CONOSCERE SAN PAOLO (16)

CONOSCERE SAN PAOLO (16)

[F. Prat, S. J. : La Teologia di San Paolo, vol. I – S.E.I. Ed. Torino, 1945]

LIBRO QUARTO.

La prigionia.

CAPO I.

Le Epistole della prigionia

I . QUADRO STORICO E LINEE GENERALI.

1. – PAOLO PRIGIONIERO DEL CRISTO. — 2. CARATTERI COMUNI DI QUESTE EPISTOLE.

1. Le tre lettere, ai Colossesi, agli Efesini e ai Filippesi, col biglietto a Filemone che serve di preambolo o di poscritto alla prima, formano tra loro un gruppo ancora più strettamente legato che le quattro Epistole maggiori. Ai punti comuni di dottrina, all’unità di tempo e di luogo, si aggiunge qui l’identità della scena e dell’apparato esteriore. Ambasciatore di Cristo in catene, Paolo è prigioniero (Ef., III, 1; IV, 1; VI, 1); ma egli prevede la sua prossima liberazione e fa dei disegni per il giorno in cui sarà messo in libertà (Fil. I, 25-26). La sua prigionia non è rigorosa, ed egli gode di una mezza libertà, vede i suoi amici, discorre con i suoi discepoli e continua persino il suo apostolato effettivo (I, 20). Tutti questi particolari ci fanno pensare a Roma piuttosto che a Cesarea, e noi mettiamo a Roma la composizione di queste lettere, con piena certezza per l’Epistola ai Filippesi, con una grandissima probabilità per le altre tre. Queste furono spedite insieme e con lo stesso corriere (Ef. VI, 21), e noi crediamo che un intervallo molto breve le separi dall’Epistola ai Filippesi che, secondo B ogni apparenza, è l’ultima della serie. Questo ci porta all’anno Il momento storico non è difficile da ricostruire: uno schiavo di Filemone, Onesimo, aveva abbandonato il padrone dopo di averlo derubato. Roma, dove si davano convegno tutte le miserie, cloaca di tutti i vizi, nella sua immensa e confusa popolazione cosmopolita, prometteva asilo sicuro agli schiavi fuggitivi, ai ricercati dalla giustizia, agli avventurieri di ogni fatta, e Onesimo si recò a Roma. Forse sperava di trovare presso l’amico del suo padrone aiuto e protezione; vi trovò ancora di meglio: la fede e il Battesimo. – Nel rimandarlo a Colossi, Paolo gli consegnò il breve biglietto scritto di sua mano, che è la nostra Epistola a Filemone. Insieme con lui partiva anche Tichico, incaricato di un messaggio speciale per la chiesa di Colossi, dove stava avvenendo qualche cosa d’insolito. Paolo non soleva costruire su le fondamenta degli altri, e quella chiesa non era opera sua; il suo apostolo era Epafra. È vero che essa era legata a Paolo con i vincoli più intimi; i fedeli si riunivano in casa del suo amico Filemone, sotto la direzione di Archippo, probabilmente figlio di Filemone. Si può anche congetturare che Epafra, spaventato dai pericoli corsi dai neofiti e troppo debole per resistere da solo al torrente delle idee nuove, avesse implorato l’assistenza di uno più forte di lui: l’umile missionario voleva scomparire dietro la figura dell’Apostolo il cui intervento pareva l’unico mezzo per scongiurare il male. Le dottrine teosofiche mescolate a pratiche singolari che s’infiltravano pian piano a Colossi, non potevano fare a meno d’invadere tosto o tardi le città vicine, Gerapoli e Laodicea, e di guadagnare col tempo anche la capitale della provincia, Efeso, che era in continue relazioni con le città della valle del Lico. Paolo dunque credette bene di riprendere, sotto una forma più generica, l’argomento svolto nell’Epistola ai Colossesi, lasciando da parte quanto essa conteneva di personale e di locale. Da questo pensiero nacque la lettera circolare matrizzata a parecchie chiese dell’Asia e nota sotto il nome di Epistola agli Efesini. L’Epistola ai Filippesi deve la sua origine ad una causa affatto fortuita. – Un abitante di Filippi, Epafrodito, aveva portato a Paolo prigioniero una generosa offerta da parte dei suoi concittadini (Fil IV, 18). Era sua intenzione, a quanto pare, di dedicarsi al servizio dell’Apostolo; ma cadde gravemente ammalato e, appena ristabilitosi, fu preso dalla nostalgia. Paolo, accondiscendendo ai suoi desideri, gli consegnò per i compatriotti di lui una lettera traboccante di affetto, nella quale ringraziamenti ed elogi rivestono la forma più nobile e più delicata.

