IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (15)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (15)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

TERZA PARTE

MEZZI PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo XIV

IL CUORE DI GESÙ E LA GIUSTIFICAZIONE

Come il Cuore di Gesù comunica la vita divina.

Il Cuore di Gesù è la vita delle nostre anime non solo attraverso i Sacramenti, ma anche, e più immediatamente, attraverso la giustificazione, il merito e la grazia attuale. Ci introduce nella famiglia dei figli di Dio, attraverso la giustificazione. Attraverso il merito, egli conserva per l’eternità i frutti dei suoi atti esercitati con il suo aiuto. E, per la grazia attuale, dispone le anime alla giustificazione e dà loro un mezzo facile per aumentare i loro meriti. – Cominciamo con la giustificazione del peccatore. Questo non è, come Lutero immaginava, un artificio della misericordia divina, che copre con un velo le nostre colpe e, senza distruggerle, fa come se non si vedessero. Essa non solo è l’intera distruzione e l’annientamento del passato, ma si tratta, giustamente, di una nuova creazione, di una rigenerazione divina. Infatti, l’uomo colpevole, anche se fino a quel momento fosse stato il più colpevole di tutti i dannati dell’inferno, si vede improvvisamente liberato dai suoi crimini e rivestito di una santità divina. Cessa di essere schiavo di satana e diventa figlio di Dio. I suoi debiti sono perdonati ed egli acquisisce il diritto di possedere per sempre l’eredità, alla quale nemmeno gli Angeli stessi potrebbero aspirare. Sale dal sepolcro senza il marciume del peccato, e non riceve una vita umana o angelica, ma una vita veramente divina. Abbiamo già indicato vari mezzi di giustificazione, ed abbiamo visto brillare la bontà del Cuore di Gesù per la facilità con cui possiamo disporne. Cosa c’è di più facile da fare del Battesimo? Cosa c’è di più accessibile per un peccatore che manifestare i propri peccati al confessore? Non c’è malattia spirituale che non possa scomparire con rimedi così semplici. Tuttavia, la sua istituzione non soddisfa le aspirazioni misericordiose del Cuore di Gesù. Egli voleva che la giustificazione fosse ancora più facile; che le sue infinite ricchezze fossero più accessibili a tutti i peccatori. Anche se ci sono molti medici delle anime, può darsi che un peccatore non ne abbia a disposizione, nel momento in cui viene chiamato a comparire davanti al Giudice giusto. Quindi, in caso di necessità, non solo il Sacerdote e il Cristiano, ma qualsiasi uomo o donna, anche un non credente, può amministrare il Sacramento del Battesimo, che avrà, pur nelle sue mani impure, tutta la sua efficacia, purché si abbia l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa: anche se è sulla strada per l’inferno, si possono aprire le porte del cielo a colui che venga battezzato. Ma potrebbe accadere che un pagano, desideroso di ottenere la grazia divina, non riesca a convincere quelli gli sta intorno ad amministrargli il Battesimo. Cosa fare allora? Ebbene, il Cuore di Gesù non può permettere che gli venga chiusa la via della salvezza. Rifiuterà un’anima che odia il suo mal incedere, ma che non ha nessuno che lo faccia uscire dal suo stato?

Sacramento universale.

No, il buon Maestro non lo farà. Egli metterà a disposizione di tutti gli infiniti beni guadagnati da tutti. Per questo, esorcizzerà un mezzo alla portata di tutti. Sarà una sorta di sacramento universale, con un’efficacia più infallibile degli altri sacramenti e il cui ministro sarà il Cuore di Gesù. Ci riferiamo alla grazia della carità. Dal momento in cui un peccatore, sia esso cattolico, eretico o infedele, compie un atto di vera carità, tutti i peccati sono perdonati, è giustificato e rigenerato, è fatto figlio di Dio ed erede al cielo. Infatti, Gesù Cristo non ha posto alcuna restrizione alle magnifiche promesse fatte alla carità: “Se qualcuno mi ama, il Padre mio lo ama, e noi andremo da lui e faremo la nostra casa con lui.  È la carità, la vita di Dio comunicata all’uomo: “Perché Dio è carità, e chi dimora nella carità dimora in Dio, e Dio in lui. La carità è la via divina che la vite celeste, Gesù Cristo, comunica ai tralci uniti ad essa. Non appena questa unione si realizza, le anime, prima sterili nelle opere buone e più feconde nei frutti della morte, cominciano a portare frutti di vita eterna. Allora non possono essere tagliati come rami inutili e gettati nel fuoco: “Per coloro che sono in Cristo Gesù non c’è bisogno di temere la dannazione eterna – dice San Paolo – né la vita né la morte, né i principati, né le virtù, né le cose presenti, né le cose future, né qualsiasi altra creatura potrà infrangere i voti d’amore con cui la carità di Gesù Cristo unisce l’anima a Dio”. Quell’anima, prima macchiata dalla colpa originaria e dalle innumerevoli colpe presenti, viene trasformata, rigenerata, divinizzata, dal raggio della carità gettato da Gesù nel suo cuore e da esso liberamente accolto. Non appena Maddalena, la peccatrice, entrò nella casa dove alloggiava il Salvatore, fu liberata dai suoi peccati perché, mossa dall’influenza vivificante del Cuore di Gesù, il suo amore si accese nel suo cuore.

