VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 18

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (18)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XI

Della povertà

VII

Altri motivi della povertà.

Dio è tutto il nostro bene. — Chi ha vera fede non può attaccare il cuore alle cose visibili. — I Cristiani non sono di questo mondo, ma seguaci di un Capo povero; — missione di Gesù Cristo.

– Dio è l’unico nostro vero bene; Egli in sé stesso è il bene universale che soddisfa e compie pienamente tutti i desideri di coloro che lo possiedono. Le adorabili persone della S. Trinità sono infinitamente ricche e beate nel possesso dell’Essenza divina. Gli Angeli e Santi del cielo, nel possesso di Dio sono perfettamente soddisfatti nei loro desideri che sono di una capacità immensa. Così avviene pure dei giusti sulla terra, i quali essendo riempiti della sovrabbondanza di Dio, sono pienamente contenti e saziati da un tale godimento. Dio è talmente il nostro bene che è tutto il nostro bene; posseduto in grado anche minimo, ci accontenta e ci sazia più di tutti i beni del mondo. Questi non hanno nessuna consistenza, e l’uomo non vi può trovare nulla che riempia e soddisfi pienamente il suo cuore. Il nostro cuore, infatti, è creato per Dio che è il suo vero bene, quindi fuori di Dio non trova che vacuità, vanità e inganno: Dio solo può perfettamente saziarlo. Dio è così perfetto e contiene con tale eminenza e pienezza tutti i pregi delle sue creature, che nel minimo possesso e godimento di Lui noi gustiamo ogni sorta di beni, dimodoché coloro che lo possiedono, sia sulla terra sia in cielo, trovano in Lui ogni gioia, ogni soddisfazione, ogni riposo e ogni felicità. –  Era questa la verità che Nostro Signore voleva farci intendere, quando diceva che se saremo poveri di spirito, vale a dire distaccati da tutto, il Regno dei Cieli sarà nostro; ora, il regno dei Cieli è Dio medesimo che include in sé la pienezza di tutti i beni. Il Figlio di Dio è disceso dal cielo e venuto sulla terra, non soltanto per distaccarci dai beni del mondo, ma pure al fin di procurarci i beni veraci, mediante la privazione di quei beni che sono tali solo in apparenza. – Perciò i figli della fede non possono più attaccarsi alle cose visibili di questo mondo e neppure considerarle con amore; perché  la fede, che è il principio della loro condotta e della loro vita, li porta alle cose invisibili e fa che unicamente amino queste. I figli della fede sono morti ai sensi e alla generazione del loro primo padre; non possono più attaccarsi alla terra né perdersi nelle creature, non possono più amare questo mondo che venne fatto per Adamo e i suoi figli. – La fede ci fa considerare Dio come il bene unico e sovrano che trovasi nascosto in tutto ciò che si vede; ci fa considerare tutte le cose nella verità, in Dio di cui sono effetti e immagini e in cui sussistono; quindi ci obbliga a dire a tutte le creature: « Voi non siete che menzogna »; e a Dio invece: « Voi siete tutta la mia verità e verrà giorno in cui distruggerete tutte queste figure, per comparire Voi solo, come il vero ed unico mondo dei fedeli ». Dio non è soltanto l’unico vero bene che possa arricchire gli uomini, ma vuole ancora dare sé medesimo ai Cristiani che sono distaccati da tutto. Ad Adamo si era dato, ma nascosto sotto le creature tutte; vedendo poi che queste creature erano un pericolo per l’uomo perché lo distraevano e lo trascinavano alla rovina, Dio si è compiaciuto di sciogliersi e spogliarsi di tutto, per darsi tutto solo, nel Cristianesimo, in possesso alle anime. – Egli vuole perciò che i Cristiani sì contentino di possederlo spoglio di tutto, che si portino a Lui come si dà Lui medesimo, in perfetta nudità spirituale, senza altro mezzo per abbracciarlo e possederlo che la sola fede. È questo lo stato più santo che può esservi, cioè possedere Dio in sé stesso, tal quale Egli è, senza nessun ostacolo, senza nulla tra Lui e noi che ci trattenga e possa essere di impedimento o di inganno. Quando ci troviamo in tal stato, Dio ci riempie pienamente e ci sazia senza che in noi rimanga né vuoto né nausea. Nel Cielo Dio si dà in possesso ai santi, senza nulla di mezzo e senza figura; così vuole che l’anima del Cristiano sia vuota di tutto e libera da ogni cosa creata, disposta così a riceverlo in nudità spirituale e povertà di spirito. Beata quell’anima che in tale distacco da ogni cosa conosce è gusta il suo Dio! Felice lo stato dei Cristiani, poiché tutti sono chiamati a questa grazia.

