DOMENICA XVI DOPO PENTECOSTE (2021)

DOMENICA XVI DOPO PENTECOSTE (2021)

Semidoppio. • Paramenti verdi.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Come Domenica scorsa, la lettura dell’Uffizio divino coincide spesso in questo giorno con quella del libro di Giobbe che si suol fare nella 1a e nella 2a Domenica di Settembre. – Continuiamo quindi a leggere i testi del Messale in corrispondenza con quelli del Breviario. Giobbe è la figura del giusto, che il demonio superbo cerca di umiliare profondamente, affinché si rivolti contro Dio. « Lascia che io lo provi, dichiarò satana all’Altissimo, egli ti bestemmierà ». E Jahvè glielo permise, per fare di Giobbe il modello dell’anima che proclama il supremo dominio di Dio e si sottomette interamente alla sua volontà divina. La gelosia del demonio non conobbe allora più freno e fece piombare sullo sventurato Giobbe, con gradazione sapiente, tutte le calamità che ebbero potuto abbatterlo. Pure, benché privo di tutto e coricato sul letamaio, Giobbe non maledisse la mano onnipotente di Dio, che permetteva al demonio di accanirsi contro di lui, ma la baciò umilmente. Il Salmo dell’Introito rende mirabilmente la sua preghiera. « Abbi pietà di me, o Signore, porgi, o Signore, il tuo orecchio, poiché sono misero e povero ». Il Salmo del Graduale è anch’esso « la preghiera del povero quando è nell’afflizione », e i Versetti da 3 a 6: «Sono stato colpito come l’erba, a forza di gemere le ossa mi si sono attaccate alla pelle », sembrano l’eco delle parole di Giobbe che dice: « Le mie ossa si sono attaccare alla pelle, non mi restano che le labbra intorno ai denti » (Vers. 19, 20). Il Salmo dell’Offertorio parla anch’esso «del povero e dell’indigente» che supplica Iddio: « Non allontanare da me le tue misericordie, o Signore, poiché mali senza numero mi hanno circondato. Siano svergognati coloro che insidiano la vita mia » (Versetti 12-14). Infine, l’antifona della Comunione dice: « Piega, o Signore, verso di me, il tuo orecchio! Quante numerose e crudeli tribolazioni mi facesti provare! La mia lingua proclamerà dovunque soltanto la tua giustizia, e questa giustizia mi renderai quando coloro che cercano il mio danno saranno coperti di confusione e di vergogna » (Vers. 2, 20 e 24). Iddio, dicono infatti gli amici di Giobbe, esalta coloro che si sono abbassati, rialza e guarisce gli afflitti. La gloria degli empi è breve e la gioia dell’ipocrita non dura che un momento. Quando anche il suo orgoglio si innalzasse fino al cielo e la sua testa toccasse le nuvole, alla fine egli perirà. Tale è il retaggio che Dio serba agli empi. Essi si sono innalzati per un momento e saranno umiliati. – E Giobbe aggiunge: « Iddio ritirerà il povero dall’angoscia. Dio è sublime nella sua potenza. Chi può dirgli: Hai commesso un’ingiustizia? L’uomo che discute con Dio non sarà giustificato». Infatti, commenta S. Gregorio, chiunque discute con Dio si mette alla pari con l’Autore di ogni bene; attribuisce a se stesso il merito della virtù, che ha ricevuta, e lotta contro Dio con gli stessi beni di Lui.. È quindi giusto che « l’orgoglioso sia abbattuto e l’umile innalzato » (2° Notturno, 2a Domenica di Settembre). « Chiunque si innalza sarà abbassato e chiunque si umilia sarà rialzato », dice anche il Vangelo di questo giorno. Dio, infatti, dopo aver umiliato Giobbe, lo rialzò, rendendogli il doppio di quanto prima possedeva. Giobbe è una figura di Gesù Cristo, che, dopo essersi profondamente abbassato, è stato esaltato meravigliosamente; è anche figura di tutti i Cristiani, ai quali Iddio darà un posto di onore al banchetto celeste se di tutto cuore avranno praticato la virtù dell’umiltà sulla terra. L’orgoglio, dice S. Tommaso, è un vizio per il quale l’uomo cerca, contro la retta ragione, di innalzarsi al disopra di quello che egli è in realtà; l’orgoglio è quindi fondato sull’errore e l’illusione; l’umiltà, ha, al contrario, il suo fondamento nella verità, ed è una virtù che tempera e frena l’anima, affinché questa non si innalzi al disopra, super, di quello che è realmente (donde il nome di superbia dato all’orgoglio). L’anima umile accetta in piena sottomissione il posto che ad essa si conviene; quel qualsiasi posto che da Dio, verità suprema ed infallibile, le è assegnato. Umiltà nelle parole, umiltà nelle azioni, umiltà nel sopportare le prove e le contraddizioni, è la virtù che Giobbe ci insegna durante tutta la sua vita e che Gesù Cristo ci raccomanda nel Vangelo della Messa di oggi. « Dopo aver guarito l’idropico, dice S. Ambrogio, Gesù dà una lezione di umiltà » (3° Notturno). Vedendo come i Farisei scegliessero sempre i posti migliori, Egli volle farli accorti della loro malattia spirituale e spingerli a cercarne la guarigione; a questo scopo guarì dapprima uno sventurato, che la malattia aveva fatto gonfiare, e cercò quindi, velando la lezione sotto una parabola, di guarire la spirituale enfiagione che affliggeva i convitati presenti e che purtroppo affligge anche la maggior parte degli uomini. – Il mondo è in balìa di tutte le esaltazioni e di tutte le infatuazioni dell’orgoglio, mentre l’umiltà è la condizione assoluta per entrar nel regno dei cieli, ed è questa la virtù che la Chiesa ci inculca nell’Orazione ove dice che la grazia di Dio deve sempre prevenire ed accompagnarci, e che S. Paolo insegna con energia ai Cristiani nell’Epistola di questo giorno. Senza merito alcuno da parte nostra, spiega l’Apostolo agli Efesini, ma unicamente perché serviamo di strumento di lode alla sua gloria, Dio ci ha eletti in Cristo. Allorché eravamo figli della collera, l’Onnipotente, che è ricco di misericordia, ci ha reso la vita in Gesù Cristo, per l’amore immenso che ci porta. Noi tutti, pagani ed estranei alle alleanze conchiuse da Dio col popolo di Israele, siamo stati riavvicinati e riuniti nel Sangue del Redentore, poiché Egli è la nostra pace, Egli che di due popoli ne ha fatto uno solo e per il quale abbiamo, gli uni e gli altri accesso presso il Padre, in un medesimo Spirito. Non siamo più dunque degli estranei, ma dei membri della famiglia divina. E questo non è opera nostra, ma di Dio, affinché nessuno glorifichi se stesso. Gettiamoci dunque ai piedi del Padre nostro di nostro Signore Gesù Cristo, che è anche Padre nostro, affinché, attingendo nei tesori della sua divinità, sempre di più ci mandi lo Spirito Santo che ha effuso sulla Chiesa nella festa di Pentecoste e che nella fede e nell’amore ci unisce a Gesù, in modo che noi siamo colmati della pienezza di Dio. E chi potrà mai misurare questa carità sconfinata che iddio ci ha manifestata per mezzo del Figlio Suo? Questo amore del Padre per i suoi figli sorpassa infinitamente tatto quello che noi potremmo concepire e domandare a Dio. – A Lui dunque sia gloria in Gesù Cristo e nella Chiesa per tutti i secoli. « Cantiamo al Signore un cantico nuovo, poiché Egli ha operato prodigi » (Alleluia). « Tutte le nazioni temano il nome del Signore, tutti i re della terra annunzino la gloria sua », perché  Dio ha stabilito il suo popolo nella celeste Gerusalemme (Graduale). E questo  popolo che prenderà parte al gran banchetto della visione beatifica, sarà formato di tutti quelli che, rifuggendo da un’orgogliosa ambizione, saranno sempre stati umili sulla terra: Dio li esalterà nella stessa misura in cui essi si saranno con buon volere sottomessi alla sua santa volontà.

S. Paolo ha ricevuto da Dio la missione di annunziare ai Gentili che essi, al pari degli Ebrei, sono eletti a far parte del popolo di Dio: elezione gratuita che deve riempirli di un’umile riconoscenza verso il Signore e premunirli contro lo scoraggiamento che è una forma di orgoglio.

Per non lasciare un asino o un bue annegare in fondo ad un pozzo, i Giudei non esitavano a fare tutto quello che era necessario per ritirarneli, non ostante il giorno di Sabato in cui ogni opera servile era proibita. Perché dunque il Redentore non doveva poter guarire un ammalato in quel giorno? – « Va, mettiti all’ultimo posto » non vuol dire che il superiore debba mettersi al di sotto dei suoi subordinati, né esporre la sua dignità al disprezzo; ma egli deve ricordare queste parole dei Sacri Libri: « Quanto più sei grande, tanto più devi mostrarti umile in tutte le cose e troverai grazia davanti a Dio » (Eccl. III, 20).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXXXV: 3; 5
Miserére mihi, Dómine, quóniam ad te clamávi tota die: quia tu, Dómine, suávis ac mitis es, et copiósus in misericórdia ómnibus invocántibus te.

[Abbi pietà di me, o Signore, poiché tutto il giorno ti ho invocato: Tu, o Signore, che sei benigno e pieno di misericordia verso quelli che ti invocano].


Ps LXXXV: 1
Inclína, Dómine, aurem tuam mihi, et exáudi me: quóniam inops, et pauper sum ego.

[Porgi l’orecchio verso di me, o Signore, ed esaudiscimi, perché sono misero e povero].

Miserére mihi, Dómine, quóniam ad te clamávi tota die: quia tu, Dómine, suávis ac mitis es, et copiósus in misericórdia ómnibus invocántibus te.

[Abbi pietà di me, o Signore, poiché tutto il giorno ti ho invocato: Tu, o Signore, che sei benigno e pieno di misericordia verso quelli che ti invocano].

Oratio

Orémus.
Tua nos, quǽsumus, Dómine, grátia semper et prævéniat et sequátur: ac bonis opéribus júgiter præstet esse inténtos.

[O Signore, Te ne preghiamo, che la tua grazia sempre ci prevenga e segua, e faccia che siamo sempre intenti alle opere buone].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios
Ephes III: 13-21

Fratres: Obsecro vos, ne deficiátis in tribulatiónibus meis pro vobis: quæ est glória vestra. Hujus rei grátia flecto génua mea ad Patrem Dómini nostri Jesu Christi, ex quo omnis patérnitas in cœlis et in terra nominátur, ut det vobis secúndum divítias glóriæ suæ, virtúte corroborári per Spíritum ejus in interiórem hóminem, Christum habitáre per fidem in córdibus vestris: in caritáte radicáti et fundáti, ut póssitis comprehéndere cum ómnibus sanctis, quæ sit latitúdo et longitúdo et sublímitas et profúndum: scire etiam supereminéntem sciéntiæ caritátem Christi, ut impleámini in omnem plenitúdinem Dei. Ei autem, qui potens est ómnia fácere superabundánter, quam pétimus aut intellégimus, secúndum virtútem, quæ operátur in nobis: ipsi glória in Ecclésia et in Christo Jesu, in omnes generatiónes sæculi sæculórum. Amen.

[“Fratelli: Vi scongiuro di non perdervi di coraggio a motivo delle tribolazioni che io soffro per voi. Esse sono la vostra gloria. Perciò io piego i ginocchi davanti al Padre del Nostro Signore Gesù Cristo, dal quale prende nome ogni famiglia, in cielo e in terra, affinché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, d’essere fortemente corroborati, mediante il suo spirito, nell’uomo interiore: che Cristo per mezzo della fede abiti nei vostri cuori, affinché, profondamente radicati e fondati nella carità, possiate comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza e la lunghezza e l’altezza e la profondità; e d’intendere anche quell’amore di Cristo che sorpassa ogni coscienza, di modo che siate ripieni di tutta la pienezza di Dio. A Lui che, secondo la possanza che opera in noi, può tutto infinitamente di là di quanto noi domandiamo e pensiamo: a Lui sia gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni di tutti i secoli”.]

PIENI DI DIO IN GESU’ CRISTO.

