I SERMONI DEL CURATO D’ARS: “IL PENSIERO DELLA MORTE”

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: “IL PENSIERO DELLA MORTE”

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. III, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Il pensiero della morte.

Cum appropinquaret portæ civitatis, ecce defunctus efferebatur filius unicus matris suæ: et hæc vidua erat.

(Luc. VII, 12).

No, Fratelli miei, non vi è cosa più capace di staccarci dalla vita e dai piaceri del mondo, e d’indurci a pensare al momento terribile che deve decidere della nostra sorte per l’eternità, quanto la vista d’un cadavere che vien portato alla tomba. Perciò la Chiesa, sempre attenta ed occupata a fornirci i mezzi più adatti per farci lavorare alla nostra salvezza, tre volte all’anno ci presenta il ricordo dei morti che Gesù Cristo ha risuscitato (Noi leggiamo la risurrezione della figlia di Giairo nel Vangelo della Messa della domenica XXIII dopo Pentecoste: quella del figlio della vedova di Naim, il giovedì della IV settimana di Quaresima, o la XV domenica dopo Pentecoste; quella di Lazzaro il venerdì della IV settimana di Quaresima; per obbligarci in certo modo ad occuparci del pensiero della morte e prepararci a questo viaggio. In un luogo del Vangelo (Marc. V, 42), ci presenta una giovinetta di soli dodici anni, cioè nell’età in cui appena si può cominciare a godere dei piaceri. Sebbene figlia unica, ricchissima e teneramente amata da’ suoi parenti, pure la morte la coglie e la fa scomparire per sempre dagli occhi dei viventi. Altrove vediamo un giovane di circa venticinque anni (Luc. VII, 12.), che era nel fior dell’età, il solo appoggio e l’unica consolazione della vedova madre sua; eppure, né le lagrime, né la tenerezza della madre desolata possono impedire che la morte, l’inesorabile morte, lo faccia sua preda. In altra parte del Vangelo (Joan. XI) vediamo un altro giovane, Lazzaro. Faceva da padre alle sue due sorelle, Marta e Maddalena; ci sembra che la morte avrebbe dovuto almeno risparmiare quest’ultimo, ma no; la morte crudele lo falcia, e lo getta nella tomba, ad esservi pasto dei vermi. Gesù Cristo dové fare tre miracoli per restituire loro l’esistenza. Apriamo gli occhi, F. M., e contempliamo un istante questo commovente spettacolo, che ci mostra, nel modo più energico, la caducità della vita e la necessità di staccarcene, prima che la morte inesorabile ce ne strappi nostro malgrado. “Giovane o vecchio, diceva il santo re Davide, penserò spesso che un giorno morrò, e mi vi preparerò per tempo.„ Per impegnarvi a fare altrettanto, vi mostrerò come il pensiero della morte ci è necessario per staccarci dalla vita ed attaccarci a Dio solo.

I. — È cosa manifesta, F. M., che, nonostante il grado d’empietà e d’incredulità a cui gli uomini sono giunti nel secolo sventurato in cui viviamo, non hanno ancora osato negare la certezza della morte; ma solo fanno quanto possono per bandirne il pensiero, come un vicino uggioso che potrebbe inquietarli nei loro piaceri, e disturbarli nelle loro dissolutezze. Ma vediamo nel Vangelo che nostro Signor Gesù Cristo vuole che non perdiamo mai di vista il pensiero della nostra partenza da questo mondo per l’eternità (Marc. XIII, 33). Per farci ben comprendere che possiamo morire ad ogni età, vediamo che non risuscita fanciulli ancora incapaci di gustare i piaceri della vita, e neppure vegliardi decrepiti che malgrado il loro attaccamento alla terra, non posson dubitare che la lor partenza sia poco lontana. Ma risuscita persone morte nell’età in cui più spesso si dimentica questo pensiero salutare: cioè dai dodici ai quarant’anni circa. Infatti dopo i quarant’anni la morte sembra inseguirci rapidamente; perdiamo tutti i giorni qualche cosa, e questa perdita ci annuncia che presto dobbiamo partire da questo mondo; sentiamo, ogni giorno, le forze diminuire, vediamo i capelli incanutire, la testa farsi calva, i denti cadere, la vista indebolirsi: tutte queste cose ci dicono addio per sempre, e siamo costretti di confessare a noi stessi che non siamo più quelli di un tempo. No, F. M., nessuno dubita menomamente di questo. È certo che verrà un giorno in cui non saremo più del numero dei viventi, e che non si penserà più a noi, come se non fossimo mai esistiti. Ecco adunque quella giovinetta mondana, che ebbe tante cure e premure per comparire agli occhi del mondo: eccola ridotta ad un po’ di polvere, calpestata