DOMENICA QUINTA DOPO PASQUA (2022)

DOMENICA V DOPO PASQUA (2022)

Semidoppio. – Paramenti- bianchi.

La liturgia continua a cantare il Cristo risorto e ci invita, in questa settimana delle Rogazioni, ad unirci a quella preghiera con la quale il Salvatore ha chiesto a Dio di far partecipe, con l’Ascensione, la propria umanità di quella gloria che, come Dio, possiede fin dall’eternità (Off.). Anche noi possederemo un giorno questa gloria, poiché ci ha liberati dal peccato con la virtù del Suo Sangue (Intr., Comm.). Poiché Gesù Cristo partendosi da noi ci ha lasciato come consolazione « di poter pregare in nome suo, onde la nostra gioia sia perfetta », cosi domandiamo a Dio « per nostro Signore » di non rimanere senza frutto nella conoscenza di Gesù, affinché, credendo alla sua generazione da parte del Padre, (Vang.) noi meritiamo di entrare con lui nel Regno di suo Padre.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Isa. XLVIII: 20

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiate usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja.

[Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

Ps LXV: 1-2

Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus.

[Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: dà a Lui lode di gloria].

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiáte usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja

[Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

 Orémus.

Deus, a quo bona cuncta procédunt, largíre supplícibus tuis: ut cogitémus, te inspiránte, quæ recta sunt; et, te gubernánte, éadem faciámus.

[O Dio, da cui procede ogni bene, concedi a noi súpplici di pensare, per tua ispirazione, le cose che son giuste; e, sotto la tua direzione, di compierle.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli.

Jac. I: 22-27

Caríssimi: Estóte factóres verbi, et non auditóres tantum: falléntes vosmetípsos. Quia si quis audítor est verbi et non factor: hic comparábitur viro consideránti vultum nativitátis suæ in spéculo: considerávit enim se et ábiit, et statim oblítus est, qualis fúerit. Qui autem perspéxerit in legem perfectam libertátis et permánserit in ea, non audítor obliviósus factus, sed factor óperis: hic beátus in facto suo erit. Si quis autem putat se religiósum esse, non refrénans linguam suam, sed sedúcens cor suum, hujus vana est relígio. Relígio munda et immaculáta apud Deum et Patrem hæc est: Visitáre pupíllos et viduas in tribulatióne eórum, et immaculátum se custodíre ab hoc sæculo.

“Carissimi: Siate osservanti della parola, e non uditori soltanto, che ingannereste voi stessi. Perché se uno ascolta la parola e non l’osserva, egli rassomiglia a un uomo che contempla nello specchio il suo volto naturale. Contemplato, se ne va, e subito dimentica come era. Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta della libertà, e persevera in essa, diventando non un uditore smemorato, ma un operatore di fatti, questi sarà felice nel suo operare. – Se alcuno crede d’essere religioso, e non frena la propria lingua, costui seduce il proprio cuore, e la sua religione è vana. Religione pura e senza macchia dinanzi a Dio e al Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni, e conservarsi incontaminati da questo mondo”.

STUDIO E CURIOSITA’.

L’esposizione cristiana — ed è il Cristianesimo che noi, sulle orme degli Apostoli veniamo esponendo in queste spiegazioni — oscilla tra le verità più alte, trascendenti addirittura ed i concetti più umili, più pratici. Qualche volta il pensiero apostolico vola, tal altra cammina per vie piane, quasi trite. Abbiamo volato con Paolo, camminiamo oggi con S. Giacomo. Il quale è molto preoccupato dei pericoli della speculazione pura, anche religiosa. È facile illudersi e credere, per illusione, che il parlare molto di una cosa, o il meditarla profondamente, lo specularvi d’intorno voglia dire amarla per davvero. Illusione funesta sempre; ma più funesta quando la materia della illusione, sia religiosa; quando si creda religiosità o religione perfetta la speculazione teologica la più sottile e più alta. La speculazione ci vuole, perché noi uomini, anche nel campo religioso siamo esseri intelligenti, razionali: vogliamo capire. È un bisogno ed un dovere, è un ossequio a Dio: l’ossequio dell’intelligenza. Ma non basta, ma non è la cosa più importante. Perciò l’Apostolo dice ai fedeli: siate osservanti della Legge, non solo curiosi di essa. Mettetela in pratica, non appagatevi di conoscerla a perfezione. E continua osservando che il fare diversamente, il preferire la speculazione curiosa all’osservanza pratica, il guardare e sentire al fare, ancora il separare quello da questo, è un’illusione, un auto inganno. – E dopo avere insistito su questo concetto fondamentale, non con l’abilità del sofista, ma collo zelo dell’apostolo, conclude in un modo e con una formula anche più severamente e modestamente pratica, che per le sue qualità apparenti, può anche scandalizzare, ma che importa rammentare sempre per fare del buon Cristianesimo, fare della religione autentica. La quale consiste, dice l’Apostolo (e adopera la parola « religione pura ed immacolata presso Dio e il Padre ») nel « visitare i pupilli e le vedove tribolate ed oppresse, custodendo il proprio cuore senza macchia fra la corruttela del nostro secolo ». Visitare i pupilli e le vedove tribolate, oppresse; notoriamente i deboli sono stati il bersaglio della perversità vile. E nessuno è così tipicamente debole come la vedova coi suoi orfanelli. Le anime pagane approfittano di queste debolezze per opprimerle e spogliarle ed angariarle: prendono quel poco che c’è, spogliano di quel nulla che è rimasto. Le anime pagane… le quali proprio così, proprio in questo assalto ostile, cupido avido al poco benessere di questi deboli, si rivelano tali: pagane. Ed è inutile che ostentino così facendo, così trattando il prossimo, sentimenti buoni di adorazione, di amore per il loro Dio, per Iddio. L’abito religioso su queste anime egoistiche è una maschera, che non inganna nessuno, certo non inganna Dio. La pietà verso di Lui si rivela e traduce in modo irrefragabile solo nella carità operosa, benefica verso i poveri, anzi verso quei poveri che non sono più poveri, verso quelli dei quali chi fa il bene non ha nulla da umanamente ripromettersi, tanto sono poveri e miseri! I pupilli e le vedove, bersagliati, oppressi. Il linguaggio apostolico è di una singolare chiarezza. Senza questa carità o attuata, o almeno sinceramente voluta, non c’è religione, c’è una lustra di Cristianesimo. Ma basta questa carità, perché si possa dire religiosa un’anima? Basta? Delicato problema, ma a cui si può sicuramente rispondere: Se c’è in un’anima carità sincera, senza secondi fini, senza alterazioni innaturali, c’è la religione, almeno embrionalmente. Non c’è ancora la pienezza, c’è già il principio: non c’è ancora l’albero, c’è già il germe. Non siamo all’arrivo; siamo alla partenza per… verso la religione, verso Dio. Ecco perché noi possiamo predicare a tutti i nostri uditori, a quelli che hanno ancora la fede e a quelli che non l’hanno forse mai avuta, che forse l’hanno disgraziatamente perduta: siate caritatevoli, cioè fate la carità, e avrete nell’anima l’aurora e il meriggio di Dio.

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Alleluja

Allelúja, allelúja.

Surréxit Christus, et illúxit nobis, quos rédemit sánguine suo. Allelúja.

[Il Cristo è risuscitato e ha fatto sorgere la sua luce su di noi, che siamo redenti dal suo sangue. Allelúia.]

Joannes XVI: 28

Exívi a Patre, et veni in mundum: íterum relínquo mundum, et vado ad Patrem. Allelúja.

[Uscii dal Padre e venni nel mondo: ora lascio il mondo e ritorno al Padre. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joann XVI:23-30

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Amen, amen, dico vobis: si quid petiéritis Patrem in nómine meo, dabit vobis. Usque modo non petístis quidquam in nómine meo: Pétite, et accipiétis, ut gáudium vestrum sit plenum. Hæc in provérbiis locútus sum vobis. Venit hora, cum jam non in provérbiis loquar vobis, sed palam de Patre annuntiábo vobis. In illo die in nómine meo petétis: et non dico vobis, quia ego rogábo Patrem de vobis: ipse enim Pater amat vos, quia vos me amástis, et credidístis quia ego a Deo exívi. Exívi a Patre et veni in mundum: íterum relínquo mundum et vado ad Patrem. Dicunt ei discípuli ejus: Ecce, nunc palam loquéris et provérbium nullum dicis. Nunc scimus, quia scis ómnia et non opus est tibi, ut quis te intérroget: in hoc crédimus, quia a Deo exísti.

[“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: In verità in verità vi dico, che qualunque cosa domandiate al Padre nel nome mio, ve lo concederà. Fino adesso non avete chiesto cosa nel nome mio: chiedete, e otterrete, affinché il vostro gaudio sia compito. Ho detto a voi queste cose per via di proverbi. Ma viene il tempo che non vi parlerò più per via di proverbi, ma apertamente vi favellerò intorno al Padre. In quel giorno chiederete nel nome mio: e non vi dico che pregherò io il Padre per voi; imperocché lo stesso Padre vi ama, perché avete amato me, e avete creduto che sono uscito dal Padre. Uscii dal Padre, e venni al mondo: abbandono di nuovo il mondo, e vo al Padre. Gli dissero i suoi discepoli: Ecco che ora parli chiaramente, e non fai uso d’alcun proverbio. Adesso conosciamo che tu sai tutto, e non hai bisogno che alcuno t’interroghi: per questo noi crediamo che tu sei venuto da Dio”].

