VITA E VIRTU CRISTIANE (Olier) 17

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (17)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935 Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XI

Della povertà

V.

Fondamenti della povertà.

Gesù Cristo che vive in noi è il nostro vero tesoro. — Dio si contiene ogni bene. — Dobbiamo già vivere la vita dei santi in cielo. — Esempio di Gesù Cristo. — Felicità dell’anima che sì abbandona alla bontà e Provvidenza del Padre dei cieli. — Ancora i grandi esempi di Gesù Cristo.

Noi siamo chiamati a partecipare alla vita di Dio in Gesù Cristo; la nostra vita come quella di Gesù è nascosta in Dio; Dio la infonde in noi come l’ha infusa nel Figlio suo, col renderci partecipi delle disposizioni, dei sentimenti e delle virtù di questo suo Figlio. Dio nel Figlio suo abita nel suo splendore divino; vive in Lui nella sua Maestà, dimodoché Gesù Cristo possiede una gloria cui nulla può paragonarsi (Lucem in habitat inaccessibilem. I Tim., VI. 16); poiché è rivestito di un tale splendore di divine ricchezze che tutte le cose, in confronto, non sono che polvere e fango. Tutte le ricchezze della terra non sono che vili cenci, a paragone con la gloria di Dio. Perciò Nostro Signore, essendo ora entrato perfettamente nella grandezza di Dio suo Padre, dopo il ritorno al cielo sta infinitamente più lontano dalle cose naturali che non durante la sua vita mortale; in questa Egli lasciava che i discepoli avessero nelle mani qualche po’ di denaro, per il mantenimento della sua vita e per il sollievo dei poveri. – Nostro Signore, anche durante la sua vita mortale, sempre viveva in Dio e interiormente sempre abitava nello splendore della divina Gloria. Nel suo interiore Egli partecipava all’essere del Padre suo ed era essenzialmente ricco di tutte le divine ricchezze di Lui, perciò non poteva desiderare né apprezzare quelle della terra; ogni cosa ai suoi occhi era vile, ogni cosa era indegna della sua stima. Così l’anima ritirata in Dio e rivestita delle disposizioni di Gesù Cristo, mentre trova in Lui ricchezze così preziose, non può gustare i beni terreni; se ne avesse la minima stima, sarebbe simile ad un re che non essendo soddisfatto della sua gloria e della sua Maestà, portasse invidia all’abito cencioso di un mendicante come se col rivestirsene, diventasse ricco e facesse bella comparsa. Siamo dunque obbligati alla povertà e al distacco da tutti i beni, a motivo delle ricchezze immense e infinite che troviamo in Dio. Al confronto di queste, tutte quelle della terra sono un niente: possedendo Dio le possediamo tutte in eminenza.

