CONOSCERE SAN PAOLO (11)

CONOSCERE SAN PAOLO (11)

[F. Prat, S. J. : La Teologia di San Paolo, vol. I – S.E.I. Ed. Torino, 1945]

L’Epistola ai Romani. (1)

PRIMA SEZIONE.

La giustizia di Dio sola via della salute.

I. – Impotenza della natura e della Legge.

1 . IDEA GENERALE DELL’EPISTOLA AI ROMANI. — 2. LA NATURA IMPOTENTE PER I GENTILI. — 3. LA LEGGE IMPOTENTE PER GLI EBREI.

1. Già da molto tempo lo sguardo dell’Apostolo si fissava su Roma. Un vivo desiderio di visitarvi la piccola chiesa nascente lo tormentava: « Bisogna che io veda Roma (Act. XIX, 21) », ripeteva continuamente a se stesso. Ma non era affatto per quella specie di fascino che la capitale del mondo esercitava su la gente delle province e sui forestieri: era una voce interna che ve lo spingeva irresistibilmente (Act. XXIII, 11). La sua tattica era stata sempre quella di mirare alle grandi città, di colpire al cuore il paganesimo, persuaso che, tosto o tardi, in virtù di quella forza di attrazione che le fa gravitare intorno alle metropoli, le campagne sarebbero venute dietro. Forse egli presentiva, per istinto naturale, che il centro dell’universo era predestinato a divenire il centro della Chiesa; e poi gli pareva che l’opera sua nell’Oriente fosse finita. Stabilito saldamente il Vangelo in Antiochia, a Corinto, a Efeso, nelle principali città della Galazia e della Macedonia, per il resto bastava lasciar fare al tempo; il seme era gettato e sarebbe germogliato da sé al soffio della grazia: ad altri la cura di raccogliere la messe. Egli ha predicato la buona novella da Gerusalemme ai confini dell’Illiria, e per lui non vi è più posto in queste immense regioni. Le mene dei giudaizzanti, il pericolo dei Galati, i disordini di Corinto, la sollecitudine di tante chiese esposte alla seduzione, lo hanno trattenuto finora; dopo di aver portato ai santi di Gerusalemme il frutto delle collette, egli verrà a Roma. Di là da Roma poi, la Spagna con i misteriosi confini dell’Occidente, tutto un mondo sconosciuto da conquistare al Cristo, sollecita il suo zelo. – Paolo volgeva in mente questi pensieri durante l’inverno che passò a Corinto, in mezzo alla turbolenta cristianità ritornata a resipiscenza. Per partire, egli aspettava che la navigazione fosse aperta, verso i primi giorni di marzo. Una donna di Cencrea, porto vicino a Corinto, stava per recarsi direttamente a Roma, ed egli le affidò una lettera in cui esponeva la sua dottrina su le relazioni tra la fede e la Legge, tra la natura e la grazia, ma con maggiore ampiezza che nell’Epistola ai Galati. Quest’ultima Epistola in cui il sentimento trabocca e la passione ribolle, non ha l’andatura metodica e la calma serenità che convengono al suo presente disegno; egli se ne servirà come di trama, ma vuole andare più lontano e salire più in alto: più lontano che un episodio passeggero e più in alto che una controversia locale. – Gli umili inizi della chiesa di Roma sono assai oscuri. La fede, portatavi da emigranti delle province o dai pellegrini di Gerusalemme, si propagò a poco a poco, senza rumore, in quel terreno quanto mai propizio ai culti esotici e a tutti i generi di proselitismo. La Chiesa vi nacque, come in quasi tutti gli altri posti, in seno alla Sinagoga? È possibile e anche probabile. Nei disordini che diedero motivo all’espulsione degli Ebrei, verso l’anno 49, si è voluto vedere l’indizio di una scissione violenta tra la Sinagoga e la Chiesa, e la frase di Svetonio pare che appoggi questa ipotesi (Claudio, 30). Sta il fatto che quando Paolo scriveva, la comunità cristiana era mista, ma prevaleva l’elemento non ebreo (Rom. I, 5-6). Quando l’Apostolo si rivolge in generale ai suoi uditori, li chiama Gentili (I, 13) e fonda il suo diritto di scrivere loro su la sua qualità di dottore delle nazioni (I, 5-14). Certamente, prima della loro conversione, parecchi neofiti avevano subito l’influenza degli Ebrei, la quale li rendeva più esposti al pericolo di giudaizzare, e quegli scrupolosi che facevano distinzioni di carni e di giorni, potevano essere Ebrei o antichi proseliti; ma sono soltanto una piccola frazione che gli altri devono tollerare con pazienza, e non sono essi quelli che danno l’intonazione alla comunità. Invece di lanciare contro di loro l’anatema, l’Apostolo assicura a quei « deboli nella fede » la più larga tolleranza (XIV. 1). Come siamo lontani dai giudaizzanti della Galazia! Non si vede affatto che gli avversari di Paolo abbiano già ordito i loro intrighi; non si sente per nulla la polemica diretta, non vi è nulla che annunzi la presenza di nemici che agiscano. Se vi sono pericoli, sono per l’avvenire e il solenne avvertimento di stare in guardia contro i fautori di disordini (XVI, 17-18), anzi tutta l’Epistola, ha lo scopo di scongiurarli. Impersonale come l’Epistola agli Efesini, benché in grado minore, essa ha quasi il procedere di un trattato di teologia, ma sarebbe un grave errore il cercare in essa il riassunto della dottrina di Paolo. San Paolo suppone sempre nei suoi corrispondenti le basi del Cristianesimo; non ritorna sul credo, o vi ritorna appena con allusioni. L’Epistola ai Romani non è dunque un catechismo, come mostravano di credere i protestanti di una volta, ma è semplicemente una tesi, fondamentale, è vero, la quale in realtà ne costituisce soltanto la prima metà. – Se è una tesi, importa assai il trovarne l’enunziato, e fortunatamente, una volta tanto, gli esegeti sono concordi. L’idea centrale sta in queste parole messe subito dopo l’esordio: “Io non mi vergogno del Vangelo; che esso è la virtù di Dio per dare salute a ogni credente, prima al Giudeo, poi al Greco. Poiché la giustizia di Dio in esso si manifesta per la fede nella fede: conforme sta scritto: il giusto poi vive di fede (I, 16-17). Da queste poche parole si ricavano parecchie