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

LA PREGHIERA E LA VITA ETERNA

Lontano dalla casa paterna, in cammino verso una terra ignota, Giacobbe giunse sul finir del giorno in una landa solinga e brulla. Era stanco; e, presa una delle pietre che erano colà, se la mise sotto il capo e si addormentò. In sogno vide una scala drizzata in alto, il cui piede poggiava sul deserto e la cui cima toccava il firmamento. Dio stesso era seduto sul gradino supremo, e due lunghe teorie d’Angeli, l’una che discendeva l’altra che ascendeva, percorrevano la scala misteriosa, recando messaggi. Quando il patriarca si svegliò dal suo sonno, disse: « Veramente il Signore abita in questo luogo, ed io non lo sapevo » (Gen., XXVIII, 16). Di questa scala misteriosa, oggi, vi voglio parlare. Non crediate cercarla lontano da voi, perché il luogo donde essa s’innalza è il vostro cuore. Questa scala è la preghiera. Per essa gli Angeli, messaggeri di amore, salgono e scendono: salgono portando a Dio i bisogni, le necessità, i desideri degli uomini e scendono portando agli uomini le grazie, i doni, i favori di Dio. E il Signore noi lo troviamo sempre in cima a questa scala, sempre pronto a tendere l’orecchio misericordioso per raccogliere il gemito e il sospiro che sale dal basso. Che mirabile cosa è la preghiera! Una volta Dio adirato sta per lanciare lo sterminio contro il popolo d’Israele. Mosè prega: e Dio ritira la sua vendetta. Un’altra volta il popolo eletto, dopo una giornata di battaglia, è sorpreso dalla sera senza aver potuto dare il colpo decisivo; eppure era necessario che il nemico non avesse una notte in mezzo da potersi rifare. Allora Giosuè prega: ed ecco il sole arrestarsi sull’orizzonte e prolungare la giornata di qualche ora. Tre fanciulli innocenti son cacciati per ordine d’un re iniquo nella fornace ardente. Nel fuoco pregano: e la fiamma perde la sua natura distruggitrice e li accarezza senza bruciarli. Daniele è calato in una caverna piena di leoni, affamati. Il profeta prega e le belve accovacciate a’ suoi piedi gli fanno una fedele compagnia. La terra di Palestina è tormentata dall’arsura; ogni erba è morta, e i campi gemono, screpolandosi per il secco. Elia prega: e il cielo in poco tempo si annuvola e piove. Ma perché dovrò io contare altri esempi? Udite tutti la parola che Gesù Cristo ci grida oggi dal suo Vangelo: Amen, Amen! In verità, in verità! « Qualunque cosa chiederete al padre in mio nome, l’otterrete: ve lo dico Io! Su dunque, domandate, perché il Padre vi ama ed è contento se gli chiedete grazie Domandate! Petite, ut gaudium vestrum sit plenum. Da soli, con le nostre forze soltanto, non siamo capaci che di fare il male. Ogni nostro dovere, anche il più piccolo è superiore alle nostre energie: è necessario per compiere salutarmente che Dio ci aiuti con la sua grazia. Ma, di solito, non si ottiene grazia se non per la preghiera. Tanto meno poi si può entrare in Paradiso, senza di essa: si entrerà senza il battesimo di acqua, ma senza la preghiera, no! Domandate, se volete la vostra allegrezza ». Ma perché allora un dovere tanto essenziale è così trascurato? Perché nel mondo non si prega più? La preghiera è indispensabile agli uomini. Eppure non si prega. Ecco la contraddizione che dobbiamo meditare per ricavarne un proposito di salvezza. – LA PREGHIERA È INDISPENSABILE. A Roma, Daria la santa sposa di Crisanto fu imprigionata, perché era cristiana ed aveva convertito una folla di donne dall’idolatria alla vera religione. Ogni tormento fu escogitato per lei; ogni seduzione diabolica fu messa in opera per rovesciare la sua virtù. Da ultimo fu condotta in luoghi infami, ma Daria levati gli occhi e le mani al cielo pregò. Ed ecco vicino a lei apparire un leone fulvo e maestoso, pronto ad azzannare chiunque osasse molestarla ancora. Dum in oratione fixa est, leonis tutela a contumelia divinitus defenditur (Brev. Ambr., Die XXI Oct.). O Cristiani, e la nostra anima in questa vita non è circondata da terribili nemici come santa Daria? Quanti tormenti il demonio non escogita anche per noi! Quante tentazioni non mette in opera! Anzi il mondo intiero, in mezzo al quale viviamo, è una tentazione continua, esasperante. Tutte le condizioni della vita, tutte le cose che ci attorniano, sembrano d’accordo in una lega infernale per tramare la nostra perdita. Se siamo ricchi, le ricchezze ci fanno dimenticare l’anima inclinandoci verso i sedimenti sensuali. Se siamo poveri, la povertà ci inasprisce, e ci fa maledire la Provvidenza divina. Quando gli affari vanno bene ci abbandoniamo all’allegria mondana. Quando vanno male, ci lasciamo abbattere dalla disperazione. Quando ci troviamo onorati e collocati in alto, subito la superbia ci gonfia. Quando siamo calunniati e disprezzati, l’odio e la vendetta mordono il nostro cuore. Se siamo giovani e sani, ci sono le passioni gagliarde dei sensi. Se siamo vecchi e malati, ci sono i malumori e le mormorazioni. Nel fondo di miseria in cui è costretto a vivere, quale speranza di salute resta ancora all’uomo? la preghiera. Essa è il leone della nostra forza. Non c’è salvezza, senza la preghiera! Non siete Cristiani, senza la preghiera! a) Ecco un’anima che trovasi alle prese con una tentazione sensuale che la domina, con una abitudine di peccato dalla quale è tiranneggiata: di giorno e di notte, in solitudine e in compagnia. Essa si lamenta, vorrebbe liberarsene, e la forza le manca. C’è un rimedio solo: la preghiera. Come la lucerna trema se l’olio scarseggia, e si spegne se l’olio le manca, così la fede è incerta quando si prega poco, ed è morta quando non si prega più. « Signore! — gridava S. Pietro — aiuta la mia fede, ché io temo ». b) Ecco infine altre anime: accasciate sotto il peso delle tribolazioni, sono stanche di patire, sono stanche di piangere. Eppure, nuove disgrazie, altri dispiaceri costringono a patire ancora, a piangere ancora. Anche per queste c’è un rimedio, ed uno solo: la preghiera. Come i polmoni sofferenti hanno bisogno di un largo e fresco respiro, così il loro cuore ambasciato ha bisogno di tanta preghiera. « C’è qualcuno di voi in tristezza? — scrive S. Giacomo — Preghi e gli passerà » (Giac., V, 13). E Gesù buono dice: «Voi che faticate e sopportate venite a me per ristorarvi ». Per andare a Gesù bisogna salire la scala dell’orazione. – EPPURE NON SI PREGA. La fanteria e la cavalleria numerosissima di Oloferne assediò un giorno la città di Betulia. Alcune spie si presentarono al capitano sanguinario e gli dissero: « Oloferne! se vuoi vincere gli Israeliti senza combattere, togli a loro l’acqua e metti guardie a tutte le fontane, sicché non vi possano attingere senza perire a fil di spada ». Oloferne tagliò l’acquedotto che dava da bere alla città; e poiché vide che non lungi dalle mura v’erano delle fonti, a cui di sfuggita gli assediati correvano a bere, ordinò che fossero custodite in ogni momento. Passati venti giorni in cui al popolo di Betulia si distribuiva l’acqua a dosi sempre più scarse, la città non ebbe più goccia da bere. Allora uomini e donne, giovani e fanciulle, si radunarono a piangere e ad urlare. « Noi moriamo di sete davanti agli occhi del nostro nemico. Arrendiamoci tutti spontaneamente all’arbitrio di Oloferne » (Giud., VII). Oloferne, o Cristiani, è il demonio ed il suo antico stratagemma non l’ha dimenticato. Far morire le anime di sete! Togliete la preghiera dal mondo, e tutto il mondo assetato si abbandonerà a discrezione nelle mani dell’eterno nemico. Volgete lo sguardo intorno: perché il mal costume e l’incredulità dilagano? Perché tanta rovina di anime? Perché non si prega più! Io parlo di tante famiglie dove non solo si è dimenticato l’Angelus Domini a mezzogiorno, ma anche il Rosario alla sera. Io parlo di tanti e di tante che passano tutte le mattine e le sere senza pregare Dio, ed è molto per loro farsi un segno della croce mentre si spogliano o si vestono. Parlo di tutti quelli che non hanno provato ad ascoltare altra Messa, fuor di quella di precetto, che non hanno provato a ricevere la santa Comunione se non in tempo pasquale. Parlo di quelli che hanno l’abitudine di mormorare o di bestemmiare, ma non quella di ripetere ferventi giaculatorie. Povera gente, come farà a salvare l’anima? Ma io non sono capace di pregare. Non immaginate che per pregare sia necessario un lume speciale, una secreta conoscenza dei misteri della fede, un metodo scientifico. Niente di tutto questo: la preghiera è il sospiro che si leva dall’anima commossa davanti alla sua miseria. L’anima parla a Dio, come un amico all’amico; s’affligge d’averlo offeso; si sforza di piacere a Lui, e a Lui solo. Quando parlate con vostro padre, quando gli narrate i vostri crucci e gli chiedete aiuto, forse che andate rimuginando le parole, e almanaccate le cose che gli dovete dire? No: ognuno dice quello che dal suo cuore trabocca. Così dobbiamo fare con Dio, ch’è nostro Padre, quando preghiamo. – Ma io non ho tempo di pregare, sono troppo occupato dagli affari. O Cristiani, chi dice così non ha capito niente di quello che è la preghiera. Senza la preghiera non potete salvare l’anima; e salvar l’anima è l’affare più vero e più necessario. Ma io m’annoio a pregare e mi distraggo continuamente. È perché il vostro cuore è immerso nelle vanità del mondo: voi amate le creature, le ricchezze, le passioni e non volete bene al Signore. Anche gli Israeliti quando cominciarono a riempire il loro ventre coi frutti della terra, perdettero il gusto della manna che scendeva dal cielo (Gios., V, 12). Ma io non prego più perché non ottengo niente. O non pregate bene, o non pregate abbastanza, oppure v’ingannate. Anche quando sembrerà a voi di non essere esauditi, ricordatevi che Dio nella sua bontà sta preparandovi grazie molto più grandi di quelle che gli chiedete. – Il convento di S. Francesco da Paola in Calabria era aggrappato alla costa d’un monte. Forse per lo sgelo, e forse per altro, un mattino di primavera si staccò dalla vetta un macigno colossale che rotolando di balza in balza devastava le foreste ed ogni cosa sul suo cammino. All’orrendo rimbombo i frati escono in cortile e vedono: fu un urlo di terrore. Ma S. Francesco, ch’era in mezzo a loro, sollevò le mani e pregò. Ecco il macigno balzare un’ultima volta e poi fermarsi miracolosamente, non molto sopra al convento. Qual forza misteriosa lo aveva arrestato nella discesa irrefrenabile? La preghiera. Nella vita, ci sono dei giorni in cui sopra il nostro capo sta per cadere un macigno e schiacciarci: forse è una sciagura materiale e più spesso è una sciagura spirituale. Talvolta è sopra la nostra famiglia che gravita la sventura, talvolta è sopra un’intera nazione. Oh se non ci fosse la preghiera ad arrestare la valanga della vendetta di Dio? Oh se non ci fossero tante anime nei conventi e nelle clausure e nelle famiglie stesse che pregano per i peccati del mondo, quanti si troverebbero addosso la morte, improvvisa come un macigno che rotoli dall’alto, e dalla morte sarebbero già stati travolti nell’eterna rovina!