dal piede dei passanti. Ecco quell’orgoglioso, che tanto si vantava del suo spirito, delle sue ricchezze, del credito che godeva e della carica che occupava, eccolo ridotto in una tomba, corroso dai vermi, e dimenticato fino alla fine del mondo, cioè sino alla risurrezione generale, quando lo rivedremo con tutto ciò che avrà fatto nei giorni della sua vita sciagurata. Ma, forse mi domanderete, che cos’è questo momento della morte, che deve tanto preoccuparci, e che è capace di convertirci? — È, F. M., un istante che, rapido nella sua durata, ci è poco noto, eppure basta per farci fare il grande passaggio da questo mondo all’eternità. Momento formidabile per se stesso, F. M., in cui tutto quanto è nel mondo muore per l’uomo, e l’uomo al tempo stesso muore per tutto ciò che ha sulla terra. Momento terribile, F. M., in cui l’anima, malgrado l’unione così intima col corpo, ne è strappata dalla violenza della malattia; dopo di che l’uomo, spogliato di tutto, non offre agli occhi del mondo altro che una orribile figura di se stesso: gli occhi spenti, la bocca muta, le mani senza azione, i piedi senza moto, il viso sfigurato, il corpo che comincia a corrompersi e non è più che un oggetto di ribrezzo. Momento crudele, F. M., in cui i più potenti e ricchi perdono tutte le ricchezze e la gloria, ed altro non hanno per eredità che la polvere del sepolcro. Momento ben umiliante, F. M., in cui il più grande è confuso col più miserabile della terra. Tutto è confuso: non più onori, non più distinzioni: tutti sono messi al medesimo livello. Ma. momento altresì, F. M., mille volte più terribile per le conseguenze, che per la sua presenza, poiché le perdite che porta con sé sono irreparabili. “L’uomo, ci dice lo Spirito Santo, parlando di chi muore, andrà nella casa della sua eternità. „ (Eccli. XII, 5). Momento breve, è vero, F. M., ma ben decisivo; dopo il quale il peccatore non può più sperare misericordia, ed il giusto non ha più meriti da guadagnare. Momento, il cui pensiero ha riempito i monasteri di tanti grandi del mondo, che hanno tutto abbandonato per pensare solo a quel terribile passaggio da questo mondo all’altro. Momento, F. M,, il cui pensiero ha popolato i deserti di tanti Santi, i quali non cessarono di abbandonarsi a tutti i rigori della penitenza che l’amore a Dio poté loro inspirare. Momento terribile, F. M., ma brevissimo, e che tuttavia deciderà risolutivamente la nostra sorte per tutta l’eternità. Dopo questo, F. M., come possiamo noi non pensarvi, od almeno pensarvi così leggermente? Ahimè! F. M., quante anime ora bruciano, per aver trascurato un pensiero così salutare! Lasciamo, F. M., lasciamo un po’ il mondo, i suoi beni e piaceri, per occuparci di questo terribile momento. Imitiamo, F. M., i santi, che ne facevano la principale occupazione; lasciamo perire ciò che perisce col tempo e diamo le nostre cure a ciò che è eterno e permanente. Sì, F. M., nessun’altra cosa è al pari del pensiero della morte capace di staccarci dalla vita del peccato e di far tremare i re sui loro troni, i giudici nei tribunali ed i libertini in mezzo ai loro piaceri. Eccone un esempio, F. M., che vi mostrerà che nessuno può resistere a questo pensiero ben meditato. S. Gregorio ci riferisce che un giovane, alla salute della cui anima egli assai s’interessava, aveva concepito una tal passione per una giovinetta, che questa essendo morta, non sapeva più consolarsene. San Gregorio Papa, dopo molte preghiere e penitenze, andò a trovare il giovane: “Amico mio, dissegli, vieni con me, e vedrai ancor una volta colei che ti fa tanto sospirare e piangere. „ Presolo per mano, lo condusse alla tomba della giovane. Tolta la tavola che la ricopriva, il giovane vedendo un corpo così orribile, puzzolente, ricoperto di vermi, che ora ormai una massa di putredine, indietreggiò inorridito. “No, no, amico mio, gli disse S. Gregorio, fatti innanzi e sostieni per un istante la vista dello spettacolo che ti presenta la morte. Vedi, amico mio, e considera che cos’è diventata questa bellezza caduca, alla quale eri attaccato perdutamente. Vedi quella testa spolpata, quegli occhi spenti, quelle ossa annerite, quell’ammasso orribile di cenere, di putredine e di vermi? Ecco, amico mio, l’oggetto della tua passione, pel quale hai tanto sospirato e sacrificata l’anima tua, la tua salvezza, il tuo Dio e la tua eternità. „ Parole così commoventi, spettacolo così spaventoso fecero una