DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (8) Modello di umiltà.

IL SACRO CUORE DI GESÙ MODELLO DI UMILTÀ

[A. Carmignola: il Sacro Cuore di Gesù; S.E.I. Ed. Torino, 1930]

DISCORSO VIII

II Sacro Cuore di Gesù modello di umiltà.

L’apostolo S. Giovanni ha detto, che tutto quello che è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita: Omne, quod est in mundo, concupiscientia carnis est, et concupiscentia oculorum, et superbia vitæ. (I Jo. II, 16) E con quanta giustezza quell’Apostolo abbia così sentenziato, non è difficile pur troppo il riconoscerlo. Gettando lo sguardo sul mondo, non ostante l’ipocrisia pomposa, con cui cerca ricoprire i suoi morali disordini e dar loro persino l’aspetto di virtù, tosto si scorge che l’amor dei piaceri lo domina ed avvilisce in tutte le sue età; che l’oro, il danaro fu sempre una divinità, dinanzi a cui si piegarono e l’uomo privato e l’uomo pubblico, e la sorgente funesta dei più gravi delitti; e che salire in alto, acquistarsi onori e gloria, essere superiori agli altri, non avere rivali fu in ogni tempo una comune aspirazione. Sì, l’amore dei sensuali piaceri, la cupidigia delle ricchezze, la sfrenatezza dell’orgoglio sono le tre furie, che signoreggiarono il mondo, orribilmente lo sconvolsero e tutto dì ne attentano la rovina. Ma sebbene queste tre furie abbiano fatto sempre insieme il loro cammino di strage e di desolazione, è certissimo tuttavia, che la superbia, benché da san Giovauni con ordine inverso nominata per l’ultima, ha sempre preceduto le altre, sia perché le prime colpe commesse nel mondo furono di superbia, sia perché non vi ha colpa alcuna, nella quale la superbia non entri e della quale non sia la causa fatale: Initium omnis peccati, superbia. (Eccli. x, 15). – Ora, poiché Gesù Cristo è venuto sulla terra a distruggere i1 regno della colpa, non poteva essere che Egli non prendesse particolarmente di mira l’orgoglio. Ed è ciò appunto che Egli fece e con la sua dottrina, e più ancora con il suo esempio per mezzo del suo Sacratissimo Cuore. Perciocché è dal suo Cuore divino, che fece uscir fuori la stupenda predicazione dell’umiltà, ed è nel suo Cuore, che Egli la praticò al sommo grado. Quindi è, che con quella sovrana autorità, con cui ci disse: Imparate da me che sono mansueto di cuore; ci dice pure: Imparate da me, che di cuore sono umile: Discite a me, quia… humilis sum corde. Pertanto a ben raggiungere il terzo fine della divozione al Sacratissimo Cuore di Gesù, che è l’imitazione delle sue speciali virtù, dopo di esserci animati alla pratica della mansuetudine, conviene che ci animiamo oggi alla pratica dell’umiltà. – A tal fine dopo d’aver considerato il gran male che è l’orgoglio rileveremo l’umiltà del Sacro Cuore e l’importanza di seguirne l’esempio.