Una delle cose più stupende, e, se volete anche strane, quando ci facciamo a studiare bene l’uomo, è la sua estrema elasticità. Gli animali sono quel che sono, tutti: i buoi tutti lenti, gravi; i cervi tutti veloci; i leoni tutti crudeli, e gli agnelli tutti mansueti. Ma l’uomo… l’uomo è capace di assumere gli atteggiamenti più diversi, più contrari. Può andare da un estremo all’altro. Un trasformismo fenomenale. Possiamo purtroppo abbrutirci, e quanti uomini si abbrutiscono! Potrebbero essere degli uomini e diventano animali e peggio. S. Paolo l’afferma nettamente l’esistenza di questo « animalis homo.» E’ l’uomo che discende la scala dell’abisso. Si abbrutisce nel pensiero, che non è più pensiero, ricerca faticosa, conquista umile della verità, ma schiavitù dei sensi, superficialismo di impressioni molteplici e varie. Pensa e ragiona come una bestia: cioè non pensa, non ragiona più; urla, non parla. Si abbrutisce l’animalis homo, nel cuore corrotto e violento. Nessun battito generoso più, ma bramiti come di belva. Sogni, compiacenze voluttuose: il fango. Oppure la crudeltà: la belva accanto al bruto; col fango il sangue. La guerra e il dopoguerra hanno moltiplicate queste dolorose esperienze di crudeltà feroce, di ferocia bestiale. Abbiam visti uomini capaci di far paura alla bestia. Artigli, zanne, occhi iniettati di sangue. E per queste vie trionfali di discesa, si direbbe non ci sia limite. Si può andare, e si va sempre più in giù, e ci si abbrutisce sempre più. Tutto questo bisognava ricordare, bisogna meditare per comprendere l’altro moto diametralmente contrario. L’uomo può angelicarsi, mi direte voi. Ciò, vi dico con San Paolo, è ancora poco, troppo poco per il Cristiano, il quale, invece, può e deve divinizzarsi. Dal fango a Dio. Sicuro, è il programma del Cristianesimo, di quel Cristianesimo che davvero atterra e suscita questa povera umanità. L’atterra nella polvere davanti a Dio, la umilia profondamente, ci proclama peccatori, guasti; corrotti, figli di ira, vuole che ci mettiamo in ginocchio, che ci mostriamo davanti a Lui. « Venite adoremus. » Ma ci esalta, perché ci scopre la nostra origine e razza divina, ci dà il diritto di chiamarci, e il potere di diventare figli di Dio, di divinizzarci. Meditiamo pure bene, meditiamo spesso questi contrasti. L’umanità è cattiva, peccatrice, ci insegna il Cristianesimo, ed eccoci nella polvere della abbiezione. E, a parte che dobbiamo stare in ginocchio, colla faccia a terra, perché siamo peccatori, dovremmo starci ginocchioni così, prostrati così davanti a Dio, perché siamo uomini, povere creature di Dio, scintille davanti a un incendio, gocce di fronte al mare. È questo il preludio del dramma, non è il dramma. Il dramma è l’esaltazione sino a Dio. L’eritis sicut Dei, che suonò audace bestemmia sulle labbra del demone, suona dolce invito sulle labbra di Gesù Cristo. « Estote perfectì sicut Pater vester coelestis perfectus est. » Gesù non invita all’impossibile; se mai, ci invita all’impossibile,rendendolo possibile. Dobbiamo diventare come Dio in ciò che Dio ha di più tipico, di più suo, di più caratteristico: la bontà.«Nemo bonus nisi unus Deus:» ma anche noi dobbiamo diventare buoni, anzi perfettamente buoni (estote perfecti), come Lui, come Dio. Non si può andare più in là, più in su. Ma San Paolo adopera un linguaggio ancor più espressivo, più enfatico, direi, se la parola enfasi non portasse con sé l’idea della esagerazione. Paolo vuole che ci riempiamo noi Cristiani, ci riempiamo di Dio, anzi, per usare proprio la sua frase, d’ogni pienezza divina. Quanti sono i Cristiani pieni di Dio? Ne conosco tanti pieni di ben altre cose, di vanità, d’orgoglio, di avarizia, di viltà, di invidia… ma pieni di Dio! Cerchiamo di fare noi questo miracolo in noi stessi, coll’aiuto di Dio, nel nome di Cristo.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps CI: 16-17
Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam.

[Le genti temeranno il tuo nome, o Signore, e tutti i re della terra la tua gloria.]

V. Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua.

[Poiché il Signore ha edificato Sion e sarà veduto nella sua maestà.]

Alleluja

Allelúja, allelúja
Ps XCVII: 1
Cantáte Dómino cánticum novum: quia mirabília fecit Dóminus. Allelúja.

[Cantate al Signore un cantico nuovo: perché Egli fece meraviglie. Allelúia.]

 Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc XIV: 1-11
In illo témpore: Cum intráret Jesus in domum cujúsdam príncipis pharisæórum sábbato manducáre panem, et ipsi observábant eum. Et ecce, homo quidam hydrópicus erat ante illum. Et respóndens Jesus dixit ad legisperítos et pharisæos, dicens: Si licet sábbato curáre? At illi tacuérunt. Ipse vero apprehénsum sanávit eum ac dimísit. Et respóndens ad illos, dixit: Cujus vestrum ásinus aut bos in púteum cadet, et non contínuo éxtrahet illum die sábbati? Et non póterant ad hæc respóndere illi. Dicebat autem et ad invitátos parábolam, inténdens, quómodo primos accúbitus elígerent, dicens ad illos: Cum invitátus fúeris ad núptias, non discúmbas in primo loco, ne forte honorátior te sit invitátus ab illo, et véniens is, qui te et illum vocávit, dicat tibi: Da huic locum: et tunc incípias cum rubóre novíssimum locum tenére. Sed cum vocátus fúeris, vade, recúmbe in novíssimo loco: ut, cum vénerit, qui te invitávit, dicat tibi: Amíce, ascénde supérius. Tunc erit tibi glória coram simul discumbéntibus: quia omnis, qui se exáltat, humiliábitur: et qui se humíliat, exaltábitur.

[“In quel tempo Gesù entrato in giorno di sabato nella casa di uno de’ principali Farisei per ristorarsi, questi gli tenevano gli occhi addosso. Ed eccoti che un certo uomo idropico se gli pose davanti. E Gesù rispondendo prese a dire ai dottori della legge e ai Farisei: È egli lecito di risanare in giorno di sabato? Ma quelli si tacquero. Ed egli toccandolo lo risanò, e lo rimandò. E soggiunse, e disse loro: Chi di voi, se gli è caduto l’asino o il bue nel pozzo, non lo trae subito fuori in giorno di sabato? Né a tali cose poterono replicargli. Disse ancora ai convitati una parabola, osservando com’ei si pigliavano i primi posti dicendo loro: Quando sarai invitato a nozze, non ti mettere a sedere nel primo posto, perché a sorte non sia stato invitato da lui qualcheduno più degno di te: e quegli che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedi a questo il luogo; onde allora tu cominci a star con vergogna nell’ultimo posto. Ma quando sarai invitato va a metterti nell’ultimo luogo, affinché venendo chi ti ha invitato, ti dica: Amico, vieni più in su. Ciò allora ti fia d’onore presso tutti i convitati. Imperocché chiunque si innalza, sarà umiliato; e chi si umilia sarà innalzato”.]

Omelia

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Sull’umiltà.

“Omnis qui se exaltat humiliabitur, et qui se humiliat, exaltabitur.”

(Luc.. XVIII, 14).

Poteva forse, Fratelli miei, il nostro divin Salvatore, mostrarci in modo più chiaro ed evidente la necessità di umiliarci, cioè di sentire bassamente di noi, nei pensieri, nelle parole, nelle azioni, se vogliamo sperare di andar a cantare le lodi di Dio per tutta l’eternità? — Trovandosi un giorno in compagnia di persone, le quali, a quanto pare, si gloriavano del bene che avevano fatto, e disprezzavano gli altri, Gesù Cristo propose loro questa parabola, che, nulla vieta credere riproduca un fatto storico: “Due uomini, disse, ascesero al tempio per farvi orazione; l’uno era fariseo, l’altro pubblicano. Il fariseo ritto in piedi, così parlava a Dio: “Ti ringrazio, o Signore, perché non sono come il resto degli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano: digiuno due volte la settimana, do le decime di quanto possiedo. „ Ecco la sua preghiera, ci dice S. Agostino: (Serm. CXV, cap. 2, in illud Lucæ) vedete bene che essa non è altro che uno sfoggio pieno di boria, di vanità e di orgoglio. Il fariseo non viene al tempio per supplicare Iddio o ringraziarlo: ma per dir le sue lodi ed insultare l’altro che sta pregando. Il pubblicano invece, stando lungi dall’altare, non osava neppure di alzar gli occhi al cielo; si percoteva il petto, dicendo: “Mio Dio, abbi pietà di me che sono peccatore. „ — “Vi dichiaro, aggiunge Gesù Cristo, che questi se ne partì giustificato, non l’altro. „ I peccati del pubblicano vengono perdonati, ed il fariseo con tutte le sue virtù, ritorna a casa più colpevole di quando ne era uscito. Se volete saperne la ragione, eccola: l’umiltà del pubblicano, quantunque peccatore, fu più accetta a Dio che tutte le pretese opere buone dei fariseo col suo orgoglio (Respexit in orationem humilium, et non sprevit precem eorum. Ps, CI, 18).E Gesù Cristo ne concluse che: “chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.„ Ecco la regola, F. M., non illudiamoci; la legge è generale; è il nostro divino Maestro che l’ha pubblicata. “Quando avrete alzata la testa sino al cielo, dice il Signore, Io ve ne strapperò. „ (Jer. XLIX, 16) Sì, F. M., l’unica strada che conduce alla gloria dell’altra vita, è l’umiltà. (Gloriam præcedit humilitas. Prov. xv, 33). Senza umiltà, senza questa bella e preziosa virtù, non entrerete in cielo, come non vi entrerete senza il battesimo (Matth. XVIII, 3). Comprendiamo adunque oggi, F. M., l’obbligo che abbiamo di umiliarci, ed i motivi che vi ci devono impegnare. Perciò, F. M., vi mostrerò:

1° che l’umiltà è una virtù assolutamente necessaria, se vogliamo che le nostre azioni siano accette a Dio e ricompensate nell’altra vita;

2° che tutti abbiamo obbligo di praticarla, sia riguardo a Dio, sia riguardo a noi stessi.

I . — Prima, F. M., di farvi comprendere il bisogno che abbiamo di questa bella virtù, tanto necessaria quanto il battesimo dopo il peccato originale; tanto necessaria, aggiungo quanto il sacramento della Penitenza dopo il peccato mortale, bisogna vi dica in che cosa consiste questa amabile virtù, che dà si gran merito a tutte le nostre buone azioni, ed orna così riccamente tutte le nostre opere buone. – S. Bernardo, questo gran santo che l’ha praticata in modo così straordinario, che ha abbandonato beni, piaceri, parenti ed amici, per passare la sua vita nelle foreste, tra le fiere, a piangervi i suoi peccati, ci dico che l’umiltà è una virtù per la quale conosciamo noi stessi: cosa che ci porta a non avere per noi che disprezzo, ed a non provar nessun gusto nel sentirci lodati . (De gradibus humilitatis et superbiæ, cap. 1).

