IL SACRO CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (12)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (12)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

TERZA PARTE

MEZZI PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo VI.

IL CUORE DI GESÙ È NELL’EUCARISTIA IL COMPAGNO DEL NOSTRO PELLEGRINAGGIO

Le visite di Dio agli uomini.

Se il primo dovere dell’uomo è quello di inchinarsi davanti al suo Creatore, con il sacrificio, il suo primo bisogno è quello di vedere il suo Creatore inchinarsi a lui e concedergli la sua amicizia. L’unione con Dio è lo scopo della Religione, così come il sacrificio è il suo atto supremo. Con il sacrificio testimoniamo a Dio la nostra assoluta dipendenza e il nostro bisogno del suo aiuto. Non serve nient’altro per attirarci nella sua infinita bontà e per fargli fare alleanza con la nostra debolezza in un’alleanza misericordiosa. Ma questo patto tra Dio e l’uomo non è sempre stato altrettanto intimo. Dio era sempre contento di conversare con i figli degli uomini, ma essi non erano ugualmente disposti a ricevere le sue visite paterne. Queste erano all’inizio solo poche apparizioni concesse alla fede dei Patriarchi. Poi fu innalzato il Tabernacolo e Dio fece la sua abituale dimora nell’Arca dell’alleanza, dove conversava direttamente solo con il Sommo Sacerdote ed in alcune circostanze solenni. La gente poteva parlargli solo dall’esterno. Finalmente il velo è stato strappato. L’ingresso del santuario è stato aperto agli uomini. Il vero Santo dei Santi, Colui di cui l’Arca dell’Alleanza non era che una pallida immagine, apparve alla vista degli uomini. Il Verbo stesso di Dio ha parlato la nostra lingua e per trentatré anni ha conversato con noi come uno di noi. E non solo Mosè, ma anche l’ultimo dei peccatori ha potuto affrontarlo faccia a faccia. Non è questo, per Dio, l’apice della condiscendenza? E non dovrebbe essere soddisfatto Egli che una volta aveva detto che le sue delizie erano “l’abitare tra i figli degli uomini”? No, non è soddisfatto! Per soddisfare tutte le esigenze del suo amore deve inventare un’unione molto più stretta, una disposizione che lo avvicinerà a tutti i suoi fratelli fino alla fine dei tempi. E questo, senza togliere il merito della fede, permette loro di vedere, in modo più sensibile, il suo immenso amore per loro. Questo è il capolavoro del Cuore di Gesù.

Dio resta con gli uomini fino alla fine dei tempi.

Aveva terminato la sua carriera mortale e doveva andare da suo Padre. La sola notizia della sua partenza aveva addolorato gli Apostoli; ma quanto più vividamente desiderava non essere separato da loro! Che cosa farà allora? Obbedirà al Padre che Lo chiama, ed allo stesso tempo al suo amore che Lo trattiene. Salirà in cielo, ma poco dopo scenderà di nuovo sulla terra in modo definitivo. I suoi figli non avranno perso nulla nella loro separazione, al contrario, ne avranno tratto vantaggi inestimabili. Perché l’amore del Cuore di Gesù ha saputo approfittare della sua impossibilità di rimanere sulla terra nella sua forma, per soddisfare più pienamente il desiderio di stare con ciascuno dei suoi figli. La sua presenza sarà d’ora in poi meno sensibile, ma molto più completa. Fino ad ora è stato presente in un solo luogo, e quanti uomini non hanno potuto vederlo! Egli stesso andò ad incontrare coloro che avevano bisogno del Suo aiuto; corse dietro alle infermità per curarle. Ma il suo stesso amore sacrificale gli impedisce di rimanere negli stessi luoghi in modo stabile e di soddisfare i desideri di chi avrebbe voluto tenerlo con sé. Passò facendo del bene e compiendo miracoli, ma passò. A parte le poche persone chiamate a seguirlo, la maggior parte di coloro che ebbero la grande gioia di vederlo, si rallegrarono solo per poco tempo. Non sarà più lo stesso in futuro: non in un solo luogo, ma in tutta la terra Gesù Cristo è presente: in tutte le regioni dell’Europa cristiana, in tutti i villaggi di montagna e nei quartieri delle città; in Asia, in Africa, in America, nelle isole dell’Oceania, ovunque il Cuore di Gesù è presente per fortificare i suoi ministri, per incoraggiare i suoi fedeli servi, per consolare coloro che soffrono, per lavare via le macchie dei peccatori. E non passa, rimane! Va dove viene chiamato, ma non si allontana da Se stesso e rimane fino a quando lo si vuol tenere. Non chiede palazzi splendidi, né brillanti cortei, ma un po’ di pane come velo, il recipiente più povero in cui riposare e la capanna più vile per preservarsi dalle intemperie, alcune anime sacrificate per tenergli compagnia, e nient’altro. E si rassegna, in molti luoghi, a rimanere solo per giorni interi. Solitudine alla quale la nostra vergognosa indifferenza lo condanna, e che non lo appesantirà finché Gli lasceremo la speranza di consolarci quando le necessità ci costringeranno a ricorrere a Lui. Questo è il modo in cui il Cuore di Gesù è costantemente presente, non in alcune anime privilegiate, ma in tutti i suoi fratelli e sorelle, sia nei peccatori che nei giusti. Questa presenza deve durare per secoli. Qualunque siano, le prove non ci mancheranno. In tutte le nostre lotte avremo con noi Colui che ha già combattuto in nostro nome e che ha sconfitto tutti i nostri nemici. E in tutte le nostre afflizioni il Divino Consolatore sarà alla nostra porta, pronto a ricevere la fiducia nei nostri dolori. Nell’ultimo giorno della nostra vita, quando non potremo andare da Lui, Egli verrà da noi per sostenerci nella battaglia suprema e per guidarci nel terribile passaggio. Egli farà lo stesso con gli uomini che ci seguiranno sulla terra. Fino alla consumazione dei secoli, il Cuore di Gesù avrà la sua delizia nell’abitare questa dimora di miseria e di peccato. Il suo amore avrà sempre più potere per trattenerli in Lui, ché la sua santità Gli impedisce di allontanarsene.