verità capitali: Universalità della salute nei disegni di Dio il quale destina il Vangelo a tutti gli uomini e, per mezzo del Vangelo, li invita tutti alla fede, cioè alla salute; eguaglianza di tutti, Ebrei e Gentili, riguardo le condizioni della salute, con una certa priorità di fatto e di diritto per gli Ebrei; vincolo naturale e, per quanto riguarda Dio, necessario, tra la giustificazione e la glorificazione, tra il punto di partenza e il punto di arrivo; giustizia di Dio comunicata agli uomini per mezzo della fede di Gesù Cristo, con l’esclusione della natura abbandonata a se stessa e della Legge mosaica. Dal più al meno si può dire che i primi quattro capitoli sono il commento di quest’ultima proposizione; i quattro seguenti sviluppano la penultima; i capitoli IX – XI rispondono all’obbiezione tratta dall’incredulità degli Ebrei, all’apparente violazione della loro prerogativa. Finalmente l’universalità della salute nei disegni di Dio è supposta sempre, affermata più volte, senza formare argomento di uno sviluppo speciale. La fine è dedicata, come il solito, alle applicazioni parenetiche e ai saluti. – Come si vede, l’importanza e anche la difficoltà sono concentrate in questa proposizione: La giustizia di Dio è per mezzo della fede di Gesù Cristo. Abbiamo parlato, nell’Epistola ai Galati, della giustificazione per mezzo della fede; ci resta da esaminare la piega speciale che l’Apostolo dà alla sua tesi, sostituendo la giustificazione con la giustizia di Dio. Non si può negare che la giustizia di Dio indica quasi sempre un attributo divino, e alcuni rari esegeti così la intendono anche qui. La giustizia di Dio sarebbe la sua santità, oppure la sua fedeltà, oppure la sua risoluzione di perdonare all’uomo soltanto con una soddisfazione proporzionata all’offesa. Questo, si dice, è il senso ordinario nell’Antico Testamento ed è anche qualche volta il senso che si trova in San Paolo (Rom. III, 5); inoltre l’opposizione tra l’ira di Dio, che si rivela dall’alto dei cieli, e la giustizia di Dio, che si rivela nel Vangelo, ci invita a concepire una giustizia che corrisponda all’ira, per conseguenza la giustizia immanente di Dio. – Questi argomenti non sono privi di valore, ma sono controbilanciati da ragioni più convincenti; poiché nessuno potrebbe negare il parallelismo di idee e di espressioni tra il nostro testo e il passo seguente dell’Epistola ai Filippesi: « Non avendo io la mia giustizia che viene dalla Legge, ma quella che nasce dalla fede di Gesù Cristo, la giustizia che viene da Dio mediante la fede (Fil. III, 9) ». La giustizia che venisse dalla Legge, senza l’appoggio della grazia, se fosse possibile, sarebbe proprietà assoluta dell’uomo, e questi potrebbe rigorosamente chiamarla sua giustizia; ma questa giustizia non potrebbe piacere a Dio il quale in noi ama soltanto ciò che Egli ha messo; invece la giustizia che viene da Dio, pure essendo un bene dell’uomo al quale è stata data, o il quale realmente la possiede, appartiene anche a Dio da cui deriva. Anche senza uscire dal nostro testo, la citazione di Abramo non può evidentemente convenire che ad una giustizia inerente all’uomo, benché abbia la sua sorgente in Dio: « La giustizia di Dio in esso si manifesta per la fede nella fede: conforme sta scritto: Il giusto poi vive di fede (Rom. I, 17) ». Del resto la giustizia di Dio è definita in seguito, e la sua definizione non lascia più nessun dubbio su la sua natura. Essa è « la giustizia di Dio mediante la fede di Gesù Cristo, destinata a tutti i credenti e sopra tutti loro (Rom. III, 21-22) ». Questa giustizia non rimane chiusa in Dio, ma si diffonde, si propaga e si comunica; essa diventa personale dell’uomo per mezzo della fede. – Dunque « la giustizia di Dio » è talora l’attributo che conviene a Lui come giudice, ma qui è il rinnovamento dell’uomo per mezzo della fede e della carità, vera creazione la quale non può avere per autore altri che Dio. Nella dottrina di Paolo vi è questo di originale, che egli fa derivare la nostra giustificazione dalla giustizia intrinseca di Dio, e non dalla sua potenza. Dio esercita e dimostra la sua giustizia giustificandoci con la sua grazia: questo è l’apparente paradosso che esamineremo dopo di aver provato che la vera giustizia, quella che Dio vuole trovare e che incorona in noi, è fuori della sfera dei nostri sforzi, e che perciò « noi siamo giustificati gratuitamente » dalla fede di Gesù Cristo (Rom. III, 24). Questa giustizia che è nel tempo stesso di Dio e dell’uomo, « si è rivelata nel Vangelo ». La rivelazione di una cosa non è sempre la sua prima manifestazione; una verità si dice rivelata quando è illuminata di una luce nuova: tale è il mistero della redenzione; tale è la giustificazione mediante la fede predetta oscuramente dalla vita di Abramo e dai profeti, in particolare da Abacuc. Questa dottrina era rimasta quasi incompresa, perché non si era saputo conciliarla con le affermazioni di Mosè il quale sembrava far dipendere ogni vera giustizia dalla Legge. Ora, in grazia del Vangelo, la questione è dilucidata: è cosa constatata, che senza la fede, la Legge non può nulla, e che la fede può tutto anche senza la Legge. È una rivelazione: Justitia Dei in eo revelatur. L’espressione ex fide in fidem si potrebbe trascurare senza che il senso ne soffra molto: essa sta al posto di una locuzione avverbiale che qualifica tanto la giustizia di Dio quanto la rivelazione che ne fa il Vangelo. L’esegesi più semplice consiste nel considerarla come esprimente una gradazione, un progresso: dalla fede che incomincia alla fede che cresce, dalla fede imperfetta alla fede consumata. La Scrittura è piena di espressioni simili: « Andranno di virtù in virtù; saranno trasformati di chiarezza in chiarezza; dalla morte alla morte; dalla vita alla vita ».