Condizioni perché la carità operi per tali meraviglie.

Naturalmente, perché la carità possa fare tali meraviglie e supplire a tutti i Sacramenti, deve soddisfare determinate condizioni. Infatti, tutte queste condizioni possono essere riassunte in una sola: perché la carità dia vita alle anime, basta che sia vera.

1) Questo è ciò che i teologi intendono, niente di meno, dichiarando che la contrizione perfetta è sufficiente a giustificare il peccatore, senza bisogno del Sacramento. In cosa consiste allora la contrizione perfetta? Ciò che è necessario e sufficiente è che il pentimento nasca dalla vera carità, che il peccato sia detestato non solo perché è una macchia sull’anima, una privazione delle gloriose prerogative, e degna dell’inferno, ma soprattutto perché oltraggia la bontà di Dio, ferisce il Cuore di Gesù, e corrisponde ai suoi benefici con il più nero dei tradimenti. – La contrizione basata su tali ragioni, e dotata dell’efficacia che accompagna il vero amore, giustifica il peccatore più colpevole e perdona le sue abominevoli iniquità. Questi privilegi della carità non si piegano completamente al bene del peccatore? Sarà più difficile per lui detestare i suoi crimini a causa della ferita inflitta a Dio, che per il male che riceve da essi? I benefici del Padre celeste, l’amore di Gesù Cristo, le pene della sua passione, il sangue versato sulla croce, la misericordia infinita del suo Cuore sempre ardente d’amore per chi lo offende, non sono forse i più palpabili e commoventi motivi di contrizione? Collegando il potere di rigenerare le anime al pentimento su tali basi, Gesù Cristo ha guardato ai diritti del suo amore, ma non ha aumentato il peso imposto alla nostra debolezza. Al contrario, non aveva altro che i nostri interessi davanti ai suoi occhi quando ci ha costretti a riparare le perdite causate dal peccato nella nostra anima.

2°) Non voleva mettere un giogo più pesante sulle nostre spalle, chiedendo che il peccatore, giustificato dalla sola virtù della carità, fosse seriamente deciso a ricevere il Battesimo, se fosse pagano, o ad andare a confessarsi, se fosse già battezzato. Perché la grazia interiore non poteva fare a meno dei riti esteriori. Questi, necessari per unire i membri della famiglia divina, sono il complemento indispensabile dei legami interiori che li uniscono a Dio. L’uomo, composto da un’anima spirituale e da un corpo sensibile, ha bisogno di questi due tipi di mezzi e deve accettare con gratitudine l’obbligo di utilizzarli. Sia per il pagano che è determinato ad essere fratello di Gesù Cristo, sia per il peccatore che odia i suoi crimini, la ricezione dei sacramenti del Battesimo e della Penitenza è una consolazione più che un peso. Chi rifiutasse un così dolce compenso alle eterne torture dell’inferno, dimostrerebbe che il suo amore per Dio è solo nella parole.