La nostra condizione è migliore di quella di chi ha visto il Salvatore.

Siamo, in un certo senso, meno favoriti di quelli che hanno vissuto durante la sua vita mortale. Ma siamo compensati per questo da un’altra e più grande grazia. Ricordiamo la risposta dell’apostolo S. Tommaso, quando, dopo essersi assicurato, con la testimonianza dei suoi sensi, della risurrezione del Salvatore, cadde ai suoi piedi ed esclamò: « Mio Signore e mio Dio »; « Tu hai creduto, Tommaso, perché hai visto; beati coloro che non hanno visto ed hanno creduto. » Perché siamo sulla terra? Vedere e riposare nello splendore di quella visione? No certo, ma per raggiungere, attraverso il cieco assenso della nostra fede, la dolcezza della visione eterna del cielo; per incrementare queste dolcezze con l’aumento della nostra fede. La felicità della vista è la felicità del cielo stesso, ma c’è, per gli abitanti della terra, una felicità che i Santi non possono avere: quella di accrescere il loro tesoro eterno con i loro meriti. Il Cuore di Gesù ha cercato di rendersi presente a noi, conciliando due interessi: quello della nostra debolezza, che richiedeva una presenza sensibile, e quello della nostra felicità futura, che chiedeva una presenza il più possibile favorevole all’esercizio della nostra fede. Se in questa presenza non ci fosse stato nulla per i nostri sensi, il nostro spirito, imprigionato in essi, non sarebbe stato in grado di raccoglierne i frutti. Se, al contrario, fossero stati completamente soddisfatti, la nostra fede non avrebbe avuto nulla a che fare con questo, e non avremmo potuto meritarla. Grazie sian dati al Cuore di Gesù, che ha così mirabilmente riconciliato interessi così contrastanti! Ha dato ai nostri sensi tutto ciò che la nostra debolezza richiedeva, senza togliere alcun merito alla nostra fede. Si manifesterà in modo tale da lasciarsi vedere, toccare e mangiare. Il Sacramento dell’amore diventerà il centro della Religione, la ragione dell’ergersi di magnifici templi, il legame più forte dei pii incontri in cui i figli di Dio si riuniscono attorno alla mensa paterna, l’oggetto principale di solenni cerimonie, davanti alle quali vengono oscurati gli splendori dell’antico culto. E senza dubbio, il Cuore di Gesù è rimasto nella Santa Eucaristia come oggetto della nostra fede. Egli lo esercita per quello che nasconde e per quello che mostra. San Tommaso vedeva l’umanità e credeva nella divinità che non vedeva. Il nostro merito sarà doppio, perché non vediamo né l’umanità né la divinità. È vero che l’una e l’altra ci vengono mostrati sotto le specie del pane e del vino, ma quelle specie, mostrandoci ciò che non sono, aumentano il merito, lungi dal diminuirlo. Perché se è un grande merito credere che Dio è in loro non vedendolo, non è meno meritorio credere che non ci sia il pane, anche se tutte le apparenze ci mostrano tutt’altro. Così, ci si dà l’opportunità di compiere un fervente atto di fede, che diventa un merito, e quanto meno ci viene mostrato Gesù Cristo, tanto più crescono i nostri diritti per godere della visione della sua bellezza.