2. L’impotenza della Legge e della natura a giustificare l’uomo, si potrebbe dimostrare con la stessa loro definizione, con la nozione di giustizia soprannaturale, con l’attuale conflitto tra la carne e lo spirito. L’Apostolo non rifiuta questo genere di dimostrazioni, ma nei tre primi capitoli dell’Epistola ai Romani la sua argomentazione ha una forma più semplice, più popolare: sembra che dica: Percorrete la storia dell’umanità; vi troverete effettuato l’ideale di giustizia che noi tutti portiamo scolpito nell’anima nostra? No; così tra gli Ebrei come tra i Gentili, il peccato ha regnato senza ostacoli; la ragione non ha saputo resistere alle attrattive del male, e la Legge fu una diga troppo debole. Dunque, se non vogliamo disperare della salute che è il termine delle nostre aspirazioni, dobbiamo chiedere questa giustizia al Vangelo che la promette e la dà. – La discussione contro i Gentili è condotta con un vigore e con una concisione degna di Paolo. Che cosa ci vuole per togliere loro ogni scusa? La conoscenza di Dio e della legge naturale, con una condotta diametralmente opposta a questi lumi: “L’ira di Dio si rivela dall’alto del cielo contro l’empietà e l’ingiustizia degli uomini i quali tengono ingiustamente prigioniera la verità. Che essi infatti conoscano Dio, è manifesto in loro, poiché Dio lo ha fatto conoscere loro. Perché i suoi attributi invisibili, così la sua stessa potenza come la sua divinità, sono contemplati nello (specchio del) creato sensibile, presentati allo spirito dalle sue opere. Perciò sono inescusabili, poiché avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono come Dio e non lo ringraziarono; ma si perdettero nei loro vani ragionamenti, e il loro cuore insensato si riempì di tenebra. Pure chiamandosi saggi, agirono da stolti e trasferirono la gloria di Dio incorruttibile a immagini rappresentanti uomini mortali e ad uccelli, a quadrupedi e a rettili. Perciò Dio li abbandonò ai desideri impuri del loro cuore” (Rom. I, 18-32). – L’ira di Dio si rivela non nel tribunale intimo della coscienza né con gli avvisi minacciosi della Sacra Scrittura né con la scena terribile della parusia, come pretendono molti interpreti, ma fin da questo mondo — si noti il presente (ἀποκαλύπτεται = apocaluptetai) — nel castigo inflitto da Dio all’empietà, nell’accecamento terribile le cui conseguenze sono l’idolatria ed una condotta vergognosa. I pagani conobbero Dio e non vollero riconoscerlo: ecco il loro peccato e la causa dell’ira di Dio. La distinzione immaginata da certi interpreti, tra i filosofi e il volgo, è priva di fondamento. Paolo parla dei pagani in generale e dimostra che tutti hanno peccato, che tutti sono inescusabili, che la loro colpa è appunto di aver negato a Dio, da essi conosciuto, l’onore che gli dovevano. I filosofi possono essere più colpevoli per aver peccato di più contro la luce, ma non sono i soli colpevoli; restringere a loro soli l’argomentazione dell’Apostolo è dimenticare la sua tesi e snervare il suo ragionamento. I pagani conobbero Dio: Paolo lo afferma più volte chiarissimamente; non dice che potevano conoscerlo, ma che lo conobbero. « Essi tengono ingiustamente prigioniera la verità (I, 18) ». Benché i Gentili non siano nominati, non si può mettere in dubbio che qui si tratti di loro; si parla di loro in tutto il contesto, e sono abbastanza indicati con la loro empietà (ἀσέβεια = asebeia). La verità che essi tengono prigioniera, che opprimono impedendole di produrre i suoi frutti naturali, è la conoscenza di Dio; e la Volgata ha ragione di aggiungere la parola Dei, che manca nell’originale. Bisogna dunque che essi posseggano in una certa misura questa verità che tengono ingiustamente prigioniera. « Che essi conoscano Dio, è manifesto in loro, poiché Dio lo ha loro fatto conoscere (I, 10) ». Non si tratta qui di una conoscenza semplicemente potenziale, ma di una conoscenza di fatto, che ha per autore Dio e che appare con evidenza nello spirito dei Gentili. « Avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono come Dio (I, 21) ». San Paolo non dice potendo conoscerlo, ma conoscendolo o avendolo I pagani sono inescusabili perché conobbero Dio senza onorarlo. E si tratta di tutti, non di pochi privilegiati. Il loro peccato è di non aver onorato Dio secondo i loro lumi, non possibili, ma reali. La conoscenza attuale si poteva esprimere più chiaramente? « Conoscendo il giudizio di Dio, cioè che coloro i quali fanno queste cose sono degni di morte, non solo essi le fanno, ma approvano anche quelli che le fanno (I, 32) ». Secondo il testo latino, i pagani conoscerebbero Dio in teoria (cum cognovissent), ma lo ignorerebbero in pratica (non intellexerunt); secondo il testo originale, essi lo conoscono senza restrizioni, ma agiscono contro la loro conoscenza, sia facendo il male, sia approvandolo negli altri, il che denota un più alto grado di malizia, come notano i Padri. Paolo non relega in un passato lontano la conoscenza che avevano di Dio i pagani, ma ne parla come di cosa presente e notoria. Chi conosce la legge di Dio e la sanzione data da Lui al peccato, conosce la giustizia divina; ma chi conosce un attributo divino, conosce Dio stesso. – Finalmente l’Apostolo ci descrive con precisione ammirabile il doppio cammino che conduce ogni uomo ragionevole ad una conoscenza di Dio, oscura e imperfetta quanto si vuole, ma tuttavia reale: lo spettacolo della creazione e la legge morale scolpita nel nostro cuore. – La prova cosmologica dell’esistenza di Dio, reminiscenza del Libro della Sapienza, ci fa pure pensare ad Aristotele ed a Filone. Questi paragona le creature ad uno sgabello che c’innalza all’idea di Dio; ma, troppo platonico, pare che ammetta soltanto un argomento probabile e una scienza congetturale. Secondo Aristotele, « Dio, benché invisibile, si rende visibile con le sue opere ». La Sapienza fa un passo innanzi, insinuando il modo di dimostrazione: « Attraverso la grandezza e la bellezza delle creature, il loro ordinatore è percepito per analogia ». Paolo va ancora più innanzi: « Gli attributi invisibili di Dio, così la sua eterna potenza come la sua divinità, percepiti intellettualmente nelle sue opere, si vedono distintamente dalla creazione del mondo (Filone, De præm.) ». Tutti e quattro indicano bene l’origine della nostra conoscenza, ma Paolo è il solo ad indicare con precisione l’aspetto dell’essenza divina che è il termine dell’operazione mentale: è la potenza eterna e la divinità. Per lui le creature sono un mezzo di dimostrazione, come pure uno specchio in cui Dio riflette i suoi principali attributi. Infatti lo spettacolo del finito, del contingente e del relativo, ci conduce per la triplice via della negazione, della causalità e dell’analogia, alla conoscenza dell’infinito, del necessario e dell’assoluto. Il tratto di unione tra Dio e l’uomo è l’intelligenza (νοῦς = nous); le bestie vedono come noi il mondo, ma non avendo il pensiero, non vi vedono Dio. – I tre attributi divini riflessi nel mondo sono, secondo San Paolo, la potenza, l’eternità e la divinità. Dio è nel mondo come la causa è nell’effetto, ma non vi è ordinariamente percepito sotto la nozione astratta di causa. Lo spettacolo dell’universo suggerisce piuttosto alla mente l’idea di un Creatore onnipotente; questa potenza — come lo dimostra il più semplice dei ragionamenti — dev’essere sempre esistita, poiché non potrebbe prodursi da sé e perché, se fosse prodotta da un altro, quest’altro sarebbe Dio: essa è dunque eterna. A questo doppio attributo di potenza e di eternità, Paolo aggiunge la divinità. Il nome è scelto bene. Sopra gli dèi dell’Olimpo, i quali erano dèi soltanto per un abuso di linguaggio, i pagani mettevano un supremum summumque numen, chiamato dai Greci τὸ θεῖον (to teion) eppure ὁ θεός (o teos), il cui carattere era l’elevazione incomparabile, la maestà inaccessibile, in una parola, la trascendenza. Ecco, a nostro parere, quello che Paolo vuole esprimere con questo terzo attributo. Egli non parla qui della sapienza, benché risplenda così radiosa nella provvidenza speciale di cui l’uomo è oggetto; ma la sua enumerazione