DOMENICA IV DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA IV DOPO PENTECOSTE (2020)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Il pensiero che domina tutta la liturgia di questo giorno è la fiducia in Dio in mezzo alle lotte e alle sofferenze di questa vita. Essa appare nella lettura della storia di David nel Breviario e da un episodio della vita di S. Pietro, di cui è prossima la festa. Quando Dio scacciò Saul per il suo orgoglio, disse a Samuele di ungere come re il più giovane dei figli di Jesse, che era ancora fanciullo. E Samuele l’unse, e da quel momento lo Spirito di Dio di ritirò da Saul e venne su David. Allora i Filistei che volevano ricominciare la guerra, riunirono le loro armate sul versante di una montagna; Saul collocò il suo esercito sul versante di un altra montagna in modo che essi erano separati da una valle ove scorreva un torrente. E usci dal campo dei Filistei un gigante, che si chiamava Golia. Esso portava un elmo di bronzo, una corazza a squame, un gambiere di bronzo e uno scudo di bronzo che gli copriva le spalle;aveva un giavellotto nella bandoliera e brandiva una lancia il cui ferro pesava seicento sicli. E sfidando Israele: «Schiavi di Saul, gridò, scegliete un campione che venga a misurarsi con me! Se mi vince, saremo vostri schiavi, se lo vinco io, voi sarete nostri schiavi » – Saul e con lui tutti i figli d’Israele furono allora presi da spavento. Per un po’ di giorni il Filisteo si avanzò mattina e sera, rinnovando la sua sfida senza che nessuno osasse andargli incontro. Frattanto giunse al campo di Saul il giovane David, che veniva a trovare i suoi fratelli, e quando udì Golia e vide il terrore d’Israele, pieno di fede gridò: «Chi è dunque questo Filisteo, questo pagano che insulta l’esercito di Dio vivo? Nessuno d’Israele tema: io combatterò contro il gigante ». « Va, gli disse Saul, e che Dio sia con te! » David prese il suo bastone e la sua fionda, attraverso’ il letto del torrente, vi scelse cinque ciottoli rotondi e si avanzò arditamente verso il Filisteo. Golia vedendo quel fanciullo, lo disprezzò: « Sono forse un cane, che vieni contro di me col bastone? » E lo maledisse per tutti i suoi dèi. David gli rispose: « Io vengo contro di te in nome del Dio d’Israele, che tu hai insultato: oggi stesso tutto il mondo saprà che non è né per mezzo della spada, né per mezzo della lancia, che Dio si difende: Egli è il Signore e concede la vittoria a chi gli piace ». Allora il gigante si precipitò contro David: questi mise una pietra entro la sua fionda e dopo averla fatta girare la lanciò contro la fronte del gigante, che cadde di colpo a terra. David piombò su di lui e tratta dal fodero la spada di Golia, Io uccise tagliandogli la testa che innalzò per mostrarla ai Filistei. A questa vista i Filistei fuggirono e l’esercito di Israele innalzato il grido di guerra li insegui’ e li massacrò. « I figli d’Israele, commenta S. Agostino, si trovavano da quaranta giorni di fronte al nemico. Questi quaranta giorni per le quattro stagioni e per le quattro parti del mondo, significano la vita presente durante la quale il popolo cristiano non cessa mai dal combattere Golia e il suo esercito, cioè satana e i suoi diavoli. Tuttavia questo popolo non avrebbe potuto vincere se non fosse venuto il vero David, Cristo col suo bastone, cioè col mistero della croce. David, infatti, che era la figura di Cristo, usci dalle file, prese in mano il bastone e marciò contro il gigante: si vide allora rappresentata nella sua persona ciò che più tardi si compi in N. S. Gesù Cristo. Cristo, infatti, il vero David, venuto per combattere il Golia spirituale, cioè il demonio, ha portato da sé la sua croce. Considerate, o fratelli, in qual luogo David ha colpito Golia: in fronte ove non c’era il segno della croce; cosicché mentre il bastone significava la croce, cosi pure quella pietra con la quale colpì Golia rappresentava Cristo Signore. » (2° Notturno). Israele è la Chiesa, che soffre le umiliazioni, che le impongono i nemici. Essa geme attendendo la sua liberazione (Ep.), invoca il Signore, che è la fortezza per i perseguitati (All.), «Il Signore che è un rifugio e un liberatore » (Com.), affinché le venga in aiuto « per paura che il nemico gridi: Io l’ho vinta » (Off.). E con fiducia essa dice: « Vieni in mio aiuto, o Signore, per la gloria del tuo nome, e liberami » (Grati.). « Il Signore è la mia salvezza, chi potrò temere? Il Signore è il baluardo della mia vita, chi mi farà tremare? Quando io vedrò schierato contro di me un esercito intero il mio cuore sarà senza paura. Sono i miei persecutori e i miei nemici che vacillano e cadono » (Intr.). Cosi sotto la guida della divina Provvidenza, la Chiesa serve Dio con gioia in una santa pace (Or.); il che ci viene mostrato dal Vangelo scelto in ragione della prossimità della festa del 29 giugno. Un evangeliario di Wurzbourg chiama questa domenica, Dominica ante natalem Apostolorum. Infatti è la barca di Pietro che Gesù sceglie per predicare, è a Simone che Gesù ordina di andare al largo, ed è infine Simone, che, dietro l’ordine del Maestro, getta le reti, che si riempiono in modo da rompersi; infine è Pietro che, al colmo dello stupore e dello spavento, adora il Maestro ed è scelto da Lui come pescatore d’uomini. « Questa barca, commenta S. Ambrogio, ci viene rappresentata da S. Matteo battuta dai flutti, da S. Luca ripiena di pesci; il che significa il periodo di lotta che la Chiesa ebbe al suo sorgere e la prodigiosa fecondità successiva. La barca che porta la sapienza e voga al soffio della fede non corre alcun pericolo: e che cosa potrebbe temere avendo per pilota Quegli che è la sicurezza della Chiesa? Il pericolo s’incontra ove è poca fede; ma qui è sicurezza poiché l’amore è perfetto » (3° Nott.). Commentando il brano di Vangelo molto simile a questo (vedi mercoledì di Pasqua) ove S. Giovanni racconta una pesca miracolosa, che ebbe luogo dopo la Resurrezione del Salvatore, S. Gregorio scrive: « che cosa significa il mare se non l’età presente nella quale le lassitudini e le agitazioni della vita corruttibile assomigliano a flutti che senza tregua si urtano e si spezzano? Che cosa rappresenta la terra ferma della riva, se non la eternità del riposo d’oltre tomba? Ma poiché i discepoli si trovavano ancora in mezzo ai flutti della vita mortale, si affaticano sul mare, mentre il Signore, che si era spogliato della corruttibilità della carne, dopo la Risurrezione era sulla riva » (3° Notturno del mercoledì di Pasqua). In S. Matteo il Signore paragona « il regno dei cieli a una rete gettata in mare che raccoglie ogni sorta di pesci. E quando è piena, i pescatori la tirano a riva e prendono i buoni e rigettano i cattivi ». Orsù, coraggio: mettiamo tutta la nostra confidenza in Gesù. Egli ci salverà, mediante la Chiesa, dagli attacchi del demonio, come salvò per mezzo di David l’esercito d’Israele che temeva il gigante Golia.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI: 1; 2 Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timebo? Dóminus defensor vitæ meæ, a quo trepidábo? qui tríbulant me inimíci mei, ipsi infirmáti sunt, et cecidérunt.

[Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò? Il Signore è baluardo della mia vita, cosa temerò? Questi miei nemici che mi perséguitano, essi stessi vacillano e stramazzano.] Ps XXVI: 3

Si consístant advérsum me castra: non timébit cor meum.

[Se anche un esercito si schierasse contro di me: non temerà il mio cuore.]

Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timebo? Dóminus defensor vitæ meæ, a quo trepidábo? qui tríbulant me inimíci mei, ipsi infirmáti sunt, et cecidérunt.

[Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò? Il Signore è baluardo della mia vita, cosa temerò? Questi miei nemici che mi perséguitano, essi stessi vacillano e stramazzano.]

Oratio

Orémus.

Da nobis, quæsumus, Dómine: ut et mundi cursus pacífice nobis tuo órdine dirigátur; et Ecclésia tua tranquílla devotióne lætétur.

[Concedici, Te ne preghiamo, o Signore, che le vicende del mondo, per tua disposizione, si svolgano per noi pacificamente, e la tua Chiesa possa allietarsi d’una tranquilla devozione.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom VIII: 18-23.