Gesù Cristo è meno visibile nell’Eucaristia di quanto lo fosse sulla terra?

L’attributo che Dio vuole manifestare principalmente sulla terra è l’amore. Fin dall’inizio, sembra che si sia compiaciuto di nascondere tutti gli altri attributi, per non permettere agli altri di apparire. Raramente ha manifestato il suo potere attraverso i miracoli e la sua giustizia attraverso terribili punizioni. Erano eccezioni strappate alla ripugnanza di Dio per necessità forzate. L’Amore divino, al contrario, ha approfittato di ogni occasione e di ogni pretesto per far scaturire la sua generosità e la sua indulgenza. Le opere buone e i peccati, la fedeltà dei giusti e il pentimento dei colpevoli, sono serviti come rimedio. Nei momenti in cui la sola giustizia sembrava operare, l’amore la moderava. Solo l’Amore divino poteva guidare creature così miserabili come noi siamo al sublime fine per il quale siamo stati creati. L’Amore divino è il nostro sostegno, la nostra risorsa, l’oggetto principale della nostra fede, il più fermo sostegno della nostra speranza. Esso è lo stimolo del nostro amore. Come possiamo osare amare Dio se non ci dimostra Egli stesso che vuole trattarci come suoi amici? Dio Nasconde per il tempo debito gli altri attributi. Nasconde la sua grandezza e la sua potenza, che non farebbero che spaventarci allontanandoci da Lui. Quello che dobbiamo conoscere in Lui, l’unica cosa di cui dobbiamo essere sicuri, è il suo amore. Di tutti i modi in cui Egli può manifestarsi a noi, il più utile sarà quello che più chiaramente ci manifesta il suo amore. Stando così le cose, come possiamo dubitare che nell’Eucaristia, Gesù Cristo ci sia mostrato più visibilmente di quanto non fosse stato durante la sua vita mortale? Come si può scoprire l’amore se non attraverso gli sforzi che fa? E quando l’amore di Gesù Cristo si è maggiormente mostrato a noi? Quando gli ha imposto sacrifici maggiori di quando è stato costretto a spogliarsi non solo delle glorie della divinità, ma delle forme stesse dell’umanità per nascondersi in apparenze inanimate? Se san Bernardo poteva dire che nella culla il Figlio di Dio si è mostrato tanto più amabile quanto più si ancor più evidente? Confessiamo che in questo Sacramento divino Gesù Cristo nasconde tutti gli attributi della sua divinità. Ma diciamo ad alta voce che il suo amore non era mai stato così palpabile. Non vediamo l’umanità del Salvatore, né il suo adorabile volto, né le sue mani che curano le malattie, né sentiamo la sua voce, né possiamo toccare la sua veste. In Lui non vediamo altro che il suo Cuore. In questo Sacramento vediamo il Cuore di Gesù. Lo vediamo nella sua umiltà e dolcezza, con la sua condiscendenza e la sua indulgenza che perdona ogni ingratitudine; con la sua generosità che dona senza mai stancarsi, e la sua misericordia che ha consolazioni per tutte le miserie. Abbiamo sentito il Cuore Divino che ci parlava nel suo silenzio. Possiamo toccarlo, tenerlo vicino al cuore. Questa è veramente la presenza del Cuore di Gesù. È la sua manifestazione completa. Il Salvatore stesso ci ha mostrato l’intima connessione della devozione al suo Cuore con la devozione all’Eucaristia. Non separiamole mai. L’Eucaristia è il segno, e il Cuore di Gesù è la realtà divina da Lui indicata. Naturalmente, la carne del Salvatore è contenuta e simboleggiata dalle Sacre Specie. Ma è carne sacra, in quanto sacrificata per amore e che serve come organo di questo amore ineffabile per santificare le nostre anime. Ora, l’organo speciale dell’amore del Salvatore è il suo Cuore, ed è Lui che si manifesta a noi in modo speciale nelle specie sacramentali: è il Cuore che dobbiamo adorare in modo particolare.