non è esclusiva, ed egli non afferma affatto che lo specchio di questo mondo sensibile non rifletta nessun altro attributo divino. Senza andare molto lontano, i pagani trovano Dio nel loro cuore stesso: la legge naturale vi è scolpita in caratteri indelebili. Abbiamo veduto che i pagani « conoscono il giudizio di Dio e sanno che i peccatori meritano la morte »; ma la conoscenza della sanzione implica quella di un Legislatore supremo il quale non è altri che Dio. È vero che nel passo classico in cui l’Apostolo insegna l’esistenza della legge naturale, egli non la mette esplicitamente in relazione con Dio; questo è perché ne parla incidentalmente e come in una parentesi, parlando dei principi di giustizia che dirigono le sentenze divine: “Dinanzi a Dio non vi è accettazione di persone. Poiché tutti quelli che senza legge hanno peccato, periranno senza legge, e tutti quelli che con la legge hanno peccato, saranno condannati dalla legge. Giacché non quelli che ascoltano la legge sono giusti dinanzi a Dio, ma quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati: (Infatti quando i Gentili che non hanno legge, fanno naturalmente le opere della legge, costoro che non hanno legge, sono legge a se stessi; i quali mostrano nei loro cuori il tenor della legge, testimone la loro coscienza e i pensieri che a vicenda tra di loro accusano ed anche difendono). [Così sarà] in quel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio Vangelo (Rom. II, 11-16). È un fatto, che i Gentili si conformano qualche reità alle esigenze della Legge mosaica, in quanto è legge morale. Il caso non è immaginario, e l’Apostolo non lo dà come tale. Che egli parli dei pagani e non dei Cristiani venuti dal gentilesimo, è cosa fuori di dubbio, e se non era per le controversie pelagiane, Sant’Agostino non avrebbe mai immaginato il contrario. I pagani si conformano dunque qualche volta alla Legge di Mose, che essi non conoscono; non si tratta di una combinazione involontaria, accidentale, che non proverebbe nulla, ma di un atto libero e riflesso. Con questo essi dimostrano l’esistenza di un lume interiore che li guida e che tiene per loro il posto della legge; essi sono legge a se stessi, non la loro legge ultima che suppone il potere di obbligare con una sanzione proporzionata, ma la loro legge immediata che è la promulgazione di una legge superiore; essi lasciano vedere l’opera della legge scritta nel loro cuore. La natura fa per loro quello che fece la rivelazione mosaica per Israele: li istruisce e li guida imperiosamente. La parola naturalmente, di cui i Pelagiani abusavano, non può significare altro che « guidati, illuminati, spinti dalla natura ». È dunque superfluo il domandarsi se i Gentili, senza l’aiuto della grazia, hanno osservato poco o molto dei precetti della legge naturale, poiché qui non vi è questione di più e di meno, e non si discute del compito della grazia. Ancorché essi ne avessero osservato un solo precetto, con o senza l’aiuto della grazia, avrebbero dimostrato che essi la conoscevano. Essi lo mostrano, secondo San Paolo, in tre maniere: col fatto che seguono una norma interiore di bontà morale; con la testimonianza che vi aggiunge la loro coscienza quando, dopo l’azione, li approva o li rimprovera; finalmente con i biasimi e con le lodi che sogliono darsi a vicenda. I pagani conobbero dunque Dio come causa prima e come legislatore supremo. I Padri della Chiesa avevano notate — e la storia comparata delle religioni conferma la loro osservazione — che le idee religiose dei popoli sono spesso indipendenti dal loro grado di civiltà e che in ogni caso sono sempre assai superiori alla loro mitologia. Su questo argomento si leggano San Giustino, Sant’Ireneo, Teofilo di Antiochia, Arnobio, San Gerolamo, soprattutto Clemente Alessandrino, Sant’Agostino e Tertulliano. Quest’ultimo s’innalza su tutti col vigore della sua logica eloquente, e il suo De testimonio animæ è il migliore commento indiretto di questo capitolo di San Paolo. Il Concilio Vaticano, appoggiandosi sul nostro testo, ha definito che Dio può essere conosciuto dall’uomo con certezza con i soli lumi della ragione, per mezzo delle creature, come Creatore e Signore, come Dio unico e vero. Ma San Paolo va più innanzi: egli parla del fatto, non della semplice possibilità. San Tommaso aveva afferrato perfettamente il pensiero di lui quando lo riassumeva così nel suo commento: Fuit in eis quantum ad aliquid vera cognitio Dei. Coloro che vollero intendere una conoscenza potenziale, ci pare che abbiano obbedito a considerazioni estranee all’esegesi. Occorre appena notare che la dottrina dei primi riformatori si allontanava in questo punto dall’insegnamento di San Paolo. Il tradizionalismo estremo vi trova anch’esso la sua condanna, e così pure l’ontologismo. – In quanto al tradizionalismo moderato, il meglio che se ne possa dire è che combina molto male con la teologia di San Paolo. Per non aver riconosciuto Dio che la loro ragione faceva loro pagani subirono la più terribile delle pene: furono abbandonati a se stessi, cioè alle loro passioni, allo spirito di errore e di menzogna, al senso riprovato. Abbandonare uno ai suoi nemici mortali non è soltanto permettere che cada sotto i loro colpi. Il gesto di un generale che espone il suo esercito alla sconfitta cessando di guidarlo, oppure quello del medico che condanna a morte il suo ammalato sospendendo i rimedi, non è soltanto passivo. In questo atto complesso della giustizia divina si possono distinguere tre momenti: un permesso senza il quale non è possibile nessun male; un abbandono parziale, cioè una sottrazione delle grazie speciali, la quale lascia intero il libero arbitrio con la responsabilità morale, ma accresce la probabilità delle cadute in ragione della diminuzione degli aiuti; finalmente un giudizio col quale Dio ritira le sue grazie, in castigo della malizia, dell’ingratitudine e dell’ostinazione degli uomini. In tal modo il primo peccato diventa la causa, non necessaria ma occasionale, del secondo; e il secondo è il castigo reale, benché indiretto, del primo. – Così si spiega il nascere e il progredire dell’idolatria nel mondo. – Prima di essere madre di tanti disordini, essa stessa fu figlia del peccato. Nella decadenza vi furono due fasi: prima l’oscuramento graduale della mente, poi la perversione del cuore e la perdita del senso morale. Perché si compiacquero dei loro sofismi, i pagani sono abbandonati ai loro lumi i quali non sono altro che tenebre, e alla loro sapienza la quale non è che stoltezza; perché disonorano Dio prostituendo il suo culto a creature, sono abbandonati all’ignominia che s’infliggono a vicenda. Mentre sono vittime della giustizia divina, ne sono pure vicendevolmente gli esecutori: è la pena del taglione applicata in tutto il suo rigore. Tuttavia l’Apostolo non vuole lasciar supporre nei pagani un grado d’ignoranza che li scuserebbe; perciò dopo il suo riassunto storico su l’origine, sul progresso e su le conseguenze dell’idolatria, ritorna al suo punto di partenza; egli dimostra, conchiudendo, che i Gentili sono ancora in possesso dell’idea di Dio e della legge naturale: « Ora conoscendo il giudizio di Dio che dichiara degni di morte gli autori di tali atti, non solo essi li commettono, ma applaudono quelli che li commettono ». – Tale è il fosco quadro che Paolo ci dipinge del paganesimo. Egli non si smentisce nelle altre sue Epistole, e le testimonianze degli scrittori profani dimostrano che egli non dice troppo. Tutti gli Ebrei, col codice mosaico alla mano, giudicavano molto severamente i Gentili: pagano e peccatore, idolatra e fornicatore per essi erano sinonimi. Essi si sentivano soprattutto stomacati dai vizi contro natura, dei quali il mondo greco-romano presentava loro il laido spettacolo. – Quello che distingue Paolo dai suoi eompatriotti, è l’atteggiamento di simpatia che mantiene verso i pagani: li compiange senza disprezzarli e li accusa senza condannarli irremissibilmente. Egli li tratta come tratta gli Ebrei e, se li coinvolge tutti in uno stesso atto di accusa, lascia agli uni e agli altri la speranza del Vangelo.