“Fratres: Exístimo, quod non sunt condígnæ passiónes hujus témporis ad futúram glóriam, quæ revelábitur in nobis. Nam exspectátio creatúræ revelatiónem filiórum Dei exspéctat. Vanitáti enim creatúra subjécta est, non volens, sed propter eum, qui subjécit eam in spe: quia et ipsa creatúra liberábitur a servitúte corruptiónis, in libertátem glóriæ filiórum Dei. Scimus enim, quod omnis creatúra ingemíscit et párturit usque adhuc. Non solum autem illa, sed et nos ipsi primítias spíritus habéntes: et ipsi intra nos gémimus, adoptiónem filiórum Dei exspectántes, redemptiónem córporis nostri: in Christo Jesu, Dómino nostro”.

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA VITA FUTURA

“Fratelli: Ritengo che i patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la gloria futura, che deve manifestarsi in noi. Infatti il creato attende con viva ansia la manifestazione dei figli di Dio. Poiché il creato è stato assoggettato alla vanità non di volontà sua; ma di colui che ve l’ha assoggettato con la speranza che anch’esso creato sarà liberato dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo, invero, che tutta quanta la creazione fino ad ora geme e soffre le doglie del parto. E non solo essa, ma anche noi stessi, che abbiamo le primizie dello Spirito, anche noi gemiamo in noi stessi attendendo l’adozione dei figliuoli di Dio, cioè la redenzione del nostro corpo” (Rom. VIII, 18-23).

L’epistola è un brano della lettera ai Romani. San Paolo aveva affermato nei versetti precedenti che saremo glorificati con Cristo se avremo patito con Lui. Perché nessuno rimanga scoraggiato da questo condizione, fa conoscere la grandezza della gloria futura. La manifestazione della gloria dei figli di Dio è tanto grande che è aspettata ardentemente anche dal mondo sensibile, che vi prenderà parte in qualche modo con la sua rinnovazione. Assieme con la creazione è aspettata pure da noi che, possedendo già lo Spirito Santo come primizia e pegno della celeste eredità, ne sospiriamo il compimento, mediante la glorificazione del nostro essere intero, anima e corpo. Rivolgiamo oggi il pensiero a questa vita della gloria, a questa vita futura, Essa:

1. È il luogo della nostra abitazione eterna,

2. È il compimento delle nostre aspirazioni,

3. È il sommo godimento nel possesso di Dio.

1.

Fratelli: Ritengo che i patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la gloria futura, che deve manifestarsi in noi. Innanzi tutto, la vita futura, la vita della gloria, è il luogo della nostra dimora alla quale siamo avviati, non avendo quaggiù dimora permanente. – Una delle più gravi preoccupazioni, quaggiù, è quella di cercarsi una dimora conveniente e poter dire: ho trovato il mio posto; finalmente sono tranquillo. Ma un bel giorno, o per una motivo o per un altro, viene l’ordine di sfratto, e bisogna lasciare quel luogo, a cui si era cominciato a portar affezione. È sogno di tanti procurarsi un’abitazione propria, anche modesta, per passarvi tutta la vita: ma quando si incomincia a goderla, bisogna uscire.  Se non sono i padroni che ci danno lo sfratto quando siamo ancor vivi, sono gli eredi che, volendo liberar la casa, ce ne portano fuori cadaveri. – Ma se noi arriveremo a entrare nella dimora futura, nessuna forza, nessun succedersi di eventi ce ne potrà allontanare. È un posto preparato appositamente per noi; e non da mano d’uomo, ma dalla mano del sommo Artefice, il quale unicamente ha diritto di disporre. « Demolita la casa di questa dimora terrena, si acquista nel cielo una abitazione eterna » (Prefazio dei defunti). – Una grande preoccupazione è sempre il pensiero di poter perdere i beni che si posseggono. Guardate chi vive negli affari. L’idea che una sosta nel commercio, un concorrente, un amministratore infedele, un cambiamento della situazione che possano rovinare gli affari, ora bene avviati, non lo lascia in pace. Guardate quelli che vivono col frutto dei propri beni. Vedono pericoli dappertutto, ladri dappertutto; sono sempre in attesa che la terra manchi loro sotto i piedi. Per gli uni e per gli altri, poi, c’è sempre quell’importuna che si chiama morte, che s’avanza senza sosta. Aver dei beni, e non poterli godere che per brevissimo tempo, è un tormento piuttosto che un beneficio. « O morte, quanto è amaro il tuo ricordo per un uomo che vive in pace tra le sue ricchezze » (Eccli. XLI, 1). Quando, come premio delle nostre opere buone, riceveremo la corona di gloria in paradiso, non saremo turbati dal timore che alcuno ce la possa togliere. Non lavorio nascosto o violenza aperta potrà privarcene; e il tempo non potrà far appassire uno solo dei fiori che la compongono: essa sarà «una corona immarcescibile» (1 Piet. V, 4). – Il corso dei secoli abbatte inesorabilmente tutti i regni della terra. Degli uni restano solo ruderi; degli altri non restano che ricordi. E più presto ancora dei regni, passano i regnanti. Oggi sul trono, domani in esilio; oggi la gloria del trionfo, domani l’amarezza della fuga. Ben diversa sarà la sorte dei beati quando Dio dirà loro: «Venite, possedete il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo» (Matth. XXV, 34). Quello è un regno che non avrà fine, e i beati «regneranno pei secoli dei secoli » (Apoc. XXII, 5). Nessuna congiura, nessuna rivoluzione muterà le sorti di quel regno, o detronizzerà i servi di Dio.

2.

Il creato è stato assoggettato alla vanità, non di volontà sua, ma di colui che ve l’ha assoggettato con la speranza che anch’esso creato sarà liberato dalla schiavitù della corruzione. Il creato nella speranza di essere affrancato dalla schiavitù a cui lo riduce il peccatore, che lo fa servire al male e alla corruzione, attende, con viva ansia, il giorno della glorificazione dei figli di Dio, perché quel giorno sarà pure il giorno della sua libertà gloriosa. Se tutte le creature che servono all’uomo, cielo, terra, elementi, desiderano ardentemente la gloria futura, noi non dobbiamo lasciarci indietro in questo desiderio. In fondo, la vita futura è il compimento delle nostre aspirazioni.La guerra, quando si prolunga troppo, snerva e stanca anche i più volenterosi. Viene il momento in cui anche il guerriero sente il bisogno di sospendere le armi e di godere i benefici della pace. La vita dell’uomo su questa terra è una battaglia continua. Non tutti hanno da combattere con armi materiali contro nemici forniti di armi materiali; ma tutti hanno da combattere contro nemici spirituali che cercano di sottrarci al dominio di Dio; contro difficoltà d’ogni genere che sono d’ostacolo ai nostri doveri; contro la carne che insorge a far guerra allo spirito, senza un momento di tregua, senza che possiamo esser sicuri della vittoria finale, anche dopo tante battaglie vinte, in modo che tante volte ci facciamo la domanda angosciosa: «Quando finirà questa lotta?» — Quando saremo passati da questa vita alla vita futura. «La morte dei giusti— dice S. Efrem — è fine al combattimento delle passioni carnali; dal quale gli atleti escono vincitori a ricevere la corona della vittoria» (Inno fun. 1).Lo schiavo cerca di togliersi il giogo della tirannia; nessuno vuol adattarsi a sopportare un giogo, tanto più se è pesante. Eppure la nostra vita è un continuo giogo, e giogo pesante: « Un grande travaglio è assegnato a ogni uomo; e un giogo pesante grava sui figli degli uomini dal giorno che uno esce dal seno materno, fino al giorno che è sepolto nel seno della madre comune » (Eccli XLI, 1). Quando ci sottrarremo a questo giogo? Quando passeremo da questa vita al cielo. Là «non vi sarà più morte, né lutto, né strida, né vi sarà più dolore, perché le prime cose sono passate » (Apoc. XXI, 4). Là sarà la fine delle nostre pene, delle nostre lagrime, della nostra servitù. Bello è il mare visto dalla sponda! Sia che nella sua calma ci parli della maestà di Dio; sia che nella tempesta ci parli della sua potenza e della sua giustizia. Quanti, contemplando il mare, sognano di aver la fortuna di attraversarlo un giorno. Ma, se vi riescono, si annoiano ben presto, e si ricordano del proverbio: Loda il mare e tieniti a terra. E quando il viaggio è terminato, confessano candidamente che il giorno più bello fu il giorno dell’arrivo. Così avviene del mare della vita. Negli anni della fanciullezza ci si presenta molto affascinante; ma con l’andare del tempo il fascino sparisce; e a mano a mano che si procede, crescono, ogni giorno più, la noia, le disillusioni, lo sconforto. Quando ne saremo liberi? Quando arriveremo alla vita beata. Quello sarà il più bel giorno del nostro viaggio attraverso il mar tempestoso di questa vita. – All’arrivo di un piroscafo di passeggeri è gran festa, fra chi arriva, e tra i parenti e gli amici che stanno ad aspettare. « Nell’altra vita sta ad aspettarci un gran numero di nostri cari: ci desidera una folta e numerosa turba di genitori, di fratelli, di figli, già sicuri della loro vita immortale, e ancor solleciti dalla nostra salvezza » (S. Cipriano – De Mortal. 26). Essi affrettano, coi loro voti, il nostro arrivo, la festa dell’incontro, che ci riunirà per sempre. Durante la persecuzione scatenata nel Tonchino nel 1838, un bambino si rivolge al mandarino: «Grand’uomo, dammi un colpo di sciabola, perché possa andare nella mia patria. — «Dov’è la tua patria?» — « In cielo ». — « Dove sono i tuoi genitori? » — « Sono in cielo: voglio andar da loro; dammi un colpo di sciabola per farmi partire» (A. Larniay. Mons. Pietro Retort e il Tonchino Cattolico, Milano, 1927, p. 142-43). Andando in Paradiso andiamo a riunirci ai nostri cari nella nostra vera patria.