Economia delle manifestazioni divine.

Riflettendo sulle varie manifestazioni divine, possiamo comprendere la loro economia misericordiosa. Sarà facile per noi vedere che la bontà di Dio ci sia stata mostrata più generosamente, poiché la sua grandezza è stata nascosta sotto i veli più oscuri. Il Verbo incarnato si è rivelato agli uomini in tre modi: in primo luogo, si è fatto conoscere agli uomini come il Verbo del Padre, quando ha conversato con Mosè, i Patriarchi e i Profeti, imponendo loro i suoi precetti e togliendo il velo del futuro. Si è poi circondato degli abiti della sua divinità, si è avvolto nelle nuvole, facendo scoppiare il fulmine e incutendo un rispettoso timore in tutti coloro che hanno ricevuto i suoi messaggi. La seconda manifestazione del Verbo divino è stata meno brillante, ma più misericordiosa. Era visto tra gli uomini vestito come un servo e come l’ultimo di noi. Nascondendo di più la sua divinità, si donava di più a noi. Più la sua unione con noi diventava intima, meno appariva la sua superiorità. Infine, la terza manifestazione adempie alla sua bontà e al misterioso stupore della sua grandezza. Il Dio che già si nascondeva nel Sinai e che a Betlemme si circondava della natura umana come di un velo, si nascondeva in un pezzo di pane. Coprendosi in questo modo, si è consegnato più che mai. Si è unito alla sua Chiesa ed a ciascuno dei suoi fratelli. Attraverso la sua Incarnazione ha unito la natura umana alla sua divinità; attraverso l’Eucaristia unisce tutto in una volta sola con ogni uomo: la sua divinità e la sua umanità. Ma fa anche di più: in quest’ultimo mostrarsi riunisce tutte le manifestazioni precedenti. Come la manna, senza avere un sapore proprio, aveva in sé il sapore di tutte le prelibatezze, così, il Cuore di Gesù nell’Eucaristia ripete a noi tutti ciò che ha rivelato ai Patriarchi, ai Profeti e agli Apostoli, e rinnova tutti i misteri che ha compiuto durante la sua morte: la grandezza di Dio, la sua potenza, la sua stessa giustizia, la sua misericordia e bontà, il prezzo delle nostre anime, l’orrore del peccato, la grandezza dei destini per i quali Dio ci ha fatti, e delle punizioni che subiremmo se ci mostriamo ingrati, le virtù che dobbiamo praticare, l’umiltà, la dolcezza, la pazienza, la dimenticanza del male. Tutto si manifesta a noi attraverso il Cuore di Gesù con un’incomparabile eloquenza. Non sarà difficile per noi trovare in questo Sacramento tutta la Religione, con tutti gli insegnamenti della sua fede e tutti i precetti della sua morale. Nell’Eucaristia, Gesù rinnova tutti i misteri della sua vita: si incarna come a Nazareth, nasce come a Betlemme, riceve l’adorazione dei Magi e dei pastori, fugge in Egitto, guarisce i malati, consola gli afflitti, passa facendo del bene. Ma sulla sua strada Egli raccoglie, come durante la sua vita mortale, ingratitudine e odio; viene di nuovo consegnato da Giuda, abbandonato da discepoli pigri, crocifisso dai farisei, tradito da un popolo ingrato. Lì muore e viene sepolto, ma anche risorge e riporta in vita molti. Che cosa gli manca per rispondere alle nostre esigenze ed essere il compagno inseparabile del nostro pellegrinaggio? Una sola cosa: che acconsentiamo a rimanere uniti a Lui, ad appoggiarci al suo braccio quando vacilliamo, a chiamarlo in nostro aiuto quando il pericolo ci minaccia, a permettergli di sollevarci quando siamo caduti, per dare al suo Cuore il conforto che desidera ardentemente per renderci santi e felici

Capitolo VII

IL CUORE DI GESÙ È NELL’EUCARISTIA IL CIBO DELLE NOSTRE ANIME

I figli della nuova alleanza sono superiori a Mosè.