I. — L’orgoglio, o miei cari, è un gran male, anzi la sorgente funesta di gravissimi mali, la causa fatale di disastrose rovine. Consideratelo nella sua natura, ne’ suoi caratteri, nelle sue conseguenze e non penerete a riconoscerlo per tale. Se io entro nel cuor dell’uomo vi incontro tosto l’amore di se stesso. E ciò non è male, perché dovrebbe forse odiarsi? Se l’uomo non si amasse, non comprenderebbe né il suo principio né il suo fine, non avrebbe alcun desiderio di corrispondervi, non ne adoprerebbe i mezzi, vivrebbe come il più stupido degli esseri. L’uomo adunque non solo non fa male ad amarsi, ma si deve amare. Ma ahimè! l’uomo si ama assai più di quello che debba amarsi, egli si ama senza giusta misura, egli si ama talora sino al delirio, vale a dire innanzi a tutto, più di tutti e in un modo esclusivo. Ecco l’orgoglio, la superbia: è l’amore di se stesso sino al punto da voler essere al di sopra di tutti gli altri e di non voler avere degli uguali. È il sentimento di Cesare, che passando per una bicocca delle Alpi, diceva, che avrebbe preferito ad essere là il primo, che secondo in Roma. È anzi il grido di Lucifero, che disse: Ascendam, voglio salire: il posto che occupo non mi appaga: in alto, in alto, fino a che non mi vegga curvato innanzi tutti coloro che mi circondano. Sì, o miei cari, la superbia è veramente l’impulso di satana sopra dell’uomo, è un movimento, che nella rabbia incessante, che lo agita, egli trasfonde nel nostro cuore, è il suo carattere, che vuol imprimere sopra di noi, per averci un dì partecipi della sua irreparabile sventura. – Ma d’onde mai questo amore così smodato di noi stessi, questo orgoglio così folle, che ne spinge a voler essere al di sopra di tutto e di tutti? Dalla falsa stima di noi stessi. Gettando lo sguardo sopra di noi, oltrecché non troviamo in noi alcun difetto, falsamente ancora troviamo in noi stessi tutte le belle qualità, e in un grado superiore. Qualunque sia il posto che noi occupiamo nella immensa scala della società, operai, o artisti, o maestri, o oratori, o scrittori, o capitani, o ministri, o re, noi ci reputiamo di tutti più abili, più capaci, più esperti, più valenti. E quel che è peggio, di tutto il gran bene che in noi scorgiamo, a nessuno ci riconosciamo debitori, neppure a Dio. Di tutto quello che noi siamo, e del molto più che crediamo di essere, di tutto quel molto che noi reputiamo di sapere e saper fare, tutto è merito nostro, merito esclusivo del nostro ingegno? della nostra intraprendenza, della nostra fatica! – Ed è naturale intanto, che da questa falsa stima di noi, per cui a tutti ci crediamo superiori, ne venga il disprezzo degli altri; disprezzo che si esplica nell’odio alla superiorità, nell’insofferenza dell’uguaglianza, nell’oppressione degli inferiori. Ed anzi tutto nell’odio alla superiorità, perché chi vuol essere il primo non vuol avere superiori; e siccome girando intorno lo sguardo vede, che la superiorità esiste in qualsiasi ordine di cose, e vede, che vi ha chi gli è superiore per autorità, chi gli è superiore per ingegno, chi gli è superiore per operosità, chi gli è superiore per beni di fortuna, chi gli è altrimenti superiore, perciò si adira contro tutto ciò che essendogli superiore, pone ostacolo al suo orgoglio, contro di ciò freme di secreta rabbia, e nutre un cocente odio. Oh se egli potesse liberarsi da quella superiorità, a cui egli è giocoforza sottostare, come si reputerebbe felice! Ed eccolo, il superbo, simile ad Aiace, che presso a morire faceva minacce col troncone della spada alla maestà degli dei, eccolo levarsi con tutta la sua