3. Mentre l’Apostolo faceva il processo ai Gentili, sentiva il mormorio di approvazione degli Ebrei, che sottolineava ogni sua Contro di loro egli rivolgerà ora la sua requisitoria; compito in apparenza facile, ma molto delicato: facile, perché gli basta appellarsi ai fatti e alla testimonianza della Scrittura; delicato, perché deve salvaguardare i privilegi che mettono gli Ebrei monoteisti sopra i Greci idolatri. Egli dimostrerà che queste prerogative o non appartengono esclusivamente a loro oppure, nel senso che sono loro proprie, aggravano la loro colpevolezza invece di attenuarla. La testimonianza dei fatti è schiacciante e riempie tutto il capo II: « Tu dunque, chiunque sia, che condanni gli altri, sei inescusabile. Condannando gli altri, tu condanni te stesso, poiché fai appunto ciò che condanni (Rom. II, 1) ». E impossibile portare per scusa l’ignoranza o la buona fede: « Tu che istruisci gli altri, non istruisci te stesso; tu proibisci il furto e lo pratichi; condanni l’adulterio e lo commetti; esecri gli idoli e sei sacrilego; tu ti vanti della Legge e disonori Dio violando la Legge (II, 21-23) ». La testimonianza della Scrittura è ancora più decisiva: “Non vi è chi sia giusto, neppure uno; Non vi è chi sia intelligente né chi cerchi Dio; Tutti sono usciti di strada, tutti sono pervertiti; Non vi è chi faccia il bene, neppure uno (Ps. LII 2-4 e XIII, 1-3). — La loro gola è un sepolcro aperto, Tessono inganni con le loro lingue (Ps. V, 10). Chiudono veleno di aspidi le loro labbra (Ps. CXXXIX, 4). — L a loro bocca è piena di maledizione e di amarezza (Ps. IX, 28). — I loro piedi sono veloci a spargere il sangue. La rovina e la miseria sono sotto i loro passi, Essi non conoscono la via della pace (Isai. LIX, 7-8). Non è dinanzi ai loro occhi i l timore di Dio (Ps. XXXV, 2). In questo agglomeramento di testi biblici, non tutti gli elementi hanno la stessa forza dimostrativa. Soltanto il primo passo è interamente generale: il Salmista si lamenta della malizia degli uomini tra cui non trova neppure un giusto; Isaia si rivolge agli Ebrei dei suoi tempi; il terzo e il quarto testo riguardano i nemici di Davide; i due altri riguardano i peccatori e gli empi, senza nessuna indicazione intorno al loro numero. Ma l’argomento formato da questa filza di testi che ricorda il metodo rabbinico dell’haraz, basta allo scopo presente dell’Apostolo. Volendo chiudere la bocca agli Ebrei, così orgogliosi della loro origine e delle loro prerogative, prende a caso, tra mille testi che li accusano, cinque o sei passi noti, tanto i continui rimproveri dei profeti. Egli non pretende che non ci sia mai stato in tutto il popolo ebreo un piccolo nucleo di giusti fedeli a Jehovah, ma sostiene che il popolo fu infedele. Nonostante le parziali eccezioni, la tesi che egli difende è delle più delicate, perché deve ribattere la superbia degli Ebrei senza toccare i loro privilegi, e stabilire l’eguaglianza di tutti nel peccato e dinanzi alla grazia, senza contestare la preminenza del popolo eletto. Di qui le apparenti esitazioni e le improvvise ritirate, come si può giudicare da questo curioso dialogo che presentiamo in forma di traduzione leggermente parafrasata (Rom. III, 1-9).