***

I Cristiani non sono di questa mondo.  De mundo non estis (Joann., XV, 19). Il battesimo, essendo una nuova nascita, li trapianta pure in un altro mondo, li fa diventar cittadini di un’altra città e membri di un altro regno. Questo regno è il regno di Dio, nel quale veniamo introdotti dalla Fede, che ci mostra altre ricchezze da possedere e un altro Re da servire ed onorare, altri piaceri da godere, altra terra da abitare, altra aria da respirare, altra luce per dirigerci. Ora, il primo articolo dello statuto di questo regno, la prima condizione» richiesta per entrarvi, è la povertà: Qui non renuntiat omnibus quæ possidet, non potest meus esse discipulus. Chi non rinunzia atutto ciò che possiede, non può essere mio discepolo (Luc. XIV, 83). Beati i poveri di spirito perché ad essi appartiene il Regno dei cieli! Il gran Re di questo nuovo mondo è Gesù Cristo, ma Gesù Cristo è povero. I Principi della sua corte, i Santi Apostoli, sono poveri; la Signora e Regina di questo regno, la Madonna, è povera. Tutti i cortigiani e tutti i nobili, vi sono poveri; anche gli Angeli, vi sono privi di tutto. Come si potrebbe vedere un ricco in mezzo a tanti poveri? – Se alla corte in cui tutti sono ricchi, si presentasse un povero, vi sarebbe odioso e sarebbe subito scacciato. Parimenti nel Regno di Gesù, dove i cortigiani sono poveri, un riccone non può entrare e neppur presentarsi alla porta, senza esserne scacciato e vergognosamente respinto (Questo va inteso dell’attacco alle ricchezze e non del possesso). Nostro Signore scaccerà dal suo banchetto colui che non è rivestito della veste nuziale e ordinerà di gettarlo, mani e piedi legati, nell’inferno. La veste nunziale è la santa povertà; è questa la santa livrea dello Sposo. Egli stesso dichiara che i ricchi non possono venire accolti e ammessi al suo banchetto e nel suo regno: Oh! quanto è difficile che i ricchi entrino nel regno dei cieli! L’Epulone non vi entra, ma i poveri vi sono ben accolti con Lazzaro perché a loro appartiene il regno dei Cieli. Il regno dei Cieli non è di questo mondo. Qui si stimano felici i ricchi (Beatum dixerunt populum cui hac sunt, Ps. CXLII), ma nel regno di Gesù Cristo, la cosa è ben diversa: Beati pauperes: Beati i poveri! Il regno del mondo è un regno da teatro; il regno di Gesù Cristo è regno verace, e vi si regna eternamente.

VIII.

Il male dello spirito di proprietà.

Effetti micidiali dell’amor proprio.