2. Nelle Epistole della prigionia, parecchie questioni, in altro tempo vitali, passano in second’ordine; alcune fino allora appena sfiorate, prendono un’importanza preponderante: ma le teorie nuove sono sempre innestate su le dottrine antiche, come queste hanno un’eco negli scritti presenti. Vi è uno sviluppo spiegato e giustificato dalle circostanze, e non vi è mai soluzione di continuità. – La crisi giudaizzante si è calmata; la guerra altra volta dichiarata ai campioni del giudaismo si va estinguendo a poco a poco; dappertutto la lotta finisce, come tutto ci fa credere, col trionfo delle idee di Paolo. Vi è ancora qualche nube all’orizzonte: la violenta e improvvisa tirata contro « i cani, i cattivi operai, i partigiani della mutilazione (Fil. III, 2-3) » ne è la prova; ma se i cani abbaiano ancora da lontano, non osano più esporsi ai colpi terribili dell’Apostolo. I falsi dottori di Colossi sono, è vero, tinti di giudaismo, ma di un giudaismo conciliante che non vuole più imporsi a qualunque costo, troppo contento di essere tollerato, un giudaismo molto somigliante a quello degli scrupolosi di Roma, i quali facevano distinzioni di giorni e di vivande. Paolo, senza pietà per gli errori di principio, di un dogmatismo intransigente, sa accondiscendere alle inquietudini di coscienza dei pusillanimi, ed ecco perché il tono della sua polemica, di fronte a nemici che depongono le armi, è tanto mitigato. In cambio però si fanno strada nuove tendenze. La predicazione primitiva intorno a Gesù, era stata semplice: si considerava in lui il Figlio di Dio, il Messia, il redentore, il Salvatore unico, il giudice supremo; si raccontavano la sua nascita dalla famiglia di Davide, i suoi miracoli e i suoi insegnamenti, la sua morte e la sua risurrezione, la promessa del suo ritorno glorioso. Vi erano in questo tutti gli elementi di una cristologia, qualora si fossero riuniti insieme e fusi in un sistema. Ma da principio non ci si era pensato; bastava sapere che bisognava credere e sperare in Lui, che bisognava amarlo e Però il bisogno innato di conoscere e di capire non doveva tardare a far valere i suoi diritti, ed era giusto il soddisfarlo. Di dove veniva Gesù? Chi era egli nella sua esistenza anteriore? Qual era la parte sua nella creazione del mondo e nella vita della Chiesa? In mancanza di una risposta a queste domande, i neofiti cercavano la chiave dell’enigma nelle idee ereditate dai loro padri, che essi non avevano abbandonato interamente nel ricevere il Battesimo, e si foggiavano una teologia a modo loro. Conveniva illuminarli, iniziarli alla sapienza, svelare loro il mistero, elevarli insomma a quella scienza superiore di cui essi erano tanto gelosi ed orgogliosi. – Il primo carattere di questo gruppo di Epistole è dunque una cristologia assai sviluppata. Il secondo carattere è un insegnamento più preciso su la natura e la costituzione della Chiesa. La Chiesa si stava allora organizzando e, in grazia degli sforzi di Paolo, si veniva operando a vista d’occhio l’unione delle due frazioni del Cristianesimo. Tale unione era soltanto più ritardata dalle ultime pretese degli Ebrei convertiti che, senza più insistere molto su l’osservanza integrale della Legge, chiedevano che almeno se ne conservasse qualche cosa, e poi anche dall’universalità stessa della Chiesa, composta di popoli così diversi di spirito, di sangue, di costumi e di lingua, i quali s’invidiavano, si disprezzavano e si deportavano a vicenda. Bisognava fonderli tutti insieme nel Cristo, poiché la Chiesa non è la somma dei credenti isolati né il complesso delle cristianità nazionali, ma è il corpo mistico del Cristo, animato da un medesimo Spirito, partecipe della medesima vita, aspirante al medesimo fine, sotto la dipendenza del medesimo capo. Questa è la verità che spicca maggiormente nelle Epistole della prigionia. – Nel leggerle, si resta colpiti dalla parte che San Paolo dà all’intelligenza: le parole che si riferiscono alla conoscenza intellettuale, come verità, scienza, dottrina, rivelazione, sapienza, comprensione, luce, con i loro derivati e con i vocaboli di senso contrario, v i sono ripetuti a profusione. Nello stesso ordine di idee, un certo numero di parole compaiono qui per la prima volta. Prima sembrava che Paolo facesse della sapienza la porzione degli eletti; ora invece la augura a tutti, come pure quella scienza eminente che egli stesso chiama soprascienza (ἐπίγνωσις = epignosis) (10). Finalmente una delle sue preoccupazioni più vive è quella di spiegare il segreto, nascosto alle generazioni passate e oggi rivelato agli apostoli e ai profeti, che egli indica col nome di Mistero. Non esageriamo però il contrasto con le Epistole maggiori. È cosa istruttiva il confrontare i due gruppi, le nozioni di giustizia, di fede, di grazia, di legge, di peccato. Le teorie sviluppate a lungo ai Romani o ai Galati, sono qui ricordate come assiomi, come risultati acquisiti e accettati; ma esse ricevono frequentemente un’espressione più breve e nel tempo stesso più precisa. Io desidero di avere, dice l’Apostolo, « non la mia giustizia che sarebbe frutto della Legge, ma la giustizia prodotta dalla fede del Cristo, la giustizia che viene da Dio, fondata su la fede (Fil. III, 9) ». Noi conosciamo bene questa giustizia prodotta dalla fede e che la Legge non può raggiungere, giustizia che è nel tempo stesso di Dio e dell’uomo: di Dio perché emana da Lui, dell’uomo perché è inerente a lui; e notiamo pure che l’equivoco grammaticale di « giustizia di Dio » è stato tolto. Non meno ammirabile nella sua concisione è quest’altra formula: « Voi siete stati salvati dalla grazia, per mezzo della fede, e questo non per voi medesimi, è un dono di Dio; non per le opere, affinché nessuno si vanti (Ef. II, 8-10) ». Se la salute — cioè la grazia abituale — è sostituita alla giustificazione, questo avviene perché la controversia non si svolge più intorno al passaggio dallo stato di peccato allo stato di giustizia. Come le opere della Legge non sono più in discussione, ora ne prendono il posto le opere senza distinzione. La tesi si allarga e si generalizza. Ma il compito della fede, come principio e strumento di salute, la necessità assoluta della grazia e la sua definizione come dono di Dio che non dipende dal merito, sono tutte proprie dello spirito di San Paolo, e l’espressione finale (ut ne quia glorietur) è pure di un sapore tutto suo.