forza a contrastare l’altrui superiorità e l’altrui primato. Eccolo, come artista, come scrittore, come applicato a qualsiasi professione, tentare di gettare nel fango chi lo supera e gli sta innanzi, adoperando perciò anche la calunnia; eccolo come operaio o come servo rifiutare l’obbedienza al suo padrone, eccolo come figliuolo pestar dei piedi e voler scuotere di dosso il giogo dell’autorità paterna, eccolo come moglie levarsi baldanzoso contro il diritto che ha il marito di comandare, eccolo come suddito mormorare del suo superiore e rifiutarsi di obbedirlo, eccolo come popolo insorgere e ribellarsi contro il pubblico potere, e quel che è peggio, eccolo come uomo e più ancora come cristiano rivoltarsi contro Dio e negargli la propria dipendenza e servitù. Ogni ribellione adunque, per quanto possa parere cagionata da altre molteplici cause, in fondo in fondo parte sempre dall’orgoglio. In secondo luogo il disprezzo per gli altri che vi ha nell’orgoglioso, si esplica nell’insofferenza degli eguali. E come li potrebbe soffrire egli, che vuol essere non solo il primo, ma vuol esserlo esclusivamente? Ecco perché se voi, quasi a fargli una lode, lo paragonate a qualcun altro o lo trattate da pari, agli s’offende. Di Maometto si dice, che un giorno esclamasse: Di eguali è da lungo tempo che io non ne debbo avere. E di Napoleone I si racconta, che ricevendo in Egitto una lettera da un membro dell’Istituto, intestata con le parole: Mio caro collega: « Come? si facesse a ripetere, lacerando quella lettera, mio Mio caro collega? È questo il modo di scrivermi? » Oggidì vi ha un partito che vuole ad ogni costo ottenere l’universale uguaglianza. Ma che si ha da credere di coloro, che se ne fanno caldi sostenitori e predicatori indefessi? Che vogliano veramente degli uguali? No, o miei cari; sono orgogliosi, che per la via del male tentano di salire in alto per avere dei sudditi. – In terzo luogo con l’odio alla superiorità e con l’insofferenza degli uguali, vi è nell’orgoglioso l’oppressione degl’inferiori. Il maggior contento, che prova il superbo, è quello di far sentire chi gli sta sotto il peso della sua superiorità; ed ecco il ricco, che guarda con disprezzo il povero e lo tratta mille volte peggio del cane; ecco l’aristocratico, che disdegna aver vicino a sé un misero figlio del popolo, e se ne schermisce come da una peste; ecco il marito, che tiranneggia la moglie, la tratta come misera schiava; ecco il potente, che opprime il debole, e gli fa versare lagrime di angoscia; ecco il padrone, che aggrava di comandi e di fatiche il servo e l’operaio, e lo defrauda della dovuta mercede; ecco il superiore mutato in un un despota, ed ecco l’ingiustizia regnare da per tutto. Ma strana cosa, o miei cari: mentre il superbo vuol sollevarsi sopra tutto e sopra tutti e disprezza perciò i superiori, gli eguali e gl’inferiori, egli per altra parte si avvilisce e non teme di avvilirsi nel modo più umiliante; perciocché, a raggiungere il suo scopo, non gli basta talora di strisciare cortigianescamente ai piedi della superiorità, ma in ogni guisa fa mercato di sé con gli eguali, e ricorrendo ad arti abbiette, a transazioni vigliacche ed a bugiarde promesse, va mendicando persino dagli inferiori quei suffragi, da cui spera essere innalzato. Che più? Poiché talora l’orgoglioso non arriva, non ostante i suoi supremi sforzi, ad acquistare alcuna celebrità nel bene, egli allora si butta disperatamente a ricercare in basso la celebrità del male. Ed ecco lo scrittore e il giornalista, che non potendo emergere nella bontà dello scrivere cerca di farsi un nome con la immoralità e con l’irreligione, di cui cosparge i suoi scritti; ecco l’artista, che non valendo a rendersi celebre con l’ingegno e con lo studio, cerca di farsi tale col