Non v’è nulla di più contrario al Cristianesimo che lo spirito di proprietà Il Cristianesimo, infatti ha la sua origine in Gesù Cristo; ma Gesù Cristo forma i suoi membri sul modello di sé medesimo; orbene, Gesù Cristo, mentre è uomo, non ha personalità umana, ma sussiste nel Verbo. Perciò lo spirito del Cristianesimo vuole che i Cristiani dal tronco di Adamo siano trapiantati e trasformati sul Verbo incarnato, e siano da Lui vivificati e come innestati in Lui, e così non siano più in sé medesimi, né più vivano della propria vita, ma operino soltanto in Lui. (Rom., XI, 24; Joann., XV, 6-7). Di nulla dunque dobbiamo avere orrore come dell’amor proprio; questo ci priva della pienezza del Verbo, della sua vita e della sua azione in noi, e ci rende membra inutili nell’ammirabile Corpo mistico di Gesù, membra che non sono adatte a nessun bene vero e solido. Con l’abnegazione di noi stessi invece, saremo stabiliti in Gesù Cristo, nel suo corpo saremo tutto e in Dio saremo capaci di tutto; Perciò Nostro Signore, nel Vangelo, ha posto l’abnegazione come il primo passo che bisogna fare nella vita cristiana: Se qualcuno vuol venire dietro a me rinunci a sé stesso; perché lo spirito proprio, l’attaccamento a sé stesso, chiude la porta a Gesù Cristo. Egli, infatti, non può entrare nell’anima ripiena di sé medesima, né riempirla della sua vita divina; quindi lo spirito proprio è sorgente inesauribile di ogni sorta di mali e di peccati. Adamo, nello stato di innocenza, non era attaccato a sé medesimo, ma era tutto rivolto a Dio; col suo peccato si è reso proprietario, ossia tutto dedito a sé stesso e quindi padre di ogni peccato; e i suoi discendenti, avendo ricevuto da lui col peccato lo spirito di proprietà, in questo trovano la sorgente di tutti i vizi e di tutte le impurità. – L’amor proprio è un mostro spaventoso, mare orrendo di ogni peccato, come l’abnegazione è il compendio della perfezione e il principio della vita e delle virtù cristiane. Colui che vive nell’abnegazione, nella rinuncia a sé medesimo, non è più attaccato a nulla; non ha più né prudenza umana, né falsa sapienza, non ha più né  desideri propri, né volontà propulsoreria; perfettamente docile alle leggi dello Spirito, si abbandona senza la minima resistenza alla santa direzione ed alla divina mozione dello Spirito medesimo; in una parola egli entra nel regno e nel dominio di Dio.

IX.

Effetti contrari dell’amor proprio e dell’abnegazione.

Il Cristiano mosso dall’amor proprio:

Il Cristiano che pratica l’abnegazione:

1. Non pensa che a sé: è egoista.

1. Esce fuori di sé medesimo e pensa agli altri.

2. È pieno di sé medesimo.

2. È vuoto di sé medesimo.

3. Confida in se stesso e si appoggia su se stesso.

3. Diffida di se stesso e confida in Gesù Cristo.

4. Si occupa sempre di sé.

4. Dimentica sempre se stesso,

5. Ha stima soltanto di sé.

5. Disprezza se stesso.

6. Vuole comparire ed emergere.

6. Si nasconde e sta ritirato.

7. Cerca le lodi e ne è invaghito.

7. Si confonde nelle lodi e le fugge.

8. Parla di sé.

8. Non parla mai di sé.

9. Sopporta a stento che si lodino gli altri,  non parla delle buone qualità del prossimo, o se ne parla, le diminuisce.

9. Gode delle lodi che si danno al prossimo e ne pubblica con piacere le buone qualità

10. Non può soffrire di essere contraddetto; non cede a nessuno.

10. Non è mai ostinato, ma si sottomette a tutti.

11. È fisso nel proprio sentimento; disprezza ogni consiglio, non ha deferenza che per il proprio parere.