1° Anzitutto questa virtù ci è assolutamente necessaria se vogliamo che le nostre azioni siano premiate in cielo: poiché Gesù Cristo stesso ci dice che non possiamo salvarci senza umiltà, come non possiamo salvarci senza il battesimo. S. Agostino ci dice: ” Se mi domandate qual è la prima virtù del Cristiano, vi risponderò che è l’umiltà; se mi domandate qual è la seconda, vi dirò ancora l’umiltà; e ogni volta mi farete questa domanda, vi darò sempre la medesima risposta. „(Epist. CXIII ad Dioscorum, cap. III, 22). Se l’orgoglio genera tutti i peccati (Initium omnia peccati est superbia, Eccli. x, 15), possiamo anche dire che l’umiltà produce tutte le virtù (Vedi RODRIQUEZ, Trattato dell’umiltà, cap. III). Coll’umiltà, avrete quanto v’occorre per piacere a Dio e salvar l’anima vostra; senza umiltà, aveste pure tutte le altre virtù, avrete nulla. Leggiamo nel santo Vangelo che alcune madri presentavano i loro bambini a Gesù Cristo perché li benedicesse. Gli Apostoli li respingevano. Nostro Signore, volendo mostrare la sua disapprovazione, disse loro: “Lasciate venire a me questi pargoli, poiché il regno dei cieli è per loro e per chi ad essi rassomiglia. „ E li abbracciava, e dava loro la sua santa benedizione. Perché tanta accoglienza da parte del divin Salvatore? Perché  i bambini sono semplici, umili, e senza malizia. Parimente, F. M., se vogliamo essere bene accolti da Gesù Cristo, dobbiamo essere semplici ed umili in quanto facciamo. “Fu – ci dice S. Bernardo – fu questa bella virtù, la cagione per cui l’eterno Padre fermò sulla santissima Vergine lo sguardo della sua compiacenza: e se, la verginità, aggiunge, attrasse lo sguardo di Dio, l’umiltà fu causa che ella diventasse Madre del Figlio di Dio. Se Maria santissima è la Regina dei vergini, ella è altresì la Regina degli umili. „ (Hom. I, super Missus est, 5) S. Teresa domandava un giorno a nostro Signore, perché altre volte lo Spirito Santo si comunicava con tanta facilità ai personaggi dell’Antico Testamento, ai patriarchi, ai profeti, e manifestava loro i suoi secreti, mentre al presente non lo fa più. Nostro Signore le rispose perché erano più semplici e più umili, mentre gli uomini di oggi hanno il cuor doppio, e sono ripieni di orgoglio e vanità. Dio non si comunica ad essi, non li ama, come amava quei buoni patriarchi e quei profeti, che erano semplici ed umili. S. Agostino ci dice: “Se vi umiliate profondamente e riconoscete di esser nulla, di non meritar nulla, Dio vi darà grazie in abbondanza; ma se volete innalzarvi e credervi qualche cosa, Egli si ritirerà da voi, e vi abbandonerà nella vostra miseria. „ – Nostro Signore per farci ben comprendere che l’umiltà è la più bella e la più preziosa di tutte le virtù, comincia le beatitudini coll’umiltà, dicendo: “Beati i poveri di spirito, poiché di essi è il regno dei cieli. „ S. Agostino ci dice che questi poveri di spirito sono quelli che hanno l’umiltà per patrimonio! (Serm. LIII, in illud Matth. Beati pauperes spiritu). Il profeta Isaia dice a Dio: “Signore, su chi il vostro Spirito Santo discende? Forse su quelli che hanno gran riputazione nel mondo, o sugli orgogliosi? — No, dice il Signore, ma su chi ha il cuore umile. „ (Is. XLVI, 2).Non solo questa virtù ci rende accetti a Dio,ma anche agli uomini. Tutti amano colui che è umile; si gode della sua compagnia. Perché  ordinariamente i fanciulli sono amati, se non perché sono semplici ed umili? Una persona umile cede in tutto, non contraria e non affligge mai nessuno, s’accontenta di tutto, cerca sempre di nascondersi agli occhi del mondo. Ne abbiamo un bell’esempio nella persona di S. Ilarione. S. Girolamo racconta che questo gran santo era richiesto dagli imperatori, dai re, dai principi, dalla folla del popolo attirato nella solitudine del deserto dal profumo di sua santità e dallo splendore e dalla fama dei suoi miracoli; ma che egli al contrario fuggiva il mondo quanto poteva. Cambiava spesso di cella, per vivere nascosto e sconosciuto; piangeva senza posa alla vista di quella moltitudine di religiosi e d’altra gente che venivano da lui per essere guariti dai loro mali. Rimpiangendo l’antica solitudine: “Sono, diceva tutto in lacrime, sono ritornato nel mondo, riceverò la mia ricompensa in questa vita, poiché mi si tiene per una persona considerevole. „ — “E ci dice S. Girolamo, niente di più ammirabile che vederlo così umile in mezzo a tanti onori che gli venivano prodigati. Essendosi sparsa la notizia che si ritirava nel fondo di un deserto selvaggio, dove nessuno avrebbe potuto più visitarlo, ventimila uomini si misero ad invigilarlo; ma il Santo disse loro che non avrebbe preso cibo sinché non lo avessero lasciato libero. Gli si fece la guardia per sette giorni: ma vedendo che non mangiava nulla… Fuggì nel deserto più remoto e selvaggio dove si diede a tutto ciò che poteva ispirargli il suo amore per Dio. Solamente là credette di cominciare a servire il buon Dio. „ (Vita dei Padri del deserto). Ditemi, F. M., non è questa umiltà, disprezzo di se stesso? Ahimè! quanto queste virtù sono rare! ma anche i Santi sono rari! Quanto si odia un orgoglioso, altrettanto si ama una persona umile, perché essa prende sempre l’ultimo posto, rispetta tutti e stima tutti, e perciò appunto piace tanto la compagnia di persone che hanno così belle qualità.

2° Inoltre l’umiltà è il fondamento di tutte le altre virtù (Cogitas magnam, fabricam construere celsitudinis? De fundamento prius cogita humilitatis. S. Aug., Serm. in Matth.). Chi desidera servire il buon Dio e salvare l’anima propria, deve cominciare dal praticar questa virtù in tutta la sua estensione, altrimenti la nostra divozione sarà simile ad uno stelo di paglia che fu piantato, ma che al primo soffio di vento sarà abbattuto. Sì, F. M., il demonio teme pochissimo quelle divozioni che non hanno l’umiltà per fondamento, perché sa benissimo che le potrà abbattere quando a lui piaccia; come accadde a quel solitario che giunse sino a camminar sui carboni ardenti senza abbruciarsi, ma, privo d’umiltà, cadde poco dopo negli eccessi più deplorevoli (Vita dei Padri del Deserto). Se non avete l’umiltà, dite che non avete nulla, e che alla prima tentazione cadrete. Si racconta nella vita di S. Antonio (ibid.), che il buon Dio gli fece vedere il mondo tutto ripieno di lacci tesi dal demonio per far cadere gli uomini nel peccato. Ne fu tanto stupito, che il suo corpo tremava come le foglie della foresta, e rivolgendosi a Dio:  “Ahimè! Signore, chi potrà evitare tante insidie? „ Intese una voce rispondergli: “Antonio, chi sarà umile; perché Dio dà la sua grazia agli umili per resistere alle tentazioni, mentre permette «he il demonio si prenda giuoco degli orgogliosi, i quali esposti all’occasione, cadranno nel peccato. Il demonio non osa neppure attaccare le persone umili. „ Quando S. Antonio era tentato, non faceva che umiliarsi profondamente innanzi a Dio, dicendo: “Ahimè, Signore, sapete che non sono altro che un miserabile peccatore! „ Allora il demonio fuggiva. Quando siamo tentati, F. M., teniamoci nascosti sotto il velo dell’umiltà, e vedremo che il demonio avrà poca forza su di noi. Leggiamo  nella vita di S. Macario, che andando egli un giorno nella sua cella carico le braccia di foglie di palma, gli si fece innanzi il demonio con spaventevole furore tentando di percuoterlo, ma non riuscendo perché Dio non gliene aveva dato facoltà, esclamò: “O Macario! quanto mi fai soffrire: non ho la forza di maltrattarti, quantunque io adempia più perfettamente di te ciò che tu fai; perché tu digiuni qualche volta, ma io non mangio mai: tu vegli qualche volta ed io non dormo mai. Non v’è che una cosa, in cui confesso che mi superi. „ S. Macario gli domandò quale fosse. “È la tua umiltà. „ Il santo si gettò con la faccia contro terra, domandò a Dio di non soccombere alla tentazione, e subito il demonio fuggi. (Vita dei Padri del deserto. S. Macario d’Egitto). Ah! F. M., questa virtù quanto ci rende cari a Dio, ed è potente a scacciare il demonio. Ma quanto è rara! ed è facile comprenderlo, poiché vi sono ben pochi Cristiani che resistano al demonio quando sono tentati. Ma, affinché non vi facciate illusione e riconosciate che questa virtù non l’avete avuta mai, entriamo in un semplice particolare. No, F. M., non sono prova che noi possediamo l’umiltà le belle parole e belle manifestazioni di disprezzo di noi stessi. E prima di cominciare vi citerò un esempio il quale vi proverà che le parole contano poco. Leggiamo nella Vita dei Padri, che essendo venuto un solitario a trovare S. Serapione, (idem)  quegli non voleva pregare con lui, perché, diceva, ho commesso tanti peccati e ne sono indegno: non oso neppure respirare l’aria in cui vi trovate. Seduto in terra, non osava neppure assidersi sullo stesso sgabello su cui stava S. Serapione. Volendo il santo lavargli i piedi secondo il costume, egli resisté ancor più. Ecco l’umiltà che secondo noi ha tutta l’apparenza di essere sincera, eppure vedete dove va a finire. S. Serapione si limitò a osservargli che avrebbe fatto assai meglio a starsene nella sua solitudine, invece di andare di cella in cella al pari di un girovago, e a lavorare per vivere. Allora il solitario non seppe trattenersi dal mostrare che la sua umiltà non era che falsa virtù; si adirò contro il santo, e lo lasciò. Perciò il santo gli disse: “Eh! figlio mio, mi dicevate or ora che avevate commesso tutti i delitti immaginabili, che non osavate né pregare né mangiare con me, e per un semplice avvertimento, che in nulla può offendervi, vi lasciate vincere dalla collera! Andate, amico mio, la vostra virtù e tutte le vostre opere buone sono prive della più bella dote, che è l’umiltà. „ Vedete da questo esempio, che ve n’è ben poca di vera umiltà. Ahimè! quanti vi sono che finché vengono adulati, lodati o ricevono dimostrazioni di stima, sono tutto ardore per le pratiche di pietà, darebbero tutto e si spoglierebbero di tutto; ma basta un piccolo rimprovero, un tratto d’indifferenza per gettare l’amarezza nel loro cuore; tutto questo li tormenta, li fa piangere, li mette di cattivo umore, fa commettere loro mille giudizi temerari, pensando che vengono trattati indegnamente, mentre con altri non si usa così. Ahimè! quanto questa bella virtù è rara fra i Cristiani dei nostri giorni! quante virtù non hanno che l’apparenza, ed al primo urto se ne vanno in fumo! Ma in che cosa consiste l’umiltà? Eccolo: vi dirò anzitutto che vi sono due specie di umiltà, l’una interiore e l’altra esteriore. L’umiltà esterna consiste:

1° nel non lodarsi di esser ben riusciti in qualche opera da noi fatta, e non ripeterne il racconto a tutti; nel non narrare le nostre prodezze spiritose, i nostri viaggi, la destrezza ed abilità mostrate, né ciò che per avventura è stato detto a nostro onore:

2° nel nascondere il bene che possiamo aver fatto, come le elemosine, le preghiere, le penitenze, i servigi prestati al prossimo, le grazie interne che Dio ci ha largito;

3° nel non compiacerci quando siamo lodati; nel cercare di divergere la conversazione, attribuendo a Dio il buon successo pel quale siamo encomiati; facendo conoscere che ciò ci dà fastidio, ed andandocene se lo possiamo;

4° nel non dir mai né bene né male di sé stesso. Alcuni parlano spesso male di se medesimi allo scopo di venir lodati: questa è falsa umiltà, è un’umiltà posticcia. Di voi stesso non dite nulla, accontentatevi di riconoscere che siete un miserabile, che occorre tutta la carità di Dio per sopportarvi sulla terra;

5° nel non mai disputare cogli eguali; bisogna loro ceder in tutto ciò che non è contrario alla coscienza; non creder d’avere sempre ragione; se la si avesse, bisogna pensar subito che potremmo ingannarci, come avvenne tante volte; e soprattutto non ostinarci mai a voler dire l’ultima parola, ciò che rivela uno spirito assai orgoglioso:

6° nel non mostrarci mai tristi, quando sembriamo disprezzati, né lamentarcene con altri; ciò proverebbe che non abbiamo umiltà, poiché se ne avessimo, non crederemmo mai d’essere disprezzati, giacché mai non potremmo essere trattati come meritiamo pei nostri peccati; al contrario bisogna ringraziare il buon Dio, come il santo re Davide, che rendeva bene per male (Ps. VII, 5), pensando quanto aveva egli stesso disprezzato Dio coi suoi peccati;

7° nell’essere ben contenti che ci si disprezzi, ad esempio di Gesù Cristo, di cui fu detto “che sarebbe stato saziato d’obbrobrio (Thren. III, 30), „ e ad esempio degli Apostoli, dei quali è scritto 3 (Act. V, 41) “che gioivano grandemente d’esser trovati degni di soffrire qualche disprezzo, qualche ignominia per amore di Gesù Cristo: „ e tutto questo all’ora della morte ci sarà argomento di sperare la felicità;

8° nel non scusarci delle nostre colpe, quando abbiamo fatto qualche cosa di riprovevole, e non dar ad intendere che non è così, o con menzogne o con rigiri, o col far apparire di non essere stati noi. Quand’anche fossimo accusati a torto, purché non siavi interessata la gloria di Dio, non dobbiamo dir nulla. Vedete che cosa capitò a quella giovinetta, alla quale si era messo il nome di fratello Marino Ahimè! chi di noi sottoposto a simili prove non sarebbesi giustificato, potendolo così facilmente? (v. XI Domenica dopo Pentecoste).

9° Finalmente l’umiltà esteriore consiste nel fare ciò che è più ripugnante, ciò che gli altri non vogliono fare, e amare di andar vestiti semplicemente. Ecco. F. M.. in che cosa consiste l’umiltà esteriore. Ma in che cosa consiste quella interiore?