3°) C’è una condizione che renderà più difficile la giustificazione del peccatore. Perché la grazia di Dio torni all’anima quando viene spogliata, la carità deve essere soprannaturale e veramente divina: « La carità di Dio – dice San Paolo – è stata riversata nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato donato. Solo chi ha ricevuto, con lo Spirito Santo, l’amore che viene da Lui, può gloriarsi di essere amico di Dio. » Ma come può il peccatore che è schiavo di satana e il miscredente che è privato della grazia battesimale raggiungere questo stato felice? La carità soprannaturale non è la santità stessa? Se bastasse amare Dio con un amore naturale per essere giustificati, tutti coloro che usano le loro facoltà naturali potrebbero soddisfare questa condizione di salvezza. Ma questo non può essere sufficiente. Per godere dell’amicizia di Dio è necessario esercitare una virtù superiore alle forze della natura più perfette e ad una natura degradata. Non è impossibile la salvezza di chi può solo averla in questo modo? – Per evitare questa difficoltà non si deve ricorrere a sistemi di alcun tipo. Nella bontà del Cuore di Gesù abbiamo una soluzione più soddisfacente. Non si può negare che la carità soprannaturale sia necessaria affinché l’anima peccatrice riconquisti la vita soprannaturale. Ma il Cuore di Gesù la mette alla portata di coloro che ne sono privati dal peccato. Se non li dispone all’improvviso ad amare il Bene sovrano sopra ogni cosa, suscita in loro il desiderio di quell’amore, di chiederlo, di avvicinarsi ad esso. Così, se queste anime corrispondono al raggio divino che strappa via le tenebre in cui giacciono avvolte, aumenterà gradualmente la chiarezza fino a condurle allo splendido mezzogiorno della giustificazione: « Gesù Cristo non rinnega la sua grazia a coloro che fanno tutto ciò che è in loro potere ». – La bontà del Cuore Divino esclude l’ipotesi che ci possa essere un uomo privato della giustizia soprannaturale e della felicità del cielo, una volta che egli lavora con le sue facoltà naturali per ottenere l’amore di Dio sopra ogni cosa. Per il Salvatore, infinitamente più desideroso del bene degli uomini che della grazia divina, previene i cuori sinceri ed offre loro il suo aiuto soprannaturale non appena li vede pronti a dirigere le loro facoltà naturali verso Dio. Dio non può abbandonare alle forze della creatura una volontà convenientemente diretta al raggiungimento del suo amore.  – Non c’è posto in Gesù Cristo, che ha fatto di tutto per condurre coloro che sono fuggiti da Lui sulla retta via della santità soprannaturale, per scacciare dalla vera via della salute quelle anime sincere che mettono in gioco tutte le loro facoltà. – Alla bontà infinita del Cuore di Gesù dobbiamo la condizione dell’uomo privato della grazia, e desideroso di recuperarla, di essere incomparabilmente migliore che se fosse sufficiente l’esercizio delle sue facoltà naturali. Perché, oltre a queste, il peccatore pentito ha a sua disposizione la fonte onnipotente della grazia, che è la potenza stessa di Dio. Tutti gli sforzi che avrebbero potuto fare, se lasciati alle loro forze, sono ancora nelle loro mani. Nell’ordine attuale, però, non agiscono da soli: lo Spirito di Gesù Cristo veglia sulla porta dei loro cuori, impedendo loro con le sue ispirazioni, assistendo a tutti i loro sforzi, soprannaturalizzando tutti i pii movimenti delle loro facoltà naturali.

Capitolo XV.

IL CUORE DI GESÙ E IL MERITO

La giustificazione e il merito.

Grande è la gioia del Cristiano che, desideroso di recuperare la vita di Dio distrutta dal peccato, può, con un semplice movimento del suo cuore, realizzare un bene così grande. Immensa è la bontà del Cuore di Gesù, che per restituire ai più colpevoli la sua amicizia, non pretende da essi nient’altro che un atto di amorevole pentimento. Ma l’infinita generosità del Cuore Divino non si accontenta di questo: vuole che la vita che vivono cresca fino alla sua perfezione in cielo; vuole santificarli, una volta che li abbia giustificati. Ora, questa grande opera di santificazione non è che un abbozzo: la perfezione viene a poco a poco dal merito fino al suo coronamento nella gloria celeste. Se è vero, come abbiamo dimostrato, che il Cuore di Gesù è il principio di tutta la vita e della santità soprannaturale, la sua influenza sull’anima giusta si manifesterà più per i meriti con cui la arricchisce, che per la prima grazia che le ha dato. Per essere convinti che sia così, basterà considerare prima la natura del merito e poi i mezzi per raggiungerlo. Che cos’è il merito? È il capitale del Cristiano e il frutto del lavoro passato, la garanzia e la misura della sua felicità futura e della sua fortuna presente. Si dice che un uomo sia ricco prima che la sua fortuna produca degli interessi? Certo che no! Perché, anche se questa lo rende sollevato per un po’, lo lascia tuttavia meno ricco di un uomo a cui i suoi antenati hanno lasciato in eredità grandi capitali, che tali restano pur in un momento in cui il loro reddito sia meno considerevole. – Bene, allora, per essere sicuri che si faccia un giudizio sui beni spirituali, è utile fare una distinzione simile. Immaginate un uomo che viva con pietà; che ha appena intrapreso il cammino della perfezione. Immaginatene un altro più anziano che ha servito Dio per molto tempo. L’età e la debolezza umana sembrano aver raffreddato qualcosa del suo primo fervore. Naturalmente preferiremmo il fervore del primo alla negligenza del secondo. Ma oseremmo giustamente considerare il secondo come meno ricco di beni spirituali, meno santo rispetto al primo? No, perché anche se il secondo ne ha attualmente di meno, conserva tutti i tesori acquisiti nel corso della sua lunga carriera. Egli possiede attualmente minor reddito del suo giovane discepolo, ma può contare su un maggior capitale accumulato. Ha una grazia attuale relativamente minore, ma è molto più avanti per ciò che concerne la grazia abituale ed il merito. In pratica è più ricco, in quanto la ricchezza, sia nell’ordine spirituale che materiale, è costituita dal capitale.