3.

S. Paolo dice che gemìamo in noi stessi, attendendo l’adozione dei figliuoli di Dio. Non siamo già figli adottivi di Dio? Qui siamo figli adottivi di Dio per mezzo della grazia. La nostra adozione piena e perfetta l’avremo nella seconda vita, ove saremo glorificati quanto all’anima e quanto al corpo. È là, dove i figli di Dio desiderano trovarsi con il loro Padre, contemplarlo nella gloria. Davide, perseguitato ingiustamente dai nemici, circondato da pericoli, prega il Signore che lo soccorra, lo protegga, affinché, dopo una vita innocente, possa al risvegliarsi dalla morte, andare a bearsi nelle sembianze di Dio. « Nella mia integrità comparirò al tuo cospetto, e mi sazierò all’apparire della tua gloria » (Ps. XVI, 15). S. Paolo sente quanto sia meglio goder la vista di Dio. e vivere con Lui nella gloria, che vivere su questa terra di miserie e di affanni. « Bramo di sciogliermi e di essere con Cristo » (Filipp. I, 23), scrive ai Filippesi. E S. Ignazio di Antiochia scrive ai Romani: « Nessuna cosa creata, visibile o invisibile, deve fare impressione su l’animo mio, affinché io possa giungere a Cristo. Fuoco, croce, branchi di fiere, lacerazioni, scorticamenti, slogamenti delle ossa, trituramento di tutto il corpo, tutti i terrori e i tormenti del demonio si rovescino sopra di me, purché possa pervenire a Gesù Cristo » (Ad Rom. 5, 3). E chi è che, pensando seriamente al godimento che ci procura la vista di Dio, non desidererebbe d’essere con Lui? – In paradiso vedremo Dio a faccia a faccia; e nella sua visione beatifica, come in un mare di luce, vedremo tutto. Vedremo il creato con tutte le sue meraviglie, con i suoi segreti, con la sua mirabile armonia. In Dio conosceremo tutte le verità di ordine naturale, senza bisogno di alcun sforzo di mente, di studi, come fanno i filosofi, i quali, dopo tanto affaticarsi, non riescono a conoscerle che in parte, e non sempre senza mescolanza di errori. Conosceremo le verità di ordine soprannaturale, che qui crediamo per la fede. Vedremo Dio com’è; vedremo le sue perfezioni, e la nostra mente, nutrendosi in questa conoscenza, troverà la sua piena felicità. « La vita eterna — dice Gesù Cristo rivolto al Padre — consiste nel conoscere Te » (Giov. XVII, 3). – Nella piena conoscenza di Dio il cuore troverà ciò che può accontentare pienamente i suoi desideri. In Dio troverà infinitamente più di ciò che può desiderare e sperare: Godimenti e delizie senza misura e senza durata. « Tu — dice il Salmista — mi darai pienezza di gioie con la tua presenza; le delizie perpetue della tua destra » (Ps. XV, 11). Se Dio, qui su la terra fa generosamente partecipi dei suoi beni gli uomini, di quanta felicità non farà partecipi i beati nel regno della patria? Possiam ben ripetere ancora col Salmista: « Saranno inebriati dall’abbondanza della tua casa, e li disseterai al torrente di tue delizie » (Ps. XXXV, 9). – Anche noi potremo un giorno godere dell’abbondanza della casa del Padre celeste. Se vogliamo arrivarvi dobbiamo pensarci spesso. Dobbiam confrontare il nulla dei beni fugaci di quaggiù coi beni imperituri e immensi del paradiso, i quali solo possono appagarci pienamente. « Adunque, fratelli carissimi — ci esorta S. Gregorio M. — se desiderate esser ricchi, amate le vere ricchezze. Se cercate la sublimità del vero onore, sforzatevi di pervenire al regno celeste. Se amate la gloria della dignità, affrettatevi a esser inscritti a quella suprema corte degli Angeli » (Hom. XV, 1) A nessuno è negato di entrarvi; anzi, la grazia di Dio porge l’aiuto a tutti.

Graduale

Ps LXXVIII: 9; 10 Propítius esto, Dómine, peccátis nostris: ne quando dicant gentes: Ubi est Deus eórum?

V. Adjuva nos, Deus, salutáris noster: et propter honórem nóminis tui, Dómine, líbera nos. [Sii indulgente, o Signore, con i nostri peccati, affinché i popoli non dicano: Dov’è il loro Dio? V. Aiutaci, o Dio, nostra salvezza, e liberaci, o Signore, per la gloria del tuo nome.]

Allelúja

Alleluja, allelúja Ps IX: 5; 10 Deus, qui sedes super thronum, et júdicas æquitátem: esto refúgium páuperum in tribulatióne. Allelúja

[Dio, che siedi sul trono, e giudichi con equità: sii il rifugio dei miseri nelle tribolazioni. Allelúia.

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Lucam. Luc. V: 1-11

In illo témpore: Cum turbæ irrúerent in Jesum, ut audírent verbum Dei, et ipse stabat secus stagnum Genésareth. Et vidit duas naves stantes secus stagnum: piscatóres autem descénderant et lavábant rétia. Ascéndens autem in unam navim, quæ erat Simónis, rogávit eum a terra redúcere pusíllum. Et sedens docébat de navícula turbas. Ut cessávit autem loqui, dixit ad Simónem: Duc in altum, et laxáte rétia vestra in captúram. Et respóndens Simon, dixit illi: Præcéptor, per totam noctem laborántes, nihil cépimus: in verbo autem tuo laxábo rete. Et cum hoc fecíssent, conclusérunt píscium multitúdinem copiósam: rumpebátur autem rete eórum. Et annuérunt sóciis, qui erant in ália navi, ut venírent et adjuvárent eos. Et venérunt, et implevérunt ambas navículas, ita ut pæne mergeréntur. Quod cum vidéret Simon Petrus, prócidit ad génua Jesu, dicens: Exi a me, quia homo peccátor sum, Dómine. Stupor enim circumdéderat eum et omnes, qui cum illo erant, in captúra píscium, quam céperant: simíliter autem Jacóbum et Joánnem, fílios Zebedaei, qui erant sócii Simónis. Et ait ad Simónem Jesus: Noli timére: ex hoc jam hómines eris cápiens. Et subdúctis ad terram návibus, relictis ómnibus, secuti sunt eum”.

(“In quel tempo mentre intorno a Gesù si affollavano le turbe per udire la parola di Dio, Egli se ne stava presso il lago di Genesaret. E vide due barche ferme a riva del lago; e ne erano usciti i pescatori, e lavavano le reti. Ed entrato in una barca, che era quella di Simone, richiese di allontanarsi alquanto da terra. E stando a sedere, insegnava dalla barca alle turbe. E finito che ebbe di parlare, disse a Simone: Avanzati in alto e gettate le vostre reti per la pesca. E Simone gli rispose, e disse: Maestro, essendoci noi affaticati per tutta la notte, non abbiamo preso nulla; nondimeno sulla tua parola getterò la rete. E fatto che ebbero questo, chiusero gran quantità di pesci: e si rompeva la loro rete. E fecero segno ai compagni, che erano in altra barca, che andassero ad aiutarli E andarono, ed empirono ambedue le barchette, di modo che quasi si affondavano. Veduto ciò Simon Pietro, si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Partiti da me, Signore, perché io son uomo peccatore. Imperocché ed egli, e quanti si trovavano con Lui, erano restati stupefatti della pesca che avevano fatto di pesci. E lo stesso era di Giacomo e di Giovanni, figliuoli di Zebedeo: compagni di Simone. E Gesù disse a Simone: Non temere, da ora innanzi prenderai degli uomini. E tirate a riva le barche, abbandonata ogni cosa, lo seguitarono”).