impressione così viva sull’animo del giovane, che riconoscendo da quel momento il nulla del mondo e la fragilità di ogni bellezza caduca, rinunciò subito a tutte le vanità della terra, non pensò più che a prepararsi a ben morire, ritirandosi dal mondo, per andare a passare la sua vita in un monastero, piangervi, pel resto dei suoi giorni, i traviamenti della gioventù, e morire da santo. Qual fortuna, F. M., per questo giovane! Facciamo altrettanto, o cari, giacché nulla è più capace di staccarci dalla vita e risolverci a lasciare il peccato, quanto questo prezioso pensiero della morte. Ah! F. M., all’ora della morte si pensa ben diversamente, che non durante il corso della vita! Eccone un bell’esempio. Si racconta nella storia, che una dama possedeva tutte le qualità necessarie per piacere al mondo, del quale gustava tutti i piaceri. Ahimè! F. M., ciò non le impedì d’arrivare come tutti gli altri mortali agli ultimi suoi momenti, e più presto di quanto avrebbe voluto. Al principio della sua malattia, le si dissimulò il pericolo in cui si trovava, come si fa troppo spesso coi poveri ammalati. Tuttavia ogni giorno il male progrediva e bisognò avvertirla che doveva pensare alla sua partenza per l’eternità. Doveva fare allora ciò che non aveva mai fatto, e pensare a ciò a cui mai aveva pensato e ne fu grandemente spaventata: “Non credo, disse a chi le aveva dato questo annuncio, che la mia malattia sia pericolosa, del resto, ho ancora del tempo; „ tuttavia le si fece premura, dicendole che il medico la trovava in pericolo. Pianse ella, si lamentò di dover abbandonar la vita quando ne poteva ancor godere i piaceri. Mentre piangeva, le si ricordò che nessuno era immortale, che se sfuggiva a questa malattia, un’altra poi l’avrebbe condotta al sepolcro, che doveva ormai mettere un po’ d’ordine nella sua coscienza, per poter presentarsi con fiducia al tribunale di Dio. A poco a poco rientrò in se stessa, istruita com’era, capì ben presto che doveva prepararsi alla morte, rivolse le sue lagrime a piangere i suoi peccati e domandò un sacerdote per confessargli le sue colpe, che avrebbe desiderato di non aver mai commesso. Fece ella stessa il sacrificio della vita; si confessò con gran dolore e grande abbondanza di lagrime e pregò le sue compagne ed amiche di venire a visitarla prima che uscisse da questo mondo, ciò che esse fecero con grande sollecitudine. Un dì che le vide tutte attorno al suo letto, disse loro piangendo: “Care amiche, vedete in quale stato mi trovo; debbo comparire dinanzi a Gesù Cristo, per rendergli conto di tutte le azioni della mia vita; sapete come ho servito male il buon Dio, e quanto debbo temere: tuttavia, mi affido alla sua misericordia. Il solo consiglio che posso darvi, mie buone amiche, è di non aspettare, per far bene, questo momento, quando non si può più, e malgrado le lagrime ed il pentimento, si è in sì gran pericolo d’andar perduti per l’eternità. E l’ultima volta che vi vedo; ve ne scongiuro, non perdete un momento del tempo che Dio vi concede e che io non ho più. Addio, amiche mie, parto per l’eternità, non dimenticatemi nelle vostre preghiere, perché, se avrò la bella sorte di essere perdonata, mi aiuterete ad uscire dal purgatorio. „ Tutte le sue compagne, che non s’aspettavano simile linguaggio, se ne partirono piangendo, e piene d’un gran desiderio di non aspettare quel momento, in cui si ha tanto rammarico di aver perduto un tempo così prezioso. – Oh! F. M.. quanto saremmo felici se il pensiero della morte e la presenza d’un cadavere ci facessero la stessa impressione, operassero in noi il medesimo cambiamento! Eppure abbiamo un’anima da salvare come quelle persone che si convertirono alla vista di quella giovane signora vicina a morire; ed abbiamo altresì le medesime grazie, se vogliamo approfittarne. – Ah! mio Dio, perché attaccarci tanto alla vita, che godiamo solo alcuni istanti, passati i quali lasciamo tutto per non portare con noi altro che il bene ed il male che avremo fatto?