I DIFETTI DELLA PREGHIERA. « Come si spiega allora, — pensano alcuni, — che molte volte ho pregato ed il Signore ha fatto il sordo con me? » Non diamo la colpa al Signore quando la colpa è tutta nostra: se non abbiamo ottenuto è perché abbiamo pregato male. Non accipitis eo quod male petatis (Giac. IV, 3). E S. Agostino spiega: « Non ricevete o perché voi siete cattivi, o perché domandate cose cattive, o perché pregate malamente ». Non accipitis eo quod mali, mala, male petatis. Consideriamo, ad uno ad uno, questi difetti che rendono vana la nostra preghiera. – EO QUOD MALI. Il re Antico si vide perduto (II Macc., IX). Era stato scacciato da Persepoli vergognosamente; ed anche i suoi generali, Nicanore e Timoteo, erano stati sconfitti dai Giudei. Il Signore poi, che tutto vede, lo faceva spasimare con un lancinante dolore di visceri. E quasi non bastasse, mentre spingeva a corsa impetuosa il suo cocchio, il cavallo impennatosi lo sbalzò sulla strada, ammaccandolo in tutte le membra. Quando quest’uomo perfido, che aveva sognato di comandare alle onde del mare e di pesare sulla sua stadera le cime dei monti, si vide sbattuto a terra, quando vide la sua carne sfasciarsi e marcire viva in un fetore a cui egli stesso non sapeva più resistere, allora rivolse a Dio la sua preghiera. « È giusto ch’io mi sottometta al Signore… ». E pregandolo, promise che avrebbe dato libertà a Gerusalemme che poco prima aveva pensato di ridurre a cimitero; promise di restituire l’oro e l’argento che aveva sacrilegamente rubato nel tempio; promise di rispettare quei Giudei che non reputava degni neppur di sepoltura ma che avrebbe voluto sterminare e lasciarli in preda agli avvoltoi e alle belve; promise perfino di farsi circoncidere e diventare anch’egli uno del popolo di Dio. Quante promesse! E quale fervore in questa preghiera! Eppure i dolori non cessarono, eppure non guarì. Tra le montagne selvagge e rocciose, lungi dal suo paese, abbandonato da tutti, come l’ultimo miserabile del mondo, disperatamente moriva Antioco, il re. Perché Dio, che è sì buono, non ha esaudito la sua preghiera? Orabat hic autem scelestus (Macc. IX, 13). Con cuore iniquo e senza aver rinnegato alla sua malizia, costui pregava Dio, a quo non esset misericordiam consecuturus, dal quale non avrebbe giammai ottenuto grazia. Pensiamo un poco: noi, che spesso ci lamentiamo di non essere esauditi nella preghiera, come stiamo di coscienza? Come pretendere che Dio ci ascolti se siamo in peccato? Il peccato ci fa servi del demonio: e noi dopo aver servito il demonio, abbiamo il coraggio di domandare la paga al Signore? Il peccato ci fa nemici di Dio: e noi pretendiamo che Egli aiuti i suoi nemici i quali si beffano in Lui, e saranno peggio che prima? Il Signore non è come gli uomini che vedono appena la vernice esterna, ne scruta nel cuore. Possono essere belle e buone le parole che gli diciamo, ma se il nostro animo è cattivo non saremo esauditi; bensì riceveremo il rimprovero che Gesù lanciò in faccia agli ipocriti farisei: « Questa gente mi onora con la bocca, ma il loro cuore è lontano da me. Vi dico che mi onora inutilmente ». (Mt. XV, 8). Quante volte ancor noi abbiamo pregato con la bocca mentre il nostro cuore era lontano: con una creatura, con un divertimento, con una passione, col demonio. Perciò non fummo esauditi. – EO QUOD MALA. « Finora, — diceva Gesù, — non avete chiesto cosa alcuna nel mio nome: domandatela e la riceverete ». Che cosa significa domandare nel Nome del Salvatore? Significa chiedere cose che riguardano la nostra eterna salvezza. A quanti Gesù potrebbe rispondere la parola che disse ai figli di Zebedeo: « Voi non sapete cosa domandate » (Mt. XX, 22). Purtroppo la nostra debolezza ci china verso terra e ci mette la benda sugli occhi circa l’ultimo fine della vita. Infatti, che cosa si domanda da tanti? Forse la luce della verità, forse l’amore della virtù, l’aumento della grazia? No, non è così. Si domanda una vita senza croci, piena di ricchezze, di onori, si domanda che questa terra che è valle d’esilio diventi un paradiso. E spesso questi beni sono la rovina di molte anime. Quanti se non fossero stati ricchi ora sarebbero in Paradiso; quanti se non fossero saliti tanto in alto tra gli uomini, ora non sarebbero discesi tanto in basso tra i demoni; quanti, se a tempo opportuno avessero avuto una croce, una malattia, la morte, ora non gemerebbero per sempre nel fuoco eterno! Ecco perché Iddio, che ha la vista più lunga della nostra, non sempre ci esaudisce quando gli chiediamo i beni del mondo. Chi è quella madre che darebbe a suo figlio per giocare un rasoio, le forbici, gli aghi? E voi pensate che Dio non faccia per le anime nostre quello che anche noi sappiamo fare con i nostri figliuoli? Il Signore disse un giorno a Salomone: « Domandami quel che vuoi e l’avrai ». Oh se facesse a noi questa domanda! Chiederemmo subito una vita lunga come quella di Matusalem, una forza terribile come quella di Sansone; chiederemmo ricchezze infinite. Invece Salomone rispose: « Dammi, o Signore, lo spirito della sapienza che guidi i miei passi sulla retta strada, e non ti abbia ad offendere mai ». E Dio fu commosso da questa risposta e aggiunse: « Giacché non mi hai domandato un bene fugace del mondo, ma un bene eterno, abbiti non solo la sapienza, ma anche un regno florido e ricchezze, e onori, tutto ». Ricordiamo anche noi, quando preghiamo, la parola di Gesù: « Cercate soprattutto il regno di Dio e la sua giustizia; il resto vi sarà dato per giunta ». – EO QUOD MALE PETATIS. La preghiera talvolta non è esaudita perché fatta male: senza umiltà, senza sostanza, senza fiducia. a) Senza umiltà: Due uomini entrano nel tempio a pregare. Uno è un fariseo, l’altro è un pubblicano. Il fariseo, dritto davanti a Dio, non fa che esaltare se stesso e umiliare gli altri: « Grazie, o Signore, che non m’hai fatto un ladro, un ingiusto, un disonesto come gli altri, come quel pubblicano là in fondo ». Il pubblicano invece, là in fondo, non osava neppure levare gli occhi dal suolo e si batteva il petto e singhiozzava: « Signore, sii buono anche con me che son peccatore ». « Guardate — concluse Gesù, narrando la Parabola, — guardate che dal tempio uscì giustificato solo il povero ed umile pubblicano (Lc., XVIII, 14). b) Senza costanza: Un uomo, a mezzanotte in punto, batte alla porta d’un suo amico. « Amico, prestami tre pani. M’è capitata gente che ha fame in casa, ed io non ne ho più, nemmeno una briciola ». L’amico non viene neppure alla finestra e di dentro gli risponde: « Senti, mi dispiace, ma ho già chiuso tutta la casa. Io sono a letto, i miei figli anche: non vorrai farci alzare per darti del pane!… ». L’altro in piedi davanti alla porta chiusa non si scoraggia e comincia a battere. Batte una volta, due, tre… L’amico non può più dormire. Se non per amicizia, ameno per levarsi quella seccatura, si alza e lo esaudisce (Lc., XI, 5). Dunque bisogna pregare, senza scoraggiarsi, fin quando si ottiene quel che si domanda. Oportet semper orare et numquam deficere. Non lasciamoci vincere dal silenzio del Signore: più tarda la grazia e più bella sarà. Trenta anni ha pregato santa Monica per il suo figliuolo, ma poi quale grazia! Suo figlio fu un santo. c) Senza fiducia: Una donna vien dalla terra di Chanaan per far la sua preghiera a Gesù: « Signore! Figliuolo di Davide, pietà di me, che ho una figlia indemoniata! ». Gesù non la guarda, non le risponde nemmeno una parola. Non respondit ei verbum. Ma essa vuol essere esaudita. Gli va dietro, e non guardata piange, e non ascoltata prega, tanto che gli Apostoli ne sentono compassione: « Maestro — dicono — lasciala andare, non vedi come grida? — Gesù allora si volge e le dice burberamente: « Io son venuto per i Giudei e non per i Cananei ». La povera donna non è vinta da questo reciso rifiuto: vuole essere esaudita e va dietro sempre e non guardata piange e non ascoltata prega. Non capisci, — la rimprovera Gesù, — ch’io non posso strappare il pane di bocca ai figli per darlo ai cani? ». E quella donna accetta d’essere come un cane, anzi si chiama cagnolino; e nell’impeto della sua fede, risponde: « Sì, è vero, ma i cagnolini hanno le briciole che cadono dalla mensa del padrone. Anche per me, dunque una briciola, anche per mia figlia indemoniata una briciola… ». Gesù allora non poté più resistere e le rispose: « La tua fede è grande; sia fatto come tu vuoi ». In quel momento sua figlia guariva. È questa la fiducia delle nostre preghiere? –  Quando il re Demetrio mandò contro i Giudei un esercito poderoso, un capitano espertissimo, Giuda Maccabeo, raccolse i suoi soldati impauriti, e raccontò loro una visione che li rallegrò tutti. « Non temete! — disse; — nel cuor della notte m’è apparso un personaggio venerando per età e gloria e circonfuso di una magnifica maestà. A me che meravigliato guardavo, una voce disse: « Questi è l’amico dei fratelli e del popolo d’Israele, questi è colui che molto prega per noi e per la città santa: Geremia è, il profeta di Dio ». Allora Geremia, stendendo la destra, mi consegnò una spada d’oro, dicendomi: « Ricevi la spada santa dono di Dio, con la quale abbatterai i nemici d’Israele mio popolo ». Confortati da queste parole, i valorosi attaccarono battaglia, pregando. La vittoria fu compiutamente splendida: ritornando giubilanti attraverso i campi insanguinati s’accorsero che il capitano dei nemici era tra i morti. Allora, alzato un grido di trionfo, benedissero il Signore onnipotente (II Macc., XV). Cristiani, che siete impauriti davanti agli assalti continui delle tentazioni e del mondo, Cristiani che siete oppressi dalle tribolazioni, Cristiani che soffrite stanchi e aggravati, alzate gli occhi al cielo: nella gloria di Dio Padre v’è Uno sempre intento a pregare per noi. Semper vivens ad interpellandum pro nobis (Ebr., VII, 25). Assai più fortunati noi siamo dei guerrieri di Giuda, perché chi intercede senza posa per noi, non è un profeta, non è un semplice uomo, ma è lo stesso Figlio di Dio, Gesù Cristo. Ecco perché Egli stesso, nel suo Vangelo, ha promesso che la nostra preghiera sarà sempre esaudita: « Se voi domandaste qualsiasi cosa al Padre, in mio Nome, non vi sarà negata. Ma finora non avete mai pregato in mio Nome: su! Domandate e avrete; chiedete ed ogni vostra brama sarà compiuta ». La preghiera è la spada d’oro che Cristo consegna a ciascuno di noi: solo con essa supereremo ogni lotta della vita e abbatteremo il nostro nemico d’inferno. Solo con essa si sono formati i santi: noi ci meravigliamo davanti alla purezza di S. Luigi Gonzaga, all’umiltà di S. Carlo Borromeo, alla carità di S. Filippo Neri, come di cose favolose e impossibili. Sì, sarebbero state davvero cose favolose e impossibili, se questi uomini avessero pregato così poco e così male come noi. – Questa volta non è della preghiera in generale che vi voglio parlare. Già tutti avete sentito e siete convinti che la preghiera è necessaria all’anima, come al corpo il respiro; che chi prega si salva e chi non prega si danna. Oggi invece vi parlerò di un dovere quotidiano, dovere indispensabile che distingue il Cristiano di fede viva, dal Cristiano di fede morta. Nell’Antico Testamento, v’era una legge che obbligava gli Ebrei ad offrire due sacrifici al giorno: uno all’alba, l’altro al tramonto. Unum offeretis mane et alterum ad vesperum (Num., XXVIII, 4). Nel Nuovo Testamento, noi pure dobbiamo innalzare, al principio e alla fine di ogni giorno, un sacrificio di lodi che appunto si chiama preghiera del mattino e della sera.LA PREGHIERA DEL MATTINO. Milton, nel suo poema Il Paradiso perduto, descrive Adamo che, appena creato, apre gli occhi a contemplare le meraviglie del mondo. Vede i fiori coloriti, il verde dei boschi, vede l’azzurro del firmamento disteso sulla sua testa, e rapito in estasi manda un grido. « Mi slanciai e saltai verso il cielo come per toccarlo!» fa dire il poeta al primo uomo. Spontaneo come quello di Adamo deve essere, tutte le mattine appena apriamo gli occhi, lo slancio del nostro cuore impaziente di elevarsi a Dio. Comincia un altro giorno: un’altra pagina del libro di nostra vita. Oh se tutte le pagine cominciassero col santo Nome di Dio, di Gesù Salvatore, di Maria madre amorosissima, del nostro Santo protettore, del nostro Angelo custode, come ci troveremmo lieti quando, finita l’ultima pagina, dovremo consegnare il libro nelle mani della Giustizia Divina!…  Tutto prega alla mattina. Ecco ad oriente il cielo si sbianca: non sentite in questo momento come un invito universale a pregare? Venite adoremus Dominum, qui fecit nos! È la voce dei monti che si districano dalle tenebre; è la voce delle valli che come cappe smeraldine, si riempiono di luce; è la voce delle acque vicine o lontane, è la voce dei campi delle piante dei fiori; è la voce dei passeri che garriscono insieme sulla gronda del vostro tetto; è la voce del sole levante, del sole bello radioso, del sole, immagine di Dio nel suo grande splendore. Questi milioni di voci, che sorgono da ogni parte della terra, sono voci di adorazione e di ringraziamento: ma è una musica senza parole. Ci vogliono le parole: ma queste non le può dire che l’uomo. Non le potete dire che voi. E non le direte? Iddio ha sempre avuto un gran desiderio delle primizie. Dalla storia sacra conosciamo che i primi frutti del campo erano per Lui; i primi agnelli del gregge; le prime bestie dell’armento; il primo figliuolo d’ogni famiglia era per Lui. Questo suo amore per le cose prime, incontaminate, Dio lo conserva ancora ed esige da noi la primizia di ogni giorno. Il mondano quando si sveglia pensa ai piaceri, perché suo dio è la passione ed a lei offre le sue primizie. L’uomo avaro e affarista pensa all’interesse, perché suo dio è il danaro, e a lui offre le sue primizie. L’uomo superbo è smanioso d’emergere pensa agli onori, perché suo dio è l’ambizione e a lei offre le sue primizie. Ma noi, che siamo Cristiani di nome e di fatto, noi che per Dio abbiamo il Signore del cielo e della terra, il Creatore delle visibili cose e delle invisibili, doniamo a Lui le primizie di ogni nostra giornata. Ci sono alcuni che, per pigrizia o per occupazioni, spesse volte cedono alla tentazione di rimandare le preghiere: « Le dirò. dopo; prima devo far questa o quella osa; prima devo mangiare… ». L’esperienza insegna che orazioni tramandate sono orazioni tralasciate. E poi, se anche avessimo a dirle più tardi, non sarebbero primizie e perderebbero molto di valore. Nella santa scrittura Dio si paragona ad un viaggiatore mattutino che sta in piedi vicino alla porta, e batte perché gli sia aperto. Ecce sto ad ostium et pulso. Cristiani, non siate maleducati con Dio! Non fatelo attendere in anticamera! Ma la prima parola di ogni giorno sia: « avanti, Signor mio e Dio mio ». Per fortuna a questo mondo ci sono cuori generosi. Non solo si accontentano al mattino delle preghiere comuni, ma vogliono offrire a Dio una grande primizia: la S. Messa. Beate queste anime, a cui è dato di capire quello che altri non capiscono. Nel primo scampanio esse ascoltano la squilla del Gran Re e accorrono in Chiesa. Se è vero che il lavoro impedisce a molti d’ascoltare la S. Messa ogni giorno, è non meno vero che altri la trascurano per la sola pigrizia di alzarsi per tempo. Segno è che non riescono a comprendere che tesoro si gettano dietro le spalle. Io ripeterò le parole che S. Ambrogio diceva ai Milanesi: « È una vergogna che il primo raggio del sole vi trovi inerti nel letto, e che la luce venga a colpire occhi ancora imbambolati da una sonnolenta spossatezza; questo raggio ci rimprovera il lungo tempo perduto per i meriti e l’oblazione del sacrificio spirituale. Prevenite dunque l’aurora!… » (In Ps., CXVIII, n. 22). Si legge nel Vangelo che, essendosi Gesù avvicinato al letto di una fanciulla di dodici anni per risuscitarla, la prese per mano dicendo: « Fanciulla, alzati ». Ecco ciò che vi dice la mattina Gesù: vi comanda d’alzarvi e vi porge la mano. È una mano divina: stringetela, adoratela, baciatela con le vostre preghiere. Così trascorreranno i giorni e gli anni: alla fine dei secoli sentirete ancora la medesima voce, e vedrete la medesima mano: « Alzati! ». Sarà il risveglio di un giorno senza tramonto.LA PREGHIERA DELLA SERA. Una sera, uno dei più grandi ingegni del medioevo, il celebre Lanfranco, allora studente e più tardi Vescovo di Cantorbery, camminava verso Roano. Nel traversare una foresta, fu assalito e derubato dai ladri che poi lo legarono, mani e piedi, ad un albero e, tiratogli il cappuccio sugli occhi, lo abbandonarono. Tremante di spavento, umido di rugiada notturna, immobile, con gli occhi sotto il nero del cappuccio, comprese d’essere esposto a certa morte. Lontano s’udiva l’urlo di qualche belva randagia… Perduta ogni speranza umana, si ricordò di Dio, si ricordò ch’era sera e che era bene pregarlo. Cominciò le orazioni che fanciulletto tante volte aveva recitate, giunte le manine, a piè del letto; ma dopo le prime parole non seppe proseguire: non le ricordava più. Confuso e vergognoso di se stesso, si rivolse a Dio singhiozzando così: « Come, o Signore, da tanto tempo studio nelle università, e non so a memoria neppure la maniera d’invocarvi e di pregare ». Allora fece voto di consacrarsi a Dio, se fosse potuto scampare da quel pericolo. E così fu, poiché all’alba seguente alcuni viandanti lo liberarono. Lanfranco corse tosto nel convento più vicino e si fece monaco. Ed al tramonto d’ogni sera, quando la campanella invitava a preghiera, egli arrossendo s’inginocchiava. Anche ai nostri tempi, e più numerosi che mai ci sono uomini a cui si può applicare questo racconto in tutta la sua estensione. Anche essi sono in viaggio, devono attraversare la foresta del mondo anch’essi, e nemmeno mancano assassini e bestie feroci. Anch’essi alla fine della loro giornata sono forse caduti nelle mani del nemico delle anime; sono stati presi, legati col legame del peccato… Una cosa sola potrebbe liberarli: la preghiera. Ma essi non sanno più pregare; ne hanno perduta l’abitudine, hanno dimenticato perfino le parole. Da mesi e da anni, alla sera, si gettano stanchi ed infelici a dormire senza mai levare il cuore a Dio, senza neppure un segno di croce forse, così come le bestie sopra il loro strame. Ah, Cristiani, nessuno di noi rimanga in questo povero stato! Alla sera ricordiamoci dell’obbligo di ringraziare Dio che un altro giorno ha concesso alla nostra vita, un giorno pieno talvolta di gioie e talvolta di dolori, e sempre di grazie e di benedizioni. Ricordiamoci dell’obbligo di domandare perdono a Dio di tante offese nuove aggiunte alla grave somma delle vecchie. Infine, ricordiamoci di supplicarlo perché la notte passi tranquilla e il giorno veniente ci trovi migliori. – Tra le orazioni della sera, due pratiche non si possono trascurare: il santo Rosario e l’Esame di coscienza. L’una è una dolce catena di rose mistiche che lega i figli coi genitori e tutta la famiglia con la Vergine Maria; l’altro è un piccolo conto delle perdite e dei guadagni spirituali. « Sentite; — diceva ai primi Cristiani S. Giovanni Crisostomo, — voi tutti avete un registro in cui scrivete ogni giorno le entrate e le uscite; certamente non andrete mai a dormire prima d’aver fatto i vostri conti; ma la vostra coscienza non è anch’essa un libro aperto in cui dovete notare ogni sera il guadagno e la perdita, l’amore e l’ingratitudine? Ogni sera quindi, prima d’addormentarvi, prendete a tu per tu la vostra anima e ditele: « Su anima mia, su facciamo i conti: che bene hai fatto? che male hai fatto? ». Allora vi sorgerà spontaneo l’atto di ringraziamento per l’aiuto ricevuto dal Cielo, l’atto di dolore per la nostra cattiveria, e il sincero proposito di un migliore domani.- Infelici le case ove discende la notte senza preghiera! Intorno ad esse invano s’aggirano gli Angeli invisibili, invano aspettano nella malinconia. Infelici le famiglie dove la madre trascura questo suo dovere, dove il padre manca per divertirsi nelle osterie, dove i figliuoli cresciuti nell’età e nel male sono in giro, chi sa dove… chi sa dove… E ritorneranno a notte alta, sotto le stelle numerose nel cielo: ma nessuna stella è accesa nell’anima loro. – « Diciamo le preghiere della sera »disse alla  sua donna un padre di famiglia  sofferente da anni di una seria malattia. Da un pezzo nella casa si era dimenticato di pregare, ma dopo che il Signore aveva mandato quella prova, un barlume di fede era ritornato. Appena la madre incominciò le orazioni, rientrarono i figliuoli adulti dai loro divertimenti serali e rimasero a bocca chiusa, distratti. Il povero padre li sogguardava, e lagrime silenziose gli rigavano la faccia patita. «Che hai da piangere? », gli chiese la donna sottovoce. «Io morrò: — rispose amaramente, — e quando sarò sotterra nemmeno un suffragio riceverò dai miei figliuoli: essi hanno dimenticato le preghiere; non sanno pregare più ». La madre allibì, e tremò tutta. Il cuore le diceva ch’ella senza colpa non era della cattiva educazione religiosa dei figli. Oh quanti genitori, sentendosi morire, usciranno in quel grido straziante! « Quando sarò sotterra non un suffragio avrò dai miei figliuoli: essi non pregano, né sanno pregare più! ».  E la colpa di chi sarà stata?..