L’ambizione del Cuore di Gesù è stata quella di essere non solo con l’umanità in generale, ma con ogni uomo in particolare, di abitare contemporaneamente in ogni parte della terra e in tutto il susseguirsi dei secoli, per poter soddisfare ogni esigenza e consolare ogni dolore. Una presenza universale e costante in mezzo a noi, iniziata nel momento stesso in cui la provvidenza sembrava obbligarlo a lasciarci. Ma non si è accontentato di questo. Non gli bastava essere presente ad ognuno di noi, voleva essere presente in noi. Gli sembrava poco mettersi a disposizione dei suoi fratelli, per ricevere le loro confidenze e rispondere ad esse con gli effluvi del suo amore. Non aveva fatto di più con Mosè. Le comunicazioni intime che ebbe con il legislatore degli Ebrei sulla cima del Sinai e nel Tabernacolo erano state sufficienti per elevarlo al di sopra di tutti i santi che lo avevano preceduto: « Mai prima d’ora, dice la Scrittura, c’era stato un uomo come Mosè, con il quale Dio si degnò di conversare faccia a faccia ». Ma la dignità dei figli della Nuova Alleanza sarà molto più alta. Con loro Dio non parlerà faccia a faccia, ma Cuore a cuore. Perché è il regno del Cuore di Gesù. La vecchia legge parlava all’esterno, la nuovo parla dall’interno. Il primo è stato scritto dal dito di Dio sulle tavole di pietra, il secondo dal Cuore di Gesù sulle tavole vive del cuore cristiano. È giusto che il Cuore di Gesù, incaricato di promulgare questa legge, penetri nel nostro interno e che imprima nel cuore di ciascuno dei suoi membri questa legge, che non è altro che il suo amore. Questo succede né più né meno nella Santa Comunione. È essa la consumazione di tutti i piani d’amore del Cuore di Gesù. Attraverso il Battesimo Egli si è donato a noi e ci ha uniti a sé per comunicarci la sua vita e formarci a sua immagine. Attraverso il santo Sacrificio della Messa è diventata la nostra vittima e l’ostia di un Sacrificio ininterrotto. Rimanendo presente sull’altare con il Sacrificio, era diventato il compagno del nostro pellegrinaggio. Lasciando l’altare per fare del nostro cuore un tabernacolo vivente, termina la sua opera.

La santa comunione alimenta la nostra vita divina.

La vita divina, come la vita animale e razionale, deve essere costantemente rinnovata, pena il decremento e l’estinzione. Perché siamo obbligati a dare cibo al nostro corpo ogni giorno? Perché tutti gli elementi sembrano togliergli la vita. L’aria che respiriamo, il calore che dilata i nostri organi, portano via parte della nostra sostanza in ogni momento. L’esercizio stesso di quegli organi li indebolisce e li logora. Il nostro corpo morirebbe presto di una morte orribile se, attraverso il cibo, non ci preoccupassimo di riparare queste perdite. Lo stesso vale per le facoltà della nostra anima. Se non ci preoccupiamo di nutrirle con lo studio e la riflessione, saranno irrimediabilmente indebolite. La memoria dimenticherà ciò che ha imparato. L’acutezza della comprensione sarà smorzata. L’energia della volontà si esaurirà. E le anime più adornate di doni naturali difficilmente si distingueranno dagli animali più stupidi, per non aver approfittato dei doni ricevuti dalla mano di Dio. Nostro Signore voleva che la nostra vita divina seguisse queste leggi. Essa può e deve crescere costantemente, perché altrimenti non può che indebolirsi. È una vita, questa, essenzialmente militante: tutti gli elementi esterni le fanno guerra. Tutta l’attenzione, la stima e l’affetto che se ne vanno per le cose del mondo, vanno a discapito della nostra unione con Dio. Il nostro cuore ha solo pochi limiti di forza e di amore. Tutto ciò che cade a terra è perduto per il cielo. Se non vogliamo che la nostra aspirazione a Dio si indebolisca e che il vaso della nostra vita divina si esaurisca, c’è solo un modo: rinnovarla incessantemente, attirarla fuori dalla fonte senza interruzioni. Come? Attraverso la Comunione! Perché la fonte della vita divina è il Cuore di Gesù che la Comunione porta nel nostro cuore.

Nella comunione, il Cuore di Gesù forma in noi la sua immagine.