… Perché, F. M., attaccarci così poco a Dio, che, fin da questa vita è la nostra felicità, per continuare ad esserlo eternamente? Come potremmo attaccarci ai boni ed ai piaceri del mondo se avessimo ben scolpite nel cuore queste parole: “Nudi veniamo al mondo, e nudi parimente ne usciremo? „ Eppure, tocchiam con mano e vediamo ogni giorno che l’uomo più ricco non porta con sé nulla più di quello che porta all’altro mondo l’ultimo meschino mortale. Il grande Saladino lo riconobbe prima di morire, egli che aveva fatto tremare l’universo per lo splendore delle sue vittorie. Vedendosi vicino a morire e riconoscendo allora più che mai la vanità delle grandezze umane, comandò a colui che di solito lo precedeva portando lo stendardo, di prendere un pezzo del drappo nel quale doveva essere avvolto, di metterlo sulla punta d’una lancia, e di girare per la città, gridando più forte che potesse: “Ecco ciò che il grande Saladino, vincitore dell’Oriente e padrone dell’Occidente, porta con sé di tutti i suoi tesori e di tutte le sue vittorie: un lenzuolo. „ Mio Dio! quanto saremmo saggi, se questo pensiero non ci lasciasse mai! Infatti, P. M., se quell’avaro, quando non risparmia né ingiustizie né inganni per accumulare ricchezze, pensasse che tra poco deve lasciare tutto, potrebbe attaccarsi tanto ad oggetti che lo perderanno per l’eternità? Invece, F. M., vedendo il nostro modo di vivere, si crederebbe che non avessimo mai a lasciare la vita. Ahimè! dobbiamo ben temere che se viviamo da ciechi, morremo da ciechi! Eccone un esempio evidente. – Leggiamo nella storia che il cardinal Bellarmino, della Compagnia di Gesù, fu chiamato presso un infermo che era stato procuratore, e che sgraziatamente aveva preferito il denaro alla salvezza dell’anima sua. Credendosi chiamato solo per aggiustare gli affari di sua coscienza, vi accorse sollecitamente. Entrato, incomincia a parlargli dello stato dell’anima sua; ma appena detta qualche parola, l’ammalato gli risponde: “Padre mio, non vi ho domandato per questo; ma soltanto per consolar la moglie mia, che è desolata di perdermi, giacché, quanto a me, me ne vado diritto all’inferno. „ Il cardinale racconta che costui era cosi indurato e cieco, da pronunciare tali parole con la stessa tranquillità e freddezza che se avesse detto che andava a divertirsi con qualche amico. Amico mio, dissegli il cardinale desolato di veder la povera anima sua piombare nell’inferno: ma e non pensate a domandar perdono a Dio dei vostri peccati, e confessarvi? credetelo, Dio vi perdonerà. „ Quello sventurato gli rispose di non voler perdere il tempo, che egli non conosceva peccati, né voleva conoscerne: che avrebbe tempo abbastanza di conoscerli all’inferno. Poté ben il cardinale pregarlo, scongiurarlo, che per pietà non volesse perdersi per tutta l’eternità, giacché aveva ancora tutti i mezzi per guadagnarsi il cielo, gli promise che l’avrebbe aiutato a soddisfare la giustizia di Dio, ed aggiunse che era sicuro che Dio gli userebbe pietà. Ma, nulla, nulla fu capace di commuoverlo; morì senza dare alcun segno di pentimento. Ahimè! F. M., chi non pensa alla morte durante la sua vita si mette in grave pericolo di non pensarvi mai, o di non voler riparare il male che quando non vi saranno più rimedi. Mio Dio! coloro che non dimenticano il pensiero della morte, quanti peccati evitano in vita, e quanti rimorsi nell’eternità! Lo stesso cardinale riferisce che andato a visitare un amico ammalato per eccesso di dissolutezze, volle esortarlo a pentirsi e confessarsi dei peccati, od almeno a fare un atto sincero di contrizione. L’ammalato gli rispose: “Padre mio, che cosa vuol dire un atto sincero di contrizione? Non ho mai conosciuto questo linguaggio. „ Il cardinale cercò di fargli comprendere che cos’era il pentirsi dei peccati commessi perché il buon Dio ci perdoni. — “Padre mio, lasciatemi, voi mi disturbate, lasciatemi tranquillo. „ E morì senza voler fare un atto di contrizione, tanto era accecato ed indurito. Mio Dio! Quale disgrazia per chi ha perduto la fede! ahimè! non v’è più rimedio! Ah! F. M., si ha ben ragione di dire: Quale la vita, tale la morte. Davvero, F. M., se quell’ubbriacone pensasse un po’ al momento della morte, che terminerà tutte le sue dissolutezze e i suoi stravizi, abbandonando il suo corpo ai vermi, mentre la sua povera anima brucerà all’inferno; ah! F. M., avrebbe egli il coraggio di continuare nei suoi eccessi? Ma, no: se di questo gli si parla, se ne ride, non pensa che a divertirsi, ad accontentare il suo corpo, come se tutto dovesse finire con lui, come ci dice il profeta Isaia. Ah! F. M., il demonio ha gran cura di farci perdere il ricordo di questo pensiero, perché sa meglio di noi quanto esso ci è salutare per toglierci dal peccato e ricondurci a Dio. I santi, F. M.. che tanto avevano a cuore la salvezza dell’anima loro, procuravano