verismo e con le nudità più infami; ecco il ricco, che non avendo la generosità della beneficenza, si travaglia ad acquistarsi l’ammirazione in un lusso ridicolo, in una pompa imbecille di servi, di livree, di cocchi e di cavalli, di abiti, di feste, di palagi e di ville; ecco il capitano, che non potendo acquistar fama per vittorie sul nemico, si dà ad acquistarla per mezzo del tradimento; ecco il governante, che non riuscendo a farsi grande con la sapienza e con la rettitudine, si crea un nome con l’audacia e con la tirannia; ecco l’uomo stesso di Chiesa, che non attendendo a rendersi degno della lode di Dio e degli uomini per mezzo della virtù, ad essere grande in qualche modo si abbandona all’apostasia ed all’errore; ecco insomma Erostrato, che per crearsi un nome comunque, appicca il fuoco al tempio di Diana. – Ma anche allora, o miei cari, che l’orgoglio a soddisfarsi non si vale di questi delitti, o tardi o tosto non lascia di cagionarli. È questo, dice Cornelio a Lapide, il centro da cui partono i raggi di ogni iniquità; di qui l’incredulità e l’ateismo, di qui la sfrenata cupidigia del denaro, che uccide la giustizia, di qui la corruttela dei costumi, di qui la gelosia, la vendetta, di qui il delitto, sotto tutte le forme. Leggete la storia dell’orgoglio e vi troverete disastri spaventosi. È per superbia che Lucifero si ribellò a Dio volendo essere simile a Dio. È per superbia che Adamo ed Eva disobbedirono al precetto del Signore, desiderando di arrivare a conoscere come Dio il bene ed il male. È per superbia che Caino uccise Abele, vedendolo a sé superiore nell’estimazione di Dio. È per superbia che Esaù perseguitò Giacobbe, mal soffrendo di essere diventato inferiore a lui c on l’avergli venduto il diritto della primogenitura. È per superbia che Faraone oppresse gli Ebrei; per superbia che questi mormorarono contro Mosè, per superbia che Saul attentò più volte alla vita di Davide, per superbia che Davide cadde nella disonestà, per superbia che Nabucodonosor, Antioco, Erode si diedero a perseguitare gl’innocenti, per superbia che S. Pietro negò il Divin Redentore, per superbia che gli imperatori romani fecero tante vittime, per superbia che gli eresiarchi recarono tanto danno alla Chiesa, insomma fu ed è tuttora per la superbia che si commettono la maggior parte dei peccati, o più esattamente, tornerò a dire, non vi è peccato alcuno nel quale non vi entri la superbia: initium omnis peccati superbia., Né solamente è la superbia il principio di ogni peccato, ma essa è ancora la rovina di ogni virtù; poiché, come osserva s. Agostino, tende insidie a tutte le opere buone, affinché falliscano. E di fatti, dove va il merito delle limosine, delle preghiere, dei digiuni, dei sacramenti, delle pratiche di pietà, quandò siano fatte por superbia o dalla superbia siano contaminate? Colui che opera il bene per questo fine di comparire dinanzi agli uomini, si sentirà un giorno a ripetere da Dio medesimo: Iam recepisti mercedem tuam: hai già ricevuto la

tua mercede. Oh quanto grave danno arreca il peccato della superbia, senza nulla dire dei terribili castighi, con cui Iddio lo punisce, sottraendo al superbo la sua grazia, resistendogli anzi. abbandonandolo alle sue impure passioni, e lasciandolo ben anche in apparenza trionfare per colpirlo alfine con una terribile morte, svergognandolo poi nel dì del giudizio e gettarlo in preda alle eterne umiliazioni dell’inferno.