OMELIA II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra il lavoro.

Præceptor, per totam noctem laborantes nihil cœpimus.

Luc. V.

Quanto è mai rincrescevole, fratelli miei, dopo aver molto lavorato, non ricavare alcun profitto dal proprio lavoro! Tale fu la situazione degli Apostoli, che avevano pescato tutta la notte senza aver preso cosa alcuna. Questa disgrazia veniva senza dubbio dal non aver Gesù Cristo con essi; quindi da che Egli ebbe loro comandato di gettare le reti, presero una sì grande quantità di pesci che le reti si rompevano, e furono obbligati di chiamare gli altri in loro soccorso per tirarle; tanto è vero che quando si lavora per comando di Dio e nella sua divina presenza, il lavoro ha sicuramente buona riuscita! Che ci rappresenta dunque, fratelli miei, questa pesca faticosa ed infruttuosa che fecero gli Apostoli in assenza di Gesù Cristo? Essa ci rappresenta non solo i lavori dei peccatori, che si stancano e si affaticano nelle iniquità ove le passioni li conducono, che camminano nelle tenebre del peccato, e che dopo essersi molto affaticati vedranno la loro fatica terminare in una disgrazia eterna; essa ci rappresenta ancora lo stato in cui si troveranno al fine della vita molti Cristiani che avranno faticato in lavori anche permessi, ma che non avranno santificato il loro lavoro col desiderio di piacergli e che non ne riceveranno alcuna ricompensa. Si lavora molto in tutte le condizioni del mondo, e si può dire che non è l’ozio che perde e che condanna la maggior parte degli uomini. – Ma un gran numero di coloro che lavorano non è meno colpevole avanti a Dio di coloro che sono oziosi perché non lavorano come conviensi. Egli è dunque molto importante, fratelli miei, d’insegnarvi a santificare il vostro lavoro, poiché la vita della maggior parte di voi è una vita laboriosa e penosa. Quanto mi stimerei fortunato se potessi apprendervi questo segreto! Siccome nulladimeno si ritrovano alcuni che non amano il lavoro, che passano una buona parte del loro tempo nell’ozio, bisogna anche istruirli dell’obbligo in cui sono di lavorare. A quelli adunque che non lavorano e a coloro che lavorano indirizzo io in quest’oggi la parola. A quelli che non lavorano farò vedere l’obbligo in cui sono di lavorare: primo punto. A coloro che lavorano insegnerò il modo di santificare i loro lavori: secondo punto. In due parole: si deve lavorare, come si debba lavorare, si è tutto il mio disegno.