IL CONTRADITTORE. « Qual è dunque il vantaggio degli Ebrei e l’utilità della circoncisione? ».

PAOLO. « (Il loro vantaggio è) grande in ogni maniera. E anzitutto essi ricevettero in deposito gli oracoli di Dio ».

IL CONTRADITTORE. « Ma se qualcuno (o anche un gran numero di essi) sono stati infedeli? »

PAOLO. — « (Che importa!) Forse che la loro infedeltà annulla la fedeltà di Dio? No certamente. Dio è necessariamente veritiero, e ogni uomo è menzognero, come sta scritto: Affinché tu sia giustificato nei tuoi discorsi e che tu trionfi, quando sei giudicato (Ps. LI, 6) ».

IL CONTRADITTORE. « Ma se la nostra ingiustizia fa valere la giustizia di Dio, che cosa diremo? Dio non è ingiusto a scatenare la sua ira? Io parlo secondo l’uomo ».

PAOLO. « No certamente. Poiché come mai Dio giudicherebbe questo mondo (se non fosse un giudice integro?) »

IL CONTRADITTORE. « Tuttavia se la veracità di Dio risplende per la sua gloria per mezzo della mia stessa menzogna, perché sono ancora giudicato come peccatore (dal momento che la mia menzogna ha servito la causa di Dio) ? Non si dovrebbe dire piuttosto: Facciamo il male perché ne risulti il bene? »

PAOLO. « Certuni ci accusano calunniosamente d’insegnare questo; ma saranno puniti come si meritano ».