  1. II. — Tale adunque essendo il gran male della superbia, e così grandi le rovine, che esso cagiona, non poteva essere che Gesù Cristo venuto in sulla terra a combattere il male e ristorarne le rovine, non prendesse a combattere in special modo l’orgoglio, e sia con la dottrina, sia con l’esempio, non ci predicasse altamente l’umiltà; quell’umiltà che consiste nel riconoscere il niente che siamo rispetto a Dio e nell’indurre la volontà ad un sincero abbassamento di noi stessi; quell’umiltà che partendo dalla giusta cognizione delle nostre miserie, anziché al disprezzo degli altri, ne porta al disprezzo nostro; quell’umiltà, che ci fa rispettosi coi superiori, modesti con gli eguali, caritatevoli con gli inferiori; quell’umiltà che pure ci esalta dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, che ci fa trionfare delle umane passioni, che costituisce la base e il fondamento, a cui si appoggiano tutte le altre virtù, e che ci attira dal cielo l’abbondanza di ogni grazia e benedizione. E così fece. Gesù Cristo levò la sua voce di maestro delle genti e nell’umiltà parve compendiare tutta quanta la sua morale. « Se alcuno, Egli disse, vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Guardatevi bene dal fare le vostre buone opere per essere veduti e lodati dagli uomini, altrimenti non potrete pretendere verun premio dal Padre vostro, che è nei cieli. Se alcuno vuol essere il primo, si faccia l’ultimo, il servo di tutti. Quando avrete fatto tutto bene, con esito felice, riconoscete da Dio ogni prospero evento e dite: Siamo servi inutili ed abbiam fatto il nostro dovere. Non vogliate i primi posti; chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. In verità, in verità vi dico: se non diventerete come fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli. » Ecco la morale del divino Maestro. – E questa è la morale, cui volle sottostare egli stesso, senza esserne punto obbligato. L’apostolo S. Paolo, parlandoci dei grandi misteri della incarnazione, passione e morte di Gesù Cristo, li presenta alla nostra considerazione come misteri di impicciolimento e di umiliazione. Iddio, egli dice, si è esinanito, prendendo la forma di servo: exinanivit semetipsum formam servi accipiens. (Phil. n, 7) Gesù Cristo, soggiunge, si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte e morte di croce.

Humiliavit semetipsum factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Di fatti che altro mai furono questi misteri se non misteri della più profonda umiltà? Mistero di umiltà fu la sua incarnazione, non già perché incarnandosi abbia lasciato di essere Dio, ma perché, restando quello che era, cominciò, ad esistere in una natura creata, epperò tratta dal nulla, in cui sarebbe ricaduta, se l’atto che ne la fece uscire, fosse stato sospeso. Mistero di umiltà, perché sebbene, avendo stabilito di incarnarsi, avrebbe potuto prendere le forme dell’età adulta e comparire al mondo come vi fu introdotto Adamo, non di meno elesse di nascere bambino, e quel che è più, se non bambino peccatore, ciò che era impossibile, almeno bambino, come insegna S. Paolo, (Rom. VIII, 3) nella somiglianza della carne di peccato, umiliato e passibile. Mistero di umiltà perchè avendo presa la natura umana sotto la forma di bambino, poteva tuttavia con un tratto, con una parola, dare un saggio della sua potenza e della sua sapienza, ogniqualvolta lo avesse voluto; eppure nascose siffattamente le sue perfezioni divine, da non mostrar mai segno alcuno di qualità speciali sino all’età dei dodici anni. Mistero di umiltà, perché pur nascendo bambino avrebbe potuto cingersi di gloria e invece preferì di nascere a Betlemme, nella più piccola città del più piccolo regno, e nel luogo più vile di questa umile città, in una stalla, sulla paglia di un presepio. E come mistero di umiltà fu l’Incarnazione e la nascita, così mistero di umiltà fu tutta quanta la sua vita privata e pubblica. In quanto alla sua vita privata l’evangelista S. Luca la compendia tutta in azione continuata di umiltà, giacché di Lui non dice altro se non che era soggetto a Maria ed a Giuseppe: et erat subditus illis. (Luc. II, 51). Ed era loro soggetto, vale a dire lo era così nei dodici anni, come nei venti, come nei trenta, da giovanetto e da uomo fatto. Ed era a loro soggetto, cioè professava loro quella sudditanza, che si immedesima con la stessa umiltà. Ed era a loro soggetto, cioè, come osservano S. Agostino e S. Bernardo, Egli, Gesù Cristo, che