Dobbiamo essere riformati in tutto: il nostro corpo con i suoi organi e la nostra anima con le sue facoltà; ma soprattutto il nostro cuore, l’organo attraverso il quale il nostro corpo influenza gli affetti e le tendenze dell’anima. Era giusto, quindi, che Gesù Cristo ci desse tutto il suo essere, il suo corpo e la sua anima, ma soprattutto il suo Cuore, sede principale dei suoi affetti e dei suoi meriti: questo è ciò che ha fatto e fa nella Comunione. In essa il Cuore di Gesù compie la seconda parte della sua missione, che consiste nel formare in noi la sua immagine. Questa contiene il frutto necessario della nostra unione con Lui e la condizione indispensabile della nostra felicità eterna. Più siamo simili a Gesù Cristo, più Dio Padre riconoscerà in noi i suoi figli adottivi e più ci riempirà di favori. Ma l’immagine divina ci può essere conferita solo dal modello divino che dobbiamo imitare. Gesù Cristo, nella Comunione, è il nostro cibo, ma in modo molto diverso dal cibo che prendiamo per riparare la nostra vita corporea, perché, mentre questi cibi sono morti ed ad essi noi diamo la vita, Gesù Cristo è un cibo vivo, che ci comunica la sua stessa vita e con essa la sua immagine divina. Ci nutriamo del suo Cuore, non per conservare la nostra vita naturale, ma per perderla e vivere solo della vita di quel Cuore che vuole prendere il posto del nostro. La Comunione completa in noi l’effetto del Battesimo e finisce con l’incorporarci nel tronco divino al quale siamo stati uniti dal primo Sacramento, non come un comune innesto destinato a dare al tronco la dolcezza dei suoi frutti, ma perché perda la sua linfa selvaggia ed acquisisca da esso le sue qualità divine. Nella Comunione Gesù Cristo si innesta su di noi e aumenta la nostra fecondità. La Comunione rinnova in ogni Cristiano il grembo di Maria. Il Verbo di Dio non è meno presente in noi di quanto lo sia stato nella Beata Vergine durante i nove mesi in cui lo ha portato nel suo grembo. Ma quando ricevette da Maria la forma dell’uomo, l’immagine di Adamo, Egli diede ai figli di Adamo, nella Comunione Eucaristica, la propria immagine e con essa la forma di Dio.

La Santissima Trinità è l’immagine dell’azione del Cuore di Gesù nell’Eucaristia.

Per comprendere l’azione del Cuore di Gesù, dobbiamo andare con Lui nel seno del Padre. Vediamo due Persone adorabili che non sono che una sola vita, e la cui felicità si traduce nell’intima, completa, eterna comunicazione della vita infinita che, senza mai essere esaurita o sminuita, va dal Padre al Figlio e da quest’ultimo al primo. Questo è l’esempio ineffabile che Gesù Cristo si è proposto nell’istituzione dell’Eucaristia, e che cerca di realizzare ogni volta che si dona a noi nella Comunione: « Come il Padre mio mi ha mandato, comunicandomi la sua vita – ci dice – e come Io vivo solo per il Padre mio, così chi si nutre di me vivrà solo per me. » Tra noi e Lui si stabilisce un rapporto simile a quello che esiste tra Lui e suo Padre. Come la vita del Figlio è solo l’espressione e l’irradiazione di quella del Padre, così la nostra vita soprannaturale non è altro che l’estensione e la irradiazione di quella di Gesù Cristo.

Capitolo VIII.

IL CUORE DI GESÙ CI DÀ LA VITA ETERNA NELL’EUCARISTIA

Con la Comunione noi raggiungiamo la vita eterna.