I. Punto. Da qualunque parte si osservi la condizione dell’uomo, sia che si consideri ciò ch’egli è per sua natura, sia che si riguardi come peccatore tutto cospira a fargli sentire l’obbligo ch’egli ha di lavorare. Che cosa è l’uomo considerato in se stesso? Egli è un composto di corpo e di anima il più perfetto degli esseri che abitano sopra la terra. Il suo corpo ha membra suscettibili di movimento, la sua anima ha potenze a ciascheduna delle quali Dio ha data una funzione particolare. Ora Dio, che nulla fa invano avrebbe Egli dato all’uomo membra capaci di muoversi, mani per agire, piedi per camminare, gli avrebbe dato uno spirito capace delle più sublimi operazioni, per lasciare l’una e l’altro nel riposo? L’inclinazione dell’uomo sarebbe un disordine alla natura, e quindi sarebbe interamente contraria al disegno del sommo Creatore. – Ed in vero non vediamo noi forse che le creature anche insensibili sono in movimento e lavorano ciascuna nel modo che il loro Autore ha disposto? Il sole si leva ogni giorno per illuminare l’universo, la terra produce dei frutti; gli animali che Dio ha sottomessi all’uomo lavorano per i bisogni di lui; gli Angeli, quelle sublimi intelligenze che si accostano il più da vicino alla divinità, sono in un’azione continua: incessantemente occupati a fare la volontà di Dio, essi adempiono ognuno il ministero ch’Egli ha loro commesso con un’attività che la Scrittura ci presenta sotto il simbolo di quella del fuoco. Facis angelos tuos spiritus, et ministros tuos ignem urentem (Ps. CIII). Solo dunque l’uomo sarà esente dalla legge imposta a tutte le creature? Egli che tiene il mezzo tra quelle che sono materiali e quelle che sono puramente spirituali; egli che è innalzato al di sopra di tutti gli esseri creati che sono sulla terra, e si accosta per il suo spirito il più da vicino agli Angeli che sono nel cielo? No, no, fratelli miei, questo non è stato il disegno di Dio: allorché Egli formò il primo uomo nello stato d’innocenza, lo collocò, dice la Scrittura, nel paradiso terrestre per lavorarvi: Posuit eum in paradiso , ut operaretur (Gen. II). Il suo lavoro non era veramente un lavoro penoso, come quello cui egli è stato condannato dopo il suo peccato, ma un’occupazione che Dio gli aveva dato per compiere i disegni che la sua provvidenza aveva avuti cavandolo dal nulla. Laonde; quand’anche il primo uomo non avesse peccato, egli e i suoi discendenti sarebbero sempre stati soggetti alla legge del lavoro. – L’uomo entra nel mondo per lavorare siccome l’uccello per volare, dice la Scrittura: Homo nascit ad laborem, et avis ad volatum (Job. 5). Chi non lavora è un mostro della natura. Uomo pigro ed ozioso, gli si deve dire con lo Spirito Santo, va alla scuola della formica per istruirti: Vade ad formicam o piger (Prov. 6). Mira come quel piccolo animale lavora durante l’estate per accumulare di che vivere durante l’inverno.. Se anche tu non lavori, non meriti di vivere, non meriti che la terra produca frutti per nutrirti, sei indegno che gli uomini ti soffrano nella loro società, essendo come un membro inutile. – Ciascheduno ha le sue occupazioni nella vita e nei differenti stati che Dio ha stabiliti sopra la terra. Gli uni hanno le fatiche dello spirito nel maneggio degli affari, nello studio, nei tribunali. Gli altri quelle del corpo nel coltivare la terra; chi una professione penosa, chi nel negozio; in una parola, ciascuno deve lavorare nel suo stato; e tu o codardo, non vorresti far cosa alcuna, mentre quell’uomo di toga si priva d’un riposo anche legittimo per mettersi in istato di riempiere degnamente la sua carica? Mentre quell’agricoltore, quel vignaiuolo portano il peso del freddo e del caldo, innaffiano la terra coi loro sudori e si consumano nelle fatiche, tu pretendi menar una vita dolce e tranquilla, passar i tuoi giorni in un languido riposo? Ah! tu sei indegno della società degli uomini, insopportabile a Dio, agli uomini e molto sovente a te stesso per le noie da cui sei oppresso. Andiamo avanti. Voi siete non solamente obbligati al lavoro perché siete uomini, ma ancora perché siete peccatori, ed in questa qualità voi avete dei peccati da espiare, dei peccati da evitare. Ora il lavoro serve mirabilmente all’uno e all’altro di questi fini. Egli è una soddisfazione che espia i peccati passati, è un rimedio ed un preservativo per lo peccato avvenire; l’uomo peccatore deve dunque sottomettervisi per spirito di penitenza. Se l’uomo non avesse giammai peccato, la sua vita non sarebbe soggetta ai lavori penosi che ne dividono a vicenda i momenti. Egli avrebbe per verità lavorato nel modo che Dio aveva prescritto all’uomo innocente; ma il suo lavoro non sarebbe stato che un’occupazione facile, un esercizio comodo ed anche dilettevole, esente dagli stenti e dalle fatiche che opprimono presentemente il suo spirito ed il suo corpo: ma dacché l’uomo si ribellò contro il suo Dio, egli fu condannato a penoso lavoro: la terra divenne per lui sterile e percossa di maledizione; essa non produsse che triboli e spine; e l’uomo non ne poté trarre il proprio sostentamento, che a forza di sudore … Tu mangerai, disse il Signore, … il tuo pane nel sudore della tua fronte: In  In sudore vultus tui visceris pane tuo (Gen. III). Infelici figliuoli d’un padre prevaricatore, noi abbiamo partecipato al suo peccato; noi dobbiamo altresì partecipare alla sua pena e sottometterci agli stenti che accompagnano la misera condizione dei mortali; non solamente perché siamo eredi della sua disubbidienza, ma perché commettiamo ancora ogni giorno dei peccati di cui dobbiamo far penitenza per calmare l’ira di Dio. Or qual penitenza avete voi fatto sino al presente, fratelli miei, per espiare tanti peccati di cui vi siete renduti colpevoli? Qual penitenza, qual soddisfazione avete presentata a Dio per tanti sacrilegi, bestemmie, profanazioni dei santi giorni di festa: per tanti odi, inimicizie, per tante impurità, intemperanze, cui vi siete abbandonati? Non è forse giusto che voi sopportiate i travagli e disagi annessi al vostro stato, giacché Dio vi ha ad essi condannati, e vuol pure accettarli in soddisfazione dei vostri peccati? Questa soddisfazione è di sua scelta, per conseguenza migliore d’ogni altra. – Invano dunque mi direte voi che siete d’una nascita, d’una condizione che non vi permettono di lavorare; .che avete dei beni per vivere senza far nulla; che il lavoro è veramente necessario a quelli che hanno bisogno di guadagnarsi il vitto, ma che voi non mancate di cosa alcuna; che il vostro stato è uno stato di riposo e di dolcezza, e che volete vivere con i vostri comodi. – Si deve dunque dire, secondo voi che il lavoro non è che per i poveri e che le ricchezze e la nascita debbono autorizzare l’ozio. Ma benché ricchi benché distinti siate nel mondo, voi siete peccatori, e forse più colpevoli di coloro che sono nella miseria, perché i vostri beni sono per voi una continua occasione di peccare. Voi avete dunque un eguale, anzi un maggior bisogno che gli altri di far penitenza, di soddisfare a Dio per li vostri peccati. Tocca dunque a voi, ricchi, come a voi, poveri; a voi, nobili, come a voi plebei, sottomettervi alla pena del peccato, comune a tutti i peccatori, cioè al lavoro. In laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitæ tuæ (Gen. III). Egli è vero che il lavoro cui la giustizia di Dio ha condannato tutti gli uomini peccatori non è lo stesso per tutte le condizioni della vita; ma non evvi alcuno, in qualunque stato sia, che non debba occuparsi in qualche lavoro dello spirito o del corpo, perché non evvi alcuno che non abbia peccato e che non debba per conseguenza portar la pena del peccato, e quand’anche l’uomo non avesse alcun peccato ad espiare, il lavoro gli è sempre necessario per evitare i mancamenti che potrebbe commettere. Egli è un oracolo pronunziato dallo Spirito Santo, che l’ozio è l’origine di molti vizi: Multum malitiam docuit otiositas [Ecclì. XXXIII); oracolo che una funesta esperienza non ha che troppo sovente verificato e verifica ancora tutti i giorni! Fu nell’ozio che gli abitanti di Sodoma si abbandonarono ai mostruosi eccessi che attirarono su di essi le vendette del cielo: Hæc fuit iniquitas Sodomæ … otium ipsius et fìliaram eius (Ezech. XVI). Mentre Davide fu occupato negli esercizi della guerra, egli si mantenne fedele al suo Dio, ma le dolcezze del riposo lo fecero cadere nell’adulterio e nell’omicidio; e senza citare esempi stranieri, di quanti disordini l’ozio non è ancora l’origine fra i Cristiani? Un’anima aggravata e istupidita dal riposo non ha alcun gusto per le cose di Dio; ella è insensibile alle verità della salute; l’orazione, i sacramenti, gli esercizi di pietà le sono insipidi: ella si disanima per la minima difficoltà; non sa che cosa sia farsi violenza per la pratica della virtù; trascura i suoi doveri o non li adempie che con negligenza: quindi quella facilità a soccombere alle tentazioni che sono più frequenti e più violente in quello stato. Le persone disoccupate sono tentate da più d’un demonio; si riuniscono essi in legioni per entrare in un’anima oziosa, di cui s’impadroniscono così facilmente come un’armata s’impadronisce d’una città senza difesa ed aperta da tutti i lati al nemico: mentre tale è lo sfato d un’anima infingarda; ella è una piazza tanto più facile a prendere perché cede da se stessa senza sostenere alcun assalto; il suo spirito è occupato sol di pensieri inutili, la sua immaginazione ripiena d’idee bizzarre e stravaganti, la sua volontà strascinata da desideri peccaminosi è simile a quelle acque stagnanti dove si generano gl’insetti e i più vili animali, e donde escono vapori che infettano coloro che vi si avvicinano. Quest’anima, sterile in buone opere, è feconda solo in frutti d’iniquità; ella si è abbandonata a tutti i vizi, alla superbia, alla crapula, alla dissolutezza, all’impurità: tali sono, dice il profeta, i rampolli funesti che nascono da questo ceppo guasto e corrotto: In laborem hominum non sunt: ideo tenuit eos superbia, aperti sunt iniquitate, et impietate sua. Le persone oziose non cercano che di contentare i loro malvagi desideri ora nei lauti banchetti, ora nei piaceri brutali, cui si abbandonano senza vergogna: Prodiit quasi ex adipe iniquitas eorum ( Ps. LXXII). Pensano e parlano male del loro prossimo, trascorrono in parole oscene, in canzoni lascive; Locuti sunt nequitiam. Portano anche la temerità sino a bestemmiare contro Dio e deridere le cose sante, a combattere la Religione con l’empietà dei loro discorsi: Posuerunt in cœlum os suum.- Che cosa è che ha perduto quel giovane, quella donzella che per i loro disordini sono divenuti lo scandalo di una parrocchia? L’ozio, in cui genitori troppo indolenti li hanno lasciati vivere. Quel giovane ha imparato in quella scuola l’intemperanza, il segreto di commettere latrocini; quella fanciulla, la maldicenza, la vanità, la maniera di formare e mantenere intrighi peccaminosi. Quell’uomo che nulla ha a fare, cercherà compagni di dissolutezza per andar a passare il suo tempo al giuoco, all’osteria. Quella donna sfaccendata andrà di casa in casa a censurare con le sue maldicenze la condotta degli uni e degli altri. Ne chiamo qui in testimonio, fratelli miei, la vostra esperienza. – Non è forse nei giorni di riposo che voi avete commessi più peccati? Poiché bisogna necessariamente che lo spirito dell’uomo si occupi in qualche cosa, se non pensa al bene, pensa al male; nessun mezzo tra l’uno e l’altro. Convien dunque lavorare per evitare il male. Questo è l’esempio che tutti i Santi ci hanno dato; testimoni gl’illustri solitari che, dopo aver passata una parte del loro tempo nell’orazione, si occupavano in opere manuali, a fine, dicevano essi, che quando il demonio li venisse ad assalire, li ritrovasse sempre sulle difese. Seguite questa massima, ed il nemico della salute non avrà alcuna forza su di voi. Se non potete sopportar le fatiche d’un lavoro penoso, o se la vostra condizione ve ne esenta, occupatevi in qualche lavoro di spirito o di corpo convenevole al vostro stato. Voi, donne, applicatevi all’educazione dei vostri figliuoli, insegnate loro a lavorare, prendete il fuso, all’esempio della donna forte di cui lo Spirito Santo fa l’elogio; fate alcuni lavori di mano per voi, per gli altri, ed ancor meglio per i poveri. Con il lavoro voi eviterete il peccato ed espierete quelli che avete commessi. Ma come bisogna lavorare?