Origine del merito cristiano.

Qual è l’origine del capitale di cui abbiamo appena considerato il valore? È facile da dedurre: il capitale è il frutto del lavoro passato, messo in buone mani in vista del benessere futuro. Se l’operaio sperpera tutta la sua ricchezza mano a mano che la guadagna, vivrà più o meno comodamente, ma non diventerà mai ricco, perché non potrà mai formarsi un capitale. Se, invece, ogni mese o ogni anno risparmia una parte del suo guadagno, la sua fortuna aumenterà e dopo qualche anno avrà una ricchezza che prima non aveva. Ci sono anche lavoratori prudenti e lungimiranti che, non volendo essere privati del frutto più prezioso del loro lavoro, concordano con i loro padroni di prendere solo una parte del loro salario e di tenere il resto accantonato, formando così un capitale che li allevierà nelle difficoltà della vecchiaia. Ecco come Dio è con noi. Gli piace anche pagarci in contanti, con le sue consolazioni e i suoi beni temporali, per i servizi che gli rendiamo, ma conserva per noi la parte migliore del frutto del nostro lavoro: la nostra eterna fortuna. Per l’eternità godremo del compenso che Egli non ci ha dato nel tempo. Invece di una gioia passeggera, riceviamo un certo ed innegabile diritto alla felicità di Dio, perché è proprio in questo che consiste il merito. – Una tale disposizione non è un vantaggio? Cos’è il tempo in confronto all’eternità? Quando il buon Maestro si rifiuta di pagarci in contanti per i nostri servizi con consolazioni temporali e preferisce convertirli in un capitale sotto forma di eterno merito, si obbliga per la sua bontà, a darci per questi prestiti, fatti liberamente, non l’interesse del cinque per cento, non del cento per cento, ma l’infinito per una nullità. Non sarebbe un ingrato ed uno sciocco chi non approfittasse di questa capitalizzazione delle proprie opere? Perché, come abbiamo appena visto, la ricchezza è costituita dal capitale, e il capitale è il risultato della prudenza e dell’energia con cui si è rinunciato al godimento immediato del frutto del proprio lavoro. Un egoismo ben inteso è sufficiente per consigliare l’abnegazione in questa vita, all’uomo ansioso di diventare ricco un giorno. Come dovrebbe essere facile l’abnegazione per il Cristiano!

L’aumento di capitale.

Il lavoratore prudente e parsimonioso non aspetta di godere dei frutti del suo lavoro finché il suo capitale non produca interessi. Usa infatti questi anche per incrementare il suo lavoro, per estendere la propria azione e per rendere il guadagni ancor più consistente. Con questo capitale il contadino fertilizza i suoi campi perché producano colture più abbondanti. L’industriale e il mercante possono aumentare, in proporzione ancora maggiori, i prodotti del loro lavoro e delle loro speculazioni, e guadagnare di più senza dover moltiplicare il proprio lavoro. Frutti simili danno il merito al Cristiano. Il valore degli atti, che l’anima in grazia compie, non si misura solo dalla loro perfezione attuale, ma anche dal grado di carità abituale con cui sono animati, cioè dal grado di merito. È una dottrina comunemente accettata dai teologi, che l’anima arricchita con maggiori meriti guadagna di più, compiendo gli stessi atti, di quella che ha meno grazia santificante. Lo stesso servizio reso a un principe da un guerriero che si è coperto già di gloria combattendo per la sua causa, ha più valore ai suoi occhi che se l’avesse fatto l’ultimo dei suoi sudditi. Ci sono tre tesori inseparabili nell’ordine soprannaturale: il merito, la grazia santificante e la carità abituale. Ne consegue che ogni aumento di merito porta necessariamente con sé un aumento proporzionale della carità. Ma la carità è un fuoco che brucia continuamente e tende sempre a comunicare il suo calore. La carità è la grande leva divina e la molla che solleva le anime al cielo. Man mano che l’anima cresce nel merito, diventa più facilmente in grado di elevarsi al di sopra di se stessa; è mossa a compiere atti di tutte le virtù ed ha maggiori risorse a sua disposizione per il raggiungimento di nuovi meriti.