Eccolo. Consiste:

1° nel sentire bassamente di noi, non applaudendosi in cuore, quando abbiamo fatto qualche cosa ben riuscita, ma crederci indegni e incapaci di fare qualsiasi buona azione, appoggiati alle parole di Gesù Cristo medesimo, che ci dice che senza di Lui nulla possiam fare di bene (Joan. XV, 5): non possiamo neppur pronunziare una buona parola, neppur ripetere il Ss. Nome di Gesù, senza il soccorso dello Spirito Santo (I Cor. XII, 3);

2° nell’essere lieti che gli altri conoscano i nostri difetti, per aver occasione di tenerci nel nostro nulla;

3° nell’essere contenti che gli altri ci superino in ricchezze, in ingegno, in virtù, od in altra cosa e nel sottometterci alla volontà, al giudizio altrui, ogni volta che non sia contro alla coscienza. Sì, F. M., una persona veramente umile deve essere simile ad un morto, che ne s’inquieta per le ingiurie che gli si fanno, né gode per le lodi che gli vengono date. – Ecco, F. M., che cos’è possedere l’umiltà cristiana, che ci rende così accetti a Dio ed amabili al prossimo. Vedete ora, se l’avete o no. E se non l’avete, non vi resta per salvarvi che di domandarla a Dio fin che l’abbiate ottenuta, perché senza di essa non entreremo in cielo. Leggiamo nella vita di S. Elzeario, che, trovatosi in pericolo di perire in mare con quanti erano nella nave, passato il pericolo, santa Delfina sua sposa gli domandò se non avesse avuto paura. Le rispose: “Quando mi trovo in simile pericolo, raccomando a Dio me stesso e quanti sono con me, e gli dico che se alcuno deve morire, sia io quello, come il più miserabile ed indegno di vivere. „ (Ribadeneira, 27 Sett.,m t. IX). Quale umiltà!… S. Bernardo era così penetrato del suo nulla, che quando entrava in una città, si metteva in ginocchio a pregare Iddio di non punire quella città a cagione de’ suoi peccati; credeva che. dovunque andasse, non fosse capace che d’attirare la maledizione su quel luogo. Quale umiltà, F. M., in un santo così grande in cui vita fu una catena non mai interrotta di opere meravigliose! Bisogna, F . M., che tutto quanto facciamo sia accompagnato da questa bella virtù, se vogliamo che abbia premio in cielo. Facendo le vostre preghiere, avete voi questa umiltà che vi fa riguardare voi stessi come miserabili, indegni di stare alla santa presenza di Dio? Ah! se così fosse non vi accontentereste di farle vestendovi o lavorando. No, non l’avete. Se l’aveste quando siete alla S. Messa, con qual rispetto, modestia e timore non vi assistereste? Ah! no, no, non vi si vedrebbe sorridere, parlare, voltar la testa, girare i vostri sguardi per la chiesa, dormire, far le preghiere vostre senza divozione, senza amor di Dio. Lontani dal trovar lunghe le funzioni, non potreste più uscirne, pensando quanto dev’essere grande la misericordia di Dio per sopportarvi in mezzo ai fedeli, voi che meritate pei vostri peccati d’essere annoverato fra i reprobi. Se aveste questa virtù, quando domandate qualche grazia al buon Dio, fareste come la Cananea che si inginocchiò ai piedi del Salvatore in presenza di tutti (Matt. XV, 25); come Maddalena, che baciò i piedi del Salvatore in una numerosa assemblea (Luc. VII, 88). Se l’aveste, fareste come quella donna che da dodici anni soffriva perdita di sangue, ed andò con tanta umiltà a chinarsi davanti al Salvatore per toccare umilmente il lembo del suo vestito (Marc. V, 25). Se aveste l’umiltà d’un S. Paolo, che era stato rapito fino al terzo cielo (II Cor. XII, 2), eppure si considerava come un aborto, come l’ultimo degli Apostoli, indegno del nome che portava (I Cor. XV, 8, 9) … Mio Dio! quanto è bella questa virtù; ma quanto è rara!… Se aveste questa virtù, F. M., quando vi confessate, ahi sareste lungi dal nascondere i vostri peccati o raccontarli come una storia divertente, e sovratutto raccontar quelli degli altri! Ah! da qual timore non sareste compresi, considerando da una parte la gravità delle vostre colpe, l’oltraggio che esse hanno recato a Dio, e osservando dall’altra la carità che Egli ha di perdonarvele? Dio mio! non sarebbe il caso di morire di dolore e di riconoscenza?,.. Se dopo aver confessato i vostri peccati, aveste quell’umiltà di cui parla san Giovanni Climaco (La scala santa, quinto grado), che essendo in un monastero, ci dice di aver visto coi propri occhi dei religiosi così umili, mortificati, i quali sentivano per modo il peso dei loro peccati che i loro lamenti, e le preghiere indirizzate a Dio erano capaci di toccare cuori duri some la pietra. Ve n’erano alcuni coperti di ulceri, da cui usciva un fetore insopportabile; essi curavano sì poco i loro corpi, che non avevano ormai più che pelle ed ossa. Si udivano risuonare pel monastero le grida più strazianti. – Ah! guai a noi peccatori miserabili! Giustamente mio Dio. potete precipitarci nell’inferno!,, Altri esclamavano: “Ah! Signore, perdonateci, se le nostre anime possono ancora ricevere perdono! Avevano tutti il pensiero della morte fisso nella lor mente e si dicevano gli uni gli altri: “Che sarà di noi dopo aver avuto la disgrazia d’offendere un Dio così buono? Potremo noi avere qualche speranza pel giorno delle vendette divine? „ Altri domandavano d’esser gettati nel fiume, per venirvi mangiati dai pesci. Il superiore vedendo S. Giovanni Climaco, gli disse : ” Ebbene! Padre mio, avete visto i nostri soldati? „ S.Giovanni Climaco ci dice che non poté né parlare né pregare, perché le grida di quei penitenti così profondamente umiliati, gli strappavano, suo malgrado, lagrime e singhiozzi. Come va, F. M., che noi non abbiamo umiltà, sebbene siamo assai più colpevoli? Ahimè! è perché non ci conosciamo abbastanza!

II. — Sì, F. M., ad un Cristiano, che si conosca bene, tutto serve per portarlo ad umiliarsi. Voglio dire tre cose: la considerazione delle grandezze di Dio, le umiliazioni di Gesù Cristo, e la nostra miseria.

1° Chi potrà considerare bene la grandezza di Dio, senza annichilarsi alla sua presenza, pensando che Egli dal nulla ha creato il cielo con una sola parola, ed un solo suo sguardo potrebbe tutto annientare? Un Dio che è così grande, e la cui potenza non ha confini, un Dio ripieno di ogni sorta di perfezioni, un Dio con la sua eternità senza fine, colla sua giustizia così severa, colla sua provvidenza che tutto governa con grande saggezza e provvede ai nostri bisogni con tanta cura! Mentre noi siamo un nulla vile e meschino! O mio Dio! non dovremmo, a più forte ragione, temere, come S. Martino, che la terra non si apra sotto i nostri piedi per inghiottirci, tanto siamo indegni di vivere? A questa considerazione, F. M., non fareste come quella grande penitente, di cui si parla nella vita di S. Pafnuzio? (Vita dei Padri del deserto. S. Pafnuzio e santa Taide) Questo buon vecchio, dice l’autore della sua vita, andato in cerca di quella peccatrice, e fu assai sorpreso di sentirla parlare di Dio. Il  santo abate le disse: “Sapete dunque che vi è un Dio? „ — “Sì, rispose ella: so di più che vi è un regno beato per quelli che vivono secondo i suoi comandamenti, ed un inferno, nel quale verranno cacciati i peccatori ad abbruciarvi. „ — “Se conoscete tutto ciò, sapete anche che avendo rovinato tante anime, vi siete messa in pericolo di andare a bruciare nell’inferno?,, La peccatrice, conoscendo a queste parole, che egli era un uomo di Dio, si gettò ai suoi piedi sciogliendosi in lacrime: “Padre mio, gli disse, datemi quella penitenza che vorrete, ed io la farò. ,, La rinchiuse in una cella dicendole: “Colpevole come siete non meritate di pronunciare il Nome di Dio; vi accontenterete di rivolgervi verso oriente, e per unica vostra preghiera direte: “O Voi che m’avete creata, abbiate pietà di me! „ Questa fu tutta la sua preghiera. S. Taide passò tre anni ripetendo tale preghiera, versando lagrime, e mandando sospiri giorno e notte. O mio Dio! l’umiltà ci fa davvero conoscere ciò che siamo!

2° Inoltre gli annientamenti di Gesù Cristo devono umiliarci ancor di più. “Quando considero, ci dice S. Agostino, un Dio che dalla sua incarnazione fino alla croce, ha trascorso una vita tutta di umiliazioni e di ignominie, un Dio disconosciuto sulla terra, temerò io di umiliarmi? Un Dio cerca le umiliazioni, ed io, verme della terra, vorrò elevarmi? „ Mio Dio! per pietà, distruggete quest’orgoglio, che tanto ci allontana da Voi.

3° Un altro motivo, F. M. , che ci deve umiliare è la nostra propria miseria. Non abbiamo che a guardarla davvicino, per trovare un’infinità di ragioni per umiliarci. Il profeta Michea ci dice: “Portiamo in noi stessi il principio ed il motivo della nostra umiliazione. Non sappiamo noi, ci dice, che il nulla è la nostra origine, che passò un’infinità di secoli prima che noi fossimo, e che da noi stessi non avremmo giammai potuto uscire da questo oscuro ed impenetrabile abisso? Possiamo ignorare che sebbene creati, abbiamo una violenta inclinazione al nulla, e che la mano potente di Colui che ce ne ha cavati, bisogna che ci impedisca di ripiombarvi, e che, se Dio cessasse di guardarci e sostenerci, saremmo cancellati dalla faccia della terra con la stessa rapidità d’una paglia trasportata da furiosa tempesta? „ Che cosa è dunque l’uomo per vantarsi della sua nascita e degli altri suoi comodi? “Ahimè! ci dice il santo Giobbe, chi siamo noi? Sozzura prima di nascere, miseria quando veniamo al mondo, infezione quando ne usciamo. Nasciamo di donna, ei dice (Giob. XIV, 1) viviamo poco tempo: durante la vita, sia essa pur breve, piangiamo molto e la morte non tarda a coglierci. „ — “Ecco la nostra porzione, ci dice S. Gregorio Papa, giudicate da questo se possiamo avere ragione di insuperbirci menomamente! Cosicché chi osa aver la temerità di credere d’esser qualcosa è un insensato, che non si è mai conosciuto, perché conoscendoci quali siamo, non possiamo avere che orrore di noi stessi. „ Ma non abbiamo minor motivo di umiliarci nell’ordine della grazia. Quali che siano i doni e le belle qualità che abbiamo, tutti li dobbiamo alla mano liberale del Signore, che li dà a chi gli piace per conseguenza non possiamo gloriarcene. Un Concilio ha dichiarato che l’uomo ben lungi d’esser l’autore della sua salvezza, non è capace che di perdersi, e non ha di proprio che il peccato e la menzogna. S. Agostino ci dice che tutta la nostra scienza consiste nel sapere che non siamo nulla, e che quanto abbiamo lo dobbiamo a Dio. Infine, che dobbiamo umiliarci per riguardo alla gloria e felicità che aspettiamo nell’altra vita, perché da noi, non possiamo meritarla. Se Dio è così buono da darcela, non possiamo fare assegnamento che sulla misericordia di Lui e sui meriti infiniti di Gesù Cristo, suo Figliuolo. Come figli di Adamo, noi meritiamo soltanto l’inferno. Oh! come Iddio è caritatevole dandoci la speranza di tanti beni, a noi che nulla abbiam fatto per meritarli! Che cosa dobbiamo concludere da ciò? F. M., eccolo: domandiamo al buon Dio, ogni giorno, l’umiltà, cioè che ci faccia la grazia di conoscere che noi siamo nulla, e che i beni, sia del corpo, sia dell’anima, ci vengono da Lui. .. Pratichiamo l’umiltà tutte le volte che potremo…; siamo ben persuasi che non c’è virtù più accetta a Dio dell’umiltà, e che con essa avremo tutte le altre. Per quanto siamo peccatori, stiamo sicuri che se possediamo l’umiltà, Dio ci perdonerà. Sì, F. M., attacchiamoci a questa bella virtù; essa ci unirà a Dio, ci farà vivere in pace col prossimo nostro, renderà le nostre croci meno pesanti, ci darà la grande speranza che un giorno vedremo Dio. Egli stesso ci ha detto: “Beati i poveri di spirito, perché vedranno Iddio! „ (Matt. V, 3). E quello che vi auguro.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps XXXIX: 14; 15
Dómine, in auxílium meum réspice: confundántur et revereántur, qui quærunt ánimam meam, ut áuferant eam: Dómine, in auxílium meum réspice.