IL BIGLIETTO A FILEMONE.

1 . LA QUESTIONE DELLA SCHIAVITÙ. — 2. IL CASO DI ONESEVIO.

1 . Questo piccolo capolavoro di tatto, di urbanità, di nobiltà, di grazia squisita, fu la prima dichiarazione cristiana dei diritti dell’uomo. La questione della schiavitù già aveva preoccupato l’Apostolo il quale tuttavia non poteva pensare a proclamarla abolita, perché non lo permettevano la ragione sociale, la sicurezza dello Stato, la penetrazione pacifica del Cristianesimo e lo stesso interesse bene inteso degli schiavi. L’impero romano contava allora un numero di schiavi dieci volte maggiore del numero dei cittadini; una fortuna di parecchie migliaia di schiavi non era affatto cosa eccezionale, e qualche proprietario ne possedeva più di venti mila. Predicare improvvisamente l’emancipazione a quelle folle, equivaleva a dichiarare la guerra civile, a provocare un cataclisma che poteva distruggere l’impero e che intanto poteva attirare su la Chiesa nascente terribili rappresaglie. Del resto l’esperienza di tutti i secoli dimostra quanto abbia di utopistico e di funesto, anche per quelli che ne sono favoriti, il passaggio troppo improvviso dalla schiavitù alla libertà. Inculcare allo schiavo la sua dignità di uomo, insegnare al padrone a vedere in lui un fratello colmare a poco a poco l’abisso che separava le caste, ricordando ai Cristiani la loro unione nel Cristo e la loro uguaglianza dinanzi a Dio, era tutto quello che potesse fare il Cristianesimo nascente. Il resto lo avrebbe fatto il tempo: il lievito di libertà, di eguaglianza e di fratellanza, deposto nel seno della Chiesa, avrebbe fatto infallibilmente, nel corso dei secoli, l’opera sua, portando, senza rivoluzioni e senza scosse violente, da una parte la liberazione progressiva degli schiavi, dall’altra l’estensione dei principi di giustizia e di umanità che avrebbero poi reso impossibile il ritorno alla schiavitù. – Paolo aveva concesso la carta di libertà cristiana quando scriveva ai Galati: « Voi siete tutti figli di Dio per la fede, nel Cristo Gesù. Battezzati nel Cristo, voi vi siete rivestiti del Cristo. Non più né Giudeo né Greco, non più schiavo né uomo libero, non più uomo né donna: voi tutti siete uno solo nel Cristo Gesù (Gal. III, 27-28) ». Per i Cristiani identificati individualmente col Cristo, nell’unità del suo corpo mistico, la disuguaglianza naturale di razza, di condizione, di sesso, non contano più nulla; uno schiavo vale quanto un uomo libero. « Ciascuno, dice ancora San Paolo, viva nella condizione in cui il Signore lo ha messo, nello stato in cui era quando il Signore lo ha chiamato… Eri schiavo? non prendertene affanno ». Poi segue una frase ambigua per la sua concisione, la quale è stata interpretata in due sensi diametralmente opposti: Sed et si potes fieri liber magis utere (I Cor. VII, 20-21). Secondo gli uni, l’Apostolo consiglia di rimanere nella schiavitù: « Ancorché possa diventare libero, rimani schiavo». Secondo gli altri, egli raccomanda di valersi dell’occasione di diventare libero, quando si presenta: « Se puoi diventare libero, approfittane ». Comunque sia, la tesi generale è la stessa: lo schiavo chiamato alla fede è l’uomo libero di Gesù Cristo, e l’uomo libero chiamato alla fede è lo schiavo di Gesù Cristo; perciò le differenze sono estrinseche, accidentali, senza valore religioso e trascurabili sotto l’aspetto cristiano. Il Cristianesimo non annulla né i matrimoni né  i contratti, non spezza i vincoli di parentela e di subordinazione, ma trasforma le anime e le rende superiori alle contingenze umane. – Paolo traccia i loro doveri ai padroni e agli schiavi; a questi impone un’obbedienza intera, sincera, interiore, soprannaturale, senza finzione e senza bassa adulazione, un’obbedienza nobilitata dal pensiero di fare la volontà di Dio, sostenuta dal timore dei suoi giudizi e dalla speranza del premio eterno; ai padroni comanda la giustizia e l’equità verso i loro schiavi, proibisce le minacce e i maltrattamenti, ricorda il Giudice severo e infallibile il quale non fa accettazione di persone. I diritti e i doveri dello schiavo! Che strana utopia agli occhi del mondo raffinato di quei tempi! Era una questione seriamente discussa dai filosofi, se lo schiavo avesse un’anima; in ogni caso questa non poteva essere che un’anima di schiavo, priva di nobiltà e di moralità; lo schiavo non aveva doveri più che la bestia: come la bestia non aveva che da fare un lavoro. In quanto ai diritti, era un assioma universalmente ammesso dai giure-consulti, che non ne poteva avere affatto: lo schiavo era un corpo, una bestia da soma, una macchina vivente, un mobile della casa. Veniva comperato al prezzo di un cavallo, si pagavano per lui gli stessi pedaggi dei cavalli, e come un cavallo veniva ammaestrato e governato, finché veniva poi rivenduto a un prezzo inferiore quando fosse vecchio e logoro. Del resto con lo schiavo si potevano impunemente ingrassare le murene; si poteva farlo servire per esperimenti di vivisezione, condannarlo al celibato perpetuo, si poteva abusare e fare traffico del suo pudore, si poteva separarlo dalla sua compagna e dai suoi figli. Se certi proprietari, per interesse, per apatia, per timore o per umanità, trattavano meglio i loro schiavi, questi erano pur sempre in balia di tutte le passioni e di tutti i capricci. A Roma non esistevano punto le società protettrici degli animali; le leggi di Adriano, di Antonino Pio e di Marco Aurelio, per mettere i mancipia, un po’ al riparo dal despotismo, non erano ancora state fatte e non furono mai efficaci: bisognò aspettare che l’idea cristiana, con Costantino, Teodosio e Giustiniano, penetrasse nei costumi non meno che nel codice.