Il merito è conservato nel Cuore di Gesù.

Come si vede, la somiglianza tra il merito e il capitale materiale è così grande che non si può desiderare di più. Allorquando si tratta di ricchezze materiali, è facile vedere come si conservano i frutti del lavoro: il grano che non viene consumato rimane nei granai. L’oro e l’argento, risparmiato dai ricchi, rimane nelle casse. Ma che dire degli atti puramente spirituali? Se si trattasse di meriti puramente umani, la difficoltà non potrebbe essere risolta: di tali atti non rimarrebbe nulla. Ma gli atti di cui parliamo non sono puramente umani, perché la volontà è stata mossa dallo Spirito di Gesù Cristo. Erano infatti atti di Gesù Cristo, più che del Cristiano, ed il cuore del Cristiano ne era il secondo e immediato principio; il Cuore di Gesù ne è stata la prima e principale causa. Perciò, nel Cuore di Gesù hanno trovato l’immutabile permanenza che non avrebbe mai potuto dar loro la virtù dell’uomo. Perché? Perché il potere dell’uomo passa come un’ombra, ma  non quello del Cuore di Gesù. L’uomo vive tutto nel tempo, Gesù Cristo nell’eternità. Egli è il Signore delle cose durature e tutto ciò che è fondato su di Lui partecipa alla sua durata e alla sua immutabilità. – In quel Cuore Divino sono raccolti e conservati tutti gli atti compiuti sotto la Sua influenza, tutti i meriti acquisiti con la Sua grazia. Da Lui ricevono un sigillo di eternità che l’uomo non avrebbe potuto imprimere su di loro. Questi atti sono veramente di vita eterna. Poiché in essa non può esserci nulla di passeggero, il Cristiano si riferisce, per ciascuno di essi, all’eternità. Lungi dal renderli partecipi dell’irrimediabile decadimento della loro natura, egli assume per loro l’immortalità di Gesù Cristo. Infatti, in Gesù Cristo il Cristiano vive e opera; attraverso di Lui merita; la sua vita si dispiega nelle sue membra quando raggiunge nuovi gradi di santità. Per questo san Paolo usa due espressioni senza distinzione per farci capire la natura del merito. A volte dice che cresciamo in Gesù Cristo, altre volte che il Divin Salvatore cresce in noi. Quest’ultima espressione, per quanto paradossale, è corretta, perché la vita soprannaturale del Cristiano è la vita di Gesù Cristo. Come può il progresso di questa vita non essere attribuito a Gesù Cristo? Non si può negare che Dio sia immutabile e incapace di accrescimento. Ma se si compiace di comunicare la sua divinità alle creature mortali e mutevoli, acquisirà in loro il potere di crescere e svilupparsi che non ha in sé. Gli dei creati, che sono i Cristiani, potranno perfezionare sempre più la loro divinità, avvicinandosi giorno dopo giorno alla divinità immutabile. Il Cuore di Gesù darà loro il potere e li aiuterà a metterlo in pratica. Unito sostanzialmente com’è alla natura divina, comunicherà a coloro che si uniscono a Lui le influenze vivificanti; li stimolerà a camminare di virtù in virtù; li motiverà ad esercitare nuovi atti meritori. Egli stesso compirà in essi quegli atti con la sua grazia, preparandosi così a coronare, per l’eternità, i propri doni coronando i loro meriti.

Come si ottiene il merito?