IL CREDO

Offertorium

Orémus Ps LXV: 8-9; LXV: 20

Benedícite, gentes, Dóminum, Deum nostrum, et obœdíte vocem laudis ejus: qui pósuit ánimam meam ad vitam, et non dedit commovéri pedes meos: benedíctus Dóminus, qui non amóvit deprecatiónem meam et misericórdiam suam a me, allelúja.

[Popoli, benedite il Signore Dio nostro, e fate risuonare le sue lodi: Egli che pose in salvo la mia vita e non ha permesso che il mio piede vacillasse. Benedetto sia il Signore che non ha respinto la mia preghiera, né ritirato da me la sua misericordia, allelúia].

Secreta

Súscipe, Dómine, fidélium preces cum oblatiónibus hostiárum: ut, per hæc piæ devotiónis offícia, ad cœléstem glóriam transeámus.

[Accogli, o Signore, le preghiere dei fedeli, in uno con l’offerta delle ostie, affinché, mediante la pratica della nostra pia devozione, perveniamo alla gloria celeste].

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XCV: 2

Cantáte Dómino, allelúja: cantáte Dómino et benedícite nomen ejus: bene nuntiáte de die in diem salutáre ejus, allelúja, allelúja.

[Cantate al Signore, allelúia: cantate al Signore e benedite il suo nome: di giorno in giorno proclamate la salvezza da Lui operata, allelúia, allelúia].

Postcommunio

Orémus.

Tríbue nobis, Dómine, cæléstis mensæ virtúte satiátis: et desideráre, quæ recta sunt, et desideráta percípere.

[Concedici, o Signore, che, saziati dalla forza di questa mensa celeste, desideriamo le cose giuste e conseguiamo le desiderate.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (204)

O SCUDO DELLA FEDE (204)

LA VERITÀ CATTOLICA

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. E libr. Sales. 1878

ISTRUZIONE I.