di non dimenticarsene mai. S. Guglielmo, arcivescovo di Bourges, assisteva più che poteva ai seppellimenti, per ben imprimersi in cuore il pensiero della morte. Si richiamava alla mente quanto siamo disgraziati di attaccarci alla vita che è tanto infelice e così ripiena di pericoli di perderci eternamente! (Ribadeneira, 19 Gennaio). Un altro santo andò a passare un anno in un bosco per aver agio di prepararsi bene alla morte: “… perché, diceva, quando arriva, non v’è più tempo. „ Questi santi avevano senza dubbio ragione, F. M., perché da questa ora dipende tutto per noi, e se attendiamo per pensarvi il momento in cui la morte ci coglie, spesso non serve a nulla. – Oh! come il pensiero della morte è potente a preservarci dal peccato, e farci compiere il bene! Sì, F. M., se quello sventurato che si avvoltola nel fango delle sue impurità, pensasse al momento della morte, quando il suo corpo, che tanto egli si preoccupa d’accontentare marcirà nella terra; ah! se facesse anche la più lieve riflessione su quelle ossa secche ed aride ammucchiate nel cimitero; se si prendesse la briga d’andar su quelle tombe, a contemplarvi i cadaveri puzzolenti ed imputriditi, i crani mezzo corrosi dai vermi, non sarebbe vivamente impressionato da tale spettacolo? Potrebbe avere altro pensiero che quello di piangere i suoi peccati e il suo accecamento, se riflettesse al rimorso che proverà nell’ora della morte per aver profanato un corpo che è il tempio dello Spirito Santo e le cui membra sono membra di Gesù Cristo!? „ (I Cor. III, 16; VI, 19) Volete voi conoscere, F. M., qual è la fine sventurata d’un impudico che non ha voluto aver sott’occhi la morte durante la vita? S. Pietro Damiani racconta che un inglese, per potere soddisfare la sua passione vergognosa, si diede al demonio, a condizione che l’avvertisse della sua morte tre giorni prima, nella speranza d’aver tempo di convertirsi. Ahimè! quanto è cieco l’uomo che si dà al peccato! Dopo essersi trascinato, avvoltolato, immerso nel lezzo delle impurità, arrivò il momento della sua dipartita. Il demonio, quantunque mentitore, mantenne la promessa fatta a quello sciagurato. Ma l’inglese fu deluso nella sua aspettativa, perché, con grande meraviglia di tutti gli astanti, quando gli si parlava della sua salvezza sembrava dormire, non dava alcuna risposta; mentre quando gli si parlava di affari temporali aveva interamente la conoscenza; sicché morì nelle sue impurità, come era vissuto. Per meglio mostrare che era dannato Dio permise che grossi cagnacci neri comparissero a circondarne il letto, quasi pronti a lanciarsi sulla preda; furono visti anche sulla sua tomba, come per custodire l’abbominevole deposito. Ahimè! F. M., quanti altri esempi potrei citarvi, essi pure spaventosi!… Ditemi, se quell’ambizioso pensasse al momento della morte, che gli mostrerà il nulla delle grandezze umane, potrebbe non fare queste riflessioni, che ben presto sarà ricoperto di terra, e calpestato dai piedi dei passeggeri, senz’altro segno della grandezza passata, che queste due parole: “Qui riposa il tale? ,. Mio Dio! come l’uomo è cieco! Leggiamo nella storia, che un uomo durante tutta la sua vita, non aveva affatto pensato alla sua salvezza: ma solo a divertirsi e ad accumulare ricchezze. Vicino a morire, riconobbe la sua cecità di non aver lavorato per fare una buona morte. Raccomandò che si mettesse sulla sua tomba: “Qui riposa l’insensato, che è uscito dal mondo senza sapere perché Dio ve l’aveva messo. „ Sì, F. M., tutti questi peccatori che si ridono delle grazie che Dio fa ad essi perché escano dal peccato, e le disprezzano: se riflettessero bene che quando partiranno dal mondo queste grazie saranno loro negate, e che Dio, che essi hanno fuggito, li fuggirà a sua volta, lasciandoli morire nel peccato: ditemi, avrebbero il coraggio di disprezzare tante grazie che Dio ora offre ad essi per salvare la loro povera anima? Ah! F. M., quanti peccati non si commetterebbero, se si avesse l a fortuna di pensare spesso alla morte. Perciò lo Spirito Santo ci raccomanda grandemente di non dimenticare mai quello che ci aspetta al termine della vita, così non peccheremo. (Eccli. VII, 40). Fu proprio questo pensiero, F. M., che finì per convertire S. Francesco Borgia. Mentr’era ancora nel mondo, viveva alla corte di Spagna, quando l’imperatrice Elisabetta  (Isabella, e non Elisabetta. Si osservi però che Bibadeneira nella sua