Il merito, il dolce regalo fatto dal Cuore di Gesù alle anime a Lui unite, ci ha manifestato l’infinita bontà del Sacro Cuore. Tuttavia, lo apprezzeremo ancora di più se guardiamo alle leggi che regolano il raggiungimento e la conservazione di quel tesoro celeste. In essa scopriremo misteri d’amore infinitamente consolanti, purtroppo quasi completamente ignorati. Cercheremo di scoprire le sue ricchezze. Prima di tutto, come si ottiene il merito? Il merito è il frutto eterno di tutti gli atti, anche i più insignificanti e momentanei, compiuti da un Cristiano in stato di grazia con intento soprannaturale. Lo stato di grazia rende i Cristiani membri viventi di Gesù Cristo. Conferisce loro la facoltà di compiere opere veramente divine e degne, in tutto il rigore della parola, di una ricompensa divina. Cosa è necessario per far funzionare questa facoltà? Due cose: che dal Cuore di Gesù venga un impulso che spinga il Cristiano ad agire divinamente e che corrisponda al moto divino. Ora, la prima condizione non manca mai; perché come il nostro cuore materiale non manca mai di inviare a tutte le membra del corpo una giusta quantità di sangue, così il Cuore di Gesù riversa incessantemente sulle anime giuste la virtù vivificante che permette loro di compiere le opere divine. Sentiamo come dice il Concilio di Trento: « Come il capo fa sentire costantemente il suo afflusso nelle membra, e il tronco della vite comunica continuamente la sua linfa ai tralci, così Cristo Gesù riversa in tutte le anime giustificate la virtù che previene, accompagna e segue ogni opera buona. » Che cosa manca alle azioni del Cristiano per rivestirle di dignità divina e di un infinito merito? Si lasci muovere dall’impulso che riceve e compia tutte le sue opere alla presenza di Dio. – È un dogma di fede che, quando siamo nello stato di grazia, non c’è un momento del giorno o della notte in cui non possiamo compiere opere divine degne della ricompensa divina. Si, in ogni momento, possiamo aggiungere nuove ricchezze al tesoro che possediamo, acquisire un immenso grado di gloria, due volte infinito: prima per sua natura, perché consisterà in un più perfetto possesso di Dio, e in secondo luogo, per la sua durata, che non avrà fine. Per questo non bisogna muoversi da un luogo all’altro, né fare cose straordinarie, né grandi sforzi di intelligenza o di volontà. Basta che facciamo le nostre opere alla presenza di Dio. La rettitudine dell’intenzione ha il potere di divinizzare le azioni, per quanto vili possano essere. Il povero contadino nelle sue occupazioni agricole, il servo che spazza la casa del suo padrone, fintanto che ha nei suoi compiti l’intenzione di piacere a Dio, danno alle sue opere una dignità che i capolavori dell’arte e le meraviglie del genio fatte con intenti umani non hanno. – Non è necessario che l’intenzione che trasforma e divinizza le nostre opere sia attuale, perché ci costa molto rinnovare in ogni momento la risoluzione di lavorare solo per Dio. La nostra debolezza è tale che lo sforzo necessario per farlo potrebbe impedirci di adempiere ai nostri obblighi. Né Dio ci chiede di farlo. Vuole che passiamo ogni momento ad occuparci della nostra salvezza; ma esige anche che adempiamo, con tutta la nostra attenzione, ai doveri che il nostro Stato ci impone. Come possiamo allora conciliare le due cose? Un modo semplice è quello che ci offre la bontà del Cuore di Gesù. Determiniamo determinati momenti per rinnovare la nostra unione con Lui e per rettificare l’intenzione. Almeno dovremmo farlo all’inizio della giornata e, se possibile, più volte durante il giorno. Questo sarà sufficiente per estendere la virtù di queste intenzioni a tutte le nostre opere e per comunicare loro un merito infinito. Come si potrà mai ringraziare abbastanza il Cuore di Gesù per averci reso così facile l’acquisizione delle sue eterne ricchezze?

Cos’è che toglie il merito al Cristiano?