Io credo in Dio

Voi siete qui per imparare le cose più necessarie, che hanno da far tanto bene alle vostre persone. Ma io, bisogna che ve lo dica subito per imparare è necessario che vi fidiate di chi v’ha da mostrare e che cominciate a credergli con un po’ di buona fede. È questa la prima disposizione che deve avere chi vuole essere istruito. Vedete che anche il Parroco quando si vuol che egli battezzi uno, e che lo ammetta tra i fedeli ad imparare la verità della Religione e a vivere da buon Cristiano, prima di tutto domanda a chi dev’essere battezzato, e ai padrini per lui: se egli crede: « credis in Deum? » Quasi gli dicesse che prima d’ogni altra cosa si debba credere, e credere in Dio. Eh! ma pensate anche voi: noi ci troviamo qui creati da Dio in mezzo a tutte le cose fatte da Lui; ben tocca a Lui dirci adunque ciò che Egli vuole da noi, e ciò che è bene che facciamo. Così il Parroco con quella semplice parola che tutti intendono: « credi tu in Dio » dà dalla parte di Dio il primo avviso e più necessario, dà la più ragionevole, la più grande lezione che viene all’uso tutti i dì, cioè, che per imparare, prima di ogni altra cosa bisogna cominciare dal credere a chi merita fede. Questo io vi spiegherò quest’oggi e vi farò vedere che, se è necessario prima di tutto credere per poter vivere in questa nostra vita, è necessario più ancora credere in Dio per salvarci. Miei fratelli, noi siamo qui radunati intorno al sacro altare nel bacio santo di carità; ed adoriamo qui in mezzo di noi nel SS. Sacramento Gesù Cristo proprio in Persona. Gettiamoci a terra a Lui dinnanzi e preghiamolo si che ci faccia conoscere come nella dottrina che facciamo in Parrocchia, Egli è il Padre che presiede al convito; e che Egli è il Signore il quale fa distribuire il pane delle anime colla sua Parola, ancora che ci faccia grazia di farcelo passare per le povere mie mani. Voi poi, o Maria Santissima, presentateci a Gesù benedetto da buona Madre ponendoci la vostra mano sul nostro capo e pregatelo si degni essere con noi, come il padre in tavola coi suoi figliuoli diletti. – Intanto tra noi, o fratelli, io vi supplico per amor di Dio e di Maria Santissima, parliamoci cuore a cuore; e voi con tutta la vostra bontà fate buon viso a me che vi parlo in nome di Gesù Cristo. Colla semplicità di buoni figliuoli, ripetetemi intanto, come faremo sempre per fissar chiaramente di che cosa abbiam da trattare; quello che noi in questa istruzione abbiam da comprendere bene: essere per noi uomini un dovere il credere; e così niente di più ragionevole e di più giusto, niente di più caro e necessario per salvarci che il credere in Dio. – Abbiamo detto ché per imparare e poter sapere qualche cosa è d’uopo credere, e avere un po’ di buona fede. La Chiesa difatti per insegnarci nella Dottrina le cose più necessarie in nome di Dio, comincia subito dal farci dire: Io credo in Dio. Così ci mostra che prima di tutto è necessario avere buona fede in Dio il quale è il Creatore del mondo; ché ogni bene viene da Lui, e tutto da Lui dipende; e  perciò niente noi possiamo far di più giusto che assoggettare la nostra ragione e volontà a Dio, riposandoci in Lui con fede; e non perché intendiamo noi colla nostra mente che siano vere e buone le cose che Egli ci manifesta; ma ci fidiamo interamente a Lui, perché Dio è somma verità e sommo Bene, non può né ingannarsi né voler ingannare. Questa fede poi è un grandissimo dono e tutto di Dio. Egli è ben vero che noi colla nostra ragione (Constitutio Dogmatica DE Fide CATHOLICA; prima sessio — Sacrosancti Oecumenici Coneilii Vaticani.) possiamo conoscere che vi deve essere il Creatore d’ogni cosa; ma è anche vero che noi colla sola nostra ragione non arriveremo mai a conoscerlo in Sé stesso, né ad abbandonarci nelle sue mani con buona fede. No, no; da noi soli non vorremo né cercar tanto di conoscerlo, né credere in Lui, e nemmeno servirlo bene ed amarlo, a fine poscia di possederlo in paradiso. Noi, senza aiuto divino tutt’altro che credere ed affidarci a Dio come al Sommo Bene nostro, noi ci occuperemmo tutti quasi solo di noi, e ben poco vorremmo pensare a Dio. Bisogna che lo confessiamo, e che diciamo chiaro, che ogni lume ed ogni ben perfetto viene da Dio, e che Dio solo può provvedere a tutto il bene per noi, e provvedere a tutto il bene per noi vuol dire salvarci. E Dio, per salvarci, comincia dal mandar a noi questo lume di fede il quale solleva la nostra ragione a pensare a Lui, comincia dal concederci questa grazia che muove il nostro cuore ad avere fede in Lui, e ad affidarci onninamente alla sua bontà. La fede adunque è un dono del Cielo, per mezzo del quale noi crediamo in Dio. – Intendete qui subito, o cari, la grande misericordia di Dio con noi Cristiani. Dio nel santo Battesimo ci comunicò questo dono di fede per sollevare la nostra mente sopra tutti i lumi della nostra ragione a conoscerlo; Dio nel Battesimo ci mise questa grazia della fede nell’anima nostra, questa virtù di credergli, e fidarci di Lui; colla ferma sicurezza che Egli, il quale fa tutto ch’è buono, per sua bontà ci farà conoscere tutto che è bene per salvarci. Questa grazia di credere a Dio, e fidarci di Lui, è la fede (Siffatto dono della fede resta come una radice fitta nell’anima nostra. E pur troppo può restare morta in mezzo a tante cose mondane pei nostri peccati: ma come una scintilla sotto la cenere se viene riscossa riluce; così la fede in noi se viene riscossa da certi avvenimenti accompagnati dai tocchi della grazia che batte all’anima, si ridesta, ed illumina la mente. Si può dire che la grazia della fede allora fa come una madre crudelmente disprezzata la quale quando il povero suo figlio non pensa neppur più a lei, in un bel momento lo abbraccia alla vita e gli dice: « figliuolo, ti hai da salvare.»  È dunque la fede il principio, il primo fondamento, la radice della nostra giustificazione: perché, credendo così in Dio, noi facciamo il primo atto di giustizia, e il Primo atto di giustizia della nostra vita è riconoscere che Dio è il Creator di tutto, è il Padre di tutti i beni, è anzi il Sommo Bene: e che niente è più ragionevole, né più giusto che credere, cioè avere fede in Dio, Padre dei lumi e di tutti i beni il quale ci fa questa grazia di credere così perfettamente in Lui.). – È dunque la fede una virtù che Dio per tutta sua bontà infonde nelle anime nostre, colla quale ci illumina, ci inspira, ci aiuta a fidarci interamente di Lui e a credere in Lui di tutti buon animo. – E qui noi abbiamo da comprendere ben subito come se non abbiamo questa fede in Dio, noi commettiamo una brutta ingiustizia quando, fidandoci più di noi medesimi, che non di Dio Santissimo; e che essendo così ingiusti e cattivi è impossibile che piacciamo a Dio e siamo ammessi nel numero dei suoi figliuoli. (Conc. Tridentino, sess. VI, c. 5, VATICANO, luogo citato). Bisogna adunque prima di tutto credere in Dio … – Deh non vi fate il broncio in sul bel principio per farmi intendere che voi eravate venuti qui per sentire di belle e buone verità, riserbandovi poi di ragionarvi sopra; quasi che non mi vogliate dire: « eh via! non siamo i bambini noi da doverci far credere subito. » No no: ragionerete finché vorrete; ma anche nelle cose del mondo, per conoscere una qualche cosa, bisogna sempre cominciare col credere: e se uomo s’incapricciasse di non voler proprio mai credere niente, non verrebbe a saper mai niente. Immaginatevi che uno volesse imparare a leggere; bisogna bene che egli creda al maestro che la prima lettera si chiama A, e che la seconda si chiama B. Ché se con superbia il testereccio si ostinasse a non credere mai, potrebbe bene star li per ispazio di tempo a larghi occhi sulla carta stampata a lampanti caratteri; ma non verrebbe mai al punto di saper leggere una sola parola. Laddove in credendo al maestro impara ad unire le lettere, comincia compitare, e si avvia alla lettura. Allora poi mano mano leggendo i libri più buoni e dotti può diventare anche uno dei più sapienti uomini del mondo. Ah si sì! vuolsi cominciare dal metter giù quella matta superbia di pretendere di cavar tutto dal nostro cervello e di voler sapere tutto da noi: s. Agostino che era sì certo, uno dei più sapienti uomini del mondo, diceva che, fossimo pur di sommo talento forniti, bisogna che incominciamo a credere con umiltà, se vogliamo intendere anche le più grandi e sublimi cose — crede ut intelligas — Vedete difatti che senza credere non potreste neppur conoscere chi voi siate. E perché sapete voi di essere i figli dei tali? Voi non vi ricordate certo di essere nati da loro…., ma lo credete. Perché tenete voi che ì vostri campi e le vostre case che non avete comprato da voi, siano vostri davvero? Perché credete ai testamenti ed alle carte di contratti. Eh, se voi vorreste avere per certo solo quello che vedete e toccate, le vostre cognizioni si allargherebbero ben pochi metri intorno a voi. E come potete essere sicuri che vi sono tante città, che forse non vedrete mai? Perché credete a chi lo dice. Come sapete voi che vi siano state altre persone, e che qualche cosa si sia fatta prima di voi nel mondo? Perché credete a chi velo narra, o a chi ve lo scrisse nei libri. Così noi crediamo ai vivi, crediamo ai morti; ma intanto sempre crediamo. Né vale il dire che ai nostri giorni anche il popoletto ha gli occhi aperti, e che non si ha più a credere, ma ragionare. No: perché anche proprio voi avete creduto alla madre che colla sua affettuosa parola fu la prima ad insegnarvi a ragionare; balzati fuori dalle braccia della mamma, correste alla scuola a credere nei maestri. Cresciuti poi tant’alti e baldi di gioventù, vi credeste di essere emancipati e di essere liberi e pensare a vostro modo? Signori no! Allora i compagni intorno a farvisi ai panni, pigliarvi all’assalto, e farvi credere tutto che vogliono, per menarvi a loro modo: e voi credere subito ai loro discorsi, prestar fede alle loro gazzette, giurare sui libri che manipolarono tanto benino, per farvene bere di quelle!….. Ora potete forse vantarvi di non creder ai buoni vostri padri, alle affettuose madri vostre, e meno al Prete (che, a conti fatti, sono coloro che vi vogliono un ben della vita); mentre vi adattate vilmente a credere ai tristi; anche quando vi accorgete che sono tali? E ve ne fate vanto voi stessi, quando vi date d’intendere di pensare e vivere alla moda: ché le mode poi non sono altro che i pensieri e capricci degli altri che vi circondano. Così gloriandovi di esser uomini del mondo alla moda, vi gloriate di credere come credono gli altri. — Oh che disgrazia! regolarvi a maniera delle pecore matte! lasciarvi menare da vili a bere, voglio dire a credere a tutti i tristi cialtroni, e forse stentare solamente a credere in Dio! Ditemi ora, che avete capito come è necessario credere, per saper qualche cosa e vivere da uomo; Così niente è più giusto che credere prima in Dio. Ora vediamo che niente è più ragionevole, niente è più necessario che credere in Dio. Ripetetemi ora in grazia adunque che cosa abbiam da considerare adesso? Noi abbiamo da considerare, che niente è più giusto, niente è più ragionevole, che niente è più necessario che credere in Dio: » – Io comincerò col raccontarvi un fatto che vi tornerà a grado.Un dì a Parigi il buon avvocato signor Guillemin disse ad un avvocatino che faceva pratica al suo studio: « signor Lacordaire, credete voi in Dio ed allasua santa religione? » Io? rispose il giovane lisciandosii baffi con una cert’aria d’ineredulo « ma,signor avvocato principale, io?