II. Punto. Un Cristiano si perde e si danna nel lavoro, come nell’ozio, quando il lavoro non è secondo Dio. Non basta dunque lavorare, né anche lavorar molto; bisogna lavorare da uomo ragionevole, da uomo Cristiano; lavorare da uomo ragionevole si è occuparsi in un lavoro onesto e moderato: lavorare da uomo Cristiano, si è riferire il suo lavoro a Dio con una retta intenzione di piacergli; due condizioni necessarie per santificare il lavoro. Il lavoro, per esser santo, deve esser onesto di sua natura, cioè subordinato alla legge di Dio: deve essere moderato, vale a dire, proporzionato alle forze dell’uomo e al tempo ch’egli deve dare a Dio. In una parola, non si deve lavorare in cose che Dio proibisce o che distolgono dal suo servizio. Chi commette ingiustizie, dice l’Apostolo, lavori con le sue mani a far del bene; ciascuno adempia i doveri dello stato in cui si trova impegnato. Ogni lavoro che non è secondo Dio, è una infrazione della legge di Dio, inutile e dannosa a chi vi si occupa. Non è lavorare per il cielo, ma per l’inferno, il far cose che Dio proibisce; in tal guisa lavorano i peccatori, che faticano molto, si stancano e si consumano nelle vie dell’iniquità per appagare le passioni malvagie di cui sono schiavi. Oimè! che non fanno gli uni per soddisfare la loro ambizione, gli altri la loro avarizia; questi la lussuria, quelli la vendetta? Così è: quell’uomo di toga lavora dalla mattina sino alla sera in una lite ingiusta, moltiplica scritture per aggravare di spese i suoi clienti; quell’agricoltore si fatica col peso del freddo e del caldo ad ingrandire la sua eredità in pregiudizio dei suoi vicini, ad accumulare dove non ha seminato; quel mercante, tutto applicato al suo negozio, vi commette frodi, ingiustizie; quell’artefice impiega male il suo tempo o fa un cattivo lavoro per chi l’impiega; quel litigante fa molti viaggi e molti passi per guadagnare una lite ingiusta; quell’altro esercita una professione, un’arte incompatibile con la sua salute, perché è per lui occasione di peccato. Ecco molte occupazioni, molte fatiche; ma sono fatiche, sono occupazioni vietate dalla legge di Dio: quale ne sarà il frutto, quale la ricompensa? Quem fructum habuistis? dice s. Paolo; qual profitto si può ricavare da cose che debbono coprire di confusione coloro che le fanno? Quem fructum habuistis in his in quibus erubescitis (Rom. V)? Dove andranno a finire tutti gli empi modi di procedere dei peccatori? Ad una riprovazione eterna. Tale è la sorte di coloro che sono presentemente nell’inferno, perché non hanno lavorato che per il mondo, perché non hanno cercato che di soddisfare le loro passioni. Ah! invano e per nostra disgrazia, dicono essi, ci siamo stancati nelle vie dell’iniquità. Era forse necessario sopportare tante pene, camminare per sentieri così difficili, per cadere in un orribile precipizio? Lassati sumus in via iniquitatis; ambulavimus vias difficiles (Sap. 5). Quanto è egli doloroso d’aver a sopportare cotante fatiche per rendersi infelici! Ah! non sia cosi di voi, fratelli mici nulla fate nel vostro lavoro che sia contro la volontà di Dio. Se la professione in cui siete impegnati è incompatibile con la salute, convien lasciarla; se non tale, voi dovete in essa seguire tutte le regole della saviezza e dell’equità. Lavorate, come dice l’Apostolo, mangiando il vostro pane, vale a dire un pane che sia il frutto d’un lavoro onesto e non già dell’ingiustizia; un pane che non sia la sostanza della vedova e del pupillo, ma guadagnato col sudore della fronte, con saggia industria. Sia il lavoro ancora moderato, affinché non vi distolga da ciò che dovete a voi medesimi. Imperciocché egli è un mancamento assai comune tra coloro che si occupano in un lavoro, anche legittimo, di abbandonarvisi talmente che dimentichino il grand’affare che deve unicamente occuparli. Premurosi soltanto di guadagnare un pane materiale che perisce, non pensano a far provvisione d’un pane che si conserva sino nella vita eterna. Sempre piegati verso la terra, dove non sono che per un tempo, non alzano mai gli occhi verso il cielo, dove regnar debbono eternamente: invece di mettere in Dio la loro confidenza, per i bisogni della vita, sembrano diffidare della sua provvidenza; non contano che sopra la loro industria,  si caricano di lavori e ne aggravano quelli che sono al loro servizio. I giorni non sono lunghi abbastanza per terminare tutto ciò che intraprendono: l’affare della salute non vi ritrova alcun momento; non ne impiegano neppure la minima parte a rendere a Dio ciò che gli debbono; prenderanno anche i giorni destinati al suo servizio per attendere ai loro affari, al loro negozio; essi lavorano in questi giorni sotto vani pretesti di necessità che la brama del guadagno fa pur troppo sempre ritrovare. Ah! non è questo fratelli miei, lavorare secondo Dio; ogni lavoro che vi allontana dal suo servizio, che v’impedisce di operare la vostra salute, benché lucroso sia pel tempo, egli è dannoso per l’eternità. Lavorate pure nella professione in cui siete, ma lavorate moderatamente; contate più sulla provvidenza di Dio che sul vostro lavoro; contentatevi d’una certa fortuna convenevole al vostro stato; non desiderate che quanto vi è necessario per mantenervi con la vostra famiglia; non seguite i movimenti di una cieca avidità, d’una fortuna cui non dovete aspirare; ricordatevi che la migliore che possiate fare si è quella della eternità; a questa voi dovete le vostre prime sollecitudini, a questa tutti debbono riferirsi i vostri passi: poiché dovete lavorare non solo da uomo ragionevole, ma ancora da Cristiano; e perciò bisogna riferire il vostro lavoro a Dio con la retta intenzione di piacergli: Tale è il nobil fine che nel lavoro vi deve animare. O sia che beviate o sia che mangiate o che facciate qualunque altra cosa, dice l’Apostolo s. Paolo, fate tutto per la gloria di Dio: Sive manducatis, sive bìbitis, sive aliquid facitis omnia in gloriam Dei facite (I. Cor. X). Nulla più necessario, fratelli miei, né nulla più utile, e si può anche aggiungere più facile, che questa pratica per santificarvi nelle vostre occupazioni. Voi siete per la maggior parte obbligati a lavorare per adempiere ai doveri d’una professione, in cui siete avviati, per soccorrere ai bisogni della vita, per guadagnare il pane per voi, e per i vostri figliuoli. Sì lavorate; Dio ve lo comanda, il vostro proprio interesse a questo vi obbliga. Ma volete voi sapere un segreto per divenir santi senza lasciare il vostro stato ed il vostro lavoro, senza che ve ne costi molta fatica? – Offrite a Dio per piacergli ed in soddisfazione dei vostri peccati tutto quanto evvi di penoso nei vostri lavori; senza nulla perdere del profitto temporale che potete fare, voi farete gran profitto per l’eternità. – Questa buona intenzione non accrescerà le vostre pene né le vostre fatiche; essa al contrario le addolcirà, le santificherà. Ecco il segreto ammirabile di cui si sono serviti, per guadagnare il cielo, tanti e tanti giusti che vissero nel medesimo stato che voi, che fecero le medesime cose che ogni giorno voi fate; ma con questa differenza che essi han lavorato per Dio, mentre voi non lavorate che per questo misero mondo. Ecco ciò ancora che voi potete e dovete fare per santificarvi. Poveri che lavorate molto, non è necessario per diventar santi che voi facciate cose straordinarie, che andiate, come gli Apostoli, ad annunziare il Vangelo, che diate per sua difesa la vita, come i martiri, che vi ritiriate nei deserti come gli anacoreti, che affliggiate il corpo con digiuni, cilici, discipline ed altre penitenze; lavorate per Dio, fate ogni cosa con la mira di piacergli; e i vostri lavori avranno il medesimo merito che le penitenze e i digiuni dei religiosi che sono attualmente nella solitudine: cosi il lavoro che vi è imposto come castigo del peccato, sarà per voi un mezzo di soddisfazione ed una strada che vi conduca alla vera felicità. – Quando compiango io dunque per questo motivo la sorte d’un gran numero di Cristiani che lavorano molto nei diversi stati in cui li veggo impegnati; ma che non si propongono un fine degno della Religione che professano! Menano essi una vita laboriosa, gli uni nel maneggio degli affari, nell’esercizio d’una carica, in uno studio che attedia, in cure che li accompagnano alla mensa, al riposo, senza aver alcun tempo per sollevarsi; gli altri si affaticano nei lavori del corpo, nella coltura della terra che bagnano con i loro sudori, nei penosi esercizi d’un’arte che hanno appresa per guadagnare il pane. Ma oimè! la maggior parte non ha altro scopo che una fortuna temporale, non pensa che ad arricchirsi, a cavarsi d’impaccio; ma qual profitto avranno questi al fine della loro vita? Nessuno; avranno molto seminato, e nulla raccoglieranno: Seminastis multum, et intulistis parum (Agg. 1). Si vedranno nel medesimo stato che gli Apostoli, i quali avevano faticato tutta la notte a pescare, e non avevano preso cosa alcuna: Per totam noctem laborantes nihil cœpimus. Avranno essi lavorato per gli altri, avranno arricchiti figliuoli, eredi; ma a che servirà loro ciò che avranno posseduto e che lasceranno agli altri, se nulla avranno fatto per sé medesimi? A che servirà loro una fortuna temporale che avrà logorata la loro sanità, accelerata loro la morte, se avranno trascurato il principale affare per cui Dio li aveva creati? Qual materia d’affanno, qual motivo di penitenza l’aver perduta la sua anima negl’imbarazzi d’una vita penosa come quelli che l’hanno perduta nell’oziosità! Pensatevi, fratelli miei, e procurate di evitare questa disgrazia mentre è ancor tempo. Sin adesso voi avete lavorato, voi vi siete affaticati, voi avete menata una vita stentata per fare una fortuna transitoria; se aveste fatto tutto questo per Dio, se aveste sofferto per gli altri, voi avreste accumulati tesori immensi per il cielo: profittate dunque del tempo per riparare le perdite che avete fatto per il passato. Dio non vi comanda di abbandonare la cura dei vostri affari temporali; Egli vuole che lavoriate, ma che il vostro primo pensiero, lavorando, sia di piacergli e di santificarvi: Egli vuole che nel vostro lavoro cerchiate l’adempimento della sua volontà.