11. Diffida sempre del proprio giudizio; apprezza e onora il sentimento altrui e vi accondiscende

12. Nelle opere, conta sulla propria virtù, senza curarsi della propria debolezza.

12. Opera sempre col pensiero del proprio nulla, unendosi alla virtù di Gesù Cristo.

13. Segue sempre la propria volontà e vuole essere indipendente da tutti.

13. Si mantiene sempre nella giusta dipendenza; nella volontà dei Superiori, considera, quella di Gesù Cristo.

14. Tutto riferisce a sé stesso, vuole tutto per sé, attira tutto a sé, non desidera alcun bene che a sé medesimo.

14. Non vuole nulla per sé e non desidera del bene che al prossimo.

15. In ogni cosa si appoggia alla propria virtù.

15. In ogni cosa opera nella virtù di Dio.

16. In ogni cosa ama e cerca la propria soddisfazione.

16. In ogni cosa ama e cerca il distacco da sé stesso.

17. È attaccato ad ogni cosa.

17. È libero e sciolto da ogni attacco.

18. Si singolarizza in tutto

18. Segue la via comune, interiormente ed esteriormente.

19. Sta male con tutti.

19. Sta bene con tutti.

20. Avendo stima di sè più di tutti gli altri, si ritira da tutti, si compiace di stare con sé medesimo e con quelli che lo stimano e l’approvano.

20. Stimando sé stesso meno degli altri, sta volentieri con tutti, come il più piccolo di tutti, senza curarsi di essere veduto, né stimato, né amato.

21. Attira il mondo a sé e lo attacca a sé; estende la sua personalità, unendo tutti gli altri a stesso, distaccandoli dagli altri per amor di se stesso.

21. È distaccato da tutto il mondo e cerca portare tutti a Gesù Cristo secondo l’ordine della società.

22. Vorrebbe riempire di se stesso il cuore e la mente di ogni creatura.

22. Vorrebbe riempire tutto il mondo dell’amore e della conoscenza di Gesù Cristo.

23. Ama la pietà quando prova consolazioni, quando si trova nell’abbondanza ed è stimato; lascia tutto quando si trova nell’aridità o nella desolazione, o è disprezzato.

23. È sempre uguale a se stesso nell’aridità e nell’abbondanza, che sia stimato o disprezzato; in qualsiasi stato non pensa né si occupa che di  servire Gesù Cristo.

24. Sempre vuole comandare, parla con alterigia e ordinariamente ad alta voce.

24. Sempre si compiace di obbedire; a tutti parla con rispetto e dolcezza, e tutti considera come suoi superiori.

25. Vuole per sé ciò che vi è di migliore, sia negli abiti, come nel cibo o nell’alloggio ecc.

25. Si contenta in ogni cosa di ciò che vi è più semplice e più modesto.

26. Vuole comparire come l’autore di ogni cosa e brama che tutta la gloria ne sia unicamente resa a lui.

26. Non vuole comparire come l’autore, neppure del bene che fa e ne rinvia tutta la gloria agli altri.

27. Vuole essere considerato come indispensabile in tutto; e fa ogni sforzo perché il mondo ne sia persuaso e così abbia stima di lui.

27. Si sforza di aprir gli occhi al mondo perché riconosca che Dio è l’autore di ogni bene e quindi procura di annientarsi dappertutto al cospetto di Dio.

28. Sempre agitato, turbato, irrequieto; sempre affettato e impigliato, sempre timido, leggero e incostante.

28. Sempre tranquillo e uguale a se stesso, sempre pacifico, coraggioso e contento, sempre disinvolto e pronto a tutto.

29. Ordinariamente triste, cupo e preoccupato.

29. Sempre lieto, colviso aperto e la mentelibera da fantasie.

30. Diventa di cattivo umore per una minima parola, si offende di tutto e sospetta che tutto quanto si dice o si fa, si riferisca alla sua persona.

30. Non si offende di nulla; tutto sopporta senza che il suo cuore si agiti, non pensa mai che si sia occupati di lui né che si abbia intenzione di offenderlo.

31. Nei buoni successi del suo amor proprio e della sua superbia, si abbandona ad eccessiva gioia; è volubile e passa dalla gioia al malumore a seconda degli incidenti, cosicché talora è irriconoscibile.

31. Non considera le cose in riguardo a se stesso ma unicamente a Dio, in ogni evento sta sempre unito a Dio, quindi è sempre del medesimo umore.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 19