con tutta verità si dichiarò uguale a Dio, Dio egli stesso, colui che fabbricò il cielo e la terra era soggetto ai parenti, agli uomini, ad un povero fabbro; Et erat subditus illis. – Immaginatelo adunque quel caro Gesù sempre intento a fare umilmente la volontà di Maria e di Giuseppe, a prevenirla anzi ed aiutarli in tutte le loro faccende. È vero, tanto Maria come Giuseppe riconoscendo con vivissima fede che quel loro figliuolo era Dio, non avrebbero osato soprastargli e fargli alcun comando, ma nel tempo riconoscendo che era volere di Gesù, che si diportassero con Lui da superiori e lo comandassero, di tanto in tanto con tutta grazia e soavità lo chiamavano e gli impartivano degli ordini. E Gesù sorridente in volto, il cuore pieno di gioia, pronto subito ad eseguirli. Epperò eccolo talvolta per obbedire a Maria ed aiutarla nelle faccende più umili della casa, ora accendere il fuoco, ora lavare con le sue mani divine le povere stoviglie, ora prendere con dolce violenza la scopa di mano a Maria e mettersi Egli a pulir la casa, ora correre sollecito al pozzo, che ancor presentemente si fa vedere presso Nazaret, per attingere l’acqua. Eccolo per sottostare a Giuseppe ed aiutarlo ne’ suoi lavori ora segar qualche trave, ora piallar qualche tavola, ora verniciare qualche mobile, ora uscire a far delle compere, ora a prendere delle misure ed ora attendere ad altre cose somiglianti. Oh Dio! Che meraviglioso spettacolo non doveva essere quello per gli Angeli del Cielo: vedere quel Dio, che è Re dei re, dominatore del mondo, alla cui servitù essi sono dedicati; al cui cenno fumano i monti, trema la terra, fremono i mari, soggetto alle creature e lavorare umilmente sotto la loro direzione e comando! Oh esempio, che noi stessi non crederemmo possibile se il Vangelo non lo accertasse. E quanto alla vita pubblica? Egli la inaugurò con l’umiltà. Eccolo, Gesù, ai piedi di Giovanni Battista per riceverne il battesimo, quasi fosse un peccatore. Guardatelo in seguito nel corso di una predicazione tra le tante lodi e benedizioni ricevere pure molti biasimi, minacce e persecuzioni senza mai replicare una parola, che riveli un minimo sentimento di orgoglio offeso. Egli inoltre trova la sua delizia nel trattenersi con le persone di bassa condizione; elegge per compagni di sua predicazione dei poveri pescatori, ai quali nell’ultima cena, come fosse loro servo, lava i piedi; preferisce di evangelizzare i poveri; ai fanciulli fa le sue speciali carezze, e persino i peccatori formano l’oggetto della sua predilezione! Ma che dire poi dei misteri di umiliazione, cui volle assoggettarsi durante la sua passione, e ai tribunali, dove fu condannato, trattato come re da burla, schiaffeggiato, sputacchiato, insultato, con le più grandi villanie, e al Pretorio di Pilato, dove fu messo a confronto con un famigerato omicida, Barabba, e a lui sottoposto; ed al Calvario, dove fu conflitto nudo in croce fra due ladroni? Ah questi sono veramente abissi di umiltà imperscrutabile. – Eppure non pago di ciò, Gesù Cristo vuol continuare a mostrarsi modello di umiltà nel S. S. Sacramento dell’altare, dove se ne sta umiliato più ancora che durante la sua vita mortale. Ed invero durante la sua mortai carriera lanciò pure degli sprazzi di luce, che costringevano gli uomini ad ammirarlo. Ma nella S.S. Eucaristia dov’è lo splendore, non dico della sua divinità, ma persino della sua umanità sacrosanta? Tutto ivi è celato, tutto è nascosto. Sotto le specie di un po’ di pane se ne sta chiuso entro al tabernacolo, come un povero carcerato, ed anche allora che ne vien tratto fuori per essere esposto alla pubblica adorazione, o per essere portato trionfalmente in processione, anche allora non lascia trasparire alcun raggio della sua gloria, non dà sintomo alcuno per intimare ai nostri sensi che ivi Egli si trova, vero Dio e vero uomo. Oh umiltà! Oh esempio inesplicabile! Poteva forse nostro Signor Gesù Cristo contrastare più efficacemente all’umano orgoglio e predicarne con maggior forza l’umiltà? Poteva dirci con più ragione: Imparate da me, che sono umile di cuore? Discite a me, quia… humilis sum corde?