La nostra unione con il Cuore di Gesù non sarebbe completa, né soddisferebbe il suo amore, se avesse una fine. Perché la vita che questo cibo divino ci darà non è temporanea, ma eterna. Egli stesso è la vita eterna, e chi la riceve, anche se era già tra le braccia della morte, può sfidarla vittoriosamente, perché ha in sé l’immortalità. Se vogliamo misurare la ricchezza infinita e la potenza illimitata del Cuore di Gesù, dobbiamo metterci su questo terreno. Considerate un Cristiano che abbia raggiunto la sua ultima ora. La morte si è impadronita di lui, lo ha tenuto nelle sue crudeli grinfie e ora ne sta divorando le viscere. Non è più che un cadavere appena animato da un soffio di vita. I suoi occhi sono spenti, le sue guance sono incavate, le sue labbra non possono proferire più di qualche parola. E, in questo disfacimento del suo involucro mortale, l’anima non sembra meno depressa: l’intelligenza non può collegare i suoi pensieri, la volontà è impotente la sensibilità è assorbita dal dolore e dall’angoscia, l’annientamento sembra completo. Beh, a quell’uomo che la morte ha scelto come vittima, a quel cadavere che sarà prigioniero nella tomba, si presenta il Sacerdote, tenendo in mano il Pane Celeste, e con le stesse parole di Gesù Cristo dice: « Se mangiate di questo pane vivrete per sempre. » E quel Cristiano, dopo essere diventato un tutt’uno con quel cibo divino, ripete l’ultimo articolo del Credo: Credo nella vita eterna. Non solo credo che questa vita sia in cielo, ma credo che sia dentro di me e che io la possegga veramente. Non sento niente in me se non la morte, ma credo nella vita non meno fermamente. Nel momento preciso in cui ogni sostegno è inutile e tutte le forze umane stanno fallendo, l’amore del Cuore di Gesù si manifesta con tutta la sua potenza e ci insegna a superare la morte lasciandosi sconfiggere da essa. Il Cristiano che, attraverso la Comunione, ha ricevuto il Cuore di Gesù, possiede la vita eterna, per avere nel Cuore Divino un titolo sufficiente a raggiungere quella vita benedetta. Qual è il prezzo del paradiso? Non è il sangue di Gesù Cristo? Una sola goccia di sangue divino basterebbe per comprare tutte le glorie del paradiso. E il Cristiano ha appena ricevuto tutto questo nell’Eucaristia. Ogni nuova Comunione conferma e assicura i suoi diritti all’eredità dell’unico Figlio del Padre. La felicità che il Verbo di Dio possedeva per diritto di nascita, voleva conquistarla a prezzo della più dolorosa delle morti, per tutti coloro che la sua Incarnazione aveva reso suoi fratelli. E ci comunica questo diritto attraverso tutti i Sacramenti che ci rendono partecipi dei suoi meriti, ma soprattutto attraverso quello che ci mette in possesso della sua stessa Persona. Per mezzo di Lui ci appropriamo veramente dell’ostia del Sacrificio Divino che ha espiato le nostre colpe, placato la giustizia divina e acquistato per noi tutti i beni dell’eternità. La stessa carne che è stata immolata sulla croce, noi l’abbiamo nella Santa Comunione. Noi la possediamo e possiamo offrirla a Dio come nostra proprietà. Cosa non otterremo con una tale moneta? Quale felicità dal cielo non chiederemo in cambio di tali tesori? Quando il nostro Divino Salvatore ci dà il Suo corpo e il Suo sangue nella Comunione, Egli mette già l’equivalente del cielo nelle nostre mani. Ogni volta che questo dono si rinnova, ci rende più facile la conquista dell’eternità.

La comunione è il seme della vita eterna.

La Comunione non solo mette nelle nostre mani il prezzo della nostra eredità celeste, ma deposita in noi il seme della vita eterna. Il seminatore getta il seme nel terreno. Cosa succederà al chicco di grano sepolto nella terra? Marcirà. Tutte le sue parti si decomporranno. È per questo che l’operaio ha lavorato così duramente per rimuovere la terra che doveva riceverlo? Certo che no! È sicuro che la vita uscirà dal marciume, e che ogni grano produrrà una spiga viva. In mezzo agli elementi visibili che si stanno decomponendo, apparirà una forza vitale, fino ad allora invisibile, in attesa che la morte completi la sua opera distruttiva per manifestarsi. Questa forza misteriosa si impadronirà degli stessi elementi, spogliati dalla morte della loro vecchia forma, e ne darà una nuova. Molto presto, invece di un solo grano, ne avrete cento, una ricompensa sovrabbondante per le fatiche del campo. Ciò che la forza vitale è per il chicco di grano, lo è il Cuore di Gesù per il Cristiano che ha appena ricevuto il suo Salvatore nella Santa Eucaristia. La vita che il Cuore Divino porta con sé non può manifestarsi quaggiù. Finché il Cristiano mantiene la sua forma mortale, la vita divina è nascosta; ma ciò non di meno significa che non sia in lui. Cosa aspetta a farsi vedere? Che la morte abbia fatto il suo lavoro. Allora il Cuore di Gesù dispiega tutta la sua virtù. Il corpo nato da esso sarà restituito alla terra, ma nel momento in cui il corpo si dissolverà, l’anima, libera dai suoi legami, salirà a Dio, spinta dalla virtù del Cuore di Gesù. Ogni volta che questo Cuore Divino è stato donato al Cristiano, è servito come veicolo per lo Spirito Santo. E, mentre il corpo del Salvatore rimane unito a quello del Cristiano solo per un breve periodo di tempo, l’unione tra lo Spirito di Dio e quello dell’uomo conserva tutta la sua forza. La comunione dà al Cristiano un più completo possesso della sua eredità eterna; fa sì che lo Spirito di Dio entri più pienamente in suo possesso e permette allo Spirito Santo di disporlo in questo modo per godere un giorno della sua eredità divina. Come può un’anima piena di quello Spirito temere la morte? Ciò che lo Spirito di Gesù Cristo ha fatto nel nostro Capo non può non essere fatto nei suoi membri? Ascoltiamo San Paolo: « Se lo Spirito che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti dimora in noi, Colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti riporterà in vita anche i vostri corpi mortali, a causa dello Spirito che abita in voi. » E la cosa più bella è che in noi, come nel chicco di grano, il germe vivente si nutre delle spoglie stesse della morte. I nostri dolori, le miserie della nostra mortalità e, soprattutto, la nostra stessa morte, ci uniscono allo Spirito di Dio e ci rendono più degni della vita eterna. Ciò che per l’anima separata da Gesù Cristo è motivo di disperazione e di condanna, in quella del vero Cristiano è trasformato dalla virtù del Cuore di Gesù in una materia di merito. In questo modo il Cuore Divino, dopo averci dato il prezzo della nostra eterna beatitudine e aver depositato il suo seme nel nostro grembo, lo sviluppa fino ad aprirsi al sole dell’eternità.