[Signore, vieni in mio aiuto: siano confusi e svergognati quelli che insidiano la mia vita per rovinarla: Signore, vieni in mio aiuto.]

Secreta

Munda nos, quǽsumus, Dómine, sacrifícii præséntis efféctu: et pérfice miserátus in nobis; ut ejus mereámur esse partícipes.

[Purificaci, Te ne preghiamo, o Signore, in virtù del presente Sacrificio, e, nella tua misericordia, fa sì che meritiamo di esserne partecipi].

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps LXX: 16-17;18
Dómine, memorábor justítiæ tuæ solíus: Deus, docuísti me a juventúte mea: et usque in senéctam et sénium, Deus, ne derelínquas me.

[O Signore, celebrerò la giustizia che è propria solo a Te. O Dio, che mi hai istruito fin dalla giovinezza, non mi abbandonare nell’estrema vecchiaia.]

Postcommunio

Orémus.
Purífica, quǽsumus, Dómine, mentes nostras benígnus, et rénova coeléstibus sacraméntis: ut consequénter et córporum præsens páriter et futúrum capiámus auxílium.

[O Signore, Te ne preghiamo, purifica benigno le nostre anime con questi sacramenti, affinché, di conseguenza, anche i nostri corpi ne traggano aiuto per il presente e per il futuro].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

12 SETTEMBRE (2020): SS. NOME DI MARIA

I SERMONI DEL CORATO D’ARS: “SULL’UMILTÀ”

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Sull’umiltà.

“Omnis qui se exaltat humiliabitur, et qui se humiliat, exaltabitur.”

(Luc.. XVIII, 14).

Poteva forse, Fratelli miei, il nostro divin Salvatore, mostrarci in modo più chiaro ed evidente la necessità di umiliarci, cioè di sentire bassamente di noi, nei pensieri, nelle parole, nelle azioni, se vogliamo sperare di andar a cantare le lodi di Dio per tutta l’eternità? — Trovandosi un giorno in compagnia di persone, le quali, a quanto pare, si gloriavano del bene che avevano fatto, e disprezzavano gli altri, Gesù Cristo propose loro questa parabola, che, nulla vieta credere riproduca un fatto storico: “Due uomini, disse, ascesero al tempio per farvi orazione; l’uno era fariseo, l’altro pubblicano. Il fariseo ritto in piedi, così parlava a Dio: “Ti ringrazio, o Signore, perché non sono come il resto degli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano: digiuno due volte la settimana, do le decime di quanto possiedo. „ Ecco la sua preghiera, ci dice S. Agostino: (Serm. CXV, cap. 2, in illud Lucæ) vedete bene che essa non è altro che uno sfoggio pieno di boria, di vanità e di orgoglio. Il fariseo non viene al tempio per supplicare Iddio o ringraziarlo: ma per dir le sue lodi ed insultare l’altro che sta pregando. Il pubblicano invece, stando lungi dall’altare, non osava neppure di alzar gli occhi al cielo; si percoteva il petto, dicendo: “Mio Dio, abbi pietà di me che sono peccatore. „ — “Vi dichiaro, aggiunge Gesù Cristo, che questi se ne partì giustificato, non l’altro. „ I peccati del pubblicano vengono perdonati, ed il fariseo con tutte le sue virtù, ritorna a casa più colpevole di quando ne era uscito. Se volete saperne la ragione, eccola: l’umiltà del pubblicano, quantunque peccatore, fu più accetta a Dio che tutte le pretese opere buone dei fariseo col suo orgoglio (Respexit in orationem humilium, et non sprevit precem eorum. Ps, CI, 18).E Gesù Cristo ne concluse che: “chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.„ Ecco la regola, F. M., non illudiamoci; la leggo è generale; è il nostro divino Maestro che l’ha pubblicata. “Quando avrete alzata la testa sino al cielo, dice il Signore, io ve ne strapperò. „ (Jer. XLIX, 16) Sì, F. M., l’unica strada che conduce alla gloria dell’altra vita, è l’umiltà. (Gloriam præcedit humilitas. Prov. xv, 33). Senza umiltà, senza questa bella e preziosa virtù, non entrerete in cielo, come non vi entrerete senza il battesimo (Matth. XVIII, 3). Comprendiamo adunque oggi, F. M., l’obbligo che abbiamo di umiliarci, ed i motivi che vi ci devono impegnare. Perciò, F. M., vi mostrerò:

1° che l’umiltà è una virtù assolutamente necessaria, se vogliamo che le nostre azioni siano accette a Dio e ricompensate nell’altra vita;

2° che tutti abbiamo obbligo di praticarla, sia riguardo a Dio, sia riguardo a noi stessi.

I . — Prima, F. M., di farvi comprendere il bisogno che abbiamo di questa bella virtù, tanto necessaria quanto il battesimo dopo il peccato originale; tanto necessaria, aggiungo quanto il sacramento della Penitenza dopo il peccato mortale, bisogna vi dica in che cosa consiste questa amabile virtù, che dà si gran merito a tutte le nostre buone azioni, ed orna così riccamente tutte le nostre opere buone. – S. Bernardo, questo gran santo che l’ha praticata in modo così straordinario, che ha abbandonato beni, piaceri, parenti ed amici, per passare la sua vita nelle foreste, tra le fiere, a piangervi i suoi peccati, ci dico che l’umiltà è una virtù per la quale conosciamo noi stessi: cosa che ci porta a non avere per noi che disprezzo, ed a non provar nessun gusto nel sentirci lodati 1. *(De gradibus humilitatis et superbiæ, cap. 1).

1° Anzitutto questa virtù ci è assolutamente necessaria se vogliamo che le nostre azioni siano premiate in cielo: poiché Gesù Cristo stesso ci dice che non possiamo salvarci senza umiltà, come non possiamo salvarci senza il battesimo. S. Agostino ci dice: ” Se mi domandate qual è la prima virtù del Cristiano, vi risponderò che è l’umiltà; se mi domandate qual è la seconda, vi dirò ancora l’umiltà; e ogni volta mi farete questa domanda, vi darò sempre la medesima risposta. „(Epist. CXIII ad Dioscorum, cap. III, 22). Se l’orgoglio genera tutti i peccati (Initium omnia peccati est superbia, Eccli. x, 15), possiamo anche dire che l’umiltà produce tutte le virtù (Vedi RODRIQUEZ, Trattato dell’umiltà, cap. III). Coll’umiltà, avrete quanto v’occorre per piacere a Dio e salvar l’anima vostra; senza umiltà, aveste pure tutte le altre virtù, avrete nulla. Leggiamo nel santo Vangelo che alcune madri presentavano i loro bambini a Gesù Cristo perché li benedicesse. Gli Apostoli li respingevano. Nostro Signore, volendo mostrare la sua disapprovazione, disse loro: “Lasciate venire a me questi pargoli, poiché il regno dei cieli è per loro e per chi ad essi rassomiglia. „ E li abbracciava, e dava loro la sua santa benedizione. Perché tanta accoglienza da parte del divin Salvatore? Perché  i bambini sono semplici, umili, e senza malizia. Parimente, F. M., se vogliamo essere bene accolti da Gesù Cristo, dobbiamo essere semplici ed umili in quanto facciamo. “Fu – ci dice S. Bernardo – fu questa bella virtù, la cagione per cui l’eterno Padre fermò sulla santissima Vergine lo sguardo della sua compiacenza: e se, la verginità, aggiunge, attrasse lo sguardo di Dio, l’umiltà fu causa che ella diventasse Madre del Figlio di Dio. Se Maria santissima è la Regina dei vergini, ella è altresì la Regina degli umili. „ (Hom. I, super Missus est, 5) S. Teresa domandava un giorno a nostro Signore, perché altre volte lo Spirito Santo si comunicava con tanta facilità ai personaggi dell’Antico Testamento, ai patriarchi, ai profeti, e manifestava loro i suoi secreti, mentre al presente non lo fa più. Nostro Signore le rispose perché erano più semplici e più umili, mentre gli uomini di oggi hanno il cuor doppio, e sono ripieni di orgoglio e vanità. Dio non si comunica ad essi, non li ama, come amava quei buoni patriarchi e quei profeti, che erano semplici ed umili. S. Agostino ci dice: “Se vi umiliate profondamente e riconoscete di esser nulla, di non meritar nulla, Dio vi darà grazie in abbondanza; ma se volete innalzarvi e credervi qualche cosa, Egli si ritirerà da voi, e vi abbandonerà nella vostra miseria. „ – Nostro Signore per farci ben comprendere che l’umiltà è la più bella e la più preziosa di tutte le virtù, comincia le beatitudini coll’umiltà, dicendo: “Beati i poveri di spirito, poiché di essi è il regno dei cieli. „ S. Agostino ci dice che questi poveri di spirito sono quelli che hanno l’umiltà per patrimonio! (Serm. LIII, in illud Matth. Beati pauperes spiritu). Il profeta Isaia dice a Dio: “Signore, su chi il vostro Spirito Santo discende? Forse su quelli che hanno gran riputazione nel mondo,o sugli orgogliosi? — No, dice il Signore, ma su chi ha il cuore umile. „ (Is. XLVI, 2).Non solo questa virtù ci rende accetti a Dio,ma anche agli uomini. Tutti amano colui che è umile; si gode della sua compagnia. Perché  ordinariamente i fanciulli sono amati, se non perché sono semplici ed umili? Una persona umile cede in tutto, non contraria e non affligge mai nessuno, s’accontenta di tutto,cerca sempre di nascondersi agli occhi del mondo. Ne abbiamo un bell’esempio nella persona di S. Ilarione. S. Girolamo racconta chequesto gran santo era richiesto dagli imperatori, dai re, dai principi, dalla folla del popolo attirato nella solitudine del deserto dal profumo di sua santità e dallo splendore e dalla fama dei suoi miracoli; ma che egli al contrario fuggiva il mondo quanto poteva. Cambiava spesso dicella, per vivere nascosto e sconosciuto; piangeva senza posa alla vista di quella moltitudine di religiosi e d’altra gente che venivano da lui per essere guariti dai loro mali. Rimpiangendo l’antica solitudine: “Sono, diceva tutto in lacrime, sono ritornato nel mondo, riceverò la mia ricompensa in questa vita, poiché mi si tiene per una persona considerevole. „ — “E ci dice S. Girolamo, niente di più ammirabile che vederlo così umile in mezzo a tanti onori che gli venivano prodigati. Essendosi sparsa la notizia che si ritirava nel fondo di un deserto selvaggio, dove nessuno avrebbe potuto più visitarlo, ventimila uomini si misero ad invigilarlo; ma il Santo disse loro che non avrebbe preso cibo sinché non lo avessero lasciato libero. Gli si fece la guardia per sette giorni: ma vedendo che non mangiava nulla… Fuggì nel deserto più remoto e selvaggio dove si diede a tutto ciò che poteva ispirargli il suo amore per Dio. Solamente là credette di cominciare a servire il buon Dio. „ (Vita dei Padri del deserto), Ditemi, F. M., non è questa umiltà, disprezzo di se stesso? Ahimè! quanto queste virtù sono rare! ma anche i santi sono rari! Quanto si odia un orgoglioso, altrettanto si ama una persona umile, perché essa prende sempre l’ultimo posto, rispetta tutti e stima tutti, e perciò appunto piace tanto la compagnia di persone che hanno così belle qualità.