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Dio tutto contiene in sé; Egli è la sorgente e l’origine di tutti i beni. Egli li  possiede tutti senza l’imperfezione e la viltà che hanno nelle creature. — Dio è per eccellenza ogni ricchezza, ogni grandezza, ogni bellezza, ogni splendore: perciò colui che sta in Dio è libero da tutto e possiede tutto. In tal modo, i Santi essendo usciti da questo mondo, dopo la risurrezione abiteranno in Dio in corpo e in anima, È tutto avranno in Lui. Non avranno più bisogno di usare di nessuna creatura: in Dio troveranno il loro mondo. Dio non si darà più ai Santi sotto la molteplicità di quelle vili creature che servono all’uomo per il mantenimento o la conservazione della vita; ma sarà per sé stesso la pienezza che soddisferà tutti i loro desideri; Egli li circonderà, li abbraccerà, li sazierà di sé medesimo. Questa felicità, Dio ce la fa pregustare fin da questa vita, quando lo possediamo perfettamente. Perché in quella guisa che una spugna ripiena d’acqua è tutta penetrata dalla sostanza dell’acqua in tal modo che i suoi vuoti ne sono tutti riempiti; così Dio dà soddisfazione a tutti i bisogni e a tutti i desideri dell’anima che lo possiede: l’uomo non può più nulla desiderare, quando possiede un Dio che è il suo Tutto: Deus meus et omnia. – Le ricchezze non sono altro quaggiù che ombre e figure di Dio; a loro modo contengono in eminenza tutte le creature, e le porgono all’uomo per i suoi bisogni. Infatti, per mezzo dell’oro e dell’argento, noi attiriamo a noi tutte le creature; quei metalli che, per una benigna provvidenza di Dio, sono per gli uomini di un valore incredibile ci servono ad acquistarci e procurarci ogni cosa. Ma, l’anima che fin da questa vita vive in Dio, che incomincia a gustarlo e nutrirsi di Lui, e vede già qualche raggio della gloria di Lui e del suo divino splendore, non può avere né stima, né gusto, né gioia, né desiderio, né amore per la meschinità delle cose di questo mondo, perché queste non sono che figure e apparenze: la figura si lascia senza difficoltà quando si vede la verità. Nostro Signore in questo mondo viveva nel godimento e nel possesso di Dio; l’anima sua era abbeverata e saziata di ciò che Dio è in sé medesimo; così, in Dio godeva ogni vero bene, né poteva provare nessun desiderio di ciò che ne è solo la ,scorza e l’involucro. In Dio suo Padre trovava Colui che saziava ogni suo desiderio, quindi, in questo mondo vile e basso, non poteva più nulla desiderare; è questa la disposizione di cui possono essere partecipi i Cristiani fin da questa vita, e che S. Paolo implorava per essi con queste parole: Che Dio, in Gesù Cristo Nostro Signore, riempia tutti i vostri desiderii, secondo l’estensione delle sue divine ricchezze. (Philipp. IV, 9). – Tuttavia, Nostro Signore usava talvolta dei beni di questo mondo per le sue necessità e per il sollievo dei suoi bisogni. Ma così ha fatto per santificarne l’uso; e siccome tra gli uomini, ciascuno in particolare ha bisogno per vivere di possedere in proprio qualche bene materiale dopo che il peccato ne ha tolto l’uso comune, Egli ha voluto insegnarci a possedere santamente ciò che la Provvidenza, nella sua misericordia, mette nelle nostre mani. Perciò, benché l’oro e l’argento siano in sé medesimo cose vilissime, abiette e spregevoli, Dio nondimeno ha voluto che l’uomo, nello stato di miseria cui trovasi ridotto, abbia amore e inclinazione naturale a possederli, perché così possa sovvenire alle necessità in cui Egli stesso lo ha posto in conseguenza del peccato. Tale inclinazione e tale desiderio sono un effetto della divina Provvidenza, nello stesso modo che Dio ci lascia l’appetito del cibo e delle bevande affinché ci conserviamo in vita. Ma il desiderio delle ricchezze, perché trovasi in noi in conseguenza del peccato, è un desiderio tirannico e famelico, molesto e inquieto. Orbene, le anime grandi nella grazia e intimamente unite a Dio, perché in Lui godono tutto, perdono il desiderio di questo mondo. Se lo provano ancora per le loro necessità è un desiderio calmo, spesso anzi è un desiderio così morto in esse che non ne hanno il minimo pensiero. Le anime apostoliche, che nelle comunità vivono in Dio, hanno il vantaggio di poter con facilità tenersi liberi da questi desideri e da queste cure, perché vedono Dio presente in sé medesime, il quale provvede a sufficienza ai loro bisogni, e porge loro quanto è necessario per tutte le loro necessità. Le loro cure, quindi sono riposte in Dio medesimo, il quale è tutto per esse, come esse sono tutte dedicate a Lui e non vivono che per Lui.