Vita di S. Francesco Borgia, al 30 Settembre, chiama l’imperatrice Elisabetta. Il lettore sa, come dicemmo nella Prefazione, che il Beato si serviva delle Vite dei Santi del Bibadeneira), moglie di Carlo V, morì . Dovendo essere seppellita nelle tombe reali, a Granata, fu incaricato del trasporto Francesco Borgia. Arrivato a Granata, per adempiere a tutte le formalità prescritte, fu aperto il feretro in cui era il cadavere. Francesco Borgia doveva attestare che era il medesimo statovi deposto. Quando ne fu scoperto il volto, che era stato un giorno così bello, e lo osservò tutto nero e mezzo imputridito, esalante un tanfo insopportabile, S. Francesco Borgia disse: “Sì, giuro che questo è il corpo che è stato messo nel feretro e che esso è quello dell’imperatrice: ma non lo riconosco più… Da questo momento meditò sul nulla delle grandezze umane e quanto piccola cosa erano esse, e prese la risoluzione d’abbandonare il mondo, per non pensar più ad altro che a salvare l’anima propria. Ah! diceva egli, che cosa è mai diventata la bellezza di questa principessa, che era la più formosa creatura del mondo? O mio Dio! quanto è cieco l’uomo che si attacca a vili creature e perde in tal guisa l’anima sua! „ Felice pensiero, F. M., che gli guadagnò il cielo! Ma perché, F. M., dimentichiamo la morte, il cui pensiero ci terrebbe sempre pronti a ben morire? Ah! non ci si vuol pensare, si muore senza avervi pensato, e consideriamo la morte come molto lontana da noi. – Il demonio non dice a noi, come altra volta ai nostri primi genitori: “Voi non morrete, „ (Gen. III, 4). Perché questa tentazione sarebbe troppo grossolana, ingannerebbe nessuno; “ma, ci dice, non morrete così presto; „ e con questa illusione rimandiamo il pensiero di convertirci alla nostra ultima malattia, quando non saremo più in istato di far nulla. È così, F.. M., che la morte ne sorprese molti impreparati, e ne sorprenderà altri sino alla fine del mondo. Eppure questo pensiero ha ritratto molti dal peccato: eccone un esempio splendido. Si narra nella storia che un giovane ed una giovane avevano avuto insieme relazioni vergognose. Avvenne che il giovane, passando per un bosco, fu ucciso. Un piccolo cane che lo seguiva, vedendo il padrone ucciso, corse dalla giovane, la prese per il grembiale, tirandola, come per dirle di seguirlo. Meravigliata di ciò, seguì il cagnolino, che la condusse là dove giaceva il padrone, e si fermò presso un mucchio di foglie. Avendo ella cercato che cosa nascondesse, vide il povero giovane immerso nel suo sangue: i ladri l’avevano ucciso. Rientrata  in se stessa, cominciò a piangere, dicendo in cuor suo: “Ah! disgraziata, se ti fosse capitata la medesima sventura, dove saresti? ahimè! abbruceresti nell’inferno. Forse questo giovane ora abbrucia negli abissi per causa tua!… Ah! sventurata, come hai potuto condurre una vita così peccaminosa? in quale stato è la povera anima tua!,.. Dio mio! Vi ringrazio di non avermi fatto servire di esempio agli altri! „ Abbandonò il mondo, andò a seppellirsi in un chiostro per tutta la vita, e morì da santa. Ah! F. M., quanti peccatori furono convertiti da simili esempi! Mio Dio! bisogna che i nostri cuori siano duri ed insensibili poiché nulla ci commuove, e viviamo forse nel peccato, senza pensare ad uscirne! Ah! F. M., abbiamo motivo di temere che quando vorremo tornare a Dio, non lo potremo: Dio in punizione dei nostri peccati, ci avrà abbandonati. Voglio mostrarvelo con un esempio. Leggiamo nella storia, che un uomo era vissuto lungo tempo nel disordine. Convertitosi, ricadde poco dopo negli antichi peccati. I suoi amici, assai addolorati, fecero il possibile per ricondurlo a Dio; egli prometteva sempre ma non si risolveva. Gli dissero che si teneva un corso di esercizi spirituali nella vicina parrocchia, essi vi partecipavano e ve lo avrebbero condotto, si apparecchiasse dunque. Costui, che da tanto tempo si beffava di Dio e dei loro consigli, ridendo, rispose di sì: venissero puro a prenderlo la mattina del giorno in cui incominciavano gli esercizi, sarebbero andati insieme. Gli amici non mancarono d’andare a cercarlo, sperando di ricondurlo a Dio; ma entrati nella sua stanza, lo videro disteso cadavere sul letto: era morto, la notte, di morte improvvisa senz’aver tempo né di confessarsi, né di dare il minimo segno di pentimento. Ahimè! F. M., dove andò questa povera anima che tanto aveva disprezzato le grazie di Dio?