Quanto durerà il merito così facilmente raggiungibile? Durerà finché non ci spoglieremo volontariamente di esso attraverso il peccato mortale. Se è eterno, non c’è potere che ce lo possa togliere in cielo, o all’inferno, o in Dio stesso. I meriti acquisiti fanno parte della ricchezza del Corpo mistico di Gesù Cristo. Distruggerli significherebbe impoverire il Salvatore. Eppure quel potere che né Dio in cielo, né i demoni all’inferno hanno, ha ognuno di noi, perché possiamo farci nemici di Dio, se lo desideriamo. Ora, non possiamo essere nemici di Dio e conservare ancora il diritto di possedere Dio? Evidentemente, perché rompendo con Dio a causa del peccato mortale, poniamo termine al merito della nostra anima. Notiamo una cosa consolante: solo il peccato mortale ha il potere disastroso di spogliarci delle nostre ricchezze spirituali. Il veniale, per quanto grave, ci impedisce solo di aggiungere nuovi meriti con l’abbondanza con cui li avremmo ottenuti se la nostra anima fosse stata più pura. Ma non diminuisce quelli già acquisiti. Perché, come abbiamo già detto, essi sono conservati nel Cuore di Gesù come un deposito inviolabile, finché il peccato mortale non rompe i legami che ci uniscono a Lui. Sbaglieremmo a interpretare con un certo rigore l’adagio degli scrittori asceti: « Non andare avanti è andare indietro ». Una frase vera, se applicata appropriatamente alle attuali disposizioni di fervore, generosità e raccoglimento. Quindi, se non vogliamo rendere difficile l’acquisizione di nuovi meriti ed esporci al rischio sempre maggiore di cadere nel peccato, dobbiamo essere sempre più forti, per evitare che la pigrizia prenda il sopravvento. Ma se si tratta delle solite disposizioni, di santificare la grazia e il merito, non è vero che non andare avanti sia come andare indietro. Non si può tornare indietro senza una caduta. Non solo, non si può tornare indietro se l’anima è unita per grazia al Cuore di Gesù. Infatti, anche il Cristiano più negligente non si lascerà sfuggire una settimana senza fare qualche atto soprannaturale e senza aggiungere nuovi meriti. Potrebbe accadere che, per un atto meritorio, commetta migliaia di colpe veniali. Ma che differenza tra le conseguenze di questi tipi di atti! Il demerito delle seconde ha un effetto temporaneo, mentre il frutto del primo è eterno. Supponiamo che queste colpe mantengano il Cristiano in Purgatorio fino al giorno del giudizio. Certo costui sarebbe degno di ogni commiserazione se, a causa della sua negligenza, dovesse essere sottoposto a tali terribili punizioni. Ma, alla fine, queste saranno finite e non potranno essere paragonate alla gloria eterna di ogni atto soprannaturale compiuto.

Come recuperare i meriti perduti.

Ci insegna la teologia che, quando il peccatore riacquista l’amicizia di Dio, sia attraverso un atto di perfetta contrizione, che attraverso la ricezione del Sacramento della Penitenza, riacquista tutti i meriti che possedeva prima di prima della sua caduta. Egli era rovinato e improvvisamente torna in possesso delle sue antiche ricchezze. Cosa dico? Più ricco ancor di prima, poiché al merito delle buone azioni compiute prima del peccato, si aggiunge quello del Sacramento appena ricevuto o del perfetto atto di contrizione appena compiuto. – La teologia ci spiega come sia possibile questa meravigliosa resurrezione dei meriti distrutti dal peccato, poiché la loro distruzione non è stata completa. Più che un annichilimento, è stata una sospensione. Quando il Cristiano, separandosi dal suo Capo, non riesce a raccogliere i frutti delle sue opere, ne rimane in possesso Gesù Cristo, tenendoli nel suo Cuore, come le acque dell’oceano sono fermate dalle dighe. Una volta che l’argine venga rimosso, cioè quando il peccato sia distrutto dalla penitenza, la comunicazione tra il cuore del Cristiano e il Cuore di Gesù si ripristina e, subito, i meriti persi dal cuore del colpevole, ma conservati dal Cuore del Maestro, si comunicheranno senza esitazioni dall’uno all’altro: « Vi restituirò – dice il Signore – i frutti dei vostri campi, che gli insetti divoratori vi hanno tolto ». Questa promessa si adempie quando un peccatore si converte alla penitenza, perché nello stesso momento i suoi peccati vengono distrutti e i suoi meriti gli vengono restituiti.

Come conservare i meriti.