….. Non credo niente,io, » E il bravo signor Guillemin : « Ah no, signor avvocatino di così belle doti d’ingegno essendo voi fornito non potete rispondermi così; poiché, se voi non credeste proprio niente, sareste simile al candi casa ed al cavallo della scuderia i quali non credonoproprio a nulla. Ma voi credete almeno che siete qui!» E l’avvocatino « Oh sì; perché io mi sento che sono qui » — « Credete che siete nato dai vostri buoni genitori: e crederete che i vostri signori genitori sono nati anch’essi dai loro padri e dalle loro madri e così via via; finché si viene al primo padre e alla prima madre, i quali non si poterono fare da se stessi quando non erano al mondo; ma dovettero per necessità essere stati formati dal Creatore » « Oh, sì, rispose. l’avvocatino coll’accento della più schietta sincerità,al Creatore io credo!» « Dunque, di ripicco a lui il grande avvocato Guillelmin, se voi credete al Creatore, dovete credere che il Creatore che noi adoriamo,è Dio; e dovete credergli quando v’insegna Egli e come dovete adorarlo, e come dovete salvarvi: ilche è tutta la Religione », L’ avvocatino vi pensòsopra…., vi pensò bene; e conoscendo che bisogna credere, e credere in Dio, questo fu il principio della sua conversione, e della sua salvezza. Abbandonata l’avvocatura si rendé frate, e divenne il celebre Padre Lacordaire che diffuse in Francia con santa eloquenza le verità del Vangelo, e morì da santo. Per salvarci anche noì dobbiamo cominciar di qui; « Io debbo credere in Dio ». – Adunque vi ho detto, che niente è più ragionevole che credere in Dio. Ascoltate, che ve ne renderete persuasi. Se noi ci vediamo dinanzi un bell’orologio, in cui le ruote e gli ordigni son così ben ordinati a segnare le ore esattamente, sì che la molla scatta a suonarle appuntino; noi non ci sogneremo mai di dire che quei pezzetti di lucido ottone e ferro di cui e ruote e molle furono fatte, quand’erano ruvidi metalli ancor là per terra si sognassero un bel dì di serrarsi a cerchio per diventar le meravigliose ruote, di stendersi e poi girarsi intorno a far le molle, d’intrecciarsi in catenelle, insomma di congegnarsi insieme, mettersi d’accordo in quel movimento, e pigliar concerto tra loro e stare tutti ben attenti a fine di segnare e scoccar le ore a tempo. Per sognare questo, bisogna anche aver perduta la testa! Ma sì veramente, diremo che quel bel lavorio fu fatto da un abile orologiere. Così pure al solo aprire gli occhi al mondo dobbiamo conoscere e credere per necessità di ragione che vi è il Creatore il quale fece ogni cosa e regola l’universo. Difatti, il profondo filosofo Platone (che non era Cristiano) a nome di tutti gli uomini ragionevoli esclamava con solenne parola: « Oh! oh! Esiste questa grande fabbrica ed architettura dell’universo; dunque, esiste il grande Architetto. Per questo la nostra Madre Chiesa a fine di cominciare a richiamare all’ordine queste teste di uomini, che vanno a vapore in sognando errori, grida, sul bel principio del Concilio Vaticano: Figliuoli, anche colla ragione tutti possono conoscere che vi è il Creatore; ma coloro che si sono perduti di buon senso stanno incapricciati a negare che colla ragione non conosciamo che vi è Dio Creatore. Guardatevi da loro, teneteli in conto di uomini scomunicati. Come abbiamo detto che niente è più ragionevole, così diciamo anche che niente è più necessario che il credere in Dio, se vogliamo alla meglio vivere in questa povera vita. Perocché, ove non si credesse in Dio, ciascun uomo potrebbe far ciò che gli salta in testa; e i capricci più sconsigliati e i più orrendi delitti metterebbero sossopra la società, e gli uomini che finirebbero coll’ammazzarsi gli uni gli altri. Ascoltate, ascoltate ciò che dice un uomo di trista memoria e grand’empio, Giacomo Rousseau, il quale si dava vanto di non volere egli credere; ma credeva che era ben necessario che tutti credessero. « Io non vorrei, diceva, avere un servo il quale non credesse in Dio; perché se gli facessero gola i miei danari, saprebbe tirare ì suoi conti, e studiato modo di farla franca, una qualche notte mi pianterebbe un coltello nel cuore e se li piglierebbe; e questo potrebbe fare tranquillamente, perché dagli uomini si è messo al sicuro, e in Dio non crede. » Poveri noi, se gli uomini non credessero più affatto in Dio! (Quì, cari miei, io che conosco bene come va il mondo, in veggendo la smania ai nostri giorni di levar via tutto che fa ricordare che abbiamo un’anima e che vi è Dio; e chiudersi Chiese e togliersi via i religiosi e le monache per non voler che si preghi, e che neppur si pensi più a Dio, vorrei dare un buon avviso a chi dirige lo stato, ed è: di non distruggere almeno; ma conservare alla men trista quei grandi luoghi in cui si faceva la Preghiera della fede: non per la ferma speranza che nutra che siano restituiti alla Religione: poiché quei grandiosi edifizi tolti alle così dette mani morte se li arraffano mani vive, vive dai lunghi artigli e sono cacciati giù in certe voragini che son le ventraie dei libertini – da cui solo la man di Dio li può trappar fuori. Neppure vorrei dar quest’avviso di conservar quelle case perché io tema che venga distrutta la Religion santa di Dio; la Religione è come un grand’albero di una gran vecchia radice approfondita dentro una Pietra contro cui chi do il cozzo, rompe sempre le corna. Se per distrugger l’augusta pianta le si taglia un qualche ramo, geme come la vite la quale subito mette tralci, più ricchi di grappoli: e, se le si strappa un germoglio che traligna, se, colla roncola le si fa cadere un ramiticcio in seccume, subito getta fuori più floridi polloni. Ma ben adunque vorrei dar il consiglio di conservare i grandi locali religiosi, per formare dei ricoveri di pazzi, e delle larghe prigioni da tenervi incatenati i ribaldi i quali escono terribilmente al mancar miserevolmente della fede in Dio. Ah!  Miei fratelli, la povera nostra famiglia umana, se non credesse in Dio proprio più, andrebbe in rovina!). – Eh sì! che ve ne accorgete troppo voi anche nelle vostre case che i vostri figli quanto meno credono in Dio, si fanno tanto più cattivi contro le povere madri e spaventano i capi delle famiglie. E perché, si potrebbe dire, han da rispettare i genitori, che rappresentano Dio, se in Dio non credono? Vedete che si disgiungono i matrimoni, sicché uomini crudeli, dopo di avere consumate e martoriate le povere mogli, le lasciano in tristo abbandono! E perché si hanno da amarle, quando non garbano più, se non credono che sono uniti insieme ad esse a fine di aiutarsi a servire Dio? Lo dite pur voi che l’uomo non si può fidare oggimai più di nessuno, che crescono i ladri, che i contadini saccheggiano le campagne, che certi signori rubano in grande. Epperché non dovranno rubare, mentre la roba è di chi se la piglia, quando non sì crede in Dio? Voi salvate, o fratelli, i figli vostri, le famiglie vostre, la roba vostra, e fin le vostre persone col credere in Dio, voi, i figli e tutti coloro che compongono la famiglia. Egli è impossibile potere salvare una società, quando affatto non si creda in Dio. Sarebbe inutile domandare alle nazioni milioni e milioni di lire per costruire fortezze da tenervi incatenati i malvagi, perché senza credere in Dio, diventerebbero malvagi tutti! Sarebbe inutile assoldare eserciti di poliziotti per metter le mani sul collo ai malfattori, perché potrebbero anch’essi diventare i manutengoli dei commettimale! Ma, mi si dirà, eh non si potrebbe fare rispettare la rispettare la giustizia?… Ma che dite Quando non si crede in Dio, ciascuno può alla sua volta dire « è giusto ch’io mi prenda tutto quello che è buono per me! » Ah! che il mondo allora diventerebbe un’aspra orrida selva, in cui gli uomini come le tigri e i leoni, si scannerebbero l’un l’altro a fine di torsi di bocca la preda; eh sì che sarebbero ben più feroci di quelle belve; perché colla ragione si farebbero più maliziosi a commettere il male. Lo vediamo noi talora, che alcuni tristi, senza più credere in Dio, compiono tali atrocità, che non farebbe niun feroce animale! Né io parlo a caso; la storia moderna ce ne dà una grande prova e spaventosa. Udite: nella rivoluzione di Francia l’anno 1799 uomini increduli alzarono l’orrido grido « Non vi è Dio, e noi siamo liberi di fare quello che ci talenta. » Allora fattisi essi orda di assassini feroci in soli tre mesi scannarono novantaquattromila persone!… Col furor di demoni furibondi ammazzavano e ammazzavano incessantemente, collo scherno e solo pel piacere d’ammazzare !!! Ma… ma subito, appresso a loro altri assassini sorsero ad ammazzar quei carnefici; finché in quell’uccidimento universale un capo carnefice galeotto d’inferno, Robespierre, alzò il suo braccio tuffato nel sangue umano e scrisse a caratteri tremendi sul frontone del palazzo della giustizia « bisogna credere che esiste Iddio »; e propose questo vero per legge fondamentale della repubblica… Ma se niente è più giusto, niente più ragionevole, niente più necessario, per poter vivere alla meglio in questa povera vita che il credere in Dio, è tanto più necessario credervi per salvare l’anima nostra. Fermiamoci un momento a pensare a noi. In mezzo a tanti dissennati, furiosi, ed assassini dei quali sarebbe pieno il mondo, ove non si credesse in Dio, tristi noi! non potremmo sapere né donde veniamo, né che cosa abbiamo da fare, né dove andiamo a terminare. Noi meschini, saremmo come un povero augellino il quale scosso chi sa da che luogo, in una notte d’inverno scura scura, al lume di una finestra vola dentro una sala; in cui, oh che incanto! spira un’aura tiepida e olezzano fiori di primavera. Batte le aline e comincia a cinguettare: girando di qua, di là, senza accorgersi si trova uscito: di fuori ahi che un augellaccio cogli unghioni l’artiglia. Ei mette uno strido!… la civetta l’ha già divorato!… Anche noi, buttati nel mondo all’improvviso qui vorremmo folleggiare allegramente; ma ve? ve’, che quando pure non vogliamo pensarvi, senza fare posa, corriamo a gettarci….. ahimé! in gola alla morte!… Alla morte!… – Eh, signori, chi non temerà della morte?