2. Il caso di Onesimo era grave: come fuggiasco, doveva aver la fronte segnata, col ferro rovente, da un “F” indelebile, e il collo circondato da un collare; come ladro, era alla discrezione del suo padrone, per morire sotto la sferza o per girare una mola per tutta la vita. Paolo sa tutto questo e non teme di esporre il colpevole alla vendetta e al risentimento del suo padrone. Egli riconosce i diritti di Filemone: non ha voluto trattenere Onesimo senza il suo consenso; non gli chiede espressamente la liberazione dello schiavo, ma si vede che vi fa assegnamento, che ne è sicuro. Gli suggerisce chiaramente questo atto di liberalità, tanto più meritorio quanto più sarà spontaneo; gl’insinua che potrebbe imporglielo in nome della sua autorità paterna e apostolica; ma intanto non glielo impone; quello però che gli domanda esplicitamente, è l’impunità di Onesimo. Egli, Paolo, risponde per lo schiavo; prende sopra di sé il suo debito; con un tono mezzo serio e mezzo scherzevole, ne contrae l’obbligazione formale, non senza lasciar capire che, a conti fatti, sarebbe Filemone che resterebbe debitore con lui (15-20). Secondo i principi del Cristianesimo, Filemone deve considerare il suo schiavo come un fratello, come un futuro compagno di gloria in Cielo (v. 16). Con una somma delicatezza, dopo di aver tracciato questo sublime ideale di carità e di generosità cristiana, Paolo esprime la speranza che il suo amico non solo soddisferà a tutti i suoi desideri, ma li oltrepasserà. Molte volte si è paragonata la nostra Epistola ad una lettera scritta da Plinio il Giovine, intorno ad un argomento simile e in circostanze quasi uguali. Benché il biglietto di Plinio sia molto bello per un pagano, il confronto riesce tutto a vantaggio di San Paolo. Plinio scongiura l’amico Sabiniano di risparmiare la tortura ad uno schiavo fuggitivo; incrudelisca pure in avvenire senza pietà, in caso di recidiva; ma per questa volta il colpevole è già abbastanza punito dai rimproveri acerbi e dalle minacce dello stesso Plinio. Ben altrimenti l’Apostolo raccomanda a Filemone il figlio diletto che egli ha generato nelle catene. Benché San Paolo faccia grande stima dell’indipendenza morale dell’uomo, è lecito domandare se la sua mente abbia mai considerato quello che aveva d’ingiusto e d’inumano la schiavitù antica. Presso gli Ebrei, la schiavitù era per lo più volontaria, e non differiva molto lo schiavo dal domestico. Per i compatriotti, essa finiva al termine di sei anni al massimo, eccetto che vi fosse il consenso formale dell’interessato; e il legislatore aveva previsto come ordinario il caso in cui questo consenso venisse dato liberamente. Ben diversamente avveniva presso i Pagani per ì quali lo schiavo non era più un uomo. Ma anche qui vi erano diritti acquisiti e interessi da rispettare. L’improvvisa fermata di una macchina così necessaria al funzionamento dell’impero, era troppo pericolosa, e l’abolire senza preparazione quell’istituzione più volte secolare era poco meno iniquo e immorale che il mantenerla incondizionata. Bastava che lo spirito cristiano la minasse alla base e, nell’attesa della sua caduta definitiva, ne correggesse gli abusi.

CAPO II.

Preminenza del Cristo.

I FALSI DOTTOBI DI COLOSSI.