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Oh quanto è felice in questo mondo l’anima che in tal modo non pensa che a Dio, e vive libera dalle cose materiali! Essa serve Dio, vive per Dio, occupata unicamente di Dio per il quale lavora incessantemente; e Dio pure da parte sua, veglia sulle necessità e sulla vita di essa. Oh, quanta fiducia può avere un’anima che così serve Dio cercandone il Regno e la giustizia! Non v’ha nulla di sicuro come la parola di Dio; essa vale più e meglio di centomila contratti; non può essere contraffatta, né alterata, né contrastata; essa è da preferirsi a tutte le rendite, a tutte le proprietà, a tutti i tesori, perché tutto questo può venir perduto. Tutto perirà: il Cielo e la terra passeranno, ma la parola di Dio non passerà mai (Matth. XXIV, 35). Beata l’anima che sa intendere la verità e la santa parola di Dio! O anima apostolica, che vivi dello Spirito Santo, che ti appoggi sulla parola del tuo Dio onnipotente, tutto vigilante, tutto amorevole! Perché occuparti di altro che di Dio? Dio non conosce forse i tuoi bisogni? – I pagani che non avevano la conoscenza d’una intelligenza universale, la quale veglia sulla necessità di tutti e nel suo amore non può soffrire indigenza nei suoi figliuoli, avevano ragione di stare in pena ed agitarsi con sollecitudine per il proprio mantenimento; ma noi, noi sappiamo che il Padre nostro vive in noi, vede tutti i bisogni della sua famiglia e sente l’afflizione e l’indigenza dei suoi figlioli (Matth., VI, 32.). Perché, dunque, tanta inquietudine e tanto affanno? Dio è Padre buono, tenero, pieno di carità, non si esaurisce nel darci i suoi doni, né da alcuno riceve quelle liberalità che ci elargisce. I padri naturali di questo mondo, talora sono avari, talora sono poveri, e nel dare s’impoveriscono ancor di più, spesso sono ben poco commossi per la miseria dei loro figliuoli; eppure non sanno rifiutar di dar loro quei soccorsi che essi domandano. Perché dunque non avremo noi una perfetta confidenza in Dio? (Matth., VII, 1). Perché non imiteremo Nostro Signore che viveva sempre in pace, in una tranquilla fiducia nella Provvidenza del Padre suo?

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Nostro Signore, in quest mondo viveva in uno stato di povertà, perché la sua vita era una vita di penitenza. Se lasciava che i discepoli ritenessero le limosine che gli si davano, era questo un segno di penitenza. Perché accettando così la carità e la misericordia che Dio suo Padre gli faceva per mezzo degli uomini, Egli si riteneva in dovere di conservare con grande reverenza tali preziosi doni, di cui si stimava indegno vedendosi carico dei nostri peccati; né voleva prodigare quei beni che riceveva dal Padre suo, considerandoli come cose che, a motivo del suo stato di peccatore, non aveva diritto pretendere e di cui pertanto doveva usare senza aspettare altri doni che non gli erano dovuti.  – In questo sentimento di penitenza. Il minimo dono che Egli riceveva era per Lui un gran tesoro. Non aveva nessun bene, nessuna rendita, nessuna limosina assicurata e vedendosi, per la sua qualità di peccatore pubblico, indegno della minima bontà di Dio, Egli viveva in una continua dipendenza dalla misericordia divina. In questa qualità, siccome teneva il posto di tutti i peccatori, niente gli era dovuto, anzi avrebbe dovuto essere privo di tutto; era dunque naturale che ricevesse le minime grazie, col più profondo sentimento della propria indegnità e con la massima stima e riverenza per la misericordia di Dio suo Padre. Egli doveva, inoltre, subire la privazione di ogni sollievo e di ogni ricchezza, perché faceva penitenza per tanti avari e ricchi, come per il lusso e gli eccessi di tutti gli uomini. L’obbrobriosa nudità che gli si fece subire sul Calvario, spogliandolo ignominiosamente delle sue vesti, fu la pena della vanità eccessiva con cui gli uomini si parano di abiti ricchi e suntuosi. Il presepio e la stalla con la paglia e il letame che vi erano, furono la pena del lusso sfrenato ed immodesto di tante case ammobiliate con tanta superbia e ornate di oro e di preziose decorazioni. La santa durezza della Croce, dove riposava nella sua morte, fu la pena di quei letti sfarzosi dove si commettono quelle mollezze e impurità che inondano il mondo. La Chiesa ha stabilito le astinenze per continuare la santa penitenza di Gesù Cristo. e le anime sante che hanno una tale particolare vocazione, devono essere vittime per i peccati del mondo e offrire soddisfazione a Dio nello Spirito medesimo di Gesù Cristo. Devono dunque essere povere, facendo così penitenza per i peccati che regnano sulla terra; devono, col loro esempio, condannare il lusso e per questo gemere sul legno e sulla paglia, vale a dire contentarsi delle abitazioni e dei mobili più ordinari, delle vesti più dimesse, per dare al secolo una lezione, nella virtù di Gesù Cristo che in noi deve illuminare il mondo e mostrargli quale debba essere la vita dei Cristiani.