La Comunione ci rende già da ora possessori della vita eterna.

Nella Comunione, Gesù Cristo ci dà il cielo e ci rende possessori della vita eterna. Egli stesso lo afferma in un modo che non lascia spazio a dubbi: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. » Non dice che l’avrà, ma che ce l’ha già. Che cos’è la vita eterna se non il possesso di Dio, l’unione con Dio? Qual è la felicità dei Santi in cielo? Il cielo è Dio: la sua infinita Verità, che con il suo splendore illumina l’intelligenza dei beati; la sua infinita bellezza, che suscita in essi la sua ammirazione; la sua infinita bontà, che trascina e domina su tutti i loro affetti. Non riceviamo forse nella Santa Eucaristia lo stesso Dio che riempie i suoi eletti di sempre nuove delizie? È in questo mistero Egli meno buono ed infinito che in cielo? Quando si dà a noi, non ci dà la vita eterna? E quando Lo riceviamo, non abbiamo il cielo intero nei nostri cuori? Qual è la differenza tra il Cristiano che ha appena ricevuto la Comunione ed i Santi in cielo? Questi ultimi vedono chiaramente ciò che possiedono. Mentre il Cristiano, che possiede gli stessi tesori, non può vederli se non con gli occhi della fede. Questa è l’unica differenza tra la Comunione beatificata e la Comunione Eucaristica. Per il resto l’Oggetto è lo stesso e il possesso di questo Oggetto infinito può essere in un Cristiano sulla terra in grado superiore a quello di un Santo in cielo. L’intera differenza sta nel modo di possederlo. Entrambi sono figli di Dio ed eredi del suo regno; ma nell’uno è già mostrato ciò che è, mentre si nasconde nell’altro. La differenza, naturalmente, è immensa, perché la vista delle perfezioni divine costituisce la gioia dei beati. Ma se, per quanto riguarda la gioia, la Comunione beatificata ha un vantaggio, la Comunione Eucaristica vince, per la sua stessa oscurità, perché questa è la condizione del merito. La deliziosa comunione del cielo non ha un vantaggio così immenso. I beati godono dei meriti acquisiti, ma non ne ottengono di nuovi. Sono sicuri di non perdere il tesoro che possiedono, ma anche di non vederlo mai più aumentare. Dio li riempie della sua immensità, e anche se fa nascere nelle loro anime una nuova sete di felicità senza interruzione, non cessa di spegnerla; ma né la sete né la sazietà crescono di intensità. Raccolgono ciò che hanno seminato sulla terra, vedono ciò in cui hanno creduto, hanno ciò che speravano, godono di ciò che hanno amato liberamente. Ma né la chiarezza della visione, né la pienezza del possesso, né la soavità delle gioie si estendono oltre la fede, la speranza e l’amore che avevano quaggiù. Al contrario, ogni Comunione Eucaristica ci fa acquisire nuovi meriti. Tutto ciò che perdiamo nelle gioie attuali, lo guadagniamo in quelle eterne. Possiamo aggiungere qualcosa alla parola del Maestro e dire che, non solo abbiamo la vita eterna mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, ma ancor più la aumentiamo.

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