Pratiche. Abbiate dunque cura di riferire tutte le vostre azioni alla sua gloria: offritegli ogni mattina nella preghiera tutte le vostre fatiche del giorno; pregatelo di sparger su esse la sua santa benedizione; rendetegli, se potete, una visita nel suo santo tempio prima di andare al lavoro; rinnovate di tempo in tempo quest’offerta, richiamandovi la sua santa presenza, indirizzandogli qualche orazione giaculatoria. Per voi, o mio Dio, dovete dire, ho cominciato il mio lavoro, per voi lo continuo; io vi offro tutto ciò che vi è di penoso in soddisfazione dei miei peccati. Servendovi di queste pratiche fratelli miei, voi eviterete i peccati che si sogliono commettere lavorando, le bestemmie, le imprecazioni, le collere cui si abbandonano coloro ai quali non tutto riesce come vorrebbero, i quali trasportare si lasciano per la minima cosa. Se voi avete cura di offrire il vostro lavoro a Dio, se vi richiamate di tempo in tempo la sua santa presenza, vi asterrete dalle parole oscene, dalle canzoni profane che si odono dalla maggior parte di coloro che lavorano e che attirano la maledizione di Dio sopra i loro lavori. Invece di quelle parole oscene, al giorno d’oggi sì frequenti tra gli operai e che i padroni non debbono in alcun modo tollerare, voi v’intratterrete in sante conversazioni, in cantici spirituali, come facevano altre volte i primitivi Cristiani. Voi potete, durante il lavoro, occuparvi in santi pensieri: esercitando una professione, rappresentarvi Gesù Cristo che ha lavorato Egli medesimo per i bisogni della vita, unire le vostre alle sue fatiche e a tutto ciò ch’Egli ha fatto sopra la terra: svellendo i triboli, le spine, le cattive erbe dai vostri campi pregatelo di svellere dai vostri cuori i semi del peccato, di correggerne le inclinazioni perverse, lavorando o coltivando la terra, pregatelo di aprire i vostri cuori per ricevere la rugiada celeste della sua grazia e renderli fertili in virtù ed in buone opere. Quando aveste a sopportare calori eccessivi, pensate al fuoco eterno dell’inferno che i vostri peccati han meritato. Se il caldo di quaggiù è si difficile a sopportare, come, dovrete voi dire, potrò io soffrire gli ardori eterni, di cui questo non è che la figura? Soffrite gl’incomodi delle stagioni e tutti gl’altri disagi annessi al vostro faticare in vista della ricompensa eterna che Dio vi apparecchia nel cielo, ricordandovi di ciò che dice s. Paolo nell’epistola di questo giorno, che le tribolazioni di quaggiù non hanno alcuna proporzione con la gloria del cielo: Non sunt condignæ passiones huius temporis ad futuram gloriam (Rom. VIII). Mentre il vostro corpo soffre sopra la terra, il vostro cuore sospiri incessantemente verso il cielo, dove, liberi dalla schiavitù di questo corpo mortale, voi godrete dell’eredità promessa ai figliuoli adottivi che avranno faticato per meritarla: Adoptionem fìliorum expectantes, redentionem corporis nostri. Dopo il vostro lavoro, ringraziate Dio dei favori compartitivi, fategli ancora, se il tempo ve lo permette, una visita nel suo santo tempio; andate poscia a prendere qualche sollievo per riparare le vostre forze: con questo mezzo, fratelli miei, vi santificherete nel vostro lavoro, lo renderete utile e meritorio pel cielo, e dopo aver lavorato sopra la terra vi riposerete nell’eternità beata. Così sia.

 Credo…

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

 Offertorium

Orémus Ps XII: 4-5 Illúmina óculos meos, ne umquam obdórmiam in morte: ne quando dicat inimícus meus: Præválui advérsus eum.

[Illumina i miei occhi, affinché non mi addormenti nella morte: e il mio nemico non dica: ho prevalso su di lui.]

Secreta

Oblatiónibus nostris, quæsumus, Dómine, placáre suscéptis: et ad te nostras étiam rebélles compélle propítius voluntátes.

[Dalle nostre oblazioni, o Signore, Te ne preghiamo, sii placato: e, propizio, attira a Te le nostre ribelli volontà.]

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps XVII: 3 Dóminus firmaméntum meum, et refúgium meum, et liberátor meus: Deus meus, adjútor meus.

[Il Signore è la mia forza, il mio rifugio, il mio liberatore: mio Dio, mio aiuto.]

Postcommunio

Orémus.

Mystéria nos, Dómine, quæsumus, sumpta puríficent: et suo múnere tueántur. Per …

[Ci purifichino, o Signore, Te ne preghiamo, i misteri che abbiamo ricevuti e ci difendano con loro efficacia.]

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

https://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (117)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

PARTE PRIMA

CAPO XXIX.

L’istessa verità si deduce dalle operazioni dell’anima volontarie.

I . Quell’ammirabile proporzion che si scorge tra due corde tirate all’unisono in dotta cetra, si può contemplare, di modo ancora più alto, fra le due potenze supreme dell’anima, l’intelletto e la volontà. Non se ne può mai toccare una, che l’altra non si risenta (L’intendere ed il volere sono due virtù distinte, ina pur indisgiungibili nella personalità umana. Mercé il libero volere l’uomo domina se stesso e gli atti suoi: ora un volere, non illuminato dalla luce dello intendere, è un volere cieco, epperò non libero, ma fatale, non dominatore ed arbitro di sé, ma dominato da forze esteriori e senza libertà non si dà persona. Così pure non è persona un soggetto, che fosse un puro e mero pensare e conoscere senza la virtù dell’attività volontaria). Onde, quanto dell’istinto, dell’indole, e della natura immortale, posseduta dall’anima ragionevole, ci hanno fin ora dimostrato le operazioni dell’intendere, tanto seguiranno a dimostrarcene le operazioni ancor del volere: salvo che intorno a queste ci si offerisce a considerar di vantaggio la libertà, propria affatto delle sole potenze spirituali che si determinano da se stesse; a differenza delle potenze corporee, le quali sono sempre determinate dai loro oggetti.

II. Se l’anima dipendesse dal corpo, dovrebbe necessariamente seguire tutte le inclinazioni del corpo, come le bestie. Un cavallo cui sia posta innanzi la biada, non saprà mai comandare al suo vorace talento, che se ne astenga, s’egli non è ben satollo. E cosi dovrebbe a proporzione far l’anima in simil caso, dov’ella fosse corporea: onde, alla presenza dell’oggetto giocondo, mai non saprebbe dargli un rifiuto animoso per anteporgli l’onesto, quantunque acerbo. E pure veggiamo accader tuttora l’opposto in tanta gente, quanta è quella che milita alla virtù. Veggiamo avverarsi in essa ciò che osservava Aristotile, cioè, che l’appetito superiore comanda all’inferiore, quasi re dominante ad un suo vassallo. Veggiamo che il tiene in briglia, sicché non trascorra i termini del permesso. Veggiamo, che quando questo pur li trascorre, è perché la volontà, condiscendendo di suo grado alle istanze che ne riceve, gli abbandona le redini sopra il collo, e consente a ciò che ben potrebbe impedire, s’ella volesse risolutamente valersi del suo dominio. Adunque, se è tanto libera a non seguire le inclinazioni del corpo, chi mai dirà, che l’anima non sia d’indole assai maggiore?