1. EFESINI E COLOSSESI. — 2. L’ERESIA DI COLOSSI.

1. Le due Epistole, ai Colossesi e agli Efesini, stanno tra loro come le Epistole ai Galati e ai Romani. La più breve e la prima ad essere scritta, in tutti e due i gruppi, serve rispettivamente di trama alla seguente. La lettera ai Colossesi, più agile, più viva, più personale, mira ad uno scopo preciso e immediato, ed affronta un avversario determinato; l’Epistola agli Efesini, più piena, più matura, più studiata, fa astrazione dalle controversie e segue l’andatura regolare di un trattato dommatico. Nello stesso modo sono l’argomento e le idee; molte espressioni e molte frasi sono identiche; tuttavia la seconda non è una copia né un’imitazione della prima, ma vi si riconosce una mente che attinge liberamente dai suoi fondi, dominata dagli stessi disegni o dagli stessi bisogni; non vi è nulla dell’imitatore servile la cui mano si tradisce appunto dalla cura eccessiva di nascondersi. – L’Epistola ai Colossesi ha di speciale soltanto la polemica contro i settari (Col. II, 1-9; 16-23), una parola di circostanza (III; 1-4) e alcuni particolari di carattere personale (IV, 9-18). Invece l’Epistola agli Efesini non ha di particolare altro che l’esordio (Ef. I, 3-14), la definizione e la descrizione del corpo mistico (III, 15-20; IV, 21-24; V, 23-32) con la panoplia finale (VI, 6-17). Vi sono anzi, anche nelle parti proprie di ciascuna, parecchie idee e locuzioni comuni ad entrambe. I rapporti diventano anche più stretti nella sezione parenetica. Eccetto due o tre versetti, tutto il primo capitolo della lettera ai Colossesi si potrebbe ricostruire con frammenti presi qua e là nella lettera agli Efesini, ma collocati in un contesto diverso. Questa è una prova fortissima dell’autenticità delle due Epistole. – Se le volessimo studiare separatamente, ci esporremmo a mille ripetizioni; meglio dunque è prendere l’idea dominante di ciascuna e collegarvi i passi paralleli dell’altra. L’idea principale dell’Epistola ai Colossesi è indiscutibilmente la preminenza del Cristo considerato tanto nella sua vita divina in seno del Padre, quanto nelle sue relazioni col mondo; quella dell’Epistola agli Efesini non è meno chiaramente l’unione dei fedeli col Cristo e nel Cristo, come membra del corpo mistico. La prima può avere come epigrafe: « Bisogna che il Cristo primeggi in tutte le cose (Col. I, 18) »; la seconda: « Il Cristo è tutto in tutti (Col. III, 11) ».