2° Inoltre l’umiltà è il fondamento di tutte le altre virtù (Cogitas magnam, fabricam construere celsitudinis? De fundamento prius cogita humilitatis. S. Aug., Serm. in Matth.). Chi desidera servire il buon Dio e salvare l’anima propria, deve cominciare dal praticar questa virtù in tutta la sua estensione, altrimenti la nostra divozione sarà simile ad uno stelo di paglia che fu piantato, ma che al primo soffio di vento sarà abbattuto. Sì, F. M., il demonio teme pochissimo quelle divozioni che non hanno l’umiltà per fondamento, perché sa benissimo che le potrà abbattere quando a lui piaccia; come accadde a quel solitario che giunse sino a camminar sui carboni ardenti senza abbruciarsi, ma, privo d’umiltà, cadde poco dopo negli eccessi più deplorevoli (Vita dei Padri del Deserto). Se non avete l’umiltà, dite che non avete nulla, e che alla prima tentazione cadrete. Si racconta nella vita di S. Antonio (ibid.), che il buon Dio gli fece vedere il mondo tutto ripieno di lacci tesi dal demonio per far cadere gli uomini nel peccato. Ne fu tanto stupito, che il suo corpo tremava come le foglie della foresta, e rivolgendosi a Dio:  “Ahimè! Signore, chi potrà evitare tante insidie? „ Intese una voce rispondergli: “Antonio, chi sarà umile; perché Dio dà la sua grazia agli umili per resistere alle tentazioni, mentre permette «he il demonio si prenda giuoco degli orgogliosi, i quali esposti all’occasione, cadranno nel peccato. Il demonio non osa neppure attaccare le persone umili. „ Quando S. Antonio era tentato, non faceva che umiliarsi profondamente innanzi a Dio, dicendo: “Ahimè, Signore, sapete che non sono altro che un miserabile peccatore! „ Allora il demonio fuggiva. Quando siamo tentati, F. M., teniamoci nascosti sotto il velo dell’umiltà, e vedremo che il demonio avrà poca forza su di noi. Leggiamo  nella vita di S. Macario, che andando egli un giorno nella sua cella carico le braccia di foglie di palma, gli si fece innanzi il demonio con spaventevole furore tentando di percuoterlo, ma non riuscendo perché Dio non gliene aveva dato facoltà, esclamò: “O Macario! quanto mi fai soffrire: non ho la forza di maltrattarti, quantunque io adempia più perfettamente di te ciò che tu fai; perché tu digiuni qualche volta, ma io non mangio mai: tu vegli qualche volta ed io non dormo mai. Non v’è che una cosa, in cui confesso che mi superi. „ S. Macario gli domandò quale fosse. “È la tua umiltà. „ Il santo si gettò con la faccia contro terra, domandò a Dio di non soccombere alla tentazione, e subito il demonio fuggi. (Vita dei Padri del deserto. S. Macario d’Egitto). Ah! F. M., questa virtù quanto ci rende cari a Dio, ed è potente a scacciare il demonio. Ma quanto è rara! ed è facile comprenderlo, poiché vi sono ben pochi Cristiani che resistano al demonio quando sono tentati. Ma, affinché non vi facciate illusione e riconosciate che questa virtù non l’avete avuta mai, entriamo in un semplice particolare. No, F. M., non sono prova che noi possediamo l’umiltà le belle parole e belle manifestazioni di disprezzo di noi stessi. E prima di cominciare vi citerò un esempio il quale vi proverà che le parole contano poco. Leggiamo nella Vita dei Padri, che essendo venuto un solitario a trovare S. Serapione, (idem)  quegli non voleva pregare con lui, perché, diceva, ho commesso tanti peccati e ne sono indegno: non oso neppure respirare l’aria in cui vi trovate. Seduto in terra, non osava neppure assidersi sullo stesso sgabello su cui stava S. Serapione. Volendo il santo lavargli i piedi secondo il costume, egli resisté ancor più. Ecco l’umiltà che secondo noi ha tutta l’apparenza di essere sincera, eppure vedete dove va a finire. S. Serapione si limitò a osservargli che avrebbe fatto assai meglio a starsene nella sua solitudine, invece di andare di cella in cella al pari di un girovago, e a lavorare per vivere. Allora il solitario non seppe trattenersi dal mostrare che la sua umiltà non era che falsa virtù; si adirò contro il santo, e lo lasciò. Perciò il santo gli disse: “Eh! figlio mio, mi dicevate or ora che avevate commesso tutti i delitti immaginabili, che non osavate né pregare né mangiare con me, e per un semplice avvertimento, che in nulla può offendervi, vi lasciate vincere dalla collera! Andate, amico mio, la vostra virtù e tutte le vostre opere buone sono prive della più bella dote, che è l’umiltà. „ Vedete da questo esempio, che ve n’è ben poca di vera umiltà. Ahimè! quanti vi sono che finché vengono adulati, lodati o ricevono dimostrazioni di stima, sono tutto ardore per le pratiche di pietà, darebbero tutto e si spoglierebbero di tutto; ma basta un piccolo rimprovero, un tratto d’indifferenza per gettare l’amarezza nel loro cuore; tutto questo li tormenta, li fa piangere, li mette di cattivo umore, fa commettere loro mille giudizi temerari, pensando che vengono trattati indegnamente, mentre con altri non si usa così. Ahimè! quanto questa bella virtù è rara fra i Cristiani dei nostri giorni! quante virtù non hanno che l’apparenza, ed al primo urto se ne vanno in fumo! Ma in che cosa consiste l’umiltà? Eccolo: vi dirò anzitutto che vi sono due specie di umiltà, l’una interiore e l’altra esteriore. L’umiltà esterna consiste,

1° nel non lodarsi di esser ben riusciti in qualche opera da noi fatta, e non ripeterne il racconto a tutti; nel non narrare le nostre prodezze spiritose, i nostri viaggi, la destrezza ed abilità mostrate, né ciò che per avventura è stato detto a nostro onore:

2° nel nascondere il bene che possiamo aver fatto, come le elemosine, le preghiere, le penitenze, i servigi prestati al prossimo, le grazie interne che Dio ci ha largito;

3° nel non compiacerci quando siamo lodati; nel cercare di divergere la conversazione, attribuendo a Dio il buon successo pel quale siamo encomiati; facendo conoscere che ciò ci dà fastidio, ed andandocene se lo possiamo;

4° nel non dir mai né bene né male di se stesso. Alcuni parlano spesso male di se medesimi allo scopo di venir lodati: questa è falsa umiltà, è un’umiltà posticcia. Di voi stesso non dite nulla, accontentatevi di riconoscere che siete un miserabile, che occorre tutta la carità di Dio per sopportarvi sulla terra;

5° nel non mai disputare cogli eguali; bisogna loro ceder in tutto ciò che non è contrario alla coscienza; non creder d’avere sempre ragione; se la si avesse, bisogna pensar subito che potremmo ingannarci, come avvenne tante volte; e soprattutto non ostinarci mai a voler dire l’ultima parola, ciò che rivela uno spirito assai orgoglioso:

6° nel non mostrarci mai tristi, quando sembriamo disprezzati, né lamentarcene con altri; ciò proverebbe che non abbiamo umiltà, poiché se ne avessimo, non crederemmo mai d’essere disprezzati, giacché mai non potremmo essere trattati come meritiamo pei nostri peccati; al contrario bisogna ringraziare il buon Dio, come il santo re Davide, che rendeva bene per male (Ps. VII, 5), pensando quanto aveva egli stesso disprezzato Dio coi suoi peccati;

7° nell’essere ben contenti che ci si disprezzi, ad esempio di Gesù Cristo, di cui fu detto “che sarebbe stato saziato d’obbrobrio (Thren. III, 30), „ e ad esempio degli apostoli, dei quali è scritto (Act. V, 41) “che gioivano grandemente d’esser trovati degni di soffrire qualche disprezzo, qualche ignominia per amore di Gesù Cristo: „ e tutto questo all’ora della morte ci sarà argomento di sperare la felicità;

8° nel non scusarci delle nostre colpe, quando abbiamo fatto qualche cosa di riprovevole, e non dar ad intendere che non è così, o con menzogne o con rigiri, o col far apparire di non essere stati noi. Quan d’anche fossimo accusati a torto, purché non siavi interessata la gloria di Dio, non dobbiamo dir nulla. Vedete che cosa capitò a quella giovinetta, alla quale si era messo il nome di fratello Marino Ahimè! chi di noi sottoposto a simili prove non sarebbesi giustificato, potendolo così facilmente? (v. XI Domenica dopo Pentecoste).

9° Finalmente l’umiltà esteriore consiste nel fare ciò che è più ripugnante, ciò che gli altri non vogliono fare, e amare di andar vestiti semplicemente. Ecco. F. M.. in che cosa consiste l’umiltà esteriore. Ma in che cosa consiste quella interiore?

Eccolo. Consiste:

1° nel sentire bassamente di noi, non applaudendosi in cuore, quando abbiamo fatto qualche cosa ben riuscita, ma crederci indegni e incapaci di fare qualsiasi buona azione, appoggiati alle parole di Gesù Cristo medesimo, che ci dice che senza di Lui nulla possiam fare di bene (Joan. XV, 5): non possiamo neppur pronunziare una buona parola, neppur ripetere il Ss. nome di Gesù, senza il soccorso dello Spirito Santo (I Cor. XII, 3);

2° nell’essere lieti che gli altri conoscano i nostri difetti, per aver occasione di tenerci nel nostro nulla;

3° nell’essere contenti che gli altri ci superino in ricchezze, in ingegno, in virtù, od in altra cosa e nel sottometterci alla volontà, al giudizio altrui, ogni volta che non sia contro alla coscienza. Sì, F. M., una persona veramente umile deve essere simile ad un morto, che n’è s’inquieta per le ingiurie che gli si fanno, né gode per le lodi che gli vengono date. – Ecco, F. M., che cos’è possedere l’umiltà cristiana, che ci rende così accetti a Dio ed amabili al prossimo. Vedete ora, se l’avete o no. E se non l’avete, non vi resta per salvarvi che di domandarla a Dio fin che l’abbiate ottenuta, perché senza di essa non entreremo in cielo. Leggiamo nella vita di S. Elzeario, che, trovatosi in pericolo di perire in mare con quanti erano nella nave, passato il pericolo, santa Delfina sua sposa gli domandò se non avesse avuto paura. Le rispose: “Quando mi trovo in simile pericolo, raccomando a Dio me stesso e quanti sono con me, e gli dico che se alcuno deve morire, sia io quello, come il più miserabile ed indegno di vivere. „ (Ribadeneira, 27 Sett.,m t. IX). Quale umiltà!… – S. Bernardo era così penetrato del suo nulla, che quando entrava in una città, si metteva in ginocchio a pregare Iddio di non punire quella città a cagione de’ suoi peccati; credeva che. dovunque andasse, non fosse capace che d’attirare la maledizione su quel luogo. Quale umiltà, F. M., in un santo così grande in cui vita fu una catena non mai interrotta di opere meravigliose! Bisogna, F . M., che tutto quanto facciamo sia accompagnato da questa bella virtù, se vogliamo che abbia premio in cielo. Facendo le vostre preghiere, avete voi questa umiltà che vi fa riguardare voi stessi come miserabili, indegni di stare alla santa presenza di Dio? Ah! se così fosse non vi accontentereste di farle vestendovi o lavorando. No, non l’avete. Se l’aveste quando siete alla S. Messa, con qual rispetto, modestia e timore non vi assistereste? Ah! no, no, non vi si vedrebbe sorridere, parlare, voltar la testa, girare i vostri sguardi per la chiesa, dormire, far le preghiere vostre senza divozione, senza amor di Dio. Lontani dal trovar lunghe le funzioni, non potreste più uscirne, pensando quanto dev’essere grande la misericordia di Dio per sopportarvi in mezzo ai fedeli, voi che meritate pei vostri peccati d’essere annoverato fra i reprobi. Se aveste questa virtù, quando domandate qualche grazia al buon Dio, fareste come la Cananea che si inginocchiò ai piedi del Salvatore in presenza di tutti (Matt. XV, 25); come Maddalena, che baciò i piedi del Salvatore in una numerosa assemblea (Luc. VII, 88). Se l’aveste, fareste come quella donna che da dodici anni soffriva perdita di sangue, ed andò con tanta umiltà a chinarsi davanti al Salvatore per toccare umilmente il lembo del suo vestito (Marc. V, 25). Se aveste l’umiltà d’un S. Paolo, che era stato rapito fino al terzo cielo (II Cor. XII, 2), eppure si considerava come un aborto, come l’ultimo degli apostoli, indegno del nome che portava (I Cor. XV, 8, 9) … Mio Dio! quanto è bella questa virtù; ma quanto è rara!… Se aveste questa virtù, F. M., quando vi confessate, ahi sareste lungi dal nascondere i vostri peccati o raccontarli come una storia divertente, e sovratutto raccontar quelli degli altri! Ah! da qual timore non sareste compresi, considerando da una parte la gravità delle vostre colpe, l’oltraggio che esse hanno recato a Dio, e osservando dall’altra la carità che Egli ha di perdonarvele? Dio mio! non sarebbe il caso di morire di dolore e di riconoscenza?,.. Se dopo aver confessato i vostri peccati, aveste quell’umiltà di cui parla san Giovanni Climaco (La scala santa, quinto grado), che essendo in un monastero, ci dice di aver visto coi propri occhi dei religiosi così umili, mortificati, i quali sentivano per modo il peso dei loro peccati che i loro lamenti, e le preghiere indirizzate a Dio erano capaci di toccare cuori duri some la pietra. Ve n’erano alcuni coperti di ulceri, da cui usciva un fetore insopportabile; essi curavano sì poco i loro corpi, che non avevano ormai più che pelle ed ossa. Si udivano risuonare pel monastero le grida più strazianti. – Ah! guai a noi peccatori miserabili! Giustamente mio Dio. potete precipitarci nell’inferno!,, Altri esclamavano: “Ah! Signore, perdonateci, se le nostre anime possono ancora ricevere perdono! Avevano tutti il pensiero della morte fisso nella lor mente e si dicevano gli uni gli altri: “Che sarà di noi dopo aver avuto la disgrazia d’offendere un Dio così buono? Potremo noi avere qualche speranza pel giorno delle vendette divine? „ Altri domandavano d’esser gettati nel fiume, per venirvi mangiati dai pesci. Il superiore vedendo S. Giovanni Climaco, gli disse : ” Ebbene! Padre mio, avete visto i nostri soldati? „ S.Giovanni Climaco ci dice che non poté né parlare né pregare, perché le grida di quei penitenti così profondamente umiliati, gli strappavano, suo malgrado, lagrime e singhiozzi. Come va, F. M., che noi non abbiamo umiltà, sebbene siamo assai più colpevoli? Ahimè! è perché non ci conosciamo abbastanza!

