferire il loro corpo; però è senza dubbio, rimarrà uccisa la loro anima. Eppure, la madre sorride a loro che partono, contenta che i suoi figliuoli si divertano così; Oh madri, aprite gli occhi perché siete ricadute nel paganesimo! Ancora: un vostro servo, un vostro amico è stato assaltato dai ladri e fu derubato di tutto. Appena la notizia vi giunge all’orecchio voi correte da lui, lo consolate, vi date in giro per una colletta che ripari almeno in parte il suo danno … Ottimi e cristiani sono questi sentimenti. Ma perché, se il ladro infernale ha derubato della grazia e di ogni vi0tù l’anima di un vostro servo o amico, voi non ve ne darete alcun pensiero ed affanno? Non è la grazia più del danaro? Non sono le virtù più della roba? Sì, ma troppi sono i Cristiani senz’amore per l’anima del loro prossimo. – Gesù per le anime ha dato trentatré anni di vita, e la morte di croce; e noi non diamo nemmeno un battito del nostro cuore. Sono passati dunque i tempi in cui le madri innalzando al Cielo i loro piccini esclamavano; « Piuttosto che la morte della sua anima venga quella del suo corpo? » Speriamo di no perché altrimenti bisognerebbe dire che più nessuno capisce chi è Gesù e che cos’è un’anima. – I MEZZI PER SALVARLE. Buon esempio. Non immaginate che per tirare all’ovile la pecora che è fuori, occorra trasformarvi in predicatori. Le prediche sono efficaci in Chiesa, non sempre fuori. Prediche, dunque, non con le parole, ma col buon esempio. « Chi va in Chiesa è peggiore degli altri » rispose una nuora alla vecchia suocera che l’invitava ad accostarsi frequentemente alla Comunione. Quella tacque, ma continuò ad amare in silenzio la giovane sposa della sua casa, raddoppiò i sacrifici per aiutarla, per assisterla nelle malattie, per renderle sorrisi ad ogni sgarbatezza. Passò qualche anno ed una mattina la nuora, vedendola andare per tempo in Chiesa, la rincorse e quasi piangendo le disse: « Mamma, conducetemi con Voi, perché voglio diventar buona come voi ». Preghiera. C’erano due sorelle che avevano un fratello solo, e l’amavano con tutto il cuore. Questo fratello s’ammalò e morì. Esse corsero dal Signore, lo supplicarono con le lacrime, lo condussero al sepolcro. E Gesù resuscitò Lazzaro, fratello di Marta e Maria. Quante sorelle sono afflitte perché non il corpo ma l’anima dei loro cari fratelli è quatriduana fetida! Bisogna pregare Gesù, pregarlo bene senza stancarsi; la grazia tarderà un anno, dieci anni, trent’anni come a S. Monica, ma deve venire perché queste grazie Gesù non le nega mai. Sacrificio. Le piccole mortificazioni sono quelle che strappano le più grandi grazie dal cielo. Una sposa aveva tentato ogni mezzo per ritrarre il marito dal vizio dell’ubriachezza, aveva anche pregato, senza ottenere niente. Ebbe un giorno una ispirazione: promise alla Vergine di non bere più nessun liquore alcoolico, e la Madonna le fece la grazia. Un padre non riusciva a tenere in casa alla sera il suo figliuolo maggiore; l’amicizia di tristi compagni lo trascinava sopra una strada cattiva. Né avvisi, né minacce erano bastati: ricorse alle mortificazioni. Rinunciò a fumare il venerdì e il sabato; rinunciò in tali giorni a uscire la sera. Conosco delle mamme che mangiano di magro due giorni alla settimana, perché qualche loro figliuolo non vuol più sapere di rispettare il venerdì. Conosco dei padri che offrono ogni settimana alle Missioni il frutto di Piccole soddisfazioni negate per ottenere la grazia di conservare buona tutta la famiglia. – In un libro che si chiama De Civitate Dei, S. Agostino dice che a’ suoi tempi sì usava deporre sull’altare di S. Stefano molti fiori, i quali, quando venivano tolti di là e posti sopra gli infermi, subitamente guarivano ogni infermità! Una volta uno di tali fiori fu posto sugli occhi di una fanciulla cieca e riebbe la vista. Un’altra volta venne ad ammalarsi gravemente un certo signore di nome Marziale, uomo ricco e potente ma pagano. Il suo genero, ch’era un fervente Cristiano e prese dei fiori che stavano sull’altare e celatamente li pose sotto il capo di Marziale. E avendo dormito l’ammalato sopra quei fiori, appena si destò, cominciò a gridare con gran voce che voleva andare dal Vescovo della città. E non trovandosi il Vescovo, venne a lui un prete ed egli con grande devozione si fece battezzare. Raccogliamo il simbolo: qualche persona cara, ammalata nell’anima, forse non ha fatto pasqua, forse l’ha fatta male. È una sorella cieca alle cose di Dio che guarda soltanto alle vanità della moda del mondo: è un fratello, un padre, uno sposo, un figlio lontano dalla Chiesa, dai Sacramenti, dalla virtù. Bisogna ricondurre la pecora che è fuor dell’ovile. Portiamo pur noi sull’altare dei santi, della Vergine di Dio i nostri fiori di buon esempio, di preghiera, di mortificazione; essi diventeranno miracolosi e cacceranno per virtù divina ogni infermità spirituale.