II. — Ho detto che è assai utile pensare alla morte:

1° per farci evitare il peccato ed espiare quelle colpe che abbiamo avuto la disgrazia di commettere;

2° per distaccarci dalla vita. S. Agostino ci dice che non bisogna solamente pensare alla morte dei martiri, nei quali, per una grazia mirabile, la pena del peccato divenne come istrumento di merito, ma alla morte di tutti gli uomini. Questo pensiero della morte sarebbe per noi uno dei più potenti mezzi di salute, ed uno dei più grandi rimedi dei nostri mali, se ne sapessimo ricavare i vantaggi che la misericordia divina vuol procurarci col castigo che la sua giustizia esige da noi. Noi siamo condannati a morire solo perché abbiamo peccato (Rom. V, 12); ma ci dovrebbe bastare, per non peccar più, il pensare spesso alla morte, come dice lo Spirito Santo (Eccli. VII, 40). Tre altri effetti, produce in noi, F. M., il pensiero della morte:

1° ci distacca dal mondo;

2° trattiene le nostre passioni;

3° ci impegna a condurre vita più santa. Se il mondo, F. M., può ingannarci per un po’ di tempo, quest’inganno non durerà certamente sempre; perché è indubbio, che le cose tutte del mondo non hanno forza contro il pensiero della morte. Se pensiamo che in pochi minuti avremo dato addio alla vita per non ritornarvi più! L’uomo che ha la morte sempre presente allo spirito non può considerarsi sulla terra che come un viaggiatore, che vi è solo di passaggio, e lascia senza pena le cose in cui s’incontra, perché tende ad un altro termine, e si avanza verso un’altra patria. Tale fu, F. M., la disposizione di S. Girolamo: comprendendo che una volta morto egli non potrebbe più animare i suoi discepoli cogli esempi delle sue segrete virtù, volle, morendo, lasciar loro sante istruzioni : “Figli miei, se volete al pari di me non aver nessun rimorso alla vostra morte, abituatevi a distaccarvi da tutto durante la vita. Volete temer nulla in quel terribile istante? Non amate nulla di quanto dovrete abbandonare. Quando si è ben disingannati del mondo e di tutte le sue illusioni, quando sono da noi disprezzati i suoi beni, le sue false dolcezze e le promesse folli; quando non s’è posta la felicità nel possesso delle creature, non costa fatica il lasciarle e separarsene per sempre.„ Condizione felice, esclamava questo gran santo, quella d’un uomo che pieno di giusta confidenza in Dio, non si trova legato da alcun attacco al mondo ed ai beni della terra! Ecco, F. M., le disposizioni alle quali ci conduce il pensiero della morte. Il secondo effetto che il pensiero della morte produce in noi è quello di frenare le nostre passioni. Sì, F. M., se siamo tentati, basta pensar alla morte, e subito sentiremo cessare la passione: era questa la pratica dei santi. –  S. Paolo ci dice che egli moriva ogni giorno (1 Cor. XV, 31). Nostro Signore, mentr’era ancora sulla terra, parlava spesso della sua passione (Matt. XVI, 21 segg.). S. Maria Egiziaca, quand’era tentata, pensava subito alla morte; e tosto la tentazione cedeva (Vita dei Padri del deserto. San Zosimo e santa Maria Egiz.). S. Girolamo aveva questo pensiero assiduo, come il respiro. Ricordasi nella vita dei Padri del deserto, che un solitario il quale aveva vissuto qualche tempo nel gran mondo, tocco dalla grazia, andò a seppellirsi in un deserto. Il demonio non cessò di ricordargli la giovane per la quale aveva nutrito un amore peccaminoso. Poco prima ch’ella morisse, Dio glielo fece conoscere. Uscì dalla sua solitudine, andò a visitarla. Si stava per seppellirla: s’avvicinò al feretro, le scoprì il viso, la toccò con un fazzoletto, poi ritornò nel deserto, ed ogni volta che era tentato, prendeva il fazzoletto, lo osservava attentamente, poi diceva a se stesso, rappresentandosi l’orrore di quella povera creatura: ” Insensato che sei, ecco il dolce pegno dell’oggetto che tanto amasti a danno dell’anima tua; se, ora, non puoi sopportare l’orribile fetore che uscì dal corpo di quella creatura, quale follia fu dunque la tua di averla amata peccaminosamente durante la sua vita, con pregiudizio della tua salvezza; qual accecamento sarebbe il tuo di pensarvi ancora dopo che essa è morta! „ S. Agostino ci dice che quando si sentiva portato violentemente al male, la sola cosa che lo trattenesse ora il pensare che un giorno morrebbe, e che dopo la morte verrebbe giudicato. “Parlavo spesso al mio caro amico Alipio, quando m’intrattenevo con lui, di ciò che doveva formare la differente porzione dei buoni e dei cattivi, e gli confessavo che malgrado quello che potevano avermi detto altre volte gli empi, io ho sempre creduto che nell’ora della nostra morte Dio ci domanderà conto