… Finché siam robusti nel frastuono del mondo possiamo ben correre da matti colla benda agli occhi fino al precipizio; ma arrivativi sull’orlo, nell’orror della morte, nell’abbandono delle forze, in tremendo silenzio, al colpo che ci fa cader senza vita si spezza la benda… O allora ci rimbomba spalancato davanti l’abisso dell’eternità; e noi cadere dentro, senza conoscerla affatto! Ah diamo indietro atterriti con l’eternità davanti al pensiero! Perché, miei cari, noi possiamo sforzarci di non voler credere all’eternità ma noi ne abbiamo già tal sentore, che se ci fermiamo a pensarvi, ci soffoca l’anima: Abbracciamoci nel petto spaventati e gridiamo tra noi: « SÌ… prima di affrontare l’eternità per restarvi sempre, noi abbiam bisogno di conoscere questa eternità tremenda in cui andiamo a terminare; ma per avere idea viva dell’eternità abbiamo bisogno di credere in Dio…. il quale solo ci dice che cosa sia eternità…. Ah sia ringraziato Dio il quale fin d’ora ci fa conoscere che possiam trovarci nell’ eternità in paradiso! Eh chi, chi non sentirà ora il bisogno di dire: « io credo in Dio che mi ha creato pel Paradiso? (Voglio dirvi ancora, che se noi siamo persuasi essere il credere in Dio il più giusto, il più ragionevole, il più necessario nostro dovere per tutti. per noi Cristiani è il dovere più caro e più consolante. Oh! se sapeste al contrario in quali stranezze certi uomini, che si dan l’aria di esser più sapienti di tutti! danno la povera testa, per non voler. credere in Dio! Dicono le più spaventose, ma insieme le più matte cose che immaginar si possano. Per dirvene alcune: ebbervi dei vecchi filosofi che sognarono essere le stelle che coi loro movimenti menano in terra gli uomini al loro destino. Altri poi sognarono che l’universo fu da prima pieno di atomi, come quei granellini di polvere che girano in aria. Eglino li fecero girare nella Ior fantasia; e gira e gira quei granelli si avviacinarono, e così uniti formarono la terra; e si congegnarono a formarsì in piante, poi s’impastarono in corpi animati e si disposero in mille e mille vene, in milioni di nervi sottilissimi e così ben diramati tra le carni, tutto unendosi insieme formarono corpi vivi e diventarono così svariati animali. Ma se voi la prima cosa domandate a tutti loro: chi abbia in prima create le stelle, e chi abbia plasmato quei granelli da far andare intorno con tanto giudizio; quale risposta fanno essi? niuna ragionevole. E per vero, a che domandare la ragione di queste cose ad uomini, che non credono nella ragione di ogni cosa che è Dio? Eppure dopo tanti errori non volendo ancor niente imparare dall’esperienza anche ai nostri tempi uomini orgogliosi, e testardi nell’empietà che non vogliono in alcun modo credere a Dio. Costoro i quali si danno l’aria di saper tutto colla lor testa, proprio nei belli nostri dì sognano le più triste cose del mondo. – Inorridite sol di questa! Non hanno vergogna di dire che con tutte le cose dell’universo, noi e i sassi e le piante e le bestie, siamo tutti insieme una sola sostanza: quindi una cosa sola che si va travolgendo; e ora si fa sasso duro, poi si sviluppa in pianta; poi diventa animale; e poi si muta in nostra persona!…. Così ché, se ve la lasciate dare ad intendere da queste povere menti, noi tutti insieme siamo una sola persona; e l’anima crudele di Nerone che scannava la propria madre, e l’anima così bella e santa di s. Luigi che moriva per assistere gli appestati; e anche noi, proprio noi, qui siamo carne ed ossa e un’anima sola cogli assassini che in quest’ora aguzzano il coltello per sgozzare i nostri prossimi! Proprio adunque noi, una sola persona coi più tristi malfattori? Dio benedetto! Queste torbide menti gonfie d’orgoglio sono come dice lo Spirito Santo quasi fiotto di fiero mare in burrasca, fluctus feri maris de spumantes suas confusiones!). La Chiesa vede che la povera famiglia degli uomini anderebbe tutta in rovina, e sarebbe cosa disperata se sì desse ascolto ai cattivi che negano Dio, e siccome essa è stabilita da Dio stesso per salvare tutti, in questo ultimo tempo mise un grido d’allarme per avvisare che tutti pensino a salvarsi, fino ai suoi nemici. Proprio come gli Apostoli della Chiesa nascente, i quali, ricevuto lo Spirito Santo, uscirono sulla porta del Cenacolo con s. Pietro alla testa gridando di adorare per Salvatore Gesù Cristo affinché si salvassero tutti anche quei disgraziati che lo avevano crocifisso, medesimamente la Chiesa adunatasi nella persona dei Vescovi del mondo nel Concilio Vaticano a Roma sulla Pietra che sta sempre salda in mezzo a tutte le rovine, fin sul bel principio si ferma con essi sulla porta del Concilio, e come rivolgendosi indietro da farsi sentire anche agli infedeli che sono fuori, e fino ai suoi nemici, grida forte nella prima Costituzione che, se vogliono conservare un resto di ragione, di buon senso e di umanità e non distruggere da indemoniati ogni ben sulla terra, bisogna credano in Dio, e scappino via come dai figliuoli del diavolo e scomunicati, da coloro che dicono che la ragione umana è indipendente, e che quindi può intendere tutto da sé, senza alcun bisogno di credere in Dio. Si! Costoro sono scomunicati. (Const. 1a Concilii Vaticani, Def. de fide in CAN. 1). E perché vi sono dei poveri disgraziati che fan contro alla propria ragione, e sono così cattivi da volere fino negare che vi sia Dio Creatore e Signore di tutte le visibili e le invisibili creature, costoro, dice la detta Costituzione, siano scomunicati, e voi guardatevi da loro come dai maledetti che non fanno più bene, se non si convertono. (Conc. Vat. De fide 1. c. 1). Se poi vi saranno alcuni così svergognati da aver l’audacia di dire che non esistono che queste materiali cose: « (C — C. 2); se vi saranno uomini così perduti e senza buon senso da dire che questo mondo materiale e Dio Creatore Onnipotente ed infinito sono la istessa sostanza, fuggite, fuggite da questi che sono scomunicati; essi di fatto non son più degni di essere della famiglia dei figliuoli di Dio cui disonorano così orribilmente. A questo modo la Chiesa condannando questi orribili errori grida forte, e vorrebbe farsi sentire fin dagli infedeli, perché almeno conservino un certo resto di ragione umana e non si perda l’umana famiglia. Ma io ho già nominato varie volte la Chiesa, senza avervi spiegato che cosa ella sia; perché io tratto con voi come coi ben amati figliuoli di Lei nella candida semplicità che vuole l’Evangelio. Voi siete nati di famiglie cristiane in seno alla Chiesa e perciò la conoscete già, come i bambini la madre. Il bambino, benché non sappia la storia dei dolori e dell’amor della madre, pur in vedendola nella faccia che ella è tanto buona per lui, che le porge il seno; la conosce nel cuore dagli occhi, e le dice tutto colla prima parola « mamma »: poi s’abbandona in braccio a lei, e palpitando cuore a cuore d’accordo, si sente subito dire da lei le belle cose che gli fan tanto bene. Medesimamente anche voi, senza che io vi abbia spiegato che la Chiesa è la gran famiglia cristiana; che alla Chiesa di Gesù Cristo diede per Capo il Papa e l’assicurò, che non fallirebbe mai nell’insegnare le verità della fede; e che al Papa sono uniti i Vescovi come le membra, per regolare i fedeli, voi la conoscete già in qualche modo la Chiesa. Sicché già fin dal primo momento che i vostri genitori vi menarono in casa della Madre nostra (e noi qui vi abbiamo detto: ascoltate ché vi parliamo in nome della Chiesa,) voi vi siete accorti che i fedeli vanno d’accordo col Parroco, il parroco s’intende col Vescovo; che i parroci e i Vescovi sono uniti col Papa; e così voi conoscete che tutti uniti, come in un corpo in questa nostra gran famiglia la Chiesa, quando siete alla Dottrina, vi trovate come tra le braccia di vostra madre, la quale vi dice tutto che è bene per voi. E per dirci tutto che ci ha da far bene, in sul bel principio ci fa ripetere «io credo in Dio. » Questa gran madre nostra, la Chiesa fa come la genitrice dei Maccabei. Udite bel fatto che veramente è una edificazione. Quel crudo tiranno che era il re Antioco, il quale martoriava coi più squisiti tormenti i fedeli Ebrei, per far loro abbandonare la religione del vero Dio, aveva fatto trucidare sugli occhi di quella povera madre sei de’ suoi figliuoli. Pensate! Ella se li vedeva davanti buttati là cadaveri l’un sopra l’altro macellati orribilmente!… E qui, e qua sparsi per terra, i piedi e le mani troncate, le lingue loro strappate di gola, e fino i capelli colle pelli della testa stracciate via. Vi restava l’ultimo figliuol giovinetto. A lui quel mostro d’Antioco faceva le più lusinghiere promesse di ricchezze, di onori; assicuravagli un paradiso in terra da godersi per sempre quando attestasse di non credere in Dio… Dall’altra parte, se volesse continuare a credere in Dio, gli faceva vedere preparati coltelli e tenaglie, e un toro di bronzo infuocato da abbrucciarlo dentro vivo. In quell’orrido cimento, ecco, si slancia in mezzo la madre tra il tiranno e il figlio gridando: a me a me, che voglio dar io un buon parere al figliuol delle mie viscere… L’abbraccia nel petto e figliuol del cuor mio, non son io che ti creai; guarda, guarda al Cielo e colassù è Dio, il Creator che t’ha dato tutto! Cara la vita mia, sappi morir per Dio! » Egli morì martire; e noi li veneriamo tutti santi colla madre quei sette figli il dì primo d’Agosto. – Or miei cari fratelli, anche noi siamo in un mondo che non vuol più sentire parlare di Dio. La Chiesa vi abbraccia nel petto e vi grida: figliuoli! questa gentaglia è tutta intesa a far danari e godere, e par che vi dica in faccia con uno scherno da maligno demone: a che pensate voi a Dio? buona gente: siete ancora tanto ignoranti? E che ha da far Dio con noi? » Ma noi alla nostra volta risponderemo: stiamo a vedere che hanno creato il mondo questi miserabili! Vermi che da poc’ora strisciano nel fango e che a momenti resteranno nel loro fango schiacciati e sprofondati nell’inferno. Ah! noi un po’ di ragione l’abbiamo ancora da credere che vi è Dio che tutto creò: e noi siamo ancor tanto buoni da credere in Dio, più che a tutti ì più cattivi del mondo i quali tentano di fargli guerra. Terminerò, per farvi coraggio in questi poveri tempi, col raccontarvi un bel fatto avvenuto proprio qui in questo nostro paese d’Italia. Fuvvi un tempo, non dissimile dal nostro, in cui eretici paterini col furor di demoni in carne, per far guerra a Dio, volevano toglier via le leggi della Chiesa, sconsacrare il matrimonio, distruggere le famiglie, metter tutto a ruba, e gittar gli uomini come un branco di bestie feroci a sguazzare in orrende carnalità. Avrebbero allora, come vorrebbe fare certa bordaglia d’adesso, fatto del nostro paese il ricettacolo d’ogni ribalderia. Un fanciulletto in Verona, scivolando via di mezzo a quei tristi, che erano pure nella sua casa, spesso correva nella Chiesa cattolica alla dottrina, quale appunto noi facciamo e voi che qui venite. Un dì un cattivo della sua famiglia, disse sgridandolo; sapete voi, che questo pezzo di piccol santuccio di Pedrino usa alla dottrina dei preti? Ohé cattivello! e che cosa hai tu imparato alla dottrina? Il fanciulletto con bel coraggio: ho imparato, risponde franco, ho imparato a dire: io credo in ‘Dio! e sì veramente io credo in Dio; e perché credo in Dio, credo per conseguenza che non siete voi che mi avete creato: perché credo in Dio, voglio vivere come comanda Iddio; perché credo in Dio, voglio andar alla Chiesa, e adorarlo senza rispetto umano; perché voglio salvarmi in Paradiso con Dio. Fattosi religioso combatté poi sempre per difendere la religione, finché gli eretici assassini un bel dì da un bosco gli saltarono alla vita, e lo colpirono di coltello nella testa. Ahi! scorreva giù il sangue dalla faccia, ed egli, bagnato il dito in esso cadendo per terra scrive, (sentite, e piangete!) scrive col suo sangue: io credo in Dio Pa… Voleva scrivere ancora sulla terra il resto della parola Padre; ma volò in Cielo a ripeterla col linguaggio dei beati. Questi è s. Pietro martire. Anche voi, anche voi andate a casa dopo questa dottrina, e dite ai cattivi: non mi lascerò ingannare da voi; ho imparato che bisogna credere in Dio, e perciò voglio vivere come vuole Iddio, perché tocca a me mettere in salvo l’anima mia, per essere in Paradiso con Dio. Ecché, figliuoli? non vi sentite come di stare meglio? di avere cioè ascoltato una parola che faccia bene al vostro cuore; e quasi di aver dato un buon cibo all’anima vostra? Non è vero che la Chiesa ci ha trattato da madre in questa dottrina? Gettiamoci dunque alle ginocchia di Gesù qui con noi nel Sacramento. Ma, aspettate: ché prima di partire dalla Chiesa vogliamo fare come buoni figliuoli i quali nell’andar via dalla tavola della madre pigliano con bella confidenza un qualche bocconcino o confetto il più buono da portarsi seco ritornando a casa propria. Così noi faremo sempre, dopo la dottrina, un po’ di esame; e poi raccoglieremo le verità che abbiamo spiegato per vedere un po’ quanto abbiamo da fare dopo le cose udite. Fermiamoci adunque: io farò con voi l’esame; poi verremo alla pratica e vi farò un po” di Catechismo.