I DOVERI DEI GENITORI. In certe città indiane l’idolatria ha suscitato un fanatismo orribile. Ogni anno, quando ricorre la festa del dio, si vedono scene raccapriccianti. Mentre tra i fiori e i profumi e i suoni di trombe e urla del popolo passa il cocchio con l’idolo dalla faccia mostruosa, sempre, qualche madre, con le proprie mani, lancia sotto la ruota stritolante del carro un suo bimbo, in offerta al dio. Povere mamme! Ma non sono forse più sventurate certe mamme e certi padri, non dell’India, ma dei nostri paesi civili e Cattolici? Oh! non i corpi dei loro figliuoli sacrificano sotto il carro del demonio che passa nel mondo, ma le anime! Quelle piccole anime, create da Dio, belle per la sua gloria, sono stritolate per la negligenza o i mali esempi dei genitori, sotto le unghie del demonio. Eppure Iddio ad ogni famiglia ha preposto un padre e una madre perché fossero il pastore buono del piccolo gregge domestico, come Cristo è pastore di tutto il mondo. « Io sono il pastore buono » dice Gesù nel Vangelo, « e so dar la vita per le mie pecorelle. Il mercenario invece, che non è pastore vero, quando vede venire il lupo fugge, perché le pecore non sono sue: et non pertinet ad eum de ovibus  ». E che cosa importa, a certi genitori snervati, dell’anima dei loro figlioli, quando non sanno resistere ai loro.capricci? Quando non vegliano a custodia, ma dormono ancora mentre il lupo è giunto e fa stragi? Quando essi stessi con la loro condotta insegnano la mala via a quelle anime ignare che Dio gelosamente aveva loro affidato. Et non pertinet ad eos de ovibus. La molle indulgenza, la non vigilanza, il cattivo esempio rendono i padri e madri pastori mercenari nella loro famiglia. – LA MOLLE INDULGENZA. Pochi anni or sono, in una grande città d’Italia moriva di broncopolmonite una giovane, perché aveva preso freddo, uscendo accaldata da un ballo. Nella piccola stanza del terzo piano s’erano radunati i parenti a salutarla per l’estrema volta e a confortarla nel misterioso passaggio. Tutti tacevano: s’udiva solo l’ansimar faticoso della malata. Ognuno in cuor suo sentiva compassione di quel povero fiore che appassiva mentre sarebbe stato il tempo di spiegare i colori nel sole della vita. Ad un tratto entrò nella stanza una donna pallida e piangente. La morente accennò col tremito delle labbra di voler parlare. «Mamma! » E poi raccolse tutte le forze in un grido incredibile: « Oh, se tu non mi avessi lasciata andare al ballo, la prima volta, mamma! ora non morirei così. Oh, questo grido straziante, dal letto di morte, dal limitare dell’eternità, non pochi figli ve lo grideranno dietro, o genitori! È invalsa una sacrilega moda di tenere i figliuoli da piccoli come balocchi, e grandi come tiranni. E i genitori cominciano a truccarli come tanti giocattoli o marionette; a trattarli come tanti idoletti; e poiché non li vogliono sentir piangere, ogni loro capriccio, anche il più stravagante, deve essere accontentato. E crescono questi figliuoli moderni, e in loro indisturbate crescono le passioni come la gramigna nel campo del pigro. Crescono i figliuoli ed entrano nella vita senza aver imparato a rinunciare a una vogliuzza grama, simili a quel susino che l’agricoltore, per timore di vederlo appassire, non ha potato a suo tempo. Il susino frondeggia oziosamente, me non dà frutto. Ma chi potrà imporre a questi figli, fatti adulti, un freno che rattenga le lore passioni? – Non era per questo, o genitori, che Dio vi ha concesso i figli: non perché voi, come il pastore mercenario, lasciaste in balìa del lupo i vostri agnelli. Ricordate  il grido straziante di quella fanciulla morente: « Mamma, non morirei così!