di tutto il male fatto durante la nostra vita. – Si narra nella storia dei Padri del deserto, che un giovane solitario disse ad un vecchio cenobita: “Padre mio, che cosa debbo fare quando sono tentato, specialmente contro la santa virtù della purità? „ — “Figlio mio, risposegli il santo, pensate subito alla morte ed ai tormenti riservati agli impudici nell’inferno, e state sicuro che tale pensiero scaccerà il demonio. „ S. Giovanni Climaco ci dice che un solitario, il quale aveva sempre il pensiero della morte impresso nel suo spirito, quando il demonio voleva tentarlo per indurlo a rilassarsi, esclamava: “Ah! disgraziato, ecco che stai per morire, e non hai ancora fatto nulla che meriti di essere presentato a Dio. „ Si, F. M., chi vuol salvar l’anima propria, non deve mai dimenticare la morte. Il pensiero della morte ci suggerisce altresì pie riflessioni: ci mette tutta la nostra vita davanti agli occhi: pensiamo allora che quanto ci rallegra durante la vita, secondo il mondo, ci farà versar lagrime all’ora della morte; tutti i nostri peccati, che non debbono mai cancellarsi dalla nostra memoria, sono altrettanti serpenti che ci divorano; il tempo che abbiam perduto e le grazie da noi disprezzate: tutto ci sarà messo sott’occhio alla morte. Dopo questo, è impossibile non impegnarsi a vivere meglio, e abbandonare il male. Si narra nella storia, che un moribondo, prima di rendere l’ultimo sospiro, fece chiamare il suo principe, al quale era stato servo fedelissimo per molti anni. Il principe accorse con premura: “Domandatemi, dissegli, tutto ciò che vorrete, e state certo d’ottenerlo. „ — “Principe, gli disse il povero moribondo, non ho che una cosa da domandarvi: un quarto d’ora di vita. „ — Ah! amico mio, rispose il principe, non è in mio potere, domandatemi ogni altra cosa, e ve la concederò.,, — “Ah! esclamò l’ammalato, se avessi servito Dio come ho servito voi, non avrei un quarto d’ora di vita soltanto, ma un’eternità. „ Lo stesso rimorso provò un uomo di lettere, quando fu presso a lasciar la vita senza aver pensato a salvare l’anima sua: Ah! insensato che sono, ho scritto tanto pel mondo e niente per la mia anima: bisogna morire, non ho fatto nulla che possa rassicurarmi, e non v’ è più rimedio; non vedo niente nella vita mia che meriti di essere presentato al buon Dio. „ Felice lui, F. M., s’egli stesso almeno approfittò di questo, cioè de’ suoi buoni sentimenti.

III. — Ecco le riflessioni che il pensiero della morte deve produrre in noi: se trascuriamo di prepararvici, saremo separati per tutta l’eternità dalla compagnia di Gesù Cristo, della Vergine, degli Angeli e dei santi, e saremo costretti a passare l’eternità coi demoni, a bruciar con loro. Leggiamo nella vita di san Girolamo, che una lunga esperienza avea reso così sapiente nella scienza della salvezza, che quand’era sul letto di morte, fu pregato dai suoi discepoli di lasciar loro, come per testamento, quella verità della morale cristiana, di cui si sentiva più vivamente persuaso. Che cosa pensate voi che rispondesse il grande e santo dottore? “Sto per morire, disse loro, la mia anima è appena sulla estremità delle mie labbra: ma vi dichiaro, che di tutte le verità della morale cristiana, quella della quale sono più convinto, è che difficilmente, su centomila persone che avranno vissuto male, se ne troverà una sola salva, dopo aver fatto una buona morte, perché per morir bene, bisogna pensarvi tutti i giorni della propria vita. E non crediate che questo sia effetto della mia malattia: ve ne parlo coll’esperienza di oltre sessant’anni. Sì, figli miei, a fatica fra centomila persone che avranno vissuto male, ve ne sarà una sola che faccia una buona morte! Figli miei, niente ci aiuta meglio a viver bene quanto il pensiero della morte! „ – Che cosa concludere da tutto ciò? F. M., eccolo: se pensiamo spesso alla morte avremo gran cura di conservare la grazia di Dio; se abbiam la sventura d’averla perduta, ci affretteremo di riacquistarla, ci distaccheremo dai beni e dai piaceri del mondo, sopporteremo le miserie della vita con spirito di penitenza; riconosceremo che è il buon Dio Colui che ce le manda per espiare i nostri peccati. Ahimè! dobbiam dire dentro di noi, corro a grandi passi verso l’eternità: d’un tratto non potrei più essere di questo mondo Dopo questo mondo, dove passerò la mia eternità?…. Sarò in cielo o nell’inferno? Ciò dipende dalla vita che avrò condotta: sì, giovane o vecchio, penserò spesso alla morte, per prepararmivi di buon ora. – Felice, F. M., chi sarà sempre pronto! È la felicità che vi auguro!

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.