AVVISO.

Terminata la predicazione, mentre il popolo è tutto impressionato delle grandi verità che il buon predicatore ha scolpito nei loro cuori in questo istante di solenne silenzio si fa fare l’esame. Noi non abbiamo pretensioni di sorta: ma, del frutto che se ricava ci appelleremo all’esperienza di quelli che lo praticheranno. Dopo un momento di silenzio, quando il popolo è in ginocchio si ripiglia come per formulare il fato esame.

1° Voi ben vi accorgete che tutto il male viene nel mondo dal non credere in Dio.

2° Vedete troppo anche voi che il demonio e il mondo cercano tutte le maniere per impedire che pensiamo a Dio, sì, che di Dio non si parla ormai più nelle nostre famiglie e neppur anco nelle scuole alla gioventù studiosa.

Pratica.

1° Noi, sì, crediamo in Dio Creatore di tutto: e vogliamo sempre credere in Dio, e non lasciarci ingannar dai tristi che non vorrebbero che noi credessimo in Dio.

2° Ringraziamo Dio che ci ha dato la grazia di credere in Lui. Crediamogli: Egli è il Sommo Bene, faremo quello che Egli ci farà conoscere di dover fare per essere poi con Lui beati in Paradiso.

Catechismo.

Se dunque prima di tutto bisogna credere in Dio ed aver la fede in Lui, ditemi se vi ho spiegato bene fin da principio, e rispondetemi:

D. Prima di tutto che cosa è necessario fare per salvarci?

R. Prima di tutto per salvarci è necessario credere in Dio, cioè avere fede in Dio. (s’insegna a ripetere).

D. Che cosa è la fede?

R. La fede è una virtù infusa da Dio nelle anime nostre, con cui Dio ci illumina, ci inspira, ci aiuta a fidarci interamente a Lui, a credere in Lui e a credere tutte le verità che ci fa insegnare dalla Madre Chiesa. Ora andremo a casa e ci ricorderemo sempre, ditelo neh!! con me, che siamo ben contenti di essere Cristiani, e di credere tutto quello che Dio ci fa insegnare dalla Madre Chiesa: e, in ogni luogo fuggiremo dai cattivi, che parlano contro di Dio e contro la nostra Santa Religione.