III. — Or ecco l’esempio che assolutamente dobbiamo seguire come Cristiani e come devoti del Sacro Cuore di Gesù. Io dico assolutamente, perchè l’umiltà non è una virtù di consiglio soltanto o dalla quale possiamo in certe circostanze e speciali ragioni esimerci, no; essa è doverosa a conseguire l’eterna vita ed è doverosa sempre. In cielo si possono trovare dei Santi, che non abbiano fatto elemosina, ve ne possono essere degli altri che non abbiano potuto praticare digiuni e macerazioni, vi possono regnare di coloro, che non mantennero la verginità, ma nessuno può trovarsi e nessuno può entrarvi senza che sia stato umile. Gesù Cristo ha parlato chiaro dicendo: Se non diventerete umili sino a parere semplici pargoletti, non entrerete nel regno dei cieli: nisi efficianimi sicut parvuli, non intrabitis in regnum cœlorum. (MATT. XVIII, 3) Anzi senza umiltà le più grandi virtù degenerano in vizio; la più grande austerità della vita diventa un’ipocrisia detestabile, la più alta contemplazione un’illusione vituperevole, l’estrema povertà una sciocca vanità. Senza l’umiltà i deserti degli anacoreti, le penitenze dei confessori, i tormenti dei martiri, lo zelo degli Apostoli non sono che un vano trastullo, che colpisce gli uomini e allieta i demonii; senza umiltà gli stessi doni di Dio riescono di nocumento. Come i venti quando soffiano nelle vele di un bastimento, benché sembrino favorevoli al suo corso, non fanno che precipitarne il naufragio, se il bastimento è spinto verso gli scogli nascosti sotto le onde, così pure l’abbondanza dei doni del Signore in un’anima, che si lasci dominare dalla superbia, può servire ad accrescergliela spaventosamente e farla miseramente perire. E così è accaduto che uomini eminenti per santità, già vicini o pel martirio o per le più belle virtù al porto dell’eterna salute, miseramente naufragarono per aver urtato nello scoglio fatale della superbia. – Quanto importa adunque, che ad imitazione del Sacratissimo Cuore di Gesù noi siamo umili, e siamo umili non di umiltà apparente, ipocrita, bugiarda, di sole parole: chi si umilia così, ha detto lo Spirito Santo, si umilia maliziosamente ed ha il cuore pieno di frode: est qui nequiter se humiliat, et interiora eius plena sunt dolo. (Eccli. XIX, 23) Ed in vero a che giova il protestare che fan taluni di essere il più gran peccatore, o la più gran peccatrice del mondo, di meritare anche mille inferni, se poi facendo gli altri vista di credere, oppure notando in esso qualche difetto e correggendoli, tosto si adirano e rispondono parole piene di superbia? Costoro non è già che abbiano l’umiltà, ma l’ipocrisia di tale virtù, perciocché se da se stessi si abbassano, non lo fanno che per essere dagli altri esaltati. Ora il cercar lode dall’umiliarsi, dice S. Bernardo, tutt’altro che umiltà, è distruzione della stessa. Il vero umile confessandosi peccatore, al dire di S. Gregorio, a chi glielo ripete, non lo nega, ma lo conferma. Il vero umile insomma non pretende di essere lodato per umile, ma vuole essere tenuto per vile, per difettoso, per degno di disprezzi, e si compiace nel vedersi trattato come egli si stima; non vuole comparir santo, ma attende con ogni studio a farsi tale. È di questa umiltà pertanto che noi dobbiamo essere umili; non dell’umiltà di bocca, ma dell’umiltà di cuore, essendo questo