II. — Sì, F. M., ad un Cristiano, che si conosca bene, tutto serve per portarlo ad umiliarsi. Voglio dire tre cose: la considerazione delle grandezze di Dio, le umiliazioni di Gesù Cristo, e la nostra miseria.

1° Chi potrà considerare bene la grandezza di Dio, senza annichilarsi alla sua presenza, pensando che Egli dal nulla ha creato il cielo con una sola parola, ed un solo suo sguardo potrebbe tutto annientare? Un Dio che è così grande, e la cui potenza non ha confini, un Dio ripieno di ogni sorta di perfezioni, un Dio con la sua eternità senza fine, colla sua giustizia così severa, colla sua provvidenza che tutto governa con grande saggezza e provvede ai nostri bisogni con tanta cura! Mentre noi siamo un nulla vile e meschino! O mio Dio! non dovremmo, a più forte ragione, temere, come S. Martino, che la terra non si apra sotto i nostri piedi per inghiottirci, tanto siamo indegni di vivere? A questa considerazione, F. M., non fareste come quella grande penitente, di cui si parla nella vita di S. Pafnuzio? (Vita dei Padri del deserto. S. Pafnuzio e santa Taide) Questo buon vecchio, dice l’autore della sua vita, andato in cerca di quella peccatrice, e fa assai sorpreso di sentirla parlare di Dio. Il  santo abate le disse: “Sapete dunque che vi è un Dio? „ — “Sì, rispose ella: so di più che vi è un regno beato per quelli che vivono secondo i suoi comandamenti, ed un inferno, nel quale verranno cacciati i peccatori ad abbruciarvi. „ — “Se conoscete tutto ciò. sapete anche che avendo rovinato tante anime, vi siete messa in pericolo di andare a bruciare nell’inferno?,, La peccatrice, conoscendo a queste parole, che egli era un uomo d Dio, si gettò ai suoi piedi sciogliendosi in lacrime: “Padre mio, gli disse, datemi quella penitenza che vorrete, ed io la farò. ,, La rinchiuse in una cella dicendole: “Colpevole come siete non meritate di pronunciare il nome di Dio; vi accontenterete di rivolgervi verso oriente, e per unica vostra preghiera direte: “O Voi che m’avete creata, abbiate pietà di me! „ Questa fu tutta la sua preghiera. S. Taide passò tre anni ripetendo tale preghiera, versando lagrime, e mandando sospiri giorno e notte. O mio Dio! l’umiltà ci fa davvero conoscere ciò che siamo!

2° Inoltre gli annientamenti di Gesù Cristo devono umiliarci ancor di più. “Quando considero, ci dice S. Agostino, un Dio che dalla sua incarnazione fino alla croce, ha trascorso una vita tutta di umiliazioni edi ignominie, un Dio disconosciuto sulla terra, temerò io di umiliarmi? Un Dio cerca le umiliazioni, ed io, verme della terra, vorrò elevarmi? „ Mio Dio! per pietà, distruggete quest’orgoglio, che tanto ci allontana da Voi.

3° Un altro motivo, F. M,, che ci deve umiliare è la nostra propria miseria. Non abbiamo che a guardarla davvicino, per trovare un’infinità di ragioni per umiliarci. Il profeta Michea ci dice: “Portiamo in noi stessi il principio ed il motivo della nostra umiliazione. Non sappiamo noi, ci dice, che il nulla è la nostra origine, che passò un’infinità di secoli prima che noi fossimo, e che da noi stessi non avremmo giammai potuto uscire da questo oscuro ed impenetrabile abisso? Possiamo ignorare che sebbene creati, abbiamo una violenta inclinazione al nulla, e che la mano potente di Colui che ce ne ha cavati bisogna che ci impedisca di ripiombarvi, eche, se Dio cessasse di guardarci e sostenerci, saremmo cancellati dalla faccia della terra con la stessa rapidità d’una paglia trasportata da furiosa tempesta? „ Che cosa è dunque l’uomo per vantarsi della sua nascita e degli altri suoi comodi? “Ahimè! ci dice il santo Giobbe, chi siamo noi? Sozzura prima di nascere, miseria quando veniamo al mondo, infezione quando no usciamo. Nasciamo di donna, ei dice (Giob. XIV, 1) viviamo poco tempo: durante la vita, sia essa pur breve, piangiamo molto e la morte non tarda a coglierci. „ — “Ecco la nostra porzione, ci dice S. Gregorio Papa, giudicate da questo se possiamo avere ragione di insuperbirci menomamente! Cosicché chi osa aver la temerità di credere d’esser qualcosa è un insensato, che non si è mai conosciuto, perché conoscendoci quali siamo, non possiamo avere che orrore di noi stessi. „ Ma non abbiamo minor motivo di umiliarci nell’ordine della grazia. Quali che siano i doni e le belle qualità che abbiamo, tutti li dobbiamo alla mano liberale del Signore, che li dà a chi gli piace per conseguenza non possiamo gloriarcene. Un Concilio ha dichiarato che l’uomo ben lungi d’esser l’autore della sua salvezza, non è capace che di perdersi, e non ha di proprio che il peccato e la menzogna. S. Agostino ci dice che tutta la nostra scienza consiste nel sapere che non siamo nulla, e che quanto abbiamo lo dobbiamo a Dio. Infine, che dobbiamo umiliarci per riguardo alla gloria e felicità che aspettiamo nell’altra vita, perché da noi, non possiamo meritarla. Se Dio è così buono da darcela, non possiamo fare assegnamento che sulla misericordia di Lui e sui meriti infiniti di Gesù Cristo, suo Figliuolo. Come figli di Adamo, noi meritiamo soltanto l’inferno. Oh! come Iddio è caritatevole dandoci la speranza di tanti beni, a noi che nulla abbiam fatto per meritarli! Che cosa dobbiamo concludere da ciò? F. M., eccolo: domandiamo al buon Dio, ogni giorno, l’umiltà, cioè che ci faccia la grazia di conoscere che noi siamo nulla, e che i beni, sia del corpo, sia dell’anima, ci vengono da Lui. .. Pratichiamo l’umiltà tutte le volte che potremo…; siamo ben persuasi che non c’è virtù più accetta a Dio dell’umiltà, e che con essa avremo tutte le altre. Per quanto siamo peccatori, stiamo sicuri che se possediamo l’umiltà Dio ci perdonerà. Sì, F. M., attacchiamoci a questa bella virtù; essa ci unirà a Dio, ci farà vivere in pace col prossimo nostro, renderà le nostre croci meno pesanti, ci darà la grande speranza che un giorno vedremo Dio. Egli stesso ci ha detto: “Beati i poveri di spirito, perché vedranno Iddio! „ (Matt. V, 3). E quello che vi auguro.

LO SCUDO DELLA FEDE (173)

A. D. SERTILLANGES, O. P.

CATECHISMO DEGLI INCREDULI (IX)

[Versione autoriz. Dal francese del P. S. G. Nivoli, O. P. – III ristampa. S. E. I. – Torino 1944]

LIBRO SECONDO

1 MISTERI

III. — Il mistero della Creazione.

a) La Creazione stessa.

D. Perché chiami la creazione un mistero?

R. Perché Dio è un mistero, e benché non si tratti qui delle sue intimità, come nel mistero in senso proprio, tuttavia per noi, l’oscurità è grande altrettanto. Per capire la creazione, punto di sutura tra Dio e il mondo, bisognerebbe poter comprendere e il mondo e Dio.

D. Il mondo è dunque tratto da Dio?

R. Così dev’essere, in una certa maniera. Come quest’indigente si sarebbe arricchito d’essere, se non per un prestito dall’Essere perfetto?

D. Sei dunque partigiano delle emanazioni?

R. S. Tommaso usa questa parola, ma non nel senso degli emanatisti. Costoro fanno dell’universo, materiale e spirituale, una derivazione, un irradiamento necessario del primo Principio; la loro concezione è panteistica e più o meno trascina Dio nel divenire, distruggendo la sua trascendenza. Per il pensiero giudeo-cristiano, Dio è la causa del mondo e il mondo partecipa di Dio; ma l’essere del mondo non esce dall’essere di Dio; non ne è punto una parte; contuttociò non si addiziona con esso, e lì appunto sta il mistero.

D. Dio e il mondo non sono più che Dio solo?

R. No, nello stesso modo che, in matematica, l’infinito più un numero qualunque è uguale all’infinito. Del resto abbiamo già toccato questo problema e ne abbiamo riconosciuto la necessaria oscurità.

D. Non dici forse che il mondo fu tratto dal nulla?

R. È un modo di parlare. Il niente, non essendo niente, non se ne può trarre niente, né come si trae un’opera d’arte da una materia, né come si trae un oggetto dal vaso in cui era contenuto.

D. Forse vuoi dire che il niente è qui un punto di partenza?

R. È ben questo che si vuole dire; ma non è ancora se non un modo di parlare; perché il niente non può essere un punto di partenza più che un recipiente o una materia: il niente è niente e non potrebbe avere alcun compito positivo. Quando si menziona il termine, bisogna intenderlo negativamente, e ciò vuol dire che la creazione non presuppone nessuna materia, nessun punto di partenza, nessun antecedente qualsisia; essa dà tutto, e non vi sono materie, punti di partenza, antecedenti, se non dopo di essa; voglio dire in ragione di essa; perché dopo o prima della creazione, questo non ha senso.

D. La creazione non ha avuto luogo in un dato momento?

R. Dove si prenderebbe questo momento, poiché i momenti stessi hanno bisogno di essere creati? Il tempo non è un figlio di Dio come tutto il resto, un attributo delle cose, dunque anche una cosa?

D. Ma allora la creazione ha luogo eternamente!

R. La creazione, se si vuol significarla come azione, è di fatto un’azione eterna; è un’azione di Dio, e l’azione di Dio è Dio. Se Dio è immutabile ed eterno, la creazione presa dal suo lato, dev’essere tale; se non che l’effetto, che è il mondo, è temporale. Il tempo è posteriore alla creazione, come uno de’ suoi risultati; non può dunque fornirle il suo momento. Per la creazione, tutto si radica nell’eternità, anche la nostra durata effimera.

D. Ecco una cosa assai oscura!

R. Ti ho già detto che la creazione è un mistero.

D. Che cosa è, finalmente, in se stessa?

R. Presa attivamente, se si vuole, è come l’irradiamento d’un Centro ineffabile, in cui il tempo e gli oggetti del tempo prendono la loro origine. Passivamente è la connessione del raggio al suo focolare, cioè la sospensione del temporale all’eterno, la sua dipendenza totale; è dunque una pura relazione; ma questa relazione forma il nostro essere. Per noi, essere, o dipendere da Dio, o prendere da Dio, è la stessa cosa.

D. Ma se Dio «irradia» così nel mondo, tu ritorni alle emanazioni.

R. Ti ho avvertito che noi ci esprimiamo come possiamo. Ci rappresentiamo così le cose, perché la nostra mente, abituata alle relazioni reciproche, concepisce che vi è irradiamento dovunque vi è il raggio. Ma in realtà, qui, il raggio non discende, ma sale. Da Dio a noi le relazioni non sono reciproche; noi dipendiamo, ma Egli non dipende affatto, ciò che avrebbe luogo se Egli «irradiasse » in modo da comunicarci qualche cosa. Perché chi tocca è anche toccato; chi agisce nel senso umano del termine riceve anche un’azione; non vi è azione senza reazione, e quando io appoggio la mano sulla tavola, anche la tavola preme sopra di me.

D. Allora?

R. Allora, finalmente, rimovendo ogni immagine e ogni concessione al discorso, bisogna dire che la creazione è la dipendenza del mondo relativamente a Dio; essa non è altro.