… » Non morirei così disonorata se tu mi avessi punito quel primo giorno in cui mi vedesti tra le mani un frutto rubato. Non morirei così senza religione, se la prima volta che mi coricai senza la preghiera, m’avessi risvegliato e fatto pregare ancora, se quando violai il precetto festivo m’avessi costretto ad alzarmi una settimana intera, di buon mattino, ad ascoltare la santa Messa. Non morirei così bestemmiatore se la prima volta che davanti ai miei genitori ripetei invanamente il nome di Dio, m’avessero dato uno schiaffo sulle labbra, invece di sorridermi come a una precocità d’ingegno. Mamma, non morirei così!… – LA NON VIGILANZA. Somnolentia pastorum est gaudium luporum. — Si dice che un viaggiatore si sia fermato in un paesello per studiare i costumi popolari. Incontrò una massaia ed attaccò discorso. « Quante galline mantenete? ». « Quindici, Signore » rispose precisa la massaia. «E dove le avete? ». « Ecco » rispose la donna, accennando: « cinque sono chiuse in pollaio, tre crocitano sull’aia, le altre vagano nel cortile ». Il viaggiatore parve soddisfatto e cambiò argomento. « Quanti figli avete? ». « Cinque o sei ». « E dove sono? ». La donna sgranò gli occhi e rispose: « Chi lo sa dove sono!?. Non ho mica tempo di correrci dietro tutto il giorno! ». « Come? » fece stupito quel signore. « Sapete dove sono le vostre galline, e non te dove sono i vostri figliuoli? ». E non è appena in quel paesello che avveniva così. Ci sono genitori che non dormono tranquilli di notte, per custodire nei loro cassetti qualche gemma e qualche anello d’oro, e non vigilano sui loro figliuoli. Ma non sanno che l’anima dei loro figli è una gemma di cielo, è un anello di Dio? Ci sono genitori che a sera s’addormentano placidamente ed hanno fuor di casa, senza sapere dove, qualche figliuolo. Ma potrebbero dormire se avessero lasciato fuor dall’uscio un oggetto prezioso, o fuor del pollaio una gallina? Dove sono i vostri figliuoli, o genitori, mentre voi siete al lavoro, siete in casa, siete in chiesa? Avete indagato con chi vanno? Quali libri leggono? « Ma noi siam di mestiere e abbiamo affari… e non troviam tempo per vigilare sui nostri figliuoli ». Ecco la scusa di molti genitori. Ma il primo mestiere, il primo affare non è quello di educare i propri figliuoli? Tutto il resto è secondario. – La madre di S. Teodoro lavorava in un albergo. Ma quando s’accorse che il suo bambino, crescendo, poteva essere cattivamente impressionato da quello che si vedeva, diceva e si sentiva in quel luogo, fuggì col suo piccolo tesoro nel deserto. Patì fame e sete, ma il suo figlio fu santo. Giobbe, avendo saputo che i suoi figli s’erano radunati a banchetto, levò a Dio fervente preghiera, perché in quell’occasione li avesse a preservare da ogni peccato. – Quante volte, o genitori, avete saputo che i vostri figli si trovano in cattive occasioni: all’officina, nello studio, in caserma. Avete