Cristo ci ha raccomandato, vale a dire quell’umiltà che ci persuade, che siamo veramente nulla, anzi peggio che nulla; perché pieni di miserie, che ci tiene pronti a schivare sempre e ad occultare con molta cura tutto ciò, che può ridondare a qualche nostra lode, eccetto che la gloria di Dio e il bene delle anime richiedano assolutamente il contrario, che ci ingenera sentimenti di confusione allorché siamo lodati, anziché far nascere in noi una vana compiacenza, che ci incoraggia ad accettare con rassegnazione, e persino con amore e con gioia, tutto ciò che in qualche modo ci può umiliare dinanzi al mondo, che di tutto il bene che possiamo fare noi a Dio solo ci fa rendere la gloria, e di tutto il bene che van facendo gli altri ci fa santamente esultare, che ci getta ai piedi di Dio, che ci rende affabili con gli eguali, e pieni di carità con gli stessi inferiori, che in una parola ci rende imitatori di Gesù Cristo. Questa è l’umiltà, che han pure praticato i santi; l’umiltà che ha indotto degli imperatori, dei re, delle regine, dei Pontefici a calare dal fastigio della loro grandezza e a farsi gli altrui servi; l’umiltà che ha spinto degli uomini illustri a nascondersi nelle caverne dei monti per sfuggire agli onori, cui si volevano sollevare; l’umiltà, che ha portato dei grandi sapienti a rendersi stolti in faccia agli uomini essere da loro scherniti e disprezzati; questa è l’umiltà che ha popolato e va popolando il cielo. – Animo adunque, o carissimi; dinanzi a noi stanno spiegate due bandiere, la bandiera di satana, su cui sta scritto: Ascendiamo; la bandiera di Gesù Cristo che ha per motto: Recumbe in novissimo loco: (Luc. XIV, 10) sta nell’ultimo posto. Quale bandiera seguiremo noi? Fortunato il Cristiano, felice il devoto del Sacro Cuore, che lasciando la bandiera di satana, terrà sempre dietro alla bandiera di Gesù Cristo! A giudicarlo dall’apparenza egli sembrerà un uomo da nulla, ma in realtà egli è l’uomo più grande della terra, perché porta scolpita sul cuor suo l’immagine viva del cuore di Cristo; in apparenza ei sembra nell’abbiezione e nell’annientamento, ma realmente egli cammina diritto per la strada che conduce agli onori dell’eterno trionfo, perché se è verissimo che chi si esalta sarà umiliato: qui se exaltat humiliabitur, è pure certissimo, che chi si umilia sarà esaltato: qui se humiliat exaltabitur. (Luc. XIV, 11) Ma perché ciò abbia ad essere di ciascuno di noi, diciamo tutti al nostro caro Gesù: O nostro Salvatore e Maestro! In vista del vostro umilissimo Cuore noi ci ricopriamo di confusione e di rossore. Voi Re del cielo e della terra, umiliato sino al punto da morire come un malfattore su di un patibolo, e noi così peccatori ripieni di tanta superbia! Deh! per i meriti delle vostre umiliazioni e dei vostri disprezzi, fate che noi conosciamo le miserie e deformità nostre, acciocché aborriamo giustamente noi stessi, evitiamo con diligenza di metterci innanzi e di cattivarci le lodi, e soffriamo altresì in pace di essere trascurati, disprezzati ed ingiuriati, siccome meritiamo. Così mercé il vostro aiuto, noi speriamo vivamente di rendere il nostro cuore simile al vostro, cioè mansueto ed umile, e dopo di essere stati umili con voi qui in terra, essere poscia esaltati con voi in cielo.

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.