IL CONTRADITTORE. « Ebbene! (Noi Ebrei), siamo superiori (sì o no agli altri)? » PAOLO. « Non interamente. Poiché abbiamo dimostrato che tutti, Ebrei e Gentili, sono sotto il (giogo del) peccato ». – Paolo si mette dinanzi ad un contradittore del quale distrugge a una a una le cinque obbiezioni; o piuttosto egli parla e risponde a se stesso, per istruire il lettore. L’ultima sua frase lo riconduce alla sua tesi, ed egli riassume in questa formula concisa i tre primi capitoli: Omnes sub peccato esse. Tutti gli uomini sono uguali nel peccato e dinanzi alla grazia. Ora accanto al male egli metterà il rimedio; lo farà brevemente e senza commenti, perché si tratta di idee che erano argomento della catechesi apostolica e che dovevano essere familiari a tutti i suoi lettori.

II. LA SALUTE PER MEZZO DEL VANGELO.

1. LA PARTE RISPETTIVA DEL PADRE, DEL CRISTO E DELL’UOMO. —

2. ARMONIE DEL DISEGNO DELLA REDENZIONE.

1. La storia dell’umanità, prima di Gesù Cristo, si riassume dunque così: «Tutti, Ebrei e Greci, sono sotto il dominio del peccato ». Ma Paolo che crede a una Provvidenza soprannaturale, non ci lascia sotto l’impressione di tale constatazione dolorosa; egli ci mostra Dio che medita disegni di misericordia e che entra in scena nel momento in cui è ben evidente l’impotenza della natura e della Legge: Ora si è manifestata la giustizia di Dio, senza la Legge, ma non senza la testimonianza della Legge e dei profeti; la giustizia di Dio, dico, per la fede di Gesù Cristo, estesa a tutti i credenti. Poiché non vi è differenza: tutti hanno peccato e si sentono privi della gloria di Dio, giustificati (quali dovevano essere) gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione che è nel Cristo Gesù. Dio lo ha pubblicamente costituito strumento di propiziazione per la fede, nel suo sangue, per far risplendere la sua giustizia (oscurata) dalla tolleranza dei peccati che egli ha sopportati con pazienza per far risplendere la sua giustizia nell’ora presente, affinché fosse (riconosciuto) giusto Egli stesso e autore della giustificazione per chiunque ha la fede di Gesù (Rom. III, 21-26). – Questo passo è sembrato a certi autori il compendio e come l’idea madre della teologia di San Paolo, e certo pochi ve ne sono che penetrino di più nella sua dottrina e che siano più ricchi d’insegnamenti. Ma la sua intelligenza è subordinata a quattro o cinque questioni che qui non è possibile trattare, perché riguardano la soteriologia generale dell’Apostolo: In che consiste l’ira di Dio! Implica forse da parte di lui una inimicizia attiva! e allora come si concilia con la sua misericordia sempre operante? Che cosa è la riconciliazione? È essa unilaterale o reciproca? In altre parole, Dio si accontenta di riconciliare noi a sé, oppure si riconcilia Egli stesso con noi? La redenzione mediante la morte del Cristo, è da parte del Padre un atto di giustizia, oppure un puro atto di bontà? Questa stessa morte del Cristo, è un vero sacrificio di espiazione, oppure una semplice manifestazione di amore? Per non aver risposto prima a tutte queste questioni, più di un punto resterà oscuro; ma forse il nostro testo ci darà già elementi preziosi per la soluzione. Un particolare importante che è tutto nello spirito della teologia di San Paolo, è l’iniziativa del Padre. La riconciliazione dell’uomo è assolutamente impossibile, se Dio non fa i primi passi. Il Figlio accetta la parte di Salvatore e la desidera anche, ma è il Padre che prende l’iniziativa: « Egli era nel Cristo, riconciliando a sé il mondo (II Cor. V, 18-19) ». E sempre l’iniziativa spetta a lui: al Calvario « egli espone pubblicamente suo Figlio come vittima di propiziazione ». – Egli vuol far risplendere agli occhi di tutto il genere umano la sua giustizia troppo lungamente velata dalla sua longanimità; già da secoli tollerava i delitti degli uomini e dava loro castighi non proporzionati al loro numero e alla loro malizia; si poteva domandare se il peccato gli fosse odioso. Ma ora egli mostra, o meglio dimostra la sua giustizia in faccia al cielo e alla terra, legando la giustificazione del peccatore ad un atto e ad un fatto che fanno risaltare la sua giustizia. In questo modo la giustizia dell’uomo si potrà chiamare giustizia di Dio, non solo perché Dio ne ha l’iniziativa e ne è la causa prima, ma perché la fa derivare dalla sua giustizia immanente. Il compito del Figlio si riassume così: egli è stabilito propiziatore; egli opera la redenzione; e questo fa nel suo sangue o per mezzo del suo sangue. Dimostreremo altrove che la morte di Gesù ha il carattere di un sacrifizio e di un sacrifizio di propiziazione. Il Cristo che muore, è paragonato a tutte le vittime dell’antica Legge, all’agnello pasquale, al sangue dell’alleanza e dell’espiazione, all’offerta per il peccato; quasi tutti i termini del rituale dei sacrifizi sono applicati a Lui, e la maniera con cui egli stesso parla della sua morte, non ci permette di dubitare che l’insegnamento degli Apostoli non risalga fino a Lui. D’altra parte la remissione dei peccati è continuamente messa in relazione con la morte di Gesù Cristo; è l’aspersione del suo sangue che purifica le anime, che placa la collera di Dio e ce lo rende propizio, che annulla l’effetto del peccato. Ecco come Gesù su la croce è propiziatore o, per esprimere meglio il sentimento di San Paolo, « mezzo di propiziazione » tra le mani del Padre; ecco come egli è Redentore, pagando col suo sangue il prezzo della nostra liberazione. – Però l’uomo non ha una parte puramente passiva. Gesù Cristo gli merita la giustizia soprannaturale; il Padre gliela offre; ma bisogna che Egli l’accetti. Egli pure è attore e non semplice spettatore in questo dramma, e la sua salute non si opera senza di Lui: il suo contributo è la fede, poiché « la giustizia di Dio è per la fede di Gesù Cristo (Rom. III, 22) », per la fede di cui Egli è la causa meritoria e per la fede di cui è il primo oggetto. Gesù Cristo è « propiziazione per mezzo della fede (III, 25) ». Vittima gradita e santa indipendentemente dalla fede, contiene un potere infinito di soddisfazione e di propiziazione; ma la propiziazione non diventa efficace se non mediante la fede. Senza la fede la soddisfazione, per quanto sufficiente e sovrabbondante, rimane inattiva. Dio « giustifica chiunque ha la fede di Gesù Cristo (III, 26) », ma non giustifica in altro modo. La giustificazione « è per tutti i credenti (I, 16) e riposa su tutti loro », ma arriva soltanto a loro.