D. Raccolgo le tue parole e dico: Il mondo è eterno.

R. Perché ciò?

D. Perché, secondo te, la creazione è una relazione del mondo riguardo a Dio che è eterno; perché, presa attivamente, la creazione è azione di Dio, vale a dire è Dio, che è eterno; perché, non essendovi « momento » per collocare l’azione creatrice, e la creazione-relazione non toccando alcun momento piuttosto che un altro, non si vede posto per un cominciamento del mondo, il che è veramente essere eterno.

R. Tutto ciò non ne segue in alcun modo. Che per la creazione il mondo dipenda da un Dio eterno, ciò non rende il mondo eterno come il dipendere da un uomo bianco non rende un oggetto bianco; la dipendenza del mondo essendo totale, dipende anche la sua durata, ed essa sarà quello che Dio vuole che essa sia. Presa attivamente, la creazione è Dio stesso, ma Dio operante per la sua volontà, non per una necessità della sua natura (il che sarebbe un ritornare al sistema delle emanazioni): la durata del mondo sarà dunque misurata dalla volontà di Dio, non misurata alla natura di Dio, all’eternità di Dio. Finalmente, non vi è momento estraneo al mondo, che possa servire a creare il mondo; ma vi sono momenti nel mondo, e vi può essere un primo momento del mondo. In altri termini, la creazione in se stessa è intemporale, ma tale non è il suo effetto. Il mondo dura. Quanto dura? la sua durata è finita in avanti, finita in addietro, infinita in avanti, infinita in addietro, ciò dipende dalla pura e semplice volontà di Dio.

D. E allora nulla impedisce di dirlo eterno.

R. Difatti nulla lo impedisce, stando però nei limiti del ragionamento; ma poiché ciò dipende dalla volontà di Dio, è naturale riferirsene a Dio, ed è quello che fanno i Cristiani, ammaestrati dai loro sacri testi. Nulla, per noi, è sempre esistito. Ma del rimanente, e bisogna notarlo bene, essere sempre esistito non vorrebbe dire, per il mondo, essere eterno nel senso proprio, essere eterno come Dio. L’eternità di Dio è un’immobilità, un’indivisibilità, una semplicità; la corsa infinita del tempo sarebbe una moltiplicità inesauribile. Una tale durata sarebbe, in certo modo, più lontana ancora dalla durata eterna che una corsa che incomincia. Se si volesse rappresentare con un’immagine quantitativa l’eternità e il tempo infinito, questo sarebbe figurato da una linea senza termine, l’eternità da un punto.

D. Mistero!

R. Mistero.

b) Gli Angeli e i Demonii.

D. Quali sono, per ordine, gli esseri che godono il benefizio della creazione?

R. Gli Angeli, che noi crediamo aver preceduto la creazione materiale; la creazione stessa materiale; l’uomo, e, se esistono, gli esseri ragionevoli che abitano negli altri mondi.

D. Credi tu veramente a questi esseri che non si vedono? non è un’illusione, un inganno?

R. L’uomo ingannato — ingannato da’ suoi sensi — è colui che non crede se non a quello che si vede.

D. Perché questo mondo supererogatorio, questa creazione di esseri supplementare?

R. Tu trovi cosa naturale che Shakespeare abbia creato Ariel, che è al di sopra dell’uomo, e Caliban, che è al di sotto; e ricusi a Dio di creare dei gradi tra lui e la carne terrestre?

D. I poeti hanno tutti i diritti.

R. Se i poeti sono poeti, è perché prima Dio fu poeta. Del resto l’antichità filosofica credette agli Angeli quanto l’antichità istintiva. Aristotile e Platone li fanno intervenire in cosmologia, Socrate in morale; gli Angeli custodi figurano in Esiodo e la caduta dei cattivi angeli in Empedocle.

D. Quello che mi stupisce è la tua concezione dello spirito puro.

E. Lo spirito puro è un intermedio affatto naturale tra il Super-Spirito e gli spiriti intenebrati di materia, quei « mostri » nel senso pascaliano, che hanno l’aria di appartenere a due mondi,

D. Tu evochi così la Scala degli esseri?

R. Questa antica nozione rischiarava molti problemi. Si poté dimenticarla; ma la sua attualità reale non è indebolita. Le specie di esseri sono manifestamente disposte a gradi secondo un ordine di valore crescente o di valore decrescente, secondo il punto di vista da cui si considerano. Il minerale, l’essere vegetale, l’essere sensitivo, l’essere pensante si dispongono a gradi e s’appoggiano l’un l’altro. In noi lo spirito si schiude appena; è attivo durante un periodo assai ridotto della vita; durante questo periodo, è intorpidito una buona metà del tempo; impigliato, sempre, nelle insidie dell’immaginazione; sfuggente a se stesso perfino nel suo migliore funzionamento, che non pochi errori sviano. Come credere che tutto si fermi qui, e che lo spirito non abbia se non questi magri trionfi!

D. Non è già assai bello che la materia si desti allo spirito?

R. È così bello che essa non vi si potrebbe destare affatto da sola, come diremo presto. Ma se ne giudica così guardando dal basso, ciò che è l’atteggiamento del panteismo evoluzionista. Guarda dall’alto, come un figliuolo di Dio; prendi l’occhio del Padre supremo, e vedrai, da Lui a noi, un immenso posto vuoto. La creazione saliente si ferma tronca, « lo Spirito artefice che fece il mondo », come dice Bossuet, non s’è veramente rappresentato.

D. Non dici l’uomo «a immagine di Dio »?

E. Sì, ma è principalmente per opposizione a tutto il resto di ciò che si vede, e ciò che si vede, sia pure l’uomo, non è a immagine di Dio come spirito. Noi non siamo spiriti, come un ossido non è ossigeno o un cloruro non è cloro; noi siamo dei misti. La nostra natura è una natura limitrofa. La nostra intelligenza, anziché parlare, balbetta; il discorso che le è naturale è un tragitto titubante, come un camminare puerile. Il procedimento naturale dello spirito sarebbe l’intuizione, cioè la visione dell’idea come abbiamo per gli occhi la visione dei corpi, e questo, noi non facciamo altro che presagirlo e tendervi, senza raggiungerlo. Dov’è dunque lo spirito vero, lo spirito tutto Spirito, lo spirito che funziona secondo la legge dello spirito, senza nebbia di materia? Questo grado di essere e di valore dovrebbe mancare alla creazione? Un uomo che crede in Dio non lo potrebbe veramente ammettere. Dio spirito dovette rivelarsi prima di tutto per via dello spirito, e non ridursi a una degradazione dello spirito, a una concrezione di spirito. Dopo tutto, lo stato normale dell’essere è appunto lo spirito, benché noi, esseri inferiori, non concepiamo l’essere che come corpo o sotto gli auspici del corpo.

D. Come spieghi che vi possano essere degli esseri di cui non abbiamo nessuna idea?

E. Ti risponde Pascal: « L’anima nostra è gettata nel corpo, dove trova tempo, numero, dimensioni; essa ragiona lì sopra e chiama questo natura, necessità, e non può credere ad altro ». E ancora: « L’assuefazione è la nostra natura… Chi dunque dubita che, essendo l’anima nostra abituata a vedere numero, spazio, movimento, creda questo e nient’altro che questo? ».

D. Tu dicevi sopra che la natura stessa è spirito.

R. La natura è spirito in questo senso che l’importante, in sè, sono le idee che vengono alla luce, le sue invenzioni, anziché le sue opere materiali, di cui si vede che essa fa così poco conto. Ma le idee della natura sono fugaci; passano incessantemente e corrono dietro all’esistenza, senza fissarvisi; è come un gioco di folgori, un fuoco artificiale. Io cerco il mondo dell’idea stabile, il mondo di Platone senza le illusioni di Platone; il mondo che non sia l’inutile duplicato di questo, ma un altro, uno più alto, uno più perfetto, più prossimo alla Sorgente ideale. E, come filosofo, sono tutto sollevato, quando la Chiesa mi dice: Ecco il tuo mondo: un nuovo ripiano partendo dall’uomo, invece di terminare a lui; dei gradini di spirito in spirito, fino al supremo Spirito, come tu hai dei gradini di corpo in corpo, fino al corpo animato da spirito; ecco le mie celesti « gerarchie »; ecco i « cori » degli Angeli.

D. Dunque i tuoi Angeli non sono tutti della stessa natura, non sono dunque uguali?

È. Sono uguali e della stessa natura negativamente, cioè sono tutti esenti da materia, tutti puri spiriti. Ma positivamente, non ce ne sono due della stessa natura, non ce ne sono due uguali; perché, non differendo che secondo lo spirito, rappresentano ciascuno, necessariamente, un’idea di natura differente, e un’idea, come tale, non si ripete. Si può effettuare due volte l’idea d’uomo; ma non si può effettuare due volte Socrate, e se tutto ciò che vi è in Socrate fosse contenuto nell’idea d’uomo, l’idea dell’uomo non si ripeterebbe neppur essa. Tal è il caso degli Angeli.

D. Li credi numerosissimi?

E. L’Apocalisse ne parla come di miriadi di miriadi. E non è forse naturale che la loro varietà oltrepassi di molto, nei loro gradi, la scala vivente e la scala chimica, se è vero che essi, per i primi, posseggono il diritto dell’essere, che rappresentano la creazione, che sono l’opera di Dio? Così ragiona S. Tommaso, e l’osservazione è giusta.

D. Gli Angeli hanno relazione con noi?

E. Tutti i gradi dell’essere comunicano; i regni si compenetrano e si rendono servizi scambievoli. Gli Angeli collocati tra noi e Dio, sono come gli ambasciatori di Dio, i suoi inviati, come indica la parola angelo. Sono anche i nostri, per l’incarico che si prendono delle nostre preghiere e dei nostri voti. Lo stato in cui si trovano relativamente a noi crea in essi un movimento inverso del nostro. Noi cerchiamo quello che non possediamo; i nostri sguardi vanno dal basso all’alto, verso le regioni superne. Essi, che posseggono, tendono a comunicare con benevolenza quello che posseggono a quelli che vi tendono ancora e potrebbero sbagliarne la via.

D. Ve ne sono tuttavia dei cattivi?

R. Tutti furono creati buoni; ma crediamo di fatto che ce ne sono dei decaduti, cioè di quelli che rigettarono il bene e scelsero il male, nella inevitabile opzione proposta dalla Provvidenza a ogni essere libero.

D. È questa una ragione perché essi nuocciano?

E. È naturale che un essere ancorato nel male volga a male la sua stessa perfezione; caduto, egli ama che si cada; grande nondimeno, egli è propenso a trascinare dei più deboli, e si fa loro tentatore.

D. Una tale credenza non è oggi un po’ scaduta?

R. Di’ piuttosto che è ignorata. I veri Cristiani sanno che essa è attuale più che mai; i Santi l’appoggiano sopra la loro esperienza; in quanto agli spiriti forti, si ridono del diavolo e lo servono a gara.

D. Com’è possibile servirlo senza credervi?

R. «Mentre non si può servire Dio se non credendo in Lui, il diavolo, da parte sua, non ha bisogno che si creda in lui per servirlo. Anzi, non si serve mai così bene come gnorandolo » (ANDREA GIDE).

D. Come può agire sopra di noi?

R. Non ha che da entrare nella corrente delle nostre proprie inclinazioni, nel sorriso delle cose che ci seducono; non ha che da premere sopra ciò che si piega, da impedire ciò che sale. La sua influenza si spande come un gas deleterio che si assorbe senza sentirlo.

D. Non si ha dunque coscienza di quest’azione?

R. No; perché essa passa per l’intermedio dei nostri propri poteri, in certo modo vi si confonde e non si presta punto da parte nostra a una sicura dissociazione.

D. Lo stesso avviene indubbiamente delle felici influenze.

R. Certamente; ma piamente si attribuisce loro un compito nei lumi subitanei, nelle consolazioni insperate, negli stimoli virtuosi, nelle diffidenze istintive che ci avvertono di un pericolo, nelle vedute superiori che si presentano a noi per giudicare di questo mondo e dell’altro, ecc. Senza che si possa precisare, è certo che non tutte le nostre impressioni segrete vengono dall’ambiente umano o dal lavoro spontaneo dello spirito.

D. Noi siamo dunque circondati da esseri invisibili?

R. La nostra vita è in pieno cielo. Se i nostri occhi s’aprissero, voglio dire che se avessimo quell’intuizione della mente che ci manca, noi saremmo come Giacobbe rinvenuto dal suo misterioso sonno; anche noi vedremmo delle moltitudini salire e scendere la scala simbolica, e percepiremmo, coi gradi dell’essere, gli scambi di attività che riallacciano tutto.