2. Le ipotesi fatte intorno ai novatori di Colossi, sono svariate come i colori dell’arcobaleno: a vòlta a volta quei settari sono divenuti pitagorici, epicurei, stoici, neoplatonici, esseni, farisei, ebioniti, cabalisti, caldei o maghi, gnostici, partigiani di Cerinto o di Valentino e persino — chi lo crederebbe? — discepoli di Apollo o di Giovanni. Queste stravaganze che fanno poco onore al fiuto critico degli esegeti e dimostra che la loro fantasia si sviluppa qualche volta a spese del buon senso, deve insegnarci la circospezione nel risolvere un problema in cui le incognite sono più numerose che i dati. – E certo che la grandissima maggioranza dei fedeli di Colossi veniva dal gentilesimo, e se tra loro vi erano Ebrei convertiti, dovevano essere un’infima minoranza, poiché San Paolo non fa nessuna allusione alla loro esistenza. Le parole: « La Legge che era contro di noi, che ci era contraria (Col. II, 14) », non provano punto l’origine ebraica dei Colossesi, poiché la Legge era dannosa ai Gentili come agli Ebrei, benché per ragioni diverse. E poi, prima della loro conversione, i Colossesi erano « stranieri » alla teocrazia d’Israele (Col. I, 10), e non ricevettero mai altra circoncisione che quella spirituale, quella del Cristo (Col. II, 11-13). Il fatto che ebbero come loro apostolo un pagano convertito, Epafra, ha esso pure il suo valore: è ben difficile immaginarsi che egli avesse potuto costituire e regolare una chiesa in cui la maggioranza o una parte notevole fosse stata di razza ebrea. – Tuttavia le tendenze dei falsi dottori sono nettamente giudaizzanti, non di quel giudaismo intransigente che voleva imporsi nella Galazia o anche a Corinto, ma di un giudaismo temperato e a piccole dosi, di un giudaismo benigno, capace di transazioni e di compromessi. – Le tendenze giudaizzanti si deducono evidentemente dal passo seguente: « Nessuno vi giudichi nel mangiare o nel bere, o in materia di feste, di neomenie o di sabati; questa è un’ombra delle cose future il cui corpo (cioè la realtà e la sostanza) appartiene al Cristo (Co. II, 16-17) ». Chi possiede il corpo non si cura d’inseguire l’ombra, chi ha la realtà, non sa che farsi della figura. Neomenie, sabati, leggi relative agli alimenti e altre prescrizioni ebraiche non hanno più importanza e neppure significato; esse avevano un senso soltanto come figure dell’avvenire. Ora questi vecchi precetti sono morti per noi, perché Gesù Cristo li ha inchiodati alla croce, per impedire loro di tiranneggiare ancora gli uomini; e noi siamo morti per loro, poiché partecipiamo misticamente alla morte reale del Cristo. – “Se morendo col Cristo voi foste liberati dagli elementi del mondo, perché vi lasciate ancora imporre leggi, come se viveste nel mondo! Vi si dice: « Non prendete, non gustate, non toccate! Tutto questo è di uso pericoloso ». (Sì; ma soltanto) secondo i precetti e la tradizione degli uomini”. (Col. II, 20-22). Questo giudaismo non è affatto l’osservanza pura e semplice della Legge, ma vi si mescolano precetti arbitrari che non ebbero mai la sanzione di Dio, e che Paolo, dietro l’esempio del Maestro, chiama tradizioni umane: tali le restrizioni che riguardano le bevande di cui il legislatore degli Ebrei non aveva parlato. Invece i novatori non sembrano aver insistito su la circoncisione, altrimenti l’Apostolo non si accontenterebbe di un’allusione sprezzante alla circoncisione fatta dalla mano dell’uomo (Col. II, 11), la quale non ha, come il Battesimo, la virtù di spogliarci « del corpo di carne », cioè delle influenze cattive opposte all’azione dello Spirito. Di qui si vede che il giudaismo di Colossi non somigliava molto a quello dei farisei di Gerusalemme, di Antiochia e