Per il Cristiano militante il merito è un diritto inalienabile alla felicità e alla gloria di cui gode il Figlio di Dio in cielo. Quanto non è esaltata la bontà del divino donatore dal fatto che possiamo così facilmente raggiungere questo prezioso dono! Un’azione insignificante, soprannaturalizzata dall’unione presente o abituale con il Cuore di Gesù, è sufficiente per aumentare la nostra fortuna presente e la felicità eterna. Non abbiamo motivo di esclamare con San Paolo: « grazie a Dio per il dono ineffabile della sua bontà? » Forse qualcuno penserà che, così come possiamo acquisire facilmente questo tesoro, possiamo anche perderlo; e che dobbiamo fare grandi sforzi se vogliamo conservarlo. Supponiamo che sia così, possiamo lamentarcene? Niente affatto, perché vale la pena di custodire un tesoro eterno facendo qualche sforzo e vigilando. Ma se viene tenuto per sé, in qualche modo non può essere perso? Ora, se ricordiamo ciò che è stato detto prima, potrebbe essere proprio così. Ma non abbiamo forse detto che il merito è un tesoro affidato dal Cristiano a Gesù Cristo? E San Paolo: « So nelle cui mani ho messo il mio tesoro, e sono convinto che mi basta preservarlo da tutti i pericoli. » Questo tesoro non è custodito solo nel cuore dell’uomo, mutevole e caduco, ma anche nel Cuore di Gesù che, con la sua unione alla divinità, partecipa all’immutabilità di Dio. E come potrebbe non essere così, se è il frutto delle opere che Gesù, Capo della Chiesa, ha fatto nei suoi membri ed è proprietà comune dei membri e del Capo? E il Capo Divino, per caso, è soggetto alle influenze che tendono incessantemente ad abbassarci e ad impoverirci? No, non avete nulla da temere da per queste ricchezze. In breve, possiamo dire:

1°) Che la mera tiepidezza, per quanto lamentabile, non sminuisce minimamente i nostri meriti acquisiti. Guadagniamo meno ma teniamo quello che avevamo. Il capitale divino produce meno, ma non è diminuito.

2°) Gli stessi peccati veniali non sminuiscono il merito. Producono nell’anima effetti più funesti di quelli della tiepidezza, soprattutto se si convertono in abito. Devono certo suscitare in noi orrore perché sono offese alla bontà divina, macchiano la nostra anima e ci rendono passibili di pene più o meno gravi, ma, lo ripetiamo, non possono impoverirci!

3°) Ma il peccato mortale non annichilerà irrimediabilmente il merito? No, rispondiamo con i teologi, il peccato mortale, non seguito dalla eterna riprovazione, non annichilisce irrimediabilmente il merito. Ebbene, allora cosa fa? Gli impedisce di percepire i frutti e di cingersi della corona, di cui era legittimo detentore. Nemico di Dio per il peccato e schiavo di satana, egli non può, mentre si trova in un tale triste stato, aspirare al possesso della felicità di Dio, alla partecipazione della regalità di Gesù Cristo. Ma se Dio prolunga la sua vita, se sfugge all’orrendo pericolo in cui il peccato mortale lo ha posto, e se recupera la grazia, avrà di nuovo tutti i suoi meriti. Li recupera ancor più uniti alla grazia del Sacramento ricevuto o per l’atto di amorevole pentimento che lo ha riconciliato con il suo Dio.

Conclusione consolante.

Possiamo giustamente trarre da queste verità una conclusione tanto consolante quanto la dottrina da cui deriva: è impossibile per un’anima, unita dalla carità al Cuore di Gesù, tornare indietro. San Paolo dice che per tali anime non c’è condanna. Come abbiamo detto, non vi è alcuna caducità o perdita di diritti. Nell’ordine delle disposizioni abituali, un’anima in stato di grazia non può fare un passo indietro e difficilmente può passare giorni senza compiere qualche atto soprannaturale ed avanzare sulla via della santità. Ora, la gloria che avremo in cielo si misura solo con le disposizioni abituali. Il grado di grazia abituale, che l’anima raggiunge attraverso i suoi meriti, è proprio il grado della sua unione con Dio, che servirà come regola al Giudice sovrano per indicare ad ogni eletto il rango e il trono che debba occupare in cielo. – Se diamo uno sguardo alla vita passata troveremo motivi di dolore e di vergogna. Forse ci vergogniamo di noi stessi quando pensiamo agli anni in cui abbiamo corso con coraggio sulla via del servizio divino. Forse i nostri volti saranno coperti di rossore, vedendoci meno ferventi dopo tante nuove luci, tante grazie interiori, tanti Sacramenti ricevuti. Ma ricordiamoci che, anche se abbiamo perso molto, la nostra situazione, se siamo in grazia di Dio, è molto migliore delle ore più feconde della nostra giovinezza. Resta solo il fatto che, gettando via ogni scoraggiamento, ci scrolliamo di dosso la pigrizia e ravviviamo le nostre disposizioni attuali, che con l’aiuto del Cuore di Gesù potremo trasformare in quelle più ferventi. Vogliamolo e tutto è guadagnato.