VI

Motivi della povertà.

L’attacco ai beni materiali è di grande danno spirituale. – Il Cristiano deve imitare i Beati, anzi la santità di Dio medesimo. — I beni materiali sono un peso che trascina al basso, rende inetti alla contemplazione.

1. Il cuore attaccato alle creature e soprattutto alle ricchezze è sempre inquieto.  Perciò Gesù Cristo paragona le ricchezze a delle spine che lo molestano e non gli lasciano nessun riposo.

2. Il cuore pieno di un tal amore è trascinato verso la terra, e allontanato dal Cielo.

3. Dio non lo riempie di sè, anzi ne prova nausea e disgusto,

4. Cade, come dice S. Paolo, nei lacci del demonio; e abbandonandosi ai propri desideri, vive ostinato nei suoi attacchi che lo precipiteranno sicuramente nella rovina (1 Tim. VI, 2).

5. Tosto o tardi, l’anima fatalmente perderà tutto ciò che possiede; la giustizia di Dio la costringerà ad abbandonare per forza quanto non ha voluto lasciare per amore.

6. I Cristiani devono essere morti a tutti i desideri del secolo (Col. III, 3); né devono operare secondo i suoi sentimenti, ma comportarsi come se vi fossero completamente insensibili. Bisogna dunque che soffochiamo in noi ogni affezione per le ricchezze della terra.

7. I Cristiani devono vivere come si vive in Cielo; ora in Cielo si è liberi da ogni sentimento della carne di Adamo; in Cielo più non si vive che secondo inclinazioni e sentimenti spirituali, senza più nessun attacco alle creature: in Cielo, in una parola, con Gesù Cristo e coi Santi tutti, si è ritirati in Dio e separati da tutto. Dio, in sé medesimo, in Gesù Cristo e nei suoi Santi, ecco il modello della nostra vita; orbene, Dio è perfettamente santo e separato da tutto. Ed è questo distacco che è necessario ai Cristiani se vogliono, fin da questa vita, elevarsi a Dio, imitando ciò che si fa in Paradiso. Bisogna si distacchino, elevandosi alla santità, da sé medesimi e da ogni creatura. Bisogna pure che lo spirito sia separato dall’anima, perché questa dal peso della carne trovasi, per sé medesima, inclinata ad ogni creatura; così, le nostre facoltà superiori, nelle quali risiedono tutte le principali operazioni dello spirito interiore, saranno libere dal peso e dall’inclinazione della parte inferiore, la quale è tutta imbevuta della vita animale, terrena e vilissima della carne; così potranno elevarsi a Dio senza ostacolo né resistenza. Bisogna dunque che la nostra volontà sia purificata da qualsiasi attacco alle creature e in tal modo libera, sciolta e distaccata da tutto. A questo effetto, dobbiamo munirci delle ali per volare: Quis dabit mihi pennas sicut columbæ? Chi mi darà le ali della colomba? (Ps. LIV, 7). La contemplazione delle verità divine e l’amore santo di Dio sono le ali che ci faranno volare, perché questo divino movimento ci preserverà dalla caduta dove ci trascinerebbe il peso della carne. E siccome in questa vita siamo sempre da questo peso miserabile attirati verso la terra, dobbiamo sempre lottare per elevarci a Dio nella virtù dello Spirito Santo.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 18