della Galazia: esso era un sincretismo strano con speculazioni e pratiche di origine ben diversa. « Badate che alcuno non vi seduca per mezzo della filosofia inutile e ingannatrice, secondo la tradizione degli uomini, secondo gli elementi del mondo, e non secondo il Cristo (Col. II, 8) ». Qui la filosofia non è lo studio o l’amore della sapienza, ma un complesso di fantasticherie che i ciarlatani di Colossi fregiavano forse col nome di filosofia per ipnotizzare le folle che si lasciano sempre colpire da bei nomi altisonanti. L’Apostolo le chiama col vero loro nome di inganni inutili. Esse si appoggiavano su « le tradizioni degli uomini », e con questo possiamo intendere tanto le dottrine di una scuola filosofica, per esempio quella di Pitagora, quanto gl’insegnamenti che le sette giudaiche di quel tempo pretendevano di aver ricevuto da Mosè per tradizione orale, come pure uno di quei sistemi ibridi risultanti da un sincretismo giudeo-pagano, così comuni allora. L’ultima ipotesi è certamente la più probabile e quella che spiega meglio quella mescolanza sconcertante di osservanze e di speculazioni contradittorie. Gli Ebrei hanno fornito soprattutto le pratiche, i filosofi pagani hanno dato le idee. Ora tutto questo — idee e pratiche — è da San Paolo messo tra gli elementi del mondo. Gli elementi del mondo rappresentano le nozioni rudimentali che convengono all’infanzia dell’umanità e che i sapienti — o Dio medesimo adattandosi alla sua debolezza — le insegnano come un alfabeto, per prepararla ad un insegnamento più elevato, più virile, più divino. Anche la Legge di Mosè viene compresa in questa istituzione elementare. Quando apparirà Colui nel quale la pienezza della divinità abita corporalmente e nel quale stanno nascosti tutti i tesori di scienza e di sapienza, quei bagliori crepuscolari svaniranno come ombre; ogni insegnamento che non è « secondo il Cristo » sarà riprovato. Due pratiche, frutto immediato delle speculazioni filosofiche, non hanno un carattere giudaizzante ben marcato: l’ascetismo esagerato e il culto mal inteso degli angeli. « Queste osservanze — dice l’Apostolo alludendo alle diverse proibizioni alle quali si sottomettevano i Colossesi — hanno una rinomanza di sapienza per la loro apparenza di pietà spontanea, di umiltà e di disprezzo del corpo, (ma) non hanno in sé nulla di onorevole, (non riuscendo) che ad impinguare la carne (Col. II, 23). » Ecco un effetto davvero inatteso delle privazioni e delle austerità. Le macerazioni fatte arbitrariamente possono impinguare la carne anche estenuando il corpo. Qui si riconosce il linguaggio e la dottrina di Paolo. Il dire poi quali fossero quelle astinenze, su quali dottrine si appoggiassero, come derivassero da speculazioni teoriche, non ci è permesso dalla forma troppo elittica del discorso. Lo stesso sentimento di modestia esagerata, alleandosi con la stessa pretesa di sapienza, metteva in onore il culto delle potenze superiori a scapito del solo vero Mediatore. I fedeli stiano in guardia contro le mene di quel falso devoto che li ingannerebbe, dopo di aver ingannato se stesso, « fondandosi sopra le sue visioni, vanamente gonfiato nel suo intendimento carnale e non aderendo al capo (Col. II, 17-19) » da cui, parte tutto l’influsso vitale per animare il corpo mistico. L’intendimento carnale è quello che si chiude all’azione dello Spirito Santo e si apre alle ispirazioni della natura, sempre soggetta all’illusione e all’errore. Questo fa supporre che le devozioni dei Colossesi si collegassero con le loro vedute filosofiche e fossero il prodotto dei loro istinti visionari. Che nome dare a quegli illuminati? La cosa non ha troppa importanza, e forse non vi è nome in uso