III. E pur v’è di più. Conciossiachè, non mirate voi tutto giorno la padronanza che esercita la medesima volontà sopra il corpo stesso nel soggettarlo ai dolori, o nel disprezzarlo, mandandolo fin incontro all’istessa morte? Dove troverete una bestia che si affligga di sua elezione, come si affliggon tanti uomini penitenti, disciplinandosi, dimagrandosi, cingendo le loro reni di acuti pungoli: o dove troverete una bestia che, potendo campar felice da morte, vada a sfidarla? E pure ancora a sfidarla perviene l’anima, comandando nelle guerre a tanti soldati, non pur che facciano argine all’avversario co’ loro petti, ma che lo vadano generosi a investire nelle trincee. Dirò cosa di più stupore. Nella guerra che Dario imprese co’ greci, mentre una barca dei persiani fuggiva alla disperata, ecco un soldato nimico che la afferrò dalle sponde con una mano per arrestarla: ma non poté, perché gli fu quella mano da quei di dentro troncata a un attimo. Allora egli l’afferrò veloce con l’altra; ma vanamente, perciocché l’altra ancora gli fu recisa. Che fe’ però così monco? Né il sangue, né lo spasimo, né quel peggio che egli si poteva aspettare, poté far sì, che non si attaccasse coi denti alla fusta odiata, per farle quasi di se stesso una remora; sinché, troncatogli il collo, allora solamente fini di perseguitarla quando finì di spirare. (Ap. Herod.). Or come mai potrebbe l’anima umana in questi ed in altri mille accidenti simili necessitare il corpo a cose sì ardue, se ella dipendesse dal corpo nel suo durare? Ove nella morte delle membra a lei serve morisse anch’ella, qual dubbio v’è, che null’avrebbe ella mai tanto in orrore, quanto che l’essere a quelle cagion di morte; né vi sarebbe moneta di bene alcuno, della quale ella non facesse rifiuto prodigalissimo, per sottrarsi dal sommo di tutti i mali? Allora sì, che la morte del corpo si meriterebbe quel titolo spaventoso che falsamente le scrisse in fronte il filosofo, quando la chiamò, ultimum terribilium: mentre sarebbe questa per l’anima un naufragio, in cui farebbe getto di ogni suo bene, senza speranza di ripescarne mai dramma. Or l’anima ben si accorge, che tal getto per lei non v’è; però non è meraviglia, se mandi il corpo con tanta risoluzione ad incontrare tuttodì le procelle più burrascose.

IV. Di vantaggio apparisce nella libertà del nostro volere una possanza quasi infinita, mentre né alcuna creatura da sé, né tutte anche insieme, sian terrestri, sian celesti, sian infernali, la possono mai violentare a sposarsi con un oggetto, o a ripudiarlo, se ella liberamente non vi acconsenta. Or come dunque materiale può essere quella forza che non può abbattersi da veruno di tanti spiriti più sublimi, non che dai semplici corpi? Questo dominio, che in sé possiede la volontà de’ suoi atti, mostra che ella muove se stessa, e che non è mossa da alcun agente creato, né si può muovere, se non in quella maniera che è a lei conforme, cioè diamore: e però mostra ancora ch’ella è perpetua, giacché ad esser distrutta naturalmente, le converrebbe avere nell’ordine della natura un nimico sì poderoso, che (come fu notato di sopra) fosse finalmente bastevole a torle l’essere. E pure né anche v’è chi sia bastevole a torle l’operazione.

V. Solo potrebbe l’anima dubitare di venir distrutta da Dio (Assolutamente parlando non ripugna il concepire una forza, che per quantunque inferiore a Dio, sia nondimeno di tanto superiore all’anima umana, da togliere a questa il libero dominio di sé e la virtù, che ha di muovere se stessa.), che siccome dal niente già la cavò, così potrebbe ancora ridurla al niente. Ma si dia pace. Nessuno agente naturale ha per fine diretto ildistruggimento di alcuna cosa, ma solo ilprò che egli dal distruggerla ne trarrà, o per sé, o per altri (S. Th. 1. p. q. 60. ar. 9. et q. 49. a. 2. In c.): tanto che l’istesso leone, se uccide il cervo, non l’uccide per recare a lui quel male di ucciderlo; lo uccide per cavare da ciò quel bene dialimentare o sé, o i suoi leoncini inetti alla caccia. Ma quanto a sé, qual bene può Dio cavare dal tórre a un’anima quell’essere che le die’quando creolla capace di durar sempre? E quanto agli altri, un’anima non esige, per conservarsi, la distruzione dell’altro corpo. Sicché, quando Dio la uccidesse, bisognerebbe che la volesse uccidere per ucciderla. Ma di ciò non tema ella punto. I doni divini non soggiacciono a pentimento: Dona Dei sunt sine pœnitentia, son veri doni, datio irreddibilis, sono un oro fisso, non un mercurio volante (Arist. 1. 4. top. c. 4. n. 12). Onde non può perdere l’essere a sé natio chi non può perderlo senza che gli venga puramente ritolto dal primo Essere.

VI. Finalmente la nostra volontà può spontaneamente determinarsi col libero amore del bene onesto a disprezzare tutti gli oggetti sensibili, a dilettarsi puramente della virtù, della giustizia, della pudicizia, della pietà, della religione, ed a costituire la sua felicità in un bene spiritualissimo, quale è Dio. Adunque ella è puramente spirituale, siccome quella che può nell’operare prefiggersi un fine tale, ed andarvi con tali mezzi, che il corpo nulla di comune abbia in essi, nulla ve n’abbiano i sensi (Veramente tutta l’argomentazione dell’autore conchiude alla spiritualità dell’anima umana, anziché alla sua immortalità, ed il suo ragionare sarebbe stato più opportuno e più stringente, se egli avesse posto in chiara luce l’immortalità come conseguenza della spiritualità, dimostrando come l’intendere ed il volere dell’uomo avendo per obbietto il Vero ed il Buono divini, che sono infiniti, non possono raggiungere nel tempo la loro perfezione).

VII. Anzi se con tali operazioni vien l’anima sommamente a perfezionarsi, che cercar più? Non si può concepir, che quella sostanza, la quale acquista la perfezione del suo operare, con sollevarsi dal corpo più che ella può, debba mai perdere la perfezione dell’essere, se si separi dal medesimo corpo. Nulla res corrumpitur ab eo in quo consistit eius perfectio, dicono i dotti (S. Th. 1. 2. contra gentes c. 79): conciossiachè perfezionare una sustanza e distruggerla, son due cose del tutto opposte. E pur qual è la somma perfezione dell’anima unita al corpo? E quando nel corpo ell’opera, più che può, come se fosse separata dal corpo.

II.

VIII. Che dite dunque? Non vi sembra ormai, che comunque si guardi l’anima umana, o si guardi secondo l’intelletto, o si guardi secondo la volontà, ci si renda assai manifesta la sua natura indipendente dal tempo? Quel semplice pastorello che lassù nel monte Ida calpestava la calamita come una selce volgare, al mirar poi quel potere stupendo che ella esercitava sul ferro delle scarpe contadinesche da lui portate, mutò sentenza, e cominciò a venerare con occhio attonito ciò che dianzi premeva con pie indiscreto. Saranno però bene di mente affatto selvaggia tutti coloro che, riflettendo su gli atti delle loro potenze spirituali (conforme comandò quell’oracolo sì famoso, nosce te ipsum), non confesseranno, che l’anima è di natura superiore a tutto il caduco, e che però non dee pagar tributo anch’essa alla morte, come pure amerebbero quei meschini i quali assai più paventano di morire, secondo la metà sola, che non paventerebbero di morire secondo il tutto: tanto male conoscono se medesimi.

IX. Ma come non si conoscere ? Sperimentano pure dentro se stessi che l’intelletto, più che sa, più è disposto a conseguire di nuova scienza; e sperimentano, che la volontà più che gode, più è vaga di acquistar nuovi diletti. Or come dunque possono tuttavia divisarsi, che queste sieno potenze limitate dalla materia? Le materiali, quando anche fossero tante conchiglie marine, pasciute ad un certo segno, convien che insino alla rugiada del cielo chiudano al fine la bocca, con dichiararsi insufficienti a riceverne di vantaggio. Quelle potenze però le quali più che ricevon di pascolo nel loro seno sono capaci di riceverne sempre più e più, senza mai finire; anzi per questo medesimo son capaci di riceverne più, perché n’hanno molto: sono indubitamente potenze spirituali (S. Th. 2. 2. q. 24. art. 7. in c.). E se sono spirituali, che dubitar della loro immortalità?