2. Il disegno della salute, secondo l’idea dell’Apostolo, deve rispondere a tre condizioni:

Dev’essere universale come la grazia e la misericordia. Questa è una conseguenza del monoteismo; poiché vi è un solo Dio, Egli è necessariamente il Dio così dei Gentili come degli Ebrei. D’altra parte egli non vede nell’uomo nessun motivo di preferenza, perché « tutti hanno peccato e si sentono privi della gloria di Dio ». Per conseguenza il tempo dei privilegi è passato, e incomincia l’èra dell’eguaglianza evangelica.

Deve confondere la superbia dell’uomo. Agli occhi di Paolo non vi è sentimento che sia più irragionevole, più empio, più ingiurioso verso Dio, che la vanagloria dell’uomo in materia di salute. Dio, volendo che nessuna carne si possa vantare dinanzi a lui, sceglie la fede come strumento di salute, per obbligare l’uomo a ringraziarlo.

Finalmente dev’essere conforme alla rivelazione antica o almeno non esserle contrario. L’Antico Testamento è la figura, la profezia e la preparazione del Nuovo; e poi è evidente che Dio, autore tanto della Legge quanto del Vangelo, non può contraddire se stesso. – Ora il metodo adottato da Dio, quando fa dipendere la salute dalla fede, risponde alle tre condizioni richieste. Esso è universale, poiché non vi è sentimento più generale, più semplice e più spontaneo che la fede; e poiché bisognava esigere qualche cosa dall’uomo per non salvarlo suo malgrado e senza di lui, non si poteva chiedergli nulla di più conveniente. Esso è il più adatto a colpire la superbia, perché la fede è il gesto umile del povero che implora la limosina e la riceve nel momento in cui la implora (Ef. II, 8). Esso è conforme ai dati scritturali e « attestato dalla Legge e dai profeti »; non solo non è contro la Legge, ma la « conferma (Rom. III, 21) », e ne sono prova Davide che parlerà a nome dei profeti, e Abramo che personifica la Legge. – Il Salmista, conscio delle sue colpe e desideroso di ricuperare la giustizia perduta, non cerca di conquistare per forza l’amicizia di Dio; non mette la sua fiducia nei sacrifici e nelle pratiche legali, ma alza gli occhi al cielo ed esclama: « Beati quelli a cui sono rimesse le loro iniquità! Beato l’uomo a cui Dio non imputa il peccato! (Rom. IV.) » confessando con l’umile sua preghiera la gratuità della grazia e facendo assegnamento soltanto su la fede. – La giustificazione del Padre dei credenti ha tre caratteri che ne fanno il tipo vivo della giustificazione cristiana. Anzitutto essa anteriore alla Legge di Mosè e anche alla circoncisione, e per conseguenza ne è indipendente: la Scrittura infatti afferma che la fede gli fu imputata a giustizia prima ancora che si faccia menzione della circoncisione; la circoncisione fu soltanto il sigillo della giustizia ricevuta, il segno sacro che lo rendeva atto a divenire il padre degli Ebrei, come era già, per la fede, il padre dei credenti. – Inoltre essa è gratuita, perché è data in cambio di una cosa che non è equivalente alla giustizia e che è essa medesima un dono di Dio. Finalmente essa tanto più glorifica Dio, quanto più toglie all’uomo ogni motivo di vanagloria. La fede di Abramo fu messa alla prova quattro volte: quando lasciò la sua patria; quando credette, contro ogni speranza, alla nascita di Isacco; quando trasferì a questo i diritti di primogenitura; quando si accinse a sacrificarlo. Ma dopo la seconda prova in cui Dio gli chiedeva soltanto di credere, la Scrittura gli rende questa testimonianza: « Abramo credette a Dio, e questo gli fu imputato a giustizia (Rom. IV, 3) ». Questa riflessione è generale e qualifica da una parte l’atteggiamento di Abramo verso Dio, e dall’altra la condotta di Dio verso Abramo. Poco importa il momento preciso in cui Abramo diventò giusto; quello che bisogna ritenere è che la giustizia gli fu data in cambio della fede; ma non a prezzo della fede, perché la fede non è la giustizia e, se il ragionamento di San Paolo dimostra qualche cosa, essa non equivale alla giustizia.