che a loro convenga; furono chiamati esseni gnostici (Lightfoot). Queste due parole a prima vista sembrano fare a pugni, poiché il gnosticismo storico era essenzialmente antigiudaico. Ma in origine non fu così, e l’esempio di Corinto dimostra che il giudaismo ebionitico poteva stare con uno gnosticismo rudimentale. La denominazione proposta si può dunque accettare, purché s’intenda di non parlare di esseni né di gnostici propriamente detti. Gli esseni vivevano raggruppati presso il Mar Morto, e non si constata la loro presenza, neppure allo stato sporadico, oltre i confini della Palestina e della Siria. D’altra parte i declamatori di Colossi non si identificano con nessuna setta gnostica storicamente riconosciuta. I caratteri essenziali di questa eresia mobile e mutevole, il dualismo, l’emanazione degli eoni, il docetismo, trapelano appena negli errori di Colossi. Se era essenismo, non era più essenismo della Palestina;, se era gnosticismo, non era ancora gnosticismo del secondo secolo. Ma ecco appunto dove sta la difficoltà: come spiegare le tendenze giudaizzanti in una chiesa in cui l’elemento ebreo era così scarso, il colore essenico delle dottrine in un paese tanto lontano dalla Palestina, le idee gnostiche prima che apparisse lo gnosticismo? Gli Ebrei erano molto numerosi nella valle del Lico dove si erano incredibilmente moltiplicati da quando Antioco il Grande aveva trasportato nella Lidia e nella Frigia due mila famiglie di prigionieri israeliti. Cento e venti anni prima del tempo di cui trattiamo, il contributo mandato dal solo distretto di Laodicea al tempio di Gerusalemme, ammontava a più di venti libbre d’oro, il che suppone una popolazione adulta di più di dieci mila uomini liberi. L’influenza religiosa di quegli Ebrei abborriti e disprezzati, dovunque si stabilissero, è tanto certa quanto inesplicabile. Si ammirava la loro morale e la serietà delle loro convinzioni, si assisteva alle loro assemblee, si ascoltava volentieri la lettura dei loro libri santi e, se di rado si accettava la circoncisione, volentieri si accettavano gli altri riti. Tanto più che gli Ebrei, senza rinnegare il loro rigido monoteismo che li rendeva così superiori alle meschine mitologie pagane, sapevano condirlo con speculazioni teosofiche che allora erano di moda. Gli esseni, i terapeuti, Filone, il libro di Enoc, gli Oracoli sibillini, il quarto libro dei Maccabei dimostrano abbastanza tale stato di spirito: gli Ebrei non avrebbero fatto mai un tale sforzo per estendere il loro proselitismo, valendosi della filosofia. A loro si attribuiva la specialità delle scienze occulte; a Roma erano confusi con i Caldei; un poco dappertutto passavano come astrologi, e tale reputazione non solo non era dannosa per loro, ma ingrandiva la loro azione. – Quel nuovo giudaismo doveva incontrare favore presso i Frigi che in ogni tempo furono celebri per la loro tendenza all’illuminismo. – Si sarebbe detto che ve li spingeva lo stesso loro paese: quella natura aspra, tormentata, scossa periodicamente da terribili terremoti, lacerata da crepacci che vomitano ancora vapori sulfurei, pareva il teatro di antiche lotte tra potenze sovrumane. Si mostrava a Gerapoli, poco lontana da Colossi, una bocca dell’inferno chiamata Plutonio; un antico filosofo di quelle contrade, Talete, aveva detto: « Il mondo è un essere animato e pieno di demoni »; i riti in onore di Cibele, di Diana e di Sabazio ci fanno vedere fin dove poteva arrivare l’esaltazione mistica di quei popoli. La Frigia fu sempre il paese in cui allignarono le sette gnostiche più stravaganti; dalla licenza più sfrenata si passava al più rigido puritanesimo: era la patria di tutti i fanatismi e di tutti gli eccessi.