pregato, voi? – IL CATTIVO ESEMPIO. Qualche anno fa i giornali pubblicavano l’incendio di un teatro di varietà. È mezzanotte: salone addobbato con motivi decorativi di carta a rosoni e a tralci; domina l’allegria e la sete del piacere. D’improvviso un lampo si proietta dal palcoscenico: e una lingua di fuoco scoppiettante, uscita fuori dai tendaggi laterali, si arrampica su su fino al soffitto, si propaga in tutti i sensi, perseguendo le decorazioni di carta. Grida di spavento, fumo, fuoco: è un inferno. Intanto le attrici si sono trovata preclusa la via del salvamento: corrono nelle loro cabine; ma il fuoco le ha raggiunte. E tra di esse c’era una mamma, c’era una bimba che s’iniziava a quella vita sciagurata. E sono morte. Noi pensiamo con angoscia a quella mamma che aveva venduto la sua figliuola ad un’arte così pericolosa; a quella mamma. che, stolta, le insegnava il misurato passo della danza e della corruzione; a quella mamma che ha trascinato la sua creatura nel fumo e nel fuoco d’un teatro, e, Dio non voglia, dell’inferno. Forse nell’ultimo spasimo quella povera bimba avrà tese le sue mani, imprecando alla mamma. O genitori: questo esempio non suscita in voi nessun rimorso? Chi insegnò a quel fanciullo a profanare il nome di Dio, se non la madre che ad ogni piccola stizza l’ha sulla lingua? Chi gli ha insegnato a bestemmiare il Corpo e il Sangue del Redentore se non il padre nelle sue collere? Chi gli ha insegnato a profanar la festa, se non l’esempio dei suoi di casa che lavorano, che trascurano la santa Messa? Che meraviglia se quel figlio ama le osterie, quando suo padre ama l’ubriachezza? Che meraviglia se quella fanciulla non è ritirata né modesta, quando la sua mamma si perde dietro alla vanità del vestire e del trattare? Se un figlio dovesse cadere nell’inferno per il mal esempio dei suoi genitori, oh come li maledirebbe! e da quelle fiamme uscirebbe contro di loro un grido d’imprecazione per tutta l’eternità. – Nell’arca dell’alleanza accanto alla manna che Dio per i suoi figli raminghi aveva fatto piovere sul deserto, si custodiva pure la verga vigilante di Aronne. Nell’arca di ogni famiglia si deve custodire la manna e la verga: la manna che è simbolo d’amore, ma anche la verga che insegna il cammino, la verga che sferza i disviati.

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps LXII:2; LXII:5  Deus, Deus meus, ad te de luce vígilo: et in nómine tuo levábo manus meas, allelúja.

Secreta

Benedictiónem nobis, Dómine, cónferat salutárem sacra semper oblátio: ut, quod agit mystério, virtúte perfíciat.

[O Signore, questa sacra offerta ci ottenga sempre una salutare benedizione, affinché quanto essa misticamente compie, effettivamente lo produca].

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus, allelúja: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ, allelúja, allelúja.

[Io sono il buon pastore, allelúia: conosco le mie pecore ed esse conoscono me, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Præsta nobis, quaesumus, omnípotens Deus: ut, vivificatiónis tuæ grátiam consequéntes, in tuo semper múnere gloriémur.

[Concédici, o Dio onnipotente, che avendo noi conseguito la grazia del tuo alimento vivificante, ci gloriamo sempre del tuo dono.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA